Gli angeli inviati dal Signore per sorreggerci
Padre E. Ronchi

Gli angeli inviati dal Signore per sorreggerci.
Padre Ermes Ronchi

È bella la Quaresima. Non si impone come la stagione penitenziale, ma si propone come quella dei ricominciamenti: della primavera che riparte, della vita che punta diritta verso la luce di Pasqua. Un tempo di novità, di nuovi, semplici, solidali, concreti stili di vita, a cura della “Casa comune” e di tutti i suoi abitanti.

Dì che queste pietre diventino pane! Il pane è un bene, un valore indubitabile, santo perché conserva la cosa più santa, la vita. Cosa c’è di male nel pane? Ma Gesù non ha mai cercato il pane a suo vantaggio, si è fatto pane a vantaggio di tutti. Non ha mai usato il suo potere per sé, ma per moltiplicare il pane per la fame di tutti. Gesù risponde alla prima sfida giocando al rialzo, offrendo più vita: «Non di solo pane vivrà l’uomo».
Il pane dà vita, ma più vita viene dalla bocca di Dio. Dalla sua bocca è venuta la luce, il cosmo, la creazione. È venuto il soffio che ci fa vivi, sei venuto tu fratello, amico, amore mio, che sei parola pronunciata dalla bocca di Dio per me e che mi fa vivere.
Seconda tentazione: Buttati giù dal pinnacolo del tempio, e Dio manderà un volo d’angeli. La risposta di Gesù suona severa: non tentare Dio, non farlo attraverso ciò che sembra il massimo della fiducia in lui, e invece ne è la caricatura, esclusiva ricerca del proprio vantaggio.
Il più astuto degli spiriti non si presenta a Gesù come un avversario, ma come un amico che vuole aiutarlo a fare meglio il messia. E in più la tentazione è fatta con la Bibbia in mano: fai un bel miracolo, segno che Dio è con te, la gente ama i miracoli, e ti verranno dietro. E invece Gesù rimanderà a casa loro i guariti dalla sua mano con una raccomandazione sorprendente: bada di non dire niente a nessuno. Lui non cerca il successo, è contento di uomini ritornati completi, liberi e felici.
Nella terza tentazione il diavolo alza la posta: Adorami e ti darò tutto il potere del mondo. Adora me, segui la mia logica, la mia politica. Prendi il potere, occupa i posti chiave, imponiti. Così risolverai i problemi, e non con la croce. La storia si piega con la forza, non con la tenerezza. Vuoi avere gli uomini dalla tua parte, Gesù? Assicuragli tre cose: pane, spettacoli e un leader, e li avrai in pugno.
Ma per Gesù ogni potere è idolatria. Lui non cerca uomini da dominare, vuole figli che diventino liberi e amanti.

Allora angeli si avvicinarono e lo servivano. Il Signore manda angeli ancora, in ogni casa, a chiunque non voglia accumulare e dominare: sono quelli che sanno inventare una nuova carezza, hanno occhi di luce, e non scappano. Sono quelli che mi sorreggeranno con le loro mani, instancabili e leggere, tutte le volte che inciamperò.




UN CUORE CHE SA AMARE I NEMICI
Padre Ermes Ronchi

UN CUORE CHE SA AMARE I NEMICI
di Ermes Ronchi (Avvenire 17/02/11) VII Domenica Tempo Ordinario-Anno A

Avete inteso che fu detto: occhio per occhio… Ma io vi dico se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l’altra: sii disarmato, non incutere paura, mostra che non hai nulla da difendere, e l’altro capirà l’assurdo di esserti nemico.
Tu porgi l’altra guancia; non la passività morbosa di chi ha paura, ma una iniziativa decisa: riallaccia tu la relazione, fa’ tu il primo passo, perdonando, ricominciando, rattoppando coraggiosamente il tessuto della vita, continuamente lacerato. Il cristianesimo non è una religione di servi, che si mortificano e si umiliano e non reagiscono; non è «la morale dei deboli che nega la gioia di vivere» (Nietzsche). Ma la religione dei re, degli uomini totalmente liberi, padroni delle proprie scelte anche davanti al male, capaci di disinnescare la spirale della vendetta e di inventare reazioni nuove, attraverso la creatività dell’amore, che fa saltare i piani, non ripaga con la stessa moneta, scombina le regole ma poi rende felici.
Amerai il prossimo e odierai il tuo nemico, Ma io vi dico: amate i vostri nemici. Gesù intende eliminare il concetto stesso di nemico. Violenza produce violenza come una catena infinita. Lui sceglie di spezzarla. Mi chiede di non replicare su altri ciò che ho subito. Ed è così che mi libero. Tutto il Vangelo è qui: amatevi altrimenti vi distruggerete.
Cosa possono significare allora gli imperativi di Gesù: amate, pregate, porgete, prestate?
Non sono ordini, non si ama infatti per decreto, ma porte spalancate verso delle possibilità, offerta di un potere, trasmissione da Dio all’uomo di una forza divina.
E tutto questo perché siate figli del Padre vostro celeste che fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi. Da Padre a figli: c’è come una trasmissione di eredità, un’eredità di comportamenti, di affetti, di valori, di forza.
Voi potete amare anche i nemici, potete fare l’impossibile, io ve ne darò la capacità se lo desiderate, se me lo chiedete, e proseguite sulla strada del cambiamento interiore, della conformazione al Padre. Allora capisco: io posso (potrò) amare come Dio! Ci sarà dato un giorno il cuore stesso di Dio. Ogni volta che noi chiediamo al Signore: «Donaci un cuore nuovo», noi stiamo invocando di poter avere un giorno il cuore di Dio, di conformarci agli stessi sentimenti del cuore di Dio.
È straordinario, verrà il giorno in cui il nostro cuore che ha fatto tanta fatica a imparare l’amore, sarà il cuore di Dio e allora saremo capaci di un amore che rimane in eterno, che sarà la nostra anima, per sempre, e l’anima del mondo.
(Letture: Levitico 19,1-2.17­18; Salmo 102: 1 Corinzi 3,16-23; Matteo 5,38-48)




IL SALE E LA LUCE: RADICI DI VERO FUTURO
Padre Ermes Ronchi

Il sale e la luce: radici di vero futuro
Ermes Ronchi (Avvenire 03/02/2011)
V Domenica del Tempo Ordinario Anno A

Dio è luce: una delle più belle definizioni di Dio (1 Giovanni 1,5). Ma il Vangelo oggi rilancia: anche voi siete luce. Una delle più belle definizioni dell’uomo. E non dice: voi dovete essere, sforzatevi di diventare, ma voi siete già luce. La luce non è un dovere ma il frutto naturale in chi ha respirato Dio. La Parola mi assicura che in qualche modo misterioso e grande, grande ed emozionante, noi tutti, con Dio in cuore, siamo luce da luce, proprio come proclamiamo di Gesù nella professione di fede: Dio da Dio, luce da luce. Io non sono né luce né sale, lo so bene, per lunga esperienza. Eppure il Vangelo parla di me a me, e dice: non fermarti alla superficie, al ruvido dell’argilla, cerca in profondità, verso la cella segreta del cuore; là, al centro di te, troverai una lucerna accesa, una manciata di sale. Per pura grazia. Non un vanto, ma una responsabilità. Voi siete la luce, non io o tu, ma voi. Quando un io e un tu s’incontrano generando un noi, quando due sulla terra si amano, nel noi della famiglia dove ci si vuol bene, nella comunità accogliente, nel gruppo solidale è conservato senso e sale del vivere. Come mettere la lampada sul candelabro? Isaia suggerisce: Spezza il tuo pane, introduci in casa lo straniero, vesti chi è nudo, non distogliere gli occhi dalla tua gente… Allora la tua luce sorgerà come l’aurora (Isaia 58,10). Tutto un incalzare di azioni: non restare curvo sulle tue storie e sulle tue sconfitte, ma occupati della città e della tua gente, illumina altri e ti illuminerai, guarisci altri e guarirà la tua vita. Voi siete il sale, «che ascende dalla massa del mare rispondendo al luminoso appello del sole. Allo stesso modo il discepolo ascende, rispondendo all’attrazione dell’infinita luce divina» (Vannucci). Ma poi discende sulla mensa, perché se resta chiuso in sé non serve a niente: deve sciogliersi nel cibo, deve donarsi. Il sale dà sapore: Io non ho voluto sapere nient’altro che Cristo crocifisso (1 Corinzi 2,1-5). «Sapere» è molto più che «conoscere»: è avere il sapore di Cristo. E accade quando Cristo, come sale, è disciolto dentro di me; quando, come pane, penetra in tutte le fibre della vita e diventa mia parola, mio gesto, mio cuore. Il sale conserva. Gesù non dice «voi siete il miele del mondo», un generico buonismo che rende tutto accettabile, ma il sale, qualcosa che è una forza, un istinto di vita che penetra le scelte, si oppone al degrado delle cose, e rilancia ciò che merita futuro. (Letture: Isaia 58,7-10; Salmo 111; 1 Corinzi 2,1-5; Matteo 5,13-16)




Gesù, luce preparata per i popoli
Padre E. Ronchi

Gesù, la luce preparata per i popoli
Ermes Ronchi (Avvenire 30/01/2014)

Maria e Giuseppe portano Gesù al tempio per presentarlo al Signore, ma non fanno nemmeno in tempo a entrare che subito le braccia di un uomo e di una donna se lo contendono: Gesù non appartiene al tempio, egli appartiene all’uomo. È nostro, di tutti gli uomini e le donne assetati, di quelli che non smettono di cercare e sognare mai, come Simeone; di quelli che sanno vedere oltre, come Anna, e incantarsi davanti a un neonato, perché sentono Dio come futuro. Gesù non è accolto dai sacerdoti, ma da un anziano e un’anziana senza ruolo, due innamorati di Dio che hanno occhi velati dalla vecchiaia ma ancora accesi dal desiderio. È la vecchiaia del mondo che accoglie fra le sue braccia l’eterna giovinezza di Dio.
Lo Spirito aveva rivelato a Simeone che non avrebbe visto la morte senza aver prima veduto il Messia. Parole che lo Spirito ha conservato nella Bibbia perché io le conservassi nel cuore: tu non morirai senza aver visto il Signore. La tua vita non si spegnerà senza risposte, senza incontri, senza luce. Verrà anche per me il Signore, verrà come aiuto in ciò che fa soffrire, come forza di ciò che fa partire. Io non morirò senza aver visto l’offensiva di Dio, l’offensiva del bene, già in atto, di un Dio all’opera tra noi, lievito nel nostro pane.
Simeone aspettava la consolazione di Israele. Lui sapeva aspettare, come chi ha speranza. Come lui il cristiano è il contrario di chi non si aspetta più niente, ma crede tenacemente che qualcosa può accadere. Se aspetti, gli occhi si fanno attenti, penetranti, vigili e vedono: ho visto la luce preparata per i popoli. Ma quale luce emana da questo piccolo figlio della terra? La luce è Gesù, luce incarnata, carne illuminata, storia fecondata. La salvezza non è un opera particolare, ma Dio che è venuto, si lascia abbracciare dall’uomo, mescola la sua vita alle nostre. E a quella di tutti i popoli, di tutte le genti… la salvezza non è un fatto individuale, che riguarda solo la mia vita: o ci salveremo tutti insieme o periremo tutti.
Simeone dice poi tre parole immense a Maria, e che sono per noi: egli è qui come caduta e risurrezione, come segno di contraddizione.
Cristo come caduta e contraddizione. Caduta dei nostri piccoli o grandi idoli, che fa cadere in rovina il nostro mondo di maschere e bugie, che contraddice la quieta mediocrità, il disamore e le idee false di Dio.
Cristo come risurrezione: forza che mi ha fatto ripartire quando avevo il vuoto dentro e il nero davanti agli occhi. Risurrezione della nobiltà che è in ogni uomo, anche il più perduto e disperato.
Caduta, risurrezione contraddizione. Tre parole che danno respiro alla vita, aprono brecce. Gesù ha il luminoso potere di far vedere che le cose sono abitate da un «oltre».




Domenica 19 gennaio
Gesù non pretende la nostra vita, offre la sua. E.Ronchi.

Gesù non pretende la nostra vita, offre la sua
Ermes Ronchi Avvenire 16 gennaio 2014
II Domenica Tempo ordinario – Anno A

Giovanni, vedendo Gesù venirgli incontro, dice: Ecco l’agnello di Dio. Parole diventate così consuete nelle nostre liturgie che quasi non sentiamo più il loro significato. Un agnello non può fare paura, non ha nessun potere, è inerme, rappresenta il Dio mite e umile (se ti incute paura, stai sicuro che non è il Dio vero).
Ecco l’agnello che toglie il peccato del mondo, che rende più vera la vita di tutti attraverso lo scandalo della mitezza.
Gesù-agnello, identificato con l’animale dei sacrifici, introduce qualcosa che capovolge e rivoluziona il volto di Dio: il Signore non chiede più sacrifici all’uomo, ma sacrifica se stesso; non pretende la tua vita, offre la sua; non spezza nessuno, spezza se stesso; non prende niente, dona tutto.
Facciamo attenzione al volto di Dio che ci portiamo nel cuore: è come uno specchio, e guardandolo capiamo qual è il nostro volto. Questo specchio va ripulito ogni giorno, alla luce della vita di Gesù. Perché se ci sbagliamo su Dio, poi ci sbagliamo su tutto, sulla vita e sulla morte, sul bene e sul male, sulla storia e su noi stessi.
Ecco l’agnello che toglie il peccato del mondo. Non «i peccati», al plurale, ma «il peccato» al singolare; non i singoli atti sbagliati che continueranno a ferirci, ma una condizione, una struttura profonda della cultura umana, fatta di violenza e di accecamento, una logica distruttiva, di morte. In una parola, il disamore. Che ci minaccia tutti, che è assenza di amore, incapacità di amare bene, chiusure, fratture, vite spente. Gesù, che sapeva amare come nessuno, è il guaritore del disamore. Egli conclude la parabola del Buon Samaritano con parole di luce: fai questo e avrai la vita. Vuoi vivere davvero? Produci amore. Immettilo nel mondo, fallo scorrere… E diventerai anche tu un guaritore del disamore.
Noi, i discepoli, siamo coloro che seguono l’agnello (Ap 14,4). Se questo seguire lo intendiamo in un’ottica sacrificale, il cristianesimo diventa immolazione, diminuzione, sofferenza. Ma se capiamo che la vera imitazione di Gesù è amare quelli che lui amava, desiderare ciò che lui desiderava, rifiutare ciò che lui rifiutava, toccare quelli che lui toccava e come lui li toccava, con la sua delicatezza, concretezza, amorevolezza, e non avere paura, e non fare paura, e liberare dalla paura, allora sì lo seguiamo davvero, impegnati con lui a togliere via il peccato del mondo, a togliere respiro e terreno al male, ad opporci alla logica sbagliata del mondo, a guarirlo dal disamore che lo intristisce.
Ecco vi mando come agnelli… vi mando a togliere, con mitezza, il male: braccia aperte donate da Dio al mondo, braccia di un Dio agnello, inerme eppure più forte di ogni Erode.
(Letture: Isaia 49, 3.5-6; Salmo 39; 1 Corinzi 1, 1-3; Giovanni 1,29-34)




BATTESIMO DI GESU’. IL CIELO SI APRE E NESSUNO LO RINCHIUDERA’
Padre E.Ronchi

Battesimo di Gesù, il cielo si apre e nessuno lo richiuderà.
Ermes Ronchi AVVENIRE 5 gennaio 2017
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Gesù, ricevuto il Battesimo, stava in preghiera ed ecco il cielo si aprì. Il Battesimo è raccontato come un semplice inciso; al centro è posto l’aprirsi del cielo. Come si apre una breccia nelle mura, una porta al sole, come si aprono le braccia agli amici, all’amato, ai figli, ai poveri. Il cielo si apre perché vita esca, perché vita entri. Si apre sotto l’urgenza dell’amore di Dio, sotto l’assedio della vita dolente, e nessuno lo richiuderà mai più.
E venne dal cielo una voce che diceva: questi è il figlio mio, l’amato, in lui ho posto il mio compiacimento.

Tre affermazioni, dentro le quali sento pulsare il cuore vivo del cristianesimo e, assieme a quello di Gesù, il mio vero nome.

Figlio è la prima parola. Dio genera figli. E i generati hanno il cromosoma del genitore nelle cellule; c’è il DNA divino in noi, «l’uomo è l’unico animale che ha Dio nel sangue« (G. Vannucci).

Amato è la seconda parola. Prima che tu agisca, prima della tua risposta, che tu lo sappia o no, ogni giorno, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. Di un amore immeritato, che ti previene, che ti anticipa, che ti avvolge da subito, a prescindere. Ogni volta che penso: «se oggi sono buono, Dio mi amerà», non sono davanti al Dio di Gesù, ma alla proiezione delle mie paure! Gesù, nel discorso d’addio, chiede per noi: «Sappiano, Padre, che li hai amati come hai amato me». Frase straordinaria: Dio ama ciascuno come ha amato Gesù, con la stessa intensità, la stessa emozione, lo stesso slancio e fiducia, nonostante tutte le delusioni che io gli ho procurato.

La terza parola: mio compiacimento. Termine inconsueto eppure bellissimo, che nella sua radice letterale si dovrebbe tradurre: in te io provo piacere. La Voce grida dall’alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore, la gioia di Dio: è bello stare con te. Tu, figlio, mi piaci. E quanta gioia sai darmi! Io che non l’ho ascoltato, io che me ne sono andato, io che l’ho anche tradito sento dirmi: tu mi piaci. Ma che gioia può venire a Dio da questa canna fragile, da questo stoppino dalla fiamma smorta (Isaia 42,3) che sono io? Eppure è così, è Parola di Dio. La scena grandiosa del battesimo di Gesù, con il cielo squarciato, con il volo ad ali aperte dello Spirito, con la dichiarazione d’amore di Dio sulle acque, è anche la scena del mio battesimo, quello del primo giorno e quello esistenziale, quotidiano.

Ad ogni alba una voce ripete le tre parole del Giordano, e più forte ancora in quelle più ricche di tenebra: figlio mio, mio amore, mia gioia, riserva di coraggio che apre le ali sopra ciascuno di noi, che ci aiuta a spingere verso l’alto, con tutta la forza, qualsiasi cielo oscuro che incontriamo.

(Letture: Isaia 42,1-4.6-7; Salmo 28; Atti 10,34-38; Matteo 3,13-17).




FAMIGLIA DI NAZARET
Don Angelo Casati

Famiglia di Nazaret. Don Angelo Casati

Si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nazaret”. Finiscono qui le notizie di Matteo sulla famiglia di Gesù. Poi nel vangelo c’è un salto di più di trent’anni. E Gesù riappare nei giorno in cui il deserto si infiamma per la voce del Battista. Che fa appello alla conversione: ”Allora Gesù” è scritto “dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni per farsi battezzare da lui”.
Perchè questo buco di silenzio? A me viene fatto di pensare che non ci fosse, perdonate l’azzardo, che non ci fosse nulla da raccontare di quei trent’anni, nulla se non cose comuni, immagini di case comuni: la stuoia, la lampada, la madia, il forno nell’angolo, la legna da ardere. Immagini di lavori comuni: impastare la farina, attingere al pozzo lontano, radunare assi da lavorare, insegnare a quel figlio il lavoro ma ancor più la scienza della vita, pregare e ringraziare per i giorni di immediata trasparenza reciproca e imbattersi d’improvviso in giornate in cui è arduo capirsi, destarsi ogni mattina, uscire per andare a bottega o per bisogno di acqua dell’anfora, ritornare, riposare nella notte, riprendere al mattino. E lui, quel figlio di Dio e figlio dell’uomo, a dirci che aveva inizio così la salvezza del mondo, lui a dirci che iniziava di lì il suo contributo per il riscatto della terra. Tra quelle cose e non al di là di quelle cose. Già da quel momento e non solo dopo.
Impressiona l’assenza dello straordinario, la sfida del silenzio delle cose comuni, la forma della piccolezza, la vita nascosta. Tutto sembra appartenere a una storia apparentemente irrilevante. A rischio, secondo i criteri comuni, di ovvietà o peggio ancora di banalità.
Che un figlio dell’Altissimo abbia consumato con Giuseppe e Maria mesi e stagioni e anni, decine d’anni, tra queste cose non può che aprire uno sguardo, uno sguardo nuovo sulla vita. E’ il riscatto del piccolo, dell’ordinario, del comune, fuori dalle nostre manie e dalle nostre ossessioni di grandezza, che finiscono con lo scarto della più parte della nostra vita. Qui sta il riscatto della vita nella sua totalità. Insegnamento prezioso. Preziosa è tutta la vita. Anche quella che non esce dalla soglia del nascondimento. Forse dovremmo in qualche misura innamorarci di quel vuoto, nel racconto, di trent’anni, che fa senza volerlo elogio della vita nascosta di Nazaret.
Mi succede a volte di sentire qualcuno confessare, quasi con vergogna, che non fa nulla di buono nella vita, solo perché non ha tempo per qualcosa che vada al di là delle cose normali della vita. Sconsolato a dire “Ma io nella mia vita non faccio niente di buono!”. E mi capita di dirgli: “Ma, perdona, nella vita che cosa fai dalla mattina alla sera? Forse che non fai niente? Forse che le cose che fece quel Figlio di Dio per trent’anni non contavano niente agli occhi del Padre? Mettici il tuo amore, la tua passione, è il tuo modo di nutrire la vita e la terra.
Vorrei venire ad un altro pensiero. Matteo oggi alzava un velo sull’infanzia di Gesù e ci raccontava del ritorno della famiglia di Nazaret dall’Egitto, dove era stata costretta a rifugiarsi per sfuggire ai disegni di morte di Erode. Una costante questa, purtroppo, dei poteri assoluti, di ogni assolutismo. Non è forse vero che in questi giorni siamo riandati con la memoria alle immagini agghiaccianti dello sterminio?
Con il racconto della fuga e il ritorno dall’Egitto Matteo vuole, fin dall’inizio, inserire la vicenda di Gesù in una vicenda più grande, quella del suo popolo, a sua volta profugo in Egitto e liberato dall’Egitto.
Matteo cita le parole del profeta Osea che erano riferite all’intero Israele: “Dall’Egitto ho chiamato mio figlio”. Quasi a dire una comunanza di destino. Gesù, una cosa sola con il suo popolo, quasi ne ripercorresse le orme.
Sentirsi dunque solidali con le vicende del proprio popolo! Un modo di essere che dovrebbe farci pensare. Non è che forse stiamo perdendo questo senso di appartenenza ad un popolo, ad una umanità, a una terra? Non è che stiamo diventando molto più individualisti? A volte immaginiamo e inseguiamo una grandezza che sta nel distinguerci: ci riteniamo grandi perché ci stacchiamo dagli altri, o perché stacchiamo gli altri.
Gesù ripercorrendo le vicende del suo popolo ci insegna che la vera grandezza è “appartenere”, è “essere solidali”, assumere gli stessi destini. E’ un criterio che dovrebbe ispirarci sempre, soprattutto quando siamo chiamati a scelte in cui è in gioco non solo la nostra sorte ma anche quella degli altri, di un popolo, di una nazione. Quale il criterio che ci conduce?
Ritorniamo al Vangelo. Con il suo racconto Matteo vuole anche dire che le mire dei potenti vanno in frantumi. Erode viene giocato da un uomo giusto ma inerme, Giuseppe, perché c’è qualcuno che veglia anche nella notte, quando noi dormiamo. E’ scritto nel salmo 121: “Non si addormenterà, non prenderà sonno /il custode di Israele. /Il Signore veglierà su di te /quando esci e quando entri /da ora e per sempre”. Nell’uscita dall’Egitto Israele, ma anche la famiglia di Nazaret hanno esperimentato un Dio custode, un Dio che non si addormenta.
Ma permettetemi un’ultima brevissima notazione. Dire che Dio è custode, che Dio veglia, che Dio provvede non significa dire che tocca solo a Dio, che possiamo stare passivi perché tanto c’è lui a vegliare. Il racconto della fuga in Egitto e del ritorno dall’Egitto ci racconta anche la parte di Giuseppe, la parte dell’uomo, della donna, ciò che spetta a noi umani.
Innanzitutto ascoltare, ascoltare nella notte. Ascoltare, lontano dal frastuono, nel silenzio, le voci dall’alto. E dunque lasciarci condurre da parole alte, quelle di Dio e non da meschine visioni umane.
E c’è una seconda cosa da aggiungere: Dio ti dà con la sua parola la direzione, ma poi tocca a te, come a Giuseppe, studiare le strade, evitare le insidie. Tocca a te prenderti cura della donna, del bambino.
Diventa anche tu un custode, come lo è Dio per te.




In principio era il Verbo. E il Verbo si fece carne
P. Ermes Ronchi

In principio era il Verbo. E il Verbo si fece carne.
(Da PRIMA DELLE SORGENTI (Omelie Padre Ermes Ronchi anno A), Servitium, 2010, pagg. 31ss

È un Vangelo immenso, quello che abbiamo ascoltato, che ci vieta pensieri piccoli. In principio era il Verbo, e il Verbo era Dio. E il Verbo si fece carne. E ha dato a ciascuno il potere di diventare figli di Dio.  Colui che ha riempito il cielo con miliardi di galas­sie, l’inventore dell’universo, si fa piccolo e ricomincia da Betlemme. Ci deve essere qualcosa di vero in tutto ciò. Colui che ha separato la luce dalle tenebre, il firmamento dalla terra, si fa inchiodare su di una croce. Ci deve es­sere qualcosa di vero. Se della storia di Dio i vertici so­no una mangiatoia e una croce, questa nostra fede non ha altra spiegazione che Dio e le sue vie impossibili al­l’uomo.
Nessuna invenzione da parte dell’uomo avrebbe osato. A Betlemme non c’è nessuna illusione, nessun raggiro, nessuna menzogna. Lo garantiscono una mangiatoia e una croce. E Dio è là dove la ragione si scan­dalizza, dove la natura si ribella, dove io non vorrei mai essere. Con Simone Weil, mistica del secolo scorso, amava ripetere che «la vita del cristiano è comprensibile solo se in essa c’è qualcosa di incomprensibile», una vertigine, un sogno, una vergine incinta di Dio, un pre­sepio, una croce, voli di angeli.
Ma il miracolo grande è che Dio non plasma più l’uomo nuovo con polvere del suolo, come in princi­pio, nell’Eden, per Adamo, ma che si fa lui stesso pol­vere plasmata, vaso fragile d’argilla e non più vasaio, bambino di Betlemme. E se io dovrò piangere, anche lui imparerà a piangere. E se io devo morire, anche lui ha gustato l’orrore della morte.
Solo un Dio poteva imboccare queste strade. E so­lo gli umili gli credono, lieti che Dio sia così libero e così stupefacente, da preferire ciò che l’uomo emargi­na. Il prodigio più grande è che Dio ama ciò che è umile. Dio nell’umiltà: ecco la parola rivoluzionaria, l’appassionata parola del Natale.
La grande ruota della storia aveva sempre girato nella stessa direzione: dal piccolo verso il grande, il meno a servizio del più, che non è altro che la legge del più forte. Quando Gesù è nato, la grande ruota della storia per un attimo si è fermata. Poi qualcosa ha cominciato a girare al contrario; o meglio, nel senso vero della storia.
«Viene nel mondo la luce vera» (Gv 1,9): da Dio verso l’uomo, dal grande verso il piccolo, da una città verso la stalla, i re Magi verso il Bambino, il forte a ser­vizio del debole.
Natale è l’inizio del capovolgimento totale, di un nuovo ordinamento di tutte le cose. Natale è il giudizio del mondo. E la sua redenzione. Dice che la storia non appartiene a chi fa sfoggio di forza o di denaro. Quella è solo una storia perdente. La storia vera è l’opera di chi si colloca là dove nessuno vorrebbe essere, nell’umiltà del servizio, nell’insignificanza solo apparente della bontà, nel silenzio degli uomini di buona volontà.
Maria, incinta di Gesù, l’aveva anticipato nel suo canto: «Ha rovesciato i violenti, ha innalzato i deboli. Chi si fida della ricchezza sarà a mani vuote e a cuore vuoto. Chi si fida della bontà possederà la terra». È il bambino Gesù dentro la mangiatoia a compiere il giu­dizio e la redenzione del mondo. A chi accetta di avvi­cinarsi a lui, accade qualcosa. Recarci davanti a quella che non è neppure una culla, ci trasforma.
Chi di noi celebrerà bene il Natale? Chi depone da­vanti a quel bambino ogni arroganza, ogni distanza, e riscopre la volontà d’amore.
Chi di noi celebrerà bene il Natale? Chi non espor­ta morte ma comunione, chi accoglie Dio nella sua carne. Perché Dio viene nella vita, accade nella con­cretezza dei miei gesti, deve abitare i miei occhi. E lo sguardo allora si fa tenero, attento. Deve abitare il mio udito, perché io ascolti con il cuore. Deve abitare la mia bocca, perché io dica parole di bene e sappia be­nedire la vita e le creature. Deve abitare le mie mani perché si aprano, si stendano a donare pace, ad asciugare lacrime, a vestire i nudi, a spezzare ingiustizie.
La grandezza d’ognuno di noi dipende da chi l’a­bita. Vera grandezza è essere abitati da Dio. E se ha voluto nascere in una stalla, non si scandalizzerà di me, dello sporco che è in me, abiterà le mie miserie il nodo di povertà e di sole che so di essere, e che egli trasformerà.
Perché ora è il tempo del mio natale. Capisco che Cristo nasce perché io nasca. La nascita di Gesù vuo­le, domanda la mia nascita, che io nasca diverso e nuo­vo, che nasca dallo Spirito di Dio, che nasca così pic­colo e libero da essere incapace di aggredire, di odia­re, di minacciare. Che io nasca così umile e ingenuo da pensare con il cuore.
Certo, non è facile il Natale. È il giudizio del mon­do. E tutti conosciamo un popolo o una famiglia o al­meno una persona che piangerà perché è tradita, per­ché è sola, perché è stata sfiorata dall’ angelo della morte. Non è facile il Natale. Tutta la violenza del mondo contraddice gli angeli di Betlemme, contrad­dice il loro canto: «Pace in terra». La mia fede talvolta domanda: E se fosse tutto un’illusione creata dal bam­bino che è in noi? Se fossimo rimandati a Dio solo dal­la paura e dal disastro della storia? Ma è Dio che è rimbalzato fino a noi. È un altro il movimento del mondo.
C’è in me l’uomo disincantato che ritiene il Natale una festa ormai pagana, che ha visto le stelle cadere e svuotarsi il cielo. E tuttavia c’è un bambino in me, e gli parli di Dio e lui lo sente respirare.




Avvento 3a domenica. IL VERO MIRACOLO.UN PICCOLO SEME
P.Ermes Ronchi

Il vero miracolo, un piccolo seme
di Ermes Ronchi (Avvenire 09/12/2010)
III Domenica di Avvento Anno A

«Sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?». Grande domanda che permane intatta: perseveriamo dietro il Vangelo o cerchiamo altrove? Giovanni è colto dal dubbio, eppure Gesù non perde niente della stima immensa che nutre per lui: «È il più grande!» I dubbi non diminuiscono la statura di questo gigante dello spirito. Ed è di conforto per tutti i nostri dubbi: io dubito, e Dio continua a volermi bene. Io dubito, e la fiducia di Dio resta intatta.
«Sei tu?». Gesù non risponde con argomentazioni, ma con un elenco di fatti: ciechi, storpi, sordi, lebbrosi, guariscono, si rimettono in cammino hanno una seconda opportunità, la loro vita cambia. Dove il Signore tocca, porta vita, guarisce, fa fiorire. La risposta ai nostri dubbi è semplicemente questa: se l’incontro con Lui ha prodotto in me frutti buoni (gioia, coraggio, fiducia nella vita, apertura agli altri, speranza, altruismo). Se invece non sono cambiato, se sono sempre quello di prima, vuol dire che sto sbagliando qualcosa nel mio rapporto con il Signore. I fatti che Gesù elenca non hanno trasformato il mondo, eppure quei piccoli segni sono sufficienti perché noi non consideriamo più il mondo come un malato inguaribile. Gesù non ha mai promesso di risolvere i problemi della storia con i miracoli. Ha promesso qualcosa di più forte ancora: il miracolo del seme, la laboriosa costanza del seme. Con Cristo è già iniziato, ma come seme che diventerà albero, un tutt’altro modo di essere uomini. Un seme di fuoco è sceso dentro di noi e non si spegne. Sta a noi ora moltiplicare quei segni (voi farete segni ancora più grandi dei miei), mettendo tempo e cuore nell’aiutare chi soffre, nel curare ogni germoglio che spunta, come il contadino: Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra (Giacomo, II lettura). La fede è fatta di due cose: occhi che sanno vedere oltre l’inverno del presente, e la speranza laboriosa del contadino. Fino a che c’è fatica c’è speranza. Beato chi non trova in me motivo di scandalo. Gesù portava scandalo e lo porta oggi, a meno che non ci facciamo un Cristo a nostra misura e addomestichiamo il suo messaggio: non stava con la maggioranza, ha cambiato il volto di Dio e le regole del potere, ha messo la persona prima della legge e il prossimo al mio pari. E tutto con i mezzi poveri, e il più scandalosamente povero è stata la croce. Gesù: un uomo solo, con un pugno di amici, di fronte a tutti i mali del mondo. Beato chi lo sente come piccolo e fortissimo seme di luce, goccia di fuoco che vive e geme nel cuore dell’uomo. Unico miracolo di cui abbiamo bisogno. (Letture: Isaia 35,1-6a.8a.10; Salmo 145; Giacomo 5,7-10; Matteo 11,2-11)




Domenica 2a di Avvento. 8 dicembre 2019
UN GERMOGLIO TRA VIPERE E PAGLIA. Don A. Fontana

2 domenica avvento A 2019

Preghiamo. Dio dei viventi, suscita in noi il desiderio di una vera conversione, perché rinnovati dal tuo Santo Spirito sappiamo attuare in ogni rapporto umano la giustizia, la mitezza e la pace, che l’incarnazione del tuo Verbo ha fatto germogliare sulla nostra terra. Per Cristo nostro Signore.Amen 

Dal libro del profeta Isaìa 11,1-10
In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli umili della terra. Percuoterà il violento con la verga della sua bocca, con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio. La giustizia sarà fascia dei suoi lombi e la fedeltà cintura dei suoi fianchi. Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme . Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante giocherà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare. In quel giorno avverrà che la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli. Le nazioni la cercheranno con ansia. La sua dimora sarà gloriosa.

Salmo 72 Vieni, Signore, re di giustizia e di pace.
O Dio, affida al re il tuo diritto, al figlio di re la tua giustizia;

egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia e i tuoi poveri secondo il diritto.
Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace, finché non si spenga la luna.
E domini da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra.
Perché egli libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero e salvi la vita dei miseri.
Il suo nome duri in eterno, davanti al sole germogli il suo nome.
In lui siano benedette tutte le stirpi della terra.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 15,4-9
Fratelli, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza. E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. Dico infatti che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: “Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome”.

Dal vangelo secondo Matteo 3,1-12
In quei giorni, arriva Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea, dicendo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”. Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”. E lui, Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: “Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi: perciò ogni albero che dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano il ventilabro e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”. 

UN GERMOGLIO TRA VIPERE E PAGLIA. Don Augusto Fontana

Scenografia di un presepio.
Se dovessi costruire un presepio, le letture bibliche di questa domenica mi potrebbero ispirare gli scenari simbolici: Un tronco secco da cui spunta un germoglio fresco; un alito di vento che insemina polline; un ciclone che sradica; prati e città abitati da viventi in pace (ISAIA). Un leader che agglutina popoli e individui distribuendo pace e giustizia ai più deboli, fino ai confini della terra e fin che dureranno sole e luna (SALMO). Un deserto attraversato da un sentierino che lo collega con la città; un fiume da attraversare; un eremita forte e debole come una voce che parla a una congrega di vipere; un agricoltore che raccoglie frutti buoni da alcuni alberi e taglia alla radice gli alberi infruttuosi; un’aia con sacchi di grano buono e un fuoco che brucia paglia (MATTEO).
Scenografia di una vita.
Ora si tratta di dare spessore esistenziale ai simboli. (Per compiere questo sforzo ti dovrai concedere un po’ di silenzio ed una breve pausa) Ogni Avvento non è mai uguale a quello precedente. Le situazioni storiche collettive e individuali cambiano. Ricostruisci tutta la scenografia dei testi biblici di oggi sostituendo ai simboli una situazione concreta personale e collettiva: qual è il mio tronco arido su cui invoco l’innesto del Germoglio? Quale situazione di vita familiare o lavorativa attende l’alito dello Spirito con i suoi doni? E dove temo o desidero il ciclone, la scure o il fuoco? Quale mutamento genetico mi ha trasferito dalla razza dei discepoli di Gesù alla razza delle vipere? Quali i degni frutti di conversione da fare? A quali ambienti e città nuove sto partecipando per celebrare l’Incarnazione edizione 2019? Io sono tra gli sbandati senza leader o sono tra i sedotti dal carisma di Gesù? Insomma: cosa attendo[1], chi aspetto, cosa spero appassionatamente?

Un germoglio, un respiro, una pace.
 Il contesto storico di questo capitolo 11 di Isaia si riferisce allo scontro tra il profeta e il re Acaz che, come il suo predecessore Ezechiah, era un re che aveva deluso le attese dei fedeli di JHWH Dio. Il popolo sperava che la sua fedeltà alla Alleanza con JHWH avrebbe portato un periodo di pace e benessere. Invece i due re avevano tradito queste attese. Isaia è convinto che Dio interromperà la monarchia, come un boscaiolo che taglia a pelo di terra il tronco di un albero che non dà frutto; tuttavia, il boscaiolo JHWH non sradica l’albero perchè Dio non castiga, ma purifica: innesterà un germoglio, cioè una realtà umile e debole che farà crescere un Movimento di uomini capaci di creare ciò che la monarchia non aveva creato.
All’epoca di Isaia le Campagne militari degli Assiri contro Israele si succedevano senza tregua, seminando morte, distruzione e deportazioni. Oltre alla guerra, si aggiungeva la decadenza morale e l’ingiustizia sociale anche fra la gente: latifondisti privi di scrupolo, consumatori spendaccioni, usurai, giudici corrotti, benestanti privi di solidarietà. Isaia, dopo aver denunciato queste categorie popolari passa a prospettive positive. Annuncia la venuta di Un Consacrato, che, insieme con un piccolo Resto di discepoli, cambierà lo stato delle cose.
Analisi del Testo.

1 Il superbo albero genealogico del re, sarà tagliato a pelo di terra, ma resterà la radice. Dio stesso farà il nuovo innesto. Jesse: chi era costui? Nel Libro di Rut (4,22) sta scritto < Obed generò Iesse, Iesse generò Davide>. Giuseppe, padre di Gesù, <era della tribù di Davide>. Ecco dunque ricostruito il tronco, le sue radici e il nuovo innesto, Gesù.
2 Su di lui si poserà lo Spirito del Signore. Lo Spirito (in eb. Ruàh; in gr. Pnèuma) è “forza creatrice e riformatrice”. I doni e gli effetti dello Spirito vengono enumerati con 3 coppie di termini:

    • Sapienza/intelligenza. La Sapienza è la facoltà di agire in modo adeguato alle circostanze; è vivere la vita con senso, gusto e significato. L’Intelligenza è la capacità di leggere in profondità gli eventi e le persone (dal latino intus-legere). Chi possiede questi doni vede la vita alla luce della volontà di Dio e sa riconoscere che c’è uno stretto rapporto tra mondo, uomo e Dio.
    • Coraggio/costanza. Lo Spirito di Consiglio dà la consolazione e il coraggio della difesa in occasione della testimonianza della fede davanti al mondo, soprattutto quando gli altri ti processano. E’ lo spirito della perseverante costanza.
    • Conoscenza e timore del Signore. Nella Bibbia la “conoscenza del Signore” non riguarda l’intelletto, ma significa ” accettare di professare la fede in Dio con le azioni e non a parole, preoccupandosi di JHWH e della Sua volontà”. Anche il “timor di Dio” non significa paura dei castighi di Dio, ma un “retto rapporto tra Dio e uomo, una fiducia incrollabile in Lui, una obbedienza docile e l’umile rinuncia a voler fare violenza su di Lui per forzarlo a fare la nostra volontà”.

3-5 Vi si descrive la funzionalità di questi doni che permettono al Germoglio/Messia di svolgere bene 3 servizi: capacità di vedere le cose come veramente sono dentro; aiuto ai poveri ottenendo giustizia senza lasciarsi corrompere; denunciare i violenti e gli idolatri.
6-10 Estrema conseguenza di questi servizi sarà una società fraterna e comunitaria percorsa dalla Pace di Dio (Shalòm come benessere completo psicofisico, individuale-collettivo). La Pace avrà 3 livelli:

  • armonia tra uomo e animali (A quei tempi era grave la situazione delle bestie selvatiche che attaccavano i greggi mentre i genitori temevano per i loro figli esposti a numerosi serpenti velenosi).
  • Pace tra Dio e uomo: il paese sarà pieno della saggezza di Dio e tutti metteranno in pratica il suo progetto
  • Dalla pace con Dio nascerà la pace fra gli uomini. Cesserà anche fra gli uomini, la lotta per la sopravvivenza dove il più forte vive della morte del più debole.

Un Dio paziente, ma un tantino deciso.(Matteo 3,1-12)
+ In quei giorni arriva Giovanni il Battezzatore. L’espressione “in quei giorni” è cronologicamente generica in Matteo, ma ribadisce ugualmente che l’annuncio di Gesù non è una questione astratta o ideologica, ma un racconto concernente dei fatti circostanziati in un’epoca. Con il personaggio di Giovanni, la Storia Sacra rompe gli argini e allaga “quei giorni“. Quando si parla di Storia Sacra non deve venire in mente solo il periodo di Mosè o Davide; oggi siamo in tempo di Storia Sacra. Il verbo arrivare è al tempo presente. Per la grammatica italiana l’espressione è intraducibile ed insostenibile, ma nel linguaggio biblico l’uso del cosi detto “Presente-narrativo” è frequente: <In quei giorni accade, arriva, avviene…>. Insisto su questo dato perchè quei giorni, quegli eventi e quelle parole accadono adesso, mentre leggi questa scheda e mentre celebri questo Avvento.
+ Convertitevi. Non si tratta di un generico invito morale. Ci potrebbe essere un “cambiamento di mentalità” anche nel non-credente. Invece, il termine ebraico (sub) significa un ritorno ai patti di fidanzamento fatti con Dio; non è un rimorso o un ritorno a se stessi, ma un guardare negli occhi il proprio sposo (Dio) e lasciarsi convincere da quello sguardo dolce e insostenibile, che è meglio e urgente tornare ad amarsi col cuore e con i fatti. Matteo parla di frutto di conversione, al singolare, mentre Luca riferisce al plurale (frutti=buone opere). La differenza sta nel fatto che per Matteo la conversione è una modifica del motore e non delle gomme, della direzione e non dei percorsi alternativi. Tuttavia anche Matteo usa i verbi fare, produrre, fruttificare per indicare che comunque la conversione non è solo un sentimento interiore che non ha riscontri nelle scelte quotidiane.
+ Razza di vipere. La vipera rappresenta tutto ciò che avvelena e diffonde morte. La nostra esperienza ci dice che certe persone hanno la caratteristica di essere mortifere con il loro pessimismo o avvelenanti con la loro pigrizia soporifera o velenose con la loro intolleranza, come pure certe forme di religiosità sono mortifere perchè inumane. Ai tempi di Gesù esistevano Sètte o Correnti religiose e politiche alla ricerca di una via d’uscita dal potere romano e dal paganesimo dilagante:

  • farisei (“i separati, i santi”): la salvezza sta nella circoncisione e nella tradizione.
  • sadducei, pragmatici e benestanti: la salvezza sta nel collaborare col potere.
  • zeloti, estremisti, fanatici: la salvezza è nella guerra santa e nello Stato teocratico.
  • esseni, monaci comunitari nel deserto: la salvezza è nel non sporcarsi col quotidiano della città.

Quali scelte di vita hanno portato un mutamento genetico tale da trasferirci dalla razza di discepoli di Gesù a quella mortifera, soporifera o avvelenante dei gruppi in circolazione oggi? E quale condizione ci classifica tra la paglia secca anziché tra il grano da mangiare e da seminare? E quale immobilismo ci trasforma in tronchi inariditi che sfidano la pazienza del Boscaiolo?

+ Il Regno dei cieli(di Dio) incombe, è qui vicino a te. Il Regno di Dio indica l’utopia che è nel cuore umano: la totale liberazione da tutti gli elementi che alienano e inquinano.
In Gesù questa U-topia (che significa “un luogo che non c’è”) diventa Topìa ( cioè “luogo che è qui”). Occorre cessare di essere atei pratici di Dio per diventare atei degli idoli e del sistema.

Leggete le Sante scritture e accoglietevi a vicenda.(Rom. 15,4-9)
Il brano di Lettera di Paolo, propostoci oggi, può diventare un programma da Avvento.
Se non eroi, almeno diversi: a Varese nasce Andrea, senza dita nelle mani e nei piedi. I genitori disconoscono il figlio. Forse si sentono troppo deboli per raccogliere la sfida. Carlo e Mimma, due sposi quarantenni, raccolgono la sfida. Ventidue anni fa’ era nato a loro un figlio down, Paolo. Dieci anni fa’ avevano adottato Chiara, una bambina down. Ora hanno adottato anche Andrea. Dichiarano al Corriere della sera (23/11/95): <Siamo felici. Pochi genitori sono più felici di noi. Un figlio con problemi ci insegna a vivere, a cogliere i progressi che fa un piccolo uomo, giorno dopo giorno. Ci insegna a diventare dei bravi genitori>.
Dio continua ad innestare i suoi germogli, lo Spirito di sapienza e fortezza continua a impollinare le coscienze, il grano buono si ammucchia, le conversioni accadono oggi, il Regno di pace e giustizia ha già iniziato la sua avventura nelle città, i precursori di Gesù abitano le sterminate aridità di oggi. Siano rese grazie a te, Signore! E se proprio non riusciremo ad essere eroi, almeno aiutaci a venirti incontro, diversi.



[1] Sento dire che 12 milioni d’italiani sono soliti rivolgersi, almeno una volta l’anno, a maghi e/o cartomanti, dando luogo ad un giro d’affari stimato intorno a 6 miliardi d’euro.