I poveri: principi del Regno di Dio
Padre Ermes Ronchi

I poveri: principi del Regno di Dio
Ermes Ronchi (Avvenire 21/01/10)

Luca ci racconta la scena delle origini, scena da stampare nel cuore. Lo fa quasi al rallentatore, per farci comprendere l’estrema importanza di questo momento.
«Gesù arrotola il volume, lo consegna, si siede. Tutti gli occhi sono fissi su di lui». Risuonano le prime parole ufficiali di Gesù, «oggi la parola di Isaia diventa carne»: si chiudono i libri e si apre la vita. Dalla carta scritta al respiro vivo. Dall’antico profeta a un rabbi che non impone pesi, ma li toglie, non porta precetti, ma libertà.
L’umanità è tutta in quattro aggettivi: povera, prigioniera, cieca, oppressa.
Sono i quattro nomi dell’uomo. Adamo è diventato così, per questo Dio diventa Adamo.
Con quattro obiettivi: portare gioia, libertà, occhi nuovi, liberazione . E poi con un quinto perché spalanca il cielo, delinea uno dei tratti più belli del volto di Dio: «proclamare l’anno di grazia del Signore», un anno, un secolo, mille anni, una storia intera fatta solo di benevolenza, perché Dio non solo è buono, ma esclusivamente buono, incondizionatamente buono. I primi destinatari sono i poveri. Sono loro i principi del Regno, e Dio sta alla loro ombra. È importante: nel Vangelo ricorre più spesso la parola poveri, che non la parola peccatori. La Buona Notizia non è una morale più esigente o più elastica, ma Dio che si china come madre sul figlio che soffre, come ricchezza per il povero, come occhi per il cieco, come libertà da tutte le prigioni, come incremento d’umano.
Dio non mette come scopo della storia se stesso, ma l’uomo; il Regno che Gesù annuncia non è un Dio che riprende il potere su una umanità ribelle e la riconduce all’ubbidienza, per essere servito, ma il Regno è un uomo gioioso, libero da maschere e da paure, dall’occhio luminoso e penetrante, incamminato nel sole.
Un sublime capovolgimento. Dio dimentica se stesso, non di sé si ricorda, ma di noi: non offre libertà in cambio di ossequio, ama per primo, ama in perdita, ama senza contraccambio.
La parola chiave del programma di Gesù è libertà, ripetuta due volte.
Come mi libera Cristo? «Cristo è dentro di me come una energia implacabile, fintanto che tutto il nostro essere non diventa luminoso; dentro di me come germe in via di raggiungere la maturazione; come un sogno di pienezza di vita, indomabile e attivo, un desiderio di libertà» (G. Vannucci); come un lievito mite e possente che trasforma il mio pianto in danza, il mio sacco in veste di gioia.




Dio viene come festa e come gioia
Padre Ermes Ronchi

Dio viene come festa e come gioia

padre Ermes Ronchi  (17-01-2010)

 

Con tutte le situazioni tragiche, le morti e le croci d’Israele, Gesù dà inizio alla sua missione quasi giocando con dell’acqua e con del vino. Schiavi e lebbrosi gridavano la loro disperazione e Gesù comincia non da loro ma da una festa di nozze. Deve esserci sotto qualcosa di molto importante: è il volto nuovo di Dio, un Dio che viene come festa.  A lungo abbiamo pensato che Dio non amasse troppo le feste degli uomini. Il cristianesimo ha subìto come un battesimo di tristezza. Dice un filosofo: «I cristiani hanno dato il nome di Dio a cose che li costringono a soffrire!». Nel dolore Dio ci accompagna, ma non porta dolore. Lui benedice la vita, gode della gioia degli uomini, la approva, la apprezza, se ne prende cura. Scrive Bonhoeffer: dobbiamo amare e trovare Dio precisamente nella nostra vita e nel bene che ci dà. Trovarlo e ringraziarlo nella nostra felicità terrena. Una festa di nozze: le nozze sono il luogo dove l’amore celebra la sua festa. Ed è lì che Gesù pone il primo dei segni: il primo segnale da seguire nelle strade della vita è l’amore, forza capace di riempire di miracoli la terra.

«E viene a mancare il vino». Il vino, in tutta la Bibbia, è simbolo di gioia e di amore, ma minacciati; la vita si trascina stancamente, occorre qualcosa di nuovo: Gesù stesso, volto d’amore di Dio. Il vino che viene a mancare è esperienza quotidiana: viene a mancare quel “non-­so-che” che dà qualità alla vita, un “non-so-che” di energia, di passione, di entusiasmo, di salute che dia sapore e calore alle cose.

Come uscirne? A due condizioni:

«Qualunque cosa vi dica, fatela». Fate il suo Vangelo; rendetelo gesto e corpo; tutto il Vangelo, il consiglio amabile, il comando esigente, la consolazione, il rischio. E si riempiranno le anfore vuote della vita.

«Riempite d’acqua le anfore». Solo acqua posso portare davanti al Signore, nient’altro che acqua. Eppure la vuole tutta, fino all’orlo. E quando le sei anfore della mia umanità, dura come la pietra e povera come l’acqua, saranno offerte a Lui, colme di ciò che è umano e mio, sarà Lui a trasformare questa povera acqua nel migliore dei vini, immeritato e senza misura. A Cana, gli sposi non hanno meriti o diritti da vantare. La loro povertà non è un ostacolo, ma una opportunità per il Signore, un titolo per il suo intervento. Dio viene anche per me che non ho meriti; viene come festa e come gioia, come vino buono, e conta non i miei meriti ma il mio bisogno.




Se lo Spirito incendia il legno secco del nostro cuore
Padre Ermes Ronchi

Se lo Spirito incendia il legno secco del nostro cuore
Battesimo del Signore – Anno C
Ermes Ronchi (Avvenire 10-01-2013)
(Letture: Isaia 40,1-5.9-11; Salmo 103; Tito 2,11-14;3,4-7; Luca 3,15-16.21-22)

Viene dopo di me colui che è più forte di me e vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco, vi immergerà nel vento e nel fuoco di Dio.
Bella definizione del cristiano: tu sei “uno immerso” nel vento e nel fuoco, ricco di vento e di fuoco, di libertà e calore, di energia e luce, ricco di Dio.
Il fuoco è il simbolo che riassume tutti gli altri simboli di Dio. Nel vangelo apocrifo di Tommaso Gesù afferma: stare vicino a me è stare vicino al fuoco. Il fuoco è energia che trasforma le cose, è la risurrezione del legno secco del nostro cuore e la sua trasfigurazione in luce e calore.
Il vento: alito di Dio soffiato sull’argilla di Adamo, vento leggero in cui passa Dio sull’Oreb, vento possente di Pentecoste che scuote la casa. La Bibbia è un libro pieno di un vento che viene da Dio, che ama gli spazi aperti, riempie le forme e passa oltre, che non sai da dove viene e dove va, fonte di libere vite.
Battesimo significa immersione. Uno dei più antichi simboli cristiani, quello del pesce, ricorda anche questa esperienza: come il piccolo pesce nell’acqua, così il piccolo credente è immerso in Dio, come nel suo ambiente vitale, che lo avvolge, lo sostiene, lo nutre.
Gesù stava in preghiera ed ecco, venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». Quella voce dal cielo annuncia tre cose, proclamate a Gesù sul Giordano e ripetute ad ogni nostro battesimo.
Figlio è la prima parola: Dio è forza di generazione, che come ogni seme genera secondo la propria specie. Siamo tutti figli nel Figlio, frammenti di Dio nel mondo, specie della sua specie, abbiamo Dio nel sangue.
Amato. Prima che tu agisca, prima di ogni merito, che tu lo sappia o no, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è “amato”. «Tu ci hai amati per primo, o Dio, e noi parliamo di te come se ci avessi amato per primo una volta sola. Invece continuamente, di giorno in giorno, per la vita intera Tu ci ami per primo» (Kierkegaard).
Mio compiacimento è la terza parola, che contiene l’idea di gioia, come se dicesse: tu, figlio mio, mi piaci, ti guardo e sono felice. Si realizza quello che Isaia aveva intuito, l’esultanza di Dio per me, per te: come gode lo sposo l’amata così di te avrà gioia il tuo Dio (Is 62,5)
Se ogni mattina potessi ripensare questa scena, vedere il cielo azzurro che si apre sopra di me come un abbraccio; sentire il Padre che mi dice con tenerezza e forza: figlio mio, amato mio, mio compiacimento; sentirmi come un bambino che anche se è sollevato da terra, anche se si trova in una posizione instabile, si abbandona felice e senza timore fra le braccia dei genitori, questa sarebbe la mia più bella, quotidiana esperienza di fede.




Possiamo celebrare cento natali, senza che mai Dio nasca nei nostri cuori
Paolo Curtaz

II DOMENICA DI AVVENTO anno C

Paolo Curtaz

Possiamo celebrare cento natali, senza che mai Dio nasca nei nostri cuori.
Perciò abbiamo bisogno di un tempo di interiorità, perché possiamo, infine accogliere la luce del Signore. Affinché il giorno della venuta del Signore non ci piombi addosso all’improvviso e ci trovi impreparati. Sarebbe tragicomico passare la vita ad invocare la venuta del Signore, e non esserci nel momento della sua venuta interiore!
Certo, non è facile e tutto ci rema contro: la crisi economica, il clima dolciastro, lo scippo natalizio perpetrato dal mercato che fa leva sui buoni sentimenti, le difficoltà della vita di tutti i giorni. Non è facile, ma è possibile: Cristo ci chiede di alzare lo sguardo, invece di lamentarci, di guardare oltre, altrove, al di là. L’importante è arrivare al Natale, a quello vero, con il cuore, leggero, senza lasciarlo appesantire dalla dissipazione, dallo stordimento, dalle preoccupazioni della vita.
Dio viene, lui prende l’iniziativa, è suo il primo passo.
La Scrittura ci rivela il volto di un Dio che intesse relazioni, che cerca l’uomo, che lo corteggia. La storia, splendida e drammatica, fra Israele e il suo Dio non è sempre stata fortunata e feconda. Ora Dio viene per spiegarsi, per raccontarsi, per dirsi. Dio viene a rivelarsi.

Incipit
L’aulico e solenne incipit della predicazione del Battista conferma l’intento di Luca di raccontare eventi storici, non edificanti racconti da pie devote. Luca, discepolo di Paolo, non ha mai visto Gesù in vita sua. Come noi è stato affascinato e sedotto dalla predicazione di Paolo e dal fuoco della sua parola. Luca, antiocheno, greco, colto e raffinato, ha scritto il suo vangelo dopo Marco, in contemporanea con Matteo. Ci tiene, Luca, a dimostrare (già allora!) che non è corso dietro a delle favole ma che l’annuncio si fonda su solide basi.  La descrizione della situazione geo-politica del tempo della predicazione del Battista ci lascia stupiti, noi figli di Dan Brown, e ci dice ancora e ancora che non corriamo dietro a delle favole (anche se certi cristiani si comportano come personaggi da operetta!) ma che la nostra fede appoggia su solide basi. C’è la storia dietro queste parole, non il mito. Volesse Dio che Luca ci facesse almeno un poco vergognare della nostra impressionante ignoranza evangelica!
Storie altre
Luca, però, vuole dire anche altre cose. Tutti i personaggi elencati, chi più, chi meno, detengono in mano il potere assoluto, sanno di potere decidere i destini dei popoli, si sentono e sono grandi. La Parola di Dio dribbla elegantemente tutti i signori dell’epoca e si posa su un macerato trentenne consumato dal vento del deserto e dal digiuno, un folle di Dio scontroso e rabbioso che si consuma sulle rive del Giordano, Giovanni il battezzatore.  Già Baruc, segretario di Geremia, nella prima lettura si rivolge al popolo disperso in Babilonia e vede un ritorno in grande stile nella Gerusalemme dei padri. Parla a degli straccioni senza speranza, a dei deportati che si trascinano come schiavi in attesa di morire. E sogna.
Così è, amici, la Storia di Dio si sovrappone alla piccola e violenta storia degli uomini e la trasfigura.  Nessuno di noi conoscerebbe Erode se non avesse ucciso il Battista. Il procuratore Pilato viene nominato ogni domenica nella professione di fede non per la sua audacia politica e militare, ma per aver ucciso un falegname esaltato che si prese per Dio. E che lo era. E noi, a che storia vogliamo appartenere? Le energie, i sogni, l’audacia che mettiamo per chi o cosa la mettiamo? Per la fragile storia degli uomini? O per quella di Dio?
Lavori in corso 
Entrare nella storia altra significa, anzitutto, aprirsi allo stupore di Dio, attenderlo ed accoglierlo per ciò che egli è, non per ciò che vorremmo che fosse. L’avvento non aggiunge degli impegni alla nostra scarsa fede e alla nostra poca disponibilità alla preghiera, ma un tempo in cui ci è chiesto di accorgerci, di preparare la strada, di spalancare il cuore.
Citando Isaia, Giovanni è molto preciso sulle cose da fare: raddrizzare i sentieri, riempire i burroni, spianare le montagne.
Raddrizzare i sentieri, cioè avere un pensiero semplice, lineare, senza troppi giri di testa. La fede è esperienza personale che nasce nella fiducia, che diventa abbandono. La fede va interrogata, nutrita, è intellegibile, ragionevole. Ma ad un certo punto diventa salto, ragionevole salto tra le braccia di questo Dio. Abbiamo bisogno di pensieri veri nella nostra vita, di pensieri positivi e buoni per poter accogliere la luce.
Riempire i burroni delle nostre fragilità. Tutti noi portiamo nel cuore dei crateri più o meno grandi, più o meno insidiosi, delle fatiche più o meno superate. Ebbene: occorre stare attenti a non lasciarci travolgere dalle nostre fragilità o, peggio, mascherarle. Ognuno di noi porta delle tenebre nel cuore: l’importante è che non ci parlino, l’importante è non dar loro retta.
Spianare le montagne. In un mondo basato sull’immagine conta più l’apparenza della sostanza. Bene il fitness, ottimo il body-building per stare in forma. È bene curare il proprio modo di vestire. Ma occorre aprire qualche palestra di spirit-building, qualche estetista del cuore e dell’anima!
Attendere con gioia
Essenzialità, verità, desiderio: questi gli strumenti per trovare un sentiero verso Dio. E questo già ci procura gioia, l’attesa già ci scuote dentro, ci apre lo stupore… gioia come quella che san Paolo prova per la sua comunità greca di Filippi, come quella che il salmista descrive per il ritorno dei prigionieri da Babilonia a Gerusalemme.
Allora, amici resistenti, carbonari dello spirito, discepoli del Rabbì, su di voi piccoli e fragili e dispersi Dio fa scendere la sua Parola. Alzate lo sguardo, ve ne prego. Animo, mano ai badili spirituali e ai picconi interiori: c’è da fare in settimana…




LA SPERANZA È UN FIORE NEL DESERTO
don Angelo Casati

LA SPERANZA È UN FIORE NEL DESERTO
di Angelo Casati

La speranza, sembrano dire i testi biblici che oggi abbiamo ascoltato, nasce nel deserto, è un fiore del deserto. Fiore del deserto in tanti sensi.  Oggi l’evangelo di Luca aveva un versetto di una potenza sintetica struggente. Luca scrive: “La parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto“. E Luca parla evidentemente di un deserto geografico, luogo di tirocinio per il profeta. Ma Luca ha appena finito di evocare un tempo, una stagione, un’ora della storia cui potremmo dare la figura del deserto. L’ha evocata con un inizio solenne: “Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare…“. E poi ecco uno srotolarsi di nomi eccellenti del mondo politico del tempo: Ponzio Pilato, Erode, Filippo, Lisania, fino ai nomi eccellenti del mondo religioso, i sommi sacerdoti Anna e Caifa. I nomi parlano da se stessi, evocano il degrado, quello politico a causa dell’occupazione del paese da parte dei Romani, ma anche quello religioso, il degrado del sacerdozio. Anna infatti con una serie di intrighi era riuscito nell’intento di tenere sotto controllo quel centro di potere che era il tempio, sistemandovi prima i figli e poi il genero Caifa. Squallore della situazione civile e squallore della politica ecclesiastica. Un quadro deprimente! Squallore e deserto! Ed ecco la risposta di Dio. “La parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto“.

Anche nella prima lettura, voce del profeta Baruc, il grido della speranza serpeggiava dentro una situazione di sofferenza e di dispersione, il grido si propagava in una terra d’esilio, scuoteva le case di un popolo in esilio: “Deponi, Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivestiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre“. Ci sono i deserti, anche oggi, i deserti dell’anima, i deserti delle deportazioni, deportazioni di umanità. I deserti che ti fanno dire: ma è questo il Paese che avevamo sognato, è questa la Chiesa che avevamo sognato? I deserti che rendono tristi i nostri occhi. Ma oggi la voce tocca le nostre case, le case dell’anima, scuote il grigiore dell’indifferenza, scuote il nostro pessimismo spirituale, quel pessimismo che ci fa dire: “Quante volte abbiamo ascoltato questa parola e non è cambiato niente, non solo nel mondo, ma nemmeno dentro di noi e ci è sembrato di assistere a un naufragio, il naufragio della speranza?”. Non sempre però, dobbiamo riconoscerlo, abbiamo intuito con lucidità, e non sempre forse ci siamo detti con limpidezza da dove iniziasse un cambiamento e quale fosse il luogo, se così vogliamo chiamarlo, il luogo generatore, il grembo della nascita, il grembo della speranza. A proposito del luogo, assistiamo, nel Vangelo, a una sorta di dirottamento, uno dei tanti dirottamenti di Dio. E Luca con quell’introduzione solenne, con quei nomi che indicano come  importanti i palazzi della storia, palazzi civili ed ecclesiastici, sembra ingigantire la sorpresa, oserei dire l’incredulità, per il dirottamento di Dio: “La Parola di Dio scese su Giovanni… nel deserto“. Come a dire che il terreno fertile generatore della speranza non è in alto e non è nel frastuono, non è nella vita‑spettacolo, non è nella babele delle parole e delle cose. È in una vita che rispecchi l’essenzialità e il silenzio del deserto. La domanda che la pagina di Luca mi lascia è questa: quali spazi di silenzio, nel paese dell’anima?  Ma non basta neppure il silenzio, perché il deserto della vita fiorisca. Il deserto rimarrebbe deserto se ad incrociarlo non fosse la parola. E non una delle tante nostre pallide parole, ma la parola accesa di Dio: “La parola di Dio scese… su Giovanni nel deserto“. Chissà se sempre avvertiamo, o almeno qualche volta avvertiamo, la potenza di cambiamento custodita nella parola di Dio. Se il silenzio dell’anima incrocia la parola di Dio, fiorisce la speranza anche in tempi di deserto. Mi colpiva oggi un’immagine nel brano del profeta Baruc. Anche nel brano che addita il ritorno dall’esilio, si parla di parola di Dio, se ne parla con un’immagine che, in qualche misura, potrebbe richiamare, sarebbe bello, le nostre assemblee liturgiche. Dice il profeta: “Sorgi, Gerusalemme, sta in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti da Occidente a Oriente, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio“. Una chiesa dovrebbe esultare di questo. Non dei suoi successi mondani, ma dei figli riuniti alla parola del Santo. Ci sarebbe al contrario da sentirsi sconvolti, sconcertati e rattristati dalle indagini che nella considerazione dei credenti oggi mettono al primo posto, che so io, Padre Pio e qualche santo e lontano, molto lontano, il Santo, il figlio di Dio, Gesù di Nazaret. Riuniti intorno a chi? Alla parola del Santo, che nella Bibbia è Dio? Perché la salvezza giunga fino a noi, nei due brani, quello di Baruc e quello di Luca, si usano le identiche immagini. “Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli, perché Israele proceda sicuro” così il profeta Baruc. “Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle abbassato“. Messaggio contro ogni ubriacatura dell’io e contro ogni devastazione della depressione. Ma mi chiedevo: spianare perché? Perché ritorni il popolo, sembra dire Baruc. Perché ritorni Dio, sembra dire il Battista. Ma forse la domanda è sbagliata. Perché se ritorna Dio ritorniamo noi dall’esilio e se ritorniamo noi dall’esilio allora ritorna Dio sulla terra.




PARROCCHIA SOLIDA, LIQUIDA…PROCESSUALE
Enzo Biemmi

La parrocchia: solida, liquida o… processuale? /1
10 settembre 2021 /La parrocchia: solida, liquida o… processuale? /1 – SettimanaNews

di: Enzo Biemmi
Dal 26 al 28 agosto ad Asiago si è svolto il primo incontro relativo al progetto “La Parrocchia del Triveneto: una sfida da accogliere”, organizzato dall’équipe coordinata da fratel Enzo Biemmi e sostenuta dall’ISSR di Verona e dalla Facoltà teologica del Triveneto. È l’inizio di un percorso che si snoderà in tre anni ed è sostenuto dalla CEI: un progetto di teologia pratica che approfondirà il grande tema della parrocchia in chiave missionaria. Pubblicheremo in tre puntate la relazione di fratel Biemmi.
Questo intervento non intende fare la sintesi dei lavori di gruppo (già presentata), ma di collocare quanto è emerso dai racconti in una riflessione pastorale più larga, in modo da renderci consapevoli della direzione da prendere. Di fatto, è il solo intervento propositivo di questa nostra tre giorni e per questo abbiamo voluto prepararlo con una certa cura. È una riflessione che vi propongo come referente di questo progetto, ma è stata condivisa all’interno di un piccolo gruppo di noi in due tappe successive. È quindi anche il risultato di un lavoro comune. La proposta è divisa in tre parti.
La problematica
In questo primo punto proviamo a ridire in sintesi qual è la situazione rispetto alla parrocchia, i problemi che si pongono, le domande che ci facciamo. Cosa appare chiaro?
In Europa ci troviamo da tempo di fronte all’“arretramento o fine della civiltà parrocchiale” secondo l’espressione di Christoph Theobald.[1] L’affermazione piuttosto cruda non dice di per sé che sia finita la parrocchia (anche se più di uno lo crede) ma la forma della sua iscrizione sociale e territoriale tipica di una società di cristianità (coincidenza tra appartenenza civile e religiosa in un territorio preciso).
Se per alcune aree europee questo arretramento è già una fine, in altre, tra cui l’Italia, questo dato convive con un altro: continuità di una parziale identificazione, attese e domande proprie di una società di cristianità, la parrocchia come luogo di servizi religiosi. Questo costituisce una delle fatiche e delle frustrazioni più grandi per i parroci e gli operatori pastorali. Come si fa a parlare di “missione” quando quelli che vengono continuano a chiederci di essere una stazione di servizio?
In questo quadro si è inserita brutalmente la pandemia. «La pandemia è stata come una grande burrasca (o tempesta), che dall’albero parrocchia ha fatto cadere tante foglie e qualche ramo: l’albero ora è più spoglio e lascia vedere con chiarezza nodi problematici». «Ha funzionato anche come lente di ingrandimento, evidenziando problemi che c’erano anche prima e su cui anche prima riflettevamo in forme diverse (con l’impressione di essere in ritardo…): ad es. nel campo dell’IC, della corresponsabilità/ministerialità, del rapporto con il territorio… In questo senso la pandemia sembra aver agito da “acceleratore”».[2] Nello stesso tempo, la pandemia ha obbligato a smettere alcune cose e fatto nascere, come la tempesta Vaia, una nuova generatività anche se fragile. Capiamo bene la frase di papa Francesco: «Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla».
A partire soprattutto dagli anni ’80 la reazione delle diverse Chiese europee è stata di dedicare tutte le proprie energie alla ricomposizione del territorio ecclesiale: come reimpiantare la Chiesa in una cultura che l’ha emarginata o espulsa. Questo è stato fatto secondo una duplice strategia:

  • quella della resistenza, che consiste nell’accettare l’esculturazione del cristianesimo in Europa, puntare sulla sua crescita e vitalità in altri continenti e qui costituirsi come “piccolo resto” più evangelico, con un ruolo contro-culturale di testimonianza. Il problema, secondo questa strategia, non è il cristianesimo e la forma di Chiesa, perché la fede è sempre uguale a se stessa, il problema è questa cultura. Non si parla quindi di riforma, ma di resistenza e radicalità di una minoranza;
  • quella del ripensamento dell’identità del cristianesimo, della forma di Chiesa, della sua iscrizione territoriale, non contro ma dentro l’attuale cultura, di una rivisitazione del cristianesimo discendendo «verso quei “luoghi” elementari dell’esistenza umana e sociale dove nascono le nostre convinzioni».[3]

Per quanto riguarda il ripensamento della parrocchia nella sua modalità organizzativa, questo ha preso forme diverse riassumibili in due: le unità pastorali o aggregazioni simili; il rimodellamento interno alle parrocchie secondo modalità diverse in base ai contesti culturali e sociali. Il contesto urbano, per esempio, vede già volti di parrocchie molto diverse tra di loro.
La strategia di riorganizzazione, quando si è basata essenzialmente sul criterio del numero dei preti e quello di coprire un territorio sempre più vasto conservando tutto, ha mostrato in questi anni molti limiti, di natura diversa. Le “unità pastorali” come tentativo di soluzione possono essere nient’altro che un modello tridentino, portandolo al sovraccarico e qualche volta al collasso, aumentando i problemi organizzativi e il peso sulle spalle dei preti che restano e dei pochi laici che collaborano.
Arnaud Join-Lambert, di area belga, afferma: «La nostra ipotesi è che si sia fatto ricadere sulla parrocchia più di quanto essa non potesse accogliere (“tutto, per tutti, in un luogo”) in scala sempre più grande» (l’unità pastorale come la “parrocchiona”). Aumentare l’impegno organizzativo diminuisce sempre di più la possibilità per la comunità ecclesiale di rispondere alla necessità di vivere il vangelo e di annunciarlo. Anche i laici associati sperimentano questa fatica.
François Moog dice che le unità pastorali e i gruppi pastorali che sono nati per sostenerle sono spesso una variante ecclesiologica del modello precedente, in quanto sono sempre “alcuni” ad avere l’incarico del tutto e per tutti.[4]
Queste osservazioni suonano come un giudizio pesante su quanto fatto finora, ma non mettono di per sé in discussione la scelta (per tanti versi inevitabile se non l’unica possibile), ma invitano a verificare i criteri con la quale è stata fatta e viene condotta.
In alcuni gruppi questa questione è stata affrontata e i due racconti sono, da questo punto di vista, confortanti: si può rimodulare la presenza della Chiesa su un territorio non per semplice ampiamento di scala, ma facendo di questo un modo di mettere in atto un nuovo stile e un nuovo modo di essere comunità. C’è ampio consenso sull’appello a una conversione missionaria della parrocchia e di tutte le forme pastorali. Due i numeri di EG che fanno da riferimento: il n. 27[5] e il n. 28.[6] Il codice “conversione missionaria” è ormai un dato condiviso, sia dai pronunciamenti del magistero,[7] sia dalla riflessione teologico-pastorale, sia da chi lavora alla base. Così condiviso e così ripetuto da divenire uno slogan.
Ma proprio su questo punto emerge un problema: come transitare dal modello attuale di parrocchia a una Chiesa missionaria? Il problema è pratico. Il problema sono i processi di transizione, il “tuilage[8] tra una forma presente e una da creare: come transitare il cambiamento.[9]
Infine – e non è poco – resta da chiarire se la parrocchia è in grado di cambiare, visto che si tratta di una istituzione di per sé nata per il mantenimento e la conservazione e che non ha nel suo DNA una logica missionaria. O, al di là delle dichiarazioni e della difesa a spada tratta del “cattolicesimo popolare italiano”, questa parrocchia non è in grado di cambiare ed è meglio che gradualmente scompaia, a favore di altre forme di vita ecclesiale sorte in questi ultimi tempi? Continuiamo o no a puntare sulla parrocchia?
È su questa questione di fondo che tornerò alla fine di questa riflessione, perché è su questo che siamo chiamati a fare una scelta di campo.
Alcune convinzioni condivise
Dentro questo quadro, ricco di sfide e di interrogativi, si sono già delineate alcune convinzioni e anche alcuni indicatori di direzione, che proviamo semplicemente a nominare. Sono dei punti di riferimento abbastanza condivisi.
1) Una prima convinzione, rafforzata dal Covid ma già presente prima, è la necessità di tornare all’essenziale. Questo richiede un atto di discernimento che consiste nel riconoscere quello che finisce e quello che emerge nei cambiamenti attuali di società e di Chiesa. «Che cosa è essenziale nella vita della comunità cristiana, nella vita di fede, nel variare delle condizioni? In quali forme l’essenziale si può ridisegnare in modo che la perdita di una modalità non significhi perdita della vita nella fede? A livello di celebrazione-preghiera, di catechesi-formazione, di carità?».[10] È la domanda che ci siamo fatti nei gruppi.
2) La condizione per questo discernimento sull’essenziale è che la Chiesa non rimanga attaccata alle proprie strutture. La Chiesa non deve difendere le sue strutture, perché è cosciente di una missione che la supera e la anticipa: corre sempre dietro alla sua forma. Di conseguenza non è attaccata alla struttura parrocchiale come tale. Ciò che le importa è di dare al popolo di Dio la possibilità e i mezzi concreti di riunirsi, di praticare la fede e di avere il loro posto nella società.[11]
3) Nel ripensamento della parrocchia, quello che è in gioco non è solamente e tanto un rimodellamento istituzionale, ma una vera riforma interiore della Chiesa, di cui non conosciamo ancora tutte le conseguenze. Nella relazione costitutiva tra strutture e figura di Chiesa, la conversione delle strutture è condizione per una riforma di Chiesa.
4) Due sono le coordinate che devono orientare l’evoluzione missionaria della parrocchia: l’assunzione comune della missione di annuncio del vangelo, rendendolo disponibile a tutti; il posto e lo statuto della comunità cristiana nella società, come prossimità e segno della carità di Cristo. Queste sono le condizioni perché abbia senso accettare volentieri di essere una minoranza evangelica, e non una setta o un’espressione di controcultura.
5) Nel compito di rendere a tutti disponibile il vangelo (che è la prima coordinata) è prioritario che la parrocchia si configuri come lungo che si prende cura della fede di chiunque o fede elementare (Theobald), cioè della fiducia nella vita che mantiene la sua promessa di riuscita (di salvezza) contenuta già in ogni nascita. In questo senso per missione va inteso prima di tutto il servizio al Regno e non alla Chiesa e al suo accrescimento. Il riferimento diventano gli incontri di Gesù con la gente, non finalizzati prima di tutto a fare discepoli, ma a restituire vita. L’iscrizione della fede nelle esperienze fondamentali della vita è, dunque, la prima forma di “Chiesa in uscita”, dal mondo sacro alla vita delle persone. La vita della gente è alfabeto di Dio. Se una parrocchia fa questo, essa è missionaria.
6) Nello stesso tempo, la parrocchia va riconfigurata in modo che sia in grado di proporre nella libertà la fede discepolare o cristica, attraverso il kerigma come è inteso da EG 164,[12] e di nutrire la vita di fede dei credenti attraverso l’ascolto della Parola, momenti di interiorità, spazi di condivisione e di solidarietà, come indicato dalla prima comunità cristiana nel libro degli Atti.
7) La prossimità è la seconda coordinata di una parrocchia missionaria. Essa si esprime come solidarietà verso ogni forma di emarginazione, esclusione, violenza e ingiustizia e si traduce in un contributo per una umanità più fraterna e solidale, rendendo prossima la signoria di Dio.
8) L’assunzione della missionarietà come criterio di riforma chiede anche una rivisitazione dei funzionamenti interni della comunità, uno stile sinodale e di corresponsabilità, un’estensione della ministerialità, una ridefinizione del ministero del presbitero non nella linea del “pivot” (che sa circondarsi dei fedeli) ma del traghettatore, che sa realmente “esistere” per mettersi da parte, che esercita l’autorità per autorizzare i fedeli a divenire liberi e autonomi.[13] Un’altra immagine significativa per ridire nella prospettiva di una comunità missionaria la funzione del presbitero è quella del servizio «delle midolla e delle giunture» (Eb 4,12), del servizio di comunione che veglia alla crescita della comunità.
Quello della sinodalità dal basso e del ripensamento delle ministerialità ecclesiali sarà il nostro secondo punto di osservazione il prossimo anno.
Dalla condizione della secolarizzazione e dal dramma della pandemia esce una Chiesa ferita come la società in cui essa vive, dimagrita e interrogata (Laiti). Proprio questa condizione di fragilità appare favorevole per lo scongelamento delle sue strutture attuali e la loro rimodulazione in chiave missionaria.


[1] Christoph Theobald, Urgenze pastorali. Per una pedagogia della riforma, EDB, Bologna 2019, 81.
[2] Giuseppe Laiti, Verso una chiesa tra le case della gente. Prima lettura delle “schede di ritorno”. Si tratta della sintesi presentata da don Giuseppe Laiti sul lavoro di discernimento del clero di Verona nell’anno pastorale 2020-2021.
[3] Theobald parla di “accommodement” e di “dépassement”.
[4] Fançois Moog, La Participation des laïcs à la charge pastorale. Une évaluation théologique du c. 517 § 2 (Théologie à l’Université 14), DDB, Parigi 2010.
[5] «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione…».
[6] «La parrocchia non è una struttura caduca; proprio perché ha una grande plasticità, può assumere forme molto diverse che richiedono la docilità e la creatività missionaria del pastore e della comunità».
[7] Va segnalato in particolare per la Chiesa italiana il documento sulla conversione missionaria delle parrocchie, che ha anticipato molti temi presenti in Evangelii gaudium: CEI, Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia, 2004.
[8] Si veda : Le “tuilage” en pastorale. Comment faire du neuf sans désavouer le passé? «Lumen Vitae» 2020 n. 4.

[9] Si tratta di tenere in tensione due versetti del vangelo: «vino nuovo in otri nuovi» (Mc 2,22) e «Ogni scriba divenuto discepolo è simile a un padrone di casa che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).
[10] Giuseppe Laiti, ibidem.
[11] Mgr Claude Dagens, Le réaménagement des paroisses en France. Une réforme intérieure, in Les regroupement paroissiaux. Bilan et perspectives, «Lumen» Vitae 2012, n° 1, 104.
[12] «Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti».
[13] Christoph Theobald, Urgenze pastorali, o.c., 248.


La parrocchia: solida, liquida o… processuale? /2
di: Enzo Biemmi. 17 settembre 2021/La parrocchia: solida, liquida o… processuale? /2 – SettimanaNews

Dopo aver descritto la situazione attuale delle parrocchie sul nostro territorio e aver tracciato alcuni punti di condivisione, l’autore mette a confronto due ipotesi contrapposte di parrocchia: una parrocchia “liquida”, totalmente destrutturata, oppure una parrocchia ancora presente sul territorio sia pure in modalità diverse? Dai racconti sintetizzati nei lavori di gruppo e dalle convinzioni circa i passi possibili, nasce la domanda evocata alla fine del primo punto, domanda a cui dobbiamo dare una risposta: la parrocchia è in grado di assumere una postura missionaria o è meglio fare affidamento ad altre forme di vita ecclesiale? Qualcuno pensa che la parrocchia non abbia possibilità di evoluzione e che si tratti di pensare forme visibili di Chiesa totalmente diverse. Possiamo far credito alla capacità delle parrocchie di divenire missionarie o dobbiamo chiedere loro di lasciare il testimone a queste forme nuove di vita ecclesiale? Presento a questo proposito due posizioni diverse, poi dirò come si configura la nostra scelta in questo lavoro triennale appena avviato.
L’ipotesi di una parrocchia “liquida”.
Prende forma, prima di tutto, l’ipotesi di una parrocchia liquida. Possiamo fare riferimento, tra gli altri, ad un articolo di Arnaud Joint-Lambert, pubblicato anche in italiano sulla Rivista del Clero.[1]
Trovandoci in una cultura liquida, l’autore propone una presenza pastorale liquida, attribuendo all’attuale parrocchia definita “solida” (utilizziamo il linguaggio proposto dall’autore) una sola delle funzioni della presenza ecclesiale, quella per i già appartenenti (lo zoccolo duro, diremmo noi) o comunque per quelli che ci passano di tanto in tanto in cerca di servizi religiosi.
A partire dalla constatazione che «il tempo della Chiesa al centro del villaggio è finito», l’autore prende in esame il moltiplicarsi di modalità di presenze di Chiesa non parrocchiali, in particolare in aree ormai radicalmente secolarizzate. Prende come esempio le Citykirchen (chiese della City), nate nei centri urbani germanofoni, la cui caratteristica è di andare verso le periferie esistenziali. «La City è una zona attrattiva, densa, dinamica, dove si mescolano impiegati e passanti, turisti e clienti. In tale contesto sono sorti luoghi aperti a tutti, descritti come “oasi di silenzio”, “luoghi di maturazione della fede”, “luoghi di pausa”. Le Citykirchen sono sia una Chiesa deparrocchializzata, riadattata alla finalità del progetto, sia una costruzione nuova adattata al progetto. Le Chiese storiche e turistiche sono talvolta l’occasione di progetti del genere». Ora, «quando gli operatori pastorali non sono più impegnati “per tutto” e “per tutti” come è nelle parrocchie (pensiamo soprattutto ai funerali, ai sacramenti e alla catechesi), si liberano tempo ed energie per altre cose, più creative, singolari e di tipo evenemenziale»[2] e quindi missionarie.
«Facendo eco alle Idee di Platone, questi luoghi d’incontro sono contrassegnati dal Bello (esposizioni, concerti, creazioni artistiche e culturali ecc.), dal Bene (sostegno ai migranti, alle persone precarizzate ecc.) e dal Vero (formazioni, conferenze, scambi ecc.)». «Il contatto diretto e fisico con tutti coloro, uomini e donne, che sono lontani dalle parrocchie è l’obiettivo comune di tali iniziative».
Il punto di vista dell’autore è il seguente: «le Chiese sono oggi poste di fronte alla sfida della missione “per tutti”, che le parrocchie non svolgono più. Si tratta di moltiplicare luoghi simili, che non pretenderebbero di rappresentare il “tutto”, ma offrirebbero l’incontro attorno a una dimensione dell’esistenza, un’ospitalità, una convivialità o un sostegno». «Per la Chiesa si tratta di proiettarsi in un modo diverso di svolgere la propria missione, che chiameremo la “parrocchia liquida”».
In questa direzione, le parrocchie-solide (quelle nostre attuali, per capirci) sarebbero ormai solo una delle componenti delle parrocchie-liquide, una forma tra tante e quella che, di fatto, ha meno potenziale missionario di tutte.
Come si articola la proposta di una parrocchia liquida? Fondamentalmente attorno a tre dimensioni:

  • L’accompagnamento delle fasi della vita della gente, per periodi stabili ma provvisori (battesimi, prime comunioni, cresime, matrimoni, funerali). Questo aspetto potrebbe essere quello gestito dalla parrocchia solida. In questo compito c’è anche l’eucaristia domenicale.
  • C’è poi tutta la pastorale degli eventi, di proposte legate ai diversi carismi, caratterizzate dalla creatività e libere da ogni struttura.
  • E poi c’è la cura della dimensione mistica, attraverso proposte di preghiera e di salutare solitudine.

Quel che conta è capire che l’obiettivo di questa liquidità tridimensionale è di salvare il per tutti.

  • Dentro tutta questa liquidità pastorale, una posta in gioco oltre il “per tutti” sono le relazioni: creare luoghi di relazioni umane, che sono appunto carenti nella cultura liquida. La sfida è mantenere la comunione dentro questa varietà di comunità.
  • Questa posizione va ben oltre l’autore citato e ben oltre l’area germanofona. Ad esempio, troviamo una posizione simile e ancora più accentuata nel mondo protestante anglosassone, dove si parla di una forma di Chiesa caratterizzata dalla “misted economy[3](economia mista), per indicare l’insieme di forme di chiesa non strutturate, diversificate, creative, e per questo missionarie.

Queste forme, nate in America del nord in modo contrapposto alle parrocchie tradizionali, nel Regno Unito si sono sviluppate in una modalità più pacifica e dialogale. Un rapporto del 2004 in Inghilterra recensisce dodici tipologie di queste nuove forme di Chiesa, alcune delle quali conosciamo perché sono entrate anche da noi.
È anche la posizione in Italia ad es. di Andrea Riccardi rispetto alla presenza della comunità cristiana nelle grandi città.[4]
Se mi sono soffermato su questa prima ipotesi, è perché non è una teoria. In parte è già in atto anche da noi ed è una tendenza che affascina, soprattutto – come sappiamo – le ultime generazioni di preti, molti dei quali non provengono più dalle parrocchie, ma, per esempio, da momenti forti come le giornate mondiali della gioventù, o da esperienze spirituali dei movimenti, o da un viaggio a Medjugorje, o dalla partecipazione alla proposta dei 10 comandamenti… quindi da eventi puntuali, da una di queste forme definite “Chiese emergenti”. È una proposta che attira, perché libera dalla gestione delle strutture parrocchiali, implica fortemente, permette al prete di avere la sensazione di vivere veramente il proprio ministero spirituale, di esercitare una leadership spirituale, ha un effetto missionario visibile e gratificante.
Questa dunque è una prima ipotesi in cui collocare i criteri indicati sopra e quelli emersi dai gruppi: andare verso una parrocchia missionaria significa derubricare quella attuale (lasciandole un compito di gestione di momenti precisi) e dando spazio a variegate forme di Chiesa.
L’ipotesi di una parrocchia dei servizi religiosi che si mantiene in movimento
C’è però un altro modo di pensare il ruolo della parrocchia attuale e di intendere la sua missionarietà. Il sociologo Jean-Marie Donegani, in una conferenza tenuta alla Facoltà del Triveneto nel 2008,[5] prende le distanze da questa scelta di una parrocchia liquida, sia per motivi sociologici che teologici. Egli utilizza due modelli per interpretare la parrocchia nel contesto culturale mutato: il modello comunità (o “setta” secondo la dicitura sociologica) e il modello Chiesa come “servizio pubblico religioso” (anche qui utilizziamo il linguaggio sociologico, con tutti i suoi limiti). Rovesciando le nostre rappresentazioni egli ritiene più missionario questo secondo, nel senso in cui lo è stato Gesù nei suoi incontri con i personaggi del vangelo.[6].
Scrive: «Nei fatti le parrocchie non sono comunità nel senso sociologico del termine in ragione della grande diversità delle condizioni sociali delle persone che esse radunano, della pluralità delle culture che le abitano e della grande varietà del livello di implicazione delle persone che raggruppano (cioè dei loro livelli di fede). Se restringiamo, a partire dalla logica comunitaria, la destinazione della parrocchia al solo livello dei cristiani più impegnati, è la cattolicità della Chiesa che non è più onorata».
La socializzazione propria di una Chiesa “servizio pubblico religioso” «consente la partecipazione di tutti alla vita religiosa e rispetta le differenti soglie di implicazione personale grazie a un sistema di aggregazione molto largo e stabile. Mentre la “setta” funziona secondo un principio intensivo, la Chiesa funziona secondo un principio estensivo: raduna il più grande numero di persone e propone senso anche a coloro che non fanno esplicitamente parte del suo corpo. Mentre nel primo modello comunitario i credenti fanno la Chiesa, in questo secondo modello è la Chiesa che fa i credenti».
Donegani sa bene come reagiamo di pancia a una proposta di questo tipo, frustrati dal fatto di sentirsi ridotti a fornitori di servizi. Ma ci invita a superare la nostra fatica e i sospetti verso una parrocchia di questo tipo, dicendoci che «la sua prossimità e la sua visibilità sono dei segni della sua destinazione a ogni passante; segni della sua vocazione a interessarsi a ogni uomo senza emettere giudizi anticipati sulla qualità del suo desiderio di Dio».
Inoltre, afferma che «non è certo per il fatto che la parrocchia è stata storicamente concepita all’interno del quadro di una logica di appartenenza (quella propria del modello tridentino), che essa è incapace di onorare un’altra logica». Egli sostiene dunque quanto dice EG, la sua plasticità che la rende capace di divenire missionaria ma non elitaria.
Se accogliamo questa provocazione, ci dobbiamo allora chiedere come pensare una parrocchia non liquida (il che – come abbiamo visto – equivarrebbe a dissolverla a favore di altre forme di Chiesa) ma che sa “onorare un’altra logica” rispetto a quella dell’appartenenza o dell’inquadramento, una logica generativa che è un altro modo di dire “missionaria”. Come accompagnare la parrocchia attuale ad essere una comunità generativa?
Parrocchia connotata da “una stabilità processionale”
Vincenzo Rosito, docente di filosofia teoretica presso la Facoltà teologica San Bonaventura-Seraphicum di Roma, ci suggerisce la direzione[7] partendo dall’osservazione di una processione della statua della Madonna in un quartiere popoloso di Roma ormai largamente multietnico.
Guardando questa processione, Rosito supera la tentazione di relegarla semplicemente nella “sottoclasse” delle forme di pietà popolare, espressione residua della parrocchia tridentina. Questo camminare tra i quartieri, tra i palazzi nei cui piani bassi sono collocate delle moschee, in questo arcipelago etnico, viene da lui percepito come «un’azione collettiva che plasma e conferma la postura di una comunità in cammino, che rende visibile ed esperibile la gestualità della sequela, che attraversa lo spazio urbano rappresentando per tutti la prossimità itinerante del Dio di Gesù».
In altre parole, l’autore suggerisce, a partire dal contesto urbano, che la parrocchia può essere questo: una comunità in cammino, di sequela di Gesù, di prossimità con la gente. Questo si traduce «in una pastorale che assuma la fecondità della dimensione processionale e che faccia della processualità l’orientamento, lo stile e il metodo delle pratiche credenti». Una parrocchia “processuale” o “processionale”.
Per l’autore «la parrocchia non può limitarsi a diventare più “liquida” per incontrare le richieste di chi scorre nei flussi del pendolarismo urbano. Essa conserva una qualità da riscoprire e da valorizzare: l’ambivalenza».
«Il verbo greco paroikein è portatore di due significati apparentemente contraddittori, ma fecondamente complementari. Nel senso più comune paroikein significa vivere insieme ad altri, risiedere vicino o in prossimità di altre persone (la chiesa come casa tra le case della gente). Lo stesso verbo però viene quasi sempre impiegato nei testi biblici per indicare l’atto del peregrinare e quindi l’essere forestiero;[8] paroikein significa anche essere viandante e straniero. Comunità di residenza e di cammino, espressione della stabilitas ed esercizio di estraneità, luogo solido e accogliente che tuttavia conserva la mobilità di una tenda: sono queste le polarità che non possono mancare nella riconfigurazione pastorale della parrocchia davanti ai mutamenti attuali».
In altri termini, Rosito invita la parrocchia a vivere volentieri la sua ambivalenza, a non cadere nella tentazione della liquidità, a rimanere un luogo stabile, in cammino, seguendo Cristo, in prossimità con la gente di qualunque livello di fede.
Questo è un secondo modo di intendere la conversione missionaria della Chiesa e il passaggio verso una parrocchia missionaria.
È importante per il nostro cammino sulla parrocchia del Triveneto che portiamo il discorso fino a questo punto, altrimenti rimaniamo costantemente nell’ambiguità. Che posizione prendiamo di fronte a queste due proposte? In quale direzione intendiamo orientare la conversione missionaria delle nostre Chiese?


[1] Aranaud Joint-Lambert, Verso parrocchie ‘liquide’ ? Nuovi sentieri di un cristianesimo ‘per tutti’, «La Rivista del Clero Italiano»3 (2015).
[2] Parola sofisticata, dal francese “événement”, evento puntuale.
[3] Andy Buckler, L’Église émergente en contexte anglophone, in Evangéliser. Approches œcuméniques et européens, Jérôme Cottin et Elisabeth Parmentier (a cura), LIT Verlag, Zurigo 2015, 81-102.L’autore analizza e sostiene questo proliferare di forme di Chiesa, chiamate “Chiesa emergente”, rivolte a chi non fa parte delle nostre parrocchie. Si veda anche Eglises aux marges, Eglise en marche. Vers de nouvelles modalités d’Eglise, sous la direction d’Isabelle Grellier et Alain Roy, Travaux de la Faculté de Théologie Protestante de Strasbourg 15, Association des Publications de la Faculté de Théologie protestante, Strasbourg 2011.
[4] «La Chiesa non può irrigidirsi nelle sue istituzioni parrocchiali, non deve tracciare confini tra dentro e fuori, che spesso vuol dire chiudersi nelle strutture, ma popolare l’orizzonte della città globale di presenze ecclesiali molteplici, capaci di incontro, carismatiche, diversificate, prossime e dialoganti con la gente. La parrocchia urbana non è un fortilizio del cristianesimo… ma una realtà viva accanto ad altre realtà… La moltiplicazione nella città dei soggetti ecclesiali con caratteri diversi parte da una non assolutizzazione del territorio, ma anche nell’accettazione di cammini imperfetti, specie all’inizio, eppure capaci di crescita. Non si può controllare tutto… bisogna favorire questa libertà creativa. Non ci dev’essere timore di concorrenzialità nella pluralità, ma va fatto crescere un modo pluridimensionale di affrontare la realtà umana anche di un territorio» (Andrea Riccardi, La Chiesa brucia. Crisi e futuro del cristianesimo, Editori Laterza 2021, 207-208).
[5] Jean-Marie Donegani, C’è un futuro per la parrocchia? Soggettivismo, ricerca di senso e servizio della Chiesa, «La Rivista del Clero Italiano»6 (2008).
[6] Si veda tra gli altri apporti in questa linea: Valérie Chevalier, Credenti non praticanti, Qiqajon 2019, 47-72.
[7]Vincenzo Rosito, La parrocchia nella città che cambia, «Rivista del Clero» 6/2018.
[8] È il termine usato dai due discepoli di Emmaus nei riguardi di Gesù: “Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?”.


La parrocchia: solida, liquida o… processuale? /3
24 settembre 2021
di: Enzo Biemmi

Dopo i due articoli precedenti, l’autore presenta un’ipotesi di lavoro per il Triveneto, ma in realtà il discorso riguarda tutte le aree della Chiesa italiana che sentono l’urgenza di dare una risposta adeguata alla propria situazione, al proprio territorio e alla sua gente.La scelta di una posizione o di un’altra, che porta a orientare diversamente la pastorale, tanto più quanto si è responsabili di una parrocchia o di una diocesi, dipende da diversi fattori: dalla formazione che si è avuta, dalle convinzioni teologiche, dall’esperienza da cui si viene (come dicevo prima per i preti giovani), ma soprattutto dal contesto sociale e culturale che ci è proprio.

Un’indagine che continua
Il nostro contesto del Triveneto non è quello dell’area europea totalmente secolarizzata, neppure del mondo anglosassone protestante, tantomeno del nord America. Questo non significa non mettersi in reale ascolto di quanto ci viene da queste aree culturali, ma richiede un discernimento per una risposta adeguata alla propria situazione, al proprio territorio e alla sua gente.
È per questo motivo che il percorso che abbiamo iniziato e che procederà per i prossimi due anni percorre la seconda prospettiva di cambiamento missionario. Scommette sul fatto che il binomio parrocchia-missione non sia un ossimoro. Scommette sulla possibilità che la parrocchia possa essere questo spazio stabile e in cammino dietro al Signore che renda possibile sperimentare la prossimità di Dio per tutti i livelli di fede, tutte le culture, tutte le storie di vita delle persone, a servizio della fede elementare e, quando possibile, della fede discepolare.
Certo, questo richiede alla parrocchia di non essere gelosa di altre forme di accesso alla fede, di lasciarsi da esse interrogare, di ospitarle, sapendo che, alla fine, tutte le forme di accesso alla fede hanno necessità di strutturarsi, devono trovare un approdo sufficientemente stabile e ordinario, hanno bisogno di un riferimento non esclusivo, di un luogo che dica la cattolicità della Chiesa e dove l’eucaristia celebri e educhi a questa cattolicità.
Non è una scelta ideologica. È un’ipotesi di lavoro aperta. Non si tratta tanto di prendere posizione tra due visioni diverse, ma di metterci in ascolto di quello che accade nelle nostre comunità, di imparare dai racconti delle parrocchie che camminano, due dei quali abbiamo analizzato in questi giorni. Altri sette sono stati raccontati e accuratamente analizzati dal Progetto Parrocchia della Toscana e dell’Emilia-Romagna.
In questi racconti si vedono parrocchie che stanno diventando missionarie senza liquefarsi e senza sparire. Si vede soprattutto che non c’è più “la parrocchia” (monomodello) ma ci sono “le parrocchie”, non solo perché molte sono diventate unità pastorali, ma perché si stanno configurando in modalità molto diverse a seconda del territorio e della situazione culturale.[1] Queste parrocchie stanno integrando una pluralità di forme di accesso alla fede, rimanendo però un riferimento allo stesso tempo stabile e in cammino.
Senza, quindi, farne una scelta ideologica, riteniamo che sia questa la via da seguire verso una conversione missionaria per il nostro contesto del Triveneto. Proviamo dunque a lavorare per una parrocchia che faccia della “processualità” la sua modalità di conversione missionaria. Questa parrocchia può ospitare e favorire altre forme di accesso alla fede anche imperfette, senza che diventino esclusive. Di questo infatti si tratta: non sono tanto forme alternative di Chiesa (o “Chiese emergenti”) ma esperienze diversificate di accesso alla fede.
Dentro questa scelta possiamo allora valorizzare fino in fondo i criteri emersi dai racconti e dai gruppi e quelli che emergeranno nei prossimi due anni, dedicati all’ascolto di pratiche secondo l’angolatura della ministerialità/sinodalità e della presenza di prossimità al territorio.
Come sarà la situazione fra vent’anni?
Questa scelta rimane però aperta. Non è un modo rassicurante per dire: tranquilli, la parrocchia tiene, continuiamo così senza ascoltare altre sirene. È la scelta che oggettivamente ci sembra la più adeguata per il nostro contesto e la sua storia, ma è basata sulla consapevolezza che la riforma non la faremo noi, ma ci arriverà dalle sorprese di Dio.
Come saranno le cose fra vent’anni? Pur assumendo questa posizione, che ci sembra la più corretta, dobbiamo mettere in conto che ci siano delle conversioni e delle sorprese che non possiamo immaginare. I cambiamenti sono così veloci che non possiamo dominarli.
Ma quello che possiamo fare e che ci consola – e non è poco – è il fatto che l’agire pastorale da mettere in atto per questo cambiamento della parrocchia in prospettiva missionaria è il risultato di uno «sguardo non solo analitico, né esclusivamente missionario, ma essenzialmente contemplativo» (la famosa domanda di don Dario su dove è in tutto questo la spiritualità).
Alla luce della Evangelii gaudium
Terremo bene insieme le affermazioni di due numeri di EG.
«Sebbene certamente non sia l’unica istituzione evangelizzatrice, se è capace di riformarsi e adattarsi costantemente, continuerà ad essere «la Chiesa stessa che vive in mezzo alle case dei suoi figli e delle sue figlie» (EG 28).
«Abbiamo bisogno di riconoscere la città a partire da uno sguardo contemplativo, ossia uno sguardo di fede che scopra quel Dio che abita nelle sue case, nelle sue strade, nelle sue piazze. … Egli vive tra i cittadini promuovendo la solidarietà, la fraternità, il desiderio di bene, di verità, di giustizia. Questa presenza non deve essere fabbricata, ma scoperta, svelata» (EG 71).
Scriveva Martini: «lo Spirito c’è, anche oggi, come ai tempi di Gesù e degli Apostoli: c’è e sta operando, arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo, né svegliarlo ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro» (C.M. Martini, Tre racconti dello Spirito, Centro Ambrosiano, Milano 1997, p. 11).
Questa è la postura giusta dentro l’impegno di ripensamento delle nostre parrocchie: andare dietro ai percorsi che il Signore sta già facendo nel cuore delle persone.
«Solo Dio può generare qualcuno che possa partecipare alla sua vita. Allora la domanda che dobbiamo farci non è: come farà la Chiesa a suscitare nuovi cristiani? Quali strategie pastorali dovrà essa adottare per diventare più efficace? […] Dobbiamo invece porci su un altro piano: cosa accade fra Dio egli uomini e le donne che vivono all’alba di questo secolo? Quali percorsi prende Dio per incontrarsi con essi e farli nascere alla sua vita? E quindi cosa chiede alla Chiesa di cambiare, trasformare nella sua maniera tradizionale di credere e vivere, per assecondare quell’incontro?».[2]
Assecondare l’incontro tra Dio e gli uomini di oggi, incontro già in atto prima che noi arriviamo, è un bel modo di pensare con responsabilità ma anche senza ansie la conversione missionaria delle nostre parrocchie.


[1] Molto significativa a questo proposito è l’analisi fatta da Augusto Bonora, prete di Milano, che dialogando con l’articolo di Arnaud Joint-Lambert citato sopra, ritiene che la proposta di una parrocchia liquida non sia adeguata e propone invece di rafforzare quanto è già in atto: la presenza di parrocchie con tipologie diverse a seconda della situazione territoriale e culturale. Augusto Bonora, Sul futuro della parrocchia nella città. Attualità dei modelli della Chiesa apostolica, «Rivista del Clero Italiano», ottobre 2015.
[2] Henri Derroitte, Iniziazione e rinnovamento catechetico. Criteri per una rifondazione della catechesi parrocchiale, in ID. (ed.), Catechesi e iniziazione cristiana, Elledici, Torino 2006, p. 53.




La persona prima della vita
P. Ermes Ronchi

La persona prima della vita
padre Ermes Ronchi  (28-09-2003)

«Non era dei nostri». Quell’uomo che pure cacciava demoni, uno straniero capace di miracoli, di vera lotta contro il male, viene bloccato e diffidato. Ed è Giovanni che parla, il prediletto, l’aquila, detto il «Figlio del tuono», ma qui ancora figlio di un piccolo cuore. Ai dodici non importa che un uomo sia liberato dalla morsa del demonio. Prima viene la difesa del gruppo, del movimento, del partito, l’istituzione viene prima della persona. E così impoveriscono il mondo: l’indemoniato può attendere. «Non ti è lecito guarire di sabato!» avevano intimato gli scribi a Gesù. «Niente miracoli di sabato! La legge vale più della salvezza. La felicità può attendere». Non importa se un malato ritrova il sorriso, il sole, il vigore, il canto. Per loro conta di più la regola astratta. La vita può attendere. E così impoverivano Dio. Gesù risponde con una delle sue rivelazioni capaci di cambiare il corso della storia: la persona viene prima della legge, prima anche della verità. Chiunque fa del bene, chiunque dà un sorso d’acqua, un sorso di miracolo, è dei nostri. Si può camminare sulla strada di Cristo, anche senza essere dei Dodici. Si può essere uomini di Dio anche senza essere uomini della Chiesa, perché il Regno è più grande della Chiesa. E mentre tutti, partiti, chiese, famiglie, classi sociali, etnie, nazioni, ripetono: non sono dei nostri, il progetto di Gesù Cristo, l’uomo senza frontiere, si riassume in una parola sola: comunione con tutto ciò che vive. Gli uomini sono tutti dei nostri, e noi siamo di tutti. Quanti sono di Cristo e forse neppure lo sanno. Lottano contro i demoni di oggi, ingiustizia violenza volgarità; sono capaci dei miracoli dell’amore, dare vita e libertà e futuro a uno solo, alla propria famiglia, a cento fratelli. Fuori dall’accampamento, eppure profeti. «Fossero tutti profeti», esclama Mosé. E profezia è lasciarsi colpire dal grido dei mietitori defraudati (Giudici 5,4); imparare a sentire la sinfonia del pianto di un bambino; ascoltare il mondo e ridargli parola, perché tutto ciò che riguarda l’avventura umana riguarda me. Perché tutti sono dei nostri e noi siamo di tutti.
«Se il tuo occhio, la tua mano, il tuo piede ti sono di scandalo, tagliali...». Linguaggio estremo che ci ricorda la serietà della posta in gioco: è davvero possibile fallire la vita. Richiama ciascuno alla propria responsabilità: il «tuo occhio, la tua mano», «tu sei il tuo proprio rischio»; la colpa non è sempre degli altri, della società o della famiglia. Solo per le anime deboli la colpa è sempre altrove. La soluzione del male non è la mano tagliata, ma la mano convertita, mano di profeta dove Gesù pone un bicchiere d’acqua fresca anche per chi non era neppure dei nostri.




LA CHIESA NON PUO’ CHE ACCOGLIERE
P.Ermes Ronchi

La Chiesa non può che accogliere
padre Ermes Ronchi (19-09-2009)

Il Vangelo riferisce uno dei momenti di crisi tra Gesù e i discepoli.
Per paura non lo interrogano, per vergogna non gli rispondono, si isolano da lui: meglio il buio che la luce. Nei Dodici si esprime la mentalità che si dirama ovunque in tutte le vene del mondo: competere, primeggiare, imporsi, «chi è il più grande?».
A questa voglia di potere, che è principio di distruzione della convivenza umana, Gesù contrappone il suo mondo nuovo: «Se uno vuol essere il primo sia il servitore di tutti». Servo non per rinuncia, ma per prodigio di coraggio.
Servire: verbo dolce e pauroso insieme, perché il nostro piacere è prendere, accumulare, comandare, non certo essere servi. Invece servizio è il nome nuovo della storia, il nome segreto della civiltà.
Ma questo non basta, c’è un secondo passaggio: «Servitore di tutti» dice Gesù, senza limiti di gruppo, di famiglia, di etnìa, di chi lo meriti o non lo meriti, senza porre condizioni.
Ma non basta ancora, c’è un terzo gradino: «prese un bambino e lo mise in mezzo» il più inerme e disarmato, il più indifeso e senza diritti, il più debole tra gli ultimi!
«Se non sarete così…». Parole mai dette prima, mai pensate prima, scandalo per i giudei, follia per i greci, ma parole finalmente liberate come uccelli, come angeli, a raggiungere i confini del cuore. Diventate come bambini che vivono solo perché sono amati.
Gesù abbraccia il più piccolo perché nessuno sia perduto, non una briciola di pane, non un agnello del gregge, non due spiccioli di un tesoro. «Neppure un capello del vostro capo andrà perduto, neppure un passero cade a terra» e come potrebbe andare perduto un bambino? Da lì parte il Signore Gesù, dall’infinitamente piccolo inizia la sua cura perché nessuno si senta escluso. Dio e l’uomo hanno oggi nomi inusuali: servitore, bambino, ultimo! Il servitore di tutti, il bambino per cui il solo fatto di esistere è estasi, l’ultimo. Sono quelle parole abissali: o ti conquistano o le cancelli per paura che siano loro ad abbattere il tuo sistema di vita.
Il mondo nuovo, il mondo «altro» nasce da un verbo ripetuto quattro volte nell’ultima riga del Vangelo: «Chi accoglie uno solo di questi bambini, accoglie me; chi accoglie me non accoglie me ma Colui che mi ha mandato».
«La vulnerabilità della vita nella sua fragilità è il luogo da cui prende le mosse l’etica condivisa» (Ricoeur).
La Chiesa o è accogliente o non è. Accogliere un bambino è accogliere Dio. Il volto di Dio inizia dal volto dell’altro (Levinas).




CHE COSA E’ IMPURO?
Enzo Bianchi

Che cosa è impuro?di ENZO BIANCHI 

XXII domenica del tempo Ordinario
https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/12535-impuro
settembre 2018

Mc 7,1-8.14-15.21-23
1 In quel tempo si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. 2Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate 3– i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi 4e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, 5quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». 6Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me.
7Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. 8Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». 14Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! 15Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». [ 21Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, 22adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. 23Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».


Dopo la lettura del capitolo sesto del vangelo secondo Giovanni, lungo cinque domeniche, lettura che è stata una vera catechesi su Gesù quale “parola e pane della vita”, ritorniamo alla proclamazione cursiva del vangelo secondo Marco. Lo avevamo lasciato con il racconto della prima moltiplicazione dei pani (cf. Mc 6,30-44), lo riprendiamo al capitolo settimo, dove Gesù entra in controversia con alcuni scribi e farisei.
Costoro sono “venuti da Gerusalemme” in Galilea, come già era avvenuto quando, durante una discussione con Gesù sul suo potere di scacciare i demoni, lo avevano giudicato posseduto dal principe dei demoni e ne avevano condannato l’operare (cf. Mc 3,22-30). Ora invece contestano la condotta concreta dei discepoli di Gesù e ne chiedono conto alla loro rabbi. Il problema riguarda l’halakah, la pratica di precetti e prescrizioni ricevuti dalla tradizione e, nello specifico, il fatto che i discepoli prendono il loro pasto (lett.: “mangiano dei pani”) senza essersi lavati le mani, dunque con mani impure (aggettivo koinós). In verità la Torah, la Legge, rivolgeva il comando dell’abluzione rituale delle mani solo ai sacerdoti che al tempio facevano l’offerta, il sacrificio (cf. Es 30,17-21). Ma al tempo di Gesù vi erano movimenti che radicalizzavano la Torah e moltiplicavano le prescrizioni della Legge, con una particolare ossessione per il tema della purità. Tra questi vi erano gli chaverim (compagni, amici) e i perushim (separati, farisei), i quali consideravano molto importante la prassi del lavarsi le mani e di altre abluzioni in vista della purità, che poteva essere infranta a causa di contatti con persone o realtà impure.
Gesù lasciava liberi i suoi discepoli da queste osservanze che non erano state richieste da Dio, ma imposte dagli interpreti delle sante Scritture, i quali le dichiaravano “la tradizione”, attribuendole la stessa autorità riservata alla parola di Dio. Gesù faceva un’attenta operazione di discernimento, distinguendo bene ciò che era espressione della volontà di Dio e ciò che invece era consuetudine umana, norma forgiata dagli uomini religiosi che, assolutizzata, diventa un ostacolo alla stessa parola di Dio e una perversione della sua immagine. La Legge deve ispirare il comportamento ma, con il passare del tempo, le consuetudini e le osservanze rischiano di contraddire il primato della Parola, la sua centralità nella vita del credente. E sovente quanti invocano le tradizioni, rendendole “la tradizione”, lo fanno perché sono proprio loro ad averle pensate e create. In questo caso, però, anziché essere a servizio dell’uomo e della sua relazione di comunione con Dio, queste norme finiscono per essere alienanti, soffocano la libertà dei credenti, erigono barriere e tracciano confini tra gli esseri umani.
Di fronte a queste contestazioni di scribi e farisei, Gesù risponde attaccandoli: “Ipocriti, Isaia ha detto bene di voi, come sta scritto: ‘Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono solo precetti umani’ (Is 29,13). Sì, voi trascurate il comandamento di Dio per aderire alla tradizione degli uomini”. Gesù conferma l’ammonizione rivolta dal profeta al popolo di Gerusalemme e denuncia l’ipocrisia della distanza tra labbra che aderiscono a Dio e cuore che invece ne resta lontano. In quegli scribi e farisei vi era certamente la frequenza al culto, l’assiduità alla liturgia, la confessione verbale del Dio vivente, ma mancava un’autentica adesione del cuore, quella che chiede di realizzare ciò che si dice con le parole. È questione di unità della persona, di un cuore unito, non diviso, non doppio (cf. Sal 12,3)!
La critica di Gesù si fa aspra e radicale: “Annullate la parola di Dio con la tradizione che avete tramandato voi” (Mc 7,13). La volontà di Dio è misconosciuta, messa da parte, contraddetta, mentre il primato viene riservato alla pretesa tradizione. Proprio per questo il discernimento si fa urgente anche da parte del cristiano, e tale operazione si compie innanzitutto passando ogni osservanza e ogni prescrizione al vaglio del Vangelo, della parola e dell’azione di Gesù, e, di conseguenza, non dimenticando mai che è la carità il criterio ultimo capace di determinare la bontà o la perversione di ciò che viene richiesto. Scriveva Isacco della Stella, il grande abate cistercense del XII secolo: “Il criterio ultimo di ciò che deve essere conservato o cambiato nella vita della chiesa è sempre l’agápe, la carità”.
Gesù non ha mai contraddetto la Legge e le sue esigenze sulla volontà di Dio, anzi è sempre risalito all’intenzione del Legislatore, di Dio stesso, come già i profeti, affinché la Legge fosse accolta con il cuore e osservata nella libertà, con convinzione e amore. Ma di fronte alla tradizione e al moltiplicarsi dei suoi precetti, Gesù chiede ciò che egli stesso ha operato: il discernimento. La moltiplicazione dei precetti, infatti, accresce la possibilità di non osservarli, aumentando le occasioni di ipocrisia. “La parola del Signore rimane in eterno” (1Pt 1,22; Is 40,8), mentre le tradizioni evolvono in base ai mutamenti culturali e alle generazioni; e, seppur venerabili a causa dell’antichità, restano umane, involucro e rivestimento della parola di Dio.
Dopo aver indicato alcuni casi di contraddizione alla legge di Dio compiuti in nome dell’osservanza di precetti umani (cf. Mc 7,10-13), Gesù torna a rivolgersi alla folla chiamata attorno a sé e dice: “Ascoltatemi tutti e comprendete in profondità!”. Apertura autorevole e solenne che, in parallelo all’avvertimento conclusivo (“Se qualcuno ha orecchi per ascoltare, ascolti!”: Mc 7,16), mette in rilievo le parole rivelative di Gesù: “Non c’è nulla di esterno all’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Sono invece le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”. Parole brevi e apodittiche. Non c’è niente che possa rendere impuro il discepolo tra le realtà che sono fuori del suo corpo: né il cibo, né il contatto, né le relazioni. Ciò che invece rende impuro l’uomo viene dal suo interno e si manifesta nel suo comportamento. Si faccia attenzione e non si finisca per opporre, sulla base di queste parole di Gesù, interiorità ed esteriorità, che in ogni essere umano sono dimensioni inseparabili. Per Gesù, come per tutte le Scritture, “il male, il peccato è accovacciato alla porta” (cf. Gen 4,7) del cuore di ogni uomo e dal cuore è generato fino a manifestarsi nei sentimenti, nelle parole e nelle azioni.
Questo insegnamento di Gesù appare però in contrasto con le preoccupazioni di molti scribi, che insistevano soprattutto sul comportamento esteriore. Le sue parole non sono facilmente comprensibili, dunque egli è costretto, una volta ritornato in casa, lontano dalla folla, a rimproverare i discepoli perplessi e a esplicitare i nomi delle pulsioni, dei pensieri e dei propositi che rendono impuri: una lista impressionante di peccati, una delle più dettagliate di tutto il Nuovo Testamento. Significativamente, però, essa riguarda i peccati consumati contro l’amore, contro il prossimo, perché il peccato si innesta sempre nei rapporti tra ciascuno di noi e gli altri (cf. Mt 25,31-46), nelle relazioni: è nei rapporti umani che la legge di Dio chiede carità, misericordia, sincerità e fedeltà. Il male, l’impurità non sta nelle realtà terrene ma sta in noi, là dove noi affermiamo solo noi stessi e non riconosciamo gli altri.
Infine, tenendo conto del fatto che l’intera controversia nasce da una questione relativa alla tavola, si può trarre dall’intero ragionamento di Gesù un importante monito: non possiamo escludere nessuno dalla tavola e, se lo faremo, saremo esclusi noi dalla tavola del Regno! Quanto poi alla tavola eucaristica, non ne è escluso chi è peccatore, si ritiene tale e porge umilmente la mano come un mendicante verso il corpo del Signore, mentre dovrebbe sentirsi escluso chi non sa discernere il corpo di Cristo (cf. 1Cor 11,29) nel fratello e nella sorella, nel povero, nel peccatore, nell’ultimo, nel senza dignità.




SENZA DIO E SENZA CHIESA
Don Armando Matteo

Senza Dio e senza Chiesa.
23 febbraio 2017 (Settimana news).
di: Armando Matteo[1]

A dirci che le relazioni tra i giovani e l’universo della Chiesa cattolica le cose non procedano proprio tanto bene, non servono più neppure le indagini sociologiche. Si tratta di un dato di fatto ormai sotto gli occhi di tutti: c’è un pezzo di Chiesa che manca. Manca la domenica, manca negli itinerari post-cresima, manca nei seminari, nei noviziati, nei luoghi del discernimento pastorale; manca quasi ovunque si abbia a che fare con l’annuncio, la celebrazione e la pratica della fede nel Vangelo. Ed è proprio questa Chiesa che ci manca che sarà al centro delle attenzioni della prossima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, dedicata appunto al tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.
Da qualche settimana è stato pubblicato il documento preparatorio a tale evento, il quale proprio sulla questione prima citata del sempre più difficile rapporto dei giovani con la fede e con la Chiesa, non ha peli sulla lingua ed esprime chiara la sua: «… l’appartenenza confessionale e la pratica religiosa diventano sempre più tratti di una minoranza e i giovani non si pongono “contro”, ma stanno imparando a vivere “senza” il Dio presentato dal Vangelo e “senza” la Chiesa…».
I giovani stanno imparando a vivere senza Dio e senza Chiesa. Di questo si deve prendere atto con molta pazienza ma anche senza risentimento e senza scoramento. La Chiesa in uscita, a cui papa Francesco continuamente ci rinvia, deve trovare proprio qui uno dei suoi principali e fondamentali motivi di lavoro.
Le nude e crude parole del documento preparatorio suggeriscono ora un’attenta riflessione, in una triplice direzione: per prima cosa, provare a verificare la loro pertinenza nel contesto italiano, a partire dalle tantissime indagini sinora svolte al riguardo dell’esperienza religiosa delle nuove generazioni; in un secondo momento, provare a “dare ragione” del mutamento principale di questi giovani rispetto alla fede che va appunto nella linea di una sempre più crescente disaffezione; infine, iniziare a delineare i tratti di una Chiesa che sappia sul serio uscire dai propri schemi tradizionali, ormai non più all’altezza dell’attuale situazione, e che riesca a primerear – a iniziare qualcosa di nuovo – nel delicato e prezioso terreno di impegno pastorale rivolto al mondo giovanile.

Prima generazione incredula?
Le indagini sul rapporto tra giovani italiani e fede cristiana sono davvero tante e così conosciute tra gli operatori pastorali che non è necessario neppure enumerarle. Vale la pena, al contrario, fare lo sforzo di fissarne gli elementi più decisivi, le risultanze più nette.

1) La prima risultanza più chiara è il cosiddetto “salto generazionale”: il fatto cioè che coloro che sono nati dopo il 1981 rappresentano la fascia di popolazione più “lontana” dall’universo ecclesiale: c’è chi parla di popolazione “più estranea” all’universo cristiano, chi giunge a definirla semplicemente come “generazione post-cristiana”, sino a chi si interroga se non sia proprio una generazione senza Dio. Il dato riguarda la questione dell’autodichiarazione di cattolicità, di professione del credere, di assiduità alla preghiera personale e soprattutto alla frequenza ai riti religiosi. La cosa che colpisce in uno sguardo diacronico alle indagini è proprio lo stacco che cresce negli ultimi anni in modo progressivo, quasi geometrico più che matematico, tra la generazione dei Millennials e quelle precedenti.

2) Il secondo elemento è che nelle nuove generazioni non c’è più una sostanziale differenza di genere in merito alla realtà religiosa; anzi i mutamenti più evidenti sono esattamente sulla linea femminile. Per dirla con una battuta, il fatto è che piccole atee crescono! Questo è un grande inedito per il nostro cattolicesimo. Non c’è solo, dunque, un effetto del ciclo di vita, ma la manifestazione di un cambiamento più profondo in queste nuove generazioni.

3) Provando ad andare più in profondità, troviamo che nei nostri ragazzi e nei nostri giovani la religione rimane quasi sempre e quasi solo come una sorta di “rumore di fondo”, pur avendo per lunghi anni frequentato la parrocchia, gli oratori, le associazioni, i movimenti e l’insegnamento di religione a scuola. Insomma dopo 1.000 minuti di prediche, 5.000 minuti di catechismo e 500 ore di religione a scuola, nella maggior parte di loro la religione non incide quasi per nulla sul processo di creazione della propria identità adulta.

4) In molti resta una sete di spiritualità, ma molto spesso ha un carattere anarchico e molto centrato su di sé; va nella direzione di una sorta di benessere e sostegno psicologico che non in quella dell’apertura all’alterità. In ogni caso, tale ricerca di spiritualità resta, nella stragrande maggioranza dei casi, più un desiderio che non un impegno effettivo e concreto.

5) Emerge con particolare forza la centralità della testimonianza e dell’interesse religioso da parte degli adulti significativi e da parte dei pari, nel caso di gruppi giovanili religiosi, lì dove si può registrare l’interiorizzazione di un’identità religiosa integrata. Si tratta di una percentuale che si assesta intorno al 10% della popolazione giovanile.

6) Molti giovani sostengono che oggi sia diventato più difficile credere che nel passato e che pertanto le molteplici opzioni al riguardo – dalla non credenza all’impegno convinto e assiduo nella vita della Chiesa – abbiano ciascuna una propria validità.

7) Ovviamente sono confermate alcune cose ampiamente conosciute:

  • un deciso analfabetismo biblico;
  • una forma di semicredenza verso molti contenuti del dogma cristiano e anche verso la stessa persona di Gesù;
  • la fatica di riconoscere un valore specifico al testo del Vangelo rispetto ad altri testi del passato;
  • l’allergia verso una morale che si basi esclusivamente sul precetto e sull’interdizione;
  • lo scandalo verso forme di ricchezza e di potere che ostentano o che ricercano alcuni rappresentanti della Chiesa;
  • un giudizio negativo sulla Chiesa in generale, dal quale sono risparmiati solo papa Francesco e alcuni operatori pastorali, sebbene quasi mai, tra i giovani intervistati, si abbia uno specifico ricordo negativo delle esperienze religiose della fanciullezza e dell’adolescenza, nei termini di una religiosità repressiva, punitiva o colpevolizzante.

8) I ragazzi, infine, sottolineano che la novità di cui sono portatori in termini di aumento della disaffezione alla religione ha radici lontane: sicuramente nei genitori ma – non è da escludere – anche negli stessi nonni. Per usare un termine diventato di moda, dicono di essere non “la prima“, bensì “la seconda” quando addirittura non “la terza generazione incredula”.

Una lunga crisi di fede.
I dati sopra riportati confermano che siamo sostanzialmente di fronte a una radicalizzazione delle difficoltà del rapporto tra la religione cattolica e il mondo giovanile. Confermano appunto che cresce, anche in Italia, quell’ateismo giovanile di cui parla il documento preparatorio al prossimo Sinodo: l’ateismo di chi impara a vivere senza Dio e senza la Chiesa; ma restituiscono pure la percezione che i giovani non stanno fermi: si muovono, cercano qualcosa, hanno domande. Sono in ricerca di senso.
A mio avviso, questa situazione di oggettiva crisi di fede del e nel mondo giovanile non è da addebitare alla generazione dei Millennials, ma alla generazione degli adulti che li hanno generati. Siamo al termine di una lunga crisi di fede. Si tratta in verità di riconoscere che i dinamismi fondamentali della cinghia di trasmissione della fede, tra le generazioni, si sono inceppati. Ed è questa una verità che la comunità dei credenti fa fatica a cogliere, a causa dell’eccessiva enfasi data all’organizzazione parrocchiale dei percorsi di iniziazione cristiana che, alla fine, hanno messo in secondo piano la verità (e la sua concreta attualizzazione e il suo costante monitoraggio) dell’essenziale contributo dei genitori all’opera della trasmissione della fede.
Si impone pertanto una più ampia riflessione sull’effettiva consistenza dell’esperienza religiosa della generazione dei Baby boomers, genitori appunto dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze. La scarsa testimonianza che sono stati capaci di offrire ai loro figli, in merito alla qualità veramente umanizzante della fede cristiana, ci invita a cogliere, dietro un’appartenenza ecclesiale mai negata e anzi pure sostenuta e supportata, un profondo cambiamento del loro sentimento di vita, che ha di fatto marginalizzato nella loro stessa esistenza il riferimento al parola del Vangelo.
Non è, infatti, questa la generazione che ha inventato e che continua abbondantemente a coltivare il mito della giovinezza, del rinnovamento continuo, del cambiamento, dell’efficienza a tutti i costi, della grande salute, della prestanza sessuale ad ogni stadio della vita, del godimento, della libertà come disponibilità ad una continua rinegoziazione di ogni scelta esistenziale? Non è questa la generazione che, grazie al dono di un allungamento senza pari nella storia dell’umanità della propria speranza di vita, ha efficacemente esorcizzato e censurato dal discorso domestico e pubblico ogni riferimento alla durezza della vita, impastata di mancanza, di limiti, di malattia, di fragilità e infine di morte? E non sono proprio questi ultimi quegli snodi vitali, su cui si costruisce il possibile incontro tra le generazioni e la trasmissione di un sapere dell’umano, toccato e fecondato dalla parola del Vangelo?
Ci sembra di poter dunque dire che gli adulti di riferimento dei Millennials hanno certamente chiesto per loro i sacramenti della fede, ma senza alcuna fede nei sacramenti, li hanno portato in chiesa, ma non hanno loro portato la Chiesa, hanno insistito che essi dicessero le preghiere e leggessero il Vangelo, ma non hanno mai pregato insieme e letto insieme il Vangelo, hanno pure favorito l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche e private, ma hanno alla fine ridotto la religione ad una questione della scuola, oltre che della parrocchia. È mancata una testimonianza sul vivo di cosa significa “essere adulto che crede” ed è proprio questa mancanza che rende ragione del fatto per il quale i giovani del nostro tempo stiano imparando a vivere senza Dio e senza la Chiesa, stiano cioè sempre di più faticando a comprendere come e dove collocare l’esperienza della fede nel loro sempre più imminente ingresso nell’età adulta. Del resto, se non in questa risposta, in che cosa altro consisterebbe la testimonianza di fede degli adulti nei confronti delle nuove generazioni?

I compiti per l’azione pastorale
Andando incontro al prossimo Sinodo, la domanda vera, per gli operatori pastorali, è dunque la seguente: come aiutare i ragazzi ad incontrare il Dio e la Chiesa di Gesù, senza poter fare più troppo affidamento alle dinamiche familiari e a quelle della socialità diffusa?
Enuncio alcuni principi generali:

1) Partire dalla verità che oggi credere non è più facile per nessuno.
2) Spendere più energie per convertire gli adulti al loro compito educativo.
3) La priorità dell’iniziazione alla preghiera.
4) La Bibbia prima e dentro il catechismo.
5) Uscire dagli schemi troppo schematici dell’iniziazione cristiana.
6) Unire sacramenti e carità.
7) Creare una comunità di festa.
8) Scommettere sulla creatività digitale delle nuove generazioni.
9) Immaginare molto concretamente cosa significhi “essere adulto credente oggi in Italia”.

Se la meta è chiara, il cammino si aprirà da solo.


[1] don Armando Matteo, sotto-segretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede, professore di teologia fondamentale alla Pontificia Università Urbaniana di Roma e direttore della rivista Urbaniana University Journal. Nato a Catanzaro nel 1970. l suo recente libro Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni (Ancora; 118 pagine; 13 euro), uscito nel 2020, è stato inviato dal presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, a tutti i vescovi italiani. Uno strumento utile per una «rivoluzione evangelizzatrice delle comunità parrocchiali – si evidenzia nel volume – alimentando il coraggio necessario per andare oltre l’attuale “follia pastorale” di chi crede di riuscire ad ottenere risultati diversi, facendo sempre le stesse cose».