Pregare IL MISTERIOSO nella nostra storia

PREGHIERA DI CONTEMPLAZIONE di 13 Nomi di Dio

 Benedetto il tuo  Nome per sempre.

Dio Unico, ma non solitario; Dio santo, fonte di ogni santificazione.
Dio vivente da sempre e per sempre, senza tempo né luogo, Dio misterioso che ti sei rivelato in Gesù di Nazareth e ti fai trovare nei suoi piccoli fra noi.
Dio Amore che ti doni senza disperderti. Dio indifeso che ti fai da parte per lasciar spazio a noi creature della Tua
Dio che riveli la tua potenza cingendoti il grembiule del servizio.
Dio che doni nutrimento ad ogni vivente fidandoti delle nostre mani laboriose.
Dio Padre-misericordioso e non Padre-Padrone. Dio Madre e Sposo per chi si sente cercato da Te nell’inferno maligno di una lontananza.
Dio estremo, Tutt’Altro da ciò che pensiamo, celebriamo, diciamo di te.
Dio che sei risvegliato dai profumi dell’amore di poveri e pagani e non gradisci profumi di incenso senza giustizia, dono e perdono.
Dio sentinella vigilante sulle nostre tombe perché la morte non ci rapisca al tuo avvento.
Dio di promesse che tardano, perché un giorno per te è come mille anni.
Dio non geloso della nostra gioia e felicità, ma insidioso del nostro benessere che sfrutta la tua creazione e le tue umane creature.
Dio a bocca aperta per suggerire chi sei e chi siamo, per alitare vita e per convocarci in assemblea.
Dio pane friabile e vino di gioia per la tua e nostra domenica.




Voi in me e io in voi
P. Ermes Ronchi

VI Domenica di Pasqua Anno A
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

L’amore che ha cambiato la storia. padre Ermes Ronchi  (05-05-2002)

Se mi amate. Con questo verbo, il più importante del nostro vocabolario, che circondiamo di tanto pudore e di tante attese, Gesù entra nei nostri sentimenti più intimi, li rivendica per sé, ed è la prima volta, e per la storia che vuole cambiare. Non si tratta di un ordine, non di un imperativo, ma piuttosto di una constatazione: chi ama osserverà, diverrà per lui naturale, quasi un automatismo del cuore, osservare il suo comandamento, il nuovo, l’unico: amatevi come io vi ho amato (Gc 13,34). L’amore cambia la vita, non è un vago sentimento misto di fascino e di timore che Gesù propone: se ami non potrai ferire, tradire, derubare, violare, deridere, restare indifferente. Ama e fa quello che vuoi (sant’Agostino). Se ami non potrai che osservare una legge interiore ben più esigente di qualsiasi legge esterna. Ma è facile o difficile amare Cristo? Per sette volte oggi, nei sette versetti del brano, Gesù parla di unione: una passione di unirsi corre dentro la storia di Dio e dell’uomo. Passione di unirsi per cui Dio è diventato, in principio, il respiro stesso di Adamo; per cui per millenni ha cercato un popolo, profeti di fuoco, re e mendicanti, e infine una ragazza di Nazaret per entrare in comunione con l’umanità, comunione assoluta.
E qui Giovanni ricorre al verbo più importante della vita spirituale: essere-in. Non solo essere accanto, presso, vicino, ma essere-in. Dentro, immersi, uniti: lo Spirito sarà in voi… io sono nel Padre, voi siete in me e io in voi. Fino a che l’altro diventi tua dimora e tua casa. Tommaso d’Aquino diceva che l’amore è passione di unirsi alla persona amata. In Dio per primo c’è questa passione, lui per primo viene incontro, è lui che cerca casa, a noi compete il lasciarci amare, e questo è finalmente, gioiosamente facile e bello. Amare Cristo è facile come lasciarsi amare. Allora i comandamenti altro non sono che vie per l’unione, passione di fare ciò che Dio fa’, di partecipazione alla stessa energia di vita, di respirare il suo respiro non più un ordine esterno, ma un modo per assomigliare a Dio, espansione di una storia di comunione, il traboccare verso l’esterno di una sintonia interna. Questo è il comandamento: passione di unirsi a Dio e quindi di agire con lui e come lui nella storia, essere le sue mani, un frammento del suo cuore. Nessuna etica vive senza una mistica.
Non vi lascerò orfani, perché io vivo e voi vivrete. Orfano è parola ed esperienza legata alla morte. Ma chi ama vive, forte come la morte è l’amore, le grandi acque non possono spegnerlo, né i fiumi travolgerlo. Vivrete perché io vivo: la passione di unirsi è diventata passione di far vivere.

Il sogno di Gesù è abitare nell’uomo. Ronchi (26/05/2011)

Se mi amate osserverete i miei comandamenti. Nessuna minaccia, nessuna costrizione, puoi aderire e puoi rifiutarti in totale libertà: Gesù, uomo libero, è una parola liberante. Se mi amate osserverete i miei comandamenti Non si tratta di una ingiunzione, ma di una constatazione: quando ami accadono cose, lo sappiamo per esperienza: tutte le azioni si caricano di gioiosa forza, di calore nuovo, di intensità inattesa. Lavori con slancio, con pienezza, con facilità, come il fiorire di un fiore spontaneo. Osserverete i comandamenti miei. La costruzione della frase pone l’accento su miei. E miei non tanto perché dettati da me, ma perché da me vissuti, perché mia vita. Non si tratta di osservare i 10 comandamenti, ma la sua vita! «Se mi ami, metti in pratica la mia vita. Se mi ami, diventi come me!» Amare trasforma, uno diventa ciò che ama, le passioni modificano la vita. Se ami Cristo, lo prendi come misura alta del vivere, per acquisire quel suo sapore di libertà, di mitezza, di pace, di nemici perdonati, di tavole imbandite, di piccoli abbracciati, di relazioni buone che sono la bellezza del vivere.
Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Per sette volte nei sette versetti di cui è composto il brano, Gesù ribadisce un concetto, anzi un sogno: unirsi a me, abitare in me. Lo fa adoperando parole che dicono unione, compagnia, incontro, in una specie di suadente monotonia: sarò con voi, verrò presso di voi, in voi, a voi, voi in me io in voi. Uno diventa ciò che lo abita! Gesù cerca spazi, spazi nel cuore, spazi di relazione. Cerca amore. E il Vangelo racconta la passione di unirsi di Gesù a me usando una parola di due sole lettere in: io nel Padre, voi in me, io in voi. Dentro, immersi, uniti, intimi. Tralcio unito alla madre vite, goccia nella sorgente, raggio nel sole, scintilla nel grande braciere della vita, respiro nel suo vento. Gesù ribadisce che l’amore suo è passione di unirsi a me. E questo mi conforta: che io sia amato dipende da Lui, non da me; l’uomo può anche dire di no a Dio, ma Dio non può dire di no all’uomo. Tu puoi negarlo, lui non potrà mai rinnegarti.
Infatti: non vi lascerò orfani. Non lo siete ora e non lo sarete mai, mai orfani, mai separati. La presenza di Cristo in me non è da conquistare, non è da raggiungere, non è lontana. È già data, è dentro, è indissolubile, fontana che non verrà mai meno. E infine l’obiettivo di Gesù: Io vivo e voi vivrete: far vivere è la vocazione di Dio, Gesù è venuto come intenzione di bene, come donatore di vita in abbondanza (Gv 10,10). La sua è anche la nostra missione: essere tutti nella vita datori di vita. (Letture: Atti 8,5-8.14-17; Salmo 65; 1 Pietro 3,15-18; Giovanni 14, 15-21).

Il giogo leggero dei comandamenti del Signore.  Ermes Ronchi (Avvenire 18 maggio 2017 )

La prima parola è «se»: se mi amate. Un punto di partenza così libero, così umile, così fragile, così fiducioso, così paziente. Non dice: dovete amarmi. Nessuna minaccia, nessuna costrizione, puoi aderire e puoi rifiutarti in totale libertà.
Ma, se mi ami, sarai trasformato in un’altra persona, diventerai come me, prolungamento dei miei gesti, eco delle mie parole: se mi amate, osserverete i comandamenti miei. Non per dovere, ma come espansione verso l’esterno di ciò che già preme dentro, come la linfa della vite a primavera, quando preme sulla corteccia dura dei tralci e li apre e ne esce in forma di gemme e foglie.
In questo passo del Vangelo di Giovanni, per la prima volta, Gesù chiede esplicitamente di essere amato. Il suo comando finora diceva: Amerai Dio, amerai il prossimo tuo, vi amerete gli uni gli altri come io vi ho amato, ora aggiunge se stesso agli obiettivi dell’amore. Non detta regole, si fa mendicante d’amore, rispettoso e generativo. Non rivendica amore, lo spera.
Ma amarlo è pericoloso. Infatti il brano di oggi riporta sette versetti, in cui per sette volte Gesù ribadisce un concetto, anzi un sogno: unirsi a me, abitare in noi. E lo fa con parole che dicono unione, compagnia, incontro, intimità, in una divina monotonia, umile e sublime: sarò con voi, verrò presso di voi, in voi, a voi, voi in me io in voi.
Gesù cerca spazi, spazi nel cuore, spazi di trasformazione: se mi ami diventi come me! Io posso diventare come Lui, acquisire nei miei giorni un sapore di cielo e di storia buona; sapore di libertà, di mitezza, di pace, di forza, di nemici perdonati, e poi di tavole imbandite, e poi di piccoli abbracciati, di relazioni buone e feconde che sono la bellezza del vivere.
Quali sono i comandamenti miei di cui parla Gesù? Non l’elenco delle Dieci Parole del monte Sinai; non i comandi esigenti o i consigli sapienti dettati in quei tre anni di itineranza libera e felice dal rabbi di Nazaret.
I comandamenti da osservare sono invece quei gesti che riassumono la sua vita, che vedendoli non ti puoi sbagliare: è davvero lui. Lui che si perde dietro alla pecora perduta, dietro a pubblicani e prostitute, che fa dei bambini i principi del suo regno, che ama per primo, ama in perdita, ama senza aspettare di essere ricambiato.
«Come ho fatto io, così farete anche voi» (Gv 13,15). Lui che cinge un asciugamano e lava i piedi, che spezza il pane, che nel giardino trema insieme al tremante cuore della sua amica («donna, perché piangi?»), che sulla spiaggia prepara il pesce sulla brace per i suoi amici. Comandamenti che confortano la vita. Mentre nelle sue mani arde il foro dei chiodi incandescenti della crocifissione.




Una fiumana di resistenti esce dalle viscere della terra
P.E. Ronchi

Una fiumana di resistenti esce dalle viscere della terra.
Padre Ermes Ronchi – Avvenire (10 Aprile 2004)

Lunghe pellicole di oscurità, rari fotogrammi di luce. Il paradiso così vicino, la pace così vicina e poi subito perduti. I nostri giorni sembrano contestare la vittoria di Pasqua: ‘la morte ingoiata dalla vita‘, secondo la liturgia pasquale, continua invece imperterrita ad ingoiare figli. E non conforta ripetere con Qohelet: “non c’è nulla di nuovo sotto il sole“. Questa idea è biblica, eppure è sbagliata. C’è una cosa nuova sotto il sole, una cosa non prevista mai da nessuno, l’atto più rivoluzionario della storia: la risurrezione di Cristo. L’uomo ha trascinato Dio nella morte, ma la Vittima risuscita e trascina noi con lui, solleva il nostro pianeta di tombe verso un mondo diverso, “dove l’uomo non accetta più l’idea che il carnefice abbia ragione sulla sua vittima in eterno” (Max Horkheimer), dove gli imperi fondati sulla violenza e sulla menzogna crollano; dove le piaghe che la vita ha inferto a tutti i figli d’Adamo generano luce, costellazioni di gemme, dischiuse dalla primavera di Colui che ha nome Amante-della-vita.
Un articolo, quasi dimenticato, del Credo dice: “è disceso agli inferi”. Che cosa significa? Gli inferi sono il luogo dove Cristo inizia a risorgere, sono la profondità della materia, i sotterranei della storia, i luoghi del dolore, la dimensione oscura dell’uomo. Cristo è disceso nei miei inferi, negli oceani interiori che mi minacciano e mi generano per portarvi direzione, orientamento, luce. È disceso nelle vittime ed anche nei carnefici, perfino nel cuore di chi ama la morte, e lì opera come mite e possente energia, come seme di un mondo altro, come lievito di comunione, inizio di eternità.  Cristo è disceso ed è presente nel principio e nel fondo di ogni realtà, operante e vivo. Questa è la nostra speranza: non la mia forza, ma la sua presenza, non la mia energia, ma il suo sangue. Il sangue che ricopre il Crocifisso è sangue infuocato (O. Clement), che ancora scioglie, consuma, trasforma, sospinge.  E’ disceso agli inferi: “se cacceranno Cristo dalla terra noi lo incontreremo sotto terra! E allora noi, gli uomini del sottosuolo, intoneremo nelle viscere della terra un inno tragico, al Dio della gioia…“(Dimitrij Karamazov). Anche se Cristo sembra allontanato dalla casa del mondo, egli è nella stanza più intima del mondo. E coloro che non accettano che il mondo avanzi così, si perpetui così, coloro che vogliono cieli nuovi e una nuova terra, sanno che la Pasqua matura come un seme di luce nella terra, come un seme di fuoco nella storia.




In Francia sempre più persone scelgono la Chiesa cattolica

In Francia sempre più persone scelgono la Chiesa cattolica
di Andrea Galli
26 marzo 2026 (AVVENIRE) 

Superate anche le più rosee previsioni: c’è un aumento di quasi il 20% nei battesimi rispetto allo scorso anno. Crescono anche gli adulti che chiedono la Cresima

Le previsioni formulate su Avvenire all’inizio della Quaresima indicavano il superamento della soglia simbolica dei 20mila catecumeni in Francia. I dati ufficiali diffusi ieri (25 marzo) dalla Conferenza episcopale d’Oltralpe, riunita in assemblea plenaria a Lourdes, hanno confermato di gran lunga le previsioni. Dal dossier preparato dei vescovi emerge che nella prossima notte di Pasqua saranno battezzati 21.386 catecumeni, tra cui 13.234 adulti e 8.152 adolescenti. L’incremento rispetto al 2025 è oltremodo significativo: quasi +20%, con una crescita più marcata tra gli adulti (+28%) rispetto agli adolescenti (+10%). Per questi ultimi, il dossier precisa che il dato riguarda 89 diocesi, pari al 90% del totale, e che non è esaustivo perché non tutte le diocesi dispongono di un servizio dedicato al catecumenato adolescenziale.
Dal punto di vista anagrafico, il fenomeno è sempre più giovane. Tra gli adulti, la fascia 18-25 anni rappresenta il 42% dei battezzati, seguita dai 26-40 anni con il 40%; i 41-65 anni sono il 17%, mentre gli over 65 si fermano all’1%. Le donne restano maggioritarie, pari a circa il 62% del totale, mentre tra gli adolescenti la quota femminile sale al 65%, contro il 35% dei ragazzi.
Dal punto di vista professionale, i catecumeni adulti provengono prevalentemente dal lavoro dipendente: il 34% è composto da operai, tecnici e impiegati. Una quota rilevante è rappresentata anche dagli studenti (25%), mentre l’11% comprende insegnanti e figure con responsabilità di coordinamento. Seguono i lavoratori autonomi e le libere professioni (8%). Più contenute le altre categorie: il 4% è disoccupato, il 2% è costituito da genitori a casa e l’1% da pensionati. Nel complesso, i dati rispecchiano quelli dell’anno precedente.
La distribuzione territoriale resta prevalentemente urbana (71%), ma il fenomeno è ormai ben presente anche nelle aree rurali (29%).
Dalla rilevazione condotta su 1.450 catecumeni emerge che il percorso verso il battesimo nasce soprattutto da esperienze personali profonde. Il 40% indica come decisiva una prova della vita, come una malattia o un lutto, mentre il 34% parla di un interrogativo sul cristianesimo e il 32% una forte esperienza spirituale. Il 23% è stato colpito dalla bellezza di un luogo religioso, il 22% dalla lettura della Bibbia e il 19% dalla testimonianza di cristiani, in famiglia o tra gli amici. Più contenuto il peso delle relazioni dirette, come il fatto che un parente abbia chiesto il battesimo (16%), e ancora più marginale l’influenza dei social media e degli influencer cristiani, indicata solo dall’11% degli intervistati.
Accanto ai battesimi, cresce anche il numero degli adulti che ricevono il sacramento della Cresima: nel 2025 sono stati 11.218, contro 9.427 nel 2024 e 6.889 nel 2023, segno che l’aumento riguarda più in generale i percorsi di iniziazione cristiana nella Chiesa cattolica francese.




Chiamati alla luce
P.Ermes Ronchi

Chiamati alla luce della gioia di Dio
Ermes Ronchi (Avvenire 31/03/2011)

Una carezza di luce sul cieco. Gesù tocca e illumina gli occhi di un mendicante che ci rappresenta tutti. Una carezza di luce che diventa carezza di libertà. Chi non vede deve appoggiarsi ad altri, a muri, a un bastone, ai genitori, a farisei. Chi vede cammina sicuro, senza dipendere da altri, libero. Come il cieco del Vangelo che guarito diventa forte, non ha più paura, tiene testa ai sapienti, bada ai fatti concreti e non alle parole. Si nutre di luce e osa. Libero. Una carezza di libertà che diventa carezza di gioia. Perché vedere è godere i volti, la bellezza, i colori. La luce è un tocco di allegria che si posa sulle cose. Così la fede, che è visione nuova delle cose, crea uno sguardo lucente che porta luce là dove si posa: «Voi siete luce nel Signore» (Efesini 5,8).
I farisei, quelli che sanno tutte le regole, non provano gioia per gli occhi nuovi del cieco perché a loro interessa la Legge e non la felicità dell’ uomo: mai miracoli di sabato! Non capiscono che Dio preferisce la felicità dei suoi figli alla fedeltà alla legge, che parla il linguaggio della gioia e per questo seduce ancora. Funzionari delle regole e analfabeti del cuore. Mettono Dio contro l’uomo ed è il peggio che possa capitare alla nostra fede. Dicono: «I poveri restino pure poveri, i mendicanti continuino a mendicare, i ciechi si accontentino, purché si osservi il sabato! Gloria di Dio è il precetto osservato!». E invece no, gloria di Dio è un uomo che torna a vedere. E il suo lucente sguardo dà lode a Dio più di tutti i sabati! Ed è una dura lezione: i farisei mostrano che si può essere credenti senza essere buoni; che si può essere uomini di Chiesa e non avere pietà; è possibile “operare” in nome di Dio e andare contro Dio. Amministratori del sacro e analfabeti del cuore. Nelle parole dei farisei il termine che ricorre più spesso è «peccato»: «Sappiamo che sei peccatore; sei nato tutto nei peccati; se uno è peccatore non può fare queste cose»; anche i discepoli avevano chiesto: «Chi ha peccato? Lui o i suoi genitori?». Il peccato è innalzato a teoria che spiega il mondo, che interpreta l’uomo e Dio. Gesù non ci sta: «Né lui ha peccato, né i suoi genitori». Si allontana subito, immediatamente, con la prima parola, da questa visione per dichiarare come essa renda ciechi su Dio e sugli uomini. Parlerà del peccato solo per dire che è perdonato, cancellato. Il peccato non spiega Dio. Dio è compassione, futuro, approccio ardente, mano viva che tocca il cuore e lo apre, amore che fa nascere e ripartire la vita, che porta luce. E il tuo cuore ti dirà che tu sei fatto per la luce.
(Letture: 1 Samuele 16,1b.4a.6-7.10-13a; Salmo 22; Efesini 5,8-14; Giovanni 9,1-41)




SOBRIETA’
Lilia Sebastiani

SOBRIETA’

Lilia Sebastiani (ROCCA 01/11/07)

Virtù desueta, riportata in auge tal­volta (mai però definitivamente) da fasi difficili del­l’economia pubblica. La negativi­tà delle circostanze non aiuta, è chiaro, una sua comprensione positiva. La sobrietà non è comunque sino­nimo di povertà o qualcosa del genere, anzi la riflessione sulla sobrietà come valore ha senso e diviene possibile solo in un conte­sto sociale ‘ricco’, evoluto, complesso. È sinonimo di rinuncia? In parte sì – per­lomeno in quanto implica anche una libe­ra e consapevole rinuncia allo spreco -, ma non ha nulla di punitivo; in ogni caso, l’eventuale rinuncia è il risultato di un pro­cesso interiore di discernimento, di armo­nizzazione.
Sobrietà, virtù creativa.
Si tratta soprattutto di una scelta, un fatto di stile. E significa dare la priorità alle scel­te importanti e di valore. Questo può av­venire quando si pianifica il proprio bud­get, ma anche quando si riflette in un or­dine più vasto: essere sobri significa infat­ti saper discernere i veri valori – economi­ci, umani, spirituali – e stabilire delle prio­rità che rispettino in ogni caso il primato della persona umana. Non si possono offrire descrizioni, model­li standard, ‘ricette’ di sobrietà; non è pos­sibile misurarla, ancor meno possibile poi misurarne il merito. Forse una volta parlare di queste cose, in particolare dei peccati e delle virtù, era più semplice, più lineare, solo perché più sem­plice (non diciamo più facile!) era la vita, e poteva meglio esprimersi in riflessioni ‘in bianco e nero’ che oggi ci sembrano sem­plicistiche. Nel nostro tempo è diventato difficile: perché bene e male sono infinita­mente complessi e non possiamo non scor­gere talvolta qualcosa di bene nel male ­quanto a intenzioni ed esigenze – e qual­cosa di male nel bene quanto ai mezzi scelti o al fine con cui si agisce. Possiamo solo richiamare alcune linee di riferimento: coscienza, intelligenza e creatività perso­nale restano al centro e non potrebbe es­sere diverso. A volte fare delle cose secondo uno stile esemplarmente ‘sobrio’ non è interamente buono, anche se la cosa in sé fosse molto buona; perché talvolta quell’agire sobrio può essere ostentazione, che è tutto il con­trario della sobrietà. La sobrietà deve essere … sobria, quindi evitare gli eccessi, gli orpelli, le cadute di gusto, anche a proposito di se stessa. La so­brietà esagerata non è più sobrietà, ma pauperismo, squallore, fanatismo: tutti fe­nomeni sottilmente esibizionistici, che una volta fecero dire a qualcuno di cui non ri­cordiamo il nome che vi è più sobrietà (for­se la parola era diversa, ma analogo il pen­siero) in chi mangia solo caviale perché ne è ghiotto, che in chi mangia solo pane raf­fermo per partito preso. E talvolta, qui le cose cominciano a com­plicarsi seriamente, cose e atteggiamenti che in apparenza non potrebbero dirsi tan­to sobri, possono esprimere scelte essen­ziali, semplici, rispettose degli altri e del mondo …Il fatto è che la sobrietà non può esistere senza amore, senza discernimento. Come non può esistere senza bellezza.
Sobrietà, bellezza, eleganza.
Bellezza ed eleganza non sono escluse da uno stile di sobrietà, anzi oseremmo dire che vi sono irrinunciabili. La sobrietà è un valore, umanizza la con­vivenza umana, deve essere bella. Se in­forme e grigia, non è un valore e non può trasmettere il suo messaggio: un messag­gio di vita intensificata nei fondamenti e nel senso, non certo di vita impoverita. Perciò non è separabile dalla bellezza – anzi dall’ eleganza. E sappiamo che questo ter­mine può dar fastidio a qualcuno perché è troppo compromesso con i sistemi commer­ciali e manipolatori della moda e della pub­blicità, che notoriamente devono far leva sul senso di inadeguatezza degli utenti, e crearlo se non ce n’è abbastanza, non già allo scopo di rendere il mondo più elegante e più bello, bensì allo scopo di vendere quan­to più è possibile un certo prodotto.
La vera eleganza, come in teoria sanno tutti o quasi, non è appariscente, non deriva da un accumulo di accessori, di gioielli, o di firme; anzi, per sua natura, non può esse­re limitata a quanto si porta addosso. È fatta anche di gusto, di classe, di cortesia, di cultura, tutte cose senza le quali si po­trà al massimo essere ben vestiti e/o mo­daioli, rispettare tutti i dettami in vigore in una certa epoca e in un certo ambiente per quanto riguarda il modo di vestire, ma forse eleganti no.  E l’eleganza non si limita alle apparenze, anche se le coinvolge nell’insieme del mes­saggio. Se tutto il nostro modo di essere, e di ap­parire – sì, perché il nostro ‘fuori’ dovreb­be essere sacramento della nostra interio­rità, nonostante il limite e la perenne ina­deguatezza; anzi proprio per quello – non testimonia che scegliere la sobrietà signi­fica scegliere il meglio, in tutti i sensi, non abbiamo reso un bel servizio alla sobrietà, non ne siamo buoni testimoni…, o voglia­mo dire testimonial, per usare un termine del linguaggio pubblicitario? Etimologicamente l’aggettivo sobrius si oppone a ebrius, ‘inebriato’ – di vino o d’al­tro -, quindi senza controllo, eccessivo, sregolato, agitato… Da un certo punto di vista viviamo in una società ‘ebbra’, o che cerca di esserlo per sfuggire al grigiore e all’accidia (che cos’altro è la cultura dello ‘sballo’, dopotutto?). Una società protesa verso l’apparire e il consumare sempre di più, malata di apparenza, di narcisismo, di edonismo senza piacere, di efficientismo vuoto. Così potrebbe interessarci l’idea della so­brietà come declinazione nuova e più ac­cettabile della ‘temperanza’ (altra virtù desueta benché illustre, che sta nel qua­drivium delle virtù cardinali). Ma sobrietà e temperanza non sono la stessa cosa. La sobrietà parla soprattutto di cose, di beni e del modo di usarle, la temperanza coin­cide solo in parte e si riferisce anche e so­prattutto al dominio delle passioni. La riflessione sulla sobrietà nell’uso dei beni è un tema molto classico, le cui argo­mentazioni di fondo sono note a tutti; ma oggi appare come un ‘lavoro in corso’, per­ché la situazione è cambiata, le nostre co­noscenze ed esigenze, le istanze espresse e inespresse del mondo sono cambiate. Un esempio prosaico ma eloquente, dalla vita di ogni giorno: un caso, almeno nelle sue manifestazioni estreme, molto indaga­to dagli psicologi e anche da quei manuali di auto-aiuto che nei nostri tempi spunta­no veramente come funghi, offrendo tal­volta un’utile nocciolina di saggezza nasco­sta dentro un guscio di ovvietà così spesso e resistente che talvolta si vede solo quel­lo. Il caso, diciamo, di una persona ‘sobria’, o che comunque si considera o vorrebbe essere tale, che non getta mai via un og­getto vecchio (di qualsiasi genere; il caso degli indumenti è particolarmente istrut­tivo) perché – dice – «è ancora in buone condizioni», «potrebbe ancora essere uti­le» e via dicendo. Spesso le condizioni non sono affatto buone, le linee sono assoluta­mente fuori moda, il colore sbiadito; op­pure l’indumento stesso si riferisce a un’età e una conformazione fisica che non sono più quelle attuali. Spesso si accumulano così vere e proprie fatiscenti collezioni di roba vecchia che non può né ‘vivere’ né essere eliminata e neppure venire riciclata. È sobrietà que­sta? O forse è quasi il suo contrario, una forma di intasamento non solo dei propri spazi ma dell’esistenza?
Sobrietà e solidarietà.
La sobrietà è virtù relazionale: del resto crediamo che nessuna virtù, se vissuta in modo individualistico, sarebbe una virtù. Relazionale soprattutto in quanto pone l’accento sul valore dell’essere, del dare, sull’importanza dei legami veri e delle vere soddisfazioni, che presuppongono un con­testo di amore e di rapporti. Soprattutto dice uno stile di vita sostenibile e fraterno, libero dalla schiavitù del possedere, del consumare, dell’esibire; è recupero di un atteggiamento disinteressato, gratuito, estetico, stupore per la bellezza vera. La sobrietà è ricerca di qualità della vita, qualità dei rapporti, qualità dell’amore. Implica e richiede uno stile di vita perso­nale e collettivo meno ‘dissipato’ (notia­mo la doppia valenza!), più pulito, più so­lidale, più rispettoso dei poveri e della natura e delle stagioni, anche più ‘lento’ talvolta ma più intenso, più libero e libe­rante. Potrebbe significare un po’ meno illumi­nazione delle strade – la necessità di ve­derci bene è fuori discussione, ed è anche necessaria alla sicurezza, ma certe lumi­narie folli e disturbanti non servono a nul­la, non sono nemmeno belle da vedere; gli addobbi natalizi in città ai primi di novem­bre non hanno senso, servono solo a svuo­tare di senso la festa inflazionandone i se­gni nel tempo non festivo. Potrebbe voler dire un uso più saggio del riscaldamento e del condizionamento d’aria; la ricerca del benessere è giusta, mi­gliora la qualità della vita, del lavoro e an­che la vita interiore, ma perché negli inter­ni si dovrebbe giungere ad annullare il cli­ma di fuori e a dimenticare la stagione? Soffocare dal caldo in inverno o aver fred­do d’estate, non è nemmeno più un comfort, ma un’irragionevole schiavitù: implica un grande dispendio di denaro e di energia, e fa tutt’altro che bene alla sa­lute. È giusto e doveroso partire dall’attenzione ai propri consumi privati, ma guai a fermar­si lì, alla micro-sobrietà che ci fa sentire così ‘a posto’, lasciando però indisturbata la cul­tura dello spreco, dell’inquinamento e del­la follia auto distruttiva intorno. Siamo sempre più consapevoli della com­plessità dell’ economia, della ricaduta so­ciale e planetaria di ogni nostra scelta. E non è sempre un alibi di comodo, se subi­to ci chiediamo: consumare di meno non potrebbe significare contrazione di posti di lavoro? Consumare di meno, quindi pro­durre di meno, ergo guadagnare di meno, potrebbe essere una scelta legittima e so­stenibile per alcuni di noi, singolarmente; ma non significherebbe anche riduzione delle imposte, quindi meno denaro dispo­nibile per i servizi pubblici? Passare dal­l’economia della crescita all’economia del limite sarebbe conciliabile con una vita più autentica e sicura per tutti oppure aprireb­be problemi più gravi, oppure resterebbe pascolo riservato – anche se rigorosamen­te biologico! – di alcune pochissime ani­me belle, senza alcuna ricaduta sullo stile di vita complessivo? Non abbiamo una risposta pronta per l’uso, ma è importante sottolineare che sobrietà è discernimento, consapevolezza e impe­gno per la condivisione: è un modo di es­sere prima che una riduzione dell’ avere. Un vivere sobrio significa anche libertà dal bisogno di superfluo che intasa la nostra vita e i nostri spazi non meno del nostro spirito. Ma certo ‘rinunciare’ al superfluo non basta, e non amiamo questa espres­sione perché declinata in negativo. Occor­re un supplemento di riflessione sul no­stro quotidiano, in tutte le sue dimensio­ni. E forse questo a qualcuno potrebbe sembrare complicato, artificioso, mentre è ricerca di senso e un modo di dare mag­gior sapore alla vita. Significa anche acquisire progressivamen­te la capacità di distinguere tra i bisogni autentici e quelli imposti. Significa dare valore e importanza al proprio corpo, non solo in modo teorico ma nel quotidiano; significa anche trattarsi bene, insomma, ma senza ridurre tutto alla superficie e senza trascurare le esigenze, affettive, spi­rituali, intellettuali. .. Anche il nostro cor­po del resto si ribella, quando viene ridot­to alla superficie, all’esteriorità. Negli anni Settanta per un certo tempo si parlò molto di ‘austerità’, per rispondere a un momento difficile dell’economia con­nesso con una crisi energetica. Poi non se ne parlò più, anzi con gli anni Ottanta l’ostentazione, il lusso vero o apparente tornarono a ‘fare tendenza’, come si dice. L’austerità è sinonimo di sobrietà? Anche se l’uso delle parole non è univoco, cre­diamo di no: l’austerità si configura so­prattutto in negativo, come rinuncia e ri­strettezza, mentre la sobrietà è un valore positivo. Evolvendosi in sobrietà l’auste­rità si converte, si affina e diventa più sor­ridente e convincente. La sobrietà riguarda il rapporto con le cose, spesso fiorisce a partire dalla rifles­sione sulle cose, ma va oltre: coinvolge il rapporto con se stessi e con gli altri, con il tempo, con la proprie corporeità e anche con Dio. Significa edificare un modo di vivere non competitivo, non affannoso e caratteriz­zato da cronica mancanza di tempo, come troppo spesso è il nostro, anche quando sia povero di frutti o magari vuoto; un modo di vivere che non sia caratterizzato dall’effimero. Sì, il tempo è centrale nella riscoperta della sobrietà. Proporsi sempli­cemente di consumare di meno o di ridur­re i propri bisogni non condurrebbe molto lontano. La sobrietà implica scoprire o ri­scoprire il gusto del tempo che passa, la ri­scoperta degli scambi amichevoli, della re­lazione e insieme del silenzio. La capacità di lavorare con amore, senza diventare auto-forzati del lavoro, e insieme di vivere profondamente il riposo e la festa, di ricer­care l’autentico nutrimento per lo spirito.




Le tentazioni di Cristo sono anche le nostre
P. Ermes Ronchi

Le tentazioni di Cristo sono anche le nostre.
di Ermes Ronchi  (Avvenire 10/03/2011)
I Domenica di Quaresima Anno A

Il racconto delle tentazioni ci chiama al lavoro mai finito di mettere ordine nelle nostre scelte, a scegliere come vivere Le tentazioni di Gesù sono anche le nostre: investono l’intero mondo delle relazioni quotidiane.
La prima tentazione concerne il rapporto con noi stessi e con le cose (l’illusione che i beni riempiano la vita).
La seconda è una sfida aperta alla nostra relazione con Dio (un Dio magico a nostro servizio).
La terza infine riguarda la relazione con gli altri (la fame di potere, l’amore per la forza).
«Dì che queste pietre diventino pane». Il pane è un bene, un valore indubitabile, ma Gesù risponde giocando al rialzo, offrendo più vita: «Non di solo pane vivrà l’uomo». Il pane è buono ma più buona è la parola di Dio, il pane dà vita ma più vita viene dalla bocca di Dio. Parola di Dio è il Vangelo, ma anche l’intero creato. Se l’uomo vive di ciò che viene da Dio, io vivo della luce, del cosmo, ma anche di te: fratello, amico, amore, che sei parola pronunciata dalla bocca di Dio per me.
«Buttati e credi in un miracolo». La seconda tentazione è una sfida aperta a Dio. Quello che sembrerebbe il più alto atto di fede – gettati con fiducia! – ne è, invece, la caricatura, pura ricerca del proprio vantaggio. Gesù ci mette in guardia dal volere un Dio magico a nostra disposizione, dal cercare non Dio ma i suoi benefici, non il Donatore ma i suoi doni. «Non tentare il Signore»: io so che sarà con me, ma come lui vorrà, non come io vorrei. Forse non mi darà tutto ciò che chiedo, eppure avrò tutto ciò che mi serve, tutto ciò di cui ho bisogno.
«Adorami e ti darò tutto il potere del mondo».  Nella terza tentazione il diavolo alza ancora la posta:. Il diavolo fa un mercato, esattamente il contrario di Dio, che non fa mai mercato dei suoi doni. È come se dicesse: Gesù, vuoi cambiare il corso della storia con la croce? non funzionerà. Il mondo è già tutto una selva di croci. Cosa se ne fa di un crocifisso in più? Il mondo ha dei problemi, tu devi risolverli. Prendi il potere, occupa i posti chiave, cambia le leggi. Così risolverai i problemi: con rapporti di forza e d’inganno, non con l’amore.
«Ed ecco angeli si avvicinarono e lo servivano». Avvicinarsi e servire, verbi da angeli. Se in questa Quaresima ognuno di noi volesse avvicinarsi e prendersi cura di una persona che ha bisogno, perché malata o sola o povera, regalando un po’ di tempo e un po’ di cuore, allora per lei sarebbe come se si avvicinasse un angelo, come se fiorissero angeli nel nostro deserto.

(Letture: Genesi 2,7-9;3,1-7; Salmo 50; Romani 5,12-19; Matteo 4, 1-11).




Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione
Papa Leone

Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la Quaresima 2026 sul tema
Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione

Cari fratelli e sorelle!
La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno.
Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione.

Ascoltare
Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro.
Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido» (Es 3,7). L’ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione, nella quale il Signore coinvolge anche Mosè, inviandolo ad aprire una via di salvezza ai suoi figli ridotti in schiavitù.
È un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta. Entrare in questa disposizione interiore di recettività significa lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come Lui, fino a riconoscere che «la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa».[1]

Digiunare
Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo “fame” e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo.
Sant’Agostino, con finezza spirituale, lascia intravedere la tensione tra il tempo presente e il compimento futuro che attraversa questa custodia del cuore, quando osserva che: «Nel corso della vita terrena compete agli uomini aver fame e sete di giustizia, ma esserne appagati appartiene all’altra vita. Gli angeli si saziano di questo pane, di questo cibo. Gli uomini invece ne hanno fame, sono tutti protesi nel desiderio di esso. Questo protendersi nel desiderio dilata l’anima, ne aumenta la capacità».[2] Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.
Tuttavia, affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, dev’essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà. Esso domanda di restare radicato nella comunione con il Signore, perché «non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio».[3] In quanto segno visibile del nostro impegno interiore di sottrarci, con il sostegno della grazia, al peccato e al male, il digiuno deve includere anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio, poiché «solo l’austerità rende forte e autentica la vita cristiana».[4]
Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.
Insieme
Infine, la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Anche la Scrittura sottolinea questo aspetto in molti modi. Ad esempio, quando narra, nel libro di Neemia, che il popolo si radunò per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge e, praticando il digiuno, si dispose alla confessione di fede e all’adorazione, in modo da rinnovare l’alleanza con Dio (cfr Ne 9,1-3).
Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale. In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione.
Carissimi, chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore.
Di cuore benedico tutti voi e il vostro cammino quaresimale.

Dal Vaticano, 5 febbraio 2026, memoria di Sant’Agata, vergine e martire.

LEONE PP. XIV

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[1] Esort. ap. Dilexi te (4 ottobre 2025), 9.
[2] S. Agostino, L’utilità del digiuno, 1, 1.
[3] Benedetto XVI, Catechesi (9 marzo 2011).
[4] S. Paolo VI, Catechesi (8 febbraio 1978).




CEI
Quaresima 2026

Quaresima 2026 / La CEI lancia l’iniziativa “Parola e parole per risorgere”, un cammino digitale aperto a tutti

Dal 22 febbraio, ogni domenica: personaggi biblici sulla dinamica della conversione e commenti audio ai Vangeli di Mons. Castellucci
12 Febbraio 2026

La CEI propone un originale percorso sul web che invita i fedeli a vivere la Quaresima non come privazione, ma come esperienza di libertà e risurrezione interiore. Titolo dell’iniziativa Parola e parole per risorgere.

L’invito è aperto a tutti. Qui il link per l’iscrizione.

A partire dal 22 febbraio, ogni domenica diventerà una tappa di incontro e riflessione. Al centro, un personaggio biblico che, attraverso la propria storia, illumina le dinamiche della conversione, del dubbio, della caduta e della rinascita. A guidare il percorso, i commenti audio ai Vangeli domenicali di Mons. Erio Castellucci, Vicepresidente della CEI.

La conversione è uno sguardo nuovo sulla realtà, un cambiamento che coinvolgerà tutta la vita. Ma che cosa significa davvero?

Convertirsi durante la Quaresima non significa privarsi, ma liberarsi”. Con queste parole il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, sintetizza l’essenza di uno dei periodi più intensi dell’anno liturgico: non una stagione di rinunce, dunque, ma un’opportunità per alleggerire il cuore, ritrovare il senso delle scelte quotidiane e riaprire lo sguardo alla speranza.

In un tempo segnato da incertezze, stanchezze e polarizzazioni, questa proposta si presenta, dunque, come un invito a rallentare, ad ascoltare, a lasciarsi cambiare.

Parola e parole per risorgere si rivolge a tutti coloro che vivono già un cammino di fede, a chi cerca nuovi significati, a chi sente il bisogno di una pausa che non sia evasione ma profondità.

Domenica dopo domenica, la Parola entra così nella vita quotidiana. Non come messaggio distante, ma come voce che interpella, consola e orienta. È la stessa domanda posta da Gesù ai discepoli “Voi chi dite che io sia?” a risuonare ancora oggi.

Chi si incontrerà durante il percorso? Il Vangelo domenicale, bussola che orienta il nostro cammino settimanale; il commento audio al Vangelo a cura del Vescovo, Mons. Erio Castellucci; un racconto originale in prima persona, dove si potrà leggere il punto di vista di uno dei personaggi biblici a cura del giornalista Marco Barsani; la storia di un sacerdote e della sua comunità legata a un verbo rappresentativo del Vangelo domenicale, un verbo che traccia il percorso settimanale come indicato da Gesù nel Vangelo.

Un’opportunità da non perdere! Iscriviti al percorso Parola e parole per risorgere realizzato anche per te.

Ricordiamo che il cammino è aperto a tutti, qui il link per l’iscrizione, vivi la Quaresima con noi! Scopri e iscriviti al percorso.




Il mio Natale in Brasile 1999
Don Augusto

Mano nella mano di un Dio bambino .

 Inseguo storie, con la Bibbia in mano. Imprimo fotogrammi sulla pellicola della coscienza. Incido graffiti sulle mani. Annoto come uno scriba sulle mie carte questi frammenti di vita come ereditá da condividere. Inseguo storie sparse come briciole in attesa che qualcuno raccolga o disseminate come uno di questi incredibili fantasiosi fiori in attesa che qualcuno se ne innamori e li narri. Anche Dio, nella sua Incarnazione, pur silenziosa, ha voluto lasciar traccia di inchiostro negli archivi: «In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse un censimento.  Anche Giuseppe andò a Betlemme per farsi registrare insieme con Maria sua sposa che era incinta» (Luca 2,1-5). La sua prima Incarnazione appartiene così alla storia di tutti e attende di essere da tutti adottata, come la storia sbriciolata delle molteplici sue Incarnazioni in questi poveri. Inseguo storie.
Per nove sere la voglia di Natale ci ha portato nelle case del bairro più povero di Goiás a celebrare la Novena fra turme di bimbi che qui sono una classe sociale, “as crianças[1]“. Ci arrampichiamo anche lassù nella baracca di Dona Domingas a mescolarci in quella mistura di parentele e crianças che qui vivono abbarbicate alle donne, spesso nonne, in una società così contemporaneamente e contraddittoriamente matriarcale e maschilista. Mi è difficile tenere i conti delle appartenenze, inseguire gli alberi genealogici, capire se il neonato frignante nelle braccia delle splendide succinte ragazzine è un undicesimo fratellino o il figlio della prima stagione dell’amore o del primo abbandono.  Precoci maternità per affermare affetti caldi, per cercare identità, per invocare sicurezza, per illudersi di sfuggire a radici familiari avviluppanti.  Anche la camisinha[2] qui  fa i conti col  salario minimo (quando c’é), con la vergogna o con amori consumati quando e dove si può, spesso nelle misere metrature quadrate dove la promiscuità dorme, sogna, gioca, mangia, muore.
«Lo depose in una mangiatoia perché non c’era posto per loro nell’albergo» (Luca 2,7). Per nove sere un piccolo presepio in materiali poveri è accompagnato in processione di casa in casa e vi resta ospite. È una capanna e niente più; copia perfetta in scala ridotta della baracca di Dona Domingas. Davide e l’orante ebreo del Salmo 132 avevano giurato per noi e con noi: «Non mi concederò riposo finché non avrò trovato un’abitazione per il Signore». Allora si trattava di trasferire l’Arca della Alleanza dalla precaria tenda ad un’abitazione in legno di cedro. E oggi?  È l’insonnia del “mal del mattone” che da secoli tormenta i costruttori di templi e santuari e che oggi mi sfiora appena, davanti a questa baracca di Dona Domingas in legno compensato e teli di plastica, tempio sgangherato della Gloria del Signore. Nel piccolo orto di Dona Domingas giacciono, accanto a piantine di mais, alcune tegole; germogli di speranza? Il monastero, in accordo con famiglie del bairro, ha deciso di raccogliere e acquistare materiale edile per dare pareti, tetto e porte a questa “abitazione del Signore”. Passo l’antivigilia di Natale a trasportare mattoni con un’auto/carretta della parrocchia. Affronto il serpentone di sentieri sterrati feriti dai temporali e che non mi risparmiano l’affondo in una buca, tanto per non riservare trattamenti speciali a supponenti novizi come me costretti così a ricorrere – come fanno tutti qui e per tutta la vita – alla paziente inventiva dell’arrangiarsi, se Dio o la fortuna assistono.  Giungo alla baracca “griffato” da fango e terriccio. Ma acqua non c’è. Hanno interrotto ieri l’erogazione per morosità di un bimestre: 40 reais (40.000 lire). Qui è stagione di piogge “graças a Deus!” mi ripete Dona Domingas che passerà il Natale a raccogliere acqua piovana o dei vicini. «Non mi concederó riposo finché non avró trovato un’abitazione per il Signore». Il costo totale della ricostruzione è pari a 400.000 lire. “Un gesto assistenzialistico” mugugna qualcuno; sarei curioso di conoscere il parere della “teologa” Dona Domingas, vedova, negra figlia di schiavi, matriarca di crianças, della tribú di quei pastori che hanno fatto posto al Dio menino.
«L’angelo del Signore apparve a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo. Ma Erode si infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai 2 anni in giú» (Matteo 2, 13-16). Mons. Tomas Balduino, vescovo dimissionato di Goiás ed ora Presidente nazionale della Commissione Pastorale della terra, è ospite nel Monastero nel giorno di Natale. Dice: «Ho visto da vicino cosa è il “Natal do sofrimento e da esperança”! Pochi giorni fa centinaia di poliziotti, al mattino presto, agli ordini del Governatore, hanno invaso le baracche del Centro civico di Cutiriba dove crianças dormivano tranquilli con i loro genitori. I soldati armati, tra grida di terrore, hanno evacuato in pochi minuti quei poveri presepi reali separando mogli da mariti, figli da padri a distanza di chilometri gli uni dagli altri. Nello stesso tempo, a fianco del Palazzo del Governatore veniva allestita una esposizione di ricchi e variopinti presepi. Il Natale è memoria dell’esilio del popolo di Dio in Babilonia come segnale profetico di tutti gli esili, quelli degli indios, dei negri, dei contadini. Ma l’esilio ci ha lasciato una grande lezione di resistenza. Ai poveri resta solo la testarda resistenza, giubileo di speranza di una vita piena». Accanto a me c’é Giuliano “operatore di strada” di Goiania. Ha visto uccidere un menino de rua[3] con un colpo alla nuca. Decido di andare in pellegrinaggio a São Paulo tra i meninos de rua, a metá gennaio, per abbracciare anche alcuni dei tanti volontari che si esiliano tra gli esiliati – come il giusto Tobi della Bibbia –  per dare liberazione, speranza o, almeno, la compassione di una sepoltura a questo Dio menino esposto, espulso, vagante in strade violente: «Io, Tobi, facevo spesso l’elemosina a quelli della mia gente, donavo il pane agli affamati, gli abiti agli ignudi e se vedevo qualcuno morto e gettato dietro le mura di Ninive, io lo seppellivo» (Libro di Tobia capp. 1 e 2).
Qui a Goiás, di fronte al Monastero, dove prima esisteva una discarica, ora fiorisce un elegante spazio attivo di speranza per crianças. I quattro testardi resistenti l’hanno appunto chiamata Vila Esperança e uno di loro, Pio, ne hanno affidato la storia alle pagine del libro “La strada chiede vita”.
«Alcuni Magi giunsero dall’oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’é il re dei giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo» (Matteo 2, 1-3). La nascita di Gesù è accompagnata anche da ricchezze e profumi d’oriente, da rivelazioni cosmiche o sognanti, da adorazioni provenienti da chissà quali profondità del cuore e, comunque, un po’ pungenti per scribi e sacerdoti pur così contigui alle pagine dei profeti. Una ormai consolidata amicizia mi ha gratificato, qui, di un riservato invito a partecipare ad un culto Umbanda, la religione afro-brasiliana che, con il Candomblé, ha rappresentato la ribellione degli schiavi al battesimo imposto dai cattolicissimi schiavisti europei. Mi preparo cosí, tra pretos-velhos, caboclos e crianças evocati nel trance dei mediums, a celebrare l’ultima suggestiva veglia per la pace nella mezzanotte del Monastero. Inseguo storie.


[1] Pronuncia “criansas“; nome popolare per indicare la figliolanza, i bambini.
[2] Pronuncia “camisigna“; nome popolare del preservativo.
[3] Bambino di strada