SOBRIETA’
Lilia Sebastiani

SOBRIETA’

Lilia Sebastiani (ROCCA 01/11/07)

Virtù desueta, riportata in auge tal­volta (mai però definitivamente) da fasi difficili del­l’economia pubblica. La negativi­tà delle circostanze non aiuta, è chiaro, una sua comprensione positiva. La sobrietà non è comunque sino­nimo di povertà o qualcosa del genere, anzi la riflessione sulla sobrietà come valore ha senso e diviene possibile solo in un conte­sto sociale ‘ricco’, evoluto, complesso. È sinonimo di rinuncia? In parte sì – per­lomeno in quanto implica anche una libe­ra e consapevole rinuncia allo spreco -, ma non ha nulla di punitivo; in ogni caso, l’eventuale rinuncia è il risultato di un pro­cesso interiore di discernimento, di armo­nizzazione.
Sobrietà, virtù creativa.
Si tratta soprattutto di una scelta, un fatto di stile. E significa dare la priorità alle scel­te importanti e di valore. Questo può av­venire quando si pianifica il proprio bud­get, ma anche quando si riflette in un or­dine più vasto: essere sobri significa infat­ti saper discernere i veri valori – economi­ci, umani, spirituali – e stabilire delle prio­rità che rispettino in ogni caso il primato della persona umana. Non si possono offrire descrizioni, model­li standard, ‘ricette’ di sobrietà; non è pos­sibile misurarla, ancor meno possibile poi misurarne il merito. Forse una volta parlare di queste cose, in particolare dei peccati e delle virtù, era più semplice, più lineare, solo perché più sem­plice (non diciamo più facile!) era la vita, e poteva meglio esprimersi in riflessioni ‘in bianco e nero’ che oggi ci sembrano sem­plicistiche. Nel nostro tempo è diventato difficile: perché bene e male sono infinita­mente complessi e non possiamo non scor­gere talvolta qualcosa di bene nel male ­quanto a intenzioni ed esigenze – e qual­cosa di male nel bene quanto ai mezzi scelti o al fine con cui si agisce. Possiamo solo richiamare alcune linee di riferimento: coscienza, intelligenza e creatività perso­nale restano al centro e non potrebbe es­sere diverso. A volte fare delle cose secondo uno stile esemplarmente ‘sobrio’ non è interamente buono, anche se la cosa in sé fosse molto buona; perché talvolta quell’agire sobrio può essere ostentazione, che è tutto il con­trario della sobrietà. La sobrietà deve essere … sobria, quindi evitare gli eccessi, gli orpelli, le cadute di gusto, anche a proposito di se stessa. La so­brietà esagerata non è più sobrietà, ma pauperismo, squallore, fanatismo: tutti fe­nomeni sottilmente esibizionistici, che una volta fecero dire a qualcuno di cui non ri­cordiamo il nome che vi è più sobrietà (for­se la parola era diversa, ma analogo il pen­siero) in chi mangia solo caviale perché ne è ghiotto, che in chi mangia solo pane raf­fermo per partito preso. E talvolta, qui le cose cominciano a com­plicarsi seriamente, cose e atteggiamenti che in apparenza non potrebbero dirsi tan­to sobri, possono esprimere scelte essen­ziali, semplici, rispettose degli altri e del mondo …Il fatto è che la sobrietà non può esistere senza amore, senza discernimento. Come non può esistere senza bellezza.
Sobrietà, bellezza, eleganza.
Bellezza ed eleganza non sono escluse da uno stile di sobrietà, anzi oseremmo dire che vi sono irrinunciabili. La sobrietà è un valore, umanizza la con­vivenza umana, deve essere bella. Se in­forme e grigia, non è un valore e non può trasmettere il suo messaggio: un messag­gio di vita intensificata nei fondamenti e nel senso, non certo di vita impoverita. Perciò non è separabile dalla bellezza – anzi dall’ eleganza. E sappiamo che questo ter­mine può dar fastidio a qualcuno perché è troppo compromesso con i sistemi commer­ciali e manipolatori della moda e della pub­blicità, che notoriamente devono far leva sul senso di inadeguatezza degli utenti, e crearlo se non ce n’è abbastanza, non già allo scopo di rendere il mondo più elegante e più bello, bensì allo scopo di vendere quan­to più è possibile un certo prodotto.
La vera eleganza, come in teoria sanno tutti o quasi, non è appariscente, non deriva da un accumulo di accessori, di gioielli, o di firme; anzi, per sua natura, non può esse­re limitata a quanto si porta addosso. È fatta anche di gusto, di classe, di cortesia, di cultura, tutte cose senza le quali si po­trà al massimo essere ben vestiti e/o mo­daioli, rispettare tutti i dettami in vigore in una certa epoca e in un certo ambiente per quanto riguarda il modo di vestire, ma forse eleganti no.  E l’eleganza non si limita alle apparenze, anche se le coinvolge nell’insieme del mes­saggio. Se tutto il nostro modo di essere, e di ap­parire – sì, perché il nostro ‘fuori’ dovreb­be essere sacramento della nostra interio­rità, nonostante il limite e la perenne ina­deguatezza; anzi proprio per quello – non testimonia che scegliere la sobrietà signi­fica scegliere il meglio, in tutti i sensi, non abbiamo reso un bel servizio alla sobrietà, non ne siamo buoni testimoni…, o voglia­mo dire testimonial, per usare un termine del linguaggio pubblicitario? Etimologicamente l’aggettivo sobrius si oppone a ebrius, ‘inebriato’ – di vino o d’al­tro -, quindi senza controllo, eccessivo, sregolato, agitato… Da un certo punto di vista viviamo in una società ‘ebbra’, o che cerca di esserlo per sfuggire al grigiore e all’accidia (che cos’altro è la cultura dello ‘sballo’, dopotutto?). Una società protesa verso l’apparire e il consumare sempre di più, malata di apparenza, di narcisismo, di edonismo senza piacere, di efficientismo vuoto. Così potrebbe interessarci l’idea della so­brietà come declinazione nuova e più ac­cettabile della ‘temperanza’ (altra virtù desueta benché illustre, che sta nel qua­drivium delle virtù cardinali). Ma sobrietà e temperanza non sono la stessa cosa. La sobrietà parla soprattutto di cose, di beni e del modo di usarle, la temperanza coin­cide solo in parte e si riferisce anche e so­prattutto al dominio delle passioni. La riflessione sulla sobrietà nell’uso dei beni è un tema molto classico, le cui argo­mentazioni di fondo sono note a tutti; ma oggi appare come un ‘lavoro in corso’, per­ché la situazione è cambiata, le nostre co­noscenze ed esigenze, le istanze espresse e inespresse del mondo sono cambiate. Un esempio prosaico ma eloquente, dalla vita di ogni giorno: un caso, almeno nelle sue manifestazioni estreme, molto indaga­to dagli psicologi e anche da quei manuali di auto-aiuto che nei nostri tempi spunta­no veramente come funghi, offrendo tal­volta un’utile nocciolina di saggezza nasco­sta dentro un guscio di ovvietà così spesso e resistente che talvolta si vede solo quel­lo. Il caso, diciamo, di una persona ‘sobria’, o che comunque si considera o vorrebbe essere tale, che non getta mai via un og­getto vecchio (di qualsiasi genere; il caso degli indumenti è particolarmente istrut­tivo) perché – dice – «è ancora in buone condizioni», «potrebbe ancora essere uti­le» e via dicendo. Spesso le condizioni non sono affatto buone, le linee sono assoluta­mente fuori moda, il colore sbiadito; op­pure l’indumento stesso si riferisce a un’età e una conformazione fisica che non sono più quelle attuali. Spesso si accumulano così vere e proprie fatiscenti collezioni di roba vecchia che non può né ‘vivere’ né essere eliminata e neppure venire riciclata. È sobrietà que­sta? O forse è quasi il suo contrario, una forma di intasamento non solo dei propri spazi ma dell’esistenza?
Sobrietà e solidarietà.
La sobrietà è virtù relazionale: del resto crediamo che nessuna virtù, se vissuta in modo individualistico, sarebbe una virtù. Relazionale soprattutto in quanto pone l’accento sul valore dell’essere, del dare, sull’importanza dei legami veri e delle vere soddisfazioni, che presuppongono un con­testo di amore e di rapporti. Soprattutto dice uno stile di vita sostenibile e fraterno, libero dalla schiavitù del possedere, del consumare, dell’esibire; è recupero di un atteggiamento disinteressato, gratuito, estetico, stupore per la bellezza vera. La sobrietà è ricerca di qualità della vita, qualità dei rapporti, qualità dell’amore. Implica e richiede uno stile di vita perso­nale e collettivo meno ‘dissipato’ (notia­mo la doppia valenza!), più pulito, più so­lidale, più rispettoso dei poveri e della natura e delle stagioni, anche più ‘lento’ talvolta ma più intenso, più libero e libe­rante. Potrebbe significare un po’ meno illumi­nazione delle strade – la necessità di ve­derci bene è fuori discussione, ed è anche necessaria alla sicurezza, ma certe lumi­narie folli e disturbanti non servono a nul­la, non sono nemmeno belle da vedere; gli addobbi natalizi in città ai primi di novem­bre non hanno senso, servono solo a svuo­tare di senso la festa inflazionandone i se­gni nel tempo non festivo. Potrebbe voler dire un uso più saggio del riscaldamento e del condizionamento d’aria; la ricerca del benessere è giusta, mi­gliora la qualità della vita, del lavoro e an­che la vita interiore, ma perché negli inter­ni si dovrebbe giungere ad annullare il cli­ma di fuori e a dimenticare la stagione? Soffocare dal caldo in inverno o aver fred­do d’estate, non è nemmeno più un comfort, ma un’irragionevole schiavitù: implica un grande dispendio di denaro e di energia, e fa tutt’altro che bene alla sa­lute. È giusto e doveroso partire dall’attenzione ai propri consumi privati, ma guai a fermar­si lì, alla micro-sobrietà che ci fa sentire così ‘a posto’, lasciando però indisturbata la cul­tura dello spreco, dell’inquinamento e del­la follia auto distruttiva intorno. Siamo sempre più consapevoli della com­plessità dell’ economia, della ricaduta so­ciale e planetaria di ogni nostra scelta. E non è sempre un alibi di comodo, se subi­to ci chiediamo: consumare di meno non potrebbe significare contrazione di posti di lavoro? Consumare di meno, quindi pro­durre di meno, ergo guadagnare di meno, potrebbe essere una scelta legittima e so­stenibile per alcuni di noi, singolarmente; ma non significherebbe anche riduzione delle imposte, quindi meno denaro dispo­nibile per i servizi pubblici? Passare dal­l’economia della crescita all’economia del limite sarebbe conciliabile con una vita più autentica e sicura per tutti oppure aprireb­be problemi più gravi, oppure resterebbe pascolo riservato – anche se rigorosamen­te biologico! – di alcune pochissime ani­me belle, senza alcuna ricaduta sullo stile di vita complessivo? Non abbiamo una risposta pronta per l’uso, ma è importante sottolineare che sobrietà è discernimento, consapevolezza e impe­gno per la condivisione: è un modo di es­sere prima che una riduzione dell’ avere. Un vivere sobrio significa anche libertà dal bisogno di superfluo che intasa la nostra vita e i nostri spazi non meno del nostro spirito. Ma certo ‘rinunciare’ al superfluo non basta, e non amiamo questa espres­sione perché declinata in negativo. Occor­re un supplemento di riflessione sul no­stro quotidiano, in tutte le sue dimensio­ni. E forse questo a qualcuno potrebbe sembrare complicato, artificioso, mentre è ricerca di senso e un modo di dare mag­gior sapore alla vita. Significa anche acquisire progressivamen­te la capacità di distinguere tra i bisogni autentici e quelli imposti. Significa dare valore e importanza al proprio corpo, non solo in modo teorico ma nel quotidiano; significa anche trattarsi bene, insomma, ma senza ridurre tutto alla superficie e senza trascurare le esigenze, affettive, spi­rituali, intellettuali. .. Anche il nostro cor­po del resto si ribella, quando viene ridot­to alla superficie, all’esteriorità. Negli anni Settanta per un certo tempo si parlò molto di ‘austerità’, per rispondere a un momento difficile dell’economia con­nesso con una crisi energetica. Poi non se ne parlò più, anzi con gli anni Ottanta l’ostentazione, il lusso vero o apparente tornarono a ‘fare tendenza’, come si dice. L’austerità è sinonimo di sobrietà? Anche se l’uso delle parole non è univoco, cre­diamo di no: l’austerità si configura so­prattutto in negativo, come rinuncia e ri­strettezza, mentre la sobrietà è un valore positivo. Evolvendosi in sobrietà l’auste­rità si converte, si affina e diventa più sor­ridente e convincente. La sobrietà riguarda il rapporto con le cose, spesso fiorisce a partire dalla rifles­sione sulle cose, ma va oltre: coinvolge il rapporto con se stessi e con gli altri, con il tempo, con la proprie corporeità e anche con Dio. Significa edificare un modo di vivere non competitivo, non affannoso e caratteriz­zato da cronica mancanza di tempo, come troppo spesso è il nostro, anche quando sia povero di frutti o magari vuoto; un modo di vivere che non sia caratterizzato dall’effimero. Sì, il tempo è centrale nella riscoperta della sobrietà. Proporsi sempli­cemente di consumare di meno o di ridur­re i propri bisogni non condurrebbe molto lontano. La sobrietà implica scoprire o ri­scoprire il gusto del tempo che passa, la ri­scoperta degli scambi amichevoli, della re­lazione e insieme del silenzio. La capacità di lavorare con amore, senza diventare auto-forzati del lavoro, e insieme di vivere profondamente il riposo e la festa, di ricer­care l’autentico nutrimento per lo spirito.




Le tentazioni di Cristo sono anche le nostre
P. Ermes Ronchi

Le tentazioni di Cristo sono anche le nostre.
di Ermes Ronchi  (Avvenire 10/03/2011)
I Domenica di Quaresima Anno A

Il racconto delle tentazioni ci chiama al lavoro mai finito di mettere ordine nelle nostre scelte, a scegliere come vivere Le tentazioni di Gesù sono anche le nostre: investono l’intero mondo delle relazioni quotidiane.
La prima tentazione concerne il rapporto con noi stessi e con le cose (l’illusione che i beni riempiano la vita).
La seconda è una sfida aperta alla nostra relazione con Dio (un Dio magico a nostro servizio).
La terza infine riguarda la relazione con gli altri (la fame di potere, l’amore per la forza).
«Dì che queste pietre diventino pane». Il pane è un bene, un valore indubitabile, ma Gesù risponde giocando al rialzo, offrendo più vita: «Non di solo pane vivrà l’uomo». Il pane è buono ma più buona è la parola di Dio, il pane dà vita ma più vita viene dalla bocca di Dio. Parola di Dio è il Vangelo, ma anche l’intero creato. Se l’uomo vive di ciò che viene da Dio, io vivo della luce, del cosmo, ma anche di te: fratello, amico, amore, che sei parola pronunciata dalla bocca di Dio per me.
«Buttati e credi in un miracolo». La seconda tentazione è una sfida aperta a Dio. Quello che sembrerebbe il più alto atto di fede – gettati con fiducia! – ne è, invece, la caricatura, pura ricerca del proprio vantaggio. Gesù ci mette in guardia dal volere un Dio magico a nostra disposizione, dal cercare non Dio ma i suoi benefici, non il Donatore ma i suoi doni. «Non tentare il Signore»: io so che sarà con me, ma come lui vorrà, non come io vorrei. Forse non mi darà tutto ciò che chiedo, eppure avrò tutto ciò che mi serve, tutto ciò di cui ho bisogno.
«Adorami e ti darò tutto il potere del mondo».  Nella terza tentazione il diavolo alza ancora la posta:. Il diavolo fa un mercato, esattamente il contrario di Dio, che non fa mai mercato dei suoi doni. È come se dicesse: Gesù, vuoi cambiare il corso della storia con la croce? non funzionerà. Il mondo è già tutto una selva di croci. Cosa se ne fa di un crocifisso in più? Il mondo ha dei problemi, tu devi risolverli. Prendi il potere, occupa i posti chiave, cambia le leggi. Così risolverai i problemi: con rapporti di forza e d’inganno, non con l’amore.
«Ed ecco angeli si avvicinarono e lo servivano». Avvicinarsi e servire, verbi da angeli. Se in questa Quaresima ognuno di noi volesse avvicinarsi e prendersi cura di una persona che ha bisogno, perché malata o sola o povera, regalando un po’ di tempo e un po’ di cuore, allora per lei sarebbe come se si avvicinasse un angelo, come se fiorissero angeli nel nostro deserto.

(Letture: Genesi 2,7-9;3,1-7; Salmo 50; Romani 5,12-19; Matteo 4, 1-11).




Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione
Papa Leone

Pubblichiamo di seguito il testo del Messaggio del Santo Padre Leone XIV per la Quaresima 2026 sul tema
Ascoltare e digiunare. La Quaresima come tempo di conversione

Cari fratelli e sorelle!
La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno.
Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione.

Ascoltare
Quest’anno vorrei richiamare l’attenzione, in primo luogo, sull’importanza di dare spazio alla Parola attraverso l’ascolto, poiché la disponibilità ad ascoltare è il primo segno con cui si manifesta il desiderio di entrare in relazione con l’altro.
Dio stesso, rivelandosi a Mosè dal roveto ardente, mostra che l’ascolto è un tratto distintivo del suo essere: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido» (Es 3,7). L’ascolto del grido dell’oppresso è l’inizio di una storia di liberazione, nella quale il Signore coinvolge anche Mosè, inviandolo ad aprire una via di salvezza ai suoi figli ridotti in schiavitù.
È un Dio coinvolgente, che oggi raggiunge anche noi coi pensieri che fanno vibrare il suo cuore. Per questo, l’ascolto della Parola nella liturgia ci educa a un ascolto più vero della realtà: tra le molte voci che attraversano la nostra vita personale e sociale, le Sacre Scritture ci rendono capaci di riconoscere quella che sale dalla sofferenza e dall’ingiustizia, perché non resti senza risposta. Entrare in questa disposizione interiore di recettività significa lasciarsi istruire oggi da Dio ad ascoltare come Lui, fino a riconoscere che «la condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa».[1]

Digiunare
Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio. L’astensione dal cibo, infatti, è un esercizio ascetico antichissimo e insostituibile nel cammino di conversione. Proprio perché coinvolge il corpo, rende più evidente ciò di cui abbiamo “fame” e ciò che riteniamo essenziale per il nostro sostentamento. Serve quindi a discernere e ordinare gli “appetiti”, a mantenere vigile la fame e la sete di giustizia, sottraendola alla rassegnazione, istruendola perché si faccia preghiera e responsabilità verso il prossimo.
Sant’Agostino, con finezza spirituale, lascia intravedere la tensione tra il tempo presente e il compimento futuro che attraversa questa custodia del cuore, quando osserva che: «Nel corso della vita terrena compete agli uomini aver fame e sete di giustizia, ma esserne appagati appartiene all’altra vita. Gli angeli si saziano di questo pane, di questo cibo. Gli uomini invece ne hanno fame, sono tutti protesi nel desiderio di esso. Questo protendersi nel desiderio dilata l’anima, ne aumenta la capacità».[2] Il digiuno, compreso in questo senso, ci consente non soltanto di disciplinare il desiderio, di purificarlo e renderlo più libero, ma anche di espanderlo, in modo tale che si rivolga a Dio e si orienti ad agire nel bene.
Tuttavia, affinché il digiuno conservi la sua verità evangelica e rifugga dalla tentazione di inorgoglire il cuore, dev’essere sempre vissuto nella fede e nell’umiltà. Esso domanda di restare radicato nella comunione con il Signore, perché «non digiuna veramente chi non sa nutrirsi della Parola di Dio».[3] In quanto segno visibile del nostro impegno interiore di sottrarci, con il sostegno della grazia, al peccato e al male, il digiuno deve includere anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio, poiché «solo l’austerità rende forte e autentica la vita cristiana».[4]
Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace.
Insieme
Infine, la Quaresima mette in evidenza la dimensione comunitaria dell’ascolto della Parola e della pratica del digiuno. Anche la Scrittura sottolinea questo aspetto in molti modi. Ad esempio, quando narra, nel libro di Neemia, che il popolo si radunò per ascoltare la lettura pubblica del libro della Legge e, praticando il digiuno, si dispose alla confessione di fede e all’adorazione, in modo da rinnovare l’alleanza con Dio (cfr Ne 9,1-3).
Allo stesso modo, le nostre parrocchie, le famiglie, i gruppi ecclesiali e le comunità religiose sono chiamati a compiere in Quaresima un cammino condiviso, nel quale l’ascolto della Parola di Dio, come pure del grido dei poveri e della terra, diventi forma della vita comune e il digiuno sostenga un pentimento reale. In questo orizzonte, la conversione riguarda, oltre alla coscienza del singolo, anche lo stile delle relazioni, la qualità del dialogo, la capacità di lasciarsi interrogare dalla realtà e di riconoscere ciò che orienta davvero il desiderio, sia nelle nostre comunità ecclesiali, sia nell’umanità assetata di giustizia e riconciliazione.
Carissimi, chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi. Chiediamo la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro. E impegniamoci affinché le nostre comunità diventino luoghi in cui il grido di chi soffre trovi accoglienza e l’ascolto generi cammini di liberazione, rendendoci più pronti e solerti nel contribuire a edificare la civiltà dell’amore.
Di cuore benedico tutti voi e il vostro cammino quaresimale.

Dal Vaticano, 5 febbraio 2026, memoria di Sant’Agata, vergine e martire.

LEONE PP. XIV

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[1] Esort. ap. Dilexi te (4 ottobre 2025), 9.
[2] S. Agostino, L’utilità del digiuno, 1, 1.
[3] Benedetto XVI, Catechesi (9 marzo 2011).
[4] S. Paolo VI, Catechesi (8 febbraio 1978).




CEI
Quaresima 2026

Quaresima 2026 / La CEI lancia l’iniziativa “Parola e parole per risorgere”, un cammino digitale aperto a tutti

Dal 22 febbraio, ogni domenica: personaggi biblici sulla dinamica della conversione e commenti audio ai Vangeli di Mons. Castellucci
12 Febbraio 2026

La CEI propone un originale percorso sul web che invita i fedeli a vivere la Quaresima non come privazione, ma come esperienza di libertà e risurrezione interiore. Titolo dell’iniziativa Parola e parole per risorgere.

L’invito è aperto a tutti. Qui il link per l’iscrizione.

A partire dal 22 febbraio, ogni domenica diventerà una tappa di incontro e riflessione. Al centro, un personaggio biblico che, attraverso la propria storia, illumina le dinamiche della conversione, del dubbio, della caduta e della rinascita. A guidare il percorso, i commenti audio ai Vangeli domenicali di Mons. Erio Castellucci, Vicepresidente della CEI.

La conversione è uno sguardo nuovo sulla realtà, un cambiamento che coinvolgerà tutta la vita. Ma che cosa significa davvero?

Convertirsi durante la Quaresima non significa privarsi, ma liberarsi”. Con queste parole il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, sintetizza l’essenza di uno dei periodi più intensi dell’anno liturgico: non una stagione di rinunce, dunque, ma un’opportunità per alleggerire il cuore, ritrovare il senso delle scelte quotidiane e riaprire lo sguardo alla speranza.

In un tempo segnato da incertezze, stanchezze e polarizzazioni, questa proposta si presenta, dunque, come un invito a rallentare, ad ascoltare, a lasciarsi cambiare.

Parola e parole per risorgere si rivolge a tutti coloro che vivono già un cammino di fede, a chi cerca nuovi significati, a chi sente il bisogno di una pausa che non sia evasione ma profondità.

Domenica dopo domenica, la Parola entra così nella vita quotidiana. Non come messaggio distante, ma come voce che interpella, consola e orienta. È la stessa domanda posta da Gesù ai discepoli “Voi chi dite che io sia?” a risuonare ancora oggi.

Chi si incontrerà durante il percorso? Il Vangelo domenicale, bussola che orienta il nostro cammino settimanale; il commento audio al Vangelo a cura del Vescovo, Mons. Erio Castellucci; un racconto originale in prima persona, dove si potrà leggere il punto di vista di uno dei personaggi biblici a cura del giornalista Marco Barsani; la storia di un sacerdote e della sua comunità legata a un verbo rappresentativo del Vangelo domenicale, un verbo che traccia il percorso settimanale come indicato da Gesù nel Vangelo.

Un’opportunità da non perdere! Iscriviti al percorso Parola e parole per risorgere realizzato anche per te.

Ricordiamo che il cammino è aperto a tutti, qui il link per l’iscrizione, vivi la Quaresima con noi! Scopri e iscriviti al percorso.




Il mio Natale in Brasile 1999
Don Augusto

Mano nella mano di un Dio bambino .

 Inseguo storie, con la Bibbia in mano. Imprimo fotogrammi sulla pellicola della coscienza. Incido graffiti sulle mani. Annoto come uno scriba sulle mie carte questi frammenti di vita come ereditá da condividere. Inseguo storie sparse come briciole in attesa che qualcuno raccolga o disseminate come uno di questi incredibili fantasiosi fiori in attesa che qualcuno se ne innamori e li narri. Anche Dio, nella sua Incarnazione, pur silenziosa, ha voluto lasciar traccia di inchiostro negli archivi: «In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse un censimento.  Anche Giuseppe andò a Betlemme per farsi registrare insieme con Maria sua sposa che era incinta» (Luca 2,1-5). La sua prima Incarnazione appartiene così alla storia di tutti e attende di essere da tutti adottata, come la storia sbriciolata delle molteplici sue Incarnazioni in questi poveri. Inseguo storie.
Per nove sere la voglia di Natale ci ha portato nelle case del bairro più povero di Goiás a celebrare la Novena fra turme di bimbi che qui sono una classe sociale, “as crianças[1]“. Ci arrampichiamo anche lassù nella baracca di Dona Domingas a mescolarci in quella mistura di parentele e crianças che qui vivono abbarbicate alle donne, spesso nonne, in una società così contemporaneamente e contraddittoriamente matriarcale e maschilista. Mi è difficile tenere i conti delle appartenenze, inseguire gli alberi genealogici, capire se il neonato frignante nelle braccia delle splendide succinte ragazzine è un undicesimo fratellino o il figlio della prima stagione dell’amore o del primo abbandono.  Precoci maternità per affermare affetti caldi, per cercare identità, per invocare sicurezza, per illudersi di sfuggire a radici familiari avviluppanti.  Anche la camisinha[2] qui  fa i conti col  salario minimo (quando c’é), con la vergogna o con amori consumati quando e dove si può, spesso nelle misere metrature quadrate dove la promiscuità dorme, sogna, gioca, mangia, muore.
«Lo depose in una mangiatoia perché non c’era posto per loro nell’albergo» (Luca 2,7). Per nove sere un piccolo presepio in materiali poveri è accompagnato in processione di casa in casa e vi resta ospite. È una capanna e niente più; copia perfetta in scala ridotta della baracca di Dona Domingas. Davide e l’orante ebreo del Salmo 132 avevano giurato per noi e con noi: «Non mi concederò riposo finché non avrò trovato un’abitazione per il Signore». Allora si trattava di trasferire l’Arca della Alleanza dalla precaria tenda ad un’abitazione in legno di cedro. E oggi?  È l’insonnia del “mal del mattone” che da secoli tormenta i costruttori di templi e santuari e che oggi mi sfiora appena, davanti a questa baracca di Dona Domingas in legno compensato e teli di plastica, tempio sgangherato della Gloria del Signore. Nel piccolo orto di Dona Domingas giacciono, accanto a piantine di mais, alcune tegole; germogli di speranza? Il monastero, in accordo con famiglie del bairro, ha deciso di raccogliere e acquistare materiale edile per dare pareti, tetto e porte a questa “abitazione del Signore”. Passo l’antivigilia di Natale a trasportare mattoni con un’auto/carretta della parrocchia. Affronto il serpentone di sentieri sterrati feriti dai temporali e che non mi risparmiano l’affondo in una buca, tanto per non riservare trattamenti speciali a supponenti novizi come me costretti così a ricorrere – come fanno tutti qui e per tutta la vita – alla paziente inventiva dell’arrangiarsi, se Dio o la fortuna assistono.  Giungo alla baracca “griffato” da fango e terriccio. Ma acqua non c’è. Hanno interrotto ieri l’erogazione per morosità di un bimestre: 40 reais (40.000 lire). Qui è stagione di piogge “graças a Deus!” mi ripete Dona Domingas che passerà il Natale a raccogliere acqua piovana o dei vicini. «Non mi concederó riposo finché non avró trovato un’abitazione per il Signore». Il costo totale della ricostruzione è pari a 400.000 lire. “Un gesto assistenzialistico” mugugna qualcuno; sarei curioso di conoscere il parere della “teologa” Dona Domingas, vedova, negra figlia di schiavi, matriarca di crianças, della tribú di quei pastori che hanno fatto posto al Dio menino.
«L’angelo del Signore apparve a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo. Ma Erode si infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai 2 anni in giú» (Matteo 2, 13-16). Mons. Tomas Balduino, vescovo dimissionato di Goiás ed ora Presidente nazionale della Commissione Pastorale della terra, è ospite nel Monastero nel giorno di Natale. Dice: «Ho visto da vicino cosa è il “Natal do sofrimento e da esperança”! Pochi giorni fa centinaia di poliziotti, al mattino presto, agli ordini del Governatore, hanno invaso le baracche del Centro civico di Cutiriba dove crianças dormivano tranquilli con i loro genitori. I soldati armati, tra grida di terrore, hanno evacuato in pochi minuti quei poveri presepi reali separando mogli da mariti, figli da padri a distanza di chilometri gli uni dagli altri. Nello stesso tempo, a fianco del Palazzo del Governatore veniva allestita una esposizione di ricchi e variopinti presepi. Il Natale è memoria dell’esilio del popolo di Dio in Babilonia come segnale profetico di tutti gli esili, quelli degli indios, dei negri, dei contadini. Ma l’esilio ci ha lasciato una grande lezione di resistenza. Ai poveri resta solo la testarda resistenza, giubileo di speranza di una vita piena». Accanto a me c’é Giuliano “operatore di strada” di Goiania. Ha visto uccidere un menino de rua[3] con un colpo alla nuca. Decido di andare in pellegrinaggio a São Paulo tra i meninos de rua, a metá gennaio, per abbracciare anche alcuni dei tanti volontari che si esiliano tra gli esiliati – come il giusto Tobi della Bibbia –  per dare liberazione, speranza o, almeno, la compassione di una sepoltura a questo Dio menino esposto, espulso, vagante in strade violente: «Io, Tobi, facevo spesso l’elemosina a quelli della mia gente, donavo il pane agli affamati, gli abiti agli ignudi e se vedevo qualcuno morto e gettato dietro le mura di Ninive, io lo seppellivo» (Libro di Tobia capp. 1 e 2).
Qui a Goiás, di fronte al Monastero, dove prima esisteva una discarica, ora fiorisce un elegante spazio attivo di speranza per crianças. I quattro testardi resistenti l’hanno appunto chiamata Vila Esperança e uno di loro, Pio, ne hanno affidato la storia alle pagine del libro “La strada chiede vita”.
«Alcuni Magi giunsero dall’oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’é il re dei giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo» (Matteo 2, 1-3). La nascita di Gesù è accompagnata anche da ricchezze e profumi d’oriente, da rivelazioni cosmiche o sognanti, da adorazioni provenienti da chissà quali profondità del cuore e, comunque, un po’ pungenti per scribi e sacerdoti pur così contigui alle pagine dei profeti. Una ormai consolidata amicizia mi ha gratificato, qui, di un riservato invito a partecipare ad un culto Umbanda, la religione afro-brasiliana che, con il Candomblé, ha rappresentato la ribellione degli schiavi al battesimo imposto dai cattolicissimi schiavisti europei. Mi preparo cosí, tra pretos-velhos, caboclos e crianças evocati nel trance dei mediums, a celebrare l’ultima suggestiva veglia per la pace nella mezzanotte del Monastero. Inseguo storie.


[1] Pronuncia “criansas“; nome popolare per indicare la figliolanza, i bambini.
[2] Pronuncia “camisigna“; nome popolare del preservativo.
[3] Bambino di strada




Un presepio giusto?
M. Vergottini (Avvenire 13/12/25)

PRESEPIO. FAR POSTO AGLI ULTIMI DI OGGI UN ATTO DI FEDELTÀ EVANGELICA.
MARCO VERGOTTINI (AVVENIRE 13 dicembre 2025)

Ogni anno, all’inizio dell’Avvento, nelle case e nelle parrocchie ritorna l’interrogativo di sempre: come si realizza un presepe “giusto”? Con l’iconografia tradizionale – la grotta, la mangiatoia, i pastori, il bue e l’asinello –, oppure affidandosi a rivisitazioni moderne che alcuni giudicano “creative” e altri “irriverenti”? Non è affatto semplice dare una risposta definitiva a tale questione, complessa e di non facile soluzione. Perché il presepe non è un soprammobile devozionale da tirare fuori un mese all’anno: è una teologia domestica, una piccola narrazione della fede cristiana affidata allo sguardo di grandi e piccini. E ogni narrazione, per restare viva, ha bisogno di una tradizione che custodisca il bene ricevuto in eredità e di un’immaginazione che sappia dischiude nuovi orizzonti. Se guardiamo alla storia, scopriamo che il presepe nacque come atto di creatività pastorale. Francesco d’Assisi nel 1223 volle “vedere con gli occhi del corpo” la povertà del Dio fattosi uomo. Il bambinello, la Madonna e i pastori non erano fatti di gesso, ma persone vive con un cuore pulsante e uno sguardo improntato a meraviglia. Il presepe francescano era un atto performativo, non museale. Non “rappresentava” la Natività: la rendeva presente e tutti vi prendevano parte.
La storia successiva – dai presepi napoletani ai diorami settecenteschi, fino alle natività latinoamericane scolpite nel legno – mostra che mai il presepe è stato uniforme o intoccabile. È un linguaggio sempre rivisitato e che cresce, non una formula immobile e stereotipata. Chi teme ogni variazione dimentica che la tradizione cristiana è stata sempre un intreccio sapiente di custodia e invenzione. Il Vangelo non cambia; le forme per annunciarlo sì. E proprio questa capacità di rigenerarsi ha reso il presepe uno dei segni più popolari della nostra fede. Viviamo in un tempo in cui il Natale rischia di trasformarsi in un’esperienza anestetizzata, una “zona franca” dello spirito fatta di emozioni tiepide e zuccherose. Il presepe, allora, rischia di diventare una cartolina sentimentale se non ritrova la sua forza originaria: deve saper raccontare la vicenda di un Dio che entra nella storia reale, con le sue ferite e le sue speranze. Ecco perché molte comunità – in Italia e nel mondo – hanno cominciato a inserire nel presepe luoghi e persone dell’oggi: migranti stremati su una barca di legno, senzatetto accovacciati sotto un portico, famiglie in attesa di un permesso di soggiorno, infermieri che vegliano nella notte, e – perché no – quel branco di “ultimi” che nelle nostre città è sempre più affollato. Non è una concessione all’ideologia, ma un atto di fedeltà evangelica: se il Figlio di Dio nasce ai margini, allora i margini non sono un’aggiunta posticcia, ma la grammatica del suo venire. Betlemme, per i cristiani, non è un luogo “neutrale”. È un luogo “teologico”: dice dove Dio sceglie di farsi trovare. La gente talora teme che queste attualizzazioni finiscano per “forzare” l’autenticità storica. Ma il presepe non corrisponde a un reportage storico o a un esercizio di archeologia religiosa. Neppure i Vangeli forniscono una descrizione dettagliata della nascita di Gesù. Ci consegnano invece un simbolo potente: Dio entra nella storia del mondo nel punto più fragile. Tradurre questo simbolo non significa sfigurare la storia, ma renderle giustizia. Mettere nel presepe i volti feriti del nostro tempo non altera Betlemme; la riapre, come si aprono le Scritture quando non vengono trattate non come un reperto, ma come parola viva. Certo, non tutto ciò che è nuovo è da giudicare positivamente. Alcuni presepi “creativi” sembrano più provocazioni estetiche che interpretazioni spirituali, si tramutano in operazioni kitsch, dozzinali e pacchiane. La questione non è l’originalità, ma la verità teologica come lingua dello spirituale: l’attualizzazione non deve mai oscurare il cuore della scena – vale a dire, la natività di Gesù, il Dio-con-noi. Forse la domanda vera non è “presepe tradizionale o presepe contemporaneo?”, ma: preferiamo un Dio addomesticato, adatto alle nostre nostalgie, oppure ci affidiamo a un Dio che continua a sorprenderci, nascendo là dove non ce lo aspetteremmo?
Betlemme non è mai stata un luogo “fermo” e rassicurante: è il punto in cui Dio si lascia trovare nel volto dell’altro. Solamente un presepe che osa dire questo – con mezzi semplici e forme nuove – rende un servizio al Vangelo. E forse, alla fine, è questa la domanda che dovrebbe guidare ogni scelta: il nostro presepe consente ai nostri occhi di riconoscere che Dio viene ancora, oggi, nella nostra storia? Per concludere si può dar spazio a un “test teologico”: quale tipo di presepe avrebbero potuto realizzare gli ultimi pontefici? A quali maestri dell’arte si sarebbero potuti ispirare? Giovanni XXIII aveva l’anima semplice di un parroco contadino (con la testa di un fine diplomatico!). Per lui il presepe doveva profumare di stalla vera. Lorenzo Lotto e Giotto sarebbero stati i suoi artisti ispiratori. Paolo VI, affascinato dell’arte contemporanea, aveva un gusto raffinatissimo e una passione per la bellezza come via al mistero; si sarebbe lasciato attrarre da artisti quali Henry Matisse e Georges Rouault, con musiche in sottofondo di Olivier Messiaen. Giovanni Paolo II aveva una visione cosmica dell’incarnazione: per lui il presepe era una sorta di “teatro del mondo”. Pittori a cui riferirsi? Michelangelo e Marc Chagall. Benedetto XVI, influenzato dalla cifra della “Gloria” di H.U. von Balthasar, avrebbe potuto far installare un Crocifisso alle spalle della mangiatoia. Il Beato Angelico e Andrej Rublev sarebbero stati i suoi fari artistici. Per papa Francesco, infine, Betlemme non era un “altrove” romantico, ma una periferia segnata dalle ferite della storia. Avrebbe optato per un “presepe vivente” come quello del Poverello di Assisi, ma stavolta con il bambinello posato su una coperta termica gialla (utilizzata per proteggere le vittime dei naufragi).




Racconto per Natale
LA SPINA NELLA PRESA

LA SPINA NELLA PRESA

La maestra, con sussiego, chiese: «Bambini! In questo mese di dicembre, cosa aspettiamo?».
Tutti i bambini in coro: «Il Nataaaale!».
Con un impercettibile movimento del labbro e un corruccio della fronte, la maestra, cattolica ben piantata, comunicò il proprio disappunto: «Non il Natale, bambini, ma Gesù! Noi aspettiamo Gesù!».
Silenzio in aula. Poi qualche fruscio, un rumore di sedia e finalmente il più sfacciato parlò: «Ma come facciamo ad aspettare Gesù? Il parroco ci ha detto che è già venuto e non è più andato via. Quindi io aspetto il Natale!».
Si racconta che la maestra fu sull’orlo di una crisi di nervi. Il clima, fuori, era bigio. Sembrava che l’alba non fosse ancora sorta. Tutte le luci erano accese. Un proiettore di diapositive puntava dritto il suo cono di luce sulla parete. D’improvviso tutto si spense. Blackout nel quartiere. La spina del proiettore fu sfilata dalla presa. Non si sa mai; potrebbe saltare la resistenza. Pochi attimi di confusione e poi fu ancora luce. Ma il proiettore restò spento. Tutti i bambini puntarono gli occhi sul quel mostriciattolo dall’occhio spento.
«Maestra! Perchè è tornata la luce e il proiettore non si è acceso?» disse Fabio.
La maestra ebbe un sussulto interiore. «Ecco l’esempio giusto» pensò. «Vedete, bambini, – disse- , la corrente elettrica è arrivata per tutti, anche per noi. Ma noi non abbiamo inserito la spina nella presa. Non basta che ci sia corrente nei fili; bisogna inserire la spina. Fabio! Inserisci la spina, per favore».
L’occhio del mostriciattolo di plastica grigia aprì la sua palpebra e puntò il suo sguardo luminoso sulla parete a ridisegnare il cono rotondo e perfetto di luce.
La maestra, soddisfatta dell’ottima occasione a portata di mano catechizzò: «Gesù è la corrente elettrica venuta tra di noi. Lui aspetta che noi inseriamo la spina della nostra vita nelle sue idee e nei suoi esempi per catturare la sua energia e per proiettare sugli altri il nostro fascio di luce».
Scattò una ridda di domande e osservazioni: «Maestra, ma non ci si scotta vicino a Gesù?…. Maestra, ma se io tocco Gesù prendo la scooossa?».
Fabio, quello della spina, alzò la mano: «Allora in dicembre è Gesù che aspetta noi, perchè Lui è già venuto, ma noi non siamo ancora andati ad incontrarlo!».
E questo intervento fu, per la maestra, come 20 gocce di Lexotan. La crisi incombente di nervi le era passata.




La lezione di preghiera della vedova
P. Ermes Ronchi

La lezione di preghiera della vedova

Ermes Ronchi (Avvenire 14/10/2010)

Per mostrarci che bisogna pregare sempre senza stancarsi Gesù ci invita a scuola di preghiera da una povera vedova. Lungo tutto il vangelo il Maestro rivela come una predilezione particolare per le donne sole e le rende strumento di verità decisive. C’era un giudice corrotto in una città. E una vedova si recava ogni giorno da lui: fammi giustizia! Che bella immagine di donna forte, dignitosa; che non si arrende all’ingiustizia e nessuna sconfitta l’abbatte. In questa donna, fragile e indomita, Gesù mostra due cose: il modo di chiedere (con tenacia e fiducia) e il contenuto della richiesta. La vedova chiede giustizia a chi fa la giustizia, chiede al giudice di essere vero giudice, di essere se stesso. E così accade nel nostro andare da Dio: pregare è in fondo chiedere a Dio di darci se stesso. Ed è tutta la prima parte del Padre Nostro: sia santificato il tuo nome…, sia fatta la tua volontà. Che è come chiedere Dio a Dio: donaci te stesso! Il grande mistico Maister Eckart diceva: Dio non può dare nulla di meno di se stesso. E Caterina da Siena aggiungeva: ma dandoci se stesso ci dà tutto. Ma allora perché pregare sempre? Non perché la risposta tarda, ma perché la risposta è infinita. Perché Dio è un dono che non ha termine, mai finito. E poi per riaprire i sentieri. Se non lo percorri spesso, il sentiero che conduce alla casa dell’amico si coprirà di rovi. Vanno sempre riaperti i sentieri del Dio amico. Ma come si fa a pregare sempre? A lavorare, incontrare persone, studiare, dormire e nello stesso tempo pregare? Innanzitutto pregare non significa recitare preghiere, ma sentire che la nostra vita è immersa in Dio, che siamo circondati da un mare d’amore e non ce ne rendiamo conto. Pregare è come voler bene. Se ami qualcuno, lo ami sempre. Qualsiasi cosa tu stia facendo non è il sentimento che si interrompe, ma solo l’espressione del sentimento. «Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace. Se tu desideri sempre, tu preghi sempre. Quand’è che la preghiera sonnecchia? Quando si raffredda il desiderio» (sant’Agostino). Pregare sempre si può: la preghiera è il nostro desiderio di amore. Ma Dio esaudisce le preghiere? Sì, Dio esaudisce sempre, ma non le nostre richieste bensì le sue promesse (Bonhoeffer): il Padre darà lo Spirito Santo (Lc 11,13), io e il Padre verremo a lui e prenderemo dimora in lui (Gv 14,23). Non si prega per ricevere ma per essere trasformati. Non per ricevere dei doni ma per accogliere il Donatore stesso; per ricevere in dono il suo sguardo, per amare con il suo cuore. (Letture: Esodo 17, 8-13; Salmo 120; 2 Timòteo 3, 14-4,2; Luca 18, 1-8).




È la salvezza la vera guarigione.
P.Ermes Ronchi

È la salvezza la vera guarigione.
P.Ermes Ronchi (Avvenire 07/10/2010)
28 Domenica del Tempo Ordinario-Anno C

Dieci lebbrosi fermi a distanza; solo occhi e voce; mani neppure più capaci di accarezzare un figlio: Gesù, abbi pietà. E appena li vede (subito, senza aspettare un secondo di più, perché prova dolore per il dolore del mondo) dice: Andate dai sacerdoti. È finita la distanza. Andate. Siete già guariti, anche se ancora non lo vedete. Il futuro entra in noi molto prima che accada, entra con il primo passo, come un seme, come una profezia, entra in chi si alza e cammina per un anticipo di fiducia concesso a Dio e al proprio domani. Solo per questo anticipo di fiducia dato a ogni uomo, perfino al nemico, la nostra terra avrà un futuro. Si mettono in cammino, e la speranza è più forte dell’evidenza. Ma chi vuol stare con l’evidenza si rassegni ad essere solo il custode del passato. Si mettono in cammino e la strada è già guarigione: E mentre andavano furono guariti.

Il cuore di questo racconto risiede però nell’ultima parola: la tua fede ti ha salvato. Il Vangelo è pieno di guariti, un lungo corteo gioioso che accompagna l’annuncio. Eppure quanti di questi guariti sono anche salvati? Nove dei lebbrosi guariti non tornano: si smarriscono nel turbine della loro felicità, dentro la salute, la famiglia, gli abbracci ritrovati. E Dio prova gioia per la loro gioia come all’inizio aveva provato dolore per il loro dolore. Non tornano anche perché ubbidiscono all’ordine di Gesù: andate dai sacerdoti. Ma Gesù voleva essere disubbidito, alle volte l’ubbidienza formale è un tradimento più profondo. «Talvolta bisogna andare contro la legge, per esserle fedeli in profondità» (Bonhoffer). Come fa Gesù con la legge del sabato. Uno solo torna, e passa da guarito a salvato. Ha intuito che il segreto non sta nella guarigione, ma nel Guaritore. È il Donatore che vuole raggiungere non i suoi doni, e poter sfiorare il suo oceano di pace e di fuoco, di vita che non viene meno. Nel lebbroso che torna importante non è l’atto di ringraziare, quasi che Dio fosse in cerca del nostro grazie, bisognoso di contraccambio; è salvo non perché paga il pedaggio della gratitudine, ma perché entra in comunione: con il proprio corpo, con i suoi, con il cielo, con Cristo: gli abbraccia i piedi e canta alla vita. I nove guariti trovano la salute; l’unico salvato trova la salute e un Dio che fa fiorire la vita in tutte le sue forme, che dona pelle di primavera ai lebbrosi, un Dio la cui gloria non sono i riti ma l’uomo vivente. Ritornare uomini, ritornare a Dio: sono queste le due tavole della legge ultima, i due movimenti essenziali d’ogni salvezza. (Letture: 2 Re 5,14-17, Salmo 97; 2 Timoteo 2,8-13; Luca 17,11-19)




Croce tra mondo e Dio seduttore innamorato
P.Ermes Ronchi

La croce, punto di congiunzione tra Dio e il mondo.
Ermes Ronchi

L’unica parola che il cristiano ha da consegnare al mondo è la parola della Croce. Dio è entrato nella tragedia dell’uomo, perché l’uomo non vada perduto, con il mezzo scandalosamente povero e debole della croce. Per sapere chi sia Dio devo inginocchiarmi ai piedi della croce.
Tra i due termini, Dio e mondo, Dio e uomo, che tutto dice lontanissimi, incomunicabili, estranei, le parole del Vangelo indicano il punto di incontro: il disceso innalzato, al tempo stesso Figlio dell’uomo e Figlio del cielo. Cristo si è abbassato, scrive Paolo, fino alla morte di croce; Cristo è stato innalzato sulla croce, dice Giovanni, attirando tutto a sé.  Tra Dio e il mondo il punto di congiunzione è la croce, che solleva la terra, abbassa il cielo, raccoglie i quattro orizzonti, è crocevia dei cuori dispersi.
Colui che era disceso risale per l’unica via, quella della dismisura dell’amore. Per questo Dio lo ha risuscitato: per questo amore senza misura.  L’essenza del cristianesimo sta nella contemplazione del volto del crocifisso, porta che apre sull’essenza di Dio e dell’uomo: essere legame e fare dono.
 Ha tanto amato il mondo da dare il Figlio. Mondo amato, terra amata. Occorre ripartire da queste parole: noi non siamo cristiani perché amiamo Dio. Siamo cristiani perché crediamo che Dio ci ama.  E noi qui a stupirci che, dopo duemila anni, ci innamoriamo ancora di Cristo proprio come gli apostoli. Quale attrazione esercita la croce, quale bellezza emana per sedurci?
Sulla croce si condensa la serietà e la dismisura, la gratuità e l’eccesso del dono d’amore; si rivela il principio della bellezza di Dio: il dono supremo della sua vita per noi.
Lo splendore del fondamento della fede, che ci commuove, è qui, nella bellezza dell’atto di amore.
Suprema bellezza è quella accaduta fuori Gerusalemme, sulla collina, dove il Figlio di Dio si lascia annullare in quel poco di legno e di terra che basta per morire. Veramente divino è questo abbreviarsi del Verbo in un singulto di amore e di dolore: qui ha fine l’esodo di Dio, estasi del divino. Arte di amare. Bella è la persona che ama, bellissimo l’amore fino all’estremo. In quel corpo straziato, reso brutto dallo spasimo, in quel corpo che è il riflesso del cuore, riflesso di un amore folle e scandaloso fino a morirne, lì è la bellezza che salva il mondo, lo splendore del fondamento, che ci seduce.

Il Crocifisso, seduttore innamorato
P.Ermes Ronchi

«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà.  Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita?».  Gesù sa che non saranno mai i potenti a risolvere le lacrime del mondo o gli errori del singolo. Il male si risolve solo portandolo. Sulla croce. Che cos’è la Croce, se non l’affermazione alta che Dio ama altri, e me fra questi, più della propria vita? La Croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante. È il segnale massimo lanciato da Dio all’uomo, il punto ultimo in cui tutto si incrocia: le vie del cielo, della terra e del cuore.
«Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».
E la croce che il discepolo deve prendere? Per capire che cosa intenda Gesù forse basta sostituire la parola «croce» con la parola «amore»: «Se qualcuno vuol venire con me, prenda su di sé tutto l’amore di cui è capace».
La croce del discepolo non sono i pesi quotidiani, le fatiche o le malattie: cose solo da sopportare. La croce vera, dice Gesù, è da «prendere», non da sopportare. Da scegliere, come riassunto di un destino e di un amore: «Scegli per te il giogo dell’amore. Non amare è solo un lento morire. Ricordati che il vero dramma dell’uomo non è perdere la vita, ma non incontrare nessuno che valga più della propria vita, non avere nessuno per cui valga la pena dare la vita».
Tutti, io per primo, abbiamo paura del dolore, del sacrificio fino al dono di sé; ci sia concesso però di non aver paura di amare. Come fa Dio, il grande seduttore. Non guardare il dolore, guarda l’amore. Tra i nomi di Dio Geremia introduce quello di seduttore: «mi hai sedotto Signore e io mi sono lasciato sedurre» (Geremia 20,7). In Dio c’è desiderio, cuore di carne, passione, bellezza. Un Dio innamorato. Era impossibile resistergli, resistere alla passione di Dio per me. Eppure Geremia si sente solo e incompreso, e protesta la sua amarezza. Pietro è deluso nel suo entusiasmo, incompreso nel suo realismo. Dio che seduce e delude? Che conquista e poi lascia smarriti? Sì, perché chiama a pensare i suoi pensieri, a seguire i suoi passi, ad avere i suoi sentimenti, ti allontana dal vecchio cuore. E se all’orizzonte si staglia una croce, Pietro non ci sta, e io con lui, e mi sento un po’ tradito. Allora ci soccorre Geremia: «Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, mi sforzavo ma non potevo contenerlo…».  Senza questo fuoco, la passione di Dio per me, io sarei niente. Guadagnerei il mondo ma perderei me stesso.