LASCIA DORMIRE IL TUO CUORE NELLA TEMPESTA
Don Angelo Casati

Lascia dormire il tuo cuore nella tempesta
di don Angelo Casati[1]

La traversata della vita come metafora del progetto divino, nello sforzo e nel sogno di tendere continuamente verso l’altra riva.

 In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: “Passiamo all’altra riva”. E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che moriamo?”. Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”. (Marco 4, 35-41)

Rileggendo il brano di Marco, il brano della tempesta sedata, mi veniva spontaneo pensare come ci capiti a volte di riandare a questo brano quando celebriamo un matrimonio e anche quando accompagniamo qui per l’ultimo saluto uno dei nostri cari; forse potremmo leggerlo anche nel giorno di un Battesimo.
E mi chiedevo: perché? Perché il dilagare di questo brano in situazioni così diverse della nostra vita?
Forse perché tutta la nostra vita può essere evocata sotto il simbolo della traversata, del passare all’altra riva. Quel giorno verso sera Gesù disse: «Passiamo all’altra riva».
La vita che sta davanti a un bambino è una traversata; il matrimonio, questa avventura a due, è una traversata; ogni vocazione è una traversata; la morte è una traversata.
Ma forse ogni giorno, ogni giornata è arrivare a sera a un’altra riva. Traversata è ogni progetto; ogni progetto del cuore è sognare e tendere all’altra riva.
«Nel frattempo si sollevò una grande tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena».
E anche questa è condizione comune, condizione comune di ogni traversata: la tempesta, le bufere, le bufere della vita.
Non è che ce le mandi Dio.
A volte abbiamo uno strano modo di ringraziare Dio e lo ringraziamo di averci salvati dalle inondazioni. Ma, allora, dovrebbero imprecare contro Dio quelli che hanno la barca inondata?
La bufera fa parte della vita.
E non ci sono solo le bufere esteriori. A volte le più terribili sono quelle interiori.
Un teologo, profondo conoscitore dei labirinti dell’inconscio, scrive: «Abbastanza spesso, proprio quando smettiamo di affaccendarci esteriormente, il nostro cuore comincia a rimbombare come un oceano sferzato da raffiche di vento e noi piombiamo nella paura di noi stessi, non ci raccapezziamo più, e vorremmo proteggerci senza sapere in che modo, come se incappassimo nell’occhio di un ciclone, che ci risucchia irresistibilmente nel profondo con sempre maggiore rapidità» (E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, pp. 144-145).
Ecco, il Vangelo di Marco sembra suggerirci che sarebbe sogno vano pensare di non avere a che fare con questo mare, e invece è da sapienti imparare a conviverci. È suggestivo, fino quasi a diventare un simbolo, l’esempio di Gesù che dorme sulla barca.
Se, sull’esempio di Gesù, cercheremo di raggiungere una calma più profonda nel nostro intimo, allora le onde si acquieteranno e il vento si placherà.
«È importante» scrive Drewermann «raggiungere, al di là della zona dell’angoscia psichica, il luogo nel quale la tempesta si placa. Bisogna ancorare profondamente la barca della nostra vita e confidare nel punto in cui, al di sotto del mare agitato, più abissale ancora dell’abisso, un solido fondale ci fornisce l’appiglio».
Questo Dio, che dorme sulla barca scossa dalla tempesta, dal vento, sembra dirci: confida nella mia presenza, anche se ti sembro assente, io ho il potere di placare la bufera e di avvicinare l’altra riva, lascia dormire il tuo cuore nella pace.
Ancorarsi in Dio e imparare a «dormire» nella tempesta. Ancorarsi in Dio e imparare a dormire anche per l’ultima tempesta.
Senza scampo un bel giorno verrà il momento in cui né medici, né preti, né consiglieri, né altri interventi esterni potranno più aiutarci, il momento in cui noi saremo arrivati alla fine dell’esistenza, dove ad attenderci sarà la morte.
E allora per l’ultima volta sarà importante trovare quiete contro l’angoscia; allora sarà ancora più decisivo ancorarsi in Dio e imparare a dormire nella tempesta.


[1] nato a Milano nel 1931, è licenziato in sacra teologia. E’ sacerdote dal 1954. Ha insegnato nei seminari diocesani ed è stato parroco della comunità di San Giovanni in Laterano a Milano




VAMOS A PONER EL CUERPO
Tonio Dell’Olio

Vamos a poner el cuerpo
di Tonio Dell’Olio
in “www.mosaicodipace.it” del 4 giugno 2021

Qualche giorno fa, Juan, leader dei movimenti popolari soprattutto in America Latina, parlandomi al telefono mi ha comunicato che il giorno dopo sarebbe partito per la Colombia guidando e coordinando una delegazione che potesse monitorare il rispetto dei diritti umani e solidarizzare con i movimenti popolari e le persone che in questo momento manifestano in piazza e ricevono la repressione violenta della polizia e, adesso anche dell’esercito. Gli ho fatto presente che forse non sarebbe stato necessario recarsi direttamente in Colombia e che anch’io ricevo quotidianamente materiale informativo, video e prove della repressione nei confronti dei colombiani. Sarebbe
ugualmente utile diffondere quelle informazioni, tentare di smuovere la comunità internazionale per fare pressione sul governo colombiano. La risposta di Juan è stata: “No, è necessario andare per ‘poner el cuerpo‘” che significa mettere il corpo. Mi sfugge il significato competo di quella espressione che intuisco in questa Domenica in cui celebriamo la Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Gesù. Nell’ultima cena, Gesù spezzando il pane non dice: “Questa è la mia anima” ma “Questo è il mio corpo”. Condividendo il calice del vino dice: “Questo è il mio sangue”, e non “Questo è il mio spirito”. Dobbiamo interrogarci come Chiesa perché troppo spesso abbiamo squalificato il corpo senza comprendere che Gesù ci ha salvati dando il suo corpo sulla croce e offrendo il suo corpo in quella cena “per voi e per tutti”. Per tutti, nessuno escluso. Anche per Giuda che da lì a poco lo avrebbe tradito. Per tutti, al di là delle appartenenze e delle identità. E mi chiedo perché quando in Parlamento si discute una legge che riguarda il corpo, l’orientamento sessuale, sentiamo il dovere di intervenire per difendere valori e principi, di impegnare la nostra voce autorevole e quando invece si discute di armi da acquisire o da impiegare o di legalità o si dibatte sulle misure contro la corruzione o sull’abolizione o meno dell’ergastolo o, ancora, sul lavoro, sembra quasi che la cosa non ci riguardi. E allora penso che questa Solennità del Corpo e Sangue di Cristo, del Corpus Domini, debba interrogarci anche su questa profondità. Questa festa non può essere angelica, eterea, poetica nel senso di disincarnata, perché al contrario è alquanto incarnata. Gesù ci chiede di mettere il corpo come ha fatto lui: “Fate questo in memoria di me”. Essere presenti, farsi vicini, prossimi, stare insieme a coloro che soffrono, diventa importante. Vamos a poner el nuestro cuerpo, ci insegna Juan, ma soprattutto Gesù. Dalla tavola dell’ultima cena e, soprattutto, dalla croce.




NOI IMMERSI NELL’ONDA DI DIO-TRINITA’
Padre Ermes Ronchi

Noi, immersi nell’onda di Dio-Trinità

Padre Ermes Ronchi – Avvenire (15 Giugno 2003)

Gesù, avvicinatosi loro…. Ancora non è stanco di avvicinarsi, di farsi incontro; si impegna, fino all’ultimo, in questo reciproco cercarsi di Dio e dell’uomo.

E disse: battezzate. Verbo la cui radice significa immergere. Immergete ogni vita dentro l’oceano di Dio, e sia sommersa e sollevata dalla sua onda mite e possente. Fate entrare ogni creatura nella vita di Dio. In queste – che sono le ultime parole di Cristo – sta il cuore della nostra fede: vivere di Dio. Immersione felice e sofferente. Felice, come intuisce Mosè, quando dice: tutto è dato perché siate felici voi e i vostri figli. I comandamenti sono posti a difesa di una possibile lunga felicità. Immersione sofferente, dice Paolo, nella croce che è dono di sè, un potere che non è possesso.

Battezzate nel nome del Padre, cuore che pulsa nel cuore del mondo; e poi nel nome della fragilità del Figlio morto nella carne, e nel nome della forza dello Spirito che lo risuscita. La Trinità viene allora a significare che la vita di Dio non può essere estranea né alla fragilità della carne, né alla forza della vita; né al dolore né alla felicità dell’uomo. La Trinità diventa storia concreta di fragilità e di forza, affidata non ad acute intelligenze, ma a pescatori illetterati che dubitano ancora, che sanno di non sapere, che si sentono piccoli piccoli, ma invasi e abbracciati dal mistero (A. Casati). Perciò lo preserveranno, pur senza capire tutto, come un vento in cui naviga l’intero creato.

Insegnate a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Non ha detto: “insegnate i comandamenti”; neppure: “ordinate di osservarli”. È detto invece: insegnate a viverli, mostrate come si viva il vangelo. È facile trasmettere nozioni, ancora più facile dare ordini. Ma la vera missione è trasmettere vita, valori, energia, strade per vivere in pienezza.

Tutto ciò che vi ho comandato: amatevi; tutto ciò che ho detto del Padre: che è amore, dono della vita agli uccelli dell’aria, ai gigli del campo, ai figli dell’uomo, questo insegnate. Insegnate ad amare, come si insegna un’arte che si conosce, un cammino dell’anima che si è percorso. Insegnate ad essere felici, direbbe Mosè. Insegnate a donare, cioè ad essere vivi, direbbe Paolo.

Io sarò con voi tutti i giorni. Sarò con voi, senza condizioni, anche quando dubitate e non riuscite a insegnare nulla a nessuno. Con voi, tutti i giorni, come seme che cresce, inizio di eternità, anima di comunione. La Trinità intera è in me, fin dall’origine, in me creato non semplicemente a immagine di Dio, ma ad immagine della Trinità, di un Padre che è la fonte della vita, di un Figlio che mi innamora, di uno Spirito che accende di comunione tutte le nostre solitudini.




UN MONDO RIEMPITO DALLO SPIRITO DI DIO
Padre Ermes Ronchi

Un mondo riempito dal respiro di Dio.
padre Ermes Ronchi  (08-06-2003)

Viene lo Spirito, secondo il vangelo di Giovanni, leggero e quieto come un respiro: Alitò su di loro e disse “Ricevete lo Spirito santo” (Gv 20,22). Viene lo Spirito, nel racconto di Luca, come energia, coraggio, missione, vento che spalanca le porte, e parole di fuoco (Atti 2,2ss). Viene lo Spirito, nell’esperienza di Paolo, come dono, bellezza, genio diverso per ciascuno (Gal 5,22). Tre modi diversi, per dire che lo Spirito conosce e feconda tutte le strade della vita, rompe gli schemi, è energia imprudente, non dipende dalla storia ma la fa dipendere dal suo vento libero e creativo.

Effusione d’amore. Lo Spirito è l’estasi di Dio, il debordare, l’esondazione di un amore cercatore che preme, dilaga, si apre la strada verso il cuore dell’uomo. Effusione di vita. Lo Spirito santo è ciò che fa vivere Dio. Dio ha donato ciò che lo fa vivere: non vuole che l’uomo esista in funzione di Lui, ma che viva di Lui. Non ha creato l’uomo per reclamarne la vita, ma per risvegliare la sorgente sommersa di tutte le sue energie. Effusione ardente: il simbolo del fuoco dice che lo Spirito porta in dono il bruciore del cuore dei discepoli di Emmaus, l’alta temperatura dell’anima che si oppone all’apatia del cuore e della fede che ha inaridito l’uomo e il credente d’oggi.

Meraviglia del primo giorno: “com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?” Lo Spirito di Dio da sempre parla ad ogni uomo, si rivolge a quella parte profonda, nativa, originaria che è in ciascuno e che viene prima di tutte le divisioni di razza, nazione, ricchezza, cultura, età, religione. Non è solo il capovolgimento della frattura di Babele: ora lo Spirito parla la mia lingua di festa e di dolore, di stanchezza e di forza. La Parola di Dio diventa mia lingua, mia passione, mia vita, mio fuoco. Diventa la parte migliore di me, respiro segreto di ogni parola.

E allora “del tuo Spirito, Signore, è piena la terra“. La terra con i suoi deserti e i suoi sempreverdi, con i suoi bambini e i suoi anziani pieni di luce, e le donne che sono la cosa più vicina a Dio (C. Bobin), la terra è piena. E figli e figlie profeteranno, anziani e giovani avranno visioni, schiavi e schiave parleranno di Dio, profezia di Gioele. E la gioia e la ricchezza di tutto questo. La terra è piena dello Spirito. Guardati attorno, cerca, ascolta il vento sugli abissi, il respiro del cuore: la terra è piena di Dio. Cerca la bellezza salvatrice, l’amore in ogni amore. Piena è la terra. E instancabile il respiro di Dio porta pollini di primavera e disperde le ceneri della morte.




L’INNESTO VITALE
Don Angelo Casati

L’INNESTO VITALE
di Don Angelo Casati (ADISTA n° 46/2009)

E l’immagine è bellissima, è viva, custodisce il senso della nascita. Per noi uomini e donne di città la suggestione è impoverita: quando mai vediamo una vigna? Se passi in questi giorni di primavera vicino ai tralci di una vite non puoi non incantarti al miracolo dei teneri, turgidi germogli.
Ecco, vorrei subito dirvi la gioia che provo al pensare che la fede ci fa dimorare in una vigna, cioè in questo miracolo delle cose che nascono. E il pensiero mi attrae, mi seduce, mi porta anche a ricordare una parola, parola bellissima, di Papa Giovanni. Sentitela: “Non siamo sulla terra a custodire un museo, ma a coltivare un giardino fiorente, destinato ad un avvenire glorioso”.
Dunque lo spazio cui ci chiama l’immagine della vigna non è quello dell’aria chiusa e ammuffita, bensì quello dell’aria aperta, della vigilia di nascita, delle vigne assolate ma rigogliose di Israele, nate, quasi d’incanto, per miracolo, in una terra arida.
Ebbene Gesù con l’immagine della vigna si ricollega a un simbolo più volte evocato nell’Antico Testamento, dove il simbolismo della vigna viene con insistenza ripreso per raccontare il rapporto tra Dio e il suo popolo, un rapporto, sul versante di Dio, fatto di cure, di premure, di tenerezza per la sua vigna, un rapporto, sul nostro versante, fatto a volte, purtroppo, di indifferenza, di impermeabilità, di rifiuto.
Ma c’è di più. Nel Vangelo di Giovanni Gesù attribuisce a se stesso l’immagine della vite. “Io sono la vite, voi i tralci.”
Forse potremmo anche dire che con il Battesimo è avvenuto un innesto: noi, rami per qualche misura selvatici, innestati alla vite che ha la pienezza del rigoglio. E dunque custodisci l’innesto, abbine cura, perché senza questa comunicazione con Gesù e il suo Vangelo, si interrompe il flusso della linfa, rinsecchiamo. Rami secchi! E questa del rinsecchirsi è, o dovrebbe essere, la cosa che ci preoccupa di più – più dell’invecchiare negli anni –  l’invecchiare, l’inaridirsi, il rinsecchirsi, l’ammuffire nello Spirito.
Qual è la condizione perché questo non avvenga? La condizione è ricordata senz’ombra di equivoci da Gesù: “Rimanete in me”. Custodite l’innesto. Se non vado errato, per sette volte in questi otto versetti di Vangelo ritorna il verbo “rimanere”: “Se rimanete”, “se non rimanete”, “chi rimane”, “chi non rimane”… e così via, sette volte.
Il verbo “rimanere” è un verbo caro a Giovanni. Perché? Perché è un verbo che dice intimità. Che cosa significhi che tu rimanga nell’altro e che l’altro rimanga in te, forse ce lo possono raccontare solo coloro che fanno un’esperienza di amore: “Ora te ne vai, ma tu rimani in me”. Che cosa significa allora rimanere in Gesù, rimanere nella vite? Significa che il suo mondo, il mondo di Gesù, è diventato il mio mondo, è l’aria che mi fa respirare, è la linfa che pulsa e genera sussulti di nascita, anche in questo ramo apparentemente secco, rinsecchito, che sono io. Il verbo rimanere usato da Giovanni in queste ultime pagine di Vangelo è lo stesso che Giovanni usa in una delle sue prime pagine, quando i due discepoli del Battista si mettono sulle tracce di Gesù. Gesù li sente camminare alle spalle. “Che cercate?” chiese loro. Ed essi: “Maestro, dove dimori?”. Lo stesso verbo. “Videro dove dimorava. E dimorarono presso di lui quel giorno.” Gli stessi verbi. Dimorare è più che abitare. Si può abitare una casa, una chiesa come spazio esteriore. O li si può abitare come spazio di relazioni, di un intimo comunicare, un abitare pensieri, emozioni, sogni. Questo vuol dire rimanere in Gesù, rimanere nella vite.
Custodire questo innesto dovrebbe essere la nostra cura: il nostro innesto e quello degli altri. Questo è il compito che ci attende nella vigna.
A volte invece sembra che la massima cura, la preoccupazione più forte nella Chiesa sia quella di tagliare i rami secchi e di bruciarli. Posso sbagliarmi ma penso che non ci voglia una grande arte né una grande intelligenza per tagliare e per bruciare i rami secchi. L’arte invece, l’arte, l’intelligenza dello Spirito stanno nel creare un innesto o nel custodirlo, nel fasciare, come diceva Gesù, il punto debole della vite.
Anche la Chiesa delle origini stentava a credere negli innesti nuovi, stentava a credere che Dio avesse fatto giungere la linfa luminosa a Paolo di Tarso. Sembra di sentirli: “Ma scherzi! Proprio lui? Ma guarda al suo passato e non essere ingenuo”. E non si accorgono che a rinsecchirsi sono loro. E ci volle Barnaba, ci volle tutta la forza del suo animo a convincerli che Dio ha strade infinite e che anche la strada di Damasco può essere strada di cambiamento. E che la finissero di guardare indietro, che aprissero gli occhi a contemplare ciò che ora stava germogliando. Barnaba, uomo della vigna, uomo degli innesti. E noi, nella comunità, non a custodire un museo, ma a coltivare un giardino!




RECITARE O ESSERE? Pensieri tra Quaresima e Pasqua
Don Angelo Casati

RECITARE O ESSERE? Pensieri tra Quaresima e Pasqua. Don Angelo Casati

Mi succede – qualcuno la ritiene una mia ossessione – di avere in sospetto ogni parola che, poco o tanto, sembra recitata, ogni atteggiamento che, poco o tanto, sembra studiato. Si recita una parte. A volte mi sorprendo a guardarmi. E mi chiedo: “Stai recitando? Stai celebrando o recitando? Stai pregando o recitando? Stai predicando o recitando? Stai parlando o recitando?”. Nella recita non ci sei. C’è una parte che indossi. Che non è la tua.
Gesù incantava.
Gesù non recitava. Forse per questo o anche per questo, incantava. Era autentico, aderente la vita, non a una parte da recitare. E la gente lo sentiva vero. A differenza di altri. A differenza, per esempio, di una certa frangia – non tutti! – di farisei che “recitavano”: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini. Allargano i loro filatteri, allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare rabbì dalla gente”(Mt.23,5-7).
Qualcuno, anche nel mondo ecclesiastico, sconcertato dalla calda umanità di Gesu, tende a presentarla come se il Signore stesse recitando, quasi non gli fosse consentito, in quanto Dio, di crescere, di essere stanco, di non sapere, di amare i banchetti, di desiderare la tenerezza di un bacio o il profumo dell’unguento, di provare paura e solitudine. Quasi recitasse, in tutto ciò una parte non sua. Gesù non ha mai recitato. Era.
Dominante è il ruolo
C’è il pericolo – lo avverto sempre più acutamente e il racconto delle tentazioni di Gesù, all’inizio della Quaresima, lo segnalava – che anche la religione diventi spettacolo, luogo in cui si recita. Strano verbo, questo “recitare”, che abbiamo nel nostro linguaggio religioso legato al pregare! Si “recita” una Ave Maria o un Padre Nostro, si “recita” il rosario. È in agguato la recita. La avverti. A volte è nell’aria. A tradirla è un tono affettato, artefatto, poco naturale, studiato. Aria strana. L’aria di certi raduni ecclesiastici. Volti impassibili, non tradiscono la benché minima emozione. Ci si parla di errori, di cedimenti o di smarrimenti, sono sempre quelli degli altri. L’inquietudine non esiste. Esiste la sicurezza. Si recita la parte di Dio. Mai uno che dica: “Ho peccato”. Lo si dice nella Messa, ma per modo di dire. Nessuno che abbia mai fatto un errore. E che lo riconosca. Domina il ruolo. L’impassibilità del ruolo. Impenetrabili, drappeggiati, diplomatici. E senti la distanza. E come se mancasse gente vera. Non sono i volti che cerchi, quelli che ti incantano fuori le mura, volti che non mascherano le stanchezze e le emozioni, volti che confessano l’inquietudine e la lontananza. Scrive Carlo Maria Martini: “Non di rado mi spavento sentendo o leggendo tante frasi che hanno come soggetto “Dio” e danno l’impressione che noi sappiamo perfettamente ciò che Dio è e ciò che egli opera nella storia, come e perché agisce o in un modo e non in un altro. La Scrittura è assai più reticente e piena di mistero di tanti nostri discorsi pastorali”.
Come figli di Dio
Comunità alternativa si diventa vivendo il Vangelo, non recitando la parte del “perfetto”.
Alternativi diventiamo non mascherandoci dietro il ruolo o dietro il titolo, ma dando trasparenza ai rapporti. Incontrandoci come persone. Come figli di Dio. Questa la più grande dignità che ci è toccata. Non esiste, per un vero credente, altra tanto grande. Essere Papa, essere Vescovo, essere prete, non vale l’essere figli di Dio. E, se figli, liberi, e quindi non soffocati, non mascherati, non misurati da titoli e da ruoli. Quando Papa Giovanni, poco dopo la sua elezione, si accorse che l’ Osservatore Romano introduceva le sue parole con questa formula di rito: “Come abbiamo potuto raccoglierle dalle auguste labbra di Sua Santità”, chiamò il capo redattore e gli disse: “Lasciate perdere queste sciocchezze e scrivete semplicemente: Il Papa ha detto”.
La grande sfida
Quale perdita per la società, se la Chiesa, che nel mondo dovrebbe apparire come lo spazio dove risplende la libertà e l’umanità dei rapporti, diventasse luogo di relazioni puramente formali, deboli e fiacche, non sincere e intense. Rischierebbe l’insignificanza. Verrebbe meno alla grande sfida, all’opportunità che oggi le si offre di tessere in una società ampiamente burocratizzata rapporti autentici e profondi. E non sarà che alla Chiesa di oggi, e quindi a ciascuno di noi, Dio chieda meno protagonismo, meno organizzazione, meno recite e più vicinanza, più sincerità?  Alla mente ritorna una pagina folgorante dello scrittore Ennio Flaiano, là dove abbozzava un ipotetico ritorno di Gesù sulla terra, un Gesù, infastidito da giornalisti e fotoreporter, come sempre invece vicino ai drammi e alle fatiche dell’esistenza quotidiana: <<Un uomo – scrive – condusse a Gesù la figlia ammalata e gli disse: “Io non voglio che tu la guarisca, ma che tu la ami”. Gesù baciò quella ragazza e disse: “In verità questo uomo ha chiesto ciò che io posso dare”. Così detto, sparì in una gloria di luce, lasciando le folle a commentare quei miracoli e i giornalisti a descriverli>>.




QUARESIMA E LE VIE DELLA CONVERSIONE
Carlo Molari

LE VIE DELLA CONVERSIONE. Carlo Molari (ROCCA 1/4/04)
La quaresima ripropone alla Chiesa la conversione continua, come la condizione assoluta per il cammi­no di fede e per rendere significa­tiva la celebrazione della Pasqua. Oggi inoltre essa è neces­saria come testimonianza pubblica della speranza, cui anche l’uomo secolarizzato non può rinunciare. Sergio Quinzio, in un inedito pubblicato dalla Stampa il 3 febbra­io 2004, osservava in merito: «l’uomo mo­derno che ha alle sue spalle la grande spe­ranza cristiana, ha cercato per questo, di pervenire a una condizione umana reden­ta, salvata, liberata. Non è mai più uscito dal bisogno che la rivelazione cristiana ha posto in lui, continua a volere qualcosa che superi di gran lunga i penosi limiti della ‘na­tura umana’. Anche se è uscito dall’orizzon­te della fede cristiana, l’uomo non è uscito dall’orizzonte di quella speranza… Lo stes­so rifiuto della salvezza ne tradisce il biso­gno». La conversione dei credenti e la testi­monianza che ne deriva, hanno oggi anche l’urgente finalità di rispondere al bisogno di salvezza e di tracciare quindi vie alla spe­ranza. Il messaggio di chi vive processi di conversione riferendosi al Vangelo o apren­dosi all’azione di Dio è inequivocabile: le novità nelle persone e nella storia umana sono possibili, anche oltre la misura delle nostre attese, perché l’azione di Dio è una straordinaria potenza di vita per le creatu­re e per la loro storia. Spesso però il messaggio trasmesso dai cre­denti è ambiguo e incerto perché la conver­sione è intesa in chiave puramente morale come cambiamento di costumi. La conver­sione è molto di più perché consiste in un processo vitale che attiene al divenire della persona e allo sviluppo della specie. Non si tratta semplicemente di cambiare pensieri, desideri, azioni, ma di diventare persone nuove o di consentire che la vita sviluppi tutte le virtualità della specie umana.
In questa prospettiva le componenti della conversione sono almeno tre:
– la consapevo­lezza del negativo che condiziona la storia e le persone,
– la presa di distanza ideale dal male individuato,
– l’esercizio della fiducia in Dio per consentire l’espressione in noi della sua azione misericordiosa.
Molti equi­voci sulla conversione e molte resistenze derivano dalla poca chiarezza di questi aspetti.
Consapevolezza del male.
La presa di coscienza del male è un proces­so complesso che si sviluppa secondo dina­miche e in momenti diversi. Il primo dato è il giudizio preventivo delle scelte che ci ap­prestiamo a fare, la risonanza inferiore de­gli atti che compiamo, in una parola: il giu­dizio della coscienza. Ma il dato più signifi­cativo e completo per la consapevolezza del male è l’analisi dei frutti che conseguono alle scelte compiute. Dai risultati vitali del­le scelte, infatti, appare quale tipo di forza è stata messa in moto e quali spazi sono stati effettivamente aperti al fluire della vita. La consapevolezza del male, perciò, deve implicare anche l’analisi delle conseguen­ze per la persona e degli influssi esercitati nell’ambiente con le azioni compiute. Ci sono esperienze che solo dopo molto tem­po rivelano le loro insufficienze e manife­stano le potenzialità dei loro inquinamen­ti. Importante è rendersi conto che il male non risiede semplicemente nei gesti com­piuti o nelle opere realizzate, perché diven­ta flusso storico, struttura vitale, realtà per­manente delle persone. La presa di coscien­za del male, perciò, conduce alla consape­volezza del negativo, che svuota la perso­na, si insinua nelle relazioni, inquina i pro­cessi storici. Non si tratta perciò solo di trasgressioni morali o giuridiche, ma di re­altà profonde, di decadenza vitale, di im­poverimenti progressivi delle società. Le scelte sono segni di una condizione e di­ventano stimoli ulteriori ai processi dege­nerativi delle persone e delle comunità. Il grado di consapevolezza del male cresce con la persona stessa e con il raffinamento della sua sensibilità spirituale, costituita da qual complesso di criteri e di valutazioni che rafforzano la struttura interiore della persona. Per il giudizio storico quindi è ne­cessario tenere presente che la consapevo­lezza del male non risulta solo dai frutti negativi derivati, ma anche dallo sviluppo della coscienza giudicante. Vi sono infatti delle scelte che in un particolare periodo non sembrano avere alcun carattere nega­tivo e che invece con il passare del tempo, anche indipendentemente dai frutti emer­si, appaiono in se stesse inadeguate e con­trarie alle esigenze della vita. Per questo le scelte, compiute nel passato, man mano che il tempo passa, possono apparire in una luce progressivamente diversa. Non cresce la colpa soggettiva, perché il passato ne ha fis­sato la misura secondo il grado di respon­sabilità e di consapevolezza del tempo in cui l’azione si è svolta, ma la conversione può manifestarsi più esigente secondo il peso del male introdotto nella storia perso­nale e sociale. Questi criteri non riguardano solo le scelte personali, bensì anche quelle comunitarie e storiche.
Presa di distanza e riparazione del male
Di fronte al male, tuttavia, la consapevolez­za non è sufficiente alla conversione. È ne­cessaria anche una esplicita presa di distan­za e un rifiuto consapevole del male. Essa si esprime in vari modi sia a livello perso­nale che a livello storico e sociale. Riguar­do alla persona, la presa di distanza impli­ca saper riconoscere gli effetti negativi, pre­visti o meno, che le scelte di fatto hanno provocato; saper smascherare e analizzare i meccanismi vissuti e le giustificazioni in­gannevoli che li hanno suscitati e accom­pagnati. A livello storico la presa di distan­za implica l’accoglienza delle conclusioni degli studi seri compiuti dagli esperti, l’in­dividuazione delle cause e dei processi che hanno condotto alle scelte negative, la ri­chiesta esplicita e pubblica di perdono per le scelte compiute nel passato non solo dal­le singole persone, ma anche dalle istitu­zioni, non solo in rapporto al presente, ma anche a tutto il passato. A questi processi dovrebbero impegnarsi tutte le istituzioni anche planetarie. In questo quadro si comprendono sia gli studi storici promossi da Giovanni Paolo II durante il suo pontificato per gli episodi oscuri o ambigui della storia ecclesiale, e anche i numerosi atti di pentimento espressi in varie circostanze e in particolare nell’oc­casione dell’anno giubilare. Alcuni, anche recentemente, hanno criticato l’insistenza con cui il Papa ha riproposto alla chiesa questa strada. Ma le ragioni addotte non sembrano toccare i punti essenziali dei ge­sti di riconciliazione. Scrive ad es. lo stori­co fiorentino Michele Ranchetti: «La richie­sta di perdono da parte della chiesa… è un atto, in apparenza rivoluzionario. Si è det­to per la prima volta nella storia, la chiesa di Roma riconosce i suoi errori e le sue col­pe. È vero. Ma è anche vero che a questa dichiarazione di colpa, a questa richiesta di perdono non segue assolutamente nulla: nessuna forma di penitenza e di espiazio­ne. È un atto «verbale» che non si sa a chi sia diretto, chi riguardi, chi debba e possa valersene» (Non c’è più religione. Garzanti, Milano 2003, p. 12). Per la Chiesa, secondo Ranchetti, esso «appare ora come la più esplicita affermazione della propria autori­tà assoluta che offre a sé stessa il perdono, ai suoi membri incorsi in peccato, ma sen­za indicare né chi né dove, né quando, e senza alcuna forma di espiazione, senza alcuna penitenza visibile» (ivi p. 24).
Le cose non stanno così. La domanda di perdono è rivolta a Dio per accogliere quel­la forza di vita che trasforma le persone e le rende capaci di novità radicali. Ma insieme è sollecitazione e impegno a prendere le distanze da quei meccanismi di male che si sono espressi nel passato e che operano ancora oggi. La presa di distanza dal male della propria storia significa riconoscerlo, additarlo come male da superare e assume­re oggi atteggiamenti opposti a quelli eser­citati nel passato.
Non sono sufficienti il riconoscimento del male e la presa di distanza se questi atti non sono seguiti da atteggiamenti di accoglien­za di quella energia che investe l’orante, lo alimenta e fiorisce in lui come vita nuova. Il processo di riconciliazione implica un’azione purificatrice di Dio che, accolta dalla creatura, diventa in lei qualità inedita di vita. La conversione quindi non è l’ini­ziativa dell’uomo che vuole diventare mi­gliore, ma la risposta umana ad una solle­citazione di Dio, che con atto gratuito, pu­rifica la creatura dal peccato rinnovandole l’offerta della vita. Al perdono richiesto, perciò non deve seguire nessuna punizione o sofferenza, bensì una forma nuova di esi­stenza che si concretizza in gesti concreti di dialogo, in atti di accoglienza, in inven­zioni di fraternità, in segni di amicizia, in offerte di misericordia, secondo le diverse forme di peccato di cui si chiede perdono. Ora è innegabile che le pratiche di riconci­liazione quando si svolgono con consape­volezza e coinvolgimento interiore modifi­cano gli orientamenti di vita. Gli inviti per­ciò che il Papa ha rivolto alla chiesa cattoli­ca non sono stati vani e insignificanti, ben­sì espressioni sincere della volontà di acco­gliere l’azione misericordiosa di Dio per far­la fiorire in novità di vita.




LA LOTTA DI GIOBBE
Don Angelo Casati

La lotta di Giobbe (Don Angelo Casati).

Oggi la Liturgia ha accostato alla pagina del vangelo di Marco la pagina del libro di Giobbe, che forse può disturbare la sensibilità delle persone cosiddette devote che, davanti al dolore degli altri, predicano senza troppa fatica, come fanno gli amici di Giobbe, la rassegnazione o la resa.
Giobbe risponde con la lotta. E Dio è dalla parte di Giobbe e non dalla parte dei suoi amici che, bravi loro, hanno un prontuario di risposte teologiche per spiegare i drammi dell’umanità.
Dio accetta parole di protesta come quelle di Giobbe che oggi abbiamo ascoltato, parole che parlano della fatica del vivere.
È folgorante e sorprendente il libro di Giobbe, perché noi siamo stati educati a legare Dio e la sua immagine all’insegnamento della rassegnazione e dell’accettazione passiva. E invece il libro di Giobbe -scrivono i monaci di Bose- predica “la legittimità del linguaggio di protesta e di contestazione da parte dell’uomo, quando si trova nella situazione di malattia. Giobbe si ribella alla situazione di disgrazia che si è abbattuta su di lui e grida a Dio la propria rabbia. Giobbe arriverà a bestemmiare Dio, mostrerà aggressività verso i suoi amici teologi che in realtà si rivelano nemici e medici del nulla“.
Pensate invece quante volte anche noi, come gli amici di Giobbe, ci scandalizziamo di fronte al grido o alla bestemmia di dolore, e quante volte invitiamo al silenzio, o all’attenuazione del grido: «Ma non dire così. Esageri!».
Il libro di Giobbe non legittima la figura del credente come di colui che la dà vinta al male, legittima la figura del credente come di colui che lotta contro il male. Perché questa è anche l’immagine di Dio. Non è forse questa l’immagine di Dio, che, come per una fessura, intravediamo in Gesù di Nazaret?
Gesù non predica rassegnazione, non chiede di offrire la sofferenza a Dio, non dice mai che la sofferenza di per sé avvicini maggiormente a Dio, non nutre atteggiamenti doloristici. Gesù invece lotta contro il male, cerca di farlo arretrare, di ridare salute all’uomo.
Gesù istruisce i suoi discepoli e istruisce noi oggi con il suo esempio. Ci istruisce con i suoi verbi, i verbi di Gesù nella casa di Simone, che dovrebbero diventare i nostri verbi oggi nelle case di questa umanità. Ricordiamoli: “si accostò, la prese per mano, la sollevò”. Quasi a suggerire che se noi ci teniamo a debita distanza, se noi rifuggiamo dal contatto fisico, non solleviamo nessuno. Chi soffre, per sentirsi in qualche modo rivivere, “risorgere”, come allude il verbo greco, ha bisogno di vicinanza, di mani che accarezzino, che stringano.
Non faremo miracoli. Nemmeno a Gesù fu possibile fare miracoli a tutti. È scritto: “gli portarono tutti i malati e gli indemoniati… guarì molti“. Tutti… molti! C’è uno scarto. Ma sollevò tutti. Non faremo miracoli, ma solleveremo qualcuno, accostandoci, prendendo per mano.
Vorrei aggiungere che Marco, se da un lato registra l’immergersi di Gesù in questa umanità dolente, dall’altro registra l’andarsene, un duplice andarsene. Esce quando ancora è buio di casa e si ritira in un luogo deserto e lì prega. E così scopriamo nelle pieghe della pagina di Marco da dove Gesù attingesse quella sua forza, l’energia dello Spirito che faceva di lui l’uomo della compassione, della vicinanza, della cura, della dedizione assoluta. Così per lui, così anche per noi. C’è una sorgente, una sorgente segreta.
Ma nel brano di Marco è accennato anche un altro “andarsene”. I discepoli lo scovano, gli dicono: “tutti ti cercano“. Dice: “Andiamocene altrove… per questo sono venuto“. È venuto per andare altrove: la Galilea non è un solo villaggio.
C’è sempre questo pericolo di voler fare di Gesù il proprio cappellano, un cappellano di corte, il cappellano del proprio gruppo, del proprio movimento e non il Salvatore di tutti i villaggi. E Gesù se ne va. Chissà se l’abbiamo capito. Essere nel mondo e diventare uomini e donne di un villaggio solo significherebbe spegnere e tradire il vero movimento, quello del vangelo. Vangelo che ci mette in guardia dalla tentazione di rinchiudere noi stessi in un solo villaggio e dalla pretesa di rinchiudere Dio in un solo villaggio.




Se la Parola di Dio diventa rara.
Lidia Maggi

Se la Parola di Dio diventa rara.(Correggere il sapore)

di Lidia Maggi (da ROCCA 8/99)

2 Re 4, 38-44.

Eliseo tornò in Gàlgala. Nella regione imperversava la carestia. Mentre i figli dei profeti stavano seduti davanti a lui, egli disse al suo servo: «Metti la pentola grande e cuoci una minestra per i figli dei profeti».  Uno di essi andò in campagna per cogliere erbe selvatiche e trovò una specie di vite selvatica: da essa colse zucche agresti e se ne riempì il mantello. Ritornò e gettò i frutti a pezzi nella pentola della minestra, non sapendo cosa fossero. Si versò da mangiare agli uomini, che appena assaggiata la minestra gridarono: «Nella pentola c’è la morte, uomo di Dio!».  Non ne potevano mangiare. Allora Eliseo ordinò: «Portatemi della farina».  Versatala nella pentola, disse: «Danne da mangiare alla gente».  Non c’era più nulla di cattivo nella pentola. Da Baal-Salisa venne un individuo, che offrì primizie all’uomo di Dio, venti pani d’orzo e farro che aveva nella bisaccia. Eliseo disse: «Dallo da mangiare alla gente».  Ma colui che serviva disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?».  Quegli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: Ne mangeranno e ne avanzerà anche».  Lo pose davanti a quelli, che mangiarono, e ne avanzò, secondo la parola del Signore.

Tempi di carestia e di abbondanza caratterizzano la storia biblica e forse anche la nostra storia. Tempi in cui il cibo è prezioso perché raro, altri in cui abbonda. Così come il cibo anche la Parola di Dio in alcuni tratti della storia sacra sembra abbondante, in altri invece scarseggia, è quasi assente. C’è abbondanza di Parola di Dio nelle storie dei patriarchi, nell’esperienza dell’esodo, del Sinai, del Deserto. Dio diventa più parsimonioso di Parola nel periodo dei giudici e dei re. E’ silente con Saul, eroe tragico della storia sacra e con Giobbe che lo cerca disperatamente. Oggi le parole non sono rare. Le si pronuncia, le si ascolta, le si scrive dovunque. Nasce allora il problema di distinguere la Parola di Dio dalle mille parole umane. Problema che di per sé presenta già un paradosso: la Parola di Dio da una parte ha bisogno di essere incarnata per entrare in contatto con noi, e tuttavia necessita di essere purificata da avvelenamenti troppo umani.

Lo strano miracolo dalla pentola risanata (2 Re 4, 38-41) ci testimonia l’ironia che i tempi impongono anche ad una figura militante come quella di un profeta il cui linguaggio è normalmente quello della radicalità e del giudizio.  In certi tempi anche la parola profetica deve «correggere il tiro» per non lasciare a pancia vuota l’umanità affamata.  Miracolo diventa allora la semplice arte culinaria capace di «rimediare» una minestra uscita male.  Ecco la storia: tempo di carestia, questa volta non solo reale, ma anche spirituale. «La parola dell’Eterno era rara a quei tempi e le visioni non erano frequenti» (1 Sam. 3,1).  Come si fa a cucinare e a sfamarsi adeguatamente?  Il profeta Eliseo ordina ai suo discepoli riuniti di preparare una minestra, minestra che deve nutrire tanti, anche coloro che non hanno contribuito.  Con quali ingredienti però?  Perché il profeta non li fornisce?  Chi li deve procurare?  Il cibo scarseggia.  Per cucinare la minestra di Dio i discepoli agiscono in maniera diversa.  Alcuni aspettano che vengano loro consegnati gli ingredienti, scelgono una vita più contemplativa; altri sentono di dover uscire a cercare personalmente le erbe.  Uscendo affrontano una realtà «selvatica», sconosciuta, non catalogabile, come tutte le nuove situazioni che interpellano la nostra vita. In un nuovo contesto il rischio di sbagliare è sempre alle porte come succede a quel discepolo che, trovandosi di fronte una pianta selvatica, non addomesticata, con frutti abbondanti, se ne riempie il vestito per la minestra.  E’ il rischio di chi nella vita non gioca in difesa e percorre piste sconosciute, alla ricerca di senso.  E il frutto sconosciuto sembra bello e appetitoso, sembra aprire nuove possibilità di nutrimento.  Viene portato a casa, tagliato e gettato nella minestra.  Si rivela invece, alla cottura, tossico e capace di avvelenare il tutto.  La minestra viene distribuita, ma è immangiabile: «C’è la morte in questa minestra».  Ecco che il cibo che doveva nutrire, dare forza, vita, si trasforma in veleno, morte… Ironia della sorte, il discepolo che voleva contribuire col suo servizio al bene comune si scopre avvelenatore.  Non resta che buttare via tutto il contenuto della pentola e rimanere a digiuno.  Ma in tempi di carestia lo spreco non è permesso.  Il profeta allora interviene.

Egli non moltiplica o trasforma, bensì corregge: aggiungendo un ingrediente trasforma quel veleno in cibo appetitoso che nutre.  Il lavoro di tutti non va perciò sprecato.

La Parola di Dio risulta a volte cruda, indigesta e deve essere cotta perché sia resa appetibile per nutrire la nostra realtà, perché si trasforma in minestra che può essere distribuita e mangiata da molti.  Ma il fuoco della passione non sempre è acceso e gli ingredienti giusti scarseggiano.  Vorremmo trovare nuovi linguaggi, nuovi ingredienti per cuocere la Parola, nuove ricette, ma abbiamo paura, paura di essere il discepolo che, avventurandosi per sentieri sconosciuti, trasforma la Parola di vita ricevuta in minestra di morte, e allora ci sentiamo paralizzati.  Meglio morire di fame che rischiare l’avvelenamento.  E se troviamo il coraggio di agire subentra il timore di non essere capaci di discernere il risultato, di non riconoscere come i discepoli di Eliseo che la minestra di vita può diventare veleno.  Carestia di Parola, di passione, di coraggio e di discernimento. Tempi difficili, non va negato.  Forse però la morsa della fame ci rende disponibili ad apprezzare anche solo le briciole della parola di Dio e a non gettare via troppo frettolosamente quei piatti che ci sembrano riusciti male, nella speranza che Dio susciti tra noi i profeti ironici, capaci di correggere le nostre minestre sbagliate.




A proposito di Re Magi.

A proposito di Re Magi.

«In questo popoloso ed intricato mondo d’angoscia non trovava alcuno da adorare, ma molti da aiutare». Si tratta del Quarto Saggio. Anch’egli vide la stella e partì per seguirla, ma né alla capanna di Betlemme né altrove poté mai raggiungere il Re annunciato nei segni del cielo. Questa storia, pubblicata cento anni fa negli Stati Uniti, tradotta per la prima volta in italiano da Elena e Luigi Giario, fu ideata da Henry Van Dyke, scrittore molto popolare negli Usa grazie a questo libro, oppositore della guerra e amante della natura.
Artaban è il nome di questo quarto «re mago», rimasto fuori dalla tradizionale compagnia dei tre. Perché? Come gli altri sapienti, egli è discepolo di Zoroastro, nella città persiana di Ecbatana. Come Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ha compreso le profezie e i segni che indicano nella Giudea il luogo in cui è nato un uomo nuovo, un principe degno di essere seguito. Per partire, ha venduto tutto ed ha comprato tre preziosissimi gioielli da portare come tributo al Re. Egli deve raggiungere entro una data notte i tre che lo attendono. Il suo viaggio è rallentato da poveri esseri umani che hanno bisogno del suo aiuto, e i tre partono senza di lui. Li segue, ma deve spendere anche i tre gioielli per soccorrere altri bisognosi. Si chiede se mancherà all’incontro con Dio per avere indugiato a usare misericordia agli uomini: «Ho speso per l’uomo ciò che era destinato a Dio. Sarò mai degno di vedere la faccia del Re?».
Per tanti anni vaga nella ricerca, vivendo quello che crede essere «il conflitto fra le esigenze della fede e l’impulso dell’amore».
La parabola ha un finale drammatico e sorprendente. Artaban capirà (scrive Adriana Zarri nella postfazione) che «chinarsi sull’uomo sofferente è chinarsi su Dio», e che dimenticare la ricerca ossessiva di lui per soccorrere gli uomini è trovarlo. Questa storia intensa e bella ripete un tema spirituale mai abbastanza compreso: amare e servire gli esseri umani è amare e servire Dio. Se non crediamo in lui, è certamente fare la cosa migliore possibile: «Non c’è in un’intera vita cosa più importante da fare che chinarsi perché un altro, cingendoti il collo, possa rialzarsi». Lo scrisse un giornalista e politico[1], che certamente dà molta importanza all’agire nelle dinamiche storiche collettive. Eppure sta dicendo che, se la malattia di un familiare o un ferito sulla strada ti interrompono la più importante attività politica, il chinarti su di loro è ancora più importante.
E’ questo, infatti, che dà senso all’azione politica. La quale non è altro, quando è vera politica, che organizzare il chinarsi di tutta la società su chi non può rialzarsi da solo. Se imparassimo a valutare così la politica, le diverse proposte, le decisioni economiche, gli uomini di potere, le nostre scelte politiche! Se non misurassimo tutto sul nostro utile particolare, o di categoria, nazione o regione, tanto più grettamente quanto più siamo ricchi! Se non corrompessimo la nobile politica in una meschina contabilità, come fanno quasi tutti i partiti e i politici per ricavare consenso dai moventi umani più bassi, più facili e diffusi! Se capissimo finalmente che la rinuncia a qualcosa perché un altro viva e sia libero è vera realizzazione di noi, come persone e come società! Infatti, se la politica non rialza chi è caduto e debole, è delinquenza, non politica! Quegli eminenti giuristi americani liberisti, che dichiarano che «la legge deve imitare il mercato» e non regolarlo, parlano come corsari e banditi, non come giuristi! Di politici che propongono se stessi per gestire e assecondare i vizi umani, ce ne sono molti. E più assecondano e corrompono, più piacciono. Nei casi migliori, si limitano a contenere quei vizi, arginarli, incanalarli al meglio. C’è un politico, un partito, che ha oggi il coraggio di proporre la politica nobile del rialzare i deboli?
Rialzare il caduto, esercitare la misericordia è più importante anche della cultura, che o coltiva la nostra umanità, o è commercio. Ed è più importante della religione, la misericordia. Perché è il compimento della religione. La parabola del Quarto Saggio ce lo dice direttamente, come quella del Samaritano nel vangelo di Luca 10 e la profezia del giudizio in Matteo 25. Non c’è «conflitto fra le esigenze della fede e l’impulso dell’amore». Molti nella vita «non trovano alcuno da adorare», e hanno ragione perché cercano Dio e non idoli. Ma nessuno può dire di non trovare nessuno da aiutare. E se Dio c’è, avranno aiutato lui.


[1] Luigi Pintor, giornalista e uomo politico comunista