Quell’invito più forte di ogni «ma»
P.Ermes Ronchi

Quell’invito più forte di ogni «ma»

Padre Ermes Ronchi – Avvenire 27 GIUGNO 2003

Il Signore «rese forte» il suo volto, dice Luca, e si avviò verso Gerusalemme. Su questo sfondo del grande viaggio, un villaggio di Samaria rifiuta di accogliere Gesù.

«Vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» Eterna tentazione dei discepoli di imporre la verità con la forza. Gesù si volta, li rimprovera e si avvia verso un altro villaggio. Nella concisione di queste poche parole appare la grande forza interiore di Gesù, la sua capacità di non deprimersi per una sconfitta, il rifiuto della violenza, il suo rispetto totale per la libertà di ciascuno, e infine la sua speranza indomabile: andiamo in un altro villaggio, c’è sempre un’altra casa cui bussare, un altro paese da attraversare, un altro cuore cui annunciare il Regno di Dio. Hai posto mano all’aratro, non voltarti indietro sulle tue sconfitte, conta il desiderio di altre semine, di nuove vite da guarire.

In controluce al viaggio di Gesù, Luca introduce tre personaggi per mostrare il modo con cui si va dietro a Lui.

Il primo è un generoso: «ti seguirò dovunque tu vada». Gesù anziché evidenziare il suo slancio, che pure deve avere apprezzato, mette in primo piano la difficoltà della strada, perché seguire lui non sia inseguire se stessi: «le volpi hanno tane, io non ho dove posare il capo». Parla di un viaggio che non ha dove fermarsi, che non finirà mai, parla di sé come di un pellegrino senza frontiere, sempre in cammino da uomo a uomo, da cuore a cuore, verso forme sempre più perfette. «Il cristiano è un pellegrino senza strada, ma tenacemente in cammino» (S. Giovanni della Croce).

Il secondo personaggio dice immediatamente «sì», poi però aggiunge: «ma concedimi di andare prima a seppellire mio padre». La sua richiesta è la più legittima che si possa pensare, eppure riduce la sua adesione a un «sì, ma». E qui scopro gli innumerevoli «ma» che anch’io oppongo al Signore, gli indugi, le nostalgie, le molte cause che invento per sottrarmi, per evitare le domande serie «se non ora, quando? Se non io, chi?» (don Milani).

Infine il terzo dialogo: «ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io vada a salutare quelli di casa». Ancora un «ma». Ed è il più naturale: è così duro il cammino senza affetti e senza amici. Gesù risponde: «chi pone mano all’aratro e poi si volge indietro, non è adatto al Regno».

Ma Signore, chi non si è mai voltato indietro? Chi è adatto? Poi guardo e vedo Gesù cercare Pietro che per tre volte si è voltato dall’altra parte, e dichiararlo per tre volte adatto a pascere agnelli e pecore, ad avere le chiavi del regno. E io sono adatto al Regno? No, se guardo alla mia coerenza; forse sì, se penso che le pietre scartate sono servite, nelle sue mani, meglio delle altre a costruire la sua casa.

 




Racconto
L’ABETE SOLITARIO di B. Ferrero

 L’abete solitario. di Bruno Ferrero
“C’è ancora qualcuno che danza” Ed. ELLEDICI

L’ululato del lupo corse come un brivido lungo il fianco della montagna. Un cervo, che stava brucando l’erba molle di rugiada, si spaventò e partì di gran carriera. Le imponenti corna del cervo sfioravano e scuotevano i rami. Una pigna matura si staccò da un ramo di abete, rotolò giù per il costone, rimbalzò su una roccia sporgente e finì con un tonfo in un avvallamento umido e ben esposto. Una manciata di semi venne sbalzata fuori dal suo comodo alloggio e si sparse sul terreno.

«Urrà! E’ venuto il nostro momento. Ce l’abbiamo fatta!» gridarono i semi all’unisono.

Cominciarono a germogliare, ma scoprirono ben presto che l’essere in tanti provocava qualche difficoltà.

«Fatti un po’ più in là, per favore!» diceva uno. E l’altro: «Attento! Mi hai messo il germoglio in un occhio!». E così via. Comunque, urtandosi e sgomitando, tutti i semi si trovarono un posticino per germogliare. Tutti meno uno. Un seme bello e robusto dichiarò chiaramente le sue intenzioni: «Mi sembrate un branco di sciocchi! Pigiati come siete, vi rubate il terreno l’un con l’altro e crescerete rachitici e stentati. Non voglio aver niente a che fare con voi. Da solo potrò diventare un albero grande, nobile e imponente». Con l’aiuto della pioggia e del vento, il seme riuscì ad allontanarsi dai suoi fratelli e piantò le radici, solitario, sul crinale della montagna. Dopo qualche stagione, grazie alla neve, alla pioggia e al sole divenne un magnifico giovane abete che dominava la valletta in cui i suoi fratelli erano invece diventati un bosco. Certo, i problemi non mancavano. «Stai fermo con quei rami! Mi fai cadere gli aghi» diceva uno. E l’altro: «E tu mi rubi il sole! Fatti più in là».

L’abete solitario li guardava ironico e superbo. Lui aveva tutto il sole e lo spazio che desiderava. Ma una notte di fine agosto, le stelle e la luna sparirono sotto una cavalcata di nuvoloni minacciosi finché sulla montagna si abbatté una bufera devastante. Gli abeti del bosco si strinsero l’uno accanto all’altro, proteggendosi e sostenendosi a vicenda.

Quando la tempesta si placò gli abeti sfiniti si scoprirono salvi. Tutti meno uno. Del superbo abete solitario non restava che un mozzicone scheggiato e malinconico sul crinale della montagna.




La Pentecoste dei volti. Un mondo riempito dallo Spirito di Dio
P. Ermes Ronchi. 

La Pentecoste dei volti

padre Ermes Ronchi. 19 maggio 2002

Quando ti senti perdonato e amato forse ancora di più dopo il tuo errore, è lui, lo Spirito. Quando senti nascere in te l’umile rete di forza e di pace mentre affronti la prova, è ancora lui, lo Spirito. La capacità di intravedere, il guardare con speranza, con occhi « altri» capaci di sorprendere le gemme più che le cose evidenti e finite, è ancora lui, lo Spirito. La capacità di contemplare e fidarti della sconvolgente debolezza delle cose sul nascere; il coraggio di essere spesso soli a vegliare sui primi passi degli incontri, soli a guardare lontano e avanti, è lui, lo Spirito creatore. A ciascuno è data però una manifestazione particolare dello Spirito. Se Cristo ha riunificato l’umanità, lo Spirito ha diversificato le persone. All’unità del sangue della croce si accompagna la diversità del fuoco: nel giorno di Pentecoste le fiamme dello Spirito si dividono e ognuna illumina una persona diversa, sposa una libertà irriducibile, annuncia una vocazione. Lo Spirito dà ad ogni cristiano una genialità che gli è propria, e ciascuno deve essere fedele al proprio dono. E se tu fallisci, se non realizzi ciò che puoi essere, ne verrà una disarmonia nel mondo intero, un rallentamento di tutto l’immenso pellegrinare del cosmo verso la vita, una ferita alla Chiesa: come corpo di Cristo, essa esige adesione e unità; come Pentecoste vuole l’invenzione, la libertà creatrice, la battaglia della coscienza. Il suo compito, in questi tempi in cui la Pentecoste si fa segretamente più intensa, è generare al mondo uomini liberi, responsabili e creativi. Tutte le icone della Pentecoste sono colme di volti: il regno dei volti individuali è il regno dello Spirito santo, bellezza che si posa su uomini e cose come un richiamo perenne, strada verso il fondo inesauribile dell’anima. Tutti sentono parlare la loro lingua nativa. Mi piace pensare allo Spirito che fa diventare tua lingua la Parola di Dio: tua lingua e tua passione e tuo cuore (A. Casati). Lo Spirito altro non fa che, come in Maria, incarnare anche in te la Parola. Perché il divino e l’umano trovano compimento solo così: l’uno nell’altro. Dio parla con le tue parole, piange le tue lacrime, ti sorride come nessuno. E le tue mani sono le sue mani, la tua parola gli dà parola, la tua vita disseta la sua sete di vita.

UN MONDO RIEMPITO DALLO SPIRITO DI DIO

padre Ermes Ronchi  (08-06-2003)

Viene lo Spirito, secondo il vangelo di Giovanni, leggero e quieto come un respiro: Alitò su di loro e disse “Ricevete lo Spirito santo” (Gv 20,22). Viene lo Spirito, nel racconto di Luca, come energia, coraggio, missione, vento che spalanca le porte, e parole di fuoco (Atti 2,2ss). Viene lo Spirito, nell’esperienza di Paolo, come dono, bellezza, genio diverso per ciascuno (Gal 5,22). Tre modi diversi, per dire che lo Spirito conosce e feconda tutte le strade della vita, rompe gli schemi, è energia imprudente, non dipende dalla storia ma la fa dipendere dal suo vento libero e creativo.
Effusione d’amore. Lo Spirito è l’estasi di Dio, il debordare, l’esondazione di un amore cercatore che preme, dilaga, si apre la strada verso il cuore dell’uomo. Effusione di vita. Lo Spirito santo è ciò che fa vivere Dio. Dio ha donato ciò che lo fa vivere: non vuole che l’uomo esista in funzione di Lui, ma che viva di Lui. Non ha creato l’uomo per reclamarne la vita, ma per risvegliare la sorgente sommersa di tutte le sue energie. Effusione ardente: il simbolo del fuoco dice che lo Spirito porta in dono il bruciore del cuore dei discepoli di Emmaus, l’alta temperatura dell’anima che si oppone all’apatia del cuore e della fede che ha inaridito l’uomo e il credente d’oggi.
Meraviglia del primo giorno: “com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?” Lo Spirito di Dio da sempre parla ad ogni uomo, si rivolge a quella parte profonda, nativa, originaria che è in ciascuno e che viene prima di tutte le divisioni di razza, nazione, ricchezza, cultura, età, religione. Non è solo il capovolgimento della frattura di Babele: ora lo Spirito parla la mia lingua di festa e di dolore, di stanchezza e di forza. La Parola di Dio diventa mia lingua, mia passione, mia vita, mio fuoco. Diventa la parte migliore di me, respiro segreto di ogni parola.
E allora “del tuo Spirito, Signore, è piena la terra“. La terra con i suoi deserti e i suoi sempreverdi, con i suoi bambini e i suoi anziani pieni di luce, e le donne che sono la cosa più vicina a Dio (C. Bobin), la terra è piena. E figli e figlie profeteranno, anziani e giovani avranno visioni, schiavi e schiave parleranno di Dio, profezia di Gioele. E la gioia e la ricchezza di tutto questo. La terra è piena dello Spirito. Guardati attorno, cerca, ascolta il vento sugli abissi, il respiro del cuore: la terra è piena di Dio. Cerca la bellezza salvatrice, l’amore in ogni amore. Piena è la terra. E instancabile il respiro di Dio porta pollini di primavera e disperde le ceneri della morte.




Lettera a un giovane prete
Domenico Marrone

Lettera a un giovane prete

di: Domenico Marrone.

http://www.settimananews.it/ministeri-carismi/lettera-a-un-giovane-prete/

Carissimo presbitero novello,
questo è un momento difficile per essere prete. La figura del prete è divenuta oggi anacronistica. La maggior parte degli uomini del nostro tempo non soltanto è del tutto assente dalla pratica religiosa, ma non è neppure più scalfita dalla domanda su Dio. Vivono, in larga maggioranza, “come se Dio non esistesse”, e non avvertono in questo alcun senso di malessere.
Dio non è contestato è, più semplicemente, ignorato. I successi della scienza e della tecnologia assumono carattere di sacralità e di assolutezza, fino a configurarsi come la “nuova religione”. Noi sacerdoti potremmo sembrare irrilevanti. La domanda che allora affiora è: c’è ancora spazio per la missione del prete? La risposta è, a mio avviso, positiva. È indubbio che è presente anche nella coscienza dell’uomo contemporaneo un bisogno religioso, spesso latente, che occorre far emergere con pazienza, rendendo soprattutto testimonianza, non solo individuale ma comunitaria, all’attualità della proposta evangelica.
Priorità del ministero
In questo nuovo contesto tre sono le priorità che il presbitero deve vivere. La prima è la capacità di immedesimarsi nelle situazioni esistenziali della gente, condividendone le gioie e le fatiche quotidiane. I tuoi abiti, caro fratello, devono profumare di popolo e non di incenso.
La seconda priorità è costituita dalla scelta di uno stile di vita sobrio, dalla rinuncia ad ogni tentazione di potere, così da conquistare quella libertà interiore, che consente di diventare pienamente solidali con il mondo dei poveri e di impegnarsi per la loro liberazione. Fratello presbitero, vivi da povero, ama i poveri, lasciati ammaestrare dai poveri.
La terza priorità è, infine, il ricupero di una spiritualità autentica, non formale o devozionale, ma connotata da una forte tensione mistica, capace di interpretare il bisogno di trascendenza che alberga anche oggi nel cuore di molti e di diventare in tal modo testimoni credibili del mistero di Dio. Caro giovane presbitero, lasciati divorare da una struggente passione per Dio e nessun’altra passione umana ti divorerà.
Sono queste le condizioni che il presbitero di questa epoca deve porre alla base dell’esercizio del proprio ministero, e che, adempiute, danno efficacia all’azione pastorale, alla capacità cioè di rendere trasparente la novità e la bellezza del messaggio evangelico.
Per quanto profonderai energie, intelligenza e tempo per il Vangelo, strada facendo ti accorgerai che il ministero più doloroso di un ministro di Dio è camminare con le persone quando si allontanano dalla Chiesa e rifiutano i suoi insegnamenti. Santa Teresa di Lisieux diceva che la sua vocazione era quella di sedersi a tavola con i miscredenti e di bere dal loro calice amaro.
Il piacere delle parola
Al centro della tua vita di presbitero ci deve essere l’arte della conversazione. Devi essere qualcuno a cui piace parlare con altre persone, soprattutto se non sono d’accordo con te. Hai bisogno di fiducia per parlare e di umiltà per ascoltare. Questo è particolarmente difficile nella nostra società che sta perdendo l’arte di interagire con persone che pensano in modo diverso.
La conversazione è l’unico modo per annunciare Gesù, che è il dialogo della Parola di Dio con l’umanità. Qualsiasi altro modo rischia di cadere nell’ideologia. L’intero Vangelo di Giovanni è una conversazione dopo l’altra.
Gesù era un uomo di conversazione, soprattutto con le persone difficili! La prima domanda che come presbiteri dobbiamo porci è questa: con chi dovremmo parlare mentre camminano per strada? Chi sono le persone che fuggono dalla Chiesa con cui possiamo camminare?
Gli algoritmi di Google e Facebook ci guidano verso persone che la pensano come noi. La società occidentale sta diventando tribalizzata. Viviamo in camere con l’eco di persone che la pensano allo stesso modo. Non cedere alla tentazione di sentirti sostenuto e tenuto in ostaggio dalla solita cricca. Le migliori conversazioni abbracciano e si dilettano invece della differenza.
Inoltre, noi presbiteri siamo, pertanto, chiamati a vivere nella tensione tra le convinzioni della Chiesa e le questioni del mondo. Nessuno di noi riuscirà a trovare l’equilibrio perfettamente corretto. Alcuni di noi saranno più naturalmente persone dell’istituzione della Chiesa e avranno un’adesione istintiva al magistero. Altri trovano il loro ministero nelle periferie, identificandosi con le persone ai margini, gli estranei. Alcuni sono Pietro, la roccia, altri sono Tommaso, il dubbioso. Cosa posso dirti mentre sei sulla soglia di questa vertiginosa avventura che io stesso confesso di non aver ancora compreso a fondo? Quali consigli darti, ammesso che tu voglia consigli da me? Ritengo di riassumerli in due sole parole: autenticità e sincerità. Sii autentico e sincero. Sempre, comunque, con chiunque, dovunque.
La fede del prete
Sii autentico e sincero innanzitutto con Dio: per quel poco che Lo conosco, ho imparato che non gli piacciono i poeti di corte, gli amici di Giobbe, quelli che pregano solo citando qualche grande autore, passato o presente, quasi che non abbiano una mente e un cuore propri. Del resto lo capisco, se tu fossi una donna ti piacerebbe che il tuo amato ti parlasse solo usando parole di altri?  Non dimenticare che la preghiera è un corpo a corpo con Dio, una lotta, un amplesso amoroso. Dio è fuoco divorante, torrente in piena, madre premurosa, medico e maestro che ti condurrà alla croce e al sacrificio. Sii sincero con Lui. Fino alla protesta, che certe proteste a volte son preghiere, fino a gridargli quando ti prenderà (e ti prenderà, fidati) il disgusto per la tua missione, senza nascondere i tuoi dubbi e le tue paure e confessargli senza timore tutti i movimenti del tuo cuore, anche i più impercettibili e segreti.  Solo così scoprirai che sì il fuoco, il deserto, il torrente sono davvero tuoi amici, ma lo sono solo dopo che te ne sei lasciato bruciare, inaridire e travolgere. Solo così scoprirai la folle e impensabile gioia che si trova appesa alla croce, solo così conoscerai la pace immensa che dilaga nel cuore che si è lasciato spezzare. La pace che sgorga dall’aver crocefisso il proprio egoismo e aver messo tutto di sé a servizio dell’Amore.
Sii autentico e sincero con te stesso: i maggiori mali nella vita spirituale vengono dalla negazione della realtà, chiama con il loro nome i tuoi peccati e le tue tentazioni, solo così potrai guarirne e scendere fino in fondo alla tua anima per trovare in essa la luce che ti farà risorgere. Solo a prezzo di una spietata verità potrai aprire la botola che ti separa dall’acqua viva che dentro te mormora. Riconosci la verità di ciò che ti rende felice e non temere la tua umanità. Ama appassionatamente, canta con tutta la voce, piangi forte e ridi ancor più forte, abbi il coraggio di rischiare sempre tutto, perché attingi ad una fonte inesauribile e non verranno mai a mancarti le forze. Non cominciare mai una battaglia, ma finiscile tutte. Molti si illudono che per assomigliare a Dio si debba cercare di essere come angeli. La mia esperienza invece mi dice che chi vuole assomigliare ad un angelo finisce piuttosto con il rendersi simile ad un fantasma, senza spessore, né forma, né colore. Tu non hai un corpo, tu sei un corpo. E il tuo corpo si porta con sé tutto un mondo di odori e sensazioni e passioni che sono poi il colore e la bellezza della vita. Impara a farne la cetra della tua lode. Non negarli mai, anche se ti faranno male. Non fuggire l’onda, ma cavalcala con coraggio se vuoi fartene portare lontano.
Sii autentico e sincero con gli uomini, specialmente con quelli che ti saranno affidati. Il nostro ruolo di presbiteri è principalmente quello di rivelare e scoprire il volto del Signore. Dobbiamo essere quel volto e vedere quel volto in coloro che ci vengono affidati. Ogni essere umano, fatto a immagine e somiglianza di Dio, ci offre uno scorcio di quel volto che desideriamo. Gli uomini di oggi hanno un estremo bisogno di verità, di essere orientati nelle loro scelte, di essere illuminati nella loro confusione, in una parola di un maestro, ma non ti accetteranno come maestro se non sapranno che possono fidarsi di te e non si fideranno se non raggiungerai la loro mente passando prima attraverso il cuore. E al cuore non si mente. Solo usando il tuo cuore potrai parlare al loro.
Il ministero come servizio
Gesù nel Vangelo ci ammonisce: “Se uno vuole essere il primo, si faccia servitore di tutti”. Non cedere a un indisponente autoritarismo, non sentirti detentore della verità, non lasciarti prendere dalla smania di essere sempre servito e riverito.  Purtroppo queste per noi preti sono tentazioni sempre in agguato. Siamo tentati di cercare la nostra realizzazione conquistando spazi di affermazione e di dominio. Talvolta ci ripieghiamo solo sulle nostre forze e sulle nostre conquiste. Sono tentazioni naturali, quasi ineluttabili, con le quali tutti coloro che hanno autorità devono misurarsi. Tuttavia non mancano i “vaccini” per guarire da queste malattie e storture dell’anima. Nella vita di Gesù non c’è nulla che faccia pensare all’uomo di potere: non le condizioni di vita privilegiate, non le insegne e i connotati di cui si attornia l’autorità dell’epoca.  Anche di fronte a coloro che erano venuti ad arrestarlo, Gesù non reagì in modo sconsiderato e violento ma “si consegnò loro”.
Custodire
Caro fratello presbitero, impara a “consegnarti” a tutti senza maschere, senza assumere toni predicatori, disarmato di ogni autoritarismo, disponibile all’ascolto, senza nascondere le tue fragilità, proprio come fanno i bambini portati come esempio da Cristo Gesù. Non aver paura di mostrarti debole e ferito se lo sei, non è a te stesso che devi condurli, ma all’unico Salvatore che è Gesù, quindi non è a te che devono affidarsi, ma a Lui. Tu sei la guida, non la Terra promessa, e a te quindi si chiede una cosa sola: di conoscere la strada e di condurre senza tentennamenti su quella via. Anzi, se sarai debole e stanco a volte questo sarà un vantaggio, perché ti farà comprendere meglio la stanchezza e la debolezza delle persone che ti sono affidate. Se impariamo a leggere i volti, in tutta la loro complessità umana, vedremo il volto di Dio cento volte al giorno. Se osiamo uscire dal nostro profondo, così da sentirci senza parole, lo Spirito Santo ci darà cosa dire, anche se non lo sappiamo mai. Quanto alla tua vita non illuderti di volerla a tutti i costi sempre dirigere, predisporre, orientare. Consegnati invece alla vita, momento dopo momento, lasciati sorprendere, meravigliare e portare da essa e ti accorgerai con quanta meno ansia e con quale spirito di vero e gioioso servizio potrai vivere nei confronti non solo di te stesso ma anche di tutti quelli che ti staranno attorno e della creazione tutta. Ti ripeto quanto l’apostolo Paolo scrive nella sua prima Lettera a Timoteo: custodisci con cura quanto ti è stato affidato.
E ora ti chiedo di benedirmi, amico e fratello nel ministero. La freschezza della tua grazia sacerdotale inondi me e tutti quelli che amerai e servirai. Buona avventura e abbi a cuore non tanto di essere un prete perfetto ma un prete felice. E renderai felici gli altri. Auguri di vita piena, buona e bella.




Racconto
Il rito degli indiani del Nord America

Il rito degli indiani del Nord America

(da Bollettino salesiano, aprile 2022)

Gli Indiani Cherokee del Nord America hanno un magnifico “rito” per significare il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Quando un ragazzo compie gli anni prescritti per dimostrarsi adulto, il padre lo porta nel folto della foresta e gli benda strettamente gli occhi, poi lo lascia da solo seduto su un tronco.

Il ragazzo deve stare sul tronco tutta la notte e non togliersi la benda fino al mattino.

Non può chiedere aiuto a nessuno. Se resiste, al sorgere del sole sarà proclamato uomo. Di solito, la notte è paurosa: ci sono ru­mori strani, sibili e scricchiolii, animali che strisciano, lupi che ululano, fruscii e grugniti, combat­timenti feroci tra i cespugli.

Il ragazzo è armato solo del suo corag­gio. Stringe i pugni e resiste, seduto sul tronco, con il cuore che batte all’impaz­zata.

Finalmente, dopo quella notte orribile, il sole appare e il ragazzo si toglie la benda.

E allora scopre suo padre poco lontano, seduto su un tronco accanto al suo.

Il padre non se n’è andato, è rimasto tutta la notte in silenzio, per proteggere il figlio da ogni possibi­le pericolo, senza che il ragazzo potesse accorgersene.

 

Quando il buon Mosè chiese a Dio il suo nome, Dio rispose semplicemente: «Il mio nome è “Io sono qui». «Non avere mai paura della notte» dice Dio. «Io sono qui, accanto a te»




Allora il padre uscì a pregarlo (Lc 15,11-32)
Virginia Isingrini, missionaria saveriana.

Allora il padre uscì a pregarlo (Lc 15,11-32)
Virginia Isingrini, missionaria saveriana.
Ritiro presbiteri Parma 2022.

La volta scorsa siamo entrati nella casa di Marta e Maria. Marta, la donna coraggiosa che accoglie tra le mura domestiche il profeta di Nazaret e si dà da fare in mille servizi per offrirgli la migliore ospitalità; Maria, la donna altrettanto coraggiosa che scavalca una barriera allora insormontabile: si siede ai piedi del Maestro e ascolta la sua parola, si fa cioè sua discepola senza essere stata chiamata da Gesù. C’è un servizio diverso e più alto da cui Marta la vorrebbe a tutti i costi distogliere invocando il consenso di Gesù. Il dissenso nasce anzitutto in casa e si insinua nei rapporti più stretti e sacri. Ebbene, dice Gesù, la parte scelta da Maria non le verrà mai tolta, anzi, non le dovrà essere mai tolta.
La casa nella quale cercheremo – il verbo è dovuto – di entrare oggi è una casa fittizia perché fa parte della parabola del padre compassionevole del cap. 15 di Luca. Conosciamo la storia e il contesto in cui è inserita: è la terza di una serie di parabole, dopo quella della pecora perduta e della moneta smarrita, raccontate a motivo delle mormorazioni degli scribi e dei farisei circa il suo mangiare coi peccatori e i pubblicani. C’è una comunione di vita che dà fastidio e che si vorrebbe far saltare. La parabola è dunque raccontata in un contesto di polemica religiosa. Qui si fronteggiano due modi di rapportarsi con coloro che hanno intaccato gravemente la loro relazione con Dio e la sua Legge.
Alcune osservazioni. Le prime due parabole ripetono lo stesso schema: c’è qualcosa che si perde (una pecora, una moneta), c’è qualcuno che se ne accorge (il pastore, la donna) e fa di tutto per ritrovarlo. Una volta che si è ritrovato, si organizza una grande festa. Uscendo dal racconto parabolico in entrambi i casi Gesù conclude che allo stesso modo si fa più festa in cielo per un peccatore convertito che per gli altri che non si sono persi. Per non cadere nell’allegoria ideologica, dobbiamo conservare il contrasto tra l’uno e i molti, tra il perdere e il trovare. Le 99 pecore rimaste nell’ovile – come le 9 monete ancora nel portafoglio della donna – non sono «cattive», come non lo sono i giusti che non hanno bisogno di conversione, né debbono essere identificate con i farisei e gli scribi, pure loro «cattivi» perché hanno cercato di osservare la Legge. Tale interpretazione, oltre che faziosa, sarebbe scorretta.
Ci pensa la terza parabola a sparigliare lo schema delle prime due. Infatti il parallelismo si inceppa più di una volta. Ed è su questa somiglianza/contrasto che possiamo trovare una luce di interpretazione più inerente al racconto.
La parabola si divide in quattro scene. Nella prima vengono presentati i personaggi e ciò che dà avvio alla trama. Il personaggio principale è un padre che ha due figli. Il più piccolo gli chiede la sua parte di eredità. In ciò non v’era nulla di sconveniente o peccaminoso, né significava dichiarare il padre come morto. Il figlio minore esercita un diritto previsto dalla Legge. Vuole fare la sua vita. Quanti figli non hanno fatto, seppure con le dovute differenze, la stessa cosa? Il padre accetta senza opporre resistenza, tuttavia la parabola si scosta ben presto dalla realtà. Egli infatti non dà al figlio minore la terza parte dei suoi beni, come era prescritto, ma la metà della sua «vita» (tÕn b…on), divisa in parti uguali tra i due figli. Come mai?
Le pecore e le monete si perdono quando ti accorgi che non ci sono più. Esse infatti non hanno coscienza delle loro azioni. Soltanto nel momento in cui il pastore e la donna si rendono conto che manca qualcuno o qualcosa, il «perduto» diventa tale. Senza questa coscienza, non ci sarebbe stata nessuna preoccupazione e quindi nessuna ricerca. Nella terza parabola le cose cambiano radicalmente. Nella seconda scena il figlio minore se ne va portandosi via tutto quello che poteva. Certo, era un bello screanzato, senza riguardi verso il padre e il fratello, ma così voleva la sua smania di libertà e autonomia. Conosciamo com’è finita la sua fuga: senza un soldo, senza amici, senza lavoro. In più in un periodo di grande carestia. Si ritrova a pascolare porci in un paese lontano (rispetto a cosa e da chi?), senza nessuno: avrebbe voluto mangiare le carrube dei porci «ma nessuno gliele dava». È in preda alla fame e alla solitudine. Ha toccato il fondo. Non vuole morire e l’unica salvezza che gli si apre in quel drammatico soliloquio – non gli è rimasto che sé stesso con cui parlare! -, è il ricordo del padre. A che altro si pensa quando si sta per morire di fame se non al pane? Del padre ricorda la generosità con cui trattava i suoi lavoratori: «hanno pane in abbondanza». Del resto non aveva lui ricevuto in eredità più di quanto gli spettava? Decide così di tornare. La svolta cruciale della parabola sta qui. Senza questa decisione sarebbe morto. Tutto il bel discorso che ha tessuto nella sua mente non ha altro fine che di farsi riammettere dal padre alla tavola, seppure alla tavola dei servi. I motivi non sono così sublimi, ma il barlume di una relazione ancora possibile non si è spento.
Eccoci alla terza scena. Il padre lo vede arrivare quand’è ancora lontano. Non è andato a cercarlo, come invece avevano fatto il pastore e la donna delle parabole precedenti. Gli corre incontro, ma il primo passo l’ha dovuto fare il figlio. Ricordiamo bene la sinfonia di gesti messa in moto dalla compassione, gesti affastellati l’uno sull’altro e riversati sul collo di quel figlio tornato finalmente a casa. Il vestito nuovo, segno della figliolanza ritrovata; l’anello al dito, segno di un legame che non vorrebbe spezzarsi mai; i calzari ai piedi, segno della vera libertà riconquistata. E scoppia la festa: tutti a banchettare, suonare e danzare, «perché questo figlio mio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». Non importa perché sia tornato, importa solo che abbia capito che nella casa del padre si sta meglio. Al padre è bastato questo per ridargli ciò che simbolicamente gli aveva già consegnato quando era partito: la vita. La parabola, se avesse seguito l’orma delle precedenti, avrebbe potuto fermarsi qui. Invece no. Manca qualcuno. Forse non ce n’eravano accorti. È il figlio primogenito, di cui finora sappiamo soltanto che aveva ricevuto la metà dei beni fin da quanto il fratello se n’era andato. Siamo così all’ultima scena. E qui le cose si complicano perché il maggiore non poteva sapere del ritorno del fratello: «si trovava nei campi» a lavorare. Mentre a casa si fa baldoria lui fatica alacremente. Il contrasto è stridente e fa intravvedere il profondo conflitto che vi si nasconde dietro. Infatti, appena sente la musica e le danze, si ferma fuori. Perché non entra e manda invece un servo ad informarsi di quanto sta succedendo? Da lui viene a sapere il motivo della festa, ripetuto così una seconda volta: il fratello è tornato, per questo il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso «perché lo ha riavuto sano e salvo». Il padre ha appena riconquistato un figlio che credeva morto ma sta per perderne un altro, anzi, l’aveva già perduto senza accorgersene. La famiglia è divisa più di prima.
«Allora il padre uscì a pregarlo». Chi si converte è ancora una volta lui, il padre. È lui che esce di casa e percorre il pezzo di strada che lo separa dal figlio maggiore. Adesso il divario da colmare non è più soltanto tra un padre e un figlio, ma anche tra due figli che non vivono da fratelli ( dice «tuo figlio», non «mio fratello»), a riprova del fatto che fratelli non si nasce – non è un dato ontologico! -, ma si diventa. Padre e figlio sono ora uno di fronte all’altro. Il figlio maggiore gli butta in faccia tutta la rabbia e il dissenso che covava da tempo nel cuore. No, lui in quella casa in festa per un disgraziato che ha sperperato tutti i suoi averi vivendo da dissoluto, non ci vuole entrare. L’osservante, l’ossequiente a tutti gli ordini del padre non puòcondividere il banchetto con chi è andato a prostitute. E poi c’è quel reclamo acido che nasce da un confronto impari: «a me non hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici». Sebbene non fosse mai andato via fisicamente e fosse stato ligio al dovere, era interiormente lontanissimo dalla casa paterna e dal cuore grande del padre. Viveva più da mercenario che da figlio, agli ordini di un padre-padrone tenuto a «pagargli» il prezzo della sua fedeltà. Alla fin fine i due figli si assomigliano più di quanto possa sembrare. li minore voleva i beni paterni per vivere senza regole, il maggiore per essere ricompensato della sua ossequienza.
La supplica che il padre rivolge al maggiore per convincerlo a entrare fa cogliere il punto nodale della parabola: se i due fratelli non stanno insieme, se non gioiscono della stessa festa che desidera per i due, che rimane della sua paternità? che rimane della figliolanza e della fraternità? «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo», assicura il padre al figlio ostinato. Non gli aveva già concesso la sua parte di eredità dopo la richiesta avanzata dal minore? S’era dimenticato di avere ricevuto tutto gratuitamente, prima ancora della sua pedissequa obbedienza? Si può pagare l’amore e la vita che sono dati sempre prima e gratuitamente di ogni nostra risposta? Il silenzio del figlio minore, dopo che si è visto accogliere con una festa inimmaginabile, è più eloquente di quanto sembri. Che si può dire o fare di fronte allo sperpero della compassione? In fondo, non rimane che la gioia di essere salvati per via impensabili e imprevedibili. Ma di tale gioia il maggiore ora non ne vuole sapere. E neppure il padre è nelle condizioni di instaurare la fratellanza se tra i suoi due figli continua ad esserci ostilità. Perché si dispieghi la riconciliazione, forse non è sufficiente la festa, occorrono anche le lacrime. A indicarcelo non è però la parabola evangelica. Il finale della parabola rimane infatti sospeso sull’affermazione del padre: «tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
Tocca ora al lettore concludere il racconto e scrivere la quinta scena, tocca a lui decidere se entrare o no nella casa in festa per il ritorno del figlio perduto, se accettare vie di salvezza al di fuori dei suoi schemi. Ma, riprendendo quanto ci hanno lasciato le prime due parabole finite entrambe in gloria, c’è da chiedersi anzitutto se ci siamo accorti di avere perduto qualcuno. La nostalgia, il senso di perdita, viene solo da chi è capace di provare amore, di sentire che senza l’altro, sia come esso sia, non si può vivere. Anche il ritorno è possibile a patto che si colga ciò che manca e che soltanto un altro può offrire: il pane, la festa, un capretto, una tunica, dei calzari. Il figlio minore ha saputo colmare, spinto dal suo bisogno, la distanza tra lui e il padre. Non importa il punto da cui si parte, fosse anche il più miserabile, disperato, lontano anni luce da dove ci troviamo noi, conta il punto d’arrivo: nella casa del padre si sta meglio. Questo è il miracolo inaspettato che ha fatto scoppiare la gioia. Ma in quella casa il padre ci vuole a fare festa insieme. Come fare sì che sotto lo stesso tetto, sotto il medesimo cielo, mangino allo stesso tavolo giusti e peccatori, amici e nemici, credenti e non credenti, conservatori e dissidenti? Si può tornare da un paese lontano dove si era in mezzo ai porci. Si deve poter fare anche un altro viaggio altrettanto importante: varcare la soglia di casa ed accogliere in festa chi tra i porci c’è stato ma ha preferito tornare. La seconda distanza può essere infinita, soprattutto quando si crede di non doverla percorrere. La fratellanza è una parola tremante nella notte, involontaria rivolta dell’uomo presente alla sua fragilità, direbbe Ungaretti.

Il Padre accoglie il figlio a bandiere spiegate. Non gli domanda nulla: donde è venuto, con chi sia venuto, perché sia venuto. Ciò che veramente importa è che sia venuto, che egli abbia ora nel cuore la certezza della grazia che nella casa c’è quanto invano e tormentosamente ha cercato altrove, che ceda finalmente all’amore, che sia nuova creatura. Che triste spettacolo la nostra frequente incomprensione della larghezza infinita di Dio e come essa infastidisca, inceppi, se non stronchi addirittura, il passo delle anime che cercano Dio! La conseguenza più nefasta del peccato e di farci disperare dell’amore di Dio, incutendoci la paura, che uccide il figliolo e fa lo schiavo. Un tale sentimento è naturale nell’uomo, ove i torti diminuiscono e spengono addirittura l’affetto. Schiavo del peccato vuol dire essere sotto il dominio di questa paura che toglie ogni possibilità di risurrezione. Se la porta è chiusa, se le braccia del padre non sono spalancate per me, a che ritornare? Come strappare dall’animo del prodigo un tale scoramento, che per di più legato alla certezza d’avere meritato tutto ciò e più ancora? Come può l’uomo peccatore credere e abbandonarsi all’amore? La redenzione s’innesta sul tronco umano spezzato dal peccato, proprio a questo punto… L’incarnazione e la passione sono la follia dell’amore di Dio per farsi accettare dall’uomo peccatore. Dopo tale follia si capisce come il più grande peccato sia il non credere all’amore di Dio per noi. Noi possiamo dimenticarci di Dio, egli non ci dimentica; noi possiamo allontanarci da Lui, Dio non si allontana. Egli ci attende su ogni strada d’esilio, a qualunque muricciolo di non so qual pozzo di quaggiù, ai piedi di qualunque albero di sicomoro… Ci attende non per rimproverarci, neppure per dirci: “Te l’avevo detto”, ma per coprirci della sua carità, per salvarci perfino dal guardare indietro con troppo rammarico. Dostoevskij fa dire alla donna colpevole: “Dio ti ama a causa dei tuoi peccati”. Non è esatto: Dio ci ama come siamo, per farci diventare come vuole. (Don Primo Mazzolari, La più bella avventura)

Davide Maria Turoldo:

Ho l’anima rossa di ricordi
ultimo sangue che ancora mi resta:
poi tutto ho perso
cuore sostanze
lungo le strade.
Ricordo la tua mano protesa verso la mia casa
e mi dicesti: «Sali
a metterti la veste».
Ora la Tua calma riappare
sopra la grande città.




Dalla fiducia in Dio la vera forza
Padre Ermes Ronchi

Dalla fiducia in Dio la vera forza

di Ermes Ronchi  (Avvenire 18/02/2010)

 

Le tre tentazioni di Gesù nel deserto, sono le tentazioni dell’uomo di sempre.

«Le grandi tentazioni non sono quelle di cui è preoccupato un certo cristianesimo moralistico, non sono quelle, ad esempio, che riguardano il comportamento sessuale, ma quelle che vanno a demolire la fede» (O. Clément).

C’è un crescendo nelle tre prove: vanno da me, agli altri, a Dio.

La prima tentazione: pietre o pane? Una piccola alternativa che Gesù apre, spalanca. Né di pietre né di solo pane vive l’uomo. Siamo fatti per cose più grandi; il pane è buono, è nel Padre Nostro, è indispensabile, ma più importanti ancora sono altre cose: le creature, gli affetti, le relazioni. È l’invito a non accontentarsi, a non ridurre i nostri sogni a denaro. Non di solo pane vive l’uomo! Il pane è buono, il pane dà vita, ma più vita viene dalla Parola di Dio.

Poi il tentatore alza la posta. Da me agli altri: io so come conquistare il potere! Tu ascoltami e ti darò il potere su tutto… È come se il diavolo dicesse a Gesù: Vuoi cambiare il mondo? Allora usa il potere, la forza, occupa i posti chiave. Vuoi salvare il mondo con niente, con l’amore, addirittura con la croce? Sei un illuso! Cosa se ne fa il mondo di un crocifisso in più? Vuoi avere gli uomini dalla tua parte? Assicuragli pane, autorità, spettacolo, allora ti seguiranno! Ma Gesù vuole liberare, non impossessarsi dell’uomo, lui sa che il potere non ha mai liberato nessuno. Il male del mondo non sarà vinto da altro male, ma per una insurrezione dei cuori buoni e giusti. Il diavolo chiede ubbidienza e offre potere. Fa un commercio, un mercato con l’uomo. Esattamente il contrario di come agisce Dio, che non fa mercato dei suoi doni, ma offre per primo, dà in perdita, senza niente in cambio.

L’ultimo gradino è una sfida aperta a Dio, demolisce la fede facendone l’imitazione: «Chiedi a Dio un miracolo». E ciò che sembra essere il massimo della fede, ne è invece la caricatura: non fiducia in Dio ma ricerca del proprio vantaggio, non amore di Dio ma amore di sé, fino alla sfida. Buttati verranno gli angeli. Gesù risponde «no»: «Io so che Dio è presente, ma a modo suo, non a modo mio. Dio è già in me forza della mia forza». E gli angeli mi sono attorno con occhi di luce. Dio è presente, è vicino, intreccia il suo respiro con il mio. Forse non risponde a tutto ciò che io chiedo, eppure avrò tutto ciò che mi serve. Interviene, ma non con un volo di angeli, bensì con tanta forza quanta ne basta al primo passo. (Letture: Deuteronomio 26,4-10; Salmo 90; Romani 10,8-13; Luca 4,1-13)




Ripartire dal poco per donare tutto
Ermes Ronchi

Ripartire dal poco per donare tutto

Ermes Ronchi (Avvenire 04/02/2010)

(5a domenica ord C. Letture: Isaia 6,1-2,3-8; Salmo 137; 1 Corinzi 15,1-11; Luca 5,1-11)

 Tirate le barche a terra lasciarono tutto e lo seguirono. Senza neppure sapere dove sarebbero andati, dove li avrebbe condotti! Lasciano il lago e trovano il mondo. Tutto è cominciato con una notte infeconda, le reti vuote, la fatica inutile. Un gruppetto di pescatori delusi, indifferenti alla folla eccitata e al Maestro. E Gesù entra con delicatezza nelle loro vite, prega Simone di staccarsi un po’ dalla riva. Lo prega: notiamo la finezza del verbo scelto da Luca: «Simone, per favore, ti prego!». Gesù maestro di umanità ci insegna quali sono le parole che, nel momento difficile, trasmettono speranza ed energia: non l’imposizione o la critica, non il giudizio o l’ironia, neanche la compassione. Ma una preghiera che fa appello a quello che hai: per quanto poco; a quello che sai fare: per quanto poco! Pietro, hai una barca, hai delle reti: ripartiamo da questo. Prendi il largo e getta le reti per la pesca.

E si riempiono. Dio riempie la vita, dà una profondità unica a tutto ciò che penso e faccio; riempie le reti di ciò che amo e la vita di futuro. Simone si spaventa: «Allontanati da me perché sono solo un peccatore!». Gesù sulle acque del lago ha una reazione bellissima. Non risponde: «Non è vero, non sei peccatore, non più degli altri», non giudica, non minimizza, neppure assolve. Pronuncia due parole: «Non temere. Tu sarai». Ed è il futuro che si apre, il futuro che conta più del presente e di tutto il passato. Non vale la pena parlare del peccato: il bene possibile domani vale più del male di ieri, e le reti piene oggi più di tutti i fallimenti di ieri. Non temere, anche la tua barca va bene! La tua zattera, il tuo guscio di noce, la tua vita va bene per fare qualcosa per gli uomini. Il peccato rimane, ma non può essere un alibi per chiudersi a Dio e al futuro. Gesù dà fiducia, conforta la vita ma poi la incalza, riempie le reti ma poi te le fa lasciare lì. Ti impedisce di accontentarti.

Sarai pescatore di uomini. Vuol dire: cercherai uomini, li raccoglierai da quel fondo dove credono di vivere e non vivono; mostrerai loro che sono fatti per un altro respiro, un altro cielo, un’altra vita! E il miracolo del lago non consiste nelle barche riempite di pesci, non nelle barche abbandonate, il miracolo grande è Gesù che non si lascia impressionare dai miei difetti, non è deluso di me, ma mi affida il suo vangelo: seguimi, anche tu puoi fare qualcosa per gli uomini e per Dio.




Dallo stupore alla persecuzione
P.Ermes Ronchi

Dallo stupore nasce la sapienza
Ermes Ronchi (Avvenire 28/01/10) IV Domenica Tempo ordinario – Anno C

«Fai anche da noi i miracoli di Cafàrnao!». Più che Dio vogliono miracoli, il cielo a portata di mano a garantire salute e benessere. Anch’io preferisco apparizioni e prodigi ai profeti, come loro: assicura pane e miracoli e saremo dalla tua parte! Moltiplica il pane e ti faremo re ( Gv  6,15). Gesù stesso ha dovuto affrontare la tentazione dei miracoli: buttati, verrà un volo di angeli a portarti!   Ma Gesù sa che con il pane e i miracoli non si liberano le persone, piuttosto ci si impossessa di loro. Dio invece non si impossessa di nessuno, Dio non invade, si propone.  Perché l’uomo non ama colui chi si impone: sarà anche ubbidito, ma non amato. E Dio vuole essere amato da questi liberi, splendidi e meschini figli.  Non farò miracoli qui, dice Gesù, li ho fatti a Cafarnao e a Betsaida, il mondo è pieno di miracoli eppure non bastano mai, non fanno credere: Gesù risuscita Lazzaro e i farisei decidono non di seguirlo ma di ucciderlo!   Il punto di svolta del racconto è in una domanda: « Non è costui il figlio di Giuseppe?». Che un profeta sia un uomo straordinario, una personalità eccezionale, siamo pronti ad accettarlo. Ma che la profezia sia di casa nella casa del falegname, in uno che non è neanche sacerdote o scriba, che ha le mani segnate dalla fatica, come le mie, che ha più o meno i problemi che ho io, con quella famiglia così così, ci pare impossibile. Ma lo Spirito accende il suo roveto all’angolo di ogni strada. La Parola è dispersa in sillabe in ogni volto. Non sprechiamo i nostri profeti!   Nessuno è profeta in patria: è detto a me che non so più ascoltare con attenzione, guardare con meraviglia le persone di tutti i giorni. L’abitudine ha spento l’incanto.  Eppure non devo cercare lontano per intuire l’eco della voce di Dio, lo scintillio della sua luce: basta che riprenda a guardare con occhi nuovi, come se fosse la prima volta, ciò che credo di conoscere bene: i volti di chi mi vive accanto, il quotidiano ritorno della luce, le parole della preghiera che ripeto distratto, i riti dell’amicizia e dell’amore…  I miracoli accadono davvero. Io li ho visti: ho visto genitori risorgere dopo il dramma atroce di un figlio morto, famiglie disarmarsi e perdonare la violenza subita, donne violate e tradite riprendere a sorridere e ad amare, persone capaci di dare tutto per un familiare o un bimbo sconosciuto, ho visto la primavera. I miracoli sono perfino troppi, per chi ha l’occhio puro. Salviamo lo stupore! È l’inizio della sapienza.

Persecuzione «marchio» di garanzia dei profeti
Ermes Ronchi  AVVENIRE giovedì 31 gennaio 2019
IV Domenica Tempo ordinario C
La sinagoga è rimasta incantata davanti al sogno di un mondo nuovo che Gesù ha evocato: tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati! Poi, quasi senza spiegazione: pieni di sdegno, lo condussero sul ciglio del monte per gettarlo giù. Dalla meraviglia alla furia. Nazaret passa in fretta dalla fierezza e dalla festa per questo figlio che torna circondato di fama, potente in parole ed opere, ad una sorta di furore omicida. Come la folla di Gerusalemme quando, negli ultimi giorni, passa rapidamente dall’entusiasmo all’odio: crocifiggilo! Perché? Difficile dirlo. In ogni caso, tutta la storia biblica mostra che la persecuzione è la prova dell’autenticità del profeta. Fai anche da noi i miracoli di Cafarnao! Non cercano Dio, cercano un taumaturgo a disposizione, pronto ad intervenire nei loro piccoli o grandi naufragi: uno che ci stupisca con effetti speciali, che risolva i problemi e non uno che ci cambi il cuore. Vorrebbero dirottare la forza di Dio fra i vicoli del loro paese. Ma questo non è il Dio dei profeti. Gesù, che aveva parlato di una bella notizia per i poveri, di sguardo profondo per i ciechi, di libertà, viene dai compaesani ricondotto dalla misura del mondo al piccolo recinto di Nazaret, dalla storia profonda a ciò che è solo spettacolare. E quante volte accadrà! Assicuraci pane e miracoli e saremo dalla tua parte! Moltiplica il pane e ti faremo re (Gv 6,15). Ma Gesù sa che con il pane e i miracoli non si liberano le persone, piuttosto ci si impossessa di loro e Dio non si impossessa, Dio non invade. E risponde quasi provocando i suoi compaesani, collocandosi nella scia della più grande profezia biblica, raccontando di un Dio che ha come casa ogni terra straniera, protettore a Zarepta di Sidone di vedove forestiere, guaritore di generali nemici d’Israele. Un Dio di sconfinamenti, la cui patria è il mondo intero, la cui casa è il dolore e il bisogno di ogni uomo. Gesù rivela il loro errore più drammatico: si sono sbagliati su Dio. «Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare. Perché poi ti sbagli su tutto, sulla storia e sul mondo, sul bene e sul male, sulla vita e sulla morte» (D.M. Turoldo). Allora lo condussero sul ciglio del monte per gettarlo giù. Ma come sempre negli interventi di Dio, improvvisamente si verifica uno strappo nel racconto, un buco bianco, un ma. Ma Gesù passando in mezzo a loro si mise in cammino. Un finale a sorpresa. Non fugge, non si nasconde, passa in mezzo a loro, aprendosi un solco come di seminatore, mostrando che si può ostacolare la profezia, ma non bloccarla. «Non puoi fermare il vento, gli fai solo perdere tempo» (G. Gaber). Non puoi fermare il vento di Dio.




I poveri: principi del Regno di Dio
Padre Ermes Ronchi

I poveri: principi del Regno di Dio
Ermes Ronchi (Avvenire 21/01/10)

Luca ci racconta la scena delle origini, scena da stampare nel cuore. Lo fa quasi al rallentatore, per farci comprendere l’estrema importanza di questo momento.
«Gesù arrotola il volume, lo consegna, si siede. Tutti gli occhi sono fissi su di lui». Risuonano le prime parole ufficiali di Gesù, «oggi la parola di Isaia diventa carne»: si chiudono i libri e si apre la vita. Dalla carta scritta al respiro vivo. Dall’antico profeta a un rabbi che non impone pesi, ma li toglie, non porta precetti, ma libertà.
L’umanità è tutta in quattro aggettivi: povera, prigioniera, cieca, oppressa.
Sono i quattro nomi dell’uomo. Adamo è diventato così, per questo Dio diventa Adamo.
Con quattro obiettivi: portare gioia, libertà, occhi nuovi, liberazione . E poi con un quinto perché spalanca il cielo, delinea uno dei tratti più belli del volto di Dio: «proclamare l’anno di grazia del Signore», un anno, un secolo, mille anni, una storia intera fatta solo di benevolenza, perché Dio non solo è buono, ma esclusivamente buono, incondizionatamente buono. I primi destinatari sono i poveri. Sono loro i principi del Regno, e Dio sta alla loro ombra. È importante: nel Vangelo ricorre più spesso la parola poveri, che non la parola peccatori. La Buona Notizia non è una morale più esigente o più elastica, ma Dio che si china come madre sul figlio che soffre, come ricchezza per il povero, come occhi per il cieco, come libertà da tutte le prigioni, come incremento d’umano.
Dio non mette come scopo della storia se stesso, ma l’uomo; il Regno che Gesù annuncia non è un Dio che riprende il potere su una umanità ribelle e la riconduce all’ubbidienza, per essere servito, ma il Regno è un uomo gioioso, libero da maschere e da paure, dall’occhio luminoso e penetrante, incamminato nel sole.
Un sublime capovolgimento. Dio dimentica se stesso, non di sé si ricorda, ma di noi: non offre libertà in cambio di ossequio, ama per primo, ama in perdita, ama senza contraccambio.
La parola chiave del programma di Gesù è libertà, ripetuta due volte.
Come mi libera Cristo? «Cristo è dentro di me come una energia implacabile, fintanto che tutto il nostro essere non diventa luminoso; dentro di me come germe in via di raggiungere la maturazione; come un sogno di pienezza di vita, indomabile e attivo, un desiderio di libertà» (G. Vannucci); come un lievito mite e possente che trasforma il mio pianto in danza, il mio sacco in veste di gioia.