SENZA DIO E SENZA CHIESA
Don Armando Matteo

Senza Dio e senza Chiesa.
23 febbraio 2017 (Settimana news).
di: Armando Matteo[1]

A dirci che le relazioni tra i giovani e l’universo della Chiesa cattolica le cose non procedano proprio tanto bene, non servono più neppure le indagini sociologiche. Si tratta di un dato di fatto ormai sotto gli occhi di tutti: c’è un pezzo di Chiesa che manca. Manca la domenica, manca negli itinerari post-cresima, manca nei seminari, nei noviziati, nei luoghi del discernimento pastorale; manca quasi ovunque si abbia a che fare con l’annuncio, la celebrazione e la pratica della fede nel Vangelo. Ed è proprio questa Chiesa che ci manca che sarà al centro delle attenzioni della prossima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, dedicata appunto al tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”.
Da qualche settimana è stato pubblicato il documento preparatorio a tale evento, il quale proprio sulla questione prima citata del sempre più difficile rapporto dei giovani con la fede e con la Chiesa, non ha peli sulla lingua ed esprime chiara la sua: «… l’appartenenza confessionale e la pratica religiosa diventano sempre più tratti di una minoranza e i giovani non si pongono “contro”, ma stanno imparando a vivere “senza” il Dio presentato dal Vangelo e “senza” la Chiesa…».
I giovani stanno imparando a vivere senza Dio e senza Chiesa. Di questo si deve prendere atto con molta pazienza ma anche senza risentimento e senza scoramento. La Chiesa in uscita, a cui papa Francesco continuamente ci rinvia, deve trovare proprio qui uno dei suoi principali e fondamentali motivi di lavoro.
Le nude e crude parole del documento preparatorio suggeriscono ora un’attenta riflessione, in una triplice direzione: per prima cosa, provare a verificare la loro pertinenza nel contesto italiano, a partire dalle tantissime indagini sinora svolte al riguardo dell’esperienza religiosa delle nuove generazioni; in un secondo momento, provare a “dare ragione” del mutamento principale di questi giovani rispetto alla fede che va appunto nella linea di una sempre più crescente disaffezione; infine, iniziare a delineare i tratti di una Chiesa che sappia sul serio uscire dai propri schemi tradizionali, ormai non più all’altezza dell’attuale situazione, e che riesca a primerear – a iniziare qualcosa di nuovo – nel delicato e prezioso terreno di impegno pastorale rivolto al mondo giovanile.

Prima generazione incredula?
Le indagini sul rapporto tra giovani italiani e fede cristiana sono davvero tante e così conosciute tra gli operatori pastorali che non è necessario neppure enumerarle. Vale la pena, al contrario, fare lo sforzo di fissarne gli elementi più decisivi, le risultanze più nette.

1) La prima risultanza più chiara è il cosiddetto “salto generazionale”: il fatto cioè che coloro che sono nati dopo il 1981 rappresentano la fascia di popolazione più “lontana” dall’universo ecclesiale: c’è chi parla di popolazione “più estranea” all’universo cristiano, chi giunge a definirla semplicemente come “generazione post-cristiana”, sino a chi si interroga se non sia proprio una generazione senza Dio. Il dato riguarda la questione dell’autodichiarazione di cattolicità, di professione del credere, di assiduità alla preghiera personale e soprattutto alla frequenza ai riti religiosi. La cosa che colpisce in uno sguardo diacronico alle indagini è proprio lo stacco che cresce negli ultimi anni in modo progressivo, quasi geometrico più che matematico, tra la generazione dei Millennials e quelle precedenti.

2) Il secondo elemento è che nelle nuove generazioni non c’è più una sostanziale differenza di genere in merito alla realtà religiosa; anzi i mutamenti più evidenti sono esattamente sulla linea femminile. Per dirla con una battuta, il fatto è che piccole atee crescono! Questo è un grande inedito per il nostro cattolicesimo. Non c’è solo, dunque, un effetto del ciclo di vita, ma la manifestazione di un cambiamento più profondo in queste nuove generazioni.

3) Provando ad andare più in profondità, troviamo che nei nostri ragazzi e nei nostri giovani la religione rimane quasi sempre e quasi solo come una sorta di “rumore di fondo”, pur avendo per lunghi anni frequentato la parrocchia, gli oratori, le associazioni, i movimenti e l’insegnamento di religione a scuola. Insomma dopo 1.000 minuti di prediche, 5.000 minuti di catechismo e 500 ore di religione a scuola, nella maggior parte di loro la religione non incide quasi per nulla sul processo di creazione della propria identità adulta.

4) In molti resta una sete di spiritualità, ma molto spesso ha un carattere anarchico e molto centrato su di sé; va nella direzione di una sorta di benessere e sostegno psicologico che non in quella dell’apertura all’alterità. In ogni caso, tale ricerca di spiritualità resta, nella stragrande maggioranza dei casi, più un desiderio che non un impegno effettivo e concreto.

5) Emerge con particolare forza la centralità della testimonianza e dell’interesse religioso da parte degli adulti significativi e da parte dei pari, nel caso di gruppi giovanili religiosi, lì dove si può registrare l’interiorizzazione di un’identità religiosa integrata. Si tratta di una percentuale che si assesta intorno al 10% della popolazione giovanile.

6) Molti giovani sostengono che oggi sia diventato più difficile credere che nel passato e che pertanto le molteplici opzioni al riguardo – dalla non credenza all’impegno convinto e assiduo nella vita della Chiesa – abbiano ciascuna una propria validità.

7) Ovviamente sono confermate alcune cose ampiamente conosciute:

  • un deciso analfabetismo biblico;
  • una forma di semicredenza verso molti contenuti del dogma cristiano e anche verso la stessa persona di Gesù;
  • la fatica di riconoscere un valore specifico al testo del Vangelo rispetto ad altri testi del passato;
  • l’allergia verso una morale che si basi esclusivamente sul precetto e sull’interdizione;
  • lo scandalo verso forme di ricchezza e di potere che ostentano o che ricercano alcuni rappresentanti della Chiesa;
  • un giudizio negativo sulla Chiesa in generale, dal quale sono risparmiati solo papa Francesco e alcuni operatori pastorali, sebbene quasi mai, tra i giovani intervistati, si abbia uno specifico ricordo negativo delle esperienze religiose della fanciullezza e dell’adolescenza, nei termini di una religiosità repressiva, punitiva o colpevolizzante.

8) I ragazzi, infine, sottolineano che la novità di cui sono portatori in termini di aumento della disaffezione alla religione ha radici lontane: sicuramente nei genitori ma – non è da escludere – anche negli stessi nonni. Per usare un termine diventato di moda, dicono di essere non “la prima“, bensì “la seconda” quando addirittura non “la terza generazione incredula”.

Una lunga crisi di fede.
I dati sopra riportati confermano che siamo sostanzialmente di fronte a una radicalizzazione delle difficoltà del rapporto tra la religione cattolica e il mondo giovanile. Confermano appunto che cresce, anche in Italia, quell’ateismo giovanile di cui parla il documento preparatorio al prossimo Sinodo: l’ateismo di chi impara a vivere senza Dio e senza la Chiesa; ma restituiscono pure la percezione che i giovani non stanno fermi: si muovono, cercano qualcosa, hanno domande. Sono in ricerca di senso.
A mio avviso, questa situazione di oggettiva crisi di fede del e nel mondo giovanile non è da addebitare alla generazione dei Millennials, ma alla generazione degli adulti che li hanno generati. Siamo al termine di una lunga crisi di fede. Si tratta in verità di riconoscere che i dinamismi fondamentali della cinghia di trasmissione della fede, tra le generazioni, si sono inceppati. Ed è questa una verità che la comunità dei credenti fa fatica a cogliere, a causa dell’eccessiva enfasi data all’organizzazione parrocchiale dei percorsi di iniziazione cristiana che, alla fine, hanno messo in secondo piano la verità (e la sua concreta attualizzazione e il suo costante monitoraggio) dell’essenziale contributo dei genitori all’opera della trasmissione della fede.
Si impone pertanto una più ampia riflessione sull’effettiva consistenza dell’esperienza religiosa della generazione dei Baby boomers, genitori appunto dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze. La scarsa testimonianza che sono stati capaci di offrire ai loro figli, in merito alla qualità veramente umanizzante della fede cristiana, ci invita a cogliere, dietro un’appartenenza ecclesiale mai negata e anzi pure sostenuta e supportata, un profondo cambiamento del loro sentimento di vita, che ha di fatto marginalizzato nella loro stessa esistenza il riferimento al parola del Vangelo.
Non è, infatti, questa la generazione che ha inventato e che continua abbondantemente a coltivare il mito della giovinezza, del rinnovamento continuo, del cambiamento, dell’efficienza a tutti i costi, della grande salute, della prestanza sessuale ad ogni stadio della vita, del godimento, della libertà come disponibilità ad una continua rinegoziazione di ogni scelta esistenziale? Non è questa la generazione che, grazie al dono di un allungamento senza pari nella storia dell’umanità della propria speranza di vita, ha efficacemente esorcizzato e censurato dal discorso domestico e pubblico ogni riferimento alla durezza della vita, impastata di mancanza, di limiti, di malattia, di fragilità e infine di morte? E non sono proprio questi ultimi quegli snodi vitali, su cui si costruisce il possibile incontro tra le generazioni e la trasmissione di un sapere dell’umano, toccato e fecondato dalla parola del Vangelo?
Ci sembra di poter dunque dire che gli adulti di riferimento dei Millennials hanno certamente chiesto per loro i sacramenti della fede, ma senza alcuna fede nei sacramenti, li hanno portato in chiesa, ma non hanno loro portato la Chiesa, hanno insistito che essi dicessero le preghiere e leggessero il Vangelo, ma non hanno mai pregato insieme e letto insieme il Vangelo, hanno pure favorito l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche e private, ma hanno alla fine ridotto la religione ad una questione della scuola, oltre che della parrocchia. È mancata una testimonianza sul vivo di cosa significa “essere adulto che crede” ed è proprio questa mancanza che rende ragione del fatto per il quale i giovani del nostro tempo stiano imparando a vivere senza Dio e senza la Chiesa, stiano cioè sempre di più faticando a comprendere come e dove collocare l’esperienza della fede nel loro sempre più imminente ingresso nell’età adulta. Del resto, se non in questa risposta, in che cosa altro consisterebbe la testimonianza di fede degli adulti nei confronti delle nuove generazioni?

I compiti per l’azione pastorale
Andando incontro al prossimo Sinodo, la domanda vera, per gli operatori pastorali, è dunque la seguente: come aiutare i ragazzi ad incontrare il Dio e la Chiesa di Gesù, senza poter fare più troppo affidamento alle dinamiche familiari e a quelle della socialità diffusa?
Enuncio alcuni principi generali:

1) Partire dalla verità che oggi credere non è più facile per nessuno.
2) Spendere più energie per convertire gli adulti al loro compito educativo.
3) La priorità dell’iniziazione alla preghiera.
4) La Bibbia prima e dentro il catechismo.
5) Uscire dagli schemi troppo schematici dell’iniziazione cristiana.
6) Unire sacramenti e carità.
7) Creare una comunità di festa.
8) Scommettere sulla creatività digitale delle nuove generazioni.
9) Immaginare molto concretamente cosa significhi “essere adulto credente oggi in Italia”.

Se la meta è chiara, il cammino si aprirà da solo.


[1] don Armando Matteo, sotto-segretario aggiunto della Congregazione per la dottrina della fede, professore di teologia fondamentale alla Pontificia Università Urbaniana di Roma e direttore della rivista Urbaniana University Journal. Nato a Catanzaro nel 1970. l suo recente libro Pastorale 4.0. Eclissi dell’adulto e trasmissione della fede alle nuove generazioni (Ancora; 118 pagine; 13 euro), uscito nel 2020, è stato inviato dal presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, a tutti i vescovi italiani. Uno strumento utile per una «rivoluzione evangelizzatrice delle comunità parrocchiali – si evidenzia nel volume – alimentando il coraggio necessario per andare oltre l’attuale “follia pastorale” di chi crede di riuscire ad ottenere risultati diversi, facendo sempre le stesse cose».




19A DOMENICA anno B
P. Ermes Ronchi

XIX DOMENICA anno B
Ermes Ronchi  (Ha fatto risplendere la vita, Servitium, 2011, pagg. 211-215)

Io sono il pane vivo disceso dal cielo. (Gv 6, 41-51)

Ci lasciamo guidare, oggi, dalla grande figura del pro­feta Elia (1Re 19, 4-8). «Ora basta, Signore!». Elia il più grande dei profeti, Elia che è come una lama di fuoco in Israele, Elia vuole morire. È braccato, deve fuggire dalla reggia, è cercato a morte e si addentra nel deserto. Lui così grande che Gesù stesso gli è parago­nato [«Egli è quell’Elia che deve tornare» (Mc 9, 11­13)], oggi è così stanco, così scoraggiato che dice: «Ora basta, Signore! Prenditi questa vita. Non ce la faccio più!». E invece il profeta sconfitto vede accanto a sé un angelo. Nella Bibbia l’angelo è sempre segno dell’intervento di Dio, è quella realtà misteriosa che ti dà la certezza di non essere mai abbandonato, di non essere mai solo. Qualcuno è con te, capace di toccarti, capace di svegliarti dal sonno, di dirti: «Alzati!», di dir­ti: «Mangia!». Quante volte anche noi, come Elia, ve­diamo attorno solo deserto. Quante volte il senso dell’i­nutilità, dello scoraggiamento, ci ha fatto dire: «È tutto inutile! Non cambia nulla. Non vale la pena esser profeti, non serve a niente fare i testimoni del Vangelo. C’è solo deserto …». Ma la parabola di Elia ci dice cose bel­lissime: il nostro scopo è raggiungere il monte di Dio, l’Oreb.

La nostra vita è profezia, è cammino mai abbando­nato. E anche noi, però, sentiamo vere le parole del­l’angelo quando viene di nuovo e dice a Elia: «Troppo lungo per te è il cammino». Troppo lungo il cammino, troppo deserto, troppo dolore. Quante volte queste pa­role sono salite alle labbra! Quante volte in questa chiesa, da persone (profeti, angeli, fuggiaschi della vi­ta? non so) ho sentito dirmi: «Padre, non ce la faccio più; troppo deserto, troppo dolore. La vita non la amo più». E ti senti impotente, non sai che parole cercare, non sai come aiutare. Ma è la parabola del profeta Elia che si ripete. E la sua vicenda può davvero esserci di aiuto. Ecco un angelo, c’è una mano, non sei mai stato abbandonato; Dio viene. «Elia guardò e vide una fo­caccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua.»

Dio interviene. Ma per la stanchezza di Elia non fa trovare un cavallo legato al ginepro, bardato e pronto al galoppo per attraversare la desolazione del deserto o la desolazione del cuore. Solo un po’ di pane. Solo un po’ d’acqua. Il quasi niente, che per noi, per la nostra vita sazia sembrano un castigo. E invece sono gli ali­menti primi, i più semplici, i più necessari. Eppure Dio interviene così perché il pane risveglia la mia forza, perché l’acqua risveglia il mio corpo. Non c’è nessun mezzo di trasporto a sostituire la mia fatica. C’è invece pane come forza della mia forza, energia della mia e­nergia, sostegno della fatica che rimane. Sarà il diavolo a trasportarti sul monte, come ha fatto con Gesù. Dio, invece, è forza perché tu attraversi il deserto, perché tu lo conquisti passo dopo passo, perché tu abbia così tut­ta la libertà, tutta la forza e raggiunga, dolore su dolore, il monte Oreb, il monte della vita.

Così Dio interviene. Sempre. È lui la forza, per cui anche dentro le più terribili tempeste della vita tu conti­nui a remare. È lui per cui nella notte continui a vegliare fissando con gli occhi la linea dell’oriente, è lui per cui continui ad amare la vita anche nella malattia più grave. Dio interviene. Dio è qui. Non con l’alternativa del mi­racolo clamoroso, che capovolge la situazione, che ti to­glie dinanzi il deserto o ti trasporta sui monti, bensì con la forza delle cose semplici, non clamorose, con quel­l’apparenza di inutile che hanno il pane e l’acqua, e tut­te le cose essenziali. E risveglia così l’energia dell’uomo e la libertà creatrice dell’amore. Quante volte possiamo dire che Dio non viene con miracoli, ma è il respiro del mio respiro, è forza della mia forza, è amore in ogni a­more, vita della mia vita, coraggio del mio coraggio. E resta il dolore. E tutta la fatica, perché l’angelo non por­ta al profeta l’anestesia dalla fatica e dal sole.

Il miracolo è allora camminare senza miracoli, se non la vicinanza di un angelo e la forza prodigiosa dell’amo­re e del pane e del giorno di vita che oggi mi è dato e che è l’annunciazione di Dio, il mio angelo. E questo perché il merito non sia delle cose o dei mezzi, ma del cuore del profeta. Ecco l’atto di fede: Dio sarà presente, ti vedrà addormentato sotto il ginepro della stanchezza. E verrà con le cose elementari e più necessarie: pane, acqua, sonno, che rispondono alle pulsioni più umili e necessarie della vita. Sono così poche le cose assoluta­mente necessarie!

Ma ce n’è una ancor più necessaria: avere un angelo accanto, la divina dolcezza di un angelo, uno che ti tocchi, uno che ti parli, uno che ti sia vicino e vegli accan­to all’orcio dell’acqua e popoli questo deserto. Quante volte nei giorni dello sconforto e dell’abbandono è ba­stato un segno di Dio: forse una liturgia, una preghiera, un incontro, un amico, una telefonata, una lettera, qualcuno che ha riacceso in noi il motore luminoso del desiderio e della speranza. Ed era l’angelo di Dio! For­tunati coloro che possono dare nome e volto familiari a questo angelo!

Ciascuno di noi può anche diventarlo per gli altri: essere questo angelo, che non giudica, non rimprovera il profeta, non fa prediche, non condanna. Solo sta vici­no, e tocca, e parla, e veglia, e infrange il deserto, e ti fa scoprire un cammino, un monte oltre il deserto, uno scopo alla vita. Ti indica l’Oreb, luogo dell’incontro con la vita, con Dio. Ciò ci aiuta a capire il Vangelo di oggi, dove Dio stesso si fa cibo e nutrimento, perché tu non venga meno lungo la strada.

«Io sono il pane disceso dal cielo.» «Io sono il pane della vita.» «La mia carne per la vita del mondo.» Dio stesso si fa nostro viatico lungo la strada perché nessu­no si senta solo o abbandonato. E noi ogni domenica veniamo qui a celebrare il sacramento del pane e della parola, a nutrire la vita. «Chi mangia questo pane vivrà in eterno.» Gesù afferma oggi una verità fondamentale e semplicissima: io faccio vivere. Io alimento la vita, quella che non ne può più, come quella di Elia, quella che ritiene il cammino troppo lungo, quella che dorme nel deserto. Io faccio vivere, dice Gesù. Il segreto della nostra vita è oltre noi. Discende dal cielo, come il pane.

È la comunione con Dio il segreto della vita. Qual­cuno è disceso dal cielo a ricordarci che non viviamo la storia da soli, che c’è un amore che come onda impe­tuosa viene a battere sui nostri promontori, che attra­versa deserti e crea sorprese di pane, di acqua e di an­geli. È disceso dal cielo perché la terra non basta, per­ché a nessun figlio prodigo bastano le ghiande contese ai porci. Ha invece nostalgia del pane di casa. La nostra casa è il cielo. Dice oggi Paolo: «Siate imitatori di Dio» E5, 2). A noi basterebbe avere nostalgia di Dio. E del pane di casa. «Siate imitatori di Dio»: non solo date il pane e l’acqua, ma diventate pane. E siamo alla ricerca di quel coraggio, di qualcuno che ci faccia diventare dono, come lui, che ci faccia diventare pane, come lui, che ci faccia diventare tutti, gli uni per gli altri, pane e angelo, compagni nel deserto, compagnia oltre il deser­to, fino al monte di Dio, l’Oreb, nel cui nome è rac­chiuso l’oggi di ogni desiderio e il domani dell’eternità.




LASCIA DORMIRE IL TUO CUORE NELLA TEMPESTA
Don Angelo Casati

Lascia dormire il tuo cuore nella tempesta
di don Angelo Casati[1]

La traversata della vita come metafora del progetto divino, nello sforzo e nel sogno di tendere continuamente verso l’altra riva.

 In quel medesimo giorno, verso sera, disse loro: “Passiamo all’altra riva”. E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che moriamo?”. Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”. (Marco 4, 35-41)

Rileggendo il brano di Marco, il brano della tempesta sedata, mi veniva spontaneo pensare come ci capiti a volte di riandare a questo brano quando celebriamo un matrimonio e anche quando accompagniamo qui per l’ultimo saluto uno dei nostri cari; forse potremmo leggerlo anche nel giorno di un Battesimo.
E mi chiedevo: perché? Perché il dilagare di questo brano in situazioni così diverse della nostra vita?
Forse perché tutta la nostra vita può essere evocata sotto il simbolo della traversata, del passare all’altra riva. Quel giorno verso sera Gesù disse: «Passiamo all’altra riva».
La vita che sta davanti a un bambino è una traversata; il matrimonio, questa avventura a due, è una traversata; ogni vocazione è una traversata; la morte è una traversata.
Ma forse ogni giorno, ogni giornata è arrivare a sera a un’altra riva. Traversata è ogni progetto; ogni progetto del cuore è sognare e tendere all’altra riva.
«Nel frattempo si sollevò una grande tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena».
E anche questa è condizione comune, condizione comune di ogni traversata: la tempesta, le bufere, le bufere della vita.
Non è che ce le mandi Dio.
A volte abbiamo uno strano modo di ringraziare Dio e lo ringraziamo di averci salvati dalle inondazioni. Ma, allora, dovrebbero imprecare contro Dio quelli che hanno la barca inondata?
La bufera fa parte della vita.
E non ci sono solo le bufere esteriori. A volte le più terribili sono quelle interiori.
Un teologo, profondo conoscitore dei labirinti dell’inconscio, scrive: «Abbastanza spesso, proprio quando smettiamo di affaccendarci esteriormente, il nostro cuore comincia a rimbombare come un oceano sferzato da raffiche di vento e noi piombiamo nella paura di noi stessi, non ci raccapezziamo più, e vorremmo proteggerci senza sapere in che modo, come se incappassimo nell’occhio di un ciclone, che ci risucchia irresistibilmente nel profondo con sempre maggiore rapidità» (E. Drewermann, Il Vangelo di Marco, pp. 144-145).
Ecco, il Vangelo di Marco sembra suggerirci che sarebbe sogno vano pensare di non avere a che fare con questo mare, e invece è da sapienti imparare a conviverci. È suggestivo, fino quasi a diventare un simbolo, l’esempio di Gesù che dorme sulla barca.
Se, sull’esempio di Gesù, cercheremo di raggiungere una calma più profonda nel nostro intimo, allora le onde si acquieteranno e il vento si placherà.
«È importante» scrive Drewermann «raggiungere, al di là della zona dell’angoscia psichica, il luogo nel quale la tempesta si placa. Bisogna ancorare profondamente la barca della nostra vita e confidare nel punto in cui, al di sotto del mare agitato, più abissale ancora dell’abisso, un solido fondale ci fornisce l’appiglio».
Questo Dio, che dorme sulla barca scossa dalla tempesta, dal vento, sembra dirci: confida nella mia presenza, anche se ti sembro assente, io ho il potere di placare la bufera e di avvicinare l’altra riva, lascia dormire il tuo cuore nella pace.
Ancorarsi in Dio e imparare a «dormire» nella tempesta. Ancorarsi in Dio e imparare a dormire anche per l’ultima tempesta.
Senza scampo un bel giorno verrà il momento in cui né medici, né preti, né consiglieri, né altri interventi esterni potranno più aiutarci, il momento in cui noi saremo arrivati alla fine dell’esistenza, dove ad attenderci sarà la morte.
E allora per l’ultima volta sarà importante trovare quiete contro l’angoscia; allora sarà ancora più decisivo ancorarsi in Dio e imparare a dormire nella tempesta.


[1] nato a Milano nel 1931, è licenziato in sacra teologia. E’ sacerdote dal 1954. Ha insegnato nei seminari diocesani ed è stato parroco della comunità di San Giovanni in Laterano a Milano




VAMOS A PONER EL CUERPO
Tonio Dell’Olio

Vamos a poner el cuerpo
di Tonio Dell’Olio
in “www.mosaicodipace.it” del 4 giugno 2021

Qualche giorno fa, Juan, leader dei movimenti popolari soprattutto in America Latina, parlandomi al telefono mi ha comunicato che il giorno dopo sarebbe partito per la Colombia guidando e coordinando una delegazione che potesse monitorare il rispetto dei diritti umani e solidarizzare con i movimenti popolari e le persone che in questo momento manifestano in piazza e ricevono la repressione violenta della polizia e, adesso anche dell’esercito. Gli ho fatto presente che forse non sarebbe stato necessario recarsi direttamente in Colombia e che anch’io ricevo quotidianamente materiale informativo, video e prove della repressione nei confronti dei colombiani. Sarebbe
ugualmente utile diffondere quelle informazioni, tentare di smuovere la comunità internazionale per fare pressione sul governo colombiano. La risposta di Juan è stata: “No, è necessario andare per ‘poner el cuerpo‘” che significa mettere il corpo. Mi sfugge il significato competo di quella espressione che intuisco in questa Domenica in cui celebriamo la Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Gesù. Nell’ultima cena, Gesù spezzando il pane non dice: “Questa è la mia anima” ma “Questo è il mio corpo”. Condividendo il calice del vino dice: “Questo è il mio sangue”, e non “Questo è il mio spirito”. Dobbiamo interrogarci come Chiesa perché troppo spesso abbiamo squalificato il corpo senza comprendere che Gesù ci ha salvati dando il suo corpo sulla croce e offrendo il suo corpo in quella cena “per voi e per tutti”. Per tutti, nessuno escluso. Anche per Giuda che da lì a poco lo avrebbe tradito. Per tutti, al di là delle appartenenze e delle identità. E mi chiedo perché quando in Parlamento si discute una legge che riguarda il corpo, l’orientamento sessuale, sentiamo il dovere di intervenire per difendere valori e principi, di impegnare la nostra voce autorevole e quando invece si discute di armi da acquisire o da impiegare o di legalità o si dibatte sulle misure contro la corruzione o sull’abolizione o meno dell’ergastolo o, ancora, sul lavoro, sembra quasi che la cosa non ci riguardi. E allora penso che questa Solennità del Corpo e Sangue di Cristo, del Corpus Domini, debba interrogarci anche su questa profondità. Questa festa non può essere angelica, eterea, poetica nel senso di disincarnata, perché al contrario è alquanto incarnata. Gesù ci chiede di mettere il corpo come ha fatto lui: “Fate questo in memoria di me”. Essere presenti, farsi vicini, prossimi, stare insieme a coloro che soffrono, diventa importante. Vamos a poner el nuestro cuerpo, ci insegna Juan, ma soprattutto Gesù. Dalla tavola dell’ultima cena e, soprattutto, dalla croce.




NOI IMMERSI NELL’ONDA DI DIO-TRINITA’
Padre Ermes Ronchi

Noi, immersi nell’onda di Dio-Trinità

Padre Ermes Ronchi – Avvenire (15 Giugno 2003)

Gesù, avvicinatosi loro…. Ancora non è stanco di avvicinarsi, di farsi incontro; si impegna, fino all’ultimo, in questo reciproco cercarsi di Dio e dell’uomo.

E disse: battezzate. Verbo la cui radice significa immergere. Immergete ogni vita dentro l’oceano di Dio, e sia sommersa e sollevata dalla sua onda mite e possente. Fate entrare ogni creatura nella vita di Dio. In queste – che sono le ultime parole di Cristo – sta il cuore della nostra fede: vivere di Dio. Immersione felice e sofferente. Felice, come intuisce Mosè, quando dice: tutto è dato perché siate felici voi e i vostri figli. I comandamenti sono posti a difesa di una possibile lunga felicità. Immersione sofferente, dice Paolo, nella croce che è dono di sè, un potere che non è possesso.

Battezzate nel nome del Padre, cuore che pulsa nel cuore del mondo; e poi nel nome della fragilità del Figlio morto nella carne, e nel nome della forza dello Spirito che lo risuscita. La Trinità viene allora a significare che la vita di Dio non può essere estranea né alla fragilità della carne, né alla forza della vita; né al dolore né alla felicità dell’uomo. La Trinità diventa storia concreta di fragilità e di forza, affidata non ad acute intelligenze, ma a pescatori illetterati che dubitano ancora, che sanno di non sapere, che si sentono piccoli piccoli, ma invasi e abbracciati dal mistero (A. Casati). Perciò lo preserveranno, pur senza capire tutto, come un vento in cui naviga l’intero creato.

Insegnate a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Non ha detto: “insegnate i comandamenti”; neppure: “ordinate di osservarli”. È detto invece: insegnate a viverli, mostrate come si viva il vangelo. È facile trasmettere nozioni, ancora più facile dare ordini. Ma la vera missione è trasmettere vita, valori, energia, strade per vivere in pienezza.

Tutto ciò che vi ho comandato: amatevi; tutto ciò che ho detto del Padre: che è amore, dono della vita agli uccelli dell’aria, ai gigli del campo, ai figli dell’uomo, questo insegnate. Insegnate ad amare, come si insegna un’arte che si conosce, un cammino dell’anima che si è percorso. Insegnate ad essere felici, direbbe Mosè. Insegnate a donare, cioè ad essere vivi, direbbe Paolo.

Io sarò con voi tutti i giorni. Sarò con voi, senza condizioni, anche quando dubitate e non riuscite a insegnare nulla a nessuno. Con voi, tutti i giorni, come seme che cresce, inizio di eternità, anima di comunione. La Trinità intera è in me, fin dall’origine, in me creato non semplicemente a immagine di Dio, ma ad immagine della Trinità, di un Padre che è la fonte della vita, di un Figlio che mi innamora, di uno Spirito che accende di comunione tutte le nostre solitudini.




UN MONDO RIEMPITO DALLO SPIRITO DI DIO
Padre Ermes Ronchi

Un mondo riempito dal respiro di Dio.
padre Ermes Ronchi  (08-06-2003)

Viene lo Spirito, secondo il vangelo di Giovanni, leggero e quieto come un respiro: Alitò su di loro e disse “Ricevete lo Spirito santo” (Gv 20,22). Viene lo Spirito, nel racconto di Luca, come energia, coraggio, missione, vento che spalanca le porte, e parole di fuoco (Atti 2,2ss). Viene lo Spirito, nell’esperienza di Paolo, come dono, bellezza, genio diverso per ciascuno (Gal 5,22). Tre modi diversi, per dire che lo Spirito conosce e feconda tutte le strade della vita, rompe gli schemi, è energia imprudente, non dipende dalla storia ma la fa dipendere dal suo vento libero e creativo.

Effusione d’amore. Lo Spirito è l’estasi di Dio, il debordare, l’esondazione di un amore cercatore che preme, dilaga, si apre la strada verso il cuore dell’uomo. Effusione di vita. Lo Spirito santo è ciò che fa vivere Dio. Dio ha donato ciò che lo fa vivere: non vuole che l’uomo esista in funzione di Lui, ma che viva di Lui. Non ha creato l’uomo per reclamarne la vita, ma per risvegliare la sorgente sommersa di tutte le sue energie. Effusione ardente: il simbolo del fuoco dice che lo Spirito porta in dono il bruciore del cuore dei discepoli di Emmaus, l’alta temperatura dell’anima che si oppone all’apatia del cuore e della fede che ha inaridito l’uomo e il credente d’oggi.

Meraviglia del primo giorno: “com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?” Lo Spirito di Dio da sempre parla ad ogni uomo, si rivolge a quella parte profonda, nativa, originaria che è in ciascuno e che viene prima di tutte le divisioni di razza, nazione, ricchezza, cultura, età, religione. Non è solo il capovolgimento della frattura di Babele: ora lo Spirito parla la mia lingua di festa e di dolore, di stanchezza e di forza. La Parola di Dio diventa mia lingua, mia passione, mia vita, mio fuoco. Diventa la parte migliore di me, respiro segreto di ogni parola.

E allora “del tuo Spirito, Signore, è piena la terra“. La terra con i suoi deserti e i suoi sempreverdi, con i suoi bambini e i suoi anziani pieni di luce, e le donne che sono la cosa più vicina a Dio (C. Bobin), la terra è piena. E figli e figlie profeteranno, anziani e giovani avranno visioni, schiavi e schiave parleranno di Dio, profezia di Gioele. E la gioia e la ricchezza di tutto questo. La terra è piena dello Spirito. Guardati attorno, cerca, ascolta il vento sugli abissi, il respiro del cuore: la terra è piena di Dio. Cerca la bellezza salvatrice, l’amore in ogni amore. Piena è la terra. E instancabile il respiro di Dio porta pollini di primavera e disperde le ceneri della morte.




L’INNESTO VITALE
Don Angelo Casati

L’INNESTO VITALE
di Don Angelo Casati (ADISTA n° 46/2009)

E l’immagine è bellissima, è viva, custodisce il senso della nascita. Per noi uomini e donne di città la suggestione è impoverita: quando mai vediamo una vigna? Se passi in questi giorni di primavera vicino ai tralci di una vite non puoi non incantarti al miracolo dei teneri, turgidi germogli.
Ecco, vorrei subito dirvi la gioia che provo al pensare che la fede ci fa dimorare in una vigna, cioè in questo miracolo delle cose che nascono. E il pensiero mi attrae, mi seduce, mi porta anche a ricordare una parola, parola bellissima, di Papa Giovanni. Sentitela: “Non siamo sulla terra a custodire un museo, ma a coltivare un giardino fiorente, destinato ad un avvenire glorioso”.
Dunque lo spazio cui ci chiama l’immagine della vigna non è quello dell’aria chiusa e ammuffita, bensì quello dell’aria aperta, della vigilia di nascita, delle vigne assolate ma rigogliose di Israele, nate, quasi d’incanto, per miracolo, in una terra arida.
Ebbene Gesù con l’immagine della vigna si ricollega a un simbolo più volte evocato nell’Antico Testamento, dove il simbolismo della vigna viene con insistenza ripreso per raccontare il rapporto tra Dio e il suo popolo, un rapporto, sul versante di Dio, fatto di cure, di premure, di tenerezza per la sua vigna, un rapporto, sul nostro versante, fatto a volte, purtroppo, di indifferenza, di impermeabilità, di rifiuto.
Ma c’è di più. Nel Vangelo di Giovanni Gesù attribuisce a se stesso l’immagine della vite. “Io sono la vite, voi i tralci.”
Forse potremmo anche dire che con il Battesimo è avvenuto un innesto: noi, rami per qualche misura selvatici, innestati alla vite che ha la pienezza del rigoglio. E dunque custodisci l’innesto, abbine cura, perché senza questa comunicazione con Gesù e il suo Vangelo, si interrompe il flusso della linfa, rinsecchiamo. Rami secchi! E questa del rinsecchirsi è, o dovrebbe essere, la cosa che ci preoccupa di più – più dell’invecchiare negli anni –  l’invecchiare, l’inaridirsi, il rinsecchirsi, l’ammuffire nello Spirito.
Qual è la condizione perché questo non avvenga? La condizione è ricordata senz’ombra di equivoci da Gesù: “Rimanete in me”. Custodite l’innesto. Se non vado errato, per sette volte in questi otto versetti di Vangelo ritorna il verbo “rimanere”: “Se rimanete”, “se non rimanete”, “chi rimane”, “chi non rimane”… e così via, sette volte.
Il verbo “rimanere” è un verbo caro a Giovanni. Perché? Perché è un verbo che dice intimità. Che cosa significhi che tu rimanga nell’altro e che l’altro rimanga in te, forse ce lo possono raccontare solo coloro che fanno un’esperienza di amore: “Ora te ne vai, ma tu rimani in me”. Che cosa significa allora rimanere in Gesù, rimanere nella vite? Significa che il suo mondo, il mondo di Gesù, è diventato il mio mondo, è l’aria che mi fa respirare, è la linfa che pulsa e genera sussulti di nascita, anche in questo ramo apparentemente secco, rinsecchito, che sono io. Il verbo rimanere usato da Giovanni in queste ultime pagine di Vangelo è lo stesso che Giovanni usa in una delle sue prime pagine, quando i due discepoli del Battista si mettono sulle tracce di Gesù. Gesù li sente camminare alle spalle. “Che cercate?” chiese loro. Ed essi: “Maestro, dove dimori?”. Lo stesso verbo. “Videro dove dimorava. E dimorarono presso di lui quel giorno.” Gli stessi verbi. Dimorare è più che abitare. Si può abitare una casa, una chiesa come spazio esteriore. O li si può abitare come spazio di relazioni, di un intimo comunicare, un abitare pensieri, emozioni, sogni. Questo vuol dire rimanere in Gesù, rimanere nella vite.
Custodire questo innesto dovrebbe essere la nostra cura: il nostro innesto e quello degli altri. Questo è il compito che ci attende nella vigna.
A volte invece sembra che la massima cura, la preoccupazione più forte nella Chiesa sia quella di tagliare i rami secchi e di bruciarli. Posso sbagliarmi ma penso che non ci voglia una grande arte né una grande intelligenza per tagliare e per bruciare i rami secchi. L’arte invece, l’arte, l’intelligenza dello Spirito stanno nel creare un innesto o nel custodirlo, nel fasciare, come diceva Gesù, il punto debole della vite.
Anche la Chiesa delle origini stentava a credere negli innesti nuovi, stentava a credere che Dio avesse fatto giungere la linfa luminosa a Paolo di Tarso. Sembra di sentirli: “Ma scherzi! Proprio lui? Ma guarda al suo passato e non essere ingenuo”. E non si accorgono che a rinsecchirsi sono loro. E ci volle Barnaba, ci volle tutta la forza del suo animo a convincerli che Dio ha strade infinite e che anche la strada di Damasco può essere strada di cambiamento. E che la finissero di guardare indietro, che aprissero gli occhi a contemplare ciò che ora stava germogliando. Barnaba, uomo della vigna, uomo degli innesti. E noi, nella comunità, non a custodire un museo, ma a coltivare un giardino!




RECITARE O ESSERE? Pensieri tra Quaresima e Pasqua
Don Angelo Casati

RECITARE O ESSERE? Pensieri tra Quaresima e Pasqua. Don Angelo Casati

Mi succede – qualcuno la ritiene una mia ossessione – di avere in sospetto ogni parola che, poco o tanto, sembra recitata, ogni atteggiamento che, poco o tanto, sembra studiato. Si recita una parte. A volte mi sorprendo a guardarmi. E mi chiedo: “Stai recitando? Stai celebrando o recitando? Stai pregando o recitando? Stai predicando o recitando? Stai parlando o recitando?”. Nella recita non ci sei. C’è una parte che indossi. Che non è la tua.
Gesù incantava.
Gesù non recitava. Forse per questo o anche per questo, incantava. Era autentico, aderente la vita, non a una parte da recitare. E la gente lo sentiva vero. A differenza di altri. A differenza, per esempio, di una certa frangia – non tutti! – di farisei che “recitavano”: “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini. Allargano i loro filatteri, allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare rabbì dalla gente”(Mt.23,5-7).
Qualcuno, anche nel mondo ecclesiastico, sconcertato dalla calda umanità di Gesu, tende a presentarla come se il Signore stesse recitando, quasi non gli fosse consentito, in quanto Dio, di crescere, di essere stanco, di non sapere, di amare i banchetti, di desiderare la tenerezza di un bacio o il profumo dell’unguento, di provare paura e solitudine. Quasi recitasse, in tutto ciò una parte non sua. Gesù non ha mai recitato. Era.
Dominante è il ruolo
C’è il pericolo – lo avverto sempre più acutamente e il racconto delle tentazioni di Gesù, all’inizio della Quaresima, lo segnalava – che anche la religione diventi spettacolo, luogo in cui si recita. Strano verbo, questo “recitare”, che abbiamo nel nostro linguaggio religioso legato al pregare! Si “recita” una Ave Maria o un Padre Nostro, si “recita” il rosario. È in agguato la recita. La avverti. A volte è nell’aria. A tradirla è un tono affettato, artefatto, poco naturale, studiato. Aria strana. L’aria di certi raduni ecclesiastici. Volti impassibili, non tradiscono la benché minima emozione. Ci si parla di errori, di cedimenti o di smarrimenti, sono sempre quelli degli altri. L’inquietudine non esiste. Esiste la sicurezza. Si recita la parte di Dio. Mai uno che dica: “Ho peccato”. Lo si dice nella Messa, ma per modo di dire. Nessuno che abbia mai fatto un errore. E che lo riconosca. Domina il ruolo. L’impassibilità del ruolo. Impenetrabili, drappeggiati, diplomatici. E senti la distanza. E come se mancasse gente vera. Non sono i volti che cerchi, quelli che ti incantano fuori le mura, volti che non mascherano le stanchezze e le emozioni, volti che confessano l’inquietudine e la lontananza. Scrive Carlo Maria Martini: “Non di rado mi spavento sentendo o leggendo tante frasi che hanno come soggetto “Dio” e danno l’impressione che noi sappiamo perfettamente ciò che Dio è e ciò che egli opera nella storia, come e perché agisce o in un modo e non in un altro. La Scrittura è assai più reticente e piena di mistero di tanti nostri discorsi pastorali”.
Come figli di Dio
Comunità alternativa si diventa vivendo il Vangelo, non recitando la parte del “perfetto”.
Alternativi diventiamo non mascherandoci dietro il ruolo o dietro il titolo, ma dando trasparenza ai rapporti. Incontrandoci come persone. Come figli di Dio. Questa la più grande dignità che ci è toccata. Non esiste, per un vero credente, altra tanto grande. Essere Papa, essere Vescovo, essere prete, non vale l’essere figli di Dio. E, se figli, liberi, e quindi non soffocati, non mascherati, non misurati da titoli e da ruoli. Quando Papa Giovanni, poco dopo la sua elezione, si accorse che l’ Osservatore Romano introduceva le sue parole con questa formula di rito: “Come abbiamo potuto raccoglierle dalle auguste labbra di Sua Santità”, chiamò il capo redattore e gli disse: “Lasciate perdere queste sciocchezze e scrivete semplicemente: Il Papa ha detto”.
La grande sfida
Quale perdita per la società, se la Chiesa, che nel mondo dovrebbe apparire come lo spazio dove risplende la libertà e l’umanità dei rapporti, diventasse luogo di relazioni puramente formali, deboli e fiacche, non sincere e intense. Rischierebbe l’insignificanza. Verrebbe meno alla grande sfida, all’opportunità che oggi le si offre di tessere in una società ampiamente burocratizzata rapporti autentici e profondi. E non sarà che alla Chiesa di oggi, e quindi a ciascuno di noi, Dio chieda meno protagonismo, meno organizzazione, meno recite e più vicinanza, più sincerità?  Alla mente ritorna una pagina folgorante dello scrittore Ennio Flaiano, là dove abbozzava un ipotetico ritorno di Gesù sulla terra, un Gesù, infastidito da giornalisti e fotoreporter, come sempre invece vicino ai drammi e alle fatiche dell’esistenza quotidiana: <<Un uomo – scrive – condusse a Gesù la figlia ammalata e gli disse: “Io non voglio che tu la guarisca, ma che tu la ami”. Gesù baciò quella ragazza e disse: “In verità questo uomo ha chiesto ciò che io posso dare”. Così detto, sparì in una gloria di luce, lasciando le folle a commentare quei miracoli e i giornalisti a descriverli>>.




QUARESIMA E LE VIE DELLA CONVERSIONE
Carlo Molari

LE VIE DELLA CONVERSIONE. Carlo Molari (ROCCA 1/4/04)
La quaresima ripropone alla Chiesa la conversione continua, come la condizione assoluta per il cammi­no di fede e per rendere significa­tiva la celebrazione della Pasqua. Oggi inoltre essa è neces­saria come testimonianza pubblica della speranza, cui anche l’uomo secolarizzato non può rinunciare. Sergio Quinzio, in un inedito pubblicato dalla Stampa il 3 febbra­io 2004, osservava in merito: «l’uomo mo­derno che ha alle sue spalle la grande spe­ranza cristiana, ha cercato per questo, di pervenire a una condizione umana reden­ta, salvata, liberata. Non è mai più uscito dal bisogno che la rivelazione cristiana ha posto in lui, continua a volere qualcosa che superi di gran lunga i penosi limiti della ‘na­tura umana’. Anche se è uscito dall’orizzon­te della fede cristiana, l’uomo non è uscito dall’orizzonte di quella speranza… Lo stes­so rifiuto della salvezza ne tradisce il biso­gno». La conversione dei credenti e la testi­monianza che ne deriva, hanno oggi anche l’urgente finalità di rispondere al bisogno di salvezza e di tracciare quindi vie alla spe­ranza. Il messaggio di chi vive processi di conversione riferendosi al Vangelo o apren­dosi all’azione di Dio è inequivocabile: le novità nelle persone e nella storia umana sono possibili, anche oltre la misura delle nostre attese, perché l’azione di Dio è una straordinaria potenza di vita per le creatu­re e per la loro storia. Spesso però il messaggio trasmesso dai cre­denti è ambiguo e incerto perché la conver­sione è intesa in chiave puramente morale come cambiamento di costumi. La conver­sione è molto di più perché consiste in un processo vitale che attiene al divenire della persona e allo sviluppo della specie. Non si tratta semplicemente di cambiare pensieri, desideri, azioni, ma di diventare persone nuove o di consentire che la vita sviluppi tutte le virtualità della specie umana.
In questa prospettiva le componenti della conversione sono almeno tre:
– la consapevo­lezza del negativo che condiziona la storia e le persone,
– la presa di distanza ideale dal male individuato,
– l’esercizio della fiducia in Dio per consentire l’espressione in noi della sua azione misericordiosa.
Molti equi­voci sulla conversione e molte resistenze derivano dalla poca chiarezza di questi aspetti.
Consapevolezza del male.
La presa di coscienza del male è un proces­so complesso che si sviluppa secondo dina­miche e in momenti diversi. Il primo dato è il giudizio preventivo delle scelte che ci ap­prestiamo a fare, la risonanza inferiore de­gli atti che compiamo, in una parola: il giu­dizio della coscienza. Ma il dato più signifi­cativo e completo per la consapevolezza del male è l’analisi dei frutti che conseguono alle scelte compiute. Dai risultati vitali del­le scelte, infatti, appare quale tipo di forza è stata messa in moto e quali spazi sono stati effettivamente aperti al fluire della vita. La consapevolezza del male, perciò, deve implicare anche l’analisi delle conseguen­ze per la persona e degli influssi esercitati nell’ambiente con le azioni compiute. Ci sono esperienze che solo dopo molto tem­po rivelano le loro insufficienze e manife­stano le potenzialità dei loro inquinamen­ti. Importante è rendersi conto che il male non risiede semplicemente nei gesti com­piuti o nelle opere realizzate, perché diven­ta flusso storico, struttura vitale, realtà per­manente delle persone. La presa di coscien­za del male, perciò, conduce alla consape­volezza del negativo, che svuota la perso­na, si insinua nelle relazioni, inquina i pro­cessi storici. Non si tratta perciò solo di trasgressioni morali o giuridiche, ma di re­altà profonde, di decadenza vitale, di im­poverimenti progressivi delle società. Le scelte sono segni di una condizione e di­ventano stimoli ulteriori ai processi dege­nerativi delle persone e delle comunità. Il grado di consapevolezza del male cresce con la persona stessa e con il raffinamento della sua sensibilità spirituale, costituita da qual complesso di criteri e di valutazioni che rafforzano la struttura interiore della persona. Per il giudizio storico quindi è ne­cessario tenere presente che la consapevo­lezza del male non risulta solo dai frutti negativi derivati, ma anche dallo sviluppo della coscienza giudicante. Vi sono infatti delle scelte che in un particolare periodo non sembrano avere alcun carattere nega­tivo e che invece con il passare del tempo, anche indipendentemente dai frutti emer­si, appaiono in se stesse inadeguate e con­trarie alle esigenze della vita. Per questo le scelte, compiute nel passato, man mano che il tempo passa, possono apparire in una luce progressivamente diversa. Non cresce la colpa soggettiva, perché il passato ne ha fis­sato la misura secondo il grado di respon­sabilità e di consapevolezza del tempo in cui l’azione si è svolta, ma la conversione può manifestarsi più esigente secondo il peso del male introdotto nella storia perso­nale e sociale. Questi criteri non riguardano solo le scelte personali, bensì anche quelle comunitarie e storiche.
Presa di distanza e riparazione del male
Di fronte al male, tuttavia, la consapevolez­za non è sufficiente alla conversione. È ne­cessaria anche una esplicita presa di distan­za e un rifiuto consapevole del male. Essa si esprime in vari modi sia a livello perso­nale che a livello storico e sociale. Riguar­do alla persona, la presa di distanza impli­ca saper riconoscere gli effetti negativi, pre­visti o meno, che le scelte di fatto hanno provocato; saper smascherare e analizzare i meccanismi vissuti e le giustificazioni in­gannevoli che li hanno suscitati e accom­pagnati. A livello storico la presa di distan­za implica l’accoglienza delle conclusioni degli studi seri compiuti dagli esperti, l’in­dividuazione delle cause e dei processi che hanno condotto alle scelte negative, la ri­chiesta esplicita e pubblica di perdono per le scelte compiute nel passato non solo dal­le singole persone, ma anche dalle istitu­zioni, non solo in rapporto al presente, ma anche a tutto il passato. A questi processi dovrebbero impegnarsi tutte le istituzioni anche planetarie. In questo quadro si comprendono sia gli studi storici promossi da Giovanni Paolo II durante il suo pontificato per gli episodi oscuri o ambigui della storia ecclesiale, e anche i numerosi atti di pentimento espressi in varie circostanze e in particolare nell’oc­casione dell’anno giubilare. Alcuni, anche recentemente, hanno criticato l’insistenza con cui il Papa ha riproposto alla chiesa questa strada. Ma le ragioni addotte non sembrano toccare i punti essenziali dei ge­sti di riconciliazione. Scrive ad es. lo stori­co fiorentino Michele Ranchetti: «La richie­sta di perdono da parte della chiesa… è un atto, in apparenza rivoluzionario. Si è det­to per la prima volta nella storia, la chiesa di Roma riconosce i suoi errori e le sue col­pe. È vero. Ma è anche vero che a questa dichiarazione di colpa, a questa richiesta di perdono non segue assolutamente nulla: nessuna forma di penitenza e di espiazio­ne. È un atto «verbale» che non si sa a chi sia diretto, chi riguardi, chi debba e possa valersene» (Non c’è più religione. Garzanti, Milano 2003, p. 12). Per la Chiesa, secondo Ranchetti, esso «appare ora come la più esplicita affermazione della propria autori­tà assoluta che offre a sé stessa il perdono, ai suoi membri incorsi in peccato, ma sen­za indicare né chi né dove, né quando, e senza alcuna forma di espiazione, senza alcuna penitenza visibile» (ivi p. 24).
Le cose non stanno così. La domanda di perdono è rivolta a Dio per accogliere quel­la forza di vita che trasforma le persone e le rende capaci di novità radicali. Ma insieme è sollecitazione e impegno a prendere le distanze da quei meccanismi di male che si sono espressi nel passato e che operano ancora oggi. La presa di distanza dal male della propria storia significa riconoscerlo, additarlo come male da superare e assume­re oggi atteggiamenti opposti a quelli eser­citati nel passato.
Non sono sufficienti il riconoscimento del male e la presa di distanza se questi atti non sono seguiti da atteggiamenti di accoglien­za di quella energia che investe l’orante, lo alimenta e fiorisce in lui come vita nuova. Il processo di riconciliazione implica un’azione purificatrice di Dio che, accolta dalla creatura, diventa in lei qualità inedita di vita. La conversione quindi non è l’ini­ziativa dell’uomo che vuole diventare mi­gliore, ma la risposta umana ad una solle­citazione di Dio, che con atto gratuito, pu­rifica la creatura dal peccato rinnovandole l’offerta della vita. Al perdono richiesto, perciò non deve seguire nessuna punizione o sofferenza, bensì una forma nuova di esi­stenza che si concretizza in gesti concreti di dialogo, in atti di accoglienza, in inven­zioni di fraternità, in segni di amicizia, in offerte di misericordia, secondo le diverse forme di peccato di cui si chiede perdono. Ora è innegabile che le pratiche di riconci­liazione quando si svolgono con consape­volezza e coinvolgimento interiore modifi­cano gli orientamenti di vita. Gli inviti per­ciò che il Papa ha rivolto alla chiesa cattoli­ca non sono stati vani e insignificanti, ben­sì espressioni sincere della volontà di acco­gliere l’azione misericordiosa di Dio per far­la fiorire in novità di vita.




LA LOTTA DI GIOBBE
Don Angelo Casati

La lotta di Giobbe (Don Angelo Casati).

Oggi la Liturgia ha accostato alla pagina del vangelo di Marco la pagina del libro di Giobbe, che forse può disturbare la sensibilità delle persone cosiddette devote che, davanti al dolore degli altri, predicano senza troppa fatica, come fanno gli amici di Giobbe, la rassegnazione o la resa.
Giobbe risponde con la lotta. E Dio è dalla parte di Giobbe e non dalla parte dei suoi amici che, bravi loro, hanno un prontuario di risposte teologiche per spiegare i drammi dell’umanità.
Dio accetta parole di protesta come quelle di Giobbe che oggi abbiamo ascoltato, parole che parlano della fatica del vivere.
È folgorante e sorprendente il libro di Giobbe, perché noi siamo stati educati a legare Dio e la sua immagine all’insegnamento della rassegnazione e dell’accettazione passiva. E invece il libro di Giobbe -scrivono i monaci di Bose- predica “la legittimità del linguaggio di protesta e di contestazione da parte dell’uomo, quando si trova nella situazione di malattia. Giobbe si ribella alla situazione di disgrazia che si è abbattuta su di lui e grida a Dio la propria rabbia. Giobbe arriverà a bestemmiare Dio, mostrerà aggressività verso i suoi amici teologi che in realtà si rivelano nemici e medici del nulla“.
Pensate invece quante volte anche noi, come gli amici di Giobbe, ci scandalizziamo di fronte al grido o alla bestemmia di dolore, e quante volte invitiamo al silenzio, o all’attenuazione del grido: «Ma non dire così. Esageri!».
Il libro di Giobbe non legittima la figura del credente come di colui che la dà vinta al male, legittima la figura del credente come di colui che lotta contro il male. Perché questa è anche l’immagine di Dio. Non è forse questa l’immagine di Dio, che, come per una fessura, intravediamo in Gesù di Nazaret?
Gesù non predica rassegnazione, non chiede di offrire la sofferenza a Dio, non dice mai che la sofferenza di per sé avvicini maggiormente a Dio, non nutre atteggiamenti doloristici. Gesù invece lotta contro il male, cerca di farlo arretrare, di ridare salute all’uomo.
Gesù istruisce i suoi discepoli e istruisce noi oggi con il suo esempio. Ci istruisce con i suoi verbi, i verbi di Gesù nella casa di Simone, che dovrebbero diventare i nostri verbi oggi nelle case di questa umanità. Ricordiamoli: “si accostò, la prese per mano, la sollevò”. Quasi a suggerire che se noi ci teniamo a debita distanza, se noi rifuggiamo dal contatto fisico, non solleviamo nessuno. Chi soffre, per sentirsi in qualche modo rivivere, “risorgere”, come allude il verbo greco, ha bisogno di vicinanza, di mani che accarezzino, che stringano.
Non faremo miracoli. Nemmeno a Gesù fu possibile fare miracoli a tutti. È scritto: “gli portarono tutti i malati e gli indemoniati… guarì molti“. Tutti… molti! C’è uno scarto. Ma sollevò tutti. Non faremo miracoli, ma solleveremo qualcuno, accostandoci, prendendo per mano.
Vorrei aggiungere che Marco, se da un lato registra l’immergersi di Gesù in questa umanità dolente, dall’altro registra l’andarsene, un duplice andarsene. Esce quando ancora è buio di casa e si ritira in un luogo deserto e lì prega. E così scopriamo nelle pieghe della pagina di Marco da dove Gesù attingesse quella sua forza, l’energia dello Spirito che faceva di lui l’uomo della compassione, della vicinanza, della cura, della dedizione assoluta. Così per lui, così anche per noi. C’è una sorgente, una sorgente segreta.
Ma nel brano di Marco è accennato anche un altro “andarsene”. I discepoli lo scovano, gli dicono: “tutti ti cercano“. Dice: “Andiamocene altrove… per questo sono venuto“. È venuto per andare altrove: la Galilea non è un solo villaggio.
C’è sempre questo pericolo di voler fare di Gesù il proprio cappellano, un cappellano di corte, il cappellano del proprio gruppo, del proprio movimento e non il Salvatore di tutti i villaggi. E Gesù se ne va. Chissà se l’abbiamo capito. Essere nel mondo e diventare uomini e donne di un villaggio solo significherebbe spegnere e tradire il vero movimento, quello del vangelo. Vangelo che ci mette in guardia dalla tentazione di rinchiudere noi stessi in un solo villaggio e dalla pretesa di rinchiudere Dio in un solo villaggio.