L’ascolto, primo servizio a Dio
P. Ermes Ronchi

L’ascolto, primo servizio a Dio
Ronchi (Avvenire15/07/2010)

Un rabbi che entra nella casa di due donne, sovranamente libero di andare dove lo porta il cuore. Libero di parlare alle donne, le escluse, come agli apostoli, seguendo la strada tracciata per la prima volta dall’angelo dell’annunciazione: mettere a parte le donne dei più riposti segreti del Signore. Gesù ha una meta, Gerusalemme, ma non tira mai dritto, non «passa oltre» quando incontra qualcuno. Per lui, come per il buon samaritano, ogni incontro diventa una meta. Maria seduta ai piedi del Signore ascolta la sua parola. Il primo servizio da rendere a Dio – e a tutti – è l’ascolto. Dare un po’ di tempo e un po’ di cuore; è dall’ascolto che comincia la relazione. Allora una sorta di contagio ti prende quando sei vicino a uno come Lui, un contagio di luce quando sei vicino alla luce. Mi piace immaginare questi due totalmente presi l’uno dall’altra, lui a darsi, lei a riceverlo. E li sento tutti e due felici, lui di aver trovato un nido e un cuore in ascolto, lei di avere un rabbi tutto per sé, per lei che è donna, a cui nessuno insegna. Lui totalmente suo, lei totalmente sua.
Marta Marta tu ti affanni e ti agiti per troppe cose. Gesù, affettuosamente raddoppia il nome, non contraddice il servizio ma l’affanno, non contesta il cuore generoso di Marta ma l’agitazione. A tutti, ripete: attento a un troppo che è in agguato, a un troppo che può sorgere e ingoiarti, troppo lavoro, troppi desideri, troppo correre, «prima la persona poi le cose». Ti siedi ai piedi di Cristo e impari la cosa più importante: a distinguere tra superfluo e necessario, tra illusorio e permanente, tra effimero ed eterno. Dice Gesù: non ti affannare per nulla che non sia la tua essenza eterna. Gesù non sopporta che Marta, sia impoverita in un ruolo di servizio, che si perda nelle troppe faccende di casa: Tu, le dice Gesù, sei molto di più. Tu non sei le cose che fai; tu puoi stare con me in una relazione diversa, condividere non solo servizi, ma pensieri, sogni, emozioni, sapienza, conoscenza. Perché Gesù non cerca servitori, ma amici, non persone che facciano delle cose per lui, ma gente che gli lasci fare delle cose dentro di sé, come santa Maria: ha fatto grandi cose in me l’Onnipotente. Il centro della fede non è ciò che io faccio per Dio, ma ciò che Dio fa per me. In me le due sorelle si tengono per mano. Con loro passerò da un Dio sentito come affanno, è Marta, a un Dio sentito come stupore, è Maria. Imparerò a passare da un Dio sentito come dovere, a un Dio sentito come desiderio. (Genesi 18,1-10; Salmo 14; Colossesi 1,24-28; Luca 10,38-42)




Il futuro in un verbo: “Amerai”
P. Ermes Ronchi

Il futuro in un verbo: ‘Amerai’
Padre Ermes Ronchi – Avvenire (11 Luglio 2004)

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico.
Un uomo. E non ci deve essere nessun aggettivo, giusto o ingiusto, ricco o povero. Può essere perfino un disonesto, un brigante anche lui. È l’uomo, ogni uomo. Il suo nome è: spogliato, colpito, solo, mezzo morto. Nome eterno: dovunque il mondo geme con le vene aperte; c’è un immenso peso di lacrime in tutto ciò che vive.
Un sacerdote scendeva per quella medesima strada. E il primo che passa, un prete, lo aggira, lo scansa, passa oltre. Ma dov’è questo oltre? Cosa c’è oltre? Oltre l’uomo c’è il nulla, l’assurdo, l’inutile! Nessuno può dirsi estraneo alle sorti dell’uomo, nessuno può dire: io non c’entro. Siamo tutti sulla medesima strada, nella medesima storia; ci salveremo o ci perderemo tutti insieme.
Invece un samaritano n’ebbe compassione, gli si fece vicino. Due termini di una carica infinita, bellissimi. Parole che grondano di umanità. Non c’è umanità senza compassione e senza farsi vicino. La compassione è il meno sentimentale dei sentimenti, il meno zuccheroso, il meno emotivo, è il “soffrire insieme”. Scende da cavallo, si china, e forse ha paura, forse teme i briganti ancora vicini o una trappola. Ma la compassione non è un istinto, è una conquista. La prossimità è una conquista che mette al centro il dolore dell’altro non il mio sentire.
E ci sono dieci verbi in fila per descrivere l’amore: lo vide, si mosse a pietà, scese, versò, fasciò, caricò… fino al decimo verbo: ritornerò indietro a pagare, se necessario. Questo è il nuovo decalogo, i nuovi dieci comandamenti di ogni uomo, credente o no, perché l’uomo sia uomo, perché la terra sia abitata da “prossimi”, per una nuova architettura del mondo e della storia. Domandano a Gesù: cosa devo fare per essere vivo? Come si fa ad essere uomo? Gesù risponde con un verbo: amerai, e con un racconto in cui è racchiusa la possibile soluzione della Storia, la sorte del mondo e il destino di ognuno.
Tutto il nostro futuro è in un verbo: tu amerai. Un verbo al futuro perché questa è un’azione mai conclusa, perché durerà quanto durerà il tempo. Perché è un progetto, ed è l’unico. Non un obbligo, ma una necessità per vivere. Cosa devo fare domani per essere vivo? Tu amerai. Cosa farò l’anno che verrà, e per il mio futuro? Tu amerai. E l’umanità, il suo destino, la sua Storia? Solo questo: tu amerai. Una parabola al centro del Vangelo, e al centro della parabola un uomo. E un verbo: tu amerai.
Va’ e anche tu fa’ lo stesso. E troverai la vita.




L’ANNUNCIO, CONTAGIO BUONO
Padre Ermes Ronchi

L’annuncio, contagio buono

Ermes Ronchi  (Avvenire 01/07/2010)

Partono senza pane, né sacca, né denaro, senza nulla di superfluo, anzi senza nemmeno le cose più utili. Solo un bastone cui appoggiare la stanchezza e un amico a sorreggere il cuore. Senza cose. Semplicemente uomini. Perché l’incisività del messaggio non sta nello spiegamento di forza o di mezzi, ma nel bruciore del cuore dei discepoli, sta in quella forza che ti fa partire, e che ha nome: Dio. La forza del Vangelo, e del cristianesimo, non sta nell’organizzazione, nei mass-media, nel denaro, nel numero. Ancora oggi passa di cuore in cuore, per un contagio buono. Partono senza cose, perché risalti il primato dell’amore. L’abbondanza di mezzi forse ha spento la creatività nelle chiese. Il viaggio dei discepoli è come una discesa verso l’uomo essenziale, verso quella radice pura che è prima del denaro, del pane, dei ruoli. Anche per questo saranno perseguitati, perché capovolgono tutta una gerarchia di valori.

Gesù affida ai discepoli una missione che concentra attorno a tre nuclei: Dove entrate dite: pace a questa casa; guarite i malati; dite loro: è vicino a voi il Regno di Dio.

I tre nuclei della missione: seminare pace, prendersi cura, confermare che Dio è vicino.

Portano pace. E la portano a due a due, perché non si vive da soli, la pace. La pace è relazione. Comporta almeno un altro, comporta due in pace, in attesa dei molti che siano in pace, dei tutti che siano in pace. La pace non è semplicemente la fine delle guerre: Shalom è pienezza di tutto ciò che desideri dalla vita.

Guariscono i malati. La guarigione comincia dentro, quando qualcuno si avvicina, ti tocca, condivide un po’ di tempo e un po’ di cuore con te. Esistono malattie inguaribili, ma nessuna incurabile, nessuna di cui non ci si possa prendere cura.

Poi l’annuncio: è vicino, si è avvicinato, è qui il Regno di Dio. Il Regno è il mondo come Dio lo sogna. Dove la vita è guarita, dove la pace è fiorita. Dite loro: Dio è vicino, più vicino a te di te stesso; è qui, come intenzione di bene, come guaritore della vita.

E poi la casa. Quante volte è nominata la casa in questo brano! La casa, il luogo più vero, dove la vita può essere guarita. Il cristianesimo dev’essere significativo nel nostro quotidiano, nei giorni delle lacrime e della festa, nei figli buoni e in quelli prodighi, quando l’amore sembra lacerarsi, quando l’anziano perde il senno e la salute. Lì la Parola è conforto, forza, luce; lì scende come pane e come sale, sta come roccia la Parola di Dio, a sostenere la casa. (Letture: Isaia 66,10-14; Salmo 65; Galati 6,14-18; Luca 10,1-12.17-20)




I SETTANTA+DUE
Ester Abbattista

I settantadue.
Ester Abbattista[1]
(IL REGNO 29/06/2022)

XIV domenica del tempo ordinario

Lc 10,1-12.17-20

Nel Vangelo di oggi assistiamo all’invio di 72 messaggeri di pace e annunciatori del Regno. Dopo alcune importanti istruzioni i 72 partono e viene descritto il ritorno di questi discepoli pieni di gioia per i successi ottenuti.
Certamente sono tanti i particolari su cui ci si potrebbe fermare per approfondire e riflettere, ma vorrei invece porre attenzione sul primo elemento di questo racconto, che forse rimane il più trascurato, ovvero sul numero «72». In realtà è un numero strano, ci si aspetterebbe di più una cifra tonda, come 70, che richiami, come multiplo di sette, la totalità di questo invio. Che questo numero 72 faccia problema risulta anche da diversi autorevoli manoscritti che, appunto, correggono la cifra in 70.
Ovviamente sono possibili diverse spiegazioni per questa discrepanza tra gli antichi manoscritti, ma tra queste ce n’è una intra-biblica che può suggerirci un’ulteriore riflessione. La scelta di 72 persone a delle orecchie allenate al racconto biblico fa subito venire in mente un’altra scena dove un altro Maestro — Mosè nella tradizione ebraica viene chiamato Moshè rabbenu (Mosè nostro maestro) — convoca 70 anziani perché lo aiutino a portare avanti la sua missione verso la terra promessa.
In realtà, però, il numero delle persone sulle quali discenderà lo Spirito di Dio sarà 72, con un ulteriore particolare: mentre i 70 che ricevono lo Spirito in presenza di Mosè intorno alla tenda del convegno «profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito» (Nm 11,25), gli altri due che erano rimasti nelle loro tende non solo ricevettero il medesimo Spirito e incominciarono a profetizzare, ma non si dice che smisero di farlo in seguito. Anzi, alla protesta di Giosuè, che vede in tutto questo una trasgressione all’ordine del maestro, Mosè risponde: «Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!» (Nm 11,29).
Ecco allora che l’invio da parte di Gesù di 72 discepoli, se si tiene conto di quanto fosse familiare il testo di Numeri nel contesto ebraico in cui tutto questo avviene, può avere un ulteriore significato proprio a partire dall’episodio appena narrato. C’è sicuramente un’«ufficialità» che va comunque rispettata, ma che non può essere esclusiva, poiché lo Spirito di Dio non può avere limiti organizzativi o istituzionali e può posarsi su chiunque al di là di regole, norme e ordinamenti.
L’invio di 72 discepoli pone allora, da parte del Signore, una condizione essenziale per la buona riuscita della missione stessa: al di là del mandato e dell’invio è lo Spirito che suscita e guida coloro che a sua volta lo accolgono e si lasciano guidare, poiché tutti possono essere profeti nel popolo di Dio. E di fatto tutti i cristiani in virtù dello spirito ricevuto nel loro battesimo sono costituiti come popolo regale, profetico e sacerdotale, a tutti è dato il medesimo Spirito, il quale è libero di agire al di là di ogni norma e istituzione. Norma o istituzione che non viene, però, abolita o disattesa, poiché anch’essa di per sé necessaria, ma resa non esclusiva o escludente, proprio nel rispetto della libertà dello Spirito, della sua costante e continua creatività e libertà.
A riprova di tutto questo è la frase finale con cui si chiude questo episodio. I discepoli ritornano gioiosi perché la loro missione è stata straordinaria: «I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”», e questo grazie proprio al potere che il Signore ha dato loro: «Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi».
Ma non tanto la buona riuscita della missione, insegna Gesù, quanto un altro deve essere il motivo della gioia: «Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». «I nomi scritti nei cieli»: e a chi è dato salire nei cieli per poter leggere quei nomi? Possiamo, come Mosè, inscrivere nell’ordine dei chiamati 70 nomi (che sono già una totalità), ma non possiamo chiudere la porta, escludere quegli altri 2 nomi che solo lo Spirito conosce; non ne abbiamo, semplicemente, l’autorità: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,29; 3,6; 3,13; 3,22).


[1] Biblista. Arcidiocesi di Trento.




Fare sociale: un luogo teologico e un luogo spirituale
Don S. Abagnale

Fare sociale: un luogo teologico e un luogo spirituale.
https://www.settimananews.it/teologia/castellammare-di-stabia-un-luogo-teologico/

Salvatore Abagnale

A partire da una provocazione teologica ho scritto queste righe sollecitato dall’articolo di Giuseppe Guglielmi apparso su SettimanaNews, in particolare dalla sua sottolineatura del “fare sociale”[1]. Le sue parole mi hanno provocato in profondità, ed hanno suscitato il desiderio sincero di continuare la riflessione partendo dalla mia esperienza concreta di parroco.
Da anni vivo e lavoro a Castellammare di Stabia, (in uno dei tanti comuni della città metropolitana di Napoli), in un quartiere sociale segnato da marginalità profonda (Acqua della Madonna). Ogni giorno mi muovo tra case in degrado, ragazzi senza prospettiva, famiglie appesantite da ferite che si ereditano da generazioni.
È un territorio che non ha bisogno di spiegazioni, ma di presenza. Che non ti chiede se hai le risposte giuste, ma se ci sei davvero. Qui ho imparato che la teologia non può essere solo scritta o pensata: deve essere abitata[2]. Ho imparato che il “fare sociale” non è un’attività collaterale della pastorale, ma un luogo teologico in cui Dio si rivela nel volto dell’altro, nella lotta quotidiana per la giustizia, nel grido silenzioso di chi resiste.
Non scrivo da esperto, ma da testimone. E se queste riflessioni hanno un valore, non lo devono alla loro coerenza teorica, ma alle notti trascorse accanto ai genitori in lacrime, ai ragazzi che cercano una via, ai collaboratori che non si arrendono. Perché la teologia, se vuole toccare davvero la vita, deve prima lasciarsi toccare[3].
Fare, non applicare
In un tempo che ci abitua alla frammentazione e alla velocità, può sembrare paradossale richiamare l’urgenza del fare come dimensione generativa del pensiero teologico. Ma è proprio in questa apparente contraddizione che si nasconde una delle sfide decisive per la teologia contemporanea: non accontentarsi di applicare dottrine al reale, ma abitare il reale come luogo teologico, riconoscendo nel fare – quando è radicato nell’ascolto e nella responsabilità – una sorgente ermeneutica, non una semplice conseguenza pratica. La teologia – se non vuole diventare esercizio museale o ripetizione autoreferenziale – è chiamata a riscoprire il fare sociale non come ambito secondario, ma come il suo ambiente sorgivo. Non si tratta di una teologia ridotta a sociologia religiosa. Si tratta di riconoscere che il reale interroga, che l’umano in cammino – con le sue ferite e i suoi desideri – è una grammatica vivente da cui lasciarsi convertire. Il teologo non è colui che parla di Dio in astratto, ma colui che si lascia ferire dal reale alla luce della Rivelazione. La Scrittura stessa non è un manuale di risposte, ma un racconto di vite in cammino, di scelte incarnate, di storie attraversate da Dio. È nel fare dei profeti, nel loro gesto che rompe l’indifferenza, che la Parola prende corpo. È nel fare di Gesù – che tocca i lebbrosi, spezza il pane, si lascia trafiggere – che la teologia si rivela nella sua forma più vera: non una teoria su Dio, ma l’esperienza di Dio che attraversa la storia.Per questo, parlare di fare significa riconoscere che ogni gesto di giustizia, ogni scelta di prossimità, ogni impegno per la pace o per l’ambiente non è un “dopo” della teologia e della pastorale, ma è essa stessa teologia e missione pastorale, nella misura in cui manifesta – anche implicitamente – la tensione al Regno. L’agire umano non è un campo da colonizzare con idee teologiche, ma un luogo in cui Dio già opera, già parla, già si rivela. Il fare non è l’applicazione della teologia, ma il suo grembo. E allora il pensiero teologico è chiamato a riformularsi: non come sistema chiuso, ma come ascolto sapienziale della realtà, come discernimento spirituale delle tensioni della storia. Dove c’è lotta per la dignità, c’è una domanda di Dio. Dove c’è povertà, grido, emarginazione, c’è già un terreno teologico. Dove c’è speranza – anche fragile – c’è già teologia. L’immagine biblica della creazione ci aiuta: Dio non ha applicato un progetto, ha fatto, ha plasmato, ha visto che era cosa buona. Il fare, per Dio, è atto generativo, non esecutivo. Allo stesso modo, il fare teologico non è una traduzione in pratica di concetti, ma un plasmarsi insieme al reale sotto l’azione dello Spirito.Forse oggi, più che mai, la teologia è chiamata a camminare. A essere pellegrina tra le periferie del mondo, in silenzio, in ascolto, con le mani immerse nella carne delle contraddizioni. È qui che il pensiero si fa profezia, che la parola si fa gesto, che il fare diventa preghiera. Non si tratta di scegliere tra teoria e prassi, ma di riconoscere che, nel Regno, la verità è sempre in azione[4].
Il grembo della teologia
Le intuizioni più vere non nascono nei laboratori della sistematizzazione, ma nel crogiuolo della vita. Non è nel tempo della sicurezza che la teologia genera parole nuove, ma nella tensione vissuta, nel conflitto che lacera e interroga. È lì – tra giustizia e ingiustizia, tra cura e abbandono, tra dignità e sfruttamento – che la domanda su Dio si fa radicale, necessaria, autenticamente umana[5]. La teologia non nasce dopo. Nasce dentro. Dentro i margini, dentro le ferite, dentro il grido. Il fare sociale non è il “dopo” della riflessione teologica, non è l’appendice pastorale di una verità già decisa altrove. È il suo grembo. È il luogo dove lo Spirito plasma, disordina, feconda. C’è una teologia e una progettazione pastorale che si scrive nei trattati, e una teologia e una progettazione pastorale che si scrive nella carne, nelle strade, nei cantieri educativi, nei centri di accoglienza, nei quartieri feriti. Lì dove le mani si sporcano, il cuore si spezza e lo sguardo si alza. È lì che la Chiesa si fa carne, che incontra la storia e la abita non come spettatrice, ma come levatrice di speranza. Il fare sociale – l’esperienza del volontariato, dell’impresa etica, della lotta per i diritti, dell’educazione nei contesti fragili – è già luogo teologico, perché è lì che il Vangelo prende corpo. Non è un ambito parallelo al pensiero cristiano, è la sua carne. È il laboratorio in cui la Parola si fa gesto, in cui l’annuncio si fa silenzio, in cui la fede si misura con il reale. Ma c’è di più: il fare sociale è anche luogo spirituale. È scuola di kenosi, perché è lì che si apprende la logica dell’abbassamento di Cristo[6]. Non c’è teoria che possa sostituire l’esperienza concreta del mettersi a servizio, dell’entrare nei luoghi dove l’umano è più nudo. La croce non è una dottrina: è una postura. E solo dentro il cammino della dedizione, della prossimità, della solidarietà, se ne comprende il peso e la luce. Il grembo della teologia, allora, non è un’aula, ma una soglia. La soglia tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. La soglia tra l’uomo e Dio. Una soglia abitata da chi si ostina a credere che il bene sia possibile, e che ogni gesto che lo anticipa – per quanto piccolo – è già profezia del Regno. Non si tratta di portare Dio nel sociale. Si tratta di riconoscerlo già lì. Nascosto, vulnerabile, in attesa. La teologia, se vuole essere fedele alla sua origine pasquale, deve nascere da questo grembo. Deve lasciarsi generare da questo travaglio.
Contaminazione generativa
Se vogliamo generare una teologia e un’azione pastorale capace di futuro, non possiamo proteggerla dietro i vetri blindati dell’accademia o dentro le mura tranquille delle sagrestie. È tempo di lasciarla contaminare. Non nel senso di corromperla, ma di fecondarla, di farle perdere l’innocenza astratta per farle guadagnare la verità dell’incontro. Una contaminazione generativa, che nasce dal contatto con il fare popolare, con l’agire incarnato, con le pratiche di resistenza quotidiana al male e alla rassegnazione. È lì che la teologia si fa adulta: quando si lascia attraversare dalla complessità senza rinunciare alla speranza, quando accoglie le contraddizioni del mondo come luogo di rivelazione, e non come inciampo da eludere. Non basta “applicare” la teologia alla realtà: occorre lasciarsi provocare da essa, lasciarla trasformare dal dolore che incontra, dai volti che ascolta, dai processi che accompagna, dalla cultura contemporanea che può disorientare le nostre presunte certezze[7]. Questa operazione non è solo intellettuale. È spirituale ed ecclesiale. Richiede una conversione. Chiede alla Chiesa – e ai suoi pensatori – di traslocare: di uscire dalle proprie stanze ordinate per abitare le tensioni della storia. Di imparare un’altra grammatica, quella che nasce dal basso, dall’esperienza, dall’incrocio tra vite vulnerabili e desideri inesauditi. Le periferie non sono più – e forse non lo sono mai state – semplici destinatari della missione. Sono fonti di senso. Sono il luogo dove la fede si misura, dove la speranza si fa carne, dove l’amore si verifica. La teologia ha bisogno di camminare. Di farsi pellegrina. Di lasciarsi formare dalla relazione, dall’ascolto, dal discernimento comunitario. Di accettare che la verità non si impone dall’alto, ma si scopre passo dopo passo, insieme, nella condivisione di uno stesso terreno, spesso accidentato, ma sempre gremito di possibilità[8]. In questo senso, il fare sociale non è solo oggetto di riflessione teologica: è suo interlocutore, è sua sorgente. Dove ci sono pratiche di giustizia, di inclusione, di promozione umana, là sta già parlando Dio. La teologia deve imparare a riconoscere questi luoghi, non solo per illuminarli, ma per lasciarsi illuminare. Non si tratta di sostituire il logos con un semplice pathos, né di ridurre la fede a prassi. Si tratta di tessere un pensiero capace di verità, dunque rigoroso e fatto di studio serio, perché radicato nella vita. Un pensiero che non ha paura di sporcarsi, che non teme l’ambivalenza della realtà, che sa cogliere nella polvere delle strade il soffio dello Spirito. Solo così la teologia potrà essere ancora generativa: quando accetterà di contaminarsi con ciò che pulsa, ferisce e trasforma. Quando non si preoccuperà di “difendere” la fede, ma di lasciarla nascere di nuovo, ogni giorno, dentro la carne del mondo.
Un nuovo immaginario
Non possiamo più accontentarci di una teologia e di una progettazione pastorale che osservano, che analizzano, che commentano dall’alto. Non basta più interrogarsi su ciò che accade: è necessario “accadere con”. Essere dentro la storia, lasciarsi inquietare, spostare, convertire da essa. Una teologia che si accontenta del commento, così come una pastorale di conservazione, rischiano di diventare sterile; una teologia e una pastorale che si immergono nei vissuti reali diventano profezia[9]. È tempo di immaginare altro. Di dare forma a una teologia che non sia solo scritta nei libri, ma scolpita nelle vite. Una teologia che prende parola partendo dal silenzio di chi non ha voce. Che si lascia abitare dalla precarietà, dalle crisi educative, dalla solitudine urbana, dall’urlo muto dei territori feriti, come quelli della Terra dei Fuochi. Lì, proprio lì, si ascolta lo Spirito. Non nei santuari ovattati, ma tra le rovine abitate, nei luoghi dove si lotta per un futuro possibile. È nei cortili delle scuole, nelle carceri, nelle cooperative che rinascono dalle mafie, nelle periferie culturali e affettive delle nostre città, nelle molteplici marginalità che Dio continua a scrivere le sue parabole. È lì che la rivelazione si fa presente. Ed è lì che la teologia deve stare. Per questo serve un nuovo immaginario. Non quello del potere, della dottrina come arma, della verità come possesso. Ma quello dell’artigianato spirituale: una teologia vissuta, comunitaria, incarnata. Una teologia che nasce dal popolo, che cresce nel dialogo, che si affina nella concretezza del fare. Che non si limita a “interpretare” le esperienze, ma le assume come luogo generativo di pensiero. Come grembo teologico. Solo così il “fare sociale” potrà smettere di essere l’appendice pastorale dei nostri documenti – l’ultimo capitolo di una teologia già decisa – e tornare a essere l’inizio di ogni discorso su Dio e sulla Chiesa. Perché dove si cura, si accoglie, si educa, si lotta, si costruisce giustizia… lì il Verbo continua a farsi carne. È questa l’urgenza: generare una teologia che accade. Che non si limita a spiegare, ma si compromette. Che non si rifugia nel già detto, ma osa parole nuove. Che non teme la contaminazione con il reale, perché sa che lo Spirito ha scelto proprio il reale come suo luogo di dimora. Solo così potremo sognare una Chiesa all’altezza del Vangelo. E una teologia all’altezza del mondo che cambia.


[1] G. Guglielmi, Sulla teologia rapida /5, in SettimanaNews, 4 maggio 2025.
[2] Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n. 24.
[3] Tonino Bello, Alla finestra la speranza, Molfetta 1997. Nel suo stile profetico e quotidiano, don Tonino Bello amava dire che «la teologia deve avere i calli alle ginocchia e le mani sporche di pane». È un’immagine potentissima, che ci restituisce l’idea di una teologia che nasce dalla preghiera e dal servizio, dalla contemplazione e dall’impasto della realtà. Nel contesto del “fare sociale”, questa espressione ci spinge a uscire dalla dicotomia sterile tra azione e pensiero, spiritualità e impegno, Chiesa e mondo. Don Tonino ci mostra che la santità e la riflessione possono – e devono – intrecciarsi con la fatica del vivere e con l’urgenza dell’umanità. Una teologia che si inginocchia e serve, che si lascia ferire e nutre, è una teologia che profuma di Vangelo e ha qualcosa da dire anche al mondo che soffre.
[4] Congregazione per l’Educazione Cattolica, Veritatis gaudium, n. 4c.
[5] J.B. Metz, La fede nella storia e nella società, Brescia 1977.
[6] Fil 2,5-11.
[7] Papa Francesco, Fratelli tutti, n. 97.
[8] C. Theobald, Il cristianesimo come stile. Un modo di fare teologia nella postmodernità, Bologna 2000. Theobald, in questo testo fondamentale, propone una visione del cristianesimo non come sistema dottrinale da difendere, ma come stile di vita da incarnare, dentro la storia concreta degli uomini e delle donne del nostro tempo. Lo “stile” non è estetica o optional, ma il modo stesso in cui il Vangelo si rende credibile nel mondo. Theobald ci aiuta a comprendere che non basta “fare qualcosa di buono” per i poveri o i fragili, ma che è necessario assumere un’intera postura cristiana fatta di prossimità, umiltà, dialogo e ascolto. Il fare, in questa prospettiva, non precede né segue il pensiero, ma lo accompagna, lo plasma, lo rivela. La teologia, allora, si fa stile: cioè forma di vita, non solo forma di linguaggio.
[9] Isaia 58,6-11.




Pentecoste. Il volto di Dio piange sangue nell’ombra.

Lettera agli amici – Pentecoste 2019

Cari amici, ospiti e voi che ci seguite da lontano,
come Lettera agli amici, proponiamo alcune parole tratte dal testo di una conferenza pronunciata da Olivier Clément (1921-2009) al Pontificio Collegio Russicum nel marzo 1996. Desideriamo in questo modo fare memoria, a dieci anni dalla morte, di questo indimenticabile amico della nostra comunità, vero pneumatoforo e costruttore di ponti, che ha illuminato con la sua riflessione appassionata e chiaroveggente il cuore dell’uomo e il cuore del mondo, con un messaggio di grande fiducia e speranza, nel soffio dello Spirito santo, nel fuoco della Pentecoste.
Se c’è un’onnipotenza di Dio essa è inseparabile dalla sua onnidebolezza. Dio si ritira in qualche modo (nozione vicina allo zimzum della mistica ebraica) per lasciare all’angelo e all’uomo lo spazio della loro libertà. Egli attende il nostro amore, ma l’amore dell’altro non si comanda. “Ogni grande amore è sempre crocifisso”, diceva Evdokimov. Sì, Dio ha rischiato, Dio è entrato in una vera e dunque tragica storia d’amore. L’Adamo molteplice che siamo tutti noi non ha potuto evitare la prova della libertà. Per affermarsi, per individualizzarsi, si è allontanato dal Padre come il figlio prodigo della parabola. Allora il mondo, creato dal nulla – cioè che non ha fondamento in se stesso –, ha cominciato a scivolare verso il nulla, questo nulla al quale gli angeli decaduti, che dimentichiamo con troppa facilità, danno una consistenza distruttrice. In un certo modo, Dio è stato escluso dalla sua creazione, non la mantiene che dall’esterno. Dio è diventato un “re senza regno”, secondo l’espressione di Nicola Cabasilas. Davanti al male universale – il mondo che “giace nel male”, come dice san Giovanni – “il volto di Dio piange sangue nell’ombra”, violenta espressione di Léon Bloy spesso citata da Nikolaj Berdjaev.
Fino a che il “sì” di una donna permette a Dio di rientrare nel cuore della sua creazione per restaurarla, per strappare l’umanità alla fatalità e al fascino del nulla e aprirgli, anche attraverso le tenebre, vie di resurrezione. Ma il Dio crocifisso non ha il potere dei tiranni e delle tempeste. È un immenso influsso di pace, di luce e di amore che, per agire, ha bisogno di cuori che si aprano liberamente a Lui. La Parusia avverrà per effrazione, e non c’è già ora un momento che non possa lasciar passare la sua luce. Ma essa esige anche una preparazione: in Cristo, sotto il soffio dello Spirito, l’uomo ritrova la sua vocazione di creatore creato. Davanti al cieco nato, Gesù rifiuta di dare spiegazioni a partire dal peccato: né quest’uomo né i suoi genitori hanno peccato. Ma quest’incontro avviene per la gloria di Dio, e Lui lo guarisce. La spiritualità del terzo millennio sarà meno di rifiuto e più di trasfigurazione; una spiritualità pasquale, una spiritualità di resurrezione!
Allora capiremo che non si possono mettere limiti alla speranza, come diceva Hans Urs von Balthasar. La preghiera e il servizio per la salvezza universale saranno la risposta alla tragedia dell’inferno. L’inferno, come condizione generica, come assenza di Dio, è stato distrutto dal Sabato santo. Dio ormai non è più assente da nessuna parte. Ma bisogna “sedersi alla tavola dei peccatori”, come diceva Teresa di Lisieux, e “versare il sangue del proprio cuore”, come aggiungeva lo starec Silvano del monte Athos, affinché l’ultimo inferno, quello dell’individuo chiuso in se stesso, sia sommerso dall’onda di amore della comunione dei santi, cioè i peccatori che accettano di essere perdonati.
Uno dei fondamenti spirituali maggiori del futuro sarà quindi la kénosis. Nella Lettera ai Filippesi san Paolo dice che Dio in Cristo ekénosen, si è annullato, svuotato di sé. Intuizione geniale: evocare Dio non nel linguaggio del pieno, ma nel linguaggio del vuoto. Il pieno rimanda alla ricchezza, all’abbondanza, alla potenza. Lo svuotarsi, il vuoto, esprime il mistero dell’amore. Dio si trascende verso l’uomo in un movimento inverso. Non è un Dio pienissimo, pesante, che schiaccia l’uomo, ma un Dio “svuotato” nell’attesa della nostra risposta d’amore …
I fondamenti spirituali del futuro devono incarnarsi in un nuovo stile di vita, fatto insieme di umiltà e di fierezza, di ascesi e di fantasia: la “gaia scienza” nello Spirito santo. Uno stile regale, ma senza dimenticare che il re ha sempre bisogno di un buffone: tentare di essere cristiano nel mondo, così com’è e come sarà, esigerà una certa “follia”.
Uno stile che esigerà la più alta ascesi, perché ci vorrà tutta la forza dello spirito nel senso di viva intelligenza affinché l’uomo possa aver potere sul proprio potere. Uno stile che esigerà simultaneamente l’ardore di un cavaliere della vita e l’intuizione e l’impertinenza dell’artista. Uno stile che si esprimerà in un incontro rinnovato dell’uomo e della donna: non di subordinazione, né di complementarietà, ma due solitudini e due pienezze, due modi di vivere il mondo e di farlo esistere, a volte per grazia di farlo esistere in un nuovo Cantico dei Cantici. Uno stile in cui si “respira lo Spirito”, in cui si balla nella non-morte, perché il Cristo è risorto. E poiché Cristo è risorto e lo Spirito è versato segretamente dappertutto e abbraccia tutto, vorrei concludere con le parole di Nikos Kazantzakis: “Ogni uomo può salvare il mondo intero”.

Bose, 9 giugno 2019




Noi, frammenti ospitali di Dio
P. Ermes Ronchi

Noi, frammenti ospitali all’avvento di Dio.
padre Ermes Ronchi (16-05-2004)

 Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Una passione di unirsi abita la storia di Dio e dell’uomo, così che Dio per millenni ha cercato un popolo e profeti di fuoco, re e mendicanti, e infine una donna di Nazaret per entrare in comunione con l’umanità. Tommaso d’Aquino diceva che l’amore è passione di unirsi alla persona amata. Dio è amore, passione di unirsi all’umanità.
Verremo. Bellissimo questo venire di Dio, il suo nome è Colui-che-viene, colui che ama la vicinanza, che abbrevia instancabilmente le distanze. E prenderemo dimora presso di lui. In me il Misericordioso senza casa cerca casa. Forse non troverà mai una vera dimora; posso offrire solo un povero riparo, non ho virtù o meriti particolari, non ricchezze spirituali, ma una cosa sola Lui mi domanda: essere un minimo frammento di cosmo ospitale verso l’avvento di Dio.
Dio prende dimora dentro: ma se non pensi a lui, se non gli parli dentro, se non lo ascolti nel segreto, se non sosti dentro di te, nel silenzio, accanto a lui, forse la casa è vuota, non sei ancora dimora di Dio. Se non c’è rito nel cuore, se non c’è una liturgia nel cuore, tutte le nostre liturgie ecclesiastiche, anche le più imponenti, sono maschere del nulla, suonano vuote. Custodisci i riti del cuore (A. Casati).
Due sono i doni del Risorto: la pace e lo Spirito.
Pace, miracolo fragile infinitamente infranto. Che si custodisce solo insieme, condividendolo.
E lo Spirito, che è accensione del cuore, incandescenza e dinamismo, che è vento e non ama le porte chiuse. Lo Spirito ci fa innamorare di un cristianesimo che sia visione, incantamento, fervore, poesia, testimonianza viva.
E vi riporterà al cuore tutto ciò che io vi ho detto. Lo Spirito dialoga con noi senza pausa. Consolatore è il suo nome, e non perché esorcizza solitudini, lacrime o fallimenti, guaritore delle mie paure di vivere, ma perché è il maestro della strada verso il tempio del cuore, verso la liturgia del cuore; perché ci salva da una vita senza cuore, da azioni e parole senza cuore. Perché è il sovvertitore di tutte le false paci, di quella quiete che è in realtà vita spenta. E soprattutto perché riporta al centro la Parola, che è la nuova dimora di Dio presso gli uomini. Così lo Spirito continua a nominare Cristo nel cuore, e nominare Cristo equivale a confortare la vita. Dio stesso è legittimato a proporsi all’uomo solo perché sa confortare la vita ma per la sua capacità di consolare. Allora la vita riprende a sedurci. E noi a rendere ragione della nostra speranza, di ciò che sogniamo per questo mondo, per questo uomo: tutto ciò che possiamo mettere dentro la parola pace, dentro la parola vita.




Sacchi di immondizia come questi vanno rimossi dalle nostre strade

Neanche il peggiore dei criminali può essere definito spazzatura
Riccardo Maccioni (Avvenire 31 gennaio 2025)

No, la bontà non sta vivendo un momento felice. Da bambini era la morale della favola, il quid, quasi un superpotere, che alla fine del racconto, tra draghi ammansiti e falsi príncipi smascherati, premiava l’umile, il povero. Una virtù talmente affascinante da confonderla con la bellezza. E non era un errore perché con l’avanzare degli anni abbiamo imparato che spesso il bello educa al bene, purificando gli occhi, ammorbidendo il cuore, riempiendo i sogni di storie e visi felici. Poi qualcosa dev’essere andato storto, qualcuno ha messo un bastoncino a interrompere la ruota della storia, così da invertirne il giro.
Difficile capire chi sia stato il primo a indicare in modo esplicito l’egoismo come motore del mondo, quale allenatore per giustificare una sconfitta abbia coniato la formula: “non siamo stati sufficientemente cattivi”, quando i leader hanno iniziato ad augurarsi reciprocamente ogni male.
Di sicuro c’è stata un’escalation, con gli hurrà e gli scroscianti applausi a salutare la promessa-minaccia di realizzare la più grande “deportazione” (o “remigrazione”) di massa della storia. E qualcuno, nella gara che incorona il più cattivo è andato persino oltre. Abbiamo tutti sotto gli occhi l’immagine di Kristi Noem, la nuova segretaria alla sicurezza del governo Trump (l’equivalente del nostro ministro degli interni) che commentando il fermo di una persona irregolare ha scritto sui social: «Sacchi di immondizia come questi vanno rimossi dalle nostre strade». E qui, anche il più comprensivo dei tolleranti prende le distanze, perché neppure il peggiore dei criminali è spazzatura, nessun uomo e nessuna donna è rifiuto, discarica, ciarpame. E al tempo stesso non esiste vita che non meriti di essere vissuta, senza alcuna eccezione. Credere il contrario significa alimentare la cultura dello scarto, che oggi riguarda i migranti e domani, in nome del profitto e di criteri esclusivamente utilitaristici, potrà estendersi ad altri soggetti considerati improduttivi come gli anziani, i malati, i disabili.
Non si tratta naturalmente di ostacolare il cammino della legge, chi delinque va punito, ma di coniugare giustizia e umanità, come nella più banale delle definizioni del diritto. Una questione di attenzione minima, basica, che non ha bisogno neanche di richiamarsi al Vangelo, che non guarda per forza al buon samaritano, o al numero infinito delle volte in cui bisogna perdonare. La fede semmai chiede un passo in più, educa alla mitezza e alla misericordia, impegna, per quanto possibile, a capire, sotto la guida della Parola, la logica di Dio, per poi provare a imitarlo, accogliendo la sua volontà. Si dirà che la storia recente, dalla Shoah in giù, ha conosciuto momenti di gran lunga peggiori e che oggi semplicemente si dice in modo chiaro e diretto quello che fino a ieri veniva mascherato sotto un velo di ipocrisia e buona educazione. Può darsi, però mai, o quasi, prima, si sono rivendicate con altrettanta veemenza la cattiveria e l’aggressività come valori. E poi le parole costituiscono, potenzialmente un’arma, capace di ferire in profondità.
Non a caso tra le torture, sono particolarmente subdole quella basate sugli insulti, sul colpire l’altro nelle sue debolezze, tirando fuori fragilità con cui faticava a fare i conti. È la strategia che prova a rendere l’avversario, il nemico una “non persona”, annullandolo per poi farne uso senza problemi, per i propri fini. I tagli guariscono, ha scritto un ragazzo in un post, le parole cattive fanno male per sempre. Una dichiarazione, per non dire una denuncia, di umanità, che riguarda tutti e ciascuno. E che di nuovo può interpellare la fede. Il Dio dei cristiani, infatti, avendo scelto di condividere la sua vita con la nostra ci invita a essere profondamente umani. Non si può invocarlo e pretendere di amarlo rifiutando il tempo, la storia, e quindi anche i difetti, le colpe, gli sbagli delle persone. Tantomeno pretendendo di esserne giudici supremi.
«Il soprannaturale stesso è carnale» diceva Peguy, a confermare l’invito esplicito di sant’Agostino: «Passa attraverso l’uomo e giungi a Dio». Il santo vescovo parla di uomini e donne nella loro totalità, comprese le parole. Che possono affondare nell’odio, nelle divisioni, o essere strumento per costruire un ponte tra terra e cielo. Come succede nelle fiabe. Quelle in cui vince la bontà. Degli ultimi, dei poveri, dei dimenticati.




La fragilità non è un difetto
Don M. Angelelli (Avvenire 05/03/25)

La fragilità non è un difetto. E non ci rende meno belli o preziosi

Don MASSIMO ANGELELLI, Direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la Pastorale della salute

(Avvenire 5 marzo 2025)

«Avverto nel cuore la “benedizione” che si nasconde dentro la fragilità, perché proprio in questi momenti impariamo ancora di più a confidare nel Signore». Questa affermazione di papa Francesco è contenuta nel testo dell’Angelus di domenica scorsa, diffuso dalla Santa Sede. Le parole scritte dal Santo Padre portano un tema ricorrente nell’esperienza dei sofferenti. I cappellani ospedalieri e tutti gli assistenti spirituali dei malati si trovano spesso a riflettere sul senso della fragilità. È anche la domanda che più viene loro posta: perché? qual è il senso di questa sofferenza? perché proprio a me? E le risposte rischiano di arrivare un po’ frettolose, magari sentite e poi ripetute, che confondono i sofferenti. Ma nelle parole del Papa troviamo una spiegazione chiara. La benedizione di cui parla Francesco non è «nella fragilità», ma «si nasconde dentro la fragilità». Questa lettura ci aiuta a capire molte cose. Un primo chiarimento è la cancellazione definitiva di quella tendenza doloristica che vorrebbe accreditare la malattia come “voluta” da Dio per la nostra santificazione. Il Dio che dichiara di essere soltanto amore non può desiderare che le persone soffrano, al massimo lo può tollerare, a condizione che questo rappresenti la via per un bene maggiore. La parte che emerge visibile ai nostri occhi è la fragilità intrinseca nell’essere persona. Non un difetto o una mancanza, ma una componente dell’identità antropologica della persona stessa. Siamo fragili: e non è un difetto, ma una caratteristica. Questo non ci rende meno belli o meno preziosi, ma comporta la necessità di essere trattati con cura. Come il cristallo, che sul suo contenitore porta proprio questa avvertenza: fragile, maneggiare con cura. E le persone sono molto di più di un cristallo.
Dentro la fragilità c’è qualcosa di più della sua veste esteriore: c’è il senso del vivere, il fine ultimo di ognuno di noi che è chiamato alla vita. C’è la vocazione all’amore con Dio e fra di noi, c’è la piena realizzazione del progetto che è stato offerto a ciascuno, c’è un “dire bene”, una benedizione che è la Parola di vita pronunciata da Dio per ciascun uomo e donna vissuti e viventi. Ogni sofferente è chiamato a fare un cammino di ricerca e di scoperta. Coloro che si arrestano alla forma esteriore della fragilità vivranno la malattia e la loro stessa fragilità come un limite da superare, rifiutando la condizione stessa, quella di umanità fragile per costituzione, alla ricerca di una invincibilità che è utopia del vivere secondo i propri schemi e obiettivi. Per questi, la morte rappresenta la sconfitta finale, il fallimento che è inaccettabile o piuttosto la liberazione da un male senza speranza, perché non ha un senso, uno scopo.
Coloro che scavano senza sosta, convinti che anche nel buio del dolore e della malattia si possa nascondere un senso ultimo, coloro che vorranno sperare anche quando sembrerà non essercene traccia, allora potranno scoprire quel senso che sostiene, quello scopo che motiva la lotta, quel fine per cui valga la pena di sopportare queste fragilità, il motivo per cui l’obiettivo meriti la fatica. Il premio finale vale l’impegno e il peso della preparazione e della gara. E il premio non può che essere quella benedizione di Dio sulla vita di ciascuno. Non una benedizione generica e unica per tutti, ma piuttosto una benedizione pronunciata da Dio con parole diverse per ciascuno, tanti quanti sono gli uomini e le donne, tante quante sono le vocazioni personali, quanti sono i progetti di bene che Lui ha immaginato per ognuno.

Direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la Pastorale della salute




Il dono più prezioso dei Magi? Il loro stesso viaggio
P.Ermes Ronchi

Il dono più prezioso dei Magi? Il loro stesso viaggio

padre Ermes Ronchi  (Avvenire 06/01/2019)

Epifania, festa dei cercatori di Dio, dei lontani, che si sono messi in cammino dietro a un loro profeta interiore, a parole come quelle di Isaia.
«Alza il capo e guarda». Due verbi bellissimi: alza, solleva gli occhi, guarda in alto e attorno, apri le finestre di casa al grande respiro del mondo. E guarda, cerca un pertugio, un angolo di cielo, una stella polare, e da lassù interpreta la vita, a partire da obiettivi alti.
Il Vangelo racconta la ricerca di Dio come un viaggio, al ritmo della carovana, al passo di una piccola comunità: camminano insieme, attenti alle stelle e attenti l’uno all’altro. Fissando il cielo e insieme gli occhi di chi cammina a fianco, rallentando il passo sulla misura dell’altro, di chi fa più fatica. Poi il momento più sorprendente: il cammino dei Magi è pieno di errori: perdono la stella, trovano la grande città anziché il piccolo villaggio; chiedono del bambino a un assassino di bambini; cercano una reggia e troveranno una povera casa. Ma hanno l’infinita pazienza di ricominciare. Il nostro dramma non è cadere, ma arrenderci alle cadute.
Ed ecco: videro il bambino in braccio alla madre, si prostrarono e offrirono doni. Il dono più prezioso che i Magi portano non è l’oro, è il loro stesso viaggio. Il dono impagabile sono i mesi trascorsi in ricerca, andare e ancora andare dietro ad un desiderio più forte di deserti e fatiche. Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui. Dio ha sete della nostra sete: il nostro regalo più grande.
Entrati, videro il Bambino e sua madre e lo adorarono. Adorano un bambino. Lezione misteriosa: non l’uomo della croce né il risorto glorioso, non un uomo saggio dalle parole di luce né un giovane nel pieno del vigore, semplicemente un bambino. Non solo a Natale Dio è come noi, non solo è il Dio-con-noi, ma è un Dio piccolo fra noi. E di lui non puoi avere paura, e da un bambino che ami non ce la fai ad allontanarti. Informatevi con cura del Bambino e poi fatemelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo! Erode è l’uccisore di sogni ancora in fasce, è dentro di noi, è quel cinismo, quel disprezzo che distruggono sogni e speranze. Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle all’amico, al teologo, all’artista, al poeta, allo scienziato, all’uomo della strada, a chiunque: Hai trovato il Bambino? Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia, nei libri, nel cuore delle cose, nel Vangelo e nelle persone; cerca ancora con cura, fissando gli abissi del cielo e gli abissi del cuore, e poi raccontamelo come si racconta una storia d’amore, perché venga anch’io ad adorarlo, con i miei sogni salvati da tutti gli Erodi della storia e del cuore.