ENCICLICA FRATELLI TUTTI
Capitolo secondo

LETTERA ENCICLICA FRATELLI TUTTI di Papa FRANCESCO
SULLA FRATERNITÀ E L’AMICIZIA SOCIALE

CAPITOLO SECONDO

UN ESTRANEO SULLA STRADA
56. Tutto ciò che ho menzionato nel capitolo precedente è più di un’asettica descrizione della realtà, poiché «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore»[1]. Nell’intento di cercare una luce in mezzo a ciò che stiamo vivendo, e prima di impostare alcune linee di azione, intendo dedicare un capitolo a una parabola narrata da Gesù duemila anni fa. Infatti, benché questa Lettera sia rivolta a tutte le persone di buona volontà, al di là delle loro convinzioni religiose, la parabola si esprime in modo tale che chiunque di noi può lasciarsene interpellare.
«In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”.  Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”. Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levita, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: ‘Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno’. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?”. Quello rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ così”» (Lc 10,25-37).
Lo sfondo
57. Questa parabola raccoglie uno sfondo di secoli. Poco dopo la narrazione della creazione del mondo e dell’essere umano, la Bibbia presenta la sfida delle relazioni tra di noi. Caino elimina suo fratello Abele, e risuona la domanda di Dio: «Dov’è Abele, tuo fratello?» (Gen4,9). La risposta è la stessa che spesso diamo noi: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (). Con la sua domanda, Dio mette in discussione ogni tipo di determinismo o fatalismo che pretenda di giustificare l’indifferenza come unica risposta possibile. Ci abilita, al contrario, a creare una cultura diversa, che ci orienti a superare le inimicizie e a prenderci cura gli uni degli altri.
58. Il libro di Giobbe ricorre al fatto di avere un medesimo Creatore come base per sostenere alcuni diritti comuni: «Chi ha fatto me nel ventre materno, non ha fatto anche lui? Non fu lo stesso a formarci nel grembo?» (31,15). Molti secoli dopo, Sant’Ireneo si esprimerà in modo diverso con l’immagine della melodia: «Dunque chi ama la verità non deve lasciarsi trasportare dalla differenza di ciascun suono né immaginare che uno sia l’artefice e il creatore di questo suono e un altro l’artefice e il creatore dell’altro […], ma deve pensare che lo ha fatto uno solo»[2].
59. Nelle tradizioni ebraiche, l’imperativo di amare l’altro e prendersene cura sembrava limitarsi alle relazioni tra i membri di una medesima nazione. L’antico precetto «amerai il tuo prossimo come te stesso» (Lv19,18) si intendeva ordinariamente riferito ai connazionali. Tuttavia, specialmente nel giudaismo sviluppatosi fuori dalla terra d’Israele, i confini si andarono ampliando. Comparve l’invito a non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te (cfr Tb4,15). Il saggio Hillel (I sec. a.C.) diceva al riguardo: «Questo è la Legge e i Profeti. Tutto il resto è commento»[3]. Il desiderio di imitare gli atteggiamenti divini condusse a superare quella tendenza a limitarsi ai più vicini: «La misericordia dell’uomo riguarda il suo prossimo, la misericordia del Signore ogni essere vivente» (Sir 18,13).
60. Nel Nuovo Testamento, il precetto di Hillel ha trovato espressione positiva: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt7,12). Tale appello è universale, tende ad abbracciare tutti, solo per la loro condizione umana, perché l’Altissimo, il Padre celeste «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni» (Mt5,45). E di conseguenza si esige: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36).
61. C’è una motivazione per allargare il cuore in modo che non escluda lo straniero, e la si può trovare già nei testi più antichi della Bibbia. È dovuta al costante ricordo del popolo ebraico di aver vissuto come straniero in Egitto: «Non molesterai il forestiero né l’opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 22,20). «Non opprimerai il forestiero: anche voi conoscete la vita del forestiero, perché siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Es 23,9).  «Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato tra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» (Lv 19,33-34). «Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a racimolare. Sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. Ricordati che sei stato schiavo nella terra d’Egitto» (Dt 24,21-22).
Nel Nuovo Testamento risuona con forza l’appello all’amore fraterno: «Tutta la Legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: Amerai il tuo prossimo come te stesso» (Gal 5,14). «Chi ama suo fratello, rimane nella luce e non vi è in lui occasione d’inciampo. Ma chi odia suo fratello, è nelle tenebre» (1 Gv 2,10-11). «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1 Gv 3,14). «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20).
62. Anche questa proposta di amore poteva essere fraintesa. Non per nulla, davanti alla tentazione delle prime comunità cristiane di formare gruppi chiusi e isolati, San Paolo esortava i suoi discepoli ad avere carità tra di loro «e verso tutti» (1 Ts3,12); e nella comunità di Giovanni si chiedeva che fossero accolti bene i «fratelli, benché stranieri» (3 Gv5). Tale contesto aiuta a comprendere il valore della parabola del buon samaritano: all’amore non importa se il fratello ferito viene da qui o da là. Perché è l’«amore che rompe le catene che ci isolano e ci separano, gettando ponti; amore che ci permette di costruire una grande famiglia in cui tutti possiamo sentirci a casa […]. Amore che sa di compassione e di dignità»[4].
L’abbandonato
63. Gesù racconta che c’era un uomo ferito, a terra lungo la strada, che era stato assalito. Passarono diverse persone accanto a lui ma se ne andarono, non si fermarono. Erano persone con funzioni importanti nella società, che non avevano nel cuore l’amore per il bene comune. Non sono state capaci di perdere alcuni minuti per assistere il ferito o almeno per cercare aiuto. Uno si è fermato, gli ha donato vicinanza, lo ha curato con le sue stesse mani, ha pagato di tasca propria e si è occupato di lui. Soprattutto gli ha dato una cosa su cui in questo mondo frettoloso lesiniamo tanto: gli ha dato il proprio tempo. Sicuramente egli aveva i suoi programmi per usare quella giornata secondo i suoi bisogni, impegni o desideri. Ma è stato capace di mettere tutto da parte davanti a quel ferito, e senza conoscerlo lo ha considerato degno di ricevere il dono del suo tempo.
64. Con chi ti identifichi?
Questa domanda è dura, diretta e decisiva. A quale di loro assomigli? Dobbiamo riconoscere la tentazione che ci circonda di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli. Diciamolo, siamo cresciuti in tanti aspetti ma siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate. Ci siamo abituati a girare lo sguardo, a passare accanto, a ignorare le situazioni finché queste non ci toccano direttamente.
65. Aggrediscono una persona per la strada, e molti scappano come se non avessero visto nulla. Spesso ci sono persone che investono qualcuno con la loro automobile e fuggono. Pensano solo a non avere problemi, non importa se un essere umano muore per colpa loro. Questi però sono segni di uno stile di vita generalizzato, che si manifesta in vari modi, forse più sottili. Inoltre, poiché tutti siamo molto concentrati sulle nostre necessità, vedere qualcuno che soffre ci dà fastidio, ci disturba, perché non vogliamo perdere tempo per colpa dei problemi altrui. Questi sono sintomi di una società malata, perché mira a costruirsi voltando le spalle al dolore.
66. Meglio non cadere in questa miseria. Guardiamo il modello del buon samaritano. È un testo che ci invita a far risorgere la nostra vocazione di cittadini del nostro Paese e del mondo intero, costruttori di un nuovo legame sociale. È un richiamo sempre nuovo, benché sia scritto come legge fondamentale del nostro essere: che la società si incammini verso il perseguimento del bene comune e, a partire da questa finalità, ricostruisca sempre nuovamente il suo ordine politico e sociale, il suo tessuto di relazioni, il suo progetto umano. Coi suoi gesti il buon samaritano ha mostrato che «l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro»[5].
67. Questa parabola è un’icona illuminante, capace di mettere in evidenza l’opzione di fondo che abbiamo bisogno di compiere per ricostruire questo mondo che ci dà pena. Davanti a tanto dolore, a tante ferite, l’unica via di uscita è essere come il buon samaritano. Ogni altra scelta conduce o dalla parte dei briganti oppure da quella di coloro che passano accanto senza avere compassione del dolore dell’uomo ferito lungo la strada. La parabola ci mostra con quali iniziative si può rifare una comunità a partire da uomini e donne che fanno propria la fragilità degli altri, che non lasciano edificare una società di esclusione, ma si fanno prossimi e rialzano e riabilitano l’uomo caduto, perché il bene sia comune. Nello stesso tempo, la parabola ci mette in guardia da certi atteggiamenti di persone che guardano solo a sé stesse e non si fanno carico delle esigenze ineludibili della realtà umana.
68. Il racconto, diciamolo chiaramente, non fa passare un insegnamento di ideali astratti, né si circoscrive alla funzionalità di una morale etico-sociale. Ci rivela una caratteristica essenziale dell’essere umano, tante volte dimenticata: siamo stati fatti per la pienezza che si raggiunge solo nell’amore. Vivere indifferenti davanti al dolore non è una scelta possibile; non possiamo lasciare che qualcuno rimanga “ai margini della vita”. Questo ci deve indignare, fino a farci scendere dalla nostra serenità per sconvolgerci con la sofferenza umana. Questo è dignità.
Una storia che si ripete
69. La narrazione è semplice e lineare, ma contiene tutta la dinamica della lotta interiore che avviene nell’elaborazione della nostra identità, in ogni esistenza proiettata sulla via per realizzare la fraternità umana. Una volta incamminati, ci scontriamo, immancabilmente, con l’uomo ferito. Oggi, e sempre di più, ci sono persone ferite. L’inclusione o l’esclusione di chi soffre lungo la strada definisce tutti i progetti economici, politici, sociali e religiosi. Ogni giorno ci troviamo davanti alla scelta di essere buoni samaritani oppure viandanti indifferenti che passano a distanza. E se estendiamo lo sguardo alla totalità della nostra storia e al mondo nel suo insieme, tutti siamo o siamo stati come questi personaggi: tutti abbiamo qualcosa dell’uomo ferito, qualcosa dei briganti, qualcosa di quelli che passano a distanza e qualcosa del buon samaritano.
70. È interessante come le differenze tra i personaggi del racconto risultino completamente trasformate nel confronto con la dolorosa manifestazione dell’uomo caduto, umiliato. Non c’è più distinzione tra abitante della Giudea e abitante della Samaria, non c’è sacerdote né commerciante; semplicemente ci sono due tipi di persone: quelle che si fanno carico del dolore e quelle che passano a distanza; quelle che si chinano riconoscendo l’uomo caduto e quelle che distolgono lo sguardo e affrettano il passo. In effetti, le nostre molteplici maschere, le nostre etichette e i nostri travestimenti cadono: è l’ora della verità. Ci chineremo per toccare e curare le ferite degli altri? Ci chineremo per caricarci sulle spalle gli uni gli altri? Questa è la sfida attuale, di cui non dobbiamo avere paura. Nei momenti di crisi la scelta diventa incalzante: potremmo dire che, in questo momento, chiunque non è brigante e chiunque non passa a distanza, o è ferito o sta portando sulle sue spalle qualche ferito.
71. La storia del buon samaritano si ripete: risulta sempre più evidente che l’incuranza sociale e politica fa di molti luoghi del mondo delle strade desolate, dove le dispute interne e internazionali e i saccheggi di opportunità lasciano tanti emarginati a terra sul bordo della strada. Nella sua parabola, Gesù non presenta vie alternative, come ad esempio: che cosa sarebbe stato di quell’uomo gravemente ferito o di colui che lo ha aiutato se l’ira o la sete di vendetta avessero trovato spazio nei loro cuori? Egli ha fiducia nella parte migliore dello spirito umano e con la parabola la incoraggia affinché aderisca all’amore, recuperi il sofferente e costruisca una società degna di questo nome.
I personaggi
72. La parabola comincia con i briganti. Il punto di partenza che Gesù sceglie è un’aggressione già consumata. Non fa sì che ci fermiamo a lamentarci del fatto, non dirige il nostro sguardo verso i briganti. Li conosciamo. Abbiamo visto avanzare nel mondo le dense ombre dell’abbandono, della violenza utilizzata per meschini interessi di potere, accumulazione e divisione. La domanda potrebbe essere: lasceremo la persona ferita a terra per correre ciascuno a ripararsi dalla violenza o a inseguire i banditi? Sarà quel ferito la giustificazione delle nostre divisioni inconciliabili, delle nostre indifferenze crudeli, dei nostri scontri intestini?
73. Poi la parabola ci fa fissare chiaramente lo sguardo su quelli che passano a distanza. Questa pericolosa indifferenza di andare oltre senza fermarsi, innocente o meno, frutto del disprezzo o di una triste distrazione, fa dei personaggi del sacerdote e del levita un non meno triste riflesso di quella distanza che isola dalla realtà. Ci sono tanti modi di passare a distanza, complementari tra loro. Uno è ripiegarsi su di sé, disinteressarsi degli altri, essere indifferenti. Un altro sarebbe guardare solamente al di fuori. Riguardo a quest’ultimo modo di passare a distanza, in alcuni Paesi, o in certi settori di essi, c’è un disprezzo dei poveri e della loro cultura, e un vivere con lo sguardo rivolto al di fuori, come se un progetto di Paese importato tentasse di occupare il loro posto. Così si può giustificare l’indifferenza di alcuni, perché quelli che potrebbero toccare il loro cuore con le loro richieste semplicemente non esistono. Sono fuori dal loro orizzonte di interessi.
74. In quelli che passano a distanza c’è un particolare che non possiamo ignorare: erano persone religiose. Di più, si dedicavano a dare culto a Dio: un sacerdote e un levita. Questo è degno di speciale nota: indica che il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace. Una persona di fede può non essere fedele a tutto ciò la fede stessa esige, e tuttavia può sentirsi vicina a Dio e ritenersi più degna degli altri. Ci sono invece dei modi di vivere la fede che favoriscono l’apertura del cuore ai fratelli, e quella sarà la garanzia di un’autentica apertura a Dio. San Giovanni Crisostomo giunse ad esprimere con grande chiarezza tale sfida che si presenta ai cristiani: «Volete onorare veramente il corpo di Cristo? Non disprezzatelo quando è nudo. Non onoratelo nel tempio con paramenti di seta, mentre fuori lo lasciate a patire il freddo e la nudità»[6]Il paradosso è che, a volte, coloro che dicono di non credere possono vivere la volontà di Dio meglio dei credenti.
75. I “briganti della strada” hanno di solito come segreti alleati quelli che “passano per la strada guardando dall’altra parte”. Si chiude il cerchio tra quelli che usano e ingannano la società per prosciugarla e quelli che pensano di mantenere la purezza nella loro funzione critica, ma nello stesso tempo vivono di quel sistema e delle sue risorse. C’è una triste ipocrisia là dove l’impunità del delitto, dell’uso delle istituzioni per interessi personali o corporativi, e altri mali che non riusciamo a eliminare, si uniscono a un permanente squalificare tutto, al costante seminare sospetti propagando la diffidenza e la perplessità. All’inganno del “tutto va male” corrisponde un “nessuno può aggiustare le cose”, “che posso fare io?”. In tal modo, si alimenta il disincanto e la mancanza di speranza, e ciò non incoraggia uno spirito di solidarietà e di generosità. Far sprofondare un popolo nello scoraggiamento è la chiusura di un perfetto circolo vizioso: così opera la dittatura invisibile dei veri interessi occulti, che si sono impadroniti delle risorse e della capacità di avere opinioni e di pensare.
76. Guardiamo infine all’uomo ferito. A volte ci sentiamo come lui, gravemente feriti e a terra sul bordo della strada. Ci sentiamo anche abbandonati dalle nostre istituzioni sguarnite e carenti, o rivolte al servizio degli interessi di pochi, all’esterno e all’interno. Infatti, «nella società globalizzata, esiste una maniera elegante di guardare dall’altra parte che si pratica abitualmente: sotto il rivestimento del politicamente corretto o delle mode ideologiche, si guarda alla persona che soffre senza toccarla, la si mostra in televisione in diretta, si adotta anche un discorso all’apparenza tollerante e pieno di eufemismi»[7].
Ricominciare
77. Ogni giorno ci viene offerta una nuova opportunità, una nuova tappa. Non dobbiamo aspettare tutto da coloro che ci governano, sarebbe infantile. Godiamo di uno spazio di corresponsabilità capace di avviare e generare nuovi processi e trasformazioni. Dobbiamo essere parte attiva nella riabilitazione e nel sostegno delle società ferite. Oggi siamo di fronte alla grande occasione di esprimere il nostro essere fratelli, di essere altri buoni samaritani che prendono su di sé il dolore dei fallimenti, invece di fomentare odi e risentimenti. Come il viandante occasionale della nostra storia, ci vuole solo il desiderio gratuito, puro e semplice di essere popolo, di essere costanti e instancabili nell’impegno di includere, di integrare, di risollevare chi è caduto; anche se tante volte ci troviamo immersi e condannati a ripetere la logica dei violenti, di quanti nutrono ambizioni solo per sé stessi e diffondono la confusione e la menzogna. Che altri continuino a pensare alla politica o all’economia per i loro giochi di potere. Alimentiamo ciò che è buono e mettiamoci al servizio del bene.
78. È possibile cominciare dal basso e caso per caso, lottare per ciò che è più concreto e locale, fino all’ultimo angolo della patria e del mondo, con la stessa cura che il viandante di Samaria ebbe per ogni piaga dell’uomo ferito. Cerchiamo gli altri e facciamoci carico della realtà che ci spetta, senza temere il dolore o l’impotenza, perché lì c’è tutto il bene che Dio ha seminato nel cuore dell’essere umano. Le difficoltà che sembrano enormi sono l’opportunità per crescere, e non la scusa per la tristezza inerte che favorisce la sottomissione. Però non facciamolo da soli, individualmente. Il samaritano cercò un affittacamere che potesse prendersi cura di quell’uomo, come noi siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità; ricordiamoci che «il tutto è più delle parti, ed è anche più della loro semplice somma»[8]. Rinunciamo alla meschinità e al risentimento dei particolarismi sterili, delle contrapposizioni senza fine. Smettiamo di nascondere il dolore delle perdite e facciamoci carico dei nostri delitti, della nostra ignavia e delle nostre menzogne. La riconciliazione riparatrice ci farà risorgere e farà perdere la paura a noi stessi e agli altri.
79. Il samaritano della strada se ne andò senza aspettare riconoscimenti o ringraziamenti. La dedizione al servizio era la grande soddisfazione davanti al suo Dio e alla sua vita, e per questo un dovere. Tutti abbiamo una responsabilità riguardo a quel ferito che è il popolo stesso e tutti i popoli della terra. Prendiamoci cura della fragilità di ogni uomo, di ogni donna, di ogni bambino e di ogni anziano, con quell’atteggiamento solidale e attento, l’atteggiamento di prossimità del buon samaritano.
Il prossimo senza frontiere
80. Gesù propose questa parabola per rispondere a una domanda: chi è il mio prossimo? La parola “prossimo” nella società dell’epoca di Gesù indicava di solito chi è più vicino, prossimo. Si intendeva che l’aiuto doveva rivolgersi anzitutto a chi appartiene al proprio gruppo, alla propria razza. Un samaritano, per alcuni giudei di allora, era considerato una persona spregevole, impura, e pertanto non era compreso tra i vicini ai quali si doveva dare aiuto. Il giudeo Gesù rovescia completamente questa impostazione: non ci chiama a domandarci chi sono quelli vicini a noi, bensì a farci noi vicini, prossimi.
81. La proposta è quella di farsi presenti alla persona bisognosa di aiuto, senza guardare se fa parte della propria cerchia di appartenenza. In questo caso, il samaritano è stato colui che si è fatto prossimodel giudeo ferito. Per rendersi vicino e presente, ha attraversato tutte le barriere culturali e storiche. La conclusione di Gesù è una richiesta: «Va’ e anche tu fa’ così» (Lc10,37). Vale a dire, ci interpella perché mettiamo da parte ogni differenza e, davanti alla sofferenza, ci facciamo vicini a chiunque. Dunque, non dico più che ho dei “prossimi” da aiutare, ma che mi sento chiamato a diventare io un prossimo degli altri.
82. Il problema è che, espressamente, Gesù mette in risalto che l’uomo ferito era un giudeo – abitante della Giudea – mentre colui che si fermò e lo aiutò era un samaritano – abitante della Samaria –. Questo particolare ha una grandissima importanza per riflettere su un amore che si apre a tutti. I samaritani abitavano una regione che era stata contaminata da riti pagani, e per i giudei ciò li rendeva impuri, detestabili, pericolosi. Difatti, un antico testo ebraico che menziona nazioni degne di disprezzo si riferisce a Samaria affermando per di più che «non è neppure un popolo» (Sir50,25), e aggiunge che è «il popolo stolto che abita a Sichem» (v. 26).
83. Questo spiega perché una donna samaritana, quando Gesù le chiese da bere, rispose enfaticamente: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?» (Gv4,9). Quelli che cercavano accuse che potessero screditare Gesù, la cosa più offensiva che trovarono fu di dirgli «indemoniato» e «samaritano» (Gv8,48). Pertanto, questo incontro misericordioso tra un samaritano e un giudeo è una potente provocazione, che smentisce ogni manipolazione ideologica, affinché allarghiamo la nostra cerchia, dando alla nostra capacità di amare una dimensione universale, in grado di superare tutti i pregiudizi, tutte le barriere storiche o culturali, tutti gli interessi meschini.
L’appello del forestiero
84. Infine, ricordo che in un altro passo del Vangelo Gesù dice: «Ero straniero e mi avete accolto» (Mt25,35). Gesù poteva dire queste parole perché aveva un cuore aperto che faceva propri i drammi degli altri. San Paolo esortava: «Rallegratevi con quelli che sono nella gioia, piangete con quelli che sono nel pianto» (Rm12,15). Quando il cuore assume tale atteggiamento, è capace di identificarsi con l’altro senza badare a dove è nato o da dove viene. Entrando in questa dinamica, in definitiva sperimenta che gli altri sono “sua stessa carne” (cfr Is 58,7).
85. Per i cristiani, le parole di Gesù hanno anche un’altra dimensione, trascendente. Implicano il riconoscere Cristo stesso in ogni fratello abbandonato o escluso (cfr Mt25,40.45). In realtà, la fede colma di motivazioni inaudite il riconoscimento dell’altro, perché chi crede può arrivare a riconoscere che Dio ama ogni essere umano con un amore infinito e che «gli conferisce con ciò una dignità infinita»[9]. A ciò si aggiunge che crediamo che Cristo ha versato il suo sangue per tutti e per ciascuno, e quindi nessuno resta fuori dal suo amore universale. E se andiamo alla fonte ultima, che è la vita intima di Dio, ci incontriamo con una comunità di tre Persone, origine e modello perfetto di ogni vita in comune. La teologia continua ad arricchirsi grazie alla riflessione su questa grande verità.
86. A volte mi rattrista il fatto che, pur dotata di tali motivazioni, la Chiesa ha avuto bisogno di tanto tempo per condannare con forza la schiavitù e diverse forme di violenza. Oggi, con lo sviluppo della spiritualità e della teologia, non abbiamo scuse. Tuttavia, ci sono ancora coloro che ritengono di sentirsi incoraggiati o almeno autorizzati dalla loro fede a sostenere varie forme di nazionalismo chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi, disprezzo e persino maltrattamenti verso coloro che sono diversi. La fede, con l’umanesimo che ispira, deve mantenere vivo un senso critico davanti a queste tendenze e aiutare a reagire rapidamente quando cominciano a insinuarsi. Perciò è importante che la catechesi e la predicazione includano in modo più diretto e chiaro il senso sociale dell’esistenza, la dimensione fraterna della spiritualità, la convinzione sull’inalienabile dignità di ogni persona e le motivazioni per amare e accogliere tutti.


[1] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 1.
[2] S. Ireneo di Lione, Adversus haereses, II, 25, 2: PG 7/1, 798-s.
[3] Talmud Bavli (Talmud di Babilonia), Shabbat, 31 a.
[4] Discorso agli assistiti delle opere di carità della Chiesa, Tallin – Estonia (25 settembre 2018): L’Osservatore Romano, 27 settembre 2018, p. 8.
[5]Videomessaggio al TED2017 di Vancouver (26 aprile 2017): L’Osservatore Romano, 27 aprile 2017, p. 7.
6] Homiliae in Mattheum, 50, 3-4: PG 58, 508.
[7] Messaggio in occasione dell’Incontro dei movimenti popolari, Modesto – USA (10 febbraio 2017): AAS 109 (2017), 291.
[8] Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 235: AAS 105 (2013), 1115.
[9] S. Giovanni Paolo II, Messaggio alle persone disabili. Angelus a Osnabrück – Germania (16 novembre1980): L’Osservatore Romano, 19 novembre 1980, Supplemento, p. XIII.




IL CREPUSCOLO DI PAPA FRANCESCO
James Carroll

Il crepuscolo di papa Francesco
di James Carroll in “Politico Magazine” – www.politico.com – del 26 giugno 2022

Quando nove anni fa Jorge Mario Bergoglio fu eletto alla cattedra di San Pietro, nessuno immaginava che la sedia avesse le ruote. Ultimamente, però, Papa Francesco è stato visto più spesso su una sedia a rotelle che su un trono dorato – un problema di mobilità che ha scatenato speculazioni su un’altra dimissione papale. La prospettiva che Francesco si unisca a Benedetto XVI come secondo Papa emerito ha fatto agitare le lingue dei pettegolezzi vaticani, ma per il momento i sussurri degli addetti ai lavori rimangono speculazioni prive di fondamento. Tuttavia, l’apparente declino della salute e l’età avanzata di Papa Francesco (ha 85 anni) suggeriscono che stia entrando nel crepuscolo del suo pontificato, un momento in cui uno sguardo indietro al significato del suo governo può sembrare appropriato. Qualsiasi valutazione di questo pontificato deve partire dallo stupefacente impatto positivo che Bergoglio ha avuto sulla Chiesa e sul mondo intero semplicemente in virtù non solo della sua attraente personalità, ma della sua palpabile bontà. La straordinaria effusione di affetto da tutto il mondo che lo ha accolto per la prima volta al momento della sua elezione non si è mai spenta, anche se le sfide della sua posizione hanno inevitabilmente complicato il modo in cui viene visto. All’inizio, l’evidente carisma del nuovo Papa è stato rafforzato da azioni e dichiarazioni che promettevano un pontificato che avrebbe cambiato il mondo e in modi importanti ha mantenuto la promessa. Seguendo la tradizione cattolica, si è opposto all’aborto e potrebbe appoggiare la decisione della Corte Suprema di rovesciare la sentenza Roe v. Wade, ma non ne ha mai fatto un punto focale. Invece, Francesco è diventato il fermo campione dei migranti assediati, un sostenitore della tolleranza per i discriminati, un critico del populismo xenofobo, un feroce oppositore del capitalismo del libero mercato che impoverisce legioni di persone, un sostenitore della mitigazione del cambiamento climatico, un difensore della scienza, un critico convinto della guerra. Tale difesa ha fatto guadagnare a Francesco dei nemici, soprattutto all’interno della Chiesa, che sta vivendo una propria guerra culturale. I burocrati samurai della Curia romana, la struttura di governo del Vaticano, hanno rallentato gli sforzi del Papa non solo nello snellire l’amministrazione ma anche nel ripulire le corruzioni finanziarie. Alla fine dell’estate, Francesco illustrerà l’aspetto della sua Curia riformata – una trasformazione che includerà la possibile nomina di laici e donne come capi ufficio. Naturalmente, alcuni cattolici, tra cui vescovi e cardinali, che ancora rifiutano fermamente gli sforzi di riforma iniziati una generazione fa con il Concilio Vaticano II, hanno accolto le sue iniziative con critiche aperte, persino con sfida. Ma sulla sfida più urgente che la Chiesa cattolica romana deve affrontare, Francesco è stato, ahimè, un difensore dello status quo disfunzionale, non un sostenitore della riforma necessaria e urgente. Al momento della sua elezione, Francesco si è trovato innanzitutto di fronte all’autodistruzione morale di una Chiesa dilaniata da scandali incessanti di preti che abusano di bambini e di vescovi che proteggono i predatori invece delle vittime. Le corruzioni del clericalismo – un ministero celibatario di soli uomini al servizio non del Vangelo o del popolo, ma del potere imperiale della gerarchia – erano state messe a nudo in tutto il mondo. Il clericalismo, radicato nelle pretese soprannaturali del prete cattolico, che lo distinguono da tutti gli altri, era la fonte generatrice delle sacrileghe trasgressioni clericali. Il problema era il potere, e lo è ancora. E Francesco alla fine ha schivato la lotta. Nient’altro è paragonabile all’obbligo del nuovo Papa di affrontare l’illegalità che infetta il sacerdozio e la gerarchia, e con la sua dichiarazione del 2019 Vos Estis Lux Mundi (“Voi siete la luce del mondo”), è stato salutato dall’establishment ecclesiastico per aver fatto proprio questo. Ma i difetti fatali del decreto nella sua risposta all’insabbiamento degli abusi dei preti sui bambini e su altre persone sono stati presto evidenti: le sue nuove strutture di responsabilità non richiedevano alcuna divulgazione pubblica, non imponevano alcuna denuncia alle autorità civili a meno che la legge civile non lo richiedesse, e non richiedevano alcuna partecipazione dei laici nel giudizio sui crimini di preti e vescovi. Il difetto più evidente (e che protegge i chierici) della Vos Estis è che impone l’auto-polizia ecclesiastica: i vescovi che indagano sui loro colleghi vescovi; la denuncia dei crimini dei preti non alle autorità civili, ma agli uffici ecclesiastici da tempo complici; il Vaticano da solo a determinare le punizioni. Chi sa quanti prelati complici sono stati in qualche modo disciplinati da questa politica? A tre anni di distanza, con il periodo di prova di Vos Estis terminato il 1 giugno, il Vaticano non ha rivelato nulla sui vescovi indagati, accusati o puniti in base alle sue procedure. Le regole dell’omertà. Papa Francesco ha denunciato il clericalismo, la malignità che ingenera, ma non ha fatto nulla per sradicare le sue fonti nel ministero maschile, sessualmente repressivo e nel sistema autoritario di potere ecclesiastico a cui quella cultura clericale è essenziale. E Francesco non ha fatto nulla per fare i conti con la misoginia che sta alla base dell’insegnamento cattolico su tutto, dal controllo delle nascite alla biologia della riproduzione allo scopo del matrimonio. Le nozioni disumane sulla sessualità, nate da un’errata lettura della storia di Adamo ed Eva e rafforzate da teologi come Sant’Agostino, sono al servizio della sottomissione femminile. Questa supremazia maschile è moralmente equivalente alla supremazia bianca. Eppure, per i funzionari della Chiesa e per la maggior parte dei cattolici, rimane incontrastata. Francesco ha definito il tema dell’ordinazione femminile una “porta chiusa” e ha detto un sonoro “No!” ai sacerdoti sposati. Quando, ad esempio, i vescovi della regione pan-amazzonica hanno votato a stragrande maggioranza nel 2019 per chiedergli di ammettere al ministero i diaconi sposati come modo per superare la grave carenza di preti della regione, Francesco ha rifiutato persino di rispondere alla richiesta. I vescovi dell’Amazzonia, cioè, gli hanno presentato un’occasione d’oro per fare un passo, seppur piccolo, verso lo smantellamento della cultura tossica del clericalismo – un’opportunità che nasce dal basso, che affronta un grave problema pastorale e che fa avanzare un diaconato, una forma sussidiaria degli ordini sacri, che i suoi immediati predecessori avevano già proposto come strumento di cambiamento. In effetti, questo approccio avrebbe potuto anche aprire la strada all’ammissione delle donne ai ranghi degli ordinati. Ma Francesco ha lasciato intatto il ministero maschile e celibe, e con esso l’anima del clericalismo – la piramide del potere ecclesiastico, la struttura degli abusi. Ecco la tragica ironia: ciò di cui il mondo aveva più bisogno da Jorge Mario Bergoglio quando nove anni fa indossò la mitica tonaca bianca non era il suo intervento empatico in questioni secolari, per quanto urgenti, ma il suo fermo sostegno alle riforme all’interno della Chiesa cattolica. Non riuscendo in questo intento, egli rafforza all’interno del cattolicesimo le tendenze e i valori che più osteggia al di fuori di esso. Francesco inveisce contro la disuguaglianza, eppure la disuguaglianza definisce l’essere della Chiesa. È il tribuno dei poveri, ma proteggendo lo status di seconda classe delle donne, sostiene un motore mondiale di povertà. Negli anni trascorsi da quando Francesco è diventato Papa, la democrazia stessa è stata sottoposta a un assedio senza precedenti. Persino gli Stati Uniti si stanno dimostrando vulnerabili a questo pericolo. Le riforme avviate dal Concilio Vaticano II di Papa Giovanni XXIII rappresentavano un tentativo, da tempo in atto, della Chiesa cattolica di riconciliarsi con i valori democratici. Ciò è stato fortemente simboleggiato dai cambiamenti nella Messa cattolica, ora celebrata nelle lingue di tutti i giorni anziché in latino e centrata non su altari ma su tavoli. Il patriarcato cominciò a cedere il passo alla democrazia. Ma proprio per questo motivo, il movimento è stato ostacolato da prelati protettori del potere. La loro ostruzione è continuata senza sosta per mezzo secolo. Se Francesco avesse effettivamente rivitalizzato quelle riforme ecclesiastiche ben avviate – l’uguaglianza per donne e uomini, un laicato potenziato, un ministero sacramentale di servizio invece che di dominio – sarebbe emerso come ciò di cui il mondo ha più bisogno in questo momento, un profeta del bene comune democratico. Pensate: più di un miliardo di cattolici, che attraversano ogni confine del pianeta, finalmente arruolati a pieno titolo – in virtù delle rinnovate strutture della loro stessa istituzione – nella lotta per l’uguaglianza umana, sancita dall’autogoverno. Radicato non nel sogno moderno del liberalismo democratico, ma nello spirito di solidarietà radicale visto per la prima volta in Gesù Cristo, questo sarebbe un recupero religioso più che una rivoluzione politica. Invece, la Chiesa cattolica, nel suo irriducibile rafforzamento del potere clericale, è bloccata sul lato sbagliato della grande richiesta morale del XXI secolo. Il fatto che una figura coraggiosa come Papa Francesco abbia finora fallito in questa grande responsabilità mette a nudo la profonda disfunzione del clericalismo, che sta uccidendo la Chiesa e tradendo Gesù Cristo. Le esitazioni del Papa sono segni della pressione a cui è stato sottoposto, non solo dai suoi nemici reazionari, ma anche dalla sua stessa vita nel ministero. È prigioniero del clericalismo che denuncia in linea di principio, ma non in pratica. Data la portata del suo rifiuto intenzionale, c’è da chiedersi: quest’uomo è semplicemente un autocrate nel cuore? Coloro che amano Papa Francesco dovrebbero pregare che questa figura complicata risolva la sua ambivalenza in favore del cambiamento anche nel suo papato in declino, comunque si concluda. Ma il fatto che tale trasformazione sia stata alla sua portata, in questi nove anni, offre una sorta di speranza. Dopo tutto, Francesco ha nominato una maggioranza significativa dei cardinali che avranno il potere di eleggere il suo successore. Anche se è poco probabile, il meglio del suo spirito potrebbe continuare a vivere. Ciò dipenderà, tuttavia, più dalla volontà del popolo che dalla determinazione degli ecclesiastici. Ispirati da ciò che il papa argentino ha promesso, i cattolici ostinatamente fedeli, abbracciando un anticlericalismo dall’interno, possono ancora insistere sulla realizzazione di quella promessa. L’eloquio umile, egualitario e profondamente speranzoso con cui Papa Francesco ha iniziato può ancora essere la luce guida della Chiesa, andando avanti.




LA PREGHIERA EUCARISTICA
Goffredo Boselli

La preghiera eucaristica
di Goffredo Boselli[1]
in “Vita Pastorale” del 28 giugno 2022

Aprendo ampiamente i tesori della Bibbia, il Vaticano II ha dato nuova linfa alla liturgia della Parola, che oggi si presenta come la parte più viva e coinvolgente dell’eucaristica domenicale, soprattutto quando le letture sono ben proclamate e l’omelia è degna del suo nome. Come la tavola della parola di Dio anche la tavola eucaristica è stata preparata con maggiore abbondanza: il Messale romano presenta sei nuove preghiere eucaristiche, senza contare quelle per le celebrazioni con i bambini. Se, tuttavia, si confronta la qualità della partecipazione dei fedeli durante la liturgia della Parola con quella durante la preghiera eucaristica si è costretti ad ammettere in questa seconda un notevole calo di interesse e di attenzione. Ma l’anafora è il cuore della liturgia eucaristica, è la grande azione di grazie, la benedizione, l’adorazione, il memoriale, l’intercessione, la dossologia. L’anafora è la sintesi della preghiera cristiana e tuttavia non riesce a coinvolgere e trascinare i fedeli che la vivono perlopiù passivamente, come muti spettatori di un lungo e, il più delle volte, apatico monologo del presbitero. Nell’immediato post Concilio si è capito che dal rinnovamento della preghiera eucaristica passava il rinnovamento di tutta la preghiera liturgica. È stata una stagione tanto feconda quanto controversa per la creazione “selvaggia” di nuove preghiere eucaristiche, di sicuro non tutte mirabili ma alcune, ancora oggi, esemplari per l’ispirazione biblica, la profondità teologica, la qualità letteraria, l’affiato poetico, l’efficacia delle immagini, la freschezza del linguaggio. In particolare quelle dell’olandese Hubb Oosterhuis, del belga Robert Gantoy e del francese Dieudonné Dufraisne. Quella stagione è finita da decenni, ma essa richiama ancora oggi la Chiesa al dovere di fare della preghiera eucaristica il cuore e l’anima dell’eucaristia.

Occorre avere il coraggio di ripensare a fondo la forma di monologo, affidato a chi presiede, che l’anafora ha da secoli. L’assemblea deve essere coinvolta con acclamazioni in canto, parti recitate in comune e una più ricca gestualità del corpo. Bisogna rendere vivo, espressivo ed eloquente un testo che ora passa sopra le teste e non tocca i cuori. Rendere grazie a Dio è un’attitudine talmente fondamentale del credente che la Chiesa non può chiudere gli occhi di fronte all’attuale estraneità dei fedeli all’anafora, alla sua incapacità di coinvolgimento generato dalla monotonia del linguaggio, dalla ripetitività di formule dottrinalmente esatte ma incapaci di porre sulle labbra dei fedeli parole eloquenti e coinvolgenti. L’ora è venuta per riavviare un serio lavoro di ricerca nell’ambito della teologia eucaristica applicata alla celebrazione. E, al tempo stesso, di dare ad alcune e scelte comunità la possibilità di adattare le preghiere eucaristiche del Messale e di comporne nuove sotto la guida di persone preparate biblicamente e teologicamente, che abbiano il senso della preghiera liturgica. Serve coraggio per osare, ricercare, sperimentare anche a rischio di sbagliare.
(boselli.goffredo@gmail.com)


[1] monaco e liturgista. Dottore in teologia a l’Institut Catholique di Parigi.




Quell’invito più forte di ogni «ma»
P.Ermes Ronchi

Quell’invito più forte di ogni «ma»

Padre Ermes Ronchi – Avvenire 27 GIUGNO 2003

Il Signore «rese forte» il suo volto, dice Luca, e si avviò verso Gerusalemme. Su questo sfondo del grande viaggio, un villaggio di Samaria rifiuta di accogliere Gesù.

«Vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» Eterna tentazione dei discepoli di imporre la verità con la forza. Gesù si volta, li rimprovera e si avvia verso un altro villaggio. Nella concisione di queste poche parole appare la grande forza interiore di Gesù, la sua capacità di non deprimersi per una sconfitta, il rifiuto della violenza, il suo rispetto totale per la libertà di ciascuno, e infine la sua speranza indomabile: andiamo in un altro villaggio, c’è sempre un’altra casa cui bussare, un altro paese da attraversare, un altro cuore cui annunciare il Regno di Dio. Hai posto mano all’aratro, non voltarti indietro sulle tue sconfitte, conta il desiderio di altre semine, di nuove vite da guarire.

In controluce al viaggio di Gesù, Luca introduce tre personaggi per mostrare il modo con cui si va dietro a Lui.

Il primo è un generoso: «ti seguirò dovunque tu vada». Gesù anziché evidenziare il suo slancio, che pure deve avere apprezzato, mette in primo piano la difficoltà della strada, perché seguire lui non sia inseguire se stessi: «le volpi hanno tane, io non ho dove posare il capo». Parla di un viaggio che non ha dove fermarsi, che non finirà mai, parla di sé come di un pellegrino senza frontiere, sempre in cammino da uomo a uomo, da cuore a cuore, verso forme sempre più perfette. «Il cristiano è un pellegrino senza strada, ma tenacemente in cammino» (S. Giovanni della Croce).

Il secondo personaggio dice immediatamente «sì», poi però aggiunge: «ma concedimi di andare prima a seppellire mio padre». La sua richiesta è la più legittima che si possa pensare, eppure riduce la sua adesione a un «sì, ma». E qui scopro gli innumerevoli «ma» che anch’io oppongo al Signore, gli indugi, le nostalgie, le molte cause che invento per sottrarmi, per evitare le domande serie «se non ora, quando? Se non io, chi?» (don Milani).

Infine il terzo dialogo: «ti seguirò, Signore, ma prima lascia che io vada a salutare quelli di casa». Ancora un «ma». Ed è il più naturale: è così duro il cammino senza affetti e senza amici. Gesù risponde: «chi pone mano all’aratro e poi si volge indietro, non è adatto al Regno».

Ma Signore, chi non si è mai voltato indietro? Chi è adatto? Poi guardo e vedo Gesù cercare Pietro che per tre volte si è voltato dall’altra parte, e dichiararlo per tre volte adatto a pascere agnelli e pecore, ad avere le chiavi del regno. E io sono adatto al Regno? No, se guardo alla mia coerenza; forse sì, se penso che le pietre scartate sono servite, nelle sue mani, meglio delle altre a costruire la sua casa.

 




Racconto
L’ABETE SOLITARIO di B. Ferrero

 L’abete solitario. di Bruno Ferrero
“C’è ancora qualcuno che danza” Ed. ELLEDICI

L’ululato del lupo corse come un brivido lungo il fianco della montagna. Un cervo, che stava brucando l’erba molle di rugiada, si spaventò e partì di gran carriera. Le imponenti corna del cervo sfioravano e scuotevano i rami. Una pigna matura si staccò da un ramo di abete, rotolò giù per il costone, rimbalzò su una roccia sporgente e finì con un tonfo in un avvallamento umido e ben esposto. Una manciata di semi venne sbalzata fuori dal suo comodo alloggio e si sparse sul terreno.

«Urrà! E’ venuto il nostro momento. Ce l’abbiamo fatta!» gridarono i semi all’unisono.

Cominciarono a germogliare, ma scoprirono ben presto che l’essere in tanti provocava qualche difficoltà.

«Fatti un po’ più in là, per favore!» diceva uno. E l’altro: «Attento! Mi hai messo il germoglio in un occhio!». E così via. Comunque, urtandosi e sgomitando, tutti i semi si trovarono un posticino per germogliare. Tutti meno uno. Un seme bello e robusto dichiarò chiaramente le sue intenzioni: «Mi sembrate un branco di sciocchi! Pigiati come siete, vi rubate il terreno l’un con l’altro e crescerete rachitici e stentati. Non voglio aver niente a che fare con voi. Da solo potrò diventare un albero grande, nobile e imponente». Con l’aiuto della pioggia e del vento, il seme riuscì ad allontanarsi dai suoi fratelli e piantò le radici, solitario, sul crinale della montagna. Dopo qualche stagione, grazie alla neve, alla pioggia e al sole divenne un magnifico giovane abete che dominava la valletta in cui i suoi fratelli erano invece diventati un bosco. Certo, i problemi non mancavano. «Stai fermo con quei rami! Mi fai cadere gli aghi» diceva uno. E l’altro: «E tu mi rubi il sole! Fatti più in là».

L’abete solitario li guardava ironico e superbo. Lui aveva tutto il sole e lo spazio che desiderava. Ma una notte di fine agosto, le stelle e la luna sparirono sotto una cavalcata di nuvoloni minacciosi finché sulla montagna si abbatté una bufera devastante. Gli abeti del bosco si strinsero l’uno accanto all’altro, proteggendosi e sostenendosi a vicenda.

Quando la tempesta si placò gli abeti sfiniti si scoprirono salvi. Tutti meno uno. Del superbo abete solitario non restava che un mozzicone scheggiato e malinconico sul crinale della montagna.




La Pentecoste dei volti. Un mondo riempito dallo Spirito di Dio
P. Ermes Ronchi. 

La Pentecoste dei volti

padre Ermes Ronchi. 19 maggio 2002

Quando ti senti perdonato e amato forse ancora di più dopo il tuo errore, è lui, lo Spirito. Quando senti nascere in te l’umile rete di forza e di pace mentre affronti la prova, è ancora lui, lo Spirito. La capacità di intravedere, il guardare con speranza, con occhi « altri» capaci di sorprendere le gemme più che le cose evidenti e finite, è ancora lui, lo Spirito. La capacità di contemplare e fidarti della sconvolgente debolezza delle cose sul nascere; il coraggio di essere spesso soli a vegliare sui primi passi degli incontri, soli a guardare lontano e avanti, è lui, lo Spirito creatore. A ciascuno è data però una manifestazione particolare dello Spirito. Se Cristo ha riunificato l’umanità, lo Spirito ha diversificato le persone. All’unità del sangue della croce si accompagna la diversità del fuoco: nel giorno di Pentecoste le fiamme dello Spirito si dividono e ognuna illumina una persona diversa, sposa una libertà irriducibile, annuncia una vocazione. Lo Spirito dà ad ogni cristiano una genialità che gli è propria, e ciascuno deve essere fedele al proprio dono. E se tu fallisci, se non realizzi ciò che puoi essere, ne verrà una disarmonia nel mondo intero, un rallentamento di tutto l’immenso pellegrinare del cosmo verso la vita, una ferita alla Chiesa: come corpo di Cristo, essa esige adesione e unità; come Pentecoste vuole l’invenzione, la libertà creatrice, la battaglia della coscienza. Il suo compito, in questi tempi in cui la Pentecoste si fa segretamente più intensa, è generare al mondo uomini liberi, responsabili e creativi. Tutte le icone della Pentecoste sono colme di volti: il regno dei volti individuali è il regno dello Spirito santo, bellezza che si posa su uomini e cose come un richiamo perenne, strada verso il fondo inesauribile dell’anima. Tutti sentono parlare la loro lingua nativa. Mi piace pensare allo Spirito che fa diventare tua lingua la Parola di Dio: tua lingua e tua passione e tuo cuore (A. Casati). Lo Spirito altro non fa che, come in Maria, incarnare anche in te la Parola. Perché il divino e l’umano trovano compimento solo così: l’uno nell’altro. Dio parla con le tue parole, piange le tue lacrime, ti sorride come nessuno. E le tue mani sono le sue mani, la tua parola gli dà parola, la tua vita disseta la sua sete di vita.

UN MONDO RIEMPITO DALLO SPIRITO DI DIO

padre Ermes Ronchi  (08-06-2003)

Viene lo Spirito, secondo il vangelo di Giovanni, leggero e quieto come un respiro: Alitò su di loro e disse “Ricevete lo Spirito santo” (Gv 20,22). Viene lo Spirito, nel racconto di Luca, come energia, coraggio, missione, vento che spalanca le porte, e parole di fuoco (Atti 2,2ss). Viene lo Spirito, nell’esperienza di Paolo, come dono, bellezza, genio diverso per ciascuno (Gal 5,22). Tre modi diversi, per dire che lo Spirito conosce e feconda tutte le strade della vita, rompe gli schemi, è energia imprudente, non dipende dalla storia ma la fa dipendere dal suo vento libero e creativo.
Effusione d’amore. Lo Spirito è l’estasi di Dio, il debordare, l’esondazione di un amore cercatore che preme, dilaga, si apre la strada verso il cuore dell’uomo. Effusione di vita. Lo Spirito santo è ciò che fa vivere Dio. Dio ha donato ciò che lo fa vivere: non vuole che l’uomo esista in funzione di Lui, ma che viva di Lui. Non ha creato l’uomo per reclamarne la vita, ma per risvegliare la sorgente sommersa di tutte le sue energie. Effusione ardente: il simbolo del fuoco dice che lo Spirito porta in dono il bruciore del cuore dei discepoli di Emmaus, l’alta temperatura dell’anima che si oppone all’apatia del cuore e della fede che ha inaridito l’uomo e il credente d’oggi.
Meraviglia del primo giorno: “com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?” Lo Spirito di Dio da sempre parla ad ogni uomo, si rivolge a quella parte profonda, nativa, originaria che è in ciascuno e che viene prima di tutte le divisioni di razza, nazione, ricchezza, cultura, età, religione. Non è solo il capovolgimento della frattura di Babele: ora lo Spirito parla la mia lingua di festa e di dolore, di stanchezza e di forza. La Parola di Dio diventa mia lingua, mia passione, mia vita, mio fuoco. Diventa la parte migliore di me, respiro segreto di ogni parola.
E allora “del tuo Spirito, Signore, è piena la terra“. La terra con i suoi deserti e i suoi sempreverdi, con i suoi bambini e i suoi anziani pieni di luce, e le donne che sono la cosa più vicina a Dio (C. Bobin), la terra è piena. E figli e figlie profeteranno, anziani e giovani avranno visioni, schiavi e schiave parleranno di Dio, profezia di Gioele. E la gioia e la ricchezza di tutto questo. La terra è piena dello Spirito. Guardati attorno, cerca, ascolta il vento sugli abissi, il respiro del cuore: la terra è piena di Dio. Cerca la bellezza salvatrice, l’amore in ogni amore. Piena è la terra. E instancabile il respiro di Dio porta pollini di primavera e disperde le ceneri della morte.




Lettera a un giovane prete
Domenico Marrone

Lettera a un giovane prete

di: Domenico Marrone.

http://www.settimananews.it/ministeri-carismi/lettera-a-un-giovane-prete/

Carissimo presbitero novello,
questo è un momento difficile per essere prete. La figura del prete è divenuta oggi anacronistica. La maggior parte degli uomini del nostro tempo non soltanto è del tutto assente dalla pratica religiosa, ma non è neppure più scalfita dalla domanda su Dio. Vivono, in larga maggioranza, “come se Dio non esistesse”, e non avvertono in questo alcun senso di malessere.
Dio non è contestato è, più semplicemente, ignorato. I successi della scienza e della tecnologia assumono carattere di sacralità e di assolutezza, fino a configurarsi come la “nuova religione”. Noi sacerdoti potremmo sembrare irrilevanti. La domanda che allora affiora è: c’è ancora spazio per la missione del prete? La risposta è, a mio avviso, positiva. È indubbio che è presente anche nella coscienza dell’uomo contemporaneo un bisogno religioso, spesso latente, che occorre far emergere con pazienza, rendendo soprattutto testimonianza, non solo individuale ma comunitaria, all’attualità della proposta evangelica.
Priorità del ministero
In questo nuovo contesto tre sono le priorità che il presbitero deve vivere. La prima è la capacità di immedesimarsi nelle situazioni esistenziali della gente, condividendone le gioie e le fatiche quotidiane. I tuoi abiti, caro fratello, devono profumare di popolo e non di incenso.
La seconda priorità è costituita dalla scelta di uno stile di vita sobrio, dalla rinuncia ad ogni tentazione di potere, così da conquistare quella libertà interiore, che consente di diventare pienamente solidali con il mondo dei poveri e di impegnarsi per la loro liberazione. Fratello presbitero, vivi da povero, ama i poveri, lasciati ammaestrare dai poveri.
La terza priorità è, infine, il ricupero di una spiritualità autentica, non formale o devozionale, ma connotata da una forte tensione mistica, capace di interpretare il bisogno di trascendenza che alberga anche oggi nel cuore di molti e di diventare in tal modo testimoni credibili del mistero di Dio. Caro giovane presbitero, lasciati divorare da una struggente passione per Dio e nessun’altra passione umana ti divorerà.
Sono queste le condizioni che il presbitero di questa epoca deve porre alla base dell’esercizio del proprio ministero, e che, adempiute, danno efficacia all’azione pastorale, alla capacità cioè di rendere trasparente la novità e la bellezza del messaggio evangelico.
Per quanto profonderai energie, intelligenza e tempo per il Vangelo, strada facendo ti accorgerai che il ministero più doloroso di un ministro di Dio è camminare con le persone quando si allontanano dalla Chiesa e rifiutano i suoi insegnamenti. Santa Teresa di Lisieux diceva che la sua vocazione era quella di sedersi a tavola con i miscredenti e di bere dal loro calice amaro.
Il piacere delle parola
Al centro della tua vita di presbitero ci deve essere l’arte della conversazione. Devi essere qualcuno a cui piace parlare con altre persone, soprattutto se non sono d’accordo con te. Hai bisogno di fiducia per parlare e di umiltà per ascoltare. Questo è particolarmente difficile nella nostra società che sta perdendo l’arte di interagire con persone che pensano in modo diverso.
La conversazione è l’unico modo per annunciare Gesù, che è il dialogo della Parola di Dio con l’umanità. Qualsiasi altro modo rischia di cadere nell’ideologia. L’intero Vangelo di Giovanni è una conversazione dopo l’altra.
Gesù era un uomo di conversazione, soprattutto con le persone difficili! La prima domanda che come presbiteri dobbiamo porci è questa: con chi dovremmo parlare mentre camminano per strada? Chi sono le persone che fuggono dalla Chiesa con cui possiamo camminare?
Gli algoritmi di Google e Facebook ci guidano verso persone che la pensano come noi. La società occidentale sta diventando tribalizzata. Viviamo in camere con l’eco di persone che la pensano allo stesso modo. Non cedere alla tentazione di sentirti sostenuto e tenuto in ostaggio dalla solita cricca. Le migliori conversazioni abbracciano e si dilettano invece della differenza.
Inoltre, noi presbiteri siamo, pertanto, chiamati a vivere nella tensione tra le convinzioni della Chiesa e le questioni del mondo. Nessuno di noi riuscirà a trovare l’equilibrio perfettamente corretto. Alcuni di noi saranno più naturalmente persone dell’istituzione della Chiesa e avranno un’adesione istintiva al magistero. Altri trovano il loro ministero nelle periferie, identificandosi con le persone ai margini, gli estranei. Alcuni sono Pietro, la roccia, altri sono Tommaso, il dubbioso. Cosa posso dirti mentre sei sulla soglia di questa vertiginosa avventura che io stesso confesso di non aver ancora compreso a fondo? Quali consigli darti, ammesso che tu voglia consigli da me? Ritengo di riassumerli in due sole parole: autenticità e sincerità. Sii autentico e sincero. Sempre, comunque, con chiunque, dovunque.
La fede del prete
Sii autentico e sincero innanzitutto con Dio: per quel poco che Lo conosco, ho imparato che non gli piacciono i poeti di corte, gli amici di Giobbe, quelli che pregano solo citando qualche grande autore, passato o presente, quasi che non abbiano una mente e un cuore propri. Del resto lo capisco, se tu fossi una donna ti piacerebbe che il tuo amato ti parlasse solo usando parole di altri?  Non dimenticare che la preghiera è un corpo a corpo con Dio, una lotta, un amplesso amoroso. Dio è fuoco divorante, torrente in piena, madre premurosa, medico e maestro che ti condurrà alla croce e al sacrificio. Sii sincero con Lui. Fino alla protesta, che certe proteste a volte son preghiere, fino a gridargli quando ti prenderà (e ti prenderà, fidati) il disgusto per la tua missione, senza nascondere i tuoi dubbi e le tue paure e confessargli senza timore tutti i movimenti del tuo cuore, anche i più impercettibili e segreti.  Solo così scoprirai che sì il fuoco, il deserto, il torrente sono davvero tuoi amici, ma lo sono solo dopo che te ne sei lasciato bruciare, inaridire e travolgere. Solo così scoprirai la folle e impensabile gioia che si trova appesa alla croce, solo così conoscerai la pace immensa che dilaga nel cuore che si è lasciato spezzare. La pace che sgorga dall’aver crocefisso il proprio egoismo e aver messo tutto di sé a servizio dell’Amore.
Sii autentico e sincero con te stesso: i maggiori mali nella vita spirituale vengono dalla negazione della realtà, chiama con il loro nome i tuoi peccati e le tue tentazioni, solo così potrai guarirne e scendere fino in fondo alla tua anima per trovare in essa la luce che ti farà risorgere. Solo a prezzo di una spietata verità potrai aprire la botola che ti separa dall’acqua viva che dentro te mormora. Riconosci la verità di ciò che ti rende felice e non temere la tua umanità. Ama appassionatamente, canta con tutta la voce, piangi forte e ridi ancor più forte, abbi il coraggio di rischiare sempre tutto, perché attingi ad una fonte inesauribile e non verranno mai a mancarti le forze. Non cominciare mai una battaglia, ma finiscile tutte. Molti si illudono che per assomigliare a Dio si debba cercare di essere come angeli. La mia esperienza invece mi dice che chi vuole assomigliare ad un angelo finisce piuttosto con il rendersi simile ad un fantasma, senza spessore, né forma, né colore. Tu non hai un corpo, tu sei un corpo. E il tuo corpo si porta con sé tutto un mondo di odori e sensazioni e passioni che sono poi il colore e la bellezza della vita. Impara a farne la cetra della tua lode. Non negarli mai, anche se ti faranno male. Non fuggire l’onda, ma cavalcala con coraggio se vuoi fartene portare lontano.
Sii autentico e sincero con gli uomini, specialmente con quelli che ti saranno affidati. Il nostro ruolo di presbiteri è principalmente quello di rivelare e scoprire il volto del Signore. Dobbiamo essere quel volto e vedere quel volto in coloro che ci vengono affidati. Ogni essere umano, fatto a immagine e somiglianza di Dio, ci offre uno scorcio di quel volto che desideriamo. Gli uomini di oggi hanno un estremo bisogno di verità, di essere orientati nelle loro scelte, di essere illuminati nella loro confusione, in una parola di un maestro, ma non ti accetteranno come maestro se non sapranno che possono fidarsi di te e non si fideranno se non raggiungerai la loro mente passando prima attraverso il cuore. E al cuore non si mente. Solo usando il tuo cuore potrai parlare al loro.
Il ministero come servizio
Gesù nel Vangelo ci ammonisce: “Se uno vuole essere il primo, si faccia servitore di tutti”. Non cedere a un indisponente autoritarismo, non sentirti detentore della verità, non lasciarti prendere dalla smania di essere sempre servito e riverito.  Purtroppo queste per noi preti sono tentazioni sempre in agguato. Siamo tentati di cercare la nostra realizzazione conquistando spazi di affermazione e di dominio. Talvolta ci ripieghiamo solo sulle nostre forze e sulle nostre conquiste. Sono tentazioni naturali, quasi ineluttabili, con le quali tutti coloro che hanno autorità devono misurarsi. Tuttavia non mancano i “vaccini” per guarire da queste malattie e storture dell’anima. Nella vita di Gesù non c’è nulla che faccia pensare all’uomo di potere: non le condizioni di vita privilegiate, non le insegne e i connotati di cui si attornia l’autorità dell’epoca.  Anche di fronte a coloro che erano venuti ad arrestarlo, Gesù non reagì in modo sconsiderato e violento ma “si consegnò loro”.
Custodire
Caro fratello presbitero, impara a “consegnarti” a tutti senza maschere, senza assumere toni predicatori, disarmato di ogni autoritarismo, disponibile all’ascolto, senza nascondere le tue fragilità, proprio come fanno i bambini portati come esempio da Cristo Gesù. Non aver paura di mostrarti debole e ferito se lo sei, non è a te stesso che devi condurli, ma all’unico Salvatore che è Gesù, quindi non è a te che devono affidarsi, ma a Lui. Tu sei la guida, non la Terra promessa, e a te quindi si chiede una cosa sola: di conoscere la strada e di condurre senza tentennamenti su quella via. Anzi, se sarai debole e stanco a volte questo sarà un vantaggio, perché ti farà comprendere meglio la stanchezza e la debolezza delle persone che ti sono affidate. Se impariamo a leggere i volti, in tutta la loro complessità umana, vedremo il volto di Dio cento volte al giorno. Se osiamo uscire dal nostro profondo, così da sentirci senza parole, lo Spirito Santo ci darà cosa dire, anche se non lo sappiamo mai. Quanto alla tua vita non illuderti di volerla a tutti i costi sempre dirigere, predisporre, orientare. Consegnati invece alla vita, momento dopo momento, lasciati sorprendere, meravigliare e portare da essa e ti accorgerai con quanta meno ansia e con quale spirito di vero e gioioso servizio potrai vivere nei confronti non solo di te stesso ma anche di tutti quelli che ti staranno attorno e della creazione tutta. Ti ripeto quanto l’apostolo Paolo scrive nella sua prima Lettera a Timoteo: custodisci con cura quanto ti è stato affidato.
E ora ti chiedo di benedirmi, amico e fratello nel ministero. La freschezza della tua grazia sacerdotale inondi me e tutti quelli che amerai e servirai. Buona avventura e abbi a cuore non tanto di essere un prete perfetto ma un prete felice. E renderai felici gli altri. Auguri di vita piena, buona e bella.




Racconto
Il rito degli indiani del Nord America

Il rito degli indiani del Nord America

(da Bollettino salesiano, aprile 2022)

Gli Indiani Cherokee del Nord America hanno un magnifico “rito” per significare il passaggio dall’adolescenza all’età adulta. Quando un ragazzo compie gli anni prescritti per dimostrarsi adulto, il padre lo porta nel folto della foresta e gli benda strettamente gli occhi, poi lo lascia da solo seduto su un tronco.

Il ragazzo deve stare sul tronco tutta la notte e non togliersi la benda fino al mattino.

Non può chiedere aiuto a nessuno. Se resiste, al sorgere del sole sarà proclamato uomo. Di solito, la notte è paurosa: ci sono ru­mori strani, sibili e scricchiolii, animali che strisciano, lupi che ululano, fruscii e grugniti, combat­timenti feroci tra i cespugli.

Il ragazzo è armato solo del suo corag­gio. Stringe i pugni e resiste, seduto sul tronco, con il cuore che batte all’impaz­zata.

Finalmente, dopo quella notte orribile, il sole appare e il ragazzo si toglie la benda.

E allora scopre suo padre poco lontano, seduto su un tronco accanto al suo.

Il padre non se n’è andato, è rimasto tutta la notte in silenzio, per proteggere il figlio da ogni possibi­le pericolo, senza che il ragazzo potesse accorgersene.

 

Quando il buon Mosè chiese a Dio il suo nome, Dio rispose semplicemente: «Il mio nome è “Io sono qui». «Non avere mai paura della notte» dice Dio. «Io sono qui, accanto a te»




Allora il padre uscì a pregarlo (Lc 15,11-32)
Virginia Isingrini, missionaria saveriana.

Allora il padre uscì a pregarlo (Lc 15,11-32)
Virginia Isingrini, missionaria saveriana.
Ritiro presbiteri Parma 2022.

La volta scorsa siamo entrati nella casa di Marta e Maria. Marta, la donna coraggiosa che accoglie tra le mura domestiche il profeta di Nazaret e si dà da fare in mille servizi per offrirgli la migliore ospitalità; Maria, la donna altrettanto coraggiosa che scavalca una barriera allora insormontabile: si siede ai piedi del Maestro e ascolta la sua parola, si fa cioè sua discepola senza essere stata chiamata da Gesù. C’è un servizio diverso e più alto da cui Marta la vorrebbe a tutti i costi distogliere invocando il consenso di Gesù. Il dissenso nasce anzitutto in casa e si insinua nei rapporti più stretti e sacri. Ebbene, dice Gesù, la parte scelta da Maria non le verrà mai tolta, anzi, non le dovrà essere mai tolta.
La casa nella quale cercheremo – il verbo è dovuto – di entrare oggi è una casa fittizia perché fa parte della parabola del padre compassionevole del cap. 15 di Luca. Conosciamo la storia e il contesto in cui è inserita: è la terza di una serie di parabole, dopo quella della pecora perduta e della moneta smarrita, raccontate a motivo delle mormorazioni degli scribi e dei farisei circa il suo mangiare coi peccatori e i pubblicani. C’è una comunione di vita che dà fastidio e che si vorrebbe far saltare. La parabola è dunque raccontata in un contesto di polemica religiosa. Qui si fronteggiano due modi di rapportarsi con coloro che hanno intaccato gravemente la loro relazione con Dio e la sua Legge.
Alcune osservazioni. Le prime due parabole ripetono lo stesso schema: c’è qualcosa che si perde (una pecora, una moneta), c’è qualcuno che se ne accorge (il pastore, la donna) e fa di tutto per ritrovarlo. Una volta che si è ritrovato, si organizza una grande festa. Uscendo dal racconto parabolico in entrambi i casi Gesù conclude che allo stesso modo si fa più festa in cielo per un peccatore convertito che per gli altri che non si sono persi. Per non cadere nell’allegoria ideologica, dobbiamo conservare il contrasto tra l’uno e i molti, tra il perdere e il trovare. Le 99 pecore rimaste nell’ovile – come le 9 monete ancora nel portafoglio della donna – non sono «cattive», come non lo sono i giusti che non hanno bisogno di conversione, né debbono essere identificate con i farisei e gli scribi, pure loro «cattivi» perché hanno cercato di osservare la Legge. Tale interpretazione, oltre che faziosa, sarebbe scorretta.
Ci pensa la terza parabola a sparigliare lo schema delle prime due. Infatti il parallelismo si inceppa più di una volta. Ed è su questa somiglianza/contrasto che possiamo trovare una luce di interpretazione più inerente al racconto.
La parabola si divide in quattro scene. Nella prima vengono presentati i personaggi e ciò che dà avvio alla trama. Il personaggio principale è un padre che ha due figli. Il più piccolo gli chiede la sua parte di eredità. In ciò non v’era nulla di sconveniente o peccaminoso, né significava dichiarare il padre come morto. Il figlio minore esercita un diritto previsto dalla Legge. Vuole fare la sua vita. Quanti figli non hanno fatto, seppure con le dovute differenze, la stessa cosa? Il padre accetta senza opporre resistenza, tuttavia la parabola si scosta ben presto dalla realtà. Egli infatti non dà al figlio minore la terza parte dei suoi beni, come era prescritto, ma la metà della sua «vita» (tÕn b…on), divisa in parti uguali tra i due figli. Come mai?
Le pecore e le monete si perdono quando ti accorgi che non ci sono più. Esse infatti non hanno coscienza delle loro azioni. Soltanto nel momento in cui il pastore e la donna si rendono conto che manca qualcuno o qualcosa, il «perduto» diventa tale. Senza questa coscienza, non ci sarebbe stata nessuna preoccupazione e quindi nessuna ricerca. Nella terza parabola le cose cambiano radicalmente. Nella seconda scena il figlio minore se ne va portandosi via tutto quello che poteva. Certo, era un bello screanzato, senza riguardi verso il padre e il fratello, ma così voleva la sua smania di libertà e autonomia. Conosciamo com’è finita la sua fuga: senza un soldo, senza amici, senza lavoro. In più in un periodo di grande carestia. Si ritrova a pascolare porci in un paese lontano (rispetto a cosa e da chi?), senza nessuno: avrebbe voluto mangiare le carrube dei porci «ma nessuno gliele dava». È in preda alla fame e alla solitudine. Ha toccato il fondo. Non vuole morire e l’unica salvezza che gli si apre in quel drammatico soliloquio – non gli è rimasto che sé stesso con cui parlare! -, è il ricordo del padre. A che altro si pensa quando si sta per morire di fame se non al pane? Del padre ricorda la generosità con cui trattava i suoi lavoratori: «hanno pane in abbondanza». Del resto non aveva lui ricevuto in eredità più di quanto gli spettava? Decide così di tornare. La svolta cruciale della parabola sta qui. Senza questa decisione sarebbe morto. Tutto il bel discorso che ha tessuto nella sua mente non ha altro fine che di farsi riammettere dal padre alla tavola, seppure alla tavola dei servi. I motivi non sono così sublimi, ma il barlume di una relazione ancora possibile non si è spento.
Eccoci alla terza scena. Il padre lo vede arrivare quand’è ancora lontano. Non è andato a cercarlo, come invece avevano fatto il pastore e la donna delle parabole precedenti. Gli corre incontro, ma il primo passo l’ha dovuto fare il figlio. Ricordiamo bene la sinfonia di gesti messa in moto dalla compassione, gesti affastellati l’uno sull’altro e riversati sul collo di quel figlio tornato finalmente a casa. Il vestito nuovo, segno della figliolanza ritrovata; l’anello al dito, segno di un legame che non vorrebbe spezzarsi mai; i calzari ai piedi, segno della vera libertà riconquistata. E scoppia la festa: tutti a banchettare, suonare e danzare, «perché questo figlio mio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». Non importa perché sia tornato, importa solo che abbia capito che nella casa del padre si sta meglio. Al padre è bastato questo per ridargli ciò che simbolicamente gli aveva già consegnato quando era partito: la vita. La parabola, se avesse seguito l’orma delle precedenti, avrebbe potuto fermarsi qui. Invece no. Manca qualcuno. Forse non ce n’eravano accorti. È il figlio primogenito, di cui finora sappiamo soltanto che aveva ricevuto la metà dei beni fin da quanto il fratello se n’era andato. Siamo così all’ultima scena. E qui le cose si complicano perché il maggiore non poteva sapere del ritorno del fratello: «si trovava nei campi» a lavorare. Mentre a casa si fa baldoria lui fatica alacremente. Il contrasto è stridente e fa intravvedere il profondo conflitto che vi si nasconde dietro. Infatti, appena sente la musica e le danze, si ferma fuori. Perché non entra e manda invece un servo ad informarsi di quanto sta succedendo? Da lui viene a sapere il motivo della festa, ripetuto così una seconda volta: il fratello è tornato, per questo il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso «perché lo ha riavuto sano e salvo». Il padre ha appena riconquistato un figlio che credeva morto ma sta per perderne un altro, anzi, l’aveva già perduto senza accorgersene. La famiglia è divisa più di prima.
«Allora il padre uscì a pregarlo». Chi si converte è ancora una volta lui, il padre. È lui che esce di casa e percorre il pezzo di strada che lo separa dal figlio maggiore. Adesso il divario da colmare non è più soltanto tra un padre e un figlio, ma anche tra due figli che non vivono da fratelli ( dice «tuo figlio», non «mio fratello»), a riprova del fatto che fratelli non si nasce – non è un dato ontologico! -, ma si diventa. Padre e figlio sono ora uno di fronte all’altro. Il figlio maggiore gli butta in faccia tutta la rabbia e il dissenso che covava da tempo nel cuore. No, lui in quella casa in festa per un disgraziato che ha sperperato tutti i suoi averi vivendo da dissoluto, non ci vuole entrare. L’osservante, l’ossequiente a tutti gli ordini del padre non puòcondividere il banchetto con chi è andato a prostitute. E poi c’è quel reclamo acido che nasce da un confronto impari: «a me non hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici». Sebbene non fosse mai andato via fisicamente e fosse stato ligio al dovere, era interiormente lontanissimo dalla casa paterna e dal cuore grande del padre. Viveva più da mercenario che da figlio, agli ordini di un padre-padrone tenuto a «pagargli» il prezzo della sua fedeltà. Alla fin fine i due figli si assomigliano più di quanto possa sembrare. li minore voleva i beni paterni per vivere senza regole, il maggiore per essere ricompensato della sua ossequienza.
La supplica che il padre rivolge al maggiore per convincerlo a entrare fa cogliere il punto nodale della parabola: se i due fratelli non stanno insieme, se non gioiscono della stessa festa che desidera per i due, che rimane della sua paternità? che rimane della figliolanza e della fraternità? «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo», assicura il padre al figlio ostinato. Non gli aveva già concesso la sua parte di eredità dopo la richiesta avanzata dal minore? S’era dimenticato di avere ricevuto tutto gratuitamente, prima ancora della sua pedissequa obbedienza? Si può pagare l’amore e la vita che sono dati sempre prima e gratuitamente di ogni nostra risposta? Il silenzio del figlio minore, dopo che si è visto accogliere con una festa inimmaginabile, è più eloquente di quanto sembri. Che si può dire o fare di fronte allo sperpero della compassione? In fondo, non rimane che la gioia di essere salvati per via impensabili e imprevedibili. Ma di tale gioia il maggiore ora non ne vuole sapere. E neppure il padre è nelle condizioni di instaurare la fratellanza se tra i suoi due figli continua ad esserci ostilità. Perché si dispieghi la riconciliazione, forse non è sufficiente la festa, occorrono anche le lacrime. A indicarcelo non è però la parabola evangelica. Il finale della parabola rimane infatti sospeso sull’affermazione del padre: «tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
Tocca ora al lettore concludere il racconto e scrivere la quinta scena, tocca a lui decidere se entrare o no nella casa in festa per il ritorno del figlio perduto, se accettare vie di salvezza al di fuori dei suoi schemi. Ma, riprendendo quanto ci hanno lasciato le prime due parabole finite entrambe in gloria, c’è da chiedersi anzitutto se ci siamo accorti di avere perduto qualcuno. La nostalgia, il senso di perdita, viene solo da chi è capace di provare amore, di sentire che senza l’altro, sia come esso sia, non si può vivere. Anche il ritorno è possibile a patto che si colga ciò che manca e che soltanto un altro può offrire: il pane, la festa, un capretto, una tunica, dei calzari. Il figlio minore ha saputo colmare, spinto dal suo bisogno, la distanza tra lui e il padre. Non importa il punto da cui si parte, fosse anche il più miserabile, disperato, lontano anni luce da dove ci troviamo noi, conta il punto d’arrivo: nella casa del padre si sta meglio. Questo è il miracolo inaspettato che ha fatto scoppiare la gioia. Ma in quella casa il padre ci vuole a fare festa insieme. Come fare sì che sotto lo stesso tetto, sotto il medesimo cielo, mangino allo stesso tavolo giusti e peccatori, amici e nemici, credenti e non credenti, conservatori e dissidenti? Si può tornare da un paese lontano dove si era in mezzo ai porci. Si deve poter fare anche un altro viaggio altrettanto importante: varcare la soglia di casa ed accogliere in festa chi tra i porci c’è stato ma ha preferito tornare. La seconda distanza può essere infinita, soprattutto quando si crede di non doverla percorrere. La fratellanza è una parola tremante nella notte, involontaria rivolta dell’uomo presente alla sua fragilità, direbbe Ungaretti.

Il Padre accoglie il figlio a bandiere spiegate. Non gli domanda nulla: donde è venuto, con chi sia venuto, perché sia venuto. Ciò che veramente importa è che sia venuto, che egli abbia ora nel cuore la certezza della grazia che nella casa c’è quanto invano e tormentosamente ha cercato altrove, che ceda finalmente all’amore, che sia nuova creatura. Che triste spettacolo la nostra frequente incomprensione della larghezza infinita di Dio e come essa infastidisca, inceppi, se non stronchi addirittura, il passo delle anime che cercano Dio! La conseguenza più nefasta del peccato e di farci disperare dell’amore di Dio, incutendoci la paura, che uccide il figliolo e fa lo schiavo. Un tale sentimento è naturale nell’uomo, ove i torti diminuiscono e spengono addirittura l’affetto. Schiavo del peccato vuol dire essere sotto il dominio di questa paura che toglie ogni possibilità di risurrezione. Se la porta è chiusa, se le braccia del padre non sono spalancate per me, a che ritornare? Come strappare dall’animo del prodigo un tale scoramento, che per di più legato alla certezza d’avere meritato tutto ciò e più ancora? Come può l’uomo peccatore credere e abbandonarsi all’amore? La redenzione s’innesta sul tronco umano spezzato dal peccato, proprio a questo punto… L’incarnazione e la passione sono la follia dell’amore di Dio per farsi accettare dall’uomo peccatore. Dopo tale follia si capisce come il più grande peccato sia il non credere all’amore di Dio per noi. Noi possiamo dimenticarci di Dio, egli non ci dimentica; noi possiamo allontanarci da Lui, Dio non si allontana. Egli ci attende su ogni strada d’esilio, a qualunque muricciolo di non so qual pozzo di quaggiù, ai piedi di qualunque albero di sicomoro… Ci attende non per rimproverarci, neppure per dirci: “Te l’avevo detto”, ma per coprirci della sua carità, per salvarci perfino dal guardare indietro con troppo rammarico. Dostoevskij fa dire alla donna colpevole: “Dio ti ama a causa dei tuoi peccati”. Non è esatto: Dio ci ama come siamo, per farci diventare come vuole. (Don Primo Mazzolari, La più bella avventura)

Davide Maria Turoldo:

Ho l’anima rossa di ricordi
ultimo sangue che ancora mi resta:
poi tutto ho perso
cuore sostanze
lungo le strade.
Ricordo la tua mano protesa verso la mia casa
e mi dicesti: «Sali
a metterti la veste».
Ora la Tua calma riappare
sopra la grande città.




Dalla fiducia in Dio la vera forza
Padre Ermes Ronchi

Dalla fiducia in Dio la vera forza

di Ermes Ronchi  (Avvenire 18/02/2010)

 

Le tre tentazioni di Gesù nel deserto, sono le tentazioni dell’uomo di sempre.

«Le grandi tentazioni non sono quelle di cui è preoccupato un certo cristianesimo moralistico, non sono quelle, ad esempio, che riguardano il comportamento sessuale, ma quelle che vanno a demolire la fede» (O. Clément).

C’è un crescendo nelle tre prove: vanno da me, agli altri, a Dio.

La prima tentazione: pietre o pane? Una piccola alternativa che Gesù apre, spalanca. Né di pietre né di solo pane vive l’uomo. Siamo fatti per cose più grandi; il pane è buono, è nel Padre Nostro, è indispensabile, ma più importanti ancora sono altre cose: le creature, gli affetti, le relazioni. È l’invito a non accontentarsi, a non ridurre i nostri sogni a denaro. Non di solo pane vive l’uomo! Il pane è buono, il pane dà vita, ma più vita viene dalla Parola di Dio.

Poi il tentatore alza la posta. Da me agli altri: io so come conquistare il potere! Tu ascoltami e ti darò il potere su tutto… È come se il diavolo dicesse a Gesù: Vuoi cambiare il mondo? Allora usa il potere, la forza, occupa i posti chiave. Vuoi salvare il mondo con niente, con l’amore, addirittura con la croce? Sei un illuso! Cosa se ne fa il mondo di un crocifisso in più? Vuoi avere gli uomini dalla tua parte? Assicuragli pane, autorità, spettacolo, allora ti seguiranno! Ma Gesù vuole liberare, non impossessarsi dell’uomo, lui sa che il potere non ha mai liberato nessuno. Il male del mondo non sarà vinto da altro male, ma per una insurrezione dei cuori buoni e giusti. Il diavolo chiede ubbidienza e offre potere. Fa un commercio, un mercato con l’uomo. Esattamente il contrario di come agisce Dio, che non fa mercato dei suoi doni, ma offre per primo, dà in perdita, senza niente in cambio.

L’ultimo gradino è una sfida aperta a Dio, demolisce la fede facendone l’imitazione: «Chiedi a Dio un miracolo». E ciò che sembra essere il massimo della fede, ne è invece la caricatura: non fiducia in Dio ma ricerca del proprio vantaggio, non amore di Dio ma amore di sé, fino alla sfida. Buttati verranno gli angeli. Gesù risponde «no»: «Io so che Dio è presente, ma a modo suo, non a modo mio. Dio è già in me forza della mia forza». E gli angeli mi sono attorno con occhi di luce. Dio è presente, è vicino, intreccia il suo respiro con il mio. Forse non risponde a tutto ciò che io chiedo, eppure avrò tutto ciò che mi serve. Interviene, ma non con un volo di angeli, bensì con tanta forza quanta ne basta al primo passo. (Letture: Deuteronomio 26,4-10; Salmo 90; Romani 10,8-13; Luca 4,1-13)