I SETTANTA+DUE
Ester Abbattista

I settantadue.
Ester Abbattista[1]
(IL REGNO 29/06/2022)

XIV domenica del tempo ordinario

Lc 10,1-12.17-20

Nel Vangelo di oggi assistiamo all’invio di 72 messaggeri di pace e annunciatori del Regno. Dopo alcune importanti istruzioni i 72 partono e viene descritto il ritorno di questi discepoli pieni di gioia per i successi ottenuti.
Certamente sono tanti i particolari su cui ci si potrebbe fermare per approfondire e riflettere, ma vorrei invece porre attenzione sul primo elemento di questo racconto, che forse rimane il più trascurato, ovvero sul numero «72». In realtà è un numero strano, ci si aspetterebbe di più una cifra tonda, come 70, che richiami, come multiplo di sette, la totalità di questo invio. Che questo numero 72 faccia problema risulta anche da diversi autorevoli manoscritti che, appunto, correggono la cifra in 70.
Ovviamente sono possibili diverse spiegazioni per questa discrepanza tra gli antichi manoscritti, ma tra queste ce n’è una intra-biblica che può suggerirci un’ulteriore riflessione. La scelta di 72 persone a delle orecchie allenate al racconto biblico fa subito venire in mente un’altra scena dove un altro Maestro — Mosè nella tradizione ebraica viene chiamato Moshè rabbenu (Mosè nostro maestro) — convoca 70 anziani perché lo aiutino a portare avanti la sua missione verso la terra promessa.
In realtà, però, il numero delle persone sulle quali discenderà lo Spirito di Dio sarà 72, con un ulteriore particolare: mentre i 70 che ricevono lo Spirito in presenza di Mosè intorno alla tenda del convegno «profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito» (Nm 11,25), gli altri due che erano rimasti nelle loro tende non solo ricevettero il medesimo Spirito e incominciarono a profetizzare, ma non si dice che smisero di farlo in seguito. Anzi, alla protesta di Giosuè, che vede in tutto questo una trasgressione all’ordine del maestro, Mosè risponde: «Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!» (Nm 11,29).
Ecco allora che l’invio da parte di Gesù di 72 discepoli, se si tiene conto di quanto fosse familiare il testo di Numeri nel contesto ebraico in cui tutto questo avviene, può avere un ulteriore significato proprio a partire dall’episodio appena narrato. C’è sicuramente un’«ufficialità» che va comunque rispettata, ma che non può essere esclusiva, poiché lo Spirito di Dio non può avere limiti organizzativi o istituzionali e può posarsi su chiunque al di là di regole, norme e ordinamenti.
L’invio di 72 discepoli pone allora, da parte del Signore, una condizione essenziale per la buona riuscita della missione stessa: al di là del mandato e dell’invio è lo Spirito che suscita e guida coloro che a sua volta lo accolgono e si lasciano guidare, poiché tutti possono essere profeti nel popolo di Dio. E di fatto tutti i cristiani in virtù dello spirito ricevuto nel loro battesimo sono costituiti come popolo regale, profetico e sacerdotale, a tutti è dato il medesimo Spirito, il quale è libero di agire al di là di ogni norma e istituzione. Norma o istituzione che non viene, però, abolita o disattesa, poiché anch’essa di per sé necessaria, ma resa non esclusiva o escludente, proprio nel rispetto della libertà dello Spirito, della sua costante e continua creatività e libertà.
A riprova di tutto questo è la frase finale con cui si chiude questo episodio. I discepoli ritornano gioiosi perché la loro missione è stata straordinaria: «I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”», e questo grazie proprio al potere che il Signore ha dato loro: «Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi».
Ma non tanto la buona riuscita della missione, insegna Gesù, quanto un altro deve essere il motivo della gioia: «Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». «I nomi scritti nei cieli»: e a chi è dato salire nei cieli per poter leggere quei nomi? Possiamo, come Mosè, inscrivere nell’ordine dei chiamati 70 nomi (che sono già una totalità), ma non possiamo chiudere la porta, escludere quegli altri 2 nomi che solo lo Spirito conosce; non ne abbiamo, semplicemente, l’autorità: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,29; 3,6; 3,13; 3,22).


[1] Biblista. Arcidiocesi di Trento.




Fare sociale: un luogo teologico e un luogo spirituale
Don S. Abagnale

Fare sociale: un luogo teologico e un luogo spirituale.
https://www.settimananews.it/teologia/castellammare-di-stabia-un-luogo-teologico/

Salvatore Abagnale

A partire da una provocazione teologica ho scritto queste righe sollecitato dall’articolo di Giuseppe Guglielmi apparso su SettimanaNews, in particolare dalla sua sottolineatura del “fare sociale”[1]. Le sue parole mi hanno provocato in profondità, ed hanno suscitato il desiderio sincero di continuare la riflessione partendo dalla mia esperienza concreta di parroco.
Da anni vivo e lavoro a Castellammare di Stabia, (in uno dei tanti comuni della città metropolitana di Napoli), in un quartiere sociale segnato da marginalità profonda (Acqua della Madonna). Ogni giorno mi muovo tra case in degrado, ragazzi senza prospettiva, famiglie appesantite da ferite che si ereditano da generazioni.
È un territorio che non ha bisogno di spiegazioni, ma di presenza. Che non ti chiede se hai le risposte giuste, ma se ci sei davvero. Qui ho imparato che la teologia non può essere solo scritta o pensata: deve essere abitata[2]. Ho imparato che il “fare sociale” non è un’attività collaterale della pastorale, ma un luogo teologico in cui Dio si rivela nel volto dell’altro, nella lotta quotidiana per la giustizia, nel grido silenzioso di chi resiste.
Non scrivo da esperto, ma da testimone. E se queste riflessioni hanno un valore, non lo devono alla loro coerenza teorica, ma alle notti trascorse accanto ai genitori in lacrime, ai ragazzi che cercano una via, ai collaboratori che non si arrendono. Perché la teologia, se vuole toccare davvero la vita, deve prima lasciarsi toccare[3].
Fare, non applicare
In un tempo che ci abitua alla frammentazione e alla velocità, può sembrare paradossale richiamare l’urgenza del fare come dimensione generativa del pensiero teologico. Ma è proprio in questa apparente contraddizione che si nasconde una delle sfide decisive per la teologia contemporanea: non accontentarsi di applicare dottrine al reale, ma abitare il reale come luogo teologico, riconoscendo nel fare – quando è radicato nell’ascolto e nella responsabilità – una sorgente ermeneutica, non una semplice conseguenza pratica. La teologia – se non vuole diventare esercizio museale o ripetizione autoreferenziale – è chiamata a riscoprire il fare sociale non come ambito secondario, ma come il suo ambiente sorgivo. Non si tratta di una teologia ridotta a sociologia religiosa. Si tratta di riconoscere che il reale interroga, che l’umano in cammino – con le sue ferite e i suoi desideri – è una grammatica vivente da cui lasciarsi convertire. Il teologo non è colui che parla di Dio in astratto, ma colui che si lascia ferire dal reale alla luce della Rivelazione. La Scrittura stessa non è un manuale di risposte, ma un racconto di vite in cammino, di scelte incarnate, di storie attraversate da Dio. È nel fare dei profeti, nel loro gesto che rompe l’indifferenza, che la Parola prende corpo. È nel fare di Gesù – che tocca i lebbrosi, spezza il pane, si lascia trafiggere – che la teologia si rivela nella sua forma più vera: non una teoria su Dio, ma l’esperienza di Dio che attraversa la storia.Per questo, parlare di fare significa riconoscere che ogni gesto di giustizia, ogni scelta di prossimità, ogni impegno per la pace o per l’ambiente non è un “dopo” della teologia e della pastorale, ma è essa stessa teologia e missione pastorale, nella misura in cui manifesta – anche implicitamente – la tensione al Regno. L’agire umano non è un campo da colonizzare con idee teologiche, ma un luogo in cui Dio già opera, già parla, già si rivela. Il fare non è l’applicazione della teologia, ma il suo grembo. E allora il pensiero teologico è chiamato a riformularsi: non come sistema chiuso, ma come ascolto sapienziale della realtà, come discernimento spirituale delle tensioni della storia. Dove c’è lotta per la dignità, c’è una domanda di Dio. Dove c’è povertà, grido, emarginazione, c’è già un terreno teologico. Dove c’è speranza – anche fragile – c’è già teologia. L’immagine biblica della creazione ci aiuta: Dio non ha applicato un progetto, ha fatto, ha plasmato, ha visto che era cosa buona. Il fare, per Dio, è atto generativo, non esecutivo. Allo stesso modo, il fare teologico non è una traduzione in pratica di concetti, ma un plasmarsi insieme al reale sotto l’azione dello Spirito.Forse oggi, più che mai, la teologia è chiamata a camminare. A essere pellegrina tra le periferie del mondo, in silenzio, in ascolto, con le mani immerse nella carne delle contraddizioni. È qui che il pensiero si fa profezia, che la parola si fa gesto, che il fare diventa preghiera. Non si tratta di scegliere tra teoria e prassi, ma di riconoscere che, nel Regno, la verità è sempre in azione[4].
Il grembo della teologia
Le intuizioni più vere non nascono nei laboratori della sistematizzazione, ma nel crogiuolo della vita. Non è nel tempo della sicurezza che la teologia genera parole nuove, ma nella tensione vissuta, nel conflitto che lacera e interroga. È lì – tra giustizia e ingiustizia, tra cura e abbandono, tra dignità e sfruttamento – che la domanda su Dio si fa radicale, necessaria, autenticamente umana[5]. La teologia non nasce dopo. Nasce dentro. Dentro i margini, dentro le ferite, dentro il grido. Il fare sociale non è il “dopo” della riflessione teologica, non è l’appendice pastorale di una verità già decisa altrove. È il suo grembo. È il luogo dove lo Spirito plasma, disordina, feconda. C’è una teologia e una progettazione pastorale che si scrive nei trattati, e una teologia e una progettazione pastorale che si scrive nella carne, nelle strade, nei cantieri educativi, nei centri di accoglienza, nei quartieri feriti. Lì dove le mani si sporcano, il cuore si spezza e lo sguardo si alza. È lì che la Chiesa si fa carne, che incontra la storia e la abita non come spettatrice, ma come levatrice di speranza. Il fare sociale – l’esperienza del volontariato, dell’impresa etica, della lotta per i diritti, dell’educazione nei contesti fragili – è già luogo teologico, perché è lì che il Vangelo prende corpo. Non è un ambito parallelo al pensiero cristiano, è la sua carne. È il laboratorio in cui la Parola si fa gesto, in cui l’annuncio si fa silenzio, in cui la fede si misura con il reale. Ma c’è di più: il fare sociale è anche luogo spirituale. È scuola di kenosi, perché è lì che si apprende la logica dell’abbassamento di Cristo[6]. Non c’è teoria che possa sostituire l’esperienza concreta del mettersi a servizio, dell’entrare nei luoghi dove l’umano è più nudo. La croce non è una dottrina: è una postura. E solo dentro il cammino della dedizione, della prossimità, della solidarietà, se ne comprende il peso e la luce. Il grembo della teologia, allora, non è un’aula, ma una soglia. La soglia tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. La soglia tra l’uomo e Dio. Una soglia abitata da chi si ostina a credere che il bene sia possibile, e che ogni gesto che lo anticipa – per quanto piccolo – è già profezia del Regno. Non si tratta di portare Dio nel sociale. Si tratta di riconoscerlo già lì. Nascosto, vulnerabile, in attesa. La teologia, se vuole essere fedele alla sua origine pasquale, deve nascere da questo grembo. Deve lasciarsi generare da questo travaglio.
Contaminazione generativa
Se vogliamo generare una teologia e un’azione pastorale capace di futuro, non possiamo proteggerla dietro i vetri blindati dell’accademia o dentro le mura tranquille delle sagrestie. È tempo di lasciarla contaminare. Non nel senso di corromperla, ma di fecondarla, di farle perdere l’innocenza astratta per farle guadagnare la verità dell’incontro. Una contaminazione generativa, che nasce dal contatto con il fare popolare, con l’agire incarnato, con le pratiche di resistenza quotidiana al male e alla rassegnazione. È lì che la teologia si fa adulta: quando si lascia attraversare dalla complessità senza rinunciare alla speranza, quando accoglie le contraddizioni del mondo come luogo di rivelazione, e non come inciampo da eludere. Non basta “applicare” la teologia alla realtà: occorre lasciarsi provocare da essa, lasciarla trasformare dal dolore che incontra, dai volti che ascolta, dai processi che accompagna, dalla cultura contemporanea che può disorientare le nostre presunte certezze[7]. Questa operazione non è solo intellettuale. È spirituale ed ecclesiale. Richiede una conversione. Chiede alla Chiesa – e ai suoi pensatori – di traslocare: di uscire dalle proprie stanze ordinate per abitare le tensioni della storia. Di imparare un’altra grammatica, quella che nasce dal basso, dall’esperienza, dall’incrocio tra vite vulnerabili e desideri inesauditi. Le periferie non sono più – e forse non lo sono mai state – semplici destinatari della missione. Sono fonti di senso. Sono il luogo dove la fede si misura, dove la speranza si fa carne, dove l’amore si verifica. La teologia ha bisogno di camminare. Di farsi pellegrina. Di lasciarsi formare dalla relazione, dall’ascolto, dal discernimento comunitario. Di accettare che la verità non si impone dall’alto, ma si scopre passo dopo passo, insieme, nella condivisione di uno stesso terreno, spesso accidentato, ma sempre gremito di possibilità[8]. In questo senso, il fare sociale non è solo oggetto di riflessione teologica: è suo interlocutore, è sua sorgente. Dove ci sono pratiche di giustizia, di inclusione, di promozione umana, là sta già parlando Dio. La teologia deve imparare a riconoscere questi luoghi, non solo per illuminarli, ma per lasciarsi illuminare. Non si tratta di sostituire il logos con un semplice pathos, né di ridurre la fede a prassi. Si tratta di tessere un pensiero capace di verità, dunque rigoroso e fatto di studio serio, perché radicato nella vita. Un pensiero che non ha paura di sporcarsi, che non teme l’ambivalenza della realtà, che sa cogliere nella polvere delle strade il soffio dello Spirito. Solo così la teologia potrà essere ancora generativa: quando accetterà di contaminarsi con ciò che pulsa, ferisce e trasforma. Quando non si preoccuperà di “difendere” la fede, ma di lasciarla nascere di nuovo, ogni giorno, dentro la carne del mondo.
Un nuovo immaginario
Non possiamo più accontentarci di una teologia e di una progettazione pastorale che osservano, che analizzano, che commentano dall’alto. Non basta più interrogarsi su ciò che accade: è necessario “accadere con”. Essere dentro la storia, lasciarsi inquietare, spostare, convertire da essa. Una teologia che si accontenta del commento, così come una pastorale di conservazione, rischiano di diventare sterile; una teologia e una pastorale che si immergono nei vissuti reali diventano profezia[9]. È tempo di immaginare altro. Di dare forma a una teologia che non sia solo scritta nei libri, ma scolpita nelle vite. Una teologia che prende parola partendo dal silenzio di chi non ha voce. Che si lascia abitare dalla precarietà, dalle crisi educative, dalla solitudine urbana, dall’urlo muto dei territori feriti, come quelli della Terra dei Fuochi. Lì, proprio lì, si ascolta lo Spirito. Non nei santuari ovattati, ma tra le rovine abitate, nei luoghi dove si lotta per un futuro possibile. È nei cortili delle scuole, nelle carceri, nelle cooperative che rinascono dalle mafie, nelle periferie culturali e affettive delle nostre città, nelle molteplici marginalità che Dio continua a scrivere le sue parabole. È lì che la rivelazione si fa presente. Ed è lì che la teologia deve stare. Per questo serve un nuovo immaginario. Non quello del potere, della dottrina come arma, della verità come possesso. Ma quello dell’artigianato spirituale: una teologia vissuta, comunitaria, incarnata. Una teologia che nasce dal popolo, che cresce nel dialogo, che si affina nella concretezza del fare. Che non si limita a “interpretare” le esperienze, ma le assume come luogo generativo di pensiero. Come grembo teologico. Solo così il “fare sociale” potrà smettere di essere l’appendice pastorale dei nostri documenti – l’ultimo capitolo di una teologia già decisa – e tornare a essere l’inizio di ogni discorso su Dio e sulla Chiesa. Perché dove si cura, si accoglie, si educa, si lotta, si costruisce giustizia… lì il Verbo continua a farsi carne. È questa l’urgenza: generare una teologia che accade. Che non si limita a spiegare, ma si compromette. Che non si rifugia nel già detto, ma osa parole nuove. Che non teme la contaminazione con il reale, perché sa che lo Spirito ha scelto proprio il reale come suo luogo di dimora. Solo così potremo sognare una Chiesa all’altezza del Vangelo. E una teologia all’altezza del mondo che cambia.


[1] G. Guglielmi, Sulla teologia rapida /5, in SettimanaNews, 4 maggio 2025.
[2] Papa Francesco, Evangelii Gaudium, n. 24.
[3] Tonino Bello, Alla finestra la speranza, Molfetta 1997. Nel suo stile profetico e quotidiano, don Tonino Bello amava dire che «la teologia deve avere i calli alle ginocchia e le mani sporche di pane». È un’immagine potentissima, che ci restituisce l’idea di una teologia che nasce dalla preghiera e dal servizio, dalla contemplazione e dall’impasto della realtà. Nel contesto del “fare sociale”, questa espressione ci spinge a uscire dalla dicotomia sterile tra azione e pensiero, spiritualità e impegno, Chiesa e mondo. Don Tonino ci mostra che la santità e la riflessione possono – e devono – intrecciarsi con la fatica del vivere e con l’urgenza dell’umanità. Una teologia che si inginocchia e serve, che si lascia ferire e nutre, è una teologia che profuma di Vangelo e ha qualcosa da dire anche al mondo che soffre.
[4] Congregazione per l’Educazione Cattolica, Veritatis gaudium, n. 4c.
[5] J.B. Metz, La fede nella storia e nella società, Brescia 1977.
[6] Fil 2,5-11.
[7] Papa Francesco, Fratelli tutti, n. 97.
[8] C. Theobald, Il cristianesimo come stile. Un modo di fare teologia nella postmodernità, Bologna 2000. Theobald, in questo testo fondamentale, propone una visione del cristianesimo non come sistema dottrinale da difendere, ma come stile di vita da incarnare, dentro la storia concreta degli uomini e delle donne del nostro tempo. Lo “stile” non è estetica o optional, ma il modo stesso in cui il Vangelo si rende credibile nel mondo. Theobald ci aiuta a comprendere che non basta “fare qualcosa di buono” per i poveri o i fragili, ma che è necessario assumere un’intera postura cristiana fatta di prossimità, umiltà, dialogo e ascolto. Il fare, in questa prospettiva, non precede né segue il pensiero, ma lo accompagna, lo plasma, lo rivela. La teologia, allora, si fa stile: cioè forma di vita, non solo forma di linguaggio.
[9] Isaia 58,6-11.




Pentecoste. Il volto di Dio piange sangue nell’ombra.

Lettera agli amici – Pentecoste 2019

Cari amici, ospiti e voi che ci seguite da lontano,
come Lettera agli amici, proponiamo alcune parole tratte dal testo di una conferenza pronunciata da Olivier Clément (1921-2009) al Pontificio Collegio Russicum nel marzo 1996. Desideriamo in questo modo fare memoria, a dieci anni dalla morte, di questo indimenticabile amico della nostra comunità, vero pneumatoforo e costruttore di ponti, che ha illuminato con la sua riflessione appassionata e chiaroveggente il cuore dell’uomo e il cuore del mondo, con un messaggio di grande fiducia e speranza, nel soffio dello Spirito santo, nel fuoco della Pentecoste.
Se c’è un’onnipotenza di Dio essa è inseparabile dalla sua onnidebolezza. Dio si ritira in qualche modo (nozione vicina allo zimzum della mistica ebraica) per lasciare all’angelo e all’uomo lo spazio della loro libertà. Egli attende il nostro amore, ma l’amore dell’altro non si comanda. “Ogni grande amore è sempre crocifisso”, diceva Evdokimov. Sì, Dio ha rischiato, Dio è entrato in una vera e dunque tragica storia d’amore. L’Adamo molteplice che siamo tutti noi non ha potuto evitare la prova della libertà. Per affermarsi, per individualizzarsi, si è allontanato dal Padre come il figlio prodigo della parabola. Allora il mondo, creato dal nulla – cioè che non ha fondamento in se stesso –, ha cominciato a scivolare verso il nulla, questo nulla al quale gli angeli decaduti, che dimentichiamo con troppa facilità, danno una consistenza distruttrice. In un certo modo, Dio è stato escluso dalla sua creazione, non la mantiene che dall’esterno. Dio è diventato un “re senza regno”, secondo l’espressione di Nicola Cabasilas. Davanti al male universale – il mondo che “giace nel male”, come dice san Giovanni – “il volto di Dio piange sangue nell’ombra”, violenta espressione di Léon Bloy spesso citata da Nikolaj Berdjaev.
Fino a che il “sì” di una donna permette a Dio di rientrare nel cuore della sua creazione per restaurarla, per strappare l’umanità alla fatalità e al fascino del nulla e aprirgli, anche attraverso le tenebre, vie di resurrezione. Ma il Dio crocifisso non ha il potere dei tiranni e delle tempeste. È un immenso influsso di pace, di luce e di amore che, per agire, ha bisogno di cuori che si aprano liberamente a Lui. La Parusia avverrà per effrazione, e non c’è già ora un momento che non possa lasciar passare la sua luce. Ma essa esige anche una preparazione: in Cristo, sotto il soffio dello Spirito, l’uomo ritrova la sua vocazione di creatore creato. Davanti al cieco nato, Gesù rifiuta di dare spiegazioni a partire dal peccato: né quest’uomo né i suoi genitori hanno peccato. Ma quest’incontro avviene per la gloria di Dio, e Lui lo guarisce. La spiritualità del terzo millennio sarà meno di rifiuto e più di trasfigurazione; una spiritualità pasquale, una spiritualità di resurrezione!
Allora capiremo che non si possono mettere limiti alla speranza, come diceva Hans Urs von Balthasar. La preghiera e il servizio per la salvezza universale saranno la risposta alla tragedia dell’inferno. L’inferno, come condizione generica, come assenza di Dio, è stato distrutto dal Sabato santo. Dio ormai non è più assente da nessuna parte. Ma bisogna “sedersi alla tavola dei peccatori”, come diceva Teresa di Lisieux, e “versare il sangue del proprio cuore”, come aggiungeva lo starec Silvano del monte Athos, affinché l’ultimo inferno, quello dell’individuo chiuso in se stesso, sia sommerso dall’onda di amore della comunione dei santi, cioè i peccatori che accettano di essere perdonati.
Uno dei fondamenti spirituali maggiori del futuro sarà quindi la kénosis. Nella Lettera ai Filippesi san Paolo dice che Dio in Cristo ekénosen, si è annullato, svuotato di sé. Intuizione geniale: evocare Dio non nel linguaggio del pieno, ma nel linguaggio del vuoto. Il pieno rimanda alla ricchezza, all’abbondanza, alla potenza. Lo svuotarsi, il vuoto, esprime il mistero dell’amore. Dio si trascende verso l’uomo in un movimento inverso. Non è un Dio pienissimo, pesante, che schiaccia l’uomo, ma un Dio “svuotato” nell’attesa della nostra risposta d’amore …
I fondamenti spirituali del futuro devono incarnarsi in un nuovo stile di vita, fatto insieme di umiltà e di fierezza, di ascesi e di fantasia: la “gaia scienza” nello Spirito santo. Uno stile regale, ma senza dimenticare che il re ha sempre bisogno di un buffone: tentare di essere cristiano nel mondo, così com’è e come sarà, esigerà una certa “follia”.
Uno stile che esigerà la più alta ascesi, perché ci vorrà tutta la forza dello spirito nel senso di viva intelligenza affinché l’uomo possa aver potere sul proprio potere. Uno stile che esigerà simultaneamente l’ardore di un cavaliere della vita e l’intuizione e l’impertinenza dell’artista. Uno stile che si esprimerà in un incontro rinnovato dell’uomo e della donna: non di subordinazione, né di complementarietà, ma due solitudini e due pienezze, due modi di vivere il mondo e di farlo esistere, a volte per grazia di farlo esistere in un nuovo Cantico dei Cantici. Uno stile in cui si “respira lo Spirito”, in cui si balla nella non-morte, perché il Cristo è risorto. E poiché Cristo è risorto e lo Spirito è versato segretamente dappertutto e abbraccia tutto, vorrei concludere con le parole di Nikos Kazantzakis: “Ogni uomo può salvare il mondo intero”.

Bose, 9 giugno 2019




Noi, frammenti ospitali di Dio
P. Ermes Ronchi

Noi, frammenti ospitali all’avvento di Dio.
padre Ermes Ronchi (16-05-2004)

 Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Una passione di unirsi abita la storia di Dio e dell’uomo, così che Dio per millenni ha cercato un popolo e profeti di fuoco, re e mendicanti, e infine una donna di Nazaret per entrare in comunione con l’umanità. Tommaso d’Aquino diceva che l’amore è passione di unirsi alla persona amata. Dio è amore, passione di unirsi all’umanità.
Verremo. Bellissimo questo venire di Dio, il suo nome è Colui-che-viene, colui che ama la vicinanza, che abbrevia instancabilmente le distanze. E prenderemo dimora presso di lui. In me il Misericordioso senza casa cerca casa. Forse non troverà mai una vera dimora; posso offrire solo un povero riparo, non ho virtù o meriti particolari, non ricchezze spirituali, ma una cosa sola Lui mi domanda: essere un minimo frammento di cosmo ospitale verso l’avvento di Dio.
Dio prende dimora dentro: ma se non pensi a lui, se non gli parli dentro, se non lo ascolti nel segreto, se non sosti dentro di te, nel silenzio, accanto a lui, forse la casa è vuota, non sei ancora dimora di Dio. Se non c’è rito nel cuore, se non c’è una liturgia nel cuore, tutte le nostre liturgie ecclesiastiche, anche le più imponenti, sono maschere del nulla, suonano vuote. Custodisci i riti del cuore (A. Casati).
Due sono i doni del Risorto: la pace e lo Spirito.
Pace, miracolo fragile infinitamente infranto. Che si custodisce solo insieme, condividendolo.
E lo Spirito, che è accensione del cuore, incandescenza e dinamismo, che è vento e non ama le porte chiuse. Lo Spirito ci fa innamorare di un cristianesimo che sia visione, incantamento, fervore, poesia, testimonianza viva.
E vi riporterà al cuore tutto ciò che io vi ho detto. Lo Spirito dialoga con noi senza pausa. Consolatore è il suo nome, e non perché esorcizza solitudini, lacrime o fallimenti, guaritore delle mie paure di vivere, ma perché è il maestro della strada verso il tempio del cuore, verso la liturgia del cuore; perché ci salva da una vita senza cuore, da azioni e parole senza cuore. Perché è il sovvertitore di tutte le false paci, di quella quiete che è in realtà vita spenta. E soprattutto perché riporta al centro la Parola, che è la nuova dimora di Dio presso gli uomini. Così lo Spirito continua a nominare Cristo nel cuore, e nominare Cristo equivale a confortare la vita. Dio stesso è legittimato a proporsi all’uomo solo perché sa confortare la vita ma per la sua capacità di consolare. Allora la vita riprende a sedurci. E noi a rendere ragione della nostra speranza, di ciò che sogniamo per questo mondo, per questo uomo: tutto ciò che possiamo mettere dentro la parola pace, dentro la parola vita.




Sacchi di immondizia come questi vanno rimossi dalle nostre strade

Neanche il peggiore dei criminali può essere definito spazzatura
Riccardo Maccioni (Avvenire 31 gennaio 2025)

No, la bontà non sta vivendo un momento felice. Da bambini era la morale della favola, il quid, quasi un superpotere, che alla fine del racconto, tra draghi ammansiti e falsi príncipi smascherati, premiava l’umile, il povero. Una virtù talmente affascinante da confonderla con la bellezza. E non era un errore perché con l’avanzare degli anni abbiamo imparato che spesso il bello educa al bene, purificando gli occhi, ammorbidendo il cuore, riempiendo i sogni di storie e visi felici. Poi qualcosa dev’essere andato storto, qualcuno ha messo un bastoncino a interrompere la ruota della storia, così da invertirne il giro.
Difficile capire chi sia stato il primo a indicare in modo esplicito l’egoismo come motore del mondo, quale allenatore per giustificare una sconfitta abbia coniato la formula: “non siamo stati sufficientemente cattivi”, quando i leader hanno iniziato ad augurarsi reciprocamente ogni male.
Di sicuro c’è stata un’escalation, con gli hurrà e gli scroscianti applausi a salutare la promessa-minaccia di realizzare la più grande “deportazione” (o “remigrazione”) di massa della storia. E qualcuno, nella gara che incorona il più cattivo è andato persino oltre. Abbiamo tutti sotto gli occhi l’immagine di Kristi Noem, la nuova segretaria alla sicurezza del governo Trump (l’equivalente del nostro ministro degli interni) che commentando il fermo di una persona irregolare ha scritto sui social: «Sacchi di immondizia come questi vanno rimossi dalle nostre strade». E qui, anche il più comprensivo dei tolleranti prende le distanze, perché neppure il peggiore dei criminali è spazzatura, nessun uomo e nessuna donna è rifiuto, discarica, ciarpame. E al tempo stesso non esiste vita che non meriti di essere vissuta, senza alcuna eccezione. Credere il contrario significa alimentare la cultura dello scarto, che oggi riguarda i migranti e domani, in nome del profitto e di criteri esclusivamente utilitaristici, potrà estendersi ad altri soggetti considerati improduttivi come gli anziani, i malati, i disabili.
Non si tratta naturalmente di ostacolare il cammino della legge, chi delinque va punito, ma di coniugare giustizia e umanità, come nella più banale delle definizioni del diritto. Una questione di attenzione minima, basica, che non ha bisogno neanche di richiamarsi al Vangelo, che non guarda per forza al buon samaritano, o al numero infinito delle volte in cui bisogna perdonare. La fede semmai chiede un passo in più, educa alla mitezza e alla misericordia, impegna, per quanto possibile, a capire, sotto la guida della Parola, la logica di Dio, per poi provare a imitarlo, accogliendo la sua volontà. Si dirà che la storia recente, dalla Shoah in giù, ha conosciuto momenti di gran lunga peggiori e che oggi semplicemente si dice in modo chiaro e diretto quello che fino a ieri veniva mascherato sotto un velo di ipocrisia e buona educazione. Può darsi, però mai, o quasi, prima, si sono rivendicate con altrettanta veemenza la cattiveria e l’aggressività come valori. E poi le parole costituiscono, potenzialmente un’arma, capace di ferire in profondità.
Non a caso tra le torture, sono particolarmente subdole quella basate sugli insulti, sul colpire l’altro nelle sue debolezze, tirando fuori fragilità con cui faticava a fare i conti. È la strategia che prova a rendere l’avversario, il nemico una “non persona”, annullandolo per poi farne uso senza problemi, per i propri fini. I tagli guariscono, ha scritto un ragazzo in un post, le parole cattive fanno male per sempre. Una dichiarazione, per non dire una denuncia, di umanità, che riguarda tutti e ciascuno. E che di nuovo può interpellare la fede. Il Dio dei cristiani, infatti, avendo scelto di condividere la sua vita con la nostra ci invita a essere profondamente umani. Non si può invocarlo e pretendere di amarlo rifiutando il tempo, la storia, e quindi anche i difetti, le colpe, gli sbagli delle persone. Tantomeno pretendendo di esserne giudici supremi.
«Il soprannaturale stesso è carnale» diceva Peguy, a confermare l’invito esplicito di sant’Agostino: «Passa attraverso l’uomo e giungi a Dio». Il santo vescovo parla di uomini e donne nella loro totalità, comprese le parole. Che possono affondare nell’odio, nelle divisioni, o essere strumento per costruire un ponte tra terra e cielo. Come succede nelle fiabe. Quelle in cui vince la bontà. Degli ultimi, dei poveri, dei dimenticati.




La fragilità non è un difetto
Don M. Angelelli (Avvenire 05/03/25)

La fragilità non è un difetto. E non ci rende meno belli o preziosi

Don MASSIMO ANGELELLI, Direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la Pastorale della salute

(Avvenire 5 marzo 2025)

«Avverto nel cuore la “benedizione” che si nasconde dentro la fragilità, perché proprio in questi momenti impariamo ancora di più a confidare nel Signore». Questa affermazione di papa Francesco è contenuta nel testo dell’Angelus di domenica scorsa, diffuso dalla Santa Sede. Le parole scritte dal Santo Padre portano un tema ricorrente nell’esperienza dei sofferenti. I cappellani ospedalieri e tutti gli assistenti spirituali dei malati si trovano spesso a riflettere sul senso della fragilità. È anche la domanda che più viene loro posta: perché? qual è il senso di questa sofferenza? perché proprio a me? E le risposte rischiano di arrivare un po’ frettolose, magari sentite e poi ripetute, che confondono i sofferenti. Ma nelle parole del Papa troviamo una spiegazione chiara. La benedizione di cui parla Francesco non è «nella fragilità», ma «si nasconde dentro la fragilità». Questa lettura ci aiuta a capire molte cose. Un primo chiarimento è la cancellazione definitiva di quella tendenza doloristica che vorrebbe accreditare la malattia come “voluta” da Dio per la nostra santificazione. Il Dio che dichiara di essere soltanto amore non può desiderare che le persone soffrano, al massimo lo può tollerare, a condizione che questo rappresenti la via per un bene maggiore. La parte che emerge visibile ai nostri occhi è la fragilità intrinseca nell’essere persona. Non un difetto o una mancanza, ma una componente dell’identità antropologica della persona stessa. Siamo fragili: e non è un difetto, ma una caratteristica. Questo non ci rende meno belli o meno preziosi, ma comporta la necessità di essere trattati con cura. Come il cristallo, che sul suo contenitore porta proprio questa avvertenza: fragile, maneggiare con cura. E le persone sono molto di più di un cristallo.
Dentro la fragilità c’è qualcosa di più della sua veste esteriore: c’è il senso del vivere, il fine ultimo di ognuno di noi che è chiamato alla vita. C’è la vocazione all’amore con Dio e fra di noi, c’è la piena realizzazione del progetto che è stato offerto a ciascuno, c’è un “dire bene”, una benedizione che è la Parola di vita pronunciata da Dio per ciascun uomo e donna vissuti e viventi. Ogni sofferente è chiamato a fare un cammino di ricerca e di scoperta. Coloro che si arrestano alla forma esteriore della fragilità vivranno la malattia e la loro stessa fragilità come un limite da superare, rifiutando la condizione stessa, quella di umanità fragile per costituzione, alla ricerca di una invincibilità che è utopia del vivere secondo i propri schemi e obiettivi. Per questi, la morte rappresenta la sconfitta finale, il fallimento che è inaccettabile o piuttosto la liberazione da un male senza speranza, perché non ha un senso, uno scopo.
Coloro che scavano senza sosta, convinti che anche nel buio del dolore e della malattia si possa nascondere un senso ultimo, coloro che vorranno sperare anche quando sembrerà non essercene traccia, allora potranno scoprire quel senso che sostiene, quello scopo che motiva la lotta, quel fine per cui valga la pena di sopportare queste fragilità, il motivo per cui l’obiettivo meriti la fatica. Il premio finale vale l’impegno e il peso della preparazione e della gara. E il premio non può che essere quella benedizione di Dio sulla vita di ciascuno. Non una benedizione generica e unica per tutti, ma piuttosto una benedizione pronunciata da Dio con parole diverse per ciascuno, tanti quanti sono gli uomini e le donne, tante quante sono le vocazioni personali, quanti sono i progetti di bene che Lui ha immaginato per ognuno.

Direttore dell’Ufficio nazionale Cei per la Pastorale della salute




Il dono più prezioso dei Magi? Il loro stesso viaggio
P.Ermes Ronchi

Il dono più prezioso dei Magi? Il loro stesso viaggio

padre Ermes Ronchi  (Avvenire 06/01/2019)

Epifania, festa dei cercatori di Dio, dei lontani, che si sono messi in cammino dietro a un loro profeta interiore, a parole come quelle di Isaia.
«Alza il capo e guarda». Due verbi bellissimi: alza, solleva gli occhi, guarda in alto e attorno, apri le finestre di casa al grande respiro del mondo. E guarda, cerca un pertugio, un angolo di cielo, una stella polare, e da lassù interpreta la vita, a partire da obiettivi alti.
Il Vangelo racconta la ricerca di Dio come un viaggio, al ritmo della carovana, al passo di una piccola comunità: camminano insieme, attenti alle stelle e attenti l’uno all’altro. Fissando il cielo e insieme gli occhi di chi cammina a fianco, rallentando il passo sulla misura dell’altro, di chi fa più fatica. Poi il momento più sorprendente: il cammino dei Magi è pieno di errori: perdono la stella, trovano la grande città anziché il piccolo villaggio; chiedono del bambino a un assassino di bambini; cercano una reggia e troveranno una povera casa. Ma hanno l’infinita pazienza di ricominciare. Il nostro dramma non è cadere, ma arrenderci alle cadute.
Ed ecco: videro il bambino in braccio alla madre, si prostrarono e offrirono doni. Il dono più prezioso che i Magi portano non è l’oro, è il loro stesso viaggio. Il dono impagabile sono i mesi trascorsi in ricerca, andare e ancora andare dietro ad un desiderio più forte di deserti e fatiche. Dio desidera che abbiamo desiderio di Lui. Dio ha sete della nostra sete: il nostro regalo più grande.
Entrati, videro il Bambino e sua madre e lo adorarono. Adorano un bambino. Lezione misteriosa: non l’uomo della croce né il risorto glorioso, non un uomo saggio dalle parole di luce né un giovane nel pieno del vigore, semplicemente un bambino. Non solo a Natale Dio è come noi, non solo è il Dio-con-noi, ma è un Dio piccolo fra noi. E di lui non puoi avere paura, e da un bambino che ami non ce la fai ad allontanarti. Informatevi con cura del Bambino e poi fatemelo sapere perché venga anch’io ad adorarlo! Erode è l’uccisore di sogni ancora in fasce, è dentro di noi, è quel cinismo, quel disprezzo che distruggono sogni e speranze. Vorrei riscattare queste parole dalla loro profezia di morte e ripeterle all’amico, al teologo, all’artista, al poeta, allo scienziato, all’uomo della strada, a chiunque: Hai trovato il Bambino? Ti prego, cerca ancora, accuratamente, nella storia, nei libri, nel cuore delle cose, nel Vangelo e nelle persone; cerca ancora con cura, fissando gli abissi del cielo e gli abissi del cuore, e poi raccontamelo come si racconta una storia d’amore, perché venga anch’io ad adorarlo, con i miei sogni salvati da tutti gli Erodi della storia e del cuore.




MAGNIFICAT
di Padre Ermes Ronchi

Magnificat (Luca 1, 46-55)
(traduzione di Padre Ermes Ronchi).

Cerco nel cuore le più belle parole per il mio Dio,
l’anima danza per il mio Amato.

Perché ha fatto della mia vita un luogo di prodigi,
ha fatto dei miei giorni un tempo di stupore.

Ha guardato me che sono niente:
sperate con me, siate felici con me,
tutti voi che mi udite.

Cose più grandi di me mi stanno succedendo.
È lui che può tutto. È lui solo il Santo!

Santo e misericordioso, santo e dolce,
con cuore di madre verso tutti, verso chiunque.

Ha liberato la sua forza,
ha imprigionato i progetti dei forti.

Coloro che si fidano della forza sono senza troni.
Coloro che non contano nulla hanno il nido nella sua mano.

Ha saziato la fame degli affamati di vita,
ha lasciato a se stessi i ricchi:
le loro mani sono vuote, i loro tesori sono aria.

Ricordati Signore che il tuo amore è grande,
non dimenticarti di essere misericordioso.

Così hai promesso, così prometti
ad Abramo e a ogni figlio di Abramo,
per sempre.




PER STARE BENE L’UOMO DEVE DARE
P.Ermes Ronchi

PER STARE BENE L’UOMO DEVE DARE.
Ermes Ronchi (Avvenire 10/12/09)
Domenica 3a Avvento 2024.  Dal libro del profeta Sofonìa 3,14-18; Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési  4,4-7; Dal vangelo secondo Luca 3,10-18

«Esulterà, si rallegrerà, griderà di gioia per te, come nei giorni di festa». Nelle parole del profeta, Dio danza di gioia per l’uomo. Sofonia racconta un Dio felice il cui grido di festa attraversa questo tempo d’avvento e ogni tempo dell’uomo e ripete, a me, a te, ad ogni creatura: «tu mi fai felice».
Tu, festa di Dio.
Dio seduce proprio perché parla il linguaggio della gioia, perché «il problema della vita coincide con quello della felicità» (Nietzsche).
Mai nella Bibbia Dio aveva gridato.
Aveva parlato, sussurrato, tuonato, aveva la voce dei sogni; solo qui, solo per amore Dio grida. Non per minacciare, solo per amare.
Mentre il profeta intuisce la danza dei cieli e intona il canto dell’amore felice, il Battista risponde alla domanda più feriale, che sa di mani e di fatica e incide nei giorni: «che cosa dobbiamo fare?».
E Giovanni, che non possiede nemmeno una veste degna di questo nome, risponde: «chi ha due vestiti ne dia uno a chi non ce l’ha».
Colui che si nutre del nulla e che offre il deserto, cavallette e miele selvatico, risponde: «chi ha da mangiare ne dia a chi non ne ha».
Nell’ingranaggio del mondo Giovanni getta un verbo forte, «dare». Il primo verbo di un futuro nuovo. In tutto il Vangelo il verbo amare si traduce con il verbo dare (“non c’è amore più grande che dare la vita….chiunque avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca…. c’è più gioia nel dare che nel ricevere”). È legge della vita: per stare bene l’uomo deve dare.
Vengono pubblicani e soldati, pilastri del potere: «e noi che cosa faremo?».
«Non prendete, non estorcete, non accumulate».
Tre risposte per un programma unico: tessere il mondo della fraternità, costruire una terra da cui salga giustizia. Il profeta sa che Dio si trasmette attraverso un atteggiamento di rispetto e di venerazione verso tutti gli uomini, e si trasmette come energia liberatrice dalle ombre della paura che invecchiano il cuore. L’amore rinnova (Sofonia), la paura invecchia il cuore.
«E io, che cosa devo fare?». Non di grandi profeti abbiamo bisogno ma di tanti piccoli profeti, che là dove sono chiamati a vivere, anche non visti, giorno per giorno, siano generosi di giustizia, di pace, di onestà, che sappiano dialogare con l’essenza dell’uomo, portando se non la Parola di Dio almeno il suo respiro alto dentro le cose di ogni giorno. Allora, a cominciare da te, si riprende a tessere il tessuto buono del mondo.




Amerai il tuo Dio in tutto il tuo cuore…
Erri De Luca

AMERAI IL SIGNORE TUO DIO IN TUTTO IL TUO CUORE, IN TUTTO IL TUO FIATO, IN TUTTE LE TUE FORZE.

Erri De Luca ( da “Penultime notizie circa Ieshu/Gesù”. La caloria pulita.  Ed. Messaggero, Padova)

 Cosa aveva di speciale la divinità della scrittu­ra sacra che irrompeva in margine al Mediterraneo, nel tempo e nel luogo più politeista della storia dell’umanità? Sulle coste fumanti di altari dedicati alle più innumerevoli schiere divine, spuntava la notizia di una divinità unica e sola che escludeva tutte le altre. Cosa aveva di più il monoteismo per cancellarle dalla superficie del suolo e dalle profondità dei riti?
La sua notizia non si appoggiava su un popolo potente che poteva imporla con le armi, né impie­gava la lingua dominante, l’inglese dei suoi tempi. La differenza stava e resta in questo: l’uso del verbo amare. Amava e chiedeva di essere riamata. Bussa­va alla più forte delle risorse umane. Nessuna delle divinità precedenti pretendeva tanto.
«E amerai Iod[1] tuo Elohìm» la formula ebraica è un imperativo al futuro. È meno perentoria di un imperativo presente. «E amerai» è un programma di perfezione, da realizzare con l’esperimento, con allenamento. Così forzerai i limiti delle capacità, allargherai dentro di te la produzione della caloria pulita dell’amore, che arde senza consumarsi.
Amerai Iod tuo Elohìm: ma come? Qui la di­vinità non lascia alla discrezione personale, ma impone una formula: «In tutto il tuo cuore e in tutto il tuo fiato e in tutte le tue forze».
Nelle traduzioni si legge più spesso: «con tut­to il…», «con» e non «in». L’ebraico dice «in», dentro il cuore, dal suo interno e non con lo strumento del cuore. È una differenza che misura la distanza di oggi da quella notizia sacra. Per noi og­gi il cuore è un organo di servizio, un meccanismo che la chirurgia manipola, restaura con bypass e pacemaker, perfino sostituisce. Per noi moder­ni il cuore è un organo sprovvisto d’intenzione, tutt’al più è l’eterno fanciullo che s’innamora a ogni età. Perciò traduciamo «con» il cuore, per mezzo di quest’organo meccanico. Per gli ebrei di quelle scritture, il cuore è il centro di comando, la capitale della persona umana. Dentro di essa, «in», si sprigiona la forza centrifuga dell’amore per la divinità.
Allora amerai in tutto il tuo cuore e in tutto il tuo fiato e in tutte le tue forze. Tre volte qui è richiesta la totalità delle energie fisiche, il loro sac­cheggio e svuotamento. E intanto, a prima vista, cosa manca all’elenco? Manca, perché inservibile, la richiesta di ricorrere all’intelligenza della mente, alla sua ricerca e alla sua indagine. Qui, in queste faccende dell’amore per la divinità, non sta nem­meno in coda all’elenco una scienza, uno studio, una teologia. Qui l’amore rastrella tutt’altre forze, quelle piantate in ogni creatura come linfa in un albero. Qui si chiede alla linfa di salire.
In tutto il tuo cuore. Per l’ebraico antico il cuore è come un re nella battaglia, sta al centro delle decisioni e delle pron­tezze. La nostra civiltà mette al governo la testa, relegando il cuore a pentola di emozioni. Per noi la testa è adulta, il cuore è infanzia. Dobbiamo risalire al primo tempo, all’urto del monoteismo in mezzo al mondo, per ridare peso al cuore e così intendere la richiesta di Salomone. Quando riceve in sogno l’offerta di un dono da parte della divinità, rispon­de senza esitare: «un cuore che ascolta» (1 Re 3,9). Salomone il saggio per eccellenza, il leggendario sapiente esperto in tutte le conoscenze, il principe degli intellettuali di ogni tempo, chiede e ottiene un cuore che ascolta. Perché è quello l’organo del­l’intelligenza. L’antico ebraico sapeva che la cono­scenza si radica nel cuore, non nel remoto cervello, sede di organi di superficie, naso, occhi, orecchie, gusto. Sa che senza uno scatto di cuore, non si fissa esperienza. Solo il cuore conosce la profondità e non si concede pausa, a differenza della testa che ha bisogno di spegnersi nel sonno. Di questo sta parlando la divinità quando chiede di essere amata «in tutto il tuo cuore». Come misurare questo tutto? Non si dà scale di valori, non va a litri, a chili. Misura è il riempi­mento dei bordi, sentire che tracimano. L’esperien­za di avere superato la capienza del proprio cuore è l’unità di misura. La certezza di essere arrivati al colmo della capacità di amare è l’esperienza ri­chiesta. È estremista la divinità che la richiede. Ma essa sa che l’amore è una strana provvista: solo quando è al suo colmo ed è tutta versata fino allo svuota­mento, solo a quel punto aumenta. Chi dà tutto in amore non si ritrova sul lastrico, ma più fornito di prima. È misteriosa ma certa la sua legge: esige il consumo totale per aumentare. «O siate men soave o ingrandite il mio cuore», chiede santa Caterina per poter reggere la piena del suo amore per la divi­nità. E la divinità non ci pensa nemmeno a essere da meno, perciò tocca al cuore di allargarsi. Rimesso il pezzo al centro, non suona più estremista la richiesta di amare «in tutto il tuo cuore».
«E in tutto il tuo fiato»? Pure. Con la pienezza di voce e di polmoni, con parole e con canti, con so­spiri e singhiozzi e sorrisi, con tutta la varietà degli strumenti a fiato, con tutte le sfumature di volume dal bisbiglio al grido. La divinità vuol essere chia­mata. Serve l’intera scorta di fiato fino all’apnea per poi riempire di nuovo gli alveoli. Ogni sportivo sa che la sua riserva è accumulata dall’allenamento che forza i limiti di tenuta e di resistenza. Così è la richiesta di amore «in tutto il tuo fiato»: ogni volta svuotato fino al bisogno violento di inghiottire al­tra aria da naso e bocca per proseguire, sollevando il torace per accogliere la nuova scorta, il fiato è forza di vita indipendente dalla volontà. Chi ama così, in tutto il fiato, non ha resto per altri pensieri, altre mosse. Chi ama così è intero, un’unica intenzione. È uno, come una è la divinità. Questo modo di amare, è il suo «uno a uno», che non è una x sulla schedina, non è pareggio, è sac­cheggio di ogni risorsa. In matematica uno per uno dà risultato uno. In amore uno per uno fa avvenire lo scambio, l’andata e ritorno da uno a uno.
«In tutte le tue forze»: anche il resto del corpo, nervi, ossa, muscoli, organi, tessuti sono coin­volti dalla piena d’amore. Dopo cuore e fiato, fornitori d’ossigeno, tocca alle forze far reagire il corpo all’unisono. È un coro il corpo umano e solo nell’amore raggiunge la stesa nota, tonalità e volume. È strano come sia così esperta di fisiologia la notizia sacra. Esercita la sua presa sul corpo intero, lo coinvolge non come strumento, ma come fine dell’esperimento dell’amore, massimo sentimento estrai bile dal giacimento delle risorse umane. Qui le forze del corpo sono luci accese tutte insieme, qui c’è irradiazione dall’interno che si sprigiona fuori e niente resta spento, inerte, in ombra. La no­tizia sacra implica una risposta atletica del corpo, e ne è capace anche il più ferito, il più malato.
A differenza di cuore e di fiato, le forze dipen­dono da una volontà, da un’intenzione. Arrivano perciò in fondo alla lista delle tre totalità. Dopo cuore e fiato arriva il turno di prontezza del resto della persona. Le sue forze vanno ad aggiungersi spontaneamente alle altre due indipendenti.
Non so se la teologia cristiana si sia già im­padronita di questa trinità del corpo impegnata nell’amore. Dal mio punto di vista la somiglianza è fatta: padre è il cuore, figlio il fiato, spirito santo le forze riunite. Sono tre punti di un’unità tenuta insieme dal comando di amare. Senza questa energia che li concentra; cuore, fiato e forze si disperdono nei loro circuiti separati.
«E amerai Iod tuo Elohìm»: il verbo imperativo è al futuro perché il traguardo di questa perfezione è fuori portata, ma chiama lo stesso in quella dire­zione. La divinità chiede amore perché esso colma chi lo dà, non chi lo riceve. Chiede amore non per riceverlo, ma per addestrare la creatura a darlo. Così il monoteismo ha fatto breccia nel fitto degli idoli e ha sbaragliato la loro concorrenza accam­pandosi in cuore, fiato e forze della persona.
Ma non è solo affare tra divinità e creatura, questo amore. «E amerai il tuo compagno come te stesso», è scritto in Levitico/Yaikrà (19,18). È ope­ra difficile. Qui per compagno s’intende il vicino, anzi il prossimo che è superlativo di vicino, cioè il più vicino a te. Perché non ti è imposto di amare tutta l’umanità, però quella che sta nel tuo raggio, che inciampa un metro avanti, quella persona sì. Nel comandamento c’è un tu e c’è una persona da amare, perché l’amore avviene da uno a uno.
L’ordine della frase: «E amerai il tuo compagno come te stesso», dice: prima amerai il tuo compa­gno. Così conoscerai l’amore per te stesso. La quan­tità di amor proprio sarà quanto l’amore dato al prossimo. Lo amerai, così amerai te stesso. L’egoista è scarso perché sviluppa poco amore, ama se stesso ma non quanto potrebbe, se sviluppasse attraverso l’amore per il prossimo. L’egoista si esclude dal cir­cuito di arricchimento dell’amore, che passa attra­verso l’amore per il prossimo. L’egoista è anemico.
Invece più ami il prossimo, più amerai te stesso. La scrittura sacra conosce notizie che sembrano nuove a ogni generazione che le sperimenta.
Infine c’è in questo comandamento la racco­mandazione di amare anche se stessi. Amare l’al­tro non più di se stessi, ma come. Non si deve esagerare per entusiasmo, non si deve guastare il meccanismo sano dell’amore per il prossimo, che poi ricade sopra se stessi. La persona è importante, non deve annullarsi per l’altro e per l’altrui. Deve tenerli in pari, l’amore per il prossimo e quello per se stessi.


[1]  la lettera Jod  è la prima lettera del nome impronunciabile JaHWeH. Per non pronunciare il NOME lo si sostituisce pronunciando solo la prima lettera JOD.