Papa Francesco: a Messa oltre l’abitudine
F.Ognibene (Avvenire)

Oltre l’abitudine: la lezione del Papa. A Messa per lasciarci sorprendere ancora.
Francesco Ognibene (Avvenire. sabato 21 gennaio 2023)

Con la Messa ognuno di noi ha un rapporto personalissimo, che col tempo diventa naturale, spontaneo, persino irriflesso. E una pratica che resta – Concilio alla mano – «fonte e culmine di tutta la vita cristiana» può anche trasformarsi in una routine. È possibile che andiamo in chiesa senza pensarci, credendo di sapere già ampiamente cosa ci aspetta, presumendo di conoscere ormai fin troppo bene le nostre attese, e cosa porteremo via da quel gesto. Liturgie grigie come atti burocratici possono poi consolidare la convinzione che si tratti di una pratica da sbrigare, senza riporre tante aspettative.
Ma l’abitudine finisce per smorzare l’effetto di un appuntamento di per sé in grado sempre di rimetterci a nuovo. Eppure ne abbiamo bisogno, non possiamo vanificare un’esperienza rigenerante per la fede e per la stessa vita. Per questo è utile ogni tanto prendere le distanze dalla consuetudine e renderci ancora consapevoli di cosa cerchiamo quando entriamo in chiesa la domenica (o anche nei giorni feriali, per i più assidui). Vale per noi laici, vale anche per i celebranti: che quota di meraviglia, di commozione, di raccoglimento c’è nelle nostre liturgie? Cosa ci trasmette la Messa, e come la attendiamo, la viviamo, la ricordiamo una volta conclusa?
La fede è niente senza le opere, ma la sua proiezione prevalente sul fare finisce col persuaderci che il contenuto del credere sia il compimento efficiente di qualche attività pastorale o sociale, per quanto encomiabile, lasciando la fede come una variabile eventuale. La Messa è lì, in mezzo, nel crocevia tra religione e vita, a intrecciare tutto ciò che ci costituisce come credenti. Pensare a come la si vive può far capire che cristiani siamo. Ci aiuta il Papa, che rivolgendosi ai partecipanti a un corso del Pontificio Istituto Sant’Anselmo[1] ha ricordato ieri che le «ritualità», pur «belle», sono vane se «non toccano il cuore e l’esistenza del popolo di Dio». Non si tratta di un fatto emotivo, a destare l’anima non è una coreografia ben congegnata, o uno stato d’animo più incline a farsi coinvolgere: perché «è Cristo che fa vibrare il cuore, è Lui che attira lo spirito». È come se ci chiedesse: ti è ancora chiaro? Con un filo di humour Francesco parla dell’insidia di dar vita a «un bel balletto » che «non è autentica celebrazione». Intrattenimento a sfondo spirituale, che assomma stratagemmi per tener desto l’interesse dei partecipanti. Tutto qui? Certamente no.
È una questione di spazio interiore, che va creato perché possiamo udire una voce che chiede di noi. Ma quanto margine resta nell’agenda della nostra vita, satura di impegni, pensieri, ansie, distrazioni? Pur con le migliori intenzioni, la Messa può trovarci “tutti esauriti”, nei fatti indisponibili a metterci da parte anche solo per qualche decina di minuti, dai riti d’ingresso all’«andate in pace». Come lasciarci sorprendere dall’inatteso, senza credere di aver già visto tutto, di pensarci in fondo immuni da sorprese? Mettendoci da parte una buona volta, e riaprendo occhi mente e anima. Perché – dice Francesco – «soltanto l’incontro con Dio ti dà lo stupore». Ecco, appunto: può essere che la Messa non sia più un vero «incontro», non in questi termini spirituali, almeno. Andare in chiesa considerandola l’occasione per «un incontro sociale» – nota il Papa – porta a deprezzare un’esperienza indispensabile alla vita cristiana eppure così difficile nella nostra “società del rumore”: il silenzio, che invece «aiuta l’assemblea e i concelebranti a concentrarsi su ciò che si va a compiere». Si può far rumore anche con le troppe parole di omelie che quando vanno oltre i pochi minuti – «otto, dieci» – necessari perché «la gente si porti qualcosa a casa» diventano «una conferenza», e si risolvono in un vero «disastro». In realtà abbiamo sete di silenzio, «prima e dopo le celebrazioni», perché «il silenzio apre e prepara il mistero».
Che bello sentircelo dire da un padre che mostra di conoscerci così bene e sa quanto ci è necessario poter incontrare Dio – e noi stessi, così come siamo –in un silenzio che ridà vita, aprendoci a una presenza che ci stava aspettando. Per sperimentare una volta ancora la meraviglia di rinascere. Altro che abitudine: a Messa è una sorpresa continua.


[1] https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2023-01/papa-liturgia-riforma-maestro-celebrazioni-formazione-parrocchie.html




Da sempre ti ho amato
Testo e canto

https://www.bing.com/videos/riverview/relatedvideo?&q=da+sempre+ti+ho+amato+youtube&&mid=5C32CCA755F5FD6731CE5C32CCA755F5FD6731CE&&FORM=VRDGAR

DA SEMPRE TI HO AMATO

Da sempre ti ho amato, popolo di Dio,

io, la tua guida, il tuo Pastore.

Contempla il mio volto, il cuore trafitto,

e credi all’amore del tuo Signore.

Per te ho preparato la mensa della vita

e tu mi versi ancora un calice di morte.

Perché non comprendi il tuo Signore?

Per te ho moltiplicato il pane del mio cielo

e tu mi sazi ancora col pane del dolore.

Perché non comprendi il tuo Pastore?

Da sempre ti ho amato, popolo di Dio………

Per te ho rinnovato il vino delle nozze

e tu ricambi ancora rompendo l’alleanza.

Perché non comprendi il tuo Signore?

Per te ho pronunciato parole di perdono

e tu mi insulti ancora colpendo il mio cuore.

Perché non comprendi il tuo Pastore?

Da sempre ti ho amato, popolo di Dio…

Per te ho liberato oppressi e prigionieri

e tu mi inchiodi ancora al legno della croce.

Perché non comprendi il tuo Signore?

Per te ho risanato i figli tuoi lebbrosi

e tu ricopri ancora di piaghe il mio corpo.

Perché non comprendi il tuo Pastore?

Da sempre ti ho amato, popolo di Dio…

Per te ho ridonato la vista a molti ciechi

e tu rispondi ancora spegnendo i miei occhi.

Perché non comprendi il tuo Signore?

Per te ho ridonato parola ai sordomuti

e tu ricambi ancora togliendomi la voce.

Perché non comprendi il tuo Pastore?

Da sempre ti ho amato, popolo di Dio…

Per te ho risvegliato i morti dal sepolcro

e tu decreti ancora di togliermi dal mondo.

Perché non comprendi il tuo Signore?

Per te, per liberarti, ho dato la mia vita

e tu nei miei fratelli rinnovi la mia morte.




La domenica senza lavoro
F.Riccardi(AVVENIRE)

La domenica senza lavoro, un presidio di libertà per tutti.
Francesco Riccardi
AVVENIRE. Venerdì 1 marzo 2024
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/la-domenica-senza-il-lavoro-un-presidio-di-liberta-per-tutti

Sì, lo sappiamo, è una battaglia che sembra ormai persa. Basta osservare i grandi centri commerciali brulicanti di consumatori nei giorni festivi. L’idea della domenica come giorno di riposo per la gran parte dei lavoratori – almeno quelli non impiegati nelle attività essenziali – è un’idea che oggi appare utopica. Romantica per i più benevoli, irrealistica e passatista per la maggior parte delle persone. In particolare, quelle che vedono con favore la possibilità di fare acquisti e divertirsi nel tempo libero domenicale. Eppure, arrendersi a questa realtà senza neppure più “combattere” significa accettare come inesorabile una deriva che, pezzo a pezzo, rischia di renderci meno solidali, più soli, di fatto meno umani e sempre più ridotti invece alla sola dimensione di mercato, alla dicotomia produttore/consumatore. A ricordarci del valore della domenica come giorno di festa per tutti è la giornata europea che si celebra il 3 marzo. È la campagna che la European Sunday Alliance (l’Alleanza europea della domenica) lancia in questa occasione per “sensibilizzare i cittadini e i leader politici nazionali e dell’UE sugli effetti positivi di un giorno di riposo settimanale sincronizzato”. L’Alleanza è un’ampia rete di oltre 100 “cartelli” nazionali, sindacati e datori di lavoro, associazioni, Chiese cristiane. Nel direttivo siedono anche i rappresentanti della Comece (Commissione Conferenze Episcopali Comunità Europea), i vescovi cattolici della Comunità europea, ma il cuore del messaggio non sta nella difesa delle esigenze di culto (che pure hanno la loro importanza). Quanto nel valore universale della domenica per l’uomo, al di là dell’aspetto religioso. A spiegarlo bene è l’enfasi posta su quell’aggettivo: “sincronizzato”. Sono infatti i concetti stessi di festa e di comunità ad essere messi in discussione dalla cultura del lavoro a ciclo continuo. Con la frammentazione del tempo della festa in tanti tempi liberi “asincroni”: chi al lunedì, chi al venerdì, al sabato o alla domenica. La logica sottesa mira ad avere sempre in equilibrio chi lavora e chi consuma il prodotto degli altri in tempo reale. Si va affievolendo, invece, la percezione della domenica e della festa come occasione per ritrovarsi tutti insieme in famiglia, per coltivare rapporti sociali autentici, appassionarsi ai bisogni della propria comunità, impegnarsi nel volontariato, con una visione di bene comune da perseguire. La domenica e le diverse festività hanno invece proprio questa natura e fondamentale funzione: permettere alle persone di godere non solo di una generica pausa – che appunto si può svolgere in un qualsiasi giorno della settimana – ma vivere un tempo di libertà, verità e pienezza collettivo, sincrono rispetto alla libertà, verità e pienezza degli altri uomini, in un giorno che è veramente libero proprio perché è libero per tutti. Un tempo di gratuità sottratto alla mera logica dello scambio di mercato. Può essere che la battaglia culturale per circoscrivere all’essenziale il lavoro festivo sia già persa. Certamente lo diventa se noi stessi, per primi, non ci rendiamo conto di che cosa rischiamo di perdere – tutti – abbandonando al declino l’idea della domenica libera e sincrona, di un autentico “fare festa” insieme.




Nel deserto per ritrovare la strada della vita
E.Ronchi

Nel deserto, per ritrovare la strada della vita
Padre Ermes Ronchi
Avvenire   (09 Marzo 2003)

Lo Spirito che protegge e conforta Gesù, lo spinge nel deserto, nel cuore del conflitto. E questo perché «nel deserto un uomo sa quanto vale: vale quanto valgono i suoi dèi» (Saint-Exupèry), quanto valgono cioè i suoi ideali. Il deserto è scuola di monoteismo, lì è nata l’inguaribile malattia israelitica dell’assoluto. Nel deserto Gesù sceglie quale volto di Dio annunciare (se valga di più quello facile di un Dio padrone, o quello impossibile di servo, o quello folle di crocifisso); sceglie quale volto d’uomo proclamare (rivale o fratello?) e nasce la buona notizia. Marco non riporta il contenuto delle tentazioni, ma ci ricorda l’essenziale: che le tentazioni non si evitano, ma si attraversano, perché «sopprimete le tentazioni e più nessuno si salverà» (sant’Antonio Abate). Senza tentazioni non c’è salvezza, perché non esiste scelta, scompare la libertà, è l’uomo stesso che finisce. Anche la mia vita spirituale inizia sempre con un pellegrinaggio verso il mistero interiore che mi minaccia e che mi genera, con il confronto quotidiano con le zone oscure del mio intimo, con il mio caos interiore, con gli spazi di disarmonia, di dissonanza, di durezza, di rifiuto che si contendono il cuore. Ma anche con le radici divine dell’uomo: «cercami in te», dice Dio al mistico Silesius. Per sapere quanto vale per me il mio Dio. Gesù predicava la buona notizia. E diceva: è finita l’attesa; un mondo nuovo è possibile, il nuovo progetto di Dio è qui, convertitevi. Noi percepiamo questo verbo come un imperativo, mentre reca un invito, porta una preghiera. Cambiate strada: non è la richiesta di obbedienza, ma l’offerta di un’opportunità. Cambia strada, io ti indico la via per le sorgenti, di qua attraversi una terra nuova e splendida; di qua il cielo è più vicino e l’azzurro non è così azzurro da nessun’altra parte, di qua è la casa della pace, e il volto di Dio è luminoso, e l’uomo un amico. Convèrtiti, non suona allora come un’ingiunzione, ma come la migliore delle risorse. Hai davanti a te la vita, ti prego, non perderla. Credete nel vangelo. Fidatevi di una buona notizia. E sento la pressante dolcezza di questa preghiera: riparti da una buona notizia, Dio è qui e guarisce la vita, Dio è con te, con amore. La buona notizia che Gesù annuncia è l’amore. Credi; vale a dire: fidati dell’amore, abbi fiducia nell’amore in tutte le sue forme, come forma della terra, come forma del vivere, come forma di Dio. Non fidarti di altre cose, non della forza, non dell’intelligenza, non del denaro. Riparti dall’amore. E allora per capire chi sono, farò mie le parole bellissime di Giovanni che dice: noi, gli uomini di Cristo, altro non siamo che coloro che hanno creduto all’amore (1 Gv 4,16).




Quel ‘se vuoi’ che spinge Dio a guarirci
P.Ermes Ronchi

Quel ‘se vuoi’ che spinge Dio a guarirci

Padre Ermes Ronchi  (16 Febbraio 2003)

Di quel lebbroso non conosciamo né il volto né il nome, perché è l’uomo, ogni uomo, sbalzato a terra dalla carovana troppo rapida e troppo indifferente del mondo. Il rifiutato è stanco di fuggire e di gridare, si avvicina, va’ contro la legge, attorno a lui si crea il vuoto, ma Gesù rimane. E riafferma così che nulla vale quanto la vita di un uomo.

Se vuoi, puoi guarirmi. Il futuro è appeso a un misterioso «se» piantato nel cuore di Dio. E ci pare di vedere Gesù che vacilla di fronte alla domanda umilissima e sommessa di un uomo alla deriva. Il dolore obbliga Cristo a rivelarsi. A nome di tutti noi il lebbroso domanda: ma qual è la volontà di Dio? Che cosa vuole veramente Dio da questa carne sfatta, da questo corpo piagato? Che cosa vuole dall’immenso pianto del mondo? Il profeta (Isaia 1,11) ha detto, a nome di Dio: io non bevo il sangue, non mangio la carne dei vostri sacrifici. Ma ho un dubbio, come tutti i lebbrosi, come tutti i sofferenti: che Dio si disseti al calice delle nostre lacrime; che voglia ancora il sacrificio delle sue creature; che sia il dolore, accettato, a dare gloria a Dio. Ho un dubbio, perché gli scribi d’oggi ripetono che il corpo di lebbra o di dolore è volontà di Dio, suo castigo. Se vuoi… Il lebbroso si appella al desiderio di Dio: tu vuoi quello che dicono gli scribi o vuoi guarirmi? Gesù è costretto a rivelare Dio, a dire una parola ultima e immensa che riveli qual è il cuore di Dio: lo voglio, guarisci! Ripetiamolo con emozione, con pace, con forza: lo voglio. Eternamente Dio vuole figli guariti. A me dice: lo voglio, guarisci! A Lazzaro: lo voglio, vieni fuori! Alla ragazza: talità qum, lo voglio, alzati! Io mi fido del desiderio di Dio. Dio è guarigione, non ha creato la morte, né la lebbra, né la guerra. Non conosco i modi in cui Dio è guarigione. So che non lo farà moltiplicando i miracoli. Non conosco i tempi, ma so che lotta con me, si coinvolge con me, rinnovando goccia a goccia la vita, stella a stella la notte. E mosso a compassione, stese la mano, lo toccò. Da troppo tempo nessuno toccava più il lebbroso e la sua carne moriva per troppa solitudine. Ogni vita muore se non è toccata, muore di silenzi. Il cuore può morire per assenza d’incontri. Gesù tocca, e l’uomo è restituito alla famiglia, torna alle carezze. Gesù tocca. E chiede a ciascuno di partecipare al desiderio di Dio, non ai suoi miracoli. Alle carezze restituite. O forse sì. Ci chiede di partecipare ad un miracolo: avere, come il Padre, viscere di misericordia, che è la perfezione di Dio, che sarà la perfezione dell’uomo.




La lotta di Giobbe
Don Angelo Casati.

La lotta di Giobbe (Don Angelo Casati).

Oggi la Liturgia ha accostato alla pagina del vangelo di Marco la pagina del libro di Giobbe, che forse può disturbare la sensibilità delle persone cosiddette devote che, davanti al dolore degli altri, predicano senza troppa fatica, come fanno gli amici di Giobbe, la rassegnazione o la resa.
Giobbe risponde con la lotta. E Dio è dalla parte di Giobbe e non dalla parte dei suoi amici che, bravi loro, hanno un prontuario di risposte teologiche per spiegare i drammi dell’umanità. Dio accetta parole di protesta come quelle di Giobbe che oggi abbiamo ascoltato, parole che parlano della fatica del vivere.
È folgorante e sorprendente il libro di Giobbe, perché noi siamo stati educati a legare Dio e la sua immagine all’insegnamento della rassegnazione e dell’accettazione passiva. E invece il libro di Giobbe -scrivono i monaci di Bose- predica “la legittimità del linguaggio di protesta e di contestazione da parte dell’uomo, quando si trova nella situazione di malattia. Giobbe si ribella alla situazione di disgrazia che si è abbattuta su di lui e grida a Dio la propria rabbia. Giobbe arriverà a bestemmiare Dio, mostrerà aggressività verso i suoi amici teologi che in realtà si rivelano nemici e medici del nulla“.  Pensate invece quante volte anche noi, come gli amici di Giobbe, ci scandalizziamo di fronte al grido o alla bestemmia di dolore, e quante volte invitiamo al silenzio, o all’attenuazione del grido: «Ma non dire così. Esageri!».
Il libro di Giobbe non legittima la figura del credente come di colui che la dà vinta al male, legittima la figura del credente come di colui che lotta contro il male. Perché questa è anche l’immagine di Dio. Non è forse questa l’immagine di Dio, che, come per una fessura, intravediamo in Gesù di Nazaret?
Gesù non predica rassegnazione, non chiede di offrire la sofferenza a Dio, non dice mai che la sofferenza di per sé avvicini maggiormente a Dio, non nutre atteggiamenti doloristici. Gesù invece lotta contro il male, cerca di farlo arretrare, di ridare salute all’uomo.
Gesù istruisce i suoi discepoli e istruisce noi oggi con il suo esempio. Ci istruisce con i suoi verbi, i verbi di Gesù nella casa di Simone, che dovrebbero diventare i nostri verbi oggi nelle case di questa umanità. Ricordiamoli: “si accostò, la prese per mano, la sollevò”. Quasi a suggerire che se noi ci teniamo a debita distanza, se noi rifuggiamo dal contatto fisico, non solleviamo nessuno. Chi soffre, per sentirsi in qualche modo rivivere, “risorgere”, come allude il verbo greco, ha bisogno di vicinanza, di mani che accarezzino, che stringano.
Non faremo miracoli. Nemmeno a Gesù fu possibile fare miracoli a tutti. È scritto: “gli portarono tutti i malati e gli indemoniati… guarì molti“. Tutti… molti! C’è uno scarto. Ma sollevò tutti. Non faremo miracoli, ma solleveremo qualcuno, accostandoci, prendendo per mano.
Vorrei aggiungere che Marco, se da un lato registra l’immergersi di Gesù in questa umanità dolente, dall’altro registra l’andarsene, un duplice andarsene. Esce quando ancora è buio di casa e si ritira in un luogo deserto e lì prega. E così scopriamo nelle pieghe della pagina di Marco da dove Gesù attingesse quella sua forza, l’energia dello Spirito che faceva di lui l’uomo della compassione, della vicinanza, della cura, della dedizione assoluta. Così per lui, così anche per noi. C’è una sorgente, una sorgente segreta.
Ma nel brano di Marco è accennato anche un altro “andarsene”. I discepoli lo scovano, gli dicono: “tutti ti cercano“. Dice: “Andiamocene altrove… per questo sono venuto“. È venuto per andare altrove: la Galilea non è un solo villaggio.
C’è sempre questo pericolo di voler fare di Gesù il proprio cappellano, un cappellano di corte, il cappellano del proprio gruppo, del proprio movimento e non il Salvatore di tutti i villaggi. E Gesù se ne va. Chissà se l’abbiamo capito. Essere nel mondo e diventare uomini e donne di un villaggio solo significherebbe spegnere e tradire il vero movimento, quello del vangelo. Vangelo che ci mette in guardia dalla tentazione di rinchiudere noi stessi in un solo villaggio e dalla pretesa di rinchiudere Dio in un solo villaggio.




Racconto
L’UOMO CHE SI FUMO’ LA BIBBIA

L’uomo che si fumò LA BIBBIA
(da Bollettino Salesiano, gennaio 2024)
Wilhelm Buntz venne abban­donato dalla madre da piccolo. Questo trauma lasciò in lui gravi conseguenze. Inquadrato come un “bambino disadattato”, passò da una famiglia all’altra, per oltre 30 volte, senza mai sentirsi veramente “a casa” e a 7 anni iniziò a sognare di diventare un gangster. A scuola divenne presto noto come “Willy bagno di sangue” perché litigava continuamente con i compagni. A 16 anni finì in prigione per la prima volta: nei pressi di Innsbruck, decise di rubare un’auto e provare a guidare. Poco pratico, provocò un incidente. Nello scontro perse la vita un poliziotto, padre di 5 figli, e un’altra persona finì per sempre su una sedia a rotelle. Arrestato e processato, fu condan­nato a 14 anni per omicidio colposo. Dopo la detenzione giovanile, Wilhelm Buntz diventò un criminale a tutti gli effetti. Rapine in banca, traffico d’armi, traffico di esseri umani, omicidio colposo: commise quasi 150 reati e venne finalmente catturato all’età di 22 anni. Al processo, il giudice invitò il padre come testimone, affinché qualcuno dicesse qualcosa di positivo su di lui. Ma quando lo chiese al padre, questi disse in lacrime: “Per favore, per favore, per favore, ripristinate la pena di morte … Non è che non voglia bene a mio figlio, ma non possiamo più sop­portarlo; ha distrutto tutta la nostra famiglia”. Irascibile e infuriato con il mondo intero, venne messo in isolamento. In cella gli venne concesso di tenere solo la Bibbia che gli aveva regalato il cappellano.
Wilhelm non aveva mai avuto una gran simpatia nei confronti di Dio. Anzi. Accettò quel libro perché le sue pagine, fini come la carta velina, erano un ottimo sostitu­to per le cartine di sigarette. Iniziò così a strappare le pagine, e, dopo averle lette ci rollava dentro il tabacco che riusciva a procurarsi di contrabbando e si confezionava delle rudimentali sigarette. Un po’ alla volta finirono in fumo la Genesi e tutto il Pentateuco, i Salmi e libri sapienziali, così come le storie dei profeti. Finché un giorno del 1983 si ritrovò in mano la pagina del vangelo di Matteo in cui era riporta­to il Discorso della montagna.  «Voi siete il sale della terra e la luce del mondo». Questa frase lo mise al tappeto. Lui fino ad allora era stato «veleno amaro e oscurità». «Se hai un piano per me – disse rivolgendosi a Dio – allora devi cam­biarmi e vincermi». E quella Parola, che fino ad allora era finita in fumo, iniziò lentamente ad ardere nel suo cuore.
Cambiò radicalmente e fu graziato. Oggi è sposato e ha due figli. Fino al suo pensionamento, nel 2017, ha lavorato in un’opera per non ve­denti. Quando ripensa al periodo di detenzione, prova solo una cosa: gratitudine. «Sono grato a Dio per ogni giorno che mi è stato concesso di trascorrere in carcere, perché lì ho trovato qualcosa che altrimenti non avrei potuto tro­vare. Ho trovato un tesoro prezioso: sono diventato un credente».




Domenica 28 gennaio
IL COLPO D’ALA. E.Ronchi

Il «colpo d’ala» dell’amore
di Ermes Ronchi (Avvenire 29/01/2009)
Che vuoi da noi, Gesù di Nazaret? Sei venuto a rovinarci? Non lontano, non fuori, ma dentro, nella sinagoga, nella comunità, anzi nell’intimo di ciascuno, dai nostri oceani interiori, si alza la voce dei nostri dèmoni oscuri. E dice di credere, confessa che Cristo è il Figlio di Dio, ma è l’eco di un cuore impuro.
Che vuoi da me? Qui è il primo elemento di una fede ipocrita: io so che Cristo vuole qualcosa da me, che desidera entrare nelle mie parole, nelle mie mani, nei miei occhi, nei miei sentimenti, nel mio andare e nel mio venire, ma io rifiuto la sua pretesa, non voglio conversioni, né brecce aperte nelle mura del mio mondo. Primo errore: fede senza sapore di pane, di vino buono, di lavoro, di carezze, di scelte concrete. Fede di sole parole. Ma io sono credente a una sola condizione: se Cristo mi cambia la vita.
Secondo elemento: Sei venuto a rovinarci? Fede con dentro un dèmone è quella che sente Dio come un rivale dell’uomo, un predatore della libertà, e il suo vangelo come un indebolimento dell’umano. E immagina Dio come colui che toglie, non come colui che dona; un Moloch cui si è tenuti a immolare la parte migliore di se stessi. Il credente abitato da uno spirito impuro si sente figlio di una sottrazione anziché di una intensificazione del vivere.
Un ulteriore aspetto: l’uomo di Cafarnao frequenta il luogo sacro, recita le benedizioni e lo Shemà Israel, eppure in lui abita un demone. I demoni accettano la fede del sabato, quella limitata al sacro e alle proprie devozioni. Il Dio vero invece è da sorprendere nella vita più che nel tempio, nella polvere della strada che scende da Gerusalemme a Gerico più che nel fumo degli incensi, nelle piaghe del povero Lazzaro più che nei bagliori dell’oro del Santo dei Santi. Sta in tutto ciò che sa di amore.
Quelle parole: Sei venuto a rovinarci? contengono però anche una catechesi positiva. Scriveva  Padre Turoldo: «Cristo, mia dolce rovina». Ciò che Cristo rovina è la nostra giustificata, scusata, legittimata convivenza con il male, la nostra mediocrità, il nostro mondo di maschere e di bugie; Cristo rovina la vita illusa, la vita insufficiente, la vita morente. Nel conflitto tra il nostro cuore d’ombra e la nostra parte di luce, Cristo entra come mani e occhi nuovi, come accrescimento d’umano, lievito che solleva l’inerzia, colpo d’ala, respiro che dilata, vento che sospinge, spina che rompe la mia falsa pace e fa fiorire la rosa del mondo.




Natale. Senza perdere i sensi

SENZA PERDERE I SENSI.

 Dal Vangelo secondo Luca 2,1- 20
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».  E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loroTutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuoreI pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.

Anche Gesù è uno dei tanti.
Innanzitutto Luca mette una cornice storica al racconto della nascita di Gesù: il censimento di un imperatore. Avrebbe potuto evitare, ma la notizia è un modo di fare catechesi alla sua comunità e a noi: Luca forse vorrà dirci che Dio è diventato uno di noi, un numero, uno tra tanti? Come me e come te. I numeri qui contano, come sempre: nelle piazze, nell’auditel, negli scrutini dei voti, nel commercio. Anche la festa dell’Incarnazione di quest’anno scende in un contesto difficile non solo nei paesi del mercato e della finanza allegra che ha fatto il benessere di pochissimi e l’infelicità di mezzo mondo. Ma penso oggi alla terra di Gesù, a Gaza, al Libano, al territorio del Giordano. In Europa i cristiani anagrafici sono maggioranza. Ma altrove Gesù nasce in un piccolo resto di fedeli, in un angolo ristretto di comunità minoritarie: copti, melchiti ortodossi, cattolici di rito orientale, maroniti…. Nasce anche in mezzo ai silenziosi fruscii dei monasteri, angoli sperduti di rivelazioni e fedeltà. Dio dunque – dice Luca – si fa carne, ma diventa anche tempo. L’invisibile si fa carne e l’eterno si riveste di tempo. Dio viene conteggiato come uno qualunque da un potere guerrafondaio e colonialista, che crede di essere chissà chi. Questo è il Dio in cui crediamo.
Luca racconta una liturgia.
Ma poi Luca procede narrando una liturgia di gesti, di rivelazioni, di riti, di silenzi, di canti. I cinque sensi del nostro corpo sono coinvolti nella meditazione e nella celebrazione di questo evento. Qui incomincia la sinfonia dei sensi a dirci che il mistero di Dio viene raccolto da noi, uomini e donne concrete, che hanno dei recettori sensibili e delle porte aperte sull’infinito. Perché i nostri sensi, la nostra materia è così: porta aperta sul mistero.
L’orecchio e l’udito.
L’orecchio è il senso principale della fede. La fede nasce dall’ascolto. E’ l’imperativo assoluto di Dio: non ti farai immagine alcuna di me. Piuttosto: ASCOLTA ISRAELE. Deuteronomio. 4,12: «Dio vi parlò in mezzo al fuoco; voce di parole (nel testo ebraico: qol debarim) voi ascoltavate, nessuna immagine vedevate, solo una voce». La nostra cosiddetta religione, nata dalla radice di Iesse cioè dall’ebraismo, è fondata sull’ascolto delle annunciazioni o vocazioni. Non solo quelle a Maria o a Zaccaria, a Mosè ed Isaia, ma a pastori impuri. Nasce dall’ascolto assiduo, amante, obbediente della Parola di Dio letta e ascoltata nel privato, proclamata alla domenica. Senza questo alfabeto, la vita diventa un geroglifico incomprensibile o un evento banale. Come lo poteva essere stato (e lo può essere anche per noi oggi) per i pastori: vedere un bambino è evento stupendo, anche se ordinario. Diventa segno e mistero se qualcuno ci allerta con un’annunciazione, una parola rivelata.
Ma l’orecchio è aperto sul suo nervo nascosto che è il cuore: Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuore. Ed è anche capace di farsi bocca e megafono: riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. (Proviamo a ripercorrere i verbi dell’ascolto nel brano del Vangelo).
L’occhio e la vista.
Anche l’occhio è un organo sensoriale aperto sull’infinito, ma capace di due livelli: il guardare e il vedere, il vedere e lo scrutare, lo scrutare e lo stupirsi per interrogare e interrogarsi, il credere. E’ un processo lungo: dal guardare al credere passano ore, talvolta anni.  Anche alla tomba della risurrezione accade questo lungo processo di conversione degli occhi. L’evangelista Giovanni usa addirittura tre verbi diversi che noi traduciamo sempre con “vedere”, ma Giovanni conosce la difficile gestazione dall’ascolto allo stupore al credere.
«Vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere. Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Significa che Dio non lo si ricerca più nell’evanescenza di una fede cerebrale, ideologica, astratta. Lo si vede celebrando segni, inseguendo orme dei suoi passi. Per ora lo vediamo di spalle e forse mai in volto. Ma il desiderio del nostro occhio profondo è ben espresso dai salmi: Io cerco il tuo volto, non nascondermi Signore il tuo volto. (Ripercorriamo i verbi del vedere nel Vangelo).
Le mani, le gambe e il tatto.
«Lo fasciò e lo coricò». Toccare Dio deponendolo, avvolgendolo in fasce. L’evangelista Matteo dirà: Chiunque avrà dato da mangiare, da bere, chi avrà vestito, chi avrà accolto, chi avrà visitato, chi sarà andato a trovare…lo avrà fatto  a me. Il buon samaritano si fa prossimo, va a sporcarsi, come fa Dio questa notte, per soccorrere l’uomo ferito, considerato intoccabile dal sacerdote e dal levita. Così si coccola Dio: toccando l’uomo. E i brividi che senti sulla pelle toccando l’uomo intoccabile sono il messaggio che Dio ti manda: hai toccato me.
«Andiamovediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere. Andarono dunque senz’indugio». A Dio si va camminando con le gambe, avvicinandosi, mettendosi in movimento. L’apatia, l’immobilismo non fanno parte né della Natività né della Pasqua che, invece, mettono in movimento.
L’odorato.
Per ora, attorno al Dio bambino, c’è solo odore di stallatico confuso con quello di ogni parto. All’Epifania sentiremo profumo di mirra, come ci sarà profumo di mirra accanto al sepolcro e accanto ai piedi di Gesù quando la donna gli rovescia un vasetto di profumo sui piedi.  E’ l’incenso della glorificazione di un condannato a morte, di un povero. Le nostre narici non disdegnano, oggi, odori meno principeschi e più quotidiani, quelli di una mangiatoia da animali dove Dio si caccia per nascere e quell’odore pungente di sangue di cui Dio si veste come fosse profumo sponsale. Quest’anno mi mancherà quell’odore tipico del carcere che non ho mai odorato da nessuna altra parte, mi mancherà l’odore inconfondibile di fantasmi di uomini con cui condividevo pane e frutta alla stazione ferroviaria; mi mancheranno profumi e odori delle tavole natalizie nelle RSA, mi mancherà l’umido odore del Natale a Goiàs. Raccoglierò nel profumo del Pane Eucaristico tutti i profumi, gli aromi, le fragranza,  i fetori, i miasmi umani.
Il gusto.
Forse questo senso non pare attivato della narrazione della Natività.  Ma approfondiamo: il testo italiano dice che “non trovarono posto nell’alloggio”, nel testo greco katalyma. È il termine tradotto con la parola “albergo/alloggio”. La stessa parola viene usata anche quando si parla della cena di Gesù con i discepoli, per indicare una stanza interna, situata al piano superiore di una casa, magari in un contesto più urbano com’era Gerusalemme (vedi Marco 14,14 e Luca 22,11). Nel contesto rurale della nascita, quel locale, collocato all’interno di una abitazione scavata nella roccia, poteva essere anche lo spazio dove sistemare in alcune circostanze gli animali, e quindi ecco la mangiatoia (fatnê) per alimentare le bestie. La stessa mangiatoia riappare nell’annuncio ai pastori come il segno dello straordinario evento (v. 12: «questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia»; v. 16: «Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia»).
Dunque, mettendo insieme il posto dove nasce Gesù e il luogo dove Lui celebrerà la Cena dicendo “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”, possiamo pensare che l’evangelista ci presenti Gesù, da subito, dalla nascita, come Uno da mangiare, come uno che si darà in cibo. «Gustate e vedete come è buono il Signore» (Salmo 33). Gustate come è buono il Pane pasquale. Infatti la Festa dell’Incarnazione la celebriamo spezzando e mangiando l’Eucaristia.




Famiglia di Nazaret icona di una Chiesa

Famiglia di Nazareth, icona di una chiesa. Don Augusto

Sulla famiglia, sacra ma non santa, oggi c’è rissa: famiglia naturale, famiglia laica, sacramentale, omo o etero, unione di fatto. Scendono in campo grossi calibri ecclesiastici (celibi!) per difendere i valori famigliari “non negoziabili”, da trasformare in leggi dello Stato usando la lobby (quelli di “Dio-patria-famiglia” bigami o quasi). E noi preti, senza moglie e figli, pontifichiamo dai nostri scranni come gli scribi e i farisei a cui Gesù diceva: «Guai a voi, esperti della Legge di Mosè, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito» (Lc 11, 46).  Io ho sperimentato il lavoro e per esperienza so che lì si sono infranti tutti i modelli ideali profilati dalle Encicliche sul lavoro, obbligandomi ad una quotidiana mediazione (a volte al ribasso, a volte al rialzo) tra principî allo stato puro e contingenze problematiche. Se mi fossi sposato potrei parlare di famiglia, avendo custodito e confrontato nel cuore la Parola di Dio con la mia carne e storia. Rinuncio a cercare una corrispondenza diretta tra Bibbia e famiglia, come se la Santa Scrittura di oggi offrisse un prontuario di ricette o modelli di famiglia. Eppure mi intriga questo Dio-per-noi che si è fatto carne, prendendone su di sé tutte le conseguenze: appartenere ad un nucleo familiare, ad una etnia, ad una tradizione religiosa, ad un contesto politico nazionale e internazionale, reso «in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele» (Eb 2,17).
Mai come oggi la pastorale si è mobilitata per Corsi di catechesi pre e post matrimonio. Il matrimonio Concordatario non lo si nega a nessuno: tutti (sempre meno) lo pretendono come diritto individuale acquisito o come una prudente vaccinazione. Quasi tutti i matrimoni nascono in chiesa e finiscono in tribunale. Ne sento l’aspra responsabilità. Resta immutato il dramma di una profonda separazione tra quanto si celebra e il suo esito post rituale. Se voglio affondare lo sguardo dentro la ferita aperta, posso intonare il Dies irae: tutte le ricerche in atto ci assicurano che stanno aumentando le violenze e gli omicidi intra-familiari, che aumentano le separazioni e le conflittualità. E tutti sappiamo che con l’andar del tempo lo smalto dell’innamoramento si opacizza, la coppia vivacchia, i modelli educativi sono liquidi e scivolosi. Ma tu hai capito che sarebbe ingeneroso generalizzare e amalgamare tutte le famiglie nella poltiglia delle statistiche, dei morbosi talk show televisivi e dei patologici rapporti giornalistici. Grazie a Dio conosco, come te, stupende famiglie santificate e santificanti, dolci, solidali, aperte, celebranti, carismatiche; immagini sacramentali di un Dio sposo fedele e famiglia trinitaria. E conosco le lacrime inconsolabili quando la morte, e non la fine di un amore, infrange un’alba o un giorno talmente luminoso da non mettere in conto mai che possa venire sera.
In questo contesto medito le letture di oggi con un occhio alla famiglia e uno alla comunità cristiana. Perché non so bene se oggi si celebra la Santa Famiglia o la Santa Comunità. E’ vero che il Concilio Vaticano II° ha scritto: “La famiglia, nella quale le diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa e a comporre convenientemente i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale, è veramente il fondamento della società” (Gaudium et Spes 52). Ma è pure vero che Giovanni Paolo II° nella sua Familiaris Consortium (n.21) ha scritto: «la famiglia cristiana offre una rivelazione e una realizzazione specifica della comunione ecclesiale». Il Catechismo della Chiesa cattolica offre interessanti indicazioni (nn. 1655-1657): «Cristo ha voluto nascere e crescere in seno alla santa Famiglia di Giuseppe e di Maria. La Chiesa non è altro che la «famiglia di Dio». Fin dalle sue origini, il nucleo della Chiesa era spesso costituito da coloro che, insieme con tutta la loro famiglia, erano divenuti credenti. Ai nostri giorni, in un mondo spesso estraneo e persino ostile alla fede, le famiglie credenti sono di fondamentale importanza, come focolai di fede irradiante. È per questo motivo che il Concilio Vaticano II, usando un’antica espressione, chiama la famiglia  “Chiesa domestica”  in cui «i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l’esempio, i primi annunciatori della fede».
«È qui che si esercita in maniera privilegiata il sacerdozio battesimale del padre di famiglia, della madre, dei figli, di tutti i membri della famiglia… con la partecipazione ai sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e l’operosa carità... È qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita»[1].
Dalla Scrittura ci vengono alcuni dati di fondo. Occorre non dimenticare oggi che Gesù  ha relativizzato la famiglia: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10,35-37). A chi gli faceva notare che sua madre e i suoi familiari lo stavano aspettando, Gesù reclama: «E chi è mia madre o i miei fratelli? Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50).
Vorrei entrare nei testi dei “Vangeli dell’infanzia” di Matteo e Luca ed evidenziarne alcune scoperte: Giuseppe e Maria sono una coppia pressata dalla vita e da problemi. Giuseppe ha una bella grana da sbrogliare, tra una dubbia moralità della moglie e una precisa disposizione delle Legge mosaica in materia. Maria pure ha la sua rogna con una maternità inusuale e un’altrettanta inusuale discussione con Dio. Tutti e due devono affrontare un lungo viaggio per sottoporsi a un censimento partorito dalle paranoie del potere. E poi quel parto avventuroso. E poi quella fuga all’estero con neonato al seguito. E poi quel rientro alla chetichella, come due perseguitati politici. E poi quella vita senza storia a Nazaret interrotta da qualche pellegrinaggio a Gerusalemme dove l’adolescente Gesù, da loro educato alla Sinagoga e alla Torà, non risparmia un indimenticabile divino grattacapo. Tutto ciò che è detto e ciò che non è detto ma immaginato, ci parla di una comunità non esentata dalla storia, non ritirata in mistici conventi o monasteri, ma travolta e ferita da eventi. Come me e te.
Immagino che domenica molti preti si daranno un gran da fare per tuonare contro le unioni di fatto, il malcostume della convivenza prima del matrimonio e via di questo passo verso un’esaltazione e un’ideologia del “modello di famiglia cristiana”. Esempio tipico dell’uso strumentale della Parola di Dio; un peccato sempre dietro l’angolo, anche per me. D’altra parte pare che tutti sentiamo il bisogno di non tenere la Parola di Dio nell’alto dei cieli di una teologia senza storia, ma di farne lievito nella pasta delle nostre contorte e contingenti quotidianità. Credo, tuttavia, che i primari interessi catechistici dell’evangelista Luca fossero altri, per rispondere alle domande: Chi è Gesù? Chi è la chiesa?
«Il mistero dell’incarnazione non si limita all’evento della nascita di Gesù, ma si estende alla sua crescita fisica, psicologica e spirituale, al suo divenire umano nello spazio di una famiglia e di un contesto culturale e religioso precisi (il pellegrinaggio annuale a Gerusalemme, la festa di Pasqua, il Tempio, l’apprendimento della Torah)[2]».
Il “Natale-nascita”,dunque, non è che una piccola parte del grande evento dell’Incarnazione e della Epifania di Dio che comprende anche un Gesù che “cresce”.  «Anche per il figlio di Dio diventare uomo non ha significato solo nascere come individuo, ma anche vivere la sua esistenza umana in rapporti familiari forti e significativi. La nostra comprensione dell’incarnazione del figlio di Dio non può trascurare la riflessione sul significato dei 30 anni che Gesù vivere radicato dentro una famiglia umana. Il nascere è l’inizio di un cammino di umanizzazione che ha nei rapporti familiari il terreno necessario»[3]. Ma sarebbe riduttivo cercare nel Vangelo di Luca solo l’icona della “Santa Famiglia” o, peggio ancora, della “Sacra Famiglia”; meglio sarebbe cercarvi l’icona di ogni comunità cristiana “famiglia di famiglie” come viene esplicitato al n° 23 del documento della CEI “Comunione e Comunità”: «Una parrocchia è fedele alla sua missione pastorale nella misura in cui aiuta concretamente le famiglie a vivere nella comunione la vita comunitaria secondo la ricchezza delle sue molteplici espressioni. In tal modo si introduce nella comunità ecclesiale uno stile più umano e più fraterno di rapporti personali che della Chiesa rivelano la dimensione familiare e del mistero della Chiesa, la sua “maternità,” il suo essere “famiglia di Dio”».
Credenti celebranti.
«Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore». E’ una comunità (familiare) abbarbicata alla fedeltà verso i grandi appuntamenti che celebrano la “Memoria” degli interventi di Dio nella storia del popolo. La fede individuale diventa corale, popolare, liturgica, celebrante. Luca annoterà: «I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza» (Luca 2,41-42). Ciò che Maria e Giuseppe sussurravano al cuore del loro piccolo figlio catechizzandolo nelle mura domestiche, si materializza e si esternalizza nelle celebrazioni e nel culto al Tempio secondo le prescrizioni: “Tre volte all’anno farai festa in mio onore: Osserverai la festa degli azzimi…Osserverai la festa della mietitura…la festa del raccolto, al termine dell’anno, quando raccoglierai il frutto dei tuoi lavori nei campi. Tre volte all’anno ogni tuo maschio comparirà alla presenza del Signore Dio” (Es 23,14-17).  Forse Gesù era già nell’età prevista per diventare un “figlio del precetto” (bar mitzwah). Quando un bambino ebreo raggiunge l’età della maturità diventa responsabile per sé stesso nei confronti della legge ebraica, è ammesso a partecipare all’intera vita della comunità con gli adulti e diventa responsabile della ritualità, dell’osservanza dei precetti, della tradizione e dell’etica ebraica. Gesù era stato educato in famiglia a celebrare; da adulto lo troviamo ancora fedele ad uno dei grandi riti “memoriali” quale quello di “mangiare la Pasqua”: «Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva immolare la vittima di Pasqua. Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: “Andate a preparare per noi la Pasqua, perché possiamo mangiare”… Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo:  “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoriale di me”».   (Lc 22, 7-8.19).  La sua/nostra Pasqua nasce dalle radici di una fedeltà cresciuta in una comunità (familiare) che abilita non solo a credere, ma anche a celebrare. Una comunità cristiana (familiare) credente e celebrante.


[1] Lumen gentium, 10; Gaudium et spes, 52.
[2] EUCARISTIA E PAROLA, a cura della comunità di Bose. Testi per le celebrazioni eucaristiche di Avvento e Natale. Ed. Vita e Pensiero, 2006, Milano.
[3] Servizio della parola, n. 293, dicembre 97.