AVVENTO, TEMPO DI ASCOLTO
P. Ermes Ronchi

Avvento, il tempo dell’ascolto.
Ermes Ronchi (Avvenire 25/11/2010)

Avvento è il tempo magnifico che sta tra il gemito delle creature e la venuta di Signore, lunga ora tra le doglie e il parto. Tempo per guardare in alto e più lontano, per essere attenti a ciò che sta accadendo. Noi siamo così distratti, che non riusciamo a gustare i giorni e i mille doni. Per questo non siamo felici, perché siamo distratti.
I giorni di Noè: mangiavano e bevevano gli uomini in quei giorni, prendevano moglie e marito.
Ma che facevano di male? Niente, erano solo impegnati a vivere. Ma a vivere senza mistero, in una quotidianità opaca: e non si accorsero di nulla. È possibile vivere così, senza sapere perché, senza accorgersi neppure di chi ti sfiora nella tua casa, di chi ti rivolge la parola; senza accorgersi di cento naufraghi a Lampedusa, di questo pianeta depredato, dei germogli che nascono. Non ci accorgiamo che questa affannosa ricerca di sempre più benessere sta generando un rischio di morte per l’intero pianeta. Un altro diluvio.
Il tempo dell’Avvento è un tempo per svegliarci, per accorgerci. Il tempo dell’attenzione. Attenzione è rendere profondo ogni momento.
Due uomini saranno nel campo, uno verrà portato via e uno lasciato. Non è dell’angelo della morte che parla il Vangelo, ma di due modi diversi di vivere nel campo della vita: uno vive in modo adulto, uno infantile; uno vive affacciandosi sull’infinito, uno è chiuso solo dentro la sua pelle; uno è chino solo sul suo piatto, uno è generoso con gli altri di pane e di amore. Tra questi due, uno è pronto all’incontro con il Signore, quello che vive attento, l’altro non si accorge di nulla.
Se il padrone di casa sapesse a quale ora viene il ladro… Mi ha sempre inquietato l’immagine del Signore che viene di soppiatto come un ladro nella notte. Cerco di capire: Dio non è un ladro di vita, e infatti non è la morte che viene adombrata in questa piccola parabola, ma l’incontro. Il Signore è un ladro ben strano, non ruba niente, dona tutto, viene con le mani piene. Ma l’incontro con Lui è rapinoso, ti obbliga a fare il vuoto in te di cento cose inutili, altrimenti ciò che porta non ci sta. Mette a soqquadro la tua casa, ti cambia la vita, la fa ricca di volti, di luce, di orizzonti. Io ho qualcosa di prezioso che attira il Signore, come la ricchezza attira il ladro: è la mia persona, il fiume della mia vita che mescola insieme fango e pagliuzze d’oro, questo nulla fragile e glorioso cui però Lui stesso ha donato un cuore. Vieni pure come un ladro, Signore, prendi quello che è prezioso per te, questo povero cuore. Prendilo, e ridonamelo poi, armato di luce. (Letture: Isaia 2,1-5; Salmo 121; Romani 13,11-14a; Matteo 24,37-44).




Ermes Ronchi
Regalità di Cristo storia di amore.

Regalità di Cristo, storia d’amore
Padre Ermes Ronchi – Avvenire (20 Novembre 2004)

Luca ci guida a rintracciare il tesoro della regalità nel luogo più inadatto, nel piccolo spazio della croce. Il crocifisso è signore appena di quel poco di legno e di terra che basta per morire. Ma quella croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante: «Non c’è amore più grande che dare la propria vita…». I capi, i soldati, un malfattore chiedono a Gesù una dimostrazione di forza: «Salva te stesso!». Se accetta e scende dalla croce, Gesù si mostrerà “forte”, un vero “re” davanti agli uomini. Invece un uomo gli chiede una dimostrazione di bontà: «Ricordati di me!». Gesù risponde e si mostra “buono”, vero “re” secondo il cuore di Dio. Ma che cosa ha visto quell’uomo? Lo dice in una frase sola, di semplicità sublime: «Lui non ha fatto nulla di male». In queste parole è racchiuso il segreto dell’autentica regalità: niente di male in quell’uomo, innocenza mai vista ancora, nessun seme di odio o di violenza. Aver percepito questo è bastato ad aprirgli il cuore: il malfattore intuisce in quel cuore pulito e buono il primo passo di una storia diversa, intravede un altro modo possibile di essere uomini, l’annuncio di un mondo di fraternità e di perdono, di giustizia e di pace. Ed è in questo regno che domanda di entrare: «Ricordati di me», prega il morente. «Sarai con me», risponde l’amante. «Ricordati di me», prega la paura. «Sarai con me in un abbraccio», risponde il forte. «Solo ricordati, e mi basta», prega l’ultima vita. «Con me, oggi, in un paradiso di luce», risponde il datore di vita.
Venga il tuo regno – noi preghiamo – e sia più intenso delle lacrime, e sia più bello dei sogni di chi visse e morì nella notte per costruirlo. Un regno che è di Dio, che è per l’uomo. Ed è come ripetere le parole del ladro pentito.
Pregare ogni giorno: «Venga il tuo regno», significa credere che il mondo cambierà; e non per i segni che riesco a scorgere dentro il groviglio sanguinoso e dolente della cronaca, ma perché Dio si è impegnato con la croce.
Dire: «Venga il tuo Regno», è affermare che la speranza è più forte dell’evidenza, l’innocenza più forte del male, che il mondo appartiene non a chi lo possiede ma a chi lo rende migliore.
Dire: «Venga il tuo regno», è invocare per noi un amore di una qualità simile a quello del Crocifisso che muore ostinatamente amando, preoccupandosi di chi gli muore accanto, dimenticandosi di sè. Il regno di Dio verrà quando nascerà, nel cuore nuovo delle creature, l’ostinazione dell’amore, e quando questa ostinazione avanzerà dalle periferie della storia fino ad occupare il centro della città degli uomini. Solo questo capovolgerà la nostra cronaca amara in storia finalmente sacra.




Ermes Ronchi
DIO CUSTODE DI OGNI FRAMMENTO

Dio, il custode di ogni frammento
Padre Ermes Ronchi – Avvenire   (13 Novembre 2004)

Verranno giorni di lutto e di pianto. Anzi, sono già venuti, e stanno venendo ancora. Il mondo è malato, eppure noi non si evade, si sta in mezzo, come Gesù, cercando di guarirne le piaghe.
La venuta di Gesù non ha risolto i mali del mondo. Anzi la fede in Gesù sembra provocare un supplemento di violenza e di odio: è la creazione che lotta contro il male. Gesù, i suoi testimoni, il tempio di Gerusalemme, il tempio del nostro corpo (Gv 2,21), il mondo, tutto deve passare per una vicenda di morte e rinascita, di croce e risurrezione: legge dell’intera storia. Tutto si tiene nella croce. Tutto si tiene nella risurrezione. L’ultimo libro della Bibbia ci assicura che il mondo non finirà nel fuoco di una conflagrazione planetaria, ma nella bellezza. La fine della storia non è la devastazione del creato, ma l’incanto dell’innamorato: «vidi la terra nuova, bella come una sposa, scendere dal cielo pronta per lo sposo» (Ap 21,2). Questo vale anche per il discepolo: «neppure un capello del vostro capo perirà». Se anche sarà distrutto nel giorno della violenza e dell’odio, non lo sarà per sempre. «Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque timore» (Mt 10,30). Ecco un’altra volta l’infinita cura di Dio per l’infinitamente piccolo, la finezza amorosa di un Dio per cui nulla è insignificante di ciò che appartiene all’amato. Non è solo desiderio del cuore, ma sapienza del cuore: Gesù insegna a vivere il moto di un pendolo che va dall’infinitamente piccolo alla grande storia, dal frammento di materia al segreto della vita, da uno solo dei miei capelli a tutto il futuro del cosmo. Nella speranza. Ringrazio il mio Signore, perché nel caos della storia il suo sguardo è fisso su di me, non giudice che incombe, ma custode memore di ogni frammento. E nulla è troppo piccolo: e se non sarà esentato dalla distruzione nel giorno dell’odio, certamente sarà salvato poi nel giorno del Signore. Come attendere quel giorno? Con una spiritualità del quotidiano che Luca delinea così: restare saldi nella «perseveranza», termine che evoca tutta la forza necessaria lungo la via di sofferenza per cui si deve passare, ma che insieme respira la speranza in Colui che ti conta i capelli in capo. «Nella vostra perseveranza salverete le vostre vite». La vita si salva non nel disimpegno ma nel tenace, umile, quotidiano lavoro che si prende cura della terra e delle sue ferite. Senza cedere né allo scoraggiamento né alle seduzioni dei falsi profeti. E se attendo ancora il Signore non è in base ai segni deludenti che riesco a scorgere dentro il groviglio sanguinoso dei giorni, ma per la bellezza della fede in Qualcuno che mi sta contando i capelli in capo e si ripropone come un Dio esperto d’amore.




INFELICE CHI GUARDA SOLO A SE STESSO
P. Ermes Ronchi

Infelice chi guarda solo a se stesso

P. Ermes Ronchi (21/10/2010)

 

XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C

Gesù, rivolgendosi a chi si sente a posto e disprezza gli altri, denuncia anche a noi i rischi della preghiera: non si può pregare e disprezzare, adorare Dio e umiliare i suoi figli. Ci si allontana dagli altri e da Dio; si torna a casa, come il fariseo, con un peccato in più.

Il fariseo inizia con le parole giuste: O Dio, ti ringrazio. Ma tutto ciò che segue è sbagliato: ti ringrazio di non essere come tutti gli altri, ladri, ingiusti, adulteri. Non si confronta con Dio, ma con gli altri, e gli altri sono tutti disonesti e immorali. In fondo è un infelice, sta male al mondo: l’immoralità dilaga, la disonestà trionfa… L’unico che si salva è lui stesso. Onesto e infelice: chi guarda solo a se stesso non si illumina mai. Io digiuno, io pago le decime, io… Il fariseo è affascinato da due lettere magiche, stregate, che non cessa di ripetere: io, io, io. È un Narciso allo specchio, Dio è come se non esistesse, non serve a niente, è solo una muta superficie su cui far rimbalzare la propria auto sufficienza. Il fariseo non ha più nulla da ricevere, nulla da imparare: conosce il bene e il male, e il male sono gli altri. Che è un modo terribilmente sbagliato di pregare, che può renderci «atei». Invece, nel Padre Nostro, modello di ogni preghiera, mai si dice «io» o «mio», ma sempre «tuo» o «nostro». Il tuo regno, il nostro pane. Il fariseo ha dimenticato la parola più importante del mondo: tu. Vita e preghiera percorrono la stessa strada: la ricerca mai arresa di un tu, uomo o Dio, in cui riconoscersi, amati e amabili, capaci di incontro vero, quello che fa fiorire il nostro essere.

Il pubblicano non osava neppure alzare gli occhi, si batteva il petto e diceva: Abbi pietà di me peccatore. Due parole cambiano tutto nella sua preghiera e la fanno vera.

La prima parola è “tu”: Tu abbi pietà. Mentre il fariseo costruisce la sua religione attorno a quello che lui fa, il pubblicano la edifica attorno a quello che Dio fa.

La seconda parola è: “peccatore”, io peccatore. In essa è riassunto un intero discorso: «sono un ladro, è vero, ma così non sto bene; non sono onesto, lo so, ma così non sono contento; vorrei tanto essere diverso, non ci riesco; e allora tu perdona e aiuta».

Il pubblicano tornò a casa sua giustificato, non perché più umile del fariseo (Dio non si merita, neppure con l’umiltà), ma perché si apre – come una porta che si socchiude al sole, come una vela che si inarca al vento – a un Dio più grande del suo peccato, vento che fa ripartire. Si apre alla misericordia, a questa straordinaria debolezza di Dio che è la sua unica onnipotenza.

(Letture: Siracide 35,15-17.20-22; Salmo 34 (33) ; 2 Timoteo 4,6-8.16-18; Luca 18,9-14)

 




È la salvezza la vera guarigione.
Padre Ermes Ronchi

È la salvezza la vera guarigione.
P.Ermes Ronchi (Avvenire 07/10/2010)
28a Domenica del Tempo Ordinario-Anno C

Dieci lebbrosi fermi a distanza; solo occhi e voce; mani neppure più capaci di accarezzare un figlio: Gesù, abbi pietà. E appena li vede (subito, senza aspettare un secondo di più, perché prova dolore per il dolore del mondo) dice: Andate dai sacerdoti. È finita la distanza. Andate. Siete già guariti, anche se ancora non lo vedete. Il futuro entra in noi molto prima che accada, entra con il primo passo, come un seme, come una profezia, entra in chi si alza e cammina per un anticipo di fiducia concesso a Dio e al proprio domani. Solo per questo anticipo di fiducia dato a ogni uomo, perfino al nemico, la nostra terra avrà un futuro. Si mettono in cammino, e la speranza è più forte dell’evidenza. Ma chi vuol stare con l’evidenza si rassegni ad essere solo il custode del passato. Si mettono in cammino e la strada è già guarigione: E mentre andavano furono guariti.
Il cuore di questo racconto risiede però nell’ultima parola: la tua fede ti ha salvato. Il Vangelo è pieno di guariti, un lungo corteo gioioso che accompagna l’annuncio. Eppure quanti di questi guariti sono anche salvati? Nove dei lebbrosi guariti non tornano: si smarriscono nel turbine della loro felicità, dentro la salute, la famiglia, gli abbracci ritrovati. E Dio prova gioia per la loro gioia come all’inizio aveva provato dolore per il loro dolore. Non tornano anche perché ubbidiscono all’ordine di Gesù: andate dai sacerdoti. Ma Gesù voleva essere disubbidito, alle volte l’ubbidienza formale è un tradimento più profondo. «Talvolta bisogna andare contro la legge, per esserle fedeli in profondità» (Bonhoffer). Come fa Gesù con la legge del sabato. Uno solo torna, e passa da guarito a salvato. Ha intuito che il segreto non sta nella guarigione, ma nel Guaritore. È il Donatore che vuole raggiungere non i suoi doni, e poter sfiorare il suo oceano di pace e di fuoco, di vita che non viene meno. Nel lebbroso che torna importante non è l’atto di ringraziare, quasi che Dio fosse in cerca del nostro grazie, bisognoso di contraccambio; è salvo non perché paga il pedaggio della gratitudine, ma perché entra in comunione: con il proprio corpo, con i suoi, con il cielo, con Cristo: gli abbraccia i piedi e canta alla vita. I nove guariti trovano la salute; l’unico salvato trova la salute e un Dio che fa fiorire la vita in tutte le sue forme, che dona pelle di primavera ai lebbrosi, un Dio la cui gloria non sono i riti ma l’uomo vivente. Ritornare uomini, ritornare a Dio: sono queste le due tavole della legge ultima, i due movimenti essenziali d’ogni salvezza. (Letture: 2 Re 5,14-17, Salmo 97; 2 Timoteo 2,8-13; Luca 17,11-19).




P. Ermes Ronchi
La porta stretta non è per i più bravi ma per chi si fa ultimo

La porta stretta non è per i più bravi ma per chi si fa ultimo
Ermes Ronchi (Avvenire 18 agosto 2016)
XXI Domenica Tempo Ordinario Anno C

Verranno da oriente e da occidente, da nord e da sud e siederanno a mensa…
La porta è stretta, ma si apre su di una festa. Eppure quell’aggettivo ci inquieta. Noi pensiamo subito che “stretto” significhi sacrifici e fatiche. Ma il Vangelo non dice questo. La porta è stretta, vale a dire a misura di bambino e di povero: se non sarete come bambini non entrerete… La porta è piccola, come i piccoli che sono casa di Dio: tutto ciò che avete fatto a uno di questi piccoli l’avete fatto a me… E se anche fosse minuscola come la cruna di un ago (com’è difficile per quanti possiedono ricchezze entrare nel Regno di Dio, è più facile che un cammello passi per la cruna dell’ago) e se anche fossimo tutti come cammelli che tentano di passare goffamente, inutilmente, per quella cruna dell’ago, ecco la soluzione, racchiusa in una della parole più belle di Gesù, vera lieta notizia: tutto è possibile a Dio (Mc 10,27). Lui è capace di far passare un cammello per la cruna di un ago, Dio ha la passione dell’impossibile, dieci cammelli passeranno per quel minuscolo foro. Perché nessuno si salva da sé, ma tutti possiamo essere salvati da Dio. Non per i nostri meriti ma per la sua bontà, per la porta santa che è la sua misericordia. Lo dice il verbo “salvarsi” che nel vangelo è al passivo, un passivo divino, dove il soggetto è sempre Dio. Quando la porta da aperta si fa chiusa, inizia la crisi dei “buoni”. Abbiamo mangiato alla tua presenza (allusione all’Eucaristia), hai insegnato nelle nostre piazze (conosciamo il Vangelo e il catechismo), perché non apri? Non so di dove siete, voi venite da un mondo che non è il mio. Non basta mangiare Gesù, che è pane, occorre farsi pane per gli altri. Non basta essere credenti, dobbiamo essere credibili. E la misura è nella vita. «La fede vera si mostra non da come uno parla di Dio, ma da come parla e agisce nella vita, da lì capisco se uno ha soggiornato in Dio» (S. Weil). La conclusione della piccola parabola è piena di sorprese: viene sfatata l’idea della porta stretta come porta per pochi, per i più bravi. Tutti possono passare per le porte sante di Dio. Il sogno di Dio è far sorgere figli da ogni dove, per una offerta di felicità, per una vita in pienezza. È possibile per tutti vivere meglio, e Gesù ne possiede la chiave. Lui li raccoglie da tutti gli angoli del mondo, variopinti clandestini del regno, arrivati ultimi e per lui considerati primi.

(Letture: Isaia 66, 18-21; Salmo 116; Ebrei 12, 5-7.11-13; Luca 13, 22-30)




Racconto. IL GRILLO E LA MONETA

IL GRILLO E LA MONETA
(Bollettino salesiano. Giugno 2019)
Un saggio indiano aveva un caro amico che abitava a Mi­lano. Si erano conosciuti in India, dove l’italiano era an­dato con la famiglia per fare un viaggio turistico. L’india­no aveva fatto da guida agli italiani, portandoli a esplorare gli angoli più caratteristici della sua patria. Riconoscente, l’amico milanese aveva invitato l’indiano a casa sua. Voleva ricambiare il favore e fargli conoscere la sua città. L’indiano cedette all’insistenza dell’amico italiano e un bel giorno sbarcò da un aereo alla Malpensa.
Il giorno dopo, il milanese e l’india­no passeggiavano per il centro della città. A un tratto, in piazza San Babila, l’indiano si fermò e disse: «Senti anche tu quel che sento io?».
Il milanese, un po’ sconcertato, tese le orecchie più che poteva ma ammise di non sentire nient’altro che il gran rumore del traffico cittadino.
«Lì vicino c’è un grillo che canta», continuò, sicuro di sé, l’indiano.
«Ti sbagli», replicò il milanese. «io sento solo il chiasso della città. E poi, figurati se ci sono grilli da que­ste parti».
«Non mi sbaglio. Sento il canto di un grillo», ribatté l’indiano e de­cisamente si mise a cercare tra le foglie di alcuni alberelli striminziti. Dopo un po’ indicò all’amico che lo osservava scettico un piccolo insetto, uno splendido grillo canterino.
«Hai visto che c’era un grillo?», disse l’indiano.
«È vero», ammise il milanese. «Voi indiani avete l’udito molto più acuto di noi bianchi… ».
«Questa volta ti sbagli tu», sorrise il saggio indiano. «Stai attento … ».
L’indiano tirò fuori dalla tasca una monetina e facendo finta di niente la lasciò cadere sul marciapiede. Immediatamente quattro o cinque persone si voltarono a guardare.
«Hai visto?», spiegò l’indiano. «Questa monetina ha fatto un tintinnio più esile e fievole del trillare del grillo. Eppure hai notato quanti bianchi lo hanno udito?».




Festa dell’Assunta. L’orizzonte da ritrovare.
Gualtiero Bassetti presidente della Cei

Leggi: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/bassetti-auguri-all-italia

 

 

 




Domenica 20a. 18 agosto 2019
E.Ronchi UNA PAROLA CHE BRUCIA

Ritti, controcorrente, discepoli di una Parola che brucia
Ermes Ronchi (Avvenire 11/08/2016)
Sono venuto a gettare fuoco sulla terra. Tutti abbiamo conosciuto uomini e donne appassionati del Vangelo, e li abbiamo visti passare fra noi come una fiaccola accesa. «La verità è ciò che arde» (Christian Bobin), occhi e mani che ardono, che hanno luce e trasmettono calore.
Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione. Lui che ha chiesto di amare i nemici, che ha dato il nome di “divisore”, diavolo, al peggior nemico dell’uomo, che ha pregato fino all’ultima sera per l’unità, qui si contraddice. E capisco allora che, sotto la superficie delle parole, devo cercare ancora.
Gesù stesso, tenero come un innamorato e coraggioso come un eroe, è stato con tutta la sua vita segno di contraddizione. Il suo Vangelo è venuto come una sconvolgente liberazione: per le donne sottomesse e schiacciate dal maschilismo; per i bambini, proprietà dei genitori; per gli schiavi in balia dei padroni; per i lebbrosi, i ciechi, i poveri. Si è messo dalla loro parte, li chiama al suo banchetto, fa di un bambino il modello di tutti e dei poveri i principi del suo regno, sceglie sempre l’umano contro il disumano. La sua predicazione non metteva in pace la coscienza, ma la risvegliava dalle false paci! Paci apparenti, rotte da un modo più vero di intendere la vita.
La scelta di chi si dona, di chi perdona, di chi non si attacca al denaro, di chi non vuole dominare ma servire gli altri, di chi non vuole vendicarsi diventa precisamente divisione, guerra, urto inevitabile con chi pensa a vendicarsi, salire, dominare, con chi pensa che è vita solo quella di colui che vince. Leonardo Sciascia si augurava: «Io mi aspetto che i cristiani qualche volta accarezzino il mondo in contropelo». Ritti, controcorrente, senza accodarsi ai potenti di turno o al pensiero dominante. Che riscoprano e vivano la “beatitudine degli oppositori”, di chi si oppone a tutto ciò che fa male alla storia e al cuore dei figli di Dio. Siamo discepoli di un Vangelo che brucia, brucia dentro, ci infiamma qualche volta almeno, oppure abbiamo una fede che rischia di essere solo un tranquillante, una fede sonnifero? Il Vangelo non è un bavaglio, ma un megafono. Ti fa voce di chi non ha voce, sei il giusto che lotta in mezzo alle ingiustizie, mai passivo e arreso, mai senza fuoco.
Quanto vorrei che questo fuoco fosse già acceso. Eppure arde! C’è dentro le cose il seme incandescente di un mondo nuovo. C’è una goccia di fuoco anche in me, una lingua di fuoco sopra ognuno di noi a Pentecoste, c’è lo Spirito santo che accende i suoi roveti all’angolo di ogni strada.

Dio non è neutrale e nemmeno la sua pace. Ermes Ronchi (AVVENIRE giovedì 15 agosto 2019)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione […]»  È stato detto che la religione era l’oppio dei popoli, ottundimento e illusione. Nell’intenzione di Gesù il Vangelo è invece «l’adrenalina dei popoli» (Battista Borsato), porta «il morso del più» (Luigi Ciotti), più visione, più coraggio, più creatività, più fuoco.
Pensate che io sia venuto a portare la pace? No, vi dico, ma la divisione. Dio non è neutrale: vittime o carnefici non sono la stessa cosa davanti a lui, tra ricchi e poveri ha delle preferenze e si schiera. Il Dio biblico non porta la falsa pace della neutralità o dell’inerzia, ma «ascolta il gemito» e prende posizione contro i faraoni di sempre. La divisione che porta evoca il coraggio di esporsi e lottare contro il male. «Perché si uccide anche stando alla finestra» (Luigi Ciotti), muti davanti al grido dei poveri e di madre terra, mentre soffiano i veleni degli odi, si chiudono approdi, si alzano muri, avanza la corruzione. Non si può restarsene inerti a contemplare lo spettacolo della vita che ci scorre a fianco, senza alzarsi a lottare contro la morte, ogni forma di morte. Altrimenti il male si fa sempre più arrogante e legittimato. Sono venuto a portare il fuoco, l’alta temperatura morale in cui soltanto avvengono le trasformazioni positive del cuore e della storia. E come vorrei che divampasse! Come quella fiammella che a Pentecoste si è posata sul capo di ogni discepolo e ha sposato una originalità propria, ha illuminato una genialità diversa per ciascuno. Abbiamo bisogno estremo di discepoli geniali, con fuoco. La Evangelii gaudium invita i credenti a essere creativi, nella missione, nella pastorale, nel linguaggio. Propone instancabilmente non l’omologazione, ma la creatività; invoca non l’obbedienza ma l’originalità dei cristiani. Fino a suggerire di non temere eventuali conflitti che ne possono seguire (Evangelii Gaudium 226), perché senza conflitto non c’è passione.
Perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto? Un invito pieno di energia, rivolto alla folla cioè a tutti: non seguite il pensiero dominante, non accodatevi alla maggioranza o ai sondaggi d’opinione. Giudicate da voi stessi, intelligenti e liberi, svegli e sognatori, andando oltre la buccia delle cose: «La differenza decisiva non è tra chi crede e chi non crede, ma tra chi pensa e chi non pensa» (C.M. Martini). Tra chi si domanda che cosa c’è di buono o di sbagliato in ciò che accade, e chi non si domanda più niente. Giudicate da voi… Siate profeti – invito forte e quante volte disatteso! – siate profeti anche scomodi, dice il Signore Gesù, facendo divampare quella goccia di fuoco che lo Spirito ha seminato in ogni vivente.




P. Ermes Ronchi
LA BELLEZZA DI UN DIO CHE SI FA SERVO

Ermes Ronchi (Avvenire 05/08/2010)
XIX Domenica del Tempo Ordinario – Anno C

Un padrone parte e affida la sua casa ai servi. La vera fortuna di noi servi inaffidabili consiste nel fatto di avere un padrone così, pieno di fiducia verso di noi, che non nutre sospetti, cuore luminoso. Dio ha un cuore di luce e ti affida la casa, le persone, il mondo. E ti dice: tu puoi. Dio ha fede nell’uomo. La fiducia del mio Signore mi conquista, mi convince, mi fa dire: beato sei tu perché Dio ha fede in te.
Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli… non è ovvio, non è scontato stare svegli, non è un fatto dovuto o un obbligo. Quell’attesa fino all’alba ha il potere di emozionare e sorprendere Dio, è più di quanto non si aspettasse. Genera infatti in lui una risposta quasi eccessiva, esultante. Ed è il punto commovente, sublime di questa parabola, il momento straordinario, quando accade l’impensabile: Dio da padrone diventa servitore: vi dico che si stringerà le vesti ai fianchi (è l’abbigliamento del servo) li farà sedere a tavola e passerà a servirli. Da quello stupore di Dio, viene una voce: «questi miei figli mi sorprendono, capaci di incantarmi con un di più, un eccesso, una veglia fino all’alba, un vaso di nardo, un perdono con tutto il cuore, gli ultimi due spiccioli gettati nel tesoro del tempio, l’abbraccio e il pane dati al più piccolo. Metto ancora la mia gioia nelle loro mani!». Dio non è il Padrone dei padroni, è il servitore della vita. Non abbiamo pensato abbastanza a che cosa significhi avere un Dio nostro servitore. Il padrone castiga, il servo aiuta; il padrone giudica, il servo sostiene; il padrone detta ordini, il servo ascolta e apre il cuore. Questi è il solo che io servirò perché è l’unico che si è fatto mio servitore.
Dov’è il tuo tesoro lì è anche il tuo cuore. Ciò che per me è più prezioso è ciò che più amo. «Ami la terra? Terra diventerai. Ami Dio? Diventerai come Dio», scrive Agostino. L’uomo diventa ciò che ama. La fede avanza per scoperta di tesori, non per doveri. La vita cresce non per obblighi o divieti, ma per una passione, e la passione nasce da una bellezza. La bellezza di un Dio così fa avanzare la mia fede. Un tesoro di persone e di speranze è il motore della vita. Sufficiente a mettersi in viaggio verso Colui che ha nome amore, pastore delle costellazioni e pastore dei cuori, che ci metterà a tavola e passerà a servirci, con tutta la gioia di un padre sorpreso da questi suoi figli, questo piccolo gregge, coraggioso e mai arreso, che veglia sui tesori di Dio, che veglia fino alle porte della luce.
(Letture: Sapienza 18, 6-9; Salmo 32; Ebrei 11, 1-2.8-19; Luca 12, 32-48)