il ragazzo e i chiodi
B.Ferrero

I CHIODI
(Bruno Ferrero)

C’era una volta un ragazzo dal carattere molto difficile. Si accendeva facilmente, era rissoso e attaccabrighe. Un giorno, suo padre gli consegnò un sacchetto di chiodi, invitandolo a piantare un chiodo nella palizzata che recintava il loro cortile tutte le volte che si arrabbiava con qualcuno.
Il primo giorno, il ragazzo piantò trentotto chiodi.
Col passare del tempo, comprese che era più facile controllare l’ira che piantare chiodi e, parecchie settimane dopo, una sera disse al padre che quel giorno non si era arrabbiato con nessuno.
Il padre gli rispose: «È molto bello quel che mi dici; ora, togli dalla palizzata un chiodo per ogni giorno in cui non ti arrabbi con qualcuno».
Dopo un po’ di tempo, il ragazzo poté dire al padre che aveva tolto tutti i chiodi.
Allora il padre lo prese per mano, lo condusse alla palizzata e gli disse: «Figlio mio, questo è molto bello; però, guarda: la palizzata è piena di buchi; il legno non sarà mai più come prima. Quando dici qualcosa mentre sei in preda all’ira, provochi nelle persone a cui vuoi bene ferite simili a questi buchi. E per quante volte tu chieda scusa, le ferite rimangono».

Tra perdono e memoria.




L’AMORE CHE HA CAMBIATO LA STORIA
Ermes Ronchi

L’amore che ha cambiato la storia
padre Ermes Ronchi  (05-05-2002)
VI Domenica di Pasqua Anno A

Se mi amate. Con questo verbo, il più importante del nostro vocabolario, che circondiamo di tanto pudore e di tante attese, Gesù entra nei nostri sentimenti più intimi, li rivendica per sé, ed è la prima volta, e per la storia che vuole cambiare. Non si tratta di un ordine, non di un imperativo, ma piuttosto di una constatazione: chi ama osserverà, diverrà per lui naturale, quasi un automatismo del cuore, osservare il suo comandamento, il nuovo, l’unico: amatevi come io vi ho amato (Gc 13,34). L’amore cambia la vita, non è un vago sentimento misto di fascino e di timore che Gesù propone: se ami non potrai ferire, tradire, derubare, violare, deridere, restare indifferente. Ama e fa quello che vuoi (sant’Agostino). Se ami non potrai che osservare una legge interiore ben più esigente di qualsiasi legge esterna. Ma è facile o difficile amare Cristo? Per sette volte oggi, nei sette versetti del brano, Gesù parla di unione: una passione di unirsi corre dentro la storia di Dio e dell’uomo. Passione di unirsi per cui Dio è diventato, in principio, il respiro stesso di Adamo; per cui per millenni ha cercato un popolo, profeti di fuoco, re e mendicanti, e infine una ragazza di Nazaret per entrare in comunione con l’umanità, comunione assoluta.
E qui Giovanni ricorre al verbo più importante della vita spirituale: essere-in. Non solo essere accanto, presso, vicino, ma essere-in. Dentro, immersi, uniti: lo Spirito sarà in voi… io sono nel Padre, voi siete in me e io in voi. Fino a che l’altro diventi tua dimora e tua casa. Tommaso d’Aquino diceva che l’amore è passione di unirsi alla persona amata. In Dio per primo c’è questa passione, lui per primo viene incontro, è lui che cerca casa, a noi compete il lasciarci amare, e questo è finalmente, gioiosamente facile e bello. Amare Cristo è facile come lasciarsi amare. Allora i comandamenti altro non sono che vie per l’unione, passione di fare ciò che Dio fa’, di partecipazione alla stessa energia di vita, di respirare il suo respiro non più un ordine esterno, ma un modo per assomigliare a Dio, espansione di una storia di comunione, il traboccare verso l’esterno di una sintonia interna. Questo è il comandamento: passione di unirsi a Dio e quindi di agire con lui e come lui nella storia, essere le sue mani, un frammento del suo cuore. Nessuna etica vive senza una mistica.
 Non vi lascerò orfani, perché io vivo e voi vivrete. Orfano è parola ed esperienza legata alla morte. Ma chi ama vive, forte come la morte è l’amore, le grandi acque non possono spegnerlo, né i fiumi travolgerlo. Vivrete perché io vivo: la passione di unirsi è diventata passione di far vivere.


Il sogno di Gesù è abitare nell’uomo
Ermes Ronchi (26/05/20)

Se mi amate osserverete i miei comandamenti. Nessuna minaccia, nessuna costrizione, puoi aderire e puoi rifiutarti in totale libertà: Gesù, uomo libero, è una parola liberante.
Se mi amate osserverete i miei comandamenti Non si tratta di una ingiunzione, ma di una constatazione: quando ami accadono cose, lo sappiamo per esperienza: tutte le azioni si caricano di gioiosa forza, di calore nuovo, di intensità inattesa. Lavori con slancio, con pienezza, con facilità, come il fiorire di un fiore spontaneo.
Osserverete i comandamenti miei. La costruzione della frase pone l’accento su miei. E miei non tanto perché dettati da me, ma perché da me vissuti, perché mia vita. Non si tratta di osservare i 10 comandamenti, ma la sua vita! «Se mi ami, metti in pratica la mia vita. Se mi ami, diventi come me!» Amare trasforma, uno diventa ciò che ama, le passioni modificano la vita. Se ami Cristo, lo prendi come misura alta del vivere, per acquisire quel suo sapore di libertà, di mitezza, di pace, di nemici perdonati, di tavole imbandite, di piccoli abbracciati, di relazioni buone che sono la bellezza del vivere.
Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Per sette volte nei sette versetti di cui è composto il brano, Gesù ribadisce un concetto, anzi un sogno: unirsi a me, abitare in me. Lo fa adoperando parole che dicono unione, compagnia, incontro, in una specie di suadente monotonia: sarò con voi, verrò presso di voi, in voi, a voi, voi in me io in voi. Uno diventa ciò che lo abita! Gesù cerca spazi, spazi nel cuore, spazi di relazione. Cerca amore. E il Vangelo racconta la passione di unirsi di Gesù a me usando una parola di due sole lettere in: io nel Padre, voi in me, io in voi. Dentro, immersi, uniti, intimi. Tralcio unito alla madre vite, goccia nella sorgente, raggio nel sole, scintilla nel grande braciere della vita, respiro nel suo vento. Gesù ribadisce che l’amore suo è passione di unirsi a me. E questo mi conforta: che io sia amato dipende da Lui, non da me; l’uomo può anche dire di no a Dio, ma Dio non può dire di no all’uomo. Tu puoi negarlo, lui non potrà mai rinnegarti.
Infatti: non vi lascerò orfani. Non lo siete ora e non lo sarete mai, mai orfani, mai separati. La presenza di Cristo in me non è da conquistare, non è da raggiungere, non è lontana. È già data, è dentro, è indissolubile, fontana che non verrà mai meno. E infine l’obiettivo di Gesù: Io vivo e voi vivrete: far vivere è la vocazione di Dio, Gesù è venuto come intenzione di bene, come donatore di vita in abbondanza (Gv 10,10). La sua è anche la nostra missione: essere tutti nella vita datori di vita. (Letture: Atti 8,5-8.14-17; Salmo 65; 1 Pietro 3,15-18; Giovanni 14, 15-21).


Il giogo leggero dei comandamenti del Signore
Ermes Ronchi (Avvenire 18 maggio 2017 )

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

La prima parola è «se»: se mi amate. Un punto di partenza così libero, così umile, così fragile, così fiducioso, così paziente. Non dice: dovete amarmi. Nessuna minaccia, nessuna costrizione, puoi aderire e puoi rifiutarti in totale libertà. Ma, se mi ami, sarai trasformato in un’altra persona, diventerai come me, prolungamento dei miei gesti, eco delle mie parole: se mi amate, osserverete i comandamenti miei. Non per dovere, ma come espansione verso l’esterno di ciò che già preme dentro, come la linfa della vite a primavera, quando preme sulla corteccia dura dei tralci e li apre e ne esce in forma di gemme e foglie.
In questo passo del Vangelo di Giovanni, per la prima volta, Gesù chiede esplicitamente di essere amato. Il suo comando finora diceva: Amerai Dio, amerai il prossimo tuo, vi amerete gli uni gli altri come io vi ho amato, ora aggiunge se stesso agli obiettivi dell’amore. Non detta regole, si fa mendicante d’amore, rispettoso e generativo. Non rivendica amore, lo spera.
Ma amarlo è pericoloso. Infatti il brano di oggi riporta sette versetti, in cui per sette volte Gesù ribadisce un concetto, anzi un sogno: unirsi a me, abitare in noi. E lo fa con parole che dicono unione, compagnia, incontro, intimità, in una divina monotonia, umile e sublime: sarò con voi, verrò presso di voi, in voi, a voi, voi in me io in voi.
Gesù cerca spazi, spazi nel cuore, spazi di trasformazione: se mi ami diventi come me! Io posso diventare come Lui, acquisire nei miei giorni un sapore di cielo e di storia buona; sapore di libertà, di mitezza, di pace, di forza, di nemici perdonati, e poi di tavole imbandite, e poi di piccoli abbracciati, di relazioni buone e feconde che sono la bellezza del vivere.
Quali sono i comandamenti miei di cui parla Gesù? Non l’elenco delle Dieci Parole del monte Sinai; non i comandi esigenti o i consigli sapienti dettati in quei tre anni di itineranza libera e felice dal rabbi di Nazaret.
I comandamenti da osservare sono invece quei gesti che riassumono la sua vita, che vedendoli non ti puoi sbagliare: è davvero lui. Lui che si perde dietro alla pecora perduta, dietro a pubblicani e prostitute, che fa dei bambini i principi del suo regno, che ama per primo, ama in perdita, ama senza aspettare di essere ricambiato.
«Come ho fatto io, così farete anche voi» (Gv 13,15). Lui che cinge un asciugamano e lava i piedi, che spezza il pane, che nel giardino trema insieme al tremante cuore della sua amica («donna, perché piangi?»), che sulla spiaggia prepara il pesce sulla brace per i suoi amici. Comandamenti che confortano la vita. Mentre nelle sue mani arde il foro dei chiodi incandescenti della crocifissione.
(Letture: Atti 8,5-8.14-17; Salmo 65; 1 Pietro 3,15-18; Giovanni 14,15-21)




In Gesù il cuore dell’uomo trova casa
P.Ermes Ronchi

In Gesù il cuore dell’uomo trova casa

padre Ermes Ronchi  (19-04-2008)

Nella casa del Padre ci sono molte dimore. La prima immagine che il Vangelo disegna oggi è quella di una casa. C’è un luogo in principio a tutto, un luogo caldo, familiare, che mi appartiene, una casa – non un tempio – il cui segreto basta a confortare il cuore: «Non sia turbato il vostro cuore». Lì abita qualcuno che non sa immaginarsi senza di noi e ci vuole con sé. L’amore conosce molti doveri, ma il primo è quello di essere insieme con l’amato. «L’amore è passione di unirsi con l’amato» ( Tommaso d’Aquino). Una passione in grado di attraversare l’eternità. È Dio stesso che dice ad ogni suo figlio: il mio cuore è a casa solo accanto al tuo.
«Signore, come ci si arriva?» «Io sono la via». La Bibbia è piena di strade, di vie, di sentieri, piena di futuro e di speranza: davanti all’uomo non c’è una non­strada, ma un ventaglio di strade. Gesù specifica: la strada sono io. Non c’è allora un sentiero ma una persona da percorrere: seguire le sue orme, compiere i suoi gesti, preferire le persone che lui preferiva, opporsi a ciò cui lui si opponeva, rinnovare le sue scelte. La sua strada conduce a un modo nuovo di custodire al terra e il cuore.
«Io sono la verità». Il cristianesimo non è una dottrina o un sistema di pensiero, ma una persona, e il suo muoversi libero, regale, amorevole fra le cose. La verità è ciò che arde. Le mani e i gesti di Gesù che ardono in una vita inseparabile dall’amore, che mette l’uomo prima del sabato, la persona prima della verità, che fa la verità con amore: la verità senza amore è una malattia della storia, una malattia della vita che ci fa tutti malati di intolleranza.
«Io sono la vita». Io sono la sorgente, il viaggio e l’approdo della vita. Parole enormi, che nessuna spiegazione può esaurire o recintare. Parole davanti alle quali provo una vertigine: il mistero dell’uomo si spiega solo con il mistero di Dio. La mia vita si capisce solo con la vita di Cristo. Nella mia esistenza c’è una equazione: più Dio equivale a più io; se Dio non è, io non sono. Più Vangelo entra nella mia vita, più io vivo. Fino ad affermare come Paolo: per me vivere è Cristo.
Vita è tutto ciò che possiamo mettere sotto questa nome: futuro, amore, casa, pane, festa, riposo, desiderio, pasqua. Per questo spirituale e reale coincidono, fede e vita, sacro e realtà hanno l’identica sorgente.




Gesù, pastore che seduce
P.Ermes Ronchi

IV Domenica di Pasqua – Anno A

Gesù, pastore che seduce col suo esempio
Ermes Ronchi ( Avvenire 08/05/2014)

In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. (…) ».

Il buon pastore chiama le sue pecore, ciascuna per nome. Io sono un chiamato, con il mio nome unico pronunciato da lui come nessun altro sa fare, con il mio nome al sicuro nella sua bocca, tutta la mia persona al sicuro con lui.

E le conduce fuori. Il nostro non è un Dio dei recinti chiusi ma degli spazi aperti, di liberi pascoli.

E cammina davanti ad esse. Non un pastore di retroguardie, ma una guida che apre cammini e inventa strade, è davanti e non alle spalle. Non pastore che rimprovera e ammonisce per farsi seguire, ma uno che precede e seduce con il suo andare, che affascina con il suo esempio: pastore di futuro.

E troveranno pascolo: Gesù promette a chi va con lui un di più di vita, un centuplo di fratelli e case e campi. Promette di far fiorire la vita.

Io sono la porta. Cristo è soglia spalancata che immette nella terra dell’amore leale, più forte della morte (chi entra attraverso di me si troverà in salvo); più forte di tutte le prigioni (potrà entrare e uscire).

«Sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Per me, una delle frasi più solari del Vangelo; è la frase della mia fede, quella che mi rigenera ogni volta che l’ascolto: sono venuto perché abbiate la vita piena, abbondante, gioiosa. Non solo la vita necessaria, non solo quel minimo senza il quale la vita non è vita, ma la vita esuberante, magnifica, eccessiva; vita che rompe gli argini e tracima e feconda, una sovrabbondanza di vita, che profuma di amore, di libertà e di coraggio.  Così è Dio: manna non per un giorno ma per quarant’anni nel deserto, pane per cinquemila persone, pelle di primavera per dieci lebbrosi, pietra rotolata via per Lazzaro, cento fratelli per chi ha lasciato la casa, perdono per settanta volte sette, vaso di nardo per 300 denari. In una sola piccola parola è sintetizzato ciò che oppone Gesù a tutti gli altri, ciò che rende incompatibili il pastore e il ladro. La parola immensa e breve è «vita». Parola che pulsa sotto tutte le parole sacre, cuore del Vangelo, parola indimenticabile. Cristo non è venuto a pretendere ma ad offrire, non chiede niente, dona tutto. Vocazione di Gesù, e di ogni uomo, è di essere nella vita datore di vita.
«Gesù non è venuto a portare una teoria religiosa, un sistema di pensiero. Ci ha comunicato vita ed ha creato in noi l’anelito verso più grande vita» (G. Vannucci).
Allora urge cambiare il riferimento di fondo della nostra fede: non è il peccato dell’uomo il movente della storia di Dio con noi, ma l’offerta di più vita. L’asse attorno al quale ruota, danza il Vangelo è la pienezza di vita, da parte di un Dio che un verso bellissimo di Centore canta così: «Tu sei per me ciò ch’è la primavera per i fiori!».

(Letture: Atti 2, 14. 36-41; Salmo 22; 1 Pietro 2, 20-25; Giovanni 10, 1-10)




Passione secondo Matteo
P.Ermes Ronchi

Da quel grido la nuova creazione
padre Ermes Ronchi  (16-03-2008)

Il cuore del Vangelo è il racconto di questo lungo dolore. La «bella notizia» in realtà narra una morte, il patire di un Dio appassionato. Su questo paradosso Paolo centra tutto il suo annuncio: «Io non voglio sapere niente altro che Cristo e questi crocifisso».
Solo inginocchiato davanti alla croce posso dire chi è Dio. «Voi chi dite che io sia?». Tu sei un crocifisso amore.
La croce è l’abisso dove Dio si rivela l’amante. Sulla croce il male raggiunge la sua massima intensità: riesce ad uccidere l’autore della vita. Proprio in quell’evento Dio si esprime totalmente: in lui si precipita tutto il male del mondo, quel male che si vince solo portandolo. E Dio dà se stesso al male che lo crocifigge, a noi che lo crocifiggiamo.
Il sommo male tocca il fondo senza fondo dell’abisso di Dio, che rivela la sua gloria: non salva se stesso, ma dà la sua vita (S.Fausti). Il nostro Dio è differente, è il Dio che entra nella tragedia cui è inchiodata ogni sua creatura, è amore che si immerge nell’oscurità e nel grido della nostra morte, che vince morendo. Perfino il sole di mezzogiorno sembra ribellarsi, la tenebra inghiotte la luce, è la creazione che ritorna al caos primordiale, a un «in principio» da cui Dio trae un mondo nuovo. Il grido alto di Cristo che muore è la voce potente del Verbo creatore, che richiama il sole dal grembo della notte; è il vagito possente e vittorioso dell’uomo che nasce. Quando Gesù muore, un’altra creazione si dischiude.
Il Vangelo racconta che il sole, la terra, le rocce, il tempio, i sepolcri, i morti e i vivi, tutto è scosso e messo in discussione. Matteo sa che l’ora che sommuove le profondità della storia e del cosmo è questa. All’ora nona finiva un mondo e ne nasceva un altro. Vertice della storia.
«Scendi dalla croce», gridavano. Ma se scende, vince ancora la logica del vecchio mondo, chi ragiona in termini di potenza. Se scende, è solo un Signore onnipotente. Invece egli è altro, è un Amore onnipotente. Che può soltanto ciò che l’amore può. Solo il nostro Dio non scende dal legno. Si consegna alla Notte, si abbandona all’Altro per gli altri. Rappresentandoci tutti nei nostri abbandoni, nelle nostre notti, nelle desolazioni. Ogni nostro grido, ogni abbandono, può sembrare una sconfitta. Ma se è gridato al Padre, ha il potere, senza che sappiamo come, di far tremare la pietra di ogni nostro sepolcro.

L’amante e l’abisso
padre Ermes Ronchi (24-03-2002)

Dal Vangelo di Matteo: Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Mentre mangiavano disse: «In verità vi dico, uno di voi mi tradirà». Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbi, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

La terra intera risuona di un grido: grido di nostalgia. È la profonda malinconia del paradiso perduto, del Dio perduto, dell’amore e della pace perduti. La terra, con i suoi cardi e le sue spine, con le sue primule e i sempreverdi e le sue stelle e, ogni tanto, la sua tenerezza, ma solo ogni tanto e furtivamente. E la sua crudeltà spesso, troppo spesso, e le sue lacrime e i suoi singhiozzi. E un giorno Dio non lo ha più sopportato. Dio non ha più potuto trattenersi. E allora ha impugnato il seme di Adamo e si è messo a gridare insieme ai suoi figli lo stesso grido di nostalgia, radicato nell’angoscia, radicato nel sangue e nell’amore, e si è incarnato. Ed è salito sulla croce. Solo per essere con me e come me. Solo perché io possa essere con lui e come lui. Essere in croce è ciò che Dio deve nel suo amore all’uomo che è in croce. L’amore conosce molti doveri, ma il primo di questi doveri è di essere con l’amato. Solo un Dio sale sulla croce ed entra nella morte perché nella morte entra ogni suo amato. E qualsiasi altro gesto ci avrebbe confermato in una falsa idea di Dio. Solo la croce toglie ogni dubbio. Qualunque uomo, qualunque re, se potesse, scenderebbe dalla croce. Solo un Dio non scende dal legno. La croce è l’abisso dove Dio diviene l’amante, genesi perfetta di Dio fra gli uomini. Questo dicono le prime parole pronunciate sul mondo dopo la morte di Gesù: davvero costui era il Figlio di Dio.
L’atto di fede nasce dalla croce: no, credere a Pasqua non è giusta fede: / troppo bello sei a Pasqua! / Fede vera è al venerdì santo / quando Tu non c’eri / lassù! / Quando non un’eco / risponde/ al tuo alto grido (David Maria Turoldo). Essenza del cristianesimo è la contemplazione del volto del Dio crocifisso (cardinale Carlo Maria Martini). Entriamo, con questa settimana, nei giorni del nostro destino, i giorni della «vendetta di Dio»: quando Dio si vendica di tutta la lontananza, di tutta l’indifferenza, di tutta la separazione, inventando la croce che solleva la terra, che abbassa il cielo, che raccoglie i quattro orizzonti, crocevia di tutte le nostre strade disperse. Le braccia di Gesù, inchiodate e distese in un abbraccio che non può più rinnegarsi, sono le porte dell’Eden spalancate per sempre, sono cuore dilatato fino a lacerarsi molto prima del colpo di lancia, sono accoglienza di ogni creatura, alleanza con tutto ciò che vive: genesi dell’uomo in Dio. Perché l’amato nasce dalle ferite del cuore di chi lo ama. L’uomo nasce dal cuore trafitto del suo Creatore. E capisce che la vita non è possesso o rapina, ma dono di sé; che Dio e la vita sono dono reciproco di sé. Allora la croce è davvero la gloria di Dio, l’ora gloriosa della vita.




E’ L’AMORE CHE VINCE LA MORTE
P. Ermes Ronchi

Non è la vita che vince la morte, è l’amore.
Ermes Ronchi (AVVENIRE giovedì 30 marzo 2017 )

V Domenica di Quaresima Anno A

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». (…)

Di Lazzaro sappiamo poche cose, ma sono quelle che contano: la sua casa è ospitale, è fratello amato di Marta e Maria, amico speciale di Gesù. Il suo nome è: ospite, amico e fratello, insieme a quello coniato dalle sorelle: colui-che-Tu-ami, il nome di ognuno.
A causa di Lazzaro sono giunte a noi due tra le parole più importanti del Vangelo: io sono la risurrezione e la vita. Non già: io sarò, in un lontano ultimo giorno, in un’altra vita, ma qui, adesso, io sono.
Notiamo la disposizione delle parole: prima viene la risurrezione e poi la vita. Secondo logica dovrebbe essere il contrario. Invece no: io sono risurrezione delle vite spente, sono il risvegliarsi dell’umano, il rialzarsi della vita che si è arresa.
Vivere è l’infinita pazienza di risorgere, di uscire fuori dalle nostre grotte buie, lasciare che siano sciolte le chiusure e le serrature che ci bloccano, tolte le bende dagli occhi e da vecchie ferite, e partire di nuovo nel sole: scioglietelo e lasciatelo andare. Verso cose che meritano di non morire, verso la Galilea del primo incontro.
Io invidio Lazzaro, e non perché ritorna in vita, ma perché è circondato da gente che gli vuol bene fino alle lacrime. Perché la sua risurrezione? Per le lacrime di Gesù, per il suo amore fino al pianto.
Anch’io risorgerò perché il mio nome è lo stesso: amato per sempre; perché il Signore non accetta di essere derubato dei suoi amati. Non la vita vince la morte, ma l’amore. Se Dio è amore, dire Dio e dire risurrezione sono la stessa cosa.
Lazzaro, vieni fuori! Esce, avvolto in bende come un neonato, come chi viene di nuovo alla luce. Morirà una seconda volta, è vero, ma ormai gli si apre davanti un’altissima speranza: ora sa che i battenti della morte si spalancano sulla vita.
Liberatelo e lasciatelo andare! Sciogliete i morti dalla loro morte. E liberatevi dall’idea della morte come fine di una persona. Liberatelo, come si liberano le vele, si sciolgono i nodi di chi è ripiegato su se stesso.
E poi: lasciatelo andare, dategli una strada, amici, qualche lacrima e una stella polare.
Tre imperativi raccontano la risurrezione: esci, liberati e vai! Quante volte sono morto, mi ero arreso, era finito l’olio nella lampada, finita la voglia di amare e di vivere. In qualche grotta dell’anima una voce diceva: non mi interessa più niente, né Dio, né amori, né vita.
E poi un seme ha cominciato a germogliare, non so perché; una pietra si è smossa, è entrato un raggio di sole, un amico ha spezzato il silenzio, lacrime hanno bagnato le mie bende, e ciò è accaduto per segrete, misteriose, sconvolgenti ragioni d’amore: un Dio innamorato dei suoi amici, che non lascerà in mano alla morte.
(Letture: Ezechiele 37,12-14; Salmo 129; Romani 8,8-11; Giovanni 11,1-45).




Le tentazioni di Cristo sono anche le nostre
P.Ermes Ronchi

Le tentazioni di Cristo sono anche le nostre
di Ermes Ronchi  (Avvenire 10/03/2011)

I Domenica di Quaresima Anno A

Il racconto delle tentazioni ci chiama al lavoro mai finito di mettere ordine nelle nostre scelte, a scegliere come vivere Le tentazioni di Gesù sono anche le nostre: investono l’intero mondo delle relazioni quotidiane.
La prima tentazione concerne il rapporto con noi stessi e con le cose (l’illusione che i beni riempiano la vita).
La seconda è una sfida aperta alla nostra relazione con Dio (un Dio magico a nostro servizio).
La terza infine riguarda la relazione con gli altri (la fame di potere, l’amore per la forza).

Dì che queste pietre diventino pane! Il pane è un bene, un valore indubitabile, ma Gesù risponde giocando al rialzo, offrendo più vita: «Non di solo pane vivrà l’uomo». Il pane è buono ma più buona è la parola di Dio, il pane dà vita ma più vita viene dalla bocca di Dio. Parola di Dio è il Vangelo, ma anche l’intero creato. Se l’uomo vive di ciò che viene da Dio, io vivo della luce, del cosmo, ma anche di te: fratello, amico, amore, che sei parola pronunciata dalla bocca di Dio per me.

«Buttati e credi in un miracolo». La seconda tentazione è una sfida aperta a Dio. Quello che sembrerebbe il più alto atto di fede – gettati con fiducia! – ne è, invece, la caricatura, pura ricerca del proprio vantaggio. Gesù ci mette in guardia dal volere un Dio magico a nostra disposizione, dal cercare non Dio ma i suoi benefici, non il Donatore ma i suoi doni. «Non tentare il Signore»: io so che sarà con me, ma come lui vorrà, non come io vorrei. Forse non mi darà tutto ciò che chiedo, eppure avrò tutto ciò che mi serve, tutto ciò di cui ho bisogno.

«adorami e ti darò tutto il potere del mondo».  Nella terza tentazione il diavolo alza ancora la posta:. Il diavolo fa un mercato, esattamente il contrario di Dio, che non fa mai mercato dei suoi doni. È come se dicesse: Gesù, vuoi cambiare il corso della storia con la croce? non funzionerà. Il mondo è già tutto una selva di croci. Cosa se ne fa di un crocifisso in più? Il mondo ha dei problemi, tu devi risolverli. Prendi il potere, occupa i posti chiave, cambia le leggi. Così risolverai i problemi: con rapporti di forza e d’inganno, non con l’amore.

«Ed ecco angeli si avvicinarono e lo servivano». Avvicinarsi e servire, verbi da angeli. Se in questa Quaresima ognuno di noi volesse avvicinarsi e prendersi cura di una persona che ha bisogno, perché malata o sola o povera, regalando un po’ di tempo e un po’ di cuore, allora per lei sarebbe come se si avvicinasse un angelo, come se fiorissero angeli nel nostro deserto.




Racconto
IL FALCO PIGRO

IL FALCO PIGRO


(Bollettino salesiano, febbraio 2023)

Un grande re ricevette in omaggio due pulcini di falco e si affrettò a conse­gnarli al Maestro di Falconeria perché li addestrasse. Dopo qualche mese, il maestro comunicò al re che uno dei due falchi era perfettamente addestrato.
«E l’altro?» chiese il re.
«Mi dispiace, sire, ma l’altro falco si comporta stranamente; forse è stato colpito da una malattia rara, che non siamo in grado di curare. Nessuno riesce a smuoverlo dal ramo dell’albero su cui è stato posato il primo giorno. Un inserviente deve arrampicarsi ogni giorno per portargli il cibo».
Il re convocò veterinari e guaritori ed esperti di ogni tipo, ma nessuno riuscì a far volare il falco. Incaricò del compito i membri della corte, i generali, i consiglieri più saggi, ma nessuno poté schiodare il falco dal suo ramo.
Dalla finestra del suo appartamento, il monarca poteva vedere il falco immobile sull’albero, giorno e notte.
Un giorno fece proclamare un editto in cui chie­deva ai suoi sudditi un aiuto per il problema.
Il mattino seguente, il re spalancò la finestra e, con grande stupore, vide il falco che volava superbamente tra gli alberi del giardino. «Portatemi l’autore di questo miracolo» ordinò. Poco dopo gli  presentarono un giovane contadino.
«Tu hai fatto volare il falco? Come hai fatto? Sei un mago, per caso?» gli chiese il re.
Intimidito e felice, il giovane spiegò: «Non è stato difficile, maestà. Io ho semplicemente tagliato il ramo. Il falco si è reso conto di avere le ali ed ha incominciato a volare». 

Talvolta, Dio permette a qualcuno di tagliare il ramo a cui siamo tenacemente attaccati, affinché ci rendiamo conto di avere le ali.




PREGARE IN TEMPO DI GUERRA
Severino Dianich

Pregare in tempi di guerra
Pubblicato su Vita Pastorale (febbraio 2023).
5 febbraio 2023. http://www.settimananews.it/bibbia/pregare-tempi-guerra/
di: Severino Dianich

Ebbi la ventura, anni fa, di ritrovarmi nei territori palestinesi, pochi chilometri fuori Ramallah, nel villaggio di Ein Arik: un quarto degli abitanti cristiani, una moschea e due chiese,  una piccola comunità cattolica di rito latino. Il parroco, monaco della Piccola Famiglia dell’Annunziata, mi confessava la difficoltà di far partecipare i fedeli alla Liturgia delle Ore. C’erano fra  loro alcune famiglie costrette ad abbandonare casa e terra di fronte all’avanzata dell’occupante: come avrebbero potuto cantare il Salmo 78, lodando Dio che «sulla loro eredità gettò la sorte, facendo abitare nelle loro tende le tribù d’Israele»? Recitando i Salmi, non di rado, la preghiera incespica, la lingua sembra rifiutarsi di declamare le stesse espressioni con cui il salmista antico pregava, ma che il cuore cristiano non può far sue. Quando egli ha voluto colpire, Gesù gli ha detto: «Rimetti la spada nel fodero» (Gv 18,11). Egli non può più dire: «Il Signore addestra le mie mani alla guerra, le mie dita alla battaglia» (Sal 144,1), né invocarne la potenza: « Salvami, Dio mio! Tu hai colpito alla mascella tutti i miei nemici, hai spezzato i denti dei malvagi» (Sal 3,8).
La commissione, preposta alla redazione della Liturgia delle Ore, dopo il Concilio, ha avuto consapevolezza del problema e ha espunto dai Salmi 110 e 137 le loro imprecazioni finali e dal 139 i versi 21 e 22: « Detesto quelli che si oppongono a te! Li odio con odio implacabile». Giovanni aveva sentenziato: «Chiunque odia il proprio fratello è omicida» (1Gv 3,15).
I salmi
Spero, quindi, venga ascoltato l’auspicio, risuonato negli incontri di ascolto del Cammino Sinodale, che si provveda, in un riordinamento della preghiera liturgica, a una nuova scelta di testi biblici, che permetta ai fedeli di sintonizzarsi con le parole che pronunciano. Nel clima avvelenato di questa guerra, cristiani di una parte e dell’altra sono tornati a pregare per il trionfo del proprio esercito e lo sfacelo dell’avversario: il canto dei Salmi rischia di trasformarsi in un peana per la vittoria e di alimentare l’odio del nemico.
Torna alla memoria, con tristezza, anche se con la dovuta comprensione per chi sta subendo sulla propria pelle l’aggressione, la disapprovazione indignata di molti cristiani di fronte al gesto di una signora russa e una ucraina che, nella Via Crucis dello scorso Venerdi Santo al Colosseo, hanno portato la croce e hanno pregato insieme. Il problema della violenza, attribuita a Dio dai testi dell’Antico Testamento, ha sempre coinvolto gli studiosi delle Scritture, i quali hanno cercato di comprendere come, in una cultura diversa dalla nostra, sia stato possibile attribuire a Dio sentimenti e propositi di morte e distruzione. I maestri di vita spirituale hanno aperto vie diverse per leggere con fede tutta la parola di Dio, senza censurarne alcuna espressione, e hanno suggerito sottili interpretazioni allegoriche, per tradurre le immagini cruente della guerra nella lotta spirituale da affrontare, per far prevalere la virtù sulla potenza del male.
In un qualche museo, ricordo di essermi trovato davanti, con disgusto, un quadro vistoso, rappresentante un’aureolata signora che afferra per i piedi un bambino, nel gesto di sbatterlo contro un blocco di marmo. L’artista, dopo aver ascoltato lo struggente lamento di apertura del Salmo 137: «Lungo i fiumi di Babilonia…», non si è sgomentato nel doverne rappresentare l’imprecazione finale: «Figlia di Babilonia… beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra».
Per riportare sulla tela quell’orrore, gli era bastato, scrivere sul blocco di marmo: «La Virtù che abbatte i Vizi». Era l’illusione della spiritualità del tempo di poterne fare una diafana allegoria della vittoria del bene sul male, rendendone sopportabile all’immaginazione il fosco spettacolo.
Parole performative
Ma è esperienza di tutti: le parole esercitano la loro potenza prima di essere interpretate, appena giunte alle labbra: o uno le ricaccia in gola prima che escano dalla bocca, o si rischia di farle proprie e di assorbirne tutto il veleno. Pregare, infatti, coinvolge i sentimenti; non si prega senza emozione. Non è la stessa cosa studiare i Salmi, esporne nella catechesi il senso e il valore, o pregare con i Salmi.
Soprattutto in questo tempo di guerra, per non restare travolti dal cupo clima di violenza nel quale si vive, chi prega i Salmi dovrebbe rifornirsi, in un angolo della memoria, di un’antologia delle più belle parole di amore della sacra Scrittura. Egli potrà, quindi, estrarre, di volta in volta, l’una o l’altra delle espressioni di pace e sovrapporle alle parole della violenza e dell’odio, che resteranno sullo sfondo ma velate, come in filigrana.
La Parola di Dio propone all’orante la dolce e potente immagine di «Dio che stronca le guerre» (Giuditta 16,2), alimenta il sogno del giorno beato nel quale Dio «romperà gli archi e spezzerà le lance, brucerà nel fuoco gli scudi» (Sal 46,10), promette che egli si farà «arbitro fra molti popoli» ed essi «spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci» (Is 2,4), invita a pregare perché «le montagne portino pace al popolo e le colline giustizia» (Sal 72,3) e annuncia che «Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno» (Sal 85,11).
I Salmi suscitano nella mente un turbinio di immagini. Al di sopra di tutte il cristiano conserverà imponente quella di Gesù, «venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini» (Ef 2,17). Gesù risorto, che ha mandato nel mondo coloro che credono in lui, augurando loro per ben tre volte: «Pace a voi!» (Gv 20,19; 20;26) mantiene alta, per sempre, l’esaltazione dell’antico profeta: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza» (Is 52,7).




Il sale evangelico contraddice il buonismo
Lilia Sebastiani

IL SALE EVANGELICO CONTRADDICE IL BUONISMO CRISTIANO
Lilia Sebastiani (ADISTA 9/1999) 

«Nel tempo e nell’ambiente in cui  si colloca questo detto di Gesù, il sale era importante, più di quanto lo sia oggi per noi. Era simbolo della sapienza (anche nel mondo classico: in greco e in latino, il termine che significa “sale” significa anche intelligenza, spirito, grazia, arguzia); inoltre gli si attribuiva la proprietà di conservare e proteggere la vita e quella di allontanare i demoni e tutte le influenze nefaste. Di qui l’importanza del sale nei sacrifici. Se il sale non fosse più sale, cioè se perdesse il proprio specifico, che poi non é una prerogativa fra le altre, ma coincide con il fatto di “essere”, che cosa sarebbe? Sul piano fisico l’ipotesi non funziona (il sale non può smettere di essere sale), ma funziona sul piano dell’allegoria e racchiude in sé una drammaticità particolare. Il rischio a cui rinviano le poco rassicuranti immagini di giudizio presenti in tante pagine anche dei Vangeli  – come qui,  «essere gettato via e calpestato dagli uomini»: immagini che noi, per forza di abitudine, ancora tendiamo a riferire alla sorte ultraterrena individuale – non é propriamente quello di “andare all’inferno”, ma piuttosto quello di  mancare il bersaglio, di fallire la propria esistenza. Una prospettiva non meno tragica, in termini storici, anche se ha il merito di  non emettere sentenze eterne e di affidare il mistero infinito di una persona all’infinito dell’amore di Dio. Qual è il dovere principale del credente, il suo specifico? Molti risponderebbero: essere buono, amare ecc., e forse – lo si dice sempre malvolentieri, ma bisogna dirlo – non è la risposta giusta. Naturalmente un cristiano che non fosse anche una persona buona sarebbe un pessimo cristiano, ma essere buoni, onesti, sinceri e generosi non è esclusivo dei cristiani: é un dovere, un indice di autenticità, é necessario, ma non sufficiente. Se lo specifico cristiano, nel senso più intimo e ontologico, è la vita nuova in Cristo, in termini più verificabili (il che non significa esteriori) è l’essere coscienza critica della storia secondo la logica della redenzione; farsi dunque in prima persona visibilità di ciò che si crede e si spera. Nel tempo e nell’ambiente in cui si colloca. Le immagini del sale e della luce in questo detto di Gesù sono trasparente figura della vita cristiana come testimonianza, e tutto l’insieme della testimonianza è incluso nell’accenno alle “buone opere”. Le buone opere sono la vita personale intesa come annuncio, ma spesso d’istinto vengono recepite con una meccanica equivalenza di parole tra due lingue, nel senso ristretto di “buone azioni” ‘ le quali, come abbiamo detto, sono dovere preciso dei cristiani come lo sarebbero di ogni persona umana in quanto tale, ma non bastano a costituire un cristiano. Recepire immediatamente ed esclusivamente in termini morali il messaggio scritturistico è insidioso: può risultare riduttivo, banalizzante, anche auto-rassicurante. Una nuova morale erompe, irrefrenabile, dall’annuncio di salvezza accolto con l’essere intero, ma non l’esaurisce. L’equivoco può essere aiutato, nella liturgia di questa domenica, dall’accostamento a una prima lettura (Is. 58, 7- 10) che mette l’accento soprattutto sul dovere di carità e ad alcune strofe piuttosto sapienziali del salmo 111.
Voi siete il sale della terra, ha detto Gesù. Invece ancora tanti, nella Chiesa e fuori di essa, ritengono che caratteristica di un buon cristiano” (e ancor più se si tratta di una “buona cristiana”) siano la carità intesa come attenzione a non disturbare nessuno, la mitezza nel senso di scarsa incisività, la pazienza come masochistico gusto di soffrire, l’umiltà come autosvalutazione. No, Gesù non ha mai detto ai suoi di essere l’acqua zuccherata della terra.
Dice anche: «Voi siete la luce del mondo».  Secondo il quarto vangelo, invece, lo dice di se stesso: «Io sono la luce del mondo» (Gv. 8,12 e 9,5).  Sappiamo che esegeticamente è sempre un tentare di armonizzare quello che dice il quarto vangelo con quello che dicono i sinottici (ed è un rischio anche contrapporre), ma in questo caso l’accostamento risulta di una singolare eloquenza.  Noi siamo la luce del mondo perché Lui è la luce del mondo.  Essere luce non è privilegio, ma responsabilità.  Per nostro conforto sappiamo che talvolta è possibile trasmettere ad altri, per qualche via misteriosa, anche la luce di cui non ci sembra di fare l’esperienza.
La luce ci viene donata per donarla, non per possederla.  Qualunque tentativo di appropriazione, anche se non potrà mai spegnerla, la offusca e limita la sua capacità di comunicare. Ci è affidata non solo per risplendere dinanzi a tutti (prospettiva “luminosa” certo, tuttavia immobile e, perciò, poco salvifica), ma perché tutto progressivamente si illumini e diventi capace a sua volta di trasmettere luce. Nella Chiesa primitiva, l’insieme del rito del battesimo veniva indicato con il termine “illuminazione”, fotismòs. La luce di Cristo è dinamica, comunicativa e trasformatrice. E’ una forte responsabilità quella di rendere irradiante e sperimentabile la salvezza.  E qui si trova, forse, l’unico criterio di autenticità per la testimonianza che dobbiamo rendere, anche nei suoi aspetti critici e dirompenti: un criterio esigente, nel suo genere, come neppure il più rigorista dei precetti potrebbe esserlo.  Ecco, non si può essere sale senza essere anche luce.  Nella consapevolezza, però, che senza “quel” sale, neppure quella luce può risplendere.