Carceri, idee e progetti ci sono
G.Giostra (Avvenire)

LA PRIVAZIONE DELLA DIGNITÀ
Glauco Giostra (AVVENIRE 18 agosto 2023)
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Carceri, idee e progetti ci sono.
Questo articolo uscirà probabilmente fuori tempo massimo. La permanenza dell’attenzione mediatica, politica e sociale sulla questione penitenziaria è generalmente di un paio di giorni per ogni suicidio in carcere (arriva ad una settimana per ogni evasione, solo perché è fatto che ingenera allarme sociale). Poi, con inconfessabile sollievo, tutto torna nel buco nero della rimozione collettiva, senza scrupoli eccessivi, perché rispetto alle vittime di altri drammi umanitari i detenuti pagano per loro colpe. Si potrebbe far osservare che la pena per la commissione di reati consiste nella privazione della libertà, non della dignità e della speranza: ma alle persone civili la precisazione suonerebbe giustamente come un’ovvietà; alle altre, come un buonismo insopportabile.
Il più grande desiderio sarebbe che le successive righe non recuperino mai attualità; l’angosciante certezza è che la ritroveranno presto, e per molto tempo ancora. Basta lasciar parlare i fatti: i fatti sono argomenti testardi.
A dieci anni di distanza dalla sentenza (Torreggiani contro Italia) con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato il nostro Paese per aver violato l’art. 3 della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti), la situazione nelle nostre carceri è raccontata da questi dati.
Nel 2022, è stato toccato il numero più alto di suicidi, 85. Nei primi otto mesi dell’anno già è stata raggiunta la cifra di 47, e non sempre in questo raccapricciante computo sono compresi coloro che si sono lasciati morire di fame e di sete nel disinteresse generale. Centinaia i tentativi di suicidio sventati dalla polizia penitenziaria. Un quinto della popolazione carceraria si è abbandona a gesti di autolesionismo, quasi la metà fa uso di psicofarmaci; solo nello scorso anno, in più di 4.500 casi la magistratura ha riconosciuto che i detenuti hanno subito un trattamento inumano e degradante. Fuori dal carcere poi, ci sono più di 90.000 cosiddetti liberi
sospesi, cioè condannati che attendono per anni di sapere se dovranno scontare la pena in carcere.
Una situazione drammatica, ad eziologia complessa. Alcune tra le principali cause: magistratura di sorveglianza e polizia penitenziaria sotto organico; personale psicopedagogico praticamente assente; strutture spesso fatiscenti, sempre inadeguate; limiti normativi alla funzione risocializzativa della pena; ipercriminalizzazione e risposta carcerocentrica al reato; soprattutto, grave carenza di opportunità formative e lavorative. A quest’ultimo proposito, merita di essere segnalato, in termini di sicurezza sociale, come secondo recenti dati forniti dal Cnel, in Italia il tasso di recidiva medio è del 68,7%; ma scende al 2% per i detenuti che hanno un contratto di lavoro.

Si può dunque dissentire sui fattori patogeni o sul loro coefficiente di incidenza, non sulla diagnosi: una diagnosi di drammatica gravità che era già contenuta nella autorevoli parole del Presidente Mattarella in occasione del suo secondo insediamento: « Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale del detenuto. Questa è anche la migliore garanzia di sicurezza». Implicito, ma inequivoco il referto: lo stato delle nostre carceri è quello di un Paese senza dignità.
Le responsabilità non sono certo – se non per i dieci mesi di inerzia – di questo Governo, ma le prospettive ci sembrano sconsolanti. Probabilmente è colpa nostra se non riusciamo a farci coinvolgere dall’ottimismo del vicepresidente del Senato, onorevole Gasparri, secondo cui: « Basta applicare le leggi che ci sono. Nordio, ci vuole un minuto per avviare questo percorso. Non bisogna nemmeno fare norme nuove».
Il ministro della Giustizia ritiene, invece, che ci voglia più di un minuto e da tempo ormai allude alla necessità di interventi diversificati, ma sono intenzioni ancora di una vaghezza disarmante, a parte l’idea di utilizzare come carceri le caserme dismesse. Idea che, a tacer d’altro, sembra ridurre il dramma carcerario a un problema di capienza architettonica. Così però non è, se si pensa che al tempo della sentenza Torreggiani con un tasso di sovraffollamento che raggiungeva quasi il 150% i suicidi erano 69 all’anno, mentre nel 2022, con un tasso pari all’incirca al 120%, sono saliti a 85.
Restiamo, ancora una volta, ai fatti. Chiusi nei cassetti ministeriali ci sono la miniera di analisi, di progetti, di soluzioni operative lasciata dagli Stati generali dell’esecuzione penale che hanno visto coinvolte ideologie, professionalità ed esperienze diverse; la riforma penitenziaria elaborata dalla Commissione nominata dall’allora Guardasigilli Orlando; le indicazioni fornite dal Gruppo di lavoro istituito dall’ex ministra Cartabia per l’innovazione del sistema penitenziario. Possibile che in questa copiosissima riserva di proposte già normativamente elaborate non vi sia nulla da recuperare per una nuova iniziativa legislativa?
Gli unici disegni di legge in materia sono quelli volti a ridimensionare la funzione rieducativa della pena sancita dall’art. 27 della Costituzione e ad abolire il reato di tortura.




La lunga estate nelle carceri italiane.
AVVENIRE

Dietro le sbarre
La lunga estate nelle carceri italiane. Il lavoro? Resta ancora un miraggio
Fulvio Fulvi (AVVENIRE 6 agosto 2023)
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Continuano, dietro le sbarre, i suicidi, le aggressioni agli agenti, le rivolte, gli scioperi della fame. Le carceri sovraffollate, insalubri e quindi “insicure” per chi ci abita, sono un’emergenza nel nostro Paese. E lo diventano ancora di più nel mese di agosto, quando nelle celle si scoppia dal caldo, il personale di sorveglianza si riduce a causa delle ferie estive e vengono sospese le attività ludiche e formative che nel resto dell’anno aiutano i reclusi ad allontanarsi dall’inedia e dalla solitudine, potenziali malattie mortali.
Sovraffollamento e organici insufficienti: due questioni che si trascinano da anni ma che rimangono inevase nonostante gli allarmi e le continue denunce di chi è impegnato nella tutela dei diritti delle persone private della libertà e dei lavoratori del settore. Perché il carcere, in Italia, è un “pianeta dimenticato”. Eppure i numeri parlano chiaro: alla data del 31 luglio, nei 189 istituti di pena per adulti presenti sul territorio nazionale, i detenuti erano 57.749 (2.510 donne e 18.044 stranieri), cioè oltre 10mila in più rispetto alla capienza regolamentare, con un tasso medio di sovraffollamento pari al 119%. E fa riflettere anche che tra quelli costretti a vivere “dentro”, solo 42.918 devono scontare una pena definitiva mentre il resto è in attesa di un primo giudizio (7.946), di una sentenza di appello o dell’esito di un ricorso (5.897). Risulta largamente insufficiente, poi, l’applicazione delle misure alternative alla detenzione (affidamento in prova ai servizi sociali, arresti domiciliari, semilibertà) che invece consentirebbero uno sfoltimento delle presenze all’interno delle strutture. Vite inafferrabili, quelle dei detenuti, per i quali il tempo diventa, nella maggior parte dei casi, non un’occasione di redenzione umana e di reinserimento sociale come dovrebbe essere in base all’art. 27 della Costituzione, ma un pesante macigno che ne schiaccia l’anima e qualche volta anche il corpo: i suicidi, che nel 2022 sono stati 85 – un tragico primato – e 42 dal 1° gennaio di quest’anno a oggi, sono la conseguenza di una condizione esistenziale divenuta impossibile.
Se le morti per mano propria aumentano (e si verificano soprattutto nei primi sei mesi di detenzione e durante l’estate) è anche perché chi è rinchiuso in una cella trascorre le giornate solo in attesa dell’ora d’aria e dei pasti, guarda la tv o fuma una sigaretta e non è impegnato in altre attività. Solo il 31,6% dei carcerati, infatti, è iscritto a un corso scolastico mentre il 35,2% lavora, dentro oppure in regime di semilibertà, per l’Amministrazione penitenziaria o alle dipendenze di un’impresa esterna. È invece quasi del tutto assente la formazione professionale, che riguarda il 4 %. «Il tempo sprecato dietro le sbarre distrugge, perde di significato, perché sono altri a decidere per te, quando devi mangiare, fare la doccia, uscire in cortile, telefonare ai parenti» spiega Carla Lunghi, docente di Sociologia dei processi culturali all’università Cattolica di Milano la quale, oltre a studiare il “fenomeno carcere”, insegna italiano come volontaria nella Casa circondariale di San Vittore. «Il rischio è che queste persone, quando escono, siano peggiori di prima, larve umane, incattivite e incapaci di decidere anche le minime cose quotidiane, come comprare il biglietto del tram o pagare le tasse. Figuriamoci trovare un lavoro…» commenta Lunghi. «È necessario invece che il carcere come istituzione si assuma la responsabilità di educare – conclude – e di creare nuovi cittadini anche attraverso esperienze di lavoro che abbiano spazi di operatività e una retribuzione soddisfacente per favorire l’autostima o un’idea positiva di sé». «D’estate, i ritardi e le emergenze, presenti in un carcere anche quando tutto funziona, rischiano di diventare esplosivi perché fanno crescere l’insofferenza di chi vi è rinchiuso, le ristrettezze quotidiane diventano più pesanti – avverte Mauro Palma, presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale – e aumenta l’incapacità di gestire il tempo vuoto, con effetti psicologici spesso devastanti». «Inoltre, a dominare quasi sempre nelle decisioni di chi gestisce le strutture – spiega Palma – è l’applicazione pedissequa della “norma neutra” rispetto, per esempio, all’esigenza di una vicinanza accogliente, di un incontro in più in parlatorio o di una telefonata». Nascono anche da qui gli atti di autolesionismo e i suicidi.
E non va dimenticata, poi, “l’altra parte della “barricata”, anche se così non dovrebbe essere: gli agenti di polizia penitenziaria. Quelli in servizio a tutt’oggi nelle carceri italiane sono 32.260. Quasi un agente ogni due detenuti. E con un’età media alta. «Ne servirebbero almeno 4.364 in più per far fronte alle esigenze di sicurezza interna e all’organizzazione delle attività quotidiane dei reclusi previste dal regolamento» sostiene Massimo Vespia, segretario generale della Fns-Cisl. E molto spesso i sorveglianti vengono aggrediti e minacciati, anche con violenza da detenuti scalmanati o con gravi problemi psichici. «Ci sono colleghi che ogni giorno entrano da soli in sezioni con cento detenuti, spesso con tutte le celle aperte» spiega Giovan Battista De Blasis, segretario generale aggiunto del Sappe, il sindacato autonomo della categoria. Cosa fare, allora? «Ministero della Giustizia e Dap devono provvedere senza più rinvii alla carenza degli organici – chiede Vespia –, a rinnovare e ammodernare gli istituti penitenziari vecchi e inadeguati (alcuni risalgono all’epoca borbonica), a creare spazi per il personale e ausili tecnologici per migliorarne il servizio».

LA STORIA

A Locri, dove si riparano vite. Coi saponi.  Dall’olio esausto lavorato dai detenuti è nata la linea di prodotti “Bergoglio”, benedetta dal Papa. Il progetto voluto da Caritas, Tribunale e Casa circondariale. E chi vi partecipa, una volta uscito, trova occupazione.

Antonio Maria Mira (AVVENIRE 6 agosto 2023)

Gli scarti delle produzioni che vengono lavorati dagli scarti della società. Accade nel carcere di Locri, tra profumi di bergamotto e ulivo. Profumi di impegno e cambiamento. È il progetto “Profeti di speranza, mendicanti di riconciliazione” della Caritas della diocesi di Locri-Gerace in collaborazione col Tribunale e la Casa circondariale di Locri, l’Uepe e la cooperativa “Felici da matti”. Un’iniziativa per dare lavoro a detenuti e ex detenuti, ma anche di più, come ci spiega la direttrice della Caritas diocesana, Carmen Bagalà. Un progetto fortemente voluto e sostenuto dal vescovo Francesco Oliva che più volte è stato in carcere per incontrare i detenuti. Un carcere strapieno.
La capienza sarebbe per 60 persone, ma attualmente ne ospita 120, metà stranieri. Con questi numeri le attività lavorative diventano difficili anche se ancor più necessarie. Ecco il motivo del progetto della Caritas, finanziato coi fondi dell’8xmille, che per ora coinvolge 4 detenuti tra i 30 e i 40 anni, due italiani e due stranieri. Non hanno diritto al lavoro esterno, così il lavoro è entrato in carcere grazie alla Caritas. Lavoro che diventa poi fondamentale per chi esce dal carcere dopo aver scontato la pena. Così 3 ex detenuti, che avevano già cominciato a lavorare durante la pena, una volta usciti hanno trovato occupazione, uno per la Diocesi, due per il Santuario della Madonna di Polsi, occupandosi della manutenzione e dei terreni agricoli. «È giustizia riparativa» commenta con soddisfazione Carmen. Come tutto il progetto. E allora torniamo in carcere. Qui in un laboratorio i 4 detenuti confezionano i saponi prodotti dalla cooperativa “Felici da matti” utilizzando oli esausti da frittura e l’essenza del bergamotto, il profumatissimo agrume tipico calabrese e in particolare della Locride. I detenuti non possono produrre i saponi perché in carcere è vietato far entrare sostanze chimiche come la soda necessarie per la realizzazione. Così si limitano a confezionarli in belle scatolette che portano scritto “Naturali Terre di Calabria”. Inoltre nella falegnameria del carcere realizzano portasapone in legno di ulivo riciclato, materiale di scarto regalato da agricoltori e falegnami. Ancora una volta lo scarto che ha una nuova vita.
Come la storia della cooperativa nata nel 2003 a Roccella Jonica, quando vescovo era padre Giancarlo Bregantini, come gesto concreto del Progetto Policoro della Cei per l’imprenditoria giovanile al Sud. «Nasce da un’esperienza di fede e volontariato, dall’associazione che gestiva la mensa e lo sportello per i poveri» ricorda la presidente Teresa Nesci. Poi si passa alla raccolta di abiti usati trasformati in stracci per le pulizie che vengono acquistati anche da Trenitalia e Medcenter. «Il nostro obiettivo è il recupero di quello che per altri è uno scarto, sia ambientale che sociale». Così la cooperativa lavora coi disabili, soggetti fragili e detenuti. Produce saponi e anche una serie di detersivi e detergenti per la casa che portano sull’etichetta il nome “Bergolio”, bergamotto e olio. «Abbiamo scritto a Papa Francesco per chiedergli se era dispiaciuto per l’uso di questo nome che ricorda il suo. Ci ha risposto che era molto contento e ci ha benedetto ». La loro è vera economia circolare, dalle 60 tonnellate di olio esausto raccolto ogni anno, all’utilizzo di materie prime naturali e legate al territorio come il latte di capra, il fico d’India, la menta, gli agrumi. Ora il progetto in carcere. I quattro detenuti sono regolarmente pagati grazie a tirocini formativi finanziati dalla Caritas della durata di sei mesi prorogabili, inoltre la cooperativa acquista i portasapone. Per queste attività sono seguiti da due tutor, anche questi pagati dalla Caritas. Un sostegno economico importante perché questi detenuti hanno famiglie che devono essere aiutate. E non ci si ferma qui. Il progetto vuole unire l’attività lavorativa al miglioramento delle condizioni personali dei detenuti. Così si sta realizzando un emporio solidale presso il quale potranno reperire vestiario e prodotti per la pulizia. Coinvolte le parrocchie del territorio chiedendo però abiti nuovi, «perché non è giusto dare i nostri scarti a chi è già scartato». Il percorso di ricostruzione personale viene completato da uno di spiritualità grazie al cappellano don Crescenzo De Nizio e alla squadra educativa Caritas, e che prevede momenti indicati con le tre “P” di Presenza, Preghiera e Parola, ed è indirizzato a detenuti di tutte le religioni. Inoltre sarà attivato proprio presso la Cappellania un laboratorio artigianale per la realizzazione retribuita di braccialetti e Corone del Santo Rosario della Pace. Un vero lavoro di squadra, col sostegno determinante e convinto del presidente del tribunale di Locri, Fulvio Accurso, che ha portato addirittura alcuni detenuti a lavorare per la ristrutturazione del Palazzo di giustizia.




Da Bollate a Torino un carcere utile è possibile
F. Gianfrotta (ROCCA 15/09/22)

Da Bollate a Torino un carcere utile è possibile.

Francesco Gianfrotta[1] (ROCCA 15 settembre 2022)

C ‘è un destino che accompagna il carcere: la scarsa visibilità, salvi i casi di emergenze. Lo ribadisce la neo-direttrice del carcere di Torino, Cosima Buccoliero, nel li­bro Senza sbarre, scritto con la giornalista Serena Uccello: «Dei molti luoghi che determinano la nostra condizione di cit­tadini abbiamo esperienza diretta. Della scuo­la, degli ospedali, degli uffici pubblici. Il car­cere, invece, è un luogo che non ha apparte­nenza. Che non ha riconoscibilità. Esiste ma rimane fuori dalla nostra percezione». Si obietterà che la spiegazione è semplice: si tratta di un luogo destinato ai disonesti o pre­sunti tali, tenuti lontani – per legge – dal re­sto della società. Eppure la letteratura sul carcere, davvero abbondante, ci racconta di una complessità che nessun autore nascon­de o ridimensiona e che, perciò, dovrebbe indurci, in quanto cittadini, a saperne di più, senza rimozioni: operate invece da chi non vuole fare i conti con questioni difficili, che chiamano in causa le idee che ciascuno di noi ha sulla giustizia penale, sulla sicurezza, sugli obiettivi che l’intero sistema penale do­vrebbe realizzare: non in un invisibile futu­ro, di là da venire, ma qui e ora. Per fermarci a Torino, nuova sede operativa della dotto­ressa Buccoliero, ad esempio, si tratta di ri­generare ( come – stando alle cronache re­centi – si è già iniziato a fare per il lavoro dei detenuti) un insieme degradato, a lungo di­stintosi per merito dei suoi operatori, risul­tati capaci, a partire dall’allora direttore Pie­tro Buffa, di costruire realtà (di studio, di lavoro, di formazione) coerenti con l’obietti­vo della funzione rieducativa della pena, e non permeate da quella disperazione che spesso induce il detenuto a gesti autolesivi anche estremi ( questi ultimi non a caso a lun­go non verificatisi a Torino). Una ragione di più per tornare sull’argomento, non limitan­dosi a ragionare sul caso Torino, ma guardan­do a tutti gli istituti di pena.
L’opportunità di ripensarsi.
Leggendo Senza sbarre rinasce la speranza. Nel curriculum di Cosima Buccoliero spicca la direzione del carcere di Bollate, dal 2000 modello di istituto, destinato a dete­nuti non classificati in una delle varie cate­gorie di pericolosità, e organizzato per as­sicurare a chi vi è ristretto occasioni per ripensare alle proprie scelte di vita e modi­ficarle nel futuro. Un Ministro avrebbe voluto utilizzarlo come serbatoio per lo sfol­lamento del carcere milanese di San Vitto­re. Per fortuna prevalsero altre opzioni: quella visione che fa pensare alla direttrice che il cambio di direzione non nuocerà al progetto che aveva ispirato le esperienze realizzate e che «Bollate … ha i tratti del1′ esempio che può essere replicato». È un punto centrale, questo: che non rileva solo per il carcere di Torino, ma potrà incidere sul futuro dell’intero sistema penitenzia­rio. Il carcere di Bollate sorge in un terri­torio (l’area milanese) nel quale è sempre stato radicato lo spirito di solidarietà nei confronti dei soggetti svantaggiati, mani­festato non solo dal volontariato e dalla Chiesa, ma anche dal circuito istituziona­le e dal mondo imprenditoriale. Torino e altre città, però, non sono (mai state) da meno. Campanilismi e graduatorie, in ogni caso, sarebbero fuori luogo. C’entra l’espe­rienza – che parla da sola – di un passato tutt’altro che remoto e neppure breve; ac­compagnata dall’amara constatazione che occorre tanta fatica per realizzare cose che dimostrano che un altro carcere è possibi­le, ma in poco tempo la disattenzione (a dir poco) può far crollare molte parti del­l’edificio.
Il carcere è parte del territorio.
Torino, di nuovo, insegna. Il carcere è una porzione del territorio. Lo si affermava, anche nei documenti ufficiali, all’inizio del millennio: da parte sia di chi ne era convinto e agiva di conseguenza, con ruoli di responsabilità nell’amministrazione penitenziaria; che di quanti si accodavano al refrain senza crederci molto, preferendo pensare al carcere soprattutto come a un insieme di cancelli e sbarre. Lo si ripete, dopo più di venti anni, a riprova del fatto che è necessario ribadirlo e spiegarlo. In car­cere finiscono coloro che – come dice Cosi­ma Buccoliero -ad un certo punto della vita hanno iniziato a deragliare. Non v’è dubbio che anche per causa loro in un certo terri­torio si diffonde l’insicurezza. Ma è proprio in quel territorio che essi torneranno, al ter­mine della detenzione: per questo il rappor­to tra carcere e territorio non può essere nega­to. Prescinderne, quando ci si occupa di fun­zione della pena detentiva, è un errore stra­tegico, all’origine di altri, parimenti gravi e rilevanti su piani diversi: vite detentive che si trascinano nell’ozio; tensioni e conflitti negli istituti e, a volte, prevalenza – nel rap­porto con loro – di modalità di intervento inaccettabili per un paese civile, oltre che pacificamente illegali. E verosimile che vi sia un nesso tra fatti accaduti in luoghi di­versi, nonostante la vigenza di leggi e rego­lamenti di segno opposto, e un carcere chiu­so, nel quale pochi studiano, lavorano o im­parano un mestiere utile per il loro futuro e forti sono le tensioni. Con un ulteriore in­conveniente: che il confronto sui diversi modelli detentivi possibili assume troppo spesso i caratteri di uno scontro ideologico[2]. Da una parte, i cosiddetti buonisti, ac­cusati di scarso realismo, allorché fanno ri­ferimento all’art. 27 della Costituzione, che individua nella rieducazione la finalità del­la pena (anche di quella non detentiva); dal­l’altra, i cosiddetti realisti, accusati di esse­re appiattiti sulla esigenza della punizione dell’illecito, quale risposta dello Stato al re­ato, anche in funzione di prevenzione della diffusione dell’illegalità e della insicurezza. Può servire sparigliare le carte di una di­scussione, che continua ad essere blocca­ta. Trattamentalisti contro securitari: due orribili parole; già solo questo dovrebbe indurre a ragionare in un modo diverso. E, comunque, ad auspicare che si affermi una idea di pena sostenuta dal più largo consenso possibile.
Trasformare il costo in investimento
Un carcere nel quale ci si limiti ad aprire e chiudere porte e cancelli è un puro costo. Per la collettività, che si appaga del risultato minimo (l’esemplarità della punizione), alla prova dei fatti nemmeno scontato, e così ri­nuncia, a priori, ad orientare la spesa dell’ esecuzione penale a finalità diverse ed ul­teriori rispetto a quella della punizione e, al più, della deterrenza. Ma anche per il dete­nuto: il cui pensiero dominante, nell’ozio, come tutti gli addetti ai lavori ben sanno, fa­cilmente diventa quello di non ripetere gli errori che, in passato, gli sono costati la de­tenzione. A chi non è sensibile al tema della finalità rieducativa della pena si potrebbe far presente che si può provare a trasformare un costo in un investimento; se ci si riesce (dopo aver fatto entrare in carcere scuola, univer­sità, imprese e formatori), la collettività avrà avuto, dalla spesa sostenuta per tenere in piedi il sistema dell’esecuzione penale, un’uti­lità di rilievo: la restituzione alla comunità di persone cambiate. L’abbattimento del tasso di recidiva è un obiettivo che il sistema paese (quindi, non solo chi se ne occupa per me­stiere) dovrebbe perseguire con convinzione, operando scelte razionali. Si potrebbe, così, recuperare quella ricchezza generale che nuo­ve braccia e intelligenze, se orientate al ri­spetto dei valori della legalità, possono assi­curare ad un certo territorio. La nostra Co­stituzione, al riguardo, non si limita a fissare la rieducazione quale finalità delle pene (tut­te, non solo quella detentiva). L’art. 4 della Carta dà indicazioni che bisogna saper leg­gere: «Ogni cittadino ha il dovere di svolge­re, ( …), un’attività o una funzione che con­corra al progresso materiale o spirituale del­la società». Verrebbe da aggiungere: sempre, dunque anche se ex-detenuto. Le statistiche ufficiali ci dicono che dove si è investito, con competenza e senza buonismi, nell’offerta di studio, lavoro e formazione e nelle sanzioni alternative al carcere, i risultati sono stati in­coraggianti: la pena è risultata utile. Il futuro della neo-direttrice di Torino, quindi, è scrit­to: il suo impegno in quel carcere – per rilan­ciare situazioni deterioratesi negli ultimi anni – dovrà essere sostenuto da quel territorio, come è già accaduto in passato. Ma altret­tanto varrà per altri istituti di pena. Si do­vranno, di certo, fare i conti con difficoltà strutturali (l’inadeguatezza degli ambienti detentivi alla mission del carcere riguarda molte situazioni). E ci sono altri problemi generali dei quali le autrici di Senza sbarre si mostrano consapevoli, al pari di altri esperti, pronunciatisi sugli stessi temi: il ripensamen­to dei compiti dei diversi operatori, a partire dalla Polizia penitenziaria; la dubbia utilità delle pene detentive brevi. Ancora una vol­ta: non sono le idee giuste a mancare. E però occorre ben altro, come è noto, perché esse diventino realtà effettiva. Ma non è impossi­bile.


[1] Ex magistrato.
[2] Un filosofo dell’800 da molti dimenticato, Car­lo Marx, sosteneva che l’ideologia è riflesso dei rapporti sociali esistenti e perciò «rappresentazio­ne capovolta della realtà» (cfr. Ideologia, sul sito internet Treccani). Da scartare, perciò, ideologie securitarie e buoniste. Buone ragioni per adottare un diverso metodo di discussione e analisi.




Il carcere tra la privazione di tutto e l’espropriazione di sé stessi
Cosima Buccoliero

Il carcere tra la privazione di tutto e l’espropriazione di sé stessi
di Cosima Buccoliero
(in “Domani” del 11 maggio 2022)

Quando si pensa alla condizione dei detenuti io credo che non si consideri mai abbastanza il sostantivo “privazione”. Il carcere è soprattutto privazione, non è solo perdita della libertà personale: una duratura condizione di privazione totale. Sfugge la percezione reale di come sia vivere senza poter telefonare quando si vuole, senza poter mangiare quello che si vuole, senza poter vedere le persone amate quando si vuole, persino senza potere assumere una compressa per il mal di testa, quando si vuole. In carcere per qualunque situazione, esigenza, bisogno, si deve chiedere il permesso a qualcuno. Allora, si provi a pensare che cosa significa trascorrere anche solo un anno, o anche solo un mese, anche solo un giorno direi, dovendo dipendere da altre persone, che devono valutare, l’esigenza effettiva della richiesta. E quindi valutare se autorizzare in positivo o in negativo. Allo stesso modo si provi a immaginare come può essere quando non si è del tutto padroni della propria esistenza, della propria vita, e si è consegnati all’istituzione carcere, un’istituzione che ha molte regole rigide, molto burocratizzata, molto autoreferenziale, con prassi anche piuttosto paradossali per chi le osserva da fuori.

La supremazia della carta

Durante le mie giornate ordinarie, quelle cioè in cui tutto scorre senza una emergenza, senza un pericolo o un ostacolo dell’ultima ora, una quota del mio lavoro è mettere ordine nel serpentone di carte che si muove tutti i santi giorni, a Bollate, a Opera, al Beccaria, come in tutte le carceri italiane. Il carcere è uno di quei pochi luoghi in cui la supremazia della carta resiste. Anzi è la carta che segna quasi il ritmo della vita interna al carcere. Tutto quello che qui si muove, si inventa, si immagina è regolato dalla pratica della scrittura su svariate tipologie di moduli. A pensarci è un costante esercizio all’incasellamento della vita dentro procedure. O meglio, la vita del detenuto è un costante esercizio all’incasellamento, alla schematizzazione. Svegliarsi, mangiare, vestirsi, pensare, leggere, cucinare, dialogare, persino amare o scegliere chi amare.

Richiedere una sveglia

Svegliarsi, ho bisogno di una sveglia diventa: “Alla cortese attenzione ecc. avrei bisogno di una sveglia ecc”. Stesura, rilettura. Firma. Consegna a un operatore. E qui parte il serpentone. Approdo, quasi finale: la mia scrivania. Chiarisco: quasi finale. Perché dopo l’approdo scattano la mia lettura, la mia approvazione, che però dipende da almeno tre verifiche: che il modello di sveglia richiesta sia compatibile con il modello di sveglia il cui uso è stato autorizzato, che questa sveglia sia disponibile presso lo spaccio del carcere e che sul conto del detenuto ci siano i soldi necessari all’acquisto (sì, i detenuti hanno la possibilità di tenere un conto presso l’amministrazione del carcere con poche migliaia di euro). Ipotesi A: va tutto liscio, c’è la sveglia, ci sono i soldi sul conto. Nel tempo ragionevole di qualche giorno il signor Beta potrà avere la sua sveglia. Ipotesi B: non va tutto liscio. Bisogna chiedere all’esterno la sveglia, oppure mancano i soldi sul conto. In questo caso i giorni diventano settimane, e le settimane in qualche volta anche mesi. E di questo tempo dilatato nessuno ha una responsabilità, perché al modulo X deve per forza seguire il modulo Y e poi quello Z. Un giorno il signor Beta avrà una sveglia in cella e sarà un’occasione, un evento. Perché accade in questo modo che l’ordinario diventi una occasione. Io leggo, verifico e autorizzo. E non mi domando (più) perché l’acquisto di una sveglia necessiti dell’autorizzazione della direttrice.

La cura di sé

Vestirsi: … ho bisogno di una cintura per i miei pantaloni da lavoro. “Gentilissima sono qui a chiederle…” Stesura della domanda anzi della “domandina”, consegna. Solito giro. Autorizzazione. Quesito: se i pantaloni da lavoro prevedono una cintura, perché non consegnare subito una cintura? Oppure: … “ho bisogno di un paio di scarpe e non ho trovato niente della mia misura tra gli indumenti della Sesta Opera. Allego foto del modello scelto”. (La Sesta Opera San Fedele è una delle più antiche associazioni di assistenza carceraria operanti in Italia). Richiesta e foto sono sul mio tavolo. Firmo, autorizzo. Verifica della disponibilità sul conto del detenuto, inoltro richiesta allo spaccio, che provvederà all’acquisto. Tempo necessario? Dipende, da qualche giorno a qualche settimana. Cura di sé: … ho bisogno di forbicine, quelle per bambini, distribuite, non sono sufficienti. “Egregio…”. Tutto come sopra, eccetto il fatto che nel concedere l’autorizzazione devo verificare il modello di forbicine più adatto, sicure come quelle di una nota marca di prodotti per bambini ma, diciamo così, più adeguate a uomini o donne adulti.

 Tempo libero e riposo

Pomeriggio, tempo libero: … vorrei ascoltare un po’ di musica. L’mp3 è fuori uso. “Alla gentile attenzione…”. Ci vorrà tempo; per oggi, per domani, per qualche giorno meglio trovarsi qualcos’altro da fare. Niente musica. Pomeriggio, è giorno di telefonata: “Vorrei cambiare il seguente numero con il seguente numero… Illustrissima dottoressa, la prego di autorizzare le chiamate a questo numero in sostituzione di…”. Così leggo ed entro nella vita di queste persone, e se nel mondo è tutto un parlare di privacy, qui sono io a decidere se autorizzare la telefonata alla signora X invece che alla signora Y. Che poi, anche a voler mantenere il distacco, vengono quasi spontanee domande tipo: ma chi sarà, non è la moglie? O anche: ma perché non vuole più parlare con tizio. Questo quando c’è da sorridere e non sempre è così, spesso è tutto un mettere le mani dentro dolori e fratture. Abissi, insomma. Sera, riposare, dormire: “Gentilissima torno a lei, perché mi trovo nella condizione di dover sollecitare una nuova visita. Le pillole che mi ha dato il dottore non bastano…”. Leggo e a mia volta inoltro: per questa richiesta posso fare poco. Dal 2009 infatti l’area sanitaria dei penitenziari è sotto la gestione del personale medico alle dipendenze delle aziende ospedaliere.

Espropriazione

E a questo punto al sostantivo “privazione” se ne unisce un altro, altrettanto poco considerato, ovvero “espropriazione”. Di tutte le espropriazioni che riguardano i detenuti quella della gestione del proprio corpo è forse la più ingiusta. Se io ho mal di testa apro un cassetto, frugo, prendo una scatola di analgesici ed è fatta. Se un detenuto ha mal di testa, la gestione del suo dolore diventa collettiva. È una faccenda sua, ma anche dell’agente di turno, e poi mia, una catena fino ad arrivare al medico. Se io ho bisogno di un qualunque esame diagnostico in un tempo ragionevole posso essere sicura di essere visitata. Se un detenuto ha bisogno del medesimo esame il tempo ragionevole non esiste, anzi in qualche caso non esiste proprio il tempo. Il tempo si polverizza nelle carte, sminuzzato dalle procedure, dalla burocrazia. L’intimità del dolore è costantemente profanata dalla dipendenza da qualcun altro: dall’essere costantemente sotto l’occhio di tutti, i propri compagni di cella, o dall’essere derubricati a “domanda da autorizzare”. Sia che si viva la malattia cercando l’isolamento, sia che la si viva cercando l’attenzione, nessuna di queste dimensioni che fuori sono naturali dentro il carcere possono appartenere ai detenuti. L’equilibrio dipende da una pluralità di fattori che non sempre concorrono: una struttura adeguata, l’occhio attento di un operatore, l’occhio altrettanto attento di un agente, una buona relazione con gli altri detenuti, un’adeguata gestione di coloro che hanno una responsabilità come la mia. Se poi il dolore sta in quel luogo misterioso che è la mente, se prende la forma del disagio, l’espropriazione è ancora maggiore.