CARO FRATELLO DETENUTO. Don Augusto Fontana

Caro fratello detenuto,
scusami, innanzitutto, se ti chiamo «detenuto». Lo sei e ne prendo atto. Ma sei ben di più: sei tutta la tua storia che ti ha portato qui accompagnato, se colpevole, dal rancore di chi hai danneggiato o, se innocente, dalla tua impotente rabbia e dalla compassione inebetita di chi sa; sei tutto quello che avresti potuto o voluto essere e che non sei stato; sei tutto quello che noi attendiamo che tu sia; sei tutto quello che sei per coloro che ti amano e ti vogliono bene; sei tutto quello che tu mi hai fatto malinconicamente scorgere mentre guardavo i tuoi occhi umidi o dignitosamente mi hai trasmesso con il tuo sguardo di sfida; sei come Dio o Allah o Gesù ti hanno creato e ti sognano. Oltre tutto questo, sei anche detenuto. Praticamente un desaparecido, scomparso dal video dei nostri talk show quotidiani, un «senza storia», ma non per coloro che ti accudiscono con l’umanità di cui sono capaci. Sarebbe stato meglio che scrivessi questa lettera intestandola a tuo nome, quel nome che rappresenta la tua storia unica e irrepetibile: Mohamed, Luca, Richard, Lisa…Per farmi perdonare ti chiamo «fratello», ma mi accorgo che sto esagerando. Fratello è una parola abusata quando vogliamo acquietare i morsi della coscienza o tentiamo di superare, sul ponte di una parola impegnativa, gli abissi che le nostre reciproche storie hanno creato. Eppure oso dolcificare il nostro sguardo chiamandoti “fratello”, innanzitutto fratello nella debolezza. Ascoltando la tua storia e le sue premesse e le sue circostanze ho riconosciuto che non c’è peccato la cui radice non sia anche in me, non c’è trasgressione a cui anch’io non abbia fatto l’occhiolino, non c’è stupidità umana di cui non riscontri in me una qualche consanguineità; anche l’apostolo Paolo non si vergogna di scrivere «sono stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento…e di tutti i peccatori il primo sono io». Chiamarti «fratello» suona eccessivo per anime verginelle o presunte tali, per custodi gelosi di pubbliche virtù in vizi privati. Fratello è una parola eccentrica e profetica per uomini d’altri tempi, per tempi diversi dal nostro. E Gesù, quello d’altri tempi e del nostro tempo, ti chiama «fratello» con quella sua inflessione responsabilizzante che turba e poi commuove. Anche il Padre della Parabola di oggi (Luca 15,1-32), va incontro al presuntuoso fratello maggiore, che aveva disconosciuto quel balordo di suo fratello minore, e gli dice : «Questo tuo fratello!». Oso dunque destabilizzare e coccolare la tua vita chiamandoti come ti chiama lui: «fratello!». Fratello nei nostri sogni belli, nelle nostre comuni vocazioni al bene, nella nostra comune consanguineità divina, nel nostro comune cammino verso la maturità, nelle comuni risorse annidate nelle grotte più dimenticate del nostro animo o seminate nell’umido terriccio dei nostri sentimenti.  Mi siedo, ora, accanto a te e rileggo con te le pagine della nostra liturgia domenicale. Mi limito ad offrire alcune tracce di lettura. Sembra che siano quattro gli elementi comuni a tutte le letture: l’insoddisfazione, l’allontanamento, la ricerca, la festa.
Caro fratello detenuto, che attendi che ti vada bene il processo, che attendi un permesso premio anche per fare l’amore finalmente con la tua compagna, che attendi la dura fedeltà di tua moglie e lo sguardo riconciliato di tuo figlio, che attendi il trasferimento vicino a casa, che attendi il lavoro da scopino per quei pochi euro per sopravvitto e sigarette, che attendi l’ora d’aria per sfiatare polmoni e muscoli sotto il cielo, che attendi uomini e donne amici, che attendi l’ora della Messa non solo per miseri ricavi ma per aggrapparti a quel frammento di pane e di parola che ti traghettino verso altre spiagge, che attendi una qualsiasi terapia che ti dia il sapore materno della cura, che attendi che passi il tempo della cella d’isolamento dove ti hanno cacciato perchè con rabbia cieca avevi aggredito il tuo corpo o l’anima altrui, tu che attendi indulti, indultini, amnistie e giubilei, che attendi che un qualche dio minore si materializzi nell’angusto spazio della tua cella spesso simile – perdonami! – alle asfissianti misure a cui forse hai ridotto la tua bellezza di un tempo. A te che attendi e speri e invochi, io riesco solo a darti una notizia: si dice che Dio, alias Jeshua, alias Gesù, alias Nazareno, abbia deciso di stare talmente dalla nostra parte da frequentare quelli che oggi chiamiamo delinquenti. Ti chiedo di verificare se la notizia abbia fondamento e di interrogare eventuali testimoni. Pare che la cosa abbia turbato qualcuno e rallegrato altri. Se appurerai che la notizia è vera, spero di trovarti tra quelli che se ne rallegrano. Per quanto ci riguarda lo abbiamo tolto dalla circolazione perché esagerava e lo abbiamo appiattito, come un segnalibro, un’immaginetta sacra, tra le pagine di un libretto che noi chiamiamo Vangelo. E da quel momento non nuoce più. Stava esagerando portandosi dietro piccoli gruppi di simpatizzanti poi divenuti discepoli e frequentando con loro case e incroci dove stazionavano disoccupati, usurai, ladri e prostitute. Dicono che dicesse cose dell’altro mondo che irritava alcuni e cambiava la vita ad altri. Se appurerai che la notizia è vera, spero di trovarti tra quelli a cui cambiava la vita. Io non sono tra quelli irritati e turbati; ma neppure tra quelli a cui è riuscito di cambiargli la vita. Se dunque vorrai potremo cercarlo insieme. Forse lo troveremo fra qualche tempo in un tribunale dove lo stanno processando a torto. Forse lo troveremo bianco come un cadavere appeso a un palo. Forse lo troveremo in un frammento di pane inerte sulla mensa della domenica. Forse lo troveremo, con la faccia di un giardiniere o di uno straniero, vivo e vispo come un Dio. Allora forse godremo che ci sia ancora Lui in circolazione a nostro favore.  In questi giorni guardati in giro, fruga nelle tue attese, ascolta lo scricchiolio dei suo passi sulle foglie secche dei sentieri dove ti sei perduto, fatti venire conati di nostalgia della stalla, ovile o deserto che erano una reggia a confronto del letto di carrube dove grufolano idoli. Fatti aiutare a cercarlo, fatti aiutare dal tuo compagno di cella anche da quello che recita «Allahu Akbar, Dio è il più grande», fatti aiutare dall’agente chiuso con te a guadagnarsi la pagnotta con il difficile compito di restare uomo custodendoti. Fatti aiutare e aiuta a tua volta il tuo compagno, l’agente di turno, il tuo don, la volontaria, i tuoi familiari… E se ti capitasse di ricevere la buona notizia, vieni a dirmelo. Brinderemo insieme con un alleluia. Quasi quasi mi hai convinto ad entrare per non mancare alla festa del pastore, della donna o del Padre che avevano perduto, avevano cercato e ora hanno ritrovato me e te e tanti altri come noi.
A presto. Tuo fratello Augusto




Messaggio di Papa Francesco per l’evento “Economy of Francesco” (Assisi, 26-28 marzo 2020)

Dal 26 al 28 marzo 2020 avrà luogo ad Assisi l’evento dal titolo “Economy of Francesco”, iniziativa alla quale sono chiamati a partecipare giovani economisti, imprenditori e imprenditrici di tutto il mondo.  Pubblichiamo di seguito il Messaggio che il Santo Padre Francesco invia per la circostanza:

 

VISITA IL SITO: https://francescoeconomy.org/it/

 

Ai giovani economisti, imprenditori e imprenditrici di tutto il mondo

Cari amici,

vi scrivo per invitarvi ad un’iniziativa che ho tanto desiderato: un evento che mi permetta di incontrare chi oggi si sta formando e sta iniziando a studiare e praticare una economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda. Un evento che ci aiuti a stare insieme e conoscerci, e ci conduca a fare un “patto” per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani.
Sì, occorre “ri-animare” l’economia! E quale città è più idonea per questo di Assisi, che da secoli è simbolo e messaggio di un umanesimo della fraternità? Se San Giovanni Paolo II la scelse come icona di una cultura di pace, a me appare anche luogo ispirante di una nuova economia. Qui infatti Francesco si spogliò di ogni mondanità per scegliere Dio come stella polare della sua vita, facendosi povero con i poveri, fratello universale. Dalla sua scelta di povertà scaturì anche una visione dell’economia che resta attualissima. Essa può dare speranza al nostro domani, a vantaggio non solo dei più poveri, ma dell’intera umanità. È necessaria, anzi, per le sorti di tutto il pianeta, la nostra casa comune, «sora nostra Madre Terra», come Francesco la chiama nel suo Cantico di Frate Sole.
Nella Lettera Enciclica Laudato si’ ho sottolineato come oggi più che mai tutto è intimamente connesso e la salvaguardia dell’ambiente non può essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali dell’economia mondiale. Occorre pertanto correggere i modelli di crescita incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza della vita, la cura della famiglia, l’equità sociale, la dignità dei lavoratori, i diritti delle generazioni future. Purtroppo resta ancora inascoltato l’appello a prendere coscienza della gravità dei problemi e soprattutto a mettere in atto un modello economico nuovo, frutto di una cultura della comunione, basato sulla fraternità e sull’equità.
Francesco d’Assisi è l’esempio per eccellenza della cura per i deboli e di una ecologia integrale. Mi vengono in mente le parole a lui rivolte dal Crocifisso nella chiesetta di San Damiano: «Va’, Francesco, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». Quella casa da riparare ci riguarda tutti. Riguarda la Chiesa, la società, il cuore di ciascuno di noi. Riguarda sempre di più anche l’ambiente che ha urgente bisogno di una economia sana e di uno sviluppo sostenibile che ne guarisca le ferite e ne assicuri un futuro degno.
Di fronte a questa urgenza, tutti, proprio tutti, siamo chiamati a rivedere i nostri schemi mentali e morali, perché siano più conformi ai comandamenti di Dio e alle esigenze del bene comune. Ma ho pensato di invitare in modo speciale voi giovani perché, con il vostro desiderio di un avvenire bello e gioioso, voi siete già profezia di un’economia attenta alla persona e all’ambiente.
Carissimi giovani, io so che voi siete capaci di ascoltare col cuore le grida sempre più angoscianti della terra e dei suoi poveri in cerca di aiuto e di responsabilità, cioè di qualcuno che “risponda” e non si volga dall’altra parte. Se ascoltate il vostro cuore, vi sentirete portatori di una cultura coraggiosa e non avrete paura di rischiare e di impegnarvi nella costruzione di una nuova società. Gesù risorto è la nostra forza! Come vi ho detto a Panama e scritto nell’Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit: «Per favore, non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento! Voi siete quelli che hanno il futuro! Attraverso di voi entra il futuro nel mondo. A voi chiedo anche di essere protagonisti di questo cambiamento. […] Vi chiedo di essere costruttori del mondo, di mettervi al lavoro per un mondo migliore» (n. 174).
Le vostre università, le vostre imprese, le vostre organizzazioni sono cantieri di speranza per costruire altri modi di intendere l’economia e il progresso, per combattere la cultura dello scarto, per dare voce a chi non ne ha, per proporre nuovi stili di vita. Finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale.
Per questo desidero incontrarvi ad Assisi: per promuovere insieme, attraverso un “patto” comune, un processo di cambiamento globale che veda in comunione di intenti non solo quanti hanno il dono della fede, ma tutti gli uomini di buona volontà, al di là delle differenze di credo e di nazionalità, uniti da un ideale di fraternità attento soprattutto ai poveri e agli esclusi. Invito ciascuno di voi ad essere protagonista di questo patto, facendosi carico di un impegno individuale e collettivo per coltivare insieme il sogno di un nuovo umanesimo rispondente alle attese dell’uomo e al disegno di Dio.
Il nome di questo evento – “Economy of Francesco” – ha chiaro riferimento al Santo di Assisi e al Vangelo che egli visse in totale coerenza anche sul piano economico e sociale. Egli ci offre un ideale e, in qualche modo, un programma. Per me, che ho preso il suo nome, è continua fonte di ispirazione.
Insieme a voi, e per voi, farò appello ad alcuni dei migliori cultori e cultrici della scienza economica, come anche ad imprenditori e imprenditrici che oggi sono già impegnati a livello mondiale per una economia coerente con questo quadro ideale. Ho fiducia che risponderanno. E ho fiducia soprattutto in voi giovani, capaci di sognare e pronti a costruire, con l’aiuto di Dio, un mondo più giusto e più bello.
L’appuntamento è per i giorni dal 26 al 28 marzo 2020. Insieme con il Vescovo di Assisi, il cui predecessore Guido otto secoli fa accolse nella sua casa il giovane Francesco nel gesto profetico della sua spogliazione, conto di accogliervi anch’io. Vi aspetto e fin d’ora vi saluto e benedico. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Dal Vaticano, 1° maggio 2019
Memoria di San Giuseppe Lavoratore




Documento Preparatorio del Sinodo per l’Amazzonia 7-26 0ttobre 2019.
Nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale

Documento Preparatorio del Sinodo Panamazzonico 7-26 0ttobre 2019
Nuovi Cammini per la Chiesa e per una Ecologia Integrale
Introduzione

In accordo con l’annuncio di Papa Francesco del 15 ottobre 2017, l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi avrà luogo nell’ottobre 2019 per riflettere sul tema Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale. Questi cammini di evangelizzazione devono essere pensati per e con il Popolo di Dio che abita in quella regione: abitanti di comunità e zone rurali, di città e grandi metropoli, popolazioni che vivono sulle rive dei fiumi, migranti e profughi e, specialmente, per e con i popoli indigeni.
Nella foresta amazzonica, di vitale importanza per il pianeta, si è scatenata una profonda crisi causata da una prolungata ingerenza umana, in cui predomina una «cultura dello scarto» (LS 16) e una mentalità estrattivista. L’Amazzonia è una regione con una ricca biodiversità; è multi-etnica, pluri-culturale e pluri-religiosa, uno specchio di tutta l’umanità che, a difesa della vita, esige cambiamenti strutturali e personali di tutti gli esseri umani, degli Stati e della Chiesa.
Le riflessioni del Sinodo Speciale superano l’ambito strettamente ecclesiale amazzonico, protendendosi verso la Chiesa universale e anche verso il futuro di tutto il pianeta. Partiamo da un territorio specifico, per gettare a partire da esso un ponte verso altri biomi essenziali del mondo: il bacino del Congo, il corridoio biologico mesoamericano, i boschi tropicali del Pacifico asiatico, il bacino acquifero Guaranì, fra gli altri.
Ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia, come primi interlocutori di questo Sinodo, è di vitale importanza anche per la Chiesa universale. Per fare questo abbiamo bisogno di avvicinarci di più ad essi. Desideriamo sapere: come immaginano il “futuro sereno” e il “buon vivere” delle future generazioni? Come possiamo collaborare alla costruzione di un mondo capace di rompere con le strutture che uccidono la vita e con le mentalità di colonizzazione per costruire reti di solidarietà e di inter-culturalità? E soprattutto, qual è la missione particolare della Chiesa oggi di fronte a questa realtà?
Questo Documento Preparatorio è diviso in tre parti che corrispondono al metodo “vedere, giudicare (discernere) e agire”. Alla fine del testo si presentano delle domande che permettono di entrare in dialogo e di accostarsi progressivamente alla realtà e al desiderio di una «cultura dell’incontro» all’interno della regione (EG 220). I nuovi cammini per l’evangelizzazione e per forgiare una Chiesa dal volto amazzonico passano attraverso questa «cultura dell’incontro» nella vita quotidiana, «in una armonia multiforme» (EG 220) e in una «felice sobrietà» (LS 224-225), come contributo per la costruzione del Regno.

  1. VEDERE. IDENTITÀ E GRIDO DELLA PANAMAZZONIA

1. Il territorio

Il bacino amazzonico rappresenta per il nostro pianeta una delle maggiori riserve di biodiversità (dal 30 al 50 % della flora e fauna del mondo), di acqua dolce (20% dell’acqua dolce non congelata di tutto il pianeta); possiede più di un terzo dei boschi primari del pianeta e, benché i maggiori serbatoi di carbonio siano in realtà gli oceani, non per questo si può ignorare il lavoro di raccolta di carbonio in Amazzonia. Si tratta di più di sette milioni e mezzo di chilometri quadrati, con nove Paesi che si spartiscono questo grande bioma (Brasile, Bolivia, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname, Venezuela, includendo la Guyana Francese come territorio d’oltremare).
Anche il cosiddetto “Massiccio della Guayana” (“Isla de la Guayana”), delimitato dai corsi dell’Orinoco e del Rio Negro, dal Rio delle Amazzoni e dalle coste atlantiche dell’America del Sud tra le foci dell’Orinoco e del Rio delle Amazzoni, fa parte di questo territorio. Pure altre regioni appartengono a questo territorio, perché sono sottoposte allo stesso regime climatico e geografico a causa della loro vicinanza all’Amazzonia.
Ciononostante, questi dati non delineano una regione omogenea. Costatiamo come l’Amazzonia abbia al suo interno molti tipi di “Amazzonie”. In tale contesto è l’acqua, attraverso le sue vallate, i fiumi e i laghi, a configurarsi come l’elemento articolante e unificante, considerando come asse principale il Rio delle Amazzoni, il fiume che è madre e padre di tutti. In un territorio così diversificato si può ben comprendere che i vari gruppi umani che lo abitano abbiano dovuto adattarsi alle differenti realtà geografiche, eco-sistemiche e politiche.
Il lavoro della Chiesa Cattolica in Amazzonia, nel corso di molti secoli, si è orientato a dare risposta a questi variegati contesti umani e ambientali.

  1. Varietà socio-culturale

            Date le sue proporzioni geografiche, l’Amazzonia è una regione in cui vivono e convivono popoli e culture diverse, con differenti stili di vita.
L’occupazione demografica dell’Amazzonia precede il processo colonizzatore di molti anni, talvolta migliaia di anni. Fino alla colonizzazione la popolazione si concentrava soprattutto sulle rive dei grandi fiumi e laghi, per una questione di sopravvivenza che abbracciava le attività della caccia, della pesca e della coltivazione delle terre inondabili. Con la colonizzazione e con la pratica diffusa della schiavitù indigena, molti popoli dovettero abbandonare quei luoghi e rifugiarsi all’interno della foresta. Al tempo stesso, nella prima fase della colonizzazione, si ingenerò un processo di sostituzione della popolazione, che determinò una forte concentrazione demografica sulle sponde dei fiumi e dei laghi.
Al di là delle circostanze storiche, i popoli delle acque, in questo caso dell’Amazzonia, hanno avuto sempre in comune un rapporto di interdipendenza con le risorse idriche. Per questo i contadini e le famiglie utilizzano le risorse delle terre inondabili affidandosi al movimento ciclico dei loro fiumi – inondazioni, riflussi e periodi di siccità –, in un rapporto di rispetto fondato sulla consapevolezza che “la vita dirige il fiume” e “il fiume dirige la vita”. Inoltre, i popoli della foresta, che sono fondamentalmente raccoglitori e cacciatori, sopravvivono con ciò che la terra e il bosco offrono loro. Questi popoli vigilano sui fiumi e hanno cura della terra, nello stesso modo in cui la terra ha cura di loro. Sono i custodi della foresta e delle sue risorse.
Oggi, tuttavia, la ricchezza della foresta e dei fiumi amazzonici si trova minacciata dai grandi interessi economici che si concentrano in diversi punti del territorio. Tali interessi provocano, fra le altre cose, l’intensificazione della devastazione indiscriminata della foresta, la contaminazione di fiumi, laghi e affluenti (per l’uso incontrollato di prodotti agrotossici, spargimento di petrolio, attività mineraria legale e illegale, dispersione dei derivati della produzione di droghe). A ciò si aggiunge il narcotraffico, che, sommato a quanto detto, mette a repentaglio la sopravvivenza dei popoli che dipendono delle risorse animali e vegetali di questi territori.
D’altra parte, le città dell’Amazzonia sono cresciute molto rapidamente, accogliendo molti migranti e profughi costretti a fuggire dalle loro terre e sospinti verso le periferie dei grandi centri urbani che si protendono in direzione della foresta. In maggioranza sono popoli indigeni, popoli delle rive dei fiumi e popoli di origine africana, espulsi dall’industria mineraria legale e illegale e da quella dell’estrazione petrolifera, accerchiati progressivamente dall’espansione delle attività di disboscamento. Costoro sono i più colpiti dai conflitti agrari e socio-ambientali. Anche le città si caratterizzano per le disuguaglianze sociali. La povertà che si è prodotta lungo la storia ha ingenerato rapporti di sottomissione, di violenza politica e istituzionale, aumento del consumo di alcool e di droghe – sia nelle città che nelle comunità rurali – e rappresenta una ferita profonda inferta ai diversi popoli amazzonici.
I movimenti migratori più recenti all’interno della regione amazzonica si caratterizzano, soprattutto, per il trasferimento degli indigeni dai loro territori d’origine alle città. Attualmente fra il 70 e l’80% della popolazione della Panamazzonia risiede nelle città. Molti di questi indigeni non hanno documenti o sono irregolari, rifugiati, abitanti delle rive dei fiumi o appartengono ad altre categorie di persone vulnerabili. Di conseguenza cresce in tutta l’Amazzonia un atteggiamento xenofobo e di criminalizzazione verso i migranti e i profughi. Questo, al tempo stesso, favorisce lo sfruttamento delle popolazioni amazzoniche, vittime del mutamento di valori dell’economia mondiale, in base al quale il guadagno è più importante della dignità umana. Si può trovare un esempio di ciò nella crescita drammatica del traffico di persone, specialmente donne, ai fini dello sfruttamento sessuale e commerciale. Le donne perdono così il loro protagonismo nei processi di trasformazione sociale, economica, culturale, ecologica, religiosa e politica delle loro comunità.
In sintesi, la crescita smisurata delle attività agricole, estrattive e di disboscamento dell’Amazzonia non solo ha danneggiato la ricchezza ecologica della regione, della sua foresta e delle sue acque, ma ha anche impoverito la realtà sociale e culturale. Ha obbligato a uno sviluppo umano non “integrale” né “inclusivo” del bacino amazzonico. Come risposta a questa situazione si percepisce, comunque, un incremento delle competenze organizzative e un progresso della società civile, con particolare attenzione alle problematiche ambientali. Nel campo dei rapporti sociali, e malgrado i limiti, la Chiesa Cattolica ha in generale portato avanti un lavoro significativo, rafforzando i propri cammini a cominciare dalla sua presenza incarnata nel territorio e dalla sua creatività pastorale e sociale.

  1. Identità dei popoli indigeni

Nei nove Paesi che compongono la regione panamazzonica si registra la presenza di circa tre milioni di indigeni, che rappresentano quasi 390 popoli e nazionalità differenti. Inoltre esistono nel territorio, secondo dati delle istituzioni specializzate della Chiesa (per esempio il Consiglio Indigeno Missionario del Brasile) e altre, fra i 110 e i 130 Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (PIAV) o “popoli liberi”. In aggiunta, negli ultimi tempi, sta facendo la sua comparsa una nuova categoria costituita dagli indigeni che vivono nel tessuto urbano, alcuni dei quali restano riconoscibili mentre altri in quel contesto tendono a dissolversi e per questo sono chiamati “invisibili”. Ognuno di questi popoli rappresenta un’identità culturale particolare, una ricchezza storica specifica e un modo peculiare di guardare la realtà e ciò che li circonda, nonché di rapportarsi con tutto questo a partire da una visione del mondo e da un’appartenenza territoriale specifiche.
Oltre alle minacce che emergono dall’interno delle loro culture, i popoli indigeni hanno subito forti minacce esterne fin dai primi contatti con i colonizzatori (cf. LS 143, DAp 90). Contro tali minacce i popoli indigeni e le comunità amazzoniche si organizzano, lottando per la difesa della loro esistenza e delle loro culture, dei loro territori e dei loro diritti, e della vita dell’universo e della creazione intera. I più vulnerabili, tuttavia, sono i PIAV, che non possiedono strumenti di dialogo e di negoziazione con gli agenti esterni che invadono i loro territori.
Alcuni “non indigeni” fanno difficoltà a capire il diverso modo di essere degli indigeni e, molte volte, non rispettano la differenza di cui l’altro è portatore. Il Documento di Aparecida a proposito del rispetto degli indigeni e degli afro-americani afferma: «La società tende a disprezzarli, non riconoscendo la loro differenza. La loro situazione sociale è segnata dall’esclusione e dalla povertà» (DAp 89). Tuttavia, come ha sottolineato Papa Francesco a Puerto Maldonado, «la loro visione del cosmo, la loro saggezza hanno molto da insegnare a noi che non apparteniamo alla loro cultura. Tutti gli sforzi che facciamo per migliorare la vita dei popoli amazzonici saranno sempre pochi» (Fr. PM).
Negli ultimi anni, i popoli indigeni hanno iniziato a scrivere la loro storia e a descrivere in modo più preciso le loro culture, abitudini, tradizioni e saperi. Hanno scritto sugli insegnamenti ricevuti dai loro antenati, genitori e nonni, insegnamenti che rappresentano memorie personali e collettive. Oggi l’essere indigeno si definisce non solo a partire dall’appartenenza etnica. Esso si riferisce anche alla capacità di mantenere tale identità senza isolarsi dalle società circostanti e con le quali si interagisce.
A fronte di questo processo d’integrazione, sorgono organizzazioni indigene che cercano di approfondire la storia dei loro popoli, per orientarne la lotta per l’autonomia e l’autodeterminazione: «È giusto riconoscere che esistono iniziative di speranza che sorgono dalle vostre stesse realtà locali e dalle vostre organizzazioni e cercano di fare in modo che gli stessi popoli originari e le comunità siano i custodi delle foreste, e che le risorse prodotte dalla loro conservazione ritornino a beneficio delle vostre famiglie, a miglioramento delle vostre condizioni di vita, della salute e dell’istruzione delle vostre comunità» (Fr.PM). Ciononostante, nessuna iniziativa può ignorare che il rapporto di appartenenza e di partecipazione che chi abita in Amazzonia stabilisce con il creato fa parte della sua identità e contrasta con una visione mercantilista dei beni della creazione (cf. LS 38).
In molti di questi contesti, la Chiesa Cattolica è presente mediante missionari e missionarie impegnati nelle cause dei popoli indigeni e amazzonici.

  1. Memoria storica ecclesiale

L’inizio della memoria storica della presenza della Chiesa in Amazzonia si può situare nello scenario dell’occupazione coloniale della Spagna e del Portogallo. L’incorporazione dell’immenso territorio amazzonico nella società coloniale e il suo successivo passaggio di proprietà agli Stati nazionali è un lungo processo durato più di quattro secoli. Fino all’inizio del secolo XX, le voci in difesa dei popoli indigeni erano fragili, benché non assenti (cf. Pio X, Lettera Enciclica Lacrimabili Statu, 7.VI.1912). Con il Concilio Vaticano II queste voci si rafforzano. Per incoraggiare «il processo di cambiamento grazie ai valori evangelici» la II Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano riunita a Medellín (1968), nel suo Messaggio ai Popoli dell’America Latina, ha rammentato che «malgrado i suoi limiti», la Chiesa «ha vissuto insieme al­le nostre popolazioni il processo di colonizzazione, liberazione e organizzazione». In seguito la III Conferenza dell’Episcopato Latinoamericano riunita a Puebla (1979) ci ha ricordato che l’occupazione e la colonizzazione del territorio amerindo è stato «un gigantesco processo di dominazioni», pieno di «contraddizioni e lacerazioni» (DP 6). E, ancora più tardi, la IV Conferenza di Santo Domingo (1992) ha richiamato la nostra attenzione su «uno degli episodi più tristi della storia latinoamericana e dei Caraibi», che «è stato il trasferimento forzato di un enorme numero di africani come schiavi». San Giovanni Paolo II ha chiamato questo trasferimento un «olocausto sconosciuto» al quale «hanno preso parte persone battezzate ma che non hanno vissuto la loro fede» (DSD 20; cf. Giovanni Paolo II, Discorso nell’Isola di Gorée, Senegal, 22.II.1992, n. 3; Messaggio agli Afroamericani, 12.X.1992, n. 2). Per questo «oltraggio scandaloso nella storia dell’umanità» (DSD 20), il Papa e i delegati in Santo Domingo hanno chiesto perdono.
Oggi, purtroppo, esistono ancora tracce residuali del progetto colonizzatore che ha generato rappresentazioni di inferiorità e di demonizzazione delle culture indigene. Queste tracce indeboliscono le strutture sociali indigene e rendono possibile il fatto che essi vengano privati delle loro conoscenze intellettuali e dei loro mezzi di espressione. Ciò che spaventa è che fino a oggi, dopo 500 anni dalla conquista, dopo all’incirca 400 anni di missione ed evangelizzazione organizzata e dopo 200 anni dall’emancipazione dei Paesi che compongono la Panamazzonia, simili tendenze continuano a svilupparsi sul territorio e tra i suoi abitanti, vittime oggi di un neocolonialismo feroce, «mascherato da progresso». Probabilmente, come ha affermato Papa Francesco a Puerto Maldonado, i popoli originari amazzonici non sono stati mai così minacciati come adesso. Oggi, a causa dell’offesa scandalosa dei «nuovi colonialismi», «l’Amazzonia è una terra disputata su diversi fronti» (Fr. PM).
Nella sua storia missionaria, l’Amazzonia è stata luogo in cui si è testimoniato concretamente cosa significa stare sulla croce, addirittura essa è stata molte volte luogo di martirio. Anche la Chiesa ha imparato che in questo territorio, abitato da circa diecimila anni da una grande diversità di popoli, le diverse culture si costruiscono in un rapporto armonioso con l’ambiente circostante. Le culture precolombiane hanno offerto al cristianesimo iberico che accompagnava i conquistatori molteplici ponti e possibili elementi di contatto, «come l’apertura all’azione di Dio, il senso della gratitudine per i frutti della terra, il carattere sacro della vita umana e la valorizzazione della famiglia, il senso di solidarietà e di corresponsabilità nel lavoro comune, l’importanza del culto, il credere in una vita ultraterrena e tanti altri valori» (DSD 17).

  1. Giustizia e diritti dei popoli

Papa Francesco, nella sua visita a Puerto Maldonado, ha invitato a modificare il paradigma storico in base al quale gli Stati considerano l’Amazzonia come un deposito di risorse naturali, passando sopra la vita dei popoli originari e non preoccupandosi della distruzione della natura. Il rapporto armonioso fra il Dio Creatore, gli esseri umani e la natura si è spezzato a causa degli effetti nocivi del neoestrattivismo e della pressione dei grandi interessi economici che sfruttano il petrolio, il gas, il legno, l’oro, e anche a causa della costruzione di opere infrastrutturali (per esempio: megaprogetti idroelettrici e reti stradali, come le superstrade interoceaniche) e delle monocolture industriali (cf. Fr. PM).
La cultura imperante del consumo e dello scarto trasforma il pianeta in una grande discarica. Il Papa denuncia questo modello di sviluppo come anonimo, asfissiante, senza madre; ossessionato soltanto dal consumo e dagli idoli del denaro e del potere. Si impongono nuovi colonialismi ideologici mascherati dal mito del progresso, che distruggono le identità culturali proprie. Francesco esorta a difendere le culture e a riappropriarsi dell’eredità che proviene dalla saggezza ancestrale, la quale propone un rapporto armonioso fra la natura e il Creatore, ed esprime con chiarezza che «la difesa della terra non ha altra finalità che non sia la difesa della vita» (Fr. PM). La si deve considerare terra santa: «Questa non è una terra orfana! Ha una Madre!» (Fr. EP).
D’altronde, la minaccia contro i territori amazzonici «viene anche dalla perversione di certe politiche che promuovono la “conservazione” della natura senza tenere conto dell’essere umano e, in concreto, di voi fratelli (e sorelle) amazzonici che la abitate» (Fr. PM). L’orientamento di Papa Francesco è chiaro: «Credo che il problema essenziale sia come conciliare il diritto allo sviluppo, compreso quello sociale e culturale, con la tutela delle caratteristiche proprie degli indigeni e dei loro territori.  […]  In questo senso dovrebbe sempre prevalere il diritto al consenso previo e informato» (Fr. FPI).
Parallelamente le popolazioni indigene, quelle contadine e altri settori della popolazione, in Amazzonia come pure a livello nazionale in ciascun Paese, sono venuti costruendo processi politici che hanno orientato le loro agende di lavoro in una prospettiva attenta ai diritti umani dei popoli. La situazione del diritto al territorio dei popoli indigeni in Panamazzonia ruota intorno a una problematica costante, quella della mancata regolarizzazione delle terre e del mancato riconoscimento della loro proprietà ancestrale e collettiva. Così anche il territorio è stato privato di un’interpretazione integrale, collegata all’aspetto culturale e alla visione del mondo propria di ogni popolo o comunità indigena.
Proteggere i popoli indigeni e i loro territori è un’esigenza etica fondamentale e un impegno fondamentale per i diritti umani. Per la Chiesa ciò si trasforma in un imperativo morale coerente con la visione di ecologia integrale di Laudato si’ (cf. LS, cap. IV).

  1. Spiritualità e saggezza

Per i popoli indigeni dell’Amazzonia, il “buon vivere” esiste quando si vive in comunione con gli altri, con il mondo, con gli esseri circostanti e con il Creatore. I popoli indigeni, infatti, vivono all’interno della casa che Dio stesso ha creato e ha dato loro in dono: la Terra. Le loro diverse spiritualità e credenze li portano a vivere una comunione con la terra, l’acqua, gli alberi, gli animali, con il giorno e con la notte. I vecchi saggi, chiamati indistintamente – fra l’altro – payés, mestres, wayanga o chamanes, hanno a cuore l’armonia delle persone tra loro e con il cosmo. Tutti costoro «sono memoria viva della missione che Dio ha affidato a tutti noi: avere cura della Casa Comune» (Fr. PM).
Gli indigeni amazzonici cristiani comprendono la proposta del “buon vivere” come vita piena nel segno della collaborazione all’edificazione del Regno di Dio. Questo buon vivere potrà essere raggiunto solo quando si realizzerà il progetto comunitario in difesa della vita, del mondo e di tutti gli esseri viventi.
«Siamo chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace, bellezza e pienezza» (LS 53). Questo sogno comincia a costruirsi all’interno della famiglia che è la prima comunità della nostra esistenza: «La famiglia è ed è sempre stata l’istituzione sociale che più ha contribuito a mantenere vive le nostre culture. In momenti passati di crisi, di fronte ai diversi imperialismi, la famiglia dei popoli originari è stata la migliore difesa della vita» (Fr. PM).
Ciononostante, è necessario riconoscere che nella regione amazzonica c’è una grande diversità culturale e religiosa. Sebbene per la maggior parte tale diversità promuova il “buon vivere” come un progetto di armonia fra Dio, i popoli e la natura, esistono anche alcune sette che, motivate da interessi esterni al territorio, non sempre favoriscono l’ecologia integrale.

II. DISCERNERE. VERSO UNA CONVERSIONE PASTORALE ED ECOLOGICA

  7. Annunciare il Vangelo di Gesù in Amazzonia: dimensione biblico-teologica

La realtà specifica dell’Amazzonia e il suo destino interpellano oggi ogni persona di buona volontà sull’identità del cosmo, sulla sua armonia vitale e sul suo futuro. I Vescovi dell’America Latina riconoscono la natura come eredità gratuita e, quali profeti della vita, assumono l’impegno di proteggere questa Casa Comune (cf. DAp 471).
I racconti biblici contengono alcune istanze teologiche portatrici di valori universali. Anzitutto, ogni realtà creata esiste per la vita e tutto quello che conduce alla morte si oppone alla volontà divina. In secondo luogo, Dio stabilisce un rapporto di comunione con l’essere umano «creato a sua immagine e somiglianza» (Gen 1,26), al quale affida la salvaguardia della creazione (cf. Gen 1,28; 2,15). «Rendiamo grazie per il dono della creazione, riflesso della sapienza e della bellezza del Logos Creatore che affidò all’essere umano l’opera della sua creazione, perché la “coltivasse e custodisse”» (DAp 470). Infine, all’armonia del rapporto fra Dio, l’essere umano e il cosmo si contrappongono la disarmonia della disubbidienza e del peccato (cf. Gen 3,1-7), che determina la paura (cf. Gen 3,8-10), il rifiuto dell’altro (cf. Gen 3,12), la maledizione del suolo (cf. Gen 3,17), l’esclusione dal giardino (cf. Gen 3,23-24), fino ad arrivare all’esperienza del fratricidio (cf. Gen 4,1-16).
Allo stesso tempo, i racconti biblici testimoniano che nella creazione ferita è piantato il germoglio della promessa e il seme della speranza, perché Dio non abbandona l’opera delle sue mani. Nella storia della salvezza Egli rinnova il proposito di “fare alleanza” fra l’essere umano e la terra, ristabilendo mediante il dono della Torah la bellezza della creazione. Tutto questo culmina nella persona e nella missione di Gesù. Mentre mostra compassione per l’umanità e la sua fragilità (cf. Mt 9, 35-36), Egli conferma la bontà di tutte le cose create (cf. Mc 7,14-15). I prodigi compiuti sui malati e sulla natura rivelano contemporaneamente la provvidenza del Padre e la bontà della creazione (cf. Mt 6, 9-15.25-34).
Il mondo creato ci invita a lodare la bellezza e l’armonia delle creature e del Creatore (cf. LS 12). Come segnala il Catechismo della Chiesa Cattolica, «ogni creatura possiede la sua bontà e la sua propria perfezione», e nel suo essere riflette «un raggio dell’infinita sapienza e bontà di Dio», del suo amore (CCC 339). «Suolo, acqua […] tutto è carezza di Dio» (LS 84), canto divino, le cui note sono formate dalla «moltitudine di creature presenti nell’universo», come ha asserito San Giovanni Paolo II (Catechesi, 30.I.2002). Quando una qualsiasi di queste creature viene eliminata per cause umane, essa non può cantare più le lodi del Creatore (cf. LS 33).
La provvidenza del Padre e la bontà della creazione raggiungono il loro culmine nel mistero dell’incarnazione del Figlio di Dio, che si fa vicino e stringe in un abbraccio tutte le situazioni umane, ma soprattutto quelle dei più poveri. Il Concilio Vaticano II menziona questa vicinanza con termini come adattamento e dialogo (cf. GS 4, 11; CD 11; UR 4; SC 37ss), incarnazione e solidarietà (cf. GS 32). Più tardi, soprattutto in America Latina, queste parole sono state tradotte come opzione per i poveri e liberazione (Medellín 1968), partecipazione e comunità di base (Puebla 1979), inserimento e inculturazione (cf. Santo Domingo 1992), missione e servizio di una Chiesa samaritana e avvocata dei poveri (cf. DAp 2007).
Con la morte e risurrezione di Gesù si illumina il destino dell’intera creazione, impregnato della potenza dello Spirito Santo, già evocata nella tradizione sapienziale (cf. Sap 1,7). La Pasqua porta a compimento il progetto di una “nuova creazione” (cf. Ef 2,15; 4,24), rivelando che Cristo è la Parola creatrice di Dio (cf. Gv 1,1-18) e che «tutte le cose sono state create per mezzo di Lui e in vista di Lui» (Col 1,16). «Per la comprensione cristiana della realtà, il destino dell’intera creazione passa attraverso il mistero di Cristo, che è presente fin dall’origine» (LS 99).
La tensione fra il “già” e il “non ancora” coinvolge la famiglia umana e il mondo intero: «L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi» (Rm 8,19-22). Nel mistero pasquale di Cristo, la creazione intera si protende verso un compimento finale, nel quale «le creature di questo mondo non ci si presentano più come una realtà meramente naturale, perché il Risorto le avvolge misteriosamente e le orienta a un destino di pienezza. Gli stessi fiori del campo e gli uccelli che Egli contemplò ammirato con i suoi occhi umani, ora sono pieni della sua presenza luminosa» (LS 100).

  1. Annunciare il Vangelo di Gesù in Amazzonia: dimensione sociale

La missione evangelizzatrice ha sempre un «contenuto ineludibilmente sociale» (EG 177). Credere in un Dio Trino ci invita a tenere sempre presente che «siamo stati creati a immagine della comunione divina, per cui non possiamo realizzarci né salvarci da soli» (EG 178). Infatti, «dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana» (EG 178), tra l’accoglienza e la trasmissione dell’amore divino. Così, se accettiamo l’amore di Dio Padre Creatore che ci ha conferito una dignità infinita, l’amore del Dio Figlio che ci ha nobilitato con la sua redenzione e l’amore dello Spirito Santo che penetra e libera tutti i vincoli umani, non possiamo che comunicare quest’amore trinitario rispettando e promovendo in ogni azione di evangelizzazione la dignità, nobiltà e libertà di tutti gli esseri umani (cf. EG 178). In altre parole, l’opera evangelizzatrice di ricevere e trasmettere l’amore di Dio comincia con il desiderio, la ricerca e il prendersi cura degli altri (cf. EG 178).
Pertanto, l’evangelizzazione implica l’impegno in favore dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, per migliorare la vita comunitaria e così «rendere presente nel mondo il Regno di Dio» (EG 176), promovendo nel e per tutto il mondo (cf. Mc 16,15) non una «carità à la carte» (EG 180), ma un vero sviluppo integrale, cioè per tutte le persone e per tutta la persona (cf. PP 14 e EG 181). Questo è ciò che si chiama il «criterio di universalità» dell’opera evangelizzatrice, «dal momento che il Padre vuole che tutti gli uomini si salvino e il suo disegno di salvezza consiste nel ricapitolare tutte le cose, quelle del cielo e quelle della terra, sotto un solo Signore, che è Cristo (cf. Ef 1,10). […] Tutta la creazione vuol dire anche tutti gli aspetti della natura umana» (EG 181), e tutte le sue relazioni.
Già nelle storie bibliche della creazione emerge l’idea che l’esistenza umana si caratterizza per «tre relazioni fondamentali strettamente connesse: la relazione con Dio, quella con il prossimo e quella con la terra […] queste tre relazioni vitali sono rotte, non solo fuori, ma anche dentro di noi. Questa rottura è il peccato» (LS 66). La redenzione di Cristo, che ha vinto il peccato, offre la possibilità di armonizzare queste relazioni. La «missione dell’annuncio della Buona Notizia di Gesù Cristo», pertanto, alimenta la speranza non solo nella fine della storia, ma nel corso stesso della storia dei popoli, all’interno di una storia capace di valorizzare e ricomporre tutte le relazioni della nostra esistenza (cf. EG 181). Per questo l’opera dell’evangelizzazione ci invita a lavorare contro le disuguaglianze sociali e la mancanza di solidarietà mediante la promozione della carità e della giustizia, della compassione e della cura, certamente fra di noi, ma anche nei riguardi degli altri esseri, animali e piante, e di tutta la creazione. La Chiesa è chiamata ad accompagnare e a condividere il dolore del popolo amazzonico e a collaborare alla guarigione delle sue ferite, mettendo in pratica la sua identità di Chiesa samaritana, secondo l’espressione dei Vescovi latinoamericani (cf. DAp.26).
Questa dimensione sociale – e in ultima analisi cosmica – della missione evangelizzatrice è particolarmente rilevante nel territorio amazzonico, nel quale l’interconnessione fra vita umana, ecosistemi e vita spirituale è stata e continua a essere chiara per la maggior parte dei suoi abitanti. La devastazione è «una scia di distruzione, e perfino di morte, in tutte le nostre regioni […] che mette in pericolo la vita di milioni di persone, e in special modo dell’habitat dei contadini e degli indigeni» (DAp 473). Non prendersi cura della Casa Comune «è un’offesa al Creatore, un attentato contro la biodiversità e, in definitiva, contro la vita» (DAp 125).
Perciò, come ben ci ricorda Papa Francesco, l’opera di evangelizzazione non può «mutilare l’integralità del messaggio del Vangelo» (EG 39). La sua armoniosa integralità, per la precisione, «esige dall’evangelizzatore alcune disposizioni che aiutano ad accogliere meglio l’annuncio: vicinanza, apertura al dialogo, pazienza, accoglienza cordiale» (EG 165), e, soprattutto, gli domanda di assumere e assimilare la convinzione che «tutto è collegato» (LS 91, 117, 138, 240). Questo implica che l’evangelizzatore deve promuovere progetti di vita personale, sociale e culturale per mezzo dei quali possiamo alimentare l’integralità delle nostre relazioni vitali con gli altri, con la creazione e con il Creatore. Tale chiamata ha bisogno di un ascolto attento contemporaneamente al grido dei poveri e a quello della terra (cf. LS 49).
Oggi il grido che l’Amazzonia eleva al Creatore è simile al grido del Popolo di Dio in Egitto (cf. Es 3,7). È un grido di schiavitù e di abbandono, che domanda la libertà e l’attenzione di Dio. È un grido che invoca la presenza di Dio, specialmente quando i popoli amazzonici, per difendere le proprie terre, si scontrano con la criminalizzazione della loro protesta – sia ad opera delle autorità che dell’opinione pubblica –; o quando sono testimoni della distruzione della foresta tropicale, che costituisce il loro habitat millenario; o quando le acque dei loro fiumi si riempiono di elementi che producono morte anziché vita.

  1. Annunciare il Vangelo di Gesù in Amazzonia: dimensione ecologica

«Il Regno che viene anticipato e cresce tra di noi riguarda tutto» (EG 181), ricordandoci che «tutto nel mondo è intimamente connesso» (LS 16) e che pertanto «il principio del discernimento» dell’evangelizzazione è collegato a un processo integrale di sviluppo umano (cf. EG 181). Questo processo si caratterizza, come segnala Laudato si’ (cf. nn. 137-142), per un paradigma relazionale denominato ecologia integrale, che articola fra loro i vincoli fondamentali che rendono possibile un vero sviluppo.
Il primo grado di articolazione per un autentico progresso è il vincolo intrinseco fra l’elemento sociale e l’elemento ambientale. Dato che come esseri umani siamo parte degli ecosistemi che favoriscono le relazioni che danno vita al nostro pianeta, prendersi cura di questi ecosistemi – nei quali tutto è interconnesso – è fondamentale per promuovere sia la dignità di ogni individuo che il bene comune della società, sia il progresso sociale che il rispetto dell’ambiente.
In Amazzonia la nozione di ecologia integrale è una chiave per rispondere alla sfida di tutelare l’immensa ricchezza della sua biodiversità ambientale e culturale. Dal punto di vista ambientale l’Amazzonia, oltre a essere «fonte di vita nel cuore della Chiesa» (REPAM), è un polmone del pianeta e uno dei luoghi in cui si trova maggiore biodiversità nel mondo (cf. LS 38). Infatti, il bacino amazzonico possiede l’ultima grande foresta tropicale che, nonostante gli interventi che ha subito e che subisce, costituisce la maggiore superficie forestale esistente nei tropici della nostra terra. Riconoscere il territorio amazzonico come bacino, al di là delle frontiere tra i Paesi, aiuta ad avere uno sguardo integrale sulla regione, essenziale per la promozione di uno sviluppo e di una ecologia integrali.
Dal punto di vista culturale, com’è stato ampiamente segnalato nella sezione precedente, l’Amazzonia è particolarmente ricca in virtù delle diverse e ancestrali concezioni del mondo delle sue popolazioni. Tale patrimonio culturale, che fa «parte dell’identità comune» della regione, si trova «minacciato» così come il suo patrimonio ambientale (LS 143). Le minacce provengono – principalmente – da una «visione consumistica dell’essere umano, favorita dagli ingranaggi dell’attuale economia globalizzata, [che] tende a rendere omogenee le culture e a indebolire l’immensa varietà culturale, che è un tesoro dell’umanità» (LS 144).
Pertanto, il processo di evangelizzazione della Chiesa in Amazzonia non può prescindere dalla promozione e dalla cura del territorio (natura) e dei suoi popoli (culture). Per questo, ha bisogno di stabilire ponti che possano articolare i saperi ancestrali con le conoscenze contemporanee (cf. LS 143-146), particolarmente quelle che riguardano l’utilizzo sostenibile del territorio e uno sviluppo coerente con i sistemi di valori e con le culture dei popoli che abitano questi luoghi, da riconoscere come loro autentici custodi, e in definitiva come loro proprietari.
Ma l’ecologia integrale è più che la mera connessione tra l’elemento sociale e quello ambientale. Essa comprende pure la necessità di promuovere un’armonia personale, sociale ed ecologica, per la quale abbiamo bisogno di una conversione personale, sociale ed ecologica (cf. LS 210). L’ecologia integrale, dunque, ci invita a una conversione integrale. «Questo esige anche di riconoscere i propri errori, peccati, vizi o negligenze» e le omissioni con cui «offendiamo la creazione di Dio», e chiede di «pentirsi di cuore» (LS 218). Soltanto quando saremo coscienti di come il nostro stile di vita e il nostro modo di produrre, commerciare, consumare e scartare influenzano la vita del nostro ambiente e delle nostre società, allora potremo avviare un cambiamento di rotta integrale.
Cambiare rotta, o convertirsi integralmente, non può esaurirsi in una conversione di tipo individuale. Un cambiamento profondo del cuore, espresso in comportamenti personali, è necessario quanto un cambiamento strutturale, espresso in comportamenti sociali, in leggi e in programmi economici coerenti. Quando si tratta di promuovere questo cambiamento radicale che l’Amazzonia e il pianeta esigono, i processi di evangelizzazione possono contribuire molto, soprattutto grazie alla profondità con cui lo Spirito di Dio pervade la natura e i cuori delle persone e dei popoli.

  1. Annunciare il Vangelo di Gesù nell’Amazzonia: dimensione sacramentale

Mentre la Chiesa riconosce la forte ipoteca e il potere del peccato, soprattutto nella distruzione sociale e ambientale, essa non si scoraggia nel suo camminare insieme al popolo amazzonico e, sostenuta dalla grazia di Cristo, si impegna a superare la fonte del peccato. Uno sguardo ecclesiale contemplativo e una pratica sacramentale coerente sono le chiavi per l’evangelizzazione dell’Amazzonia.
«L’universo si sviluppa in Dio, che lo riempie tutto. Quindi c’è un mistero da contemplare in una foglia, in un sentiero, nella rugiada, nel volto di un povero» (LS 233). Chi sa contemplare «tutto quanto c’è di buono nelle cose e nelle esperienze del mondo», scopre l’intima connessione di tutte queste cose ed esperienze con Dio (LS 234). Perciò la comunità cristiana, specialmente in Amazzonia, è invitata a osservare la realtà con uno sguardo contemplativo mediante il quale le divenga possibile cogliere la presenza e l’azione di Dio in tutta la creazione e in tutta la storia.
Inoltre, tenendo conto che «i Sacramenti sono un modo privilegiato in cui la natura viene assunta da Dio e trasformata in mediazione della vita soprannaturale», la loro celebrazione è un invito permanente ad «abbracciare il mondo su un piano diverso» (LS 235). Per esempio, la celebrazione del Battesimo ci invita a considerare l’importanza dell’“acqua” come sorgente di vita, non solo come strumento o risorsa naturale, e responsabilizza la comunità credente a custodire questo elemento come dono di Dio per tutto il pianeta. Inoltre, tenendo conto che l’acqua del Battesimo purifica il battezzato da tutti i peccati, la sua celebrazione permette alla comunità cristiana di comprendere il valore dell’acqua e “del fiume” come sorgente di purificazione, facilitando l’inculturazione dei riti legati all’acqua propri della sapienza ancestrale dei popoli amazzonici.             La celebrazione dell’Eucaristia ci invita a riscoprire come «il Signore, al culmine del mistero dell’Incarnazione, volle raggiungere la nostra intimità attraverso un frammento di materia» (LS 236). L’Eucaristia, pertanto, ci riporta al «centro vitale dell’universo», al fulcro traboccante d’amore e di vita inesauribile del Figlio incarnato, presente sotto le apparenze del pane e del vino, frutto della terra-vite e del lavoro degli uomini (LS 236). Nell’Eucaristia la comunità celebra un amore cosmico, in cui gli esseri umani, accanto al Figlio di Dio incarnato e a tutta la creazione, rendono grazie a Dio per la vita nuova in Cristo resuscitato (cf. LS 236). In questo modo, l’Eucaristia costituisce la comunità, una comunità pellegrina festiva che diventa «fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per l’ambiente, e ci orienta ad essere custodi di tutto il creato» (LS 236). Allo stesso tempo, il sangue di tanti uomini e donne che è stato versato, irrorando le terre amazzoniche per il bene dei suoi abitanti e del territorio, si mescola al Sangue di Cristo, versato per tutti e per tutta la creazione.

  1. Annunciare il Vangelo di Gesù nell’Amazzonia: dimensione ecclesiale-missionaria

Nella Chiesa in uscita (cf. EG 46), «per sua natura missionaria» (AG 2, DAp 347), tutti i battezzati hanno la responsabilità di essere discepoli missionari, partecipando alla vita ecclesiale con modalità diverse e all’interno di ambiti differenti. Una delle importanti acquisizioni della coscienza magisteriale della Chiesa è, in effetti, quella di sentirsi chiamata ad «annunziare sempre e dovunque i principi morali anche circa l’ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtà umana, in quanto lo esigano i diritti fondamentali della persona umana o la salvezza delle anime» (CCC 2032; CIC can. 747). La lode a Dio deve accompagnarsi alla pratica della giustizia in favore dei poveri. Come proclama il Salmo 146 (145): «Loda il Signore, anima mia: loderò il Signore finché ho vita, […] al Signore che libera i prigionieri, che dà il pane agli affamati, che sostiene l’orfano e la vedova». Questa missione ha bisogno della partecipazione di tutti e di una riflessione più ampia che permetta di considerare le condizioni storiche concrete, sia sociali che ambientali ed ecclesiali. In questo senso, un approccio missionario in Amazzonia richiede più che mai un magistero ecclesiale esercitato nell’ascolto dello Spirito Santo, che sia in grado di assicurare tanto l’unità quanto la diversità. Quest’unità nella diversità, seguendo la tradizione della Chiesa, è attraversata strutturalmente dal cosiddetto sensus fidei del Popolo di Dio. Papa Francesco ha ripreso quest’aspetto messo in luce dal Concilio Vaticano II (cf. LG 12; DV 10), ricordando che «in tutti i battezzati, dal primo all’ultimo, opera la forza santificatrice dello Spirito che spinge ad evangelizzare. Il Popolo di Dio è santo in ragione di questa unzione che lo rende infallibile “in credendo”. Questo significa che quando crede non si sbaglia […]. Dio dota la totalità dei fedeli di un istinto della fede – il sensus fidei – che li aiuta a discernere ciò che viene realmente da Dio» (EG 119). Tale discernimento deve essere accompagnato dai pastori, specialmente dai Vescovi. Infatti, la conservazione della Tradizione ecclesiale, attuata da tutto il Popolo di Dio, esige l’unità di questo Popolo con i suoi pastori (cf. DV 10) per la lettura e il discernimento delle nuove realtà. Sono i Vescovi, come principio di unità del Popolo di Dio (cf. LG 23), coloro che hanno la responsabilità di conservare l’unità della Tradizione originata e basata sulle Sacre Scritture (cf. DV 9). Così, il senso religioso dell’Amazzonia, come esempio di espressione del sensus fidei, ha bisogno dell’accompagnamento e della presenza dei pastori (cf. EN 48). Quando Papa Francesco ha incontrato i popoli dell’Amazzonia a Puerto Maldonado, ha affermato: «Ho voluto venire a visitarvi e ascoltarvi, per stare insieme nel cuore della Chiesa, unirci alle vostre sfide e con voi riaffermare un’opzione sincera per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture». I rappresentati dei popoli presenti, da parte loro, gli hanno risposto: «Noi veniamo ad ascoltare Vostra Santità, a stare insieme al Papa nel cuore della Chiesa e a partecipare all’edificazione di questa Chiesa perché assuma sempre più un volto amazzonico». In questo ascolto reciproco tra il Papa (e le autorità ecclesiali) e gli abitanti del popolo amazzonico si alimenta e si rafforza il sensus fidei del Popolo e cresce il suo essere ecclesiale: «Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire» (EG 171).
L’Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica ha bisogno di un grande esercizio di ascolto reciproco, specialmente di un ascolto tra il Popolo fedele e le autorità magisteriali della Chiesa. Una delle cose principali da ascoltare è il gemito «di migliaia di comunità private dell’Eucaristia domenicale per lunghi periodi» (DAp 100, e). Confidiamo che la Chiesa, radicata nelle sue dimensioni sinodali e missionarie (cf. Francesco, Discorso per la commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015), possa generare processi di ascolto (vedere-ascoltare) e di discernimento (giudicare), per poter rispondere (agire) alle realtà concrete dei popoli amazzonici.

 

III. AGIRE. NUOVI CAMMINI PER UNA CHIESA DAL VOLTO AMAZZONICO

  1. Chiesa dal volto amazzonico

«Essere Chiesa è essere Popolo di Dio», incarnato «nei popoli della terra» e nelle loro culture (EG 115). L’universalità o cattolicità della Chiesa si trova dunque arricchita mediante «la bellezza di questo volto pluriforme» (NMI 40) delle diverse manifestazioni delle Chiese particolari e delle loro culture. Come ha segnalato Papa Francesco nel suo incontro con le comunità amazzoniche a Puerto Maldonado, «quanti non abitiamo queste terre abbiamo bisogno della vostra saggezza e delle vostre conoscenze per poterci addentrare, senza distruggerlo, nel tesoro che racchiude questa regione. E risuonano le parole del Signore a Mosè: “Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai, è suolo santo” (Es 3,5)» (Fr. PM).
La Chiesa è chiamata ad approfondire la sua identità mettendosi in relazione con le realtà dei territori in cui vive e ad accrescere la propria spiritualità ponendosi in ascolto della saggezza dei popoli che la compongono. Per questo motivo, l’Assemblea Speciale per la Regione Panamazzonica è chiamata a individuare nuovi cammini per far crescere il volto amazzonico della Chiesa e anche per rispondere alle situazioni di ingiustizia della regione, come il neocolonialismo delle industrie estrattive, i progetti infrastrutturali che danneggiano la biodiversità e l’imposizione di modelli culturali ed economici estranei alla vita dei popoli.
Così, rivolgendo l’attenzione alla realtà locale e alla diversità delle microstrutture concrete della regione, la Chiesa si rafforza costituendosi come un’alternativa di fronte alla globalizzazione dell’indifferenza e alla logica uniformizzante incentivata da tanti mezzi di comunicazione, così come a un modello economico che non è solito rispettare i popoli amazzonici e i loro territori.
Da parte loro le Chiese locali, che sono anch’esse Chiese missionarie, in uscita, possono trovare nelle loro periferie dei luoghi privilegiati di esperienza evangelizzatrice, perché è là che «maggiormente mancano la luce e la vita del Risorto» (EG 30). Nelle periferie i missionari incontrano gli emarginati, i profughi e i rifugiati, i disperati e gli esclusi, dunque Gesù Cristo crocifisso ed esaltato, «che ha voluto identificarsi con particolare tenerezza con i più deboli e poveri» (DP 196).
Durante la preparazione del Sinodo, si dovrà cercare di individuare esperienze pastorali locali, sia positive che negative, che possano illuminare il discernimento in vista dell’elaborazione di nuove linee d’azione.

  1. Dimensione profetica

Di fronte all’attuale crisi socio-ambientale, occorrono luci di orientamento e di azione per poter operare la trasformazione delle pratiche e degli atteggiamenti.
Bisogna superare la miopia, la frettolosità e le soluzioni di corto raggio. È necessario mantenere una prospettiva globale e andare oltre gli interessi propri o particolari, per poter condividere ed essere responsabili di un progetto comune e globale.
«Tutto è collegato» è un’affermazione su cui tanto insiste Papa Francesco, allo scopo di entrare in dialogo con le radici spirituali delle grandi tradizioni religiose e culturali. Si fa strada l’esigenza di un consenso intorno a un’agenda minima: sviluppo integrale e sostenibile, così com’è stato descritto in precedenza, che include allevamento e agricoltura sostenibili, energia non contaminata, rispetto delle identità e dei diritti dei popoli tradizionali, acqua potabile per tutti. Si tratta di temi fondamentali spesso assenti in Panamazzonia.
Si deve trovare un equilibrio e l’economia deve privilegiare la sua vocazione in favore della dignità della vita umana. Questo rapporto di equilibrio deve tutelare l’ambiente e la vita dei più vulnerabili. Attualmente c’è «una sola e complessa crisi socio-ambientale» (LS 139).
L’Enciclica Laudato si’ (cf. nn. 216ss) ci invita a una conversione ecologica che esige uno stile di vita nuovo. L’orizzonte di riferimento è rappresentato dall’altro. Si deve praticare la solidarietà globale e superare l’individualismo, dischiudere cammini nuovi di libertà, verità e bellezza. La conversione domanda di liberarci dall’ossessione del consumo. Comprare è un atto morale, non solo economico. La conversione ecologica significa assumere la mistica dell’interconnessione e dell’interdipendenza di tutto il creato. La gratuità non può che imporsi nei nostri comportamenti quando comprendiamo che la vita è dono di Dio. Abbracciare la vita in solidarietà comunitaria esige un cambiamento del cuore.
Questo nuovo paradigma apre prospettive di trasformazione personale e sociale. La gioia e la pace sono possibili quando non siamo ossessionati dal consumo. Papa Francesco propone un rapporto armonioso con la natura che ci consente di vivere una felice sobrietà, la pace interiore con se stessi in relazione con il bene comune, e una serena armonia che domanda di accontentarsi di quel che è veramente necessario. Si tratta di qualcosa che le culture occidentali possono, e forse devono, apprendere dalle culture tradizionali amazzoniche, come pure da altri territori e comunità del pianeta. Essi, i popoli, «hanno molto da insegnarci» (EG 198). Nell’amore per la loro terra e nella loro relazione con gli ecosistemi, essi conoscono il Dio Creatore, sorgente di vita. Quei popoli «con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente» (EG 198). Essi, nella loro concezione dialogica della vita sociale, sono mossi dallo Spirito Santo. Per questo Papa Francesco ha affermato che «è necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro» e dalle loro culture, e che il compito della nuova evangelizzazione richiede di «prestare ad essi la nostra voce nelle loro cause, ma anche [siamo chiamati] ad essere loro amici, ad ascoltarli, a comprenderli e ad accogliere la misteriosa sapienza che Dio vuole comunicarci attraverso di loro» (EG 198). Di conseguenza, i loro insegnamenti potrebbero indicare la direzione delle priorità per i nuovi cammini della Chiesa in Amazzonia.

  1. Ministeri dal volto amazzonico

Attraverso molti incontri regionali in Amazzonia, la Chiesa Cattolica ha approfondito la consapevolezza che la sua universalità si incarna nella storia e nelle culture locali. In questo modo si manifesta e si realizza la Chiesa di Cristo, una, santa, cattolica e apostolica (cf. CD 11). Grazie a tale consapevolezza, la Chiesa tiene oggi gli occhi puntati sull’Amazzonia con una visione d’insieme, che le permette di rendersi conto delle grandi sfide socio-politiche, economiche ed ecclesiali che minacciano questa regione, ma senza perdere la speranza nella presenza di Dio, alimentata dalla creatività e dalla tenace perseveranza dei suoi abitanti.
Negli ultimi decenni, anche grazie al grande impulso venuto dal Documento di Aparecida, la Chiesa dell’Amazzonia ha preso coscienza che, a causa delle immense distese territoriali, della grande varietà dei popoli e dei rapidi cambiamenti degli scenari socio-economici, la sua pastorale non riusciva a garantire che una presenza precaria. Era (e continua a essere) necessaria una maggiore presenza ecclesiale, per poter rispondere a tutto ciò che è specifico di questa regione a partire dai valori del Vangelo, avendo consapevolezza, fra l’altro, dell’immensa estensione geografica, tante volte di difficile accesso, della grande diversità culturale e del forte influsso esercitato da interessi nazionali e internazionali in cerca di un arricchimento economico facile attraverso le risorse presenti nella regione. Una missione incarnata esige di ripensare la scarsa presenza della Chiesa in rapporto all’immensità del territorio e alla sua varietà culturale.
La Chiesa dal volto amazzonico deve «ricercare un modello di sviluppo alternativo, integrale e solidale, fondato su un’etica attenta alla responsabilità per un’autentica ecologia naturale e umana, che sia radicata nel Vangelo della giustizia, nella solidarietà e nella destinazione universale dei beni; che superi la logica utilitarista ed individualista, che rifiuta di sottoporre ai criteri etici i poteri economici e tecnologici» (DAp 474, c). Pertanto, è necessario incoraggiare tutto il Popolo di Dio a partecipare alla missione di Cristo, Sacerdote, Profeta e Re (cf. LG 9), e a non rimanere indifferente di fronte alle ingiustizie della regione per poter individuare, in ascolto dello Spirito, gli auspicati nuovi cammini.
Questi nuovi cammini per la pastorale dell’Amazzonia esigono di «rilanciare l’opera delle Chiesa» (DAp 11) nel territorio e di approfondire il «processo di inculturazione» (EG 126), che domanda alla Chiesa amazzonica di avanzare proposte «coraggiose», fatte con «audacia» e «senza paura», come ci chiede Papa Francesco. Il profilo profetico della Chiesa si mostra oggi attraverso il suo profilo ministeriale partecipativo, capace di rendere i popoli indigeni e le comunità amazzoniche i «principali interlocutori» (LS 146) all’interno di tutte le questioni pastorali e socio-ambientali del territorio.
Per intervenire sulla presenza precaria della Chiesa e trasformarla in una presenza più capillare e incarnata, c’è bisogno di stabilire una gerarchia delle urgenze in Amazzonia. Il Documento di Aparecida menziona la necessità di una «coerenza eucaristica» (DAp 436) per tutta la regione amazzonica, riferendosi non solo alla possibilità che tutti i battezzati partecipino alla Messa dominicale, ma anche all’esigenza che crescano cieli nuovi e terra nuova come anticipazione del Regno di Dio in Amazzonia.
In questo senso il Vaticano II ci ricorda che tutto il Popolo di Dio partecipa al sacerdozio di Cristo, benché distinguendo tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale (cf. LG 10). Per questo è urgente valutare e ripensare i ministeri che oggi sono necessari per rispondere agli obiettivi di «una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno» (Fr. PM). Una priorità è quella di precisare i contenuti, i metodi e gli atteggiamenti di una pastorale inculturata, capace di rispondere alle grandi sfide del territorio. Un’altra priorità è quella di proporre nuovi ministeri e servizi per i diversi agenti pastorali, che rispondano ai compiti e alle responsabilità della comunità. In questa linea, occorre individuare quale tipo di ministero ufficiale possa essere conferito alla donna, tenendo conto del ruolo centrale che le donne rivestono oggi nella Chiesa amazzonica. È altresì necessario sostenere il clero indigeno e nativo del territorio, valorizzandone l’identità culturale e i valori propri. Infine, bisogna progettare nuovi cammini affinché il Popolo di Dio possa avere un accesso migliore e frequente all’Eucaristia, centro della vita cristiana (cf. DAp 251).

  1. Nuovi cammini

Mentre pensiamo a una Chiesa dal volto amazzonico, sogniamo con i piedi per terra, la nostra terra di origine. Al tempo stesso, riflettiamo con gli occhi aperti su come questa Chiesa dovrà essere, a partire dalla concreta varietà culturale dei popoli. I nuovi cammini dovranno incidere sui ministeri, sulla liturgia e sulla teologia (teologia india).
La Chiesa si è indirizzata ai popoli mossa dal mandato di Gesù e dalla fedeltà al suo Vangelo. Oggi essa ha bisogno di scoprire «con gioia e rispetto i semi della Parola» (AG 11) all’interno della regione.
Tutto il Popolo di Dio, con i suoi Vescovi e sacerdoti, religiosi e religiose, missionari e missionarie religiosi e laici, è chiamato a entrare con cuore aperto in questo nuovo cammino ecclesiale. Tutti sono chiamati a vivere insieme alle comunità e a impegnarsi in difesa della loro esistenza, ad amarle e ad amare le loro culture. I missionari autoctoni e quelli che vengono da fuori devono coltivare la spiritualità della contemplazione e della gratuità, sentire con il cuore e guardare con gli occhi di Dio i popoli amazzonici e indigeni.
La spiritualità pratica, quella con i piedi per terra, offre la possibilità di trovare la gioia e il gusto di vivere insieme ai popoli amazzonici, e così di valorizzare le loro ricchezze culturali in cui Dio ha seminato il seme della Buona Notizia. Dobbiamo essere anche capaci di riconoscere quegli elementi presenti all’interno delle culture che, essendo storicamente condizionati, hanno bisogno di purificazione, e di lavorare per la conversione individuale e comunitaria, coltivando il dialogo a diversi livelli. La spiritualità profetica e del martirio accresce il nostro impegno per la vita dei popoli e la difesa del loro passato e del loro presente, spingendoci a guardare avanti per costruire una nuova storia.
Siamo chiamati come Chiesa a rafforzare il protagonismo dei popoli: abbiamo bisogno di una spiritualità interculturale che ci aiuti a interagire con le diversità dei popoli e con le loro tradizioni. Dobbiamo aggregare le forze per prenderci insieme cura della nostra Casa Comune.
C’è bisogno di una spiritualità di comunione fra i missionari autoctoni e quelli che vengono da fuori, per imparare insieme ad accompagnare le persone, ascoltando le loro storie, partecipando ai loro progetti di vita, condividendo la loro spiritualità e facendo proprie le loro lotte. Una spiritualità con lo stile di Gesù: semplice, umano, dialogante, samaritano, che permetta di celebrare la vita, la liturgia, l’Eucaristia, le feste, sempre rispettando i ritmi propri di ogni popolo.
Incoraggiare lo sviluppo di una Chiesa dal volto amazzonico implica, per i missionari, la capacità di scoprire i semi e i frutti del Verbo già presenti nella concezione del mondo dei popoli della regione. Per fare questo è necessario assicurare una presenza stabile e conoscere la lingua autoctona, la cultura e l’esperienza spirituale di quei popoli. Soltanto così la Chiesa potrà rendere presente tra di essi la vita di Cristo.
Per concludere, e ricordando le parole di Papa Francesco, vorremmo «chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo “custodi” della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo» (Francesco, Omelia nella Messa di inizio del ministero petrino, 19.III.2013).
Inoltre, vorremmo anche chiedere ai popoli dell’Amazzonia: «Aiutate i vostri Vescovi, aiutate i vostri missionari e le vostre missionarie affinché si uniscano a voi, e in questo modo, dialogando con tutti, possano plasmare una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno. Con questo spirito ho convocato un Sinodo per l’Amazzonia nell’anno 2019» (Fr. PM).

QUESTIONARIO

La finalità del Questionario è quella di ascoltare la Chiesa di Dio in riferimento ai «nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale» in Amazzonia. Lo Spirito parla attraverso tutto il Popolo di Dio. Ascoltandolo si possono conoscere le sfide, le speranze, le proposte, e riconoscere i nuovi cammini che Dio chiede alla Chiesa in questo territorio. Il presente Questionario è indirizzato ai pastori affinché vi rispondano consultando il Popolo di Dio. Per fare questo sono invitati a cercare i mezzi più adeguati secondo le specifiche realtà locali. Il Questionario è strutturato in tre parti che corrispondono alle diverse sezioni del Documento Preparatorio: vedere, discernere-giudicare, agire.

1a PARTE

  1. Quali sono i problemi più importanti nella sua comunità: le minacce e le difficoltà che riguardano la vita, il territorio e la cultura?
  2. Alla luce di Laudato si’, come si configurano la biodiversità e la sociodiversità nel suo territorio?
  3. Come incidono o non incidono queste diversità nel suo lavoro pastorale?
  4. Alla luce dei valori del Vangelo, che tipo di società dobbiamo promuovere e di quali mezzi disponiamo per farlo, tenendo conto della realtà rurale e di quella urbana e delle loro differenze socio-culturali?
  5. Considerata l’enorme ricchezza della loro identità culturale, quali sono i contributi, le aspirazioni e le sfide dei popoli amazzonici in relazione alla Chiesa e al mondo?
  6. In quale maniera questi contributi possono essere integrati in una Chiesa dal volto amazzonico?
  7. Come la Chiesa deve accompagnare i processi di organizzazione dei popoli in riferimento alla loro identità e alla difesa dei loro territori e diritti all’interno di una pastorale integrale?
  8. Quali dovrebbero essere le risposte della Chiesa alle sfide della pastorale urbana nel territorio amazzonico?
  9. Se esistono nel suo territorio Popoli Indigeni in Isolamento Volontario (PIAV), come la Chiesa dovrebbe comportarsi per difendere la loro vita e i loro diritti?

2a PARTE

  1. Quali speranze offre la presenza della Chiesa alle comunità amazzoniche in ordine alla vita, al territorio e alla cultura?
  2. Come promuovere un’ecologia integrale, ovvero ambientale, economica, sociale, culturale e della vita quotidiana (cf. LS 137-162) in Amazzonia?
  3. Nel contesto della sua Chiesa locale, in che modo Gesù è Buona Notizia nella vita della famiglia, della comunità e della società amazzoniche?
  4. Come la comunità cristiana può rispondere alle situazioni di ingiustizia, povertà, disuguaglianza, violenze (tra le altre ricordiamo la droga, la tratta di persone, la violenza contro la donna, lo sfruttamento sessuale, la discriminazione verso i popoli indigeni e i migranti) e di esclusione in Amazzonia?
  5. Quali elementi specifici delle identità culturali possono facilitare l’annuncio del Vangelo nella novità del mistero di Gesù?
  6. Quali cammini si possono intraprendere per inculturare la nostra pratica sacramentale nell’esperienza vissuta dei popoli indigeni?
  7. Come la comunità dei credenti, che è «missionaria per sua natura» e nel modo che le è specifico, partecipa al magistero concreto e quotidiano della Chiesa in Amazzonia?

3a PARTE

  1. Quale Chiesa sogniamo per l’Amazzonia?
  2. Come immagina una Chiesa in uscita e dal volto amazzonico e quali caratteristiche dovrebbe avere?
  3. Esistono spazi di espressione autoctona e di partecipazione attiva nella pratica liturgica delle sue comunità?
  4. Una delle grandi sfide in Amazzonia è l’impossibilità di celebrare l’Eucaristia in modo frequente e in tutti i luoghi. Come rispondere a questo?
  5. Come riconoscere e valorizzare il ruolo dei laici nei diversi ambiti pastorali (catechesi, liturgia e carità)?
  6. Quale ruolo devono avere i laici nei diversi ambiti socio-ambientali nel territorio?
  7. Cosa deve caratterizzare l’annuncio e la denuncia profetici in Amazzonia?
  8. Quali caratteristiche devono possedere coloro che recano l’annuncio della Buona Notizia in Amazzonia?
  9. Quali sono i servizi e i ministeri dal volto amazzonico nella sua giurisdizione ecclesiastica e quali caratteristiche hanno?
  10. Quali sono i servizi e i ministeri dal volto amazzonico che Lei ritiene dovrebbero essere creati e promossi?
  11. In che modo la vita consacrata può contribuire con i suoi carismi alla costruzione di una Chiesa dal volto amazzonico?
  12. Il ruolo delle donne nelle nostre comunità è di somma importanza: come riconoscerlo e valorizzarlo nella prospettiva di nuovi cammini pastorali?
  13. Come la religiosità popolare, e in particolare la devozione mariana, si integrano e possono contribuire ad aprire nuovi cammini per la Chiesa in Amazzonia?
  14. Quale potrebbe essere il contributo dei mezzi di comunicazione per aiutare a costruire una Chiesa dal volto amazzonico?

* * *

SIGLE E ABBREVIAZIONI

AG: Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto Ad Gentes (7.XII.1965)
CCC: Catechismo della Chiesa Cattolica (11.X.1992)
CIC: Codice di Diritto Canonico (25.I.1983)
CD: Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto Christus Dominus (28.X.1965)
DAp: Documento di Aparecida. Testo conclusivo della V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano (2007)
DP: Documento di Puebla. Testo conclusivo della III Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano (1979)
DSD: Documento di Santo Domingo. Testo conclusivo della IV Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano (1992)
DV: Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Dogmatica Dei Verbum (18.XI.1965)
EG: Francesco, Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (24.XI.2013)
EN: Paolo VI, Esortazione Apostolica Evangelii Nuntiandi (8.XII.1975)
Fr. PM: Francesco, Discorso in occasione dell’Incontro con i popoli dell’Amazzonia, Puerto Maldonado, Perù (19.I.2018)
Fr. EP: Francesco, Saluto in occasione dell’Incontro con la popolazione di Puerto Maldonado (19.I.2018)
Fr. FPI: Francesco, Discorso ai rappresentanti dei popoli indigeni (15.II.2017)
GS: Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Pastorale Gaudium et Spes (7.XII.1965)
LG: Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Dogmatica Lumen Gentium (21.XI.1964)
LS: Francesco, Lettera Enciclica Laudato si’ (24.V.2015)
NMI: Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Novo Millennio Ineunte (6.I.2001)
PIAV: Popoli Indigeni in Isolamento Volontario
POConcilio Ecumenico Vaticano II, Decreto Presbyterorum Ordinis (7.XII.1965)
PP: Paolo VI, Lettera Enciclica Populorum Progressio (26.III.1967)
REPAM: Rapporto Esecutivo dell’Incontro Fondativo della Rete Ecclesiale Panamazzonica (12.IX.2014)
SC: Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium (4.XII.1963)




CEI. Messaggio per la 14a Giornata nazionale per la Custodia del creato

COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO,
GIUSTIZIA, PACE e CUSTODIA DEL CREATO.

COMMISSIONE EPISCOPALE PER L’ECUMENISMO E IL DIALOGO

Messaggio per la 14ª Giornata Nazionale per la Custodia del Creato. 1° settembre 2019
Quante sono le tue opere, Signore” (Sal. 104, 24)
Coltivare la biodiversità

Imparare a guardare alla biodiversità, per prendercene cura: è uno dei richiami dell’Enciclica Laudato Si’ di papa Francesco. Esso risuona con particolare forza nel documento preparatorio per il Sinodo che nell’ottobre del 2019 sarà dedicato all’Amazzonia, una regione che è “un polmone del pianeta e uno dei luoghi in cui si trova la maggior diversità nel mondo” (“Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per un’Ecologia Integrale”, n.9).
La Giornata per la Custodia del Creato è allora quest’anno per la Chiesa italiana un’occasione per conoscere e comprendere quella realtà fragile e preziosa della biodiversità, di cui anche la nostra terra è così ricca. Proprio il territorio italiano, infatti, è caratterizzato da una varietà di organismi e di specie viventi acquatici e terrestri, a disegnare ecosistemi che si estendono dagli splendidi boschi delle Alpi – le montagne più alte d’Europa – fino al calore del Mediterraneo.

Uno sguardo contemplativo

Al centro della sezione della Laudato Si’ dedicata alla biodiversità (nn. 32-42) c’è uno sguardo contemplativo rivolto ad alcune aree chiave del pianeta – dal bacino del Congo, alle barriere coralline, fino alla foresta dell’Amazzonia – sedi di una vita lussureggiante e differenziata, componente fondamentale dell’ecosistema terrestre. Prende così corpo e concretezza la contemplazione del grande miracolo di una ricchezza vitale, che – evolutasi da pochi elementi semplici – si dispiega sul pianeta terra in forme splendidamente variegate.
In tale sguardo papa Francesco sembra fare eco alle parole del Salmo: “Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature” (Sal. 104, 24). Quel canto alla potenza creatrice di Dio attraversa l’intera Scrittura, celebrando l’ampiezza della Sua misericordia: “Tu hai compassione di tutte le cose, perché tutte sono tue” (Sap. 11, 26). Davvero il Dio trino mostra la ricchezza del suo amore anche nella varietà delle creature e lo stesso sguardo di Gesù alla bellezza del mondo – nota ancora la Laudato Si’ – esprime la tenerezza con cui il Padre guarda ad ognuna di esse (cf. LS n.96). Dopo la Pasqua, poi, le creature “non ci si presentano più come una realtà meramente naturale, perché il Risorto le avvolge misteriosamente e le orienta a un destino di pienezza” (LS. n.100).
Siamo chiamati, dunque, a lasciarci coinvolgere in tale sguardo, per contemplare anche noi – grati, ammirati e benedicenti, come Francesco d’Assisi – le creature della terra ed in particolare il mondo della vita, così vario e rigoglioso.

Uno sguardo preoccupato

Nell’enciclica Laudato Si’, però, l’invito alla contemplazione della bellezza si salda con la percezione della minaccia che grava sulla biodiversità, a causa di attività e forme di sviluppo che non ne riconoscono il valore: “per causa nostra migliaia di specie non daranno gloria a Dio con la loro esistenza, né potranno comunicarci il loro messaggio. Non ne abbiamo il diritto” (n.33). La logica dell’ecologia integrale ricorda che la struttura del pianeta è delicata e fragile, ma anche fondamentale per la vita della famiglia umana. In una creazione in cui tutto è connesso, infatti, ogni creatura – ogni essere ed ogni specie vivente – dispiega il suo grande valore anche nei legami alle altre. Intaccare tale rete significa mettere a rischio alcune delle fondamentali strutture della vita con un comportamento irresponsabile. Si eviti, quindi, di distruggere realtà di grande valore anche dal punto di vista economico, con impatti che gravano soprattutto sui più fragili. L’attenzione ai più poveri è condizione di possibilità per una vera salvaguardia della biodiversità.
Non a caso l’esortazione apostolica Evangelii Gaudium sottolineava che “mediante la nostra realtà corporea, Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che (…) possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione” (n.215): la perdita di biodiversità è una delle espressioni più gravi della crisi socio-ambientale. Ed anche il nostro paese è esposto ad essa: con dinamiche che interessano sia il mondo vegetale che quello animale, depotenziando la bellezza e la sostenibilità delle nostre terre e rendendole meno vivibili.

Coltivare e custodire la biodiversità

Che fare allora? La stessa Laudato Si’ ricorda che “siamo chiamati a diventare gli strumenti di Dio Padre, perché il nostro pianeta sia quello che Egli ha sognato nel crearlo e risponda al suo progetto di pace bellezza e pienezza” (n.53): siamo chiamati, dunque, a convertirci, facendoci custodi della terra e della biodiversità che la abita.
Sarà importante favorire le pratiche di coltivazione realizzate secondo lo spirito con cui il monachesimo ha reso possibile la fertilità della terra senza modificarne l’equilibrio. Sarà necessario utilizzare nuove tecnologie orientate a valorizzare, per quanto possibile, il biologico. Sarà altresì importante conoscere e favorire le istituzioni universitarie e gli enti di ricerca, che studiano la biodiversità e operano per la conservazione di specie vegetali e animali in via di estinzione. Si tratterà, ancora, di opporsi a tante pratiche che degradano e distruggono la biodiversità: si pensi al land grabbing, alla deforestazione, al proliferare delle monocolture, al crescente consumo di suolo o all’inquinamento che lo avvelena; si pensi altresì a dinamiche finanziarie ed economiche che cercano di monopolizzare la ricerca (scoraggiando quella libera) o addirittura si propongono di privatizzare alcune tecnoscienze collegate alla salvaguardia della biodiversità.
Ma andranno pure contrastati – con politiche efficaci e stili di vita sostenibili – quei fenomeni che minacciano la biodiversità su scala globale, a partire dal mutamento climatico. Occorrerà al contempo potenziare tutte quelle buone pratiche che la promuovono: anche per l’Italia la sua valorizzazione contribuisce in molte aree al benessere e alla creazione di opportunità di lavoro, specie nel campo dell’agricoltura, così come nel comparto turistico. Ed ha pure un grande valore il patrimonio forestale, di cui l’uragano Vaia ha mostrato la fragilità di fronte al mutamento climatico.
É allora forse il momento che ogni comunità si impegni in una puntuale opera di discernimento e di riflessione, facendosi guidare da alcune domande: Qual è la “nostra Amazzonia”? Qual è la realtà più preziosa – da un punto di vista ambientale e culturale – che è presente nei nostri territori e che oggi appare maggiormente minacciata? Come possiamo contribuire alla sua tutela? Occorre conoscere il patrimonio dei nostri territori, riconoscerne il valore, promuoverne la custodia.

Il creato attende

Il Messaggio inviato da papa Francesco per la Quaresima 2019 ricordava che il creato attende ardentemente la manifestazione dei figli di Dio: attende, cioè, che finalmente gli esseri umani manifestino la loro realtà profonda di figli, anche in comportamenti di amore e di cura per la ricchezza della vita. Solo un’umanità così rinnovata sarà all’altezza della sfida posta dalla crisi socio-ambientale: che lo Spirito creatore guidi ogni uomo e ogni donna ad un’autentica conversione ecologica, secondo la prospettiva dell’ecologia integrale della Laudato Si’, perché – nel dialogo e nella pace tra le diverse fedi e culture – la famiglia umana possa vivere sostenibilmente sulla terra che ci è stata donata.

Roma, 31 maggio 2019 Visitazione della Beata Vergine Maria

 




Difendiamo la cooperazione, il lavoro, gli svantaggiati.

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI MEMBRI DELLA CONFEDERAZIONE DELLE COOPERATIVE ITALIANE
Nel 100° anniversario di fondazione

Sabato, 16 marzo 2019

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Do il benvenuto a tutti voi! Ringrazio il vostro Presidente per le parole che mi ha rivolto, in particolare per la sintesi che ha fatto del vostro lavoro e del vostro impegno: ha colto anche ciò che sta a cuore a me, dandoci una visione sapiente del contesto attuale in cui viviamo. E ringrazio anche per la testimonianza fatta da una cooperativa che ha saputo andare avanti.
I cento anni di storia della vostra azione sono un traguardo importante, che non può passare sotto silenzio. Essi rappresentano un percorso di cui essere grati per tutto ciò che siete riusciti a realizzare, ispirati dal grande appello dell’Enciclica Rerum novarum del Papa Leone XIII. Questo Pontefice in maniera profetica ha aperto la grande riflessione sulla dottrina sociale della Chiesa. La sua è stata un’intuizione fiorita sulla convinzione che il Vangelo non è relegabile solo a una parte dell’uomo o della società, ma parla a tutto l’uomo, per renderlo sempre più umano. Quelli in cui Papa Leone scriveva erano tempi difficili, ma ogni epoca ha le sue fatiche e le sue difficoltà.
La vostra storia è preziosa perché nasce dall’aver preso sul serio le parole del Papa e dall’averle rese concrete attraverso un serio e generoso impegno che dura da un secolo. È un forte segno di speranza quando la dottrina sociale della Chiesa non rimane una parola morta o un discorso astratto, ma diventa vita grazie a uomini e donne di buona volontà, che le danno carne e concretezza, trasformandola in gesti personali e sociali, concreti, visibili e utili.
Anche oggi la Chiesa non ha solo bisogno di dire ad alta voce la Verità; ha sempre necessità di uomini e donne che trasformino in beni concreti ciò che i pastori predicano e i teologi insegnano.
In questo senso, oggi, dire “grazie” a voi per i vostri cent’anni d’impegno è anche indicare un esempio per gli uomini del nostro tempo, che hanno bisogno di scoprirsi non solo “prenditori” di bene, ma “imprenditori” di carità.
Il vostro modello cooperativo, proprio perché ispirato alla dottrina sociale della Chiesa, corregge certe tendenze proprie del collettivismo e dello statalismo, che a volte sono letali nei confronti dell’iniziativa dei privati; e allo stesso tempo, frena le tentazioni dell’individualismo e dell’egoismo proprie del liberalismo. Infatti, mentre l’impresa capitalistica mira principalmente al profitto, l’impresa cooperativa ha come scopo primario l’equilibrata e proporzionata soddisfazione dei bisogni sociali. Certamente anche la cooperativa deve mirare a produrre l’utile, ad essere efficace ed efficiente nella sua attività economica, ma tutto questo senza perdere di vista la reciproca solidarietà.
Per questo motivo il modello di cooperativa sociale è uno dei nuovi settori sui quali oggi si sta concentrando la cooperazione, perché esso riesce a coniugare, da una parte, la logica dell’impresa e, dall’altra, quella della solidarietà: solidarietà interna verso i propri soci e solidarietà esterna verso le persone destinatarie. Questo modo di vivere il modello cooperativo esercita già una significativa influenza sulle imprese troppo legate alla logica del profitto, perché le spinge a scoprire e a valutare l’impatto di una responsabilità sociale. In tal modo, esse vengono invitate a considerare non solo il bilancio economico, ma anche quello sociale, rendendosi conto che bisogna concorrere a rispondere tanto ai bisogni di quanti sono coinvolti nell’impresa quanto a quelli del territorio e della collettività. È in questo modo che il lavoro cooperativo esplica la sua funzione profetica e di testimonianza sociale alla luce del Vangelo. Ma non dobbiamo mai dimenticare che questa visione della cooperazione, basata sulle relazioni e non sul profitto, va controcorrente rispetto alla mentalità del mondo. Solo se scopriamo che la nostra vera ricchezza sono le relazioni e non i meri beni materiali, allora troviamo modi alternativi per vivere e abitare in una società che non sia governata dal dio denaro, un idolo che la illude e poi la lascia sempre più disumana e ingiusta, e anche, direi, più povera.
Grazie per il vostro lavoro impegnativo, che crede nella cooperazione ed esprime l’ostinazione a restare umani in un mondo che vuole mercificare ogni cosa. E sull’ostinazione abbiamo sentito questa nostra sorella che ha dato testimonianza oggi: ci vuole ostinazione per andare avanti su questa strada quando la logica del mondo va in un’altra direzione.
Vi ringrazio per la vostra ostinazione…, e questo non è peccato! Andate avanti così.
Ma il vantaggio più importante ed evidente della cooperazione è vincere la solitudine che trasforma la vita in un inferno. Quando l’uomo si sente solo, sperimenta l’inferno. Quando, invece, avverte di non essere abbandonato, allora gli è possibile affrontare ogni tipo di difficoltà e fatica. E questo si vede nei momenti brutti. Così come il vostro presidente ha ricordato che in cooperativa “uno più uno fa tre”, bisogna anche ricordare che nei momenti brutti uno più uno fa la metà. Così la cooperazione fa sì che le cose brutte possano essere migliori. Il nostro mondo è malato di solitudine – lo sappiamo tutti –, per questo ha bisogno di iniziative che permettano di affrontare insieme ad altri ciò che la vita impone. Camminando e lavorando insieme si sperimenta il grande miracolo della speranza: tutto ci sembra di nuovo possibile. In questo senso la cooperazione è un modo per rendere concreta la speranza nella vita delle persone.
Potremmo così dire che la cooperazione è un altro modo di declinare la prossimità che Gesù ha insegnato nel Vangelo. Farsi prossimo significa impedire che l’altro rimanga in ostaggio dell’inferno della solitudine. Purtroppo la cronaca ci parla spesso di persone che si tolgono la vita spinte dalla disperazione, maturata proprio nella solitudine. Non possiamo rimanere indifferenti davanti a questi drammi, e ognuno, secondo le proprie possibilità, deve impegnarsi a togliere un pezzo di solitudine agli altri. Va fatto non tanto con le parole, ma soprattutto con impegno, amore, competenza, e mettendo in gioco il grande valore aggiunto che è la nostra presenza personale.
Va fatto con vicinanza, con tenerezza. Questa parola, tenerezza, rischia di cadere dal dizionario perché la società attuale non la usa tanto. Solo quando ci mettiamo in gioco in prima persona possiamo fare la differenza.
Ad esempio, è solidarietà impegnarsi per dare lavoro equamente retribuito a tutti; permettere a contadini resi più fragili dal mercato di far parte di una comunità che li rafforza e li sostiene; a un pescatore solitario di entrare in un gruppo di colleghi; ad un facchino di essere dentro una squadra, e così via. In questo modo, cooperare diventa uno stile di vita. Ecco: cooperare è uno stile di vita. “Io vivo, ma da solo, faccio il mio e vado avanti…”. È un modo di vivere, uno stile di vita. L’altro invece è: “Io vivo con gli altri, in cooperazione”. È un altro stile di vita, e noi scegliamo questo.
A questo proposito, un episodio del Vangelo di Marco ci viene in aiuto: «[Gesù] entrò di nuovo a Cafarnao dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone, che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola. Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: “Figliolo, ti sono rimessi i peccati”» (2,1-5). E poi lo guarì.
Quando pensiamo a questa pagina del Vangelo siamo subito attirati dal grande miracolo del perdono e successivamente della guarigione fisica di quest’uomo; ma forse ci sfugge un altro miracolo: quello dei suoi amici. Quei quattro uomini si caricano sulle spalle il paralitico; non rimangono indifferenti davanti alla sofferenza dell’amico malato; non si mimetizzano in mezzo alla folla con tutti gli altri per ascoltare Gesù. Questi uomini compiono un gesto miracoloso: si mettono insieme e, con una strategia vincente e creativa, trovano il modo non solo di prendersi in carico quest’uomo, ma anche di aiutarlo a incontrare Colui che può cambiare la sua vita. E non potendolo fare attraverso la via più semplice, a causa della folla, hanno il coraggio di arrampicarsi sul tetto e scoperchiarlo. Sono loro che aprono il varco attraverso il quale il paralitico potrà avvicinarsi a Gesù e uscire cambiato da quell’incontro. L’Evangelista nota che Gesù si rivolse a quell’uomo «vedendo la loro fede», cioè la fede di tutto il gruppo: del paralitico e degli amici.
In questo senso possiamo dire che la cooperazione è un modo per “scoperchiare il tetto” di un’economia che rischia di produrre beni ma a costo dell’ingiustizia sociale. È sconfiggere l’inerzia dell’indifferenza e dell’individualismo facendo qualcosa di alternativo e non soltanto lamentandosi.
Chi fonda una cooperativa crede in un modo diverso di produrre, un modo diverso di lavorare, un modo diverso di stare nella società. Chi fonda una cooperativa ha un po’ della creatività e del coraggio di questi quattro amici del paralitico. Il “miracolo” della cooperazione è una strategia di squadra che apre un varco nel muro della folla indifferente che esclude chi è più debole. Una società che diventa muro, fatta dalla massa di tanti individui che non pensano e non agiscono come persone, non è in grado di apprezzare il valore fondamentale delle relazioni. Non si può agire veramente come persone quando si è malati di indifferenza ed egoismo. Allora, in realtà, il vero “paralitico” non è quell’uomo che portarono arrampicandosi per metterlo davanti a Gesù; il vero paralitico è la folla, che impedisce di arrivare a una soluzione. Una folla fatta di individui che guardano solo i propri bisogni senza accorgersi degli altri, e così non scoprono mai il gusto pieno della vita. L’individualismo impedisce la piena felicità, perché esclude l’altro dall’orizzonte. Quando rimango cieco davanti alla sofferenza e alla fatica degli altri, in realtà rimango cieco davanti a ciò che potrebbe rendermi felice: non si può essere felici da soli. Gesù nel Vangelo lo dice con una frase lapidaria: «Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma poi perde o rovina se stesso?» (Lc 9,25).
Cari fratelli e sorelle, viviamo in un mondo che è preso dalla frenesia di possedere, e che fa fatica a camminare come comunità. L’egoismo è sempre forte. Il lavoro che portate avanti da cento anni è quello di opporre la relazione all’individualismo, la squadra all’interesse, il benessere di tutti agli interessi di pochi. Ho già avuto modo di raccontare in altre occasioni ciò che mi rimase impresso quando avevo 18 anni, nel 1954, ascoltando parlare mio padre proprio di questo tema. Fin da allora mi sono convinto che la cooperazione cristiana è la strada giusta. Magari economicamente può sembrare più lenta, ma è la più efficace e sicura, quella che arriva più in avanti.
Per questo mi sono piaciute le parole del Presidente, che rappresentano con umiltà il grande impegno che la cooperazione ha profuso nel Paese e nel mondo.
In particolare, sono lieto di sentire che avete frequentato le periferie esistenziali dove si annidano di più le vulnerabilità: è questo il luogo privilegiato della nostra testimonianza. Insistere sulla categoria delle periferie è dovuto alla scelta che ha fatto Gesù, il Figlio di Dio, venendo nel mondo. Egli ha scelto la periferia come centro della sua missione. E non l’ha fatto solo geograficamente venendo al mondo in una periferia del grande impero romano, ma lo ha fatto andando incontro ad ogni uomo messo in periferia a causa della povertà, della malattia e dei suoi stessi sbagli.
In questo mondo globalizzato, dobbiamo metterci in sintonia con quello che insegna la dottrina sociale della Chiesa quando parla della centralità della persona. San Giovanni Paolo II ha spiegato bene tutto questo nell’Enciclica Centesimus annus. A un certo punto scrive: «Se un tempo il fattore decisivo era la terra e più tardi il capitale, inteso come massa di macchinari e di beni strumentali, oggi il fattore decisivo è sempre più l’uomo stesso, e cioè […] la sua capacità di organizzazione solidale, la sua capacità di intuire e soddisfare il bisogno dell’altro» (n. 32).
Dovremmo quindi comprendere l’importanza di far acquisire abilità professionali e offrire percorsi di formazione permanente, specialmente a quelle persone che vivono ai margini della società e alle categorie più svantaggiate.
A questo riguardo, sono soprattutto le donne che, nel mondo globale, portano il peso della povertà materiale, dell’esclusione sociale e dell’emarginazione culturale. Il tema della donna dovrebbe tornare a essere tra le priorità dei progetti futuri in ambito cooperativo. Non è un discorso ideologico. Si tratta invece di assumere il pensiero della donna come punto di vista privilegiato per imparare a rendere la cooperazione non solo strategica ma anche umana. La donna vede meglio che cos’è l’amore per il volto di ognuno. La donna sa meglio concretizzare ciò che noi uomini a volte trattiamo come “massimi sistemi”.
Cari amici, vi auguro che i cento anni passati spalanchino davanti a voi scenari di impegno nuovi e inediti, rimanendo sempre fedeli alla radice da cui tutto è nato: il Vangelo. Non perdete mai di vista questa sorgente, e rintracciate nei gesti e nelle scelte di Gesù ciò che più può ispirarvi nel vostro lavoro.
Vi benedico di cuore, vi incoraggio e vi dico che nutro molta speranza per quello che fate. Sono certo che è una speranza ben riposta. E per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Grazie!




Incontro mondiale ad Assisi 26-28 marzo 2020. Patto per dare anima all’economia.

LETTERA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER L’EVENTO
“ECONOMY OF FRANCESCO”
[Assisi, 26-28 marzo 2020]

 Ai giovani economisti, imprenditori e imprenditrici di tutto il mondo

Cari amici,
vi scrivo per invitarvi ad un’iniziativa che ho tanto desiderato: un evento che mi permetta di incontrare chi oggi si sta formando e sta iniziando a studiare e praticare una economia diversa, quella che fa vivere e non uccide, include e non esclude, umanizza e non disumanizza, si prende cura del creato e non lo depreda. Un evento che ci aiuti a stare insieme e conoscerci, e ci conduca a fare un “patto” per cambiare l’attuale economia e dare un’anima all’economia di domani.
Sì, occorre “ri-animare” l’economia! E quale città è più idonea per questo di Assisi, che da secoli è simbolo e messaggio di un umanesimo della fraternità? Se San Giovanni Paolo II la scelse come icona di una cultura di pace, a me appare anche luogo ispirante di una nuova economia. Qui infatti Francesco si spogliò di ogni mondanità per scegliere Dio come stella polare della sua vita, facendosi povero con i poveri, fratello universale. Dalla sua scelta di povertà scaturì anche una visione dell’economia che resta attualissima. Essa può dare speranza al nostro domani, a vantaggio non solo dei più poveri, ma dell’intera umanità. È necessaria,  anzi,  per le sorti di tutto il  pianeta, la nostra casa comune, «sora nostra Madre Terra», come Francesco la chiama nel suo Cantico di Frate Sole.
Nella Lettera Enciclica Laudato si’ ho sottolineato come oggi più che mai tutto è intimamente connesso e la salvaguardia dell’ambiente non può essere disgiunta dalla giustizia verso i poveri e dalla soluzione dei problemi strutturali dell’economia mondiale. Occorre pertanto correggere i modelli di crescita incapaci di garantire il rispetto dell’ambiente, l’accoglienza della vita, la cura della famiglia, l’equità sociale, la dignità dei lavoratori, i diritti delle generazioni future. Purtroppo resta ancora inascoltato l’appello a prendere coscienza della gravità dei problemi e soprattutto a mettere in atto un modello economico nuovo, frutto di una cultura della comunione, basato sulla fraternità e sull’equità.
Francesco d’Assisi è l’esempio per eccellenza della cura per i deboli e di una ecologia integrale. Mi vengono in mente le parole a lui rivolte dal Crocifisso nella chiesetta di San Damiano: «Va’, Francesco, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina». Quella casa da riparare ci riguarda tutti. Riguarda la Chiesa, la società, il cuore di ciascuno di noi. Riguarda sempre di più anche l’ambiente che ha urgente bisogno di una economia sana e di uno sviluppo sostenibile che ne guarisca le ferite e ne assicuri un futuro degno.
Di fronte a questa urgenza, tutti, proprio tutti, siamo chiamati a rivedere i nostri schemi mentali e morali, perché siano più conformi ai comandamenti di Dio e alle esigenze del bene comune. Ma ho pensato di invitare in modo speciale voi giovani perché, con il vostro desiderio di un avvenire bello e gioioso, voi siete già profezia di un’economia attenta alla persona e all’ambiente.
Carissimi giovani, io so che voi siete capaci di ascoltare col cuore le grida sempre più angoscianti della terra e dei suoi poveri in cerca di aiuto e di responsabilità, cioè di qualcuno che “risponda” e non si volga dall’altra parte. Se ascoltate il vostro cuore, vi sentirete portatori di una cultura coraggiosa e non avrete paura di rischiare e di impegnarvi nella costruzione di una nuova società. Gesù risorto è la nostra forza! Come vi ho detto a Panama e scritto nell’Esortazione apostolica postsinodale Christus vivit: «Per favore, non lasciate che altri siano protagonisti del cambiamento! Voi siete quelli che hanno il futuro! Attraverso di voi entra il futuro nel mondo. A voi chiedo anche di essere protagonisti di questo cambiamento. […] Vi chiedo di essere costruttori del mondo, di mettervi al lavoro per un mondo migliore» (n. 174).
Le vostre università, le vostre imprese, le vostre organizzazioni sono cantieri di speranza per costruire altri modi di intendere l’economia e il progresso, per combattere la cultura dello scarto, per dare voce a chi non ne ha, per proporre nuovi stili di vita. Finché il nostro sistema economico-sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale.
Per questo desidero incontrarvi ad Assisi: per promuovere insieme, attraverso un “patto” comune, un processo di cambiamento globale che veda in comunione di intenti non solo quanti hanno il dono della fede, ma tutti gli uomini di buona volontà, al di là delle differenze di credo e di nazionalità, uniti da un ideale di fraternità attento soprattutto ai poveri e agli esclusi. Invito ciascuno di voi ad essere protagonista di questo patto, facendosi carico di un impegno individuale e collettivo per coltivare insieme il sogno di un nuovo umanesimo rispondente alle attese  dell’uomo e al disegno di Dio.
Il nome di questo evento – “Economy of Francesco” – ha chiaro riferimento al Santo di Assisi e al Vangelo che egli visse in totale coerenza anche sul piano economico e sociale. Egli ci offre un ideale e, in qualche modo, un programma. Per me, che ho preso il suo nome, è continua fonte di ispirazione.
Insieme a voi, e per voi, farò appello ad alcuni dei migliori cultori e cultrici della scienza economica, come anche ad imprenditori e imprenditrici che oggi sono già impegnati a livello mondiale per una economia coerente con questo quadro ideale. Ho fiducia che risponderanno. E ho fiducia soprattutto in voi giovani, capaci di sognare e pronti a costruire, con l’aiuto di Dio, un mondo più giusto e più bello.
L’appuntamento è per i giorni dal 26 al 28 marzo 2020. Insieme con il Vescovo di Assisi, il cui predecessore Guido, otto secoli, fa accolse nella sua casa il giovane Francesco nel gesto profetico della sua spogliazione, conto di accogliervi anch’io. Vi aspetto e fin d’ora vi saluto e benedico. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Dal Vaticano, 1° maggio 2019

Memoria di San Giuseppe Lavoratore




Campagna campanili verdi

 

SCARICA IL DOCUMENTO

 




CICLO DI INCONTRI proposti dal Distretto Economia Solidale (D.E.S.)

 

SCARICA IL VOLANTINO