3a DOMENICA – 26 gennaio 2020
LA MIA GALILEA. Don A.Fontana

Anche noi abitiamo una terra di iniquità. «Siamo barbari, tutti. Che cosa è il peccato originale se non il fatto che nasciamo tutti cattivi? Non si nasce mai noi stessi; nascendo entriamo in una condizione di schiavitù che consiste nell’insieme di relazioni che un neonato contrae nascendo in una famiglia, in un sistema di rapporti. Senza che lo voglia, il peccato lo occupa, l’ingiustizia e l’abuso lo allattano. Noi siamo in una condizione di malattia, le tenebre ci coprono, e più scendiamo alle radici di noi stessi, più sentiamo che viviamo immersi nelle tenebre, ma in noi c’è la tendenza verso la ricerca della luce» (Padre Ernesto Balducci).

Preghiamo. O Dio, che hai fondato la tua Chiesa  sulla fede degli apostoli, fa’ che le nostre comunità, illuminate dalla tua parola e unite nel vincolo del tuo amore, diventino segno di salvezza e di speranza per tutti coloro che dalle tenebre anelano alla luce. Per Cristo nostro Signore. Amen

 Dal libro del profeta Isaìa 8,23b-9,3
In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti. Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda. Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Mádian.

 Sal 26  Il Signore è mia luce e mia salvezza.  
Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita: di chi avrò paura?
 Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario.
 Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 1,10-13.17
Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo».  È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo?  Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.

 Dal Vangelo secondo Matteo 4,12-23
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a annunciare {kêrussô} e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando {kêrussô}il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

LA MIA GALILEA. Don Augusto Fontana
La prima lettura è stata scelta per una coincidenza stretta con il Vangelo nell’allusione geografica alla zona di Zabulon e Neftali, zone limitrofe d’Israele, nella quale Gesù si stabilisce e dove inizia la sua attività pubblica. Zabulon e Neftali sono i nomi di due tribù settentrionali deportate in Assiria  dopo l’occupazione di Tiglat-Pileser III nel secolo VIII a.C. al tempo del profeta Isaia; i nomi erano passati dalle tribù alla terra che occupavano. Furono regioni-simbolo di una shoah, di un olocausto. Il territorio coincideva con la Galilea, regione a ridosso dei pagani, caratterizzata da una popolazione mista di ebrei e pagani che non poteva garantire una vita del tutto corrispondente alla legge di Mosé. La diffidenza e il disprezzo era un sentimento diffuso negli abitanti di Giuda e di Gerusalemme verso la Galilea delle genti.
Ancora oggi descrivono simbolicamente il fatto che anche noi abitiamo una terra di iniquità. «Siamo barbari, tutti. Che cosa è il peccato originale se non il fatto che nasciamo tutti cattivi? Non si nasce mai noi stessi; nascendo entriamo in una condizione di schiavitù che consiste nell’insieme di relazioni che un neonato contrae nascendo in una famiglia, in un sistema di rapporti. Senza che lo voglia, il peccato lo occupa, l’ingiustizia e l’abuso lo allattano. Noi siamo in una condizione di malattia, le tenebre ci coprono, e più scendiamo alle radici di noi stessi, più sentiamo che viviamo immersi nelle tenebre, ma in noi c’è la tendenza verso la ricerca della luce. Abbiamo dentro di noi una sete appassionata di vita: è il nostro voler essere liberi all’interno di grovigli di schiavitù su cui ci piace non gettare mai gli occhi perché ci farebbero paura»[1].
Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. «Anche se non riesci a trovare Zabulon, Neftali e Madian su un atlante biblico, non crucciarti. È importante sapere dove ti trovi tu. Ciò che risulta essenziale è guardare nella direzione giusta per cogliere l’occasione di luce e di liberazione che ti viene offerta. Certo, devi desiderare di venire fuori dalla gabbia in cui sbatti inutilmente le ali, dalla zona d’ombra in cui ti sei sistemato. Insomma, il paese di Zabulon e di Neftali è quello da cui si vuol venire fuori»[2].

 Gesù inizia la sua attività prendendo come riferimento i segni dei tempi.
L’evangelista sembra far notare che Gesù non iniziò quando volle, ma quando vide che avevano “consegnato” (arrestato) Giovanni. Gesù reagisce di fronte ai fatti della storia che lo circonda. Non compie una missione già programmata preventivamente e indifferente a ciò che succede. Queste annotazioni (“si ritirò nella Galilea e venne ad abitare a Cafarnao”) non obbediscono a un semplice desiderio di precisazione geografica, ma riporta un fatto che senza dubbio costituì, per le attese religiose del tempo, una sorpresa, se non uno scandalo. Difatti era logico aspettarsi che l’annuncio messianico partisse dal cuore del giudaismo, cioè da Gerusalemme, e invece partì da una regione periferica, generalmente disprezzata e ritenuta contaminata dal paganesimo (“Galilea delle genti“). Tanto è vero che Matteo sente il bisogno di spiegare questa scelta di Gesù, citando per esteso un passo del profeta Isaia (8,23-9,1). «Una bella lezione alle comunità cristiane di tutti tempi, quando per i più svariati motivi rischiano di chiudersi in qualunque tipo di orgoglioso esclusivismo e autosufficienza. Dio è l’Inaspettato, il Sorprendente, e il suo modo di operare è spesso imprevedibile, capace di luminosa fantasia. Matteo lo aveva già fatto intendere scrivendo la genealogia di Gesù dove appaiono delle donne non giudee o poco raccomandabili (Matteo 1,1-17: Racab, Tamar, Rut, Betsabea). Anche nella narrazione della sua nascita appariva stridente il contrasto fra gli adoranti Maghi che giungono dall’oriente e il turbamento di “tutta Gerusalemme” (2,4)»[3]. Ora, alla fine della prima parte del Vangelo di Matteo, ritroviamo i pagani (4,15), inconsapevoli protagonisti del diffondersi della buona notizia a Israele e a tutta l’umanità.
Il contenuto, il tono dominante della predicazione di Gesù è la venuta del Regno di Dio, come buona notizia che invita al cambiamento. Gesù non fu un predicatore dottrinale teorico, un maestro di sapienza religiosa, un asceta, ma un profeta dominato dalla urgenza e passione per il Regno di Dio che egli annunciava come imminente. Non era solo un annuncio, ma una commozione (con-mozione= un movimento unitario), una conversione: “cambiate vita e cuore perché il Regno dei cieli è vicino” traduce la Bibbia Latinoamericana (“cambien su vida y su corazòn porque està cerca el Reino de los cielos” Mt 4,17).
Qui c’è una doppia direzione: bisogna cambiare (convertirsi) “perché” viene il Regno di Dio, e anche bisogna cambiare “affinché” venga il Regno di Dio, per rendere possibile che venga, perché cambiando già viene questo Regno. Sono le due dimensioni: attiva e passiva, recettiva e provocatoria, di contemplazione e di fatica.
Il carattere concreto della prassi adottata da Gesù, che non è quella di trasformare da solo la società, con la propria pratica; ma anche quella di convincere gli altri ad assumersi il compito.  E il suo appello raggiunge gli uomini nel loro ambiente ordinario, nel loro posto di lavoro. Nessuna cornice “sacra” per la chiamata dei primi discepoli, ma lo scenario del lago e lo sfondo della dura vita quotidiana. Per farsi strada, la forza trascinante di Cristo non ha bisogno di luoghi privilegiati e raggiunge anche la quotidianità della vita del lavoro. Anzi, a volte sembra voglia sorprenderci chiamando in momenti poco propizi, quando più si è affaccendati a fare altro: qui con le reti, altrove, per il pubblicano Matteo, quando sta contando i soldi (Mt.9,9), per Paolo mentre sta andando a perseguitare i cristiani (Atti 9,1). La conversione è sempre una sfida a riconoscere il primato della propria appartenenza al Signore in mezzo alle mille occupazioni della vita. La sensibilità verso tutto ciò che è straordinario e miracoloso conduce molti a collocare l’esperienza di Dio fuori dalla vita quotidiana. Certo la vita quotidiana ha una sua complessità. Il lavoro, lo studio, lo svago, i figli e gli acquisti impegnano significativamente il tempo. Le persone sperimentano la complessità delle cose nelle quali sono coinvolte e ritagliano alcuni tempi, più o meno estesi, da dedicare al bisogno religioso ancora presenti in loro. Ritenere la quotidianità come luogo per accorgersi della presenza del Signore, diventa un’impresa ardua, eppure il Vangelo afferma che l’incontro di Gesù con i primi apostoli avviene mentre questi stavano pescando o aggiustando le reti. Conseguentemente nella nostra società occidentale, che ha assunto percorsi profondamente complessi, va ancora affermata la capacità del Signore di raggiungere le persone nel loro vissuto
Nel racconto emergono due tratti: la condivisione (il discepolo è chiamato a condividere la via del Maestro: “Seguimi”) e il distacco (“e subito lasciarono le reti”).
Ma i tratti essenziali – che già definiscono compiutamente la figura del discepolo (il resto del Vangelo non farà altro che precisarla) – sono quattro.
Primo: la centralità di Gesù. Sua è l’iniziativa (vide, disse loro, li chiamò): non siamo noi che ci proclamiamo discepoli, ma è Gesù che ci trasforma in discepoli. E ancora: il discepolo non è chiamato a impossessarsi di una dottrina, ma a solidarizzare con una persona (“seguitemi”). Dice il monaco Enzo Bianchi: «…il cristia­nesimo ha vissuto su una ambiguità, quella di “essere” cristiani senza doverlo “diventare”, di essere pratican­te senza vivere veramente un cammino di fede personale. La coincidenza fra fede e società non esiste più, e la nuova situazio­ne di minoranza dei cristiani è una chance per manifestare che la loro fede è vissuta nella libertà e per amore. La libertà e l’amo­re sono infatti le condizioni della fede cri­stiana. Non sono più un caso o una neces­sità»[4].
Secondo: la sequela di Gesù esige un profondo ri-orientamento. Le chiamate di Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni sono costruite secondo la medesima struttura e sostanzialmente secondo lo stesso vocabolario. C’è però una differenza non trascurabile: nel primo racconto si dice che “lasciarono le reti” e nel secondo che “lasciarono la barca e il padre”. C’è dunque un crescendo: dal mestiere alla famiglia. Il mestiere rappresenta la sicurezza e l’identità sociale. Il padre rappresenta le proprie radici. Tuttavia, questo ri-orientamento a Cristo, prima che una serie di cose da fare, appare come l’orizzonte in cui vivere la nostra vita. Questa distinzione mi pare importante; diversamente vorrebbe dire che la sua chiamata obbligherebbe tutti a ritirarsi dal mondo, esentarsi dal lavoro e dalla famiglia per diventare tutti preti, monaci o suore. La domanda valida per tutti, laici compresi, è questa: «mentre sto vivendo la mia vita lavorativa e familiare, Gesù è l’orizzonte della mia vita quotidiana a cui continuo a fare riferimento affinché condizioni la mia mentalità e influisca sulle mie scelte?». Già basterebbe quanto indica Enzo Bianchi nella citata intervista: «…il cristianesimo ha stabilito tre rotture: fra il sangue e la famiglia, fra la terra e la patria, fra il tempio e la religione. Queste tre rotture impediscono ai cristiani di essere fondamentalisti, nazionalisti e uniformi».
Terzo: la sequela è un cammino. A partire dall’appello di Gesù, essa si esprime con due movimenti (lasciare e seguire) che indicano uno spostamento del baricentro della vita. L’appello di Gesù non porta il discepolo in un luogo, ma lo pone in cammino. «La narrazione è strutturata in forma parallela e presenta due coppie di fratelli. Proprio tale ripetizione insegna il “ripetersi” dello stesso evento nella storia dell’uomo: Gesù non ha chiamato una volta sola sul lago di Galilea, è più corretto dire che lì ha cominciato a chiamare e il suo invito da allora continua ad essere ripetuto in ogni tempo e luogo…per una singolare e personale relazione a Cristo»[5].
Quarto: la sequela è missione. Due sono le coordinate del discepolo: la comunione con Cristo (“seguitemi”) e la corsa verso il mondo (“vi farò pescatori di uomini”). La seconda nasce dalla prima. Gesù non colloca i suoi discepoli in uno spazio separato dagli altri, ma li incammina sulle strade degli uomini. Più avanti si comprenderà che la via del discepolo è la croce.


[1] E. Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla
[2] Pronzato, Parola di Dio, commenti alle letture anno A,  Gribaudi editore.
[3] Servizio della Parola, n. 394, gennaio 2008
[4] Intervista a Enzo Bianchi, Priore del Monastero di Bose A cura di Jean-Marie Guénois per “ La Croix” ( ROCCA n. 02 – 15 gennaio 2008)
[5] Servizio della Parola, n. 394, gennaio 2008




Domenica 19 gennaio 2020
CREDENTE CREDIBILE : CI METTO LA FACCIA. Don A.Fontana

Papa Francesco durante l’Angelus del 23 giugno 2013 aveva detto: « Oggi abbiamo più martiri che nei primi secoli! Ma c’è anche il martirio quotidiano, che non comporta la morte ma anch’esso è un “perdere la vita” per Cristo, compiendo il proprio dovere con amore, secondo la logica di Gesù, la logica del dono, del sacrificio. Quanti papà e mamme ogni giorno mettono in pratica la loro fede offrendo concretamente la propria vita per il bene della famiglia! Quanti sacerdoti, frati, suore svolgono con generosità il loro servizio per il regno di Dio! Quanti giovani rinunciano ai propri interessi per dedicarsi ai bambini, ai disabili, agli anziani… Vedo che tra voi ci sono tanti giovani; vi dico: non abbiate paura di andare controcorrente…

2 domenica ord. A
Preghiamo
.
O Padre, che in Cristo, agnello pasquale e luce delle genti, chiami tutti gli uomini a formare il popolo della nuova alleanza, conferma in noi la grazia del battesimo con la forza del tuo Spirito, perché tutta la nostra vita proclami il lieto annunzio del Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaìa 49,3.5-6
Il Signore mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria». Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele – poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza – e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».
Salmo 40 ( 39) Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido.

Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio.
Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto, non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».
Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo».
Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 1,1-3
Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!
Dal Vangelo secondo Giovanni 1,29-34
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio». 

CREDENTE CREDIBILE : CI METTO LA FACCIA. Don Augusto Fontana
Servo e testimone: due parole (e due ruoli) affascinanti e complicate. Parole e ruoli per gente dal palato forte in tempi di fuggi-fuggi generale, in tempi di “io faccio i fatti miei”.
Alcune volte nella vita mi è capitato di bazzicare per tribunali, chiamato da giudici che mi volevano ascoltare in qualità di “testimone”. Una scocciatura. Ma anche un’opportunità sociale e umana. Che mi pare rappresenti bene la mia vocazione cristiana/battesimale a metterci la faccia.
Poca roba di fronte a chi ci ha messo non solo la faccia, ma anche la vita.
La Ong Porte aperte (https://www.porteaperteitalia.org/persecuzione/_wwlist/) pubblica annualmente la lista dei primi 50 Paesi dove più si perseguitano i cristiani al mondo. Nel periodo di riferimento dell’ultimo rapporto 2019 ( dal 1 novembre 2017 al 31 ottobre 2018) risulta che nel mondo oltre 245 milioni di cristiani sono perseguitati e salgono a 4305 i cristiani uccisi per cause legate alla loro fede.
Papa Francesco durante l’Angelus del 23 giugno 2013 aveva detto: « Oggi abbiamo più martiri che nei primi secoli! Ma c’è anche il martirio quotidiano, che non comporta la morte ma anch’esso è un “perdere la vita” per Cristo, compiendo il proprio dovere con amore, secondo la logica di Gesù, la logica del dono, del sacrificio. Quanti papà e mamme ogni giorno mettono in pratica la loro fede offrendo concretamente la propria vita per il bene della famiglia! Quanti sacerdoti, frati, suore svolgono con generosità il loro servizio per il regno di Dio! Quanti giovani rinunciano ai propri interessi per dedicarsi ai bambini, ai disabili, agli anziani… Vedo che tra voi ci sono tanti giovani; vi dico: non abbiate paura di andare controcorrente, quando ti vogliono rubare la speranza, quando ti propongono questi valori che sono valori avariati; quando un pasto è andato a male ci fa male, invece bisogna andare controcorrente e avere questa fierezza di andare proprio controcorrente».
SERVO.
Il brano profetico di Isaia è uno dei cinque inni sul servo di Dio presenti nel Libro di Isaia.  Il “servo” parla in prima persona e riporta due rivelazioni di Dio.
La prima
: «Tu sei il mio servo». Il termine ‘servo’ qui non ha una con­notazione servile. Indica invece il ruolo di autorevole collaboratore, di vice-ministro. Può darsi che anche Luca, quando mette in bocca a Maria la frase «Eccomi, sono la serva del Signore», abbia in mente non l’immagine di una schiava stracciona, ma quella di “diacono” o “ministro”.
La seconda
parola precisa la missione alla quale Dio chia­ma il servo: ricostrui­re il popolo ebraico disperso in esilio e portare la parola di Dio ai non-giudei affinché an­ch’essi possano beneficiare della salvezza.
AGNELLO.
Il significato cristologico del simbolo «agnello di Dio», che per la comunità cristiana giovannea poteva essere trasparente, per noi deve essere ricostruito mediante il richiamo dell’ambiente giudeo-cristiano della prima chiesa. Certamente i cristiani che oggi ascoltano quest’espressione «ecco l’agnello di Dio» nell’assemblea domenicale, la rivestono di quei significati che la tradizione catechistica e iconografica vi ha associato. L’estraneità di questo simbolo al contesto culturale odierno, rischia d’evocare immagini e di provocare atteggiamenti per lo meno ambigui. Per esempio: la giustificazione di un certo vittimismo rassegnato e passivo dei cristiani, un certo pacifismo fatto passare per non-violenza, un irenismo dimissionario e inconcludente.
Vi è attualmente un accordo sostanziale nel ritenere che in questa espressione convergono due tradizioni bibliche: quella del Servo del Signore, di cui parla il quarto canto di Isaia, e quella dell’agnello pasquale, memoriale della liberazione del popolo dall’Egitto. Nell’interpretazione giudaica il tema dell’agnello pasquale e quello del servo del Signore tendono a identificarsi.
Può suonare anche incomprensibile, oggi, la frase: “toglie il peccato del mondo”.
Il verbo greco “airô” usato da Giovanni può essere tradotto con “portare su di sé” o “togliere”. La vulgata latina traduce con “tollere” che ha sempre il doppio significato di “prendere su di sé” o “portar via”. L’Agnello di Dio «toglie (porta) il peccato del mondo» non come un gesto magico che passa sopra la libertà dell’uomo, quasi asportandogli l’ascesso canceroso della colpa, mentre l’uomo giace sotto anestesia. No, l’agnello toglie il peccato dell’uomo portandone le distorsioni e le ferite, entrando nel dramma della libertà che implode su di sé; e mentre porta queste piaghe le riconcilia dal di dentro non togliendole nel modo con cui si lava una macchia, ma restituendo all’uomo la sua capacità di relazione. Per questo il peccato non è ‘tolto’ senza di noi, ma con noi, donandoci la nostra identità filiale e fraterna. Il peccato sembra rimanere, ma nella misura in cui gli uomini e le donne si lasciano trasfigurare dallo Spirito, riprendendo la loro identità filiale e fraterna, il male nel mondo è sconfitto, ha i giorni contati!
EVANGELIZZATORI O TESTIMONI?
La pagina del Vangelo secondo Giovanni è focalizzata attorno al motivo della testimonianza.
Se si leggesse tutto il brano di Giovanni 1,19-51 ci capiterebbe di raccogliere una cascata di testimonianze a favore di Gesù. I testimoni che sfilano su un immaginario palcoscenico sono il Battista, Andrea, Filippo, Natanaele. Le loro voci si incalzano completandosi: Ecco l’agnello di Dio…. Colui che battezza nello Spirito santo… L’Eletto di Dio… Il messia… Il figlio di Dio… il re d’Israele…In chiusura, come punto culminante, troveremmo la testimonianza di Gesù: «Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il figlio dell’uomo».
Il primo anello della catena di testimoni è comunque la parola di Giovanni Battista. Aveva fatto la sua deposizione davanti alla delegazione ufficiale inviata da Gerusalemme, escludendo decisamente di essere il Messia e definendosi una voce. In realtà il messia era in mezzo a loro, ma da sconosciuto. Il giorno dopo, vedendolo venirgli incontro, lo può indicare come l’agnello di Dio che (porta) toglie il peccato del mondo. Le allusioni possibili sono all’agnello pasquale di Es. 12,1-28, oppure all’agnello che ogni giorno era sacrificato nel tempio (Es. 29, 38-46), oppure ancora al servo di Dio, che nell’ultimo “Canto del Servo” viene appunto paragonato ad un agnello condotto al macello (Is. 53,7) e che soffre per l’espiazione dei peccati del popolo (Is. 53,4-6.8.10-11).
In conclusione, non mi sembra inutile richiamare l’attenzione su una prospettiva caratteristica del quarto Vangelo. Intendo riferirmi al motivo del giudizio; nella coscienza di ogni uomo si compie un processo. Al suo centro c’è Gesù che ci interpella per una risposta di fede. Non c’è scampo: decidersi per lui o contro di lui significa decidersi per una vita vitale o per una vita spenta e insignificante (morte). La fede cristiana porta in sé il carattere di una drammatica decisione di fronte all’imputato Cristo.
La comunità cristiana non può sfuggire al suo gravissimo compito di testimonianza. Lo potrà compiere con credibilità alla condizione di aver fatto esperienza personale di Cristo nella fede e nell’amore: «Ciò che era dall’inizio, ciò che abbiamo ascoltato, ciò che abbiamo visto con i nostri occhi, ciò che abbiamo contemplato, ciò che le nostre mani hanno toccato della Parola di vita ….ciò che noi abbiamo visto e udito ve l’annunciamo» (1  Lettera di Giovanni 1,1-3).
«L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». (Paolo VI, Discorso al Pontificio Consiglio per i laici del 2 ottobre 1974 ed Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, n. 41).
I temi e i problemi della «nuova evangelizzazione», sono oggi prevalenti nella Chiesa, almeno a livello di documenti ufficiali. Da ogni parte si fanno programmi per rendere concreta questa «missione».
I testi biblici di questa domenica orientano la riflessione più nella direzione della «testimonianza» che in quella della evangelizzazione. Gli esegeti hanno notato che il vocabolario della evangelizzazione abbonda negli scritti più antichi del Nuovo Testamento, mentre quello della testimonianza prevale negli scritti più recenti, fra i quali quelli giovannei. Ciò corrisponde a una mutata situazione delle comunità ma anche a un diverso atteggiamento di queste nei confronti dell’ambiente circostante. La fede non ha più l’ardore e l’ardire della conquista missionaria, ma conserva la forza tenace dell’irraggiamento, del fascino attrattivo.
Come si spiega la innegabile e documentata diffusione della fede cristiana nei primi secoli, soprattutto nelle città e lungo le vie dei traffici e del commercio? Storicamente il fattore più importante era costituito dai contatti personali, ove tutto dipendeva dalla qualità di vita evangelica. La chiesa non aveva alcun planing aziendale missionario e non era preoccupata di sviluppare metodologie proselitistiche. Eppure cresceva di anno in anno. E’ sintomatico che il periodo post-apostolico e pre-costantiniano abbia conosciuto una diffusione della fede per «contagio attivo», con il metodo della «diffusione cellulare»; tutti i cristiani indipendentemente dal loro ruolo ecclesiastico, contribuiscono a questa diffusione. Ma senza ansietà e progetti di conquista e di proselitismo. Così la vita di quei cristiani è divenuta testimonianza irraggiante. Può essere utile – in questo tempo di attiva ricerca di modi per evangelizzare – riflettere su questa esperienza storica della chiesa giovane più preoccupata di vivere il vangelo con fedeltà che di diffonderlo.




Domenica 12 gennaio 2020.
GESU’ DECIDE COSA VUOL FARE DA GRANDE. Don A.Fontana

Battesimo di Gesù. Devo premettere che il lemma “battesimo di Gesù” – riferendosi all’immersione nel Giordano nel rito di Giovanni il Battezzatore – si presta ad un equivoco. Quando Gesù parla del proprio “battesimo” fa riferimento alla sua morte-risurrezione, come ricorda Luca (12,50): «C’è un battesimo (un’immersione) in cui devo essere battezzato (immerso); e come sono angosciato, finché non sia compiuto». Il rito di Giovanni fu, per Gesù, un inizio, un acconto preliminare del vero Battesimo che “si compirà” nei giorni pasquali, 3 anni dopo, là dove i cieli non si aprono e la Voce di Dio non si farà sentire se non attraverso la bocca di un impuro: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39).

Preghiamo.
Padre d’immensa gloria, tu hai consacrato con potenza di Spirito Santo il tuo Verbo fatto uomo, e lo hai stabilito luce del mondo e alleanza di pace per tutti i popoli; concedi a noi che oggi celebriamo il mistero del suo battesimo nel Giordano, di vivere come fedeli imitatori del tuo Figlio prediletto, in cui il tuo amore si compiace. Egli è Dio, e vive e regna con te…
Dal libro del profeta Isaìa42,1-4.6-7
Così dice il Signore:«Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui;egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono,non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità. Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra,e  le isole attendono il suo insegnamento. Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».
Sal 28 Il Signore benedirà il suo popolo con la pace.
Date al Signore, figli di Dio, date al Signore gloria e potenza.

Date al Signore la gloria del suo nome, prostratevi al Signore nel suo atrio santo.
La voce del Signore è sopra le acque, il Signore sulle grandi acque.
La voce del Signore è forza, la voce del Signore è potenza.
Tuona il Dio della gloria, nel suo tempio tutti dicono: «Gloria!».
Il Signore è seduto sull’oceano del cielo, il Signore siede re per sempre.
Dagli Atti degli Apostoli 10,34-38
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga. Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti. Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».
Dal Vangelo secondo Matteo 3,13-17
Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

DAL CIELO UNA VOCE. Don Augusto Fontana

 Il battesimo di Gesù.
Devo premettere che il lemma “battesimo di Gesù” – riferendosi all’immersione nel Giordano nel rito di Giovanni il Battezzatore – si presta ad un equivoco. Quando Gesù parla del proprio “battesimo” fa riferimento alla sua morte-risurrezione, come ricorda Luca (12,50): «C’è un battesimo (un’immersione) in cui devo essere battezzato (immerso); e come sono angosciato, finché non sia compiuto». Il rito di Giovanni fu, per Gesù, un inizio, un acconto preliminare del vero Battesimo che “si compirà” nei giorni pasquali, 3 anni dopo, là dove i cieli non si aprono e la Voce di Dio non si farà sentire se non attraverso la bocca di un impuro: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!» (Mc 15,39).

Il rito di Giovanni Battezzatore.
Siamo di fronte ad una pagina evangelica che portiamo scolpita nei nostri cuori e nel nostro “immaginario” fin dall’infanzia. Anche nelle nostre chiese il dipinto del Battesimo di Gesù è molto ricorrente. Spesso lo troviamo nelle prossimità del battistero. “In realtà si tratta di una teofania, cioè di una scena costruita dalla comunità o dall’evangelista per collocare in una cornice ben evidente la persona e la missione di Gesù; in altre parole per far capire che si ha a che fare con una autentica chiamata divina e non di autosuggestione” (padre Ortensio da Spinetoli). Dietro il quadro pittorico del cielo aperto, della voce e della colomba c’è uno scarno dato di fatto. Gesù, alla ricerca della volontà di Dio, fece tante ricerche … In qualche misura ebbe contatto con gli esseni[1], con il mondo della sinagoga, ma fu determinante la proposta profetica di un noto profeta itinerante: Giovanni il battezzatore. Da lui ricevette una immersione nelle acque, come segno di immersione nel cammino dell’esodo e come adesione alla proposta di riforma spirituale da parte di Giovanni. Tutto lascia intendere che Gesù divenne suo discepolo e che, proprio anche alla scuola del battista, scoprì progressivamente la missione che Dio gli affidava. Quindi siamo di fronte ad un piccolo nucleo storico che, inserito in un quadro teologico assai consueto nella concezione teologica ebraica, assume un profondo significato.
Posto all’inizio del “ministero pubblico” itinerante di Gesù, questo racconto di grande intensità teologica, ci offre l’orizzonte entro il quale “pensare “ e “capire” Gesù. Quello che lui ha fatto e detto, ciò che Gesù è stato, la missione che ha svolto… tutto questo è spiegabile solo alla luce dell’azione di Dio nella sua vita. Il “Cielo” lo ha investito di questa missione e Gesù ha accolto nel suo cuore, dentro la sua esistenza quotidiana, la luce e la voce che provenivano da questo “Cielo” aperto. Gesù è vissuto ed ha operato sempre in dialogo con Dio, in pace con Lui, sospinto dal Suo spirito. Gli scrittori dei vangeli, attingendo a piene mani dalle Scritture di Israele, ci enunciano questo messaggio con un linguaggio poetico incantevole: il cielo che si apre, la colomba che scende, la voce dal cielo. Si direbbe che spesso gli scrittori biblici sono anche dei pittori, degli scultori, tanto sanno usare i toni e i colori degli artisti. Forse perché hanno scritto con amore e l’amore, si sa, colora la vita … e illumina anche i paesaggi più consueti.

Il cielo aperto
Isaia 63 «[7]Voglio ricordare i benefici del Signore, le glorie del Signore, quanto egli ha fatto per noi. Egli ci trattò secondo il suo amore, secondo la grandezza della sua misericordia. [8]Disse: «Certo, essi sono il mio popolo, figli che non deluderanno» e fu per loro un salvatore [9]in tutte le angosce. Non un inviato né un angelo, ma egli stesso li ha salvati; con amore e compassione egli li ha riscattati; li ha sollevati e portati su di sé, in tutti i giorni del passato. [10]Ma essi si ribellarono e contristarono il suo santo spirito. Egli perciò divenne loro nemico e mosse loro guerra. [11]Allora si ricordarono dei giorni antichi, di Mosè suo servo. Dov’è colui che fece uscire dall’acqua del Nilo il pastore del suo gregge? Dov’è colui che gli pose nell’intimo il suo santo spirito. [15]Guarda dal cielo e osserva dalla tua dimora santa e gloriosa. Dove sono il tuo zelo e la tua potenza, il fremito della tua tenerezza e la tua misericordia? Non forzarti all’insensibilità. Tu, Signore, tu sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. [17]Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. [18]Perché gli empi hanno calpestato il tuo santuario, i nostri avversari hanno profanato il tuo luogo santo? [19]Siamo diventati come coloro su cui tu non hai mai dominato, sui quali il tuo nome non è stato mai invocato. Se tu squarciassi i cieli e scendessi!».
Possiamo capire meglio, alla luce di questa pagina, tutta la storia del nazareno e tutto il suo messaggio, ma questi cieli sopra Gesù che prega costituiscono un annuncio prezioso anche per ciascuno di noi. Sulla nostra piccola, povera e semplice vita, spesso travagliata ed affannata, il cielo è aperto. Non dobbiamo mai pensare che, per i nostri errori o per i nostri smarrimenti, per le nostre contraddizioni o fragilità, Dio abbia interrotto con noi la comunicazione, il dialogo. Il “cielo” sorride non sui “santi” o sui perfetti ma proprio sulle persone come noi. Gesù ha annunciato, anzi ha fatto esperimentare a molte persone che Dio non cessa mai di sorriderci anche se il Suo sorriso qualche volta è oscurato dalle nostre o altrui nubi. Egli incontrò molte persone che si erano ormai convinte che Dio le “giudicasse dall’alto dei cieli” e non riuscivano più a vedere il “cielo aperto”, cioè il Suo caldo invito a vivere con fiducia. La samaritana, la donna adultera, il centurione, l’emarginato di Gerasa… quanti, incontrando Gesù, videro riaprirsi i cieli. Qualche volta penso che forse anch’io ho vissuto e ho predicato in modo tale da aver chiuso i cieli per qualche fratello e qualche sorella.

Chi chiude il cielo?
Talune chiese cristiane, quando ribadiscono certe regole corrono il rischio di chiudere il cielo su tanti fratelli e sorelle. E’ sempre molto pericoloso predicare come “voce di Dio” ciò che è farina del nostro sacco, ciò che è una legge ecclesiastica, una tradizione umana, una convenzione societaria che può essere frutto di una determinata cultura, frutto di interessi o di pregiudizi. Mi viene in mente un’altra severa immagine biblica che Matteo, in una pagina di polemica rovente, dirige verso alcuni maestri della Torah e farisei: “Voi chiudete agli uomini la porta del regno di Dio: non entrate voi e non lasciate entrare quelli che vorrebbero entrare” (Mt. 23,13).

E io?
Ma questa pagina evangelica può anche suonare per noi come un invito alla vigilanza e alla responsabilità. Poiché, se è vero che Dio non interrompe mai il dialogo con noi, è altrettanto vero che siamo noi che possiamo chiudere il cielo sopra di noi, cioè possiamo mettere da parte la presenza di Dio, metterLo alla porta della nostra vita. Questo mi sembra, oggi, uno dei rischi più concreti. In questa società delle “cose” e degli “oggetti”, nella cultura del “vedo e tocco”, non c’è nulla di più facile che accantonare Dio come non evidente, non concreto. Se io Gli chiudo la porta della mia casa, Dio si lascia mettere fuori gioco. Forse, sempre più concentrati sui nostri desideri, sulla veloce giostra degli affanni e degli affari, il “Cielo” comincia a non interessarci più, a farsi lontano. Concentrati su noi stessi, l’operazione di chiusura del Cielo avviene lentamente, quasi insensibilmente. Riusciamo a disfarci di Dio in modo gentile e Dio accetta il Suo tramonto nelle nostre vite senza buttarci nell’angoscia o farci penare nei sensi di colpa.

 O Dio, voglio seguire Gesù anche in questo. Egli ha camminato molto concretamente su questa terra, ma ha sempre guardato il Cielo. Egli ha mantenuto il cuore aperto a Te, ha costruito la sua vita su di Te come si costruisce una casa sulle fondamenta. Sei Tu, o Dio, il Cielo della mia vita: il Cielo che illumina i miei passi e riscalda il mio cuore. Se io chiudo, Ti prego, riapri come sai fare Tu. Se Ti metto alla porta, bussa, o Dio della mia vita.


[1] Gli esseni erano una corrente religiosa del giudaismo. Molto probabilmente furono attivi dalla metà circa del II secolo a.C. Avevano regole assai simili a quelle che vivranno in seguito i monaci cristiani. Praticavano un rigoroso ascetismo e il celibato ed erano caratterizzati da una forte attesa escatologica. Erano diffusi tra la popolazione ebraica e avevano costituito anche una comunità di tipo monastico a Qumran, nel deserto della Giudea.




Epifania del Signore alle genti
DALLA LEGGENDA ALL’INCANTO. Don A.Fontana

«I magi non erano re e non erano tre; e non avevano offerto né oro, né incenso, né mirra…»; fu così che, da quella omelia, alcuni parrocchiani si defilarono per sempre e io mi bruciai la possibilità di diventare vescovo o Papa. Me ne sono fatto una ragione. Chi osa toccare la leggenda, muore. La leggenda coccola gli appetiti fantastici, la profezia li turba. Matteo ricopriva, nella sua comunità, quel ruolo che nella sinagoga veniva chiamato “Meturgheman”, colui che traduceva in dialetto aramaico il testo ebraico e ne dava spiegazioni. Matteo, mentre narra Gesù, sfoglia questa Bibbia.

Dal libro del profeta Isaìa 60,1-6
Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti. Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Màdian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore.

Sal 71 Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.
O Dio, affida al re il tuo diritto, al figlio di re la tua giustizia;

egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia e i tuoi poveri secondo il diritto.
Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace, finché non si spenga la luna.
E dòmini da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra.
I re di Tarsis[1] e delle isole portino tributi, i re di Sceba e Saba[2] offrano doni.
Tutti i re si prostrino a lui, lo servano tutte le genti.
Perché egli libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero e salvi la vita dei miseri.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 3,2-3a.5-6
Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero. Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.

Dal Vangelo secondo Matteo 2,1-12
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente[3] a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

ANNUNZIO DEL GIORNO DELLA PASQUA
Fratelli carissimi, la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno. Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza.
Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, che culminerà nella domenica di Pasqua il 12 aprile. In ogni domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte. Dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi: Le Ceneri, inizio della Quaresima, il 26 febbraio. L’Ascensione del Signore, il 24 maggio. La Pentecoste, il 31 maggio. La prima domenica di Avvento, il 29 novembre. Anche nelle feste della santa Madre di Dio, degli apostoli, dei santi e nella commemorazione dei fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra proclama la Pasqua del suo Signore. A Cristo che era, che è e che viene, Signore del tempo e della storia, lode perenne nei secoli dei secoli. Amen.

DALLA LEGGENDA ALL’INCANTO. Don Augusto Fontana
«I magi non erano re e non erano tre; e non avevano offerto né oro, né incenso, né mirra…»; fu così che, da quella omelia, alcuni parrocchiani si defilarono per sempre e io mi bruciai la possibilità di diventare vescovo o Papa. Me ne sono fatto una ragione. Chi osa toccare la leggenda, muore. La leggenda coccola gli appetiti fantastici, la profezia li turba.
Matteo ricopriva, nella sua comunità, quel ruolo che nella sinagoga veniva chiamato “Meturgheman”, colui che traduceva in dialetto aramaico il testo ebraico e ne dava spiegazioni. Matteo, mentre narra Gesù, sfoglia questa Bibbia. E’ alla ricerca di pagine che lo aiutino a meditare sull’evento di Gesù “re dei giudei” rifiutato dai teologi della propria religione, dai poteri costituiti e misteriosamente accolto da pagani impuri e non circoncisi. Ne esce un racconto «molto leggendario, però ricchissimo di contenuti simbolici e prefigurativi»[4]. E ne nasce anche una festa liturgica che nelle mani del cattolicesimo occidentale si è un po’ sottosviluppata.
L’ex priore di Bose, Enzo Bianchi, commentava: «Per il cristianesimo orientale, il Natale è una festa piccola; la grande festa – che corrisponde al nostro Natale – è l’Epifania. Nel primo millennio l’Epifania celebrava, nell’unico giorno, la venuta dei magi, il Battesimo nel Giordano, le nozze di Cana, come dice ancora oggi l’antifona dei Vespri : «Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo…». L’Oriente è dossologico (cioè più celebrativo che emozionale e conoscitivo ndr.). Ritiene un’eresia il fatto che noi possiamo parlare di Gesù bambino. Anche per la Chiesa del primo millennio l’importante della vita di Gesù è dal Battesimo in poi, perché il Battesimo è la manifestazione ad Israele, le Nozze di Cana la manifestazione ai discepoli, l’Epifania la manifestazione alle genti, ai popoli lontani. Queste tre grandi manifestazioni vengono incluse nell’ Epifania chiamata addirittura Teofania, cioè manifestazione di Dio»[5].
Attorno a Gesù, Matteo mette in scena alcuni personaggi, chiamati màgoi (astrologi o osservatori del cielo stellato?) provenienti da non si sa dove. Certamente non sono giudei. La loro origine extra-comunitaria è chiara. Gli offrono la loro presenza. Ed anche i prodotti della loro tradizione e dei loro rituali; doni che hanno evocazioni e profumi misteriosamente cultuali, messianici, pasquali. I campesinos ecuadoreñi gli avrebbero offerto un poncho, una collana di pepas e maialini[6]. Ho il sospetto che non sempre gli sia gradito l’onore adorante che proviene dalla smagliante e siliconata società occidental-cattolica; anzi, spesso Lui pare gradire che l’offertorio liturgico rovesci – sulle bianche tovaglie – arrugginiti spezzoni di lavoro, lacrimate piaghe purulente, dolci baci di amori fedeli o ricostruiti, bambole resuscitate dalle discariche delle favelas, cantilene di salmi al ritmo di luridi banjos.
Una stella, poi, fa impazzire teologi, biblisti e astrologi, fa sognare uomini e donne dell’Oroscopo, emoziona coreografi di presepi, degni eredi dei mesopotamici che accoglievano il solstizio d’inverno e, forse, stelle comete, con 12 giorni di festeggiamenti. Tutti gli antichi credevano che quando nasceva un uomo si accendesse una stella. Anche gli israeliti avevano accolto la misteriosa profezia di un veggente pagano, Balaam: «Una stella spunta su Giacobbe, uno scettro(Messia) sorge da Israele»[7]. Occhi puntati, dunque, verso le tenebre della storia in attesa che il Messia ebreo vi tracciasse dentro la sua scia di vivaci speranze. La stella/simbolo appare, scompare, riappare, si sposta, si ferma; «perfino un antico commento latino osserva che qui Matteo sta esagerando. Evidentemente non sta parlando di una cometa o di un altro qualsiasi fenomeno astrologico. E’ come se parlasse di un angelo»[8]. E’ come se parlasse dei segni dei tempi, delle nostre tormentate coscienze, delle pagine scritte e non scritte dei nostri giornali. Ottant’anni anni dopo la morte/resurrezione di Gesù, la comunità ricorda che già nella casa (“casa” e non “grotta”) di quell’infanzia ecclesiale avevano incominciato a circolare stranieri inattesi (senza Bibbie o Encicliche in tasca) e doni provenienti da lontane tradizioni e rituali, e che i primi baci erano scesi a livello di bambino con l’arabo calore adorante di un inchino. Gesti e figure quotidiane capaci di essere elevate a simbolo di un’adorazione liturgica ad alta densità di significato messianico: «Che il Messia viva e gli sia dato oro di Saba» (Salmo 72, 15). Gesù detto Cristo non è più il Dio tribale, la proprietà privata di un club di devoti. In quella casa giungono uomini con percorsi zigzaganti, scandalosi per occhi e orecchi troppo verginali. Inizia la Cristofania, la trasparenza, a dispetto di ogni rivendicazione e requisizione da parte di “eredi aventi diritto” (Efesini 3, 2-6). Il palcoscenico creato da Matteo, infatti, così illuminato da annunci e luci sconfinanti, possiede anche una parete ammuffita. Si vedono profilarsi ombre di sapienti rabbini, barbogi teologi dalla facile citazione testuale. E, compagno di merende, un agitatissimo capetto volgare e machiavellico, Erode. Tutti lì a sfogliare pagine di Santa Scrittura pietrificate dalla loro abitudinarietà e dai loro privati e minacciati interessi. Eppure anche in quelle mani si è conservata la secolare Rivelazione, le profezie senza tempo, le chiavi di lettura dei segni dei tempi, delle nostre tormentate coscienze e delle pagine scritte e non scritte dei nostri giornali. «Vi sono dunque due coordinate che consentono di individuare il luogo in cui si trova il Messia: la stella e la Bibbia. La stella che rappresenta i segni dei tempi, le occasioni della storia e anche, più banalmente, i casi della vita. E’ il Verbo iscritto nella creazione, il linguaggio silenzioso delle cose. La stella conduce vicino all’evento messianico, ma da sola non raggiunge il bersaglio: occorre anche la verifica della Santa Scrittura. I magi non salgono direttamente a Betlemme, si fermano a Gerusalemme. E’ da Gerusalemme che esce la Torà, la Parola del Signore. Solo nella congiunzione fra la stella apparsa ai pagani e la parola custodita da Israele è possibile individuare l’evento del messia. La stella conduce alla Scrittura e la Scrittura riattiva la stella: insieme conducono al luogo dove si trova l’Emmanuele, il Dio-con-noi. E’ a quel momento che la stella si ferma, la parola si fa evento e noi siamo ricolmi di una grandissima gioia»[9]. Il Libro Santo e la vita celebrano un bel matrimonio. Ma mi picchia nel cuore un martellante interrogativo. Cosa vuol dirmi la Rivelazione con quello strano finale: «Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese»? Aggirano Gerusalemme e tornano ai confini. Padre Balducci forse una risposta l’aveva trovata: «Non c’è più nessuna città santa, perché è la terra che è santa. Non c’è più una casta sacra che domina e dirige le speranze, perché le speranze camminano secondo il movimento dello Spirito. Gesù dirà – in contrapposizione perfetta alle parole di Isaia (Isaia 60, 1-6) – non che i popoli verranno verso Gerusalemme, ma che i suoi discepoli andranno fino ai confini della terra. La salvezza viaggerà verso i confini. Ecco la novità del vangelo»[10].
Individuare e annunciare prodigi “normali”. Il mondo è sotto la grazia.
Quando e dove possiamo salutare il mondo facendo vibrare le speranze che contiene? L’uomo moderno non ha perduto il senso del simbolico e del sacramentale. Continua ad essere generatore di simboli espressivi della sua interiorità, come gli uomini delle epoche passate, e continua ad essere capace di interpretarli. Forse è divenuto sordo ad un certo numero di simboli che nel tempo si sono sclerotizzati e mummificati. Tanto che molti segni, anche nella chiesa, devono essere spiegati; ma un segno che deve essere spiegato ci dice che è un segno che dovrebbe essere cambiato. Il simbolico, tuttavia, resta parte integrante del vissuto dell’essere umano. L’uomo si colloca di fronte alle cose e agli eventi con tre atteggiamenti principali: la diffidenza, la manipolazione, l’abitudine. E’ raro l’atteggiamento di sorpresa, stupore, contemplazione.
All’origine del sacramento c’è sempre una storia: «C’era una volta una brocca…un pezzo di pane…un uomo chiamato Gesù…una cena pasquale…un’adultera…». Il linguaggio dei sacramenti non è argomentativo, ma evocativo. Talvolta diventa performativo cioè porta ad una modificazione della prassi umana. Padre Leonard Boff mi spiega, con una simpatica teologia, il valore simbolico/sacramentale dei segni, degli eventi della vita e delle cose: «In casa mia c’è una brocca di alluminio. Essa ha accompagnato la famiglia nei molti traslochi. Prese parte a tutto. Venne sempre con noi. Ogni volta che si beve da lei non si beve solo acqua, ma la freschezza, la dolcezza, la storia familiare. Quella brocca, come il sentiero di casa, la pipa lasciata dal padre sul tavolo prima che un infarto lo togliesse agli affetti: tutte cose che cessano di essere cose e diventano persone: puoi udire la loro voce e far riaffiorare il loro messaggio. Sono cose che possiedono un cuore. Si sono trasformate in sacramenti: sono cioè segni che contengono, mostrano, rammentano, visualizzano, trasmettono un’altra realtà diversa da loro ma presente in loro. L’uomo moderno guarda, spesso senza vedere. Le cose hanno una fessura attraverso la quale penetra una luce che illumina il loro mistero e che le rende trasparenti, diafane. Dentro questa brocca c’è la storia della famiglia. Gesù di Nazaret è questa brocca. E’ la Parola data, l’AMEN per sempre di Dio di fronte alla quale anche noi tentiamo di impegnarci con una nostra parola data»[11].
Tu, o Dio, danzi con tutti. E io non sono geloso.
Occorre tornare a rivisitare le nostre speranze e le nostre certezze relative alla volontà di salvezza universale da parte di Dio. Recentemente il dibattito ecumenico si è imbarbarito, dopo fasi alterne di positivi avvicinamenti e di letargo. Occorre anche rendere stima e onore a tutti coloro che hanno continuato a navigare con prudenza e con apertura critica verso un macro-ecumenismo che ha le sue radici teologiche anche nel genio di Paolo, frutto dell’incrocio creativo (non esente da tensioni) del suo cuore ebraico, della sua mente greca e della sua vita romana: «per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero di Cristo: che i pagani e i non circoncisi cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo. A me è stata concessa questa grazia di annunziare a loro le imprevedibili ricchezze di Cristo»[12]. Dobbiamo continuare a restare aperti, a diffondere la cultura dell’integrazione reciproca, a cercare e creare occasioni di incontro contro ogni gelosia religiosa e teologica, a frenare ogni strisciante predicazione che porti il Padre di Gesù a ridiventare un Dio tribale, confessionale ed esclusivista.


[1] Una località adesso sconosciuta. La Spagna sembra il paese più probabile.
[2] Le ipotesi più probabili sulla loro ubicazione indicano l’attuale Yemen oppure l’attuale Somalia.
[3] Un testo apocrifo, il Vangelo armeno dell’Infanzia, dice: “Il primo era Melkon re dei Persiani; il secondo Gaspar, re degli Indi; il terzo Balthasar re degli Arabi”; i tre personaggi diventarono i
rappresentanti dei discendenti di Cam, Sem e Jafet, figli di Noè, cioè di tutte le razze di Europa, Asia e Africa.

[4] Alberto Mello Evangelo secondo Matteo,Ed Qiqajon, 1995.
[5] Appunti dal Corso tenuto a Bose da Enzo Bianchi: Dal Gesù della storia al Cristo della fede.
[6] cf. Antonietta Potente La diversità: dono di Dio al mondo, dono del mondo a Dio, in ADISTA 89/2000.
[7] Libro dei Numeri 24,17. L’antica versione aramaica, riflettendo la tradizione giudaica, sostituisce il termine “scettro” con “messia”.
[8] A. Mello op. cit. pag. 67.
[9] A. Mello op. cit. pag. 68-69.
[10] E.Balducci Il mandorlo e il fuoco, Borla, Vol. 3 pag. 72.
[11] elaborazione da Leonard Boff I sacramenti della vita , Borla.
[12] passim Lettera agli Efesini cap. 3




1 Gennaio 2020.
BENEDETTO. Don Augusto Fontana

Chiediamo la benedizione di Dio sull’anno nuovo, sui nostri progetti, le attività quotidiane, gli incontri, il lavoro. “Benedire” (che deriva dal greco “eu-loghia”) significa “dire bene”. Se Dio ci bene-dice, vuol dire che dice-bene-di-noi: è contento, approva ciò che stiamo facendo. Con buona pace dei cattolici che continuano a chiedere benedizioni dei muri delle case, di indumenti o auto, quando Dio “benedice” lo fa una sola volta per sempre e la sua benedizione non ha scadenza. Il problema allora non è “essere benedetti” ma “vivere da benedetti”. In fondo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rom 8,31). Dio talvolta “dice-bene-di-noi” (benedice).

Preghiamo. Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi, donaci il tuo Spirito, perché tutta la nostra vita nel segno della tua benedizione si renda disponibile ad accogliere il tuo dono. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio…

Dal libro dei Numeri 6, 22-27
Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro:Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò».

Sal 66  Dio abbia pietà di noi e ci benedica.

Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.
Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati 4,4-7
Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.

Dal Vangelo secondo Luca 2,16-21
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

 BENEDETTO[1] . Don Augusto Fontana

La liturgia della Parola di questo primo giorno del nuovo anno ci parla, tra le altre cose, della benedizione. Nella prima lettura è Dio che benedice l’uomo. Nella seconda lettura è l’uomo che benedice Dio, gridando a Lui: “Abbà!”. Nel Vangelo sono i pastori che, tornando da Betlemme benedicono Dio per tutto ciò che hanno visto e udito. A capodanno chiediamo a Dio la sua benedizione, in modo speciale. 

Ma cos’é una benedizione?
In ebraico il verbo bārak  significa donare forza vitale, donare fecondità. L’azione del benedire è unica, si può dare cioè una sola volta nella vita e non può più essere revocata. In Genesi 27, Giacobbe, complice la madre, inganna il padre Isacco e ruba la sua benedizione che era destinata invece al primogenito Esaù suo fratello maggiore. Esaù, appena se ne rende conto, corre dal padre e implora per sé la benedizione, ma il padre Isacco non può fare nulla perché benedicendo il figlio minore, che per questo resterà benedetto per sempre (v. 33), si è svuotato definitivamente di tutta la sua capacità generativa. Con buona pace dei cattolici che continuano a chiedere benedizioni dei muri delle case, di indumenti o auto, quando Dio “benedice” lo fa una sola volta per sempre e la sua benedizione non ha scadenza. Il problema allora non è “essere benedetti” ma “vivere da benedetti”. Quando nella Liturgia il presbitero “benedice” il popolo, non duplica, non moltiplica, ma invita a fare memoria dell’unica, originaria e irrevocabile benedizione della Creazione e del Battesimo. Semmai è come se dicesse «Dio ci ha benedetti una volta per tutte in Cristo. Ora andiamo e viviamo da benedetti e non da maledetti».

  • Benedetti noi.

 

Chiediamo la benedizione di Dio sull’anno nuovo, sui nostri progetti, le attività quotidiane, gli incontri, il lavoro. “Benedire” (che deriva dal greco “eu-loghia”) significa “dire bene”. Se Dio ci bene-dice, vuol dire che dice-bene-di-noi: è contento, approva ciò che stiamo facendo.
Porranno il mio nome sugli israeliti” è un’espressione semitica che indica il favore divino. Questo è il sogno di ognuno di noi: avere il favore di Dio.  In fondo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rom 8,31). Dio talvolta “dice-bene-di-noi” (benedice).
All’inizio del libro di Giobbe, viene raccontato un dialogo tra Dio e satana. Dio dice a satana: “Hai visto il mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio e sta lontano dal male”. La pagina ci ricorda anche l’elogio che Gesù fa di Giovanni Battista (Matteo 11,11): «In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista».
Dio dice-bene-di Giobbe e di Giovanni Battista e di ogni “piccolo”. Come quando dei genitori si vantano di un figlio e ne dicono bene.

  • Benedetto Dio!  

 

La Parola di Dio ci mostra come anche l’uomo debba benedire Dio, dire-bene di Dio. É lo Spirito che grida nel nostro cuore la benedizione più grande: “Abbà, papà!”. Senza lo Spirito Santo è difficile benedire Dio. Molte persone non riescono più a dire-bene di Dio, da molti anni. Sono rimaste ferite da sofferenze e prove: hanno attribuito a Dio il male ricevuto. Perché dovrei dire-bene di Dio? Solo lo Spirito Santo può aprire i loro occhi e far vedere loro oltre. Il primo frutto della presenza dello Spirito è questo desiderio di benedire.Nel Vangelo abbiamo sentito come, i pastori assistono all’apparizione dell’angelo “e la gloria del Signore li avvolse di luce”. É questa luce/Spirito Santo che permette loro di riconoscere Dio in un bambino, di benedirlo, di dire-bene di Lui.




Domenica 29 dicembre 2019
INCARNATO IN UNA FAMIGLIA E IN UN POPOLO. Don A.Fontana

Sulla famiglia, sacra ma non santa, oggi c’è rissa: famiglia naturale, famiglia laica, sacramentale, omo o etero, unione di fatto. Scendono in campo grossi calibri ecclesiastici (celibi!) per difendere i valori famigliari “non negoziabili”, da trasformare in leggi dello Stato usando la lobby teodem DOC. (quelli di “Dio-patria-famiglia” bigami o quasi). E noi preti, senza moglie e figli, pontifichiamo dai nostri scranni come gli scribi e i farisei a cui Gesù diceva: «Guai a voi, esperti della Legge di Mosè, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito» (Lc 11, 46).

Preghiamo.
O Dio, nostro Padre, che nella santa famiglia di Nazareth ci hai dato un vero modello di vita, fa’ che nelle nostre famiglie e comunità fioriscano le stesse virtù e lo stesso amore, perché, riuniti insieme nella tua casa, possiamo godere la gioia senza fine. Per il nostro Signore Gesù Cristo
Dal libro del Siràcide 3, 3-7.14-17
Il Signore ha glorificato il padre al di sopra dei figli e ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Chi onora il padre espìa i peccati e li eviterà e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita. Chi onora sua madre è come chi accumula tesori. Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera. Chi glorifica il padre vivrà a lungo, chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre. Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Sii indulgente, anche se perde il senno, e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore. L’opera buona verso il padre non sarà dimenticata, otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa.

Sal 127 Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.
Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.

Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene.
La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa.
Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita!
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési 3,12-21
Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie! La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre. Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.

Dal Vangelo secondo Matteo 2,13-15.19-23
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

INCARNATO IN UNA FAMIGLIA E IN UN POPOLO. D. Augusto Fontana
Sulla famiglia, sacra ma non santa, oggi c’è rissa: famiglia naturale, famiglia laica, sacramentale, omo o etero, unione di fatto. Scendono in campo grossi calibri ecclesiastici (celibi!) per difendere i valori famigliari “non negoziabili”, da trasformare in leggi dello Stato usando la lobby teodem (quelli di “Dio-patria-famiglia” bigami o quasi). E noi preti, senza moglie e figli, pontifichiamo dai nostri scranni come gli scribi e i farisei a cui Gesù diceva: «Guai a voi, esperti della Legge di Mosè, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito» (Lc 11, 46). Io ho sperimentato il lavoro e per esperienza so che lì si sono infranti tutti i modelli ideati dalle Encicliche sul lavoro, obbligandomi ad una quotidiana mediazione (a volte al ribasso, a volte al rialzo) tra principî allo stato puro e contingenze problematiche. Se mi fossi sposato potrei parlare di famiglia, avendo custodito e confrontato nel cuore la Parola di Dio con la mia carne e storia. Rinuncio a cercare una corrispondenza diretta tra Bibbia e famiglia, come se la Santa Scrittura di oggi offrisse un prontuario di ricette o modelli di famiglia. Eppure mi intriga questo Dio-per-noi che si è fatto carne, prendendone su di sé tutte le conseguenze: appartenere ad un nucleo familiare, ad una etnia, ad una tradizione religiosa, ad un contesto politico nazionale e internazionale, reso «in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele» (Eb 2,17).
Mai come oggi la pastorale si è mobilitata per Corsi di catechesi pre e post. Il matrimonio Concordatario non lo si nega a nessuno: molti lo pretendono come diritto individuale, come se fosse un pedaggio o una prudente vaccinazione. Quasi tutti i matrimoni nascono in chiesa e finiscono in tribunale. Ne sento l’aspra responsabilità. Resta immutato il dramma di una profonda separazione tra quanto si celebra e il suo esito post rituale. Se voglio affondare lo sguardo dentro la ferita aperta, posso intonare il Dies irae: tutte le ricerche in atto ci assicurano che stanno aumentando le violenze e gli omicidi intra-familiari, che aumentano le separazioni e le conflittualità. E tutti sappiamo che con l’andar del tempo lo smalto dell’innamoramento si opacizza, la coppia vivacchia, i modelli educativi sono liquidi e scivolosi. Ma tu hai capito che sarebbe ingeneroso generalizzare e amalgamare tutte le famiglie nella poltiglia delle statistiche, dei morbosi talk show televisivi e dei patologici rapporti giornalistici. Grazie a Dio conosco, come te, stupende famiglie santificate e santificanti, dolci, solidali, aperte, celebranti, carismatiche; immagini sacramentali di un Dio sposo fedele e famiglia trinitaria. E conosco le lacrime inconsolabili quando la morte, e non la fine di un amore, infrange un’alba o un giorno talmente luminoso da non mettere in conto mai che possa venire sera.
In questo contesto medito le letture di oggi con un occhio alla famiglia e uno alla comunità cristiana. Perché non so bene se oggi si celebra la Santa Famiglia o la Santa Comunità. Anzi lo so: la seconda lettura di oggi è un’esortazione primariamente rivolta alla Comunità e, di riflesso, ad ogni convivenza che abbia un qualche sapore di famiglia: «rivestitevi di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione».
E’ vero che il Concilio Vaticano II° ha scritto: “La famiglia, nella quale le diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa e a comporre convenientemente i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale, è veramente il fondamento della società” (Gaudium et Spes 52). Ma è pure vero che Giovanni Paolo II° nella sua Familiaris Consortium (n.21) ha scritto: «la famiglia cristiana offre una rivelazione e una realizzazione specifica della comunione ecclesiale». Il Catechismo della Chiesa cattolica offre interessanti indicazioni (nn. 1655-1657): «Cristo ha voluto nascere e crescere in seno alla santa Famiglia di Giuseppe e di Maria. La Chiesa non è altro che la « famiglia di Dio. Fin dalle sue origini, il nucleo della Chiesa era spesso costituito da coloro che, insieme con tutta la loro famiglia, erano divenuti credenti. Ai nostri giorni, in un mondo spesso estraneo e persino ostile alla fede, le famiglie credenti sono di fondamentale importanza, come focolari di fede viva e irradiante. È per questo motivo che il Concilio Vaticano II, usando un’antica espressione, chiama la famiglia “Chiesa domestica”[1] in cui «i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l’esempio, i primi annunciatori della fede. È qui che si esercita in maniera privilegiata il sacerdozio battesimale del padre di famiglia, della madre, dei figli, di tutti i membri della famiglia, con la partecipazione ai sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e l’operosa carità. È qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita». L’esortazione apostolica “Amoris laetitia” di Papa Francesco dopo il Sinodo sulla famiglia scrive tra l’altro: «Sappiamo che nel Nuovo Testamento si parla della “Chiesa che si riunisce nella casa” (cfr 1 Cor 16,19; Rm 16,5; Col 4,15). Lo spazio vitale di una famiglia si poteva trasformare in chiesa domestica, in sede dell’Eucaristia, della presenza di Cristo seduto alla stessa mensa. Così si delinea una casa che porta al proprio interno la presenza di Dio, la preghiera comune e perciò la benedizione del Signore»(n.15).
Dalla Scrittura ci vengono alcuni dati di fondo. Occorre non dimenticare oggi che Gesù ha relativizzato la famiglia: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10,35-37). A chi gli faceva notare che sua madre e i suoi familiari lo stavano aspettando, Gesù reclama: «E chi è mia madre o i miei fratelli? Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50).
Vorrei entrare nei testi dei “Vangeli dell’infanzia” di Matteo e Luca ed evidenziarne alcune scoperte:

  1. Giuseppe e Maria sono una coppia pressata dalla vita e da problemi. Giuseppe ha una bella grana da sbrogliare, tra una dubbia moralità della moglie e una precisa disposizione delle Legge mosaica in materia. Maria pure ha la sua rogna con una maternità inusuale e un’altrettanto inusuale discussione con Dio. Tutti e due devono affrontare un lungo viaggio per sottoporsi a un censimento partorito dalle paranoie del potere. E poi quel parto avventuroso. E poi quella fuga all’estero con neonato al seguito. E poi quel rientro alla chetichella, come due perseguitati politici. E poi quella vita senza storia a Nazaret interrotta da qualche pellegrinaggio a Gerusalemme dove l’adolescente Gesù, da loro educato alla Sinagoga e alla Torà, non risparmia un indimenticabile divino grattacapo. Tutto ciò che è detto e ciò che non è detto ma immaginato, ci parla di una comunità non esentata dalla storia, non ritirata in mistici conventi o monasteri, ma travolta e ferita da eventi. Come me e te.
  2. Paolo nella seconda Lettura esorta famiglie e comunità: «La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali». Giuseppe e Maria sono una coppia in ascolto della Parola che è loro compagna degli eventi. Una Parola che si materializza narrativamente nei SOGNI, nei SEGNI, nell’ANGELO. E non solo per loro: pastori e magi sono loro degni compagni di rivelazione e icone di discepoli ascoltanti. In Luca prevale il linguaggio diretto dell’angelo. In Matteo la Parola dell’Angelo è mediata dal sogno[2]. Davanti agli eventi e alla rivelazione, appaiono due persone in profondo ascolto (Giuseppe, mentre stava pensando a queste cose….Maria, da parte sua, conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore). Giuseppe pare non dialogare apertamente con la Rivelazione, a differenza di Maria che incarna la discepola interrogante («Come è possibile? Non conosco uomo»). E comunque dopo ogni rivelazione, ambedue questi discepoli della Parola si affrettano a compiere ciò che l’Angelo e il Sogno aveva proposto o comandato.

Mi piace il libro (Vita Liquida. Ed Laterza) di un sociologo a me caro, Zygmunt Bauman: «La vita liquida è una vita precaria, vissuta in condizioni di continua incertezza…Ovunque l’accento cade su atti come dimenticare, cancellare, mollare, sostituire…La costanza, la resistenza, la vischiosità delle cose animate e inanimate, costituiscono il più sinistro e grave dei pericoli, sono la fonte delle peggiori paure e bersaglio delle aggressioni più violente». A fronte di questa analisi realista e senza appello, che descrive l’infezione che ha intaccato i gangli vitali di famiglie e comunità, il resistente ascolto di Maria e Giuseppe si staglia sul fondo come la concreta attuazione di una parola del Signore riferita da Matteo 7, 24-27: «Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia».


[1] Cost. dogm. Lumen gentium, 11
[2] Matteo 2: [20]Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse…[13]Essi (i magi) erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse….[19]Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse….[22]Avendo però saputo che era re della Giudea Archelào ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno




Festa dell’Incarnazione.
DAL DIO DI PIETRA AL DIO DI CARNE. Don Augusto Fontana

Nel nostro immaginario collettivo religioso, favorito da dipinti e da film colossal, abbiamo tutti quell’immagine di Mosè che scende dal monte con le due tavole di pietra. Dieci Parole scolpite sulla pietra. Per molti furono dieci comandamenti di pietra. Dieci Parole pietrificate deposte nell’arca dell’alleanza e portate a spalla nel cammino, memoriale di un patto reciproco. La pietra è segno di garanzia e stabilità. Ma anche la pietra si può frantumare. E’ bastato un vitello d’oro come idolo per scatenare lo zelo profetico di MosèLa pietra chiede una fedeltà impossibile. Con la sua rigidità perde il passo col popolo che muta, cresce, cambia, affronta nuove com­plessità…. 

Preghiamo. O Dio, che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo, concedi a noi, che sulla terra lo contempliamo nei suoi misteri, di partecipare alla sua gloria nel cielo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaìa 9, 1-6
Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce. Ora essa ha illuminato il popolo che viveva nell’oscurità. Signore, tu hai dato loro una grande gioia, li hai fatti felici. Gioiscono davanti a te come quando si miete il grano. Tu hai spezzato il giogo che gravava sulle loro spalle e li opprimeva. I calzari dei soldati invasori e tutte le loro vesti insanguinate saranno distrutte dal fuoco. È nato un bambino per noi! Ci è stato dato un figlio! Gli è stato messo sulle spalle il segno del potere regale. Sarà chiamato: ‘Consigliere sapiente, Dio forte, Padre per sempre, Principe della pace’. Diventerà sempre più potente, e assicurerà una pace continua. Governerà come successore di Davide. Il suo potere si fonderà sul diritto e sulla giustizia per sempre. Così ha deciso il Signore dell’universo nel suo ardente amore, e così sarà.

Sal 95. Oggi è nato per noi il Salvatore.
Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra.

Cantate al Signore, benedite il suo nome.
Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e quanto racchiude;
sia in festa la campagna e quanto contiene, acclamino tutti gli alberi della foresta.
Davanti al Signore che viene: sì, egli viene a giudicare la terra;
giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli.
Dalla lettera di san Paolo Apostolo a Tito 2,11-14
Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.

Dal Vangelo secondo Luca 2,1-14
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». 

DAL DIO DI PIETRA AL DIO DI CARNE. Don Augusto Fontana

Parola di Dio sulla pietra.
Il Signore disse a Mosè: «Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli» (Esodo 24,12)…. Era una Parola pietrificata, ma garantita e fedele come una roccia. Nel nostro immaginario collettivo religioso, favorito da dipinti e da film colossal, abbiamo tutti quell’immagine di Mosè che scende dal monte con le due tavole di pietra. Dieci Parole scolpite sulla pietra. Per molti furono dieci comandamenti di pietra. Dieci Parole pietrificate deposte nell’arca dell’alleanza e portate a spalla nel cammino, memoriale di un patto reciproco. La pietra è segno di garanzia e stabilità. Ma anche la pietra si può frantumare. E’ bastato un vitello d’oro come idolo per scatenare lo zelo profetico di Mosè: «Quando si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora si accese l’ira di Mosè: egli scagliò dalle mani le tavole e le spezzò ai piedi della montagna» (Esodo 32,19).… La pietra chiede una fedeltà impossibile. Con la sua rigidità perde il passo col popolo che muta, cresce, cambia, affronta nuove com­plessità. Ed ecco l’intelligenza profetica. «Questa sarà l’alleanza che conclu­derò con la casa d’Israele: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Ger 31,31-33). Oggi abbiamo carta e computer in tempi di fragilità, tempi liquidi e fluidi; la carta si accartoccia e si butta, e sul computer basta un clic e tutto è cancellato. Le parole diventano vapore che si disperde.

Parola di Dio nella carne.
Il profeta Isaia indica la svolta: «Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio». L’evangelista Luca ci dice che il segno della presenza di Dio non sarà più un tempio di pietra, ma la carne fragile di un figlio d’uomo: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, coricato in una mangiatoia». Sarà questo figlio, divenuto grande, che davanti al tempio confermerà il nuovo regime di fede: “Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Gesù disse loro: «In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata»” (Matteo 24,1-2). L’evangelista Giovanni, commentando un riferimento al Tempio da parte di Gesù, annota: «Ma egli parlava del tempio del suo corpo» (Giovanni 2,21). La storia della Rivelazione stava subendo un’accelerazione. «Il Verbo si è fatto carne» canta Giovanni nell’ouverture del suo Vangelo (Giovanni 1,14). Francesco diceva che Gesù era la Parola abbreviata di Dio. La lunga Parola del Vecchio Testamento che ha ispirato molti profeti si fa breve nel Bambino che nasce a Betlemme.  “Farsi carne” vuol dire assumere pienamente la fragilità umana, accettare di nascere, di morire, di partecipare a tutti gli stati della vita umana nell’ambito della sua storia terrestre: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Filippesi 2, 6-7). Anzi: diventa un pane frammentato e mangiato; «questo è il mio corpo» dirà Gesù nella Cena Pasquale. Ma c’è di più. Ed è l’evangelista Matteo che ci porta ai confini impensabili del “luogo di Dio”: noi incontriamo la Parola del Dio vivente in sei sacramenti della Sua presenza: «Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo 25, 37-40). Perfino quando si presenta Risorto, Gesù mostra di essersi portato dietro la sua e nostra carne: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho» (Luca 24,39).

Allora?
Il profeta Amos aveva minacciato: «Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno» (Amos 8,12). In questo tempo liturgico siamo portati invece pazientemente al luogo dell’incontro. I pastori «andarono dunque senz’indugio e trovarono» (Luca 2,16). La maledizione è infranta per chi lo vuole. Non più un Dio lassù nei cieli o raccolto in una religione pietrificata dal rito, dall’organizzazione, ma nella carne quotidiana di Gesù, del Pane eucaristico, della gente con cui coabito. «Dio si è mostrato in Gesù con tratti umanissimi perché ciò che era straordinario in Gesù non era nulla di religioso ma solo umano, umanissimo. Sì, Dio ha sembianze così umane che rischia di passare inosservato»[1]. Dio ricomincia da Betlemme, da un bambino. «Il Verbo carne si è fatto » (Gv 1,14), è scrit­to nel testo in greco di Giovanni. Nella suggestione del testo greco i due termini sono vicini, non separa­ti da altre espressioni: ho Logos sarx egheneto, la Parola carne divenne. Da allora la vicinanza è assoluta, c’è un frammento di Logos in ogni carne, c’è qualcosa di Dio in ogni uomo, ci sono un po’ di santità e molta luce in ogni vita. L’incarnazione non è finita, Dio «accade» an­cora nella carne della vita, accade nella concre­tezza dei miei gesti, abita i miei occhi perché sap­piano guardare con bontà e con profondità. Abita le mie parole perché abbiano luce. Abita le mie mani perché si aprano a dare pa­ce, ad asciugare lacrime, a spezzare ingiustizie. E se tu devi piangere, anche lui imparerà a piangere; e se tu devi morire, anche lui conoscerà la morte. La strada più breve e più diritta tra l’uomo e Dio è la carne di Gesù, ora in braccio alla madre, un giorno in braccio alla croce[2].

Cammina attraverso l’uomo e raggiungerai Dio” (Sant’Agostino).


[1] Enzo Bianchi, La stampa 24 dicembre 2011
[2] Ermes Ronchi, Le case di Maria, Paoline.




4a domenica di Avvento. 22 dicembre 2019
DAL SOGNO AL SEGNO.D. Augusto Fontana

Giuseppe ci prende per mano e ci porta sulla soglia della Festa dell’Incarnazione. Giuseppe uomo giusto, silente, ascoltante, coinvolto in un dramma di coscienza e di una vocazione. Giuseppe uomo dei “sogni”. “Sono sempre i sogni a dare forma al mondo” canta Luciano Ligabue. Nel cantico dei Cantici troviamo la ragazza (la chiesa?) che dice: «io dormo, ma il mio cuore veglia» (Cant 5,2). Un sonno leggero, un dormiveglia che le permette di ascoltare un leggero bussare alla porta: «Un rumore! È il mio amato che bussa: “Aprimi, sorella mia, amica mia”».Nel Nuovo Testamento si parla poco di “sogni”, ma nel Vangelo di Matteo troviamo un’eccezione.

Preghiamo.
O Dio, Padre buono, tu hai rivelato la gratuità e la potenza del tuo amore, scegliendo il grembo purissimo della Vergine Maria per rivestire di carne mortale il Verbo della vita: concedi anche a noi di accoglierlo e generarlo nello spirito con l’ascolto della tua parola, nell’obbedienza della fede. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaìa 7,10-14
In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».
Sal 24 (23) Ecco, viene il Signore, re della gloria.
Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti.

È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito.
Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.
Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.
Lettera dell’apostolo Paolo ai Romani 1,1-7
Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio – che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore; per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l’obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome, e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo –, a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!
Dal Vangelo secondo Matteo 1,18-24
Ora la genesi di Gesù Cristo così era: sua madre Maria, essendo fidanzata di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era giusto e non voleva esporla pubblicamente, decise di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

DAL SOGNO AL SEGNO. D. Augusto Fontana
Mentre Giuseppe stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse…Giuseppe ci prende per mano e ci porta sulla soglia della Festa dell’Incarnazione. Giuseppe uomo giusto, silente, ascoltante, coinvolto in un dramma di coscienza e di una vocazione. Giuseppe uomo dei “sogni”. “Sono sempre i sogni a dare forma al mondo” canta Luciano Ligabue.
Nel cantico dei Cantici troviamo la ragazza (la chiesa?) che dice: «io dormo, ma il mio cuore veglia» (Cant 5,2). Un sonno leggero, un dormiveglia che le permette di ascoltare un leggero bussare alla porta: «Un rumore! È il mio amato che bussa: “Aprimi, sorella mia, amica mia”».
Dio completa la creazione di Adam facendolo passare attraverso un intenso e simbolico “sonno” : Allora il Signore Dio fece scendere un torpore (nel greco dei LXX: extasi) sull’uomo, che si addormentò (nel greco dei LXX: ipnosi); gli tolse un lato e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò, con il lato che aveva tolto all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. (Gen. 2,21-22).
Giacobbe, mentre fugge dal fratello Esaù, decide di passare la notte all’aperto, si addormenta e sogna:“Ed ecco una scala tra la terra e il cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per essa. Ed ecco il Signore si presentava a lui e diceva: …..Io sono con te, e ti guarderò dovunque tu andrai …” Giacobbe al suo risveglio dice: “Certo il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!”.
Nel Nuovo Testamento si parla poco di “sogni”, ma nel Vangelo di Matteo troviamo un’eccezione. Matteo narra sei sogni di cui cinque si trovano nel vangelo dell’infanzia, cioè nei primi due capitoli. La persona che più sogna è Giuseppe. Infatti su cinque sogni menzionati nei primi due capitoli di Matteo, quattro hanno per soggetto Giuseppe e uno i maghi che vengono dall’oriente. Tra i sogni di Giuseppe quello che riveste una maggiore importanza è certamente il primo (1,20-21), il cosiddetto “annuncio a Giuseppe”. Giuseppe si trova in una situazione apparentemente senza via di uscita (1,18-19): «18b Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva esporla a infamia, decise di lasciarla segretamente». In una simile situazione per Maria non c’era solo il problema del “ripudio” da parte di Giuseppe suo sposo, ma c’era per lei il rischio della vita. Per una donna considerata adultera era prevista la lapidazione.
I “sogni” nella Bibbia sono un linguaggio, un modo di dire, un “genere letterario”. I racconti della nascita di Gesù, in particolare i “sogni” che la accompagnano, ci rivelano che nella nostra storia ci sono dei reali segni di rivelazione che dobbiamo saper riconoscere. I racconti dell’infanzia di Gesù in Matteo sono un intreccio di progetti, speranze, paure… Ci sono i progetti di Giuseppe riguardo alla sua vita e alla sua famiglia. Ci sono le paure e i timori dei grandi che sono aggrappati al loro potere e vedono minacce dietro ogni angolo. Ma poi ci sono anche i progetti di Maria, il desiderio dei magi … e tutto sembra essere nelle mani dell’uomo più forte e i piccoli e i poveri sembrano solo soccombere. Ma “i sogni” rivelano che non è tutto lì[1]. 

Annunciazione a Giuseppe il giusto, uomo del silenzio, dei sogni e dei segni.
gli apparve in sogno un angelo del Signore… Il sogno è per la Bibbia un luogo privilegiato dell’incontro con Dio, perché indica lo spazio dell’interiorità lo spazio dove le nostre difese sono più abbassate. Il sogno è paradossalmente il luogo in cui riusciamo essere più veri, perché non ci perdiamo nella superficialità dell’apparenza del quotidiano. Il sogno di Giuseppe rappresenta un passaggio dalle sue giustificate preoccupazioni al coraggio della decisione, si tratta di un passaggio dalle tenebre del dubbio alla luce del discernimento. Attraverso il sogno, Giuseppe entra in dialogo con una promessa che va al di la della sua vita: riconosce che le sue scelte non sono solo sue ma ricadono sugli altri. Nella sua decisione non può tener presente solo la sua dignità, la sua buona fama, ma deve tener conto della vita degli altri[2].
Secondo il Vangelo di Luca l’Annunciazione è fatta a Maria, secondo il Vangelo di Matteo Dio parla a Giuseppe. Giuseppe, l’uomo dei sogni, nei Vangeli non parla mai, ma sa ascoltare la Parola che lo abita, il sogno. Le due annunciazioni hanno luogo nelle case. Dio, ancora, sembra preferire la casa al tempio. Forse vorrà dirci che in ogni giorno di vita ci può essere offerta un’annunciazione quotidiana? L’annunciazione a Giuseppe è meno conosciuta dell’annunciazione a Maria. Anche la tradizione iconografica è assai scarna. Non c’è dialogo, non ci sono domande esplicite come quella di Maria né come quella di Acaz, ma la scena non manca di drammaticità.
Giuseppe, figlio di Davide… Lo scopo è quello di garantire a Gesù la discendenza davidica secondo le profezie antiche. Quasi a dire che Gesù non “scende dalle stelle” (come recita un canto tradizionale), ma è entrato pienamente nella nostra storia, nella nostra umanità, con tutto ciò che questo comporta. Gesù è figlio di una storia imperfetta. Normalmente nella Bibbia le genealogie venivano segnate attraverso la successione dei padri, eppure Matteo (1,1-16) non esita a interrompere questa successione tutta al maschile, inserendo quattro nomi di donne straniere (Tamara, Racab, Ruth e la moglie di Uria), donne dalla vita complessa, protagoniste e vittime di prevaricazioni e abusi. Gesù è dunque colui che compie le attese di questa umanità imperfetta[3].
E lo chiameranno Jeshuah…Ma in questa lunga storia di patriarchi e matriarche c’è una frattura, una sincope: di solito era il padre a dare il nome al figlio; qui invece Giuseppe viene espropriato dal suo potere e gli viene consegnato un Nome già confezionato: “a lui sarà dato il nome di Emmanuele”.
poiché era giusto… L’uomo “giusto” cammina a zig zag tra i sogni e i segni di Dio. Anche Gesù viene chiamato “uomo giusto” dalle labbra di un suo carnefice: «Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: “Veramente quest’uomo era giusto”» ( Lc 23,47).
fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore…. A volte vorremmo continuare a sognare per sempre: un po’ per il semplice gusto di sognare, un po’ perché così possiamo allontanare il momento della decisione. Una vita senza sogni sarebbe arida, è vero, ma spesso rischiamo di rimanere intrappolati nei nostri sogni, rischiamo di non decidere mai. Questo testo di Matteo descrive invece la dinamica della vita dell’uomo giusto, che si lascia incontrare da Dio nel profondo, si mette in ascolto, ma poi decide, senza esitare, e passa all’azione[4]. Questo suo obbedire senza far domande è un ritornello nel racconto di Matteo: quando si tratta di fuggire in Egitto, di tornare in Palestina, di stabilirsi a Nazaret di Galilea invece che in Giudea, di inseguire con Maria quel figlio dodicenne che avevano smarrito nel tempio.

Il Segno.
Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio…
Nelle due annunciazioni c’è, forse, anche un annuncio per i dubbiosi, per gli angosciati della giusta scelta. Un’alba che, aprendosi sul “non temere” dei messaggeri, ci libera dall’angoscia del fare o non fare la cosa giusta, e ci autorizza a rischiare, a sbagliare forse, a generare.
Il termine “segno”, nella tradizione veterotestamentaria, è una azione con cui Dio attesta la sua presenza nella storia di Israele e della salvezza. Chiedere un segno ad un inviato è chiedergli le credenziali della sua missione, una dimostrazione spettacolare o una certificazione. Oggi diremmo “un miracolo”, una “evidenza” inconfutabile che accorci la fatica dell’andarci in fondo ed elimini la quota percentuale di “fede/fiducia”. Sono circondato da segni che non corrispondono all’idea di Dio che ho dentro. Mi viene utile un collegamento con altri segni “deboli”. Segni che esistono, ma non hanno la carica dirompente del segno inequivocabile:

  1. Nel sepolcro: «Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende» (Luca 24, 12).
  2. A Betlemme: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc. 2, 12).
  3. I due discepoli di Emmaus scoprono segni dentro di loro: «Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Luca 24, 32).

Anch’io sono alla ricerca di segni dopo il mio risveglio dai sogni, ma resto ancora così cieco e perplesso. Faccio delle ipotesi:

  1. Posso pensare che non c’è fine alla malizia umana e nulla serve per chi non vuol vedere. Nella parabola del ricco e del mendicante Lazzaro, il ricco invoca l’apparizione di Abramo ai suoi cinque fratelli per la loro conversione. L’insegnamento finale della parabola fa per noi: «Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi». (Luca 16, 31).
  2. Io chiedo segni “dal cielo” e la Parola mi mostra segni “dalla terra”. Guardo in alto e la Parola mi spinge a guardare in basso. Provo a pensare a tutte le rivelazioni che Gesù ha dato: «Il Regno di Dio è simile a…». Seme nella terra, lievito nella pasta, tesoro nascosto nel campo, mercante che cerca una perla preziosa, rete gettata nel mare (“nel male”), un cammello che passa nella cruna di un ago, pubblicani e prostitute che passano avanti, un re che fa un banchetto di nozze per suo figlio, dieci ragazze che escono incontro allo sposo, una donna mette al mondo un figlio, un bambino nasce in condizioni poco invidiabili…Dio nell’apparente banalità del quotidiano.

Gesù, insomma, non rispetta i tratti essenziali delle mie teologie, delle mie aspettative, delle mie catalogazioni.
Luigino Bruni in un editoriale di Avvenire[5] (11 maggio 2014) scriveva: «Le vocazioni esistono, anche nel nostro mondo post-moderno e disincantato che sembra non saper più sognare e ascoltare le voci profonde della vita. Possiamo avere idee diverse su Chi o che cosa sia la voce che chiama, ma è un dato d’esperienza che le vocazioni riempiono la terra, la fanno vivere e rinascere ogni giorno. Non potremmo spiegare (o lo spiegheremmo poco e male) l’esistenza di artisti, scienziati, poeti, missionari, ma anche la presenza di molti imprenditori sociali e civili, senza prendere in considerazione la categoria di vocazione.  E non conosceremmo dimensioni essenziali della vita (tra cui la gratuità) se non ci fossero sulla terra persone ‘mosse da dentro’, che non camminano dietro a incentivi ma seguono una voce.  Puoi diventare qualcosa che non sei ancora, e che è la parte migliore di te. Ogni persona ha una vocazione, una via alla propria eccellenza e al bene comune, un ‘non ancora’ che aspetta di diventare ‘già’; ma non tutte le vocazioni fioriscono, perché senza l’incontro con persone e luoghi di gratuità queste voci non si sentono, restano soffocate dai rumori del quotidiano, un rumore che è troppo forte nella nostra civiltà. Tutte le volte che una persona scopre, segue, e poi custodisce una vocazione, lì accade sempre un incontro tra passato, presente e futuro, tra cielo e terra, che cambia e migliora il mondo per sempre».


[1] Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli
[2] Gaetano Piccolo, Leggersi dentro con il Vangelo di Matteo, Paoline, 2018, pag 19.
[3] Gaetano Piccolo, idem, pag 18.
[4] Gaetano Piccolo, idem, pag 18-19
[5] La porta del cielo è una voce




Domenica 3a di avvento. 15 dic 2019
SPERANZA IN AGONIA? D.Augusto Fontana

Lo scrittore teologo Sergio Quinzio, nel saggio Mysterium iniquitatis, immaginava che nell’anno 2000 l’ultimo Papa scrivesse la sua ultima Enciclica “Mysterium iniquitatis” definendo come dogma infallibile il “fallimento del cristianesimo nella storia del mondo”. Dopo la firma dell’Enciclica, il Papa Pietro II° sale all’interno della cupola della basilica di S. Pietro e si suicida lasciandosi cadere “sul luogo dei falsi trionfi”. Anche Giovanni il Battezzatore nutre dubbi sul messianismo realizzato di Gesù. I discepoli di Gesù patiscono scandalo dall’evidente fallimento. Noi non siamo in condizioni migliori di loro  perchè vediamo che la terra non fiorisce di bellezza e non si vede nessun sentiero santo su cui camminano i riscattati dal Signore.

Preghiamo.
Sostieni, o Padre, con la forza del tuo amore il nostro cammino incontro a colui che viene e fa’ che, perseverando nella pazienza, maturiamo in noi il frutto della fede e accogliamo con rendimento di grazie il vangelo della gioia. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaìa 35,1-6.8.10
Si rallegrino il deserto e la terra arida, esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi». Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.
Salmo 146 (145) Vieni, Signore, a salvarci.
Protagonista                azione                                  uomini della soglia
Il Signore                      creatore                                          

Il Signore                      fedele alle promesse
Il Signore                      rende giustizia                        agli oppressi
Il Signore                      dona il pane                          agli affamati
Il Signore                      libera                                    i prigionieri
Il Signore                      ridona la vista                        ai ciechi
Il Signore                      rialza                                    chi è caduto
Il Signore                      ama                                     i giusti
Il Signore                      protegge                               lo straniero
Il Signore                      sostiene                                orfano e vedova
Il Signore                      sbarra la via                         agli oppressori
Il Signore                      regna per sempre           
                

Dalla lettera di san Giacomo apostolo 5,7-10
Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina. Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.

Dal Vangelo secondo Matteo 11,2-11
Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

SPERANZA IN AGONIA? D. Augusto Fontana
Esperti in delusioni.
Lo scrittore teologo Sergio Quinzio, nel saggio Mysterium iniquitatis[1], immaginava che nell’anno 2000 l’ultimo Papa scrivesse la sua ultima Enciclica “Mysterium iniquitatis” definendo come dogma infallibile il “fallimento del cristianesimo nella storia del mondo”. Dopo la firma dell’Enciclica, il Papa Pietro II° sale all’interno della cupola della basilica di S. Pietro e si suicida lasciandosi cadere “sul luogo dei falsi trionfi”. Anche Giovanni il Battezzatore nutre dubbi sul messianismo realizzato di Gesù. I discepoli di Gesù patiscono scandalo dall’evidente fallimento. Noi non siamo in condizioni migliori di loro perchè “vediamo che la terra non fiorisce di bellezza e non si vede nessun sentiero santo su cui camminano i riscattati dal Signore. Allora ci dobbiamo domandare: qual è la ragione di questo scandalo? In che senso la promessa del Signore non è scaduta e può essere ancora annunciata senza che la smentita dei fatti renda mute le nostre labbra? Molte volte le speranze che incontriamo ci sembrano un prodotto dell’illusione e della volontà di autoconsolazione. Forse, per essere cristiani dobbiamo barare sulla realtà e far finta che le cose non vadano come stanno andando? Molte volte è così. Io penso che il primo nostro dovere sia quello di non mentire di fronte ai fatti. E’ una condizione di maturazione della nostra fede. Dobbiamo affrontare lo scandalo di una promessa di Dio continuamente narrata nelle nostre assemblee e di fatto smentita tutti i giorni. La nostra speranza non si deve basare sulle conferme o meno dei fatti, perchè si basa sulla fede in Dio. E’ solo questa speranza che è legittimamente immune dalla smentita dei fatti. La speranza è più forte dei fatti. Non li salta, non li aggira; li attraversa e li contesta. Se io spero e credo che il Regno di Dio viene, non lo credo per un esame della storia. Nell’altra faccia della realtà, la fede contempla il Dio che si è impegnato. Se io credo che il mondo sarà cambiato non è per i segni che riesco a discernere dentro il groviglio dei fatti, ma perchè c’è la promessa di Dio che è la ragione ultima del mio sperare. Per questo, la speranza che si appoggia sulla fede si manifesta come invincibile pazienza. Pazienza non in senso passivo, ma come perseverante volontà di affrontare i fatti, di vederli nella trasparenza della promessa, di far germogliare ciò che in essi c’è di positivo e di combattere ciò che c’è di negativo. La pazienza si paga. Innanzitutto mettendosi dalla parte dei deboli, coloro che hanno diritto di sperare.”[2]

Coraggio, ecco il vostro Dio (Profeta Isaia)
Il brano appartiene alla “piccola Apocalisse” del Libro di Isaia e non è opera di Isaia perchè il contesto storico da cui ha origine è il periodo dei primi anni dopo l’esilio a Babilonia. In quegli anni lo Stato di Israele, già diviso in due regni, era aggredito dagli Idumei (Edom). In questo periodo di difficoltà e oppressione, i capitoli 34-35 annunciano la fine delle aggressioni di Edom e un periodo di tranquillità religiosa e sociale.
Vv.1-2: terra e deserto tra gioia, canti e fiori. E Dio che vi passeggia dentro. Qualcuno sorride davanti a questa illusa promessa paradisiaca da “paese della cuccagna”. Altri spiritualizzano il deserto identificandolo con l’anima. Innanzitutto occorre accettare questo “materialismo biblico della speranza” che non trascura le esigenze della convivenza terrena. Il cap. 8 del Deuteronomio può servire per capire questa pagina: “Il Signore nel deserto ti ha fatto provare fame per farti capire che l’uomo non vive di solo pane, ma di quanto esce dalla bocca di Dio. Il tuo vestito non si è logorato e il tuo piede non si è gonfiato durante i quarant’anni nel deserto. Ora il Signore sta per farti entrare in un paese pieno di sorgenti e di raccolti dove non ti mancherà nulla. Ma tu quando avrai mangiato e avrai costruito belle case e abbonderai di denaro e di cose, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio”.
Vv.3-4: incoraggiamento ai poveri rimasti delusi di Dio. In Isaia 40,27-31 si dice: < Perché dite: ” Il nostro diritto è trascurato dal nostro Dio”? La sua sapienza è inscrutabile. Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani si stancano e gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi>.

Le pozzanghere dove si riflette Dio (Salmo 146).
Questo Salmo è il primo del gruppo denominato dagli ebrei Hallel(lode). Si cuce bene addosso alla proclamazione di Isaia e alle parole di Gesù nel Vangelo di oggi. Più che una preghiera di invocazione, il Salmo è una proclamazione di fede o, meglio, una descrizione di ciò che è in atto. Anche Gesù nel Vangelo dirà:<Andate a riferire ciò che udite e vedete>.
Forse il compositore del Salmo non è solo uno spettatore/notaio che registra eventi accaduti ad altri, ma è lui stesso un cliente di Dio che ha sperimentato la Sua capacità trasformante, dopo aver fatto il lacchè e il galoppino di qualche politico che conta.  Il salmista compone dodici giaculatorie, dodici articoli di un Credo, eventi visti e sperimentati. Una litania di nomi di Dio che in ebraico suonano così: il creatore, il fedele….. Poi un elenco di soggetti in fila davanti alla soglia del tempio dove Dio distribuisce le sue speranze a chi le attende. Infine un elenco della attività di Dio, da disturbare i sonni di ogni benpensante religioso o della nostra fede borghese e assenteista .

Dopo aver seminato, siate pazienti. (Lettera di Giacomo cap.5)
v.7:Dunque. Il brano liturgico inizia con una conclusione: dunque…. Cosa aveva scritto Giacomo, prima di queste righe, per dover tirare queste conclusioni? La comunità di Giacomo era convinta che il ritorno del Signore fosse imminente, ma ciò non le impediva di inquinare la vita quotidiana con una serie di infedeltà che provocano Giacomo ad offrire consigli morali, al termine dei quali si pone questo cap. 5.
v.7-9:Venuta del Signore. Una buona vita evangelica quotidiana costituisce una strategia dell’attesa del Signore in atteggiamento di pazienza attiva. Noi, che viviamo con gli occhi fissi ai sassi del sentiero, abbiamo bisogno di riproporci un test: io Chi aspetto?
La Pazienza. La pazienza evangelica non è una virtù primariamente psicologica, ma teologica, cioè motivata dalle tradizionali rassicurazioni della fede: <Spera nel Signore e segui la sua via; ti esalterà, tu possederai la terra e vedrai il fallimento dell’empio>(Salmo 37,34); <Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore>(Salmo 27); <In Te mi sono rifugiato, mai sarò deluso…Siate forti, riprendete coraggio o voi tutti che sperate nel Signore> (Salmo 31). La pazienza evangelica non è una virtù passiva, in quanto l’agricoltore attende ma dopo aver seminato.
Visto che in questo mese ricorre il 54° anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II° (8 dicembre 1965), possiamo rileggere alcune righe del Lumen gentium(36/379):< I fedeli devono riconoscere la natura intima di tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio, e aiutarsi a vicenda in una vita più santa anche con le opere terrene così che il mondo sia imbevuto dello Spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace. Nel compiere questo dovere, i laici hanno il posto di primo piano. Così Cristo, per mezzo dei membri della sua Chiesa, illuminerà sempre di più con la sua luce salvifica l’intera società umana>.
Beato chi non si scandalizza di me (Vangelo di Matteo)
Con i cap. 11-12 assistiamo ad una svolta nel Vangelo di Matteo. Nei primi 10 capitoli, l’avvicinarsi del Regno in Gesù sembrava non incontrare ostacoli. L’opposizione non è assente, ma Gesù ne salta sempre fuori vincente. Dopo questi due capitoli, il Vangelo sarà presentato come la storia di un rifiuto. Solo i piccoli e i semplici non verranno scandalizzati dal mistero. Il brano di oggi è composto di 2 parti: il racconto dell’ambasciata dei discepoli di Giovanni e l’elogio di Giovanni (e di chiunque è come lui) da parte di Gesù.
Colui che deve venire. E’ un titolo messianico molto conosciuto tra i profeti e il popolo. E’ uno dei nomi di Dio: il Veniente. Chi è il cristiano se non colui che con le lampade accese aspetta lo sposo veniente? E se tarda, lo aspetta perchè Egli deve venire.
Ciò che udite e vedete. E’ strano come Matteo usi anche il verbo “udire” riferendosi ai SEGNI. Di solito i segni devono solo essere visti. Invece occorre anche udire i segni.
Beato chi non si scandalizza. Il termine greco skandalon si usava per indicare la trappola per catturare gli animali, oppure una trave o sasso contro cui si inciampa. Questa ulteriore Beatitudine di Matteo definisce che entrerà nel Regno chi rispetta Dio come Dio senza addomesticarlo e chi accetta che la sua trascendenza si riveli non nel fondamentalismo da talebani, ma nella debolezza della misericordia. Ma c’è una sottile precisazione da fare: qualche volta Dio si rivela Dio proprio quando ci scandalizza. Il Natale banalizzato, mieloso, ripetitivo come una cantilena, colmo di ovvietà religiose superficiali e di saturazione sociologica non ci scandalizza più.

Ho chiesto al Signore:<Aumenta la mia fede!>. E Lui mi ha risposto:<Non posso, figliolo! Non posso proprio, visto chi frequenti, dove vivi, come ti vesti>. Da quel giorno mi sono scandalizzato di Lui. E sono rimasto senza beatitudine. Ma mi sono tenuto il mio Natale; un giocattolo banale da non barattare con nessun Dio serio.


[1] S. Quinzio Mysterium iniquitatis, Adelphi edizioni 1995, pag. 86.
[2] E. Balducci Il mandorlo e il fuoco, Borla 1980, pag.30-34




IMMACOLATA. CHI?
d. Augusto Fontana

Oggi è festa di Gesù, santo, immacolato nella carità, figlio di Dio fin da prima della creazione del mondo. Sì, il mio occhio si ferma su Gesù, concepito uomo immacolato, figlio santo, fratello giusto. Anche oggi, nel pieno dell’Avvento, l’occhio si deve fermare sul Santo dei Santi, San Gesù di Nazareth, stella incandescente della nostra fede, prima ancora che fare l’elogio di luna Maria che vediamo brillare di luce indiretta nelle nostre notti, colpita dal sole mentre viaggia negli spazi siderali della Storia della salvezza. Per trovare la donna Maria di Nazareth occorre scavare perché è stata seppellita sotto una montagna di dogmi, leggende, visioni e devozioni.

 Dal libro della Genesi 3,9-15.20.
[Dopo che l’uomo ebbe mangiato del frutto dell’albero,] il Signore Dio lo chiamò e gli disse: «Dove sei?». 10 Rispose: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». 11 Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che sei nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare?». 12 Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». 13 Il Signore Dio disse alla donna : «Che hai fatto? ». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato». 14 Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché hai fatto questo, maledetto tu fra tutto il bestiame e fra tutti gli animali selvatici! Sul tuo ventre camminerai e polvere mangerai per tutti i giorni della tua vita. 15 Io porrò inimicizia tra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno». 20  L’uomo chiamò sua moglie Eva, perché ella fu la madre di tutti i viventi.

 Salmo 98/97,Rit. Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie
1Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo.
2Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
3Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele.
Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio.

4Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni!

 Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 1,3-6.11-12
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. 11 In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati – secondo il progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà – 12 ad essere lode della sua gloria, noi, che già prima abbiamo sperato nel Cristo.

Dal Vangelo secondo Luca 1,26-38
In quel tempo, 26 l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia, il Signore è con/in mezzo a te». 29 A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. 30 L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e 33 regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». 34 Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». 35 Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. 36 Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37 nulla è impossibile a Dio». 38 Allora Maria disse: « Eccomi, sono la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

SCELTI IN CRISTO PER ESSERE SANTI E IMMACOLATI NELLA CARITA'(Efesini 1).
Don Augusto Fontana

Oggi è festa di Gesù, santo, immacolato nella carità, figlio di Dio fin da prima della creazione del mondo. Ugo di San Vittore si esprime così: “Tutta la divina Scrittura costituisce un unico libro e quest’unico libro è Cristo, parla di Cristo e trova in Cristo il suo compimento” (De arca Noe, 2, 8). Noi oggi, come scriveva l’evangelista Giovanni (1,14), contempliamo “la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”. Noi oggi celebriamo la nostra liturgia con Gesù, uomo come noi “escluso il peccato”(Eb 4,15-16). Sì, il mio occhio si ferma su Gesù, concepito uomo immacolato, figlio santo, fratello giusto.
Quando in parrocchia moriva qualcuno, i parenti ci tenevano a incontrarmi per raccontare le virtù del defunto o defunta: “sorrideva sempre…amava i cani e la natura…gran lavoratore e mangiatore…” ecc. E poi mi chiedevano: “Lo dica questo durante la predica”. Ma io li deludevo perché nella liturgia dobbiamo soprattutto parlare di Gesù, della sua vita-morte-risurrezione in cui anche la vita del defunto riceve senso. Anche oggi, nel pieno dell’Avvento, l’occhio si deve fermare sul Santo dei Santi, San Gesù di Nazareth, stella incandescente della nostra fede, prima ancora che fare l’elogio di luna Maria che vediamo brillare di luce indiretta nelle nostre notti, colpita dal sole mentre viaggia negli spazi siderali della Storia della salvezza.

Un po’ di storia di questa festa[1].
L’8 dicembre 1854, dopo un’ampia consultazione dell’episcopato di tutto il mondo, Pio IX definiva il dogma dell’Immacolata Concezione di Maria con la Bolla Ineffabilis Deus: « ….con l’autorità di Nostro Signore Gesù Cristo, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e Nostra, dichiariamo, pronunciamo e definiamo che la dottrina la quale ritiene che la beatissima Vergine Maria, per singolare grazia e privilegio di Dio Onnipotente a lei concesso in vista dei meriti di Gesù Cristo, salvatore del genere umano, sia stata preservata da ogni macchia di colpa originale fin dal primo istante della sua creazione, è stata da Dio rivelata, ed è perciò da credere fermamente».
Già nel sec. IV, Procolo (+ 305), martire napoletano, dice che la Madre di Dio doveva essere formata «da un’argilla monda» come Adamo ed Eva prima del peccato e l’espressione è citata da Pio IX nella bolla Ineffabilis Deus con cui dichiara il dogma. Nel IX secolo in Irlanda si celebra una festa della «Concezione di Maria» fissata al 2 o 3 maggio. Nel XII secolo, i monasteri benedettini di Inghilterra la celebrano l’8 dicembre. Da questo momento la sua diffusione è rapida: Normandia, Lione, Belgio, Spagna, Francia, Italia e in alcuni monasteri della Germania. San Bernardo (1091-1153), un grande devoto di Maria, contestò la legittimità della festa da poco introdotta: tutte le creature nessuna esclusa hanno bisogno della redenzione di Cristo. Anche Tommaso di Aquino (1228-1274) è sulla stessa linea. Nella sessione VI del Concilio di Trento del 1546 alcuni padri conciliari chiesero la promulgazione di una definizione dogmatica dell’immacolata concezione. Alessandro VII (1655-1667) l’8 dicembre 1661 precisava il contenuto della concezione immacolata di Maria: la preservazione dell’anima della Vergine dalla colpa originale «a causa dei meriti di Gesù Cristo suo figlio, Redentore del genere umano». Dunque questo dogma nasce dalla Rivelazione biblica implicita e interpretata; e dalla devozione popolare.

Il peccato originale[2].
Molto di questa festa lo si deve alla teologia del “peccato originale” secondo Agostino (+430) un po’ manicheo, ma solo un po’. Il teologo Pelagio (+420) affermava che ogni uomo nasceva innocente, ma con la capacità di compiere il male, grazie al dono del libero arbitrio. Agostino gli si opponeva sostenendo che il peccato dei progenitori era ereditario per tutti i secoli dei secoli. Nel 418 il concilio di Cartagine si schierò con la posizione di Agostino e condannò come eretici i pelagiani. E noi restammo inchiodati lì fino ai giorni nostri.
Il dogma dovrebbe crescere e lievitare dall’interno, come afferma il Concilio Ecumenico Vaticano II (Dei Verbum, n. 8): «Questa Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo: cresce infatti la comprensione, tanto delle cose quanto delle parole trasmesse, sia con la contemplazione e lo studio dei credenti che le meditano in cuor loro sia con l’intelligenza data da una più profonda esperienza delle cose spirituali, sia per la predicazione di coloro che con la successione episcopale hanno ricevuto un carisma di verità. Così la Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio».
Dopo il Concilio Vaticano II° molti teologi, Vescovi e Papi hanno fatto barriera attorno alla dottrina del “peccato originale” con tenue aperture sul complesso dei dogmi. Dovremmo dare per scontato che una dottrina fondata su racconti così remoti come quelli della Genesi e sulle riflessioni dell’Apostolo Paolo (Rom. 5,12-21) contengano ‘rivestimenti’ culturali oggi improponibili e che la Chiesa si trovi nella necessità «di presentare, difendere ed illustrare le verità della fede divina con concetti e parole più comprensibili alle menti formate alla odierna cultura filosofica e scientifica» (Paolo VI, discorso del 11 luglio 1966 ai partecipanti al Simposio sul peccato originale tenutosi a Nepi).
Il Papa Benedetto XVI nella Catechesi del 10 dicembre 2008 aveva detto, tra l’altro: «Se, nella fede della Chiesa, è maturata la consapevolezza del dogma del peccato originale, è perché esso è connesso inscindibilmente con l’altro dogma, quello della salvezza e della libertà in Cristo. La conseguenza di ciò è che non dovremmo mai trattare del peccato di Adamo e dell’umanità in modo distaccato dal contesto salvifico, senza comprenderli cioè nell’ orizzonte della giustificazione in Cristo».
L’uomo non è in grado di ac­cogliere i doni divini in un solo istante, ri­chiede molto tempo per interiorizzare tutte le informazioni necessarie allo sviluppo completo delle sue strutture. Per questo nasce incompiuto e imperfetto. La possibilità di compiere il male, che ne consegue, accompagna tutto il suo processo sto­rico. Solo alla fine, quando Dio sarà «tutto in tutti» (1 Cor 15, 28) anche il male, il disordine, la morte saranno sconfitti. D’altra parte l’imperfezione delle creature si esprime in scelte negative che guastano le relazioni, deturpano la vita e inquinano anche la sua trasmissione alle nuove generazioni. Ogni creatura nasce con i limi­ti, le debolezze e le insufficienze causate dalle violenze, dalle idolatrie e dagli errori delle generazioni precedenti. La responsabilità degli umani è che molti diventino testimoni efficaci della potenza del Bene e della fecondità dell’Amore in modo che la Vita prevalga sulla morte.
Anche Gesù fatto in tutto simile a noi “eccetto che nel peccato” è stato tentato e ha dovuto fare delle scelte continue; come si può supporre che anche Maria, battezzata nella benevolenza originaria di Dio, abbia vissuto nella fatica della fede, come quando Gesù a 12 anni viene smarrito dai genitori « Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio… Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole… Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore» (Lc 2,43-50). I tre giorni di smarrimento anticipano la fatica di Maria nello smarrimento della croce e della tomba vuota.

Per trovare la Chiesa in Maria.
Per trovare la donna Maria di Nazareth occorre scavare perché è stata seppellita sotto una montagna di dogmi, leggende, visioni e devozioni.
A Nazaret. Dio si manifesta a una giovane donna, in una casa a Nazareth lontano da Gerusalemme, cuore religioso del paese. È forte il contrasto con l’annuncio al sacerdote Zaccaria nel tempio. “Dio sceglie quello che è stolto per il mondo… quello che è debole per il mondo… quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla…” (1Cor 1,27-29). Nazareth, “un paesino senza storia della meticcia Galilea, dal sacro al profano. Il cristianesimo non inizia al tempio, ma in una casa” (E.Ronchi).
A una donna. Gesù la chiamerà sempre Donna. È il nome che Adamo ha dato ad Eva: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta» (Gen 2,23). Venuto a mancare il vino a Cana Gesù le dice: «Donna, che vuoi da me?» (Gv 2,3-4). Gesù in croce vedendo sua madre e indicando il discepolo Giovanni disse: «Donna, ecco tuo figlio!». (Gv 19,26-27). Maria è la donna della creazione nuova o rinnovata (cf. Genesi 3,9-15.20). La chiesa è “donna” ricavata dal lato di Adamo, nata dal lato del crocifisso.
Rallegrati. In greco è Kaire! che vuol dire rallegrati! Non è un educato “buongiorno”, ma un saluto profetico. Il profeta Zaccaria, annunciando la venuta del re Messia, aveva esclamato: Rallegrati, figlia di Sion, esulta, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re (Zc 9,9). E tre secoli prima il profeta Sofonia aveva usato identiche parole: Rallegrati, figlia di Sion, manda grida di gioia, Israele (Sof,14). Maria, come sospetto, ascoltava le Sante Scritture e i racconti del suo popolo; intuisce dunque che il saluto la risucchia come protagonista dell’Ora del Messia.
Piena di grazia. (ebr. Hesed. Greco Karis=amore gratuito e performante). Papa Giovanni Paolo II aveva osservato che per rendere con più esattezza la sfumatura del termine greco (kekaritomene), non si dovrebbe dire semplicemente “piena di grazia”, bensì “resa piena di grazia” oppure “colmata di grazia“, il che indicherebbe chiaramente che non si tratta di bellezza o fascino personale ma di un amore gratuito e performante di Dio che è “ricco di grazia e di fedeltà” (Esodo 34,6). Il termine è adoperato nella Lettera agli Efesini 1,6: “a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto”. Per Paolo in Romani 5,15, ciò che è detto a Maria è per tutti gli uomini (la grazia di Dio e il dono concesso in[…] Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti gli uomini). Nella Lettera agli Efesini oggi abbiamo ascoltato: « In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato”. Maria è il concentrato di una destinazione universale per battezzati e non. “Non è piena di grazia perché ha detto “sì” a Dio, ma perché Dio ha detto “sì” a lei prima ancora della sua risposta. E lo dice a ciascuno di noi: ognuno pieno di grazia, tutti amati come siamo, per quello che siamo; buoni e meno buoni, ognuno amato per sempre, piccoli o grandi ognuno riempito di cielo” (E. Ronchi).
Il Signore è con te. Maria, forse, sa a chi erano state rivolte prima di lei: “Non temere io sarò con te” dice il Signore a Mosè, l’uomo dell’Esodo (Esodo 3, 12); “come sono stato con Mosè, così sarò anche con te”, parole rivolte da Dio a Giosuè, l’uomo che fa entrare Israele nella terra promessa (Giosuè 1, 15); “il Signore è con te uomo forte e valoroso” dice l’angelo a Gedeone quando annuncia la sconfitta dei Madianiti attraverso di lui (Giudici 6,12). Maria, forse, capisce che non sta ascoltando un complimento ma una vocazione e una missione a diventare una colonna della lunga storia di salvezza.
Eccomi. “Maria con la sua ultima parola rivela il nostro vero nome. Il nome dell’uomo è: «Eccomi!»”. (E.Ronchi).

Il Concilio Vaticano II° afferma: «In Maria la Chiesa ammira ed esalta il frutto più eccelso della redenzione e in lei contempla ciò che essa desidera e spera di essere» (Sacrosantum Concilium 103).


[1] Mi riferisco ad appunti di don Paolo Farinella
[2] Mi riferisco a studi del teologo Carlo Molari (articoli vari in ROCCA, Pro Civitate Christiana, Assisi, anni 2012, 2013, 2014, 2016)