24 gennaio 2021. Domenica 3a ord
SI FA PRESTO A DIRE “CONVERSIONE”

3° domenica ordinario B 

Preghiamo. O Padre, che nel tuo Figlio ci hai dato la pienezza della tua parola e del tuo dono, fa’ che sentiamo l’urgenza di convertirci a te e di aderire con tutta l’anima al Vangelo, perché la nostra vita annunci anche ai dubbiosi e ai lontani l’unico Salvatore, Gesù Cristo. AMEN
Dal libro del profeta Giona 3,1-5.10
Fu rivolta a Giona questa parola del Signore: «Àlzati, va’ a Nìnive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico». Giona si alzò e andò a Nìnive secondo la parola del Signore. Nìnive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta». I cittadini di Nìnive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli.  Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si convertì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.
Sal 24 Fammi conoscere, Signore, le tue vie.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza.
Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre.
Ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore.
Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 7,29-31
Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!
 Dal Vangelo secondo Marco 1,14-20
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

SI FA PRESTO A DIRE “CONVERSIONE”. Don Augusto Fontana
Si fa presto a dire “conversione!”.  Nella liturgia odierna persino Dio muta parere e decisioni: «si convertì[1] riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece» (Giona 3,10). Anche Gesù cambia idea di fronte alla preghiera della donna siro-fenicia (Mc 7,24-30).
Non so più quale povero prete abbia detto: «A 20 anni volevo convertire il mondo, a 40 anni ho incominciato a pensare a convertire la mia parrocchia, ora che di anni ne ho 80 sarà meglio che mi affretti a convertire me stesso». Io sono così, spiazzato da pagine bibliche dalle quali fatico ad estrarre, per la cinquantesima volta, gli imperativi del Signore, nascosti – come in una miniera – nelle sue buone notizie. Sono esausto e senza evidenti conversioni da narrare: nessuna caduta da cavallo, nessun tavolo delle imposte abbandonato lì, nessun albero di sicomoro su cui abbia lasciato brandelli di braghe per la curiosità di vedere Gesù, nessun pozzo di Sichar che mi abbia fatto centro nel cuore, nessuna barca o rete abbandonata, nessun tesoro trovato per cui sia valsa la pena vendere tutto per comprare quel campo. Nel mappamondo della mia vita non esiste la pietra miliare che ho visto in Ecuador e su cui è tracciata la linea ideale che divide il pianeta in due emisferi, o di qua o di là. Anzi: forse da tempo mi diverte tenere un piede di qua e uno di là, per non dover decidermi a riprendere el camino, a ricominciare. I cosiddetti recommençants “ricomincianti” esistono[2]. Né indifferenti, né catecumeni, dunque, ma battezzati che cercano di ripartire. Padre Henri Burgeois, fondatore del movimento, scriveva: «Bisogna rispondere ad un’attesa nuova. Perché se ne sono andati dalla Chiesa? Per una crisi profonda, magari dovuta a una esperienza traumatica causata da un lutto, da un divorzio, esperienza su cui non hanno ottenuto adeguata comprensione. È vero, c’è chi ha lasciato per problemi di tempo schiacciato dagli impegni di lavoro. Ma c’è pure chi è stato “bruciato” dal confronto con un sacerdote scorbutico o poco sensibile. E decidono di ricominciare per un motivo occasionale, magari l’incontro con un sacerdote a casa di amici; c’è chi vive un’esperienza spirituale forte, durante la visita a un monastero per esempio, o una emozione inattesa».
Io non sono capace di improvvise inversioni o radicali conversioni; mi accontenterei di una lenta crescita, di un’impercettibile mutazione genetica, di un lento evoluzionismo del mio essere e della mia storia verso la Cristificazione. Mi risuona un ritornello del poeta spagnolo Antonio Machado: «Caminante no hay camino; se hace camino al andar», per chi cammina non c’è già un sentiero, perché il sentiero lo traccia chi cammina. «Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri» (Salmo 24).
Il paradosso di Ninive.
Giona era un talebano, di quelli tosti che vogliono che esista l’inferno e digrignano i denti se qualcuno diffonde il sospetto che l’inferno non ci sia o, se c’è, che sia vuoto. Giona temeva che, alla fine, la misericordia di Dio avrebbe prevalso sul castigo promesso all’iniqua città di Ninive.  Dio lo aveva invitato ad andare a Ninive, in Assiria; ma lui aveva pensato bene di partire per Tarsis, in occidente e cioè in direzione opposta (Giona 1,3). Ninive non è scelta a caso: era odiosa per gli ebrei, simbolo di arroganza e crudeltà. Basta leggere il breve libro del profeta Nahum, interamente dedicato a Ninive e alla rovina decretata da Dio. L’Assiria aveva distrutto il Regno del Nord e minacciato seriamente la stessa Gerusalemme. Un ebreo non poteva provare che un senso di profonda avversione nei confronti di questo popolo, anche a distanza di anni quando ormai Ninive era stata distrutta. Il paradosso è che tale città, pagana e arrogante, sia presentata come esemplare nella conversione. Giona non fa a tempo a percorrerla tutta (“tre giornate di cammino”) che già tutti si convertono, dai grandi ai piccoli, e si fa penitenza dal re sino agli animali (3,7-9, versetti omessi dalla liturgia). Se anche gli asini e i cammelli si convertono, la lezione diventa severa. Il Signore aveva detto al profeta Ezechiele “Se invece che a Israele ti inviassi a popoli barbari, accoglierebbero meglio il tuo messaggio” (cf. Ez 3,4-7).
Il risultato della conversione dei niniviti provoca l’irritazione di Giona e il rimprovero di Dio per la sua grettezza. Anche fuori d’Israele si può trovare una reale apertura a Dio, addirittura superiore a quella di Israele.  Come si vede, c’è una forte prossimità spirituale al Nuovo Testamento e a Gesù, che davanti a un pagano esclama: “in nessuno, in Israele, ho trovato tanta fede” (Mt 8,10-12; Lc 7,9). E dirà anche: «Quelli di Nìnive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c’è più di Giona» (Matteo 12,41). Risultato? La pretesa della chiesa di moralizzare il mondo, la mia pretesa di convertire la parrocchia, la tua pretesa di chiedere conversioni altrui, diventano paradossalmente la fossa dove cadiamo, la pietra di inciampo e di scandalo.
Convertitevi e credete al vangelo.
Guardare, chiamare, lasciare, seguire: quattro verbi narrativi e teologici.

  1. Vide. È uno sguardo che punta su di me, mi mette a fuoco dalla folla, mi tira fuori dal mucchio grigio e anonimo della massa. Nel racconto del giovane ricco, lo sguardo esprime una intensa vibrazione di affetto: “fissatolo, lo amò” (Mc 10,21). Questa dello sguardo è una costante strutturale dei racconti biblici di chiamata: «Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Egli, alzatosi, lo seguì» (Marco 2,14). «Il Signore vide che Mosè si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”» (Esodo 3,4). Pare che dopo questi sguardi, fin dal grembo materno (cfr. Gal 1,15; 4,9), le cose non restino più quelle di prima, e la persona è destinata a diventare altra.
  2. Chiamò. Questa chiamata non accade durante una solenne liturgia al tempio nella città santa, come avvenne per il profeta Isaia, o mentre recitano salmi o fanno un digiuno rituale o un pellegrinaggio; li raccoglie nell’esercizio del loro duro mestiere, nel contesto feriale di una riva del lago di Galilea. A questo punto lo sguardo si fa voce. E’ Lui che chiama personalmente i discepoli, mentre nel giudaismo erano i discepoli che si sceglievano il rabbi. E’ una chiamata deduttiva: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre» (Geremia 20,7). “Vi farò diventare pescatori di uomini”. Marco per dire “pescatori” usa il termine greco “alieis”, Luca, più fine, usa il termine greco zogron (Lc 5,10) dal verbo zôgreô che letteralmente significa “catturare viventi”. Pietro e i suoi compagni saranno dei pescatori speciali: prenderanno i pesci-uomini non per farli morire, ma per farli rivivere. Infatti il “mare” – secondo la mentalità biblica – è simbolo del “male”.
  3. I verbi del discepolo: lasciare, seguire, verbi che dicono un distacco radicale (dal lavoro, dagli affetti) e una sequela immediata, generosa, totale. Ma una risposta così deve avere una spiegazione necessaria e sufficiente. L’unica ragione di tutto è in quel pronome personale: seguite-me. I quattro pescatori seguono Gesù “subito”, insiste Marco. Forse non perché conoscono le sue dottrine o regole di vita, ma perché lo sentono affidabile, gli fanno credito e gli consegnano tutto il loro futuro. Ancora una volta è credere/fidarsi/affidarsi il primo verbo per il discepolo, un verbo che contiene tutti gli altri: lasciare, seguire, testimoniare… È il verbo che proclameremo nella liturgia per declinarlo poi – subito – nella vita.

Mentre gettavano le reti.
 Chiamati non durante un Corso intensivo di esercizi spirituali, ma in ambiente e orario di lavoro. I battezzati laici hanno una propria vocazione in forza del Battesimo. C’è carenza di preti, ma più ancora di laici battezzati che vivano con più coscienza ed entusiasmo il loro servizio evangelico così come, per esempio, lo prospetta il Decreto sull’apostolato dei laici[3]: «Tutti i laici facciano gran conto della competenza professionale, del senso della famiglia, del senso civico e di quelle virtù che riguardano i rapporti sociali, come la correttezza, lo spirito di giustizia, la sincerità, la cortesia, la fortezza di animo: virtù senza le quali non ci può essere neanche una vera vita cristiana».

Fratel Carlo Carretto[4] ebbe a dire parole indigeste: « Francesco d’Assisi non volle essere prete perché aveva il carisma di sviluppare nella Chiesa una delle più grandi idee della mistica di tutti i tempi, l’idea del sacerdozio di tutti i battezzati, quella che in gergo teologico chiamiamo “sacerdozio dei fedeli”. Per molto tempo fui convinto che esistesse solo il sacerdozio dei preti e che il compito sacerdotale fosse demandato, come in antico, alla tribù di Levi. Io non sono un prete, ma quando offro me stesso e le creature che mi circondano al mio Altissimo Signore mi sento profondamente sacerdote. Non dimentichiamolo: nel battesimo diveniamo tutti sacerdoti. Ma che pericolo può correre la Chiesa di Gesù nell’affermare con forza che tutti i battezzati, uomini e donne, piccoli e grandi, sapienti e ignoranti, sono a pieno titolo sacerdoti? Tutti! Anche i peccatori! E lo sono non per loro merito, ma perché innestati in Cristo col battesimo diventano in Lui santi, profeti, sacerdoti (1°Lettera di Pietro 2, 9). Perché allora predicare con tanta insistenza questa grandezza solo per coloro che saranno ordinati preti dal Vescovo? E dare l’impressione, e non solo l’impressione, che i laici sono i paria della Chiesa e che non contano proprio nulla? Si direbbe proprio che ciò che conta per la Chiesa è il sacerdozio ministeriale e per esso consacra tutte le sue energie e aspirazioni. Il resto? Un riempitivo, una massa anonima. Una mucca da mungere quando occorrono i mezzi. Un panorama di teste a cui rivolgere rimproveri o consigli assennati».

Come i laici potranno esprimere il “lasciare barca, reti, parentele e seguire Lui”? Sapresti narrare le tue vocazioni?


[1] I “Settanta” traducono in greco dall’ebraico “metenòesen o theos”; dove il verbo metanoeô significa appunto convertirsi . La traduzione pare che sia stata fatta nei secoli II-I a.C.
[2] http://www.stpauls.it/jesus03/0306je/0306je42.htm
[3] Paolo VI (18 novembre 1965) Cap. 1 n. 4
[4] Carlo Carretto, nato ad Alessandria nel 1910 e morto a Spello nel 1988, ricoprì la carica di presidente dell’Azione Cattolica Italiana. Successivamente, entrò a far parte della congregazione laica dei piccoli fratelli di Gesù, fondata nel 1933 da Renè Voillaume




17 gennaio 2021. Domenica 2a ord
ANDARE, VEDERE, DIMORARE.

Domenica 2ª Tempo ordinario B

 Preghiamo. O Dio, che riveli i segni della tua presenza nella Chiesa, nella liturgia e nei fratelli, fa’ che non lasciamo cadere a vuoto nessuna tua parola, per riconoscere il tuo progetto di salvezza e divenire apostoli e profeti del tuo regno. Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal primo libro di Samuèle 3,3b-10.19
In quei giorni, Samuèle dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore chiamò: «Samuèle!» ed egli rispose: «Eccomi», poi corse da Eli e gli disse: «Mi hai chiamato, eccomi!». Egli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire!». Tornò e si mise a dormire. Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuèle!»; Samuèle si alzò e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quello rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». In realtà Samuèle fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: «Samuèle!» per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. Eli disse a Samuèle: «Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”». Samuèle andò a dormire al suo posto. Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuèle, Samuèle!». Samuèle rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta».Samuèle crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.
 Salmo 39 (40) R. Ecco, io vengo, Signore, per fare la tua volontà.
Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio.
Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».
«Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo».
Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 6,13-15.17-20
Fratelli, il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza.  Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo.  Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!
Dal vangelo secondo Giovanni 1,35-42
In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro. 

ANDARE, VEDERE, DIMORARE. Don Augusto Fontana
La chiamata dei discepoli e quella di Samuele potrebbero affondare le loro radici in un evento narrato nel del Libro dell’Esodo (3, 2-6): l’incontro di Mosè con il Roveto ardente sul monte Oreb:  L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?».  Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: «Mosè, Mosè!».  Rispose: «Eccomi!».  Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!».  E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe».  Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio.
Dunque «Voglio avvicinarmi a vedere…Non avvicinarti, togliti i sandali» che fa da contrappunto alla pagina evangelica: «“Maestro, dove dimori?”». Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui».
Fonte di questa attrazione è un misterioso fascino, come ci confida Geremia in una pagina autobiografica (20, 7-9): «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me. Così la parola del Signore è diventata per me motivo di scherno ogni giorno. Mi dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!”.  Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo».
E’ Dio ad avere l’iniziativa, come indica il vecchio sacerdote Eli al giovane apprendista profeta nel racconto che, forse, viene tramandato per spiegare il passaggio dalla centralità del sacerdozio rituale alla centralità del profetismo. La parola di Dio passa dal sacerdozio al profetismo, come una parola nuova e libera di Dio, più legata alla giustizia o ingiustizia nei confronti dei poveri che agli intrallazzi tra tempio e reggia. Samuele sarà voce del popolo di fronte agli errori e agli abusi della monarchia nascente, e non mera giustificazione del potere da parte della religione. Come ci ricorda il Salmo Responsoriale, l’essenziale è compiere la volontà di Dio, la sua prevalente attenzione per la giustizia nei confronti dei deboli piuttosto che ai sacrifici rituali.
Anche nel racconto evangelico la vocazione è un’attrazione, una seduzione. Qui la chiamata di Dio viene mediata da Gesù che si aggancia al desiderio e alla domanda curiosa dell’essere umano che cerca: «”Rabbì, dove dimori?”…”Venite e vedrete”». La risposta al fascino inizia con un seguire e un vedere e finisce con un restare a vivere con Lui: «Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno dimorarono con lui».
E’ il tema della chiamata, della vocazione. Ma attenzione ai riflessi condizionati: quasi istintivamente si pensa alla vocazione sacerdotale o religiosa. La Bibbia ci parla di chiamata come qualcosa che riguarda tutti. Dio per ciascuno di noi ha la strategia adatta, le ore sempre aperte. La chiamata non è condizionata da fasce orarie, come certi sportelli di ufficio, dalle…alle…
Se siamo solo attenti e ci sforziamo di riconoscere la sua voce, le sue chiamate sono tante e quotidiane. “Sto alla porta e busso. Se qualcuno mi aprirà, noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui“. (Apocalisse 3).
Gesù non si autoconsegna a scatola chiusa. Gesù vedrà (e vede) tentennare i suoi. «Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”» (Gv 6,66-67).
Sordità, fracasso, agitazione, superficialità, attivismo religioso, mode sono virus pericolosissimi per i quali non esiste vaccinazione preventiva e garantista.
Mentre i due credono di cercarlo, è Gesù che li nota, li sceglie, si volta e chiede “Che cercate?” ed essi rispondono secondo le loro possibilità: “Maestro, dove dimori?“. Per loro Gesù è un maestro come tutti gli altri, un uomo come tutti gli altri, che ha una casa e che si può visitare, per fare la richiesta di entrare nel club dei suoi discepoli. Ma Gesù non risponde indicando un luogo preciso. Nel tipico stile giovanneo, la sua risposta è allusiva e simbolica: “venite e vedrete“, ma la casa di Gesù non è indicata, e la frase successiva la potremmo rendere così: ” Dunque andarono e videro dove DIMORAVA e quel giorno DIMORARONO presso di lui”. Da notare che le famose parole della parabola della vite usano lo stesso verbo: “Io sono la vite e voi i tralci: DIMORATE in me, e io in voi“, e ancora “DIMORATE nel mio amore”. L’evangelista fa passare in secondo piano il luogo fisico dell’abitazione di Gesù, e mette in rilievo lo stare con lui. Ciò che i discepoli devono “vedere” non è un luogo, ma la persona di Gesù.
Dove e quando potrò fare esperienza di Gesù? Proviamo a pensare ad alcune frasi di Gesù:  – “Io sono con voi tutti i giorni ” (Mt 28,20).  – “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro“. (Mt 18,20) – “Questo è il mio corpo“.  “Avevo fame e mi avete dato da mangiare” (Mt 25).
Il filosofo Kierkegaard scriveva nell’Esercizio del cristianesimo: «Signore Gesù Cristo Tu non sei venuto al mondo per essere servito e quindi neppure per farti ammirare o adorare nell’ammirazione. Tu eri la via e la vita, Tu hai chiesto solo “imitatori”. Salvaci dall’errore di volerti ammirare o adorare nell’ammirazione invece di seguirti e assomigliare a Te».  Da Gesù si va non per riceverne rivelazioni metafisiche o donare sguardi adoranti quanto per condividerne, come possiamo, il suo servizio. E la sua preghiera.




10 gennaio 2021. Epifania pasquale di Gesù al Giordano
UNO SQUARCIO NEI CIELI

Battesimo del Signore nel Giordano

Preghiamo. Padre onnipotente ed eterno, che dopo il battesimo nel fiume Giordano proclamasti il Cristo tuo amatissimo Figlio, mentre discendeva su di lui lo Spirito Santo, concedi ai tuoi figli, rinati dall’acqua e dallo Spirito, di vivere sempre nel tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaìa 55,1-11
Così dice il Signore: «O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete. Io stabilirò per voi un’alleanza eterna, i favori assicurati a Davide. Ecco, l’ho costituito testimone fra i popoli, principe e sovrano sulle nazioni. Ecco, tu chiamerai gente che non conoscevi; accorreranno a te nazioni che non ti conoscevano a causa del Signore, tuo Dio, del Santo d’Israele, che ti onora. Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».
Salmo da Isaia 12.  Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza.
Ecco, Dio è la mia salvezza; io avrò fiducia, non avrò timore, perché mia forza e mio canto è il Signore; egli è stato la mia salvezza.
Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome, proclamate fra i popoli le sue opere, fate ricordare che il suo nome è sublime.
Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose eccelse, le conosca tutta la terra.
Canta ed esulta, tu che abiti in Sion, perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 5,1-9
Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità. Poiché tre sono quelli che danno testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono concordi. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è superiore: e questa è la testimonianza di Dio, che egli ha dato riguardo al proprio Figlio.
Dal Vangelo secondo Marco 1,7-11
In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

 

Antico Battistero a vasca – Puglia

UNO  SQUARCIO NEI CIELI. Don Augusto Fontana
Battesimo deriva dalla parola greca “baptizein” che significa “immersione”. Giovanni il Battezzatore aveva lanciato questo segno nelle acque del Giordano per fare memoria viva della liberazione di Israele dall’Egitto attraverso le acque del Mar Rosso. Era un rito ma più ancora un invito a cambiare vita: «si presentò Giovanni a battezzare nel deserto, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati». Gesù si mette in fila e partecipa alla riforma lanciata dal profeta Giovanni. Ma il vero Battesimo di Gesù avverrà durante la sua immersione nella morte ed emersione nella risurrezione come dice Giovanni in Marco 1,8: «Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo». Anche per noi il Battesimo rischia di restare un rito anagrafico. Paolo aveva scritto ai Galati (3,27): «Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo». Il Vescovo di Parma l’8 gennaio 2021 ci ha consegnato questa domanda: «Dobbiamo chiederci cosa cambierebbe nella nostra vita e nelle famiglie se non fossimo battezzati»; e ha aggiunto: «Non dobbiamo chiudere a chiave la fede relegandola a un fatto privato, perché ha una importante valenza sociale e politica». Gesù, infatti, da quel giorno inizia la sua vita pubblica di Rabbi raccogliendo una piccola comunità messianica.

Lancio una sfida. Se la vorrai raccogliere ti prego di osservare, in ascolto, le tre colonne e metterle a confronto. Il lavoro è già un po’ facilitato, avendo messo in grassetto alcune parole che ritornano nelle tre narrazioni/catechesi dell’Evangelista Marco.

Marco Capitolo 1
BATTESIMO

Marco Capitolo 9
TRASFIGURAZIONE

Marco da Capitoli 15 e 16
MORTE E RISURREZIONE

In quei giorni Dopo sei giorni il primo giorno dopo il sabato,
deserto …fiume Giordano li porta sopra un monte alto al luogo del Gòlgota
fu immerso… uscendo Fu trasfigurato E` risorto, non è qui.
lo Spirito discendere su di lui come colomba le sue vesti…bianche si divisero le sue vesti…. videro un giovane vestito d’una veste bianca
si presentò Giovanni…. accorrevano tutti gli abitanti confessanti i loro peccati E apparve loro Elia con Mosè Con lui crocifissero anche due ladroni…. il centurione che gli stava di fronte,
vide squarciarsi i cieli una voce dalla nube velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso.
«Tu sei il Figlio mio prediletto, in te mi sono compiaciuto».  «Questi è il Figlio mio prediletto; ascoltatelo!». «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!».
lo Spirito lo sospinse nel deserto Mentre scendevano dal monte, vi precede in Galilea. Là lo vedrete,

C’è una coerenza narrativa che mi sorprende. Quasi che i tre racconti siano come le famose Matrioske, le bambole russe, una dentro l’altra, tutte uguali fin nei minimi particolari. Occorre stare in allerta. Marco narra il Battesimo nel Giordano e la Trasfigurazione, con un occhio agli eventi pasquali. E carica il racconto di spezzoni e frammenti pasquali. Dunque, per capire il Battesimo di Gesù nel Giordano occorre accettare la sfida che ti ho lanciato e che spero tu abbia raccolto.
Si tratta di Epifanie, di Manifestazioni. Per rivelarci e per comprendere “Chi è lui e chi è il suo discepolo”. Ma soprattutto dove Lui ci sta portando: nel deserto, giù dal monte, nella Galilea delle genti.
<<Vide squarciarsi i cieli>>.
Tra i particolari che mi suggestiona maggiormente c’è quello del cielo che SI SQUARCIA e quella voce/parola che deborda dai cieli.
Il profeta Isaia (63, 7-19) percorrendo le tappe storiche di infedeltà e conversione del popolo,  si appellava alla fedeltà di Dio e terminava con una invocazione valida in tutti i tempi e circostanze: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!». Per cogliere questa immagine, è utile ricordare che nel tempio di Gerusalemme una volta all’anno, il sommo sacerdote entrava nel Santo dei Santi, cioè quella parte del tempio (dove per noi oggi c’è l’altare o il Tabernacolo) in cui veniva custodita l’ARCA DELL’ALLEANZA: era il luogo in cui si riteneva che fosse concentrata la presenza di Dio e proprio per questo nessuno poteva accedervi. Questa parte era separata dal resto del tempio da un tendone. Solo il sommo sacerdote poteva varcare quel limite ed entrare in contatto con Dio: un Dio pensato ormai come mistero lontano, staccato. Con Gesù questo velo cade e lo spazio tra l’uomo (terra) e Dio (cielo) è uno spazio senza diaframmi divisori; ormai è diventato inutile il gesto del sommo sacerdote di entrare oltre il “velo” una volta l’anno; anche nel momento della morte di Gesù, Marco ripresenta questa immagine: «Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo».
Possiamo capire meglio, alla luce di queste pagine, tutta la storia del nazareno e tutto il suo messaggio, ma questi cieli aperti su Gesù costituiscono un annuncio prezioso anche per ciascuno/a di noi. Sulla nostra piccola, povera e semplice vita, spesso travagliata ed affannata, il cielo è aperto. Non dobbiamo mai pensare che, per i nostri errori o per i nostri smarrimenti, per le nostre contraddizioni o fragilità, Dio abbia interrotto con noi la comunicazione, il dialogo. Il “cielo” sorride non sui “santi” o sui perfetti, ma proprio sulle persone come noi. Gesù ha annunciato, anzi ha fatto sperimentare, se così posso dire, a molte persone che Dio non cessa mai di sorriderci anche se il Suo sorriso qualche volta è oscurato dalle nostre o altrui nubi. Gesù ha incontrato molte persone che si erano ormai convinte che Dio le “giudicasse dall’alto dei cieli” e non riuscivano più a vedere il “cielo aperto”, cioè la pace con Dio, il Suo perdono, il Suo caldo invito a vivere con fiducia. La samaritana, la donna adultera, il centurione, l’emarginato di Gerasa: quanti, incontrando Gesù, videro riaprirsi i cieli…
E io?
1) Questa pagina evangelica può anche suonare per noi come un invito alla vigilanza e alla responsabilità. Poiché, se è vero che Dio non interrompe mai il dialogo con noi, è altrettanto vero che siamo noi che possiamo chiudere il cielo sopra di noi, cioè possiamo mettere Dio alla porta della nostra vita. Oggi è uno dei rischi più concreti. In questa società delle “cose” e degli “oggetti”, nella cultura del “vedo e tocco”, non c’è nulla di più facile che accantonare Dio come non evidente, non concreto. Se io Gli chiudo la porta della mia casa, Dio si lascia mettere fuori gioco. Forse, sempre più concentrati sui nostri desideri, sulla veloce giostra degli affanni e degli affari, il “Cielo” comincia a non interessarci più, a farsi lontano.  Concentrati su noi stessi, l’operazione di chiusura del Cielo avviene lentamente, quasi insensibilmente. Riusciamo a disfarci di Dio in modo gentile e Dio accetta il Suo tramonto nelle nostre vite senza buttarci nell’angoscia o farci penare nei sensi di colpa.
2) Qualche volta penso che forse anch’io ho vissuto e ho predicato in modo tale da aver chiuso i cieli per qualcuno. Potrebbe riferirsi proprio a noi cristiani la pagina che Matteo (23,13)  dirige verso alcuni farisei: “Voi chiudete agli uomini la porta del regno di Dio: non entrate voi e non lasciate entrare quelli che vorrebbero entrare”.




6 gennaio 2021. Epifania
DALLA LEGGENDA ALL’INCANTO.

Epifania
Preghiamo. O Dio, che in questo giorno, con la guida della stella, hai rivelato alle genti il tuo unico Figlio, conduci anche noi, che già ti abbiamo conosciuto per la fede, a contemplare la grandezza della tua gloria. Per Gesù nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 60,1-6
Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti. Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Màdian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore.
Salmo 71  Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.
O Dio, affida al re il tuo diritto, al figlio di re la tua giustizia;
egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia e i tuoi poveri secondo il diritto.
Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace, finché non si spenga la luna.
E dòmini da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra.
I re di Tarsis e delle isole portino tributi, i re di Saba e di Seba offrano doni.
Tutti i re si prostrino a lui, lo servano tutte le genti.
Perché egli libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero e salvi la vita dei miseri.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 3,2-3a.5-6
Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero. Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.
Dal Vangelo secondo Matteo 2,1-12
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

ANNUNZIO DEL GIORNO DELLA PASQUA. Dopo la proclamazione del Vangelo.
Fratelli e sorelle carissime, la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno. Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza. Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, che culminerà nella domenica di Pasqua il 4 aprile.  In ogni domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte. Dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi:  Le Ceneri, inizio della Quaresima, il 17 febbraio. L’Ascensione del Signore, il 16 maggio. La Pentecoste, il 23 maggio. La prima domenica di Avvento, il 28 novembre.  Anche nelle feste della santa Madre di Dio, degli apostoli, dei santi e nella commemorazione dei fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra proclama la Pasqua del suo Signore.  A Cristo che era, che è e che viene, Signore del tempo e della storia, lode perenne nei secoli dei secoli. Amen.

Dalla leggenda all’incanto. Don Augusto Fontana
E’ difficile liberarci da accessori leggendari  di questa festa per entrare nell’omelia dell’evangelista. La leggenda coccola gli appetiti fantastici, la profezia li turba. Matteo ricopriva, nella sua comunità, quel ruolo che nella sinagoga veniva chiamato “Meturgheman”, colui che traduceva e dava spiegazioni sul Targum, Bibbia tradotta in dialetto aramaico. Matteo, mentre narra Gesù, sfoglia questa Bibbia. E’ alla ricerca di pagine che lo aiutino a meditare sull’evento di Gesù “re dei giudei” rifiutato dai teologi della propria religione, dai poteri costituiti e misteriosamente accolto da pagani impuri. Ne esce un racconto «molto leggendario, però ricchissimo di contenuti simbolici e prefigurativi»[1] (Matteo 2,1-12). E ne nasce anche una festa liturgica che nelle mani del cattolicesimo occidentale si è un po’ sottosviluppata. Il monaco Enzo Bianchi, ci ricorda: «Per il cristianesimo orientale, il Natale è una festa piccola; la grande festa – che corrisponde al nostro Natale – è l’Epifania. Nel primo millennio l’Epifania celebrava, nell’unico giorno, la venuta dei magi, il Battesimo nel Giordano, le nozze di Cana, come dice ancora oggi l’antifona dei Vespri : «Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo…». Anche per la Chiesa del primo millennio l’importante della vita di Gesù è dal Battesimo in poi, perché il Battesimo è la manifestazione ad Israele, le Nozze di Cana la manifestazione ai discepoli, l’Epifania la manifestazione alle genti, ai popoli lontani. Queste tre grandi manifestazioni vengono incluse nell’ Epifania chiamata addirittura Teofania, cioè manifestazione di Dio»[2].
Attorno a Gesù, Matteo mette in scena alcuni personaggi, chiamati màgoi, astrologi o osservatori del cielo stellato provenienti da non si sa dove. Certamente non sono giudei. Gli offrono la loro presenza. Ed anche i prodotti della loro tradizione, dei loro rituali e della loro economia che hanno evocazioni e profumi misteriosamente cultuali, messianici, pasquali. Una stella, poi, fa impazzire teologi, biblisti e astrologi, fa sognare uomini e donne dell’Oroscopo, emoziona coreografi di presepi. Tutti gli antichi credevano che quando nasceva un uomo si accendesse una stella. Anche gli israeliti avevano accolto la misteriosa profezia di un veggente pagano, Balaam: «Una stella spunta su Giacobbe,un uomo sorge da Israele»[3]. Occhi puntati, dunque, verso le tenebre della storia in attesa che il Messia ebreo vi tracciasse dentro la sua scia di vivaci speranze. La stella/simbolo appare, scompare, riappare, si sposta, si ferma; «perfino un antico commento latino osserva che qui Matteo sta esagerando. Evidentemente non sta parlando di una cometa o di un altro qualsiasi fenomeno astrologico. E’ come se parlasse di un angelo»[4]. E’ come se parlasse dei segni dei tempi, delle nostre tormentate coscienze, delle pagine scritte e non scritte dei nostri giornali. Ottant’anni anni dopo la morte/resurrezione di Gesù, la comunità ricorda che già nella casa (“casa” e non “grotta”) di quell’infanzia ecclesiale avevano incominciato a circolare stranieri inattesi (senza Bibbie o Encicliche in tasca) e doni provenienti da lontane tradizioni e rituali, simbolo di un’adorazione liturgica ad alta densità di significato messianico: «Che il Messia viva e gli sia dato oro di Saba» (Salmo 72, 15). Gesù detto Cristo non è più il Dio tribale, la proprietà privata di un club di devoti. In quella casa giungono uomini con percorsi zigzaganti, inconsueti, extra-mappe, orripilanti per occhi e orecchi troppo catto-devoti. Inizia la Cristofania, la trasparenza, a dispetto di ogni requisizione e aggiotaggio degli “eredi aventi diritto” (Efesini 3, 2-6). Il palcoscenico creato da Matteo, infatti, così riscaldato e illuminato da annunci e luci sconfinanti, possiede anche una parete ammuffita. Si vedono profilarsi ombre di sapienti rabbini, barbogi teologi dalla facile citazione testuale. E, fornicante con loro, un agitatissimo capetto volgare e machiavellico, Erode. Tutti lì a sfogliare pagine di Santa Scrittura, pietrificate dalla loro abitudinarietà e dai loro privati e minacciati interessi. Eppure anche in quelle mani si è conservata la secolare Rivelazione.
«Vi sono dunque due coordinate che consentono di individuare il luogo in cui si trova il Messia: la stella e la Bibbia. La stella che rappresenta i segni dei tempi, le occasioni della storia e anche, più banalmente, i casi della vita. E’ il Verbo iscritto nella creazione, il linguaggio silenzioso delle cose.  La stella conduce vicino all’evento messianico, ma da sola non raggiunge il bersaglio: occorre anche la verifica della Santa Scrittura. I magi non vanno direttamente a Betlemme, si fermano a Gerusalemme. E’ da Gerusalemme che esce la Torà, la Parola del Signore. Solo nella congiunzione fra la stella apparsa ai pagani e la parola custodita da Israele è possibile individuare l’evento del messia. La stella conduce alla Scrittura e la Scrittura riattiva la stella: insieme conducono al luogo dove si trova l’Emmanuele, il Dio-con-noi. E’ a quel momento che la stella si ferma, la parola si fa evento e noi siamo ricolmi di una grandissima gioia»[5]. Il Libro Santo e la vita celebrano un bel matrimonio. Ma mi picchia nel cuore un martellante interrogativo; cosa vuol dirmi la Rivelazione con quello strano finale: «Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese»? Aggirano Gerusalemme e tornano ai confini. Padre Balducci forse una risposta l’ha trovata: «Non c’è più nessuna città santa, perché è la terra che è santa. Non c’è più una casta sacra che domina e dirige le speranze, perché le speranze camminano secondo il movimento dello Spirito. Gesù dirà – in contrapposizione perfetta alle parole di Isaia (Isaia 60, 1-6) –  non che i popoli verranno verso Gerusalemme, ma che i suoi discepoli andranno fino ai confini della terra. La salvezza viaggerà verso i confini. Ecco la novità del vangelo»[6].
Tu, O Dio, danzi con tutti. E io non sono geloso.
Occorre tornare a rivisitare le nostre speranze e le nostre certezze relative alla volontà di salvezza universale da parte di Dio. Recentemente il dibattito ecumenico si è imbarbarito, dopo fasi alterne di positivi avvicinamenti e di letargo. Occorre anche rendere stima e onore a tutti coloro che hanno continuato a navigare con prudenza e con apertura critica verso un ecumenismo che ha le sue radici teologiche anche nel genio di Paolo, frutto dell’incrocio creativo (non esente da tensioni) del suo cuore ebraico, della sua mente greca e della sua vita romana: «per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero di Cristo: che i pagani e i non circoncisi cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo. A me è stata concessa questa grazia di annunziare a loro le imperscrutabili ricchezze di Cristo»[7].  Dobbiamo continuare a restare aperti, a diffondere la cultura dell’integrazione reciproca, a cercare e creare occasioni di incontro contro ogni gelosia religiosa e teologica, a frenare ogni strisciante predicazione che porti il Padre di Gesù a ridiventare un Dio tribale, confessionale ed esclusivista. Il Card. Montini, nella sua prima Lettera Pastorale (Quaresima 1955 “Omnia nobis est Christus”) si faceva profeta della speranza con queste parole che sembrano scritte per noi: «Dall’inquietudine degli spiriti laici e ribelli e dall’aberrazione delle dolorose esperienze umane, prorompe fatale una confessione al Cristo assente: di Te abbiamo bisogno. Di te abbiamo bisogno, dicono anche altre voci isolate e disparate: ma sono molte oggi e fanno coro. E’ una strana sinfonia di nostalgici che sospirano a Cristo perduto: di pensosi che intravedono qualche evanescenza di Cristo; di generosi che da Lui imparano il vero eroismo; di sofferenti che sentono la simpatia per l’Uomo dei dolori; di delusi che cercano una parola ferma, una pace sicura; di onesti che riconoscono la saggezza del vero Maestro; di volenterosi che sperano di incontrarlo nelle vie diritte del bene; di convertiti che confidano la loro avventura spirituale e dicono la loro felicità per averLo trovato».


[1] Alberto Mello Evangelo secondo Matteo,Ed Qiqajon, 1995. 
[2] Appunti dal Corso tenuto a Bose da Enzo Bianchi: Dal Gesù della storia al Cristo della fede.
[3] Libro dei Numeri 24,17
[4] A. Mello op. cit. pag. 67.
[5] A. Mello op. cit. pag. 68-69.
[6] E.Balducci Il mandorlo e il fuoco,Borla, Vol. 3 pag. 72.
[7] passim Lettera agi Efesini cap. 3




3 gennaio 2021. 2a domenica dopo Natale
QUANDO LA POLVERE E’ DIVENTATA CARNE.
P. Ermes Ronchi

Preghiamo. Padre di eterna gloria,  che nel tuo unico Figlio ci hai scelti e amati prima della creazione del mondo e in lui, sapienza incarnata, sei venuto a piantare in mezzo a noi la tua tenda, illuminaci con il tuo Spirito, perché accogliendo il mistero del tuo amore, pregustiamo la gioia che ci attende, come figli ed eredi del regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 Dal libro del Siràcide 24,1-4.12-16
La sapienza fa il proprio elogio, in Dio trova il proprio vanto, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria. Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria, in mezzo al suo popolo viene esaltata, nella santa assemblea viene ammirata, nella moltitudine degli eletti trova la sua lode e tra i benedetti è benedetta, mentre dice: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti” . Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato, per tutta l’eternità non verrò meno. Nella tenda santa davanti a lui ho officiato e così mi sono stabilita in Sion. Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere. Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell’assemblea dei santi ho preso dimora».

Sal 147 .  Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi.
Celebra il Signore, Gerusalemme, loda il tuo Dio, Sion, perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte, in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.

Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fiore di frumento. 
Manda sulla terra il suo messaggio: la sua parola corre veloce.
Annuncia a Giacobbe la sua parola, i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.
 Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 1,3-6.15-18
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.  Perciò anch’io [Paolo], avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,1-5.9-14).
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Quando la polvere è diventata carne
padre Ermes Ronchi (04-01-2004)

«In principio era il Verbo e il Verbo era Dio». Vangelo immenso che ci impedisce piccoli pensieri, che opera come uno sfondamento verso l’eterno, verso l’«in principio», verso il «per sempre». Per assicurarci che c’è un senso, un progetto che ci supera, che non viviamo i nostri giorni solo attorno al breve giro del sole, che non viviamo la nostra vita solo dentro il breve cerchio dei nostri desideri. Ma che c’è come un’onda immensa che viene a infrangersi sui nostri promontori e a parlarci di un Altro, che è Primo e Ultimo, vita e luce del creato.

«E il Verbo si è fatto carne». Dio ricomincia da Betlemme. Il grande miracolo è che Dio non plasma più l’uomo con polvere del suolo, dall’esterno, come fu in principio, ma si fa lui stesso polvere plasmata, bambino di Betlemme e carne universale. Da allora c’è un frammento di Logos in ogni carne, qualcosa di Dio in ogni uomo. C’è santità, almeno incipiente, e luce in ogni vita. Dio accade ancora nella carne della vita, la mia. Accade nella concretezza dei miei gesti, abita i miei occhi, le mie parole, le mie mani perché si aprano a donare pace, ad asciugare lacrime, a spezzare ingiustizie. E se tu devi piangere, anche lui imparerà a piangere. E se tu devi morire anche lui conoscerà la morte. E nessuno potrà più dire: qui finisce la terra, qui comincia il cielo, perché ormai terra e cielo si sono abbracciati. E nessuno potrà dire: qui finisce l’uomo, qui comincia Dio, perché creatore e creatura si sono abbracciati e, almeno in quel neonato, uomo e Dio sono una cosa sola. Almeno a Betlemme. E quegli occhi sono gli occhi di Dio, è la fame di Dio, è l’umiltà di Dio.

«A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio». Senso ultimo della storia: per questo Cristo è venuto. Dopo il suo Natale è ora il tempo del mio Natale: Cristo nasce perché io nasca. Nasca nuovo e diverso. La sua nascita vuole la mia nascita. Dall’alto. La Parola di Dio è come un seme che genera secondo la sua specie, genera figli di Dio. Se appena viene accolta. Accogliere, verbo che genera. Accogliere, nostro compito umanissimo. L’uomo diventa ciò che accoglie in sé, l’uomo diventa la Parola che ascolta, l’uomo diventa ciò che lo abita. Vita vera, vita di luce è essere abitati da Dio. Tutte le parole degli uomini ci possono solo confermare nel nostro essere carne, realtà incompleta e inaffidabile. Ma il salto, l’impensabile accade con la Parola che genera la vita stessa di Dio in noi. Ecco la vertigine: la vita stessa di Dio in noi. Questa è la profondità ultima del Natale. Oltre, c’è solo il roveto inestinguibile.




1 gennaio 2021
BENEDETTO

1 Gennaio 2021

Preghiamo. Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi, donaci il tuo Spirito, perché tutta la nostra vita nel segno della tua benedizione si renda disponibile ad accogliere il tuo dono. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio…
Dal libro dei Numeri 6, 22-27
Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro:Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò».
Salmo 66  Dio abbia pietà di noi e ci benedica.

Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine, governi le nazioni sulla terra.
Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati 4,4-7
Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca 2,16-21
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

 BENEDETTO[1]

La liturgia della Parola di questo primo giorno del nuovo anno ci parla, tra le altre cose, della benedizione. Nella prima lettura è Dio che benedice l’uomo. Nella seconda lettura è l’uomo che benedice Dio, gridando a Lui: “Abbà!”. Nel Vangelo sono i pastori che, tornando da Betlemme benedicono Dio per tutto ciò che hanno visto e udito. A capodanno chiediamo a Dio la sua benedizione, in modo speciale. 

Ma cos’é una benedizione?
In ebraico il verbo bārak  significa dotare di forza vitale e il sostantivo berākā  significa forza salutare, vitale. I due termini hanno anche il significato di inginocchiarsi e ginocchio che in oriente sono un eufemismo, cioè un modo attenuato e indiretto, per indicare gli organi sessuali maschili. In sintesi: benedire significa trasmettere la propria capacità generativa ad un altro rendendolo fecondo. L’azione del benedire è unica, si può dare cioè una sola volta nella vita e non può più essere revocata. In Genesi 27, Giacobbe, complice la madre, inganna il padre Isacco e ruba la sua benedizione che era destinata invece al primogenito Esaù suo fratello maggiore. Esaù, appena se ne rende conto, corre dal padre e implora per sé la benedizione, ma il padre Isacco non può fare nulla perché benedicendo il figlio minore, che per questo resterà benedetto per sempre (v. 33), si è svuotato definitivamente di tutta la sua capacità generativa. Con buona pace dei cattolici che continuano a chiedere benedizioni dei muri delle case, di indumenti o auto, quando Dio “benedice” lo fa una sola volta per sempre e la sua benedizione non ha scadenza come le mozzarelle! Il problema allora non è “essere benedetti” ma “vivere da benedetti”. Quando nella Liturgia il presbitero “benedice” il popolo, non duplica, non moltiplica, ma invita a fare memoria dell’unica, originaria e irrevocabile benedizione della Creazione e del Battesimo. Semmai è come se dicesse «Dio ci ha benedetti una volta per tutte in Cristo. Ora andiamo e viviamo da benedetti e non da maledetti».  Dio mantiene le sue benedizioni promesse.  Si narra che Rabbi ‘Aqiba si recò, con altri rabbini e discepoli, sulle rovine del Tempio distrutto. E videro uscire una volpe dalle macerie di quello che fu il Tabernacolo, il luogo più Santo del Tempio. Si misero a piangere tutti, ricordandosi le promesse dell’Eterno: «Distruggerò il vostro Tempio e lo farò abitare da volpi e sciacalli!». Con i loro occhi stavano vedendo la prova che l’Eterno non manca mai di realizzare le sue promesse. E piangevano, piangevano. Ma Rabbi ‘Aqiba si mise a ridere fra lo stupore di tutti. Di fronte alle scandalizzate rimostranze dei presenti, disse: «Rido perché se l’Eterno mantiene le promesse di distruzione, non mancherà di mantenere presto anche le promesse di redenzione»[2].

  • Benedetti noi.

Chiediamo la benedizione di Dio sull’anno nuovo, sui nostri progetti, le attività quotidiane, gli incontri, il lavoro. “Benedire” (che deriva dal greco “eu-loghia”) significa “dire bene”. Se Dio ci bene-dice, vuol dire che dice-bene-di-noi: è contento, approva ciò che stiamo facendo.  “Porranno il mio nome sugli israeliti” è un’espressione semitica che indica il favore divino. Questo è il sogno di ognuno di noi: avere il favore di Dio.  In fondo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rom 8,31). Dio talvolta “dice-bene-di-noi” (benedice).
C’è una pagina della Bibbia che ci spiega il senso della benedizione di Dio.
All’inizio del libro di Giobbe, viene raccontata una strana scena, che si svolge in cielo: si tratta di un dialogo tra Dio e satana. Dio dice a satana: “Hai visto il mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio e sta lontano dal male”. La pagina ci ricorda anche l’elogio che Gesù fa di Giovanni Battista (Matteo 11,11): «In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».
Dio dice-bene-di Giobbe e di Giovanni Battista e di ogni “piccolo”. Come quando dei genitori si vantano di un figlio e ne dicono bene. E in questo momento, Dio cosa sta dicendo di me? Non sarebbe bello che, proprio ora, Lui stesse dicendo a satana: “Hai visto la mia serva Anna, Maria, il mio servo Giovanni…”….Ciascuno provi a mettere ora, sulle labbra di Dio, il proprio nome. E si immagini questa scena: Dio che si compiace di te, davanti al suo e tuo avversario. Che Dio dica-bene-di noi dipende anche da  noi. Questo è uno dei motivi per cui la prima lettura, parlando della benedizione agli israeliti, ha tutti i verbi al congiuntivo, non all’indicativo: ti benedica, ti protegga, faccia brillare, ti sia propizio, rivolga, ti conceda…Perché questi verbi passino all’indicativo è necessario il “sì” dell’uomo a Dio. Perché questi desideri di Dio su di me divengano realtà c’è bisogno di me. Solo io posso rendere possibile questa benedizione. Anche nella liturgia si dice sempre “Vi benedica Dio onnipotente…”, oppure “il Signore sia con voi”, oppure “Dio onnipotente abbia misericordia, perdoni, vi conduca”…Benedire non è qualcosa di automatico, e neppure un gesto magico. É il sigillo e l’approvazione che Dio pone sulle nostre scelte, sulla nostra vita, vissuta rettamente, secondo la sua Parola. É Dio che ti dice: “Così va bene”. Anche se gli altri ti mettono i bastoni tra le ruote, o ti maledicono, o ti allontanano. Oggi ci dovremmo porre la domanda più importante di quest’anno: “Signore, cosa dici di me?”.  Noi spesso ci teniamo tanto che gli altri parlino bene di noi! Siamo più preoccupati della benedizione degli uomini, che di quella di Dio. Oggi la Parola di Dio ci mette una pulce nell’orecchio: l’unica cosa che conta è il punto di vista di Dio. “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Lc 6,26). 

  • Benedetto Dio!

Ma c’è, brevemente, un altro aspetto che emerge dalla liturgia odierna. La Parola di Dio ci mostra come anche l’uomo debba benedire Dio. Quando l’ebreo benedice Dio usa sempre il participio passato passivo bārûk-benedetto perché in Dio la benedizione è uno «stato» permanente della sua persona, mai un augurio. Non dice «Sia benedetto!» (che indica un compiersi nel tempo) ma «Dio è Benedetto». Sempre. Lui è  la benedizione. Ma tale benedizione, che esce dalle nostre labbra, è possibile solo se Dio ci dona il suo Spirito, ci dice la seconda lettura. É lo Spirito che grida nel nostro cuore la benedizione più grande: “Abbà, papà!”. Senza lo Spirito Santo è difficile benedire Dio. I nostri occhi si fermano alla superficie, non riescono a vedere a un palmo dal naso. La carne fa resistenza. Molte persone non riescono più a dire- bene di Dio, da molti anni. Sono rimaste ferite da sofferenze e prove: hanno attribuito a Dio il male ricevuto. Perché dovrei dire-bene di Dio? Solo lo Spirito Santo può aprire i loro occhi e far vedere loro oltre. Il primo frutto della presenza dello Spirito è questo desiderio di benedire. Finalmente lo Spirito Santo ci fa vedere Dio com’è, ci fa riconoscere il suo volto. Nel Vangelo abbiamo sentito come, i pastori assistono all’apparizione dell’angelo “e la gloria del Signore li avvolse di luce”. É questa luce che permette loro di riconoscere Dio in un bambino, come anche di diventare testimoni delle meraviglie di Dio e di benedirlo, lodarlo e glorificarlo per ogni cosa.

Un anno per desiderare, vegliare, volere.
 Un racconto ebraico narra di un rabbino che chiese al Messia quando sarebbe arrivato. Il Messia rispose: «Domani». Il rabbino tornò a casa e si mise ad aspettarlo. Il Messia però non venne e il rabbino si infuriò con lui perché gli aveva mentito; andò ad esprimere la sua collera al profeta Elia, ma questi gli disse: « Ti sbagli, il Messia non ha mentito. Ha detto “Domani”, ed è vero; però significa “Quando lo desidererai, quando sarai pronto, quando lo vorrai”».
Scrive Bonhoeffer sei mesi prima di venire impiccato dai nazisti: «La cosa principale è che si tenga il passo di Dio, che non si continui a precederlo di qualche passo, ma nemmeno che si resti indietro di qualche passo» (Resistenza e Resa, 1969, pag. 163).  Nel Vangelo di oggi si dice che, dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo, i pastori “andarono in fretta” a Betlemme. Come aveva fatto prima Maria, dirigendosi “in fretta” verso la casa di Elisabetta. Tanto Maria come i pastori colgono l’urgenza dell’ “oggi” e di fronte al quale non è ammissibile nessun ritardo o disattenzione. E’ l’atteggiamento del credente che cerca di stare al ritmo dei passi di Dio. Destinatari della buona notizia si trasformano in annunciatori della medesima e iniziano “ad annunciare ciò che l’angelo aveva detto di questo bambino”.
Si sottolinea, anche, l’atteggiamento di Maria: “Maria da parte sua custodiva questi eventi e li meditava nel suo cuore“. Il verbo greco tradotto come “conservare/custodire” è syntereo, che significa letteralmente “custodire con accuratezza qualcosa di prezioso e di valore“. L’altro verbo tradotto come “meditare” è il verbo greco symballo, che significa letteralmente: “mettere insieme due realtà che sono separate”, “confrontare“. Suppone un atteggiamento dello spirito che crea sintesi, che riesce a trovare una logica in mezzo a cose o situazioni apparentemente senza senso. Il verbo greco è coniugato al tempo perfetto, il che indica un’azione ripetuta, continua. Luca, quindi, descrive Maria come una discepola che legge continuamente gli avvenimenti per scoprire il loro significato più profondo, modello per ogni credente, chiamato a scoprire il mistero e la presenza del Dio nel “prendersi cura” della creazione, del prossimo, della pace. Già, la PACE!


[1] Mi avvalgo di riflessioni di don A.Bellinato e di Don P. Farinella.
[2] De Benedetti in “Ciò che tarda avverrà”. Ed Qiqajon, Bose




27 dicembre 2020. Famiglia di Nazareth
GESU’ SULLE BRACCIA DEL TEMPIO E DI NAZARETH

Preghiamo. O Dio, nostro creatore e Padre,  tu hai voluto che il tuo Figlio crescesse in sapienza, età e grazia nella famiglia di Nazaret; ravviva in noi la venerazione per il dono e il mistero della vita, perché diventiamo partecipi della fecondità del tuo amore.  Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal libro della Gènesi 15,1-6; 21,1-3
 In quei giorni, fu rivolta ad Abram, in visione, questa parola del Signore: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». Rispose Abram: «Signore Dio, che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Elièzer di Damasco». Soggiunse Abram: «Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede». Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore: «Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede». Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia.  Il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso. Sara concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato. Abramo chiamò Isacco il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito.

Salmo 104 . Il Signore è fedele al suo patto.
Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome, proclamate fra i popoli le sue opere.

A lui cantate, a lui inneggiate, meditate tutte le sue meraviglie.
Gloriatevi del suo santo nome: gioisca il cuore di chi cerca il Signore.
Cercate il Signore e la sua potenza, ricercate sempre il suo volto.
Ricordate le meraviglie che ha compiuto, i suoi prodigi e i giudizi della sua bocca,
voi, stirpe di Abramo, suo servo, figli di Giacobbe, suo eletto.
Si è sempre ricordato della sua alleanza, parola data per mille generazioni,
dell’alleanza stabilita con Abramo e del suo giuramento a Isacco.
Dalla lettera agli Ebrei 11,8.11-12.17-19
 Fratelli, per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare.  Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza». Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo.

Dal Vangelo secondo Luca 2,22-40
 Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo (unto, consacrato) del Signore.  Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

GESU’ SULLE BRACCIA DEL TEMPIO E DI NAZARET. Don Augusto Fontana
Luca mette in campo una solenne scenografia liturgica dopo essersi ispirato al profeta Malachia (3,1-4): «Ecco, io manderò un mio messaggero … e subito il Signore che voi cercate entrerà nel suo tempio …. perché possiate offrire al Signore un’offerta secondo giustizia».
Nel Tempio a Gerusalemme la scena è affollata da molti personaggi:

  • il Bambino, che nei versetti precedenti alla lettura odierna, viene circonciso e gli viene dato il Nome Gesù (“Jeshuah=Dio salva”), e ora è proclamato “Cristo del Signore”.
  • la Legge (Toràh): nominata 5 volte: «secondo la Legge…come è scritto nella Legge…come prescrive la Legge….per fare come la Legge prescriveva…secondo la Legge del Signore». Presenza ingombrante. La “Legge di Mosè” diventa subito “la Legge (la Parola) del Signore”. E’ gente che si muove come una vela gonfiata dal vento della Parola.
  • Maria e Giuseppe (Miriam e Ioseph); tutto si svolge attorno a loro e al “bambino”.
  • lo Spirito Santo – nominato 3 volte – c’è ma non si vede; se ne vedono solo gli effetti.
  • Simeone (Scimehon=”Dio ha ascoltato”) il vecchio, che rappresenta le braccia secche e bimillenarie di Israele che ricevono finalmente il fiore della vita.
  • Anna (Hanna=”Favore di Dio”), profetessa vedova; ha l’età di tutta l’umanità che ancora non ha visto il volto di Dio ed è vedova, come Israele che ha perso Dio-Sposo e vive una vita di attesa, con dolore (digiuni) e desiderio (preghiere).

Il Tempio accoglie. La Legge (Torah, Parola), ascoltata, genera l’evento. Simeone e Anna parlano e cantano. Maria e Giuseppe compiono riti in silenzio e «si stupivano delle cose che si dicevano di lui». Una vera Liturgia.
E io dove sono? Seduto in platea a guardare stancamente una commedia vista e rivista o a cantare in coro e a stupirmi delle cose che vengono dette di Lui?

Quando la vita viene “celebrata”.
Si tratta allora, per Luca, del primo ingresso di Gesù nel Tempio.  Luca sembra collegarci anche con l’episodio della consacrazione del giovane Samuele da parte di sua madre Anna al tempio di Silo (1 Samuele 1,22-28: « Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho chiesto. Perciò anch’io lo dò in cambio al Signore: per tutti i giorni della sua vita egli è ceduto al Signore»); in questo caso Samuele rimarrà sempre nel tempio come la profetessa vedova Anna; Luca ci narra che Gesù non è meno irrevocabilmente votato al Padre suo pur vivendo trent’anni a Nazaret e non nel tempio (fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret).

Segno di contraddizione.
Simeone dichiara che Cristo sarà un seméion antilegòmenon, un «segno di contraddizione» perché siano svelati i pensieri di molti cuori (Luca 2,34).  “Un segno – come interpreta il biblista card Ravasi – impossibile da evitare, con cui fare i conti, da abbracciare o respingere”. San Paolo definisce la croce di Gesù come «scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani » (1Corinzi 1,23-24). Non possiamo dimenticare quello che dice la lettera agli Ebrei:  “La parola di Dio, infatti, è viva ed efficace. È più tagliente di qualunque spada a doppio taglio. Penetra a fondo, fino al punto dove si incontrano l’anima e lo spirito e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (4,12).  Maria/Chiesa è chiamata a mettersi in ascolto sempre più profondo e sempre più coinvolgente della Parola-spada che quel Figlio annuncerà durante la sua vita.  Gesù, diventato grande, vedendo il vuoto che si stava facendo attorno a lui, disse ai discepoli «Volete andarvene anche voi?» (Giovanni 6, 67). Come un giorno aveva chiesto ai suoi: «Ma io chi sono per voi?» (Matteo 16, 15). Nei secoli questo interrogativo ha continuato a serpeggiare. Ora tocca a me: mi hanno consegnato questo Gesù come un carbone ardente nel Tempio delle mie braccia.  Dove lo metto? Che me ne faccio?

L’incubazione a Nazaret.
Tutta la scena centrale nel Tempio rischia di far passare in secondo piano due righe finali della catechesi di Luca: « fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzareth. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui». E per 30 anni non si saprà quasi più nulla. Siamo stati salvati anche da questi 30 anni a Nazareth. Scrive il teologo F.Giulio Brambilla (oggi Vescovo di Novara): « Per trent’anni! Questo è il mistero di Nazareth.  Gesù ha imparato, gustato, assorbito a Nazareth, mediante un’interminabile incubazione, la grammatica della nostra umanità.

Nazareth, icona di comunità cristiane.
«Il mistero dell’incarnazione non si limita all’evento della nascita di Gesù, ma si estende alla sua crescita fisica, psicologica e spirituale, al suo divenire umano nello spazio di una famiglia e di un contesto culturale e religioso precisi (il pellegrinaggio annuale a Gerusalemme, la festa di Pasqua, il Tempio, l’apprendimento della Torah)[1]».  Il “Natale-nascita”, dunque, non è che una piccola parte del grande evento dell’Incarnazione e della Epifania di Dio che comprende anche un Gesù che “cresce”.  «Anche per il figlio di Dio diventare uomo non ha significato solo nascere come individuo, ma anche vivere la sua esistenza umana come co-esistenza, in rapporti familiari forti e significativi. La nostra comprensione dell’incarnazione del figlio di Dio non può trascurare la riflessione sul significato dei 30 anni che Gesù vive radicato dentro una famiglia umana. Il nascere è l’inizio di un cammino di umanizzazione che ha nei rapporti familiari il terreno necessario»[2]. Ma sarebbe riduttivo cercare nel Vangelo di Luca solo l’icona della “Santa Famiglia” o, peggio ancora, della “Sacra Famiglia”; meglio sarebbe cercarvi l’icona di ogni comunità cristiana “famiglia di famiglie” come viene esplicitato al n° 23 del documento della CEI “Comunione e Comunità”: «Una parrocchia è fedele alla sua missione pastorale nella misura in cui aiuta concretamente le famiglie a vivere nella comunione la vita comunitaria secondo la ricchezza delle sue molteplici espressioni. In tal modo si introduce nella comunità ecclesiale uno stile più umano e più fraterno di rapporti personali che della Chiesa rivelano la dimensione familiare e del mistero della Chiesa, la sua “maternità,” il suo essere “famiglia di Dio”».


[1] EUCARISTIA E PAROLA, a cura della comunità di Bose. Testi per le celebrazioni eucaristiche di Avvento e Natale. Ed. Vita e Pensiero, 2006, Milano.
[2] Servizio della parola, n. 293, dicembre 97.




25 dicembre 2020. Festa dell’Incarnazione
PER NON PERDERE I SENSI ACCANTO A GESU’

Dal Vangelo secondo Luca 2,1- 20
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».  E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loroTutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuoreI pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.

PER NON PERDERE I SENSI. Don Augusto Fontana

Anche Gesù è uno dei tanti.
Innanzitutto Luca mette una cornice storica al racconto della nascita di Gesù: il censimento di un imperatore. Avrebbe potuto evitare, ma la notizia è un modo di fare catechesi alla sua comunità e a noi: Luca forse vorrà dirci che Dio è diventato uno di noi, un numero, uno tra tanti? Come me e come te. I numeri qui contano, come sempre: nelle piazze, nell’auditel, negli scrutini dei voti, nel commercio. Anche la festa dell’Incarnazione di quest’anno scende in un contesto difficile: siamo sotto attacco di un virus che atterra vite ed economia e rapporti sociali. Penso oggi alla terra di Gesù e dei nostri padri nella fede, tormentata da tensioni sociali, politiche, economiche.  In Europa i cristiani anagrafici sono maggioranza. Ma altrove Gesù nasce in un piccolo resto di fedeli, in un angolo ristretto di comunità minoritarie: copti, melchiti ortodossi, cattolici di rito orientale, maroniti.  Nasce anche in mezzo ai silenziosi fruscii dei monasteri, angoli sperduti di rivelazioni e fedeltà. Dio dunque, dice Luca, si fa carne, ma diventa anche tempo. L’invisibile si fa carne e l’eterno si riveste di tempo. Dio viene conteggiato come uno qualunque da un imperatore guerrafondaio e colonialista, che crede di essere chissà chi. Questo è il Dio in cui crediamo.

 Luca racconta una liturgia.
Ma poi Luca procede narrando una liturgia di gesti, di rivelazioni, di riti, di silenzi, di canti. I cinque sensi del nostro corpo sono coinvolti nella meditazione e nella celebrazione di questo evento. Qui incomincia la sinfonia dei sensi a dirci che il mistero di Dio viene raccolto da noi, uomini e donne concrete, che hanno dei recettori sensibili e delle porte aperte sull’infinito. Perché i nostri sensi, la nostra materia è così: porta aperta sul mistero.

L’orecchio e l’udito.
L’udito è il senso principale della fede. La fede nasce dall’ascolto. E’ l’imperativo assoluto di Dio: non ti farai immagine alcuna di me. Piuttosto: ASCOLTA ISRAELE. Deut. 4,12: «Dio vi parlò in mezzo al fuoco; voce di parole (nel testo ebraico: qol debarim) voi ascoltavate, nessuna immagine vedevate, solo una voce». La nostra cosiddetta religione, nata dalla radice di Iesse cioè dall’ebraismo, è fondata sull’ascolto delle annunciazioni o vocazioni. Non solo quelle a Maria o a Zaccaria, a Mosè ed Isaia, ma a pastori impuri. Nasce dall’ascolto assiduo, amante, obbediente della Parola di Dio letta e ascoltata nel privato, proclamata alla domenica. Senza questo alfabeto, la vita diventa un geroglifico incomprensibile o un evento banale. Come lo poteva essere stato (e lo può essere anche per noi oggi) per i pastori: vedere un bambino è evento stupendo, anche se ordinario. Diventa segno e mistero se qualcuno ci allerta con un’annunciazione, una parola rivelata. Ma l’orecchio è aperto sul suo nervo nascosto che è il cuore: Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose meditandole nel suo cuoreEd è anche capace di farsi bocca e megafono: riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. (Proviamo a ripercorrere i verbi dell’ascolto nel brano del Vangelo).

 L’occhio e la vista.
Anche l’occhio è un organo sensoriale aperto sull’infinito, ma capace di due livelli: il guardare e il vedere, il vedere e lo scrutare, lo scrutare e lo stupirsi per interrogare e interrogarsi, il credere. E’ un processo lungo: dal guardare al credere passano ore, talvolta anni.
Anche alla tomba della risurrezione accade questo lungo processo di conversione degli occhi. L’evangelista Giovanni usa addirittura tre verbi diversi che noi traduciamo sempre con “vedere”, ma Giovanni conosce la difficile gestazione dall’ascolto allo stupore al credere.
«vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere. Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Significa che Dio non lo si ricerca più nell’evanescenza di una fede cerebrale, ideologica, astratta. Lo si vede celebrando segni, inseguendo orme dei suoi passi. Per ora lo vediamo di spalle e forse mai in volto. Ma il desiderio del nostro occhio profondo è ben espresso dai salmi: Io cerco il tuo volto, non nascondermi Signore il tuo volto.
(Ripercorriamo i verbi del vedere nel Vangelo).

Le mani, le gambe e il tatto.
Lo fasciò e lo coricò Toccare Dio deponendolo, avvolgendolo in fasce. L’evangelista Matteo dirà: Chiunque avrà dato da mangiare, da bere… chi avrà vestito… chi avrà accolto… chi avrà visitato…chi sarà andato a trovare…lo avrà fatto  a me. Il buon samaritano si fa prossimo, va a sporcarsi, come fa Dio questa notte, per soccorrere l’uomo ferito, considerato intoccabile dal sacerdote e dal levita. Così si coccola Dio: toccando l’uomo. E i brividi che senti sulla pelle toccando l’uomo intoccabile sono il messaggio che Dio ti manda: hai toccato me.
…dicevano fra loro: «Andiamovediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono dunque senz’indugio. A Dio si va camminando con le gambe, avvicinandosi, mettendosi in movimento. L’apatia, l’immobilismo non fanno parte né della Natività né della Pasqua che, invece, mettono in movimento.

L’odorato.
Nelle nostre liturgie sentiremo, al massimo, odor di candele. Ma attorno al Dio bambino, c’è solo odore di stallatico confuso con quelli di ogni parto. All’Epifania sentiremo profumo di mirra, come ci sarà profumo di nardo accanto al sepolcro e accanto ai piedi di Gesù quando la donna gli rovescia un vasetto di profumo sui piedi.  E’ l’incenso della glorificazione di un condannato a morte, di un povero.
Le nostre narici non disdegnano, oggi, odori meno regali e più quotidiani, quelli di una mangiatoia da animali dove Dio si caccia per nascere e quell’odore pungente di sangue di cui Dio si veste come fosse profumo sponsale. Quest’anno mi mancherà quell’odore tipico del carcere che non ho mai odorato da nessuna altra parte, mi mancherà l’odore inconfondibile di fantasmi di uomini con cui condividevo pane e frutta alla stazione ferroviaria; mi mancheranno profumi e odori delle tavole natalizie nelle RSA, mi mancherà l’umido odore del Natale a Goiàs. Raccoglierò nel profumo del Pane e Vino Eucaristico tutti i profumi, gli aromi, le fragranza,  i fetori, i miasmi umani. E li raccoglierò con le narici mascherate di medici, infermiere, OSS che oggi si chineranno su fiati infetti, corpi distrutti e cuori in ansia.

Il gusto.
Forse questo senso non pare attivato della narrazione della Natività.  Ma approfondiamo: il testo italiano dice che “non trovarono posto nell’alloggio”, nel testo greco: katalyma. È il termine tradotto con la parola “albergo/alloggio”. La stessa parola viene usata anche quando si parla della cena di Gesù con i discepoli, per indicare una stanza interna, situata al piano superiore di una casa, magari in un contesto più urbano com’era Gerusalemme (vedi Marco 14,14 e Luca 22,11).
Nel contesto rurale della nascita, quel locale, collocato all’interno di una abitazione scavata nella roccia, poteva essere anche lo spazio dove sistemare in alcune circostanze gli animali, e quindi ecco la mangiatoia (fatnê) per alimentare le bestie. La stessa mangiatoia riappare nell’annuncio ai pastori come il segno dello straordinario evento (v. 12: «questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia»; v. 16: «Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia»).
Dunque, mettendo insieme il posto dove nasce Gesù e il luogo dove Lui celebrerà la Cena dicendo “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”, possiamo pensare che l’evangelista ci presenti Gesù, da subito, dalla nascita, come Uno da mangiare, come uno che si darà in cibo. «Gustate e vedete come è buono il Signore» (Salmo 33). Gustate come è buono il Pane pasquale. Infatti la Festa dell’Incarnazione la celebriamo spezzando e mangiando l’Eucaristia.




20 dicembre 2020. Domenica Avvento 4.
UNA PAROLA NEL PICCOLO VILLAGGIO DEL CUORE

4 domenica di Avvento
Preghiamo. Dio grande e misericordioso, che tra gli umili scegli i tuoi servi per portare a compimento il disegno di salvezza, concedi alla tua Chiesa la fecondità dello Spirito, perché sull’esempio di Maria accolga il Verbo della vita e si rallegri come madre di un popolo santo e incorruttibile. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal secondo libro di Samuèle 7,1-5.8-12.14.16
Il re Davide, quando si fu stabilito nella sua casa, e il Signore gli ebbe dato riposo da tutti i suoi nemici all’intorno, disse al profeta Natan: «Vedi, io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda». Natan rispose al re: «Va’, fa’ quanto hai in cuor tuo, perché il Signore è con te». Ma quella stessa notte fu rivolta a Natan questa parola del Signore: «Va’ e di’ al mio servo Davide: “Così dice il Signore: Forse tu mi costruirai una casa, perché io vi abiti? Io ti ho preso dal pascolo, mentre seguivi il gregge, perché tu fossi capo del mio popolo Israele. Sono stato con te dovunque sei andato, ho distrutto tutti i tuoi nemici davanti a te e renderò il tuo nome grande come quello dei grandi che sono sulla terra. Fisserò un luogo per Israele, mio popolo, e ve lo pianterò perché vi abiti e non tremi più e i malfattori non lo opprimano come in passato e come dal giorno in cui avevo stabilito dei giudici sul mio popolo Israele. Ti darò riposo da tutti i tuoi nemici. Il Signore ti annuncia che farà a te una casa. Quando i tuoi giorni saranno compiuti e tu dormirai con i tuoi padri, io susciterò un tuo discendente dopo di te, uscito dalle tue viscere, e renderò stabile il suo regno. Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio. La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, il tuo trono sarà reso stabile per sempre”».
Salmo 88. Canterò per sempre l’amore del Signore.
Canterò in eterno l’amore del Signore, di generazione in generazione
farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà,
perché ho detto: «È un amore edificato per sempre; nel cielo rendi stabile la tua fedeltà».
«Ho stretto un’alleanza con il mio eletto, ho giurato a Davide, mio servo.
Stabilirò per sempre la tua discendenza, di generazione in generazione edificherò il tuo trono».
«Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza”.
Gli conserverò sempre il mio amore, la mia alleanza gli sarà fedele».
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 16,25-27
Fratelli, a colui che ha il potere di confermarvi nel mio vangelo, che annuncia Gesù Cristo, secondo la rivelazione del mistero, avvolto nel silenzio per secoli eterni, ma ora manifestato mediante le scritture dei Profeti, per ordine dell’eterno Dio, annunciato a tutte le genti perché giungano all’obbedienza della fede, a Dio, che solo è sapiente, per mezzo di Gesù Cristo, la gloria nei secoli. Amen.
Dal Vangelo secondo Luca 1,26-38
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

UNA PAROLA NEL PICCOLO VILLAGGIO DEL CUORE. Don Augusto Fontana
io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto i teli di una tenda…
Il Signore ti annuncia che farà a te una casa…
Ultima domenica di Avvento, a ridosso della Festa dell’Incarnazione. Tempi di affollamento dei supermarket e dei nuovi santuari delle cose.  Tempi di lockdown vuoti di mistero e di rapporti. Oggi le chiese hanno più banchi vuoti, le case odorano di fritture. E il Signore parla ugualmente a chi lo vorrà ascoltare in una piccola tenda o in un piccolo villaggio del cuore: «l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in un villaggio della Galilea, chiamato Nàzaret». Il centro d’interesse nel racconto di Luca è un messaggio cristologico più che mariano, per spiegare cioè chi è quel bambino che sta per nascere. Anche se Maria è presentata da Luca, volutamente, come il modello del discepolo  e di una chiesa che ascolta, interroga, risponde.
Tempio o casa?
Il vangelo di Luca si apre con l’annunzio di due nascite: quella di Giovanni Battista e quella di Gesù. Sono nascite che indicano il compimento delle promesse di Dio anche in casi impossibili  e infecondi. Come i nostri. Ciò che appare chiaro sin dall’inizio è il contrasto fra la presenza di Dio (angelo) e il villaggio di Nazaret, sconosciuto, nel territorio della Galilea, terra contaminata da stranieri e dunque impuro: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?” (Gv. 1,46). Soprattutto incuriosisce il confronto tra l’annuncio al sacerdote Zaccaria (e a sua moglie Elisabetta, pure lei di discendenza sacerdotale) nel tempio di Gerusalemme anzi dietro la tenda del Santo dei Santi (Lc 1,5-26)  e l’annuncio a donna Myriam in casa.
Annunciazione o Vocazione?
Molti interpretano il testo del Vangelo alla luce di altre “annunciazioni di nascite prodigiose” (Isacco, Sansone). Padre Klemens Stock in un articolo[1] preferiva parlare di “vocazione di Maria”, senza angeli, ma con in mano un rotolo della Bibbia, il nostro angelo quotidiano. Scrive don Claudio Doglio[2]: «L’annuncio dell’angelo Gabriele è un evento mistico, che avviene nel profondo della coscienza e che non sarebbe stato possibile riprendere neppure con i mezzi di cui oggi disponiamo. Se ricordiamo la scena nel film di Zeffirelli, in questo caso si può apprezzare l’impostazione scenica, dove si mette in evidenza una luce che entra dalla finestra e lo spettatore vede questa ragazza che guarda la luce e che dice poche parole, ma non viene raffigurato nessuno. Questa immagine è corretta; noi siamo troppo influenzati dai quadri, un’infinità di raffigurazioni, mentre dobbiamo imparare che questa è una scena intima: è un ascolto che non avviene con le orecchie, è un discorso che non è fatto con la bocca, è un’esperienza mistica, misteriosa, che avviene nel profondo».
Dunque il brano di Luca sarebbe un racconto di vocazione in cui una persona è chiamata da Dio a collaborare con la Sua storia. L’episodio biblico che si può prestare ad un confronto è il racconto della vocazione di Gedeone contenuto nel Libro dei Giudici (6,11-24): «Gedeone batteva il grano nel tino per sottrarlo ai Madianiti. L’angelo del Signore gli apparve e gli disse: «Il Signore è con te, uomo forte e valoroso!». Gedeone gli rispose: «Signor mio, se il Signore è con noi, perché ci è capitato tutto questo?». Allora il Signore si volse a lui e gli disse: «Va’ con questa forza e salva Israele; non ti mando forse io?». Gli rispose: «Signor mio, come salverò Israele? Ecco, la mia famiglia è la più povera e io sono il più piccolo nella casa di mio padre». Il Signore gli disse: «Io sarò con te». Gli disse allora: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, dammi un segno che proprio tu mi parli… Gedeone vide che era l’angelo del Signore e disse: «Signore, ho dunque visto l’angelo del Signore faccia a faccia!». Il Signore gli disse: «La pace sia con te, non temere!». Dal confronto con il brano di Luca scopriamo che i due testi hanno una strutturazione analoga benchè non identica. Forse l’evangelista intendeva raccontare la vocazione di Maria. Forse intendeva narrare la nostra vocazione?
I dialoghi.
E comunque è bene fermare l’orecchio ai dialoghi.

  • «Rallegrati!…Kaire! ». Risuonano le profezie dell’AT: «Gioisci, figlia di Sion, ascolta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore figlia di Gerusalemme!» (Sofonia 3,14); «Esulta figlia di Sion gioisci figlia di Gerusalemme! Ecco a te viene il tuo re» (Zaccaria 9,9). «L’angelo non dice: prega, inginocchiati. Ma semplicemente: apriti alla gioia, come una porta si apre al sole. Dio si avvicina e porta una carezza» (Ronchi). Per me il saluto ha forse anche un sapore pasquale; quando Gesù si presenta ai discepoli la sera di Pasqua, l’evangelista Giovanni (20,20) usa lo stesso verbo kairô:«mostrò loro le mani e il costato. I discepoli dunque, veduto il Signore, si rallegrarono {ekaresan dal verbo kairô}. In una vita complicata come la nostra e delusa come la mia, siamo visitati dal Signore per disseppellire questo invito dall’accumulo di relitti che la mareggiata ci ha vomitato sulla spiaggia sabbiosa della vita.
  • « kecharitoméne=trasformata dalla grazia[3]», quasi fosse un nuovo nome. Luca rischia grosso perché il Vangelo di Giovanni (1,14) dice che è il Verbo (Logos) di Dio ad essere “pieno di grazia” (plêrês chàritos). Giovanni Paolo II° nell’udienza generale l’8 maggio 1996 commentava così: «L’espressione “piena di grazia” traduce la parola greca kecharitoméne, la quale è un participio passivo. Per rendere con più esattezza la sfumatura del termine greco, non si dovrebbe quindi dire semplicemente “piena di grazia”, bensì “resa piena di grazia” oppure “colmata di grazia“, il che indicherebbe chiaramente che si tratta di un dono fatto da Dio alla Vergine. Il termine, nella forma di participio perfetto, accredita l’immagine di una grazia perfetta e duratura che implica pienezza. Lo stesso verbo, nel significato di “dotare di grazia”, è adoperato nella Lettera agli Efesini per indicare l’abbondanza di grazia, concessa a noi dal Padre nel suo Figlio diletto (Ef 1,6)». Da ora in avanti il suo nome sarà: amata per sempre; «come lei anch’io amato per sempre. Tutti, teneramente, gratuitamente amati per sempre» (Ronchi).
  • «il Signore è con te». Immanu’el è un nome che compare nelle profezie e che il vangelo di Matteo applica a Gesù. Significa “Dio con noi” ed composto dalle parole Immanu ( “con noi”) ed El (che significa “Dio”). Il Signore garantisce a Gedeone che lo assisterà nella missione che gli sta affidando: «Il Signore è con te, uomo forte e valoroso» (Gdc 6,12). «Espressione che avrebbe dovuto mettere in guardia la ragazza, perché quando si esprime così Dio sta affidando un compito bellissimo ma arduo (R. Virgili): chiama Maria a una storia di brividi e di coraggio» (Ronchi). Io ho avuto i brividi, ma non ancora il coraggio.
  • Maria è sconvolta: «Ella fu turbata {dietaràkthe} a queste parole, e si domandava {dielogìzeto} che cosa fosse un tale saluto». Il verbo usato da Luca indica caos, sconvolgimento, sommosse. Anche Zaccaria in 1,12 “al vedere l’angelo fu turbato e piombò su di lui una paura”. La parola di Dio provoca turbamento? Forse sì; e forse Maria era fra le donne della risurrezione (Lc 23 e 24): «Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea, guardarono la tomba, e come era stato deposto il corpo di Gesù… Ma il sabato, la mattina prestissimo, esse si recarono al sepolcro… Mentre erano confuse ecco che apparvero davanti a loro due uomini in vesti risplendenti; e impaurite». Maria lotta con il suo Signore come Giacobbe con l’angelo (Gen 32,23-33). L’incontro con Dio non è per i rammolliti. Maria riflette, domanda, si interroga ma sta nel dramma. «Zaccaria ha chiesto un segno, Maria chiede il senso e il come» (Ronchi).
  • «Non temere Maria, hai trovato grazia presso Dio». Isaia 41,14: «Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele; io vengo in tuo aiuto». Pare che l’invito “non temere” sia ripetuto 365 volte nella Bibbia; uno per ogni giorno del mio anno.
  • Poi con tre verbi si dice quello cui è chiamata Maria: concepirai, darai alla luce un figlio, gli imporrai un nome. Le tre azioni richiamano l’oracolo di Isaia (7,14) : «Il Signore vi darà un segno : ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emanuele». Maria comprende che Gabriele le sta riferendo la grande promessa fatta a Israele, la nascita del Messia. Ma quello che veramente sconvolge Maria è l’altra caratteristica del bambino : «santo e figlio di Altissimo». Questi appellativi erano riservati solo a JHWH. Tutto ciò è impensabile per gli ebrei, è qualcosa di assurdo, di impossibile. Maria rivolge una domanda all’angelo (34) : «come sarà questo?».
  • Il grande protagonista sarà lo Spirito santo detto la «potenza di Altissimo». L’azione dello Spirito può essere spiegata con due immagini: da un lato la discesa, dall’altro l’ombra che copre un territorio. Il verbo che Luca utilizza è il verbo utilizzato dalla Bibbia per indicare la presenza di Dio nella tenda del convegno (Es 40,34-35): «Allora la nube coprì la tenda del convegno e la gloria del Signore riempì la dimora». Zaccaria e Elisabetta ricevono lo Spirito per parlare; Giovanni riceve lo Spirito per testimoniare; Maria riceve lo Spirito per generare.
  • A questo punto tutto è appeso al filo della libertà di Maria. E Maria risponde “Ecco!”. Si autodefinisce «io, serva del Signore». Il servo è colui che entra con tutta la sua vita nel «gioco» di Dio, è colui la cui vita si intreccia con la storia di Dio. Questo titolo dice obbedienza ma dice pure dignità e coscienza di essere strumento nelle mani di Dio. Maria è cosciente di essere serva del Signore ed esprime un desiderio: il verbo greco usato è un ottativo, che nella lingua italiana può essere ben tradotto con: «desidero che di me avvenga secondo la tua Parola». Beata lei!

[1] Biblica 61, 1980, pp.457-491
[2] http://www.atma-o-jibon.org/italiano/don_doglio9.htm#Il%20racconto%20dell%E2%80%99Annunciazione
[3] Traduzione del biblista Ignazio de La Potterie




13 dicembre 2020. Domenica Avvento 3
IL MERAVIGLIATO

Preghiamo. O Dio, Padre degli umili e dei poveri, che chiami tutti gli uomini a condividere la pace e la gioia del tuo regno, mostraci la tua benevolenza e donaci un cuore puro e generoso, per preparare la via al Salvatore che viene. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro del profeta Isaìa 61,1-2.10-11
Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore. Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli. Poiché, come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suoi semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti.
Lc 1. La mia anima esulta nel mio Dio.
L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono.
Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 5,16-24
Fratelli, siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!
Dal Vangelo secondo Giovanni 1,6-8.19-28
Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».  Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».  Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

IL MERAVIGLIATODon Augusto Fontana
Io gioisco pienamente nel Signore, il mio spirito esulta in Dio…
Un’antica tradizione francese provenzale pone in ogni presepe, tra le statuine, quel personaggio che si chiama il meravigliato: egli non fa altro che allargare le braccia e spalancare gli occhioni su quel bambino. Arriva davanti a Gesù con le mani vuote; si dice che gli altri lo rimproverino, ma Maria gli dice: «Non ascoltarli. Tu sei stato messo sulla terra per meravigliarti. Il mondo sarà meraviglioso, finché ci saranno persone come te, capaci di meravigliarsi».
Il meravigliato, mi provoca a chiedermi se sono disposto a lasciarmi contagiare dalla gioia che sembrerebbe essere la nota caratteristica di questa terza tappa dell’Avvento. Non è una domanda retorica e la risposta non è per niente scontata, soprattutto in questa drammatica pandemia che ci obbliga alla mascherina ma anche a togliere la maschera al Natale per vederne, se possibile, il suo vero volto. Senza piagnistei. Innanzitutto perché, come diceva Nietzche, a vedere le facce dei cristiani quando escono dalla Messa, non sembrerebbe che ci sia stata alcuna buona notizia e che Qualcuno abbia cambiato le loro vite. Poi perché in Sudan sono migliaia i poveri massacrati e 80 milioni sono i profughi che stanno vagando, come uno sciame d’api impazzite, alla ricerca di rifugio e cibo[1]; inoltre la crisi pandemica ha messo sul lastrico anche molte famiglie dei paesi industrializzati e si calcola che i disoccupati mondiali siano 195 milioni e dietro ciascuno c’è una famiglia. Vista, da questo versante, la storia contemporanea non ci offre esuberanti motivi di gioia.  Ma nelle pieghe di queste piaghe intravedo laici volontari, 1400 onlus italiane, medici e infermieri, missionari e suore correre, soccorrere, rischiare, restare. E tutto nell’apatia o nella paralisi per non sapere che fare, nella chiacchiera solenne di proclamazione dei Diritti dell’uomo a cui non fa seguito alcuna politica efficace e alcuna personale pratica messianica.
Di chi e di cosa meravigliarsi in questa liturgia?  Dove il Signore “ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”? Chi fra noi sente la coscienza personale di essere “consacrato” per essere voce di una Parola, sandalo di un Messia, dito di una direzione?
Il Canto del liberatore e dei suoi liberati.
In questi tempi barbari, a qualcuno di noi verrebbe voglia, alla lettura dei versetti biblici di Isaia 61, di accantonarli come poesia evasiva o ingenua illusione. Qualche altro potrebbe, invece pensare che essi siano stati composti in un momento in cui c’era il vento in poppa e tutto lasciava intravedere un futuro felice. Le cose in realtà non stavano così. Come abbiamo detto domenica scorsa, l’anonimo profeta (appartenente alla “scuola” di Isaia) scrive queste righe mentre si trova coinvolto in un contesto si estrema depressione fra gli esiliati a Babilonia o fra i rientrati a Gerusalemme. Scopre di essere, anche dentro questo “paesaggio” desolato, pieno di gioia. Da dove viene a lui questa speranza e fiducia? Non certo dalla sua faciloneria, incoscienza o carattere ottimista né, tanto meno, dall’estraneità al dolore del suo popolo. Nulla forse può spiegarcelo meglio delle stesse parole del profeta:  «lo spirito del Signore mi ha investito (unto) e mi spinge». E così anziché incrociare le braccia, piangersi addosso, pensare solo a sè o recitare la parte del gufo tra le macerie, il nostro profeta si mette in azione. Egli cerca di riaprire dei solchi là dove la terra sembra essersi chiusa nell’aridità.
Dio in ritardo.
Le premesse e le promesse ci sono. Ma ritardano.  Dio tarda! E’ Parola di Dio che “Dio tarda”: «Dio, tu ci hai respinti, ci hai dispersi; ti sei sdegnato: ritorna a noi» (Salmo 59,3).  Non è una calunnia a Dio, una bestemmia. Dio è ben lontano dalla logica del “tutto e subito”. Ma in realtà come si fa a benedire Dio che sembra non ascoltare mai le preghiere o benedire gli sconfitti, coloro che lottano per un pezzo di patria o per un letto o per un pezzo di pane? La Chiesa non sa più benedire così lo scandalo della Croce su cui Dio resta inchiodato alla sorte di coloro che vediamo perdenti. Dio tarda, Dio è sempre in ritardo ed è Lui stesso a dircelo: «Il regno dei cieli è simile a dieci vergini… Poiché lo sposo tardava si assopirono tutte..» (Mt 25, lss)….Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli… Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “il padrone tarda a venire ” e cominciasse a percuotere i servi e le serve… il padrone arriverà nel giorno che meno se lo aspetta e in un’ora che non sa» (Lc 12,22ss).
“Signore che tardi”, non tardare, vieni presto in nostro aiuto. Signore, senti come gridano i secoli? Non solo il grido di Sodoma e Gomorra sale come il grido della colpa dell’uomo ma sale anche il grido dei “feriti”, trafitti dal Tuo costante ritardo. Tu che dici “chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto, domandate e riceverete”, tu tardi nel dare, nell’aprire, nel donare, Tu che dici di fare giustizia prontamente[2], guarda quanti supplicano e restano travolti dal dolore e Tu, Signore, sei in ritardo e in silenzio.  “Dio che tardi”, dove sei tra milioni di grida che si spengono mentre Tu tardi? Siamo percossi e percuotenti, giudici iniqui e vedove importune, siamo vergini stolte e vergini sagge, siamo grida di fronte al tuo silenzio. Vieni non tardare perché muore la fedeltà a Te e alla tua Parola.  Allarghiamo le narici per riempirle al profumo dell’incenso, ma serriamo il naso all’odore dell’uomo “ferito”, non riempiamo la nostra anima di lui perché non è incenso ma piaga.  E tu ritardi e in noi cresce la confusione. Consacriamo frammenti del Tuo Pane ma abbiamo anche banche per tenere in disparte briciole di pane rubate ai poveri.  Dove sei “Signore che tardi”?
Dio tarda e tarda mentre percorriamo vie che a volte sembrano allontanarci da Lui e tarda e tace ma affonda nella terra le nostre radici e, per percorsi a noi sconosciuti, conduce alla salvezza: «Poiché, come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suoi semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia».
Tu chi sei?[3]
Giovanni è il testimone, il “meravigliato”. Uno che ha visto, ricorda e racconta come testimone di un fatto. Subisce una domanda incalzante che l’evangelista mette in bocca all’accusa, in questo solenne processo verso Giovanni e tra poco verso Gesù stesso. Di fatto il «Chi sei?» non è una domanda per dialogare, ma un interrogatorio per accusare. L’interrogatorio scivola lentamente da Giovanni a Gesù, alla chiesa, a me, a te: «Chi sei?…Che cosa dici di te stesso?».
La testimonianza di Giovanni inizia con 3 «no» o negazioni: «Io non sono». Per l’evangelista solo Gesù potrà usare il Nome di Dio: «IO-SONO». L’evangelista è così attento a questo particolare che quando Giovanni si autodefinisce «VOCE», l’evangelista gli cancella dalla bocca il verbo “sono”; il testo greco suona infatti così: «Io, voce (egô fônê) ». Il testimone, la chiesa, io e te ci possiamo definire solo come “eccentrici”, cioè fuori dal centro o, se vuoi, centrati su un altro. Geograficamente la zona d’azione di Giovanni è «al di là del Giordano», cioè ancora al di là del confine della Terra Promessa. La chiesa, io e te, operiamo sulla soglia, nella vigilia, nei pressi; ma chi conduce la gente alla Terra Promessa sarà poi Gesù, quando si deciderà a passare il Giordano e a traghettarci con lui. L’identità di Giovanni è fatta di voce che veicola la Parola: «Bisogna che egli cresca e che io diminuisca» (Gv 3,13).  Ma Giovanni si identifica anche con la voce del Libro della Consolazione di Isaia, che si rivolgeva ai deportati per incoraggiarli a un nuovo esodo, questa volta per ritornare. Viene definito «un uomo», un uomo-fratello. Gli costerà caro. I profeti soffrono di una “malattia professionale”: la decapitazione. Era  – ed è sotto altra forma – l’unico interruttore capace di spegnere voci scomode. Il rapporto tra profezia e Istituzioni è – e sarà – sempre critico.

Mi fermo qui. In questa terza domenica di avvento incalzano due domande. Una a Dio: «Dove sei, Signore, che ritardi di fronte alle promesse che hai fatto ai poveri della terra»?. E una domanda inquisitoria giunge a me dal grido della terra e dal sussurro del cielo: «E tu chi sei, di fronte al popolo devastato che ha sete di un Messia vero che lo liberi dalle profonde piaghe del suo esilio?». Chi fra noi sente la coscienza personale di essere “consacrato” per essere voce di una Parola, dito di una direzione, sandalo di un Messia?


[1] Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati. 
[2] Luca 18:7-8 «E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?». 
[3] Elaborazione da S. Fausti, UNA COMUNITA’ LEGGE IL VANGELO DI GIOVANNI Vol. 1, Ed. EDB.