CORPO E SANGUE DEL SIGNORE.
DIO IN FRAMMENTI DI PANE. Don Augusto Fontana

Preghiamo.
O Padre, che nella Pasqua domenicale ci chiami a condividere il pane vivo disceso dal cielo, aiutaci a spezzare nella carità di Cristo anche il pane terreno, perché sia saziata ogni fame del corpo e dello spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Dal libro della Genesi 14,18-20
In quei giorni, Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici». Abram gli diede la decima di tutto.

Sal 109 Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore
Oracolo del Signore al mio Signore: «Siedi alla mia destra,
finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi».
Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion:
«Domina in mezzo ai tuoi nemici.
A te il principato nel giorno della tua potenza
tra santi splendori; dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato».
Il Signore ha giurato e non si pente:
«Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek».

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 11, 23-26
Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.

Dal vangelo secondo Luca 9,11-17
In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta». Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti. Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

 DIO IN FRAMMENTI DI PANE. Don Augusto Fontana

Una necessaria premessa.
La liturgia ci porta dal Dio Estremo, Dio OMNIA = Tutto (onni-potente, onni-sciente, onni-veggente…) contemplato domenica scorsa nella Trinità, al Dio FRAMMENTO contemplato nella Solennità del Corpo e Sangue del Signore, che è un duplicato della celebrazione “In coena Domini” del Giovedì Santo pasquale.
È noto che il Corpus Domini – così si chiamava – è una festa di origine medioe­vale nata come risposta ad una “rivelazione” della monaca Giuliana di Mont­ Cornillon, avvenuta nel 1246, in un’epoca ca­ratterizzata da una grande devozione verso l’eucaristia. La prima celebrazione della festa del Corpus avvenne a Liegi nel 1247; papa Urbano IV estese tale festa a tutta la chiesa nel 1264 per motivi devozionali[1] e apologeti­ci: affermare la fede cattolica nella presenza reale contro gli errori di Berengario di Tours, il quale riteneva che il pane eucaristico poteva contenere solo una presenza simbolica e non effettiva del cor­po di Cristo. Ebbene, «il motivo apologetico che de­terminò il sorgere della festa ne ha costitui­to anche il limite del contenuto e cioè l’eccessiva attenzione alla presenza reale considerata in modo trop­po indipendente dal mistero eucaristico tota­le» (A. Bergamini, Cristo festa della Chiesa).
Questo limite è stato, almeno nell’inten­zione, superato dalla riforma liturgica pro­mossa dal Concilio Vaticano II° mediante il cambiamento della denominazione (Solennità del Corpo e Sangue del Signore) e l’arric­chimento, nel Messale, delle preghiere e dei testi biblici della Messa propria. Il risultato è che oggi la festa del corpo e san­gue di Cristo non è più la festa della presen­za reale, ma del mistero eucaristico nei suoi vari aspetti.

Un Pane per i deboli.
Padre Ermes Ronchi scrive che il preludio alla narrazione della “moltiplicazione dei pani” in Luca ci ricorda che noi, come i 5000 uditori di Gesù (praticamente una “parrocchia”!), non abbiamo una “robusta e sana costituzione fisica”: «Io mi riconosco nelle parole con cui Luca li rievoca: “Gesù prese a parlare del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure”. C’è tutto l’uomo in queste parole; il suo nome è: creatura-che-ha-bisogno di Dio e di cure, di pane e di assoluto. Vi è riassunta tutta la missione di Gesù: lui è Parola di Dio e guarigione della vita. La prima riga di questo vangelo la sento come la prima riga della mia vita: sono uno di quegli uomini, ho bisogno di cure, di qualcuno che si accorga di me, si prenda cura, guarisca la mia vita. Ho un desiderio inappagato e non so neppure di che cosa, ma so che niente fra le cose create lo potrà saziare».
La nostra storia assomiglia molto a quella ricordata da Deuteronomio 8,2-3.14-16: «Mosé parlò al popolo dicendo: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Non dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ho fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri”».
Il contesto topografico della narrazione evangelica di oggi è esattamente lo stesso: il deserto. Ce lo ricordano gli apostoli che dicono: «… qui siamo in una zona deserta». Camminiamo in una terra assetata e senz’acqua, piena di serpenti velenosi e di scorpioni. Alcuni valori essenziali per la sopravvivenza umanizzata sono messi in questione: non parlo solo dei beni essenziali per la vita fisica di cui mancano milioni di persone, ma anche la diminuzione della tenerezza, della comunicazione, della ospitalità, del silenzio, della serena semplicità di vita. La tradizione ebrea vuole ricordare non solo l’evento dell’esodo, ma anche ricordare le sorprese giunte improvvisamente dentro tale situazione: un’acqua scaturita da un’improbabile sorgente rocciosa e la manna, un frutto sconosciuto ed energetico trovato in qualche cespuglio di oasi. E’ come proclamare che un amore irrompe dentro, creando sorprese. Poi, si sa, la manna non durava che per un giorno. La precarietà restava. Il vecchio sistema durava per forza d’inerzia, il nuovo è come un fiore che appena sboccia subito avvizzisce. La novità non è mai acquisita una volta per tutte. E se non scaturisce nulla è perché battiamo la pietra con diffidenza. L’evidenza è il vecchiume e non la novità; l’evidenza è il mercato e non la tenerezza; l’evidenza è la divisione e non la comunione. Noi dovremmo essere gli esegeti della novità.

Un sacerdozio “universale”.
La prima lettura di oggi potrebbe cadere sulle assemblee domenicali come un asteroide caduto chissà da dove; richiede un’ambientazione. Abramo è reduce da una spedizione che ha liberato suo nipote Lot sequestrato dagli uomini di una coalizione di quattro re. Al ritorno dalla vittoriosa impresa un re alleato di nome Melchisedek “offre”, oppure “tira fuori” pane e vino. Sacrificio a Dio o semplice pasto di ospitalità? L’interpretazione tradizionale ha attribuito al gesto un significato sacerdotale. La Lettera agli ebrei (7,1-5) vi ha costruito sopra una riflessione teologica intorno a Cristo, unico sacerdote della chiesa e del mondo: è un misterioso personaggio di cui non si conoscono i genitori e quindi ha un sacerdozio esercitato non per discendenza ereditaria dalla tribù di Levi. Aveva detto Gesù: «Non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre» (Matteo 3, 9). Oggi mi viene anche il sospetto che Dio renda partecipe al sacerdozio di Cristo uomini e donne cavati fuori dalle pietraie confinanti con caste, seminari e conventi.
L’evento permette anche di cogliere la dimensione universale dell’eucaristia. Giovanni Paolo II° scriveva, in una lettera del 13 marzo 2005, «Il corpo e il sangue di Cristo sono dati per la salvezza dell’uomo, di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. E’ una salvezza integrale e al tempo stesso universale, perché non c’è uomo che, a meno di un libero atto di rifiuto, sia escluso dalla potenza salvifica del sangue di Cristo. Si tratta di un sacrificio offerto per «molti», come recita il testo biblico (Mc 14,24; Mt 26,28; cfr Is 53, 11-12) con una tipica espressione semitica che implica la totalità degli esseri umani ai quali essa è offerta: è sangue «versato per voi e per tutti», come in alcune traduzioni legittimamente si esplicita». Ciò sia detto ad avvertimento per una certa lobby di liturgisti nostalgici che attualmente sta tentando di introdurre nella liturgia una traduzione restrittiva che suonerebbe così: «versato per voi e per molti». Abbiamo fatto dell’Eucaristia qualcosa che tiene lontano la gente, forse anche perché ne abbiamo fatto qualcosa di clericale o puramente devozionale. Invece, il contesto del vangelo è un contesto laico («… qui siamo in una zona deserta»); dire “laico” significa sottolineare che c’è questa folla che ha bisogno e che Gesù l’accoglie e guarisce quanti hanno bisogno di cure. L’Eucaristia ha valenza per la vita di tutti. Perché la gente del nostro quartiere non percepisce la misericordia del Signore celebrando con noi l’Eucaristia?

 Eucaristia domenicale: dove si intrecciano miracoli.
1) «Date a loro voi stessi da mangiare…li diede ai discepoli perché li distribuissero». Gesù usa i pani e i pesci, piccolo patrimonio della terra e del lavoro dell’uomo. San Beda, monaco benedettino del sec. VI° , ne dava interpretazione simbolica: «I cinque pani sono i cinque libri di Mosè…I due pesci significano gli scritti poetici e profetici, i quali, gli uni col canto, gli altri con le parole, narravano ai loro ascoltatori i futuri misteri di Cristo e della Chiesa. Ruppe i cinque pani e i due pesci e li distribuì ai discepoli quando svelò loro il senso per comprendere ciò che su di lui era stato scritto nella Legge di Mosè, nei profeti e nei Salmi»[2].  L’Evangelista Giovanni scrive che è Gesù stesso a distribuire il tutto. Per l’evangelista Luca invece lo dà ai discepoli perché siano loro a distribuirlo. Inutile complicazione? Oppure è la consegna di una responsabilità eucaristica e solidale? Il dialogo tra Gesù e i dodici mette in evidenza gli apostoli che propongono una soluzione “realista” mandando la gente ad arrangiarsi. La predicazione è gratis ma il pane no: un toscanaccio, mio compagno di lavoro, tra i fumi della saldatura mi ripeteva spesso: “Voi cristiani siete fratelli in orazione, ma non a colazione!”. E ogni volta gli dovevo dare ragione. La prospettiva di Gesù, al contrario, riguarda anche la soluzione ai bisogni materiali della gente. Scriveva Mons. Tonino Bello: «Non è la moltiplicazione che sazierà il mondo, è la divisione! Cinque pani e due pesci bastano. È l’accaparramento invece che impedisce la sazietà di tutti e provoca la penuria dei poveri. Se il pane dalle mani di uno passa nelle mani dell’altro, viene diviso, basta per tutti. Dividete le vostre ricchezze, fatene parte a coloro che non ne hanno, ai diseredati della vita. Non solo a coloro che non hanno denaro, ma anche a coloro che hanno il portafoglio gonfio e il cuore vuoto. E a coloro che non hanno salute, che sono esauriti, stanchi, che non ce la fanno più. È la divisione, la divisione!»[3]. «Paradossal­mente, proprio la povertà che i discepoli vedono come ostaco­lo, è per Gesù lo spazio necessario del dono e l’elemento indi­spensabile affinché quel «dar da mangiare» non sia solo dispie­gamento di efficienza umana, ma segno della potenza, delle be­nedizione e della misericordia di Dio e luogo di instaurazione di fraternità e di comunione»[4].

2) «levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede…». Il gesto di “alzare gli occhi al cielo” mette in evidenza l’atteggiamento orante di Gesù che vive in permanente comunione con il Dio del Regno; la “benedizione” (la berakà ebraica) è una preghiera che esprime gratitudine e lode per dono che si è ricevuto o si sta per ricevere. Gesù non benedice gli alimenti, perché per lui “tutti gli alimenti sono puri” (Mc 7,19), ma benedice Dio, riconoscendolo come la fonte di tutti i doni e di tutti i beni. Il gesto di “spezzare il pane e di distribuirlo” ricorda indiscutibilmente l’ultima cena di Gesù, dove il Signore riempie di nuovo senso il pane e il vino del pasto pasquale, rendendogli segno sacramentale della sua vita e della sua morte, come dinamismo d’amore fino all’estremo per i suoi.

3) «Tutti mangiarono e si saziarono…». La sazietà è la conseguenza dell’azione potente di Dio nel tempo messianico (Es 16,12; Sal 22,27; 78,29; Ger 31,14). Gesù è il grande profeta degli ultimi tempi, che ricapitola in se le grandi azioni di Dio che alimentò il suo popolo nel passato.

(Per un approfondimento antropologico e teologico dell’Eucaristia si consiglia di acquistare: Ghislain Lafont, Eucaristia, il pasto e la parola. ELLEDICI, € 11,00. Difficoltà medio-alta)

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[1] Vedi la tradizione del cosiddetto “miracolo di Bolsena” (http://it.wikipedia.org/wiki/Miracolo_di_Bolsena).
[2] Omelie sui Vangeli 2.2
[3] T. Bello, Laudate et benedicite, Terlizzi, Edizioni Insieme, 1998
[4] Eucaristia e Parola. A cura di E.Bianchi, G.Boselli, Lisa Cremaschi e L. Manicardi della Comunità di Bose. Ed. V&P




Festa del «PadreFiglioSpiritoSantonellaChiesa».
16 giugno 2019.
Don Augusto Fontana

 Preghiamo.
Ti glorifichi, o Dio, la tua Chiesa, contemplando il mistero della tua sapienza con la quale hai creato e ordinato il mondo; tu che nel Figlio ci hai riconciliati e nello Spirito ci hai santificati, fa’ che, nella pazienza e nella speranza, possiamo giungere alla piena conoscenza di te che sei amore, verità e vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Dal libro dei Proverbi 8,22-31
Così parla la Sapienza di Dio: «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata, quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io fui generata, quando ancora non aveva fatto la terra e i campi né le prime zolle del mondo. Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti, così che le acque non ne oltrepassassero i confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo».

Salmo 8. O Signore, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!
Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato,

che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi.
Tutte le greggi e gli armenti e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare, ogni essere che percorre le vie dei mari.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,1-5
Fratelli, giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.


Dal Vangelo secondo Giovanni 16,12-15
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annuncerà”.

«TI BENEDICO, PADRE, PERCHE’ HAI TENUTO NASCOSTE QUESTO COSE AGLI INTELLIGENTI E LE HAI RIVELATE AI PICCOLI» (Matteo 11,25). Don Augusto Fontana

Noi cristiani non dobbiamo mai perdere di vista il fatto che anche se siamo trinitari, affermiamo che vi è solo “un Dio”. Di fatto, i cristiani ortodossi arabi del Medio Oriente dicono sempre: “Nel nome del Padre e del Figlio e del Santo Spirito, DIO UNO!” (in arabo: “Bismilabi wal-ibni wal-ruhi-l-quddus, ALLAH WAHID!”). Questo per mostrare che nell’affermare la Trinità, noi non neghiamo in alcun modo che Dio sia uno: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo (‘ehad)» (Deut. 6,4).
I novantanove Nomi di Dio…
Ogni anno ti ricordo che nella festa della Trinità, traggo dalla mia piccola Bibbia tascabile un consunto foglietto su cui campeggia il titolo: “I 99 Nomi di Allàh”. Incredibilmente ogni tanto ne vengo attratto e, in comunione con l’Islam, lodo Dio con la splendida litania dei 99 Nomi: AL-RAHAMAN (il Misericordioso), AL-MALIK (il Signore), AL-MUMIN (il Fedele), AL-FATTAH (il Vincitore)… La litania non varca la soglia del centesimo attributo che rappresenta quell’inconoscibile e indicibile Nome che solo Lui conosce e che sarà rivelato quando Lui vorrà, se vorrà. «Ad Allah appartengono i nomi più belli: invocateLo con quelli e allontanatevi da coloro che profanano i nomi Suoi: presto saranno compensati per quello che hanno fatto» (Corano, Sura VII,180. Cf. Esodo 20,7: Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascerà impunito chi pronuncia il suo nome invano). Su quel novantanovesimo Nome mi viene spontaneo stendere la mano sulla bocca e stare davanti a Lui con il silenzio. Il salmo 65,1 nella versione massoretica, dice “Per il Signore anche il silenzio è lode“. Su questa soglia deve essersi trovato Mosè quando si tolse i sandali davanti al cespuglio, luogo impenetrabile e adorabile del grande Nome di Dio. Io prete, abituato a parlare (e a straparlare) di Dio con i punti esclamativi, oggi ho l’opportunità di lasciarmi attrarre dal fascino del punto interrogativo di questo centesimo e impronunciabile Nome e di sospettare che «Il timore (lo stupore) del Signore è sapienza e istruzione» (Siracide 1,24). Un timore che non è paura bensì affettuoso rispetto dovuto al mistero presente in ogni evento o persona o linguaggio[1]. I credenti di ogni fede sono attirati dal fascino tremendo di questa bifronte tentazione: parlare o tacere di Dio? Ma se decido di parlarne non posso farlo né in gramaglie né inducendo mortifera noia, ma solo con gioia nei confronti di Uno che, lo so, incenerirà ogni volta le parole che ho faticosamente trovato per capirlo, annunciarlo, lodarlo. Anche noi cristiani «non possiamo parlare di Dio e tuttavia l’evangelo ci impone di farlo» come disse il teologo protestante Karl Barth. Il poeta indiano Tagore aveva detto: «Il mistero dell’infinito è scritto sulla mia piccola fronte»; ed io, parafrasandolo, posso dire che il mistero di Dio è scritto nelle tue piccole parole, è affidato alla teologia del tuo piccolo quotidiano vivere nell’amore, si lascia prendere in ostaggio ed impigliare dalla ragnatela dei miei ragionamenti, pur di metterci in contatto con Lui, Dio nascosto («Veramente tu sei un Dio nascosto/misterioso» Isaia 45,15), ma sempre prossimo («Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» Giovanni 1,18), incartato nella nostra storia ma avvolgente l’universo[2]: «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (Atti 17,28).
Oggi Gesù ci dice: «Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera». Che cos’è la VERITA’? Era curioso anche Pilato durante il processo a Gesù. Ma Gesù non rispose nulla. Sono inciampato in alcuni versetti delle Lettere di Giovanni:
– «Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi» (1 Gv 1,8). Che cos’è dunque la Verità?
– «Chi dice: “Lo conosco” e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e la verità non è in lui» (1 Gv 2,4). Che cos’è dunque la Verità?
– «Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità. Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità» (1 Gv 3,18-19). Che cos’è dunque la Verità?
Il Mistero e i luoghi comuni di una fede pigra.
Trinità: è un territorio da calcare con prudenza, curiosità intellettuale e fede itinerante. Nessuno abbia vergogna dei propri dubbi: «Una fede senza il dubbio corre il rischio di spegnersi, come il corpo senza appetito corre il rischio di ammalarsi. La fede infatti non nasce da una verità ingessata e posseduta con saccenteria, ma da una verità dinamica che è sempre oltre ciò che conosco e rivela sempre nuove meravigliose novità[3]». Territorio su cui hanno camminato i maggiori Padri dei primi secoli, teologi, eretici, mistici; S. Agostino ci ha scritto sopra 5 volumi.
Trinità: si tratta di un termine che è ignoto alla Bibbia e alla formula del “Credo” cristiano e non appartiene, in quanto parola, al primitivo annuncio cristiano essendo apparso per la prima volta verso la fine del II° secolo. Noi – battezzati “nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”- fatichiamo a dare risposte che concilino il radicale monoteismo biblico con un arcobaleno di Nomi e di storie di questo Unico e di cui abbiamo un piccolo saggio in una frase di Paolo, molto simile al testo della seconda lettura di oggi: «E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre![4]». La serietà di questo problema è stato avvertito dalla chiesa dei primi secoli che tuttavia era alle prese con una novità ben più sconvolgente: l’evento della croce e risurrezione di Cristo, scandalo per i giudei, stupidità per i greci, ma sapienza e amore di Dio. Come mai l’attenzione si spostò lentamente dallo scandalo della croce all’indigesto dogma della Trinità? I quesiti che nascono, soprattutto oggi, sono anche altri e li enumero così come sono posti dal Nuovo Dizionario di Teologia[5]: «Ai nostri giorni già la stessa parola “Dio” sembra non evocare quasi nulla per un numero crescente di uomini, mentre è diventata per molti praticamente irrilevante. Che cosa può mai suggerire un termine astratto come “trinità”? Non è forse vero che neppure i credenti riescono a convincere se stessi che la Trinità è qualcosa di poco diverso da un astruso gioco intellettuale? Non è una tragica ironia affermare che la Trinità è la verità centrale della fede e riconoscere che essa è la dottrina meno incidente sulla vita? Come può allora il cristianesimo pretendere di essere ancora oggi portatore di un lieto annuncio per l’uomo?». Forse ci conviene accettare la sfida di Karl Bart: «La Trinità di Dio è il mistero della sua bellezza. Negarla è avere un Dio senza splendore, senza gioia, un Dio senza bellezza». Alla ricerca di questa bellezza seducente sono andato a ripassarmi le speculazioni di chi ha voluto rendere la ragione amica della fede e che tra hypòstasis, pròsopon, pericoresi, omoousìa, Filioque hanno precisato che in Dio c’è una sola essenza, due processioni, tre ipostasi, quattro relazioni e cinque nozioni. E tra un Sinodo di Toledo del 589 e un Concilio di Firenze del 1439 ho rischiato di volta in volta di diventare ariano, sabelliano, patripassiano, subordinaziano, triteista. Mi intriga molto la parola di Gesù: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11,25). Di questi piccoli conosco volti e nomi e si guadagnano il pane quotidiano senza rinunciare alla obbedienza di scrutare le Sante Scritture e di affidarsi con semplicità di cuore al Dio che è amore, come ha affermato l’evangelista Giovanni che di queste cose se ne intendeva: «Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore[6]».
Mi consola l’ebreo Heschel[7]Una delle mete a cui tende il vivere ebraico è sentire gli atti più banali come avventure spirituali e percepire l’amore e la saggezza che si celano in tutte le cose. Rabbi Eleazar dice “La redenzione si potrebbe paragonare all’atto di guadagnarsi il pane”. E Rabbi Joshua Ben Levi dice: “Quello di guadagnarsi il pane è un miracolo ancora più grande della divisione del Mar Rosso”. La percezione dei miracoli che sono quotidianamente con noi e la sensazione delle continue meraviglie è la sorgente prima della preghiera: “Meravigliose sono le tue opere, Signore, e la mia anima lo sa molto bene” (Salmo 139,14)». Ecco trovata una porticina di ingresso in questo misterioso labirinto che da fonte di scetticismo potrebbe divenire dolcemente fonte di meraviglia e di stupore: «L’umanità non è destinata a perire per mancanza di conoscenza, ma soltanto per mancanza di meraviglia. Cominceremo ad essere felici soltanto quando avremo capito che una vita senza meraviglia non merita di essere vissuta. Quello che ci manca non è la disposizione a credere quanto la disposizione a meravigliarci. La consapevolezza del divino comincia con la meraviglia[8]».
Raccontare Dio con un occhio alla croce pasquale e un orecchio ai nostri gemiti e canti.
Mi colpisce una citazione del teologo Bruno Forte[9] che riferisce una frase del teologo luterano Eberhard Jüngel: «Occorre parlare di Dio raccontando l’Amore». L’unica guancia che possiamo vedere del volto della Trinità è la guancia rivolta verso di noi, quella guancia che soffre e sorride in noi incapaci di sopportare un Dio impassibile. Per noi cristiani questa storia di soffusi incontri con i segni di un Dio che si racconta, incomincia da lontano, nelle memorie narranti e celebranti delle nostre origini ebraiche. Le orme di questo Dio sembrano, certo, più orme lasciate sull’acqua e cancellate dalle onde successive degli avvenimenti: «Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili» (Salmo 77, 20). Il baricentro di questo amore narrato è Gesù e all’interno della vita di Gesù tutto il contrappeso si sposta sulla croce pasquale, luogo tremendo di ateismo, laboratorio di disinfestazione dalle illusioni della religione, inusuale santuario dove Dio si rivela chi è per noi, cosa fa in noi, chi vuol essere con noi: «nessuno ha amore più grande di chi consegna la vita per i suoi amici» (Giovanni 15,13).
Occorre parlare di Dio narrando l’amore, suo e nostro. «Non basta un milione di sillogismi per dimostrare che uno è innamorato: soltanto l’esperienza dà prova e certezza…La caratteristica della fede secondo l’insegnamento biblico è che essa si fonda, più che sull’intelligenza che specula, sulla memoria che rievoca[10]». E io saprei narrare queste “consegne” andando a ritroso nella mia vita? Quando mai ho “visto” e creduto che Gesù e il Padre sono una sola cosa, che lui dimora nel Padre come noi rimaniamo in lui, che il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre ha mandato nel suo nome, ci ha insegnato e ri-cordato (riportato nel cuore) ogni cosa di tutto ciò che ci ha detto? Quando posso raccontare che a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune? O che io sono mandato da Cristo come lui è mandato dal Padre? Quando potrò dire l’Amen vitae, un Amen detto con la vita affinchè il paradosso trinitario non appaia come un rompicapo matematico, ma come un’opera dinamica di bontà verso il singolo e la comunità umana?
Per una preghiera aperta ai 99 Nomi…
Dio santo, Dio vivente da sempre e per sempre senza tempo né luogo se non quelli di Gesù di Nazareth e dei suoi piccoli fra noi; Dio sovrabbondante esistenza comunitaria nella diversità; Dio Amore che ti doni senza disperderti, unico comandamento dei tanti nostri amori; Dio indifeso che ti fai da parte per lasciar spazio a noi – uomo/donna – creature della Tua Parola e icona autorizzata del tuo cuore nel luminoso buco nero dell’universo; Dio che riveli lo spessore della tua potenza cingendoti il grembiule del servizio; Dio che doni nutrimento ad ogni vivente fidandoti delle mani laboriose ed espanse di uomo/donna come già avevi affidato la divisione liberante del mar Rosso all’astuzia del servo Mosè e alla stanchezza ribelle del tuo popolo schiavo; Dio che non ami farti chiamare Padre-Padrone, ma Padre-misericordioso e sei Madre e Sposo per chi si sente cercato da Te nell’inferno maligno di una lontananza o nelle bettole idolatre delle sue prostituzioni; Dio Unico, ma non solitario; Dio estremo, Tutt’Altro da ciò che pensiamo, celebriamo, diciamo di te; Dio senza narici per incensi privi di giustizia ma risvegliato dai profumi dell’agape commovente di vedove e samaritani; Dio sentinella senza palpebre, eternamente vigilante sulle nostre tombe perché la morte non ci rapisca al tuo avvento; Dio di promesse che tardano perché un giorno per te è come mille anni; Dio insidioso del nostro benessere, ma non geloso della nostra gioia e felicità; Dio a bocca aperta per suggerire e alitare e convocare; Dio pane friabile e vino di gioia per memorie senza tempo………

(Ciascuno ora prosegua la propria litania fino alla soglia in cui dovrà tacere, non perché non sa più cosa dire, ma perché l’ultima parola spetta a Lui e alla tua vita concreta).
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[1] «Se tu comprendessi Dio, non sarebbe Dio» dice S. Agostino (Sermoni, 117, 5). «Dio si onora col silenzio non perché non si debba parlare o indagare di Lui, ma perché prendiamo coscienza di rimanere sempre al di qua di una sua comprensione adeguata» scrive S. Tommaso (Expositio super Boetium de Trinitate)
[2] Bellissimo il Salmo 139 (138).
[3] Averardo Dini, in Servizio della Parola, Queriniana, 287/97.
[4] Lettera di Paolo ai Galati 4, 6.
[5] Andrea Milano, Trinità, in Nuovo Dizionario di Teologia, Ed. Paoline, 1988, pagg.1782-1808.
[6] 1 Lettera di Giovanni 4,8.
[7] Abraham J.Heschel, Dio alla ricerca dell’uomo, Borla, Roma, pag.69<
[8] A.J.Heschel, op. cit. pag. 65.
[9] B.Forte, La Trintà: storia di Dio nella storia dell’uomo, in AA.VV. Trinità, Città Nuova, Roma, 1987, pag 108.
[10] Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Vol. 2°, Borla, pag. 178 e 180.




Pentecoste 9 giugno 2019.
UN ALITO. Don Augusto Fontana

Preghiamo. O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo. Per Gesù Cristo nostro Signore. AMEN

Dagli Atti degli Apostoli 2,1-11
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

Sal 103 Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.
Benedici il Signore, anima mia! Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.

Togli loro il respiro: muoiono, e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.

Sia per sempre la gloria del Signore; gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,8-17
Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete. Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

Dal Vangelo secondo Giovanni 14,15-16.23-26
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

UN ALITO. Don Augusto Fontana

 Il salmo ci suggerisce che lo Spirito è come il respiro per l’uomo: «Se togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati e rinnovi la faccia della terra».
Più volte, nel mio lungo servizio sulle ambulanze della Croce Rossa, ho tentato di rianimare persone con la respirazione bocca a bocca. La respirazione bocca a bocca, su labbra sbiancate dalla morte imminente o sporche di fango e sangue. In quei momenti non pensi. Vuoi solo regalare il tuo spirito vitale. Sono felice che qualcuno sia stato restituito alla vita e agli affetti per quell’alito che gli ho infuso in un momento maledetto della sua vita. Così deve aver pensato l’evangelista Giovanni quando ci rivelava che Gesù, sulla croce, ha appoggiato le sue labbra di morente e risorgente sulle mie cianotiche labbra, per ridarmi il suo soffio che rianimi paure, debolezze, anemie, scoraggiamenti, delusioni: «E chinato il capo diede lo Spirito» (Gv 19, 30). Questi sono giorni maledetti che rivelano il nostro bisogno di avere un Dio amante che ci stampi sulle labbra diafane il bacio della sua bocca: «Mi baci con i baci della sua bocca» (Cantico, 1,2). Un soffio, un bacio. Pentecoste.
Le bravate e le risse, il bullismo che infetta ragazzini di 12 anni; le violenze sulle donne, la corruzione negli affari e nella politica sono all’ordine del giorno su tutto il territorio nazionale. Tutti noi vediamo e sentiamo, ma ci sentiamo paralizzati di fronte al fenomeno di intolleranza trasversale che colpisce qualunque persona passi in quel momento in quel vicolo della città. Il carcere non è la soluzione ideale e denuncia il fallimento della politica e della aggregazione sociale. E se non bastasse: la Siria e la Libia sono nel caos; l’Africa è sempre più sedotta e abbandonata da noi occidentali “cristiani” che la sverginiamo con i nostri appetiti per poi abbandonarla in attesa del prossimo stupro; il Brasile sta regredendo nell’utero di interessi multinazionali; il Venezuela è allo stremo. Ci manca il fiato, il respiro; e trasmettiamo alle nuove generazioni una vita asfittica, dopata, orfana. Con le dovute eccezioni, si avverte già da tempo una mancanza di modelli e di punti di riferimento per le giovani generazioni ai quali spesso non resta che emulare l’ultimo vip uscito da un nuovo programma televisivo.
E la Chiesa, quella che doveva nascere dall’utero del Concilio Vaticano II°?
Qualsiasi grande città del nostro mondo ricorda oggi l’ambiente della torre di Babele: pluralità di lingue, di culture, d’idee, di stili di vita e problemi immensi d’intolleranza e incomprensione tra coloro che la abitano. Come possono convivere e comprendersi quelli che hanno tante differenze? La situazione sta diventando particolarmente problematica. Immigranti da altre province o da paesi in cui lasciano tutto per cercare un lavoro, un luogo dove cercare vita e qualità di vita. Per molti di loro arrivare all’altra riva è la loro speranza. E quando arrivano, nel caso li lasciamo entrare, inizia un vero calvario per potersi mettere al nostro livello. Il nostro mondo si è trasformato ora nel paradigma della torre di Babele, parola che significava “porta degli dei”. Così era denominata la città di ieri, simbolo della cultura urbana di oggi. Una città intorno ad una torre, una lingua ed un progetto: scalare il cielo, invadere l’area del divino. L’essere umano ha voluto essere come Dio (già lo aveva tentato prima, nel paradiso, a livello di coppia, ora a livello politico) e si unì (si uniformò) per ottenerlo. Ma il progetto fallì: quel Dio, geloso dagli inizi del progresso umano, confuse (in ebraico “balal“) le lingue e chiuse per sempre la porta degli dei (“Babel“). Forse quel mondo uniformato non ci fu mai sulla terra, forse fu solo un’aspirazione tentatrice del potere umano. Dopo il fallimento, le diverse lingue furono il maggior ostacolo alla convivenza, principio di dispersione e di rottura umana. L’autore della narrazione della torre di Babele non pensò alla ricchezza della pluralità e interpretò il gesto divino come castigo. Ma insinuò che Dio era per il pluralismo, differenziando gli abitanti del luogo in base alla lingua e disperdendoli. Molti secoli dopo che venne scritta questa narrazione del libro della Genesi, ne leggiamo un’altra nel Libro degli Atti degli Apostoli. Ebbe luogo il giorno di Pentecoste, festa della mietitura in cui i giudei ricordavano il patto di Dio con il popolo sul monte Sinai, “50 giorni” dopo l’uscita dall’Egitto. I discepoli erano riuniti, anche 50 giorni dopo la resurrezione (l’esodo di Gesù al Padre) e si preparavano a raccogliere il frutto della semina del maestro: la venuta dello Spirito che è descritta con eventi particolari, espressi come se si trattasse di fenomeni sensibili: rumore come di vento tempestoso, lingue come di fuoco che consuma o purifica; Spirito (= “ruah“: aria, soffio vitale, respiro) Santo (= “hagios“: non-terreno, divino). E’ il modo che sceglie Luca per esprimere l’inenarrabile, l’irruzione di uno Spirito che li libera dalla paura e dal timore e che li farà parlare con libertà per promulgare la Buona Notizia della morte e resurrezione di Gesù. Per questo, ricevuto lo Spirito, iniziano tutti a parlare lingue diverse. Poco importa indagare in cosa consistette quel fenomeno. Ciò che importa è sapere che il movimento di Gesù nasce aperto a tutto il mondo e a tutti, che Dio non vuole l’uniformità, ma la pluralità; che non vuole lo scontro ma il dialogo; che è iniziata una nuova Era in cui bisogna proclamare che tutti possono essere fratelli, non solo “nonostante” ma “grazie” alle differenze. Perché questo Spirito di Dio non è Spirito di monotonia o di uniformità: è poliglotta, polifonico. Il giorno di Pentecoste, da più lingue non venne come a Babele, più confusione: “Ciascuno li sentiva parlare, nella propria lingua, delle meraviglie di Dio“. Dio rese possibile il miracolo d’intendersi. Iniziò così la nuova Babele, quella voluta da Dio, lontana da malsane uniformità. Un mondo plurale ma concorde. Speriamo di continuare a reinventarla e non ad innalzare muri né barriere tra ricchi e poveri, tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, tra preti e laici, tra parrocchia e quartiere. La venuta dello Spirito significò per quel pugno di discepoli la fine della paura e del timore. Le porte della comunità si aprirono. Nacque una comunità umana, libera come il vento, come fuoco ardente[1].
Gesù, dice il Vangelo, alitò su di loro. La parola “alitare” (emphysao) è la stessa parola che usa il Libro della Genesi per rivelare l’atto creativo di Dio[2]. Dio ci dona la forza con la quale egli ha agito ed amato e la sua forza è creatrice. Tutto ciò che abbiamo come un seme, in forma germinale, si risveglia grazie allo Spirito che lo feconda. C’è tutta una ricchezza, un mondo, una creazione che si deve sviluppare in me. Che lo Spirito scenda su di me vuol dire che io sono chiamato a prendermi cura delle mie doti e delle risorse altrui. Tutto è in me come un seme. «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito» scrive Paolo ai Corinti (e a noi). Gesù rende consapevoli dell’enorme potere che i discepoli hanno: «Se voi perdonerete (lascerete andare) i peccati saranno perdonati e a chi non li perdonerete (li terrete in pugno) resteranno non perdonati». Giovanni usa due verbi: il primo è afìemi, perdonare, mandare via, scacciare, rimettere. Il secondo è cratéo, che significa trattenere, tenere in pugno, impossessarsi, dominare, spadroneggiare. Cioè: la comunità cristiana ha due possibilità: o lasciar andare o trattenere.

Ancora e sempre Pentecoste.
Quando ti senti perdonato e amato forse ancora di più dopo il tuo errore, è lui, lo Spirito. Quando senti circolare, nelle vene, forza e fiducia mentre affronti la prova, è ancora lui, lo Spirito. La capacità di intravedere in profondità, di guardare con speranza, con occhi capaci di sorprendere le gemme più che i rami improduttivi, è ancora lui, lo Spirito. La capacità di contemplare e fidarti della sconvolgente debolezza delle cose sul nascere; il coraggio di essere spesso soli a vegliare sui primi passi degli incontri, soli a guardare lontano e avanti, è lui, lo Spirito creatore. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito. Se Cristo ha riunificato l’umanità, lo Spirito ha diversificato le persone. All’unità creata dal sangue della croce si accompagna la diversità creata dal fuoco dello Spirito: nel giorno di Pentecoste le fiamme dello Spirito si dividono e ognuna illumina una persona diversa, sposa una libertà irriducibile, annuncia una vocazione. Lo Spirito dà ad ogni cristiano una genialità che gli è propria, e ciascuno deve essere fedele al proprio dono. E se tu fallisci, se non realizzi ciò che puoi essere, ne verrà una disarmonia nel mondo intero, un rallentamento di tutto l’immenso pellegrinare del cosmo verso la vita, una ferita alla Chiesa: come corpo di Cristo, essa esige adesione e unità; come Pentecoste vuole l’invenzione, la libertà creatrice, la battaglia della coscienza. In questi tempi il compito della Pentecoste si fa segretamente più intenso: generare al mondo uomini liberi, responsabili e creativi.
Scrive P. Ermes Ronchi: «Tutte le icone della Pentecoste sono colme di volti: il regno dei volti individuali è il regno dello Spirito santo, bellezza che si posa su uomini e cose come un richiamo perenne, strada verso il fondo inesauribile dell’anima. Tutti sentono parlare la loro lingua nativa. “Mi piace pensare allo Spirito che fa diventare tua lingua la Parola di Dio: tua lingua e tua passione e tuo cuore” (D. Angelo Casati). Lo Spirito altro non fa’ che, come in Maria, incarnare anche in te la Parola. Perché il divino e l’umano trovano compimento solo così: l’uno nell’altro. Dio parla con le tue parole, piange le tue lacrime, ti sorride come nessuno. E le tue mani sono le sue mani, la tua parola gli dà parola, la tua vita disseta la sua sete di vita»[3].
Scrive ancora P. Ermes Ronchi[4]: «Viene lo Spirito, secondo il vangelo di Giovanni, leggero e quieto come un respiro: Alitò su di loro e disse “Ricevete lo Spirito santo” (Gv 20,22). Viene lo Spirito, nel racconto di Luca, come energia, coraggio, missione, vento che spalanca le porte, e parole di fuoco (Atti 2,2ss). Viene lo Spirito, nell’esperienza di Paolo, come dono e bellezza, genio diverso per ciascuno (Galati 5,22). Tre modi diversi, per dire che lo Spirito conosce e feconda tutte le strade della vita, rompe gli schemi, è energia imprudente, non dipende dalla storia ma la fa dipendere dal suo vento libero e creativo. Lo Spirito è l’estasi di Dio, il debordare, l’esondare di un amore cercatore che preme, dilaga, si apre la strada verso il cuore dell’uomo. Il simbolo del fuoco dice che lo Spirito porta in dono il bruciore del cuore dei discepoli di Emmaus[5], l’alta temperatura che si oppone all’apatia del cuore e della fede che ha inaridito l’uomo e il credente d’oggi. E allora “del tuo Spirito, Signore, è piena la terra“; ne è piena la terra con i suoi deserti e i suoi sempreverdi, con i suoi bambini e i suoi anziani pieni di luce, e le donne che sono la cosa più vicina a Dio (C. Bobin). E figli e figlie profeteranno, anziani e giovani avranno visioni, schiavi e schiave parleranno di Dio, profezia di Gioele. La terra è piena dello Spirito. Guardati attorno, cerca, ascolta il vento sugli abissi, il respiro del cuore: la terra è piena di Dio. Cerca la bellezza salvatrice, l’amore in ogni amore. Piena è la terra. E, instancabile, il respiro di Dio porta pollini di primavera e disperde le ceneri della morte».
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 [1] Elaborazione da documento di Don Remigio Menegatti, 2006.
[2] Genesi 2,7: allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.
[3] La Pentecoste dei volti, di p. Ermes Ronchi (19-05-2002)
[4] Un mondo riempito dal respiro di Dio, di P.Ermes Ronchi, Avvenire (08 Giugno 2003)
[5] Luca 24, 32: «Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?».




Festa della Glorificazione di Gesù. 2 giugno 2019.
E’ ANDATO OLTRE. NEL PROFONDO.

Preghiamo. Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria. Egli è Dio, e vive e regna con te…

Dagli Atti degli Apostoli 1,1-11
Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».

 Sal 46 Ascende il Signore tra canti di gioia.
Popoli tutti, battete le mani! Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l’Altissimo,grande re su tutta la terra.
Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni, cantate inni al nostro re, cantate inni.
Perché Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte.
Dio regna sulle genti, Dio siede sul suo trono santo.

 Dalla lettera agli Ebrei 9,24-28; 10,19-23
Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte. Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza. Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso. 

 Dal Vangelo secondo Luca 24,46-53
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

E’ ANDATO OLTRE. NEL PROFONDO. Don Augusto Fontana

Scrive P. Ermes Ronchi: «Ascensione: Cristo non è salito verso l’alto, ma è andato oltre, verso l’intimo delle cose. E le sue mani sono ancora più impigliate nel folto della vita».
Io e te non abbiamo mai messo in discussione che “stare in alto” sia la posizione topografica e l’espressione linguistica che meglio descrive una posizione sociale ottimale e quindi è là che vogliamo collocare Dio quando lo pensiamo o immaginiamo. Quando muore un’amatissima nonna, noi diciamo al nipotino: «La nonna è andata in cielo». Se il cielo sta in alto, l’inferno dovrebbe stare in basso e Gesù sta alla “destra” del Padre (perché la mano destra del soldato era la mano forte che colpiva con la spada mentre quella sinistra era la mano debole che teneva lo scudo di difesa; oggi gli armamenti sono diversi da allora e non saprei in quale lato di Dio collocare Gesù!). Isaia riferisce parole di Dio (Is 66, 1-2): “Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi….”. Dio sta nel cielo dei cieli o nell’alto dei cieli, egli è l’Altissimo (in ebraico: El-Elyon).
L’espressione «l’Altissimo» la troviamo per la prima volta in Genesi 14,19: “Egli (Melchisedek) benedisse Abramo, dicendo: «Benedetto sia Abramo dal Dio Altissimo, padrone dei cieli e della terra!“. Anche Zaccaria dice che suo figlio Giovanni sarà il profeta dell’Altissimo (Luca 1,76). Durante l’annuncio a Maria, il figlio che dovrà portare in grembo è presentato come il Figlio dell’Altissimo (Luca 1, 32). E il Salmo 91,1 canta: “Chi abita al riparo dell’Altissimo riposa all’ombra dell’Onnipotente“.
Paghiamo il debito alla nostra necessità di immaginarci l’inimmaginabile, di collocare in uno spazio anche chi non ha luogo, di dividere lo spazio in terra, abisso, cielo e cielo dei cieli. Ma esistono altri “luoghi” che utilizziamo oggi meno frequentemente, ma forse teologicamente più efficaci: la pelle e il cuore esprimono rispettivamente l’epidermide di superficie e la profondità insondabile. Dunque attenti ai linguaggi: ci aiutano a tentare di esprimere l’inesprimibile, ma possono diventare una trappola, come i termini “miracolo, comandamento, fare memoria, trasfigurazione”. Non sfugge a questa delicata attenzione anche l’espressione “ascensione al cielo” che ha prodotto in noi, con il favore dell’iconografia tradizionale, l’immagine di una ascesa in verticale sopra un ascensore-nuvoletta che ha sottratto Gesù alle incombenze di una presenza ingombrante. Sono linguaggi e immagini che vanno decodificate.
E’ importante sottolineare che il racconto dell’Ascensione nella finale del Vangelo di Luca e quello all’inizio del Libro degli Atti degli apostoli, originariamente erano un unico racconto quando i due Libri costituivano un’unica opera di Luca, successivamente suddivisa.
Luca è l’unico autore del Nuovo Testamento che parla dell’Esaltazione di Gesù nella forma di una Ascensione e che separa l’Ascensione di Gesù dalla sua Resurrezione.
La tradizione originaria comune presenta la Resurrezione di Gesù direttamente come Esaltazione (Cfr. Rm 1,4: “Costituito Figlio di Dio con potere, secondo lo Spirito di Santità, per la sua resurrezione dai morti”). Luca li separa in due eventi (resurrezione e ascensione) per sottolineare il carattere storico che ha ciascuno di essi. Gesù risorto prima della sua ascensione-esaltazione-glorificazione, convive con i suoi discepoli: mangia con loro e li istruisce. In 1,3 aggiunge persino che stette con loro per quaranta giorni, per sottolineare questa convivenza storica del Risorto con i suoi discepoli. Luca insiste più degli altri sulla corporeità del Risorto: non è un fantasma, ha carne e ossa, può mangiare e lo possono toccare (Lc 24,39-43). C’è continuità tra il Gesù prima della sua morte e il Gesù Risorto. Gesù conserva la sua identità e la sua corporeità. Ma c’è anche un cambiamento, una dis-continuità nel Gesù risorto. Questo cambiamento Luca lo esprime con l’Ascensione. Il racconto dell’Ascensione ha chiaramente un linguaggio cosmico o simbolico: Gesù è sollevato dalla terra al cielo, lo nasconde una nube e appaiono due uomini vestiti di bianco. Si esprime, con un linguaggio simbolico, una realtà storica: l’esaltazione o glorificazione di Gesù. Questo lo accentua anche Luca quando dice che Gesù fu sollevato mentre conversava con i suoi discepoli, e che Gesù verrà nella stessa maniera con cui è stato sollevato. Perciò ai discepoli viene chiesto che non restino a guardare il cielo. Devono guardare la terra. L’Ascensione è sempre stata erroneamente interpretata come un’uscita da questo mondo, come un’assenza di Gesù, come un Gesù che se ne va per tornare alla fine dei tempi. In questa interpretazione l’Ascensione perde tutto il carattere storico che ha voluto dargli Luca. Nell’ascensione Gesù non se ne va, ma viene esaltato, glorificato. La parusia, cioè il ritorno, non sarà il ritorno di un Gesù che è stato assente per un po’, ma la manifestazione gloriosa di un Gesù che è sempre stato presente nella comunità. Ciò appare chiaramente nelle ultime parole di Gesù in Mt 28,19: “io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo“.
La chiesa non nasce perché Gesù se ne va o perché non ritorna, ma nasce proprio perché il Risorto non se ne va. E’ la presenza e non l’assenza di Gesù risorto ciò che rende possibile la chiesa.
La chiesa negli Atti degli apostoli è una chiesa escatologica, cioè crede nel ritorno di Gesù, in una seconda venuta sebbene non immediata, ma vive già storicamente l’esperienza di Cristo Risorto e glorificato nel mondo e nella comunità. Questa dimensione escatologica della chiesa si esprime negli Atti con le apparizioni di Gesù risorto nei momenti difficili della chiesa (Stefano, Pietro, Paolo), ma soprattutto la vive nell’esperienza permanente dello Spirito Santo. L’ecclesiologia di Luca è perciò storica, proprio perché è in definitiva una ecclesiologia escatologica (animata dall’attesa della “seconda” venuta di Gesù) e pneumatica (animata dal “pneuma” cioè dallo Spirito Santo).

 Una risurrezione dalle tante facce e un tempo lungo per entrarci dentro.
Dopo la morte di Gesù c’è solo un fatto centrale: la Resurrezione. Però questo avvenimento è tanto profondo, che necessita di essere assimilato per tappe. L’esperienza che ebbe la chiesa primitiva della resurrezione di Gesù fu tanto ricca che lasciò molte impronte dei tentativi che fece per spiegare a se stessa la profondità dell’avvenimento.
Possiamo segnalare alcuni di questi “segnali” di questa riflessione: il fatto stesso della resurrezione, con il simbolo del sepolcro vuoto; il fatto del dominio sulla morte, con il simbolo della discesa agli inferi; il fatto della trasformazione della persona di Gesù, con il simbolo che misteriosamente si rende presente in ogni luogo; il fatto della vita che continua ad essere presente, con il simbolo di colui che mangia e condivide con i suoi amici; il fatto della trasformazione o conversione che provoca nelle persone con il simbolo della venuta dello Spirito Santo; il fatto della divinità che Gesù condivide con il Padre, con il simbolo dell’ascensione ai cieli…
Vale a dire, la resurrezione ha talmente tante facce che i misteri si moltiplicheranno e non termineremo mai di comprenderla nella sua totalità. La resurrezione trascende la nostra capacità umana. E’ questo il contesto in cui dobbiamo vedere l’ascensione. Spiegarla in se stessa, senza relazione con la resurrezione, le farebbe perdere il suo significato sacramentale: la presenza del risorto, capace di comunicarci trasformazione attraverso i simboli nei quali ci si manifesta.
La resurrezione, letta dall’ascensione, comportava una grande lezione: insegnava ai discepoli che la presenza fisica del maestro doveva scomparire, per far posto a una presenza spirituale ed interiore. Quando i discepoli compresero questo – perché lo sperimentarono – la loro debolezza si trasformò in forza, la loro tristezza in gioia e il loro timore in testimonianza. Questo è ciò che ci dice il vangelo di Luca.
Infine, se la resurrezione la leggiamo dalla lettera agli Ebrei, troviamo una parola di incoraggiamento e la straordinaria promessa che rafforza la nostra speranza: Gesù è nell’eterna compagnia di suo Padre e dello Spirito, però ci sta come fratello maggiore di una grande famiglia che si riunirà, o come capo di un grande corpo che già inizia a sentirsi risorto, poiché già inizia a sentirsi trasformato con il desiderio immenso di assomigliare al suo maestro, che offrì la sua vita per tutti i fratelli del mondo.
Con l’ascensione si chiude il ciclo delle apparizioni del risorto. Se raggruppiamo tutte le apparizioni e leggiamo il loro contenuto simbolico, ci rendiamo conto che ci narrano le diverse esperienze della chiesa circa il risorto. Ma l’ascensione ha una particolarità: da’ alla piccola chiesa la certezza che dalla sua piccolezza può aprirsi al mondo, come Gesù sulla croce. Solo dopo essere passato per la croce Gesù ottiene il potere su ogni “Principato, Potestà, Virtù e Dominazione”. Capiamolo bene: solo dopo essere passato per la croce! Colui che ascende è il risorto ed il risorto è il crocifisso.

 




6a Domenica di Pasqua 26 maggio 2019.
UN DIO SENZA FISSA DIMORA. Don Augusto Fontana

Preghiamo. O Dio, che hai promesso di stabilire la tua dimora in quanti ascoltano la tua parola e la mettono in pratica, manda il tuo Spirito, perché richiami al nostro cuore tutto quello che il Cristo ha fatto e insegnato e ci renda capaci di testimoniarlo con le parole e con le opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Dagli Atti degli Apostoli 15,1-2.22-29
In quei giorni, alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati». Poiché Paolo e Bàrnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione.Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli. E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agl’idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!».

Sal 66  Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.
Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra.

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 21,10-14.22-23
L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.

Dal Vangelo secondo Giovanni 14,23-29
Gesù disse [ai suoi discepoli]: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.  Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

 UN DIO SENZA FISSA DIMORA. Don Augusto Fontana

 Dio abita “oltre”.
«Alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: “Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser salvi”…Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro».
Alla Chiesa è vietata la nostalgia. Non tutti, all’interno della Chiesa, accettano la novità. È sempre in agguato la nostalgia delle «cose di prima», ormai superate. Ne fa prova il dibattito che si era acceso nella chiesa di An­tiochia (prima lettura). Erano arrivati dalla Giudea certi individui che contestavano il metodo missionario di Paolo e Barnaba e pretendevano di im­porre ai neo convertiti dal paganesimo anche le osservanze della Legge ebraica, a cominciare dal rito di «iniziazione»: la circon­cisione. Rendendo così insufficienti il battesimo e la fede in Gesù. Paolo avverte che non è in gioco semplicemente il suo metodo pastorale, ma l’essenza stessa della novità cristiana. La questione viene portata dinanzi alla chiesa madre di Ge­rusalemme. I contrasti e le tensioni furono superate con un dibattito aperto, dove ognuno ebbe la possibilità di esporre le proprie ragio­ni e con un ascolto umile della voce dello Spirito. Il guaio degli integrismi di tutti i tempi è la pretesa di imporre pesi opprimenti e inutili, di aggiungere, al giogo «liberante» del Cristo, un giogo supplementare e strangolante, fatto di carabattole varie e di anacronistici fagotti che appesantiscono il cammino e soffocano ogni slancio. Alcuni provano un gusto quasi sadico a chiedere sacrifici assurdi, col risultato di produrre spaccature all’interno della comunità. Questi nostalgici malati delle «cose di prima» sono gli specialisti dell’accessorio a scapito del necessario. Il loro peccato d’origine è l’incapacità di tener dietro alle iniziative innovatrici dello Spirito. Sono in ritardo sugli avvenimenti, e quindi sull’azione di Dio nella storia[1].

Dio abita “la città”.
«L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa…Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio».
L’amore che propone Gesù è “architettonico”[2] cioè destinato a modificare la realtà, la città. I nomi delle nostre città dovrebbero avere nomi di uomo e di donna. In Genesi 4,17 troviamo un’ispirazione di fondo, da prendere con le pinze di una lettura critica: «Poi Caino conobbe sua moglie, che concepì e partorì Enoc. Quindi si mise a costruire una città, a cui diede il nome di Enoc, dal nome di suo figlio». Caino non è certo un modello proponibile, ma di lui la Scrittura ricorda che il suo progetto di città aveva un nome di figlio, di uomo. Nelle nostre città non ci viene più voglia di accendere il fuoco neppure per un eventuale ospite di passaggio. Pensiamo che i giochi ormai siano fatti e niente di nuovo busserà alla nostra porta, che non ci saranno più nè soprassalti di gioia per una buona notizia nè trasalimenti di stupore per un’improvvisata e neppure fremiti di dolore per una tragedia umana. Siamo a corto di speranza, siamo delusi dai surrogati di promesse inesplose che mettono in dubbio anche le promesse di Dio. Ossa inaridite e disperse sulle quali il profeta Ezechiele (37, 1-14) invoca lo Spirito di rianimazione politica e di resurrezione vitale: «…il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa tutte inaridite…Mi disse: Figlio dell’uomo, queste ossa sono tutta la gente d’Israele. Ecco, essi vanno dicendo: Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti. Perciò annunzia loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel vostro paese…L’ho detto e lo farò».
Un certo spiritualismo odierno ha la tendenza a dissolvere le componenti spaziali della santità: per loro il centro della santità non sarebbe più la Città o la Terra, ma la Chiesa. Oggi la teologia della «Chiesa locale», radicata su un territorio, ci aiuta a rielaborare la teologia della città. Per molti secoli la cristianità si è dibattuta nel dilemma della Gerusalemme celeste contrapposta alla Gerusalemme terrestre[3]. La Gerusalemme terrestre non doveva essere altro che un riflesso della Gerusalemme celeste. Un midrash[4] rabbinico invece spiega bene la diversa ottica biblica: «Voi trovate anche che c’è una Gerusalemme in alto, corrispondente alla Gerusalemme in basso. Per puro amore della Gerusalemme terrestre, Dio se ne è fatta una in cielo». La letteratura talmudica ebraica pone sorprendenti parole nella bocca di Dio stesso: «Io non entreró nella Gerusalemme celeste finchè non sarò entrato prima nella Gerusalemme terrestre»[5]. Il valore di queste tradizioni sta nel sottolineare che la pienezza spirituale non può essere raggiunta riducendo al minimo la sfera storica con le sue realtà materiali, sociali e politiche. Il Concilio Vaticano II° (GS n.1 e 40) ha scritto pagine indelebili: «La Chiesa è già presente qui sulla terra, ed è composta da uomini membri della Città terrena, chiamati a formare già nella storia dell’umanità la famiglia dei figli di Dio, che deve crescere costantemente fino all’avvento del Signore».
L’evangelista Matteo (5,13-16) ci ricorda quale sia il nostro reale compito come credenti in Cristo che vivono in questa città come cittadini: «Voi siete il sale della terra…Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa».
Nel 597 gli ebrei vengono deportati a Babilonia.  Chiedono al profeta Ezechiele deportato con loro a Babilonia (Ez 33,10): «Come possiamo vivere senza Tempio?».  Ci vorrà la sua genialità per permettere di credere che anche a Babilonia essi possono incontrare Dio.  In una celebre visione (Ez. 8-11), questo profeta descriverà la “Shekhinah” (la sua Presenza) che si allontana dal tempio di Gerusalemme per recarsi esule a Babilonia e vivere la solidarietà con i deportati.  Dio stesso parlando di loro può dire: «Certo li ho dispersi sulle terre, ma per loro io sono, un po’, un santuario sulle terre dove sono giunti» (Ez.11,16). Qualcosa della presenza di Dio ora è a Babilonia. Qualcosa, un po’ (“mehat”dice il testo ebraico o “micron” diranno i traduttori greci).  E quando Nabucodonosor distruggerà definitivamente Gerusalemme e il suo tempio, Geremia (29,5-7) scrive una lettera ai deportati: «Lì dove siete, costruite case e abitatele; piantate giardini e mangiatene il frutto…Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene». E mentre in Babilonia si va consolidando la cultura della resistenza attiva, beffando il male col bene, Geremia, in una Gerusalemme avvolta ancora nel caos, fa il gesto simbolico, anacronistico in tempi senza futuro, di comprare un campo (Ger. 32, 2-15): «Dice il Dio di Israele: Prendi i contratti di acquisto e mettili in un vaso di terra, perché si conservi a lungo. Poiché dice Dio di Israele: Ancora si compreranno case, campi e vigne in questo paese».
Nel profeta Ezechiele troviamo un altro potente messaggio religioso e sociale: «[Il Signore] mi condusse poi all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente… Mi disse: “Queste acque escono di nuovo nella regione orientale, scendono nell’Araba ed entrano nel mare: sboccate in mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché quelle acque dove giungono, risanano e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà”».  (47,1ss).
Luigino Bruni, economista e biblista, così commenta[6]: «Il tempio può essere sorgente zampillante di acqua vivificante se quell’acqua non rimane chiusa e gelosamente custodita dentro il tempio. Solo se da lì parte per inondare il mondo…Quell’acqua nasce dentro, ma scorre fuori. È un’acqua laica, civile, secolare. L’Ezechiele sacerdote di Gerusalemme crede che il tempio è il luogo della presenza della gloria di YHWH sulla terra. Ma l’Ezechiele profeta sa e dice che quella presenza non è lì per essere consumata nel culto dai suoi fedeli, perché è generata per essere donata a chi si trova al di fuori del tempio… Ezechiele, che riceve questa visione dopo che il tempio era stato distrutto da Nabucodonosor, intuisce che se ci sarà ancora un nuovo tempio, dopo l’esilio, la fede e il tempio non potevano restare quelli di prima; ogni grande crisi cambia il rapporto tra fede e culto. Il tempio è troppo piccolo per contenere l’Amore e l’acqua della sapienza».

Dio abita “dentro”.
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui ». Dov’è Dio? Dove abita? Dove andarlo a cercare? Quanta strada bisogna fare? Abbiamo bisogno di localizzare Dio, di metterlo dentro un tempio fatto di mattoni, dove poterlo onorare, ma anche per metterlo, in modo subdolo, sotto il nostro controllo, sotto formalina. E’ successo anche nella storia d’Israele. Il re Davide abitava in un bellissimo palazzo mentre l’arca dell’alleanza era sotto una tenda. Il senso di colpa gli suggerisce di progettargli un tempio degno. E Dio gli manda a dire per mezzo del profeta Natan: “Davide, lascia perdere! L’universo intero non mi può contenere, e tu penseresti di cacciarmi dentro un cubo di cedro o di freddi mattoni?”(2 Sam.7,1-16).
Il vangelo di oggi ci indica dove Dio ha scelto di abitare: “Se uno mi ama, metterà in pratica la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Noi siamo persone “abitate”; già S. Paolo lo aveva detto: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi?” (1Cor 3,16). In Esodo 25,15 si parla della costruzione dell’Arca dell’Alleanza. Una nobile cassa dotata di stanghe laterali infilate negli anelli per poterla portare; le stanghe non dovevano mai essere sfilate anche se erano più lunghe dello spazio della tenda chiamata “Santo dei Santi” (1 Re 8,8). Il filosofo ebreo Levinas offre una spiegazione midrashica: “La Legge-Torà, deposta nell’Arca, è sempre pronta al movimento, non è legata a nessun punto dello spazio e del tempo, ma è pronta per essere trasportabile in ogni momento”. Agli ebrei non andava bene questo Dio liquido, troppo pellegrino e quotidiano, troppo bersaglio mobile. La reazione fu idolatra: si costruiscono un vitello d’oro, immagine del vero Dio ma trasformato in idolo monumentale perché fossilizzato da un’icona statica e immobile. Questo fu ed è il nostro peccato originale.
Anche l’evangelista Giovanni è ossessionato dal “dove” di Gesù (per 40 volte circa: Dove vado io voi non potete venire…Signore dove abiti?…Di dove sei?…Dimmi dove lo hai posto…ecc). Per Giovanni l’identità non si scopre dal «Chi sei?», ma dal «Dove sei?». In realtà il chi sono io è dato da dove io sto, cioè dalle relazioni che io ho. Ecco perché nel 4° Vangelo il dimorare, essere in, abitare diventa così importante. Abitare significa che ormai dove io sono ho tutta una serie di relazioni, la mia è una situazione ambientale, “ecologica”. E poi io devo restare, dimorare, devo avere continuità. Giovanni ci dice che per capire Gesù la prima domanda che si deve fare il lettore è dove si colloca, dove dimora Gesù? E la risposta che comincia a dare nel Prologo al suo Vangelo è che Gesù sta «presso il Padre», sta in Dio. E da quella situazione è venuto a stare «in mezzo a noi», mettendo la sua tenda in mezzo a noi. Gesù è un’Arca con le stanghe e senza fondamenta, perché possa seguirci là dove andiamo: “Se uno mi ama, metterà in pratica la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. S.Agostino dirà: “A lungo ti ho cercata, bellezza nascosta, tardi ti ho trovata; io ti cercavo fuori di me, e tu eri in me”.

In conclusione.
Il biblista G. Ravasi, così sintetizza il messaggio delle letture liturgiche di questa domenica: «La dinamicità che impedisce alla Chiesa di essere nostalgica, la fedeltà che impedisce alla Chiesa di es­sere sbandata, la pazienza che impedisce alla Chiesa di essere frenetica, la profezia che fa comprendere alla Chiesa i segni dei tempi, la tolleranza e il dialogo che impediscono alla Chiesa la malattia dell’integralismo, la speranza che fa superare alla Chiesa esitazioni e incertezze. Ma su tutto deve dominare la fede nello Spirito, guida ultima e viva della Chiesa».

[1] A. Pronzato, PAROLA DI DIO. Commenti alle letture della domenica anno C, Gribaudi editore.
[2] Balducci in “Il mandorlo e il fuoco” anno C pag.152.
[3] cf. Giordano Frosini Babele o Gerusalemme? Per una teologia della città, Ed. Paoline, 1992.
[4] Midrash Tanhumah, inizio della sezione Pequdey
[5] B. Ta’anith 5 b.
[6] Avvenire 11/05/2019. L’esilio e la promessa/Cantico della laicità




Quinta Domenica di Pasqua 19 maggio.
Nuovo o diverso? Don Augusto

Preghiamo. O Dio che nel Cristo tuo Figlio rinnovi gli uomini e le cose, fa che accogliamo come fondamento della nostra vita il comandamento dell’amore, per amare te e amare i nostri fratelli come tu ci ami, e così manifestare al mondo la forza rinnovatrice del tuo Spirito. Per Cristo nostro Signore.

Dagli Atti degli Apostoli  (14,21b-27)
In quei giorni, Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiochia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto.Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.

 Salmo 144,8-13)(145) Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.

Misericordioso e pietoso è il Signore,
lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti,
la sua tenerezza si espande su tutte le creature.

Ti lodino, Signore, tutte le tue opere
e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno
e parlino della tua potenza.

Per far conoscere agli uomini le tue imprese
e la splendida gloria del tuo regno.
Il tuo regno è un regno eterno,
il tuo dominio si estende per tutte le generazioni.

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (21,1-5a)
Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:  «Ecco la tenda di Dio con gli uomini!  Egli abiterà con loro  ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».

Dal vangelo secondo Giovanni (13,31-33a.34-35)
Quando Giuda fu uscito[dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

LA NOVITA’. Don Augusto Fontana

Una parola-chiave di questa domenica: la novità.
Due ambiti ove accade la novità: la città, l’amore.
Spesso confondiamo novità con diversità. Noi siamo abituati a dire “Nuova Repubblica, nuovo Governo, nuovo lavoro, nuovo giornale…”. Spesso si tratta di qualcosa diverso dal primo, ma non necessariamente “nuovo”. Non ci vogliono molte argomentazioni per dimostrarlo. Spesso si tratta di robe vecchie riciclate, diligentemente mascherate. Spesso si tratta di trasformismo.
<Ecco faccio nuove tutte le cose…; vidi un cielo nuovo e una terra nuova…; vidi la nuova Gerusalemme scendere dal cielo…> dice Apocalisse.
<Vi dò un comandamento nuovo…> dice Gesù nel Vangelo.
Non voglio disprezzare la diversità, perchè spesso è a forza di diversità che ci si avvicina al nuovo.
Alcune considerazioni:

1- Non abbiamo molta voglia di novità, in quanto la novità chiede di ristrutturarci. Il trasformismo è meno aggressivo nei confronti delle scelte da fare; spesso si cambiano le cose per lasciare tutto come prima; si dice infatti <tutto a posto, niente in ordine!>.
Invece gli apostoli dicevano: <E’ necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio>. La novità ha dei costi iniziali, è un investimento a rischio, fatto nella fede e nella fiducia. Nelle famiglie si pensa maggiormente a cambiare posto ai mobili, pur di non affrontare il problema che nascerebbe da una nuova impostazione dei sentimenti e degli orizzonti della famiglia. Nella Chiesa si fanno molti documenti sul ruolo della donna, si fanno i Consigli pastorali, ma di fatto le parrocchie sono ancora tutte incentrate sul ruolo del prete. Si fanno molte cose per i poveri, ma i poveri non costituiscono il tessuto della Chiesa.

2- La novità, a differenza della diversità e del trasformismo, va a toccare il centro della persona e delle organizzazioni. Il trasformismo, invece, tocca gli aspetti periferici della vita.
<Chi non rinasce di nuovo non può entrare nel Regno dei cieli> diceva Gesù a Nicodemo il quale ribatteva:<Come può un uomo rientrare nel seno materno?> dimostrando che non aveva colto che Gesù parlava di una vita nuova e non semplicemente di una vita ricominciata da capo con le stesse condizioni di prima, più o meno.
Ecco perchè parlare di novità significa parlare di rinascita e non di semplice crescita.

3- La novità nasce da una sorgente, da un principio: “Dio è diverso da come lo stai pensando”. Quando la sorgente butta acqua inquinata, l’acqua che bevi non sarà mai nuova, ma solo diversa. Perchè solo il Padre di Gesù e nessun altro è portatore di novità. La novità non è qualcosa che costruisci, ma qualcosa che accetti. Tutto l’mmobilismo e il trasformismo della nostra vita religiosa e cristiana nasce da questo equivoco di fondo: abbiamo capito male Dio, ci stiamo rapportando in modo equivoco con Lui.

4- La novità offerta dal Padre non ci interessa più di tanto. La novità inizia dalla Resurrezione, passa attraverso la storia, si completa nel Regno dei cieli. Gli effetti della novità sono descritti dalla pagina dell’Apocalisse. La novità non consiste nel non piangere più, ma nel fatto che Dio asciugherà ogni lacrima; non viene eliminata la morte, ma la morte non è la fine. Forse per questo, la novità non ci interessa. Perchè le novità che attendiamo sono diverse da quelle che ci vengono offerte. E ci giriamo da un’altra parte. Oppure ci rivolgiamo al Dio di Gesù Cristo per ottenere una vita un po’ più frizzantina, ma non nuova.

Impaurito dalle novità di Dio, nella mia preghiera faccio resistenza e pronuncio una preghiera-bestemmia:<Signore liberami dalle tue novità; tientele; dàlle ad altri; preferisco una mediocrità accettabile piuttosto che una inaccettabile novità pasquale. Non permettere che nessuno mi offuschi l’immagine rassicurante che mi sono costruito di Te; mi vai bene così, con qualche benedizione, qualche bel rito di prima comunione, un prete simpatico e che stia sempre in canonica per farmi un certificato di battesimo appena ne ho bisogno, un rametto d’ulivo, una bella predica possibilmente corta: dammi cose diverse che siano un diversivo, ma che non raggiungano la novità. Dopo si vedrà.>

L’amore e la città.
Quando Gesù dona il suo testamento parlando di comandamento nuovo dell’amore, lo fa nella cornice della sua passione e a contatto con il tradimento. Gesù non si trovava in una idilliaca riunione: si trovava dentro la morsa della storia che lo stava sconfiggendo e schiacciando. Il precetto dell’amore non è un precetto ai margini della realtà, ma nel cuore della cronaca.
La volontà di Gesù e la nostra vocazione è di costruire una città santa raggiungendo i confini della terra e della creazione.
L’amore che propone Gesù è “architettonico” [1]cioè destinato a modificare la realtà, non a passarvi sopra come una sterile nebbia che nasconde le cose o che sconsacra i sacrosanti tentativi dei deboli di impedire che i forti facciano loro del male.
L’amore nuovo architettonico ci viene descritto dalla pagina di oggi dell’apocalisse: Dio dimora con noi, asciuga le lacrime. Non ci viene garantito che non piangeremo, ma solo che ci verrà impedito di essere affogati dalle lacrime. La novità radicale è che Dio ci vuole bene.

  • L’amore nuovo architettonico viene prospettato come un amore “politico”, cioè che ricostruisce il tessuto di una città, di una convivenza.
  • L’amore nuovo architettonico ha una caratteristica: amatevi come io vi ho amato. E’ quel “come” che dichiara la novità. Un amore creativo, che arriva a dare la vita, che sceglie la debolezza, rifiuta ogni forma di violenza, rispetta la libertà, promuove la dignità, respinge ogni discriminazione, mette in conto la tribolazione.
  • L’amore nuovo architettonico è un amore che deve essere visibile:<Da questo riconosceranno che siete miei discepoli>. Non sarà l’abito o i distintivi o il tipo di culto che distinguerà gli appartenenti a questa nuova comunità, ma questo tipo di amore. Ciò che quaggiù viene edificato nell’amore, non andrà perduto, ma sarà trasfigurato.

Per raggiungere questa novità occorre acclimatarsi. Compiere passi di avvicinamento. Se non ci è concesso ancora di gustare la novità, ci sia concesso almeno di lavorare per la diversità della nostra impostazione di vita.
Siamo venuti all’eucarestia domenicale per sperimentare tutto quanto ci è stato annunciato. Ci attende una settimana per sperimentare ciò che ci è stato donato.

[1] Balducci in “Il mandorlo e il fuoco” anno C pag.152




FUORI DALL’OVILE

Quarta domenica di Pasqua – 12 maggio 2019

O Dio, fonte della gioia e della pace, che hai affidato al potere regale del tuo Figlio le sorti degli uomini e dei popoli, sostienici con la forza del tuo Spirito, e fa’ che nelle vicende del tempo, non ci separiamo mai dal nostro pastore che ci guida alle sorgenti della vita. Egli è Dio, e vive e regna con te…

Dagli Atti degli Apostoli 13,14.43-52

In quei giorni, Paolo e Bàrnaba, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia, e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero. Molti Giudei e prosèliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio. Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”». Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.

Sal 99 Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.

Acclamate il Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza.

Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo.

Perché buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione.

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 7,9.14-17

Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E uno degli anziani disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».

Dal Vangelo secondo Giovanni 10,27-30

In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Fuori dall’ovile.

Farò il mio dovere di contribuente lavoratore dipendente. Modulo 730, redditi, ritenute, detrazioni e diavolerie varie: tutto diligentemente compilato, insieme con la sottoscrizione per la destinazione dell’otto per mille. Ogni anno l’addetto del CAF sgrana gli occhi ed io gli leggo la domanda: come mai un prete cattolico appone la firma per destinazioni remote dalla chiesa cattolica? Ebbene sì. Sono convinto che l’ecumenismo non passa solo attraverso le asettiche celebrazioni interconfessionali, ma anche attraverso l’otto per mille interscambiato. Una rotazione ecumenica, per anticipare tempi, se verranno, quando ogni porzione del gregge di Dio offrirà all’altro l’accesso al proprio pascolo. Una competizione di cortesie che farebbe disorientare un mondo che conosce solo il “mio” e il “tuo”. Un atto di fede nel mio Signore che ha pregato il Padre: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato…Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore» (Giovanni 17, 20-21; 10, 14-16). Anche l’otto per mille crea o abbatte recinti, allarga o restringe ovili, unifica o moltiplica pastori: «Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime» scriveva Pietro[1].

Un pastore che condivide.

Gesù pastore. Per di più buono (“bello”). L’immagine si apre su vasti orizzonti di mistica, di organizzazione pastorale, di leadership ecclesiale, di psicologia delle masse, di ecumenismo. Immagine teologica e dolce insieme; ma oggi lontana dall’immaginario europeo dei più. L’esperienza dei pastori dell’antico oriente rappresenta un riferimento lontano dalle attuali nostre condizioni di vita; nella nostra civiltà industriale e urbanizzata, l’immagine del pastore ha perso molto della sua forza e del suo mordente. Questo richiede un maggiore sforzo di ricerca.
Il gregge. E’ in marcia per la transumanza. Si seguono i ritmi stagionali alla ricerca di nuovi pascoli. In primavera si vaga in terreni liberi. In estate si chiede ospitalità a popolazioni sedentarie e agricole alle quali si chiede di poter portare il gregge. I trasferimenti costituiscono situazioni spesso drammatiche: la necessità di trasferirsi velocemente è ostacolata da pecore incinte o che hanno appena partorito; animali e uomini predatori minacciano pastori e greggi, i clan sedentari accusano i pastori di essere ladri e di portare malattie o di essere una classe socialmente inferiore e pericolosa.
Il pastore semita non è solo guida che conduce ad un’oasi o ad un pascolo. Lui sa dare certezza e sicurezza perchè i sentieri dispersivi o errati sono scartati con precisione dal suo bastone, quindi è un salvatore. Il pastore è anche compagno di viaggio per cui le sue ore sono quelle del gregge: i rischi, la fame, la sete, il sole, la pioggia. Non solo guida, ma anche condivide: «pur essendo Figlio, imparò tuttavia l`obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Ebrei 5, 8-9).
Il Salmo biblico 23 canta: «Signore, pastore mio! Non manco (non mancherò) di nulla! Mi fa posare in pascoli di erba, mi conduce verso acque di riposo (tranquille), mi restituisce vita (vitalità), mi guida su sentieri giusti (di giustizia) Dovessi anche passare per la valle più oscura, non temo il male, poichè tu sei con me».
«Sei il mio pastore». Non sfuggo la domanda: «Chi guida o anima veramente la mia vita?». La domanda non è solo per i mistici. Quale autorevolezza e signoria ha Gesù nella mia esistenza, nel determinare i miei sentieri? Come si esprime la sua leadership sui nostri regimi di vita?
«Tu sei con me, non manco di nulla». Non manco di nulla perchè di fatto non mi faccio mancare nulla? E chi manca di tutto, come può pronunciare questa preghiera? Quale sono le graduatorie di valore produttrici delle mie felicità? “Siete stati arricchiti in Lui di ogni cosa, di ogni parola e scienza” (1 Cor.1,5) “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio”( 1 Cor. 3, 22-23).
«La valle oscura», le tempeste della vita: chi ci vive dentro ha bisogno di sentire un Dio condividente: «Non temere vermiciattolo, larva! Non temere perchè io sono con te, non smarrirti perchè io sono il tuo Dio» (Isaia 41, 10. 14). «Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno; mai permetterà che il giusto vacilli» (Salmo 55,23). «Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare; poiché io sono il Signore tuo Dio, il Santo di Israele, il tuo salvatore. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» (Isaia 43,1-5). «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Lettera ai Romani 8, 35).
Scrive il teologo Carlo Molari[2]: «Mi sembra sia Anthony de Mello a raccontare di una sua preghiera che non trovava risposta. Di fronte ad una madre in pianto perchè il figlio moriva e non sapeva cosa fare, egli pregava: “Che stai facendo, mio Dio, per questa madre a cui muore il figlio? Non vedi come soffre?”. L’unica risposta era il silenzio. Solo dopo lungo pregare sentì chiara la risposta: “Che faccio? Per questa madre ho fatto te!” . Pregare quindi non è chiedere a Dio di intervenire al nostro posto, ma è aprirsi alla sua azione per diventare capaci di accoglierla in modo così ricco da essere in grado di compiere per noi e per gli altri ciò che la vita ci chiede».
La figura del Dio-pastore nasce prevalentemente dall’esperienza del deserto dell’esodo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni. Riconosci dunque in cuor tuo che, come un uomo corregge il figlio, così il Signore tuo Dio corregge te. Osserva i comandi del Signore tuo Dio camminando nelle sue vie e temendolo»[3].
Il deserto è un evento durante il quale due partner si conoscono e si ri-conoscono. Succede anche nella vita: ci si conosce stando insieme, litigando e perdonandosi, servendosi a vicenda. Un beduino espulso dal proprio clan o viene accolto da un altro clan o muore.
Il deserto è una lezione che l’uomo riceve: per la vita non basta il pane, occorre la Parola di Dio. Il deserto è “assenza di…”: nella sabbia non si può nè costruire città nè piantare orti e giardini; anzi il deserto tende ad invadere l’area coltivata. «Perché ci avete fatti uscire dall’Egitto per condurci in questo luogo inospitale? Non è un luogo dove si possa seminare, non ci sono fichi, non vigne, non melograni e non c’è acqua da bereVagavano nel deserto, nella steppa, non trovavano il cammino per una città dove abitare. Erano affamati e assetati, veniva meno la loro vita. Nell’angoscia gridarono al Signore ed egli li liberò dalle loro angustie. Li condusse sulla via retta, perché camminassero verso una città dove abitare»[4].
Il deserto rappresenta ogni tempo dove è possibile maturare come succede per l’apprendistato, il fidanzamento, l’adolescenza.
Il deserto rappresenta una lunga dilazione della promessa e della sua realizzazione; è un tempo intermedio che raccoglie e rappresenta sentimenti diversi: attesa, speranza, rassegnazione, disperazione, impazienza, mormorazione, costanza, tenacia, resistenza, fedeltà.
Nel deserto si cammina. In questo cammino dell’esodo Dio si presenta come uno che accompagna, che guida, che precede, come un pastore. Dio di fatto sembra dare direzioni generiche del tipo “Andate verso Nord!” e spetta quindi all’uomo precisare il proprio cammino. Il simbolo di questa assistenza è la nube che si ferma, si avvia, sceglie la direzione; successivamente sarà l’Arca della alleanza a dimostrare che il popolo pellegrino desidera camminare dietro il suo Signore. Gesù dirà a Pietro che vuole mettersi davanti a lui: «Torna dietro a me, Satana!» (Mc.8,33). Può accadere infatti che i suoi sentieri non siano i nostri sentieri e che quindi li si smarriscano, smarrendo anche noi stessi. Bisogna quindi cercare il Signore fin che si fa trovare, dice Isaia (Is.55,6-8).
In quale contesto Giovanni presenta Gesù come pastore? Nel cap. 9 ricorda la guarigione di un cieco dalla nascita. Ma contestualmente presenta anche la rigidità mentale dei farisei che non riescono a gioire delle recuperate funzioni relazionali del cieco. E si beccano una poco simpatica risposta di Gesù: «Se foste ciechi non avreste colpa, ma siccome dite “Ci vediamo” allora il vostro peccato rimane». Ciechi che guidano altri ciechi: dice Giovanni. E per questo colloca qui la pagina del capitolo 10: Gesù è la porta dell’ovile, è il pastore del gregge. Probabilmente ai tempi di Giovanni già una comunità organizzata offriva spunti di riflessione a causa di certi presbiteri o responsabili non all’altezza.: «hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta»[5].
Giovanni sente la necessità di ricordare chi è il vero e unico pastore della chiesa e, comunque, a quale modello devono riferirsi quelli che si fanno chiamare pastori o a quale modello dovesse riferirsi una comunità che volesse esercitare il proprio ministero pastorale nel mondo.

Una comunità “pastorale”?
«Che cosa è successo alla pastorale italiana in questi anni? Nonostante tante iniziative riuscite e brillanti, abbiamo una percezione di stanchezza, di fatica, di scoraggiamento. Crediamo che alle nostre comunità sia mancata innanzitutto la capacità di compiere un’analisi appropriata del contesto in cui viviamo. In questi anni si è rivelata in modo sempre più chiaro la fine di un regime di cristianità. Vivremo sempre di più la nostra fede senza puntelli, senza presidi di sorta. Destinati a vivere in un mondo che richiede la fede pura. Quando le nostre comunità hanno cominciato a sperimentare la durezza di questa fede nuda, spesso hanno fatto opposizione alle avversità del tempo, magari ricorrendo ad una più moderna ed efficiente strutturazione. La sapienza della croce può liberare oggi le nostre comunità dalla tentazione di essere competitive rispetto al mondo; può renderle capaci di essere alternative, capaci di essere segno e luce posta sul candelabro. Oggi le nostre sono comunità povere di gioia. Potremmo dare molti nomi concreti a queste dinamiche che rimandano ad atteggiamenti interiori. I nomi li troviamo facilmente se guardiamo alla raffinatezza di organizzazioni pastorali nelle quali sembra non esserci posto per le persone o per i doni dello Spirito; se pensiamo all’autoreferenzialità di tante comunità, che sembrano non accorgersi e non curarsi del mondo in cui vivono; se pensiamo alle molte paure, dalle quali ci si difende moltiplicando le regole anziché aprirsi con disponibilità allo Spirito. Inoltre, la corresponsabilità ecclesiale è parsa divenire spesso un rituale con scarso contenuto: basti pensare ai consigli pastorali, che dopo aver contribuito anche a far maturare in tanti laici una sensibilità nuova, disponibile all’iniziativa, alla responsabilità, a modalità adulte di stare nella Chiesa, spesso sono divenuti luoghi formali di discussioni nelle quali non è in effetti in gioco il volto della propria Chiesa, né si discute del modo concreto con cui essa può svolgere la sua missione. Oggi di fatto nella comunità cristiana e nei luoghi di corresponsabilità ecclesiale si tende spesso a confondere la comunione con l’uniformità del modo di pensare; si teme il dialogo quasi che il pensare e l’esprimersi in forme plurali costituisca una minore fedeltà. È certamente cresciuto nelle nostre comunità un senso cordiale di partecipazione ai problemi della società e delle persone più povere; è meno cresciuto lo spirito del confronto, che il Concilio ci chiedeva di maturare; il senso, ad esempio, di sentirci come cristiani e come Chiesa, nel mondo, partecipi cioè fino in fondo delle vicende, delle tensioni, delle fatiche del mondo entro cui viviamo e non invece interlocutori di esso, come chi sta di fronte e non come un fratello, un compagno di viaggio che condivide la fatica e la bellezza dello stesso viaggio[6]».

“Questo vi chiedo: di essere pastori con l’odore delle pecore”. Con queste parole Papa Francesco il 28 marzo 2013 si è rivolto al clero di Roma. “L’unzione – ha detto il Pontefice – non è per profumare noi stessi e tanto meno perche’ la conserviamo in un’ampolla, perche’ l’olio diventerebbe rancido e il cuore amaro”.

[1] 1 Lettera di Pietro 2, 25.
[2] Carlo Molari Pregare ancora? in ROCCA 21/96 Pag. 50-51.
[3] Deuteronomio 8
[4] Numeri 20,5; Salmo 107,4-5.
[5] Ezechiele 34, 2. 4
[6] Paola Bignardi ex presidente nazionale dell’Azione Cattolica. Su ADISTA n. 17 del 4 marzo 2000



Domenica di Passione – 14 aprile: Una passione, un amore… Don Augusto Fontana Meditazione, passo passo, del Vangelo della Passione secondo Luca

Una passione, un amore….
secondo Luca1

Il racconto della passione/risurrezione di Gesù è il primo e originario nucleo attorno al quale è cresciuto e si è strutturato il resto del Vangelo. Se un qualche dittatore mi obbligasse a distruggere il Vangelo permettendomi di tenere solo alcune pagine, senz’altro salverei questi ultimi capitoli, perchè QUESTI SONO L’EVANGELO. Gli altri capitoli sono un commento a questi. Il resto della Bibbia ci rivela Dio di spalle: ci dice ciò che ha fatto per noi. Qui invece lo vediamo faccia a faccia, in ciò che si è fatto per noi. Dio non ha più veli: <Quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo, allora saprete che IO-SONO> (Giov.8,28), cioè conoscerete JaHWeH.
La croce è la distanza che Dio si è preso dalla cattiva immagine che abbiamo di Lui e dalla diffidenza che il serpente ha suggerito all’uomo. Sulla croce Dio tace, ma il suo silenzio grida la sua essenza che è amore nel quale Dio e uomo diventano <una sola carne>.
Nella Natività di Gesù, Dio si è fatto carne; nella Attività Messianica di Gesù adulto, Dio si è fatto tenerezza e parola; nella Passione di Gesù Dio si è fatto morte, dolore e dono, nella Resurrezione Dio si è fatto vita. Il racconto della Passione, di per sè non andrebbe commentato perchè tutta la Santa Scrittura è un commento già fatto a questi eventi e a sua volta trova nella croce la chiave interpretativa del suo enigma. Dovrebbe essere solo una Parola da proclamare, pregare, baciare, adorare. Ciò che noi proviamo per Lui passa in secondo piano rispetto a ciò che Lui prova per noi. Tuttavia, essendo ancora bambini, abbiamo bisogno che certi bocconi siano preventivamente triturati. Il nostro commento apparirà come un goffo tentativo di sbocconcellare il racconto non per un godimento estetico o intellettuale, ma per una auspicabile contemplazione.

Capitolo 22.
[1]Si avvicinava la festa degli Azzimi, chiamata Pasqua,

Il tempo ebraico, il tempo di Gesù e quello della chiesa è scandito non dai cicli astrali, ma da un evento storico: la Pasqua. Anche per la Chiesa la pasqua è l’evento centrale della Liturgia, costituisce l’ottica con cui valutare ogni singolo accadimento della vita personale e collettiva, diventa il ritmo con cui scandire il tempo. La Domenica è la Memoria pasquale settimanale che favorisce il raduno dei discepoli per obbedire ad un invito:<Fate questo in memoria di me>. Che senso sto dando alla mia Domenica?
[2]e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano come toglierlo di mezzo, poiché temevano il popolo.
[3]Allora satana entrò in Giuda, detto Iscariota, che era nel numero dei Dodici.
[4]Ed egli , allontanatosi, andò a discutere con i sommi sacerdoti e i capi delle guardie sul modo di consegnarlo nelle loro mani.

Giuda è l’unico del quale si ripete sempre che “era uno dei Dodici”. Sarebbe stato facile rimuovere questo particolare. Invece, resta “uno dei Dodici” e rappresenta quel peccato dal quale la Chiesa (ciascuno di noi) ha sempre bisogno di essere salvata. Giuda “si allontana da Gesù” cambiando campo, con un movimento contrario a quello della sequela.[5]Essi si rallegrarono e si accordarono di dargli del denaro.
[6]Egli fu d’accordo e cercava l’occasione propizia per consegnarlo loro di nascosto dalla folla.
<Non si può servire due padroni, Dio e il denaro> dice Luca 16,13. Il denaro è la nostra falsa coscienza, l’economo della morte. E come ogni idolo, promette per poi deludere e uccidere i suoi adoratori, come succederà a Giuda. Il denaro diventa il campo su cui si gioca l’economia del dono o quella della morte. Nota che si incomincia a usare e ripetere strani verbi: qui “consegnare”. Signore, morirò con trenta denari in tasca perchè non appartengo alla categoria dei poveri. Ma dimmi: quando mai ti ho consegnato per denaro?
[7]Venne il giorno degli Azzimi, nel quale si doveva immolare la vittima di Pasqua. [8]Gesù mandò Pietro e Giovanni dicendo: <<Andate a preparare per noi la Pasqua, perché possiamo mangiare>>. [9]Gli chiesero: <<Dove vuoi che la prepariamo?>>. [10]Ed egli rispose: <<Appena entrati in città, vi verrà incontro un uomo che porta una brocca d’acqua. Seguitelo nella casa dove entrerà [11]e direte al padrone di casa: Il Maestro ti dice: Dov’è la stanza in cui posso mangiare la Pasqua con i miei discepoli? [12]Egli vi mostrerà una sala al piano superiore, grande e addobbata; là preparate>>.[13]Essi andarono e trovarono tutto come aveva loro detto e prepararono la Pasqua.

Gli elementi principali che emergono dal racconto precedente sono 5:
1. La <Pasqua ebraica> è la cornice in cui si deve leggere tutta la vita di Gesù. Luca nomina per 6 volte la Pasqua ebraica; quella di Gesù sarà la settima e definitiva Pasqua in cui è compiuto ciò che nella Pasqua ebraica era promesso e iniziato. La creazione raggiunge in Dio il suo settimo giorno, il suo riposo.
2. La Pasqua è <preparata>. E’ troppo insistente questo verbo (5 volte) per non contenere un messaggio rivelante: l’incarico dei discepoli non è quello di preparare l’agnello, come facevano invece tutti gli ebrei. Qui l’agnello è già pronto. I discepoli devono solo “preparare il luogo”.
3. La Pasqua è <immolata>. Cioè la nostra liberazione avviene “a caro prezzo”, come dice S. Paolo in 1 Cor. 6,20.
4. La Pasqua è <prevista e voluta>. Non è un incidente, una sorpresa inattesa. Dice il Libro degli Atti 14,22: <E’ necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio>. Pietro, nella sua Prima Lettera 2,19 scrive <E’ una grazia, per chi conosce Dio, subire afflizioni soffrendo ingiustamente>. Chi fa determinate scelte conosce già in anticipo il pedaggio da pagare ed i rischi che si corrono.
5. La Pasqua avviene <nella stanza superiore della casa>. Luca usa la parola <stanza> (gr. Katàlyma) anche in occasione del parto imminente di Gesù quando dice che i genitori “non trovarono posto nella Katàlyma (stanza d’albergo)”. Ora Gesù trova la sua “stanza d’albergo” (la Chiesa? la coscienza di ciascuno?): <Ecco sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me> (Apoc. 3,20). In questa <stanza> si accede solo dopo aver incontrato un uomo che porta una brocca d’acqua. Luca gioca sulla assonanza di due termini in lingua greca: bastàzon=colui che porta e baptìzon=colui che battezza. Il battesimo ci introduce nella stanza superiore dove si mangia la Cena Pasquale. E’ un luogo <superiore>, posto in alto e fuori delle normali occupazioni, dei rumori e degli stordimenti. E un luogo <grande>, capace di contenere il Signore e chiunque voglia entrare. Questo luogo è il centro della mia persona.
[14]Quando fu l’ora, si sdaiò a tavola e gli apostoli con lui, [15]e disse: <<Ho desiderato ardentemente (letteralmente: con desiderio) di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione,[16]poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio>>.[17]E preso un calice, rese grazie e disse: <<Prendetelo e distribuitelo tra voi, [18]poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio>>.[19]Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: <<Questo è il mio corpo che è dato per voi, fate questo in memoria di me>>.[20]Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: <<Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi>>.

E’ l’ora; questa pasqua è il vertice del tempo. L’ora di Dio coincide con l’ora del male in modo che tutto sia colmo dell’amore di Dio.
Si sdraia. E’ strano questo atteggiamento di Gesù, visto che la Pasqua doveva essere mangiata in piedi e in fretta (Esodo 12,11). Forse si fa riferimento al ritornello del Cantico dei Cantici (2,6; 8,3) dove l’amato si sdraia accanto all’amata: <La tua sinistra è sotto il mio capo e la tua destra mi abbraccia> o a Geremia 31,22-23. Si sdraiano con Lui. “Stare con…” : è la definizione dei discepoli.Ho desiderato con desiderio: è Lui che desidera sostituendosi alla nostra pigra malavoglia e agli alibi che avanziamo. All’ Eucarestia domenicale ci si va per suo desiderio desiderante, prima ancora che per nostra decisione o convinzione.Fino a che sarà compiuta nel Regno: “Annunciamo la tua morte, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa del tuo ritorno”. L’Eucarestia apre il tempo all’eternità. Nuova Alleanza. Come preannuncia Geremia 31,33: <Io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri dicendo “Riconoscete il Signore”, perchè tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande perchè io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato>.
Prendete e mangiate. Nel Libro degli Atti degli Apostoli (27,34-36) si narra un fatto che potrebbe aiutare a comprendere questo invito. Paolo, naufrago su una nave carica di grano, dice ai 276 naufraghi come lui in un mare tempestoso: <Vi esorto a prendere cibo; è necessario per la vostra salvezza>. Detto questo prese il pane, rese grazie a Dio davanti a tutti, lo spezzò e cominciò a mangiare. Tutti si sentirono rianimati e anch’essi presero cibo. E’ un’eucarestia cosmica, celebrata in un mare in tempesta e davanti a tutti e per tutti quelli che sono sulla stessa barca. Fate questo in memoria di me: prendere, distribuire, mangiare, spezzare, dare: sono i verbi eucaristici. Ci vengono lasciati in eredità, non tanto per una reiterazione ritualistica e celebrativa, ma esistenziale. Gesù lascia le consegne non tanto perchè vuole le moltiplicazioni delle Messe, ma vuole la moltiplicazione di quei verbi nella esistenza.
[21]<<Ma ecco, la mano di chi mi tradisce (letteralmente: mi consegna) è con me, sulla tavola. [22]Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai (letteralmente: ahimè!) a quell’uomo dal quale è tradito!>>.
[23]Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò.
[24]Sorse anche una lite, chi di loro poteva esser considerato il più grande. [25]Egli disse: <<I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. [26]Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. [27]Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. [28]Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; [29]e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me,[30]perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele.

Giuda. E’ indimenticabile l’omelia di Don Primo Mazzolari per il Giovedì santo: “Nostro fratello Giuda” (https://www.youtube.com/watch?v=Innx7Ug8DMk). Ogni discepolo ha il sospetto di avere una quota di partecipazione nella società a delinquere rappresentata da Giuda. Ma il vero peccato di Giuda non fu il tradimento, ma la successiva sfiducia di poter essere perdonato. La nostra libertà non è quella di non fare il male, ma quella di non rifiutare il perdono.Ritorna la simbologia della mano che dà, che prende e che consegna. Sulla stessa tavola eucaristica della domenica ci sarà sempre il nostro peccato e il suo perdono, in un incrocio di mani che danno, che prendono e che consegnano.
Ahimè! Più che un “guai!” di minaccia è un “ahimè! ahi a mè!” di lamento e di invocazione che il danno non ricada su Giuda, ma su Gesù stesso. La croce è l’ <ahimè> di Dio per il male del mondo. Esso è così grave da distruggere il senso della creazione: sarebbe infatti meglio non essere nati.
La lite. Il termine greco usato da Luca, e solo qui in tutta la Bibbia, è philo-neikìa che significa amor di vittoria: è il desiderio di prevalere sull’altro, di vincere, di farla da protagonista, di autoaffermarsi. Mentre Dio dà, di sè, la più improbabile delle definizioni: <Io sono in mezzo a voi come colui che serve>.
[31]Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; [32]ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli>>.[33]E Pietro gli disse: <<Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte>>.[34]Gli rispose: <<Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi>>.[35]Poi disse: <<Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?>>. Risposero: <<Nulla>>. [36]Ed egli soggiunse: <<Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. [37]Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra i malfattori”. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine>>. [38]Ed essi dissero: <<Signore, ecco qui due spade>>. Ma egli rispose <<Basta!>>.

Ho pregato per te Simone / Pietro. Tutti saranno provati. La preghiera di Gesù non garantisce l’impeccabilità, ma la fermezza della fede. Paolo nella 2° Lettera ai Corinti 12,7-9 scriverà:<Perchè non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perchè io non vada in superbia. Per questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed Egli mi ha detto:”Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perchè dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole è allora che sono forte>.
Gesù prima ci chiama con il nostro nome umano (Simone) che rappresenta la nostra debolezza ed i pii desideri di fedeltà; poi ci chiama con il nome che Lui ci ha imposto (Kefà=Pietra) e che rappresenta la stabilizzazione ricevuta dalla preghiera di Cristo.
[39]Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono.[40]Giunto sul luogo, disse loro: <<Pregate, per non entrare in tentazione>>. [41]Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: [42]<<Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà>>. [43]Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. [44]In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. [45]Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. [46]E disse loro: <<Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione>>.

Notte. La Bibbia ci riferisce di 3 notti altissime. La prima fu quella in cui Dio creò il mondo dal caos. La seconda fu quando Dio lottò con Giacobbe e creò il nuovo popolo. La terza è questa, quando Gesù lotta con Dio e fa risuonare il vero nome di Dio: Abbà.
Nella Tra-sfigurazione, sul Tabor, il Padre chiama Gesù con il nome di Figlio; nella Sfigurazione, nell’orto, il Figlio chiama Dio con il nome di Padre. Là l’umanità lasciò trasparire la bellezza della divinità; qui la divinità viene resa trasparente e rivela la sua essenza fatta di sangue umano, che trasuda. La Trasfigurazione è speculare alla Sfigurazione: i due eventi dovrebbero essere celebrati insieme.
O felice notte, in cui Dio entra in tutte le notti, e sono tante!, dell’uomo. Da questa notte, ogni angolo di perdizione verrà sempre visitato dalla salvezza.
Il monte degli ulivi. E’ il luogo dove Davide pianse la ribellione di suo figlio (2 Sam. 15,30-32); ora Gesù piange la ribellione dei fratelli. E’ il luogo da cui Ezechiele vide che la Gloria di Dio fuggiva dal Tempio (Ezechiele 11,23); ora Gesù contempla il silenzio di Dio. È il luogo da cui si attendeva la venuta del Messia per la lotta definitiva contro il male (Zaccaria 14,4); ora Gesù inizia la sua definitiva agonia/lotta.
È chiamato anche Getsemani che significa in ebraico Luogo del torchio: l’umanità di Gesù, spremuta, lascerà apparire la sua essenza: gocce di tenerezza.
La tentazione. La vera tentazione non si gioca sulla morale, ma sulla fede: Dio ha ragione si o no? Ha ragione Dio o gli uomini? Dio è onnipotente o impotente? Dio vive il dolore per l’amore o l’amore per il dolore? E’ sufficiente arrivare fino alla Cena o bisogna proseguire fino al Luogo del torchio (Getsemani) e al Luogo del cranio (Golgothà)? La preghiera. Per 5 volte Luca accenna alla preghiera, al termine di un Vangelo dove la preghiera di Gesù è stata reiteratamente ricordata. Nella preghiera si lotta con quel Dio che noi consideriamo nemico e si lotta fino al punto di arrenderci a Lui: questa è la vera nostra vittoria e questa è l’unica preghiera biblica /cristiana. <Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti; la pace di Dio, che supera ogni attesa, custodirà i vostri cuori in Cristo Gesù> (Fil.4,6). La preghiera del discepolo é accettare di tenere aperti gli occhi su Gesù che prega e che suda. Dopo il peccato, Adamo si guadagna il pane con il sudore della fronte; in questo nuovo Eden, il nuovo Adamo ci dona il vero pane con il sudore di sangue.
[47]Mentre egli ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo. [48]Gesù gli disse: <<Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?>>. [49]Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: <<Signore, dobbiamo colpire con la spada?>>.[50]E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. [51]Ma Gesù intervenne dicendo: <<Lasciate, basta così!>>. E toccandogli l’orecchio, lo guarì. [52]Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: <<Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? [53]Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre>>.

Il brano è strutturato sulla contrapposizione tra Gesù e tutti gli altri. E’ l’ora delle tenebre. Da una parte c’è lui, solo, circondato da Giuda, dalla folla, dai discepoli. Dall’altra parte c’è un gioco di di denari, spade, bastoni e falsi baci: sono le carte con cui il nemico, da sempre, gioca la storia umana.
Lo guarì. Dopo questa guarigione, cessa l’attività di Gesù ed inizia la passione. Si passa da ciò che fa per noi a ciò che Lui si fa per noi e a ciò che noi facciamo di Lui. Ora, fatto oggetto di possesso, non fa più nulla. E’ il niente che gli altri ne fanno.Spesso la Chiesa fa delle difese improprie e sbagliate di Gesù, tagliando alla gente le “orecchie”, cioè togliendo alla gente la capacità di ascoltare Gesù. Che il Signore ci lasci sempre un lobo d’orecchio per saperlo ascoltare!(Amos 3,12). Se la fede viene dall’ascolto(Rom.10,17) la spada di Pietro è la figura di tutti i nostri strumenti pastorali “potenti” che impediscono l’ascolto e la fede perchè sono della stessa natura degli strumenti dei nemici di Gesù. Gesù dice “Adesso smettete!”. In Siracide 20,4 c’è una frase che colpisce:<Chi vuole imporre la giustizia con la violenza è come un eunuco impotente che vuole violentare una ragazza>.

[54]Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. [55]Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. [56]Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: <<Anche questi era con lui>>. [57]Ma egli negò dicendo: <<Donna, non lo conosco!>> [58]Poco dopo un altro lo vide e disse: <<Anche tu sei di loro!>>. Ma Pietro rispose: <<No, non lo sono!>>. [59]Passata circa un’ora, un altro insisteva: <<In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo>>. [60]Ma Pietro disse: <<O uomo, non so quello che dici>>. E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. [61]Allora il Signore, voltatosi, guardò dentro Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: <<Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte>>. [62] E, uscito, pianse amaramente.

Lo condussero. Dio diventa puro oggetto nelle mani dell’uomo: è preso, consegnato, introdotto, condotto via, crocefisso. Faranno di Lui ciò che vorranno.
Pietro lo seguiva da lontano. Segue Gesù perchè gli vuol bene e si ricorda delle parole dette poco prima:<Con te sono pronto ad andare in galera e alla morte>. Tiene conto del proprio amore, ma non ancora della propria fragile condizione. E’ notte e fa freddo e quel fuoco sembra un calore tenue, in quanto la vera luce e il vero fuoco è altrove, lontano. Pietro subisce tre tentazioni, come Gesù nel deserto. Verrà vagliato, come si vaglia il grano dalla paglia; perderà le scorie della propria presunzione e rimarrà il grano pulito della fedeltà del suo Signore.
La testimonianza cristiana si gioca nel cortile della vita quotidiana, in mezzo agli altri colleghi servi. Mentre nelle alte stanze del processo, Gesù rivela la sua identità, qui nel cortile della vita quotidiana il discepolo mette a nudo la propria identità di uomo facile ai compromessi, agli alibi, alle paure, alle incoerenze, al peccato.
Con lui. La serva dà una definizione giusta del discepolo: <Costui era con lui>. Luca continua imperterrito a ripetere qual è l’identità del discepolo: colui che sta con Gesù. Tra poco, sulla croce, Gesù dirà al malfattore pentito: <Oggi, sarai con me>.
Non lo conosco. Ha ragione, Pietro, a dire di non conoscere questo Gesù; il Gesù che lui conosce è un altro, quello che fa miracoli e che è potente. La prima tentazione del discepolo è quella di dimenticare che Gesù è un crocifisso e che bisogna stare con lui non solo alla cena, ma anche nella via Crucis. Paolo scriverà in 1° Cor. 2,2: <Ritenni di non sapere altro in mezzo a voi, se non Gesù Cristo e questi crocifisso>.
O uomo, io non sono….Gesù tra poco dirà: Io-sono. Il Nome di Dio è “Io-sono”. Qui Pietro definisce invece se stesso come uno che non-è-dei-Suoi. La seconda tentazione del credente è quella di far consistere la propria identità nell’appartenenza formale alla comunità, senza stare con Lui.
Non so cosa dici: anche se il mio linguaggio e la mia cultura sono cristiani, io non sto con Lui perchè non intendo e non capisco nulla. La terza tentazione del cristiano è di confondere la fede con il cristianesimo. S.Giacomo nella sua Lettera 2,19 avverte i cristiani: <Tu credi che c’è un Dio solo?Fai bene: anche i demoni lo credono e tremano>. Sapere senza sperimentare è l’inferno del discepolo.

All’improvviso. L’avverbio è normalmente usato in occasione dei miracoli. Qui sta per avvenire il più grande miracolo: la fede nel Vangelo. Il gallo che annuncia la fine della notte, si mette a cantare:<La notte sta per finire e il giorno si avvicina>(Romani 13,12). E’ Gesù che si volta verso Pietro e non viceversa. L’uomo è incapace di voltarsi verso Dio. Dio sa <che il nostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce>(Osea 6,4). Il racconto è tutto un gioco di occhi puntati su Pietro, prima quelli della serva, poi quelli del servo, poi quelli di Gesù. Nello sguardo di Gesù Pietro riconosce le due verità complementari del Vangelo: il proprio peccato e il Suo perdono. Il pianto di Pietro è il suo vero battesimo dopo che lo sguardo penetrante di Gesù ha fatto cadere le foglie di fico delle varie presunzioni religiose ed ha messo Pietro nudo, nella sua responsabilità di accettare l’amore perdonante. Pietro si ricorda delle parole dette precedentemente da Gesù: ricordarsi della Parola del Signore è il principio della conversione.
il Signore, voltatosi, guardò dentro Pietro…

Salmo 138
[1] Signore, tu mi scruti e mi conosci,
[2]tu sai quando seggo e quando mi alzo. Penetri da lontano i miei pensieri,
[3]mi scruti quando cammino e quando riposo. Ti sono note tutte le mie vie;
[4]la mia parola non è ancora sulla lingua e tu, Signore, gia la conosci tutta.
[5]Alle spalle e di fronte mi circondi e poni su di me la tua mano.
[6]Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo.
[7]Dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza?
[8]Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti.
[9]Se prendo le ali dell’aurora per abitare all’estremità del mare,
[10]anche là mi guida la tua mano e mi afferra la tua destra.
[11]Se dico: <<Almeno l’oscurità mi copra e intorno a me sia la notte>>;
[12]nemmeno le tenebre per te sono oscure, e la notte è chiara come il giorno; per te le tenebre sono come luce. [13]Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre.
[14]Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo.
[15]Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. [16]Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi e tutto era scritto nel tuo libro; i miei giorni erano fissati, quando ancora non ne esisteva uno.
[17]Quanto profondi per me i tuoi pensieri, quanto grande il loro numero, o Dio; [18]se li conto sono più della sabbia, se li credo finiti, con te sono ancora.
[19]Se Dio sopprimesse i peccatori! Allontanatevi da me, uomini sanguinari.
[20]Essi parlano contro di te con inganno: contro di te insorgono con frode.
[21]Non odio, forse, Signore, quelli che ti odiano e non detesto i tuoi nemici?
[22]Li detesto con odio implacabile come se fossero miei nemici.
[23]Scrutami, Dio, e conosci il mio cuore, provami e conosci i miei pensieri:
[24]vedi se percorro una via di menzogna e guidami sulla via della vita.

[63]Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano, [64]gli velavano il volto e gli dicevano: <<Indovina: chi ti ha colpito?>>. [65]E molti altri insulti dicevano contro di lui. [66]Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i sommi sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio e gli dissero: [67]<<Se tu sei il Cristo, diccelo>>. Gesù rispose: <<Anche se ve lo dico, non mi crederete; [68]se vi interrogo, non mi risponderete. [69]Ma da questo momento il Figlio dell’uomo starà seduto alla destra della potenza di Dio>>. [70]Allora tutti esclamarono: <<Tu dunque sei il Figlio di Dio?>>. Ed egli disse loro: <<Lo dite voi stessi: io – sono>>. [71]Risposero: <<Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca>>.

Gli velavano il volto. La Sapienza è derisa, la potenza è percossa e la Gloria di Dio è velata. Ma questa velazione è la rivelazione totale. Il velo del tempio nasconde la maestà di Dio; il velo del male del mondo lo rivela come amore. Dio ha perso la sua faccia e i suoi connotati, per noi. Mosè chiese a Dio <Mostrami la tua Gloria>(Esodo 33, 20), il credente implora: <Fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi> (Salmo 88). Gesù dice: <Chi vede me vede il Padre> (Giov. 14,9; 1,18). Sembra incredibile. Dopo secoli attraverso i quali l’uomo ha rincorso Dio per cercare di vederGli la faccia oltre che le spalle, ora si trova di fronte al volto di Dio e gli mette uno straccio sopra. La bestemmia è non riconoscere Dio dietro quegli sputi.
Chi ti ha colpito? Ed egli taceva. Colui che passò beneficando e risanando tutti, ora è colpito dal male di tutti coloro che Lui aveva risanato. Ha reso la propria faccia dura come pietra (Isaia 50,6). Tace e non dice chi è il colpevole: Dio preferisce essere percosso piuttosto che accusare.

Io-sono. Il Nome di Dio rivelato nel cespuglio ardente di Mosè, ora è rivelato nella carne bruciata di Gesù. Ora si rivela non per quello che fa, ma per quello che è e che ne facciamo. Questa rivelazione ci guarisce da ogni falsa immagine di Dio.
Gesù verrà ucciso per queste due parole: IO-SONO.

Capitolo 23
[1]Tutta l’assemblea si alzò, lo condussero da Pilato [2]e cominciarono ad accusarlo: <<Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re>>. [3]Pilato lo interrogò: <<Sei tu il re dei Giudei?>>. Ed egli rispose: <<Tu lo dici>>.[4]Pilato disse ai sommi sacerdoti e alla folla: <<Non trovo nessuna colpa in quest’uomo>>. [5]Ma essi insistevano: <<Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui>>. [6]Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo [7]e, saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme. [8]Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. [9]Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla.
[10]C’erano là anche i sommi sacerdoti e gli scribi, e lo accusavano con insistenza. [11]Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato.[12]In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro.
[13]Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, [14]disse: <<Mi avete portato quest’uomo come sobillatore del popolo; ecco, l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate; [15]e neanche Erode, infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. [16]Perciò, dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò>>.
[18]Ma essi si misero a gridare tutti insieme: <<A morte costui! Dacci libero Barabba!>>. [19]Questi era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio. [20]Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù.
[21]Ma essi urlavano: <<Crocifiggilo, crocifiggilo!>>. [22]Ed egli, per la terza volta, disse loro: <<Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò>>. [23]Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano. [24]Pilato allora decise che la loro richiesta fosse eseguita.[25]Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà.

Questo brano ci narra il grande baratto: la vita del delinquente barattata con la morte del Giusto. L’uccisione di Dio è la salvezza dell’uomo. Per 6 volte esce la parola <liberare>. La nostra libertà costa la consegna di Gesù.
La sua innocenza è sottolineata 3 volte da Pilato. Gesù fu crocifisso unicamente perchè per i politici era re giusto e per i religiosi era Dio santo.
Questo brano ha una funzione importante per capire chi e perchè ha condannato Gesù.Chi lo ha condannato? Tutti, nessuno escluso. Il male ha preso la mano a tutti.
Perchè? Perchè non ha fatto nulla di male.
Quali conseguenze? Le prime conseguenze le godono due assassini, Barabba e uno dei due crocifissi con Gesù. Vengono graziati e salvati inaugurando l’infinita catena di balordi giustificati, tra cui io e te. Bar-abbà in ebraico significa “figlio-del-padre” ed era un modo per indicare i trovatelli, i figli di nessuno, i figli di padre ignoto. Bar-abbà è il gemello di ogni uomo. Dopo la sua liberazione diventa veramente fratello di Gesù e quindi “figlio-del-Padre”.

[26]Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù. [27]Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. [28]Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: <<Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. [29]Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. [30]Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! [31]Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?>>. [32]Venivano condotti insieme con lui anche due malfattori per essere giustiziati.

Il brano ci presenta 3 istantanee: il cireneo, le donne di Gerusalemme, i due malfattori. Sono i tre modi d’incontro dell’uomo con Gesù.
Nel Cireneo vediamo chi è il vero discepolo che pur non avendo fatto professione di fede e non avendo partecipato alla Cena Eucaristia, tuttavia porta la croce dietro Gesù. Per ironia del caso, si chiama Simone come Pietro. Il Cireneo è discepolo di Gesù non per sua scelta di volontariato: Questo ci dice che essere discepoli non dipende da un atto di volontariato, ma da un dono gratuito, quasi fortuito e certo non coincidente con le nostre buone disposizioni interiori. Il cireneo stava tornando stanco dai campi e gli è toccata la disavventura di portare la croce di uno sconosciuto Dio, partecipando così, anche lui, alla salvezza del mondo. Grazie Simone di Cirene! O Gesù, non riesco a capire se sono io il tuo cireneo che porta la tua croce o se sei tu il mio cireneo che porta la mia croce! Portando la tua croce di fatto portiamo quella che è destinata a noi e portando la nostra, di fatto portiamo la tua croce gloriosa.
Nelle donne di Gerusalemme vediamo chi è il vero popolo di Dio e cioè non fatto dai capi, ma da quelle persone che hanno per Gesù lo stesso sentimento che Lui ha per loro: la compassione. Gesù non piange su di sè, ma sulla città che non riconosce di essere stata visitata dal Signore. E’ preoccupato di quelli che lo rifiutano.Nei due malfattori vediamo l’umanità intera davanti alla propria morte. Tutti siamo mal-fattori e siamo legno secco da bruciare.

[33]Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. [34]Gesù diceva: <<Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno>>. Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte.
[35]Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: <<Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto>>. [36]Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: [37]<<Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso>>. [38]C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. [39]Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: <<Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!>>. [40]Ma l’altro lo rimproverava: <<Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? [41]Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male>>. [42]E aggiunse: <<Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno>>. [43]Gli rispose: <<In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso>>.

Salva te stesso. Ripetuto 3 volte, come 3 tentazioni provenienti da 3 tipi di soggetti. La salvezza è passare dalla lettura che ne fa il primo malfattore alla lettura che ne fa il secondo. La bestemmia, peccato contro Dio, è non riconoscere Dio sulla croce dove si rivela senza veli. Staccare Dio dalla croce è togliergli la sua gloria e confonderlo con l’idolo.. Questa bestemmia è comune anche a noi cristiani. che ci comportiamo da nemici della croce.
Qualunque prodigio Dio avesse potuto fare in mio favore, non mi avrebbe persuaso del suo amore.
Di per se Gesù non mi salva dal male, ma dalla sua radice che è il non sentirmi amato e accolto. Questa è la liberazione fondamentale.
Gesù, ricordati di me. L’uomo teme di essere dimenticato. Ma Dio non abbandona: <Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se questa donna si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai> (Isaia 49, 15).
Oggi sarai con me. Gesù lo rende discepolo: “essere con Lui”. Quello che a Gesù non riuscì di fare con i suoi discepoli, ora gli riesce con questo balordo che “sarà con Lui ora e per sempre”. Qui è il centro del nuovo Giardino/Paradiso. Da questi alberi pendono frutti dolci. Sotto quegli alberi Adamo/Gesù ed Eva/malfattore diventano <una sola carne>.

[44]Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. [45]Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. [46]Gesù, gridando a gran voce, disse: <<Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito>>. Detto questo spirò. [47]Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: <<Veramente quest’uomo era giusto>>. [48]Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. [49]Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti.[50]C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. [51]Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. [52]Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. [53]Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. [54]Era il giorno della parascève e gia splendevano le luci del sabato. [55]Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, [56]poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento.

E la tenebra fu. In principio Dio disse: <sia la luce!> e la luce fu. Gesù catturato dice: <Questa è l’ora delle tenebre> e la tenebra fu su tutta la terra. Il peccato è principio della regressione della creazione al caos primordiale. La tenebra richiama anche la grande piaga, la notte che coprì l’Egitto quando furono uccisi i primogeniti. Segna la fine della schiavitù e l’inizio del nuovo esodo. La tenebra allude anche alla profezia di Amos 8,9:<In quel giorno farò tramontare il sole a mezzogiorno per fare come un lutto per la morte del figlio primogenito>. Tutta la creazione partecipa al dolore del Padre per la morte del Figlio. Gesù disse:<Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perchè la vostra liberazione è vicina>. E’ la notte della ri-creazione. Il sole vecchio scompare e la città sarà illuminata dall’Agnello (Apocalisse 22,5).
Il velo squarciato. Nel Tempio c’era un tendone che separava, dagli altri locali, il luogo dove si teneva l’Arca. Solo una volta all’anno, per il rito dell’espiazione e della riconciliazione, il Sommo sacerdote varcava quella soglia. Ora la Gloria di Dio, con il peso del suo amore traboccante, squarcia tutto ed invade l’area umana come un’alluvione. I tendoni separatori, messi dagli uomini religiosi, non tengono più. Non esiste più un luogo profano. Ora siamo tutti santificati e santi, suoi parenti e suo tempio santo (Efesini 2,14-22).
Esclamando a gran voce. L’ora nona, le tre del pomeriggio, era l’ora in cui si suonavano le trombe per l’inizio della preghiera pomeridiana. Gesù unisce la sua voce a quella del popolo in preghiera. Si unisce a tutti quelli che sono arrivati alla loro sera.
Nelle tue mani affido il mio spirito. Luca, a differenza di Marco e Matteo, non cita il famoso Salmo 22 (Dio, perchè mi hai abbandonato?), ma il Salmo 31 (O Signore, poiché ho confidato in te, fa’ che io non sia mai confuso) che ti invito a pregare con Cristo e con tutti i profeti odierni minacciati, con i malati, gli anziani, i profughi, i traditi ingiustamente, gli indios in estinzione, i crocifissi dalle economie da rapina, gli operai senza tutele e senza garanzie, gli strangolati dagli usurai, i depressi, gli emarginati dalle Chiese, i perdenti, gli agonizzanti, i figli di nessuno, le bambine prostitute, i barboni, i torturati, quelli che attendono l’esecuzione della pena di morte, gli abortiti di ogni genere e specie.

E il sabato cominciava a risplendere.

1Trascrivo, rielaborandolo, l’ottimo commento “UNA COMUNITA’ LEGGE IL VANGELO DI LUCA”. Ed. Dehoniane – Bologna.

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Domenica di Pasqua – 21 aprile :: My Lord, what a morning! Don Augusto Fontana

PASQUA – 21 aprile 2019

Dagli Atti degli Apostoli. 10, 34. 37-43
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui. E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio. A lui tutti i profeti danno questa testimonianza: chiunque crede in lui riceve il perdono dei peccati per mezzo del suo nome».

Salmo 117

RIT: Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo.

Rendete grazie al Signore perché è buono,
perché il suo amore è per sempre.
Dica Israele:
«Il suo amore è per sempre».

La destra del Signore si è innalzata,
la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita
e annuncerò le opere del Signore.

La pietra scartata dai costruttori
è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossesi. 3, 1-4
Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio! Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria.

oppure

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 5, 6-8
Fratelli, non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete àzzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con àzzimi di sincerità e di verità.

Dal vangelo secondo Giovanni. 20, 1-9
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro.
Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò.Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario che era stato sul suo capo non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte.Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

My Lord, what a morning! 1 Mio Signore, che mattino!
Pasqua di Risurrezione.

Giorno di Pasqua: la madre di tutte le domeniche; la data delle date.
<Gesù crocifisso è risorto!>: la notizia madre di tutto il Vangelo, come dichiara Pietro nella prima lettura di oggi (Atti degli Apostoli 10, 37-43): noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che apparisse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti.
La Pasqua di Risurrezione è il cardine attorno a cui dovrebbe ruotare tutto l’anno liturgico e tutta la vita del cristiano. Si dice “dovrebbe”, al condizionale, perchè di fatto dal punto di vista del culto e delle devozioni cristiane pare che si dia più attenzione al Natale, alle feste della Madonna e dei santi o al culto del defunti, relegando la festa di Pasqua in posizioni arretrate nella hit parade dei gusti tradizionali cattolici. Per non parlare poi della vita quotidiana personale o collettiva del cristiano dove non pare che le scelte siano determinate da quell’evento che coinvolge non solo Gesù ma anche il cristiano, come annuncia Paolo nella Lettera ai Colossesi 3, 1-10: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove Cristo regna accanto a Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra. Voi infatti siete già come morti e la vostra vera vita è ormai nascosta con Cristo in Dio! Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora si vedrà anche la vostra gloria, insieme con la sua. Fate morire dunque quegli atteggiamenti che appartengono a questo mondo: immoralità, passioni, desideri cattivi e quella insaziabile voglia di possedere che è idolatria. Anche voi un tempo eravate così, quando la vostra vita era immersa in questi vizi. Ora invece buttate via tutte queste cose: ira, passione, malizia, maldicenze e parole volgari. Non mentitevi gli uni gli altri. Vi siete infatti spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito l’uomo nuovo. Ormai Dio vi rinnova continuamente per portarvi alla perfetta conoscenza e farvi essere simili a Lui che vi ha creati».
Occorre dunque riascoltare il battito di questo cuore della nostra fede perchè <se Cristo non fosse risorto, vana è la nostra fede> (1 Cor. 15,17).
Avremo tempo 50 giorni, fino alla Pentecoste, per masticare, metabolizzare, digerire, assimilare l’evento e l’annuncio.
Ripercorriamo oggi, quella mattina, questa mattina, con il Vangelo di Giovanni 20, 1-9.

<Il primo giorno dopo il sabato>…

L’Evangelista Giovanni ci tiene a questi INIZI. Già nel 1° capitolo del suo Evangelo aveva ricordato, con una frase, che la creazione del mondo ricominciava con la nascita di Gesù: <In principio era la Parola…e la Parola si fece carne>; la frase richiama la prima pagina della Bibbia e della creazione <In principio Dio creò il cielo e la terra>, creò l’uomo ed il tempo con la successione dei suoi giorni..
Oggi si annuncia l’avvio del computo nuovo del tempo e dei giorni: da quel primo giorno dopo il sabato, Dio ricomincia ad abitare il TEMPO, prima ancora che il TEMPIO. Ovunque scorra il tempo con i suoi giorni, Gesù Vivente abita con noi, è compagno dei nostri giorni. Nasce di qui il termine “DOMENICA” che proviene dalla frase latina “DIES DOMINICA” cioè “GIORNO-DEL-SIGNORE”. E’ il Giorno che, nelle intenzioni originali ebraiche e cristiane, è sottratto alla tristezza, al non-senso, al lavoro, alla solitudine, alla oppressione, per diventare il Giorno-cardine su cui gira la settimana che lo precede e quella che lo segue.

Domenica. Settimo Giorno che dovrebbe essere servito dagli altri sei giorni, ma che oggi è violentato e stuprato dai giorni che lo precedono e che lo seguono. Domenica giorno di guerra per troppi uomini, giorno di lavoro per molti sottoposti alle ragioni di un’economia che ha sottomesso tutti alle sue logiche produttivistiche. Domenica, giorno di acquisti e lavori domestici a cui ci sentiamo obbligati per alcune ragioni difendibili e per molte ben poco difendibili. Domenica, week end di riposo, ma non giorno di quiete. Domenica, giorno di viaggi/fuga più che di pellegrinaggi all’eucarestia e alla comunità, ai malati, ai vecchi soli o alla propria recuperata interiorità.

“Così è se vi pare, e se non vi pare è così lo stesso” sembriamo dirci a vicenda, malinconicamente succubi di questa macchina infernale del tempo che tritura il culto ad un piccolo frammento di Messa “mordi e fuggi”, tritura la solidarietà in qualche frammento di visita a malati o vecchi purchè parenti, che tritura la gioia nelle òle degli stadi, che tritura il dialogo familiare nell’inebetito ascolto della grande sorella televisiva, che tritura l’amicizia in 15 scatti telefonici consumati per sapere dall’amico come va la salute. Abbiamo perso il senso della vita e con esso il Vivente e con Lui, forse, anche la vita eterna, cioè la vita in pienezza.

Credere nell’evento accaduto il primo giorno dopo il sabato significa avere il coraggio di rimettere in discussione il nostro modo di vivere la Domenica, reimpostandola sulle coordinate della grande rivelazione:<Ricordati di santificare il mio Giorno santo>.Gesù oggi è diventato Signore-Cristo: la Domenica è il giorno in cui fisicamente e visibilmente il cristiano afferma la signoria di Gesù su di sè e rigetta ogni altra signoria.Dio nel 7° Giorno della creazione < si riposò> o, come dice letteralmente il testo di Esodo 31,17, <riprese fiato> ( in ebraico: wajjinnafash). Gesù, il servo di Dio e degli uomini, oggi <riprende fiato – riprende il fiato> e chiede ai suoi fratelli di partecipare alla espansione polmonare della sua vita: “riprendete fiato, respirate, riposatevi; riprendete l’alito di Dio, la sua energia ossigenante, la sua parola, il suo pane, la sua comunità”. Gesù vuole che in questo giorno anche i poveri, i deboli, i malati, gli stanchi, gli sfiduciati “riprendano fiato” attraverso la nostra amicizia e il conforto del punto di vista della parola di Dio sulla loro situazione. Vuole che “riprendano fiato” anche i rapporti familiari attraverso l’ascolto reciproco e la reciproca comunicazione.Vuole che “riprenda fiato”, nella preghiera liturgica e personale, la nostra fede resa asfittica dalle smentite e dall’asprezza della vita quotidiana. Questo è il giorno fatto dal Signore; rallegriamoci ed esultiamo in esso. Allelujah!

<Maria, Simone e Giovanni>…

La risurrezione lascia segni enigmatici, discutibili, deboli, provocatori:

  • –  la tomba vuota
  • –  le apparizioni (o rivelazioni) del Signore con i segni della passione e del pane spezzato
  • –  la testimonianza delle donne e dei discepoli
  • –  le Sante Scritture e la memoria delle Parole di Gesù.Nel testo evangelico di Giovanni emerge il “segno” della tomba vuota che sorprende i visitatori provocando reazioni che sono il simbolo delle tre tappe dell’itinerario della fede pasquale.
    Maria di Magdala rappresenta la risposta del cuore pieno di umanissimo affetto per il Gesù storico, ma ancora fermo alla sconfitta della croce ed invaso dallo smarrimento e dall’impotenza: Vide che la pietra era stata rotolata via dal sepolcro ma dice: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto» (Gv. 20,1-9).Maria è ancora ferma al Gesù “secondo la carne”. S. Paolo dirà: <Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così.> (2 Corinti 5,16). E di fronte alla tomba vuota, d’istinto, la spiegazione è una sola: <Hanno portato via il Signore dal sepolcro>. E’ l’unica risposta della ragione: la morte resta morte.Ma ci sono altre due reazioni.
    Pietro arriva. L’evangelista Giovanni dice <Vide…>, e basta. Luca aggiunge (Lc. 24, 12):< e tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto>. Stupirsi è l’anticamera della fede. Non c’è fede quando non c’è stupore. Non c’è fede perchè siamo diventati incapaci di stupore meditativo e contemplante.
    Per l’apostolo Giovanni, invece, l’evangelo dice che <vide e credette>.
    Il vedere, dunque, ha 3 esiti diversi: resta il dubbio, avanza lo stupore, matura la fede. Costituiscono le tappe del nostro permanente itinerario cristiano.
    La lentezza dell’itinerario verso la fede ha, per l’evangelista, una causa: <Non avevano ancora compreso la Santa Scrittura>.Per concludere.
    Fare Pasqua è la carta d’identità del cristiano. Non per niente ha una cadenza settimanale e non annuale (come il Natale) appunto perchè se perdiamo la Pasqua perdiamo l’identità, cadiamo nel tradimento del giovedì, nella crisi del venerdì e nella immobilità putrefatta del sabato.
    Fare Pasqua significa voltare pagina. La Pasqua settimanale ci aiuta a voltare progressivamente le pagine del libro della vita che scriviamo quotidianamente.
    Non lasciamoci defraudare della Pasqua settimanale, non permettiamo che diventi uno qualsiasi dei giorni o un semplice “fine settimana”.
    E’ il giorno del Signore, il giorno dell’uomo, della famiglia, della comunità, della vita, della Bibbia, della carità solidale e fraterna, della gioia.
    Buona prima Pasqua!

 


1 da un Canto spiritual dei negri schiavi in America.

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Pasqua – 21 aprile: Tre Vangeli di Pasqua a confronto. I verbi della Pasqua. Don Augusto Fontana

PASQUA DI RISURREZIONE

Dal Vangelo secondo Giovanni 20,1-9
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Dal Vangelo secondo Marco 16,1-7
Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salòme comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole.Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande.Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”».

Da Vangelo di Luca 24,13-35
Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

STUPORE E MOVIMENTO1
La parola libertà in ebraico, contiene la radice hfsh che vuol dire cercare. Un uomo è libero se continua a cercare. Le crisi, che sembrano bloccarci, in realtà aprono spazi, rompono gusci di comodità e creano le condizioni per mettersi di nuovo in marcia, in ricerca. Sono questi momenti di vuoto, di sospensione, di attesa, che rinnovano il mondo. Non dobbiamo temerli, ma viverli. Ciò che ci deve preoccupare, oggi, non è la crisi in quanto tale, ma l’indisponibilità a viverla. Non ci fidiamo del futuro, dell’inedito che con- tiene, e ci abbarbichiamo al presente per trattenerlo.
Questa crisi ha lo stato d’animo degli apostoli, che dopo le apparizioni di Gesù si rinchiudono nel cenacolo, intimoriti sul da farsi, o, peggio, di Giuda, appeso alla corda del contingente, del sicuro, incapace di guardare oltre. Il timore di perderci rallenta qualsiasi movimento di crescita. La vera crisi è dunque nell’assenza di fiducia, nella cecità verso l’impossibile di oggi, che sarà possibile domani. Questa situazione può sbloccarsi solo riaprendoci al movimento naturale della vita, quel movimento del quale la crisi è parte, perché annullando le nostre sicurezze, ci apre al cambiamento.

Rileggendo i testi biblici di Pasqua possiamo riconoscere, fra altre infinite ricchezze e stimoli, almeno tre parole incandescenti che illuminano e ustionano i discepoli di ieri e noi, presunti discepoli di oggi: fermarsi, guardare/ascoltare, camminare.

Fermati!
Il primo movimento che ci occorre è in realtà un non-movimento. Una sosta. Shabbat, chiamano gli ebrei il giorno del riposo. È il giorno in cui si cancella ciò che si crede di sapere, in cui si abbandona quello che si crede di avere. Questa sosta è necessaria per liberarci dal condizionamento mentale di ciò che siamo, per aprirci gli occhi. Shabbat è il tempo liberato dalla costrizione del fare, dai vincoli del già visto, già conosciuto; per questo ci permette di vegliare su ciò che non si vede, di andare al di là del visibile, di inventare nuove strade, di ricreare e ricrearsi.

Vorremmo trovare un immediato benessere per uscire dalla crisi, scoprire quel farmaco che possa cancellare il male. Ma la fretta, del credere o del vivere, è il demone della felicità senza sforzo e ci porta a non affrontare i problemi che stanno dietro le crisi e che, rimossi troppo velocemente, sono come veleni non smaltiti. La fretta non permette alle ferite di guarire, anestetizza solo la parte dolente, nega il vissuto, ci priva del diritto alla convalescenza. Chi si rialza troppo in fretta da una malattia sa che è destinato a ricadute. Quello che ci serve è altro: accogliere con fiducia e abbandono le domande che ci salgono dal cuore e dal mistero della vita degli uomini. Tutti i discepoli della Pasqua e tutti i loro racconti sono pieni zeppi di soste, di Sabati, di stop.

Guarda dentro (Ascolta)
Il nostro punto di partenza è il luogo da cui vorremmo fuggire, come i discepoli di Emmaus in fuga dalla comunità e da Gerusalemme. Il luogo del nostro quotidiano, dei sogni falliti e delle speranze deluse. È nel groviglio d’ogni giorno, nel piccolo frammento di pane spezzato, nella umile striscia di tela deposta nei nostri sepolcri, che si nasconde il senso della nostra esistenza. Dare valore al quotidiano o agli umili segni sacramentali, o alla Parola piccola come un seme, o al fratello che ci sfiora e a volte ci ferisce con gli artigli della sua impertinente debolezza: tutto questo ci permette di toccare la vita, di starci dentro senza scappare. Occorre unosguardo profondo o almeno progressivo che faccia leggere la realtà (“Vide e si fidò”; “lo riconobbero”) e porti alla luce ciò che sta dentro. Occorre un cuore attento e duttile, così agile da poter vedere fra i crepacci del presente il fiore che nasce.

 

Riprendi il cammino
Nella vita noi avanziamo per scoperta di tesori:”Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore”. Occorre quindi rimetterci fiduciosamente in cammino, consapevoli che la vita ha dinamiche di resistenza, ma che queste non ci devono bloccare. In tutti noi c’è la capacità di ribellarsi e affrontare questa realtà. Non siamo di fronte a forze contro cui è impossibile combattere. È ancora possibile recuperare la densità del presente e restituire all’esistenza la sua misura. E allora dobbiamo avere il coraggio di percorrere strade che nessuno ha ancora percorso, di pensare idee che nessuno ha ancora pensato. La crisi del mondo non deve trascinarsi dietro la crisi della nostra speranza.

Angelo Silesio (mistico del XV° sec.) scrisse: «Cammina dove non puoi. Guarda dove non vedi. Ascolta dove nulla risuona: così sarai dove Dio parla»2


1 Rielaborazione da Luigi Verdi NON FUGGIRE, E’ SOLO CRISI (Fraternità di Romena, Marzo 2012)
2 Fonte: J.T. Mendonça, Padre nostro che sei in terra, Qiqajon, 2013, pag. 64

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