12 luglio 2026. Domenica 15a
UN DIO CONTADINO SPRECONE

15a domenica A

Preghiamo. Accresci in noi, o Padre, con la potenza del tuo Spirito, la disponibilità ad accogliere il germe della tua parola, che tu continui a seminare nei solchi dell’umanità, perché fruttifichi in opere di giustizia e di pace e riveli al mondo la beata speranza del tuo regno. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 55,10-11
Così dice il Signore: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».
Salmo 65 (64).  Tu visiti la terra, Signore, e benedici i suoi germogli.
Tu visiti la terra e la disseti, la ricolmi di ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio di acque; tu prepari il frumento per gli uomini.
Così prepari la terra: ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle, la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli.
Coroni l’anno con i tuoi benefici, i tuoi solchi stillano abbondanza.
Stillano i pascoli del deserto e le colline si cingono di esultanza.
I prati si coprono di greggi, le valli si ammantano di messi: gridano e cantano di gioia!
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,18-23
Fratelli, io penso che le sofferenze del tempo presente non siano assolutamente paragonabili alla gloria che Dio ci manifesterà. Tutto l’universo aspetta con grande impazienza il momento in cui Dio mostrerà il vero volto dei suoi figli. Il creato è stato condannato a non aver senso, non perché l’abbia voluto, ma a causa di chi ve lo ha trascinato. Vi è però una speranza: anch’esso sarà liberato dal potere della corruzione per partecipare alla libertà e alla gloria dei figli di Dio. Noi sappiamo che fino a ora tutto il creato soffre e geme come una donna che partorisce. E non soltanto il creato, ma anche noi, che già abbiamo le primizie dello Spirito, soffriamo in noi stessi perché aspettiamo che Dio, liberandoci totalmente, manifesti che siamo suoi figli.
Dal Vangelo secondo Matteo 13,1-23
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore.
Ogni volta che uno ascolta la Parola del Regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

UN CONTADINO SPRECONE. Don Augusto Fontana

 Nella liturgia di oggi tira un’aria molto bucolica e campagnola: pioggia, terra, solchi, pascoli, colline, prati, dispettosi volatili, soffocanti cespugli; e un Dio contadino che getta semi ad occhi chiusi.
Papa Leone il 21 maggio 2025 ha detto: «Il modo in cui questo seminatore “sprecone” getta il seme è un’immagine del modo in cui Dio ci ama. È vero infatti che il destino del seme dipende anche dal modo in cui il terreno lo accoglie e dalla situazione in cui si trova, ma anzitutto in questa parabola Gesù ci dice che Dio getta il seme della sua parola su ogni tipo di terreno, cioè in qualunque nostra situazione: a volte siamo più superficiali e distratti, a volte ci lasciamo prendere dall’entusiasmo, a volte siamo oppressi dalle preoccupazioni della vita, ma ci sono anche i momenti in cui siamo disponibili e accoglienti. Dio è fiducioso e spera che prima o poi il seme fiorisca. Egli ci ama così: non aspetta che diventiamo il terreno migliore, ci dona sempre generosamente la sua parola….Raccontando il modo in cui il seme porta frutto, Gesù sta parlando anche della sua vita. Gesù è la Parola, è il Seme. E il seme, per portare frutto, deve morire. Allora, questa parabola ci dice che Dio è pronto a “sprecare” per noi e che Gesù è disposto a morire per trasformare la nostra vita. Ho in mente quel bellissimo dipinto di Van Gogh “Il seminatore al tramonto”. Quell’immagine del seminatore sotto il sole cocente mi parla anche della fatica del contadino. E mi colpisce che, alle spalle del seminatore, Van Gogh ha rappresentato il grano già maturo. Mi sembra proprio un’immagine di speranza: in un modo o nell’altro, il seme ha portato frutto. Non sappiamo bene come, ma è così. Al centro della scena, però, non c’è il seminatore, che sta di lato, ma tutto il dipinto è dominato dall’immagine del sole, forse per ricordarci che è Dio a muovere la storia, anche se talvolta ci sembra assente o distante. È il sole che scalda le zolle della terra e fa maturare il seme».

Inizia con questa domenica, e per tutto il mese di luglio, il “discorso in parabole” del cap. 13 del vangelo di Matteo: quattro parabole per le folle (il seminatore, il grano e la zizzania, il granello di senape e il lievito) e quattro per i discepoli (il tesoro, la perla, la pesca e lo scriba). Otto parabole per “approfondire” il «mistero del Regno di Dio» (13,11) che, per Matteo, è Gesù stesso.
Matteo deve sostenere la paziente resistenza dei discepoli di fronte a questo Regno che non solo non è ancora esploso in una primavera fruttuosa, ma patisce violenza e scacco (notiamo che nella prima parabola i  ¾  del seme sparso vanno perduti). Anche la prima lettura dal profeta Isaia prospetta l’efficacia della parola di Dio, una parola che fa quello che dice. Parola, in ebraico dabàr, non significa semplicemente parola, ma anche avvenimento, evento.
Ognuna delle 8 parabole ha una propria autonomia sulle altre, ma è difficile capirne una senza tenere almeno un occhio su tutte le altre. Matteo svela una costante: il Regno di Dio sta crescendo, certo, fra noi, ma a prezzo di numerosi e impressionanti fallimenti. Era esattamente questo che i farisei e le folle non riuscivano a comprendere e che ancora per me oggi è incomprensibile e fattore di scoraggiamento. Matteo prima di esaltare l’eclatante vittoria finale della semina si sofferma dettagliatamente sul tempo intermedio della crescita inibita da fattori ostacolanti. E, come dice il monaco biblista Moretto, non dobbiamo necessariamente ricorrere al Satana per individuare il soggetto inibitore della crescita: «I Padri del deserto raccontano che un discepolo va dal suo eremita e gli chiede: padre, spiegami i modi con cui satana mi tenta. Costui lo guarda e gli dice: io e te non abbiamo nessun bisogno che satana si disturbi, bastiamo a noi stessi».
«Il Regno dei cieli è simile a uno che esce a gettare semi…». Le parabole ci narrano storie, azioni e non cose; verbi di movimento, cortometraggi e non immobili fotografie di oggetti. Le parabole ci narrano storie e le nostre storie potrebbero diventare parabole. Se il seme o il lievito si identificano con Gesù anche il campo o la farina non rappresentano solo la Chiesa ma anche il mondo, i nostri territori, i nostri luoghi di lavoro, i condomini, le botteghe, ospedali e carceri. La coesistenza del male con il Messia era una cosa impensabile; il Messia – si diceva – quando verrà separerà subito i buoni di qua e i cattivi di là. E accanto al Messia non ci saranno altro che i giusti. Matteo dunque deve correggere una pastorale ecclesiale di alcuni membri della comunità che bruciavano dalla voglia di strappare, dividere, vincere, non mescolarsi. Ieri, come oggi? Si, anzi. Più oggi di ieri. Il rifiuto conclamato o strisciante del Concilio Vaticano II è ancora una ferita aperta.
Queste parabole narrano innanzitutto la vita di Gesù prima ancora che la vita della chiesa. Narrano la fatica di capire il fallimento di Gesù prima ancora che la fatica di capire le debolezze e infecondità della catechesi e della predicazione della Chiesa. Scrive il biblista Fausti che Gesù raccoglie in sé tutti i protagonisti di questa parabola: è il seminatore mandato dal Padre, è il seme sepolto nella nostra carne, storia e morte, è il terreno cioè il nuovo Adamo (che, secondo l’etimologia ebraica, significa fatto di terra, terroso) ed è anche il raccolto perché in lui la terra ha dato il suo frutto (salmo 67,7). E Gesù è la Parola seminata: “E la Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14a).
Il seminatore uscì a seminare[1].
I discepoli non si accontentano di udire Gesù ma gli vanno vicino e lo interrogano: «Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”».  Cosa distingue il discepolo dagli altri? Il fatto che interrogando Gesù si riceve un supplemento di parola che ci fa capire in profondità quello che era stato detto a tutti. Le folle ascoltano e se ne vanno dopo un leggero prurito nelle orecchie. Il discepolo resta più tempo con Gesù e ha modo di interrogare, ruminare, digerire. Il problema non è udire e neppure ascoltare ma “comprendere e custodire”. E per comprendere occorre stare con lui. La prima parabola si chiude così: chi ha orecchi ascolti. C’è una semina abbondante della parola, i terreni sono diversi ma tutti comunque ricevono la semina. Il seminatore è un po’ sprecone: gli interessa offrire una possibilità anche a chi non darà assolutamente frutto, anche a chi si dimostra rovo, strada, pietra.
A questo punto intervengono i discepoli, si avvicinano (Gesù è sul mare) e fanno una strana domanda: Perchè non parli in modo più chiaro? Perchè usi le parabole che sono degli insegnamenti che possono essere interpretati in maniera corretta ma anche no. Perchè c’è bisogno di un ulteriore stare con Lui per capire la parola? Perchè romperci l’anima con i libri, la Bibbia? Non poteva parlare in maniera più semplice? E la risposta di Gesù fa una distinzione: c’è un voi e c’è un loro. C’è una situazione in cui è dato e una situazione in cui non è dato. Questa è la prima sottolineatura: a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che crede di avere. Avere o presumere di avere: cosa? Una vera relazione con Lui. Forse il riferimento è a quanto Matteo ha appena detto al cap. 12: chi sono mia madre e chi sono i miei fratelli? I suoi familiari sono i discepoli che mantengono una relazione con lui. Il discepolo che è all’interno di questa relazione è colui a cui è dato.
Ma perchè la parabola? Verrà data una spiegazione al v. 15: «il cuore di questo popolo si è indurito, sono diventati duri nell’ascoltare, hanno chiuso gli occhi per non vedere, non sentire con gli orecchi, non comprendere con il cuore, non tornare». Ecco l’itinerario in crescendo: ascoltare (gr. akoùsosin), vedere (gr. ìdosin), comprendere con il cuore (gr. sunòsin te kardìa), tornare verso il Signore.
In una situazione di cuore indurito il parlare chiaro potrebbe diventare un giudizio. Con la parabola invece Gesù ammicca, allude, tende una benefica trappola perché, se voglio, possa essere io il giudice di me stesso. La prima cosa che Gesù consegna ai suoi è la possibilità di ascoltare. Chi ha orecchi ascolti: gli orecchi non bastano. Nella prospettiva di Matteo l’unico che ascolta è il discepolo che non dice “ho capito tutto” e se ne va, ma il discepolo inquieto che resta con degli interrogativi da farsi e da porre. Si tratta di ascoltare e comprendere la parola che realizza il Regno ma che viene presentata come una parola debole. Può essere rubata, può essere resa muta da una banale serie di situazioni umane: preoccupazioni del mondo, seduzione delle ricchezze, ma anche fondamentalismi religiosi, devozioni abitudinarie compulsive. E’ questa la rivelazione che viene data: è una parola soggetta alla resistenza dell’uomo ma se viene compresa con il cuore (gr. sunòsin[2] te kardìa) è una parola che produce frutto (fare… mettere in pratica).
Matteo 12: « 50 Poiché chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre».
Luca 8: «20 Gli fu riferito: «Tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori, e vogliono vederti». 21 Ma egli rispose loro: «Mia madre e i miei fratelli sono quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».


[1] Elaborazione di una conferenza di D. Moretto, Monastero di Bose.
[2] Il verbo greco suniemi (comprendere) contiene anche il significato di “identificazione tra chi ascolta e il messaggio che si ascolta”.




5 luglio 2026. 14a domenica
DIO IN GROPPA A UN ASINO

14 domenica A

 Preghiamo. O Dio, che ti riveli ai piccoli e doni ai miti l’eredità del tuo regno, rendici poveri a imitazione del Cristo tuo Figlio, per portare con lui il giogo soave della croce e annunziare agli uomini la gioia che viene da te. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Zaccarìa 9,9-10
Così dice il Signore: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra».
Salmo 145 (144)  Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.
O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza.
Fedele è il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere.
Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto.
 Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,9.11-13
 Fratelli, quanti si lasciano guidare dallo Spirito si preoccupano di quel che vuole lo Spirito. Quanti si lasciano guidare dalla propria debolezza cercano di soddisfare il loro egoismo. Seguire l’egoismo conduce alla morte, seguire lo Spirito conduce alla vita e alla pace. Perché quelli che seguono le inclinazioni dell’egoismo sono nemici di Dio, non si sottomettono alla legge di Dio: non ne sono capaci. Essi non possono piacere a Dio, perché vivono secondo il proprio egoismo. Voi, però, non vivete così: vi lasciate guidare dallo Spirito, perché lo Spirito di Dio abita in voi. Ma se qualcuno non ha lo Spirito donato da Cristo, non gli appartiene. Se invece Cristo agisce in voi, voi morite, sì, a causa del peccato, ma Dio vi accoglie e il suo Spirito vi dà vita. Se lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, lo stesso Dio che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche a voi, sebbene dobbiate ancora morire, mediante il suo Spirito che abita in voi. Fratelli, noi siamo dunque impegnati non a seguire la voce del nostro egoismo, ma quella dello Spirito. Se seguite la voce dell’egoismo, morirete; se invece, mediante lo Spirito, la soffocherete, voi vivrete.
Dal Vangelo secondo Matteo 11,25-30
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

DIO IN GROPPA A UN ASINO. Don Augusto Fontana

I “piccoli”.
Sono cattolico, credente sì e no, prete, pensionato garantito e benestante, maschio, scriba laureato supponente, europeo italiota e non Rom, di razza bianca, celibe senza carichi familiari o mutui bancari che mi incaprettano, incensurato (quasi!) per la legge ma non nella coscienza: insomma, ho tutti gli ingredienti per essere escluso dalla categoria dei “piccoli” a cui il Padre rivela i suoi segreti. Provo a celebrare il Magnificat della piccola Miriam di Galilea: «L’anima mia loda il Signore perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: la sua misericordia si stende su quelli che lo onorano con amore. Ha scombinato i progetti dei superbi; ha rovesciato i potenti dalle loro poltrone, ha tolto gli umili dal fango del disprezzo e dell’emarginazione; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi» (Lc 1). Sinceramente non mi sento molto bene. Anche perché sento puzza di leggi per ladruncoli schedati e sconti a gogò per potenti (che impunemente evadono tasse ed esportano capitali nei paradisi fiscali) e per finanzieri che affamano il mondo; sento puzza di incenso ecclesiastico che profuma i VIP (Very Important Person) e non giunge a sovrastare la puzza di sudore e di cloaca là dove l’unica preghiera è una maledizione gridata al cielo e alla terra. Però sono felice per Lui, Dio Padre-Madre, che si china sui suoi piccoli («Ti benedico, Padre»), e sono felice per loro («Beati voi»), che sentono la sua carezza materna, il suo forte abbraccio paterno, i suoi sussurri rivelanti storie che fanno sgranare occhi stupiti e tranquillizzano animi inquieti e vite agitate. «Perirà la sapienza dei sapienti e si eclisserà l’intelligenza degli intelligenti, gli umili invece si rallegreranno nel Signore e i poveri gioiranno nel Santo d’Israele” (Isaia 29,14.19).
Siamo “piccoli” quando quello che conta non è ciò che facciamo per Dio, ma piuttosto quello che Dio fa per noi. Nel vangelo di Matteo, il termine piccoli (elachistoi, mikroi, nepioi) a volte indica i discepoli di Gesù, altre volte indica i bambini o gli esclusi dalla società e dalla religione. Non è facile distinguere. A volte ciò che è detto piccolo in un vangelo, è chiamato bambino in un altro. Inoltre non sempre è facile distinguere fra quello che appartiene alla bocca di Gesù e quello che nasce dalle comunità per le quali sono stati scritti i vangeli. Ma anche così, ciò che risulta chiaro è il contesto di esclusione che vigeva in quell’epoca e l’immagine che le comunità primitive si facevano di Gesù come di una persona che si è fatta “piccola” e accogliente verso i piccoli. Sono felice per Gesù, il Piccolo Figlio di quel Padre che gli ha rivelato segreti e storie stupende («nessuno conosce il Padre se non il Figlio»). Sono felice perché nell’assemblea domenicale c’è qualcuno verso cui Dio Padre-Madre ha un occhio di riguardo: «Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1 Corinti 1,26-29).
Padre Ermes Ronchi commentava: «Per entrare nel mistero di Dio vale più un’ora passata ad addossarsi la sofferenza e il mondo di uno di questi piccoli, che anni di studi di teologia»[1].
Il “riposo”.
Gesù invita tutti coloro che sono stanchi e promette loro riposo. Il popolo di quel tempo viveva stanco, sotto il duplice peso delle imposte e delle osservanze imposte dai precetti religiosi. Gesù chiede che il popolo, per poter capire le cose del Regno, non dia tanta importanza ai “sapienti e dottori”, cioè ai professori ufficiali della religione del tempo, e che confidi di più nei piccoli. E chiede di cominciare ad imparare da lui, da Gesù, che è “mite e umile di cuore”. Nella Bibbia molte volte la parola umile è sinonimo di umiliato. Gli impoveriti forse non saranno umili, ma certamente sono umiliati.
In questo invito risuonano le parole di Isaia che consolava il popolo stanco per l’esilio: «O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete» (Is 55,1-3). Questo invito è in relazione con la Sapienza divina: «La Sapienza educa i suoi figli e si prende cura di quanti la cercano. Chi la ama, ama la vita, quanti la cercano saranno ricolmi di gioia» (Siracide 4,11-12). Questo invito rivela un aspetto molto importante del volto femminile di Dio: la tenerezza e l’accoglienza che consola le persone e le fa sentire bene. Gesù è il sollievo che Dio offre al popolo affaticato.
«Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 187).
Dio in groppa a un asino.
La prima lettura profetizza la scelta di un Messia come di un re “umile, che cavalca un asino“; ciò che farà proprio Gesù il giorno del suo ingresso a Gerusalemme (Liturgia della domenica delle palme). Un asinello è la sua “auto blu”, il suo carrarmato, il suo MiG-29. I fanatici di ieri (e di oggi?) cercano un messia trionfante e nazionalista. Il profeta Zaccaria si sintonizza con le grandi aspirazioni delle comunità che speravano non in un guerriero come Davide né in un diplomatico equilibrista come Salomone. Il popolo voleva qualcosa di diverso. Erano già falliti i modelli militaristi, amministrativi e centralisti di tutti i re d’Israele (Nord) e di Giuda (Sud). Il popolo voleva una persona che fosse capace di guidare la nazione per cammini sconosciuti di giustizia, pace e solidarietà. Il profeta Zaccaria sognava un governante che doveva distinguersi per umiltà, giustizia e pacificazione. Tre qualità che configurano un nuovo modo di esercitare il potere. Ciò nonostante il governo del popolo esplose con l’ambizione di alcuni gruppi minoritari e potenti che imposero una teocrazia centralista, prepotente e uniformante. Furono soppresse, in maniera sistematica, tutte le dissidenze possibili. Si concentrò tutto il potere nelle mani di poche famiglie che controllavano il tempio, il governo e la terra. Così i poveri di Jahweh non ebbero la possibilità di dare vita al suo progetto. Il Vangelo di Matteo ci presenta Gesù con le caratteristiche messianiche della profezia di Zaccaria: una persona pacifica e umile. Un Dio crocifisso, un Dio sconfitto è lo scandalo del Cristianesimo; o più precisamente, la sfida del Cristianesimo: perché chi è abituato a pesare le cose per prestigio e potere, ne rimanga scandalizzato. I piccoli allora sono coloro che non si scandalizzano di Gesù.   A Dio si giunge accettando la storia e la vicenda concreta di Gesù di Nazareth. Quella di Gesù non è una religione, ma se la fosse non potrebbe che essere “religione della misericordia”. Ogni religione inventata dall’uomo porta dentro una naturale paura di Dio. Il volto di Dio presentatoci da Gesù invece è quello di un Dio che GRATUITAMENTE ama l’uomo, prima che lui stesso si muova a cercarlo; che FEDELMENTE ama l’uomo, anche quando egli è infedele; che MISERICORDIOSAMENTE ama l’uomo, quando si rifiuta a Lui. Parlando della sua missione, Gesù diceva: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9, 12-13). L’umiltà di un Dio che ha provato sulla propria pelle il difficile mestiere di essere uomini, fa dire alla Lettera agli Ebrei: “Noi non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi; accostiamoci dunque con fiducia al trono della grazia” (4,15-16). Il suo, alla fine, è “un carico leggero”. Non perché non sia esigente il Vangelo di Gesù. Ma è quell’esigenza e quella radicalità che nasce dall’amore. L’innamorato non ha misura nei suoi gesti d’amore.
«Il “giogo” di Gesù non designa dettami religiosi o comandi da eseguire, ma una relazione, un legame, onorando così l’etimologia della parola che designa l’azione di “riunire”, “mettere insieme”. Il giogo di Gesù leggero e soave è in continuità con il comando biblico di amare e con l’idea che colui che ama, fa con gioia la volontà dell’amato. Al tempo stesso, un giogo resta un giogo e nulla toglie la fatica di portarlo. Amare è un lavoro impegnativo e la sequela Christi comporta sforzo e fatica. Di fronte alla tentazione diffusa di eliminare dal vivere ciò che è faticoso e comporta sofferenza in nome dell’idolatria del “tutto, subito e senza sforzo”, occorre ribadire che non si danno grandi realizzazioni umane e spirituali senza fatica, dedizione, sacrificio[2]».


[1] E’ guardando i piccoli che s’impara l’arte di benedire. P. Ermes Ronchi – Avvenire (07 Luglio 2002)
[2] Luciano Manicardi, monaco del Monastero di Bose




28 giugno 2026. 13a domenica
UN VANGELO SENZA GUANTI

13a domenica del tempo ordinario

 Preghiamo. Padre, infondi in noi la sapienza e la forza del tuo Spirito, perché camminiamo con Cristo sulla via della croce, pronti a far dono della nostra vita per manifestare al mondo la speranza del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal secondo libro dei Re (4,8-11.14-16)
Un giorno Eliseo passava per Sunem, ove c’era una donna facoltosa, che l’invitò con insistenza a tavola. In seguito, tutte le volte che passava, si fermava a mangiare da lei. Essa disse al marito: “Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. Prepariamogli una piccola camera al piano di sopra, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e una lampada, sì che, venendo da noi, vi si possa ritirare”. Recatosi egli un giorno là, si ritirò nella camera e si coricò. Eliseo chiese a Giezi suo servo: “Che cosa si può fare per questa donna?”. Il servo disse: “Purtroppo essa non ha figli e suo marito è vecchio”. Eliseo disse: “Chiamala!”. La chiamò; essa si fermò sulla porta. Allora disse: “L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio”.
Salmo 89 (88). RIT: Canterò per sempre la tua misericordia.
Canterò senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli,
perché hai detto: “La mia grazia rimane per sempre”; la tua fedeltà è fondata nei cieli.
Beato il popolo che ti sa acclamare e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto:
esulta tutto il giorno nel tuo nome, nella tua giustizia trova la sua gloria.
Perché tu sei il vanto della sua forza e con il tuo favore innalzi la nostra potenza.
Perché del Signore è il nostro scudo, il nostro re, del Santo d’Israele.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (6, 3-4. 8-11)
Fratelli, quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.
Dal Vangelo secondo Matteo 10, 37-42
[si consiglia di leggere anche[1]: 34 Non crediate che io sia venuto a gettare pace sulla terra; non sono venuto a gettare pace, ma una spada. 35 Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: 36 e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa]. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di meChi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.  Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.

 UN VANGELO SENZA GUANTI. Don Augusto Fontana

Chi ama il padre, la madre, i figli più di me non è degno di me… La Liturgia di questa domenica potrebbe soddisfare preti celibi, monaci, eremiti o piccole eroine che hanno lasciato tutti e tutto. Ma la maggioranza è fatta di gente che ha moglie e marito e figli e vecchi genitori da curare o vedovi e vedove che non hanno più nessuno da abbandonare, giovani bamboccioni disoccupati che sopravvivono con le provvidenze di genitori o nonni pensionati. Dunque a chi viene chiesta la radicalità del Vangelo di oggi?
Il Card. Martini scriveva[2]: «Che cos’è anzitutto la radicalità evangelica?  In senso religioso il termine radicale si riferisce soprattutto all’idea di ‘radice’, cioè indica qualcosa che è sorgivo, fontale, genuino, originario.  Perciò l’espressione “radicalità evangelica” indica la volontà di rifarsi al Vangelo senza commenti, senza annotazioni, un certo rigore nel vivere una vita cristiana seria, ed indica, soprattutto, una vita fondata sulle Beatitudini evangeliche». Praticamente un Vangelo senza guanti.
Il Vangelo non è un codice morale di comandi “Devi fare…non devi prendere…”; al discepolo basta l’unico comandamento “seguimi”; da qui deriva una serie di “conseguenze” più che di “precetti”. A me e a te è lasciato il discernimento di inventare una vita evangelica riformulata nel contenitore delle nostre condizioni attuali di vita; monaci delle cose, nelle relazioni e nel lavoro.
Padre E.Ronchi: “Amare, nel Vangelo, non equivale ad emozionarsi, a tremare o trepidare per una creatura, ma si traduce sempre con un altro verbo molto semplice, molto concreto, di mani, il verbo dare”.

  1. Una comunità che lascia.

Matteo innanzitutto continua a ricordare che non ci si può illudere di poter perseverare nella condizione di discepoli senza conflittualità e rotture. Così era storicamente nella sua comunità, tartassata dall’ambiente giudaico che aveva deliberato l’espulsione dalle sinagoghe e aveva imposto il divieto di incontro dei familiari con chiunque avesse aderito alla nuova “via” del Rabbi Jeshuàh (Gesù). Nel testo odierno sono presenti tre affermazioni che si concludono sempre con “Non é degno di me” (Luca in 14,26 ricorda un’altra versione: “…non può essere mio discepolo”). Gesù non demonizza l’amore ai familiari e al prossimo: «Se uno dicesse: “Io amo Dio” e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Giovanni 4,20). Intanto è importante il verbo “amare” (Matteo, nel testo greco di oggi, usa “phileo”, voler bene, che è un verbo di amicizia, tappa verso l’agape, l’amore totalizzante e compiuto). Il pilastro, dunque, che regge la struttura cristiana nei vangeli sinottici non è “conoscere”, ma amare o seguire fino al micro gesto del donare un bicchiere d’acqua “fredda” per una bocca arida e una vita accaldata.
Qualche teologo scrive che “lasciare padre, madre, famiglia….” potrebbe significare l’urgenza di abbandonare tradizioni familiari, culturali, devozioni paesane. Papa Francesco il 19 marzo 2018 alla riunione pre-sinodale – alla quale partecipavano giovani provenienti dalle diverse parti del mondo – aveva detto: «E voi ci provocate a uscire dalla logica del “ma, si è sempre fatto così”. E quella logica è un veleno. Ma è un veleno dolce, perché ti tranquillizza l’anima oggi e ti lascia come anestetizzato e non ti lascia camminare. Occorre uscire dalla logica del “sempre è stato fatto così”, per restare in modo creativo nel solco dell’autentica Tradizione cristiana, ma creativo».

  1. Una comunità che trova.

«Chi avrà trovato la sua vita la perderà e chi avrà perduto la sua vita, per causa mia, la troverà». Qualcuno ha trovato condensate, in queste parole, tutta la sapienza evangelica che riguarda il significato dell’esistenza dell’uomo e, simmetricamente, della vita di Gesù. Gesù è vissuto per gli altri.
La sua non fu una semplice “esistenza”, bensì una “pro-esistenza”, una esistenza-a-favore-di…
Non è senza significato che l’evangelista chiuda questa sezione dei discepoli perseguitati e provati con il tema dell’accoglienza. Alla comunità è chiesto di creare un ambiente accogliente per questi fratelli espulsi o scartati:

  • i profeti (gli incaricati di annunciare la Parola e interpretare i segni dei tempi),
  • i giusti (coloro che nella prassi sono esemplari nella giustizia ed obbedienti all’evangelo),
  • i piccoli (coloro che sono vacillanti e a rischio di fede).

Il tema della “comunità-nuova-famiglia” è evidentemente sottolineato dalla scelta della prima Lettura. La narrazione ha due attori principali che sono il profeta Eliseo e la donna di Sunem caratterizzata dalla sua delicata accoglienza che non si ferma all’invito a tavola, ma si trasforma in uno spazio vitale riservato al profeta. L’apostolo Paolo ricorda ai cristiani di Roma: “accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio” (Rm 15,7).


[1]Sembra che il verbo usato da Matteo (balein=gettare) indichi che Gesù non porge il suo Vangelo «con i guanti», ma lo «getta» senza tanti convenevoli come un sasso nello stagno o – come scrive Marco (4,26) – come un seme: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra».
[2] Articolo completo del Card. Martini “La radicalità evangelica nel nostro tempo”: https://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=9082:la-radicalita-evangelica-nel-nostro-tempo&catid=109:percorsi-di-spiritualita&Itemid=176




21 giugno 2026. Domenica 12a
DALL’ORECCHIO AI TETTI

12 domenica A 

Preghiamo. Padre, che affidi alla nostra debolezza l’annuncio profetico della Tua Parola, sostienici con la forza del Tuo Spirito, perché non ci vergogniamo mai della nostra fede, ma confessiamo con tutta franchezza il tuo Nome davanti agli uomini, per essere riconosciuti da Te nel giorno della Tua venuta. Per Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Geremìa 20,10-13 (traduz. Bibbia Interconfessionale in lingua corrente).
Mi accorgevo che molti parlavano male di me e da ogni parte cercavano di spaventarmi. Dicevano: «Se qualcuno lo denuncia, lo denunceremo anche noi». Perfino i miei amici più cari aspettavano un mio passo falso e dicevano: «Prima o poi, qualcuno riuscirà a ingannarlo! Così, l’avremo vinta noi e potremo vendicarci di lui». Ma tu, Signore, stai al mio fianco, tu sei forte e mi difendi: per questo i miei persecutori cadranno e non avranno la meglio su di me. Dovranno vergognarsi perché i loro progetti andranno in fumo. Saranno disonorati per sempre e nessuno lo dimenticherà. Tu, Signore dell’universo, sai distinguere chi ti è fedele perché vedi i sentimenti e i pensieri segreti dell’uomo. Ho affidato a te la mia causa: sono certo che vedrò come tu punirai i miei nemici. Cantate inni al Signore! Lodate il Signore! Egli ha liberato il povero dal potere dei suoi nemici.
Salmo 69 (68)   Nella tua grande bontà rispondimi, o Dio.
Per te io sopporto l’insulto e la vergogna mi copre la faccia;
sono diventato un estraneo ai miei fratelli, uno straniero per i figli di mia madre.
Perché mi divora lo zelo per la tua casa, gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me.
Ma io rivolgo a te la mia preghiera, Signore, nel tempo della benevolenza.
O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi, nella fedeltà della tua salvezza.
Rispondimi, Signore, perché buono è il tuo amore; volgiti a me nella tua grande tenerezza.
Vedano i poveri e si rallegrino; voi che cercate Dio, fatevi coraggio, perché il Signore ascolta i miseri non disprezza i suoi che sono prigionieri.
A lui cantino lode i cieli e la terra, i mari e quanto brulica in essi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,12-15
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato. Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.
Dal Vangelo secondo Matteo 10,26-33
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

DALL’ORECCHIO AI TETTI.  Don Augusto Fontana

«Di un peccatore si può fare un santo, ma di coloro che non sono niente, né cristiani né pagani né appassionati né freddi né santi né peccatori, di loro, anime morte, che cosa ne faremo?» (Peguy).  E’ scritto nel Talmud ebraico (Sanhedrin 97b) che per ogni generazione esistono trentasei giusti nascosti e che grazie ai loro meriti il mondo continua a sussistere. Per chi vuol uscire dallo stato di “anima morta”, di timore e di fuga, i rischi esistono. Il discorso missionario di Gesù, riferito da Matteo nel suo cap. 10, resta un azimut di riferimento a cui alzare periodicamente gli occhi, come faremo ancora nella liturgia di questa domenica.
Dai tetti.
Tutte le istruzioni date da Gesù ai discepoli e contenute nel cap. 10 di Matteo sono riferite ad una testimonianza pubblica: «Chiamati a sé i dodici discepoli li inviònon v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato». Gesù chiede un’adesione pubblica; non gli basta un’adesione devota consumata unicamente nel segreto.
Papa Francesco nella Evangelii Gaudium al n. 183 scrive: «nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra…La Chiesa non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia».
Non temete-non scappate.
Oggi l’accento pare messo sulla FIDUCIA: l’invito a “non temere” ricorre 3 volte. Originariamente, nella lingua greca il verbo fobéo (=temere) aveva la sua radice in un verbo che significava fuggire. Quando io ho paura, cerco sempre di fuggire via; e il mio fuggire rivela le mie paure.  La formula «non temete!» ricorre 74 volte nell’Antico Testamento.
Nella prima Lettura, l’esperienza del profeta Geremia sembra essere esemplare per chi accetta di fidarsi. I suoi compaesani del villaggio di Anatot non vedono di buon occhio l’impegno di Geremia a sostenere la riforma religiosa del re Giosia. Le prese di posizione del profeta contro la corruzione del suo ambiente gli alienano amici e conoscenti, gli attirano scherni e insulti.
C’è un invito a vincere il timore ma con quale garanzia? Che Dio ci preserverà e non ci capiterà niente di male? Per noi piccoli passerotti, la traduzione italiana del testo che ascolteremo rasenta la bestemmia: “nemmeno un passero cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia”, tradotto nel proverbio popolare “non cade foglia che Dio non voglia”.  Nel testo originale greco c’è invece un Padre che cade insieme con i discepoli deboli: «nessuno di loro cadrà senza il Padre vostro (aneu tu Patròs umon)». Per quanto possiamo cadere, nella nostra vita, non c’è caduta che non veda presente il Padre, non perché si cade per sua volontà, ma perché Lui cade con noi. Nessuno cade senza il Padre. Pare che abbiamo un Dio così.
Ogni Domenica, durante la Messa, il celebrante fa una preghiera di liberazione sui fedeli:  “Liberaci, Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri a ogni turbamento,  nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesú Cristo”. Il “saldo” avverrà alla fine dei tempi: la provvidenza non è una assicurazione contro gli infortuni della vita. Potremmo riflettere sui tre “Non temete!” odierni di Gesú.
Padre Christophe, uno dei 7 monaci sgozzati nel 1996 a Tibhirine, in Algeria, aveva scritto: “Noi abbiamo dato a Dio il nostro cuore ‘all’ingrosso’, e ci costa molto che ce lo prenda al dettaglio”. Il dono totale di sé  (“all’ingrosso”) deve incominciare a consumarsi nella pazienza del quotidiano (“al dettaglio”). Come scrive Madeleine Delbrêl assistente sociale, mistica, poeta (1904-1964): “La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene. Vengono, invece, le pazienze. Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la Tua gloria, di ucciderci senza nostra gloria. Fin dal mattino esse vengono davanti a noi e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi. E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando – per dare la nostra vita – un’occasione che ne valga la pena. Perché abbiamo dimenticato che come ci sono rami che si distruggono col fuoco, così ci sono tavole che i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura. Perché abbiamo dimenticato che se ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici, ci sono fili di maglia che giorno per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano. Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso: ce ne sono di quelli sgranati da un capo all’altro della vita. È la passione delle pazienze” .




14 giugno 2026. Domenica 11a
IL TREDICESIMO APOSTOLO

Preghiamo. O Padre, che hai fatto di noi un popolo profetico e sacerdotale, chiamato ad essere segno visibile della nuova realtà del tuo regno, donaci di vivere in piena comunione con te nel sacrificio di lode e nel servizio dei fratelli, per diventare missionari e testimoni del Vangelo. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal libro dell’Esodo (10, 2-6a)
In quei giorni, gli Israeliti arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte. Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: “Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”.
Salmo 100 (99).  Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.
Acclamate il Signore, voi tutti della terra, servite il Signore nella gioia, presentatevi a lui con esultanza.
Riconoscete che solo il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo.
Buono è il Signore, il suo amore è per sempre, la sua fedeltà di generazione in generazione.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (5, 6-11)
Fratelli, noi eravamo ancora incapaci di avvicinarci a Dio, quando Cristo, nel tempo stabilito, morì per i peccatori. È difficile che qualcuno sia disposto a morire per un uomo onesto; al massimo si potrebbe forse trovare qualcuno disposto a dare la propria vita per un uomo buono. Cristo invece è morto per noi, quando eravamo ancora peccatori: questa è la prova che Dio ci ama. Ma non basta: ora Dio per mezzo della morte di Cristo ci ha messi nella giusta relazione con sé; a maggior ragione ci salverà dal castigo, per mezzo di lui. Noi eravamo nemici suoi, eppure Dio ci ha riconciliati a sé mediante la morte del Figlio suo; a maggior ragione ci salverà mediante la vita di Cristo, dopo averci riconciliati. E non basta! Addirittura possiamo vantarci di quel che siamo di fronte a Dio, perché ora Dio ci ha riconciliati con sé, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.
Dal vangelo secondo Matteo (9, 36-10, 8)
Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”. Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì. Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i dem9oni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

Il tredicesimo apostolo. Don Augusto Fontana

Mi affascina l’etimologia delle parole; è come andare a bere alla sorgente evitando gli inquinamenti della corsa del fiume. Prendi, per esempio, il termine “Parrocchia” e tutti i derivati (parrocchiano, parrocchiale, parroco…). Prima di procedere nella lettura, fermati e chiediti: «cosa vuol dire per me “parrocchia”?»…..Fatto? Ora ascolta. Il termine potrebbe derivare dal lemma greco para-oikìa, cioè un provvisorio dimorare accanto (e forse anche un pellegrinare). Sorpreso? Forse. Comunque il significato originario non corrisponde all’immaginario collettivo e all’esperienza che normalmente percepiamo pensando alle nostre “parrocchie” come un ufficio o uno “sportello” con un impiegato (il parroco) che fa i turni 24 ore su 24, garantendo, quando serve, il puntuale esaudimento di servizi religiosi richiesti.
Il contesto, entro il quale si collocano sia la chiamata dei Dodici sia le origini storiche del nuovo popolo di Dio, è un contesto di mobilità, di “nomadismo”, di esilio. Il contesto spirituale entro cui prende forma la comunità dei discepoli del Signore è la diaspora e l’esilio. Non è un caso che la prima comunità cristiana si sente ‘straniera e di pellegrina’ (Ebrei 11,13; 1 Pietro 2,11).
Noi facciamo parte di un popolo che ha, di fronte al mondo, responsabilità messianica: «Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità….. E, strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».   Non ci distingue, dunque, il momento religioso, ma il momento messianico; non le mani giunte ma le mani aperte.
Il popolo a cui Mosè trasmette la Rivelazione di Dio è un popolo che Dio ha sollevato su ali di aquila cioè lo ha liberato dall’Egitto. È un popolo libero.  È un popolo di sacerdoti, non un popolo con a capo i sacerdoti.  È popolo santo, non un popolo abbarbicato al culto dei santi.
Facciamo attenzione a quanto dice il Vangelo. C’è questa folla stanca e sfinita, come «pecore senza pastore». In realtà, quella folla non era senza pastori; ne aveva anche troppi!  C’era il potere politico di Roma; c’era il severo potere religioso del Tribunale del Sinedrio; c’erano gli scribi, i farisei, gli anziani, i sacerdoti.  Era un popolo ben irregimentato.  Perché Gesù dice che era un gregge senza pastore?  Appunto perché era un gregge stanco e sfinito dal peso della piramide dei poteri che era sopra di loro. L’uomo è stanco e sfinito quando la sua vita passa nell’obbedienza o nell’inerzia. La stanchezza è una garanzia dell’obbedienza; più uno è stanco e più si affida e diventa docile. È difficile vivere ogni giorno in piena responsabilità. Allora invochiamo qualcuno che ci dispensi dal fare qualcosa. Questo è il sogno più maligno dell’uomo: non esercitare la responsabilità.  E gli ebrei avevano tanti pastori pronti a sostituirsi a loro.  Più che persone sbandate erano persone inibite e represse. Si tratta di uno sdoppiamento di personalità che noi conosciamo bene: da una parte le istituzioni ci assicurano uno svolgimento tranquillo della nostra vita, dall’altra ci proibiscono di sperare: perché se uno spera è inquieto e ci deve mettere del suo.  Le istituzioni ci danno tranquillità e ci rubano la speranza: è un patto diabolico.  Gesù viene, trova questo gregge di gente stanca e fonda il nucleo di un popolo messianico. Sceglie dei discepoli che solo la nostra fantasia devota mette su un piedistallo: di fatto erano povera gente.  Il gruppo dei dodici è molto eterogeneo. Tra loro ce ne sono alcuni – Andrea, Filippo, Bartolomeo, Giacomo Alfeo, Taddeo – di cui sappiamo appena il nome. Ciò che sappiamo degli altri lascia molto a desiderare.
Il primo del gruppo è Shimon (che in ebraico significa “colui che ascolta”) che ha il soprannome di Kefas (= pietra). Appaiono poi Giacomo di Zebedeo e suo fratello Giovanni, denominati nel Vangelo di Marco “Boanerges” (figli del tuono) alludendo al loro caratteraccio e al loro estremo zelo fondamentalista; nel Vangelo di Luca, costoro desiderano che cada un fulmine e bruci gli abitanti di un villaggio della Samaria, che non vollero ricevere Gesù perché era diretto a Gerusalemme (Lc 9,51-55). I tre uniti, Pietro, Giacomo e Giovanni, ebbero il privilegio di essere testimoni di tre grandi momenti della vita di Gesù: la rianimazione del cadavere della figlia di Giairo, la Trasfigurazione e la preghiera nel Getsemani. In nessuno di questi tre momenti, questi discepoli furono all’altezza della situazione. Alla fine, uno di loro, Pietro, giunge al colmo di negare il suo maestro, per ben tre volte; gli altri lo abbandonano…
Tornando alla nostra lista troviamo Tommaso, detto “Gemello” ; gemello di chi? Di me e di te che con lui vacilliamo nella fede chiedendo al Risorto di voler toccare per poter credere; poi Matteo il pubblicano detto anche Levi,  esattore delle tasse e  quindi collaborazionista con il potere romano; socialmente e religiosamente considerato allo stesso livello dei ladri, dei peccatori e delle prostitute; poi  “Simone il Cananeo” che il Vangelo di Luca chiama zelota, (Lc 6, 15); gli Zeloti erano forse terroristi che organizzavano la ribellione contro il dominio romano; poi Giuda Iscariota che tradisce Gesù. Una manciata di uomini presi dal basso, anche loro stanchi. C’è posto anche per me e per te. E li manda come popolo messianico: andate e annunciate, liberate, accogliete!  L’intera storia umana è un segno del passaggio continuo, mai compiuto, dal regime di inerzia a quello di responsabilità attiva.  E noi cristiani siamo un popolo messianico non perché preghiamo. Il cristiano si distingue dal fatto che ci mette una vita per tentare di liberarsi dagli idoli/faraoni. Questo richiede da noi la capacità di liberare la nostra coscienza da ciò che la rendono suddita, etero-diretta, gestita da altri.  Questo “rompere le catene!” attraverso una meditazione critica della Parola di Dio è un momento essenziale della vita cristiana.
Un tempo si misurava il cristiano dalla capacità delle sue devozioni personali e dalla docilità agli ordini ricevuti. Dopo il Concilio Vaticano II la nostra maturazione si misura sulla capacità di responsabilità unita alla capacità di essere popolo e non semplicemente folla.  Ovunque c’é passività ivi c’è l’opposto del Regno di Dio.
Ma perché viene costituito questo popolo santo, popolo sacerdotale?  Perché sia a servizio: «Andate, dite che il Regno di Dio è vicino!» E la prova qual è? «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. E siccome tutto vi è stato dato gratuitamente, date tutto gratuitamente». E’ un compito messianico che riguarda le attese umane fin nelle loro radici carnali.
L’evangelista Marco riferisce un fatto accaduto a Gesù durante un incontro con la folla: «Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare» (Mc 8) e chiamati a sé { testo greco: proskaleomai} i discepoli»… e poi narra che Gesù moltiplica i pani e i pesci:<< Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla.. Il verbo proskaleomai (chiamare a sé), tradotto letteralmente, può anche significare «chiamare in rinforzo», infatti chiama i discepoli per aiutarlo a distribuire i pani. Non si tratta, dunque, di un invito alla sequela mistico-religiosa, ma di una chiamata in rinforzo di quanto lui sta facendo.
“Radicati e costruiti in Cristo. Linee di orientamento per l’attuazione del Cammino sinodale delle Chiese in Italia” è il documento presentato durante l’ultima Assemblea generale della Cei nel maggio scorso 2026. Un testo che mette a fuoco alcune priorità; al centro la necessità di riconnettere Vangelo e vita, di ripensare l’iniziazione cristiana, di valorizzare i ministeri battesimali. Il Card Repole di Torino ha detto: «Veniamo da un’epoca nella quale, dentro comunità che si percepivano normalmente cristiane, il ministero realmente riconosciuto era soprattutto quello del prete. Il Concilio Vaticano II ci ha aiutati molto, anche con il ripristino del diaconato permanente, ma ha pure posto le premesse perché esistano ministerialità fondate non sul sacramento dell’Ordine, bensì sul Battesimo. Oggi possiamo pensare a comunità nelle quali ci sono il ministero del prete, il ministero del diacono, ministeri riconosciuti dei battezzati e tanti ministeri di fatto, tutti però a servizio della vita evangelica e dell’annuncio del Vangelo».  Il Cammino sinodale, infatti, ha mostrato anche l’urgenza «di rinnovare la forma delle parrocchie», perché diventino sempre più i luoghi di una «corresponsabilità differenziata», e si trovino modi sempre più evangelici per essere «presenza profetica» negli ambienti di vita, fuggendo la tentazione di chiudersi in una spiritualità individualista.
Buon lavoro a te, dunque, tredicesimo apostolo!




7 giugno 2026. Corpo e Sangue
Per ricordare, mangiare insieme, vivere.

Corpo e sangue del Signore – 7 giugno 2026

Preghiamo. Dio fedele, che nutri il tuo popolo con amore di Padre, ravviva in noi il desiderio di te, fonte inesauribile di ogni bene: fa’ che, sostenuti dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo, compiamo il viaggio della nostra vita, fino ad entrare nella gioia dei santi, tuoi convitati alla mensa del regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del Deuteronòmio 8,2-3.14-16
Mosè parlò al popolo dicendo: «Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».
Salmo 147.  Loda il Signore, Gerusalemme.
Celebra il Signore, Gerusalemme, loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte, in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.
Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio: la sua parola corre veloce.
Annuncia a Giacobbe la sua parola, i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 10,16-17
Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,51-58.
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

 Per ricordare, mangiare insieme, vivere. Don Augusto Fontana

Le origini della festa di oggi risalgono al Papa Urbano IV  che la istituisce l’ 11 agosto 1264 sotto la spinta di 3 donne beghine[1]. Era appena accaduto uno strano “miracolo” a Bolsena dove – si diceva – un’ostia aveva perso gocce di sangue.
E’ una festa che duplica la solenne celebrazione del Giovedì santo. Quando io sarò Papa la eliminerò. Ma per ora, visto che c’è, ne visiterò il significato concentrandomi su tre verbi: ricordare, mangiare insieme, vivere.
Ricordare.
«Ricordati di tutto il cammino che il Signore ti ha fatto fareNon dimenticare il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire…ti ha condotto…ha fatto sgorgare…ti ha nutrito». Il verbo greco Mnemonéuo corrisponde al verbo ebraico Zakar e al suo sostantivo Zikkaron che traduciamo con Memoriale (“Questo giorno sarà per voi le-zikkaron, il memoriale” Es. 12,14). Il Memoriale, nella Bibbia, non significa tornare con la memoria a eventi passati, ma diventarne protagonisti, trapiantando nel tempo presente un evento passato. Il ricordomemoriale fonda le grandi feste d’Israele: Peshach per celebrare l’uscita dall’Egitto; Shavu’ot per celebrare il dono della Torà dopo l’uscita dal deserto, Shabat per celebrare il settimo giorno della creazione. Un tipico esempio di ricordo coinvolgente e sconvolgente ce lo riferiscono i vangeli sinottici in occasione del tradimento di Pietro: «Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: Prima che il gallo canti… E pianse». Si ricordò e pianse. Così occorre ricordare! L’evento passato si incunea nel tuo oggi e si attorciglia nelle fibre sensibili della tua vita, le scuote e tu ne diventi protagonista. Il ricordo è un processo di comprensione che nasce dallo Spirito Santo: “Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi; ma lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,25-26).
La catechesi biblica e liturgica di Israele e della Chiesa ci conduce a diventare ruminanti cioè ricordanti, come dice Antonio, antico padre del deserto: «Al cammello basta poco cibo. Egli lo conserva dentro di sé finché non ritorna alla stalla, lo fa risalire in bocca, lo rumina fino a che non entra nelle sue ossa e nella sua carne. Imitiamo il cammello: recitiamo ogni parola delle sante scritture custodendola in noi finché non l’abbiamo compiuta». L’Eucaristia domenicale è il tempo della nostra ruminazione comunitaria. San Gregorio di Nazianzio[2] afferma che “ricordarsi di Dio è più necessario che respirare; e, se così si può dire, non dobbiamo fare altro“. Noi siamo come Gomer la sposa del profeta Osea il quale dice di lei: “seguiva i suoi amanti mentre dimenticava me” (Osea 2,15). La sostanza profonda dell’infedeltà di lei è proprio il suo dimenticare infrangendo il legame dell’alleanza. Scrive Geremia: “più mutevole di ogni altra cosa è il cuore, difficilmente guaribile” (Geremia 17,9). Per questo Osea dichiara: ” ecco la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto” (Osea 2,16). Il ricorso a un luogo della “memoria che salva” è la scelta estrema di un Dio che rinuncia a ritirare gli alimenti alla sua sposa e la richiama nel luogo del fidanzamento per nutrirla di sussurri, di baci e di pane: «Prendete e mangiatene tutti…Fate questo in memoria di me».
Ma il Ricordare liturgico dell’Eucaristia si riferisce anche ad un altro aspetto messo in evidenza da due secche domande di Paolo nella seconda lettura: «E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?». Che è come dire: «Ricordatevi che poiché vi è un solo pane, noi siamo un solo corpo». L’Eucaristia fonda la chiesa, ha scritto Giovanni Paolo II  in due  Lettere Encicliche[3]: «Ai germi di disgregazione tra gli uomini, che l’esperienza quotidiana mostra tanto radicati nell’umanità a causa del peccato, si contrappone la forza generatrice di unità del corpo di Cristo. L’Eucaristia, costruendo la Chiesa, proprio per questo crea comunità fra gli uomini». L’apostolo Paolo è costretto a inviare alcune righe di fuoco alla sua amata comunità di Corinto (1 Corinti 11): «Sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore.  Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco…Volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente?». La discriminazione e l’indifferenza reciproca durante e dopo l’Eucaristia fu anche un grave dispiacere per l’apostolo Giacomo (Giac. 2): «Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro  al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito  logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite:  “Tu siediti qui comodamente”,  e al povero dite:  “Tu mettiti in piedi lì”,  non fate in voi stessi  preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi?». Ricordati, dunque, che facendo comunione con il Corpo e Sangue di Cristo, tu apri la bocca per “mandar giù”(accogliere) anche fratelli e sorelle della comunità.
Mangiare insieme.
«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». In poche righe la parola pane è citata 5 volte, carne e sangue 10 volte; mangiare e bere 11 volte.
Quando fu istituita la festa di oggi circolavano strani teologi, Albigesi o Catari, considerati poi eretici, i quali riprendendo le teorie dei Manichei, consideravano la materia come opera del diavolo; di conseguenza l’Incarnazione e i Sacramenti – Eucaristia compresa – altro non erano che inganni diabolici. Mi sembra di sentire ancora oggi l’odore acre di questa fede evanescente quando mi si dice: «Io sono molto cristiana anche se non vado a Messa». I Vangeli di Matteo, Marco e Luca ci ricordano il realismo della fede: «Prendete questo pane e masticatene tutti e bevete questo calice. Fate questo in memoriale di me» che ha il suo riscontro soprattutto nella storia dei discepoli di Emmaus, riscaldati dal Memoriale delle sue Parole e vivificati dal Memoriale della Cena: «Lo riconobbero allo spezzare del pane». Giovanni sembra ancora più realista: «Lavò loro i piedi e disse “lavatevi i piedi tra di voi come io ho fatto a voi”». Carne, pane, vino, sangue, piedi; masticare, bere, lavare: è la fine di una fede evanescente, intimistica, ideologica, anagrafica, sociologica! La materia in azione (spezzare…distribuire…mangiare) è luogo di rivelazione; la croce abitata da un grumo di carne che si proclamava Figlio di Dio è il nuovo tempio; il giorno dopo il sabato è il nuovo santuario; una tomba vuota (il battistero?) è il giardino degli appuntamenti amorosi con Dio come lo fu un tempo il deserto pieno di paure e di serpenti velenosi, di tradimenti e di speranze, di rocce umide di acqua, di un arbusto nutriente e sconosciuto: «Man-hu? Cos’è questo?» si chiesero gli Israeliti inventando così un nome nuovo (manna) a quel succo zuccherino che sgorga dalle lesioni della corteccia del Fraxinus ornus e che si rapprende rapidamente a contatto dell’aria.
In questa nostra strana epoca materialista si snobba, chissà perché, un Dio che viene a noi attraverso il realismo della Incarnazione, della Parola e dei segni sacramentali, della carne dei poveri; in questa nostra strana epoca di banchetti ipercalorici si snobba un Dio che viene a noi nell’atto del mangiare masticando (Giovanni usa due verbi: fàgō = mangiare e trògō = masticare); in questa nostra strana epoca dell’oblio del passato e del futuro e che divora bulimicamente il tempo presente (patologia chiamata “cronofagia”, divorare il tempo) si snobba un Dio che ci invita a ricordare-meditando, fare memoria-celebrando, non dimenticare quello che fummo e quello che saremo con Lui.  Pane e vino, non solo frumento e uva: pane e vino frutti sì della terra ma anche del lavoro di uomo/donna. Materia che sa di terra e di sole e di vento e di rugiada, ma anche di sudore di ascelle e piedi, e di gemiti dagli oppressi e di grida dai liberati. Santa materia sacramentale di Dio, carne di Dio, nutrimento e memoria, lavoro e celebrazione, Santa Eucaristia di gratitudine e lode, di canto e condivisione. Corpo e Sangue.
Vivere.
Nel Vangelo di oggi, per 9 volte in poche righe risuona la vita. Padre Ermes Ronchi scrive: «Vivere, canto supremo dell’essere, grido ultimo d’ogni salmo; vivere per sempre, vertigine della speranza. Ma il vangelo pone una domanda: che cosa ti fa vivere? Io vivo di persone. L’uomo non vive di solo pane. Anzi, di solo pane l’uomo muore. Tutti potremmo raccontare del nostro viaggio nella vita non soltanto gli scorpioni o i serpenti, ma l’acqua scaturita un giorno all’improvviso quando, disperati, credevamo di non farcela e dal cielo è arrivato qualcosa, una forza, un amore, un amico, un canto. Se sono sopravvissuto, se non sono diventato io stesso un deserto, terra spenta e inospitale, lo devo a un Altro. Io vivo di Dio»[4].


[1] Beghine e begardi dal 1150 erano associazioni religiose formatesi al di fuori della struttura gerarchica della Chiesa cattolica in una vita laicale monastica. Furono proibite dal Concilio ecumenico lateranense del 1215.
[2]  Nasce a Nazianzio in Cappadocia nel 329; è stato vescovo e teologo; fu maestro di san Girolamo.
[3] Dies Domini 1993; Ecclesia de Eucharistia 2003.
[4] Persi nel deserto, è l’altro il nostro pane. p. Ermes Ronchi (02-06-2002)




31 maggio 2026. Padrefigliospiritosanto
UN DIO MISTERIOSO

Preghiamo. Padre, fedele e misericordioso, che ci hai rivelato il mistero della tua vita donandoci il Figlio unigenito e lo Spirito di amore, sostieni la nostra fede e ispiraci sentimenti di pace e di speranza, perché riuniti nella comunione della tua Chiesa benediciamo il tuo nome glorioso e santo. Per Gesù Cristo il nostro Signore.. Amen.
Dal libro dell’Èsodo 34,4-6.8-9
In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio, misericordioso, pietoso, lento all’ira, ricco di tenerezza e di fedeltà, [7che conserva la sua tenerezza per mille generazioni, che perdona colpa, trasgressione e peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione][1]. Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo dalla testa dura, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità».
Salmo di Daniele 3,52-56.  A te la lode e la gloria nei secoli.
Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri.
Benedetto il tuo nome glorioso e santo.
Benedetto sei tu nel tuo tempio santo, glorioso.
Benedetto sei tu sul trono del tuo regno.
Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi e siedi sui cherubini.
Benedetto sei tu nel firmamento del cielo.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 13,11-13
Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano. La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.
Dal Vangelo secondo Giovanni 3,16-18
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

UN DIO MISTERIOSO. Don Augusto Fontana.

Oggi faccio mia, sempre più spesso, la preghiera del profeta Isaia: «Veramente tu sei un Dio nascosto [misterioso]» (Is 45,15).
Mai sentito parlare di Manoach padre di Sansone? (cf. Libro dei Giudici cap. 13). Manoach aveva una moglie sterile alla quale appare più volte un “angelo” che le promette fecondità. Finalmente anche Manoach riesce ad incontrare il misterioso personaggio che gli promette il figlio: «Come ti chiami, perché quando si saranno avverate le tue parole, noi ti rendiamo onore?». L’angelo del Signore gli rispose: “Perché mi chiedi il nome? Esso è misterioso”».
Sono stretto nella morsa tra il dover tacere e il dover nominare questo Nome Misterioso e Nascosto. E chissà quante volte ne ho parlato e scritto a vanvera. Ne dovrò rispondere quando il suo Nome e il Suo Volto mi si riveleranno così come sono e non così come lo ho rappresentato.
Nella Bibbia i Nomi di Dio non si contano più: Elohim=Dio; El-Shaddaï= onnipotente; El-Elyon=Altissimo; El-Roï=Dio che vede; El-Kanna=Dio geloso; El-Haï=Dio vivente; El-Olam=Dio eterno; Adonaï=Signore; Abba= Padre -; Ehyeh=Io sono; Ehad= Uno; Misgav= rifugio; Aman=Roccia; Agape=Amore  ecc (cf. nota 1).
Il Concilio di Nicea nel 325 d.C. e il Concilio di Costantinopoli del 381 hanno definito ufficialmente la dottrina della Trinità; l’espressione «un’unica natura divina in tre persone uguali e distinte» è chiaramente un tributo alla cultura filosofico-teologica del tempo e difficilmente trova riscontro – come linguaggio – nella Scrittura.
Quando il Capitolo Generale dei Cistercensi nel 1230 elevò la festa della Santissima Trinità al rango di celebrazione liturgica, venne specificato che non doveva esserci nessuna predica “a motivo della difficoltà del soggetto” (cfr. B. Daley, Communio 21). Dal momento che il “soggetto” della Trinità era troppo complesso per la cristianità del XIII secolo, ci si può ben chiedere da quale punto si possa partire per affrontare oggi lo stesso tema, e quali applicazioni pratiche abbia la dottrina per il cristiano moderno.
Le letture di oggi ci rivelano frammenti del volto o del Nome di Dio.
La prima lettura (Esodo) lo rivela come un Dio “compassionevole e misericordioso, lento all’ira e pieno di clemenza e fedeltà”; e questo immediatamente dopo l’episodio del vitello d’oro. Come per evidenziare il contrasto tra l’infedeltà del popolo e la fedeltà di Dio.
I profili biblici divini non rimandano solo alla paternità e mascolinità, ma anche alla femminilità materna. Il pensiero corre al delizioso Salmo 131,2: «Sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre». Oppure potremmo rimandare all’altra comparazione di Isaia 66,13: «Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò». Nel cantico di Mosè, presente in Deuteronomio 32, il Signore entra in scena come padre (v. 6: «Non è lui il padre che ti ha creato, lui che ti ha fatto e costituito?»). Ma poco dopo, designato col titolo classico di “roccia”, “rupe”, acquista un volto materno: «Tu hai trascurato la Roccia che ti ha generato; hai dimenticato il Dio che ti ha partorito» (32,18). Il verbo “partorire” (hîl) è specificamente femminile e materno. Celebre, infine, è il testo di Isaia 49,15: «Si dimentica forse una donna di amare teneramente il figlio del suo ventre? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai!».
Nella seconda lettura, Paolo ci rivela il mistero di Dio mediante il saluto trinitario all’assemblea: “la grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore del Padre e la comunione dello Spirito Santo siano sempre con voi“.
Da ultimo, il Vangelo di oggi è uno di quei testi, vertice della letteratura biblica, che rivelano una luce speciale: “Dio tanto amò il mondo che offrì il suo figlio“.
Questi saranno i veri fondamenti della nostra festa.
In primo luogo il Dio d’Israele e di Gesù è un Dio inserito nella storia. L’antico e il nuovo popolo di Dio non giungeranno all’esperienza di Dio né attraverso la natura (mediante le religioni naturali), né attraverso la filosofia (mediante le elucubrazioni dei filosofi), ma attraverso la storia. Da qui il Credo d’Israele e della chiesa si definisce come Credo storico; è impossibile proclamare questo Dio, tralasciando i grandi avvenimenti della storia di salvezza: “nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto“: sono dati storici puntuali. Tralasciare la storia, sarebbe disincarnare la fede. Un Dio spogliato della storia non sarebbe il Dio dei cristiani.
In secondo luogo, in questa storia piena di luce e di ombre c’è una “rivelazione progressiva”. Quando eravamo bambini avevamo un’esperienza di Dio che è venuta maturando poco alla volta diventando adulti. Si tratta di un principio della pedagogia divina. Il mistero di Dio “uno e trino” è frutto di questa esperienza di rivelazione progressiva nella storia. Rivelazione vertice, espressione di maturità: Dio non è un essere isolato, distaccato dalle realtà temporali, solitario. E’ un Dio comunitario, famigliare, sociale, fraterno… Il vertice di tutta la rivelazione biblica è questo: Dio è amore.
La Trinità? Un abbraccio, non un concetto[2]
Io che sono lento a credere, come potrò cogliere qualcosa della Trinità? Una strada c’è, e non è quella delle formule e dei concetti. Dio non è una definizione ma un’esperienza. In uno dei capolavori di Kieslowski sui Dieci Comandamenti, Decalogo I, il bambino protagonista sta giocando al computer. Improvvisamente si ferma e chiede alla zia: «Com’è Dio?». La zia lo guarda in silenzio, gli si avvicina, lo abbraccia, gli bacia i capelli e tenendolo stretto a sé sussurra: «Come ti senti, in questo momento?». Pavel non vuole sciogliersi dall’abbraccio, alza gli occhi e risponde: «Bene, mi sento bene». E la zia: «Ecco, Pavel, Dio è così». Dio come un abbraccio. Se non c’è amore, nessuna cattedra sa dire Dio. Dio come un abbraccio: è il senso della Trinità. Dio non è in se stesso solitudine, ma comunione. Se il nostro Dio non fosse Trinità, vale a dire incontro, relazione, comunione e dono reciproco, sarebbe un Dio da delusione, assente e distratto.
Trinità e Chiesa: una polifonia.
«Voi non fatevi chiamare rabbini perché è uno solo il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» (Matteo 23,8). L’odierno contesto socio-culturale è segnato da un marcato iper-individualismo e questo non ci aiuta per una esperienza di Chiesa come fraternità e sororità. Spesso nelle nostre comunità i ministri ordinati si comportano, o vengono considerati per pigrizia e interesse, come capi indiscussi. Perciò non sorprende il vedere il ruolo ancora subalterno dell’altra parte più numerosa del popolo di Dio, cioè dei cristiani laici. E neppure sorprende di constatare ancora oggi nella Chiesa, a oltre 60 anni dal Concilio Vaticano II l’assenza di una vera Sinodalità, vale a dire la capacità di camminare insieme, dialogare nella carità, progettare e decidere insieme, al fine di trovare un vero consenso ecclesiale. Una Chiesa che nasce dalla Trinità è una Chiesa capace di vivere in Sinodo permanente non solo all’interno della Chiesa, ma anche con la società civile. Prevale ancora la smania di schierarsi in campi contrapposti, in nome di “valori non negoziabili” o a difesa di una “cultura cattolica”. È vero: la Chiesa non è una democrazia parlamentare. Ma neppure è una monarchia teocratica che insegue l’idolatria del capo. Diciamo, allora, che è una fraternità. La categoria di fraternità, letta in chiave teologica, ci permette di superare sia la visione populista che quella gerarchica e piramidale della Chiesa. Il fondamento sta innanzitutto nella comunicazione dialogica tra il Padre il Figlio e lo Spirito Santo. Il Concilio Vaticano II afferma che “la Chiesa universale si presenta come un popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Lumen Gentium, 4). Scrive ancora: “il Verbo incarnato, primogenito tra molti fratelli… dopo la sua morte e risurrezione ha istituito attraverso il dono del suo spirito una nuova comunione fraterna, in quel suo corpo che è la Chiesa, nel quale tutti, membri tra di loro, si prestassero servizi reciproci, secondo doni diversi loro concessi” ( Gaudium et spes 32).
Papa Francesco durante l’assemblea della CEI il 20 maggio 2019 aveva detto ai Vescovi che la Sinodalità: “è la cartella clinica dello stato di salute della Chiesa italiana e del vostro operato pastorale ed ecclesiastico”.


[1] Elenco dei 13 Nomi di Dio secondo il testo ebraico di Esodo 34: YHWH (Il Signore), YHWH (Il Signore), El (Dio potente), Rachum (Misericordioso), Chanun (Gratuito), Erech Apayim (Lento all’ira), Rav hesed (Ricco in amore), Emet (Fedele), Notzer hesed la-alafim (Che conserva la bontà per mille generazioni), Noseh avon (Che perdona l’iniquità); Noseh pesha (Che perdona la trasgressione), Noseh Chata’ah (Che perdona il peccato), Ve-nakeh (Che assolve).
[2] P. Ermes Ronchi (26-05-2002)




10 maggio 2026. Domenica 6a Pasqua
INTERIORITÀ, TRASPARENZA, IMPEGNO

6a Domenica di Pasqua 

Preghiamo. O Dio, che ci hai redenti nel Cristo tuo Figlio messo a morte per i nostri peccati e risuscitato alla vita immortale, confermaci con il tuo Spirito di verità, perché nella gioia che viene da te, siamo pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 8,5-8.14-17
In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città. Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samarìa aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.
Salmo 66 (65)  Acclamate Dio, voi tutti della terra.
Acclamate Dio, voi tutti della terra, cantate la gloria del suo nome, dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Stupende sono le tue opere!  A te si prostri tutta la terra, a te canti inni, canti al tuo nome». Venite e vedete le opere di Dio, stupendo nel suo agire sugli uomini.
Egli cambiò il mare in terraferma; passarono a piedi il fiume: per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno.
Venite, ascoltate, voi tutti che onorate Dio, e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio che non ha respinto la mia preghiera, non mi ha negato la sua misericordia.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 3,15-18
Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.
Dal Vangelo secondo Giovanni 14,15-21
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

INTERIORITÀ, TRASPARENZA, IMPEGNO[1]

Il brano del Vangelo di Giovanni svela l’interiorità del credente, che non è un orfano che vive in solitudine piegato su di sé; specie nei momenti di disperazione, quando ogni appiglio della storia gli si spezza nelle mani. Il credente ha in sé la presenza del Padre e dello Spirito consolatore (il termine greco para-kletos significa “chiamato vicino”) e del Figlio.
Nel Lettera di Pietro, la manifestazione della fede non appare come propaganda o proselitismo nei confronti dei non credenti, ma come trasparenza di una speranza capace di scuotere ma con dolcezza mite.
Gli Atti degli Apostoli rivelano l’impegno: Filippo va ad annunciare il Vangelo nella Samaria. La Samaria era, per l’antico Israele, una regione emarginata. Non c’era stima dei giudei verso i samaritani. Ed è proprio lì che va Filippo e non solo annuncia ma libera i malati, gli oppressi, gli indemoniati. E «vi fu grande gioia in quella città».
I tre passi della fede.
Tre momenti dunque: interiorità, trasparenza, impegno. Sono tre tappe di un cammino della vita di fede.

  1. Innanzitutto il Vangelo ha una parola toccante, quando ci dice che non saremo lasciati orfani. L’immagine dell’orfano è l’immagine dell’uomo senza paternità e maternità, senza riferimenti di cuore. Aver fede significa uscire da questa solitudine, è stabilire un rapporto di dialogo interno con una paternità. E perché mai questa certezza della paternità di Dio, a dispetto di tutte le prove tangibili? È importante non dimenticare che il Vangelo non fonda mai la certezza della paternità di Dio sull’evidenza delle cose. Il Vangelo chiama in causa lo Spirito. È la forza dello Spirito che ci rende certi. Di questa forza dello Spirito non si danno argomentazioni. Non è un oggetto dimostrabile; è una forza sperimentabile. Così come ragionando mille anni su che cosa è l’amore, non si capisce niente se non lo si è sperimentato, a maggior ragione lo Spirito Santo non significa niente se non se ne ha l’esperienza. L’esperienza interiore dello Spirito è il momento della certezza della paternità di Dio. Se abbiamo la certezza che viene dallo Spirito, noi sappiamo che c’è un luogo in cui si è manifestata la paternità: è Gesù, il Signore. Scrive P. Ermes Ronchi: «Giovanni ricorre al verbo più importante della vita spirituale: essere-in. Non solo essere accanto, presso, vicino, ma essere-in. Dentro, immersi, uniti: lo Spirito sarà in voi… io sono nel Padre, voi siete in me e io in voi».
  2. Però se ci presentiamo agli altri come manifestiamo la nostra speranza? Nella Lettera di Pietro ci sono parole che hanno una delicatezza moderna: «Fate questo con dolcezza e rispetto». Ci sono modi di ostentare le certezze interiori che sono irriguardosi e provocatori. Si può utilizzare la fede come un randello. In un mondo che si dispera, andare a raccontare che tutto è bello, che Dio è Padre, può essere una provocazione irrispettosa. Camminare con una rosa in mano in mezzo alle rovine del mondo non è una dimostrazione di amore, ma una forma di narcisismo sfacciato. Dobbiamo riapprendere il rispetto per gli altri. Può anche capitare che una processione non sia più un segno eloquente ma irrispettoso. Le certezze che vengono dal Padre non si gridano per sconfiggere gli altri. Con un non-credente il linguaggio della fede non è un punto di incontro. Il punto di incontro è la speranza. La speranza è il nome laico della fede, è il nome partecipabile. Per dare le ragioni della nostra speranza in un linguaggio rispettoso essa deve entrare dentro gli spazi delle speranze dell’uomo. Il Signore ha camminato accanto all’uomo e si è messo a sedere accanto a lui. Non ha imposto le sue speranze, è entrato nella disperazione del paralitico, del padre a cui era morta la figlia, della samaritana dal cuore agitato ed arido. La vita eterna, di per sè, è molto più importante di questa che viviamo. Ma nell’ordine dell’amore, l’essenziale può essere il bicchier d’acqua dato all’assetato e il pane dato all’affamato. È questo un punto critico della nostra fede. Lo vediamo; in un tempo di crescenti disperazioni, non siamo in grado, come credenti, di essere testimoni della speranza. Le piazze, gli assembramenti umani, dei giovani in specie, non tollerano più nessun riferimento al Vangelo perché la parola evangelica non ha più senso. Essa deve ritrovare la via all’interno delle speranze che agitano il cuore dell’uomo collettivo e individuo.
  3. Il terzo momento è quello della gioia della città. La città di Samaria (scomunicata, emarginata, praticamente un lebbrosario) che all’improvviso fiorisce nella gioia è un emblema degli effetti della presenza cristiana in mezzo agli emarginati, in mezzo alla città. Io sono credente se il mio impegno è un impegno di liberazione, se io caccio i demoni dall’uomo. Una pietà cristiana che non sia molle ma forte, deve entrare nella circolazione della vita collettiva.

[1] Elaborazione da Il mandorlo e il fuoco di P.Ernesto Balducci  Vol. 1 – Ed Borla.




3 maggio 2026. Domenica 5a di Pasqua
MA DOVE CI PORTA?

5 domenica di pasqua.

 Preghiamo. O Padre, che ti riveli in Cristo maestro e redentore, fa’ che, aderendo a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a te, siamo edificati anche noi in sacerdozio regale, popolo santo, tempio della tua gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 6,1-7
In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.
Salmo 33 (32).  Il tuo amore, Signore, sia su di noi: in te speriamo.
Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bella la lode.
Lodate il Signore con la cetra, con l’arpa a dieci corde a lui cantate.
Perché retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 2,4-9
Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso». Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo e sasso d’inciampo, pietra di scandalo. Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.
Dal Vangelo secondo Giovanni 14,1-12
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».  Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.  Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

 «Io sono la strada». Don Augusto Fontana

La liturgia porta a chiederci non «dov’é Gesù?», ma «dove sta andando?». Non «dove possiamo trovarlo?», ma «dove ci porta?».
Domenica scorsa abbiamo sentito un brano della Prima Lettera di Pietro (cap.2): «Se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poichè anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme».  La domanda dunque ci insegue: “dove sta andando?”, “dove ci porta?”.  Questa domanda l’abbiamo sentita risuonare nel Cenacolo nell’imminenza della Pasqua: «Quando Giuda  fu uscito, Gesù disse: “Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete: dove vado io voi non potete venire”. Simon Pietro gli dice: “Signore, dove vai?”. Gli rispose Gesù: “Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi”. Pietro disse: “Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!”. Rispose Gesù: “Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte”» (Gv. 13). Questa domanda risuona dopo la resurrezione e si fa chiara oggi: « “E del luogo dove io vado, voi conoscete la via”. Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”» (Gv. 14). Il termine più importante è il primo, “la via”, gli altri due servono come spiegazione (cioè: “Io sono la via, in quanto verità e vita”).
«Dice il Signore: Io sono la via, ma noi abbiamo seguito altre strade. Io sono la verità, e noi abbiamo pensato di possederla chiudendola in formule, in aride dottrine. Io sono la vita, ma noi abbiamo cercato altre sorgenti e altro pane che non nutrono»[1].
Domenica scorsa Gesù si è presentato: « Io sono la porta». Oggi ci dice «Io sono la strada».
Anche Gesù è in movimento. Domenica si diceva:« il pastore cammina davanti al gregge». Oggi si dice «Io vado…quando sarò andato tornerò…». Esodo. Una chiesa in esodo, in movimento. Un ovile che…viaggia, più simile ad una transumanza che ad un rifugio protettivo o un muro del pianto.
Mi pare che siamo perseguitati da immagini, parole e verbi di movimento.
E’ chiaro che non si tratta solo di spostamenti da un posto all’altro: anche questo, ovviamente, se si rilegge la storia della Chiesa coma la storia di una missione: «Andate![2]».  Ma si tratta anche di spostamenti interiori, quello schiodarsi dalle proprie abitudini e idee che la Bibbia chiama con il termine di “ritorno” o “conversione”: «Fin dai tempi dei vostri padri vi siete allontanati dai miei precetti, non li avete messi in pratica. Ritornate a me e io tornerò a voi, dice il Signore. Ma voi dite: “Come dobbiamo tornare?” » (Malachia 3, 7).
Ecco la domanda: «Come dobbiamo tornare? Come possiamo conoscere la via?». Ma la domanda più sapiente l’ha fatta, a nome nostro, Simon Pietro: «Signore, dove vai?» (Gv. 13,36). Il nostro specifico posto di discepoli è di essere dove è Lui: «…perché siate anche voi dove sono io». Se risaliamo la corrente della nostra vita di battezzati prima o poi ritroviamo la nostra sorgente che consiste in un invito: «Seguimi![3]».  Dove va il Signore?. Gesù pregava spesso con i salmi: «Camminerò alla presenza del Signore sulla terra dei viventi (mentre vivo la mia vita quotidiana)» (Salmo 116, 9). «Beato l’uomo di integra condotta, che cammina nella legge del Signore…Non commette ingiustizie, cammina per le sue vie…Sarò sicuro nel mio cammino, perché ho ricercato la tua volontà….Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino….Grande pace per chi ama la tua legge, nel suo cammino non trova inciampo». (salmo 119, versetti 1.3.45.105.165).
Già così riusciamo a capire verso dove sta andando e verso dove ci conduce il pastore delle nostre vite.
Con le mani giunte e i piedi per terra…
Ma se volessimo tradurre più concretamente alcune indicazioni, la prima lettura di oggi ci offre uno spunto appetitoso: si tratta del racconto meditato di una delle prime comunità pasquali che si misura con la concretezza dei problemi della vita messi a confronto con le opportunità offerte dallo Spirito. Mentre cresceva il numero di quanti rico­noscevano in Gesù il Messia, la comunità di Gerusalemme si ritro­vava spaccata tra ‘ellenisti’ ed ‘ebrei’ (v. 1): i primi erano giudei ma parlavano in greco, provenienti da terre fuori della Palestina; i secondi, invece, erano giudei palestinesi, di lingua aramaica, legati a usanze religiose ebraiche. La diversità di ve­dute tra i due gruppi si rendeva evidente soprattutto a livello di prassi religiosa: mentre i cristiani ‘ebrei’ mantenevano invariate alcune consuetudini liturgiche come la frequenza al tempio per la preghiera (cfr., ad esempio, At 3,1), i cristiani ‘ellenisti’ non mostravano la stessa preoccupazione. Il racconto ricorda una protesta da parte degli ‘ellenisti’ per ra­gioni di equità: ritenevano infatti che, in occasione del­la distribuzione dei sussidi, le loro vedove venissero trascurate.  Si rende così necessario l’intervento autorevole dei Dodici per dirimere la questione. Nella soluzione proposta, gli apostoli cer­cano di evitare di compromettere il bene supremo della comu­nione, dando – ad esempio – ragione agli uni contro gli altri, oppure avocando a sé il controllo economico della comunità; preferisco­no, piuttosto, cogliere l’occasione per offrire un metodo per il discernimento comunitario. Distinguono quindi i livelli di compe­tenza, affermando anzitutto il loro compito principale: la pre­ghiera pubblica e l’annuncio della parola di Dio (vv. 2.4). Le questioni economiche degli ‘ellenisti’ possono invece essere de­legate agli interessati: sarà il gruppo stesso degli ‘ellenisti’, al pro­prio interno, ad individuare alcuni probi viri (uomini accreditati) in grado di assolvere a questo compito (v. 3).
Il bene della comunione ecclesiale, in questo modo, passa at­traverso una varietà di vedute ben organizzata. E’ il diffondersi della Parola di Dio a sollecitare una nuova riorganizzazione. E’ questo uno stile esemplare di gestione della Chiesa: con i piedi per terra e le mani giunte …

Due soluzioni emergono chiaramente: quando una parrocchia tratta cose materiali deve essere una grande esperta dello Spirito e quando si occupa di Liturgia e Parola deve possedere una notevole e continua esperienza nel servizio agli impoveriti. Quando “amministra” non deve “sporcarsi le mani”, quando “celebra” non deve aver paura di sporcarsele.
Voi siete pietre vive, non decorative.
Nella seconda lettura emerge una chiesa che segue il Signore diventando una comunità di corresponsabili costruttori, anzi pietre vive. La pietra richiama spesso una staticità che è però sinonimo di morte, come la pietra tombale rotolata da­vanti al sepolcro di Gesù (Mt 27,66). Nel testo di Pietro, invece, la metafora della pietra diventa paradossale: è viva e non è standard. Nella Chiesa tutti i battezzati sono chiamati ad esercitare il loro sacerdozio specifico (Romani 12,1) e a proclamare al mondo “le opere meravigliose compiute dal Signore”. Ma occorre essere pietre vive “scartate dai costruttori”. Saremo pietre “fuori misura”, scartabili quando non rientreremo nella misura standard del conformismo, quando non ci adatteremo agli ossequi formali, quando non accetteremo di essere utilizzati per facciate appariscenti, quando la nostra vita punzecchierà  i sogni dei furbi, quando la nostra mitezza non ci vedrà arruolati in operazioni di forza, quando cioè saremo pietre vive, parlanti, pensanti, e non pietre morte, inerti, squadrate, maneggevoli, decorative.
Perché Lui oggi in questa celebrazione è pietra viva, strada, porta, pastore, vita, verità e ci conduce per di là.


[1] Padre Ermes Ronchi
[2] Vangelo secondo Matteo: cap. 20 «[7] Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna»;  Cap. 22 «[9]andate ora agli incroci delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze»;  cap. 25 «[6]A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro!»; cap. 28 «[7]Presto, andate a dire ai suoi discepoli: E` risuscitato dai morti»; cap. 28 «[19]Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole…»
[3] Vangelo secondo Matteo – cap. 9 «[9]Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. »;  cap. 19 «[21]Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi».




26 aprile 2026. Domenica 4a di Pasqua
Un pastore con l’odore delle pecore.

4 domenica di Pasqua

Preghiamo. O Dio, nostro Padre, che nel tuo Figlio ci hai riaperto la porta della salvezza, infondi in noi la sapienza dello Spirito, perché fra le insidie del mondo sappiamo riconoscere la voce di Cristo, buon pastore, che ci dona l’abbondanza della vita. Egli è Dio, e vive e regna con te…
 Dagli Atti degli Apostoli 2,14.36-41
[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.
 Sal 23.  Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia.
Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 2,20b-25
Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.
Dal Vangelo secondo Giovanni 10,1-10
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Un pastore con l’odore delle pecore. Don Augusto Fontana

Gesù pastore. L’immagine apre su vasti orizzonti di mistica, di organizzazione pastorale, di leadership ecclesiale, di psicologia delle masse, di ecumenismo. Immagine teologica e dolce insieme; ma oggi lontana dall’immaginario europeo dei più. L’esperienza dei pastori dell’antico oriente rappresenta un riferimento lontano dalle attuali nostre condizioni di vita; nella nostra civiltà industriale e urbanizzata, l’immagine ha perso molto della sua forza e del suo mordente. Questo richiede un maggiore sforzo di ricerca. Il pastore semita non è solo guida che conduce ad un’oasi o ad un pascolo. Lui sa dare certezza e sicurezza perché il suo bastone nodoso libera sentieri intricati e difende da attacchi di animali selvatici; e l’unità del gregge è contenuta dal leggero tocco del rametto di salice (vincastro) sui fianchi della pecora disorientata. Il pastore è anche compagno di viaggio per cui le sue ore sono quelle del gregge: i rischi, la fame, la sete, il sole, la pioggia. Non solo guida, ma anche condivide: « pur essendo Figlio, imparò tuttavia l`obbedienza dalle cose che patì» (Ebrei 5, 8-9).
Papa Francesco durante la Messa Crismale del Giovedi Santo 2013 aveva chiesto ai preti: «Questo vi chiedo: di essere pastori con “l’odore delle pecore”, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini… Quando la nostra gente viene unta con olio di gioia lo si nota: per esempio, quando esce dalla Messa con il volto di chi ha ricevuto una buona notizia. La nostra gente gradisce il Vangelo predicato con l’unzione, gradisce quando il Vangelo che predichiamo giunge alla sua vita quotidiana, quando scende come l’olio di Aronne fino ai bordi della realtà, quando illumina le situazioni limite, “le periferie” dove il popolo fedele è più esposto all’invasione di quanti vogliono saccheggiare la sua fede…La gente ci ringrazia perchè sente che abbiamo pregato con le realtà della sua vita di ogni giorno, le sue pene e le sue gioie, le sue angustie e le sue speranze. E quando sente che il profumo dell’Unto, di Cristo, giunge attraverso di noi, è incoraggiata ad affidarci tutto quello che desidera arrivi al Signore».
«Eravate come pecore disperse».
«Sei il mio pastore». Non sfuggo la domanda: «Chi guida o anima veramente la mia vita?». La domanda non è solo per i mistici. Quale autorevolezza ha Gesù nella mia esistenza, nel determinare i miei sentieri? Come si esprime la sua leadership sui nostri regimi di vita ecclesiali? Gesù dirà a Pietro che vuole mettersi davanti a lui: «Torna dietro a me, diavolaccio!» (Mc.8,33). Può accadere infatti che i suoi sentieri non siano i nostri sentieri e che quindi li smarriamo smarrendo anche noi stessi. Bisogna quindi cercare il Signore fin che si fa trovare, dice Isaia (Is.55,6-8).
«Tu con me, non manco di nulla». Non manco di nulla perchè di fatto non mi faccio mancare nulla? E chi manca di tutto, come può pronunciare questa preghiera? Quale sono le graduatorie di valore produttrici delle mie felicità? “Siete stati arricchiti in Lui di ogni cosa, di ogni parola e scienza” (1 Cor.1,5) “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1 Cor. 3, 22-23).
«La valle oscura», le tempeste della vita: chi ci vive dentro ha bisogno di sentire un Dio condividente: «Non temere vermiciattolo, larva! Non temere perchè io sono con te, non smarrirti perchè io sono il tuo Dio» (Isaia 41, 10. 14). Quanti angeli senza ali e a nome Suo, mi hanno protetto e sorretto nella mia avventurosa vita!
«Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare; poiché io sono il Signore tuo Dio. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» (Isaia 43,1-5). «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Lettera ai Romani 8, 35).
La figura del Dio-pastore nasce prevalentemente dall’esperienza della fuga dall’Egitto attraverso il deserto: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni»[1].
Mi dicono che il deserto è un evento durante il quale due partner si conoscono e si ri-conoscono. Succede anche nella vita: ci si conosce stando insieme, litigando e perdonandosi, servendosi a vicenda. Dicono che un beduino espulso dal proprio clan o viene accolto da un altro clan o muore: «Vagavano nel deserto, nella steppa, non trovavano il cammino per una città dove abitare. Erano affamati e assetati, veniva meno la loro vita. Nell’angoscia gridarono al Signore ed egli li liberò dalle loro angustie. Li condusse sulla via retta, perché camminassero verso una città dove abitare»[2].
Il deserto rappresenta ogni tempo dove è possibile maturare come succede per l’apprendistato, il fidanzamento, l’adolescenza, un “cessate il fuoco” concordato per 3 settimane.
Il deserto rappresenta una lunga dilazione della promessa e della sua realizzazione; è un tempo intermedio che raccoglie e rappresenta sentimenti diversi: attesa, speranza, rassegnazione, disperazione, impazienza, mormorazione, costanza, tenacia, resistenza, fedeltà.
Una comunità “pastorale”?
In quale contesto Giovanni presenta Gesù come pastore? Nel cap. 9 aveva ricordato la guarigione di un cieco dalla nascita. Ma contestualmente presentava anche la rigidità mentale dei farisei che non riuscivano a gioire delle recuperate funzioni relazionali del cieco. E si beccarono una poco simpatica risposta di Gesù: «Se foste ciechi non avreste colpa, ma siccome dite “Ci vediamo” allora il vostro peccato rimane». Ciechi che guidano altri ciechi: dice Giovanni. E per questo colloca qui la pagina del capitolo 10: Gesù è la porta dell’ovile, è il pastore del gregge. Probabilmente ai tempi di Giovanni già una comunità organizzata offriva spunti di riflessione a causa di certi presbiteri o responsabili non all’altezza.: «hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta»[3]. Giovanni sente la necessità di ricordare chi è il vero e unico pastore della chiesa e, comunque, a quale modello devono riferirsi quelli che si fanno chiamare pastori o a quale modello dovesse riferirsi una comunità che volesse esercitare il proprio servizio pastorale nel mondo.
Nel linguaggio clericale quando si parla di pastori ci si riferisce istintivamente a preti, vescovi o Papi. E i battezzati non sono pastori?  Inoltre anche l’immagine del “gregge” potrebbe essere ambigua: troppi vogliono contornarsi di pecore obbedienti e sognano un cerchio magico di “pecoroni” allineati e acritici da governare a loro piacere. Parlare di “docili pecore”, di “sacri pastori” e di “figli devoti della chiesa” è un linguaggio caro a chi sogna una comunità ecclesiale agli ordini della gerarchia.
La corresponsabilità ecclesiale sembra divenuta spesso un rituale con scarso contenuto: basti pensare ai consigli pastorali o ai Sinodi che hanno certo contribuito a far maturare in tanti laici una sensibilità nuova, disponibile alla responsabilità, a modalità adulte di stare nella Chiesa: spesso però sono divenuti luoghi formali di discussioni che partoriscono documenti, spengono sogni, rinviano soluzioni.
«Da quando è iniziata la stagione sinodale nella Chiesa cattolica, il mantra dell’ascolto è ripetuto ossessivamente. Occorrono persone capaci di ascolto ma ancor più persone che osino dire di più. Va bene ascoltare, ma anche prendere posizione: valutare, controbattere, proporre, criticare, argomentare. Il timore è che possano emergere conflitti e contrapposizioni all’interno di comunità che, di fatto, non sono abituate al libero confronto. Sul conflitto l’Evangelii gaudium (nn. 226-228) osserva che “non può essere ignorato o dissimulato” e che occorre “risolverlo e trasformarlo” in un processo di maturazione che rende possibile “sviluppare una comunione nelle differenze” come ci hanno insegnato i quattro vangeli dalle teologie distinte e gli Atti degli Apostoli e le Lettere di san Paolo che mettono in scena incessanti controversie interne»[4].
«Chiesa in uscita significa essere vicini al dolore del mondo intero; non abbiamo da dire parole che vincono ma quelle che salvanoNoi non viviamo in due spazi separati: uno, quello dove c’è odore di incenso, l’altro dove c’è polvere e sangue. La nostra unica casa è la città dell’uomo che però è una città reale, non astratta, dove rinnovamento e aggiornamento sono necessari per rendere la vita veramente a misura di ogni uomo. Gli spazi di questa città, non devono essere troppo ordinati, perché molte sono le vittime dei nostri equilibri. Dobbiamo sempre più e meglio entrare nelle contraddizioni di questo tempo senza paura di venire contagiati da chissà quale malattia»[5].


[1] Deuteronomio 8
[2] Numeri 20,5; Salmo 107,4-5.
[3] Ezechiele 34, 2. 4
[4] Domenico Marone, presbitero e teologo, Non di solo ascolto: l’opinione pubblica nella Chiesa, in Settimana news, 17 marzo 2023
[5] Don Francesco Pesce, Incaricato del Servizio pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Roma, da Vatican news, 13 marzo 2023