27 giugno 2021. Domenica 13a
CREDERE PER TOCCARE

13° domenica B

Preghiamo. O Padre, che nel mistero del tuo Figlio povero e crocifisso hai voluto arricchirci di ogni bene, fa’ che non temiamo la povertà e la croce, per portare ai nostri fratelli il lieto annunzio della vita nuova. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Libro della Sapienza  1,13-15; 2,23-24
Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è immortale. Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono.
Salmo 29. Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.
Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato, non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me.
Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi, mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.
Cantate inni al Signore, o suoi fedeli, della sua santità celebrate il ricordo,
perché la sua collera dura un istante, la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera ospite è il pianto e al mattino la gioia.
Ascolta, Signore, abbi pietà di me, Signore, vieni in mio aiuto!
Hai mutato il mio lamento in danza, Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre.
2 Corinti 8,7.9.13-15
Fratelli, come siete ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, così siate larghi anche in quest’opera generosa. Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà. Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: «Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno».
Marco 5,21-43
Essendo passato di nuovo Gesù all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza: “La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva”. Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: “Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita”. E all’istante le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male. Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: “Chi mi ha toccato il mantello?”. I discepoli gli dissero: “Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?”. Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Gesù rispose: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male”. Mentre ancora parlava, [dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: “Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?”. Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: “Non temere, continua solo ad aver fede!”. E non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Entrato, disse loro: “Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme”. Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. Presa la mano della bambina, le disse: “Talità kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico, alzati!”. Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.

Credere per toccare. Don Augusto Fontana

La compagnia dei cercatori…
Chi presiede alla morte, alla malattia? Una divinità, un demone, il destino, l’uomo? Mettere le mani sui codici della vita appartiene all’umanamente divino o alla trasgressione? Come classifichiamo le devote carezze a piedi marmorei di Madonne consunte da mani rinsecchite da malattie mortali e da esaurite speranze umane? Dove collochiamo questi corpi infragiliti e questi spiriti incupiti dal male che inseguono santi e santoni ondeggiando come sciami d’api dietro un profumo di nettare salvifico portato dai venti di stagione? Illusioni pre-scientifiche, superstizioni che toccano per credere? O poveri di Dio che credono per poter finalmente toccare? Io non ho mai chiesto a Dio per la mia vita e dintorni, pur avendone bisogno, la manutenzione straordinaria di un miracolo; sto forse scivolando sulla china dello scetticismo o sono ancorato sul nudo pavimento della fede? Mi conforta questo Dio che “conosce le mie parole prima ancora che escano dalla bocca” (salmo 139). Mi consola il fastidio di Gesù: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione» (Marco 8, 12). «Non possiamo nasconderci che molte nostre pacifiche certezze si sono oscurate. E penso che questo cauto silenzio sia un tributo e alla ragione e alla fede perché, indipendentemente da quanto ci è stato trasmesso dalle tradizioni, la fede ben poco ci dice sull’al di là, sul mistero della morte. E tuttavia la fede dice qualcosa di grande che non appaga certo l’immaginazione, ma tocca il fondo delle coscienze e le arricchisce di una certezza da cui prorompe la speranza indomabile della vita immortale[1]»: perché Dio non ha creato la morte – dice la prima lettura della liturgia odierna[2]e non gode per la rovina dei viventi; ha creato tutto per l’esistenza e le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte. La morte dunque c’è, ma non doveva esserci, in barba a tutte quelle istituzioni che sulla morte ci campano. La Parola di Dio insiste a dare sulla morte quel tocco di illegittimità che è fondamentale per una visione della vita che sia conforme alla fede. E’ lecito simpatizzare con Paolo: «Chi libererà me, povero disgraziato, da questo corpo votato alla morte? Gesù Cristo nostro Signore, grazie a Dio![3]». Ovunque c’è istinto della vita, da quella parte c’è Dio, sembra ribadire anche l’evangelista Marco con quella sua quasi maniacale ossessione di narrare i miracoli di Gesù. Ben due miracoli in un colpo nel brano evangelico di oggi[4] e 18 miracoli in tutto il suo vangelo[5]. Senza dimenticare che per Marco anche la morte di Gesù in croce è paradossalmente un miracolo, anzi «il miracolo vero» dopo il quale è lecito uscire dal sussurro e dalla consegna del silenzio per lodare Dio e dare un nome vero ai 18 miracoli precedenti, interpretarli, capirli. Il testo evangelico di oggi contiene due racconti di miracoli disposti a sandwich: la rianimazione della figlia di Giairo e la guarigione della donna colpita da inguaribile emorragia. Marco prosegue così nella sua catechesi battesimale. La fede è un toccare in profondità Cristo e lasciarsi toccare in profondità: da lui viene energia di vita e la configurazione di un nuovo senso della vita. I due episodi si illustrano a vicenda e sono legati tra loro dalla ricorrenza di alcuni verbi: salvare, credere, toccare[6]. Ma sullo sfondo dell’attenzione dell’evangelista fanno capolino i due quesiti a cui Marco, dal primo all’ultimo capitolo, tenta di dare risposta: «Chi è Gesù?» e «Chi è il discepolo?». Nel contesto di tali quesiti sviluppa i suoi temi teologici[7]: la fede, Gesù, la donna….
La nuca e il volto di Dio.
L’andata nello Sheòl, luogo dei morti, era considerato dal giudaismo un decreto irrevocabile senza ritorno. La preghiera ebraica poteva osare chiedere solo che Dio ritardasse la morte[8]. Giairo, capo della sinagoga, osa una rottura dell’evidenza umana e della tradizione religiosa del proprio popolo. Chiede una guarigione così radicale da sembrare una salvezza. Sospetta che Dio si riveli, in questo Gesù, come un Dio imprevedibile. Resiste a chi lo invita a desistere: «Tua figlia è morta. Non disturbarlo più!». Matteo esplicita meglio di Marco: «Signore mia figlia è morta, ma tu vieni». E’ in questo “ma” che consiste la fede. «Ma tu, Dio misericordioso, compassionevole, lento all’ira e pieno di amore e di  fedeltà, volgiti a me e mostrami la tua grazia: dona al tuo servo la tua forza, salva la figlia del tuo servo». (Salmo 86,15-17). Il “Ma” serve a distinguere. La storia della salvezza è la storia dei “macon cui reciprocamente si incontrano e si contraddicono Dio e gli uomini. Anche la donna viene presentata come donna di fede, benchè nel suo gesto i confini tra fede e feticismo abbiano lo spessore di un filo da equilibrista: «Mi basta toccare la sua veste…». Costa poco giocarsi gli ultimi brandelli di speranza toccando simulacri, reliquie, lembi di taumaturghi. O la va o la spacca. L’intreccio tra credere e toccare è problematico, come ce lo potrebbe ricordare l’apostolo Tommaso, quello che non sa credere se non ci mette il naso. Per 3 volte oggi risuona la parola “toccare”. Pare che Marco punti molto su almeno tre significati.
Il primo: la donna mestruata, secondo le prescrizioni[9], era impura e trasmetteva impurità religiosa a chiunque venisse in suo contatto. Lei sa dunque di commettere una trasgressione grave. Ma le Prescrizioni valgono meno della vita e molto meno di un rapporto di fiducia con il giovane Rabbi Gesù.
Il secondo: toccare suppone vicinanza. Forma prima e fondamentale di conoscenza è il contatto con l’altro. Le cose e i corpi cessano di essere territori proprietari e diventano luoghi di comunione; il toccare è reciproco. Esiste un tocco epidermico e uno profondo che trasforma il cuore; al tocco delicato del rapporto interpersonale si contrappone l’improduttivo schiacciare delle folle oceaniche, benchè giubilari.
Il terzo: la veste di Gesù è quella che ci ha lasciato in eredità ai piedi della croce, denudato. Forse è bene che il discepolo non lasci a terra quella Sua tunica sacerdotale e regale, il suo mantello profetico: occorre prendere più che toccare, rivestirsi più che sfiorare.
Anche Giairo aveva chiesto a Gesù di “stendere le mani perché la figlia sia salva e viva”. Chiede una liturgia, più che una scaramantica benedizione. E Gesù, quando prende sua figlia per mano, non vuole intorno folle di piagnoni strepitanti; li “caccia fuori”, come aveva malamente estromesso i commercianti dal tempio. Con lui entrano solo i tre discepoli della Trasfigurazione e del Getsemani insieme al piccolo gruppo di catecumeni. «Talità kum! Alzati!» dice. Non è l’abracadabra della magia.  E’ la parola creativa che i discepoli sentiranno rimbombare dal cuore del cielo verso l’abisso della croce. E’ liturgia pasquale. Mi spiacerebbe davvero, venutone il momento, essere tra quelli cacciati fuori.
 La fede di questi due catecumeni ha delle tappe, dalla periferia al centro. Anche la fiducia che nasce nel  nostro bisogno estremo e che ci fa toccare il calcagno di Dio è pur sempre fede, benchè incipiente, acerba. Quanti storpi e lebbrosi e oppressi dai faraoni hanno gridato: Signore, pietà! restando in attesa che Dio mantenesse le sue promesse. Anche davanti al depresso e fuggiasco Elia nella caverna dell’Oreb «si presentano tre fenomeni (vento, sisma e fuoco) che sembrano rivelare il Signore, ma che in realtà non lo rivelano, o meglio: non lo rivelano come il quarto (la voce di un silenzio). Non è questione di tutto o niente, di sì e no. La prospettiva adottata è relativa: nella quarta esperienza il Signore è molto più presente che nelle prime tre. Si tratta di gradi diversi. Anche la rivelazione del Sinai era consistita in questo: «Voi non vedevate alcuna figura: soltanto una voce» (Deut. 4, 12). L’essenziale nell’incontro con Dio è una voce che parla silenziosamente[10]». E’, forse, per questo motivo che gli evangelisti costruiscono le narrazioni dei miracoli attorno ad un perno concentrico: le parole o le dichiarazioni di Gesù.
La donna parte da una posizione di fede anonima e ad alto rischio di superstizione (“tra la folla, alle sue spalle, toccò….”) lentamente viene condotta ad una esposizione pubblica (“gli disse tutta la verità”), all’ascolto della Parola e ad una relazione (“figliava in pace”).  C’è un itinerario della fede: dalle spalle di Dio al suo faccia a faccia, dalla sua nuca al suo volto.
Miracolo si, miracolo no!
Il miracolo, per gli uomini dell’epoca pre-cristiana e del primo secolo cristiano, era un evento diffuso, possibile, atteso, narrabile[11]. La natura e la storia erano concepite costantemente come campo aperto dove Dio continuamente agiva e dove tutto, ogni volta, era frutto della sua azione. Dio agiva nel miracolo straordinario, ma non meno nella crescita del seme, nella nascita, vita e morte degli uomini. La gente del popolo era particolarmente soggetta ad epidemie o malattie spesso di origine oscura le cui cure erano possibili solo a chi aveva soldi. Accanto a Dio potevano agire anche altre forze angeliche o demoniache per cui ogni miracolo era da discernere. Anche i miracoli di Gesù sono stati attribuiti a Beelzebul. Esorcismi, guarigioni, miracoli sulla natura: il corpo, la psiche, l’ambiente non sono solo un teatro, ma attori che partecipano, simboleggiano ed esprimono il dramma storico e umano da cui Dio, in qualche modo, non è estraneo. Forse sorridiamo. L’aver sequenziato il DNA ha lacerato residue ingenuità religiose. Ci sentiamo adolescenti cresciuti. O forse siamo vecchi senza più stupore negli occhi, con quel velo di cataratta che appiattisce tutto, meno quando contiamo i soldi. Per noi quelle erano generazioni di creduloni: anche quei rabbini per i quali la Toràh, la Parola del Signore, conservava sempre un valore più grande di ogni miracolo.
Nel ricordo dell’attività taumaturgica di Gesù emerge un’interessante contraddizione: Gesù ha compiuto segni, prodigi, miracoli (comunque li vogliamo chiamare), ma si è mostrato perplesso circa il loro valore. Li ha sempre fatti senza programmarli; sono stati spesso il frutto della sua commozione per la debolezza umana, della sua irritazione per la durezza di cuore, del suo pianto, del suo stupore per la fede di pagani, donne e piccoli. I suoi miracoli si saldano sempre, sempre, con la sua predicazione: «Se è nel dito di Dio che caccio i demoni, allora è giunto in mezzo a voi il regno di Dio» (Luca 11, 20). Gesù, con questi “segni” forse intendeva parlare a persone “in concrete situazioni di vita”. Predicazione e miracoli fanno parte dello stesso movimento. Sono i segni del bisogno di salvezza che c’è nell’uomo e del potere liberante di Dio in Cristo. A noi che attendiamo i miracoli come prova certificante, fa un po’ meraviglia sapere dai vangeli che attorno ai miracoli circola un’evidente incomprensione dei discepoli e soprattutto l’ordine perentorio di Gesù di non dire nulla, non divulgare, non blaterarci sopra fino alla grande rivelazione della passione. Fra miracoli e Passione esiste una tensione dialettica: i miracoli sono insufficienti a condurre alla fede, sono inaffidabili. Il vento che scuote, il sisma che abbatte, il fuoco che ustiona, il cieco che vede, il pane che si duplica, l’acqua che è vino, la mummia che si rianima sono segni, come dice l’evangelista Giovanni. Ma solo la croce è, come direbbe Lévinas, voix de fin silence, voce di sottile silenzio (in ebraico: Qôl demamâ daqqâ).
«Dio si rivolge ad ognuno in modo diverso: a qualcuno attraverso un segno, a qualcun altro a voce alta. Tutto dipende da quanto si è lontani da Dio» (Rabbi Nachman di Breslav).


[1] Ernesto Balducci Il mandorlo e il fuoco, Borla, pag, 264. 
[2] Libro della Sapienza 1, 13-15; 2, 23-25.
[3] Romani 7, 24-25
[4] Marco 5, 21-43.
[5] Su 661 versetti del vangelo secondo Marco ben 180 sono dedicati ai  miracoli: il 25% dell’intero suo vangelo.
[6] AA.VV. Una comunità legge il vangelo di Marco, Dehoniane,  pag. 179.
[7] Servizio della parola, Queriniana, n.138/1982, pag. 85-87.
[8] Salmo 16,10; 49,16.
[9] Levitico 15
[10] Alberto Mello La passione dei profeti, Qiqajon, 2000, pag. 42.
[11] “La sezione dei miracoli e delle parabole nel vangelo di Marco” in Servizio della parola,138/1982, pagg. 35-55.




20 giugno 2021. Domenica 12a
LA TRAVERSATA-ESODO

12° domenica B
Preghiamo. Rendi salda, o Signore, la fede del popolo cristiano, perché non ci esaltiamo nel successo, non ci abbattiamo nelle tempeste, ma in ogni evento riconosciamo che tu sei presente e ci accompagni nel cammino della storia. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Giobbe 38,1.8-11
Il Signore rispose a Giobbe di mezzo al turbine: “Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando erompeva uscendo dal seno materno, quando lo circondavo di nubi per veste e di densa caligine per fasce? Poi gli ho fissato un limite e gli ho messo chiavistello e porte e ho detto: Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde”.
Salmo 106 Rendete grazie al Signore, il suo amore è per sempre.
Coloro che scendevano in mare sulle navi e commerciavano sulle grandi acque,
videro le opere del Signore e le sue meraviglie nel mare profondo.
Egli parlò e scatenò un vento burrascoso, che fece alzare le onde:
salivano fino al cielo, scendevano negli abissi; si sentivano venir meno nel pericolo.
Nell’angustia gridarono al Signore, ed egli li fece uscire dalle loro angosce.
La tempesta fu ridotta al silenzio, tacquero le onde del mare.
Al vedere la bonaccia essi gioirono, ed egli li condusse al porto sospirato.
Ringrazino il Signore per il suo amore, per le sue meraviglie a favore degli uomini.
2 Corinti 5,14-17
Fratelli, l’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.
Marco 4,35-41; 5,1 In quel giorno, verso sera, disse Gesù ai suoi discepoli: “Passiamo all’altra riva”. E lasciata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Nel frattempo si sollevò una gran tempesta di vento e gettava le onde nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che moriamo?”. Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e vi fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, al quale anche il vento e il mare obbediscono?”. Intanto giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni.

LA TRAVERSATA-ESODO E LA TEMPESTA. Don Augusto Fontana[1]

PER ENTRARE NEL VANGELO.

    «Quello stesso giorno». Non è una notizia cronologica. Lo «stesso giorno» è quello in cui i discepoli non hanno «capito» la Parola e il messaggio delle Parabole (inizio cap. 4). Scrive il biblista Fausti: «Questo racconto è un’esercitazione battesimale per vedere se la Parola ha prodotto il suo frutto. Lo stesso giorno delle parabole, i discepoli falliscono l’esame. Ma l’esperimento non è inutile; fa uscire le difficoltà del loro cuore lento a credere. La parola dovrà entrare in tutte le loro paure. Ma prima deve evidenziarle, anzi suscitarle e farle uscire allo scoperto, per poterle vincere. La Parola, caduta «sulla via», non è attecchita. È entrata superficialmente; sotto ha trovato la pietra del loro cuore, che impedisce loro di affidarsi al Signore. Questa diffidenza può dissolversi solo quando si risponde alla domanda: “chi è costui?”. L’apparente inattività del suo sonno è la massima azione in nostro favore: dorme per essere con noi anche nella valle oscura».
   «Fattasi sera». Marco per cinque volte usa questa frase ( 1,32; 4,35; 6,47; 14,17; 15,42) sempre in un contesto negativo; nel caso che stiamo analizzando il negativo consiste nell’incomprensione delle parabole appena pronunciate da Gesù.
   «Passiamo all’altra riva». Proprio in questa notte si compie l’esodo. Il verbo greco usato da Marco è dierkhomai che di solito si usa per indicare il “cammino a piedi”. Marco usa esattamente il verbo usato da Deuteronomio 2,7 per indicare l’attraversata del popolo nel deserto. Il Signore invita la sua chiesa a “lasciare una spiaggia” e fare un esodo verso un’altra sponda. Si tratta prevalentemente del problema dell’evangelizzazione pastorale prima ancora che pensare ai problemi di una vita che effettivamente ci offre tempeste oscure di malattie, morti, crisi coniugali, fallimenti professionali, delusioni politiche, amicali e chi più ne ha più ne metta. Questi eventi tempestosi non sono esclusi dall’intenzione della pagina evangelica; ma occorre rispettare l’orizzonte primario che l’evangelista aveva quando parlava alla sua comunità e scriveva per loro e per noi. La sua e nostra chiesa è in crisi di performance, di audience, di tenuta («la barca si stava riempiendo»).
   «Lasciata la folla». A volte nei Vangeli la folla è il contorno normale dell’evangelizzazione; a volte occorre “lasciare la folla”; Gesù spesso “tira in disparte” il soggetto da guarire, si ritira in disparte, chiede ai discepoli di “lasciare la folla”. Certe scelte si maturano nel silenzio ascoltante e nella responsabilità personale, fuori da ogni conformismo di pensiero e di prassi abitudinaria e liberi da lusinghe populiste e modaiole. La traversata, ogni traversata-esodo, comporta il coraggio di “abbandonare una sponda”, un modulo tradizionale sul quale abbiamo bivaccato per anni, un “successo popolare” buono per altri tempi ma non più adeguato alle richieste del Signore: «abbandoniamo questa spiaggia piena di buoni “cattolici” e andiamo verso il territorio di quei brutti, sporchi e impuri abitanti di Gerasa»; per Marco questa è la prima volta che Gesù si avventura in territorio pagano, osando una chiesa aperta all’umanità e non solo a piccoli circoli.
   «Lo presero con sé». Altre volte è Gesù che “prende con sé”. Il verbo greco usato da Marco (paralambanô) indica una specie di sottrazione possessiva ed escludente: i discepoli vogliono fare un viaggio esclusivo con il leader. E’ una chiesa che sequestra, “cattura per sé” il Signore, lo sottrae ad altri.
    «così com’era». Scrive Fausti:  la frase «indica forse la fretta della notte di Pasqua decisiva per la salvezza (Esodo 12, 11: Ecco in qual modo mangerete l’agnello: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. E` la pasqua del Signore!). Ma com’era Gesù? Era come è il grano che va sotto terra, come la luce che entra nella notte, come il seme che germoglia nel sonno, come il chicco di senape che è piccolissimo. È importante prenderlo così com’è, non come lo vorremmo noi».
    «Si sollevò una grande tempesta di vento». Le tempeste, improvvise e furiose, sono un elemento caratteristico di questo lago. Il linguaggio ebraico (e quello arabo) ha un’espressione tipica: il vento non urla, come diciamo noi, ma abbaia quasi fosse un cane. In questo contesto, acquista un rilievo particolare il verbo usato da Gesù «Calmati!» (v. 39), che andrebbe tradotto letteralmente: ammutolisci, metti la museruola. Tuttavia sembrerebbe che la tempesta sia causata non solo da eventi atmosferici, ma anche comportamentali. Sono i discepoli a provocare la mareggiata. Per capirlo occorre avere come sfondo il racconto del libro di Giona, un profetucolo pauroso e gretto che se la fa sotto quando sente che Dio osa mandarlo tra gente considerata nemica della religione[2]. La sua fuga, il suo rifiuto pauroso dell’universalismo della salvezza, “provocano” la tempesta. Pare che qui i discepoli facciano la parte di Giona e che Gesù venga descritto da Marco come l’anti-Giona. Guarendo i discepoli dal loro animo gretto, toglie la causa della tempesta. Il “grido” di Gesù dunque non è rivolto agli elementi della natura, ma all’animo gretto dei discepoli, alle voci della loro prudenza, del loro conformismo. A loro dice «Taci, sta zitto!». E la tempesta si calma.
    «Egli se ne stava a poppa su un cuscino e dormiva». Gesù è stato sistemato a poppa, il posto che normalmente viene assegnato all’ospite di riguardo. Gli hanno messo sotto il capo un cuscino (v. 38). E’ strano l’accenno a questo cuscino: qualche studioso fa notare che il termine usato potrebbe far riferimento anche al guanciale che veniva posto sotto la testa dei morti; dunque rappresenterebbe Gesù nella tomba, nella fase di risurrezione incipiente.  È l’unica volta, nel vangelo, in cui viene presentato Gesù mentre dorme. Il sonno potrebbe essere la conseguenza normale di una giornata faticosa come quella trascorsa, ma anche la sua serena fiducia nelle capacità dei «suoi». Lui ha esaurito il suo compito. Adesso tocca a loro/noi.  Ma il sonno di Gesù richiama anche il salmo 4,9: “in pace mi corico e subito mi addormento: tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare”.
   «e lo svegliano». L’invocazione e la domanda dei Salmi e la nostra legittima domanda è: «Svegliati, perché dormi, Signore?». Salmo 28,1 «A te grido, Signore; non restare in silenzio, mio Dio, perché, se tu non mi parli, io sono come chi scende nella fossa» (Salmo 44,24; 83,2). In realtà è la nostra fede che dorme.
    «Maestro, non t’importa che moriamo?» (v. 38).  «Non ti importa?»: sospettano di non essere cari a Dio.
    «Svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare… » (v. 9). Gesù si rivolge agli elementi inanimati quasi interpellasse delle persone. La cosa non deve stupire. Teniamo presente che, allora, il mare veniva considerato come « il ricettacolo delle forze del male che solo Dio può domare» (J. Radermakers). Quindi il gesto di Gesù sta a indicare la potenza di Dio che comanda anche al mare ed esorcizza la forza infernale che vi è racchiusa[3]. Gesù  si sta dirigendo verso il territorio pagano della Decapoli, abitato da non-giudei e quindi considerato dai giudei un territorio demoniaco. E’ interessante notare come Marco usi le stesse espressioni («sgridò», «taci! Calmati!») impiegate nella liberazione dell’ossesso nella sinagoga di Cafarnao (l, 25). Al di là del simbolismo impiegato, i discepoli registrano la lezione: l’evangelizzazione passa necessariamente attraverso le tempeste, le opposizioni, i rifiuti. E anche la comunità primitiva, squassata dalla bufera della persecuzione, viene invitata a riflettere che è «portatrice» di una forza che, pur rivestita di debolezza (il sonno di Gesù), può superare tutte le forze ostili.
    «Poi disse loro: Perché siete cosi paurosi? »(v. 40). Dopo aver sgridato la tempesta, adesso Gesù rimprovera i discepoli per la loro paura: «Come! Non avete ancora fede?» (v. 40). Marco gioca sull’effetto-contrasto: gli apostoli rimproverano Gesù per la sua estraneità al dramma che li investe. Lui capovolge il rimprovero e denuncia la loro estraneità rispetto all’abbandono fiducioso al Padre, «quello che Gesù invece dimostrava quando dormiva tranquillamente sul cuscino» (V. Taylor).
   «Chi è mai costui?». E’ la domanda di tutto il Vangelo di Marco, tema della sua catechesi. Le mie angosce e le paure nascono dal non aver capito nella mia vita “chi è costui”.
     « … Ma essi furono presi da grande timore» (v. 41).  Quando si viene sfiorati dall’azione di Dio si è come percorsi da un brivido. E’ un timore in cui si mescolano lo stupore, il senso della propria indegnità, il rispetto, l’amore. Gesù risolve una situazione critica all’esterno per provocarne una «dentro».

PER ENTRARE NELLA VITA.

  1. Avere Cristo sulla nostra barca significa essere convinti che si arriva in porto attraverso la burrasca. Gesù non ci assicura contro i rischi del viaggio, non ci garantisce il «tempo sereno stabile». Ci chiede un posto («lo presero con sé nella barca, così com’era»), e basta…. Forse dimentichiamo che lo scopo, la destinazione del nostro viaggio è Lui. Gli apostoli non sono arrivati quando hanno toccato l’altra riva, ma nel momento stesso in cui hanno preso Gesù sulla barca.
  2. L’episodio della tempesta placata ci rimanda alla lotta sostenuta da Cristo nella sua passione. Sarà quella la vera tempesta che minaccerà di inghiottire lui e i suoi apostoli paurosi e vacillanti. Allora si capovolgeranno le parti: saranno i discepoli a dormire[4], mentre Cristo veglia e lotta. Ma quello sarà un sonno colpevole, il sonno dell’estraniarsi. Il sonno di Cristo significa un’assenza-presente. Il mio sonno, troppo spesso, è una presenza-assente.
  3. Attraverso tutto l’Antico Testamento (oltre che nel racconto del Vangelo di oggi) si può ricavare una «teologia del sonno di Dio». Ci aiuta a purificare l’idea che ci facciamo di Dio, della sua azione, delle sue manifestazioni. La fede richiesta non è una qualsiasi fede (molti dicono: «tutti credono in qualcosa… »), ma solo quella fede che perde a poco a poco le pretese di imporre a Dio i modi di intervento legati ai nostri schemi, alle nostre esigenze, per accettare i suoi comportamenti che smentiscono regolarmente le nostre attese e sfasciano le immagini che abbiamo fabbricato. Sono invitato a fidarmi di un Dio che «veglia» ma  anche di un Dio che «dorme».
  4. Papa Francesco, 27 marzo 2020: « “Venuta la sera” (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli».

[1] Elaborazione da: Pronzato Un cristiano comincia a leggere il Vangelo di Marco Gribaudi Vol. 1°; S.Fausti Ricorda e racconta il Vangelo Ed Ancora; Mateos Camacho Il Vangelo di Marco Ed Cittadella. 
[2]Giona 1– [1]Fu rivolta a Giona figlio di Amittai questa parola del Signore: [2] «Alzati, và a Ninive la grande città e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a me».  [3]Giona però si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. Scese a Giaffa, dove trovò una nave diretta a Tarsis. Pagato il prezzo del trasporto, s’imbarcò con loro per Tarsis, lontano dal Signore. [4]Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e ne venne in mare una tempesta tale che la nave stava per sfasciarsi. [5]I marinai impauriti invocavano ciascuno il proprio dio e gettarono a mare quanto avevano sulla nave per alleggerirla. Intanto Giona, sceso nel luogo più riposto della nave, si era coricato e dormiva profondamente. [6]Gli si avvicinò il capo dell’equipaggio e gli disse:  «Che cos’hai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo».
[3] 5 Cfr. Sal 76, 17-21; Sal 103, 25-26; soprattutto è bene leggere il Salmo 106,23-30: alcune espressioni sono la cornice più puntuale per inquadrare questo episodio.
[4] Matteo  26 [40]Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro:  «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Marco  14 [37]Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro:  «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola? 




13 giugno 2021. Domenica 11a
DIO NON PIANTA ALBERI MA GETTA SEMI

11° Domenica ord. B-

Preghiamo. O Padre, che a piene mani semini nel nostro cuore il germe della verità e della grazia, fa’ che lo accogliamo con umile fiducia e lo coltiviamo con pazienza evangelica, ben sapendo che c’è più amore e giustizia ogni volta che la tua parola fruttifica nella nostra vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 17, 22-24)
Così dice il Signore Dio:  «Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami lo coglierò e lo pianterò sopra un monte alto, imponente; lo pianterò sul monte alto d’Israele. Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà. Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò».
Salmo 91 È bello rendere grazie al Signore.
È bello rendere grazie al Signore e cantare al tuo nome, o Altissimo,
annunciare al mattino il tuo amore, la tua fedeltà lungo la notte.
Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio.
Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno verdi e rigogliosi,
per annunciare quanto è retto il Signore, mia roccia: in lui non c’è malvagità.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi  (5, 6-10)
Fratelli, sempre pieni di fiducia e sapendo che siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione –, siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore. Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male.
Dal Vangelo secondo Marco (4, 26-34) In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che ha gettato il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto si concede, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».
Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».

Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa. 

DIO NON PIANTA ALBERI, MA GETTA SEMI. Don Augusto Fontana

 La vita.
Bambini che lavorano come schiavi, che vengono prostituiti, che imbracciano armi. Corpi dilaniati tra fango e macerie; torture; esecuzioni capitali; stupri, folle immense che migrano; fame, scontri etnici; corpi dilaniati dalla malattia, dallo squallore, dall’indifferenza; la finanza speculativa che affama e ruba potere, risorse ed economie ai popoli; il gioco d’azzardo è la quinta industria in Italia; adolescenze criminali, mattanza di donne che chiedono libertà affettiva;  corruzione e politici ladroni. Ce n’è da farsi mancare il respiro. Qualcuno ha detto: « Ma almeno in chiesa si tacciano queste cose; vogliamo respirare un momento!». La liturgia però non ci educa a depositare per un attimo lo zaino fuori dalla porta per poi doverlo riprendere, ma anzi a trovare i criteri per traghettare questo zaino verso il suo scopo e con un senso ed una energia diversa. Ascoltando la parola di questa domenica il tema fondamentale che si presenta è quello di un forte invito alla speranza, alle mie speranze esauste. D’altra parte le letture bibliche di oggi nascono da situazioni concrete depresse e deprimenti, ma lette e vissute nella coscienza che Dio vi abita dentro e che nulla potrà impedire all’amore di Dio di portare a compimento la sua volontà di salvezza: «Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia…».
 La parola. Ezechiele.
Il brano di Ez. 17,22-24 fa seguito ad una grande allegoria con la quale il profeta indica ai suoi contemporanei il significato degli avvenimenti  che hanno coinvolto il Regno di Giuda culminati con la drammatica deportazione in Babilonia in due ondate successive (597/587). Una grande aquila (17,2), Nabucodonosor, ha strappato la cima del cedro e ha piantato un suo germoglio in terra di mercanti: è la chiara allusione alla prima deportazione dei notabili del popolo con il re Ioachim e la sua famiglia. Nabucodonosor lascia lo zio di Ioachim nel paese di Giuda e lo mette come reggente con il nome di Sedecia nella speranza di avere un collaboratore. Invece Sedecia ben presto si rivolge ad un’altra aquila (17,7), l’Egitto, nella speranza di essere liberato dal vassallaggio babilonese. Pura illusione che provoca la reazione di Nabucodonosor con il totale annientamento di Giuda e la deportazione in massa a Babilonia. Di fronte a speranze e illusioni tramontate, Ezechiele scrive le righe che sono risuonate in questa assemblea. Dio interviene come restauratore. Prenderà un ramoscello e lo pianterà in Gerusalemme; diventerà un cedro magnifico e ospiterà ogni volatile che avrà bisogno di riposo. I potenti saranno abbattuti e i deboli saranno ricostruiti. A fare la storia non sono i potenti di turno. Anche se non appare, è Dio che tesse la trama degli avvenimenti.<

La parola. Marco.
Anche nel Vangelo di Marco il Cap. 4 costituisce una svolta: fino a questo capitolo, Marco ci ha detto che Gesù insegnava e ci ha informato delle reazioni contrastanti: entusiasmo e stupore della folla (1,27; 2,12), opposizioni e scetticismo delle autorità religiose (3,6; 3,22). Ora Marco cerca di rispondere a chi, vedendo incrinata la popolarità  di Gesù o vedendo crescere il malumore tra le autorità religiose, incomincia a chiedersi se quanto Gesù ha seminato avrà un seguito oppure se tutto finirà come per altri che si erano presentati come messia (es. Teuda e Giuda il galileo: Atti 5, 36-37). Marco fa un’affermazione coraggiosa: le opposizioni che il regno di Dio incontra non sono un’eccezione, ma la normalità e comunque non fermeranno l’azione di Dio. Il regno di Dio, di cui Gesù è l’inizio, ha una logica diversa. Non è appariscente, non fa rumore; Dio ha parametri diversi e in contrasto spesso con i nostri. Marco riferisce la parabola del seminatore dove l’attenzione è posta più sulle disposizioni interiori del discepolo. Poi narra la parabola del seme, riferita nella liturgia odierna, dove l’accento è messo sulla fecondità irrefrenabile del seme, della terra e del sole, dopo che l’agricoltore, il missionario, ha lavorato. Allora la parabola non è un invito al disimpegno o alla smobilitazione. L’intento è quello di infondere fiducia a chi, come Gesù, trova risultati deludenti o catastrofici. La breve similitudine descrive la storia del seme e del Regno in tre tempi: la semina, la crescita e la raccolta.
Il primo tempo è il momento dell’azione del contadino, espressa con un solo verbo (“ha gettato”) che indica un fatto concluso. Per il contadino è solo un tempo che passa («dorme e veglia, notte e giorno»), durante il quale ignora ciò che sta accadendo ( «come, egli stesso non sa»).
Il secondo tempo è dedicato alla descrizione del tempo del seme e della terra. Il narratore invita l’ascoltatore a fermarsi su questo tempo.  Per il seme è il tempo importante della crescita («germina e si allunga»).  E per la terra è il tempo in cui essa opera – per forza propria (automàte) – straordinarie trasformazioni: lo stelo, la spiga, il grano nella spiga.
Nel terzo tempo ricompare, il contadino. La sua azione è inquadrata da due altre, di cui egli non è il protagonista:
– «Appena il frutto lo consente (si concede)»,
– «Il tempo della mietitura è sopraggiunto».

«Appena il frutto si concede». Il verbo è paradidonai: «dare», «permettere», «concedere», «regalare». E’ il frutto stesso che si dona all’uomo. L’uomo non fa, ma accoglie. È il seme che in realtà fa tutto: germina, cresce, matura, si offre all’uomo per la raccolta. E per dire che è giunto il tempo della mietitura, si usa un verbo  (è arrivato) che allude a qualcosa che è iniziato e rimane a disposizione per un urgente raccolto. Il tempo della mietitura è anche un tempo da afferrare. Le azioni che vi si svolgono richiedono rapidità: «appenasubito». L’unica cosa che ci si aspetta dal contadino è che quando la messe è matura egli usi la falce immediatamente, senza aspettare: un forte vento e una grande pioggia potrebbero far cadere le piante di frumento e rovinare tutto il raccolto. Il contadino diventa in qualche modo il custode del seme che cresce. La similitudine, dunque, indugia sul tempo intermedio, tanto lungo da costituire per molti un problema: «perché, dopo che è caduto nella terra, il seme tarda a manifestarsi? Che significato ha questo tempo che si protrae tanto e in cui tutto pare inerte, nulla si vede e Dio sembra tacere?». Questo tempo intermedio è tempo di crescita e di impensabili trasformazioni, tempo decisivo, tempo dell’azione di Dio, non della sua assenza. E’ inattivo il contadino, non il seme o il terreno. Che tutto avvenga invisibilmente, misteriosamente, non è segno della assenza di Dio, ma del suo modo mite di parlare e agire. Non delusione, dunque, né turbamento né inutili impazienze, bensì attesa fiduciosa. Ma è una fiducia non facile. I credenti hanno sempre la (legittima) pretesa di ‘vedere’: «Signore, mostraci il Padre!»…«perché Dio non si manifesta apertamente?»  (Gv 14,8; 7,4).
Oltre al contrasto tra il tempo dell’azione visibile e dell’azione nascosta, c’è n’è un secondo tra l’inerzia del contadino e  l’incessante lavoro del seme e della terra. La terra fruttifica automàte, cioè da sé e senza causa visibile. Così è il Regno: un’azione di Dio incessante e prodigiosa, ma nascosta e autonoma. È il Regno stesso, già deposto nella storia come un seme che viene; non sono gli uomini a farlo venire. Così il discepolo viene liberato da un affanno inutile. Non sta a lui garantire il successo del Regno, perché egli deve semplicemente assicurare l’annuncio e – quando sarà l’ora – la raccolta. A decidere il tempo della mietitura è il frutto, non il contadino. Certo, non si nega il valore dell’impegno nella storia, verso cui anche Gesù più volte ci ha indirizzati. Ma qui pare che il regno di Dio non sia una realtà da ‘forzare’ come facevano gli zeloti al tempo di Gesù o come sono tentati di fare gli attivisti cristiani in ogni tempo. Il regno di Dio non è questione di organizzazione efficiente, ma semplicemente di accoglienza.

A chi sono rivolte queste parabole?

  • A chi presume di salvarsi o di salvare: il verbo del cristiano non è “salvarsi”, ma “essere salvato”. «Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi per primo» (I Giov. 4,10.19). Dice il Signore, in Isaia 10,20: «Io mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano». Dice Paolo: « Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualcosa, ma Dio che fa crescere»( (I Cor. 3,6-7);
  • A chi si sente abbandonato a se stesso, piccolo, destinato alla insignificanza. Agli scettici, ai lamentosi, ai pessimisti, ai polemici che si adeguano nel compromesso o si ritirano o non sanno riconoscere la crescita.



6 giugno 2021. Festa del Corpo e sangue del Signore.

CORPO E SANGUE DEL SIGNORE
Preghiamo. O Padre, che nella Pasqua domenicale ci chiami a condividere il pane vivo disceso dal cielo, aiutaci a spezzare nella carità di Cristo anche il pane terreno, perché sia saziata ogni fame del corpo e dello spirito. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro dell’Èsodo 24,3-8
In quei giorni, Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!». Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto». Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!».

Sal 115  Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore.
Che cosa renderò al Signore, per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore.
Agli occhi del Signore è preziosa la morte dei suoi fedeli.
Io sono tuo servo, figlio della tua schiava: tu hai spezzato le mie catene.
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore davanti a tutto il suo popolo.
Dalla lettera agli Ebrei 9,11-15
Fratelli, Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa.
Dal Vangelo secondo Marco 14,12-16.22-26
Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

UN PATTO DI SANGUE. Don Augusto Fontana
«Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo dicendo: “Questo sangue segna l’alleanza che il Signore conclude con voi mentre vi dà tutti questi comandamenti”» (Esodo 24,8). Lo stretto rapporto “sangue-alleanza” non è un motivo marginale nelle letture bibliche di questa Domenica, festa del “Corpo e Sangue del Signore”.

 Dal libro della vita.
Per 9 volte nelle letture bibliche risuonerà la parola “sangue”. Questo è importante per noi ormai assuefatti a certi termini liturgici o disposti a trangugiare tutto, o quasi, di ciò che passa il convento. Il linguaggio narrativo dell’Alleanza non va tanto per il sottile: vitelli e capretti sgozzati, sangue spruzzato in faccia ai presenti. Il sangue di questi animali, da noi è uscito da tempo dalle scenografie rituali; compare invece quello umano, a strisciare nelle nostre quotidiane mattanze. Il più delle volte oggi il sangue narra di alleanze infrante, di patti traditi, di rapporti distrutti. Ma c’è anche altro sangue, quello che dà la vita, e che si versa ancora generoso di vena in vena o da utero a feto senza volgari protagonismi di scena.
Anche i “patti di sangue” restano solo tra arcaiche memorie di moschettieri e, si dice, in occulte magie mafiose. I patti di sangue oggi si sono trasformati in una firma in calce a contratti che hanno tutto meno che il linguaggio della comunione di vita e il vigore dell’impegno assunto in fiducia, sulla parola data tra galantuomini. Sul collo dei contraenti alita il fiato degli avvocati, residui sacerdotali per un tempo di pensiero debole, fragili impegni e amori flessibili: «Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato» (Lettera agli ebrei 12,4).
Grazie a Dio le nostre assemblee liturgiche amano ancora lasciarsi sfiorare dallo sguardo del Signore che ridà vita ai nostri amen perduti, come per Pietro nel cortile del Sinedrio. E, ancora grazie a Dio, ciascuno può narrare storie di uomini e donne, laici, religiosi, sposi, volontari che nella fatica e nella gioia fedele vivono dentro patti solidali antichi e sempre nuovi; nel secolo scorso ben 12.000 «testimoni della fede» hanno pagato con la vita la loro fedeltà al Vangelo. Andrea Riccardi, nel libro “Il secolo del martirio. I cristiani nel Novecento”  scrive: «Il martirio nel ‘900 è una realtà di massa e di popolo. Abbraccia decine di migliaia di cristiani, cattolici, ortodossi, evangelici». La lista si allungherebbe se aggiungessimo chi credente non fu, ma offrì comunque la vita per la giustizia, la liberazione, il bene comune. Gesù Cristo, sacerdote primogenito e capofila di questa scia di Servi del Signore (Isaia 53), cercherà – come narra il Vangelo (Marco 14, 12-26) – “uomini della brocca” per chiedere in prestito “la sua stanza ove mangiare la sua Pasqua con i discepoli”, con noi, esangue gente tiepida, “né calda né fredda”, come osa etichettarci l’Apocalisse (3,15).

 Dal libro della Bibbia.
Il sangue collauda la qualità di un impegno, di un’amicizia, di un dono unilaterale. Se il linguaggio e le tradizioni rituali bibliche ci fanno un po’ sorridere o sorprendere, il contesto delle narrazioni è pacificante: si sta scoprendo un Dio di alleanza che offre e cerca vita di comunione con uomini propensi, ieri come oggi, a sentirlo concorrente, ingombrante, minaccioso, leguleio e a tentare di ridurne le distanze con riti magici o osservanze legalistiche. Lo scenario liturgico, dinamico e suggestivo, ora è presieduto da Mosè (Esodo 24, 3-8), ora è animato da sacerdoti (Lettera agli ebrei 9, 11-15) che appaiono e scompaiono dietro sipari sacrali che delimitano invalicabili territori, ma aprono anche fessure di dialogo tra una divinità e un’umanità che cercano amicizie solidali e alleanze stabili ratificate da un patto di sangue come tra consanguinei che mettono in gioco la vita.
Quando Gesù dice: «Eccomi…prendetemi…mangiate e bevete…fate questo in memoria di me» non intendeva (forse) consegnarci una reliquia né intendeva (mi pare) sottoporsi alla devozione di una adorazione per Lui, prigioniero divino nel piccolo carcere del Tabernacolo o del cuoricino dell’ostia. Egli fa e celebra una Pasqua.
La stipulazione di un’alleanza con Dio era fondata sul gesto liberatore di Dio, gesto considerato unilaterale, («Io sono il tuo Dio che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto e dalla sua casa di schiavitù». Esodo 19, 2) e comprendeva un documento e un atto liturgico.
Il documento conteneva:

  • la convocazione dell’assemblea dei contraenti; ogni singolo individuo beneficiava dell’alleanza solo in quanto appartenente al popolo;
  • gli obblighi reciproci con le relative benedizioni e maledizioni («Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme.» Esodo 24,3; « Il Signore tuo Dio conserverà per te l’alleanza, ti amerà, ti benedirà, ti moltiplicherà» Deuteronomio 7, 12-13)

L’atto liturgico consisteva:

  • nella lettura pubblica del documento a cui facevano seguito delle promesse («Tutto il popolo rispose insieme e disse:“Tutti i comandi che ha dati il Signore, noi li eseguiremo! » Esodo 24, 3).
  • nel rito del sangue del “sacrificio di comunione” (o “di shalom”) che era come la firma e il giuramento: la vittima era in parte bruciata, come dono a Dio, e in parte mangiata dal sacerdote e dagli offerenti. Diventava così rito di incontro tra Dio e il popolo. Non un incontro qualsiasi, ma “nel sangue”. Il sangue è vita e dove è donato o sparso è come se si volesse donare la vita. Condividere il sangue è condividere la vita. Entrare nello spruzzo del sangue significava accettare di entrare nell’economia del dono. A questo punto il Signore poteva confermare il suo patto di sangue («Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» Esodo 19, 5-6) e il popolo poteva cantare con il Salmo 94:«Egli è il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce».

La storia biblica ci induce a pensare che il legame possedeva un carattere totalizzante e chiedeva un rapporto assorbente, unico, decisivo.
Nulla di devozionale, dunque, ma una proposta che attende una risposta. E’ qui dove la nostra fede diventa un caso serio: di fronte ad un partner che dichiara di metterci l’anima, la vita e il sangue (o “il proprio Figlio, l’Unigenito”) non sembra possibile l’alibi di palliativi, di appartenenze anagrafiche, di dolci sentimenti: «Tu amerai il Signore tuo Dio e metterai in pratica le sue decisioni, i suoi giudizi, i suoi comandamenti: ogni giorno» (Deuteronomio 11, 1). Ecco perché non riesco ad immaginare, per esempio, Paolo, impegnato in una devota contemplazione dell’ostia, mentre gli invidio quel suo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me…Per me vivere è Cristo» (Galati 2,20 ;Filippesi 1,21). Scrive S. Agostino: «Perciò se voi siete il corpo e le membra di Cristo, il vostro mistero risiede nella mensa del Signore: voi accettate il vostro mistero. A ciò che siete voi rispondete Amen, e cosí rispondendo voi l’approvate. Infatti tu senti: «Il Corpo di Cristo»; e rispondi Amen. Sii membro del corpo di Cristo, perché sia vero quell`Amen» [1].
Tutto questo diventa per noi realtà e speranza in Gesù: il suo sangue versato parla di tutta la potenzialità maligna annidata nell’umanità e nelle mie follie; nel suo sangue si rivela anche tutta la fedeltà e vitalità messa a disposizione per noi che, da quel momento in poi, possiamo chiamarci “gli amati”, come Paolo ci definisce nelle sue lettere. Così recuperiamo un’identità e un mandato:« Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Giovanni 15, 12). Salvare l’uomo d’oggi, a partire dalla Cena pasquale, dal sangue versato di questo Gesù/Abele, può richiedere di scontrarsi con i custodi di Caino, di pagare di persona. E’ interessante rileggere la parabola del banchetto del regno secondo la versione di Luca (cap. 14):« All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: Venite, è pronto. Ma tutti, all’unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, scusami. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, scusami. Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire. Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al padrone. Allora il padrone di casa, irritato, disse al servo: Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui poveri, storpi, ciechi e zoppi». L’eucaristia è scomoda proprio per questo: ci obbliga a collocare le nostre attività, i nostri affari, il nostro tempo e cioè le molecole di sangue da cui è composta la nostra esistenza, nella profondità dell’eterno, nell’unità dell’amore, nell’economia del dono che è il nuovo culto: «Che m’importa dei vostri innumerevoli sacrifici? dice il Signore. Chi vuole che veniate a calpestare inutilmente i miei atri? Smettete di presentare offerte inutili, non posso sopportare che stiano insieme delitto e culto. Quando stendete le mani in preghiera, io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete dalla mia vista il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova… Il tuo argento è diventato scoria, il tuo vino migliore è diluito con acqua.» Isaia 1,11).

Signore concedi che l’argento e l’oro in cui custodiamo la tua presenza fra noi non diventi scoria ferrosa e impedisci che il tuo vino migliore, dove hai sepolto e fatto risorgere il tuo patto di sangue, venga diluito con l’acqua dei  nostri esangui Amen e dei nostri volubili patti di convivenza.


[1] Agostino, Sermo 272




30 maggio 2021. Festa della Trinità
99 NOMI

Padre Figlio Spirito Santo nella Chiesa

Preghiamo:  Dio, che nelle acque del Battesimo ci hai fatto tutti figli nel tuo unico Figlio, ascolta il grido dello Spirito che in noi ti chiama Padre, e fa’ che, obbedendo al comando del Salvatore, diventiamo annunciatori della salvezza offerta a tutti i popoli. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

 Deuteronomio 4,32-34.39-40
Mosè parlò al popolo dicendo: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e rimanesse vivo? O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore vostro Dio in Egitto, sotto i vostri occhi? Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro. Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti dò, perché sii felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore tuo Dio ti dà per sempre”.
Salmo 32  Beato il popolo scelto dal Signore.
 Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra.
Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
Perché egli parlò e tutto fu creato, comandò e tutto fu compiuto.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore,  per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo.

Lettera ai Romani 8,14-17
Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.
Matteo 28,16-20
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato. Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

I 99 NOMI DI DIO. Don Augusto Fontana
In ogni festa della Trinità riprendo in mano un consunto foglietto su cui campeggia il titolo: “I 99 Nomi di Allàh” e, in comunione con l’Islam, lodo Dio con la splendida litania dei 99 Nomi: AR-RAHAMAN (il Misericordioso), AL-MALIK (il Signore), AL-MUMIN (il Fedele), AL-FATTAH (il Vincitore)… La litania non varca il 99° attributo che rappresentala la soglia dell’inconoscibile e indicibile Nome che solo Lui conosce e che sarà rivelato quando Lui vorrà, se vorrà. «Ad Allah appartengono i nomi più belli: invocateLo con quelli e allontanatevi da coloro che profanano i nomi Suoi » (Il Sacro Corano, Sura VII,180. Cf. Esodo 20,7). Su quel novantanovesimo Nome mi viene spontaneo stendere la mano sulla bocca e stare davanti a Lui con il silenzio. Il salmo 65,1 nella versione massoretica, dice “Per il Signore anche il silenzio è lode“. Su questa soglia deve essersi trovato Mosè quando si tolse i sandali davanti al cespuglio, luogo impenetrabile del grande Nome di Dio. Io prete, abituato a parlare (e a straparlare) di Dio con i punti esclamativi, oggi ho l’opportunità di lasciarmi attrarre dal fascino del punto interrogativo di questo centesimo e impronunciabile Nome e di sospettare che «Il timore del Signore è sapienza e istruzione» (Siracide 1,24). Un timore che non è paura bensì affettuoso rispetto dovuto al mistero presente in ogni evento o persona o linguaggio[1]. I credenti di ogni fede sono attirati dal fascino tremendo di questa bifronte tentazione: parlare o tacere di Dio? Ma se decido di parlarne non posso farlo né in gramaglie né inducendo mortifera noia, ma solo con gioia nei confronti di Uno che, lo so, incenerirà ogni volta le parole che ho faticosamente trovato per capirlo, annunciarlo, lodarlo. Anche noi cristiani «non possiamo parlare di Dio e tuttavia l’evangelo ci impone di farlo» come disse il teologo protestante Karl Barth. Il poeta indiano Tagore aveva detto: «Il mistero dell’infinito è scritto sulla mia piccola fronte»; ed io, parafrasandolo, posso dire che il mistero di Dio è scritto nelle tue piccole parole, è affidato alla teologia del tuo piccolo quotidiano vivere nell’amore, si lascia prendere in ostaggio ed impigliare dalla ragnatela dei miei ragionamenti, pur di metterci in contatto con Lui, Dio nascosto («Veramente tu sei un Dio nascosto» Isaia 45,15), ma sempre prossimo («Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» Giovanni 1,18), incartato nella nostra storia ma avvolgente l’universo[2]: «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (Atti 17,28).
 Il Mistero e i luoghi comuni di una fede pigra.
 Trinità: è un territorio da calcare con prudenza, curiosità intellettuale e fede itinerante. Nessuno abbia vergogna dei propri dubbi: «Una fede senza il dubbio corre il rischio di spegnersi, come il corpo senza appetito corre il rischio di ammalarsi. La fede infatti non nasce da una verità ingessata e posseduta con saccenteria, ma da una verità dinamica che è sempre oltre ciò che conosco e rivela sempre nuove meravigliose novità[3]». Territorio su cui hanno camminato i maggiori Padri dei primi secoli, teologi, eretici, mistici; S. Agostino ci ha scritto sopra 5 volumi.
Trinità: si tratta di un termine che è ignoto alla Bibbia e alla formula del “Credo” cristiano e non appartiene, in quanto parola, al primitivo annuncio cristiano essendo apparso per la prima volta verso la fine del II° secolo. Noi – battezzati “nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”- fatichiamo a dare risposte che concilino il radicale monoteismo biblico con un arcobaleno di Nomi e di storie di questo Unico e di cui abbiamo un piccolo saggio in una frase di Paolo, molto simile al testo della seconda lettura di oggi: «E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre![4]». La serietà di questo problema è stato avvertito dalla chiesa dei primi secoli che tuttavia era alle prese con una novità ben più sconvolgente: l’evento della croce e risurrezione di Cristo, scandalo per i giudei, stupidità per i greci, ma sapienza e amore di Dio. Come mai l’attenzione si spostò lentamente dallo scandalo della croce all’indigesto dogma della Trinità? I quesiti che nascono, soprattutto oggi, sono anche altri e li enumero così come sono posti dal Nuovo Dizionario di Teologia[5]: «Ai nostri giorni già la stessa parola “Dio” sembra non evocare quasi nulla per un numero crescente di uomini, mentre è diventata per molti praticamente irrilevante. Che cosa può mai suggerire un termine astratto come “trinità”? Non è forse vero che neppure i credenti riescono a convincere se stessi che la Trinità è qualcosa di poco diverso da un astruso gioco intellettuale? Non è una tragica ironia affermare che la Trinità è la verità centrale della fede e riconoscere che essa è la dottrina meno incidente sulla vita? Come può allora il cristianesimo pretendere di essere ancora oggi portatore di un lieto annuncio per l’uomo?». Chi fra noi accetterà la sfida di Karl Bart: «La Trinità di Dio è il mistero della sua bellezza. Negarla è avere un Dio senza splendore, senza gioia, un Dio senza bellezza»? Alla ricerca di questa bellezza seducente sono andato a ripassarmi le speculazioni di chi ha voluto rendere la ragione amica della fede e che tra hypòstasis, pròsopon, pericoresi, omoousìa, Filioque hanno precisato che in Dio c’è una sola essenza, due processioni, tre ipostasi, quattro relazioni e cinque nozioni. E tra un Sinodo di Toledo del 589 e un Concilio di Firenze del 1439 ho rischiato di volta in volta di  diventare ariano, sabelliano, patripassiano, subordinaziano, triteista. Mi intriga molto la parola di Gesù: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11,25). Di questi piccoli conosco volti e nomi e si guadagnano il pane quotidiano senza rinunciare alla obbedienza di scrutare le Sante Scritture e di affidarsi con semplicità di cuore al Dio che è amore, come ha affermato l’evangelista Giovanni che di queste cose se ne intendeva: «Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore[6]».
Mi consola l’ebreo Heschel[7]Una delle mete a cui tende il vivere ebraico è sentire gli atti più banali come avventure spirituali e percepire l’amore e la saggezza che si celano in tutte le cose. Rabbi Eleazar dice “La redenzione si potrebbe paragonare all’atto di guadagnarsi il pane”. E Rabbi Joshua Ben Levi dice: “Quello di guadagnarsi il pane è un miracolo ancora più grande della divisione del Mar Rosso”. La percezione dei miracoli che sono quotidianamente con noi e la sensazione delle continue meraviglie è la sorgente prima della preghiera: “Meravigliose sono le tue opere, Signore, e la mia anima lo sa molto bene” (Salmo 139,14)». Ecco trovata una porticina di ingresso in questo misterioso labirinto che da fonte di scetticismo potrebbe divenire dolcemente fonte di meraviglia e di stupore: «L’umanità non è destinata a perire per mancanza di conoscenza, ma soltanto per mancanza di meraviglia. Cominceremo ad essere felici soltanto quando avremo capito che una vita senza meraviglia non merita di essere vissuta. Quello che ci manca non è la disposizione a credere quanto la disposizione a meravigliarci. La consapevolezza del divino comincia con la meraviglia[8]».
Raccontare Dio con un occhio alla croce pasquale e un orecchio ai nostri gemiti e canti.
Mi colpisce una citazione del teologo Bruno Forte[9] che riferisce una frase di Eberhard Jüngel: «Occorre parlare di Dio raccontando l’Amore». Così hanno fatto gli autori della tradizione biblica: giungere a Dio attraverso la lettura di una storia che documenta, ad  occhi vedenti nel chiaroscuro e ad orecchi che sopportano il silenzio, ciò che Dio compie per noi. «Interroga i tempi!» dice il Cap. 4 del Deuteronomio da cui è tratta la prima lettura della liturgia odierna[10]E’ questa la sfida di Dio che si fa trovare mettendo sul cammino dell’uomo dei richiami precisi (la sua voce, la sua parola), delle azioni concrete (segni, prodigi in vista della liberazione), delle testimonianze inequivocabili della sua sollecitudine paterna. Noi vorremmo scoprire chi è Dio in se stesso. Lui, invece, si fa conoscere mediante ciò che opera per noi. Il Dio-per-noi è l’unica faccia del mistero che ci è consentito vedere. Dio in una certo senso lascia cadere un lembo del suo mistero, scoprendosi attraverso la sua “debolezza” nei confronti dell’uomo[11]». L’unica guancia che possiamo vedere del volto della Trinità è la guancia rivolta verso di noi, quella guancia che soffre e sorride in noi incapaci di sopportare un Dio impassibile. Per noi cristiani questa storia di soffusi incontri con i segni di un Dio che si racconta, incomincia da lontano, nelle memorie narranti e celebranti delle nostre origine ebraiche. Le orme di questo Dio sembrano, certo, più orme lasciate sull’acqua e cancellate dalle onde successive degli avvenimenti: «Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili» (Salmo 77, 20). Il baricentro di questo amore narrato è Gesù e all’interno della vita di Gesù tutto il contrappeso si sposta sulla croce pasquale, luogo tremendo di ateismo, laboratorio di disinfestazione dalle illusioni della religione, inusuale santuario dove Dio si rivela chi è per noi, cosa fa in noi, chi vuol essere con noi: «nessuno ha amore più grande di chi consegna la vita per i suoi amici» (Giovanni 15,13). Nel contesto della croce gli uomini e Dio si misurano, si confrontano, si scontrano coniugando un verbo: “consegnare”. Le tre prime consegne[12] narrano «il rantolo dell’innocenza» di fronte al tradimento dell’amico discepolo Giuda, alla prevaricazione della legge religiosa del Sinedrio e all’immodificabile abitudine del potere politico di Pilato. Le altre 3 consegne sembrano avere davvero un unico soggetto. Nel vangelo della croce il Figlio si autoconsegna («Questa vita la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me», dichiara Paolo[13]), il Padre consegna il Figlio (« Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per noi»[14] e Gesù consegna lo Spirito (“dando un forte grido, consegnò lo spirito”[15]) affinchè  «Là dove è la chiesa è pure lo Spirito di Dio; e dove è lo Spirito di Dio là è la chiesa e ogni grazia», come scrisse S.Ireneo di Lione.

Occorre parlare di Dio narrando l’amore, suo e nostro. «Non basta un milione di sillogismi per dimostrare che uno è innamorato: soltanto l’esperienza dà prova e certezza…La caratteristica della fede secondo l’insegnamento biblico è che essa si fonda, più che sull’intelligenza che specula, sulla memoria che rievoca»[16]. E io saprei narrare queste “consegne” andando a ritroso nella mia vita? Quando mai ho “visto” e creduto che Gesù e il Padre sono una sola cosa, che lui dimora nel Padre come noi rimaniamo in lui, che il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre ha mandato nel suo nome, ci ha insegnato e ricordato ogni cosa di tutto ciò che ci ha detto? Quando posso raccontare che a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune? Quando riuscirò a capire che questo Dio-in-relazione fonda una chiesa sinodale?[17]
Per una preghiera aperta ai 99 Nomi…
Dio santo, Dio vivente da sempre e per sempre senza tempo né luogo se non quelli di Gesù di Nazareth e dei suoi piccoli fra noi; Dio sovrabbondante esistenza comunitaria nella diversità; Dio Amore che ti doni senza disperderti, unico comandamento dei tanti nostri amori; Dio indifeso che ti fai da parte per lasciar spazio a noi – uomo/donna – creature della Tua Parola e icona autorizzata del tuo cuore nel luminoso buco nero dell’universo; Dio che riveli lo spessore della tua potenza cingendoti il grembiule del servizio; Dio che doni nutrimento ad ogni vivente fidandoti delle mani laboriose ed espanse di uomo/donna come già avevi affidato la divisione liberante del mar Rosso all’astuzia del servo Mosè e alla stanchezza ribelle del tuo popolo schiavo; Dio che non ami farti chiamare Padre-Padrone, ma Padre-misericordioso e sei Madre e Sposo per chi si sente cercato da Te nell’inferno maligno di una lontananza o nelle bettole idolatre delle sue prostituzioni; Dio Unico, ma non solitario; Dio estremo, Tutt’Altro da ciò che pensiamo, celebriamo, diciamo di te; Dio senza narici per incensi privi di giustizia ma risvegliato dai profumi dell’agape commovente di vedove e samaritani; Dio sentinella senza palpebre, eternamente vigilante sulle nostre tombe perché la morte non ci rapisca al tuo avvento; Dio di promesse che tardano perché un giorno per te è come mille anni; Dio insidioso del nostro benessere, ma non geloso della nostra gioia e felicità; Dio a bocca aperta per suggerire e alitare e convocare; Dio pane friabile e vino di gioia per memorie senza tempo………

(Ciascuno ora prosegua la propria litania fino alla soglia in cui dovrà tacere, non perché non sa più cosa dire, ma perché l’ultima parola spetta a Lui e alla tua vita concreta).


[1] «Se tu comprendessi Dio, non sarebbe Dio» dice S. Agostino (Sermoni, 117, 5). «Dio si onora col silenzio non perché non si debba parlare o indagare di Lui, ma perché prendiamo coscienza di rimanere sempre al di qua di una sua comprensione adeguata» scrive S. Tommaso (Expositio super Boetium de Trinitate)
[2] Bellissimo il Salmo 139 (138)
[3] Averardo Dini, in Servizio della Parola, Queriniana, 287/97.
[4] Lettera di Paolo ai Galati 4, 6.
[5] Andrea Milano, Trinità, in Nuovo Dizionario di Teologia, Ed. Paoline, 1988, pagg.1782-1808
[6] 1 Lettera di Giovanni 4,8.
[7] Abraham J.Heschel, Dio alla ricerca dell’uomo, Borla, Roma, pag.69

[8] A.J.Heschel, op. cit. pag. 65.
[9] B.Forte, La Trintà: storia di Dio nella storia dell’uomo, in AA.VV. Trinità, Città Nuova, Roma, 1987, pag 108.
[10] «Ma guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste: non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli» (Deuteronomio 4, 9).
[11] Alessandro Pronzato, Parola di Dio! Commenti alle 3 letture – ciclo B, Gribaudi, Torino, pag. 127-128.
[12] Marco 14,10; Marco 15, 1; Marco 15, 15.
[13] Galati 2, 20
[14] Romani 8, 32.
[15] Giovanni 19, 30
[16] Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Vol. 2°, Borla, pag. 178 e 180.
[17] Il prossimo ottobre sarà avviato dal Papa un cammino sinodale lungo tre anni e articolato in tre fasi (diocesana, continentale, universale), fatto di consultazioni e discernimento, che culminerà con l’assemblea dell’ottobre 2023 a Roma




23 maggio 2021.Pentecoste
IN CRISTO, TUTTO E’ CONNESSO

Preghiamo. O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Dagli Atti degli Apostoli 2,1-11
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

Sal 103  Manda il tuo Spirito, Signore, e rinnova la faccia della terra.
Benedici il Signore, anima mia! Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.
Togli loro il respiro: muoiono e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.
Sia per sempre la gloria del Signore; gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati 5,16-25
Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge. Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito.
 Dal Vangelo secondo Giovanni 15,26-27; 16,12-15
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

PENTECOSTE. IN CRISTO TUTTO E’ CONNESSO. Don Augusto Fontana

Quella a fianco è una bozza per un Convegno che avremmo proposto alla Diocesi come Servizio di Pastorale sociale e del lavoro, pace, giustizia, custodia del creato. Partirò da qui per rileggere una Pentecoste degustata dai pochi di ieri e promessa ai molti di oggi, ma che tarda sui tempi delle mie attese e dei miei desideri: attese di una fede pasquale sulla mia vita e sulla nostra morte; desideri di una chiesa meno legnosa e più umana e profetica, di una convivenza che abbia almeno un giorno senza conflitti e un pomeriggio dove tutti, proprio tutti, possano mangiare, di un parlarsi che sia comunicazione, di un popolo di discepoli del Signore che smettano di essere consumatori del supermarket della religione.
Nel mio oggi, Signore, dov’è la tua Promessa? L’oggi è già invaso da una Pentecoste senza tuoni e fragori,  vite di persone semplici percorse dal brivido del perdono, del servizio senza sconti, della fedeltà rocciosa, del martirio di una santità di vita ordinaria vissuta straordinariamente. Ma il mio oggi è anche disegnato coi tratti di Babele, la città confusa. Il mio oggi ha ancora come sfondo la valle delle ossa secche sognate dal profeta Ezechiele quando ancora lo Spirito non aveva gridato con le sue labbra di vita. Ripercorro un saggio di Erich Fromm[1] che individua tre profondi malesseri contemporanei: il narcisismo, l’alienazione, la necrofilia. «Il narcisista non è veramente interessato al mondo esterno, ma pretenderebbe tutto per sé. Molte relazioni danno l’impressione di essere rapporti d’amore, per esempio quelle con i bambini o tra i cosiddetti innamorati, ma in realtà si tratta spesso di rapporti narcisistici. E il narcisismo di gruppo – fondamentalismo religioso, nazionalismo – non si distingue troppo da quello individuale. L’alienazione significa che io non mi pongo come soggetto del mio agire, come individuo che pensa e prova sentimenti e affetti, ma alieno me stesso e le mie forze nell’oggetto che produco. Nell’antico testamento questo si chiamava “idolatria”. L’uomo alienato ha paura e dipende dagli oggetti che crea: cose, utensili, merci, burocrazia, leader.  La necrofilia è un atteggiamento nel quale la morte, la distruzione, la putredine esercitano un’azione perversa; è la perversione di essere attratti dalla morte quando si è vivi».

In questo contesto desidero meditare alcuni testi biblici pentecostali.

La Toràh: Parole e amore.
La Pentecoste è la festa di Shavu’ôt, la festa delle Settimane che si celebrava, e ancora si celebra tra gli ebrei, 50 giorni dopo Pasqua, festa della mietitura, ma che già all’epoca di Gesù era diventata la festa del dono della Toràh, della Rivelazione sul Sinai. Esodo 19, 3-20 narra una manifestazione/Rivelazione in grande stile, con una scenografia sul monte Oreb che sembra contraddire la discrezione di altre rivelazioni (il cespuglio che bruciava senza consumarsi (Esodo 3,2), l’esperienza mistica di Elia che sente Dio come un soffio di vento leggero (1 Re 19,12) ed anche le nostre visioni di fede così tenui, sfumate, confuse, immateriali).
«Voi stessi avete visto…Ora se vorrete ascoltare…sarete per me un popolo di sacerdoti e una nazione santa». Il popolo di Israele (o la Chiesa nata dalla pentecoste post-pasquale) non è un popolo privilegiato, ma un popolo “eletto”, cioè “messo a disposizione di tutti”, come un cippo segnaletico messo sulla strada che è di tutti: Dio cammina sulla strada, non siede sul cippo. «Voi siete per me la segullah[2] (proprietà) tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra». Su quella targa segnaletica Dio ha scritto le sue rivelazioni perché tutti i passanti possano usufruirne, ha inciso i suoi simboli di amore perché i passanti ricordino di essere degli “amati”, ha indicato le giuste direzioni per tutti coloro che vorranno voltarsi da quel lato di strada: Pentecoste diventa la festa di un popolo che festeggia il dono dei raccolti tra cui il frutto nutriente e dolce della Toràh: «Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca» (Salmo 119,103).

 Unità plurale.
Il testo di Atti 2 costituisce l’antitesi dello scenario di Babele in Genesi 11, 1-9 che riporta la biodiversità delle lingue a Babel: gli uomini intraprendono un’azione con lo scopo di raggiungere Dio per non disperdersi; ma Dio confonde il loro linguaggio che fino a quel momento era stato unitario. Generalmente si interpreta questo brano in senso negativo: la costruzione della torre sarebbe segno dell’orgoglio umano che tenta di sfidare il Signore e la confusione delle lingue diventerebbe la conseguenza della sua disapprovazione. Ma si può riflettere legittimamente anche in termini più positivi. La narrazione precisa [Gen.11,1]: «Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole». Questo significa che gli uomini potevano dialogare senza difficoltà (stessa lingua) e riuscivano ad essere uniti negli intenti e nell’azione (stessa parola/azione). In effetti nel racconto di Babele non si parla di punizione, ma solo di confusione e dispersione che da alcuni maestri della tradizione giudaica furono interpretati come una necessità per  realizzare il comando del Signore: Siate fecondi, moltiplicatevi, riempite la terra (Gen. 1,28). Ed é possibile anche cogliere il lato positivo della confusione delle lingue: l’unità di intenti, sorretta dall’unicità dei linguaggi, rischia di degenerare in un potere monolitico (religioso o politico). Meglio dunque la multiformità dei linguaggi (anche se ciò potrebbe rendere un po’ più difficile la comunicazione), piuttosto che l’uniformità che può generare totalitarismi o conformismo. Questa narrazione ci porta dunque a cogliere il dialogo possibile non tanto nell’orizzonte dell’omogeneità e dell’uniformità dei linguaggi, ma nella comune volontà di bene che lo deve sorreggere o – come diceva il monaco Enzo Bianchi  – dell’ unità plurale.  Scrive il Midrash della tradizione ebraica[3]: «Il Santo parlava e la sua voce si diffondeva in tutto il mondo: Israele udiva la voce che proveniva dal sud e correva al sud per accogliere la voce di là; allora la voce si spostava a Nord e Israele correva a nord, ma allora la voce si spostava ad oriente e poi ad occidente e gli israeliti si spostavano di conseguenza; poi giungeva dal cielo  e i figli di Israele alzavano gli occhi al cielo, ma allora la voce saliva dalle terra e allora gli Israeliti si chiedevano: “Da dove viene la Sapienza e qual é la sede dell’Intelligenza? Tutto il popolo “vedeva le voci” (Esodo 20,18). Perché dice “le voci”? Perché la voce del Signore si trasforma in sette suoni e da questi si trasforma nelle settanta lingue, affinché tutti i popoli possano comprendere». Dio si manifesta al plurale. L’autore neotestamentario che narra la Pentecoste post-pasquale narra la pentecoste cristiana in rigoroso parallelismo con quella del Sinai. La rivelazione di Dio é capace di dividersi e di parlare in molte lingue e la lode a Dio deve essere possibile nel rispetto delle diverse espressività dei popoli. Questo orientamento parrebbe in contrasto con una teologia e una liturgia ancora troppo occidentali, europee e romane, nonostante le sollecitazioni pressanti delle Conferenze episcopali di Asia e Africa – per esempio – per accelerare una coraggiosa inculturazione nella gestualità e nella cultura locale di ogni popolo.

Da carcasse a viventi.
Una valle di ossa pietrificate e che improvvisamente riprendono vita. La visione comunicataci da Ezechiele 37, 1-14 costituisce un altro testo indimenticabile di questa festa. Il profeta si rivolge al popolo in esilio che ritiene di aver perduto ormai ogni speranza, considerandosi morto e abbandonato da Dio. A questi esiliati Ezechiele promette il dono dello Spirito che li restituirà a vita nuova. Il simbolismo è potente ed evoca ogni spezzone di umanità corrosa dalla delusione e dalla mancanza di prospettive. Occorre lo Spirito per rimetterci “in piedi”. Al momento della creazione o, come dice la Bibbia, “In principio” c’era il caos, il vuoto, la desolazione (Genesi 1,2); su questo caos, che è immaginato come un buco nero e un gorgo che risucchia, aleggia la Ruah, l’alito di Dio, il suo coraggio. Aleggiare su tale vuoto è come covare un nido vuoto, un nido di assenza ricoperto di malinconia lasciata da ciò che non c’è più o non ci fu mai[4]. Dio ha il coraggio di affacciarsi sul caos, come una chioccia che cova i suoi piccoli, sul vuoto senza fine di questo abisso senza senso e cova questo vuoto come una madre cova i suoi piccoli: nasce la Luce (”Sia la luce!. E la luce fu”).

Profeti senza documenti.
Anche il testo di Gioele 3, 1-5 si adatta bene alla celebrazione della pentecoste soprattutto a causa di una rilettura fattane da Atti 2, 17-21, all’interno del discorso di Pietro: “questi uomini non sono ubriachi”. Anche oggi l’esercizio di alcune professioni è proibito senza il relativo documento di riconoscimento. Ma a chi spetta il potere di riconoscere la profezia? La risposta non è semplice: nella storia ebraica conosciamo che esistevano gruppi di profeti che si autoproclamavano tali, vivevano presso le corti dei re, ma di fatto erano profeti da strapazzo mentre altri, non riconosciuti tali al loro tempo, furono poi inseriti nella grande rivelazione profetica della Bibbia. E poi è così difficile riconoscere i profeti mentre sono ancora in vita. La promessa di Gioele, e cioè la diffusione dello Spirito di profezia su ogni uomo/donna, è come una risposta al desiderio di Mosè ricordato nel racconto di Numeri 11,29 quando Giosuè si era lamentato con lui perché due strani tipi, Eldad e Medad, stavano profetando nell’accampamento senza averne autorizzazione: «Fossero tutti profeti nel popolo di Dio e volesse il Signore dare loro il suo Spirito». Questo Spirito, durante la Pentecoste, si “effonde” su tutti, rendendo capaci di “visione e sogni” e cioè capaci di guardare dentro se stessi e negli avvenimenti per scorgervi ciò che chiede il Signore. Come essere profeti pentecostali in un mondo oppresso dal narcisismo, dall’alienazione e dalla necrofilia? Mi ha sempre colpito una poesia orientale che racconta: «Dissi al mandorlo: “Fratello parlami di Dio”. E il mandorlo fiorì». Il testimone profeta, come il mistico, parla poco ma diventa eloquente con la vita come ricorderà Paolo (Galati 5, 22) quando enumera i frutti dello Spirito: «Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé». Scrive il teologo sudamericano Segundo Galilea[5]: «La spiritualità cristiana assomiglia all’umidità e all’acqua che mantengono irrorata l’erba, perché sia sempre verde e cresca. L’acqua e l’umidità non si vedono; ciò che si vede è il pascolo. Però sappiamo che dobbiamo irrigarlo e mantenerlo umido». I tre simboli dello Spirito, acqua, respiro e fuoco, possono davvero costituire una descrizione di come i laici possono inserirsi come profeti negli ambienti di vita e nelle scelte che sono loro proprie.

Il DNA.
Un giorno a s. Paolo, arrivato ad Efeso, capitò un episodio curioso: quando incontrò dei cristiani, chiese loro se avevano ricevuto lo Spirito Santo, e si sentì rispondere: “Non abbiamo neanche sentito dire che esista uno Spirito Santo” (At 19,1-2). È una risposta che potrebbe essere sottoscritta da molti cristiani. Resta la domanda: chi è lo Spirito Santo? Un grande padre della Chiesa – s. Gregorio di Nissa – affermava con linguaggio spericolato: “Se a Dio togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il Dio vivente, ma il suo cadavere”. Verrebbe da dire che, a maggior ragione, se alla Chiesa togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il santo popolo del Dio vivente, ma un cimitero sterminato di cadaveri, così come si legge nel profeta Ezechiele. Una pagina di Paolo ai Romani 8, 22-27 presenta lo Spirito come attività promozionale, creatrice, risanante e innovativa di Dio all’interno della debolezza strutturale di ciascuno. Recita così una preghiera di Atenagora, ortodosso: «Santo Spirito, senza di te Dio é lontano, Cristo resta nel passato,  l’evangelo é lettera morta, la chiesa una semplice organizzazione, l’autorità é potere, la missione é propaganda, il culto é un arcaismo e l’agire morale un agire da schiavi. Ma in te il cosmo si solleva e geme nelle doglie del Regno, Cristo Risorto si fa presente, l’evangelo é potenza di vita, la Chiesa diventa comunione trinitaria, l’autorità si trasforma in servizio, la liturgia é memoriale e anticipazione, l’agire umano é partecipazione alla vita di Dio».

Il brano del vangelo è costituito dalla cucitura di due testi: Giovanni 15, 26-27 con 16, 12-15. In un contesto di persecuzione lo Spirito viene descritto nella sua attività di “Consolatore/Avvocato” e “Testimone”, cioè colui che confermerà dentro di noi le Parole dette da Gesù e gli eventi fondamentali della sua vita (“Spirito di verità che vi guiderà alla verità tutta intera”). La terminologia, dunque, è propria di un contesto giudiziale dove i discepoli sono messi sul banco degli accusati per rendere ragione della loro scelta ed hanno bisogno di chi incoraggia, difende, testimonia a favore, conferma. Noi oggi non siamo trascinati fisicamente davanti ad alcun tribunale, ma la nostra vita evangelica è sottoposta all’insignificanza, al dubbio, alla pressione di conformità, all’omologazione. Scrive il Vangelo secondo Marco (13,11): «E quando vi condurranno via per consegnarvi, non preoccupatevi di ciò che dovrete dire, ma dite ciò che in quell’ora vi sarà dato: poiché non siete voi a parlare, ma lo Spirito Santo». Indimenticabile  la pagina della Lettera a Diogneto[6]: «I cristiani né per regione, né per lingua, né per abitudini sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. Vivendo in città greche e barbare e adeguandosi ai costumi del luogo, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani».


[1] E. Fromm “I cosiddetti sani. La patologia della normalità”. Mondadori, 1996
[2] Il termine segullah (proprietà) si riferisce al marchio che veniva fatto su una pecora per indicare a chi apparteneva.
[3] Midrash (Ricerca): raccolta ebraica di commenti biblici interpretati in chiave poetica e immaginaria per rendere la Bibbia accessibile alla gente comune.
[4] Gabriella del Signore, Speranza creatrice, in HOREB 1/2000 Pag. 42-48.
[5] S. Galilea, El camino de la espiritualidad, Bogotà, 1985 pag. 8
[6] Questo scritto di un anonimo risale al II° secolo d.C.

 




16 MAGGIO 2021- ASCENSIONE
PASQUA BIS

Ascensione/Risurrezione

Sulla terra il cuore non si corrompe, se lo si innalza verso Dio. Se tu avessi del grano in cantina, lo porteresti nel granaio, per evitare che marcisca. A maggior ragione devi preoccuparti del tuo cuore, elevandolo verso il cielo. In che modo? Attraverso atti d’amore. Il corpo sale cambiando di posto; il cuore si eleva cambiando di volontà“. S.Agostino

Preghiamo: Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria. Egli è Dio, e vive e regna con te…
Atti 1,1-11
Nel mio primo libro ho già trattato, o Teofilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelti nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo. Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio.  Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre “quella, disse, che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni”. Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”. Ma egli rispose: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”. Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n’andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.

Salmo 46. Ascende il Signore tra canti di gioia.

Applaudite, popoli tutti, acclamate Dio con voci di gioia; perché terribile è il Signore, Altissimo, re grande su tutta la terra.
Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba. Cantate inni a Dio, cantate inni; cantate inni al nostro re, cantate inni.
Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte. Dio regna sui popoli, Dio siede sul suo trono santo.

Efesini 4,1-13
Fratelli, vi esorto io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo sta scritto: “Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini”. Ma che significa la parola “ascese”, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose.  È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo.
Dal Vangelo secondo Marco 16,15-20
Gesù apparve agli Undici e disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.

PASQUA BIS. Don Augusto Fontana.
Asceso al cielo, comodamente seduto alla destra di Dio? Quale cielo mi interessa oggi? Che me ne faccio di un Dio Maggiore, andato in pensione anticipatamente, mentre io, e forse tu con me, siamo travolti e risucchiati da piccoli Dei minori, da tempi iniqui, mercati corrotti, referendum complessi, pastorale affannosa, orfanezza di rapporti? Viviamo giorni di recessione, imbarbarimento, regressione, stasi. La Chiesa cammina, come la società, a piccoli passi e si ferma, si imbarbarisce, arretra, sbuffa in affanno, come me.

E Lui,

  • il nostro amico Gesù,
  • la nostra vite e linfa dei nostri tralci,
  • l’acqua che promette di dissetare le nostre aride speranze,
  • il pane necessario che nutrirebbe una fame che tentiamo di calmare con fitness e supermarket,
  • il liberatore che invochiamo nella complessità delle soluzioni sociali,
  • il pastore bello e buono di cui abbiamo nostalgia nelle nostre comunità

viene innalzato, fa’ carriera, si siede alla destra di Dio e chiude i conti con la storia.

«Ma dove vai?», mi verrebbe da chiedergli. «Resta con noi, Signore, perché qui è notte!».

Fortunatamente non se n’è mai andato. Si è trattato solo di equivoci verbali, di linguaggi vecchi nati dalle necessità narrative e catechistiche degli evangelisti (nube, angeli…). Per l’evangelista Giovanni, Gesù viene “innalzato” sulla croce e simultaneamente viene innalzato presso il Padre. Per gli evangelisti sinottici tra la morte, la risurrezione e l’innalzamento al Padre passano giorni, ma non sono i suoi bensì i nostri giorni, quelli necessari per entrare nel mistero e contemplarlo, capirlo un po’, lasciarci stupire e convincere. Sono i giorni necessari alle nostre zucche di maturare. Il Mistero si distende nel tempo, per noi uomini, che, solo lentamente e attraverso immagini o simboli, riusciamo a intuirne spezzoni.
Venendo tra noi ci aveva portato schegge di Dio e ce le ha lasciate in eredità sotto forma di Parola ascoltata e obbedita, di Pane spezzato e mangiato cantando, di Poveri che emanano sudori e storie. Ed ora si è portato con sé, accanto a Dio, frammenti di umanità; nella sua carne di Galileo si è seduto alla destra del Padre, portandosi il suo e nostro sorriso, le sue e nostre lacrime, le sue e nostre preghiere, le sue e nostre impurità, i sapori delle sue e nostre tavole, le stigmate della sua e nostra croce, i baci dei suoi e nostri Giuda. Oggi preghiamo: «…nel tuo Figlio innalzato al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria». Tutto ha portato con sé per non dimenticarsene, soprattutto per non dimenticarci, per tenerci dentro i pori e le stigmate della sua carne umana. Paolo ci scrive: “ci ha fatto sedere nei cieli” in Lui (Ef.2,6).
La sacra Scrittura, nel Primo Testamento, parla di altri personaggi, assunti in cielo, ad un certo momento della loro vita; è il caso del patriarca Enoc, che “…camminava con Dio e non fu più tra noi perché fu assunto in cielo..” ( Gn.5,24 ) e del profeta Elia, il quale “mentre camminava, conversando col suo discepolo Eliseo,…fu assunto nel turbine in cielo...”, su di un carro di fuoco, apparso, all’improvviso, tra loro. (2Re 2,11). Due racconti che stanno ad indicare la vocazione che attende il credente, l’uomo fedele e giusto, il quale vive sempre la comunione e la familiarità con Dio. E’ quel che canta anche il salmo 16: “Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione…“.
Nel lungo discorso di congedo, quel discorso che ci ha accompagnato in queste ultime domeniche, Gesù, parlando ai suoi, ormai senza più immagini o metafore, afferma: “Il Padre vi ama, perché voi mi avete amato, e avete creduto che sono uscito da Dio. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo. Ora lascio il mondo e torno al Padre…” (Gv.16,28). Lui che, come Paolo scrive “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, facendosi simile agli uomini ” (Fil 2,6 ) ora, “siede alla destra di Dio“. Gesù ha compiuto la sua missione che ora è affidata agli Undici, a noi:  «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura».
Sempre nel lungo discorso di addio, Gesù, promette di non lasciare “orfani” i suoi; essi avranno il conforto, e il sostegno dello Spirito: “..io vi dico la verità, è meglio, per voi, che io parta, perché, se non parto, il Paraclito non verrà a voi. Se, invece, me ne vado, ve lo manderò…quando Lui verrà vi guiderà alla verità tutta intera..” (Gv.16,7-13).
La missione, come Marco scrive, è accompagnata da “segni”, che valgono a rendere credibile la parola: “…questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno In mano i serpenti e se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Sono, ovviamente immagini, che stanno ad indicare che, il male è, ormai, indebolito nelle radici. “Allora essi partirono, conclude il testo, e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.” E’ la missione, il cammino, che la Chiesa, ancor oggi, compie; una missione nei gesti concreti di carità, come nella predicazione e nella preghiera.  Gesù aveva promesso: “Io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo.” ( Mt 8,30).

GRIGLIE DI ASCOLTO

PRIMA GRIGLIA DI ASCOLTO:
Chi è Gesù? Quali verbi lo “descrivono”? Cosa fa? Cosa dice? Queste domande, e le relative scoperte, ci aiutano a risalire alla catechesi della prima comunità, alla loro fede iniziale che diventa “norma” per noi. Diventa anche un modo per “fare contemplazione”; per esempio, si potrebbe costruire una LITANIA A GESU’, o UN ROSARIO A GESU’, fatto dei suoi BEI NOMI. Possiamo provare, nei tre testi liturgici di oggi:

    1. Tu sei colui che ha fatto e insegnato
    2. Tu sei colui che siedi a tavola…..
    3. Tu sei colui che manda
    4. ……………………

SECONDA GRIGLIA DI ASCOLTO:
Chi è Gesù per me? Quale attributo sento più forte, più mio?  Possiamo provare:

    1. Tu per me sei scomparso agli occhi….
    2. Tu per me sei il Veniente …(o Colui che verrà)…
    3. Tu per me sei colui che ha portato in cielo prigionieri….
    4. …..

TERZA GRIGLIA DI ASCOLTO:
Quale Chiesa nasce dalla PASQUA/ASCENSIONE? Queste domande, e le relative scoperte, ci aiutano a risalire alla catechesi della prima comunità che tenta di delineare quale chiesa nasce dopo la Pasqua/ascensione. Per esempio:

    1. stavano fissando il cielo ….. perché state a guardare il cielo?
    2. Un solo corpoun solospiritouna sola fede e speranza
    3. alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come…….
    4. ……………..

QUARTA  GRIGLIA DI ASCOLTO:
Quale chiesa oggi, qui, nel mio quartiere, nella mia parrocchia? Di quali caratteristiche siamo più deficitari? Come interpretare nel mondo contemporaneo le caratteristiche “miracolose” che accompagnano la chiesa nascente? E’ un modo per “fare revisione del nostro stile ecclesiale e vocazionale”. Proviamo a…costruire un programma pastorale:

    1. partirono e predicarono dappertutto…
    2. …..nel mio nome scacceranno i demoni…
    3. ………………..



9 maggio 2021. Domenica 6 di Pasqua
Amore? Niente di più facile, impossibile, divino.

6 domenica di Pasqua B

Preghiamo. O Dio, che ci hai amati per primo e ci hai donato il tuo Figlio, perché riceviamo la vita per mezzo di lui, fa’ che nel tuo Spirito impariamo ad amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati, fino a dare la vita per i fratelli. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
At 10,25-27.34-35.44-48
Avvenne che, mentre Pietro stava per entrare [nella casa di Cornelio], questi andandogli incontro si gettò ai suoi piedi per adorarlo. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: “Alzati: anch’io sono un uomo!”. Poi, continuando a conversare con lui, entrò e trovate riunite molte persone disse loro: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto”. Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliarono che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare lingue e glorificare Dio. Allora Pietro disse: “Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?”. E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Dopo tutto questo lo pregarono di fermarsi alcuni giorni.
Salmo 97  Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo.
Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele.
Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni!
1 Lettera di Giovanni 4,7-10
Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
Dal Vangelo secondo Giovanni 15,9-17
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nell’ amore, quello mio ™n tÍ ¢g£pV tÍ ™mÍ). Se custodirete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho custodito i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri”. 

Amore? Niente di più facile, banale, impossibile, divino. Don Augusto Fontana

«La felicità non consiste nell’accumulare ricchezze, ma nel regalarle e condividerle: un gesto, un sorriso, un aiuto agli altri». Sembrerebbe una frase da Baci Perugina. Se non fosse che Nadia De Munari, la volontaria vicentina, di Schio, uccisa a Chimbote nei giorni scorsi, quelle parole – dette a una radio peruviana tempo fa – le ha rese carne. Vita vissuta. Dei suoi 50 anni, più di metà li ha passati a servizio dei poveri in Ecuador e sulle Ande peruviane. Anche chi muore sul lavoro depone la vita per amore, ammesso che il lavoro sia uno stato di amoroso consenso alla solidarietà reciproca dello scambio di beni e servizi.
La liturgia insiste: agape! Niente di più facile, impossibile, divino!

Il Capitolo 15 di Giovanni è una sinfonia dell’amore (agape), un amore dalle radici solide e dal tronco sano (Io sono la vite). Un amore in tutte le sfumature armoniche di cui siamo capaci, come singoli e come comunità, in tempi di violenze narrate e di amori normali o eroici taciuti.

Anche la Lettera di Giovanni si sofferma più volte sul comando dell’amore, con un’insistenza che può lasciare sconcertati. Si tratta in effetti di una realtà che può apparire scontata, ai limiti della banalità, e invece è sempre da riaffermare e fa scoprire sempre cose nuove.

L’amore è da Dio…Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio“: che può significare che ogni persona che ama è di fatto “battezzato” in Dio; oppure anche che non possiamo amare “veramente” senza di Lui. A ciascun lettore compete di scegliere l’interpretazione che lo rivoluziona dentro.

 

Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore“: affermazione molto critica nei confronti di molti devoti, preti, teologi delle comunità cristiane. «L’esperienza della pandemia ha fatto vivere a noi cattolici alcune settimane di digiuno eucaristico e di “chiese vuote”. Tempo di “chiese vuote” che forse ha mostrato un “vuoto” molto più profondo dentro le nostre comunità. La situazione pandemica – lo dico con grande rispetto – ha messo in luce quello che già si intuiva e si andava dicendo: in Italia l’epoca della “cristianità”, di un cattolicesimo di massa riconosciuto e condiviso, è tramontata da tempo; mi sembra che quella “clausura forzata”, quel “vuoto” sia stato visto dai più di noi come insopportabile. La reazione istintiva è stata quella di riempire ogni fessura sostituendo alle normali attività in presenza quelle in streaming sui social: celebrazioni, incontri, persino compiti di catechismo per casa. Siamo caduti nella tentazione di riempire gli spazi vuoti con dei pieni virtuali, non cogliendo che quel vuoto poteva essere “tempo di grazia”, occasione preziosa e unica per stare davanti a noi stessi, a fare verità su chi siamo, su quale chiesa vogliamo essere, saltando l’appuntamento con un appello ad essere Chiesa diversamente. In realtà la Messa -pur essendo certamente fondamentale – fons et culmen – è in pratica diventata quasi l’unica attività della nostra azione pastorale. Tanto che, quando la celebrazione pubblica è stata vietata durante il lockdown, è come se fosse cascato giù l’intero impianto ed è sembrato che non rimanesse in piedi più nulla. Non è più sufficiente una pastorale di conservazione, oggi è necessario un cammino che conduca a una pastorale “generativa”, ossia una chiesa consapevole di essere sempre in via di costruzione. Percorrere questo cammino verso una pastorale generativa significa lasciare un modello ecclesiocentrico per andare verso una comunità ecclesiale che si riconosca decentrata nella storia. La Chiesa non è anzitutto un’organizzazione, ma è un insieme di relazioni. Abbiamo bisogno di creare in parrocchia un luogo dove sia bello trovarsi, dove si possa dire: “qui si respira un clima di comunità, che bello trovarci”. E che ciò traspaia all’esterno, a quelli che non frequentano o compaiono per “far dire una messa”, far celebrare un battesimo o un funerale. Non comunità chiuse, ripiegate su se stesse e sulla propria organizzazione, ma comunità aperte umili, cariche di speranza»[1].

Che vi amiate gli uni gli altri…Un possibile esito del comando dell’amore a vicenda potrebbe essere la chiusura mistica o psicologica in una comunità di eletti: ci vogliamo bene tra di noi e questo ci basta. Nel Vangelo di Giovanni e nelle sue lettere emerge questa preoccupazione: che possa esistere una Chiesa impegnata nella preghiera, nel culto, nella Lettura biblica, nelle attività pastorali, ma che dimentica l’amore.

Ogni frase in questo Vangelo ha un proprio senso compiuto ma nello stesso tempo si collega alla frase successiva: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi”“Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando”“Che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato”. Ogni singola frase si riferisce allo stesso mistero, che si presenta come un diamante con infinite sfaccettature, ed ognuna emette un raggio di luce diverso, per cui non ci si stanca mai di rigirarlo e di osservare tutti i frammenti di arcobaleno che si diramano dall’unica gemma. Siamo come i visitatori di un edificio, che lo percorrono dentro e fuori, ma non possono mai abbracciarlo con un unico sguardo.

 Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Affermazione problematica. La novità dell’evangelo non è forse l’amore per i nemici? L’espressione di Giovanni resterebbe al di qua di questa soglia; a meno che la leggiamo alla luce di una formula di Lutero: “Dio non ama qualcuno perché amabile, ma qualcuno diventa amabile perché amato da Dio”. Gesù non dà la vita per coloro che sono suoi amici, ma diventano suoi amici coloro per i quali egli dà la vita. L’amore radicale (fino alla morte) di Gesù ricrea lo spazio dell’amicizia.

Sorprendente è l’accoppiata amicizia/comandamento. È un amore unilaterale che tuttavia crea responsabilità nella corrispondenza: Voi siete miei amici se farete ciò che vi comando (v. 14) oppure “Se farete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come io ho fatto i comandamenti del Padre e rimango nel suo amore” (v. 10). La nostra esperienza di fede si dibatte in un equivoco: pensare di essere amici senza dover avere responsabilità (comandamenti) o pensare di eseguire ordini (essere servi) senza amicizia.  Giovanni aveva prevenuto questo malinteso scrivendo: “Non vi chiamerò più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (v. 15).

Ci aspetteremmo a questo punto che la formulazione del comandamento fosse: amate me come io ho amato voi. Gesù dice: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati” (v. 12). Il cerchio di quest’amicizia non si chiude nella reciprocità diretta. È questo che Gesù ha “udito dal Padre” e ci ha “fatto conoscere”: la presenza di Dio abita le nostre piccole solidarietà.


[1] Vittorio Rocca, La Chiesa celebra la vita stando accanto all’umanità ferita. In HOREB 1/2021.




2 maggio 2021. Domenica 5a di Pasqua
CHIESA: NON MUSEO, MA GIARDINO.

V domenica di Pasqua –
Preghiamo O Dio, che ci hai inseriti in Cristo come tralci nella vera vite, donaci il tuo Spirito, perché, amandoci gli uni gli altri di sincero amore, diventiamo primizie di umanità nuova e portiamo frutti di santità e di pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 9,26-31
In quei giorni, Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso. La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.
Sal 21  A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea.
Scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.
I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano; il vostro cuore viva per sempre!
Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli.
A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere.
Ma io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza. Si parlerà del Signore alla generazione che viene;
annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore!».
 Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 3,18-24
Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito. Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.
 Dal Vangelo secondo Giovanni 15,1-8
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

CHIESA: NON MUSEO, MA GIARDINO. Don Augusto Fontana
La liturgia della 5a domenica di Pasqua sfiora la festa civile del 1°maggio oggi ancora segnata dalla crisi sanitaria e sociale della pandemia. Ogni parola suona strana in queste condizioni, anche le solenni autodichiarazioni di Gesù, tanto quanto gli slogan per il 1° maggio:  “L’Italia si cura con il lavoro”.  I Vescovi italiani hanno qualificato la ricorrenza con un riferimento biblico alla ricostruzione di Gerusalemme narrata nel Libro di Neemia: «E AL POPOLO STAVA A CUORE IL LAVORO» (Neemia 3,38), un lavoro di ricostruzione delle vite e dei rapporti più che delle mura e del tempio.
Eppure, come scrisse don Angelo Casati, il Vangelo ci fa sognare giardini più che rovine o musei impolverati.

«Io sono la vera vite…». Così Giovanni ricorda una delle tante autorivelazioni di Gesù. Aveva già ricordato: «Io sono il pane della vita» (Gv. 6,35.41.48.51.58); «Io sono la luce del mondo» (Gv.9,5); «Io sono il buon Pastore» (Gv. 10, 11); «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv. 11,25).

«Rimanete in me». Rimanere” è parola chiave nel vocabolario di san Giovanni. Nell’originale greco (menô), lo troviamo 68 volte negli scritti di san Giovanni e 118 nel Nuovo Testamento. Nel senso più forte esprime l’unione tra il Padre e il Figlio. In senso più ampio, esprime l’unione tra Dio e colui che ha fede e custodisce e mette in pratica i suoi comandamenti. Ad ognuna delle autorivelazioni di Gesù corrisponde una risposta che Dio attende dal discepolo: «Il sono il pane della vita: mangiate!», « Io sono la luce del mondo: credete!», «Io sono il buon pastore: ascoltate, seguite!». Qui la risposta del discepolo è “rimanere”: «Io sono la vite: rimanete e portate frutto!». Quando Dio passa nella mia vita non mi consegna solo un dogma da credere, ma una piega da dare alla mia vita. Passa, parla e se ne va, lasciandomi un impegno, una scelta. Questa formula del “rimanere in” ha una sua storia nel Vangelo di Giovanni e descrive l’itinerario della fede del discepolo. Credente è il discepolo che dopo aver saputo “dove” abita Gesù, lo “segue” per “rimanere presso di lui” (Giovanni 1, 35-39). Discepolo è colui che “rimane nella parola” di Gesù (Giovanni 8,31 “Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete nella mia parola, sarete davvero miei discepoli»”). Mediante la fede il discepolo viene decentrato da sé e concentrato sulla persona di Gesù. Curioso il martellante “in me” che non sopporta una vicinanza approssimativa, un legame superficiale ed episodico, ma una convivenza, una connivenza, una complicità, una connessione.

«Ogni tralcio che porta frutto, il Padre lo pota perché porti più frutto». La potatura[1]. Non vengono garantiti coloro che “rimangono in lui”; d’ora in avanti sanno che li aspetta la potatura. Sono le persecuzioni, le difficili fedeltà controcorrente, le stesse difficoltà interne alla chiesa, come descrive Paolo che si sente un intruso, un out-sider, un disturbatore di quiete sicurezze e abitudini.

«I frutti». In epoca di attivismo e di ricerca di efficacia occorre chiarire quali sono questi frutti. La vigna del Signore produce amore. Dice la lettera di Giovanni: «un amore nei fatti veri» e «nella verità» che per Giovanni significa “sul modello di Cristo” che non è rimasto chiuso nel proprio mondo, ma è uscito per incontrare e mescolarsi con gli uomini. «Nessuno ha mai visto Dio: se ci amiamo tra noi Dio abita in noi» (1 Lettera di Giovanni 4,12). Riportato ai nostri giorni potremmo riflettere con i Vescovi Italiani[2]: «Come Chiesa italiana abbiamo due bussole da seguire nel cammino pastorale e nel servizio al mondo del lavoro. La prima è costituita dall’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti: la fraternità illumina anche i luoghi di lavoro, che sono esperienze di comunità e di condivisione. In tempo di crisi la fraternità è tanto più necessaria perché si trasforma in solidarietà con chi rischia di rimanere fuori dalla società. «Il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze» (FT 162). Per questo, il mondo del lavoro dopo la pandemia ha bisogno di trovare strade di conversione e riconversione, anche per superare la questione della produzione di armi. Conversione alla transizione ecologica e riconversione alla centralità dell’uomo, che spesso rischia di essere considerato come numero e non come volto nella sua unicità. Ci inseriamo nella seconda bussola che è il cammino verso la Settimana Sociale di Taranto (21-24 ottobre 2021) sul tema del rapporto tra l’ambiente e il lavoro. Lo ricorda molto bene l’Instrumentum laboris (n. 25) che afferma: «La conversione che ci è chiesta è quella di passare dalla centralità della produzione – dove l’essere umano pretende di dominare la realtà – a quella della generazione – dove ciò che facciamo non può mai essere slegato dal legame con ciò e con chi ci circonda, oltre che con le future generazioni».


[1] Giovanni usa lo stesso verbo sia per indicare il “tagliare” il tralcio secco (che in me non porta frutto), sia per indicare il “potare” il tralcio vivo (che porta frutto). In effetti, uno che osserva il lavoro del vignaiolo, si rende conto che lo steso identico gesto “taglia” il ramo morto perché incapace di portare frutto e “pota” il tralcio capace di portare frutto. C’è però un particolare. Quando Giovanni vuole sottolineare il “tagliare” usa il semplice verbo “airo”: alzare, prendere, raccogliere, eliminare, distruggere, (è il verbo gridato dalla folla contro Gesù. Gv 19, 15). Quando invece  vuol parlare di “potare” davanti al verbo “airo” mette una preposizione – katà – che significa “per”. In altre parole: quel “tagliare” ha uno scopo positivo, è finalizzato al frutto, non è fine a se stesso! Quel “tagliare” non si esaurisce in quel gesto, ma va oltre: ti fa pensare al frutto che verrà non al fuoco che distrugge.
[2] Messaggio dei Vescovi per la Festa del 1° maggio 2021




25 aprile 2021. Domenica 4a di Pasqua
PASTORE

Quarta domenica di Pasqua

Preghiamo. O Dio, creatore e Padre, che fai risplendere la gloria del Signore risorto quando nel suo nome è risanata l’infermità della condizione umana, raduna gli uomini dispersi, nell’unità di una sola famiglia, perché aderendo a Cristo buon pastore gustino la gioia di essere tuoi figli. Per Gesù Cristo nostro Signore. AMEN.
Dagli Atti degli Apostoli (4,8-12)
In quei giorni, Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anzia­ni, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventa­ta la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».
Salmo 117 La pietra scartata dai costruttori è dive­nuta pietra d’angolo.
Rendete grazie al Signore perché è buo­no, perché il suo amore è per sempre.
È meglio rifugiarsi nel Signore che confida­re nell’uomo.
È meglio rifugiarsi nel Signo­re che confidare nei potenti.
Ti rendo grazie, perché mi hai risposto, per­ché sei stato la mia salvezza.
La pietra scar­tata dai costruttori è divenuta la pietra d’an­golo.
Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi.
Benedetto colui che viene nel nome del Si­gnore.
Vi benediciamo dalla casa del Signo­re.
Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto.
Rendete grazie al Signo­re, perché è buono, perché il suo amore è per sempre.
Dalla prima lettera di san Giovanni apo­stolo  (3,1-2)
Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha co­nosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
Dal vangelo secondo Giovanni (10,11-18)
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore depone (offre) la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non ap­partengono – vede venire il lupo, abbando­na le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e depongo (offro)  la mia vita per le pecore. E ho altre pe­core che non provengono da questo recin­to: anche quelle io devo guidare. Ascolte­ranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Pa­dre mi ama: perché io depongo (offro) la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la depongo (offro)  da me stesso. Ho il potere di deporla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

 PASTORE. Don Augusto Fontana

Oggi li chiamiamo LEADERS, STARS, PREMIER e non più PASTORI; e le loro pecore si chiamano FANS, BOYS e non più GREGGE. E pochi di noi hanno esperienza diretta di pastori e greggi. Dunque i riferimenti simbolici del Vangelo di oggi rischiano di essere incomprensibili dal punto di vista emozionale ed esistenziale. La cosa si complica anche per il fatto che identificare una comunità con un gregge significa darle un attributo di massificazione; e identificare un battezzato con l’attributo di pecora suona offensivo («sei un pecorone!», un pavido, uno che ha venduto il cervello all’ammasso).  Eppure la massa esiste nei circuiti promozionali, commerciali e politici, come esiste il gregge di pecoroni dentro le nostre comunità ecclesiali dette anche, per comodità, “parrocchie” o chiesa.
L’esperienza dei pastori semiti dell’antico Israele si presenta lontano dalle attuali nostre condizioni di vita; nella nostra civiltà industriale, l’immagine ha perso molto della sua forza e del suo mordente. Questo richiede un maggiore sforzo di penetrazione.
Il gregge. E’ in marcia per la transumanza. Si seguono i ritmi stagionali alla ricerca di nuovi pascoli. In primavera si vaga in terreni liberi. In estate si chiede ospitalità a popolazioni sedentarie e agricole alle quali si chiede di poter portare il gregge a pascolare in terreni dove è appena avvenuto il raccolto. I trasferimenti costituiscono situazioni spesso drammatiche: la necessità di trasferirsi velocemente è ostacolata da pecore incinte o che hanno appena partorito; animali e uomini predatori minacciano pastori e greggi, i clan sedentari accusano i pastori di essere ladri e di portare malattie o di essere una classe socialmente inferiore e pericolosa.
Il pastore semita non è solo guida che conduce ad un’oasi o ad un pascolo. Lui sa dare certezza e sicurezza benchè la pista sia pericolosa perchè i sentieri dispersivi o errati sono scartati con precisione dal suo bastone, quindi è un salvatore. Il pastore è anche compagno di viaggio per cui le sue ore sono quelle del gregge: i rischi, la fame, la sete, il sole, la pioggia, tutto condivide.

In quale contesto Giovanni presenta Gesù come pastore?
Nel cap. 9 Giovanni ricorda la guarigione di un cieco dalla nascita. Ma contestualmente presenta anche la rigidità mentale dei farisei che non riescono a gioire delle recuperate funzioni relazionali del cieco. E si beccano una poco simpatica risposta di Gesù: «Se foste ciechi non avreste colpa, ma siccome dite “Ci  vediamo” allora il vostro peccato rimane». Ciechi che guidano altri ciechi: dice Giovanni. E per questo colloca qui la pagina del capitolo 10: Gesù è la porta dell’ovile, è il pastore del gregge. Probabilmente ai tempi di Giovanni già una comunità organizzata offriva spunti di riflessione a causa di certi presbiteri o responsabili non all’altezza. Giovanni sente la necessità di ricordare chi è il pastore della chiesa e comunque a quale modello devono riferirsi quelli che si fanno chiamare pastori o a quale modello dovesse riferirsi una comunità che volesse esercitare il proprio ministero pastorale nel mondo. Ezechiele 34, 2. 4: “ hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta”.
La litur­gia è dominata dalla lettura di una parte del «discorso del pa­store» che Gesù tiene nella cornice del Tempio di Gerusa­lemme e che si articola su due parabole intrecciate tra loro, quella appunto del pastore e quella della porta dell’ovile: «Io sono la porta delle pecore… Io sono il buon pastore» (Gv 10, 7.11). Il brano di quel discorso che oggi leggiamo contiene il commento che Gesù stesso fa alla parabola del pastore.
Tre sono i movimenti di questa specie di omelia che Gesù stesso oggi ci propone.

 Il primo si snoda nei vv. 11-13 e disegna la figura del pa­store «buono» (in greco letteralmente abbiamo «bello», ter­mine che vuole esprimere la pienezza del bene, del bello, del giusto, dell’amore): egli è pronto a morire per proteggere il gregge. Subito, in opposizione, appare la torva figura del merce­nario a cui si associa l’immagine del lupo, immagine evocata già un’altra volta da Gesù: «Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi» (Mt l0, 16). Al di là dell’identificazione con­creta del mercenario (alcuni pensano agli zeloti, i partigiani ebrei antiromani), è chiaro che l’elemento decisivo è il con­fronto tra due atteggiamenti radicalmente opposti. Da un lato c’è il pastore per il quale il gregge è la sua vita, ad esso egli consacra tutto, anche se stesso. Dall’ altra parte c’è, invece, una tragica controfigura del pastore, il mercenario, che è solo preoccupato di se stesso; per lui il gregge è solo un possesso da sfruttare, è un bene da sacrifi­care senza esitazione al proprio vantaggio. Il gregge che è nelle mani di pastori falsi, calcolatori, egoisti è votato allo sfacelo e alla morte. Lo ricorda anche Paolo in quello stu­pendo «testamento pastorale» da lui pronunziato a Mileto, sull’ attuale costa turca dell’Egeo, mentre salutava i «pasto­ri» di Efeso, la chiesa ove probabilmente è stato composto il Vangelo di Giovanni. Ecco le parole di Paolo: «Vegliate su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio. Io so che do­po la mia partenza, perfino in mezzo a voi, entreranno lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge» (At 20, 28-29).

Il secondo movimento del discorso di Gesù, presente nei vv. 14-16, si svolge tutto all’interno del gregge: tra pastore e pecore c’è uno stretto legame di «conoscenza». «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre». Il verbo «conoscere», che qui risuona ben quattro volte, nel lin­guaggio biblico abbraccia un arco vasto di esperienze che vanno dall’intelletto al cuore, dalla comprensione all’amo­re, dall’affetto all’ azione. Non per nulla, come è noto, è il verbo per indicare anche la relazione profonda d’amore di una coppia. Allora, tra i fedeli e il Cristo intercorre una comu­nione reale e intensa che non è infranta dagli sbandamenti del gregge, che non è cancellata dalla solitudine e dall’isola­mento creato dalle pecore ribelli. Anzi, Gesù vuole aprire un altro orizzonte che si estenda fino alle pecore lontane, che non appartengono al primo ovile di Dio, quello di Israele. Si delinea, così, l’apertura della Chiesa ai pagani, si esal­ta la missione verso i lontani, verso tutti gli uomini che cer­cano Dio con cuore sincero. L’ovile di Gesù non si può semplicisticamente identificare con la chiesa tanto meno quella cattolica. Sulla scia del Pastore supremo Cristo, ogni pastore e ogni cristiano deve annun­ziare, anche uscendo dagli steccati del suo ovile, la speran­za dell’evangelo e «condurre» tutti all’ovile di Cristo. Le parole di Gesù ricalcano qui quelle del profeta Ezechiele che riferiva questa decisione divina di fronte ai falsi pastori: «Io stesso condurrò le pecore, le radunerò da tutte le nazioni, le nutrirò con buoni pascoli; sarò io stesso il pastore delle mie pecore e andrò in cerca della pecora perduta» (Ez 34, 11-16).

 Il terzo movimento del discorso di Gesù (vv. 17-18) ri­prende idealmente il primo col tema del deporre-offrire la vita. Nel vangelo di Giovanni il verbo che viene utilizzato è tìthemi che significa anche “deporre”. È Gesù che depone la vita. Dove si trova ancora questo verbo? Si parla di Gesù deposto nella mangiatoia (Vangelo di Luca) e nell’atto di lavare i piedi ai suoi discepoli, Gesù depone le vesti. Questo termine ha significati molto diversi, ma sicuramente dice una consegna totale. C’è questo grande mistero: in fondo, in Gesù è Dio stesso che si depone.  È la legge del chicco di grano che deve morire per non restare solo ma produrre molto frutto (12, 24); è la legge della ma­ternità che deve passare attraverso il dolore del parto per dare alla luce un nuovo uomo (16, 21). È la legge dell’amore autentico che invita a dare la vita per la persona che si ama (15, 13).

 Non ci vuole molto per attualizzare.

Vengono in mente subito il Papa, i vescovi e i preti. In una chiesa clericale è ovvio che il clero diventi di fatto “vicario” di Cristo. E ci prendiamo le nostre responsabilità. Io non sono certo di essere immagine limpida della pastoralità di Cristo e soprattutto non vorrei mai rubargli la scena e il ruolo, ma talvolta accade. Ma non vorrei neppure essere talmente ingombrante come una grande mamma che ritarda la crescita dei figli. Anche la comunità dei laici battezzati ricevono il carisma di diventare segno della pastoralità di Gesù, senza ovviamente togliergli ruolo e centralità. A 60 anni dal Concilio Vaticano II° la corresponsabilità collegiale e pastorale dei laici è cresciuta poco, quasi niente, sia sul fronte della testimonianza nella vita quotidiana che sul versante della partecipazione pastorale nella chiesa. Così scrivevano i Vescovi nella Nota Pastorale del 2004 “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”: « Le aggregazioni di laici nella parrocchia si facciano parte attiva dell’animazione del paese o del quartiere, negli ambiti della cultura, del tempo libero, ecc. Soprattutto l’ambito culturale ha bisogno di una presenza vivace, da affiancare a quella già sperimentata e riconosciuta sul versante sociale. In molte parrocchie sono presenti scuole, istituzioni sanitarie, luoghi di lavoro, strutture sociali: la parrocchia entri in dialogo e offra collaborazione, nel rispetto delle competenze, ma anche con la consapevolezza di avere un dono grande, il Vangelo, e risorse generose, gli stessi cristiani. Lo stesso vale per le istituzioni amministrative, evitando tuttavia di diventare “parte” della dialettica politica. L’ambito della carità, della sanità, del lavoro, della cultura e del rapporto con la società civile sono un terreno dove la parrocchia ha urgenza di muoversi raccordandosi con le parrocchie vicine, nel contesto delle unità pastorali, delle vicarie o delle zone, superando tendenze di autosufficienza e investendo in modo coraggioso su una pastorale d’insieme».
Ma, visti i tempi che corrono, non sembri una forzatura mandare un pensiero sognante anche ai “pastori” del popolo in versione politica e sociale. Sono cosciente del rischio, del rischio del qualunquismo e dell’antipolitica. Ma mi pare che la corruzione pervasiva che ci circonda trovi nel profeta Ezechiele qualche motivo per leggere i “segni dei tempi” e indicarci un’indignazione che diventi azione repulsiva e democratica da non lasciare solo alla magistratura:  “ …hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta”(Ezechiele 34, 2. 4).