23 gennaio 2022. Domenica 3a tempo ordinario
OGGI

3° domenica tempo ord. C
Preghiamo. O Padre, tu hai mandato il Cristo, re e profeta, ad annunziare ai poveri il lieto messaggio del tuo regno, fa’ che la sua parola che oggi risuona nella Chiesa, ci edifichi in un corpo solo e ci renda strumento di liberazione e di salvezza. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro di Neemìa 8,2-4.5-6.8-10
In quei giorni, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge. Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza. Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. I levìti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura. Neemìa, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. Poi Neemìa disse loro: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza».
Salmo 18  Le tue parole, Signore, sono spirito e vita.

La legge del Signore                è perfetta,          rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore    è stabile,            rende saggio il semplice.
I precetti del Signore                sono retti,          fanno gioire il cuore;
il comando del Signore            è limpido,          illumina gli occhi.
Il timore del Signore                 è puro,              rimane per sempre;
i giudizi del Signore                 sono fedeli,        sono tutti giusti.
Ti siano gradite le parole della mia bocca;  davanti a te i pensieri del mio cuore, Signore, mia roccia e mio redentore.
Dalla lettera prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 12, 12-14.27 (forma breve)
Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra.
Dal Vangelo secondo Luca 1,1-4; 4,14-21
Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

OGGI. Don Augusto Fontana
Parole portate da storie sgangherate[1].
La prima lettura, quella del Libro di Neemia, risuonerà nel silenzio orante delle nostre assemblee liturgiche disinfettata dal suo contesto storico: eventi foschi. Fuori da questa cornice diventerà occasione ghiotta per elegie ed elogi sulla Liturgia o lo studio orante della Parola di Dio. Nulla da ridire al riguardo. Magari fossimo tutti scrutanti e scrutati da questa forte e dolce Parola. Purchè resti ferma la memoria che la Parola di Dio viaggia su carri sgangherati. Anche chi ascolta meravigliato la spiegazione biblica di Gesù nella sinagoga di nazaret finirà nella rete di questa incredibile logica di Dio: «..e dicevano:“Non è il figlio di Giuseppe?”»[2].  Origini troppo banali per uno che dichiarava di essere l’oggi delle promesse di Jahweh. Origini, d’altra parte, interessanti per uno da sfruttare, come si farebbe con una star famosa, influente e milionaria che torna al comune paesello.
La Parola viene da Dio, ma viaggia nella carne e si annida nella storia perché ad esse è destinata. Parola di Dio consegnata, fragile, al sapere di esegeti e scribi, alle intuizioni naïve del popolo, alla faticosa ruminazione di credenti, alle maldestre mie liturgie, al prostituto ancheggio dei potenti, alla infinita speranza dei falliti: «Ti benedico, o Padre perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11, 25).
Dunque torniamo alla cornice e agli antefatti della liturgia della Parola in quella piazza di Gerusalemme.
Erano già passati molti decenni dal decreto con cui il re Ciro aveva permesso il ritorno degli ebrei dalla deportazione di Babilonia, ma ancora molti giudei si trovano a Babilonia. Venivano chiamati “giudei della diaspora”. E pare che si fosse ben integrati nel sistema imperiale. Si viene a sapere che  a Gerusalemme e in Giudea le cose non andavano bene tra i rientrati, soprattutto nei rapporti tra la classe sacerdotale e il popolo. Neemia, uno della diaspora e amico del re, fu il primo a sentire la necessità di intervenire. Egli va a Gerusalemme mandato dal re Artaserse che è interessato a riprendere un maggior controllo politico dell’area. Il re gli mette a disposizione oro e soldati (Neemia 2,5-9). La sua missione consiste nel ricostruire la città, ricondurre al potere il gruppo sacerdotale più gradito al re, riprendere il controllo persiano dei mercati della Giudea troppo strettamente collegati con i mercati arabi. (Neemia 2, 17-20). Con grande sforzo Neemia riesce a ricostruire le mura di Gerusalemme e ad obbligare una parte della popolazione ad abbandonare le campagne per lavorare nella città al servizio del gruppo sacerdotale (Neemia 6, 15; 11, 1-2). Separa la Giudea dalla Samaria facendone una provincia autonoma, costituisce un’assemblea urbana e organizza un sistema di imposte e tributi sui contadini, soprattutto la DECIMA, per garantire il pieno funzionamento della città (Neemia 5, 14-18; 10, 1-40; 10, 38b). Torna a Babilonia con in mano i risultati raggiunti senza prevedere che, in sua assenza, i contadini non avrebbero più pagato le decime né avrebbero sostenuto economicamente il tempio e i sacerdoti. Allora parte Esdra per ridurre alla ragione i contadini delle campagne. Egli sa che non ci sarà soluzione ai conflitti finché la campagna non passerà sotto il controllo dei sacerdoti. Arriva, dunque, con la forza della Legge/Torà e l’appoggio dal re, per garantire la proprietà della terra per i giudei di razza e di sangue. I meticci (come lo era la maggioranza dei contadini che avevano sposato donne straniere) non avranno diritto alla proprietà terriera e potranno solo lavorare come servi (Esdra 9, 12; 10, 8). Esdra organizza un sistema giudiziario nelle campagne per far applicare questa nuova Legge con pene severissime a chi non le avesse rispettate. (Esdra 7, 25-26). I contadini saranno chiamati con disprezzo “popoli della terra” ed equiparati agli stranieri che non potevano possedere terre in Israele (Esdra 9, 1-2). Con questa politica i contadini perdono le proprie terre che passano sotto il controllo del gruppo sacerdotale. La missione di Neemia ed Esdra è appoggiata economicamente e militarmente dall’impero. Il capitolo settimo del libro di Esdra è molto importante per capire il realismo entro cui ci fu trasmessa la Parola di Dio. Vi ritroviamo la lettera che il re Artaserse aveva consegnato ad Esdra per il suo ritorno a Gerusalemme. La commistione tra evangelizzazione e politica diventa un abbraccio mortale. Esdra, uomo espertissimo nella Bibbia e macchiavellico, torna dunque con una lettera del re che suona così: «Verso chiunque non osserverà la legge del tuo Dio e la legge del re, sia fatta prontamente giustizia o con la morte o con il bando o con ammenda in denaro o con il carcere» (Esdra 7, 26). La legge di Dio si mescola con la legge del re. Sono bastati alcuni denari del re consegnatigli per il tempio e già Esdra si vende agli interessi del re. Collateralismo. Muore la figura del profeta e nascono rabbini, maestri, teologi, esperti di interpretazione e comprensione del testo. Il libro di Neemia, nel capitolo 8, ci parla di questo cambiamento significativo. Abbiamo Esdra sopra al palco con il libro aperto e circondato da 12 scribi. Ma attenzione. Sta emergendo un gruppo, i discendenti di Levi: «Giosuè, Bani, Serebia, Jamin, Acub, Sabatai, Hodias, Maasia, Celita, Azaria, Josabad, Hana e Falaia, che erano leviti, spiegavano la Legge al popolo che restava in piedi» (Neemia 8, 7). Non è più il profeta che parla! «Lessero il libro della legge di Dio spiegando e interpretando il senso perché tutti comprendessero ciò che stavano leggendo» (Neemia 8,8). Leggere, chiarire, interpretare, spiegare, comprendere sono i nuovi verbi legati al Libro. E se qualcuno vuol fare la carità, c’è posto anche per quella: «mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato».
Avremo un popolo che non capisce la parola di Dio a meno che qualcuno gliela spieghi e chiarisca ciò che vi è scritto. Non era così che parlavano i profeti. Il libro tornò ad essere al centro, sacralizzandosi. La parola di Dio non è più la vita, ma un libro. E coloro che lo conoscono o che lo interpretano sono i nuovi maestri. Il tempio controlla così definitivamente la Parola. Il profeta scomparve. Dovremo attendere Giovanni il Battista e Gesù.
Parole destinate a vite sgangherate.
Gesù, a differenza di Giovanni il Battezzatore, non resta nel deserto, ma spinto dallo Spirito Santo, torna nei luoghi della convivenza civile e tra i suoi; il suo insegnamento predilige 3 luoghi: la sinagoga (Israele), la strada (tutti), la casa (i discepoli). L’attività di Gesù è itinerante e instancabile per raggiungere l’uomo in tutte le situazioni.
Gesù, un bravo ebreo che legge  la  Toràh in sinagoga e in comunità. Dice S. Gregorio Magno: “So per esperienza che il più delle volte in presenza dei miei fratelli ho compreso molte cose della Parola di Dio che da solo non ero riuscito a comprendere“. Gesù, Logos-Parola di Dio, come si è messo in fila con i peccatori sul fiume Giordano partecipando al movimento di riforma di Giovanni Battezzatore, così si mette in fila per entrare ogni sabato in sinagoga per partecipare alla assemblea liturgica della Toràh; e pare che fosse davvero bravo nei commenti, considerati i complimenti che gli rivolgevano. Sono i paradossi di Gesù che rivelano la paradossale indifferenza dei cristiani alla assiduità della Celebrazione della Parola. Alle origini della Chiesa non era così perché, come scrive il Libro degli Atti 2,42: “Erano assidui nell’ascoltare gli insegnamenti degli apostoli“. Il suo insegnamento è di sabato perchè la  Parola di Dio apre all’uomo il Sabato di Dio, giorno nel quale si entra nell’ascolto e nella obbedienza, giorno del Sabato definitivo della Risurrezione. Gesù apre il Rotolo, come dirà l’Apocalisse  5,9: “Tu sei degno di prendere il Rotolo e aprirne i sigilli“. Gesù chiude il Rotolo dichiarando così concluso il tempo della promessa e inaugurato il tempo del compimento: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» .
Tuttavia l’evangelo si appoggia sull’Antico Testamento e ogni cristiano dovrebbe essere, come Gesù, un po’ ebreo. Prima di essere cristiani siamo ebrei.
Gesù e la sua novità si colgono solo a partire da quella bibliotechina di 73 libricini della Bibbia formatasi progressivamente dentro la storia di grazia e di peccato di un popolo nell’arco di quasi duemila anni. Ma Gesù è anche l’esegeta e lo scriba della Bibbia; sarà infatti Luca stesso che rammenterà la vicenda dei discepoli di Emmaus a cui Gesù “spiega” ed attualizza le Sante Scritture.
Con la Bibbia Dio rompe il silenzio e si pronuncia non parlando solo di se stesso, ma anche dell’uomo. E questo discorso viene rivolto essenzialmente ad un popolo. Interlocutore di Dio non è tanto, o soltanto, il singolo individuo, quanto un popolo[3]. Non è un libro di responsi dove ciascuno può scovare le proprie idee e tutto ciò che gli fa comodo. E’ un libro di comunità e non può essere capito se non nell’ambito ecclesiale. E’ un dialogo con Dio da parte di una assemblea. Gesù prende spunto dal brano profetico per esternare il suo programma pastorale: Kerigma (primo annuncio), catechesi (spiegazione e approfondimento), prassi liberatrice di amore. Gesù rivoluziona il modo di leggere la Toràh perchè sposta l’attenzione da ciò che si dice a ciò che accade, dal testo all’avvenimento, dal passato all’oggi, dagli impegni degli altri al proprio coinvolgimento personale diretto. Luca è ossessionato dall’oggi lungo tutto il suo evangelo. Il cap. 61 di Isaia era un testo che veniva letto con una forte valenza messianica: quando si sarebbe realizzato ciò che vi è contenuto, sarà il segno che l’èra messianica si è inaugurata.
Ignorare la Santa Scrittura è ignorare Cristo (S. Girolamo).
Poche domeniche si prestano come questa per un discorso di fondo sull’importanza della Bibbia per la nostra vita, sul modo di ascoltarla e di leggerla con frutto sia personalmente che nel gruppo biblico o nell’assemblea liturgica. Però va ribadito anche come dovremmo leggerla:
1- in atteggiamento orante, convinti di essere alla presenza del Signore che ci parla (cfr. nella 1° Lettura: “si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore“). Oggi si sta diffondendo l’uso della “Lectio divina” che è un metodo di ascolto orante, di lettura continua delle Sante Scritture cercando di capire la Bibbia attraverso la Bibbia e con la vita. Dopo le Letture liturgiche il lettore proclama <Parola di Dio!> e tutti rispondiamo < Rendiamo grazie a Dio, lode a Te o Cristo!>; dopo ogni Lettura siamo invitati a pregare con un salmo o con un versetto di Alleluja. L’automatismo di queste acclamazioni, l’ovvietà abitudinaria hanno forse bruciato, nel tempo, la carica di fede di queste proclamazioni.
2- in spirito di conversione, non per cercare idee o conferme dei nostri punti di vista, ma per riscoprire la nostra identità, per piangere la nostra infedeltà e per aprirci gioiosamente alla speranza.
3- in spirito…ebraico cioè attraverso i 3 approcci più tradizionalmente ebraici: esegesi (la lettura del testo fatta nel/col suo contesto letterale), attualizzazione culturale (non limitandosi a ripetere ciò che l’autore ha detto, ma facendo sprigionare dal testo la sua ricchezza celata, capace di dare significato al nuovo e diverso momento storico dell’oggi; ciò comporta un lavoro sinfonico e comunitario che richiede collaborazioni e competenze), attualizzazione esistenziale (vivere la Santa Scrittura per meglio capirla). La tradizione ebraica amava dire che “la Bibbia ha settanta volti” per sottolineare l’inesauribile significato della Scrittura, contemporanea ad ogni uomo, in ogni tempo e circostanza.
4- nell’oggi dell’impegno quotidiano attraverso gesti concreti di salvezza. Davanti alle realtà che ci circondano, che cosa fare? Rassegnarci?  Rivoltarci? E contro chi, contro che cosa? A chi mi domanda: “Credi ancora che l’umanità diventi migliore?” mi piacerebbe saper rispondere: “Ci voglio credere, perchè credo in Gesù di Nazaret il Cristo”, anche se so che tutto questo non si realizzerà senza sforzo. Gesù ha posto la prima pietra. La seconda Lettura biblica di oggi (1° Corinti 12, 12-31) che non ho commentato per motivi di spazio, sottolinea che Dio si serve di noi come Sue membra: mani, cuore, parola, intelligenza. Se ci addormentiamo, noi sabotiamo il suo “Oggi” e paralizziamo la sua attività messianica riducendo la Buona Notizia (Evangelo) a lettera morta.


[1] Ho elaborato questa sezione servendomi del testo del biblista italo-brasiliano Sandro Gallazzi Por uma terra sem mar, sem templo, sem làgrimas, Ed. Vozes, Petròpolis, 1999.
[2] Luca 4,22
[3] Nell’Antico Testamento vengono ricordate soprattutto quattro grandi Assemblee attorno alla Torah: l’assemblea del Sinai dove si forma la prima “chiesa del deserto” (Esodo 19,3-8); l’assemblea di Sichem svoltasi appena dopo l’ingresso nella terra promessa sotto la guida di Giosuè (Giosuè 24); l’assemblea del re Giosia a seguito della scoperta del Libro della Legge che era stato nascosto al tempo del crudele regno di Manasse (2 Libro dei Re Cap. 22-23); l’assemblea di Esdra, dopo il ritorno dall’esilio babilonese (398 a.C.), riportata dalla lettura biblica della liturgia odierna.




16 gennaio 2022.EPIFANIA DI GESU’ AI DISCEPOLI NELLE NOZZE DI CANA

Epifania di Gesù alle nozze di Cana 

Preghiamo. O Dio, che nell’ora della croce hai chiamato l’umanità a unirsi in Cristo, sposo e Signore, fa’ che in questo convito domenicale la santa Chiesa sperimenti la forza trasformante del suo amore, e pregusti nella speranza la gioia delle nozze eterne. Per Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Isaia 62,1-5
Per amore di Sion non mi terrò in silenzio, per amore di Gerusalemme non mi darò pace, finché non sorga come stella la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. Allora i popoli vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; ti si chiamerà con un nome nuovo che la bocca del Signore indicherà. Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più “Abbandonata” né la tua terra sarà più detta “Devastata”, ma tu sarai chiamata “Mio compiacimento” e la tua terra, “Sposata”, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa, una vergine, così ti sposerà il tuo creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.
SalMO 95 – Hai fatto nuove, Signore, tutte le cose.
Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore da tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome. Annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo ai popoli narrate la sua gloria, a tutte le nazioni dite i suoi prodigi.
Date al Signore, o famiglie dei popoli, date al Signore gloria e potenza, date al Signore la gloria del suo nome.
Tremi davanti a lui tutta la terra. Dite tra i popoli: “Il Signore regna!”.
Sorregge il mondo, perché non vacilli, giudica le nazioni con rettitudine.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12,4-11
Fratelli, vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune: a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza; a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole.
Dal Vangelo secondo Giovanni 2,1-12
[Tre giorni dopo][1] vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.  Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me?[2] Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.  Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio [il principio] dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Rincorsi da un amoreDon Augusto Fontana

 Fintanto che non arriva la società felice,
che ci siano almeno frammenti di futuro
in cui la gioia è servita come sacramento,
perché i bambini imparino che il mondo può essere diverso. (Rubem Alves)[3]

A Cana di Galilea, confinante con i nostri villaggi e siepi, l’orologio di Maria invitata a nozze era in anticipo di alcuni anni sull’Ora pasquale di Gesù: «Donna, non è ancora giunta la mia Ora» (Giovanni 2, 9-11). Gesù decide comunque di dissotterrare frammenti del suo futuro e di servire un antipasto di gioia sponsale come sacramento di quell’Ora. Affinché noi, discepoli novizi, impariamo che le nostre Galilee non sono abbandonate e maledette: «Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più “Abbandonata”, né la tua terra sarà più detta “Devastata”, ma tu sarai chiamata “Mio compiacimento” e la tua terra “Sposata”. Sì, come un giovane sposa una ragazza, così ti sposerà il tuo architetto; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (Isaia 62, 1-5).
Da quel momento i discepoli credettero in lui. Il che vuol dire che prima erano discepoli, ma non credenti. Falsi griffati, patacche come me e, forse, come te. L’evangelista Giovanni ci dice che quel primo segno non basterà a garantire la longevità della loro fede. Avranno bisogno di altri sei segni di Gesù[4]. Che non basteranno ancora. La fatica del nostro credere è tutta fatica Sua, di questo povero Dio Cireneo che porta e solleva periodicamente tradimenti, affievolimenti, cadute di tensione, smarrimenti, eclissi fino al Giorno in cui “sarà innalzato e attirerà definitivamente tutti a sé” (Giovanni 12,32).
Con la liturgia di oggi sfumano le Epifanie del Signore, quelle accadute tutte fuori dal Tempio: in una grotta di campagna tra i poveri del suo popolo; in una casa di villaggio tra pellegrini pagani; sulle rive di un fiume tra peccatori vogliosi di disintossicarsi; ora in un pranzo di nozze tra sposi, servi e discepoli attoniti. Queste Epifanie noi le celebriamo nel Tempio, ma non ci rassegniamo a doverle trovare solo lì. Curiosiamo nello spazio non-liturgico e non-clericale per trovare i suoi segni da leggere, i markers di una sua presenza da seguire, la melodia per cantare con occhi sbarrati: «Hai fatto nuove, Signore, tutte le cose».
Oggi c’è un gesto di Gesù in vista di un’umanissima festa di matrimonio, un’espansione del suo “prendersi cura” affinché vi sia festa tra indigenti o scialacquatori. Questo primo “prendersi cura” è una sigla di apertura, la prima “orma liturgica” di quell’Ora di Gesù che incombe in tutto il Vangelo di Giovanni fino al capitolo 13 :«Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua Ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».  Poi lava i loro piedi trasformando l’acqua del catino delle purificazioni nel buon vino dell’amore servizievole e liturgico. E’ l’ora di quella Gloria che Giovanni gli vede sulla faccia tumefatta dagli schiaffi dei soldati. Dice Enzo Bianchi[5]: «Per noi, avere “gloria” significa ottenere riconoscimento, finire sui giornali o diventare un personaggio. Per Giovanni la gloria di Gesù è mostrare che lui ama gli altri fino alla morte. Il suo letto nuziale è la croce; la camera nuziale è la tomba della resurrezione: “Non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici”. Giovanni vuole dirci che Gesù è morto per testimoniarci la gloria di Dio, cioè l’amore di Dio per noi». Un amore sponsale.
«Mi baci con la tua bocca! Le tue tenerezze sono più dolci del vino» (Cantico dei Cantici 1,2).
Dicono che subire un deficit affettivo procura infezioni che si annidano nel sistema di autostima e di relazioni umane; l’aggressività, il pessimismo, l’insicurezza, la fragilità sentimentale, il legalismo trovano nel deficit affettivo il loro principale peccato originale. Senza scomodare analisi freudiane, qualcosa del genere lo riscontriamo nel contesto storico della prima lettura liturgica di oggi e risalente a 540 anni circa prima delle nozze di Cana. Il pagano imperialista Ciro aveva concesso agli Israeliti di rientrare in patria. Fu la fine dell’esilio iniziato circa cinquant’anni prima con la deportazione in massa a Babilonia e la distruzione del Tempio. Cinquant’anni durante i quali la fede di migliaia di piccoli Giobbe fu sottoposta a prove durissime: crollo della monarchia davidica e delle strutture culturali e religiose, invidia per lo splendore rituale e politico dei vincitori, tracollo dei sistemi di trasmissione delle tradizioni popolari e religiose, defezione di molti. I profeti avevano per anni tenuta sveglia la capacità di leggere i segni dei tempi, di effettuare un esame di coscienza per comprendere il senso e le responsabilità della catastrofe, per sostenere fedeltà e identità di popolo, per combattere la disperazione disgregante. Fu un tenace annuncio di speranza che aveva come fondamento la fedeltà di Dio. La liberazione effettivamente avvenuta aveva confermato le parole dei profeti: la fedeltà di Dio si era manifestata con lo straordinario segno tangibile del ritorno da Babilonia. Poi l’entusiasmo si affievolì, il Tempio ricostruito fu modesto, le tensioni sociali riaffiorarono non meno che l’abitudinario grigiore dell’ordinaria follia quotidiana. E ripresero ali l’aggressività, il pessimismo, l’insicurezza, la fragilità sentimentale, il legalismo. A questo popolo parla il discepolo del profeta Isaia che mette in campo una delle carte considerate vincenti: Dio è tuo sposo.
Mi chiedo se oggi gli sposati reggono alla responsabilità di narrare Dio e di esserne il suo simbolo. Realtà matrimoniale evidentemente in crisi come gestione dei sentimenti, come istituzione e – perché no? – come sacramento. Quote crescenti di fallimenti matrimoniali sono sociologicamente registrabili mentre altre percentuali si consumano in striscianti divorzi fatti in casa.  Siamo povere creature bisognose di dire “Dio” con parole povere prese in prestito dal circuito delle nostre esperienze: padre, pastore, sposo…. «Le parole sono cose pericolose. Esse hanno un potere infinito di ingannare, di ammaliare. Dio è un mistero senza fine, mistero così grande che non ha nome che gli si possa applicare. I nomi sono gabbie. Quando diamo un nome a qualcosa o a qualche persona, essa rimane ingabbiata»[6].  Eppure, come scrive il biblista Alonso Schökel, «per rivelare il suo amore Dio chiede in prestito all’amore umano i suoi simboli e la capacità dell’uomo di rispondere a questo amore. La storia dell’umanità comincia con una coppia. Il dinamismo del Libro dell’Apocalisse è orientato verso il culmine, cioè le nozze dell’Agnello»[7]. Dio “sposo”, dunque, non solo di suore, frati o chiese verginelle, bensì di tutta l’umanità. Quell’umanità, dentro e attorno a noi, che è come una ragazza nubile afflitta dall’ansia di un amore che la innalzi e la nobiliti, la distolga da sé, colmi il senso della sua esistenza sentendosi dire dal suo Dio: «Mi hai rubato il cuore, mia sposa, con uno dei tuoi sguardi, con una sola gemma della tua collana»[8]. Umanità curata e accudita come una vigna/sposa da cui si attendono acini dolci e vino buono non solo per sé, ma anche per i passanti: «La vigna del Signore, il suo vivaio preferito sono gli uomini di Giuda; da loro aspettò diritto ed ottenne omicidi, si aspettò giustizia ed ecco invece lamenti»[9].  Un’umanità che ha ormai esaurito tutta la sua produttività e scialacquato ogni residuo di dolcezza e di gioia, come nel banchetto di Cana: «…venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino». Nell’umanità di Gesù tornano spremute di fedeltà, di vino buono: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto»[10]. Ora Dio può cantare il ritornello sponsale rimasto sospeso sulla bocca di Adamo: «Questa sì che è osso delle mie ossa, carne della mia carne». D’ora in avanti Dio si darà da fare, tra alterne vicende di prevedibile infedeltà, per la gloria e la fama della sposa:  «Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era l’età dell’amore; io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e divenisti mia. Ti lavai con acqua e ti unsi con olio; ti vestii di ricami, ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo e una splendida corona sul tuo capo.  Diventasti sempre più bella e giungesti fino ad esser regina»[11]. Vino e vestito sono due temi favoriti da contesti nuziali e restano parabole molto utilizzate dagli evangelisti. Oggi la parabola protagonista è costituita dal vino, tema centrale dell’episodio dove è richiamato per cinque volte con tutto il suo sapore di vitalità e di gioia. Paolo, nella seconda lettura liturgica (1 Corinti 12, 4-11) elenca i carismi che pendono come grappoli e gioielli in mezzo al fogliame delle nostre poco encomiabili vite: «Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune».
Nella promessa di un Dio com-promesso.
Un discepolo di Isaia (62,1-5) scrive nel periodo in cui i deportati a Babilonia erano tornati, pieni di sogni trasformati presto in delusioni. L’entusiasmo per la ricostruzione si era via via indebolito ed erano affiorati mille dubbi sulla credibilità del loro Dio. Anche noi abbiamo il nostro “Ritorno da Babilonia” fatto di sogni frantumati. Basta leggere i quotidiani di due giorni. Anche noi abbiamo dato fondo al vino frizzante e siamo a bocca secca. Abbiamo da offrire, al massimo, barilotti d’acqua, fondi di bicchiere.
Siamo un popolo nubile, una vecchia chiesa zitella, in attesa che qualcuno ci baci con la rassicurazione di una fedeltà e di una promessa sponsale: «Dio non esaudisce tutti i nostri desideri, ma tutte le sue promesse» scrive Bonhoeffer dal carcere[12].
La fedeltà alla promessa implica la forza di scegliere sempre di nuovo ed è offerta come un’energia capace di produrre novità;  «una forza – scrive Romano Guardini – che vince il tempo, ma non con la durezza della pietra in rigida fissità, bensì come forza vitale che cresce e crea»[13]. Il bisogno di sentirci inseriti in un regime di fedeltà e di promessa, nasce dall’esigenza di essere riconosciuti come soggetti da non buttare, di poter contare su qualcuno che mantiene le promesse perché si com-promette.
«Nel pro-mettere è all’opera il significato del com-promettere, che si traduce come responsabilità con e per l’altro nel mandare avanti la relazione in quanto tale. La fedeltà del “io-sarò-come-sono”, offerta all’altro da chi promette, poggia sul riconoscimento dell’incommensurabile valore dell’altro.  La promessa è la risposta essenziale grazie alla quale è possibile imparare a sperare. In chi o in che cosa speriamo? Verso dove andiamo? Con la promessa sperimentiamo un compimento che trasfigura la nostra finitezza, facendone una grazia anziché una maledizione»[14].

Noi abbiamo la potenza del disdire le nostre promesse. I nostri AMEN spesso non sono che rantoli d’agonia su speranze, relazioni, preghiere e futuro.
Potrà dissuaderci la promessa di salvezza nuziale in Gesù? Fintanto che non arriva la società felice, oseremo chiedere a questo sfuggente Dio di scodellarci sulla mensa e nelle nostre anfore almeno frammenti, assaggi, acconti della sua Ora, brandelli di speranza servita come sacramento.
Saremo:
– bambini stupiti per un mondo che può essere diverso;
– discepoli credenti benché in manutenzione;
– servi che fanno ciò che Lui ci dirà;
– spazi di carismi che Dio si crea per esprimere storicamente la ricchezza della sua offerta.

«Vorrei che i miei fratelli di fede possedessero il carisma del segno. Un gesto appena abbozzato, una parola sussurrata, un accenno. Un segno piccolo, contenuto, dimesso, rispettoso. Che faccia sospettare un Dio che mi ama e che vuole intervenire nella trama ordinaria della mia vita per invitarmi (o invitarsi) alla festa»[15].


[1] Il testo ufficiale che ascolteremo nelle liturgie di domenica omette (perché?) l’indicazione “tre giorni dopo” che per l’evangelista è invece un linguaggio in codice per indicare che in quell’evento inizia già il tempo pasquale di Gesù e della chiesa. Anche noi, domenica, saremo in quel “terzo giorno” seduti a quella mensa anche se un po’ defilati, davanti al vino della gioia e dell’amore sponsale. 
[2] Letteralmente: “cosa a me e a te, donna?” [ti emoi kai soi gunai]. Frase di difficile traduzione e interpretazione. Anche la traduzione proposta dalla Conf. Episc. Ital. ha ondeggiato: nel 1974 traduceva “Che ho da fare con te, o donna?”; nel 2008 “Donna che vuoi da me?”. San Giovanni Crisostomo vede nella risposta di Gesù un voler mettere le distanze: sua madre è invitata a superare la sua maternità carnale per nascere come discepola. Enzo Bianchi avvalora questa interpretazione: la risposta di Gesù avviene tramite parole che creano una distanza, che le chiedono di restare al suo posto, perché in quanto madre fisica di Gesù non può pretendere nulla. In altri termini, Gesù le sta dicendo che, se c’è qualcosa di suo proprio, non è certo il suo essere madre, ma qualcos’altro. Ed ecco che Maria da madre si fa discepola che ascolta, obbedisce al figlio e chiede agli altri di fare lo stesso: “Tutto quello che vi dirà, fatelo”. La madre, divenuta discepola, chiede che siano riservati a Gesù ascolto e obbedienza, nient’altro. E’ la prima discepola di Gesù. Il biblista A. Maggi invece scrive: La madre di Gesù crede che il messia vada ad annunciare nuova vita alle antiche istituzioni. Ma Gesù non è venuto a mettere nuova vita nelle antiche istituzioni, ma a formularne una nuova. Quindi Gesù dice: “Non ci interessa questo”.
[3] Da CEM mondialità, 1/1999, pag. 47. Rubem Alves, brasiliano (1933-2014).  Pastore e teologo prebiteriano.
[4] Guarigione del figlio di un funzionario a Cafarnao ((4,54); guarigione di un handicappato alla piscina di Betzaetà (5,2); moltiplicazione dei pani (6,4); guarigione di un cieco (9, 16); rianimazione di Lazzaro (11,4); morte e risurrezione di Gesù.
[5] Appunti dal Corso tenuto a Bose da Enzo Bianchi: Dal Gesù della storia al Cristo della fede.
[6] R. Alves Dire Dio, CEM mondialità, 1/1999.

[7] Luis Alonso Schökel, I nomi dell’amore.Simboli matrimoniali nella Bibbia, Piemme, 1997. Il biblista seleziona e analizza tutti i testi biblici in cui Dio si autorivela partendo dalla pista di decollo dell’universale esperienza della vita matrimoniale.
[8] Cantico dei cantici, 4,9
[9] Isaia 5, 7.
[10] Giovanni 15, 5
[11] Ezechiele 16.
[12] D. Bonhoeffer Resistenza e resa, Bompiani, 1969, pag. 282.
[13] R. Guardini, Le virtù, Morcelliana, Brescia, 1980, pp. 80-81.
[14] passim da Roberto Mancini Esistenza e gratuità. Antropologia della condivisione,Cittadella editrice, Assisi, 1996.
[15] Alessandro Pronzato «Parola di Dio!». Commenti alle 3 letture della domenica. Ciclo C,Gribaudi, 1988, pag. 146




9 gennaio 2022. EPIFANIA DI GESU’ NEL GIORDANO

Preghiamo. O Padre, il tuo unico Figlio si è manifestato nella nostra carne mortale,  concedi a noi, che lo abbiamo conosciuto come vero uomo,  di essere interiormente rinnovati a sua immagine. Egli è Dio e vive e regna con te…
Dal libro del profeta Isaìa 40,1-5.9-11
«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».
SalMO 103  Benedici il Signore, anima mia.
Sei tanto grande, Signore, mio Dio! Sei rivestito di maestà e di splendore,
avvolto di luce come di un manto, tu che distendi i cieli come una tenda.
Costruisci sulle acque le tue alte dimore, fai delle nubi il tuo carro,
cammini sulle ali del vento, fai dei venti i tuoi messaggeri e dei fulmini i tuoi ministri.
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.
Ecco il mare spazioso e vasto: là rettili e pesci senza numero, animali piccoli e grandi.
Tutti da te aspettano che tu dia loro cibo a tempo opportuno.
Tu lo provvedi, essi lo raccolgono; apri la tua mano, si saziano di beni.
Nascondi il tuo volto: li assale il terrore; togli loro il respiro: muoiono, e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.  
Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito 2,11-14;3,4-7
Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone. Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna.
Dal Vangelo secondo Luca 3,15-16.21-22
In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

DAL CIELO UNA VOCE.  Don Augusto Fontana
Quando sarò Papa farò chiamare la festa di oggi non “Battesimo di Gesù” ma “Epifania di Gesù nel Giordano”. Intendiamoci. Se “baptizô” significa “immergere, sommergere”, allora il vero Battesimo Gesù lo ha compiuto nei tre giorni della sua Pasqua: morte sepoltura e risurrezione. Lì ha compiuto la sua discesa-immersione-uscita. Più che di un rito si è trattato di una trasfigurazione della vita, di una immersione nel Padre e nel suo amore sponsale, nella morte e nella vita. Un Battesimo di Fuoco e di Spirito. Così pare che ci dica Gesù «C’è una immersione in cui devo essere immerso (baptisma de ego baptiszenai); e come mi sento trattenuto (sunekomai), finché non sia compiuta» (Luca 12,50). E Giovanni Battezzatore ne era cosciente: «Io vi immergo in acqua; ma …. Egli vi immergerà in Spirito Santo e fuoco » (Luca 3).
Anche noi, nel nostro Battesimo, non andiamo sulle rive del Giordano ma sulla soglia della tomba vuota di Gesù: «Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Romani 6,4).
Gesù si immerge nella fila dei peccatori, si mescola con chi vuole ritornare alle fonti originarie dell’Esodo dove ci fu un patto tradito; vuole tornare nelle acque amniotiche del ventre materno del Mar Rosso, tornare nel deserto là dove Dio-Sposo aveva condotto il popolo-Sposa per il loro fidanzamento di amore.
Dietro il quadro pittorico del cielo aperto, della voce e della colomba c’è uno scarno dato di cronaca arricchito da simbolismi biblici: «Colomba mia, nascosta nelle fessure delle rocce, in nascondigli segreti, fammi vedere il tuo viso, fammi ascoltare la tua voce; perché la tua voce è soave, il tuo viso è grazioso» (Cantico dei Cantici 2,14).
Gesù fece tante ricerche per capire chi era lui e cosa voleva il Padre da lui: vorrei avere non solo la fede in Gesù, ma anche la fede di Gesù! In qualche misura ebbe contatto con gli esseni, con i qumraniti[1], con il mondo della sinagoga, ma fu determinante – ci dice la liturgia di oggi – la proposta di un noto profeta itinerante: Giovanni il battezzatore. Da lui ricevette l’immersione nel Giordano, come segno di immersione nel cammino di conversione e come adesione alla strada del giovane piccolo profeta. Molto lascia intendere che Gesù divenne suo discepolo e che, proprio anche alla scuola del giovane profeta, scoprì progressivamente la missione che Dio gli affidava, mettendosi poi in proprio. Quindi siamo di fronte ad un piccolo nucleo storico che, inserito in un quadro teologico biblico, assume un profondo significato.
Gesù  scopre la propria vocazione.
Posto all’inizio del “ministero pubblico” itinerante di Gesù, questo racconto di grande intensità teologica, ci offre l’orizzonte entro il quale “pensare “ e “capire” Gesù. Quello che lui ha fatto e detto, ciò che Gesù è stato, la missione che ha svolto… tutto questo è spiegabile solo alla luce dell’azione di Dio nella sua vita. Il “Cielo” lo ha investito di questa missione; e Gesù ha accolto nel suo cuore, dentro la sua esistenza quotidiana, la luce e la voce che provenivano da questo “Cielo” aperto. Gesù è vissuto ed ha operato sempre in dialogo con Dio, in pace con Lui, sospinto dal Suo spirito. Gli scrittori dei vangeli, attingendo a piene mani dalle Scritture di Israele, ci enunciano questo messaggio con un linguaggio poetico incantevole: il cielo che si apre, la colomba che scende, la voce dal cielo. Si direbbe che spesso gli scrittori biblici sono anche dei pittori, degli scultori, tanto sanno usare i toni e i colori degli artisti.
Il cielo aperto
 Una pagina di Isaia (63, 7-19) ci fa capire meglio tutta la storia del nazareno e tutto il suo messaggio.  I cieli che si aprono sopra Gesù che prega costituiscono un annuncio prezioso anche per ciascuno di noi: « Guarda, Signore, dall’alto del cielo, osserva dalla tua dimora splendida e santa. Dove sono il tuo ardore, il tuo valore, il tuo amore premuroso, la tua compassione? Perché non li manifesti più verso di noi? Tu sei nostro Padre. Abramo e Giacobbe, nostri antenati, non ci riconoscono più. Ma tu Signore sei nostro padre, “Nostro Liberatore” è da sempre il tuo nome. Perché Signore ci lasci vagare lontano dal tuo cammino, sempre più ostinati nel rifiutare la tua autorità? Per amore nostro torna da noi tuoi servitori, noi, il popolo che ti appartiene. Noi, tuo popolo santo, abbiamo avuto in possesso la terra per poco tempo. Ma poi i nostri nemici hanno profanato il tuo tempio santo. Da troppo tempo non siamo più il popolo sul quale regni, il popolo che porta il tuo nome! Perché non squarci il cielo e non scendi?».
Perché non squarci il cielo e non scendi? E finalmente sulla nostra piccola, povera e semplice vita, spesso travagliata ed affannata, il cielo è aperto. Non dobbiamo mai pensare che, per i nostri errori o per i nostri smarrimenti, per le nostre contraddizioni o fragilità, Dio abbia interrotto con noi la comunicazione, il dialogo.  Il “cielo” sorride non sui santi o sui perfetti (che poi non esistono), ma proprio sulle persone come noi. Gesù ha annunciato, anzi ha fatto esperimentare, se così posso dire, a molte persone che Dio non cessa mai di sorriderci anche se il Suo sorriso qualche volta è oscurato dalle nostre o altrui nubi. Egli incontrò molte persone che si erano ormai convinte che Dio le “giudicasse dall’alto dei cieli” e non riuscivano più a vedere il “cielo aperto”, cioè la pace con Dio, il Suo perdono, il Suo caldo invito a vivere con fiducia. La samaritana, la donna adultera, il centurione, l’emarginato di Gerasa… quanti, incontrando Gesù, videro riaprirsi i cieli. Qualche volta penso che forse anch’io ho vissuto e ho predicato in modo tale da aver chiuso i cieli per qualche fratello e qualche sorella.
Chi chiude il cielo?
Talune chiese cristiane, quando ribadiscono certe presunte regole, corrono il rischio di chiudere il cielo su tanti fratelli e sorelle. E’ sempre molto pericoloso, anzi funesto, predicare come “voce di Dio”, come “voce dal cielo” ciò che è farina del nostro sacco, ciò che è una legge ecclesiastica, una tradizione umana, una convenzione societaria che può essere frutto di una determinata cultura o incultura, di interessi di parte o di pregiudizi. Mi viene in mente un’altra severa immagine biblica del Vangelo di Matteo, in una pagina di polemica rovente: “Voi chiudete agli uomini la porta del regno di Dio: non entrate voi e non lasciate entrare quelli che vorrebbero entrare” (Mt. 23,13).
E io?
Questa pagina evangelica può anche suonare per noi come un invito alla vigilanza e alla responsabilità. Poiché, se è vero che Dio non interrompe mai il dialogo con noi, è altrettanto vero che siamo noi che possiamo chiudere il cielo sopra di noi, cioè possiamo mettere da parte la presenza di Dio, metterlo alla porta della nostra vita. Questo mi sembra, oggi, uno dei rischi più concreti. In questa società delle “cose” e degli “oggetti”, nella cultura del “vedo e tocco”, non c’è nulla di più facile che accantonare Dio come non evidente, non concreto. Se io Gli chiudo la porta della mia casa, Dio si lascia mettere fuori gioco. Forse, sempre più concentrati sui nostri desideri, sulla veloce giostra degli affanni e degli affari, il “Cielo” comincia a non interessarci più, a farsi lontano.  Concentrati su noi stessi, l’operazione di chiusura del Cielo avviene lentamente, quasi insensibilmente. Riusciamo a disfarci di Dio in modo gentile e Dio accetta il Suo tramonto nelle nostre vite senza buttarci nell’angoscia o farci penare nei sensi di colpa.
Tirare giù dal cielo gli idoli
  Ma la nostra direzione di vita è spesso “deviata” dal fatto che noi, dalla politica alla religione allo sport, abbiamo popolato il nostro orizzonte di false stelle. Anzichè guardare a Dio attraverso la testimonianza delle Scritture e di Gesù ci lasciamo imbambolare dai “personaggi” sacri e profani che popolano le vie dell’etere e del video. Li collochiamo in cielo e facciamo girare la nostra vita attorno a loro. Essi danno spettacolo con le loro parole, con le loro liturgie, con le lotterie, con i varietà, con i tweet … Spesso si parla (il linguaggio la dice lunga) di “idoli” e di “divi – dive” (creature divine). Tanto nella religione quanto nello sport o nella politica se colloco qualcuno in cielo, spodesto Dio e costruisco idoli, “persone sacre”, voci onnipotenti, “salvatori della patria”. Certi personaggi che “nel cielo dei video e dei media” sembrano aureolati, visti da vicino sono esseri costruiti sulla prepotenza dell’arroganza, sulla manipolazione delle emozioni. La fede ci aiuta a “tirare giù dal cielo” questi palloni gonfiati, questi “miti”, questi “signori”.

Padre, voglio seguire Gesù anche in questo. Egli ha camminato molto concretamente su questa terra, ma ha sempre guardato il Cielo. Egli ha mantenuto il cuore aperto a Te, ha costruito la sua vita su di Te come si costruisce una casa sulle fondamenta. Sei Tu, o Padre, il Cielo della mia vita: il Cielo che illumina i miei passi e riscalda il mio cuore. Se io chiudo, Ti prego, riapri come sai fare Tu. Se Ti metto alla porta, bussa, o Dio della mia vita.


[1] Hartmut Stegemann, Gli esseni, Qumran, Giovanni Battista e Gesù, 2009, EDB; Simone Paganini Gesù, Qumran e gli esseni, 2013,Paoline.




6 gennaio 2022. Epifania del Signore alle genti
FINE DI UN DIO TRIBALE

Epifania del Signore alle genti- 06 gennaio 2022

Dal libro del profeta Isaìa 60,1-6
Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti. Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Màdian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore.
Salmo 71  Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.
O Dio, affida al re il tuo diritto, al figlio di re la tua giustizia; egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia e i tuoi poveri secondo il diritto.
Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace, finché non si spenga la luna. E dòmini da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra.
I re di Tarsis[1] e delle isole portino tributi, i re di Sceba e Saba[2] offrano doni.
Tutti i re si prostrino a lui, lo servano tutte le genti.
Perché egli libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto. Abbia pietà del debole e del misero e salvi la vita dei miseri.
 Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 3,2-3a.5-6
Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero. Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.
 Dal Vangelo secondo Matteo 2,1-12
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente[3] a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

ANNUNZIO DEL GIORNO DELLA PASQUA.
 Fratelli carissimi, la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno.  Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza.  Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, che culminerà nella domenica di Pasqua il 17 aprile.
In ogni domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte.
Dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi:  Le Ceneri, inizio della Quaresima, il 2 marzo. L’Ascensione del Signore, il 29 maggio.  La Pentecoste, il 5 giugno.  La prima domenica di Avvento, il 27 novembre.  Anche nelle feste della santa Madre di Dio, degli apostoli, dei santi e nella commemorazione dei fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra proclama la Pasqua del suo Signore.
A Cristo che era, che è e che viene, Signore del tempo e della storia, lode perenne nei secoli dei secoli. Amen.

DALLA LEGGENDA ALL’INCANTO.   Don Augusto Fontana
«I magi non erano re e non erano tre; e non avevano offerto né oro, né incenso, né mirra…»; fu così che, da quella omelia, alcuni parrocchiani si defilarono per sempre. Chi osa toccare la leggenda, muore. La leggenda coccola gli appetiti fantastici, la profezia li turba.
Matteo ricopriva, nella sua comunità, quel ruolo che nella sinagoga veniva chiamato “Meturgheman”, colui che traduceva in dialetto aramaico il testo ebraico e ne dava spiegazioni. Matteo, mentre narra Gesù, sfoglia la Bibbia. E’ alla ricerca di pagine che lo aiutino a meditare sull’evento di Gesù “re dei giudei” rifiutato dai teologi della propria religione, dai poteri costituiti e misteriosamente accolto da pagani impuri e non circoncisi. Ne esce un racconto «molto leggendario, però ricchissimo di contenuti simbolici e prefigurativi»[4]. E ne nasce anche una festa liturgica che nelle mani del cattolicesimo occidentale si è un po’ sottosviluppata.
L’ex priore di Bose, Enzo Bianchi, commentava: «Per il cristianesimo orientale, il Natale è una festa piccola; la grande festa – che corrisponde al nostro Natale – è l’Epifania. Nel primo millennio l’Epifania celebrava, nell’unico giorno, la venuta dei magi, il Battesimo nel Giordano, le nozze di Cana, come dice ancora oggi l’antifona dei Vespri: «Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo…». Anche per la Chiesa del primo millennio l’importante della vita di Gesù è dal Battesimo in poi, perché il Battesimo è la manifestazione ad Israele, le Nozze di Cana la manifestazione ai discepoli, l’Epifania la manifestazione alle genti, ai popoli lontani. Queste tre grandi manifestazioni vengono incluse nell’ Epifania chiamata addirittura Teofania, cioè manifestazione di Dio»[5].
Attorno a Gesù, Matteo mette in scena alcuni personaggi, chiamati màgoi (astrologi o osservatori del cielo stellato?) provenienti da non si sa dove. Certamente non sono giudei. La loro origine extra-comunitaria è chiara. Gli offrono la loro presenza. Ed anche i prodotti della loro tradizione e dei loro rituali; doni che hanno evocazioni e profumi misteriosamente cultuali, messianici, pasquali[6]. Ho il sospetto che non sempre gli sia gradito l’onore adorante che proviene dalla smagliante e siliconata società occidental-cattolica; anzi, presumo che Lui preferisca che l’offertorio liturgico rovesci sulle bianche tovaglie arrugginiti spezzoni di lavoro, lacrimate piaghe purulente, dolci baci di amori fedeli o ricostruiti, bambole resuscitate dalle discariche delle favelas, cantilene di salmi al ritmo di luridi banjos.
Una stella, poi, fa impazzire teologi, biblisti e astrologi, fa sognare uomini e donne dell’Oroscopo, emoziona coreografi di presepi, degni eredi dei mesopotamici che accoglievano il solstizio d’inverno e, forse, stelle comete, con 12 giorni di festeggiamenti. Tutti gli antichi credevano che quando nasceva un uomo si accendesse una stella. Anche gli israeliti avevano accolto la misteriosa profezia di un veggente pagano, Balaam: «Una stella spunta su Giacobbe, uno scettro(Messia) sorge da Israele»[7]. Occhi puntati, dunque, verso le tenebre della storia in attesa che il Messia ebreo vi tracciasse dentro la sua scia di vivaci speranze. La stella/simbolo appare, scompare, riappare, si sposta, si ferma; «perfino un antico commento latino osserva che qui Matteo sta esagerando. Evidentemente non sta parlando di una cometa o di un altro qualsiasi fenomeno astrologico. E’ come se parlasse di un angelo»[8]. E’ come se parlasse dei segni dei tempi, delle nostre tormentate coscienze, delle pagine scritte e non scritte dei nostri giornali. Ottant’anni anni dopo la morte/resurrezione di Gesù, la comunità ricorda che già nella casa (“casa” e non “grotta”) di quell’infanzia ecclesiale avevano incominciato a circolare stranieri inattesi (senza Bibbie o Encicliche in tasca) e doni provenienti da lontane tradizioni e rituali, e che i primi baci erano scesi a livello di bambino con l’arabo calore adorante di un inchino. Gesti e figure quotidiane capaci di essere elevate a simbolo di un’adorazione liturgica ad alta densità di significato messianico: «Che il Messia viva e gli sia dato oro di Saba» (Salmo 72, 15). Gesù detto Cristo non è più il Dio tribale, la proprietà privata di un club di devoti. In quella casa giungono uomini con percorsi zigzaganti, scandalosi per occhi e orecchi troppo verginali. Inizia la Cristofania, la trasparenza, a dispetto di ogni rivendicazione e requisizione da parte di “eredi aventi diritto” (Efesini 3, 2-6). Il palcoscenico creato da Matteo, infatti, così illuminato da annunci e luci sconfinanti, possiede anche una parete ammuffita. Si vedono profilarsi ombre di sapienti rabbini, barbogi teologi dalla facile citazione testuale. E, compagno di merende, un agitatissimo capetto volgare e machiavellico, Erode. Tutti lì a sfogliare pagine di Santa Scrittura pietrificate dalla loro abitudinarietà e dai loro privati e minacciati interessi. Eppure anche in quelle mani si è conservata la secolare Rivelazione, le profezie senza tempo, le chiavi di lettura dei segni dei tempi, delle nostre tormentate coscienze e delle pagine scritte e non scritte dei nostri giornali. «Vi sono dunque due coordinate che consentono di individuare il luogo in cui si trova il Messia: la stella e la Bibbia. La stella che rappresenta i segni dei tempi, le occasioni della storia e anche, più banalmente, i casi della vita. E’ il Verbo iscritto nella creazione, il linguaggio silenzioso delle cose.  La stella conduce vicino all’evento messianico, ma da sola non raggiunge il bersaglio: occorre anche la verifica della Santa Scrittura. I magi non salgono direttamente a Betlemme, si fermano a Gerusalemme. E’ da Gerusalemme che esce la Torà, la Parola del Signore. Solo nella congiunzione fra la stella apparsa ai pagani e la parola custodita da Israele è possibile individuare l’evento del messia. La stella conduce alla Scrittura e la Scrittura riattiva la stella: insieme conducono al luogo dove si trova l’Emmanuele, il Dio-con-noi. E’ a quel momento che la stella si ferma, la parola si fa evento e noi siamo ricolmi di una grandissima gioia»[9]. Il Libro Santo e la vita celebrano un bel matrimonio. Ma mi picchia nel cuore un martellante interrogativo. Cosa vuol dirmi la Rivelazione con quello strano finale: «Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese»? Aggirano Gerusalemme e tornano ai confini. Padre Balducci forse una risposta l’aveva trovata: «Non c’è più nessuna città santa, perché è la terra che è santa. Non c’è più una casta sacra che domina e dirige le speranze, perché le speranze camminano secondo il movimento dello Spirito. Gesù dirà – in contrapposizione perfetta alle parole di Isaia (Isaia 60, 1-6) –  non che i popoli verranno verso Gerusalemme, ma che i suoi discepoli andranno fino ai confini della terra. La salvezza viaggerà verso i confini. Ecco la novità del vangelo»[10].
Tu, o Dio, danzi con tutti. E io non sono geloso.
Occorre tornare a rivisitare le nostre speranze e le nostre certezze relative alla volontà di salvezza universale da parte di Dio. Recentemente il dibattito ecumenico si è raffreddato, dopo fasi alterne di positivi avvicinamenti e di letargo. Occorre anche rendere stima e onore a tutti coloro che hanno continuato a navigare con prudenza e con apertura critica verso un macro-ecumenismo che ha le sue radici teologiche anche nel genio di Paolo, frutto dell’incrocio creativo (non esente da tensioni) del suo cuore ebraico, della sua mente greca e della sua vita romana: «per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero di Cristo: che i pagani e i non circoncisi cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo. A me è stata concessa questa grazia di annunziare a loro le imprevedibili ricchezze di Cristo»[11].  Dobbiamo continuare a restare aperti, a diffondere la cultura dell’integrazione reciproca, a cercare e creare occasioni di incontro contro ogni gelosia religiosa e teologica, a frenare ogni strisciante predicazione che porti il Padre di Gesù a ridiventare un Dio tribale, confessionale ed esclusivista.


[1] Una località adesso sconosciuta. La Spagna sembra il paese più probabile.
[2] Le ipotesi più probabili sulla loro ubicazione indicano l’attuale Yemen oppure l’attuale Somalia.
[3] Un testo apocrifo, il Vangelo armeno dell’Infanzia, dice: “Il primo era Melkon re dei Persiani; il secondo Gaspar, re degli Indi; il terzo Balthasar re degli Arabi”; i tre
personaggi diventarono i rappresentanti dei discendenti di Cam, Sem e Jafet, figli di Noè, cioè di tutte le razze di Europa, Asia e Africa.
[4] Alberto Mello Evangelo secondo Matteo,Ed Qiqajon, 1995.
[5] Appunti dal Corso tenuto a Bose da Enzo Bianchi: Dal Gesù della storia al Cristo della fede.
[6] Il biblista Alberto Maggi così interpreta: «Doni che indicano che il privilegio esclusivo che Israele deteneva, ora è patrimonio di tutta l’umanità. Questi doni sono l’oro, incenso e la mirra. L’oro era simbolo di regalità. Ebbene, anche i pagani entreranno a far parte … del regno di Dio. L’incenso era l’esclusiva dell’offerta dei sacerdoti nel tempio. … Tutta l’umanità diventa popolo sacerdotale, cioè un popolo che può entrare in relazione immediata, senza mediatori, con Dio. E infine la mirra. La mirra è il profumo della sposa verso il suo sposo, troviamo questo nel Cantico dei Cantici. Uno dei privilegi di Israele era di considerarsi comunità sposa di Dio. Ebbene, anche questo privilegio non è più esclusivo di Israele, ma passa a tutta l’umanità».
[7] Libro dei Numeri 24,17. L’antica versione aramaica, riflettendo la tradizione giudaica, sostituisce il termine “scettro” con “messia”.
[8] A. Mello op. cit. pag. 67.
[9] A. Mello op. cit. pag. 68-69.
[10] E.Balducci  Il mandorlo e il fuoco, Borla, Vol. 3 pag. 72.
[11] passim Lettera agli Efesini cap. 3




1 e 2 gennaio 2022.
IN PRINCIPIO BENEDETTO

1 Gennaio 2022
Preghiamo. Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi, donaci il tuo Spirito, perché tutta la nostra vita nel segno della tua benedizione si renda disponibile ad accogliere il tuo dono. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio…
Dal libro dei Numeri 6, 22-27
Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro:Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò».
Sal 66  Dio abbia pietà di noi e ci benedica.
Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.
Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati 4,4-7
Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca 2,16-21
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

 BENEDETTO. Don Augusto Fontana

La liturgia della Parola di questo primo giorno del nuovo anno ci parla, tra le altre cose, della benedizione. Nella prima lettura è Dio che benedice l’uomo. Nella seconda lettura è l’uomo che benedice Dio, gridando a Lui: “Abbà!”. Nel Vangelo sono i pastori che, tornando da Betlemme benedicono Dio per tutto ciò che hanno visto e udito. A capodanno chiediamo a Dio la sua benedizione, in modo speciale.
Ma cos’é una benedizione?
In ebraico il verbo bārak  significa dotare di forza vitale e il sostantivo berākā  significa forza salutare, vitale. I due termini hanno anche il significato di inginocchiarsi e ginocchio che in oriente sono un eufemismo, cioè un modo attenuato e indiretto, per indicare gli organi sessuali maschili. In sintesi: benedire significa trasmettere la propria capacità generativa ad un altro rendendolo fecondo. L’azione del benedire è unica, si può dare cioè una sola volta nella vita e non può più essere revocata. In Genesi 27, Giacobbe, complice la madre, inganna il padre Isacco e ruba la sua benedizione che era destinata invece al primogenito Esaù suo fratello maggiore. Esaù, appena se ne rende conto, corre dal padre e implora per sé la benedizione, ma il padre Isacco non può fare nulla perché benedicendo il figlio minore, che per questo resterà benedetto per sempre (v. 33), si è svuotato definitivamente di tutta la sua capacità generativa. Con buona pace dei cattolici che continuano a chiedere benedizioni dei muri delle case, di indumenti o auto, quando Dio “benedice” lo fa una sola volta per sempre e la sua benedizione non ha scadenza come le mozzarelle! Il problema allora non è “essere benedetti” ma “vivere da benedetti”. Quando nella Liturgia il presbitero “benedice” il popolo, non duplica, non moltiplica, ma invita a fare memoria dell’unica, originaria e irrevocabile benedizione della Creazione e del Battesimo. Semmai è come se dicesse «Dio ci ha benedetti una volta per tutte in Cristo. Ora andiamo e viviamo da benedetti e non da maledetti».  Dio mantiene le sue benedizioni promesse.
Benedetti noi.
 Chiediamo la benedizione di Dio sull’anno nuovo, sui nostri progetti, le attività quotidiane, gli incontri, il lavoro. “Benedire” (che deriva dal greco “eu-loghia”) significa “dire bene”. Se Dio ci bene-dice, vuol dire che dice-bene-di-noi: è contento, approva ciò che stiamo facendo. “Porranno il mio nome sugli israeliti” è un’espressione semitica che indica il favore divino. Questo è il sogno di ognuno di noi: avere il favore di Dio.  In fondo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rom 8,31). Dio talvolta “dice-bene-di-noi” (benedice). C’è una pagina della Bibbia che ci spiega il senso della benedizione di Dio. All’inizio del libro di Giobbe, viene raccontata una strana scena, che si svolge in cielo: si tratta di un dialogo tra Dio e satana. Dio dice a satana: “Hai visto il mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio e sta lontano dal male”. La pagina ci ricorda anche l’elogio che Gesù fa di Giovanni Battista (Matteo 11,11): «In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». Dio dice-bene-di Giobbe e di Giovanni Battista e di ogni “piccolo”. Come quando dei genitori si vantano di un figlio e ne dicono bene. E in questo momento, Dio cosa sta dicendo di me? Non sarebbe bello che, proprio ora, Lui stesse dicendo a satana: “Hai visto la mia serva Anna, Maria, il mio servo Giovanni…”….Ciascuno provi a mettere ora, sulle labbra di Dio, il proprio nome. E si immagini questa scena: Dio che si compiace di te, davanti al suo e tuo avversario. Che Dio dica-bene-di noi dipende anche da  noi. Questo è uno dei motivi per cui la prima lettura, parlando della benedizione agli israeliti, ha tutti i verbi al congiuntivo, non all’indicativo: ti benedica, ti protegga, faccia brillare, ti sia propizio, rivolga, ti conceda…Perché questi verbi passino all’indicativo è necessario il “sì” dell’uomo a Dio. Perché questi desideri di Dio su di me divengano realtà c’è bisogno di me. Solo io posso rendere possibile questa benedizione. Anche nella liturgia si dice sempre “Vi benedica Dio onnipotente…”, oppure “il Signore sia con voi”, oppure “Dio onnipotente abbia misericordia, perdoni, vi conduca”…Benedire non è qualcosa di automatico, e neppure un gesto magico. É il sigillo e l’approvazione che Dio pone sulle nostre scelte, sulla nostra vita, vissuta rettamente, secondo la sua Parola. É Dio che ti dice: “Così va bene”. Anche se gli altri ti mettono i bastoni tra le ruote, o ti maledicono, o ti allontanano. Oggi ci dovremmo porre la domanda più importante di quest’anno: “Signore, cosa dici di me?”.  Noi spesso ci teniamo tanto che gli altri parlino bene di noi! Siamo più preoccupati della benedizione degli uomini, che di quella di Dio. Oggi la Parola di Dio ci mette una pulce nell’orecchio: l’unica cosa che conta è il punto di vista di Dio. “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Lc 6,26).
Benedetto Dio!
Ma c’è, brevemente, un altro aspetto che emerge dalla liturgia odierna. La Parola di Dio ci mostra come anche l’uomo debba benedire Dio. Quando l’ebreo benedice Dio usa sempre il participio passato passivo bārûk-benedetto perché in Dio la benedizione è uno «stato» permanente della sua persona, mai un augurio. Non dice «Sia benedetto!» (che indica un compiersi nel tempo) ma «Dio è Benedetto». Sempre. Lui è  la benedizione. Ma tale benedizione, che esce dalle nostre labbra, è possibile solo se Dio ci dona il suo Spirito, ci dice la seconda lettura. É lo Spirito che grida nel nostro cuore la benedizione più grande: “Abbà, papà!”. Senza lo Spirito Santo è difficile benedire Dio. I nostri occhi si fermano alla superficie, non riescono a vedere a un palmo dal naso. La carne fa resistenza. Molte persone non riescono più a dire- bene di Dio, da molti anni. Sono rimaste ferite da sofferenze e prove: hanno attribuito a Dio il male ricevuto. Perché dovrei dire-bene di Dio? Solo lo Spirito Santo può aprire i loro occhi e far vedere loro oltre. Il primo frutto della presenza dello Spirito è questo desiderio di benedire. Finalmente lo Spirito Santo ci fa vedere Dio com’è, ci fa riconoscere il suo volto. Nel Vangelo abbiamo sentito come, i pastori assistono all’apparizione dell’angelo “e la gloria del Signore li avvolse di luce”. É questa luce che permette loro di riconoscere Dio in un bambino, come anche di diventare testimoni delle meraviglie di Dio e di benedirlo, lodarlo e glorificarlo per ogni cosa.
Un anno per desiderare, vegliare, volere.
 Scrive Bonhoeffer sei mesi prima di venire impiccato dai nazisti: «La cosa principale è che si tenga il passo di Dio, che non si continui a precederlo di qualche passo, ma nemmeno che si resti indietro di qualche passo» (Resistenza e Resa, 1969, pag. 163).  Nel Vangelo di oggi si dice che, dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo, i pastori “andarono in fretta” a Betlemme. Come aveva fatto prima Maria, dirigendosi “in fretta” verso la casa di Elisabetta. Tanto Maria come i pastori colgono l’urgenza dell’ “oggi” e di fronte al quale non è ammissibile nessun ritardo o disattenzione. E’ l’atteggiamento del credente che cerca di stare al ritmo dei passi di Dio. Destinatari della buona notizia si trasformano in annunciatori della medesima e iniziano “ad annunciare ciò che l’angelo aveva detto di questo bambino”. Si sottolinea, anche, l’atteggiamento di Maria: “Maria da parte sua custodiva questi eventi e li meditava nel suo cuore“. Il verbo greco tradotto come “conservare/custodire” è syntereo, che significa letteralmente “custodire con accuratezza qualcosa di prezioso e di valore“. L’altro verbo tradotto come “meditare” è il verbo greco symballo, che significa letteralmente: “mettere insieme due realtà che sono separate”, “confrontare“. Suppone un atteggiamento dello spirito che crea sintesi, che riesce a trovare una logica in mezzo a cose o situazioni apparentemente senza senso. Il verbo greco è coniugato al tempo perfetto, il che indica un’azione ripetuta, continua. Luca, quindi, descrive Maria come una discepola che legge continuamente gli avvenimenti per scoprire il loro significato più profondo, modello per ogni credente, chiamato a scoprire il mistero e la presenza del Dio della vita nella quotidianità e nell’ordinario di ciascun giorno. Il testo termina con la glorificazione e la lode dei pastori che hanno potuto sperimentare ciò che Dio ha annunciato loro.
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2a domenica di Natale – 2 gennaio 2022

Preghiamo. Padre di eterna gloria, che nel tuo unico Figlio ci hai scelti e amati prima della creazione del mondo e in lui, sapienza incarnata, sei venuto a piantare in mezzo a noi la tua tenda, illuminaci con il tuo Spirito, perché accogliendo il mistero del tuo amore, pregustiamo la gioia che ci attende, come figli ed eredi del regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del Siràcide 24,1-4.12-16
La sapienza fa il proprio elogio, in Dio trova il proprio vanto, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria. Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria, in mezzo al suo popolo viene esaltata, nella santa assemblea viene ammirata, nella moltitudine degli eletti trova la sua lode e tra i benedetti è benedetta, mentre dice: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti” . Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato, per tutta l’eternità non verrò meno. Nella tenda santa davanti a lui ho celebrato e così mi sono stabilita in Sion. Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere. Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell’assemblea dei santi ho preso dimora».

Sal 147  Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi.
Celebra il Signore, Gerusalemme, loda il tuo Dio, Sion, 

perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte, in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.
Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio: la sua parola corre veloce.
Annuncia a Giacobbe la sua parola, i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 1,3-6.15-18
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. Perciò anch’io [Paolo], avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.

Dal Vangelo secondo Giovanni  1,1-5.9-14
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo carne si fece e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

IN PRINCIPIO. Don Augusto Fontana
«Chi ben comincia è a metà dell’opera» – dice l’antico proverbio. E la stessa esperienza comune ci conferma l’importanza dell’inizio, di ogni inizio: perché i primi passi sono sempre decisivi, e segnano – in un modo o nell’altro – il cammino che segue. Pensiamo semplicemente alla costruzione di una casa: un buon inizio, delle buone fondamenta, garantiscono un edificio stabile. L’inizio, il principio sta alla base di tutto e sostiene quello che viene dopo. Anche Gesù ricorre a questa similitudine: « Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico? Chi viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sopra la roccia. Venuta la piena, il fiume irruppe contro quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la rovina di quella casa fu grande» (Luca 6, 47-49). Se questo è vero, appare di conseguenza decisivo sapere che cosa sta all’inizio della nostra vita e della vita di ogni uomo. Qual è stato il nostro principio? Dove è fondata la nostra quotidiana storia? Qual è l’origine del nostro cammino di uomini e di donne? Queste domande oggi suscitano in noi risposte poco positive: la nostra vita ci appare spesso così segnata dal male e dalla sofferenza tanto che ci risulta difficile immaginare un inizio buono, un principio bello. Non a caso la stessa Scrittura, nel racconto della Genesi, mette all’inizio della storia umana il gesto cattivo e disobbediente di Adamo ed Eva, gesto che fin dal principio compromette la loro vita. E certamente questo antico racconto la dice lunga sulla serietà del male che segna e rovina il cammino di ogni uomo e di ogni donna. Ma l’Incarnazione di Gesù che abbiamo appena celebrato ci dice che l’inizio, il principio, è un altro: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste». All’inizio, al principio, non sta il male, il peccato, la sofferenza. All’inizio, al principio, sta il Verbo, la Parola che si è fatta carne, quella Parola che è Gesù di Nazareth. Quella Sapienza che, nella Prima lettura, si è confidata così: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti”… Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso».




25 dicembre 2021. Festa dell’Incarnazione
NON TEMETE!

FESTA DELL’INCARNAZIONE 2021

 Dal libro del profeta Isaìa  9,1-6
Il popolo che camminava nelle tenebre  ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse, Hai moltipli­cato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda. Per­ché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Madian. Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbom­bando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco. Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giusti­zia, ora e per sempre. Questo farà lo zelo del Si­gnore dell’universo.
Salmo  95,1-3.11-13. Oggi è nato per noi il Salvatore.
Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome.
Annunciate di giorno in giorno la sua salvez­za.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il ma­re e quanto racchiude;
sia in festa la campa­gna e quanto contiene, acclamino tutti gli al­beri della foresta.
Davanti al Signore che viene: sì, egli viene a giudicare la terra;
giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli.
Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito 2,11-14.
Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vi­vere in questo mondo con sobrietà, con giusti­zia e con pietà, nell’attesa della beata speran­za e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha da­to se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniqui­tà e formare per sé un popolo puro che gli appar­tenga, pieno di zelo per le opere buone.
Dal Vangelo secondo Luca 2,1-14
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la ter­ra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. An­che Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si tro­vavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte fa­cendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Si­gnore si presentò a loro e la gloria del Signore li av­volse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi an­nuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popo­lo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, ada­giato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

NON TEMETE! Don Augusto Fontana
Un Dio bambino per una fede adulta.

L’indimenticabile David M.Turoldo ricercò e trovò, forse, invisibili carezze di Dio:
M’illudo, non so: a volte
oh, raramente! sento
invisibili mani passare
sulla fronte
e liberarmi dolcemente
da tristi pensieri:
allora non sono solo
a sopportare la lunga notte?[1]
Angeli o non angeli, comunque loquaci presenze movimentano la nascita e la resurrezione del Signore. Sulla loro bocca (o sullo stilo dell’evangelista narratore) sfugge un invito: «Non temete». Non temere. Un invito dolce e perentorio per oltre 100 volte nella Bibbia di cui 20 volte nell’evangelo. Nei vangeli l’invito nasce accanto alla tomba vuota e da lì straripa nei racconti della vita di Gesù fino alla sua nascita.  Il timore è paura, fobia, panico, insicurezza. Non sono, devo confessarlo, tra quelli che esorcizzano la le mie paure invocando l’intervento dell’Angelo custode. Né credo che femminicidi, morti sul lavoro, crisi dell’ecosistema e pandemie si vincano con un provvidenzialismo svuotato dell’intelligenza solidale fornitaci dal Padreterno. Neppure Gesù cadde nel tranello della sfida di satana sulla torre del tempio: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù»[2]. Eppure Gesù in fatto di abbandono a Dio se ne intendeva: «Il Signore è il tuo custode, il Signore è come ombra che ti copre, e sta alla tua destra. Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode»[3].
Certe paure sono stolte: «Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?» (Luca 12, 25). Altre inquietudini ci giungono cariche di avvertimenti profetici per una vita vigilante: «Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele» (Ezechiele 3, 16). Tutti noi critichiamo la politica dello struzzo, ma quante volte prevale ugualmente il sonno della pigra ragione, il soffice abbraccio del rassicurante divano di casa o di una Bibbia ridotta a cuscino.
Quale angelo ad Auschwitz avrebbe avuto il coraggio di far sibilare il suo: «Non temete!»? O quale senso avrebbe dovuto allegare al messaggio?
Perdura la mattanza in Africa e la miseria dei favelados sudamericani. Anche lì, angeli dal pulpito grideranno «Non temete! Oggi vi è nato un salvatore». Angeli credibili – quanti ne ho conosciuti graças a Deus! – solo se mangiano il natale eucaristico condito di serena resistenza in aspri cammini di liberazione: «Io vi ho condotti per quarant’anni nel deserto; i vostri mantelli non vi si sono logorati addosso e i vostri sandali non vi si sono logorati ai piedi» (Deuteronomio 29, 4). Nell’ubriacatura molliccia di questo «natale», rubatoci di mano da furbi infiltrati e restituitoci come feticcio, non possiamo farci complici del contrabbando di privilegiate rassicurazioni religiose. Come se Dio chiudesse un occhio sulle nostre stolte paure e rinunciasse all’urlo della sua profezia che risveglia sagge inquietudini.
Primo Levi appartiene alla lista dei più drammatici critici del provvidenzialismo. Pensando ad Auschwitz scrisse “Se questo è un uomo”, vite in baracche da lager. Un giorno gli occupanti di una baracca odono un cantilenante mormorio: Khun sta ringraziando la Provvidenza di non essere stato scelto tra i destinati alle camere a gas, senza badare a Beppo il greco che, dopodomani, andrà al gas. Il temerario commento di Levi provoca conati a stomaci devoti: «Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Khun»[4]. Il dondolio orante del pidocchioso Khun è diventato oggi un lindo coro di voci natalizie (anche se attutite dalle mascherine); la sua baracca si è fatta magica e profumata liturgia. Noi, scampati alla selezione della fame e della violenza politica ed economica, normodotati di fede cattolica, supplicheremo Dio di non sputare a terra il nostro privilegiato prefazio natalizio.
Il Dio che l’evangelista Luca presenta sulla scena non è più il Signore degli eserciti che vince sugli egiziani, ma un Dio debole e lacero: «Oggi vi è nato un salvatore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia»[5]. Un bambino che non fa paura, nè suscita timori reverenziali. Icona di un Dio debole e sconfitto, che non è onnipotenza, ma fragilità, sofferenza e compassione; nato nell’insignificante borgata della “piccolissima” Betlemme diventata “Efrata” (“feconda”, secondo l’etimologia). Un Dio giuntoci, per contorti canali genealogici, dalla monarchia di Davide, ultimo figlio scartato dal padre Iesse e rilanciato in extremis dal profeta Samuele. Un Dio da villaggio, lontano dagli occhi scrutanti della “big sister” Gerusalemme. Un Dio dimesso, abbassato, germoglio, che visita pastori estromessi dal tempio perché resi impuri dal contatto animale, assenteisti dalla sinagoga per perenne lavoro e in altrettanto perenne esodo. Un Dio  che prende la sua Shekinà (la sua Gloriosa Presenza nel creato) e la porta in esilio con gli ebrei, con ogni vagabondo, cercatore, pellegrino. Ora anche la sua Gloria si è fatta schiava e “sta intorno a noi in questo esilio dentro l’esilio, in questa casa del fango e del dolore[6].
Scrive Pareyson:«Forse il silenzio di Dio, che è così terribile per l’uomo gettato nel baratro della sua angoscia, non è il silenzio di chi tace perché non c’è o di chi tace perché abbandona, ma di chi tace perché piange e tace appunto per piangere»(L. PAREYSON, Ontologia della libertà. Il male e la sofferenza, Einaudi, Torino 1992) . Dio-con-noi. Vorrei sentire invisibili mani passare sulla mia fronte e liberarmi dolcemente da tristi pensieri: allora non sarei solo a sopportare la lunga notte.

«Il poco con il timore di Dio è meglio di un gran tesoro con l’inquietudine»[7].
Il timor di Dio non è paura di Dio, ma stupore ammirato davanti ai suoi segni e fibrillante sospetto di trovarci alla sua presenza. Anche questo timore/stupore avvolge Incarnazione e Risurrezione: «Questo per voi il segno: troverete un bambino…Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto…Le donne, abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, corsero a dare l’annunzio».
 «Il timore di Dio è una scuola di sapienza e conduce alla vita» recita il Libro dei Proverbi[8]. Dire «timor di Dio» è modalità comunicativa per dire che un uomo ha la percezione netta – quasi fisica – di essere immersi in Dio o di fronte a Lui. «Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo. Ebbe timore e disse: Quanto è adorabile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo»[9]. Nel momento in cui Giosuè celebra la Pasqua sul territorio di Gerico, gli appare il Signore che apre il passaggio e pronuncia le stesse parole che aveva pronunciato davanti a Mosè sul Sinai: «Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è santo»[10]. E’ un linguaggio in codice per indicare che ciò che sta accadendo sfugge alla capacità e volontà dell’uomo di mettere le mani su tutto, di girare e rigirare un oggetto fino a smontarlo nelle sue parti. Noi siamo scimmie con gli arti prensili. Di Dio, della Pasqua, del bambino Gesù, della terra, dell’uomo non ha stupore e rispetto chi li ha banalizzati, ridotti a oggettini di consumo e di manipolazione, a strumenti di utilità quotidiana, alla portata delle nostre devozioni prensili e catturanti.
Invece gli uomini delle profondità, quelli con il «terzo occhio» sapienziale in mezzo alla fronte[11] e con le orecchie nella sede del cuore, quelli che hanno riformulato, cioè, la loro anatomia sensoriale, per questi uomini del mistero, lo stupore dell’essere partecipi e testimoni di un evento superiore alla loro portata li rende affetti da timore e adorazione. Prima di sentirsi rivolgere l’invito a «non temere» occorre passare attraverso l’atto di suprema stima, attraverso la paura di sciupare, che é un atto proprio di chi ama. Pietro alla trasfigurazione dice a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». Ecco la volontà, forse comprensibile e simpatica, di banalizzare. Ma stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo». E’ un evento da ascoltare. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non temete»[12]. Occorre passare attraverso la tentazione di banalizzare, lasciarsi condurre al momento dell’ascolto profondo. E solo dopo potremo capire bene cosa intende il Signore quando ci dice o ci fa sapere di “Non avere timore”. Dopo la banalità non c’é gioia, non c’é la movimentazione dell’annuncio. Si mangia e si digerisce. Non si annuncia. Invece: «con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio… I pastori dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro».


[1] D.M.Turoldo O sensi miei – 1948-88
[2] Luca 4,9

[3] Salmo 121
[4] Demi Paolin Se questo è Dio in STUDI, FATTI, RICERCHE N.91/2000 pag. 3-6.
[5] Luca 2, 11-12.
[6] Primo Levi, Lilit.
[7] Libro dei Proverbi 15, 16.
[8] Libro dei Proverbi 15, 33; 19, 23.
[9] Genesi 28
[10] Esodo 3,5; Giosuè 5,13-15.
[11]  Raimon Panikkar La pienezza dell’uomo. Una cristofania, Jaca Book,1999  pag. 51: «Paolo non ha mai visto Gesù con il primo occhio (dei sensi). La sua visione del secondo occhio ( la mente) è quella di un Gesù traditore della Legge che merita la morte. A Damasco gli si apre improvviso il terzo occhio (quello dello spirito) e vede Gesù. E’ dunque naturale che, abbagliato, rimanga cieco del primo occhio finchè più lentamente non ci sarà luce anche nel secondo occhio e vedrà con il terzo occhio la trasformazione che quel Gesù è venuto a recare»
[12] Matteo – cap. 17




19 dicembre 2021. Domenica 4 Avvento
QUANDO DARSI DEL “TU” È IMPEGNATIVO

4° domenica di Avvento 2018

Preghiamo. O Dio, che hai scelto l’umile figlia di Israele per farne la tua dimora, dona alla Chiesa una totale adesione al tuo volere, perché imitando l’obbedienza del Verbo, venuto nel mondo per servire, esulti con Maria per la tua salvezza e si offra a te in perenne cantico di lode. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Michea 5,1-4.
Così dice il Signore: E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità; dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando partorirà colei che deve partorire; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli di Israele. Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore suo Dio. Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra. Egli stesso sarà la pace.
Salmo 79 Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Tu, pastore d’Israele, ascolta, seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci.
Dio dell’universo, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Sia la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Dalla lettera agli Ebrei 10,5-10
Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”».  Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo per fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.
Dal Vangelo secondo Luca 1,39-48
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.  Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

QUANDO DARSI DEL “TU” È IMPEGNATIVO. Don Augusto Fontana [1].

Le tre letture della Messa odierna, iniziano tutte in modo molto diretto:
Tu (in ebraico: ‘attah) Betlemme Efrata, non sei il più piccolo dei capoluoghi di Giuda!”
“(Tu) Padre, mi hai preparato un corpo!”
“Benedetta Tu (in greco: euloghemène su) tra le donne, Maria!”

Pare addirittura che il tono con cui questi tre “tu” sono pronunciati, sia abbastanza forte.

  • Elisabetta corre incontro a Maria, gridando.
  • Il Figlio invoca il Padre appassionatamente, in una preghiera molto intensa e forte.
  • Il profeta si rivolge a Betlemme, apostrofandola con un “Tu” con il punto esclamativo.

Nel linguaggio biblico, l’uso della seconda persona singolare non è tanto un segno di confidenza, come per noi oggi. Al contrario. Dare del tu è spesso una cosa abbastanza seria.  “Tu sei Pietro”…“Tu sei sacerdote per sempre”…“Tu sei il mio figlio prediletto”.
Come nella lingua inglese, dove si da del tu (you) sia alla Regina che a un bambino di prima elementare, così nella Bibbia il “tu” non è accorciamento della distanza. Anzi. È franchezza. È verità. È incarico dato. Responsabilità da assumere.
La Bibbia non ha bisogno di convenevoli. Va dritta dritta. Ci interroga in seconda persona e ci chiede in modo molto diretto e franco una risposta. La Parola di Dio ci dà sempre del “tu”, perché parla personalmente.

 TU BETLEMME –  TU PADRE –  TU MARIA.
 Ora, i tre “tu” della quarta domenica di Avvento ci portano, io credo, un messaggio serio: Dio verrà a visitarci ancora una volta. Come si può avverare un mistero simile?
I teologi usano oggi un linguaggio strano, per descrivere il piano di Dio nella storia: dicono che esso è “economia della salvezza”. Non so cosa capiamo, udendo la frase “economia della salvezza”: inconsciamente forse pensiamo alla legge finanziaria più che alle cose di Dio. Ma nell’economia della salvezza, cioè nel “tempo umano visitato dalla tenerezza di Dio” sono sempre necessari tre “tu”, affinché le cose vadano per il verso giusto.
– Occorre il “Tu, Betlemme”, cioè uno spazio.
– Occorre il “Tu, Padre” cioè un progetto di Dio.
– Occorre il “Tu Maria” cioè la disponibilità umana.
Se togli uno dei tre “tu”, mandi all’aria tutto. Mandi in malora l’economia della salvezza.  Un progetto umano al di fuori dello spazio, come potremmo riceverlo? Un progetto divino senza disponibilità umana, come potremmo vederlo? Una disponibilità umana a una vocazione inesistente, che senso ha?
Proviamo allora ad analizzare un istante queste tre coordinate del mistero di Natale:
1)      Spazio
2)      Dio
3)      Risposta umana
Lo spazio che Dio sceglie per il compimento dell’economia di salvezza è quello di un borgo con quattro case, che si chiama “Beth-lehem”, cioè “casa del pane”, cittadina detta anche “Efrata” cioè “feconda”, e possiamo immaginarne bene il motivo. La casa del pane diventa feconda: posto povero e piccolo, periferico, non importante. Ma fecondo agli occhi di Dio.  “Tu, Betlemme Efrata, la più piccola tra le città di Giuda, da te mi uscirà Colui che regnerà su Israele”. Pare che Dio non ami gli spazi grandi, le cornici plateali: preferisce partire dalla periferia dello spazio. Qual è il mio SPAZIO, il mio ambiente vitale, entro cui intendo accogliere il Signore in questa eterna Incarnazione che si materializza nella liturgia di quest’anno?
Il progetto divino, come la scelta dello spazio, è contro la logica umana: “Tu non hai gradito sacrificio (al tempio) o oblazione (sull’altare): un corpo mi hai preparato”. È un progetto sconcertante. Finora gli uomini avevano offerto sacrifici cruenti o incruenti a Dio, per accattivarsi il suo favore. Pensavano che Dio amasse i sacrifici e le offerte. Ma il progetto di Dio richiede obbedienza e l’obbedienza è meglio dei sacrifici. “Sia fatta la tua volontà come in cielo, così in terra”, messo in pratica davvero, vale più di tutte le candele che possiamo accendere in Chiesa o le ritualità senz’anima. La Preghiera Eucaristia 3a celebra così: «Egli faccia di noi un’offerta perenne a te gradita». Sono cosciente che non solo il prete o la suora rispondono ad una vocazione progettuale di Dio, ma anche il laico, lo sposato, il lavoratore, è chiamato a rendere visibile almeno un frammento di Vangelo e di vita di Gesù?
La risposta umana è quella di una ragazza povera, sconosciuta, umile. “Tu sei benedetta tra le donne!”. Benedetta perché sei stata portatrice della benedizione e della fecondità di Dio.  Dio si è compiaciuto di guardare alla “piccolezza della sua serva”. Anche questa scelta umana ci sorprende. Ma “L’uomo guarda l’esterno, mentre Dio guarda il cuore” (1 Samuele, 16,7).

Sulla soglia della Festa dell’Incarnazione io e te ascoltiamo un TU!, rivolto proprio a me e te. Non ci sono alibi, sembra dirci la liturgia di domenica.
«Proprio io? Proprio a me?».
E Dio disse: «Tu!».


[1] elaborazione da commento di Alvise Bellinato




12/12/ 2021. Domenica 3 Avvento
GIOIA COME RESISTENZA.

Dal libro del profeta Sofonìa (3,14-18)
Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallégrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: “Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa”.
Salmo (Is 12,2-6) Canta ed esulta, perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.
Ecco, Dio è la mia salvezza;  io avrò fiducia, non avrò timore,
perché mia forza e mio canto è il Signore;  egli è stato la mia salvezza.
Attingerete acqua con gioia  alle sorgenti della salvezza.
Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,  proclamate fra i popoli le sue opere,  fate ricordare che il suo nome è sublime.
Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose eccelse,  le conosca tutta la terra.
Canta ed esulta, tu che abiti in Sion,  perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési  4,4-7
Fratelli, rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.
Dal vangelo secondo Luca 3,10-18
In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: “Che cosa dobbiamo fare?”. Rispondeva: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare, e gli chiesero: “Maestro, che dobbiamo fare?”. Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi che dobbiamo fare?”. Rispose: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe”. Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: “Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile”. Con molte altre esortazioni evangelizzava il popolo.

GIOIA COME RESISTENZA. Don Augusto Fontana
La logica mondana del pessimismo, della rassegnazione e del malcontento spesso mi fa accodare alle varie cassandre di turno per cui non so di fatto trovare e mostrare vie d’uscita, alternative al tono grigio e tragico della mia rassegna-stampa quotidiana, alle ombre cupe che mi si allungano sul cuore per la vecchiaia e la malattia. I tempi del profeta Sofonia non erano migliori dei miei: si erano diffusi culti stranieri e sincretismo religioso, i monarchi erano collusi con culture idolatre, si diffondeva nel popolo uno stile di vita pagano e il paese era devastato da violenze e ingiustizie. Certo la gioia, come il coraggio, uno non se la può dare, mi direbbe don Abbondio. E allora mi trovo oggi imbarazzato e inappetente davanti al piatto che mi ha preparato la Parola di Dio: «Gioisci, esulta e rallégrati… Non temere, non lasciarti cadere le braccia… Rallegratevi nel Signore, in ogni situazione… Non angustiatevi per nulla». Preso da una poco invidiabile anoressia dell’animo, fisso la portata e non mi decido a ficcarci dentro la bocca. E mi riappaiono, come folletti, i contadini poveri del Brasile o gli indios Shuaras della foresta amazzonica ecuadoregna che ho visto accesi da un’insolita musicale allegria che faceva da controcanto alla loro endemica, dignitosa e resistente povertà. Ma allora di quale gioia si tratta? Dovrò assumere anfetamine spirituali per dopare la mia cristiana performance giornaliera? Per Paolo, data la sua situazione di prigioniero quando scrive alla comunità di Filippi, non è possibile pensare alla gioia come ad un sentimento umorale. Essa consiste piuttosto IN UNA SERENA RESISTENZA: «Gioite nel Signore IN OGNI SITUAZIONE». “L’accento del duplice imperativo chairete (gioite!) è posto sulla continuità della gioia, che non può essere sporadica, l’emo­zione di un momento, ma deve essere esperienza duratura, che attraversa tutte le situazioni, anche quelle di prova. Infatti, dal punto di vista linguistico, la continuità della gioia è espressa sia nell’imperativo presente, che indica la durata dell’attitudine gioiosa, sia nell’avverbio greco “pàntote”, che non va tradotto con un sempli­ce ‘sempre’, ma con un ‘in ogni situazione’. L’esortazione è per­ciò ad una gioia capace di fiorire e permanere anche nell’espe­rienza della sofferenza, delle contrarietà. Poiché tale imperativo sembra davvero ai limiti del possibile, ci si chiede allora dove possa darsi la ragione di questa permanenza e continuità della gioia; ebbene, per Paolo non sta in una capacità della psiche, ma nella sua fonte vera, che è l’essere «nel Signore». Questa gioia non può restare nascosta nell’interiorità della per­sona, ma deve trasparire anche nelle relazioni: «La vostra amabi­lità sia nota a tutti gli uomini». Il termine «amabilità» usato da Paolo (tà epiei­kés) contiene in sé molte sfumature, quali quella della modera­zione, della benevolenza, della dolcezza, del rispetto e della cor­tesia. In definitiva, è la capacità di cercare ciò che è adatto all’altro. Ci sembra per­tanto che la traduzione ‘amabilità’ riesca a riassumere bene la ric­chezza del lemma greco e indichi uno stile moderato, non violento, realmente affabile, che caratterizza la relazione con le altre persone. Non basta amare: bisogna essere amabili. La motivazione di questo atteggiamento è indicata dall’Apo­stolo con un’espressione che ricorre più volte nel suo epistolario: «Il Signore è vicino». Qui Paolo pensa che il ritorno di Cristo sia immi­nente. Il fatto che il Signore debba tornare fa assumere alle cose un valore diverso, le relati­vizza e insieme le apre alla speranza, alla dimensione dell’attesa. La vicinanza del Signore riguarda non solo l’attesa del suo ritorno glorioso, ma la sua presenza misteriosa nella comunità, presenza che so­stiene nelle prove e che dona una gioia capace di superare le tri­bolazioni. Perciò anche le relazioni interpersonali, pur in un con­testo di tribolazione e di ostilità, possono essere ‘diverse’, cioè improntate ad un’amabile benevolenza. La vicinanza del Signore motiva anche l’esortazione alla fidu­cia, che si manifesta in particolare nel momento della preghiera e nel non lasciarsi schiacciare dagli affanni. Si tratta di affidarsi totalmente a Dio per superare l’ansietà generata dalle preoccu­pazioni. La fiducia non è semplice rassegnazione, ma è un espor­re a Dio i propri bisogni e la propria via («Manifesta al Signore la tua via, confida in lui: compirà la sua opera» Salmo 37,5). L’in­vito di Paolo riecheggia gli insegnamenti di Gesù nella tradizio­ne evangelica, quando invita i suoi discepoli a non preoccuparsi eccessivamente per i problemi e le necessità del vivere quotidiano (cfr. Mt 6,25.31.34; Lc 10,41; 12,22)[1]”.
Il Paolo che scrive ai Filippesi è lo stesso che scrive ai Romani «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, i pericoli, la spada?» (Romani 8,31-35). Conosco un testo di Isaia (41, 14.19) dove il Signore mi definisce con termini apparentemente fastidiosi, ma che lentamente sono diventati musica dolce: «Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele; io vengo in tuo aiuto, tuo redentore è il Santo di Israele». Io, questo piccolo verme nudo, questo bruco peloso che striscia a cercare sul terreno arido una qualche foglia che si renda appetibile, sono invitato a guardarmi intorno e scoprire sette tipi di alberi che Lui ha fatto crescere attorno a me: «Pianterò cedri nel deserto, acacie, mirti e ulivi; porrò nella steppa cipressi, olmi insieme con abeti». Ma ancora il mio animo non si è lasciato smuovere dalla sua atonica inappetenza. Allora il testo liturgico di Sofonia pare narrare ciò che accade in ogni famiglia quando un bambino imbronciato non ne vuol sapere di mangiare: papà o mamma si mettono a fare i pagliacci, a danzargli intorno e cantare e sorridere, nel tentativo di strappargli uno stupore che gli sblocchi l’umor nero del momento: « Il Signore danzerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa». In Luca 15, 5-7 il pastore si mette la pecora sulle spalle «contento» e invita tutti a «rallegrarsi» perché c’è più «gioia» per un peccatore che si pente che per 99 giusti. Lui gioisce quando trova la moneta perduta (Lc. 15, 9), quando fa festa per il figlio tornato (Lc. 15,23-24). Dio Padre-Madre, mettiti a danzare attorno a me, porta il mio sguardo, perso nel vuoto, a guardarti saltellare e cantare attorno a me e trascinami in quella gioia di cui abbiamo perso l’indirizzo: «Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza» (Salmo 117, 14). Tu, Dio, vieni a danzare attorno a me e fammi sorridere.
CHE DOBBIAMO FARE?
«Il Signore è in mezzo a te» significa «Il Signore è fra la tua gente», ma anche « Il Signore è nel tuo grembo». Quindi due sono gli orizzonti della gioia: uno derivante dalla liberazione sociale e l’altro dalla guarigione interiore. La gioia non deve distrarre dalla necessaria risposta pratica. Giovanni Battezzatore dice che non c’è bisogno che tutti vengano nel deserto: basta che ognuno viva nella giustizia e nella solidarietà lì dove si trova; quello che conta è il cambiamento della vita quotidiana. La gioia messianica non può essere scambiata per superficialità infantile o per irresponsabile fuga dal presente: «Che cosa dobbiamo fare?». Ci viene suggerita una carità audace, accorta, intelligente ed efficace, attenta a capire i fenomeni complessi della società attuale e a sperimentare gli strumenti più idonei. Questo si misura in modo particolare nell’etica professionale: dalla prospettiva del guadagno illimitato alla coscienza di una retribu­zione equa, da un clima pesante di lamentele e di rassegnazione, di protesta e di rabbia, all’impegno di compiere bene il proprio mestiere, recuperando il rapporto tra attitudini, preparazione ed utilità sociale. In una lettera pastorale (Sto alla porta. Anno pastorale 1992­-1993) il card. Martini si domandava: «Perché un imprenditore de­ve ribellarsi alla richiesta di pagare una tangente? Perché un gior­nalista deve affrancarsi dal conformismo? Perché un infermiere deve trattare bene i pazienti scomodi e noiosi? Perché questi e al­tri atteggiamenti devono essere la regola, non ‘eroismo’ di un sin­golo?». Come cristiani e cittadini abbiamo il compito di dare forza ed amabilità ad un’esistenza onesta e giusta, con una vita rispettosa delle leggi e delle regole, estranea al­le prepotenze. E siamo chiamati a fare la nostra parte per il bene del Paese in cui viviamo, disposti a pagare le tasse per contribui­re al funzionamento di servizi essenziali. Infatti, come ci ha ri­cordato una nota pastorale dei vescovi italiani, «la legalità, ossia il rispetto e la pratica delle leggi costituisce una condizione fon­damentale perché vi siano libertà, giustizia e pace tra gli uomini» (Educare alla legalità, 1991, n. 2).


[1] Da SERVIZIO DELLA PAROLA, n 383/2006




5 dicembre 2021. Domenica 2a Avvento
GUARDARE CONVERTIRSI TRASFORMARE.

2 Domenica avvento C

 Preghiamo. O Dio grande nell’amore, che chiami gli umili alla luce gloriosa del tuo regno, raddrizza nei nostri cuori i tuoi sentieri, spiana le alture della superbia, e preparaci a celebrare con fede ardente  la venuta del nostro salvatore, Gesù Cristo tuo Figlio. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. AMEN
Baruc 5, 1-9
<Gerusalemme, deponi la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio, metti sul capo il diadema di gloria dell’Eterno, perché Dio mostrerà il tuo splendore ad ogni creatura sotto il cielo. Sarai chiamata da Dio per sempre: Pace della giustizia e gloria della pietà. Sorgi, o Gerusalemme, e sta  in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti da occidente ad oriente, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio. Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici; ora Dio te li riconduce in trionfo come sopra un trono regale.  Poiché Dio ha stabilito di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli e spianare la terra perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Anche le selve e ogni albero odoroso faranno ombra ad Israele per comando di Dio.  Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui».
Salmo 126
Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si aprì al sorriso, la nostra lingua si sciolse in canti di gioia.
Allora si diceva tra i popoli: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia.
Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo.
Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni.
 Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 1,4-6.8-11
Fratelli, sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente. Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù. Infatti Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù. E perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca 3,1-6
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

GUARDARE CONVERTIRSI TRASFORMARE. Don Augusto Fontana

Oggi siamo invitati a vedere, a guardare in maniera diversa; se non “battezziamo” i nostri occhi, la speranza risulta impossibile e l’attesa sfocia nella delusione. Esiste un altro motivo unificante della liturgia di oggi, individuabile nel tema della strada e del cammino; tutta l’esperienza biblica è un costante appello ad una conversione interiore per una liberazione sociale.
I profeti possono sembrare dei pazzi visionari perchè invitano a guardare nelle piaghe spalancate della storia umana per vedere segni incoraggianti di guarigione, per vedere ciò che non c’è ancora, o per vedere un Dio criptato.
Siamo invitati, oggi, a recarci sulle alture delle nostre rassegnazioni, stanchezze, delusioni, diagnosi realistiche da cui non vediamo nulla di nuovo nè prospettive ragionevoli di miglioramento. L’uomo della speranza, guardando in direzione di Dio, non si limita a fare l’inventario delle cose che vede, ma  riesce a chiamare le cose che ancora non esistono come se già esistessero.
La conversione cristiana è un processo interiore che avviene all’interno della concretezza storica; le letture bibliche di oggi sottolineano il carattere pubblico e storico della Parola di Dio che ha una via preferenziale nei fatti e negli avvenimenti. La storia è portatrice di trasparenze, di transizioni che vanno lette o avviate o corrette. Gesù non vive appartato, ma in mezzo ai tumulti e ai conflitti innescando un movimento che interferisce con l’inerzia ed ostacola il mantenimento dello stato esistente sia interiore che sociale.  Qual fu il peccato degli ebrei deportati a Babilonia? Fu quello di essersi adattati. Quale fu l’opera di Mosè? Preparare un popolo capace di partire. Capire che il non muoversi è peccato, non è facile.[1]

Città, rivèstiti di santità e giustizia!
Baruc, segretario del profeta Geremia, scrive nel periodo del post-esilio babilonese. Gli ebrei rimasti a Babilonia si sono lasciati affascinare dalle abitudini e religioni del posto ed hanno fatto della schiavitù una dimora. Chi è già rientrato è già deluso per la situazione ritrovata. Il popolo è descritto dal profeta come una donna che, perduta nel proprio dolore, deve rialzarsi, salire su un’altura, guardarsi intorno e vedere i propri figli che ritornano dall’esilio nella gioia. Nel testo del profeta, la conversione è descritta come un solenne atto di vestizione sacerdotale e regale. L’abito, nella cultura ebraica, aveva un ruolo simbolico oltre che funzionale.
Rimetti le vesti sacerdotali!
Gerusalemme, cioè un popolo intero, è investita di un compito di santità e mediazione sacerdotale per tutti gli uomini. I sacerdoti dovevano indossare l’efod (“manto della giustizia”) e la tiara (“diadema”) sulla quale c’era l’iscrizione <sacro al Signore>; il copricapo sacerdotale conferiva il potere di intercessione per il popolo; Aronne lo doveva portare sempre sul capo per portare i peccati del popolo e attirare su di esso la grazia del Signore( Esodo 28, 4.36-43). Svestire gli abiti di sacco e rivestire gli abiti sacerdotali è segno di un cambiamento radicale di situazione, di cuore e segno di liberazione sociale.
Dio protagonista.
Per almeno 12 volte risuona il riferimento a Dio come protagonista di questo squarcio di speranza, di ritorno e di ricostruzione:  lo splendore della città  viene da Dio (v.1 e 3);  l’efod e la tiara sono di Dio;  il nuovo nome, e quindi la vocazione, vengono da Dio; la riunificazione dei dispersi avverrà mediante la Parola del Santo; il ritorno avverrà nel ricordo delle fedeltà di Dio e sarà Lui a costruire la strada e a guidare il popolo (v.5-9). Spontaneamente viene in mente il Salmo 127: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode. Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno».
 Salmo 126: Ci sembrava di sognare
“Troppo bello per essere vero…!” .Il Salmo celebra la “risurrezione di Israele” sia sotto forma di ritorno dall’esilio (come vuole una interpretazione) e sia sotto forma di riforma sociale e religiosa (come vuole un’altra interpretazione).  <Usciti da campi di concentramento, scampati dai forni crematoi nazisti, affidati ad imbarcazioni di fortuna, in vista della Palestina noi cantavamo il Salmo 126 che diventava all’improvviso una realtà viva e palpitante nelle nostre vive ferite. I prigionieri che il Signore riportava eravamo noi, il riso che riempiva la bocca del salmista, 2500 anni fà, era il nostro riso!> (A.Chouraqui).
Il Signore.
La composizione si costruisce attorno alla parola “il Signore“:
I pagani dicono <Il Signore ha fatto per loro grandi cose>,  Israele conferma < Il Signore ha fatto per noi grandi cose>.  Una proclamazione : Il Signore ha ricondotto…Una preghiera : Signore riconduci ancora!
Hai ricondotto…riconduci ancora! Strade sempre aperte.
 Il ritorno dall’esilio babilonese era stato un sogno ad occhi aperti. Allo stupore viene abbinata la gioia. Ritornati nella terra, non avevano sperimentato il compimento delle profezie che avevano preannunciato un’era di pace; gravi difficoltà continuano ad ostacolare la loro esistenza e per questo si rivolgono a Dio perchè capovolga ancora una volta la loro situazione(riconduci ancora i nostri prigionieri).
Una serie di immagini completano il canto: come i torrenti del Sud (Negheb), aridi per tutto l’anno, improvvisamente si riempiono di acqua nella stagione delle piogge, così Dio porti a termine la liberazione. Davanti al Signore dell’esodo nessuna strada può diventare un vicolo cieco e la comunità dei credenti è continuamente rimessa in cammino.
Ogni conversione/trasformazione è dono, ma anche fatica.
L’ultima parte del salmo è dedicata al rapporto semina-mietitura, pianto-gioia. S.Agostino cosi commenta: <La vostra terra è la Chiesa: seminate quanto potete. Che cosa devi seminare? La misericordia. Che cosa mieterai? La pace. Così dovete amare; e dato che le cose buone si compiono attraverso dolori e pene, non stancatevi: seminate tra le lacrime, mieterete nella gioia>.
Luca: preparate le vie.
Luca circostanzia con precisione storica geografica l’incontro tra l’ultimo profeta,  Giovanni, e il realizzatore delle promesse, Gesù. In elenco vi sono 7 personalità di cui 5 politiche e 2 religiose che coprono sotto la loro giurisdizione non solo i territori giudaici, ma anche extra giudaici.
Pare che Luca abbia voluto indicare un crocevia sul quale due soggetti, Dio e uomo, compiono il loro ritorno, la loro “conversione”, per un incontro reciproco. Su queste  coordinate storico-geografiche che includono anche le nazioni pagane, Dio ritorna all’uomo e l’uomo è invitato a ritornare al suo Dio. L’incontro avviene all’interno di poteri politici in contrasto tra loro e all’interno di poteri religiosi mafiosi. Il terreno storico sembra poco propizio e non fa ben sperare. Eppure in tale contesto la Parola di Dio cade su Giovanni (il cui nome in ebraico significa “Dio fa grazia e consola”).
Come nel testo del profeta Baruc, anche qui tutto è posto sotto il segno della Parola di Dio che pur essendo protagonista degli eventi ha bisogno  della sinergia e della collaborazione di un uomo che acconsente radicalmente ad essa. Giovanni Paolo II ha scritto[2]: “ L’uomo… è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione: egli è la prima e fondamentale via della chiesa, via tracciata da Cristo stesso “.
Quando il profeta scriveva il testo citato da Giovanni Battista, faceva riferimento al fatto che gli ebrei in esilio erano addetti alla costruzione di strade per i percorsi commerciali e militari. A loro Isaia dice: datevi da fare perchè questa strada che state costruendo per ora in schiavitù e per finalità che non vi riguardano, diventerà la pista su cui camminerete per ritornare in patria.
Giovanni utilizza la metafora dei lavori in corso sulle strade, per chiarire il senso della conversione che sta chiedendo a chi lo ha raggiunto nel deserto: in lingua ebraica il termine “conversione” è espresso con la parola <SUB> che significa CAMBIARE ROTTA/MENTALITA’.[3] A commento di ciò riporto un interessante passo di Isaia 48,17-18:” Io sono il Signore tuo Dio che ti insegno per il tuo bene, che ti guido per la strada su cui devi andare. Se avessi prestato attenzione ai miei comandi, il tuo benessere sarebbe come un fiume, la tua giustizia come le onde del mare”.
Convertirsi.
Raccolgo in unità gli spezzoni di elementi proposti dalle letture bibliche:
1.Convertire lo sguardo:
Sta in piedi sull’altura e guarda verso oriente!”. Oriente è il punto cardinale da dove sorge il sole e da dove si manifesta Dio. Gesù è l’oriente di Dio ed il punto cardinale del Suo orizzonte: “Chi vede me vede il Padre”.
La prima conversione dello sguardo consiste nell’essere capaci di tenere sgranati gli occhi su Gesù che è l’esegeta ed il rivelatore di Dio.
La seconda conversione dello sguardo consiste, come dice Paolo, nel “saper discernere il meglio” cioè l’ essenziale e non la fatuità. La guarigione dello sguardo ci purifica dal nostro veder corto e veder male. Il Salmo 36,10 dice “Nella tua luce vediamo la luce“: occorre guardare eventi e persone all’angolatura da cui le vede Dio e con la sua prospettiva ottica.  Un saggio  orientale afferma:<Se l’inverno dicesse “ho nel cuore la primavera”, chi gli crederebbe?>.
Gli eventi sono gravidi di Parola e di interventi di Dio. Certo: nessun evento contiene in distillato allo stato puro la voce di Dio, perchè ognuno vi mescola echi di voci estranee in un amalgama ambiguo. Ogni evento va decifrato nella fatica, nella precarietà, nell’aiuto reciproco e senza semplificazioni. Fra noi qualcuno tenta ancora di decifrare, nell’amalgama di culture vincenti e conformiste, alcune novità che hanno un sapore biblico.
2.Convertire il cuore e le strutture di convivenza:
Quando scoppia una gemma si alza una speranza. Una gemma sola turba l’equilibrio di una foresta. Se c’è una novità che entra, tutta la foresta deve allargarsi per farle posto. Ogni attaccamento alla routinarietà ed alla ovvietà nasconde il nostro <no!> al viaggio che Dio ci chiede di compiere. Occorre spogliarsi delle vesti dimesse del lutto quotidiano e rivestire gli abiti sacerdotali di nuovi modelli di vita. I colli da abbassare e i burroni da riempire non sono immagini poetiche. Nella nostra vita familiare professionale ed ecclesiale, nelle strutture organizzate del paese, ci sono montagne di autosufficienza e di corporativismi che vanno spianate per ritrovarci uomini e umili ( Notate come i termini homo-uomo, humilis-umile e humus-terra hanno una interessante unica radice linguistica). Ci sono abissi di vuoto, insignificanza, stordimento attivistico, non-senso che occorre riempire con qualcosa di autentico. Stiamo ammassando montagne di rifiuti di cose inutili mentre ci facciamo mancare le cose essenziali. Bisogna avere il coraggio di eliminare il <troppo> che abbiamo per cercare il <tutto> che ci manca.
Preparare le vie al Signore significa accettare che non tutti i tempi sono tempi di esodo; come una donna non genera se non è incinta così il Signore non produce salvezza e la storia non genera liberazione se le condizioni non sono mature. La pazienza della conversione ci mette nelle condizioni di accettare che se quella che viviamo non è stagione di mietitura, sia almeno stagione di semina.
Il teologo protestante Ruben Alves scrive: “Si deve smettere di piantare zucche che maturano alla svelta e decidersi a piantare datteri, anche se non si arriverà a gustarne i frutti. Dobbiamo vivere amando ciò che non vedremo mai.”


[1] da Pronzato “Parola di Dio”, Gribaudi e da Balducci “Il mandorlo e il fuoco”, Borla 
[2] Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 1979
[3] Domenica prossima la liturgia ci presenterà la continuazione del brano evangelico di oggi e si avrà l’occasione di cogliere nei particolari il senso spirituale e sociale che Giovanni dava al suo invito a convertirsi.




28 novembre 2021. Domenica 1a Avvento
COME STARE DENTRO LA NOSTRA STORIA?

Prima domenica di avvento – 28 novembre 2021

Preghiamo. Padre santo, che mantieni nei secoli le tue promesse, rialza il capo dell’umanità oppressa da tanti mali e apri i nostri cuori alla speranza, perché attendiamo vigilanti la venuta gloriosa del Cristo, giudice e salvatore. Egli è Dio, e vive e regna con te…
 Dal libro del profeta Geremìa 33,14-16
Ecco, verranno giorni – oràcolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.
Salmo 24   A te, Signore, innalzo l’anima mia, in te confido.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza.
Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via.
Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà  per chi custodisce la sua alleanza e i suoi precetti.
Il Signore si confida con chi lo teme: gli fa conoscere la sua alleanza.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 3,12-4,2
Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi. Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio – e così già vi comportate –, possiate progredire ancora di più. Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.
Dal Vangelo secondo Luca 21,25-28.34-36
 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

COME STARE DENTRO LA NOSTRA STORIA? Don Augusto Fontana

Domenica 28 novembre, prima domenica di Avvento, per noi cristiani inizia un Nuovo Anno in cui ci farà compagnia l’evangelista Luca. «Buon Anno!» dunque, guardando alla nostra storia. E Luca ci ricorda subito alcune parole di Gesù che potrebbero contenere saggezza e sapienza per chiunque coltiva nel cuore la domanda: «Come stare dentro la nostra storia di oggi e di domani?».
«Gesù disse ai suoi discepoli: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra».
Non possiamo sognare di vivere al riparo dagli sconvolgimenti che segnano il tempo; non resiste più nulla alla nostra devastazione del pianeta. Ma il linguaggio è forse prioritariamente simbolico e ci porta alle nostre paure quotidiane per il venir meno di alcune coordinate di vita: l’amore stabile e fedele, il lavoro degnamente remunerato e tutelato, la salute protetta, l’ambiente rispettato, le nuove generazioni protette da mortiferi sbandamenti, la politica dalla faccia pulita, la comunità cristiana testimone di fede evangelica e di vita controcorrente.
Torna la domanda: «Come stare dentro questa nostra storia di oggi e di domani?». Ed eventualmente: «Come starci dentro da cristiani?».
Io sono in preda alle mie ansie, depressioni, inquietudini che mi paralizzano. E questo è già un lento morire perché mi avvito su me stesso in pensieri negativi. E così non vado da nessuna parte. Luca ci mette sull’avviso: “State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita”. C’è il pericolo dell’appesantirsi del cuore: farsi una corazza, per non vedere, per non soffrire. Lasciarsi anestetizzare e assuefare. Così si diventa miopi, ci si appiattisce sul presente e sulle proprie cose. E così finisce anche che le cose ci piombino addosso improvvise: “Quel giorno non vi piombi addosso improvviso”.
Siate vigilanti, dice il Vangelo, decifrate il tempo, interpretate ciò che sta affacciandosi all’orizzonte. E state nella vostra storia positivamente con responsabilità, con speranza e non da rassegnati, aggiunge Luca: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo perché la vostra liberazione è vicina”.
In piedi e a testa alta, perché la liberazione è vicina, anzi è già iniziata, da quando sul ramo secco della storia è germogliato, se vogliamo stare all’immagine del profeta Geremia, un germoglio di giustizia, Gesù di Nazaret.
È questo l’atteggiamento dei credenti di oggi: non il mugugno, non il lamento, non il disfattismo! Così come faceva Gesù. Lui dimostrava che il Regno di Dio si era fatto vicino raddrizzando una  donna curva (Lc 13,11). La voleva eretta e in cammino. Così Dio vuole le sue creature, fatte a sua immagine e somiglianza.
Il tempo di Avvento ci invita a impegnarci, per quanto ci è possibile, a raddrizzare la nostra storia secondo la giustizia di Dio: “Il Signore – dice la Bibbia – è nostra giustizia“. Non sul modello delle nostre giustizie. Troppo spesso cerchiamo ciò che è giusto per noi e non ciò che è giusto per gli altri, difendiamo i nostri diritti e non i diritti degli altri. L’invito è a operare secondo la giustizia di Dio. Si dice che Lutero,  a chi gli chiedeva: “Che cosa faresti tu se sapessi che domani il mondo andrà in rovina?”, rispose: “Pianterei anche oggi un melo”.
La nostra storia, quella di ciascuno e quella di tutti era incominciata in principio così: “Dio disse «Adamo, Uomo, dove sei?». E noi da allora continuiamo a rispondere: «Mi sono nascosto perché sono nudo». La domanda di Dio non è domanda di un giudice inquisitore, ma di un Padre che ci cerca curioso e affettuoso.  L’avvento che incominciamo oggi è un tempo per riascoltare quella domanda dolce: «Dove sei?» rivolta a me, a noi, gente che si perde nel folto dei sensi di colpa, dei fallimenti, delle infedeltà, delle angosce. L’Avvento è un tempo per riascoltare il fruscio dei passi di un Padre che ci viene incontro tenendo per mano il Suo Figlio, il figlio dell’uomo, il vivente, il risorto.
Il vangelo di oggi è costituito da due frammenti presi dal capitolo 21 di Luca. Al centro di questi due frammenti sembra che Luca metta l’annuncio più importante: Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande .Il vedere (greco: horaô ) qui è lo scrutare nella fede. Praticamente ciò che già stiamo cercando di fare in questa celebrazione.
Mi fermerò però su una parola del secondo frammento del Vangelo: Quando cominceranno ad accadere queste cose, alza­tevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipa­zioni, ubriacature e affanni della vita …. Vegliate pregando in ogni momento, perché abbiate la forza di sfug­gire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio del­l’uomo».
Vegliate pregando. Spesso gli evangelisti (Es Marco 13:35) usano, nella loro lingua greca, il verbo grêgoreô per dire VEGLIATE. Qui Luca usa il verbo agrypnéo, che letteralmente significa avere quel sonno leggero, pronto ad interrompersi al minimo rumore, quando vi è un segnale di peri­colo; è il sonno che è richiesto ai pastori quando custodiscono il gregge. Si potrebbe paragonare al riposo dei genitori quando un bambino è amma­lato: sembrano dormire, ma in realtà sono prontissimi a risve­gliarsi al suo minimo lamento del figlio. Per vegliare così, senza ca­dere nel sonno profondo (quello provocato dalle distrazioni, ubriacature, affanni), bisogna pregare. Vegliate pregando in  ogni momento.
Luca ci indica che questa veglia orante ci darà la forza per at­traversare il tempo della prova nella fedeltà, il tempo del dolore nella resistenza e il tempo della gioia nella gratitudine.
E il Salmo 25 ci conferma ciò di cui abbiamo bisogno: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri”. Paolo ci ha offerto indicazioni concrete: “il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti” (1Tess 3,12-13).
Proprio come fa pregare la colletta: “Padre santo, che mantieni nei secoli le tue promesse, rialza il capo dell’umanità oppressa da tanti mali e apri i nostri cuori alla speranza, perché attendiamo vigilanti la venuta gloriosa del Cristo”.