1 febbraio 2026. Domenica 4a ord
BEATO GESU’ E CHI E’ COME LUI.

4° domenica A

Preghiamo.
O Dio, che hai promesso ai poveri e agli umili la gioia del tuo regno, fa’ che la Chiesa non si lasci sedurre dalle potenze del mondo, ma a somiglianza dei piccoli del Vangelo, segua con fiducia il suo sposo e Signore, per sperimentare la forza del tuo Spirito. Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Sofonia 2,3; 3,12-13
Cercate il Signore voi tutti, poveri della terra, che eseguite i suoi ordini, cercate la giustizia, cercate l’umiltà; forse potrete trovarvi al riparo nel giorno dell’ira del Signore. «Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero». Confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele. Non commetteranno più iniquità e non proferiranno menzogna; non si troverà più nella loro bocca una lingua fraudolenta. Potranno pascolare e riposare senza che alcuno li molesti.
Sal 145  Beati i poveri in spirito.
Il Signore rimane fedele per sempre,
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.
Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.
Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 1,26-31
Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio. Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.
Dal Vangelo secondo Matteo 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:«Beati i poveri in spirito,perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

UN DOLCE INDIGESTO. Don Augusto Fontana

«Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza» (Apocalisse 10, 10).
Belle da vedere, ma troppo care. Ho visitato la Mostra dell’antiquariato. Con me c’erano migliaia di persone. Tutte come me: curiose e golose di oggetti troppo lontani dalle reali possibilità di acquisto. Solo il Dott. Ferranti ha acquistato un cassettone del ‘700. Beato lui. Ieri ho rivisitato le Beatitudini. Un prezioso pezzo d’archeologia religiosa, bello come un vaso etrusco istoriato. Suor Teresa di Calcutta se l’è potuto godere, beata lei. Davanti alle Beatitudini mi prende questo godimento estetico, come davanti ad un Mistero che mi attrae, ad un “dover essere” che ci renderebbe felici tutti. Ma insieme all’adesione emotiva arriva anche l’opaca malinconia di chi sa di essere dotato di ali ma non può volare. Il corpo è appesantito dal becchime garantito. Come le galline. «Chi mi darà ali come di colomba, per volare e trovare riposo? Signore, all’ombra delle tue ali troverò riparo»[1].
I clienti di Dio. Gesù dice: «Avanti chi sta piangendo e chi ha fame! Lì a destra quelli che sono stati picchiati! Qui al centro, quelli che hanno zaini e borse troppo pesanti! Tutti gli altri, in fondo! Verrà anche il loro turno». Le Beatitudini narrano l’utopia realizzata nella vita di Gesù prima che essere un codice di comportamento per l’uomo/discepolo.
Per chi, le Beatitudini? Un profilo alternativo di vita oltre che di fede. Per chi? Per una radicale conversione della struttura politica? Per una conversione della sfera privata? E’ certo, in ogni modo, che la comunità cristiana è chiamata ad essere il luogo in cui “fin d’ora” si compiono le promesse messianiche ed escatologiche, diventando strumento credibile della buona notizia che Dio ama prima di tutto i più deboli fra noi[2]. L’Indice di Percezione della Corruzione, elaborato annualmente da Transparency International, assegna un punteggio a 180 Paesi e territori di tutto il mondo in base alla percezione della corruzione nel settore pubblico. Il punteggio finale è determinato in base ad una scala che va da 0 (alto livello di corruzione percepita) a 100 (basso livello di corruzione percepita); l’Italia risulta al 52° posto nel mondo. Il nostro Paese non si scrolla di dosso la parte di Cenerentola europea della corruzione.  I risultati non sono molto lusinghieri. Ciò, ed altro, contraddice nella pratica quanto la Lumen Gentium (n.31) raccomandava ai cristiani: «dare testimonianza che il mondo non può essere trasformato senza lo spirito delle beatitudini».  Celebrare il volto di Dio nelle Beatitudini non può che portarci a discernere sapienze e insipienze della nostra vita. La Regula  pastoralis di S. Gregorio Magno (590-604) sembra la prima enciclica sociale: «Quando diamo ai miseri le cose indispensabili, non facciamo ad essi donazione: restituiamo semplicemente ciò che è loro. E noi compiamo più un dovere che un atto di carità».
«Oggi si è compiuta la promessa».
L’evento Pasquale e la persona di Gesù sono i due chiodi a cui sono appese le Beatitudini.  Si possono capire solo stando seduti sulla pietra ribaltata del sepolcro o partecipando alla divina irregolarità della vita di Gesù.  Annunciano ciò che è, ma non-ancora; ciò che sarà, ma già-ora. Sulla bocca di Gesù le Beatitudini sono la proclamazione messianica che il Regno di Dio è arrivato con Lui. Ricordiamo il fatto della Sinagoga di Nazaret: “Oggi si è compiuta la promessa dei profeti”. Il tempo messianico è il tempo dei poveri, degli affamati, dei perseguitati, degli inutili; è il tempo della paradossalità delle situazioni. L’accento è posto sulla gioia. Gesù non solo ha proclamato le beatitudini, ma le ha vissute. A Lui Dio ha dato il Suo Regno, Lui è stato mite, misericordioso…Lui ha cercato gli ammalati e gli impuri.
La meditazione Matteo.
Il confronto tra le Beatitudini della versione di Matteo e quella di Luca è inevitabile. Nella redazione di Luca i destinatari del discorso di Gesù non sono solo i discepoli, ma anche le folle. Il tono è più coinvolgente e personale (Beati voi…). Si elencano semplicemente poveri, piangenti, affamati, senza aggiungere le specificazioni di Matteo (poveri nello spirito, affamati di giustizia) che sembrano orientare verso atteggiamenti spirituali e morali più che a condizioni sociali di fatto. L’elenco delle categorie dei clienti di Dio vengono ridotte ed accorpate. Infine Luca pone, accanto alle beatitudini,  i guai che danno al suo discorso un tono drastico e radicale (Guai a voi…) ma che potrebbero indicare un lamento: “Ahimè per voi che…!”.
Beato: evoca la sensazione di benessere a seguito della benedizione di Dio. Il termine ebraico usato da Gesù è quasi intraducibile in lingua italiana se non ricorrendo ad una serie di parole. Fortunato: suggerisce l’idea di un colpo di fortuna, di qualcosa di bello che ci capita senza aver fatto molto per guadagnarcela. Felice: quando sopraggiunge la felicità, l’uomo si sente coinvolto in modo dirompente e duraturo fin nelle ossa. L’ebreo André Chouraqui nella radice del termine ebraico ashré scopre l’appello a camminare e quindi traduce “En marche! In cammino! Venite avanti!».
Tre Beatitudini riguardano situazioni sociali di tutti e la quarta riguarda i discepoli (perseguitati).
Poveri. Luca per indicare la parola “povero” usa il termine greco “ptocòs” che indica i mendicanti, coloro che fanno gesti di implorazione e sono rannicchiati. Il termine non descrive solo una situazione nata dal destino, ma anche quella creata da altri. I poveri, allora, sono “gli impoveriti”, i piangenti sono “quelli che vengono fatti piangere”, gli affamati sono “quelli derubati del cibo di sopravvivenza”. Dunque, il Gesù di Luca non guarda se questi poveri sono buoni o cattivi, religiosi o bestemmiatori, puri o sporcaccioni: Dio si intenerisce per il semplice fatto della loro situazione oggettiva, al di sopra di ogni valutazione etica. «Non darmi povertà nè ricchezza. Nutrimi con il pane quotidiano, perchè non vorrei, per troppa sazietà, diventare infedele e dire “Chi è il Signore?” oppure non vorrei, essendo povero, andare a rubare e maledire il nome del Signore»[3].
Afflitti. L’evangelo non beatifica i piagnoni e i narcisisti che si piangono sull’ombelico. In Siracide 38,16-23 (da leggere!) viene raccomandato di non lasciarsi vincere dal dolore. Dio consola quelli che fanno cordoglio, quelli che sanno appassionarsi seriamente alla vita ed agli altri, quelli che cancellano il riso beota dalle labbra e la futilità dallo sguardo. L’afflitto è colui che, come Gesù, sa rivolgere a Dio “preghiere e suppliche accompagnate da forti lacrime e grida“(Ebrei 5,7). Afflitto è colui che “nell’andare getta le sementi e cammina piangendo, ma nel tornare canta festoso e porta a casa il raccolto“(salmo 126): sono coloro che “sanno sognare”. Afflitti sono quelli che cercano prima di tutto e appassionatamente il Regno di Dio. Afflitti sono anche quelli che noi affliggiamo.
Gli affamati sono anche quelli che hanno appetito della Parola di Dio (Amos 8,11-12). Ai poveri non viene detto di farsi giustizia da soli, ma si afferma che ad essi appartiene il Regno. Ma proprio da ciò scaturisce il loro diritto: poichè sono amati da Dio e appartengono al Regno, sono radicalmente ingiuste le emarginazioni. E’ un invito a mettersi dalla loro parte, tendere ad una semplicità di vita abbandonata alla benevolenza di Dio ed alla generosità conviviale[4]. Il salmo 37 è un ottimo riferimento per pregare sulle beatitudini. E’ un appello caloroso ai diseredati a restare sempre dalla parte di Dio e della giustizia, a non invidiare gli empi.
Le beatitudini, però, non sono un narcotico iniettato nella carne viva dei poveri. Al profilo della santità appartiene anche la non-violenza attiva:  Paulo Freire[5] aveva illustrato il tranello in cui possono cadere gli indeboliti: “ospitare” in se stessi l’oppressore, desiderare di assomigliargli. Vogliono la riforma agraria non per liberarsi, ma per divenire forse padroni di nuovi servi: «Per poco non inciampavano i miei piedi perché ho invidiato i prepotenti vedendo la loro fortuna»[6].
Beati i perseguitati dalle Tue parole.
Siamo in condizione di peccato permanente e strutturale ed il radicalismo cristiano non appartiene alla nostra condizione di vita. Forse siamo solo capaci di piccoli gesti, di conati di vita nuova, di balbettii incipienti, di umili assaggi, di “mordi e fuggi”. Eppure anche a questi siamo chiamati.


[1] Salmo  54, 7; 60, 5
[2] Gerhard Kohfink Per chi vale il discorso della montagna?, Querinina , Brescia, 1990.
[3] Libro dei Proverbi 30, 8-9.
[4] Atti 2, 42-47; 4, 32-35.
[5] P. Freire La pedagogia degli oppressi Mondadori.§
[6] Salmo 73, 2-3




25 gennaio 2026. 3a Domenica ord
LA MIA GALILEA

 3a domenica tempo ordinario

Preghiamo. O Dio, che hai fondato la tua Chiesa  sulla fede degli apostoli, fa’ che le nostre comunità, illuminate dalla tua parola e unite nel vincolo del tuo amore, diventino segno di salvezza e di speranza per tutti coloro che dalle tenebre anelano alla luce. Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 8,23b-9,3
In passato il Signore umiliò la terra di Zàbulon e la terra di Nèftali, ma in futuro renderà gloriosa la via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti. Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda. Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Mádian.
Salmo 27(26)  Il Signore è mia luce e mia salvezza.
Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore?
Il Signore è difesa della mia vita: di chi avrò paura?
Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita,
per contemplare la bellezza del Signore e ammirare il suo santuario.
Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 1,10-13.17
Vi esorto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «Io invece di Cefa», «E io di Cristo».  È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo?  Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.
Dal Vangelo secondo Matteo 4,12-23
Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a annunciare {kêrussô} e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando {kêrussô}il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

LA MIA GALILEA. Don Augusto Fontana

La prima lettura è stata scelta per una coincidenza stretta con il Vangelo nell’allusione geografica alla zona di Zabulon e Neftali, zone limitrofe d’Israele, nella quale Gesù si stabilisce e dove inizia la sua attività pubblica. Zabulon e Neftali sono i nomi di due tribù settentrionali deportate in Assiria  dopo l’occupazione di Tiglat-Pileser III nel secolo VIII a.C. al tempo del profeta Isaia; i nomi erano passati dalle tribù alla terra che occupavano. Furono regioni-simbolo di una shoah, di un olocausto. Il territorio coincideva con la Galilea, regione a ridosso dei pagani, caratterizzata da una popolazione mista di ebrei e pagani che non poteva garantire una vita del tutto corrispondente alla legge di Mosé. La diffidenza e il disprezzo era un sentimento diffuso negli abitanti di Giuda e di Gerusalemme verso la Galilea delle genti. Ancora oggi descrivono simbolicamente il fatto che anche noi abitiamo una terra di iniquità. «Siamo barbari, tutti. Che cosa è il peccato originale se non il fatto che nasciamo tutti cattivi? Non si nasce mai noi stessi; nascendo entriamo in una condizione di schiavitù che consiste nell’insieme di relazioni che un neonato contrae nascendo in una famiglia, in un sistema di rapporti. Senza che lo voglia, il peccato lo occupa, l’ingiustizia e l’abuso lo allattano. Noi siamo in una condizione di malattia, le tenebre ci coprono, e più scendiamo alle radici di noi stessi, più sentiamo che viviamo immersi nelle tenebre, ma in noi c’è la tendenza verso la ricerca della luce. Abbiamo dentro di noi una sete appassionata di vita»[1].
Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce: «Anche se non riesci a trovare Zabulon, Neftali e Madian su un atlante biblico, non crucciarti. È importante sapere dove ti trovi tu. Ciò che risulta essenziale è guardare nella direzione giusta per cogliere l’occasione di luce e di liberazione che ti viene offerta. Certo, devi desiderare di venire fuori dalla gabbia in cui sbatti inutilmente le ali, dalla zona d’ombra in cui ti sei sistemato. Insomma, il paese di Zabulon e di Neftali è quello da cui si vuol venire fuori»[2].
 Gesù inizia la sua missione non dal Vaticano.
L’evangelista sembra far notare che Gesù non iniziò quando volle, ma quando vide che avevano “consegnato” (arrestato) Giovanni. Gesù reagisce di fronte ai fatti della storia che lo circonda. Non compie una missione già programmata preventivamente e indifferente a ciò che succede. Queste annotazioni (“si ritirò nella Galilea e venne ad abitare a Cafarnao”) non obbediscono a un semplice desiderio di precisazione geografica, ma riporta un fatto che senza dubbio costituì, per le attese religiose del tempo, una sorpresa, se non uno scandalo. Difatti era logico aspettarsi che l’annuncio messianico partisse dal cuore del giudaismo, cioè da Gerusalemme, e invece partì da una regione periferica, generalmente disprezzata e ritenuta contaminata dal paganesimo (“Galilea delle genti“). Tanto è vero che Matteo sente il bisogno di spiegare questa scelta di Gesù, citando per esteso un passo del profeta Isaia (prima lettura di oggi). «Una bella lezione alle comunità cristiane di tutti tempi, quando per i più svariati motivi rischiano di chiudersi in qualunque tipo di orgoglioso esclusivismo e autosufficienza. Dio è l’Inaspettato, il Sorprendente, e il suo modo di operare è spesso imprevedibile, capace di luminosa fantasia. Matteo lo aveva già fatto intendere scrivendo la genealogia di Gesù dove appaiono delle donne non giudee o poco raccomandabili (Matteo 1,1-17: Racab, Tamar, Rut, Betsabea). Anche nella narrazione della sua nascita appariva stridente il contrasto fra gli adoranti Maghi che giungono dall’oriente e il turbamento di “tutta Gerusalemme” (2,4)»[3]. Ora, alla fine della prima parte del Vangelo di Matteo, ritroviamo i pagani (4,15), inconsapevoli protagonisti del diffondersi della buona notizia a Israele e a tutta l’umanità.
Il contenuto, il tono dominante della predicazione di Gesù è la venuta del Regno di Dio, come buona notizia che invita al cambiamento: “cambiate la vostra vita e il vostro cuore perché è vicino il Regno dei cieli ” come traduce la Bibbia Latinoamericana (“cambien su vida y su corazòn porque està cerca el Reino de los cielos” Mt 4,17).
Qui c’è una doppia direzione: bisogna cambiare (convertirsi) “perché” viene il Regno di Dio, e anche bisogna cambiare “affinché” venga il Regno di Dio, per rendere possibile che venga, perché cambiando già viene questo Regno. Sono le due dimensioni: attiva e passiva, recettiva e provocatoria, di contemplazione e di fatica.
E il suo appello raggiunge gli uomini nel loro ambiente ordinario, nel loro posto di lavoro. Nessuna cornice “sacra” per la chiamata dei primi discepoli, ma lo scenario del lago e lo sfondo della dura vita quotidiana. Anzi, a volte sembra voglia sorprenderci chiamando in momenti poco propizi, quando più si è affaccendati a fare altro: qui con le reti, altrove, per il pubblicano Matteo, quando sta contando i soldi (Mt.9,9), per Paolo mentre sta andando a perseguitare i cristiani (Atti 9,1). La conversione è sempre una sfida a riconoscere il primato della propria appartenenza al Signore in mezzo alle mille occupazioni della vita. La sensibilità verso tutto ciò che è straordinario e miracoloso conduce molti a collocare l’esperienza di Dio fuori dalla vita quotidiana. Certo la vita quotidiana ha una sua complessità. Il lavoro, lo studio, lo svago, i figli e gli acquisti impegnano significativamente il tempo. Le persone sperimentano la complessità delle cose nelle quali sono coinvolte e ritagliano alcuni tempi, più o meno estesi, da dedicare al bisogno religioso ancora presenti in loro. Ritenere la quotidianità come luogo per accorgersi della presenza del Signore, diventa un’impresa ardua, eppure il Vangelo afferma che l’incontro di Gesù con i primi apostoli avviene mentre questi stavano pescando o aggiustando le reti. Conseguentemente nella nostra società occidentale, che ha assunto percorsi profondamente complessi, va ancora affermata la capacità del Signore di raggiungere le persone nel loro vissuto.
Nel racconto emergono due tratti: la condivisione (il discepolo è chiamato a condividere la via del Maestro: “Seguimi”) e il distacco (“e subito lasciarono le reti”).
Ma i tratti essenziali – che già definiscono compiutamente la figura del discepolo – sono quattro.
Primo: la centralità di Gesù. Sua è l’iniziativa (vide, disse loro, li chiamò): non siamo noi che ci proclamiamo discepoli, ma è Gesù che ci trasforma in discepoli. E ancora: il discepolo non è chiamato a impossessarsi di una dottrina, ma a solidarizzare con una persona (“seguitemi”). Dice il monaco Enzo Bianchi: «…il cristia­nesimo ha vissuto su una ambiguità, quella di “essere” cristiani senza doverlo “diventare”, di essere pratican­te senza vivere veramente un cammino di fede personale. La coincidenza fra fede e società non esiste più, e la nuova situazio­ne di minoranza dei cristiani è una chance per manifestare che la loro fede è vissuta nella libertà e per amore»[4].
Secondo: la sequela di Gesù esige un profondo ri-orientamento. Le chiamate di Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni sono costruite secondo la medesima struttura e sostanzialmente secondo lo stesso vocabolario. C’è però una differenza non trascurabile: nel primo racconto si dice che “lasciarono le reti” e nel secondo che “lasciarono la barca e il padre”. C’è dunque un crescendo: dal mestiere alla famiglia. Il mestiere rappresenta la sicurezza e l’identità sociale. Il padre rappresenta le proprie radici. Tuttavia, questo ri-orientamento a Cristo, prima che una serie di cose da fare, appare come l’orizzonte in cui vivere la nostra vita. Questa distinzione mi pare importante; diversamente vorrebbe dire che la sua chiamata obbligherebbe tutti a ritirarsi dal mondo, esentarsi dal lavoro e dalla famiglia per diventare tutti preti, monaci o suore. La domanda valida per tutti, laici compresi, è questa: «mentre sto vivendo la mia vita lavorativa e familiare, Gesù è l’orizzonte della mia vita quotidiana a cui continuo a fare riferimento affinché condizioni la mia mentalità e influisca sulle mie scelte?». Già basterebbe quanto indica Enzo Bianchi nella citata intervista: «…il cristianesimo ha stabilito tre rotture: fra il sangue e la famiglia, fra la terra e la patria, fra il tempio e la religione. Queste tre rotture impediscono ai cristiani di essere fondamentalisti, nazionalisti e uniformi».
Terzo: la sequela è un cammino. A partire dall’appello di Gesù, essa si esprime con due movimenti (lasciare e seguire) che indicano uno spostamento del baricentro della vita. L’appello di Gesù non porta il discepolo in un luogo, ma lo pone in cammino. «Gesù non ha chiamato una volta sola sul lago di Galilea, è più corretto dire che lì ha cominciato a chiamare e il suo invito da allora continua ad essere ripetuto in ogni tempo e luogo»[5].
Quarto: la sequela è missione. Due sono le coordinate del discepolo: la comunione con Cristo (“seguitemi”) e la corsa verso il mondo (“vi farò pescatori di uomini”). Gesù incammina i suoi discepoli sulle strade degli uomini.


[1] E. Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla
[2] Pronzato, Parola di Dio, commenti alle letture anno A,  Gribaudi editore.
[3] Servizio della Parola, n. 394, gennaio 2008
[4] Intervista a Enzo Bianchi, Priore del Monastero di Bose A cura di Jean-Marie Guénois per “ La Croix” ( ROCCA n. 02 – 15 gennaio 2008)
[5] Servizio della Parola, n. 394, gennaio 2008




18 gennaio 2026. 2a domenica ord
TESTIMONE CREDENTE CREDIBILE

Preghiamo. O Padre,  che in Cristo, agnello pasquale e luce delle genti, chiami tutti gli uomini a formare il popolo della nuova alleanza, conferma in noi la grazia del battesimo con la forza del tuo Spirito, perché tutta la nostra vita proclami il lieto annunzio del Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaìa 49,3.5-6
Il Signore mi ha detto: «Mio servo tu sei, Israele, sul quale manifesterò la mia gloria». Ora ha parlato il Signore, che mi ha plasmato suo servo dal seno materno per ricondurre a lui Giacobbe e a lui riunire Israele – poiché ero stato onorato dal Signore e Dio era stato la mia forza –  e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo per restaurare le tribù di Giacobbe e ricondurre i superstiti d’Israele. Io ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra».
Salmo 40 ( 39)  Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio.
Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».
«Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo».
Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 1,1-3
Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!
Dal Vangelo secondo Giovanni 1,29-34
In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».  Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

 CREDENTE CREDIBILE: CI METTO LA FACCIA. Don Augusto Fontana

Servo e testimone: due parole (e due ruoli) affascinanti e complicate. Parole e ruoli per gente dal palato forte in tempi di fuggi-fuggi generale, in tempi di “io faccio i fatti miei”.
Alcune volte nella vita mi è capitato di bazzicare per tribunali, chiamato da giudici che mi volevano ascoltare in qualità di “testimone”. Una scocciatura. Ma anche un’opportunità sociale e umana. Che mi pare rappresenti bene la mia vocazione cristiana/battesimale a metterci la faccia.
Poca roba di fronte a chi ci ha messo non solo la faccia, ma anche la vita.
La Ong Porte aperte (https://www.porteaperteitalia.org/persecuzione/_wwlist/) pubblica annualmente una relazione documentata sulla “persecuzione” dei cristiani. Dall’ottobre 2024 al settembre 2025: Cristiani perseguitati nel mondo oltre 388 milioni; Cristiani uccisi: 4.849; Chiese ed edifici connessi attaccati o chiusi: 3.632; Cristiani arrestati senza processo, incarcerati: 4.712; Cristiani rapiti :3.302. Non numeri ma persone e storie e lacrime e paure e dolore.
Papa Francesco durante l’Angelus del 23 giugno 2013 aveva detto: « Oggi abbiamo più martiri che nei primi secoli! Ma c’è anche il martirio quotidiano, che non comporta la morte ma anch’esso è un “perdere la vita” per Cristo, compiendo il proprio dovere con amore, secondo la logica di Gesù, la logica del dono, del sacrificio. Quanti papà e mamme ogni giorno mettono in pratica la loro fede offrendo concretamente la propria vita per il bene della famiglia! Quanti sacerdoti, frati, suore svolgono con generosità il loro servizio per il regno di Dio! Quanti giovani rinunciano ai propri interessi per dedicarsi ai bambini, ai disabili, agli anziani… Vedo che tra voi ci sono tanti giovani; vi dico: non abbiate paura di andare controcorrente, quando ti vogliono rubare la speranza, quando ti propongono questi valori che sono valori avariati; quando un pasto è andato a male ci fa male, invece bisogna andare controcorrente e avere questa fierezza di andare proprio controcorrente».
 SERVO.
Il brano profetico di Isaia è uno dei cinque inni sul servo di Dio presenti nel Libro di Isaia.  Il “servo” parla in prima persona e riporta due rivelazioni di Dio.
La prima
: «Tu sei il mio servo, nel quale manifesterò la mia gloria». Il termine ‘servo’ qui non ha una con­notazione servile. Indica invece il ruolo di autorevole collaboratore, di vice-ministro. Può darsi che anche Luca, quando mette in bocca a Maria la frase «Eccomi, sono la serva del Signore», abbia in mente non l’immagine di una schiava stracciona, ma quella di “diacono” o “ministro”.
La seconda
parola (Io ti renderò luce delle nazioni) precisa la missione alla quale Dio chia­ma il servo: ricostrui­re il popolo ebraico disperso in esilio e portare la parola di Dio ai non-giudei affinché an­ch’essi possano beneficiare della salvezza.
AGNELLO.
Il significato cristologico del simbolo «agnello di Dio», che per la comunità cristiana giovannea poteva essere trasparente, per noi oggi è estraneo e rischia d’evocare delle immagini per lo meno ambigue. Per esempio: la giustificazione di un certo vittimismo rassegnato e passivo dei cristiani, un certo pacifismo fatto passare per non-violenza, un irenismo dimissionario e inconcludente.
Vi è attualmente un accordo sostanziale nel ritenere che in questa espressione convergono due tradizioni bibliche: quella del Servo del Signore, di cui parla il quarto canto di Isaia, e quella dell’agnello pasquale, memoriale della liberazione del popolo dall’Egitto. Nell’interpretazione giudaica il tema dell’agnello pasquale e quello del servo del Signore tendono a identificarsi.
Può suonare anche incomprensibile, oggi, la frase: “toglie il peccato del mondo”.
Il verbo greco “airô” usato da Giovanni può essere tradotto con “portare su di sé” o “togliere”. La vulgata latina traduce con “tollere” che ha sempre il doppio significato di “prendere su di sé” o “portar via”.  L’Agnello di Dio «toglie (porta) il peccato del mondo» non come un gesto magico che passa sopra la libertà dell’uomo, quasi asportandogli l’ascesso canceroso della colpa, mentre l’uomo giace sotto anestesia. No, l’agnello toglie il peccato dell’uomo portandone le distorsioni e le ferite, entrando nel dramma della libertà che implode su di sé; e mentre porta queste piaghe le riconcilia dal di dentro non togliendole nel modo con cui si lava una macchia, ma restituendo all’uomo la sua capacità di relazione. Per questo il peccato non è ‘tolto’ senza di noi, ma con noi, donandoci la nostra identità filiale e fraterna. Il peccato sembra rimanere, ma nella misura in cui gli uomini e le donne si lasciano trasfigurare dallo Spirito, riprendendo la loro identità filiale e fraterna, il male nel mondo è sconfitto, ha i giorni contati!
 EVANGELIZZATORI O TESTIMONI?
La pagina del Vangelo secondo Giovanni è focalizzata attorno al motivo della testimonianza.
Se si leggesse tutto il brano di Giovanni 1,19-51 ci capiterebbe di raccogliere una cascata di testimonianze a favore di Gesù. I testimoni che sfilano su un immaginario palcoscenico sono il Battista, Andrea, Filippo, Natanaele. Le loro voci si incalzano completandosi: Ecco l’agnello di Dio…. Colui che battezza nello Spirito santo… L’Eletto di Dio… Il messia… Il figlio di Dio… il re d’Israele…In chiusura, come punto culminante, troveremmo la testimonianza di Gesù: «Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il figlio dell’uomo».
Il primo anello della catena di testimoni è comunque la parola di Giovanni Battista. Aveva fatto la sua deposizione davanti alla delegazione ufficiale inviata da Gerusalemme, escludendo decisamente di essere il Messia e definendosi una voce. In realtà il messia era in mezzo a loro, ma da sconosciuto. Il giorno dopo, vedendolo venirgli incontro, lo può indicare come l’agnello di Dio che (porta) toglie il peccato del mondo. Le allusioni possibili sono all’agnello pasquale di Es. 12,1-28, oppure all’agnello che ogni giorno era sacrificato nel tempio (Es. 29, 38-46), oppure ancora al servo di Dio, che nell’ultimo “Canto del Servo” viene appunto paragonato ad un agnello condotto al macello (Is. 53,7) e che soffre per l’espiazione dei peccati del popolo (Is. 53,4-6.8.10-11).
In conclusione, non mi sembra inutile richiamare l’attenzione su una prospettiva caratteristica del quarto Vangelo. Intendo riferirmi al motivo del giudizio; nella coscienza di ogni uomo si compie un processo. Al suo centro c’è Gesù che ci interpella per una risposta di fede. Non c’è scampo: decidersi per lui o contro di lui significa decidersi per una vita vitale o per una vita spenta e insignificante (morte). La fede cristiana porta in sé il carattere di una drammatica decisione di fronte all’imputato Cristo.
La comunità cristiana non può sfuggire al suo gravissimo compito di testimonianza. Lo potrà compiere con credibilità alla condizione di aver fatto esperienza personale di Cristo nella fede e nell’amore: «Ciò che era dall’inizio, ciò che abbiamo ascoltato, ciò che abbiamo visto con i nostri occhi, ciò che abbiamo contemplato, ciò che le nostre mani hanno toccato della Parola di vita ….ciò che noi abbiamo visto e udito ve l’annunciamo» (1  Lettera di Giovanni 1,1-3).
«L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». (Paolo VI, Discorso al Pontificio Consiglio per i laici del 2 ottobre 1974 e Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, n. 41).
I temi e i problemi della «nuova evangelizzazione», sono oggi prevalenti nella Chiesa, almeno a livello di documenti ufficiali. Da ogni parte si fanno programmi per rendere concreta questa «missione».
I testi biblici di questa domenica orientano la riflessione più nella direzione della «testimonianza» che in quella della evangelizzazione. Gli esegeti hanno notato che il vocabolario della evangelizzazione abbonda negli scritti più antichi del Nuovo Testamento, mentre quello della testimonianza prevale negli scritti più recenti, fra i quali quelli giovannei. Ciò corrisponde a una mutata situazione delle comunità ma anche a un diverso atteggiamento di queste nei confronti dell’ambiente circostante. La fede non ha più l’ardore e l’ardire della conquista missionaria, ma conserva la forza tenace dell’irraggiamento, del fascino attrattivo.
Come si spiega la documentata primitiva diffusione della fede cristiana nelle città e lungo le vie dei traffici e del commercio? Storicamente il fattore più importante della diffusione del cristianesimo era costituito dai contatti personali, ove tutto dipendeva dalla qualità di vita presso i credenti. La chiesa non aveva alcun programma missionario e non era preoccupata di sviluppare metodologie missionarie. Eppure cresceva di anno in anno. E’ sintomatico che il periodo post-apostolico e pre-costantiniano abbia conosciuto una diffusione della fede per «contagio attivo», con il metodo della «diffusione cellulare»; tutti i cristiani indipendentemente dal loro ruolo ecclesiastico, contribuiscono a questa diffusione. Ma senza ansietà e progetti di conquista e di proselitismo. Così la vita di quei cristiani è divenuta testimonianza irraggiante. Può essere utile – in questo tempo di attiva ricerca di modi per evangelizzare – riflettere su questa esperienza storica della chiesa giovane più preoccupata di vivere il vangelo con fedeltà che di diffonderlo.




11 gennaio 2026. EPIFANIA DI GESU’ NEL GIORDANO
IMMERSIONE

Preghiamo.
Padre d’immensa gloria, tu hai consacrato con potenza di Spirito Santo il tuo Verbo fatto uomo, e lo hai stabilito luce del mondo e alleanza di pace per tutti i popoli; concedi a noi che oggi celebriamo il mistero del suo battesimo nel Giordano, di vivere come fedeli imitatori del tuo Figlio prediletto, in cui il tuo amore si compiace. Egli è Dio, e vive e regna con te e con lo Spirito santo per tutti i secoli dei secoli. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 42,1-4.6-7.
Così dice il Signore: «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta; proclamerà il diritto con verità. Non verrà meno e non si abbatterà, finché non avrà stabilito il diritto sulla terra, e le isole attendono il suo insegnamento. Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia e ti ho preso per mano; ti ho formato e ti ho stabilito come alleanza del popolo e luce delle nazioni, perché tu apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire dal carcere i prigionieri, dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».
 Salmo 29(28).  Il Signore benedirà il suo popolo con la pace.
Date al Signore, figli di Dio, date al Signore gloria e potenza.
Date al Signore la gloria del suo nome, prostratevi al Signore nel suo atrio santo.
La voce del Signore è sopra le acque, il Signore sulle grandi acque.
La voce del Signore è forza, la voce del Signore è potenza.
Tuona il Dio della gloria, nel suo tempio tutti dicono: «Gloria!».
Il Signore è seduto sull’oceano del cielo, il Signore siede re per sempre.
 Dagli Atti degli Apostoli 10,34-38
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga. Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti.  Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».
Dal Vangelo secondo Matteo 3,13-17.
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

IMMERSIONE. Don Augusto Fontana

Scendere, attraversare, risalire. Immergersi (in ebraico: tsalál), saltare, passare oltre (in ebraico: pesah). Praticamente: Pasqua. Giovanni detto Battezzatore pur essendo figlio di sacerdote, rinuncia alla carriera ereditaria e se ne va nel deserto, lontano dal tempio e da Gerusalemme. Sceglie un luogo sulle sponde del Giordano da dove Giosuè aveva introdotto le tribù di Israele e l’Arca dell’Alleanza nella terra promessa dopo la fuga dall’Egitto (Giosuè 4,13.19). Lì Giovanni invitava la gente a immergersi nelle acque per rivivere il passaggio del Mare dei Giunchi (Esodo 13,18) e rivisitare le loro radici storiche e spirituali. Lì Gesù aveva partecipato al suo movimento di riforma, mettendosi in fila con i cercatori di fedeltà.
Ma il Battesimo vero di Gesù non fu quello ricevuto da Giovanni presso il Giordano, ma il suo passaggio da morte a sepoltura a risurrezione, nei giorni della sua Pasqua. Il suo vero Battesimo si chiama Pasqua o “Battesimo nello Spirito e nel fuoco” e qui al Giordano ne abbiamo solo un assaggio. Disse Giovanni Battezzatore (Mt 3,11) a futura memoria anche per noi: «Io vi battezzo soltanto con l’acqua, per spingervi a cambiar vita; ma dopo di me viene uno che vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco».
Due confronti[1].
La liturgia di oggi ci offre due possibili confronti.
Primo confronto. Basta accostare la figura del personaggio misterioso, tratteggiato da Isaia nel primo Canto del servo di Jahweh (prima let­tura), con quella di Cristo; e verificarne le coincidenze.
Isaia: «Così dice il Signore: “Ecco il mio servo/figlio che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio…Ho posto il mio spirito sopra di lui ».
Matteo: la voce misteriosa garantisce: «Questi è il Figlio/servo mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto…e vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui».
Dunque, in entrambi i casi, lo Spirito accompagna e sostiene il servo/figlio nella sua impresa. L’impresa non verrà realizzata con minacce, paura e castighi (come forse anche il Battista auspica e attende), ma con la dolcezza. Il servo «non alzerà il tono della voce» perché si rivolge alle coscienze delle persone e non alla piazza. Né si fa strada stritolando le realtà umane più fragili, ma rispettando colui che ha il passo malfermo; nessuna persona è buttata via come inutile: «Non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta». Ci pos­sono essere individui in crisi la cui fiamma non è robusta, spavalda, resistente. La speranza si è ri­dotta a un lucignolo il quale esala fumo sgradevole che raspa in gola, piuttosto che luce brillante. Eppure lo stoppino non viene schiacciato e la fiammella debole è protetta con delicatezza.  La sua si potrebbe definire come la «cultura del recupero». Pie­tro – nella seconda lettura – ricorda che Gesù è passato su questa terra «beneficando e liberando». Qui lo vediamo addirittura, sulle rive del Giordano, mettersi in fila con gli altri, uno qualsiasi, senza rivendicare il primo posto, e aspettare silenziosamente il proprio turno, senza rifugiarsi nella saletta speciale riservata ai vip. Su questo «ultimo tra gli ultimi» si posa la parola solenne di Dio: «Questi è il figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto».
Il secondo confronto è quello tra lo stile adottato da Gesù nell’ adempimento della propria missione e il nostro modo di interpretare la vocazione cristiana: anche in occasione del nostro battesimo, c’è stato Uno che ci ha chiamati, ci ha assegnato una missione. Se sovrapponiamo le due immagini, le dissomiglianze sono abbastanza vistose e ci regalano qualche benefico rimorso o qualche stimolo. E se qualcuno ci chiede di poter «vedere un cristiano», mettiamoci a cercare con lui. E guardiamoci attorno senza pre­clusioni. È probabile che troviamo dei cristiani là dove non avremmo sospettato. È capitato qualcosa del genere anche a Pietro, quando è en­trato in casa di Cornelio, un pagano, non circonciso, non giudeo. E non ha potuto trattenersi dal comunicare la sua scoperta sensazionale: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo apparten­ga, è a Lui accetto».
Forse «ora stiamo rendendoci conto» che essere discepoli non significa atteggiarci a maestri che pretendono indottrinare gli altri, ma presentarci come semplici scolari in attesa impa­ziente di essere ammaestrati da Dio, dalla sua parola, dalla sto­ria e da altri uomini.
Una moratoria dei Registri Parrocchiali.
Quando sarò Papa proclamerò dal balcone dei sacri palazzi, nel giorno della Festa del Battesimo di Gesù, una moratoria dei Registri Battesimali delle parrocchie. Disporrò che i Registri del Battesimo vengano sigillati per 5 anni, pena la scomunica automatica (detta latae sententiae) a tutti coloro che rilasciassero un certificato di Battesimo. Convocherò una Conferenza Stampa e immagino che i vaticanisti mi chiederanno: “E allora come faranno quelli che devono celebrare i sacramenti della cresima o del matrimonio?”. Ho già pronta la risposta: “Tranquilli! Dispongo che in ogni parrocchia si costituisca una “Commissione di valutazione” composta da colleghi di lavoro, madri, mariti, figli e membri della comunità parrocchiale e che vengano fatti gli “scrutini battesimali”. Basterà confrontare la pagina evangelica delle Beatitudini con la vita del richiedente: se le due cose dovessero risultare sovrapponibili, quello sarà il migliore e infallibile certificato che il tale è stato immerso nella morte e risurrezione di Gesù e trasfigurato dallo Spirito creatore e santificatore. Amen. Andate in pace”.
Prevedo che i teologi avranno da ridire e ne conosco già le rispettabili argomentazioni; so che ci sarà una pubblica protesta sotto le finestre del condominio di Via Giulia dove andrò ad abitare e che anche tu sarai tra i manifestanti. Sono certo che le lobby dei monsignori chiederà una dichiarazione medica di demenza. Resterò solo con il mio Signore, aprirò la Santa Scrittura alla Lettera di Paolo ai Romani cap. 6: «Vi siete dimenticati che il nostro battesimo unendoci a Cristo ci ha uniti alla sua morte? Per mezzo del battesimo che ci ha uniti alla sua morte, siamo dunque stati sepolti con lui, affinché, come Cristo è risuscitato dai morti mediante la potenza gloriosa del Padre, così anche noi vivessimo una nuova vita». Appunto! Vivere una nuova vita.
Ora sto rendendomi conto.
Ora anch’io «sto rendendomi conto» che il certificato di battesimo di Gesù è stata la voce del Padre che ha detto-bene di lui, lo ha «bene-detto». Dio mi bene-dice (in greco eu-loghein) quando può dire-bene di me. Voce che esce dalle pagine della Bibbia e parla nell’Assemblea liturgica e nella mia coscienza. Mi chiedo se anche di me può dire: «Questo è il figlio mio che io amo. Sono soddisfatto».
Ora anch’io «sto rendendomi conto» che il certificato di battesimo di Gesù è stata la voce della gente: «E la gente era piena di meraviglia perché vedeva che i muti incominciavano a parlare, gli storpi erano guariti, gli zoppi camminavano bene e i ciechi riacquistavano la vista. Allora tutti lodavano il Dio d’Israele» (Matteo 15,31). Mi chiedo se anche dove passo io il deserto fiorisce e tutti «lodano il Dio di Gesù Cristo». Il certificato di battesimo di Gesù fu (ed è) segno di contraddizione, di discussione, di crisi e non un neutro e insignificante attestato anagrafico: «I farisei e gli scribi mormoravano: “Costui riceve i peccatori e mangia con loro”» (Luca 15,2).  Il certificato cartaceo del mio battesimo non provoca quanto promessomi da Gesù come beata persecuzione: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi» (Matteo 5,11-12).
Ora anch’io «sto rendendomi conto» che il Signore mi ha lasciato in eredità un’indelebile certificazione del mio battesimo, non sostituibile con nessuna carta timbrata: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Matteo 5,16).

Confermo. Quando sarò Papa proclamerò una moratoria per 5 anni dei Registri battesimali.


[1] Rielaborazione da A.Pronzato, Parola di Dio, Commenti alle Letture, Anno A, Gribaudi editore




6 gennaio 2026. Epifania del Signore alle genti
FINE DI UN DIO TRIBALE

Epifania del Signore 

Dal libro del profeta Isaìa 60,1-6
Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti. Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Màdian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore.
Salmo 72 (71)  Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.
O Dio, affida al re il tuo diritto, al figlio di re la tua giustizia;
egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia e i tuoi poveri secondo il diritto.
Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace, finché non si spenga la luna.
E dòmini da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra.
I re di Tarsis[1] e delle isole portino tributi, i re di Sceba e Saba[2] offrano doni.
Tutti i re si prostrino a lui, lo servano tutte le genti.
Perché egli libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero e salvi la vita dei miseri.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 3,2-3a.5-6
Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero. Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.
 Dal Vangelo secondo Matteo 2,1-12
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente[3] a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.
ANNUNZIO DEL GIORNO DELLA PASQUA
 Fratelli carissimi, la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno.  Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza.
Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, che culminerà nella domenica di Pasqua il 5 aprile. In ogni domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte.
Dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi:  Le Ceneri, inizio della Quaresima, il 18 febbraio. L’Ascensione del Signore, il 17 maggio.  La Pentecoste, il 24 maggio.  La prima domenica di Avvento, il 29 novembre.
Anche nelle feste della santa Madre di Dio, degli apostoli, dei santi e nella commemorazione dei fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra proclama la Pasqua del suo Signore.
A Cristo che era, che è e che viene, Signore del tempo e della storia, lode perenne nei secoli dei secoli. Amen.

DALLA LEGGENDA ALL’INCANTO.   Don Augusto Fontana

«I magi non erano re e non erano tre; e non avevano offerto né oro, né incenso, né mirra…»; fu così che, da quella omelia, alcuni parrocchiani si defilarono per sempre. Chi osa toccare la leggenda, muore. La leggenda coccola gli appetiti fantastici, la profezia li turba.
Matteo ricopriva, nella sua comunità, quel ruolo che nella sinagoga veniva chiamato “Meturgheman”, colui che traduceva in dialetto aramaico il testo ebraico e ne dava spiegazioni. Matteo, mentre narra Gesù, sfoglia la Bibbia. È alla ricerca di pagine che lo aiutino a meditare sull’evento di Gesù “re dei giudei” rifiutato dai teologi della propria religione, dai poteri costituiti e misteriosamente accolto da pagani impuri e non circoncisi. Ne esce un racconto «molto leggendario, però ricchissimo di contenuti simbolici e prefigurativi»[4]. E ne nasce anche una festa liturgica che nelle mani del cattolicesimo occidentale si è un po’ sottosviluppata.
L’ex priore di Bose, Enzo Bianchi, commentava: «Per il cristianesimo orientale, il Natale è una festa piccola; la grande festa – che corrisponde al nostro Natale – è l’Epifania. Nel primo millennio l’Epifania celebrava, nell’unico giorno, la venuta dei magi, il Battesimo nel Giordano, le nozze di Cana, come dice ancora oggi l’antifona dei Vespri: «Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo…». Anche per la Chiesa del primo millennio l’importante della vita di Gesù è dal Battesimo in poi, perché il Battesimo è la manifestazione ad Israele, le Nozze di Cana la manifestazione ai discepoli, l’Epifania la manifestazione alle genti, ai popoli lontani. Queste tre grandi manifestazioni vengono incluse nell’ Epifania chiamata addirittura Teofania, cioè manifestazione di Dio»[5].
Fine di un Dio tribale.
Attorno a Gesù, Matteo mette in scena alcuni personaggi, chiamati màgoi (astrologi o osservatori del cielo stellato?) provenienti da non si sa dove. Certamente non sono giudei. La loro origine extra-comunitaria è chiara. Gli offrono la loro presenza. Ed anche i prodotti della loro tradizione e dei loro rituali; doni che hanno evocazioni e profumi misteriosamente cultuali, messianici, pasquali[6]. Ho il sospetto che non sempre gli sia gradito l’onore adorante che proviene dalla smagliante e siliconata società occidentale e cattolica; anzi, presumo che Lui preferisca che l’offertorio liturgico rovesci, sulle bianche tovaglie, arrugginiti spezzoni di lavoro, lacrimate piaghe purulente, dolci baci di amori fedeli o ricostruiti, bambole resuscitate dalle discariche delle favelas.
Una stella, poi, fa impazzire teologi, biblisti e astrologi, fa sognare uomini e donne dell’Oroscopo, emoziona coreografi di presepi, degni eredi dei mesopotamici che accoglievano il solstizio d’inverno e, forse, stelle comete, con 12 giorni di festeggiamenti. Tutti gli antichi credevano che quando nasceva un uomo si accendesse una stella. Anche gli israeliti avevano accolto la misteriosa profezia di un veggente pagano, Balaam: «Una stella spunta su Giacobbe, uno scettro(Messia) sorge da Israele»[7]. Occhi puntati, dunque, verso le tenebre della storia in attesa che il Messia ebreo vi tracciasse dentro la sua scia di vivaci speranze. La stella/simbolo appare, scompare, riappare, si sposta, si ferma; «perfino un antico commento latino osserva che qui Matteo sta esagerando. Evidentemente non sta parlando di una cometa o di un altro qualsiasi fenomeno astrologico. È come se parlasse di un angelo»[8]. È come se parlasse dei segni dei tempi, delle nostre tormentate coscienze, delle pagine scritte e non scritte dei nostri giornali. Ottant’anni anni dopo la morte/resurrezione di Gesù, la comunità ricorda che già nella casa (“casa” e non “grotta”) di quell’infanzia ecclesiale avevano incominciato a circolare stranieri inattesi (senza Bibbie o Encicliche in tasca) e doni provenienti da lontane tradizioni e rituali. Gesti e figure quotidiane capaci di essere elevate a simbolo di un’adorazione liturgica ad alta densità di significato messianico: «Che il Messia viva e gli sia dato oro di Saba» (Salmo 72, 15). Gesù detto Cristo non è più il Dio tribale, la proprietà privata di un club di devoti. In quella casa giungono uomini con percorsi zigzaganti, scandalosi per occhi e orecchi troppo verginali. Inizia la Cristofania, la trasparenza, a dispetto di ogni rivendicazione e requisizione da parte di “eredi aventi diritto” (Efesini 3, 2-6). Il palcoscenico creato da Matteo, infatti, è illuminato da annunci e luci, ma possiede anche una parete ammuffita: si vedono ombre di sapienti rabbini, barbogi teologi dalla facile citazione testuale. E, compagno di merende, un agitatissimo capetto volgare e machiavellico, Erode. Tutti lì a sfogliare pagine di Santa Scrittura pietrificate dalla loro abitudinarietà e dai loro privati e minacciati interessi. Eppure anche in quelle mani si è conservata la secolare Rivelazione, le profezie senza tempo, le chiavi di lettura dei segni dei tempi, delle nostre tormentate coscienze e delle pagine scritte e non scritte dei nostri giornali. «Vi sono dunque due coordinate che consentono di individuare il luogo in cui si trova il Messia: la stella e la Bibbia. La stella che rappresenta i segni dei tempi, le occasioni della storia e anche, più banalmente, i casi della vita. È il Verbo iscritto nella creazione, il linguaggio silenzioso delle cose.  La stella conduce vicino all’evento messianico, ma da sola non raggiunge il bersaglio: occorre anche la verifica della Santa Scrittura. I magi non salgono direttamente a Betlemme, si fermano a Gerusalemme. È da Gerusalemme che esce la Torà, la Parola del Signore. Solo nella congiunzione fra la stella apparsa ai pagani e la parola custodita da Israele è possibile individuare l’evento del messia. La stella conduce alla Scrittura e la Scrittura riattiva la stella: insieme conducono al luogo dove si trova l’Emmanuele, il Dio-con-noi. E’ a quel momento che la stella si ferma, la parola si fa evento e noi siamo ricolmi di una grandissima gioia»[9]. Il Libro Santo e la vita celebrano un bel matrimonio. Ma mi picchia nel cuore un martellante interrogativo. Cosa vuol dirmi la Rivelazione con quello strano finale: «Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese»? Aggirano Gerusalemme e tornano ai confini. Padre Balducci forse una risposta l’aveva trovata: «Non c’è più nessuna città santa, perché è la terra che è santa. Non c’è più una casta sacra che domina e dirige le speranze, perché le speranze camminano secondo il movimento dello Spirito. Gesù dirà – in contrapposizione perfetta alle parole di Isaia (Isaia 60, 1-6) –  non che i popoli verranno verso Gerusalemme, ma che i suoi discepoli andranno fino ai confini della terra. La salvezza viaggerà verso i confini. Ecco la novità del vangelo»[10].
Tu, o Dio, danzi con tutti. E io non sono geloso.
Occorre tornare a rivisitare le nostre speranze e le nostre certezze relative alla volontà di salvezza universale da parte di Dio. Recentemente il dibattito ecumenico si è raffreddato, dopo fasi alterne di positivi avvicinamenti e di letargo. Occorre anche rendere stima e onore a tutti coloro che hanno continuato a navigare con prudenza e con apertura critica verso un macro-ecumenismo che ha le sue radici teologiche anche nel genio di Paolo, frutto dell’incrocio creativo (non esente da tensioni) del suo cuore ebraico, della sua mente greca e della sua vita romana: «per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero di Cristo: che i pagani e i non circoncisi cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo. A me è stata concessa questa grazia di annunziare a loro le imprevedibili ricchezze di Cristo»[11].
Dobbiamo continuare a restare aperti, a diffondere la cultura dell’integrazione reciproca, a cercare e creare occasioni di incontro contro ogni gelosia religiosa e teologica, a frenare ogni strisciante predicazione che porti il Padre di Gesù a ridiventare un Dio tribale, confessionale ed esclusivista.


[1] Una località adesso sconosciuta. La Spagna sembra il paese più probabile.
[2] Le ipotesi più probabili sulla loro ubicazione indicano l’attuale Yemen oppure l’attuale Somalia.
[3] Un testo apocrifo, il Vangelo armeno dell’Infanzia, dice: “Il primo era Melkon re dei Persiani; il secondo Gaspar, re degli Indi; il terzo Balthasar re degli Arabi”; i tre personaggi diventarono i rappresentanti dei discendenti di Cam, Sem e Jafet, figli di Noè, cioè di tutte le razze di Europa, Asia e Africa.
[4] Alberto Mello Evangelo secondo Matteo,Ed Qiqajon, 1995.
[5] Appunti dal Corso tenuto a Bose da Enzo Bianchi: Dal Gesù della storia al Cristo della fede.
[6] Il biblista Alberto Maggi così interpreta: «Doni che indicano che il privilegio esclusivo che Israele deteneva, ora è patrimonio di tutta l’umanità. Questi doni sono l’oro, incenso e la mirra. L’oro era simbolo di regalità. Ebbene, anche i pagani entreranno a far parte … del regno di Dio. L’incenso era l’esclusiva dell’offerta dei sacerdoti nel tempio. … Tutta l’umanità diventa popolo sacerdotale, cioè un popolo che può entrare in relazione immediata, senza mediatori, con Dio. E infine la mirra. La mirra è il profumo della sposa verso il suo sposo, troviamo questo nel Cantico dei Cantici. Uno dei privilegi di Israele era di considerarsi comunità sposa di Dio. Ebbene, anche questo privilegio non è più esclusivo di Israele, ma passa a tutta l’umanità».
[7] Libro dei Numeri 24,17. L’antica versione aramaica, riflettendo la tradizione giudaica, sostituisce il termine “scettro” con “messia”.
[8] A. Mello op. cit. pag. 67.
[9] A. Mello op. cit. pag. 68-69.
[10] E.Balducci  Il mandorlo e il fuoco, Borla, Vol. 3 pag. 72.
[11] passim Lettera agli Efesini cap. 3




28 dicembre 2025. Famiglia di Nazaret
Incarnato in una famiglia e in un popolo

Preghiamo. O Dio, nostro Padre, che nella santa famiglia di Nazareth ci hai dato un vero modello di vita, fa’ che nelle nostre famiglie e comunità fioriscano le stesse virtù e lo stesso amore, perché, riuniti insieme nella tua casa, possiamo godere la gioia senza fine. Per Gesù Cristo nostro Signore. AMEN
Dal libro del Siràcide 3, 3-7.14-17
Il Signore ha glorificato il padre al di sopra dei figli e ha stabilito il diritto della madre sulla prole. Chi onora il padre espìa i peccati e li eviterà e la sua preghiera quotidiana sarà esaudita. Chi onora sua madre è come chi accumula tesori. Chi onora il padre avrà gioia dai propri figli e sarà esaudito nel giorno della sua preghiera. Chi glorifica il padre vivrà a lungo, chi obbedisce al Signore darà consolazione alla madre. Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia, non contristarlo durante la sua vita. Sii indulgente, anche se perde il senno, e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore. L’opera buona verso il padre non sarà dimenticata, otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa.
Salmo 128 (127)  Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.
Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene.
La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa.
Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita!
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési 3,12-21
Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie! La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre. Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore. Voi, mariti, amate le vostre mogli e non trattatele con durezza. Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino.
Dal Vangelo secondo Matteo 2,13-15.19-23
I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio».  Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».  Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

Una famiglia circoncisa dalla Parola. Don Augusto Fontana

Sulla famiglia, sacra ma non santa, oggi c’è rissa: famiglia naturale, famiglia laica, sacramentale, omo o etero, unione di fatto. Scendono in campo grossi calibri ecclesiastici (celibi!) per difendere i valori famigliari “non negoziabili”, da trasformare in leggi dello Stato usando la lobby teodem DOC (quelli di “Dio-patria-famiglia” bigami o quasi). E noi preti, senza moglie e figli, pontifichiamo dai nostri scranni come gli scribi e i farisei a cui Gesù diceva: «Guai a voi, esperti della Legge di Mosè, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito» (Lc 11, 46).  Io ho sperimentato il lavoro e per esperienza so che lì si sono infranti tutti i modelli ideali profilati dalle Encicliche sul lavoro, obbligandomi ad una quotidiana mediazione (a volte al ribasso, a volte al rialzo) tra principî allo stato puro e contingenze problematiche. Se mi fossi sposato potrei parlare di famiglia, avendo custodito e confrontato nel cuore la Parola di Dio con la mia carne e storia. Rinuncio a cercare una corrispondenza diretta tra Bibbia e famiglia, come se la Santa Scrittura di oggi offrisse un prontuario di ricette o modelli di famiglia. Eppure mi intriga questo Dio-per-noi che si è fatto carne, prendendone su di sé tutte le conseguenze: appartenere ad un nucleo familiare, ad una etnia, ad una tradizione religiosa, ad un contesto politico nazionale e internazionale, reso «in tutto simile ai fratelli, per diventare un sommo sacerdote misericordioso e fedele» (Eb 2,17).
Mai come oggi la pastorale si è mobilitata per Corsi di catechesi a giovani adulti. Eppure nel 2024 i matrimoni religiosi risultano in calo dell’ 8% circa rispetto al 2023. Anche tra i pochi matrimoni che nascono in chiesa una buona parte finisce in tribunale. Ne sento l’aspra responsabilità. Resta immutato il dramma di una profonda separazione tra quanto si celebra e il suo esito post rituale. Se voglio affondare lo sguardo dentro la ferita aperta, posso intonare il Dies irae: tutte le ricerche in atto ci assicurano che stanno aumentando le violenze e gli omicidi intra-familiari, che aumentano le separazioni e le conflittualità. E tutti sappiamo che con l’andar del tempo l’innamoramento si pietrifica, la coppia vivacchia, i modelli educativi sono liquidi e scivolosi. Ma tu hai capito che sarebbe ingeneroso generalizzare e amalgamare tutte le famiglie nella poltiglia delle statistiche, dei morbosi talk show televisivi e dei patologici rapporti giornalistici. Grazie a Dio conosco, come te, stupende famiglie santificate e santificanti, dolci, solidali, aperte, celebranti, carismatiche; immagini sacramentali di un Dio sposo fedele e famiglia trinitaria. E conosco le lacrime inconsolabili quando la morte di un coniuge infrange un giorno talmente luminoso da non mettere in conto mai che possa venire sera.
In questo contesto medito le letture di oggi con un occhio alla famiglia e uno alla comunità cristiana. Perché non so bene se oggi si celebra la Santa Famiglia o la Santa Comunità. Anzi lo so: la seconda lettura di oggi è un’esortazione primariamente rivolta alla Comunità e, di riflesso, ad ogni convivenza che abbia un qualche sapore di famiglia: «rivestitevi di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo della perfezione».
E’ vero che il Concilio Vaticano II ha scritto: “La famiglia, nella quale le diverse generazioni si incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa e a comporre convenientemente i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale, è veramente il fondamento della società” (Gaudium et Spes 52). Ma è pure vero che Giovanni Paolo II nella sua Familiaris Consortium (n.21) ha scritto: «la famiglia cristiana offre una rivelazione e una realizzazione specifica della comunione ecclesiale». Il Catechismo della Chiesa cattolica offre interessanti indicazioni (nn. 1655-1657): «Cristo ha voluto nascere e crescere in seno alla santa Famiglia di Giuseppe e di Maria. La Chiesa non è altro che la «famiglia di Dio». Fin dalle sue origini, il nucleo della Chiesa era spesso costituito da coloro che, insieme con tutta la loro famiglia, erano divenuti credenti. Ai nostri giorni, in un mondo spesso estraneo e persino ostile alla fede, le famiglie credenti sono di fondamentale importanza, come focolari di fede viva e irradiante. È per questo motivo che il Concilio Vaticano II, usando un’antica espressione, chiama la famiglia  “Chiesa domestica”[1] in cui “i genitori devono essere per i loro figli, con la parola e con l’esempio, i primi annunciatori della fede”. È qui che si esercita in maniera privilegiata il sacerdozio battesimale del padre di famiglia, della madre, dei figli, di tutti i membri della famiglia, “con la partecipazione ai sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e l’operosa carità”. È qui che si apprende la fatica e la gioia del lavoro, l’amore fraterno, il perdono generoso, sempre rinnovato, e soprattutto il culto divino attraverso la preghiera e l’offerta della propria vita». L’esortazione apostolica “Amoris laetitia” di Papa Francesco dopo il Sinodo sulla famiglia scrive tra l’altro: «Sappiamo che nel Nuovo Testamento si parla della “Chiesa che si riunisce nella casa” (cfr 1 Cor 16,19; Rm 16,5; Col 4,15). Lo spazio vitale di una famiglia si poteva trasformare in chiesa domestica, in sede dell’Eucaristia, della presenza di Cristo seduto alla stessa mensa. Così si delinea una casa che porta al proprio interno la presenza di Dio, la preghiera comune e perciò la benedizione del Signore» (n.15).
Dalla Scrittura ci vengono alcuni dati di fondo.
Occorre non dimenticare oggi che Gesù ha relativizzato la famiglia: «Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10,35-37). A chi gli faceva notare che sua madre e i suoi familiari lo stavano aspettando, Gesù reclama: «E chi è mia madre o i miei fratelli? Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50).
Vorrei entrare nei testi dei “Vangeli dell’infanzia” di Matteo e Luca ed evidenziarne alcune scoperte:
1. Giuseppe e Maria sono una coppia pressata dalla vita e da problemi. Giuseppe ha una bella grana da sbrogliare, tra una dubbia moralità della moglie e una precisa disposizione delle Legge mosaica in materia. Maria pure ha la sua rogna con una maternità inusuale e un’altrettanto inusuale discussione con Dio. Tutti e due devono affrontare un lungo viaggio per sottoporsi a un censimento partorito dalle paranoie del potere. E poi quel parto avventuroso. E poi quella fuga all’estero con neonato al seguito. E poi quel rientro alla chetichella, come due perseguitati politici. E poi quella vita senza storia a Nazaret interrotta da qualche pellegrinaggio a Gerusalemme dove l’adolescente Gesù, da loro educato alla Sinagoga e alla Torà, non risparmia un indimenticabile divino grattacapo. Tutto ciò che è detto e ciò che non è detto ma immaginato, ci parla di una comunità non esentata dalla storia, non ritirata in mistici conventi o monasteri, ma travolta e ferita da eventi. Come me e te.
2. Paolo nella seconda Lettura esorta famiglie e comunità: «La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza, cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali». Giuseppe e Maria sono una coppia in ascolto della Parola, compagna degli eventi. Una Parola che si materializza narrativamente nei SOGNI, nei SEGNI, nell’ANGELO. E non solo per loro: pastori e magi sono loro degni compagni di rivelazione e icone di discepoli ascoltanti. In Luca prevale il linguaggio diretto dell’angelo. In Matteo la Parola dell’Angelo è mediata dal sogno[2]. Davanti agli eventi e alla rivelazione, appaiono due persone in profondo ascolto (Giuseppe, mentre stava pensando a queste cose….Maria, da parte sua, conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore). Giuseppe pare non dialogare apertamente con la Rivelazione, a differenza di Maria che incarna la discepola interrogante («Come è possibile? Non conosco uomo»). E comunque dopo ogni rivelazione, ambedue questi discepoli della Parola si affrettano a compiere ciò che l’Angelo e il Sogno aveva proposto o comandato.

Mi piace il libro (Vita Liquida. Ed Laterza) di un sociologo a me caro, Zygmunt Bauman: «La vita liquida è una vita precaria, vissuta in condizioni di continua incertezza…Ovunque l’accento cade su atti come dimenticare, cancellare, mollare, sostituire…La costanza, la resistenza, la vischiosità delle cose animate e inanimate, costituiscono il più sinistro e grave dei pericoli, sono la fonte delle peggiori paure e bersaglio delle aggressioni più violente».
A fronte di questa analisi realista e senza appello, che descrive l’infezione che ha intaccato i gangli vitali di famiglie e comunità, il resistente ascolto di Maria e Giuseppe si staglia sul fondo come la concreta attuazione di una parola del Signore riferita da Matteo 7, 24-27: «Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia».


[1] Cost. dogm. Lumen gentium, 11
[2] Matteo 2: [20]Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse…[13]Essi (i magi) erano appena partiti, quando un angelo del
Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse….[19]Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse….[22]Avendo però saputo che era re della Giudea Archelào ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno




25 dicembre 21025. Festa dell’Incarnazione
 DAL DIO DI PIETRA AL DIO DI CARNE

Dal libro del profeta Isaia 9, 1-6
Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce. Ora essa ha illuminato il popolo che viveva nell’oscurità. Signore, tu hai dato loro una grande gioia, li hai fatti felici. Gioiscono davanti a te come quando si miete il grano. Tu hai spezzato il giogo che gravava sulle loro spalle e li opprimeva. I calzari dei soldati invasori e tutte le loro vesti insanguinate saranno distrutte dal fuoco. È nato un bambino per noi! Ci è stato dato un figlio! Gli è stato messo sulle spalle il segno del potere regale. Sarà chiamato: ‘Consigliere sapiente, Dio forte, Padre per sempre, Principe della pace’. Diventerà sempre più potente, e assicurerà una pace continua. Governerà come successore di Davide. Il suo potere si fonderà sul diritto e sulla giustizia per sempre. Così ha deciso il Signore dell’universo nel suo ardente amore, e così sarà.
Salmo 95. Oggi è nato per noi il Salvatore.
Cantate al Signore un canto nuovo,  cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome.
Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria,  a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e quanto racchiude;
sia in festa la campagna e quanto contiene, acclamino tutti gli alberi della foresta.
Davanti al Signore che viene:  sì, egli viene a giudicare la terra;
giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli.
Dalla lettera di san Paolo Apostolo a Tito 2,11-14
 Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.  Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.
Dal Vangelo secondo Luca 2,1-14
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città.   Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.   Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.  C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli  e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

 DAL DIO DI PIETRA AL DIO DI CARNE. Don Augusto Fontana.

Parola di Dio sulla pietra.
Il Signore disse a Mosè: «Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli» (Esodo 24,12)….
Era una Parola pietrificata, ma garantita e fedele come una roccia. Nel nostro immaginario collettivo religioso, favorito da dipinti e da film colossal, abbiamo tutti quell’immagine di Mosè che scende dal monte con le due tavole di pietra. Dieci Parole scolpite sulla pietra. Per molti furono dieci comandamenti di pietra. Dieci Parole pietrificate deposte nell’arca dell’alleanza e portate a spalla nel cammino, memoriale di un patto reciproco.
La pietra è segno di garanzia e stabilità. Ma anche la pietra si può frantumare. E’ bastato un vitello d’oro come idolo per scatenare lo zelo profetico di Mosè: «Quando si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora si accese l’ira di Mosè: egli scagliò dalle mani le tavole e le spezzò ai piedi della montagna» (Esodo 32,19).… La pietra chiede una fedeltà impossibile. Con la sua rigidità perde il passo col popolo che muta, cresce, cambia, affronta nuove com­plessità. Ed ecco l’intelligenza profetica. «Questa sarà l’alleanza che conclu­derò con la casa d’Israele: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Ger 31,31-33).
Oggi abbiamo carta e computer in tempi di fragilità, tempi liquidi e fluidi; la carta si accartoccia e si butta, e sul computer basta un clic e tutto è cancellato. Le parole diventano vapore che si disperde.
Parola di Dio nella carne.
Il profeta Isaia indica la svolta: «Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio».
L’evangelista Luca ci dice che il segno della presenza di Dio non sarà più un tempio di pietra, ma la carne fragile di un figlio d’uomo: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, coricato in una mangiatoia». Sarà questo figlio, divenuto grande, che davanti al tempio confermerà il nuovo regime di fede: “Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Gesù disse loro: «In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata»” (Matteo 24,1-2). L’evangelista Giovanni, commentando un riferimento al Tempio da parte di Gesù, annota: «Ma egli parlava del tempio del suo corpo» (Giovanni 2,21). La storia della Rivelazione stava subendo un’accelerazione. «Il Verbo si è fatto carne» canta Giovanni nell’ouverture del suo Vangelo (Giovanni 1,14).
San Francesco diceva che Gesù era la Parola abbreviata di Dio. La lunga Parola del Vecchio Testamento che ha ispirato molti profeti si fa breve nel Bambino che nasce a Betlemme.
Farsi carne” vuol dire assumere pienamente la fragilità umana, accettare di nascere, di morire, di partecipare a tutti gli stati della vita umana nell’ambito della sua storia terrestre: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Filippesi 2, 6-7). Anzi: diventa un pane frammentato e mangiato; «questo è il mio corpo» dirà Gesù nella Cena Pasquale.
Ma c’è di più. Ed è l’evangelista Matteo che ci porta ai confini impensabili del “luogo di Dio”: noi incontriamo la Parola del Dio vivente in sei sacramenti della Sua presenza: «Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?  E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo 25, 37-40). Perfino quando si presenta Risorto, Gesù mostra di essersi portato dietro la sua e nostra carne: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho» (Luca 24,39).
Allora?
Il profeta Amos aveva minacciato: «Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno» (Amos 8,12).
In questo tempo liturgico siamo portati invece pazientemente al luogo dell’incontro. I pastori «andarono dunque senz’indugio e trovarono» (Luca 2,16). La maledizione è infranta per chi lo vuole. Non più un Dio lassù nei cieli o raccolto in una religione pietrificata dal rito, dall’organizzazione, ma nella carne quotidiana di Gesù, del Pane eucaristico, della gente con cui coabito. «Dio si è mostrato in Gesù con tratti umanissimi perché ciò che era straordinario in Gesù non era nulla di religioso ma solo umano, umanissimo. Sì, Dio ha sembianze così umane che rischia di passare inosservato»[1].
Dio ricomincia da Betlemme, da un bambino. «Il Verbo carne si è fatto » (Gv 1,14), è scrit­to nel testo in greco di Giovanni. Nella suggestione del testo greco i due termini sono vicini, non separa­ti da altre espressioni: ho Logos sarx egheneto, la Parola carne divenne. Da allora la vicinanza è assoluta, c’è un frammento di Logos in ogni carne, c’è qualcosa di Dio in ogni uomo, ci sono un po’ di santità e molta luce in ogni vita.
Padre Ermes Rochi ha scritto: «L’incarnazione non è finita, Dio «accade» an­cora nella carne della vita, accade nella concre­tezza dei miei gesti, abita i miei occhi perché sap­piano guardare con bontà e con profondità. Abita le mie parole perché abbiano luce. Abita le mie mani perché si aprano a dare pa­ce, ad asciugare lacrime, a spezzare ingiustizie. E se tu devi piangere, anche lui imparerà a piangere; e se tu devi morire, anche lui conoscerà la morte. La strada più breve e più diritta tra l’uomo e Dio è la carne di Gesù, ora in braccio alla madre, un giorno in braccio alla croce»[2].
Agostino aveva scritto: “Cammina attraverso l’uomo e arriverai a Dio[3] .


[1] Enzo Bianchi, La stampa 24 dicembre 2011
[2] Ermes Ronchi, Le case di Maria, Paoline.
[3] Ambula per hominem et pervenies ad Deum




21 dicembre 2025. Domenica 4a Avvento
DAL SOGNO AL SEGNO

Domenica IV di avvento

Preghiamo. O Dio, Padre buono, che hai rivelato la gratuità e la potenza del tuo amore nel silenzioso farsi carne del Verbo nel grembo di Maria, donaci di accoglierlo con fede nell’ascolto obbediente della tua parola. Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 7,10-14.
In quei giorni, il Signore parlò ad Acaz: «Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall’alto». Ma Àcaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». Allora Isaìa disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele».
Salmo 24 (23) Ecco, viene il Signore, re della gloria.
Del Signore è la terra e quanto contiene:il mondo, con i suoi abitanti.
È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito.
Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.
Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.
Lettera dell’apostolo Paolo ai Romani 1,1-7 (testo da traduzione Interconfessionale)
Vi scrive Paolo, servo di Gesù Cristo. Dio mi ha scelto e mi ha fatto apostolo perché io porti il suo messaggio di salvezza. Dio, per mezzo dei suoi profeti, aveva già promesso questo messaggio di salvezza. Esso riguarda il Figlio di Dio Gesù Cristo, nostro Signore. Sul piano umano egli è discendente da Davide, ma sul piano dello Spirito che santifica, Dio lo ha costituito Figlio suo, con potenza, quando lo ha risuscitato dai morti. Da Gesù Cristo io ho ricevuto il dono di essere apostolo: perché lui abbia gloria, devo portare tutti i popoli a credere in Dio e a ubbidirgli nella fede. Tra questi siete anche voi tutti che vivete a Roma. Dio vi ha amati e chiamati per appartenere a Gesù Cristo ed essere il suo popolo. Dio nostro Padre e Gesù Cristo nostro Signore diano a voi tutti grazia e pace.
Dal Vangelo secondo Matteo 1,18-24
Ora la genesi di Gesù Cristo così era: sua madre Maria, essendo fidanzata di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era giusto e non voleva esporla pubblicamente, decise di ripudiarla in segreto. Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

DAL SOGNO AL SEGNO. Don Augusto Fontana

Mentre Giuseppe stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse…Giuseppe ci prende per mano e ci porta sulla soglia della Festa dell’Incarnazione. Giuseppe uomo giusto, silente, ascoltante, coinvolto in un dramma di coscienza e di una vocazione. Giuseppe uomo dei “sogni”. “Sono sempre i sogni a dare forma al mondo” canta Luciano Ligabue. Nel cantico dei Cantici troviamo la ragazza (la chiesa?) che dice: «io dormo, ma il mio cuore veglia» (Cant 5,2). Un sonno leggero, un dormiveglia che le permette di ascoltare un leggero bussare alla porta: «Un rumore! È il mio amato che bussa: “Aprimi, sorella mia, amica mia”».  Dio completa la creazione di Adam facendolo passare attraverso un intenso e simbolico “sonno” : Allora il Signore Dio fece scendere un torpore (nel greco dei LXX: extasi) sull’uomo, che si addormentò (nel greco dei LXX: ipnosi); gli tolse un lato e rinchiuse la carne al suo posto. Il Signore Dio plasmò, con il lato che aveva tolto all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. (Gen. 2,21-22). Giacobbe, mentre fugge dal fratello Esaù, decide di passare la notte all’aperto, si addormenta e sogna: “Ed ecco una scala rizzata in terra, la cui cima giungeva al cielo; e gli angeli di Dio salivano e scendevano per essa. Ed ecco il Signore si presentava a lui e diceva: Io sono con te, e ti guarderò dovunque tu andrai” Giacobbe al suo risveglio dice: “Certo il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo!” ( Genesi 28,10-22).
Nel Nuovo Testamento si parla poco di “sogni”, ma nel Vangelo di Matteo troviamo un’eccezione. Matteo narra sei sogni di cui cinque si trovano nel vangelo dell’infanzia, cioè nei primi due capitoli. La persona che più sogna è Giuseppe. Infatti su cinque sogni menzionati nei primi due capitoli di Matteo, quattro hanno per soggetto Giuseppe e uno i maghi che vengono dall’oriente.
Tra i sogni di Giuseppe quello che riveste una maggiore importanza è certamente il primo (1,20-21), il cosiddetto “annuncio a Giuseppe”. Giuseppe si trova in una situazione apparentemente senza via di uscita (1,18-19): «18Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva esporla a infamia, decise di lasciarla segretamente». In una simile situazione per Maria non c’era solo il problema del “ripudio” da parte di Giuseppe suo sposo, ma c’era per lei il rischio della vita. Per una donna considerata adultera era prevista la lapidazione.
I “sogni” nella Bibbia sono un linguaggio, un modo di dire, un “genere letterario”. I racconti della nascita di Gesù, in particolare i “sogni” che la accompagnano, ci rivelano che nella nostra storia ci sono dei reali segni di rivelazione che dobbiamo saper riconoscere. I racconti dell’infanzia di Gesù in Matteo sono un intreccio di progetti, speranze, paure… Ci sono i progetti di Giuseppe riguardo alla sua vita e alla sua famiglia. Ci sono le paure e i timori dei grandi che sono aggrappati al loro potere e vedono minacce dietro ogni angolo. Ma poi ci sono anche i progetti di Maria, il desiderio dei maghi. Spesso tutto sembra essere nelle mani dell’uomo più forte e i piccoli e i poveri sembrano solo soccombere. Ma “i sogni” rivelano che non è tutto lì[1].
Annunciazione a Giuseppe il giusto, uomo del silenzio, dei sogni e dei segni.
…gli apparve in sogno un angelo del Signore… Il sogno è per la Bibbia un luogo privilegiato dell’incontro con Dio, perché indica lo spazio dell’interiorità lo spazio dove le nostre difese sono più abbassate. Il sogno è paradossalmente il luogo in cui riusciamo ad essere più veri, perché non ci perdiamo nella superficialità dell’apparenza del quotidiano. Il sogno di Giuseppe rappresenta un passaggio dalle sue giustificate preoccupazioni al coraggio della decisione, si tratta di un passaggio dalle tenebre del dubbio alla luce del discernimento. Secondo il Vangelo di Luca l’Annunciazione è fatta a Maria, secondo il Vangelo di Matteo Dio parla a Giuseppe. Giuseppe, l’uomo dei sogni, nei Vangeli non parla mai, ma sa ascoltare la Parola che lo abita, il sogno. Le due annunciazioni hanno luogo nelle case. Dio, ancora, sembra preferire la casa al tempio. Forse vorrà dirci che in ogni giorno di vita ci può essere offerta un’annunciazione quotidiana? L’annunciazione a Giuseppe è meno conosciuta dell’annunciazione a Maria. Anche la tradizione iconografica è assai scarna. Non c’è dialogo, non ci sono domande esplicite come quella di Maria né come quella di Acaz, ma la scena non manca di drammaticità.
Giuseppe, figlio di Davide Lo scopo è quello di garantire a Gesù la discendenza davidica secondo le profezie antiche. Quasi a dire che Gesù non “scende dalle stelle” (come recita un canto tradizionale), ma è figlio di una storia imperfetta. Normalmente nella Bibbia le genealogie venivano segnate attraverso la successione dei padri, eppure Matteo (1,1-16) non esita a interrompere questa successione tutta al maschile, inserendo quattro nomi di donne straniere (Tamar, Racab, Ruth e la moglie di Uria), donne dalla vita complessa, protagoniste e vittime di prevaricazioni e abusi. Gesù è dunque colui che compie le attese di questa umanità imperfetta[2].
E lo chiameranno Jeshuah…Ma in questa lunga storia di patriarchi e matriarche c’è una frattura, una sincope: di solito era il padre a dare il nome al figlio; qui invece Giuseppe viene espropriato dal suo potere e gli viene consegnato un Nome già confezionato: “a lui sarà dato il nome di Emmanuele”.
poiché era giusto… L’uomo “giusto” cammina a zig zag tra i sogni e i segni di Dio. Anche Gesù viene chiamato “uomo giusto” dalle labbra di un suo carnefice: «Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: “Veramente quest’uomo era giusto”» ( Lc 23,47).
fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore…. A volte vorremmo continuare a sognare per sempre: un po’ per il semplice gusto di sognare, un po’ perché così possiamo allontanare il momento della decisione. Una vita senza sogni sarebbe arida, è vero, ma spesso rischiamo di rimanere intrappolati nei nostri sogni, rischiamo di non decidere mai. Questo testo di Matteo descrive invece la dinamica della vita dell’uomo giusto, che si lascia incontrare da Dio nel profondo, si mette in ascolto, ma poi decide e passa all’azione[3]. Questo suo obbedire senza far domande è un ritornello nel racconto di Matteo: quando si tratta di fuggire in Egitto, di tornare in Palestina, di stabilirsi a Nazaret di Galilea invece che in Giudea, di inseguire con Maria quel figlio dodicenne che avevano smarrito nel tempio.
Il Segno.
Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio…
 Nelle due annunciazioni c’è, forse, anche un annuncio per i dubbiosi, per gli angosciati della giusta scelta. Un’alba che, aprendosi sul “non temere” dei messaggeri, ci libera dall’angoscia del fare o non fare la cosa giusta, e ci autorizza a rischiare, a sbagliare forse, a generare.
Il termine “segno”, nella tradizione veterotestamentaria, è una azione con cui Dio attesta la sua presenza nella storia. Chiedere un segno ad un inviato è chiedergli le credenziali della sua missione, una dimostrazione spettacolare o una certificazione. Oggi diremmo “un miracolo”, una “evidenza” inconfutabile che accorci la fatica dell’andarci in fondo ed elimini la quota percentuale di “fede/fiducia”. Sono circondato da segni che non corrispondono all’idea di Dio che ho dentro. Mi viene utile un collegamento con altri segni “deboli”. Segni che esistono, ma non hanno la carica dirompente del segno inequivocabile, come nel sepolcro: «Pietro tuttavia corse al sepolcro e chinatosi vide solo le bende» (Luca 24, 12). A Betlemme: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia» (Lc. 2, 12). I due discepoli di Emmaus scoprono segni dentro di loro: «Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?» (Luca 24, 32).
Anch’io sono alla ricerca di segni dopo il mio risveglio dai sogni, ma resto ancora così cieco e perplesso. Posso pensare che non c’è fine alla malizia umana e nulla serve per chi non vuol vedere.  Nella parabola del ricco e del mendicante Lazzaro, il ricco invoca l’apparizione di Abramo ai suoi cinque fratelli per la loro conversione. L’insegnamento finale della parabola fa per noi: «Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi». (Luca 16, 31).
Io chiedo segni “dal cielo” e la Parola mi mostra segni “dalla terra”. Guardo in alto e la Parola mi spinge a guardare in basso. Provo a pensare a tutte le rivelazioni che Gesù ha dato: «Il Regno di Dio è simile a…». Seme nella terra, lievito nella pasta, tesoro nascosto nel campo, mercante che cerca una perla preziosa, rete gettata nel mare (“nel male”), un cammello che passa nella cruna di un ago, pubblicani e prostitute che passano avanti, un re che fa un banchetto di nozze per suo figlio, dieci ragazze che escono incontro allo sposo, una donna mette al mondo un figlio, un bambino nasce in condizioni poco invidiabili…Dio nell’apparente banalità del quotidiano.
Gesù, insomma, non rispetta i tratti essenziali delle mie teologie, delle mie aspettative, delle mie catalogazioni.


[1] Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli
[2] Gaetano Piccolo, Leggersi dentro con il Vangelo di Matteo, Paoline, 2018, pag 18.
[3] Gaetano Piccolo, idem, pag 18-19




14 dicembre 2025. Domenica 3a Avvento
SPERANZE IN AGONIA?

3 Domenica di  Avvento

Preghiamo. Sostieni, o Padre, con la forza del tuo amore il nostro cammino incontro a colui che viene e fa’  che, perseverando nella pazienza, maturiamo in noi il frutto della fede e accogliamo con rendimento di grazie il vangelo della gioia. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Dal libro del profeta Isaìa 35,1-6.8.10
Si rallegrino il deserto e la terra arida,  esulti e fiorisca la steppa. Come fiore di narciso fiorisca; sì, canti con gioia e con giubilo. Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio. Irrobustite le mani fiacche, rendete salde le ginocchia vacillanti. Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta,  la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi». Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo; felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto.
Salmo 146 (145). Vieni, Signore, a salvarci.
Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.
Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri.
Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre, il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.
Dalla lettera di san Giacomo apostolo 5,7-10
Siate costanti, fratelli miei, fino alla venuta del Signore. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge. Siate costanti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina. Non lamentatevi, fratelli, gli uni degli altri, per non essere giudicati; ecco, il giudice è alle porte. Fratelli, prendete a modello di sopportazione e di costanza i profeti che hanno parlato nel nome del Signore.
Dal Vangelo secondo Matteo 11,2-11
In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!».  Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Speranze in agonia? D. Augusto Fontana

Esperti in delusioni.
Lo scrittore teologo Sergio Quinzio, nel saggio Mysterium iniquitatis [1], immagina che nell’anno 2000 l’ultimo Papa scriva la sua ultima Enciclica intitolata “Mysterium iniquitatis” definendo come dogma infallibile il “fallimento del cristianesimo nella storia del mondo”. Dopo la firma dell’Enciclica, il Papa Pietro II sale all’interno della cupola della basilica di S. Pietro e si suicida lasciandosi cadere “sul luogo dei falsi trionfi”. Anche Giovanni il Battezzatore nutre dubbi sul messianismo di Gesù. I discepoli di Gesù patiscono scandalo dall’evidente fallimento. Noi non siamo in condizioni migliori di loro perchè “vediamo che la terra di Dio non fiorisce di bellezza e non si vede nessun sentiero santo su cui camminano i riscattati dal Signore. Allora ci dobbiamo domandare: qual è la ragione di questo scandalo? In che senso la promessa del Signore non è scaduta e può essere ancora annunciata senza che la smentita dei fatti renda mute le nostre labbra? Molte volte le speranze che incontriamo ci sembrano un prodotto dell’illusione e della volontà di autoconsolazione. Forse, per essere cristiani dobbiamo barare sulla realtà e far finta che le cose non vadano come stanno andando? Molte volte è così. Io penso che il primo nostro dovere sia quello di non mentire di fronte ai fatti. È una condizione di maturazione della nostra fede. Dobbiamo affrontare lo scandalo di una promessa di Dio continuamente narrata nelle nostre assemblee e di fatto smentita tutti i giorni. La nostra speranza non si deve basare sulle conferme o meno dei fatti, perchè si basa sulla fede in Dio. È solo questa speranza che è legittimamente immune dalla smentita dei fatti. La speranza è più forte dei fatti. Non li salta, non li aggira; li attraversa e li contesta. Se io spero e credo che il Regno di Dio viene, non lo credo per un esame della storia. Nell’altra faccia della realtà, la fede contempla il Dio che si è impegnato. Se io credo che il mondo sarà cambiato non è per i segni che riesco a discernere dentro il groviglio dei fatti, ma perchè c’è la promessa di Dio che è la ragione ultima del mio sperare. Per questo, la speranza che si appoggia sulla fede si manifesta come invincibile pazienza. Pazienza non in senso passivo, ma come perseverante volontà di affrontare i fatti, di vederli nella trasparenza della promessa, di far germogliare ciò che in essi c’è di positivo e di combattere ciò che c’è di negativo. La pazienza si paga. Innanzitutto mettendosi dalla parte dei deboli, coloro che hanno diritto di sperare.”[2] 
Coraggio, ecco il vostro Dio (Isaia 35)
Il brano appartiene alla “piccola Apocalisse” del Libro di Isaia e non è opera di Isaia perchè il contesto storico da cui ha origine è il periodo dei primi anni dopo l’esilio a Babilonia. In quegli anni lo Stato di Israele, già diviso in due regni, era aggredito dagli Idumei (abitanti al sud della Giudea, discendenti di Esaù e quindi nemici dei discendenti di Giacobbe). In questo periodo di difficoltà e oppressione, i capitoli 34-35 annunciano la fine delle aggressioni degli Idumei (o Edomiti) e un periodo di tranquillità religiosa e sociale.
Vv.1-2: terra e deserto tra gioia, canti e fiori. E Dio che vi passeggia dentro. Qualcuno sorride davanti a questa illusa promessa paradisiaca da “paese della cuccagna”. Altri spiritualizzano il deserto identificandolo con l’anima. Innanzitutto occorre accettare questo “materialismo biblico della speranza” che non trascura le esigenze della convivenza terrena. Il cap. 8 del Deuteronomio può servire per capire questa pagina: “Il Signore nel deserto ti ha fatto provare fame per farti capire che l’uomo non vive di solo pane, ma di quanto esce dalla bocca di Dio. Il tuo vestito non si è logorato e il tuo piede non si è gonfiato durante i quarant’anni nel deserto. Ora il Signore sta per farti entrare in un paese pieno di sorgenti e di raccolti dove non ti mancherà nulla. Ma tu quando avrai mangiato e avrai costruito belle case e abbonderai di denaro e di cose, il tuo cuore non si inorgoglisca in modo da dimenticare il Signore tuo Dio”.
Vv.3-4: incoraggiamento ai poveri rimasti delusi di Dio.
In Isaia 40,27-31 si dice: «Perché dite: ” Il nostro diritto è trascurato dal nostro Dio”? Nessuno può capire la sapienza di Dio. Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore allo spossato. Anche i giovani si stancano e gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi».
Salmo 146 (145).
Oppressi, affamati, prigionieri, ciechi, forestieri, orfani, vedove: pozzanghere dove si riflette Dio.
Questo Salmo è il primo del gruppo denominato dagli ebrei Hallel (lode). Si cuce bene addosso alla proclamazione di Isaia e alle parole di Gesù nel Vangelo di oggi. Più che una preghiera di invocazione, il Salmo è una proclamazione di fede o, meglio, una descrizione di ciò che è in atto. Anche Gesù nel Vangelo dirà: «Andate a riferire ciò che udite e vedete».
Forse l’orante non è solo uno spettatore/notaio che registra eventi accaduti ad altri, ma è lui stesso un cliente di Dio che ha sperimentato la Sua capacità trasformante, dopo aver fatto il lacchè e il galoppino di qualche politico che conta.
Il salmo è composto da undici giaculatorie, undici articoli di un Credo, eventi visti e sperimentati. Una litania di nomi di Dio che in ebraico suonano così: il creatore, il fedele…..; e un elenco di soggetti in fila davanti alla soglia del tempio dove Dio distribuisce le sue speranze a chi le attende. Un elenco della attività di Dio, da disturbare i sonni di ogni benpensante religioso o della nostra fede borghese e assenteista .
Dopo aver seminato, siate pazienti. (Lettera di Giacomo apostolo)
Venuta del Signore. Una buona vita evangelica quotidiana costituisce una strategia dell’attesa del Signore in atteggiamento di pazienza attiva. Noi, che viviamo con gli occhi fissi ai sassi del sentiero, abbiamo bisogno di alzare lo sguardo e riproporci un test: io Chi aspetto?
La Pazienza. La pazienza evangelica non è una virtù primariamente psicologica, ma teologica, cioè motivata dalle tradizionali rassicurazioni della fede:
Spera nel Signore e segui la sua via; possederai la terra” (Salmo 37,34);
Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore” (Salmo 27);
Siate forti, riprendete coraggio o voi tutti che sperate nel Signore” (Salmo 31).
Visto che in questo mese ricorre il 60° anniversario (7/12/1965) della chiusura del Concilio Vaticano II, possiamo rileggere alcune righe del Lumen gentium: «I fedeli devono riconoscere la natura intima di tutta la creazione, il suo valore e la sua ordinazione alla lode di Dio, e aiutarsi a vicenda in una vita più santa anche con le opere terrene così che il mondo sia imbevuto dello Spirito di Cristo e raggiunga più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace. Nel compiere questo dovere, i laici hanno il posto di primo piano. Così Cristo, per mezzo dei membri della sua Chiesa, illuminerà sempre di più con la sua luce salvifica l’intera società umana».
Beato chi non si scandalizza di me (Vangelo secondo Matteo)
Con i cap. 11-12 assistiamo ad una svolta nel Vangelo di Matteo. Nei primi 10 capitoli, l’avvicinarsi del Regno in Gesù sembrava non incontrare ostacoli. L’opposizione non è assente, ma Gesù ne viene fuori sempre vincente. Dopo questi due capitoli, il Vangelo sarà presentato come la storia di un rifiuto. Solo i piccoli e i semplici non verranno scandalizzati dal mistero. Il brano di oggi è composto di 2 parti: il racconto dell’ambasciata dei discepoli di Giovanni e l’elogio di Giovanni (e di chiunque è come lui) da parte di Gesù.
Colui che deve venire. E’ un titolo messianico molto conosciuto tra i profeti e il popolo. È uno dei nomi di Dio: il Veniente. Chi è il cristiano se non colui che con le lampade accese aspetta lo sposo veniente? E se tarda, lo aspetta perchè Egli deve venire.
Ciò che udite e vedete. E’ strano come Gesù usi anche il verbo “udire” riferendosi ai SEGNI. Di solito i segni devono solo essere visti. Invece occorre anche udire i segni (liberazione, cura, nuovi organi di relazione…).
Beato chi non si scandalizza. Il termine greco skandalon si usava per indicare la trappola per catturare gli animali, oppure una trave o sasso contro cui si inciampa. Questa ulteriore Beatitudine di Matteo definisce chi rispetta Dio come Dio senza addomesticarlo e chi accetta che la sua trascendenza si riveli non nella potenza del ventilabro e del fuoco, ma nella debolezza della misericordia verso i deboli. Ma c’è una sottile precisazione da fare: qualche volta Dio si rivela Dio proprio quando ci scandalizza. Il Natale banalizzato, mieloso, ripetitivo come una cantilena, colmo di ovvietà religiose superficiali e di saturazione sociologica non ci scandalizza più. E la ragione sta nel fatto che noi stiamo nei palazzi dei re. Chi invece prepara le vie del Signore, abita e vive in ben altre condizioni.

Ho chiesto al Signore: «Aumenta la mia fede!». E Lui mi ha risposto: «Non posso, figliolo! Non posso proprio, visto chi frequenti, dove vivi e come spendi». Da quel giorno mi sono scandalizzato di Lui. E sono rimasto senza beatitudine. Ma mi sono tenuto il mio Natale; un giocattolo banale da non barattare con nessun Dio serio.


[1] S. Quinzio Mysterium iniquitatis, Adelphi edizioni 1995, pag. 86.
[2] E. Balducci Il mandorlo e il fuoco, Borla 1984, pag.30-34




7 dicembre 2025. Avvento 2a domenica
UN GERMOGLIO TRA VIPERE E PAGLIA

2 domenica avvento A

Preghiamo. Dio dei viventi, suscita in noi il desiderio di una vera conversione, perché rinnovati dal tuo Santo Spirito sappiamo attuare in ogni rapporto umano la giustizia, la mitezza e la pace, che l’incarnazione del tuo Verbo ha fatto germogliare sulla nostra terra.  Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 11,1-10
In quel giorno, un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Si compiacerà del timore del Signore. Non giudicherà secondo le apparenze e non prenderà decisioni per sentito dire; ma giudicherà con giustizia i miseri e prenderà decisioni eque per gli umili della terra. Percuoterà il violento con la verga della sua bocca, con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio. La giustizia sarà fascia dei suoi lombi e la fedeltà cintura dei suoi fianchi. Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme . Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante giocherà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare. In quel giorno avverrà che la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli. Le nazioni la cercheranno con ansia. La sua dimora sarà gloriosa.
Salmo 72  Vieni, Signore, re di giustizia e di pace.
O Dio, affida al re il tuo diritto, al figlio di re la tua giustizia;
egli giudichi il tuo popolo secondo  giustizia e i tuoi poveri secondo il diritto. R.
Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace, finché non si spenga la luna.
E domini da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra. R.
Perché egli libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto.
Abbia pietà del debole e del misero e salvi la vita dei miseri. R.
Il suo nome duri in eterno, davanti al sole germogli il suo nome.
In lui siano benedette tutte le stirpi della terra. R.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani  15,4-9
Fratelli, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza. E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù, perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo. Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. Dico infatti che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto: “Per questo ti loderò fra le genti e canterò inni al tuo nome”.
Dal vangelo secondo Matteo 3,1-12
In quei giorni, arriva Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea, dicendo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”. Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: “Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”.
E lui, Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: “Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi: perciò ogni albero che dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano il ventilabro e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile”.

UN GERMOGLIO TRA VIPERE E PAGLIA. D. Augusto Fontana

Scenografia di un presepio.
Se dovessi costruire un presepio, le letture bibliche di questa domenica mi potrebbero ispirare gli scenari simbolici: Un tronco secco da cui spunta un germoglio fresco; un alito di vento che insemina polline; un ciclone che sradica; prati e città abitati da viventi in pace (ISAIA). Un leader che agglutina popoli e individui distribuendo pace e giustizia ai più deboli, fino ai confini della terra (SALMO). Un deserto attraversato da un sentierino che lo collega con la città; un fiume da attraversare; un eremita forte e debole come una voce che parla a una congrega di vipere; un agricoltore che raccoglie frutti buoni da alcuni alberi e taglia alla radice gli alberi infruttuosi; un’aia con sacchi di grano buono e un fuoco che brucia paglia (MATTEO).
Scenografia di una vita.
Ora si tratta di dare spessore esistenziale ai simboli. Ricostruisci tutta la scenografia dei testi biblici di oggi sostituendo ai simboli una situazione concreta personale e collettiva: qual è il mio tronco arido su cui invoco l’innesto del Germoglio? Quale situazione di vita familiare o lavorativa attende l’alito dello Spirito con i suoi doni? E dove temo o desidero il ciclone, la scure o il fuoco? Quale mutamento genetico mi ha trasferito dalla razza dei discepoli di Gesù alla razza delle vipere? Quali i degni frutti di conversione da fare? A quali ambienti e città nuove sto partecipando per celebrare l’Incarnazione edizione 2025? Io sono tra gli sbandati senza leader o sono tra i sedotti dal carisma di Gesù?
Insomma: cosa attendo, chi aspetto, cosa spero appassionatamente?
Un germoglio, un respiro, una pace (Isaìa 11,1-10).
Il capitolo 11 di Isaia si riferisce allo scontro tra il profeta e il re Acaz che, come il suo predecessore Ezechia, era un re che aveva deluso le attese dei fedeli di Dio. Il popolo sperava che la sua fedeltà alla Alleanza con Dio avrebbe portato un periodo di pace e benessere. Invece i due re avevano tradito queste attese. Isaia è convinto che Dio interromperà la monarchia, come un boscaiolo che taglia a pelo di terra il tronco di un albero che non dà frutto; tuttavia, il boscaiolo (Dio) non sradica l’albero ma innesterà un germoglio, cioè una realtà umile e debole che farà crescere un Movimento di uomini capaci di creare ciò che la monarchia non aveva creato.
All’epoca di Isaia le Campagne militari degli Assiri contro Israele si succedevano senza tregua, seminando morte, distruzione e deportazioni. Oltre alla guerra, si aggiungeva la decadenza morale e l’ingiustizia sociale anche fra la gente: latifondisti privi di scrupolo, usurai, giudici corrotti, benestanti privi di solidarietà. Isaia, dopo aver denunciato queste categorie popolari annuncia la venuta di Un Consacrato, che, insieme con un piccolo Resto di discepoli, cambierà lo stato delle cose.
Su di lui si poserà lo Spirito del Signore. Lo Spirito (in eb. Ruàh; in gr. Pnèuma) è “forza creatrice e riformatrice”; attraverso i suoi doni permettono al Germoglio/Messia di svolgere bene 3 servizi: capacità di vedere le cose dentro; aiuto ai poveri; denuncia di violenti e idolatri.  Estrema conseguenza di questi servizi sarà una società fraterna percorsa dalla Pace di Dio (Shalòm come benessere completo: psicofisico, individuale-collettivo). La Pace tra uomo e animali, tra Dio e uomo, fra gli uomini.
Un Dio paziente, ma un tantino deciso.(Matteo 3,1-12)
In quei giorni arriva Giovanni il Battezzatore. L’espressione “in quei giorni” è cronologicamente generica in Matteo, ma ribadisce ugualmente che l’annuncio di Gesù non è una questione astratta o ideologica, ma un racconto concernente dei fatti circostanziati in un’epoca.
Convertitevi. Non si tratta di un generico invito morale. Ci potrebbe essere un “cambiamento di mentalità” anche nel non-credente. Invece, il termine ebraico (sub) significa un ritorno ai patti di fidanzamento fatti con Dio; non è un rimorso o un ritorno a se stessi, ma un guardare negli occhi il proprio sposo (Dio) e lasciarsi convincere che è meglio e urgente tornare ad amarsi col cuore e con i fatti.  Matteo parla di frutto di conversione, al singolare, mentre Luca riferisce al plurale (frutti=buone opere). La differenza sta nel fatto che per Matteo la conversione è una modifica del motore e non delle gomme, della direzione e non dei percorsi alternativi. Tuttavia anche Matteo usa i verbi fare, produrre, fruttificare per indicare che comunque la conversione non è solo un sentimento interiore che non ha riscontri nelle scelte quotidiane.
Razza di vipere. La vipera rappresenta tutto ciò che avvelena e diffonde morte. La nostra esperienza ci dice che certe persone hanno la caratteristica di essere mortifere con il loro pessimismo o avvelenanti con la loro pigrizia soporifera o velenose con la loro intolleranza, come pure certe forme di religiosità sono mortifere perchè inumane. Ai  tempi di Gesù esistevano Sètte o Correnti religiose e politiche alla ricerca di una via d’uscita dal potere romano e dal paganesimo dilagante:

  • farisei (“i separati, i santi”): la salvezza sta nella circoncisione e nella tradizione.
  • sadducei, pragmatici e benestanti: la salvezza sta nel collaborare col potere.
  • zeloti, estremisti, fanatici: la salvezza è nella guerra santa e nello Stato teocratico.
  • esseni, monaci comunitari nel deserto: la salvezza è nel non sporcarsi col quotidiano della città.

Quali scelte di vita ci hanno portato un mutamento genetico tale da trasferirci dalla razza di discepoli di Gesù a quella mortifera, soporifera o avvelenante dei gruppi in circolazione oggi? E quale condizione ci classifica tra la paglia secca anziché tra il grano da mangiare e da seminare? E quale immobilismo ci trasforma in tronchi inariditi che sfidano la pazienza del Boscaiolo?
Il Regno dei cieli (di Dio) incombe, è qui vicino a te. Il Regno di Dio indica l’utopia che è nel cuore umano: la totale liberazione da tutti gli elementi che alienano e inquinano. In Gesù questa U-topia (che significa “un luogo che non c’è”) diventa Topìa (cioè “luogo che è qui”). Occorre cessare di essere atei pratici di Dio per diventare atei degli idoli e del sistema.
Leggete le Sante scritture e accoglietevi a vicenda.(Rom. 15,4-9)
Il brano di Lettera di Paolo, propostoci oggi, può diventare un programma da Avvento. Se non eroi, almeno diversi. Dio continua ad innestare i suoi germogli, lo Spirito di sapienza e fortezza continua a impollinare le coscienze, il grano buono si ammucchia, le conversioni accadono oggi, il Regno di pace e giustizia ha già iniziato la sua avventura nelle città, i precursori di Gesù abitano le sterminate aridità di oggi.
Siano rese grazie a te, Signore! E se proprio non riusciremo ad essere eroi, almeno aiutaci a venirti incontro, diversi.