12 aprile 2026. Domenica 2a di Pasqua
 Dall’utero della Pasqua nasce una chiesa così…

2 Domenica di Pasqua 

Preghiamo. Signore Dio nostro, che nella tua grande misericordia ci hai rigenerati a una speranza viva mediante la risurrezione del tuo Figlio, accresci in noi, sulla testimonianza degli apostoli, la fede pasquale, perché aderendo a lui pur senza averlo visto riceviamo il frutto della vita nuova. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dagli Atti degli Apostoli2,42-47
Quelli che erano stati battezzati erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
Salmo 117  Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre.
Dica Israele: «Il suo amore è per sempre». Dica la casa di Aronne: «Il suo amore è per sempre». Dicano quelli che temono il Signore: «Il suo amore è per sempre».
Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato il mio aiuto.
Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza.
Grida di giubilo e di vittoria nelle tende dei giusti: la destra del Signore ha fatto prodezze.
La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo!
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 1,3-9
Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.
Dal Vangelo secondo Giovanni 20,19-31
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 Dall’utero della Pasqua nasce una chiesa così…Don Augusto Fontana

Le Letture liturgiche di oggi ci offrono uno sguardo panoramico sulla vita della chiesa nascente dopo la resurrezione. Chiesa formata da uomini e donne di tutte le età, che esercitano in essa diversi ministeri, conducono diverse forme di vita e hanno molte cose in comune come ci segnala oggi 1a lettura dal Libro degli Atti degli Apostoli (insieme a 4,32-35; 5,12-16).
In primo luogo la fede comune, “gli insegnamenti degli apostoli“, il Vangelo insomma. In secondo luogo la comunione, una caratteristica molto vistosa della prima comunità. Viene poi “la frazione del pane”, cioè la celebrazione eucaristica nel corso del pranzo comunitario, un’agape fraterna nella quale si fa memoria di Gesù, della sua morte e resurrezione. Infine le “orazioni”, momenti speciali di preghiere comunitarie, forse nelle stesse ore in cui erano soliti farle i giudei: alba, mezzogiorno e pomeriggio. Era veramente così la chiesa ritratta in questa lettura?  Evidentemente no: la lettura ci presenta piuttosto un progetto da raggiungere. Lo stesso Libro degli Atti ci informa delle sue imperfezioni e problemi. Ma Luca ha voluto lasciarci questo ritratto ideale forse per evitare che ci accontentiamo della mediocrità.
La seconda lettura è presa dalla Prima lettera di Pietro diretta ai pagani convertiti al cristianesimo, che vivono la loro fede in mezzo a gravi difficoltà in un ambiente ostile. E’ una chiesa pasquale che non fugge dalla società né la aggredisce: la paura genera fuga, piagnisteo, fondamentalismi, contrapposizioni e uno sguardo negativo e manicheo su tutti quelli che ti circondano.
Il Vangelo di Giovanni ci presenta due apparizioni (parola da prendere con le pinze!) del Signore Risorto ai suoi discepoli, una nello stesso giorno della resurrezione, l’altra otto giorni dopo.
Gesù e i discepoli.
I discepoli pur avendo visto la tomba vuota e avendo sentito la notizia della risurrezione da parte di Maria di Magdala, non avevano ancora incontrato Gesù risorto. Occorre arrivare a incontrarlo personalmente. I segni e i testimoni sono necessari, come tappe di avvicinamento, ma mi viene chiesto di arrivare ad incontrare Lui. La scena che si apre è speculare all’ingresso nel sepolcro da parte dei discepoli: qui è Gesù che entra nel sepolcro della comunità (mentre erano chiuse le porte dove si trovavano i discepoli, venne Gesù), sepolcro ancora chiuso dalla pietra della paura e dell’incredulità, non ancora ribaltata. Maria di Magdala l’aveva cercato e Lui si era fatto trovare; qui i discepoli non lo cercano e Lui si offre (venne) prendendo l’iniziativa.
Bisognerebbe leggere questa scena dopo aver letto i discorsi d’addio nel cap. 16. Là Gesù diceva: “vi darò il mio Spirito“, ed ecco che qui dà lo Spirito; diceva “vi darò la mia pace” ed ecco qui dice “pace a voi”; diceva “ritornerò a voi” ed ecco che è ritornato; diceva “avrete la gioia” ecco qui “i discepoli gioirono al vedere il Signore”.
Il racconto narra una manifestazione liturgica nel Giorno del Signore, mentre la chiesa è riunita sebbene per paura.  La si potrebbe chiamare “Pentecoste“. Per Giovanni avviene tutto all’interno di poche ore: morte, glorificazione, costituzione della Chiesa, dono dello Spirito. Non c’è bisogno di 50 giorni.
Gesù fa un’azione simbolica: alitò su di loro e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo». Il verbo “alitare, soffiare” che usa Giovanni (emfusaô) ricorre quando Dio crea l’uomo e gli soffia nelle narici l’alito di vita (Gen. 2,7) e l’altra in Ezechiele 37,9 dove lo Spirito plana su una valle di cadaveri a cui dare vita.
Gesù è risorto ma con le stigmate da crocifisso: «mostrò loro le mani e il fianco». Le mani che mostra sono quelle stesse che hanno lavato i piedi ai discepoli, quelle inchiodate per sempre ad un amore crocifisso, quelle dalle quali nessuno può rapirci (Gv 10, 28). Il fianco (pleura= la stessa parola che usa Genesi per il costato di Adamo da cui fu tratta Eva) è la roccia percossa da Mosè e da cui scaturisce acqua per i nostri aridi deserti (Esodo 17,3-5), è il lato destro del tempio da cui scaturisce un fiume di acqua viva che svelena e feconda: «…vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua sotto il lato destro…Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: ….quelle acque dove giungono, risanano e tutto rivivrà» (Ezechiele 47, 1-12). Queste stigmate aperte sono l’Eucaristia domenicale e i poveri che vivono tra noi.
Gesù dice «Accogliete (prendete) Spirito Santo». E’ una supplica più che un ordine: si riceve se si accoglie. Già sulla croce lo Spirito era stato donato (“emise il fiato, donò lo spirito”); ora si tratta di accogliere quel dono. E siccome Spirito Santo è amore, eccone le conseguenze: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi».  Il perdono è “iper-dono”, super-amore: «Noi sappiamo di essere passati da morte a vita se amiamo i fratelli» (1 Giov. 3, 14). La comunità da una parte deve presentare una parola che inquieta l’uomo e dall’altra deve far prevalere più la pazienza di Dio che l’impazienza efficientista ed escludente.
Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi“. Oggi si direbbe: “Una chiesa in uscita”. Occorre superare timori e paura. Il tema della paura è presente altre tre volte nell’Evangelo Giovanni:  Gv.7,13, dove si dice che la folla aveva paura delle autorità a prendere posizione in pubblico in favore di Gesù.  Gv.9,22: i genitori del cieco nato avevano paura di essere scomunicati dalla sinagoga.  Gv.12,22: alcuni altolocati erano dalla parte di Gesù, ma avevano paura a dichiararsi perché non volevano rimetterci la loro posizione.
C’è una parola creata proprio dal quarto evangelista che testimonia la grande paura: apo-synagogòs (cioè “scacciato/scomunicato dalla sinagoga”): Gv 9,34: il cieco nato riconosce pubblicamente Gesù e viene cacciato fuori dalla sinagoga; Gv 12,42: i farisei decidono di scacciare chi confessa Gesù come “Cristo”; Gv 16,2: Gesù predice: «Vi cacceranno dalle sinagoghe».
Il vangelo mi chiede una fede adulta, a caro prezzo.
Gesù e Tommaso.
L’ultimo episodio riguarda l’incontro tra Gesù e il discepolo Tommaso che elabora il proprio cammino di fede dentro una comunità in giorno di domenica. Il nome Tommaso deriva dall’aramaico (Ta’oma’) che significa “gemello” (in greco “Didimo”). Tommaso Didimo (Gemello) potrebbe essere il gemello mio e della mia incredulità.
«Non era con loro»: Giovanni intende valorizzare la comunità come laboratorio e utero per la germinazione della fede. Infatti tra poco finalmente «c’era con loro anche Tommaso».
Tommaso mette le dita nel sigillo (impronta = typos) dei chiodi: sono il sigillo dell’identità di Gesù. Tommaso non vuole che le ferite siano rimarginate, ma restino aperte anche dopo la risurrezione.  C’è un tocco di Tommaso che lo porta alla soglia della fede. Però “beati quelli che crederanno senza aver visto” non significa andare verso una fede spiritualizzata. Gesù risorto resta con le stimmate della crocifissione, nell’Eucaristia e nei poveri.

Lo stesso Giovanni nella sua prima lettera al cap. 4, 14: «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi». L’incontro con Gesù è pasquale, ma è anche materialissimo, perchè abita nelle nostre relazioni, nell’incontro con gli altri, dentro la comunità.




Pasqua di Risurrezione 2026
Lievito

Pasqua di risurrezione Anno A

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-9)
1 Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 3Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, 7e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Il Lievito. Don Augusto Fontana

Capisco perché Gesù, spesso, quando parlava della resurrezione o compiva opere mirabili, ordinava ai suoi di non parlarne a nessuno: perché le cose, gli eventi che sono al livello alto, che toccano perciò le fibre più profonde delle nostre attese, possono, nella promiscuità con le altre parole, deturparsi e cambiare senso. A questa legge appartengono parole come “resurrezione”, come “vita” ed io sento che ogni volta che dobbiamo parlarne, dobbiamo obbedire a questa consegna del silenzio ed impegnarci a capire il perché di questa indecifrabilità, di questa impronunciabilità.
Ho cercato un’immagine che raccogliesse in sé e potesse esprimere il significato della Pasqua ebraica, di Cristo e della Chiesa. L’ho trovato nel segno del lievito.
Non è invenzione mia perché del lievito se ne parla nella Bibbia una ventina di volte nell’Antico e nel Nuovo testamento.
«Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità» (1 Lettera di Paolo ai Corinti, 5, 6-8).
«Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova». Parlerò dunque del “Fattore L” cioè del lievito come chiave interpretativa della Pasqua di Gesù e della Chiesa.
Risaliamo a 2000 anni prima di Cristo, quando agli ebrei, in occasione della loro Pasqua, veniva intimato, pena l’eliminazione dalla comunità, di buttare via il lievito vecchio per una settimana affinchè nella farina del nuovo raccolto non andasse a finire del lievito vecchio, ma venisse fermentata da lievito nuovo. Mettere il lievito vecchio nella pasta del pane ricavata dal nuovo raccolto del grano significa profanarne la santità. Ciò che viene dalla terra è considerato santo perché è dono di Dio. Ecco allora le prescrizioni di Esodo 12 per i preparativi della notte del passaggio dalla schiavitù alla libertà e delle successive celebrazioni: «Il 14 del primo mese di Nisan sarà per voi un memoriale e lo festeggerete come festa del Signore di generazione in generazione come rito perenne. Nel primo giorno, e per 7 giorni, farete sparire il lievito dalle vostre case. Non mangerete niente di lievitato e mangerete pani azzimi».
Il lievito ha dunque una funzione di fermentazione: se è vecchio corrompe, se è nuovo dà volume, bontà e consistenza.
Gesù ha usato questo linguaggio del lievito sia per parlare della sua funzione di corruzione e sia per parlare della sua funzione positiva. Come riferisce Matteo (13,33) ha usato questo segno per parlare di sè e del Regno di Dio: «Il Regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti».
Matteo riferisce anche un’altra frase di Gesù: «Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei»(16,6) e si riferiva alla loro dottrina legalistica ed esibizionistica (Luca parla proprio dell’ipocrisia in 12,1). Iniziamo dunque a vedere cosa celebriamo oggi.

  1. Nel giorno della Pasqua di Gesù viene confermato un sospetto: che fin dal giorno della Incarnazione Dio avesse nascosto nella piccola e povera carne e storia di Gesù, il lievito dell’uomo nuovo. Ci sono voluti 33 anni di lievitazione, ora finalmente Dio approva la vita di Gesù e ne fa l’icona di ogni uomo che viva o voglia vivere rigonfiato dal soffio dello Spirito. L’evento pasquale è la lente con cui possiamo leggere da vicino la vita di Gesù come nostra icona.
  2. Nel giorno dell’epifania abbiamo proclamato che la festa di Pasqua è il lievito di tutte le feste. Occorre togliere il vecchio lievito di generiche religiosità per far passare le domeniche, le feste dei santi, di Maria, dei defunti, del Natale, alla loro vera funzione pasquale. Non celebrazioni light, inconsistenti, consolatorie; ma provocanti le nostre uscite, il nostro coraggio, la dimensione comunitaria della fede.
  3. Voi siete azzimi, cioè privati della malizia e del camminare fuori pista. Il fattore L permette di reinterpretare le vicende della vita in chiave pasquale. Mi basti citare un breve passo dell’Enciclica Evangelii nuntiandi di Paolo VI :«Il campo proprio dei laici è il vasto e complicato mondo della politica, della realtà sociale, dell’economia; così pure della cultura, delle scienze, delle arti, della vita internazionale, degli strumenti di comunicazione sociale; ed anche di altre realtà particolarmente aperte all’evangelizzazione quali l’amore, la famiglia, l’educazione dei bambini e degli adolescenti, il lavoro professionale, la sofferenza» (E.N. 70). Per tornare al segno del lievito: occorre far atterrare le beatitudini che sono la resurrezione anticipata. La santità cristiana non è assenza di difetti o perfezione morale, ma la trasparenza della presenza e della azione di Dio. Occorre dare spazio all’emergere della sua azione nella storia. Ci fu un tempo in cui occorrevano santi re, papi e regine; ci fu un tempo in cui occorrevano santi preti e monaci; oggi è tempo di santi laici negli ambiti della famiglia, del lavoro, della politica, dell’economia, della ecologia, del disarmo. Come il lievito diffonde la sua forza in tutta la pasta, così anche voi – vuol dire Gesú – dovete trasformare il mondo intero. Come è impossibile che i fatti naturali non si realizzino, così quanto io ho preannunciato avverrà infallibilmente. Non venite a dirmi che non potrete far nulla essendo solo dodici tra un’immensa moltitudine di uomini. Proprio in questo la vostra forza risplenderà, quando cioè, essendo in mezzo al mondo, non fuggirete. Come il lievito fermenta la massa quando lo si mescola, lo si nasconde dentro alla farina, e non semplicemente lo si accosta, così anche voi, quando sarete spinti dentro e vi troverete in mezzo alle folle che da ogni parte vi faranno guerra, allora le vincerete. E come il lievito si diffonde in tutta la pasta senza perdersi, ma anzi pian piano trasforma tutta la pasta nella sua sostanza, così lo stesso fatto accadrà della predicazione del Vangelo. Non abbiate quindi timore delle sciagure di cui vi ho parlato. Questi ostacoli saranno la vostra gloria, e li supererete tutti.

In questa parabola del lievito si parla di tre misure di farina per indicarne molta: sappiamo infatti che tale numero si usa per una notevole quantità. «Se dodici uomini hanno fermentato tutta la terra, pensate quale deve essere la nostra cattiveria e la nostra inerzia, se oggi, pur essendo noi cristiani moltissimi, non siamo capaci di convertire il resto dell’umanità, mentre dovremmo bastare e diventare lievito per mille mondi!» (Giovanni Crisostomo, In Matth. 46, 2).

Davanti alla tomba vuota e al Vivente che mi sussurra “sarete miei testimoni“, Padre D.M. Turoldo sussurra un suo brano poetico  (tratto da Non hanno più vino, Queriniana, 1979):

Anima mia canta e cammina,
anche tu o fedele di chissà quale fede,
o pure tu uomo di nessuna fede,
camminiamo insieme
e l’arida valle si metterà a fiorire.
Qualcuno,
colui che tutti cerchiamo,
ci camminerà accanto.




29 marzo 2026. Domenica di passione
Gesù io e i poveri cristi

Domenica di passione

Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce![1] Matteo da 26,14 a 27,66

 «Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare». Così ci disse Papa Francesco nella sua meditazione nella preghiera di venerdì 27 marzo 2020. E noi domenica abbracceremo il Vangelo della Passione secondo Matteo. I racconti evangelici della passione/resurrezione sono un Vangelo nel Vangelo, un finale sinfonico che ci fa capire tutta la melodia precedente, una lente interpretativa con cui capire parole e fatti accaduti prima.
PREMESSA AL RACCONTO: tradire…consegnare…
Terminati tutti questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi sapete che fra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso».
Matteo registra che Gesù affida più che mai il Vangelo alla testimonianza della propria vita. È come un’omelia afona affidata alla vita: ora è il tempo della consegna. Per 14 volte Matteo ripete che Gesù viene consegnato, sta per essere consegnato, c’è uno che lo consegna… Ricordiamo che traditore vuol dire consegnatore. Tradire è esatta traduzione del latino tradere = consegnare. Gesù è un consegnato e non parla più o dice molto poco: il Gesù della passione è il Gesù che sta zitto e accetta di essere ridotto a un pacco che passa di mano in mano. E’ l’accettazione dell’impotenza. Ma per Matteo è Gesù che “mena lo spago”, non sono gli altri; non sono vicende che gli piovono addosso.
1 – La Cena pasquale (26,14-29).
Terminati tutti questi discorsi Gesù disse ai suoi discepoli: Sapete che fra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell’uomo è consegnato per essere crocifisso (Mt 26,1). Gesù dice: Fra due giorni è Pasqua. È nella circostanza della Pasqua che Gesù viene consegnato per essere crocifisso.  Matteo precisa che i discepoli chiedono: «Dove vuoi che ti prepariamo la Pasqua?»; i discepoli vanno a preparare, ma è lui che deve compiere la Sua Pasqua. Noi quest’anno non celebreremo in assemblea la “nostra” Pasqua, ma parteciperemo alla “Pasqua di Gesù”.
 Uno di voi mi consegnerà (tradirà) … In ciascun discepolo c’è il dubbio che ciascuno possa essere un potenziale traditore, uno che “lo consegna”, che lo molla in mano ad altri. Ciascuno senta le parole di Gesù come rivolte a se stesso.
Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?»… Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». I discepoli si rivolgono a Gesù con il titolo di “Signore”; Giuda invece lo chiama “maestro”. E’ una sottolineatura intenzionale e unica di Matteo. Gesù non è solo Maestro, ma Signore. Se Gesù è solo un maestro è più facile per me andarmene a cercare un altro. Se Gesù è il Signore, non è rimpiazzabile.
…Mangiate… In Genesi 2,17 Dio aveva intimato «dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare».  Ora pare che quel divieto sia tolto. Gesù è il frutto che possiamo cogliere e mangiare. Uno vive di ciò che mangia: mangiando di Lui viviamo di Lui.

2- Al Getsemani (26,30-56)
…«Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia (inciamperete su di me) in questa notte. Sta scritto infatti…». Giovanni Battista, gli abitanti di Nazareth, i farisei si erano scandalizzati di Gesù. Ora sono i discepoli che patiscono lo scandalo.
…E Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai…Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli. Pietro ha il coraggio di dire: io non mi scandalizzerò mai, io non ti rinnegherò. E non ce la farà, povero Pietro. Matteo ha il coraggio di dire che anche Giuda si pente[2] e più di Pietro. Si pentì, dice Matteo. E va a buttare le monete, e subito dopo però va anche ad impiccarsi. In 2 Cor 7,10 Paolo parla di una tristezza secondo Dio e di una tristezza secondo il mondo. La tristezza secondo Dio opera il pentimento, la tristezza secondo il mondo genera, al massimo, un senso di colpa senza speranza.
…Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Dimorate qui, mentre io vado là a pregare». E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Episodio di grande importanza per capire la passione che segue. E’ una scena di rivelazione. Mentre la Trasfigurazione (Mt 17,1-9) rivelava in anticipo la gloria del Figlio dell’uomo pur incamminato verso la croce, qui viene rivelata la profonda umanità del Cristo, la sua “debolezza”. Quest’uomo che prova “tristezza e angoscia” è il portatore di una Rivelazione che il discepolo non comprende: anziché vegliare e condividere, si abbandona al sonno. Occorre notare un duplice movimento del racconto: da una parte Gesù che si allontana da solo (quasi a dire che la sua preghiera è un mistero inaccessibile); dall’altra Gesù che si avvicina ai discepoli intontiti. I racconti che seguono (processo, condanna, insulti, crocifissione) sono la faccia esposta della passione, i fatti, la cronaca; qui ci viene svelata la reazione intima di Gesù. E come reagisce la sua chiesa.
Getsemani (eb. Gat shemanim) significa torchio degli oli. Qui sarà torchiato colui nel quale la terra darà il suo frutto (salmo 67,7). Dalla sua umanità spremuta uscirà l’essenza del figlio.
Dimorate qui e vegliate…. rimanete (in greco: meinate da menô= continuare ad attendere qualcuno). Discepolo è colui che fa della passione di Dio per il mondo la propria dimora.
…cominciò a rattristarsi e angosciarsi… Questa notte comprende tutte le nostre notti. Il Figlio ci si immerge e le riempie della sua presenza. Gesù dice di vegliare con lui. In questa notte non siamo soli: lui è con noi e noi con lui.
…«Abbà». Da ora in avanti in ogni abisso, da una sponda all’altra del caos, risuona la voce del Figlio verso il Padre: «Abbà».
Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?». Gesù si rivolge di continuo alternativamente al Padre e ai discepoli, sperimentando il silenzio di tutti. Lui sta tra noi e il Padre, è l’inter-cessore (in latino: inter-cedere=camminare in mezzo), colui che si mette in mezzo e cuce la lacerazione. Pietro Giacomo e Giovanni furono i testimoni della trasfigurazione (17,1); ora sono i testimoni della sfigurazione. Allora brillava la divinità nell’umanità di Gesù, ora la divinità fa trasparire la sua umanità.
... dormite ancora e riposate? Sarebbe meglio tradurre la frase come una domanda anziché, come le solite traduzioni, con una constatazione, poiché subito aggiunge “Svegliatevi, andiamo”.
… Mentre parlava ancora, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni… Le folle che erano andate dietro a Gesù sono le stesse che adesso cercano di impadronirsi di Gesù. Dove non basta il denaro si ricorre a spade e bastoni. Appropriarsi di Dio e dell’uomo: è questo il peccato. Una delle parole-chiave del brano potrebbe essere “impadronirsi” (gr. krateô) usato ai vv. 48, 50, 55, 57.
Anche i tre interventi verbali di Gesù possono costituire parole-chiave: 50, E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!»….52: Allora Gesù gli disse: «Rimetti la spada nel fodero…55: Allora Gesù gli disse: «Come contro un brigante siete venuti per prendermi….
Giuda gli si avvicina, lo bacia gli dice: Rallegrati, Rabbi. Il verbo rallegrati (in greco chaire=rallegrati) è il saluto dell’angelo a Maria (Lc 1,28), che ripete l’annuncio del profeta Sofonia (3,14) a Israele: «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme»). E’ un normale saluto, ma costituisce anche un’ironica “annunciazione”. E Gesù gli dice: Amico, usando un’espressione che Matteo usa in altri 3 casi[3]. Giuda è l’unica persona che Gesù chiama “amico”[4]. Sembra che Gesù abbia come sfondo il salmo 56(55), 13-15: «Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa».
… uno di quelli che erano con Gesù colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio. Il nostro zelo non colpisce il nemico alla testa. Gli taglia solo l’orecchio: gli toglie la possibilità di ascoltare la Parola.
…Rimetti la spada nel foderoSpesso, nella Chiesa, dalla “crociate” in giù, si è ragionato così: Dobbiamo essere forti e non lasciarci calpestare da musulmani o da uno Stato laico e materialista. E’ una corruzione dell’evangelo.
…Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono…Ciò che mi fa scappare è un Dio impotente.
3- Il processo giudaico (26,57 – 27,10).
Gesù e condotto nel palazzo di Caifa, sommo sacerdote. Il racconto ha due scene congiunte: nella prima il protagonista è Caifa e nella seconda è Pietro. L’istruttoria non è sincera dicendoci che cercavano una ” falsa testimonianza“. L’unico atto di accusa che riescono a trovare è una parola di Gesù sulla distruzione del tempio. L’accusa verrà ripresa dai passanti sotto la croce (27,40): ” tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso“. Anche ai discepoli Gesù avevano detto (24,3): “Amen vi dico, non resterà pietra su pietra“.
…Ma Gesù taceva…Gesù tace per compiere la profezia di Isaia 53,7 “maltrattato egli accettò la umiliazione e non aprì la sua bocca, come un agnello condotto al sacrificio“. Quando il sommo sacerdote gli chiede di identificarsi, Gesù parla di se stesso come del figlio di Dio.. il Cristo. Ora lo si può riconoscere come Dio: non c’è più rischio di ambiguità. Dio è questo “consegnato” e di cui tutti si sono “impadroniti”. Una bestemmia, come dice il sommo sacerdote.
…Che ve ne pare?...La domanda è rivolta al Sinedrio, ma ovviamente a noi: tu che ne dici?
…Sputarono…Per un attimo il volto umano di Gesù si scopre per rivelare il suo volto divino e gli uomini gli rimettono il velo coprendolo di sputi. Per meglio comprendere la scena degli oltraggi occorre confrontarla con la profezia di Isaia 50,6 da cui la descrizione evangelica sembra dipendere: “ho presentato il mio dorso alle percosse, le mie guance a chi mi strappava la barba; non ho sottratto il mio volto gli schiaffi e agli sputi“.
…Pietro lo seguiva da lontano…Gesù gli aveva chiesto “Seguimi”. Pietro per ora lo fa a modo suo: “da lontano”. Anche Pietro subisce un piccolo processo. Un Pietro che si allontana sempre più, anche scenicamente: all’inizio è seduto nel cortile; dopo la prima accusa va verso l’atrio; dopo la seconda esce in strada. E’ un Pietro che si allontana sempre più da Gesù. La riflessione che fa Matteo è che questo tentativo di Pietro di restare fedele diventa l’occasione esplicita del suo rinnegamento. Pietro sta con Gesù più degli altri e rischia più degli altri. E notiamo la progressione del suo (e nostro?) rinnegamento:Pietro negò davanti a tutti … non conosco che cosa tu dici … negò di nuovo, giurando: non conosco l’uomo….cominciò ad imprecare e a giurare: Non conosco l’uomo. Pietro non mente quando dice di non conoscerlo. Per la prima volta si accorge di non conoscerlo. In Mt l0, Gesù aveva detto: Chi mi confesserà davanti agli uomini, io lo confesserò davanti al Padre. Chi non mi riconoscerà davanti agli uomini, io non lo riconoscerò davanti al Padre mio. Pietro ha una chiara coscienza del punto in cui è arrivato; piange quando si ricorda della Parola che gli aveva detto Gesù! Attendo anch’io una Parola che mi svegli come il chicchiricchio di un gallo mattutino. La vita del discepolo è un continuo prostrarsi dubitando.
4- Il processo romano (27,1-31).
Matteo inserisce, prima del processo romano, un’ampia parentesi: il suicidio di Giuda; quasi una scena cuscinetto. La scena serve a illuminare non tanto la morte di Giuda (per la quale Matteo spende pochissime parole), ma i “30 denari” (espressione che ricorre 4 volte) e il “sangue” (espressione che ritorna 3 volte). Pare che i ” 30 denari” facciano riferimento al testo di Zaccaria 11,12-13 dove si legge che un profeta-pastore, inviato da Dio, fu valutato da Israele per 30 sicli d’argento; nel libro dell’Esodo (21, 32), invece, trenta pezzi d’argento era il risarcimento dovuto al padrone nel caso che il suo schiavo venisse anche incidentalmente ucciso. Ora è il Messia in persona che è barattato per soldi.
Gesù e Barabba. Matteo dà a Barabba lo stesso nome di Gesù; infatti lo chiama “ Bar àbba” (figlio del padre) o Bar rabban (figlio del maestro)”. Dunque, per Matteo, l’alternativa che ci pone Pilato è molto netta: “Chi volete che vi rilasci: Barabba detto anche Gesù o Gesù chiamato Messia?”. Matteo non colora Barabba a tinte fosche, come fa invece Marco 15,7 (un rivoltoso, un omicida): dice solo che era “carcerato famoso”, senza giudizi negativi.
... liberò loro Barabba…. Barabba è il primo liberato da Gesù. Diventa davvero Bar-abbà=figlio del Padre.
Mentre Marco e Luca fanno ricadere la responsabilità della morte di Gesù sulle autorità giudaiche che sobillano la folla, Matteo accentua la responsabilità delle folle che vengono persuase dalle autorità giudaiche.
Il sogno della moglie di Pilato, caratteristica di Matteo, serve a proclamare l’innocenza di Gesù da parte dei pagani i quali si dimostrano più favorevoli dei giudei ad apprezzare la “giustizia” di Gesù.
5- Il calvario ( 27,32-61).
Simone di Cirene (ossia di origine africana) è lì con Gesù. Discepolo è colui che porta la propria croce. Qui addirittura porta la croce del Signore. Rappresenta la numerosa schiera di tutti poveri e i dannati della terra; tutti i piccoli del mondo sono cirenei.
... lo spogliarono. E’ la nudità dell’antico Adamo e ora del nuovo Adamo che non si nasconde più davanti agli occhi di Dio.
…gli diedero vino mescolato con fiele… si spartirono le sue vesti tirandole a sorte…lo insultavano scuotendo il capo… Ai condannati si dava una bevanda anestetica di vino e mirra (o incenso), come ricorda Marco 15,23 secondo le usanze: “quando un uomo dev’essere ucciso, gli si fa bere un grano d’incenso in una coppa di vino perché perda coscienza” (cf. Proverbi 31,6). Per Matteo invece gli viene dato fiele (salmo 68,22). Il salmo 68 è il salmo del giusto innocente perseguitato. Tra poco Matteo aggiungerà nel racconto che Gesù in croce prega il salmo 21, altro salmo del giusto e innocente perseguitato, di cui non solo cita la prima frase “Dio mio perché mi hai abbandonato“, ma anche il versetto 19 “si dividono le mie vesti, e sulla mia tunica gettano la sorte. Matteo continua la citazione del salmo 21 ricorrendo al versetto 9: “ha confidato in Dio, lo liberi (adesso) se gli vuole bene” e al versetto 7 «Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo» come bene descrivono i versetti di Matteo dal 39 al 44.
Insieme con lui furono crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. Due banditi o guerriglieri sono messi uno alla destra e uno alla sinistra, ironica allusione alla domanda della madre dei due figli di Zebedeo (20,21)[5]. Accanto a lui non ci sono i suoi discepoli bensì dei delinquenti (“è stato conteggiato tra gli empi” così profetizzava Isaia 53,12).
L’ora sesta è mezzogiorno; e l’ora nona sono le tre del pomeriggio. Sono le ore del buio in pieno giorno come era stato profetizzato da Amos (8,9): “in quel giorno farò tramontare il sole a mezzogiorno e oscurare la terra in pieno giorno”. Il giorno del Signore tanto atteso dai profeti e da Israele si rivela essere tenebra e non luce; siamo come alla fine del mondo. Matteo in 24,29 riportava una parola di Gesù: “subito dopo la tribolazione di quei giorni il sole si oscurerà e la luna non darà il suo chiarore… e allora apparirà in cielo il segno del figlio dell’uomo“.
La morte è descritta con una frase significativa: emise – rilasciò (apheken) – lo spirito“, modo di dire unico negli evangeli sinottici che quasi anticipa Giovanni 19,30 “diede lo spirito (paredoken to pneuma). Per tutti gli esegeti, queste frasi descrivono non solo l’inizio della risurrezione ma anche l’inizio della Pentecoste.
…Costui era veramente il Figlio di Dio…. Il libro del Deuteronomio (21,23) scrive: “il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno“. Questo testo insegna che colui che è appeso è una maledizione di Dio proprio perché in lui l’immagine di Dio che è nell’uomo viene deturpata, e la legge ebraica vuole porre un limite a questo scempio della immagine di Dio nell’umanità. Tutto il Vangelo dei tre sinottici corre verso questa dichiarazione, questo Credo dichiarato non dai discepoli o dalle discepole ma da un pagano che riconosce il figlio di Dio nel figlio dell’uomo, l’immagine di Dio nel volto tumefatto e sconfitto dalla morte.
…Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti.  La scenografia che accompagna la morte (terremoto, apertura dei sepolcri, risurrezione, ingresso nella città santa) chiarisce la realizzazione della profezia di Ezechiele 37, la famosa profezia delle ossa aride che si ricompongono in un popolo di viventi.
….C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano…. Le donne, di cui Matteo fino ad ora non aveva parlato (a differenza di Luca) diventano le sole testimoni oculari della crocifissione e della sepoltura e in seguito protagoniste dell’annuncio pasquale. I discepoli sono fuggiti e dispersi. Vi sono però molte donne che, seppur da lontano, osservano. Il verbo usato è theoreo che indica non un’osservazione curiosa o neutrale ma contemplativa e partecipativa.
… in un sepolcro nuovo…. Profezia di Isaia 53,9: Gli avevano assegnato la sepoltura con gli empi, ma alla sua morte fu posto col ricco, perché non aveva commesso alcuna violenza e non c’era stato alcun inganno nella sua bocca. Il ricco Nicodemo porta una mistura di mirra e di aloe di cento libbre (45 kilogrammi! Un’esagerazione) destinata a emanare un prezioso profumo. Ora, nell’offerta del Figlio, si rivela, come già nell’unzione di Betània, una esagerazione che ci ricorda l’amore generoso di Dio, la “sovrabbondanza” del suo amore. Dio “diffonde per mezzo nostro il profumo della conoscenza di Cristo nel mondo intero. Noi siamo infatti… il profumo di Cristo” (2 Cor 2, 14s). Nella putrefazione delle ideologie, la nostra fede dovrebbe essere di nuovo il profumo che riporta sulle tracce della vita. Nel momento della deposizione comincia a realizzarsi la parola di Gesù: “In verità, in verità, vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). Egli è il pane di vita capace di sfamare in misura sovrabbondante l’umanità. Sopra la sepoltura di Gesù risplende il mistero dell’Eucaristia.


[1] Appunti di A.Mello. Inoltre: Maggioni “il racconto di Matteo”. Editrice cittadella
[2] Mt. 27 [3]Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani [4]dicendo:  «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente».
[3] Mt 11,19 «Ecco un mangione e un ubriacone, amico dei pubblicani e dei peccatori».  Mt 20,13 «Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro?».  Mt  22,12 «Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale?».
[4] Nel greco classico il termine hetaîros (usato da Matteo) significa primariamente “compagno di mensa”.
[5] Mt 20 [20]Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo:  «Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno».  [22]Rispose Gesù:  «… non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio». 




22 marzo 2026. Domenica 5a Quaresima
ASPETTO

5° domenica Quaresima

Preghiamo.  Dio dei viventi, la tua gloria è l’uomo vivente; tu che hai manifestato la tua compassione nel pianto di Gesù per l’amico Lazzaro, ascolta il gemito della tua Chiesa e chiama a vita nuova coloro che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte. Per Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Ezechièle 37,12-14
Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò».
SalMO 129.  Il Signore è bontà e misericordia.
Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia supplica.
Se consideri le colpe, Signore, Signore, chi ti può resistere? Ma con te è il perdono: così avremo il tuo timore.
Io spero, Signore. Spera l’anima mia, attendo la sua parola.
L’anima mia è rivolta al Signore più che le sentinelle all’aurora. Più che le sentinelle l’aurora, Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia  e grande è con lui la redenzione. Egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,8-11
Fratelli, quelli che seguono le inclinazioni dell’egoismo non possono piacere a Dio, perché vivono secondo il proprio egoismo. Voi, però, non vivete così: vi lasciate guidare dallo Spirito, perché lo Spirito di Dio abita in voi. Ma se qualcuno non ha lo Spirito donato da Cristo, non gli appartiene. Se invece Cristo agisce in voi, voi morite, sì, a causa del peccato, ma Dio vi accoglie e il suo Spirito vi dà vita. Se lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, lo stesso Dio che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche a voi, sebbene dobbiate ancora morire, mediante il suo Spirito che abita in voi.
Dal Vangelo secondo Giovanni 11,1-45 (Forma breve: Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45)
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

 ASPETTO. Don Augusto Fontana

Il nostro Credo (Symbolum niceno costantinopolitano) non dice “credo” nella risurrezione dei morti, ma “Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà”. La aspetto, la spero. Io sono tra quelli che la sperano. La spero come chi è stato ferito a morte dalla scomparsa di un familiare che era carne della sua carne, la aspetto come chi è sfinito dalle velenose porzioni di morti sul lavoro e stragi di guerra, la spera con chi vede i giorni rosicchiati dalla malattia o dalla vecchiaia. Molti la sperano con occhi accecati dalle lacrime, molti con occhi chiusi sul baratro della preghiera, molti mormorando un dolce o amaro rimprovero al Padre del Crocifisso: «Dio, se tu fossi stato qui mio fratello Gesù non sarebbe morto». Sì, perché la storia di Lazzaro racconta tutti noi e anticipa l’altro sepolcro, quello di Gesù, con bende, pianti, dubbi, dialoghi e stupori e incredulità e prostrazioni. Tutto ciò che accade a Betania accade nel giardino del sepolcro di Cristo. E la Chiesa di oggi si rispecchia in quella comunità credente, seppur ancora catecumena, di Marta, Maria e discepoli e in quella comunità spettatrice, curiosa e scettica dell’entourage giudaica. E al centro sempre Lui, Gesù, un Dio in ritardo sulle nostre attese, un Dio capace di amicizia e di pianto, un Dio che non teme la puzza di vite putrefatte, un Dio che chiama il mio nome «Lazzaro!» e mi interpella con una domanda: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà…. Credi tu questo?».  Signore, per ora non credo, ma lo attendo. Anche perché non so cosa intendi per “risurrezione”. Quando diciamo Dio, vita, morte, risurrezione, occorre il rispetto che ci ha chiesto la Bibbia: Non nominare invano, a sproposito…Anche quando diciamo RISURREZIONE occorre il silenzio rispettoso che si conviene al Nome di Dio. Tra l’altro quella di Lazzaro non fu vera risurrezione ma solo rianimazione di cadavere. Ma è un segno, un evento che ci fa sospettare di essere dirimpettai di un mistero davanti al quale non potremo mai dire “Adesso ho capito!”.
«”Il nostro amico Lazzaro s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo”. Gli dissero allora i discepoli:  “Signore, se s’è addormentato, guarirà”».   C’è un fraintendimento. Pare che Gesù e i suoi interlocutori parlino due linguaggi diversi. Anzi pare che Gesù attenda che ciò avvenga per poter procedere nel proprio annuncio. Gesù parla in una lingua diversa dalla nostra; il nostro ascolto è fatto a partire dalle idee che abbiamo già dentro di noi. È difficile imparare la lingua di Dio. Quando Gesù parlava della resurrezione o compiva opere stupende, ordinava ai suoi di non parlarne a nessuno perché gli eventi che sono al livello alto possono, nella promiscuità con le altre parole, deturparsi e cambiare senso. A questa legge appartengono parole come “risurrezione”, come “vita”; ogni volta che dobbiamo parlarne, dobbiamo farlo con cautela. Da una parte l’annuncio va gridato, dall’altra va taciuto.
Scoperchiare i sepolcri.
La parola “vita”, in questi tempi, rimbalza in ogni ambiente con sensi diversi. Chi non è per la vita? Tutti sono per la vita e però molti sono per la vita in modo mortale e la difendono accanitamente spargendo sangue. Noi dobbiamo essere dalla parte della vita, scoperchiando i sepolcri. Allora possiamo dire: “resusciterò” ma dopo che avremo in concreto lottato contro ogni opera di morte. A noi non compete far risuscitare, ma togliere la pietra, slegare, rimettere in pista. Dare una mano al nostro Dio. Marta reagisce: “Signore, già puzza… è di quattro giorni!”. Gesù incalza la fede debole delle sorelle e coinvolge anche gli spettatori con tre verbi imperativi: «Togliete la pietra… liberatelo…lasciatelo andare». Tutti possono fare qualcosa per la risurrezione di un morto, di una persona spenta, depressa, schiavizzata. Siamo invitati ad essere figli ed operatori di risurrezione, a partire dalle concrete piccole situazioni della vita quotidiana. Così pare ci riveli anche la straordinaria pagina della prima Lettura presa dal profeta Ezechiele: «Perciò profetizza e annunzia loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe… Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete…L’ho detto e lo farò». (Ez. 37, 12-14). Il profeta scrive dall’esilio di Babilonia per svegliare il popolo alla fiducia e far riemergere l’orizzonte della fine della deportazione. Ma anche per noi il pericolo di vivere congelati nelle abitudini, rassegnati a subire ciò che gli altri decidono per noi, costituisce un vivere nei sepolcri. Il vento di Dio, il Suo soffio vitale ci spinge ad uscire, a “risorgere” dai nostri sepolcri: «Lazzaro, vieni fuori!». Ci chiama tutti per nome ad “uscire” dai nostri sepolcri. Forse ci crediamo vivi mentre siamo morti. Lazzaro è un nome promettente. Il suo significato ebraico è EL-AZAR (אֶלְעָזָר) che significa “Dio aiuta”.  Dunque la risurrezione è per noi una speranza fondata sulla Parola di Dio, ma la risurrezione è prima di tutto una strada da percorrere. Le nostre risurrezioni, i segni di risurrezione che poniamo, i piccoli passi di risurrezione che compiamo – in attesa di quelli definitivi – sono sempre fragili, precari, provvisori, incompleti. Ognuno di noi è tentato di rientrare in qualche “sepolcro” e deve ricollocarsi ogni giorno sui sentieri della risurrezione, non darla mai come una realtà scontata ed acquisita per sempre. Per questo leggiamo le Sante Scritture, preghiamo e cerchiamo di discernere i segni che Dio ci fa giungere dalla vita di ogni giorno.
Dio è mio amico, che piangerà per me quando morirò.
«Gesù si commosse profondamente, si turbò…. Gesù scoppiò in pianto…Intanto Gesù, ancora profondamente commosso…».
Nella scena di Betania, la nostra attenzione è richiamata dalla efficace frequenza con cui l’evangelista mostra la commozione di Gesù. «Ecce homo», ecco qui l’uomo perfetto nella sua umanità, che piange la morte dell’amico; ma anche Ecce Deus, ecco qui il Signore della vita e della storia. Maria piange, tutti piangono. Gesù si commuove. Dinanzi al pianto di Gesù, gli altri concludono: “Vedi come l’amava!” . Scrive Padre Ermes Ronchi: «Gesù si reca a Betania chiamato dall’amicizia. Di Lazzaro non sappiamo nulla se non che era amico di Gesù. Questa la sua identità: colui che Gesù amava molto. Di Lazzaro sappiamo anche tutte le lacrime versate per la sua morte: piangono Marta e Maria, i giudei, Gesù stesso. Le lacrime sono l’annuncio che l’amore è sempre minacciato, che la felicità è fragile, perché troppe cose sfuggono al mio controllo. Io invidio Lazzaro non per la vita che Dio gli ha ridato, ma per il fatto di essere circondato da amici, segno di una vita riuscita. La sua santità è l’amicizia, sacramento che conforta la vita. Eppure a me che cosa importa di Lazzaro, cosa me ne faccio della sua resurrezione? Lazzaro non è mio amico, non è mio padre o mia madre, non è uno dei miei morti. A me non importa Lazzaro, a me importa Gesù e il suo amore per l’amico, amore fino alle lacrime. È questa la salvezza: il pianto di Dio. Io non morirò per sempre a causa del Suo amore che non accetta di finire. Ognuno di noi è Lazzaro malato e amato. Sono io l’amico che Egli non accetta di veder finire nel nulla della morte. Perché il Signore prova dolore per il dolore del mondo, perché il suo amore per l’amico non accetta di finire».
«Se tu fossi stato qui nostro fratello non sarebbe morto»….
«Marta e Maria non si adeguano alla morte del fratello, ma interrogano Dio e lo pungolano affinché si sbrighi a trasformare la realtà secondo le sue promesse di giustizia. Noi comprendiamo che Gesù è uomo di speranza quando piange e grida di non voler morire, quando risuscita da morte e promette che risusciterà anche noi nell’ultimo giorno. Dio è morto per dirci che sta dalla nostra parte e che mai dobbiamo rassegnarci a morire. Croce e risurrezione sono inscindibili ormai, in Dio e nella storia dell’umanità: la speranza sorge dal grido di un crocifisso e dalle buie cavità di una tomba rimasta vuota»[1].


[1] Daniele Garota, Fame di redenzione, Paoline.




15 marzo 2026. Domenica 4a Quaresima
Guardare, vedere, credere

 4° Domenica di Quaresima

Preghiamo. O Dio, Padre della luce, tu vedi le profondità del nostro cuore: non permettere che ci domini il potere delle tenebre, ma apri i nostri occhi con la grazia del tuo Spirito, perché vediamo colui che hai mandato a illuminare il mondo e crediamo in lui solo, Gesù Cristo, tuo Figlio, nostro Signore. Amen.
Dal primo libro di Samuèle 1 Sam 16,1b.4.6-7.10-13
In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato. Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.
Salmo 22 (23) R. Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. R/.
Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. R/.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. R/.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni. R/.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni Ef 5,8-14
Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».
Dal vangelo secondo Giovanni Gv 9,1-41
Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». 

GUARDARE, VEDERE, CREDERE. Don Augusto Fontana
Cieco dalla nascita. Nervo ottico inesistente, compromesso irreparabilmente. Si può giocare a “mosca cieca” bendandosi gli occhi come facevamo da ragazzi, urtando gli ostacoli tra le risate divertite dei compagni, ma era solo per gioco e per un momento. Poi via la benda e si tornava a vedere. Ma il cieco nato ha poco da divertirsi. Ha un’impotenza visiva radicale, insanabile. Mi sono chiesto come possa un cieco totale immaginare cose che non ha mai visto, il volto della sua ragazza, un panorama assolato, un pugno di cime dolomitiche. Forse vede toccando, odorando e, così, crea il mondo nei suoi occhi spenti. Mi dicono che i ciechi affinano un invidiabile senso dello spazio e del movimento ma soprattutto ascoltano, odono fruscii delle cose e sussurri dell’anima. Così doveva essere quel cieco davanti a Gesù. Così sono io, vedente e non-vedente nello stesso tempo: «Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: “Siamo forse ciechi anche noi?”. Gesù rispose loro: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane”» (Gv 9,40-41).  Anche le Chiese, come quella di Laodicea al tempo del veggente Giovanni, hanno occhi cisposi. Ce lo rivela l’Apocalisse (3, 14-17) «Così parla il Testimone fedele: Tu dici  “Sono ricco, non ho bisogno di nulla”,  ma non sai di essere un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista».
Preti, laici, comunità: «ciechi che guidano altri ciechi, cadendo tutti nella stessa fossa»? (Mt 15,14).
Il “vedere” è una vera ossessione biblica, un ginepraio contorto di divieti a guardare e di inviti a vedere, di sguardi e di cecità, di illuminazioni improvvise e altrettanto improvvise oscurità: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi».  E’ una Parola di Dio attraversata dal grido: «Quando vedrò il volto di Dio?» (Salmo 41,3); paradossale invocazione di visioni, proprio in quella Bibbia che proibisce di andare a cercare Dio con gli occhi:« Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo» (Esodo 20,4). E per chi nutrisse ancora dubbi, ecco un mistico racconto di Esodo (33, 18-23): «Mosè disse al Signore:  “Mostrami la tua Gloria!”. Rispose il Signore:“Farò passare davanti a te tutto il mio splendore…ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo…Quando passerà la mia Gloria, io ti coprirò con la mano finché sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere”».  Amo gli iconoclasti[1], coloro che spezzano l’immagine. E, se mi affidassi al mio istinto, vorrei esserlo anch’io, almeno un po’. In giro, oggi, c’è troppa bulimia di immagini sacre. E’ vero tuttavia che, con l’Incarnazione, Dio si è come fatto “vedere”: «Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18). Gesù donandoci il Pane pasquale non ci ha chiesto «Prendete e guardate!», ma «Prendete e mangiate!». Pane da ruminare nell’ascolto. Anche nella Trasfigurazione agli apostoli, istupiditi da un’apparizione straordinaria, il Padre sussurra: «Lui è mio Figlio: ascoltatelo!». Premessa di quell’inquietante domanda del Signore alla chiesa di ogni tempo, un po’ inchiodata al cielo dell’Ascensione: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?» (Atti 1,11).
Eppure sembra che il vedere diventi la parabola che ci racconta il nostro ascoltare e credere. Forse per questo Gesù ha guarito tanti ciechi e ne ha dato facoltà anche alla chiesa. I Battezzati, originariamente, venivano chiamati “gli illuminati”.
L’evangelista Giovanni, soprattutto nel racconto della Risurrezione, usa tre verbi greci diversi (blepô, theôreô e horaô) per indicare quello che noi traduciamo con l’unico appiattito verbo “vedere”.
Blepô è usato per designare uno sguardo affrettato che accarezza la vernice dei fatti e dei volti: è riferito a Maria che si ferma a vedere solo la pietra del sepolcro. L’esito? Maria lascia il sepolcro pensando che Gesù sia stato portato via; rappresenta la fase di ricerca nel dubbio. Avrà bisogno di un …supplemento.
Theôreô è usato per designare una visione sempre materiale però più attenta e scrutante: è applicato a Pietro che osserva attentamente le bende e il sudario piegato. L’esito? «E tornò a casa pieno di stupore per l’accaduto» (Lc 24,12); rappresenta la fase di silenziosa rielaborazione interiore.
Horaô è usato per designare una visione in profondità, oltre la cortina dell’appariscente materia ed esprime l’atteggiamento di chi è lì sulla soglia, alla vigilia del credere: è il verbo usato per il giovane discepolo che corre con Pietro al sepolcro. L’esito? «Vide e credette»; rappresenta la fase della fede che si sta incamminando verso il “credere senza aver visto” o il “credere per poter vedere”: «Gesù disse a Tommaso: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto  crederanno!”» (Gv 20, 29).
C’è dunque un cammino catecumenale per diventare “illuminati”. C’è un credere germinale o seminale, un credere acerbo, un credere maturo. Un esegeta francese, Jacques Briend, ha scritto: «Il credente deve accettare, se gli viene richiesto, di entrare in questa zona di turbolenza in cui egli oscilla tra la fiducia e il dubbio».
L’itinerario catecumenale.
La guarigione del cieco nato é narrato come una liturgia e come atto ecclesiale. E’ facile riconoscervi un modello di itinerario catecumenale così com’era praticato delle primitive comunità cristiane. Il tutto avviene in 3 contesti:

  • é un evento comunitario che coinvolge altri soggetti oltre il diretto interessato;
  • é un evento dialogico/catechetico dove lo scambio di battute rivela le perplessità e i conflitti che l’annuncio cristiano suscita, ed anche una necessaria progressione dell’adesione di fede del soggetto.
  • é un evento simbolico/sacramentale dove il segno visibile gioca un ruolo efficace ed espressivo: lo sputo era la solidificazione dell’alito di vita (quasi un’acqua battesimale e creativa abitata dallo Spirito); la terra richiamava la creta del Dio vasaio e la terra da cui fu tratto Adamo; lo spalmare era l’unzione di consacrazione; la piscina era l’acqua del Mar Rosso e la tomba pasquale.

Tutto accade dunque in un contesto ad alta densità liturgica. Una vera proclamazione di ciò che accade quando celebriamo di domenica in domenica.

Gesù vede[2].
«Passando vide un uomo cieco dalla nascita».  Gesù è un veden­te attento, si accorge del mondo che lo circonda. Il suo non è un passare distratto, come di chi non si av-vede o come di chi non si interessa.
Gesù dona la vista con segni e parole.
Il gesto è evidentemente estremo, come a dire che nessuna forma di cecità gli può resistere. Ma è un gesto anche so­speso, che troverà il suo esito felice solo dopo essersi lavato nella piscina, cioè solo dopo essersi fidato della Pa­rola che lo inviava alle acque battesimali. E’ la Parola che guarisce.
Il combattimento per credere
Non faremmo piena giustizia al testo di Gio­vanni se non accennassimo all’ampia parte centrale, riguardante i diversi e incrocianti dialoghi con l’ex cieco e con i personaggi che lo circondano. Questi dialoghi ci fanno intendere che, contraria­mente a una specie di luogo comune, il miracolo resta tutt’altro che e-vi­dente. L’incertezza sul riconosci­mento del cieco («Alcuni dicevano: “È lui”; altri dicevano: “No, ma gli assomiglia”»), introduce un elemento quasi comico per la sua tragicità. Che aumenta quando si tratta di riconoscere chi può aver compiuto un miracolo del ­genere, mai visto «da che mondo è mondo». La gamma di quanto si dice di Gesù si presenta davvero ampia e diversificata: «Uomo che si chiama Gesù» (v.11); «Uomo che non viene da Dio» (v. 15); «Profeta» (v. 17); «Peccatore» (v. 24); «Uno di cui non si sa di dove sia» (v. 29); «Timo­rato di Dio e che fa la sua volontà» (v. 31); «da Dio» (v. 33); «Figlio dell ‘uomo» (v.­35); «Signore» (v. 36). Il cammino per arrivare a chiamare col suo titolo più appropriato («Signore») quell’uo­mo «che si chiama Gesù» è tutt’altro che li­neare e scontato e appare anzi come un vero e proprio dibattimento, come un vero e pro­prio conflitto. Arrivare a credere e dunque a vederci chiaro, a vedere dentro, fino a «prostrarsi in­nanzi» (v. 38), è insieme dono, ma an­che frutto di limpidezza del cuore. «Si vede bene solo col cuore», scrive Saint-Exupéry ne Il pic­colo principe.


[1] Movimento sorto nel 730 e durato fino al 787 quando il Papa Adriano I° convince la reggente imperatrice Irene a convocare un concilio a Nicea in cui si deciderà che le icone possono essere venerate ma non adorate e scomunicherà gli iconoclasti.
[2] Elaboro un articolo di Natanaele Fantini




8 marzo 2026. Domenica 3a Quaresima
ABBIAMO BISOGNO DI AVER BISOGNO

Preghiamo. O Dio, sorgente della vita, che offri all’umanità l’acqua viva della tua grazia, concedi al tuo popolo di confessare che Gesù è il salvatore del mondo e di adorarti in spirito e verità.  Per Cristo nostro Signore. Amen
 Dal libro dell’Èsodo 17,3-7.
In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi, i nostri figli e il nostro bestiame?». Allora Mosè gridò al Signore, dicendo: «Che cosa farò io per questo popolo? Ancora un poco e mi lapideranno!». Il Signore disse a Mosè: «Passa davanti al popolo e prendi con te alcuni anziani d’Israele. Prendi in mano il bastone con cui hai percosso il Nilo, e va’! Ecco, io starò davanti a te là sulla roccia, sull’Oreb; tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà». Mosè fece così, sotto gli occhi degli anziani d’Israele. E chiamò quel luogo Massa e Merìba, a causa della protesta degli Israeliti e perché misero alla prova il Signore, dicendo: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?».
 Sal 94   Ascoltate oggi la voce del Signore: non indurite il vostro cuore.
Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostràti, adoriamo,in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce! «Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,1-2.5-8
Fratelli, giustificati per fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo. Per mezzo di lui abbiamo anche, mediante la fede, l’accesso a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo, saldi nella speranza della gloria di Dio. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato. Infatti, quando eravamo ancora deboli, nel tempo stabilito Cristo morì per gli empi. Ora, a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.
Dal Vangelo secondo Giovanni 4,5-42
Gesù partì di nuovo per la Galilea. Doveva (ἔδει=edei) però passare attraverso la Samaria. Viene dunque nella città della Samarìa chiamata Sicar, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio: qui c’era un pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, affaticato per il viaggio, sedeva presso il pozzo. Era circa mezzogiorno. Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli erano andati in città a fare provvista di cibi. Allora la donna samaritana gli dice: «Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non hanno rapporti con i Samaritani. Gesù le risponde: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli dice la donna: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replica la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta! I nostri padri hanno adorato su questo monte; voi invece dite che è a Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare». Gesù le dice: «Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate ciò che non conoscete, noi adoriamo ciò che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà, ci annuncerà ogni cosa». Le dice Gesù: «Sono io, che parlo con te». In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliavano che parlasse con una donna. Nessuno tuttavia disse: «Che cosa cerchi?», o: «Di che cosa parli con lei?». La donna intanto lasciò la sua brocca, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia lui il Cristo?». Uscirono dalla città e andavano da lui. … Molti Samaritani di quella città credettero in lui per la parola della donna, che testimoniava: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di rimanere da loro ed egli rimase là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola e alla donna dicevano: «Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».

ABBIAMO BISOGNO DI AVER BISOGNO[1].Don Augusto Fontana

Acqua.
Dopo l’incontro nella notte con Nicodemo (l’uomo della Legge di Mosè) e quello con il profeta Giovanni Battista, c’è l’incontro con la donna di Samaria. Due maschi e una donna. Due itinerari di “cattolici praticanti” e un cammino di una donna che rappresenta “gli eretici” e gli “erranti” . Storie di sete, di desideri più profondi. Protagonista di fondo è l’acqua, origine della vita. Ma c’è acqua e acqua. Come c’è vita e vita. L’evangelista Giovanni ama giocare sugli equivoci che Gesù crea quando pronuncia alcune parole (acqua, pane, vita, nascere…) che hanno bisogno di molto dialogo e ascolto per essere raggiunte nella loro profondità. C’è infatti un’acqua stagnante, morta, inquinata come c’è una vita vegetativa, stanca, rutinaria.
Giovanni sembra aprire il suo Vangelo con l’ossessione dell’acqua, sempre abbinata allo Spirito. Nel capitolo 1 c’è l’acqua del battesimo di Gesù nello Spirito; nel capitolo 2, alle nozze di Cana, si parla di anfore (brocche) vuote e di acqua diventata vino sponsale di gioia; nel capitolo 3, con Nicodemo, c’è la proposta di nascita dall’acqua e dallo Spirito; ora, al capitolo 4, vediamo Gesù e la donna che parlano di sete e, per 9 volte, di acqua; nel capitolo 5, alla piscina di Bethzaethà, abbiamo la guarigione di uno della moltitudine di paralitici «essiccati», in attesa dell’acqua prodigiosa che tornerà in scena al capitolo 7: «“Chi ha sete venga a me e beva; chi crede in me, fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno”.  Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui». Perfino il cieco del capitolo 9 ha bisogno, per guarire, di fango impastato con il fiato umido e sacramentale di Gesù. Nel capitolo 13 Gesù prende dell’acqua e lava/guarisce i piedi dei discepoli. Nel capitolo 19 dal costato di Gesù esce, insieme a sangue, anche acqua.
Cos’è l’uomo se non ter­ra, impastata di acqua e vivificata dal soffio di Dio?: «allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo  divenne un essere vivente» (Genesi 2, 7).
E’ venuto il momento di chiedermi se ho sete o quali desideri profondi mi fanno muovere alla ricerca di qualche sorso fresco per la mia arsura di senso e di amore. Sono alla ricerca di qualche linfa che torni ad animare la mia vita «disseccata» come quel paralitico della piscina di Bethzathà? Mi chiedo pure se ho mai ascoltato davvero, una volta nella vita, la Sua domanda: «Ho sete. Mi doni da bere?», così come l’ha ascoltata la donna al pozzo o i presenti sotto la croce: «Gesù… disse per adempiere la Scrittura:  “Ho sete”» (Gv.19,28).
La mia Samaria.
La Samaria fa parte dell’antico regno del Nord, eretico e scismatico. Si era se­parato ai tempi di Geroboamo, nel 930 a.c., ed era stato colonizzato dagli Assiri nel 722 a.c., evento che segnò l’inizio di una religione sincretistica; gli abitanti di quella terra avevano sposato donne assire e ne erano nati figli “meticci”, non di pura razza e religione ebrea.
«Bisognava» (edei, dice il testo in greco. Bisognava) che lo Sposo passasse per la Samaria, per incontrare la sposa perduta; «bisogna» che il Figlio vada incontro ai suoi fratelli lontani: «Perché il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate, che non tengono l’acqua» (Geremia 2, 13).
Lo sposo e la sposa.
Gesù stanco per il viaggio si siede vicino a quel pozzo, proprio nell’«ora sesta», quella stessa ora in cui dal fianco aperto del crocifisso sgorgherà sangue ed acqua (Marco 15,33; Giovanni 19,31-37).
L’incontro tra Gesù e la donna avviene nella solitudine. Chi avrà riferito a Giovanni questo dialogo tra la donna e Gesù, visto che non c’erano testimoni e non esistevano le “intercettazioni ambientali”? Che Gesù le parli, susci­ta meraviglia a lei stessa, oltre che ai discepoli (cf. vv. 9.27). Un rabbino non parlava con una donna per strada; anche a sua moglie si rivolgeva solo nell’intimità della casa.
La domanda che Gesù rivolge alla Samaritana suona come l’avance di uno che vuole abbordarla. E lei ha capito bene. È proprio l’inizio di un corteggiamento. Ai bordi del pozzo il padre Giacobbe ave­va corteggiato Rachele (Gen 29,9ss; cf. Gen 24) e Mosè aveva abbordato Zippora che poi sposerà (Es 2,10-22). Ma Gesù, a differenza loro, non esibisce forza e seduzione. Stanco e abbandonato sul pozzo, manifesta la propria debolezza. Ha sete anche lui, come la donna che viene ad attingere.
Anche qui, come e più che altrove, ogni parola, quando non è allusione nasco­sta, è equivoco palese. I fraintendimenti sono fondamentali. Se si è disposti alla novità, i fra-in-tendimenti sono il principio dell’in-tendimento-fra le persone. Non bisogna quindi averne paura: anche se possono provocare chiusura, in difesa o in attacco, sono in realtà luogo fecondo di curiosità, di domande.
Oltre il pozzo con l’acqua materiale c’è anche quel pozzo profondo che è la donna. Così, oltre l’acqua che soddi­sfa la sete fisica, c’è un’altra acqua che la donna, pur avendo avuto sei uomini, anco­ra non ha trovato. È l’acqua della quale pure Gesù ha sete: l’amore tra Sposo e spo­sa. Gli equivoci, dopo l’acqua, riguardano appunto i mariti e il marito (vv.16ss). Acqua e pane, amore e Dio sono i biso­gni fondamentali che ognuno conosce e sui quali ci si fraintende. Ognuno infatti ne ha un’esperienza limitata e propria, diversa da quella dell’altro. Un botanico classifica la rosa, un giardiniere la coltiva, un fiorista la vende; ma  un innamorato la dona alla sua donna. La quale, a sua volta, non la mangia né la classifica né la coltiva né la vende: ne gioisce come segno di ciò che dà luce alla sua esistenza. Quante diverse reazioni può ispirare la stessa rosa, la stessa acqua!
Il racconto si trasforma in un dialogo d’amore nel quale Gesù vuol portare la don­na a conoscere il suo dono. Il racconto è un dialogo tra Gesù-Parola e l’ascoltatore raffigurato dalla donna. Questa ha cambiato vari mariti (5+1), ma non ha ancora incontrato lo Sposo, di cui pure ha sete. Numerose sono le allusioni all’AT. In primo piano sta il profeta Osea, il quale dice che il Signore attirerà e condurrà nel deserto la sua sposa infedele, parlerà al suo cuore e le restituirà il canto della sua giovinezza. Allora essa lo chiamerà: «Mio Sposo» e dimenticherà il nome degli idoli ai quali si è prostituita. La non-amata sarà fi­nalmente amata; il «non-mio-popolo» sarà chiamato dal Signore: «popolo mio» e gli risponderà: «mio Dio». Così profetava Osea in Samaria (cf. Os 2,16-25).
Il racconto è un cammino graduale che culmina nel riconoscimento di Gesù come Cristo. La donna viene al poz­zo e Gesù inizia il dialogo con lei. Quando essa si apre al dono, inizia il di­scorso sui vari mariti che la donna ha avuto e non l’hanno dissetata; anche quello che ha ora, non è suo sposo. Le parole di Gesù sono un garbato ac­cenno alle sue delusioni amorose. «Gesù non aggredisce la donna dai cinque mariti, la incontra senza farla arrossire. Non dice, come i predicatori che hanno fretta di disamorarci del mondo e della vita: quest’acqua non è buona, gli amori umani sono cattivi. Non dice neppure: quest’acqua non ti da nessun sollievo. Dice solo: se bevi di quest’acqua avrai ancora sete, svelando che fra la nostra sete profonda e l’acqua dei pozzi umani la distanza è incolmabile. Gesù, e il cristianesimo vero, non disprezzano e non negano le brevi gioie della strada. Il futuro nuovo non verrà con il rafforzare divieti e condanne ma camminando insieme da una piccola sete verso la grande sete, da una piccola brocca abbandonata verso la sorgente stessa. Solo l’incontro cambia la vita, non la legge. In principio è l’incontro con chi ti parla come nessuno, incontro con chi «ti dice tutto» (venite, mi ha detto tutto…), incontro con il Dio che ha sete che noi abbiamo sete di lui, ha desiderio del nostro desiderio»[2].
Abbiamo bisogno di aver bisogno[3].
Nel deserto si impara ad aver sete. Nella tradizione ebraica, l’acqua la si può chiedere solo a Dio. L’atteggiamento più naturale è quello descritto dal Salmo: «Sono davanti a te come terra riarsa» (142,6). Gli Ebrei l’hanno chiesta a Dio, ma nel modo sbagliato: mormorando, rimpiangendo la schiavitù in Egitto, pentendosi di essersi im­barcati in quel cammino di liberazione. Hanno tentato, messo alla prova Dio: « Il Signore è in mezzo a noi, si o no? ».  La loro è stata una sfida più che una richiesta. Gli Ebrei, nel deserto, avevano bisogno dell’acqua. Ma avevano bisogno, soprattutto, di fidarsi.  Pure la donna di Samaria aveva bisogno di qualcos’altro. E trova lì un uomo che ha sete. Ma anche Gesù ha bisogno di qualcos’altro. Lui ha sete di dissetare. In quest’incontro Gesù esplica la sua tattica preferita. Portare la creatura a prendere coscienza del suo bisogno reale. Far sca­turire un desiderio, approfondire un’esigenza.
…Se tu conoscessi il dono di Dio … Gesù non si limita a soddisfare le domande e le attese dell’uomo. Prima, le suscita. Il dubbio viene fatto scivolare sull’orlo del nostro pozzo: …Se tu sapessi di che cosa hai veramente bisogno … Ti aggrappi al superfluo, per negarti il necessario. Insomma, hai bisogno di aver bisogno.
…Signore, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete … Era quello che Gesù aspettava con ansia. Portarla a chiedere, a riconoscersi bisognosa, insoddisfatta. Anche se lei chiede ancora quest’ acqua, Gesù le dona un’altra acqua. Il dono di Gesù attenua l’aridità, ma sveglia, stimola, accre­sce il desiderio. Una volta che avrai gustato di quest’acqua, non ti rivolgerai più ad altri pozzi deludenti per estinguere la tua sete.
Gesù ha costretto la donna a manifestarsi, a esprimersi, a formulare le sue richieste. Ma poi le ha dilatate. Ha preso la donna, prigioniera delle proprie esigenze limitate, per condurla al di là delle sue attese. Gesù scava una sorgente all’interno di un individuo: «L’acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua … » Importante notare il particolare «in lui». La fonte è aperta dentro a ciascuno. Il pozzo è scavato dentro di me. Resta da domandarmi se a Dio non riesca più facile spaccare la roccia e farvi zampillare l’acqua («tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua»)  o aprirsi un varco nel mio cuore.


[1] S. Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Giovanni, I°, EDB
[2] Ermes Ronchi, Sorgente di fecondità, 03/03/02
[3] A. Pronzato, Parola di Dio, anno A, Gribaudi




1 marzo 2026. Domenica 2a Quaresima
Grazia nella dis-grazia

Preghiamo. O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro della Gènesi 12,1-4. In quei giorni, il Signore disse ad Abram:«Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.
 Sal 33  (32)  Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.
Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 1,8b-10. Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.
Dal Vangelo secondo Matteo 17,1-9. In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

GRAZIA NELLA DIS-GRAZIA. Don Augusto Fontana 

Paolo scrive nella sua lettera di oggi: «Dio ci ha salvati non in base alle nostre opere, ma secondo la sua grazia che ci é stata data in Cristo». Nel linguaggio comune il termine ‘grazia’ rimanda a una persona («é davvero una persona graziosa»), oppure a ciò che dà forza e sostegno («senza la grazia di Dio non ce l’avrei fatta»), oppure a ciò che é invocato per cambiare un evento naturale («Signore fammi la grazia di guarire»), oppure a ciò che sospende una condanna a morte o l’ergastolo («ha ottenuto la grazia dal capo dello Stato»).  Questi significati ci possono introdurre al significato biblico della grazia: la persona si coglie alla presenza di un Tu dal quale si scopre amato e accolto incondizionatamente e gratuitamente.
Nel Vangelo di oggi questi termini – grazia e benedizione – diventano icona nell’evento della Trasfigurazione. E anche noi oggi, siamo chiamati ad entrare come protagonisti dell’evento.
Prima di tutto è una questione di sguardo.
Gesù, nella sua umanità quotidiana e debilitata, è il luogo scelto da Dio per rivelarsi, come anticamente aveva scelto un cespuglio da cui rivelarsi a Mosè: “Il Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo ad un roveto che non si consumava” (Esodo 3). L’albero della croce non poteva che appartenere alla discendenza evoluta di quel cespuglio di migliaia di anni prima.
I discepoli della Trasfigurazione sono gli stessi che avevano raccolto la tradizione orale di quanto era successo sotto la croce: “Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo disse: <Veramente quest’uomo era Figlio di Dio>” (Marco 15,38-39). Pare che i Vangeli dicano che anche sulla croce accade una “trasfigurazione“; ma non è il crocifisso che si trasfigura bensì gli occhi del soldato pagano. La croce diventa diafana, si lascia attraversare dallo stupore e lascia intravedere la risurrezione in atto: «Questo ucciso è Dio!». Questa trasfigurazione dello sguardo era appena successo nell’orto del Getsemani: “Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno, tuttavia restarono svegli e videro la sua Gloria” (Luca 9,32). La Gloria, nel linguaggio biblico (kabod), è il termine che descrive la presenza percepibile di Dio, sia nella storia che nella coscienza. La Trasfigurazione è l’intuizione dell’altra faccia di Gesù come si esprime il Salmo 27: «Il tuo volto, Signore io cerco. Nella debolezza del mio peccato non nascondermi il tuo volto».
L’Eucaristia domenicale è il tentativo di stare sul Tabor per sperimentare e celebrare la grazia del volto e della tunica di Gesù (e nostre) che non perdono la loro struttura pur sotto gli schiaffi e le lacerazioni del nostro male. Quel che è accaduto durante quelle ore di intimità fra i discepoli e Gesù, è che loro si sono messi a guardarlo, ad ascoltarlo, a vederlo come sempre era, fra loro, ma come essi mai se n’erano accorti: nella sua relazione filiale col Padre. La trasfigurazione non è un prodigio spettacolare: è lo svelamento di una realtà permanente alla quale avevamo dedicato, fino a quel momento, sguardi assonnati e increduli. Paolo nella sua Lettera ai Filippesi 3, 20-21, dice: «Il Signore Gesù Cristo trasfigurerà il nostro misero corpo per configurarlo al suo corpo glorioso».
Grazia nella dis-grazia.
Quando diciamo grazia diciamo sempre un eccesso. Gesù eccede non con i sani, ma con i malati e lo fa nel contesto di una organizzazione religiosa che escludeva impuri e sciancati, infecondi e miscredenti. La grazia crea opportunità provvidenziali (“situazioni kairologiche“) anche negli spazi e nei tempi più maledetti. Cristo – diciamo nella formula del Credo apostolico – é disceso agli inferi; Paolo dirà di più: «è diventato per noi maledizione» (Galati 3,13) affinché non ci sia situazione in cui possiamo crearci l’alibi di una sua assenza o lontananza (prova a pregare il Salmo 139: “Dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo in cielo, là tu sei; se scendo negli inferi, eccoti”). Dio non si sente a proprio agio in questa nostra storia dove la sua volontà é sconfitta e la sua signorìa é sconosciuta. La Shekinà (la presenza) di Dio é in esilio. Celebrare l’Eucaristia domenicale vuol dire far tornare Dio dal suo esilio, riportare a casa sua la sua Gloria. «Se uno mi ama il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv. 14,23). Il dramma dell’uomo è il dramma di Sara, moglie di Abramo : «Sono già avanzata negli anni e non ho ancora concepito». La nostra sterilità è il nostro dramma descritto in Isaia 26,18 : “Abbiamo sentito le doglie del parto ed invece era solo mal di pancia”. Dice S. Paolo:” Il creato è stato condannato a non avere senso, ad essere sotto il potere della corruzione”. Siamo una generazione che ha abortito. Come dice il profeta Osea e il Cantico dei Cantici, Dio è come uno sposo che va a prelevare la sua sposa che si sta prostituendo agli idoli, per portarla nel deserto e parlarle al cuore come ai tempi del fidanzamento. Come oggi fa con i discepoli sul Tabor. Come fa di domenica in domenica con noi. Paolo, nelle sue Lettere, medita su questo mistero: i giudei avevano tentato di diventare “figli di Dio” imponendosi la circoncisione. Paolo nella sua Lettera ai Galati 6,14-16 dice: “Non conta nulla essere circoncisi o non esserlo. Ciò che importa è essere una nuova creatura “. Gesù aveva detto a Nicodemo “ Chi non rinasce non entrerà nel Regno dei Cieli”. Per i giudei chi si convertiva al giudaismo (i “proseliti“) veniva designato come “nuova creatura” a motivo del suo ingresso nella Comunità di Israele: per lui non esisteva più il proprio passato; perfino i legami contrattuali o matrimoniali, precedentemente assunti, decadevano. Questo cambiamento di condizione era più giuridico che morale; era una ” nuova sistemazione legale”. Per Paolo, invece, è molto di più: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me ” (Galati 2,19-20), ” Se uno è in Cristo è una nuova creatura” (2 Corinti 5,17).
La grazia è sempre accompagnata da una minaccia che è la dis-grazia.  Può darsi lo scontro, la chiusura, il rifiuto del dialogo, l’assolutizzazione in se stesso. Per questo l’uomo è sempre un essere minacciato. Egli può essere contemporaneamente dis-graziato e graziato; omnis homo Adam, omnis homo Christus (ogni uomo è Adamo, ogni uomo è Cristo), scrive S. Agostino (En. in Psal. 70,21).  La nostra esperienza concreta è sempre paradossale. L’amore di Dio che agisce nell’uomo peccatore, provoca una specie di “crisi di crescita” provocando una conversione, un mettersi in viaggio come Abramo. La grazia come crisi mi costringe a decidermi, a tirarmi fuori dal mio torpore. La crisi non é una situazione patologica della vita, ma la sua normalità.
Rendere grazie alla grazia.
«Com’é bello stare qui…!. Alla grazia corrisponde il “rendere grazie“, fare Eucaristia.  Noi siamo spesso più brontoloni per ciò che ci manca che grati per ciò che ci vien dato; siamo più spesso mendicanti per ottenere che riconoscenti per quanto ottenuto. La riconoscenza, la gratitudine, il dire grazie è merce rara nella fitta rete dei rapporti umani e religiosi. E quando, a volte, diciamo grazie o ricambiamo un favore lo si fa per sdebitarci e chiudere il conto. E questo sia con gli uomini che con Dio. Dire “grazie” è uno dei gesti fondamentali della vita di relazione ed è alla base dell’opera educativa e formativa della personalità. Quando si è acquisito questo diffuso senso della riconoscenza non ci basta più “dire grazie” e si passa alla “azione di grazie” che è uno scambio concreto di gesti e di servizi.
Salire e scendere.
Nell’Evangelo di oggi c’è un doppio movimento: si sale verso l’alto monte e poi si scende. Salire, per Gesù, non è, come vorrebbe Pietro, andare alla ricerca di uno spazio comodo al riparo dai problemi, una fuga dall’impegno nel mondo. Per Gesù salire significa cercare il volto di Dio, il dialogo con Lui, sottrarsi alla cattura delle immediatezze, rivedere l’intreccio tra preghiera e azione. Oggi è tanto difficile quanto necessario ritagliarsi momenti per “salire sul monte in disparte”. Soprattutto è controcorrente.
Dio, Dio mio, io Ti cerco fin dall’aurora; di Te ha sete l’anima mia; verso di Te anela la mia carne, come una terra deserta, arida, senz’acqua” (Salmo 63,2).
Il secondo movimento è la “discesa dal monte”. Gesù scende verso la città, verso la vita quotidiana, verso l’ora difficile che si avvicina, ma portando, nelle pieghe del cuore, la rivelazione del Tabor.




22 febbraio 2026. Domenica 1a Quaresima
MA…

1a dom.quaresima A

Preghiamo. O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro della Gènesi 2,7-9; 3,1-7
Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male». Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.
Sal 50  Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.
Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro.
Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.
Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito.
Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5, 12.17-19
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo. Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.
Dal Vangelo secondo Matteo 4,1-11
In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”». Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

 

 

 

 

MA….Don Augusto Fontana

«L’uomo contemporaneo sembra far più fatica che mai a riconoscere i propri sbagli e a decidere di tornare sui suoi passi per riprendere il cammino dopo aver rettificato la marcia; egli sembra molto riluttante a dire “me ne pento” o “mi dispiace”»(Reconciliatio et paenitentia  n. 26. Esort. Apost. Giovanni Paolo II 1984). Il problema vero sembra essere costituito dal fatto che oggi molti di noi, me compreso, non si sentono né santi né peccatori. Dall’ossessione del peccato si è passati alla presunzione di innocenza. «Se diciamo che non c’é in noi il peccato, inganniamo noi stessi e non siamo nella verità» (1 Gv. 1,8).
La discussione, la vertenza, l’obiezione.
Isaia 1,18:«Dice il Signore “Su, venite e discutiamo“». I tre testi liturgici di oggi sembrano evidenziare un confronto serrato sostenuto da 3 “Ma“:
Ma il serpente disse alla donna…
Ma il dono di grazia é più grande della caduta…..
Ma Gesù rispose al diavolo….
Il “Ma” serve a distinguere, come altre volte abbiamo sentito: “Vi é stato detto: Non uccidere, ma io vi dico che chiunque dice al fratello che è stupido non entrerà nel Regno dei cieli“. La storia della salvezza è la storia dei ma che l’uomo ha detto a Dio e la storia dei ma che Dio rilancia all’uomo. Dio tenta di sedurre gli uomini verso di sè, ma l’uomo e la donna accettano l’altra seduzione. L’albero divenuto croce rappresenta la fedeltà di Dio: «tutti ci eravamo allontanati da te, ma tu ti sei fatto vicino a tutti perchè quelli che ti cercano ti possano trovare» (Pregh euc. IV).
L’Eucarestia di oggi e la Quaresima celebrano il ma di Dio sulla nostra vita; sono tempi profetici per visitare le nostre obiezioni a Dio e gioire di quella obiezione che Dio ci ha mandato in Cristo. Veniamo stanati dalla neutralità impossibile. Sono tempi per l’incontro di due partner che “discutono insieme”. Sono l’occasione per restare nella vertenza, come Giacobbe, Giobbe, i discepoli di Emmaus. L’obbedienza della fede nasce da una paziente pedagogia di Dio che fa le sue proposte, accetta le domande. L’obbedienza della fede non é obbedienza muta ma dialogica. Il peccato accade quando va in corto circuito questo flusso.
Dimmi cosa pensi del peccato e ti dirò il Dio in cui credi. E viceversa.
“Ogni medaglia ha il suo rovescio”; ogni vicenda umana é talmente complessa da non riuscire a parlare in profondità di una cosa senza guardare, almeno con la coda dell’occhio, il suo rovescio, la sua altra metà o il suo profondo.
Non si può parlare evangelicamente del peccato lontani dall’Ultima Cena, dalla croce, dal mattino di quel primo giorno dopo il sabato o della Pentecoste.
Gesù fu condotto nel deserto dallo Spirito Santo e dopo il battesimo. C’é un modo cristiano e rivelato di parlare del peccato. E c’é un modo ateo, legittimo, ma ateo: un modo che si basa su valutazioni della maggioranza o indotto da suggeritori o dedotto da alibi interiori contrabbandati come coscienza o da moralismi che sono più tradizioni di uomini che volontà di Dio. E facile l’equivoco: ci possono essere azioni da noi considerate sacrosante e che sono peccato secondo Dio, come ampiamente ascoltiamo nei profeti e in Gesù nei riguardi del culto lontano dalla solidarietà (Mt.5,23). E’ stato detto che il nostro stile di vita rivela in quale Dio crediamo e che l’immagine che abbiamo di Dio influenza le nostre scelte quotidiane.
Mentre parliamo del peccato stiamo parlando di Dio….un Dio che si manifesta diverso da come lo immaginiamo. Quali sono le raffigurazioni negative ricorrenti e che anche oggi potremmo rischiare di equivocare nelle letture bibliche di oggi?
– Il Dio che giudica e punisce, che vuole condurre a sè gli uomini con la paura e che é irremovibile nel punire ogni mancanza, incurante della fragilità dell’uomo, rigoroso nell’applicare adeguate punizioni ad ogni colpa. E’ il Dio-poliziotto.
– Il Dio nemico della vita, che vuole il sacrificio per essere placato o che esige castrazione del lato positivo e piacevole della vita.
– Il Dio contabile, che tiene conto di ogni sbaglio nei confronti di una legge e li registra per il rendiconto finale. E’ il controllore ossessivo e pedante, il ficcanaso fastidioso, un polpo soffocante.
– Il Dio efficiente, cottimista del bene. E’ il Dio che dice “quanto più produci in opere buone, tanto farai carriera nell’eternità”.
Ed ecco il “Ma” della Santa Scrittura:   «Ma tu, Signore, Dio-di-pietà (misericordioso:El-rahom), compassionevole (hannon) lento all’ira e pieno di amore (hesed) e di  fedeltà (hemet), volgiti a me e mostrami la tua grazia (hanneni): dona al tuo servo la tua forza, salva il figlio della tua serva». (Salmo 86,15-17; cfr. anche v. 5; Es. 34,6): Gesù  è “l’incarnarsi” di questa misericordia che mette in discussione la logica mondana dello scambio, della simmetria, della reciprocità. Un perdono concesso dopo il pentimento potrebbe essere un atto di giustizia dovuta. Il termine misericordia invece, significa partecipare in modo talmente immotivato, cordiale e concreto alla situazione del disagio altrui da cambiargli radicalmente la sua situazione. Quando diciamo “Signore pietà!” significa appellarsi alla profondità del sentimento e dell’energia del Signore sottoponendogli la propria situazione da cambiare. Paolo, in modo scandaloso, dirà che ogni debolezza (non la furbizia) é grazia e mi mette in grado di lodare Dio. Per questo la nuova liturgia della Riconciliazione chiede di confessare la fede e la lode, prima ancora che confessare il peccato. Affinché sia chiaro che miseria e misericordia non fanno mai monologo, ma duetto: «Ma il dono di grazia é più grande della caduta…..».
Quale peccato allora?
Solo ora sono in grado di parlare di peccato. Un termine che la lingua ebraica dell’ Antico Testamento chiama con sfumature terminologiche diverse per indicarne la complessità di ciò che siamo, ma anche di ciò che non vorremmo essere: (hata’ = mancare l’obiettivo o un bersaglio, commettere un errore; pasa’ = ribellarsi contro qualcuno, attentare alla sua dignità, violare un patto; ‘awon = essere storto, camminare su un sentiero sbagliato; rasa’ = essere senza una legge, essere ingiusto Tutto questo esce dalla filigrana delle letture bibliche di oggi da cui evidenzio alcune coordinate:
L’albero della vita. Il peccato prima di essere una serie di trasgressioni è la rottura o l’inquinamento di una relazione. Gesù dirà: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo essere vivente e il prossimo tuo. Qui sta tutta la Legge e ogni profezia».  Nell’Eden Dio soffia nell’uomo l’alito della vita e l’uomo diventa essere vivente. Poi consegna 2 alberi di cui uno è l’albero della vita. Peccato é inquinare, turbare, dominare, impigrire, spegnere, far soffrire l’alito di vita, l’albero della vita, e tutto ciò che nutre la vita dell’uomo ben oltre la semplice sopravvivenza.
Il ruolo della Parola di Dio. Sia nel racconto della Genesi che nella tentazione di Gesù emerge chiaro il ruolo della Parola di Dio, ma si evidenzia anche come é difficile porsi nel versante giusto di ascolto. La Parola di Dio può essere utilizzata dal serpente e dal diavolo, cioè é strumentalizzabile. Anche i demoni, dicono gli evangelisti, riconoscevano che Gesù era il Cristo. C’é un uso astratto della conoscenza. C’é un uso utilitaristico. E’ possibile l’equivoco.
Il diavolo o il serpente: per dire che ciascuno di noi non é l’inventore del male e delle maledizioni. L’uomo é preceduto dal limite e dalla malizia, si trova in un plesso di relazioni attraversate dal male, dal peccato. Noi nasciamo peccatori. Il salmo 51 dice: «Ecco, colpevole io sono nato, peccatore mi ha concepito mia madre».  Enzo Bianchi commenta: «Noi diciamo che i bambini sono innocenti. No. I bambini sono un fascio di peccato e solo diventando grandi noi abbiamo meno peccati. Un bambino è un fascio di sentimenti opachi, caotici, violenti, aggressivi, fusionali. E man mano che avanziamo nella vita noi razionalizziamo le forze caotiche che ci abitano e sempre più cerchiamo di diventare puri. Ma l’impuro per eccellenza è il bambino. Non è vero che dietro le spalle abbiamo l’innocenza e la bella virtù. Noi possiamo arrivarci forse in vecchiaia. Noi nasciamo con questa attitudine al peccato, con questa inclinazione al male, all’egoismo, alla aggressività» .Primo Levi nel cap. 2° de “I sommersi e i salvati” propone il concetto di “zona grigia” é cioè quello spazio occupato da una grande massa che svolge, volente o nolente, mansioni necessarie al delitto, compresa l’omissione. La zona grigia rappresenta la NORMALITA’. Non è sinonimo di colpa, ma neppure di innocenza. E’ il luogo della “banalità del male”, come dice Hanna Arendt. Spesso il crimine é l’organizzazione di una catena di innocenze individuali, che si nutre della normalità, dei riflessi condizionati dell’individualismo e della paura di denunciare e intervenire, di piccole decisioni e calcoli che possono oliare il sistema repressivo pur rendendo la partecipazione alla violenza un qualcosa di asettico ed ignaro del sangue e della morte. Morendo lasceremo in eredità un po’ di bene, ma anche un po’ di male. Ciascuno di noi fa esperienza del male che lo porta là dove non vorrebbe andare (Paolo). I documenti ecclesiali parlano di strutture di peccato, Adamo ed Eva rappresentano una complicità che era stata creata per il mutuo aiuto e che si corrompe nella complicità per farsi del male. Anche questo é peccato. Eppure interviene il “Ma” di Dio: Ma il dono di grazia é più grande della caduta…..




15 febbraio 2026. Domenica 6a
L’ECCEDENZA DEL VANGELO

Preghiamo. O Dio, che riveli la pienezza della legge nella giustizia nuova fondata sull’amore, fa’ che il popolo cristiano, radunato per offrirti il sacrificio perfetto, sia coerente con le esigenze del Vangelo, e diventi per ogni uomo segno di riconciliazione e di pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo. Amen

 Dal libro del Siracide (15, 16-21).
Se vuoi custodire i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa. I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare.

Salmo 119 (118)  Beato chi cammina nella legge del Signore.
Beato chi è integro nella sua via e cammina nella legge del Signore.
Beato chi custodisce i suoi insegnamenti e lo cerca con tutto il cuore.
Tu hai promulgato i tuoi precetti perché siano osservati interamente.
Siano stabili le mie vie nel custodire i tuoi decreti.
Sii benevolo con il tuo servo e avrò vita, osserverò la tua parola.
Aprimi gli occhi perché io consideri le meraviglie della tua legge.
Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti e la custodirò sino alla fine.
Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (2, 6-10)
Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.  Ma, come sta scritto:  «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano». Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.
Dal vangelo secondo Matteo (5, 17-37)
Gesù disse ai suoi discepoli: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino[1] della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.  Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna. Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono. Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore. Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio. Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

 L’ECCEDENZA DEL VANGELO. Don Augusto Fontana

La discussione, la vertenza, l’obiezione. Isaia 1,18: «Dice il Signore “Su, venite e discutiamo“». Nel Vangelo di oggi sembra evidenziarsi un confronto serrato. Il “Ma” serve a distinguere: “Vi é stato detto: Non uccidere, ma io vi dico che chiunque dice al fratello che è stupido non entrerà nel Regno dei cieli“. La storia della salvezza è la storia dei MA che l’uomo ha detto a Dio e la storia dei MA che Dio rilancia all’uomo. La neutralità diventa quasi impossibile per due partner che “discutono insieme”. Io ho spesso mandato in corto circuito questa franca e cordiale reciprocità.

Il testo di Matteo[2].
Siamo nel contesto del discorso della montagna. Dopo le Beatitudini, il Gesù di Matteo enuncia alcuni principi generali (5,17-20), a cui fanno seguito sei casi concreti di interpretazione della Torà (5,21-48), introdotti ogni volta da una citazione dal Primo Testamento («avete inteso che fu detto»), ripresa e commentata da Gesù («ebbene io vi dico»).
Gesù inizia dicendo che non é venuto a dissolvere, ad abrogare la Torà; tuttavia le antitesi che seguono sembrano andare in tutt’altro senso.
Di fatto le due parti del discorso (“Voi avete udito…Ma io vi dico“) non sono in antitesi. Il secondo elemento del discorso rivela, invece, il senso racchiuso nel primo. Il biblista Giulio Michelini[3] parla di “intensificazione” del precetto, rivelandone il significato pieno e l’intenzione del legislatore. Tanto che il biblista traduce “Voi avete udito….EBBENE io vi dico” (e non “MA io vi dico”, come fa la traduzione ufficiale della CEI). Gesù non  si oppone al comandamento originale dato a Mosè (la Torà scritta), ma ad un certo modo di interpretarlo da parte dei rabbini (tradizione orale). Inoltre Matteo mette in evidenza l’estensione, la profondità, la creatività del verbo “compiere“: «Io non sono venuto a dissolvere, ad abrogare»; anzi accusa i farisei di rendere vana la Torà proprio con il loro comportamento: «In quel tempo vennero a Gesù da Gerusalemme alcuni farisei e alcuni scribi e gli dissero: “Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poiché non si lavano le mani quando prendono cibo!”. Ed egli rispose loro: “Perché voi trasgredite il comandamento di Dio in nome della vostra tradizione. Dio ha detto: Onora il padre e la madre e inoltre: Chi maledice il padre e la madre sia messo a morte. Invece voi asserite: Chiunque dice al padre o alla madre: Ciò con cui ti dovrei aiutare è offerto a Dio, non è più tenuto a onorare suo padre o sua madre. Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me”» (Mt. 15,1-8).
In ebraico il verbo le-vattel (annullare) si oppone proprio a le-qajjem (compiere, realizzare). Il verbo compiere può assumere due significati:

  • riempire, far traboccare, dilatare, aumentare, aggiungere in senso qualitativo.
  • realizzare, mettere in pratica.

Il testo di Siracide.
Se vuoi…“: la prima lettura dal Siracide (15,15-20) ci pone nell’ottica giusta del Vangelo che non é una legge, ma una libera scelta: «Se desideri…», cioè se non ti accontenti, se non ti rassegni, se non ti adatti, se desideri venir fuori dall’appiattimento, da un’esistenza incolore e insapore (come diceva il Vangelo domenica scorsa: “voi siete sale”). La visione di Siracide é fin troppo ottimista; non sempre le nostre scelte dipendono dalla nostra buona volontà; così il Salmo 119 ci fa pregare: «Aprimi gli occhi…indicami…dammi comprensione…raddrizza». “Se la vostra giustizia non é superiore  a…“: l’osservanza esteriore non basta, non basta neppure il “non fare”. Tra la morale corrente e la sapienza nascosta di cui parla Paolo ( 1 Cor. 2,6-10) c’é differenza.
La coerenza[4].
Noi cristiani siamo incoerenti. Nella vita di ogni giorno ci comportiamo un po’ come gli altri: leggiamo le beatitudini, ma non passano nella vita. A volte quelli che vengono additati come ‘lontani” si dimostrano più sensibili a certi valori – quali la solidarietà, l’altruismo, le lotte per migliorare la vita dell’uomo – di quelli che si proclamano cristiani e pensano invece solo a sé stessi.
Incoerente è colui che pensa in un modo e agisce in un altro. La parola e la vita di Gesù ci chiamano ad uscire dalle posizioni mediocri. Nel Salmo 50 (16-20) siamo così descritti: «All’empio Dio dice: Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la mia disciplina e le mie parole ti getti alle spalle?  Se vedi un ladro corri con lui, e degli adulteri ti fai compagno.  Abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua ordisce inganni.  Ti siedi, parli contro il tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre».
C’é tuttavia una modalità di vivere nell’incoerenza che da’ qualche speranza.  Finché il cristiano conserva nella sua vita, anche solo come sincero desiderio, la visione di una vita diversa da quella che sta vivendo c’è ancora in lui la speranza di un’alternativa alla sua vita attuale.  Forse è solo una debole fiammella, ma c’è.  Quando invece non si mette più in discussione, spegne questo lumicino, resta solo con le realtà che popolano il suo mondo e si convince poco alla volta che siano le sole da vivere.  Anche il figliol prodigo nella sua vita dissoluta aveva conservato in sé il ricordo della casa paterna; e quando si è trovato solo e disperato ha sentito riaffiorare questo ricordo e con il ricordo la speranza del ritorno.  Se lo avesse cancellato dalla memoria, sarebbe morto nello squallore di una vita senza speranza.
Ecco:  anche nella mia incoerenza vorrei conservare almeno il desiderio di alzarmi, la nostalgia di un un orizzonte diverso e accettare il contraddittorio di Dio: «Hai fatto questo e dovrei tacere? Forse credevi che fossi come te!  Ti rimprovero, ti pongo innanzi ai tuoi peccati» (Salmo 50,21).
Ci sono dunque diversi tipi di incoerenza. C’è l’incoerenza di chi non mette più in discussione la propria incoerenza. C’è invece quella incoerenza consapevole del discepolo debole che però continua a conservare dentro di sé – almeno come desiderio – gli orizzonti di Gesù. Come Pietro nel cortile del tribunale: «Pietro si ricordò delle parole dette da Gesù…e uscito all’aperto, pianse» (Mt 26,75). La sua Parola mi custodisca almeno il desiderio.
Mi sto soffermando su una frase del profeta Amos (3,12): Così dice il Signore: come il pastore strappa dalla bocca del leone due zampe o il lobo di un orecchio, così scamperanno gli Israeliti.
La frase è un po’ sibillina. Il pastore aveva il compito di proteggere il gregge affidatogli dal padrone. Qualche volta non gli riusciva e pur lottando contro il leone aggressore, perdeva il gregge. Allora prima di andare dal padrone a raccontargli come erano andate le cose, raccoglieva qualche brandello delle pecore uccise e si presentava al padrone per dimostrare che almeno aveva lottato anche se non era riuscito a salvare l’integrità delle pecore.
Le Beatitudini sono la proprietà preziosa che il Signore ci ha consegnato. Le forze aggressive interiori e le pressioni di conformità della cultura in cui viviamo, portano assalti continui a questa indifesa e fragile eredità. Sappiamo che quando verrà l’ora non saremo in grado di riconsegnare le beatitudini integre, ma almeno che ne possiamo riconsegnare qualche brandello, segno che non ci siamo arresi, non ci siamo adattati, non siamo scappati, non ci siamo addormentati. Se la santità integrale non ci appartiene, ci appartenga almeno la resistenza. Alcuni potrebbero dire che è una visione un po’ riduttiva e minimalista ma, conoscendomi, non so pensarmi che così.


[1] Iota o in ebraico YOD è la lettera più piccola dell’alfabeto ebraico e il “trattino o “apice” è quel “piccolo corno superiore” (in ebraico: qôş=corno) che tutte le lettere ebraiche hanno. Il talmud dice che tralasciare anche solo un trattino (corno) della lettera yod rende invalido un intero rotolo della Torà.
[2] Adattamento da A.Mello Evangelo secondo Matteo, Qiqajon.
[3] MATTEO, introduzione, traduzione e commento a cura di Giulio Michelini,  Ed.S. Paolo, 2013
[4] Giordano Muraro: «Non sarebbe meglio per i cristiani essere pochi e più coerenti, anziché una massa informe dove coesistono credenti per anagrafe o tradizione con quelli convinti e impegnati?» (in risposta ad un lettore cf. FAMIGLIA CRISTIANA 45/98 Pag. 13)




8 febbraio 2026. Domenica 5a
SALE E LUCE VOI SIETE

5 domenica ord. A

Preghiamo. O Dio, che nella follia della croce manifesti quanto è distante la tua sapienza dalla logica del mondo, donaci il vero spirito del Vangelo, perché ardenti nella fede e instancabili nella carità diventiamo luce e sale della terra. Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 58,7-10
Così dice il Signore: «Non consiste forse [il digiuno che voglio] nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”. Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio».
Salmo 112 ( 111) Il giusto risplende come luce.
Spunta nelle tenebre, luce per gli uomini retti: misericordioso, pietoso e giusto.
Felice l’uomo pietoso che dà in prestito, amministra i suoi beni con giustizia.
Egli non vacillerà in eterno: eterno sarà il ricordo del giusto.
Cattive notizie non avrà da temere, saldo è il suo cuore, confida nel Signore.
Sicuro è il suo cuore, non teme, egli dona largamente ai poveri,
la sua giustizia rimane per sempre, la sua fronte s’innalza nella gloria.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 2,1-5
Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.
 Dal Vangelo secondo Matteo 5,13-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale diventa insipido (in gr.= moròs=stupido, sciocco), con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Sale e luce voi siete. Don Augusto Fontana

E’ sotto gli occhi di tutti l’insipienza e il buio di valori e di non senso che ci circondano; anzi che ci occupano dentro. Certe notizia sembrano non toccarci: in Italia  nel gioco d’azzardo si sono giocati più di 157 miliardi nel 2024; nel 2025 ci sono stati 97 femminicidi e 1.093 lavoratori deceduti sul lavoro. E la lista potrebbe continuare con le coppie di sposi alla deriva, con la progressiva diminuzione della solidarietà sociale ed economica, l’insoddisfazione e il disagio prima interiore e poi diffuso a cascata sui luoghi di lavoro, nei rapporti interpersonali. E non possiamo pensare neppure che buio e tiepidezza siano solo attributi di chi non viene in chiesa. Non possiamo dividere il quartiere in due: da una parte i cavernicoli che vivono nella insipida penombra e dall’altra i cristiani che vivono nel cono di luce della religione. Anche noi siamo cavernicoli bisognosi di risentire la parola con cui Giovanni apre il suo Vangelo: «In Gesù era la vita e la vita era la luce degli uomini» o risentire, al Cap. 8,12, l’audace proposta di Gesù «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».
La luce della vita: che cosa significa se non la luce senza la quale non si può vivere? Oppure anche la vita luminosa, piena di senso ed espandibile, esportabile. Noi viventi in un’epoca e in un paese dove la luce è un diritto ed è garantita, non ci rendiamo conto della essenzialità vitale della luce nè riusciamo a pensare di dover proteggere o alimentare la luce. Premendo un pulsante la luce ci resta garantita fin che lo vorremo noi. Ma non altrettanto è per la nostra condizione di discepoli illuminati e di credenti. La luce accesa con il battesimo è più simile ad una fiammella esposta che ad una lampada a lunga resistenza: «Signore, lampada ai miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino». «Resta con noi Signore, perché si fa sera e buio». Ogni domenica veniamo a celebrare ciò che facciamo nella notte di Pasqua: ognuno di noi è una candelina che prende la propria luce dal Signore risorto posto al centro della comunità cristiana. Ma è poi vero che, al di là delle affermazioni verbali, Lui è la luce della mia vita e la vita della mia luce?
Oggi il brano di Matteo, di Isaia e il Salmo 112 ci aiutano a procedere nella nostra riflessione. Isaia: «Se condividerai pane, casa e vestiti con quelli della tua carne e con quelli che non sono della tua carne, se toglierai di mezzo lo sfruttamento, lo spettegolare, il puntare il dito contro gli altri, allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua luce brillerà fra le tenebre e la tua oscurità diventerà luminosa come il sole a mezzogiorno».
Il contesto in cui Isaia annuncia queste parole è costituito da una situazione di pratica religiosa ridotta al culto formale ed esteriore. «E’ inutile digiunare e curare i propri affari, sfruttare i propri dipendenti, litigare con i vicini e poi pregare. Le vostre preghiere arrivano a me come un chiasso fastidioso» dice il Signore pochi versetti prima del brano letto oggi.
E se ci fossero ancora dubbi sullo stretto rapporto tra culto e solidarietà condivisa, il Salmo 112 ribadisce l’antifona: «L’uomo che teme il Signore (il credente) sarà illuminato e illuminante solo se presta soldi senza interesse, amministra il proprio bilancio con un occhio ai bisognosi a cui dona generosamente».
Anche la comunità di Matteo aveva qualche problema al riguardo tanto che l’evangelista si è sentito in dovere di raccogliere nei capitoli 5, 6, 7 tutta una serie di parole e comandi pronunciate da Gesù. In questi capitoli emergono evidenti due termini: fare e opere.
«Vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro». Il testo greco dice: «Vedano le vostre opere belle (kalà)». E’ come dire che noi cristiani dovremmo essere seducenti, epifanici della bellezza di Dio. «Non siete voi che vivete – diceva S. Cirillo di Alessandria – ma vive in voi la luce, cioè Cristo capace di illuminare con la sua parola il mondo intero[1]».
«Voi siete il sale della terra». Sale o lievito: sono cose che non si mangiano allo stato puro, ma si rendono invisibili e impalpabili nella materia che trasformano.
Il sale dà sapore ai cibi. E’ simbolo della “sapienza”. Paolo ai Colossesi raccomanda: “La vostra conversazione sia sempre gradevole, condita con sale”(Col, 4,6).

  • Il sale è usato ancora oggi per conservare gli alimenti, per impedire che divengano avariati. Oggi diremmo che grande sotto il sole è la corruzione nelle amministrazioni pubbliche, tra i furbetti del quartierino e del cartellino, tra gli evasori e gli elusori fiscali. Un po’ di “sale” evangelico eviterebbe la cancrena sociale a cui assistiamo e di cui, talvolta, siamo complici.
  • Il sale era usato anche per confermare i patti: i contraenti consumavano pane e sale. Questo accordo solenne era detto “alleanza di sale”. Così fu detta l’alleanza stipulata da Dio con la dinastia di Davide (2 Cr 13,5). Signore, donaci il tuo pane e il tuo sale.

Il sale saporito e la luce esportabile, per Matteo si identificano con alcune scelte che verranno proposte nelle prossime 4 domeniche. Alla base di queste proposte ci sono due caratteristiche:

  • Il “Voi“. Sembra che le virtù individuali, pur rispettabili, non bastino. Matteo rileva le dimensioni ecclesiali e comunitarie della efficacia.
  • Siete“. Non dice “Dovete essere”. E’ un problema di identità, prima che di esternazione.

L’esagerazione, l’eccesso, la provocazione.
Il mondo non ha bisogno di sbiaditi devoti afflitti da torcicollo nè pillole evangeliche in dosaggi tollerabili; pare che la nostra vocazione sia quella della spregiudicatezza. Leggendo le BEATITUDINI, spero che tutti abbiamo provato, accanto al senso di pace che donano, anche il senso fastidioso e benefico della provocazione spregiudicata. È l’irragionevole debolezza della croce di cui parla Paolo nella lettura di oggi. Anche Gesù è stato spregiudicato nei nostri confronti tanto che ha avuto bisogno di dire: <Beato chi non si scandalizza di me>. Noi poi, lo abbiamo disinfettato, gli abbiamo tolto il sapore di sale e lo abbiamo reso insipido. Per questo dopo 2000 anni il mondo e la Chiesa sono ancora nelle tenebre. In un clima conformista e annoiato come quello attuale occorre che ci chiediamo se siamo disposti a soffiare nelle ceneri della nostra coscienza e nelle ceneri calde dei nostri ambienti di vita per far riaccendere luce, calore e sapore che il Signore ha già seminato nel cuore di tutti.
Vorrei prendere sul serio i paradossi evangelici, smettere di essere insignificante, timido, rassicurante, decorativo. Vorrei essere evangelicamente irregolare. Dio ha bisogno del nostro cuore impazzito. E anche gli altri che stanno al buio e stanno trangugiando cibi insipidi, ne hanno bisogno. Hanno bisogno di incontrare non un’immagine sbiadita e innocua di Dio presentata da una comunità di imbalsamatori di Dio.


[1] citato in S.Legasse I cristiani sale della terra e luce del mondo, in Parola per l’assemblea festiva, 33, Queriniana, Brescia, 1974, pag. 38