26 maggio 2024. Trinità
IL NOME CHE NON C’E’

PadreFiglioSpiritoSanto nella Chiesa

Preghiamo:  Dio, che nelle acque del Battesimo ci hai fatto tutti figli nel tuo unico Figlio, ascolta il grido dello Spirito che in noi ti chiama Padre, e fa’ che, obbedendo al comando del Salvatore, diventiamo annunciatori della salvezza offerta a tutti i popoli. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Deuteronomio 4,32-34.39-40
Mosè parlò al popolo dicendo: “Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e rimanesse vivo? O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore vostro Dio in Egitto, sotto i vostri occhi? Sappi dunque oggi e conserva bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra; e non ve n’è altro. Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti dò, perché sii felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore tuo Dio ti dà per sempre”.
Salmo 32  Beato il popolo scelto dal Signore.
 Retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra.
Dalla parola del Signore furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
Perché egli parlò e tutto fu creato, comandò e tutto fu compiuto.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo.
Lettera ai Romani 8,14-17
Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: “Abbà, Padre!”. Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.
Matteo 28,16-20
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro fissato.Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano. E Gesù, avvicinatosi, disse loro: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. 

IL NOME CHE NON C’È. Don Augusto Fontana

Il prof. Cacciari intervistato da AVVENIRE (22 maggio 2024) ha detto, tra l’altro: «La Chiesa non è più di fronte a un ateismo militante, ma a un’indifferenza radicale. Non si trova più di fronte a un Nietzsche che dice “Dio è morto”, ma a chi dice “di Dio che me ne importa”. È un salto pazzesco». E noi continuiamo a dire: “Trinità…PadreFiglioSpiritosanto”.
I novantanove Nomi di Dio…
Nella mia Bibbia tascabile tengo un consunto foglietto su cui campeggia il titolo: “I 99 Nomi di Allàh”. Incredibilmente ogni tanto ne vengo attratto e, in comunione con l’Islam, lodo Dio con la splendida litania dei 99 Nomi: AR-RAHAMAN (il Misericordioso), AL-MALIK (il Signore), AL-MUMIN (il Fedele), AL-FATTAH (il Vincitore)… La litania non varca la soglia del centesimo attributo che rappresenta quell’inconoscibile e indicibile Nome che solo Lui conosce e che sarà rivelato quando Lui vorrà, se vorrà (Esodo 20,7). Su quel novantanovesimo Nome mi viene spontaneo stendere la mano sulla bocca e stare davanti a Lui con il silenzio. Il salmo 65,1 dice “Per il Signore anche il silenzio è lode”. Su questa soglia deve essersi trovato Mosè quando si tolse i sandali davanti al cespuglio, luogo impenetrabile e adorabile del grande Nome di Dio. Io prete, abituato a parlare (e a straparlare) di Dio con i punti esclamativi, oggi ho l’opportunità di lasciarmi attrarre dal fascino del punto interrogativo di questo centesimo e impronunciabile Nome e di sospettare che «Il timore del Signore è sapienza e istruzione» (Siracide 1,24). Un timore che non è paura bensì affettuoso rispetto dovuto al mistero presente in ogni evento o persona o linguaggio[1]. Parlare o tacere di Dio? Ma se decido di parlarne non posso farlo inducendo una mortifera noia, ma solo con gioia nei confronti di Uno che, lo so, incenerirà ogni volta le parole che ho faticosamente trovato per capirlo, annunciarlo, lodarlo. «Non possiamo parlare di Dio e tuttavia l’evangelo ci impone di farlo» (Karl Barth). Il mistero di Dio è scritto nelle mie piccole parole, è affidato alla teologia del nostro piccolo quotidiano vivere nell’amore, si lascia prendere in ostaggio ed impigliare dalla ragnatela dei miei ragionamenti, pur di metterci in contatto con Lui, Dio nascosto («Veramente tu sei un Dio nascosto» Isaia 45,15), ma sempre prossimo («Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» Giovanni 1,18), incartato nella nostra storia ma avvolgente l’universo[2]: «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (Atti 17,28).
Il Mistero e i luoghi comuni di una fede pigra.
Trinità: è un territorio da calcare con prudenza, curiosità intellettuale e fede itinerante. Nessuno abbia vergogna dei propri dubbi: «Una fede senza il dubbio corre il rischio di spegnersi, come il corpo senza appetito corre il rischio di ammalarsi. La fede infatti non nasce da una verità ingessata e posseduta con saccenteria, ma da una verità dinamica che è sempre oltre ciò che conosco e rivela sempre nuove meravigliose novità[3]». Territorio su cui hanno camminato i maggiori Padri dei primi secoli, teologi, eretici, mistici; S. Agostino ci ha scritto sopra 5 volumi.
Trinità: si tratta di un termine che è ignoto alla Bibbia e alla formula del “Credo” cristiano e non appartiene, in quanto parola, al primitivo annuncio cristiano essendo apparso per la prima volta verso la fine del II° secolo. Noi – battezzati “nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”- fatichiamo a dare risposte che concilino il radicale monoteismo biblico con un arcobaleno di Nomi e di storie di questo Unico e di cui abbiamo un piccolo saggio in una frase di Paolo, molto simile al testo della seconda lettura di oggi: «E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre![4]». Nuovo Dizionario di Teologia[5]: «Ai nostri giorni già la stessa parola “Dio” sembra non evocare quasi nulla per un numero crescente di uomini, mentre è diventata per molti praticamente irrilevante. Che cosa può mai suggerire un termine astratto come “trinità”? Non è una tragica ironia affermare che la Trinità è la verità centrale della fede e riconoscere che essa è la dottrina meno incidente sulla vita?». Mi intriga molto la parola di Gesù: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11,25). Di questi piccoli conosco volti e nomi e si guadagnano il pane quotidiano senza rinunciare alla obbedienza di scrutare le Sante Scritture e di affidarsi con semplicità di cuore al Dio che è amore, come ha affermato l’evangelista Giovanni che di queste cose se ne intendeva: «Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1 Giov 4,8). Ecco trovata una porticina di ingresso in questo misterioso labirinto: «L’umanità non è destinata a perire per mancanza di conoscenza, ma soltanto per mancanza di meraviglia. Quello che ci manca non è la disposizione a credere quanto la disposizione a meravigliarci. La consapevolezza del divino comincia con la meraviglia[6]».
Raccontare Dio con un occhio alla croce e un orecchio ai nostri gemiti e canti.
Mi colpisce una citazione del teologo Bruno Forte[7] che riferisce una frase di Eberhard Jüngel: «Occorre parlare di Dio raccontando l’Amore». Così hanno fatto gli autori della tradizione biblica: giungere a Dio attraverso la lettura di una storia che documenta, ad  occhi vedenti nel chiaroscuro e ad orecchi che sopportano il silenzio, ciò che Dio compie per noi. «Interroga i tempi!» dice il Cap. 4 del Deuteronomio da cui è tratta la prima lettura della liturgia odierna[8].«E’ questa la sfida di Dio che si fa trovare mettendo sul cammino dell’uomo dei richiami precisi (la sua voce, la sua parola), delle azioni concrete (segni, prodigi in vista della liberazione), delle testimonianze inequivocabili della sua sollecitudine paterna. Noi vorremmo scoprire chi è Dio in se stesso. Lui, invece, si fa conoscere mediante ciò che opera per noi. Il Dio-per-noi è l’unica faccia del mistero che ci è consentito vedere. Dio in una certo senso lascia cadere un lembo del suo mistero, scoprendosi attraverso la sua “debolezza” nei confronti dell’uomo[9]». L’unica guancia che possiamo vedere del volto della Trinità è la guancia rivolta verso di noi, quella guancia che soffre e sorride in noi incapaci di sopportare un Dio impassibile. Per noi cristiani questa storia di soffusi incontri con i segni di un Dio che si racconta, incomincia da lontano, nelle nostre origine ebraiche. Le orme di questo Dio sembrano, certo, più orme lasciate sull’acqua e cancellate dalle onde successive degli avvenimenti: «Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili» (Salmo 77, 20). Il baricentro di questo amore narrato è Gesù e all’interno della vita di Gesù tutto il contrappeso si sposta sulla croce pasquale, luogo tremendo di ateismo, laboratorio di disinfestazione dalle illusioni della religione, inusuale santuario dove Dio si rivela chi è per noi: «nessuno ha amore più grande di chi consegna (depone) la vita per i suoi amici» (Giovanni 15,13).
Occorre parlare di Dio narrando l’amore, suo e nostro. «Non basta un milione di sillogismi per dimostrare che uno è innamorato: soltanto l’esperienza dà prova e certezza…La caratteristica della fede secondo l’insegnamento biblico è che essa si fonda, più che sull’intelligenza che specula, sulla memoria che rievoca[10]». E io quando mai ho “visto” e creduto che Gesù e il Padre sono una sola cosa? Quando posso raccontare che a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune? O che io sono mandato da Cristo come lui è mandato dal Padre? Quando potrò dire un Amen detto con la vita affinchè il paradosso trinitario non appaia come un rompicapo matematico, ma come un’opera dinamica di bontà verso il singolo e la comunità umana?


[1] «Se tu comprendessi Dio, non sarebbe Dio» dice S. Agostino (Sermoni, 117, 5). «Dio si onora col silenzio non perché non si debba parlare o indagare di Lui, ma perché prendiamo coscienza di rimanere sempre al di qua di una sua comprensione adeguata» scrive S. Tommaso (Expositio super Boetium de Trinitate)
[2] Bellissimo il Salmo 139 (138).
[3] Averardo Dini, in Servizio della Parola, Queriniana, 287/97.
[4] Lettera di Paolo ai Galati 4, 6.
[5] Andrea Milano, Trinità, in Nuovo Dizionario di Teologia, Ed. Paoline, 1988, pagg.1782-1808.
[6] A.J.Heschel, Dio alla ricerca dell’uomo, Borla, Roma pag. 65.
[7] in AA.VV. Trinità, Città Nuova, Roma, 1987, pag 108.
[8] «Ma guardati bene dal dimenticare le cose che i tuoi occhi hanno viste: non ti sfuggano dal cuore, per tutto il tempo della tua vita. Le insegnerai anche ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli» (Deuteronomio 4, 9).
[9] Alessandro Pronzato, Parola di Dio! Commenti alle 3 letture – ciclo B, Gribaudi, Torino, pag. 127-128.
[10] Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Vol. 2°, Borla, pag. 178 e 180.




19 maggio 2024. Pentecoste
Un soffio che rianima.

Pentecoste 

Preghiamo. O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 2,1-11
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».
Salmo 103.  Manda il tuo Spirito, Signore, e rinnova la faccia della terra.
Benedici il Signore, anima mia! Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore! Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.
Togli loro il respiro: muoiono e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.
Sia per sempre la gloria del Signore; gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto, io gioirò nel Signore.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati 5,16-25
Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge. Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito.
 Dal Vangelo secondo Giovanni
15,26-27 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.
16,12-15 Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

UN SOFFIO CHE RIANIMA. D. Augusto Fontana

Pentecoste è un sogno, una promessa, ma che tarda sui tempi delle mie attese e dei miei desideri: attese di una fede pasquale sulla mia vita e sulla nostra morte; desideri di una chiesa meno legnosa e più umana e profetica, di una convivenza che abbia almeno un giorno senza conflitti e di un pomeriggio dove tutti possano mangiare, di un popolo di discepoli del Signore che smettano di essere consumatori del supermarket della religione.
Nel mio oggi, Signore, dov’è la tua Promessa?
L’oggi è già invaso da una Pentecoste senza tuoni e fragori, vite di persone semplici percorse dal brivido del perdono, del servizio senza sconti, della fedeltà rocciosa, del martirio di una santità di vita ordinaria vissuta straordinariamente. Ma il mio oggi è anche disegnato coi tratti di Babele, la città confusa. Il mio oggi ha ancora come sfondo la valle delle ossa secche sognate dal profeta Ezechiele quando ancora lo Spirito non aveva gridato con le sue labbra di vita. Ripercorro un saggio di Erich Fromm[1] che individua tre profondi malesseri contemporanei: il narcisismo, l’alienazione, la necrofilia. «Il narcisista non è veramente interessato al mondo esterno, ma pretenderebbe tutto per sé. Molte relazioni danno l’impressione di essere rapporti d’amore, ma in realtà si tratta spesso di rapporti narcisistici. E il narcisismo di gruppo non si distingue troppo da quello individuale. L’alienazione significa che io non mi pongo come soggetto del mio agire. Nell’antico testamento questo si chiamava “idolatria”. L’uomo alienato dipende dagli oggetti che crea: cose, utensili, merci, burocrazia, leader.  La necrofilia è un atteggiamento nel quale la morte, la distruzione, la putredine esercitano un’azione perversa; è la perversione di essere attratti dalla morte quando si è vivi».
In questo contesto desidero meditare alcuni testi biblici pentecostali.
La Toràh: Parole e amore.
La Pentecoste è la festa di Shavu’ôt, la festa delle Settimane che si celebrava, e ancora si celebra tra gli ebrei (quelli non impegnati nella guerra contro la popolazione palestinese), 50 giorni dopo Pasqua; festa della mietitura, ma che già all’epoca di Gesù era diventata la festa del dono della Toràh, della Rivelazione sul Sinai. Pentecoste diventa la festa di un popolo che festeggia il dono dei raccolti tra cui il frutto nutriente e dolce della Toràh: «Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca» (Salmo 119,103).
Unità plurale.
Il testo di Atti 2 costituisce l’antitesi dello scenario di Babele in Genesi 11,1-9 che riporta la biodiversità delle lingue a Babel: gli uomini intraprendono un’azione con lo scopo di raggiungere Dio per non disperdersi; ma Dio confonde il loro linguaggio che fino a quel momento era stato unitario. Meglio dunque la multiformità dei linguaggi (anche se ciò potrebbe rendere un po’ più difficile la comunicazione), piuttosto che l’uniformità che può generare totalitarismi o conformismo.
Questa narrazione ci porta dunque a cogliere il dialogo possibile non tanto nell’orizzonte dell’omogeneità e dell’uniformità dei linguaggi, ma nella comune volontà di bene che lo deve sorreggere o – come diceva il monaco Enzo Bianchi  – dell’ unità plurale.  Scrive il Midrash della tradizione ebraica[2]: «Il Santo parlava e la sua voce si diffondeva in tutto il mondo: Israele udiva la voce che proveniva dal sud e correva al sud per accogliere la voce di là; allora la voce si spostava a Nord e Israele correva a nord, ma allora la voce si spostava ad oriente e poi ad occidente e gli israeliti si spostavano di conseguenza; poi giungeva dal cielo  e i figli di Israele alzavano gli occhi al cielo, ma allora la voce saliva dalla terra e allora gli Israeliti si chiedevano: “Da dove viene la Sapienza e qual é la sede dell’Intelligenza? Tutto il popolo “vedeva le voci” (Esodo 20,18). Perché dice “le voci”? Perché la voce del Signore si trasforma in sette suoni e da questi si trasforma nelle settanta lingue, affinché tutti i popoli possano comprendere». Dio si manifesta al plurale. La rivelazione di Dio é capace di dividersi e di parlare in molte lingue e la lode a Dio deve essere possibile nel rispetto delle diverse espressività dei popoli. Questo orientamento parrebbe in contrasto con una teologia e una liturgia ancora troppo occidentali, europee e romane, nonostante le sollecitazioni pressanti delle Conferenze episcopali delle periferie del mondo per accelerare una coraggiosa inculturazione nella gestualità e nella cultura locale di ogni popolo.
Da carcasse a viventi.
La visione comunicataci da Ezechiele (37, 1-14) costituisce un altro testo indimenticabile di questa festa: «il Signore mi trasportò mediante lo Spirito e mi depose in mezzo a una valle piena d’ossa. Egli mi disse: “Profetizza su queste ossa, e di’ loro: “Ossa secche, ascoltate la parola del Signore: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e voi rivivrete”. Io profetizzai come mi era stato comandato ed ecco le ossa si accostarono le une alle altre; lo Spirito entrò in essi: tornarono alla vita». Il profeta si rivolge al popolo in esilio che si considera morto e abbandonato da Dio. A questi esiliati Ezechiele promette il dono dello Spirito che li restituirà a vita nuova. Il simbolismo è potente ed evoca ogni spezzone di umanità odierna corrosa dalla delusione e dalla mancanza di prospettive. Occorre lo Spirito per rimetterci “in piedi”. Al momento della creazione c’era il caos, il vuoto, la desolazione (Genesi 1,2); su questo caos, che è immaginato come un gorgo che risucchia, aleggia la Ruah, l’alito di Dio, il suo coraggio.
Profeti senza documenti.
Anche il testo di Gioele 3, 1-5Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio spirito») si adatta bene alla celebrazione della Pentecoste soprattutto a causa di una rilettura fatta da Atti 2, 17-21, all’interno del discorso di Pietro: “questi uomini non sono ubriachi”. Anche oggi l’esercizio di alcune professioni è proibito senza il relativo documento di riconoscimento. Ma a chi spetta il potere di riconoscere la profezia? La risposta non è semplice: nella storia ebraica conosciamo che esistevano gruppi di profeti che si autoproclamavano tali, vivevano presso le corti dei re, ma di fatto erano profeti da strapazzo mentre altri, non riconosciuti tali al loro tempo, furono poi inseriti nella grande rivelazione profetica della Bibbia. E poi è così difficile riconoscere i profeti mentre sono ancora in vita. La promessa di Gioele, e cioè la diffusione dello Spirito di profezia su ogni uomo/donna, è come una risposta al desiderio di Mosè ricordato nel racconto di Numeri 11,29 quando Giosuè si era lamentato con lui perché due strani tipi, Eldad e Medad, stavano profetando nell’accampamento senza averne autorizzazione: «Fossero tutti profeti nel popolo di Dio e volesse il Signore dare loro il suo Spirito». Questo Spirito, durante la Pentecoste, si “effonde” su tutti, rendendo capaci di “visione e sogni” e cioè capaci di guardare dentro se stessi e negli avvenimenti per scorgervi ciò che chiede il Signore.
Come essere profeti pentecostali in un mondo oppresso dal narcisismo, dall’alienazione e dalla necrofilia? Mi ha sempre colpito una poesia orientale che racconta: «Dissi al mandorlo: “Fratello parlami di Dio”. E il mandorlo fiorì». Il testimone profeta, come il mistico, parla poco ma diventa eloquente con la vita come ricorderà Paolo (Galati 5, 22) quando enumera i frutti dello Spirito: «Amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé». Scrive il teologo sudamericano Segundo Galilea[3]: «La spiritualità cristiana assomiglia all’umidità e all’acqua che mantengono irrorata l’erba, perché sia sempre verde e cresca. L’acqua e l’umidità non si vedono; ciò che si vede è il pascolo. Però sappiamo che dobbiamo irrigarlo e mantenerlo umido». I tre simboli dello Spirito (acqua, respiro e fuoco) possono davvero costituire una descrizione di come i laici possono inserirsi come profeti negli ambienti di vita e nelle scelte che sono loro proprie.
Resta la domanda: chi è lo Spirito Santo? Un grande padre della Chiesa – s. Gregorio di Nissa – affermava con linguaggio spericolato: “Se a Dio togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il Dio vivente, ma il suo cadavere”. Verrebbe da dire che, a maggior ragione, se alla Chiesa togliamo lo Spirito Santo, quello che resta non è più il santo popolo del Dio vivente, ma un cimitero sterminato di cadaveri, così come si legge nel profeta Ezechiele. Il brano del vangelo è costituito dalla cucitura di due testi: Giovanni 15, 26-27 con 16, 12-15. In un contesto di persecuzione, lo Spirito viene descritto nella sua attività di “Consolatore/Avvocato” e “Testimone”, cioè colui che confermerà dentro di noi le Parole dette da Gesù e gli eventi fondamentali della sua vita (“Spirito di verità che vi guiderà alla verità tutta intera”). La terminologia, dunque, è propria di un contesto giudiziale dove i discepoli sono messi sul banco degli accusati per rendere ragione della loro scelta ed hanno bisogno di chi incoraggia, difende, testimonia a favore, conferma. Noi oggi non siamo trascinati fisicamente davanti ad alcun tribunale, ma la nostra vita evangelica è sottoposta all’insignificanza, al dubbio, alla pressione di conformità, all’omologazione. Indimenticabile  la pagina della Lettera a Diogneto[4]: «I cristiani né per regione, né per lingua, né per abitudini sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. Vivendo in città greche e barbare e adeguandosi ai costumi del luogo, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani».


[1] E. Fromm “I cosiddetti sani. La patologia della normalità”. Mondadori, 1996
[2] Midrash (Ricerca): raccolta ebraica di commenti biblici per rendere la Bibbia accessibile alla gente comune.
[3] S. Galilea, El camino de la espiritualidad, Bogotà, 1985 pag. 8
[4] Questo scritto di un anonimo risale al II° secolo d.C.




12 maggio 2024. PASQUA BIS detta Ascensione

Ascensione/Risurrezione

Preghiamo: Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria. Egli è Dio, e vive e regna con te…

Atti degli Apostoli 1,1-11
Nel mio primo libro ho già trattato, o Teofilo, di tutto quello che Gesù fece e insegnò dal principio fino al giorno in cui, dopo aver dato istruzioni agli apostoli che si era scelti nello Spirito Santo, egli fu assunto in cielo. Egli si mostrò ad essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, apparendo loro per quaranta giorni e parlando del regno di Dio.  Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre “quella, disse, che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni”. Così venutisi a trovare insieme gli domandarono: “Signore, è questo il tempo in cui ricostituirai il regno di Israele?”. Ma egli rispose: “Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra”. Detto questo, fu elevato in alto sotto i loro occhi e una nube lo sottrasse al loro sguardo. E poiché essi stavano fissando il cielo mentre egli se n’andava, ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”.

Salmo 46. Ascende il Signore tra canti di gioia.

Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte.
Dio regna sui popoli, Dio siede sul suo trono santo.
Applaudite, popoli tutti, acclamate Dio con voci di gioia;
perché terribile è il Signore, Altissimo, re grande su tutta la terra.
Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni; cantate inni al nostro re, cantate inni.

Efesini 4,1-13
Fratelli, vi esorto io, il prigioniero del Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo sta scritto: “Ascendendo in cielo ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini”. Ma che significa la parola “ascese”, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per riempire tutte le cose.  È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo.
Marco 16,15-20.
Gesù apparve agli Undici e disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.

Pasqua bis. Don Augusto Fontana

Asceso al cielo, comodamente seduto alla destra di Dio? Quale cielo mi interessa oggi? Che me ne faccio di un Dio Maggiore, andato in pensione anticipatamente, mentre io, e forse tu con me, siamo travolti e risucchiati da piccoli Dei minori, da tempi iniqui, politiche corrotte, pastorale affannosa, orfanezza di rapporti? Viviamo giorni di recessione, imbarbarimento, regressione, stasi. La Chiesa cammina, come la società, a piccoli passi e si ferma, si imbarbarisce, arretra, sbuffa in affanno, come me.

E Lui,

  • il nostro amico Gesù,
  • la nostra vite e linfa dei nostri tralci,
  • l’acqua che promette di dissetare le nostre aride speranze,
  • il pane necessario che nutrirebbe una fame che tentiamo di calmare con fitness e supermarket,
  • il liberatore che invochiamo nella complessità delle soluzioni sociali,
  • il pastore bello e buono di cui abbiamo nostalgia nelle nostre comunità

viene innalzato, fa’ carriera, si siede alla destra di Dio e chiude i conti con la storia.
«Ma dove vai?», mi verrebbe da chiedergli. «Resta con noi, Signore, perché qui è notte!».  Fortunatamente non se n’è mai andato. Si è trattato solo di equivoci verbali, di linguaggi vecchi nati dalle necessità narrative e catechistiche degli evangelisti (nube, angeli…).
Per l’evangelista Giovanni, Gesù viene “innalzato” sulla croce e simultaneamente viene “innalzato” presso il Padre.
Per Matteo, Marco e Luca, tra la morte, la risurrezione e l’innalzamento al Padre passano giorni, ma non sono i suoi bensì i nostri giorni, cioè quelli necessari per entrare nel mistero e contemplarlo, capirlo un po’, lasciarci stupire e convincere. Sono i giorni necessari alle nostre zucche di maturare. Il Mistero si distende nel tempo per noi uomini, che, solo lentamente e attraverso immagini o simboli, riusciamo a intuirne spezzoni.
Gesù. venendo tra noi, ci aveva portato schegge di Dio e ce le ha lasciate in eredità sotto forma di Parola ascoltata e obbedita, di Pane spezzato e mangiato cantando, di Poveri che emanano sudori e storie. Ed ora si è portato con sé, accanto a Dio, frammenti di umanità; nella sua carne di Galileo si è seduto alla destra del Padre, portandosi il suo e nostro sorriso, le sue e nostre lacrime, le sue e nostre preghiere, le sue e nostre impurità, i sapori delle sue e nostre tavole, le stigmate della sua e nostra croce, i baci dei suoi e nostri Giuda. Oggi preghiamo: «…nel tuo Figlio innalzato al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria». Tutto ha portato con sé per non dimenticarsene, soprattutto per non dimenticarci, per tenerci dentro i pori e le stigmate della sua carne umana. Paolo ci scrive: “ci ha fatto sedere nei cieli” in Lui (Ef.2,6).
La sacra Scrittura, nel Primo Testamento, parla di altri personaggi, assunti in cielo, ad un certo momento della loro vita; è il caso del patriarca Enoc, che “…camminava con Dio e non fu più tra noi perché fu assunto in cielo..” ( Gn.5,24 ) e del profeta Elia, il quale “mentre camminava, conversando col suo discepolo Eliseo,…fu assunto nel turbine in cielo...”, su di un carro di fuoco, apparso, all’improvviso, tra loro. (2Re 2,11). Due racconti che stanno ad indicare la vocazione che attende il credente, l’uomo fedele e giusto, il quale vive sempre la comunione e la familiarità con Dio. E’ quel che canta anche il salmo 16: “Non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, né lascerai che il tuo santo veda la corruzione…“.
Nel lungo discorso di congedo, quel discorso che ci ha accompagnato in queste ultime domeniche, Gesù, parlando ai suoi, ormai senza più immagini o metafore, afferma: “Il Padre vi ama, perché voi mi avete amato, e avete creduto che sono uscito da Dio. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo. Ora lascio il mondo e torno al Padre…” (Gv.16,28). Lui che, come Paolo scrive “spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, facendosi simile agli uomini ” (Fil 2,6 ) ora, “siede alla destra di Dio“. Gesù ha compiuto la sua missione che ora è affidata agli Undici, a noi:  «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura».
Sempre nel lungo discorso di addio, Gesù, promette di non lasciare “orfani” i suoi; essi avranno il conforto, e il sostegno dello Spirito: “..io vi dico la verità, è meglio, per voi, che io parta, perché, se non parto, il Paraclito non verrà a voi. Se, invece, me ne vado, ve lo manderò…quando Lui verrà vi guiderà alla verità tutta intera..” (Gv.16,7-13).
La missione, come Marco scrive, è accompagnata da “segni”, che valgono a rendere credibile la parola: “…questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno In mano i serpenti e se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Sono, ovviamente immagini, che stanno ad indicare che, il male è, ormai, indebolito nelle radici.
Allora essi partirono, conclude il testo, e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.”




5 maggio 2024. Domenica 6a di Pasqua
Amore? Niente di più facile, impossibile, divino.

6 domenica di Pasqua B

Preghiamo. O Dio, che ci hai amati per primo e ci hai donato il tuo Figlio, perché riceviamo la vita per mezzo di lui, fa’ che nel tuo Spirito impariamo ad amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati, fino a dare la vita per i fratelli. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
At 10,25-27.34-35.44-48
Avvenne che, mentre Pietro stava per entrare [nella casa di Cornelio], questi andandogli incontro si gettò ai suoi piedi per adorarlo. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: “Alzati: anch’io sono un uomo!”. Poi, continuando a conversare con lui, entrò e trovate riunite molte persone disse loro: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto”. Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si meravigliarono che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare lingue e glorificare Dio. Allora Pietro disse: “Forse che si può proibire che siano battezzati con l’acqua questi che hanno ricevuto lo Spirito Santo al pari di noi?”. E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Dopo tutto questo lo pregarono di fermarsi alcuni giorni.
Salmo 97  Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia.
 Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra e il suo braccio santo.
Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza, agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore, della sua fedeltà alla casa d’Israele.
Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra, gridate, esultate, cantate inni!
1 Lettera di Giovanni 4,7-10
Carissimi, amiamoci (agapaô) gli uni gli altri, perché l’amore (agapê) è da Dio: chiunque ama (agapaô)  è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama (agapaô)  non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore (agapê). In questo si è manifestato l’amore(agapê)  di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Figlio unigenito nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui. In questo sta l’amore (agapê): non siamo stati noi ad amare (agapaô)  Dio, ma è lui che ha amato(agapaô)  noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
Vangelo secondo Giovanni 15,9-17
Gesù disse ai suoi discepoli: “Come il Padre ha amato (agapaô) me, così anch’io ho amato(agapaô) voi. Rimanete nell’ amore (agapê) quello mio ™n tÍ ¢g£pV tÍ ™mÍ). Se custodirete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore (agapê), come io ho custodito i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore (agapê). Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate (agapaô) gli uni gli altri, come io vi ho amati (agapaô). Nessuno ha un amore (agapê) più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: amatevi (agapaô) gli uni gli altri”. 

Amore? Niente di più facile, impossibile, divino. Don Augusto Fontana

«La felicità non consiste nell’accumulare ricchezze, ma nel regalarle e condividerle: un gesto, un sorriso, un aiuto agli altri». Sembrerebbe una frase da Baci Perugina. Invece le aveva pronunciate a una radio peruviana Nadia De Munari, uccisa il 24 aprile 2021 a Chimbote in Perù, dove era volontaria da 30 anni. Lei, quelle parole, le ha rese carne. Vita vissuta. Dei suoi 50 anni, più di metà li ha passati a servizio dei poveri in Ecuador e sulle Ande peruviane. Anche chi muore sul lavoro depone la vita per amore, ammesso che il lavoro sia uno stato di amoroso consenso alla solidarietà reciproca dello scambio di beni e servizi.
La liturgia insiste 18 volte: agape, agapaô, amore, amare! Niente di più facile, di più impossibile, di più divino!
Il Capitolo 15 di Giovanni è una sinfonia dell’amore (agape), un amore dalle radici solide e dal tronco sano (Io la vite, voi i tralci). Un amore in tutte le sfumature armoniche di cui siamo capaci, come singoli e come comunità, in tempi di amori tossici, normali, violenti o eroici.
Anche la Lettera di Giovanni si sofferma più volte sul comando dell’amore, con un’insistenza che può lasciare sconcertati. Si tratta in effetti di una realtà che può apparire scontata, ai limiti della banalità, e invece è sempre da riaffermare e fa scoprire sempre cose nuove.

L’amore è da Dio…Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio“: che può significare che ogni persona che ama è di fatto “battezzato” in Dio; oppure anche che non possiamo amare “veramente” senza di Lui. A ciascun lettore compete di scegliere l’interpretazione che lo rivoluziona dentro.

Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore“: affermazione molto critica nei confronti di molti devoti, preti, teologi delle comunità cristiane.

«L’esperienza della pandemia ha fatto vivere a noi cattolici alcune settimane di digiuno eucaristico e di “chiese vuote”. Tempo di “chiese vuote” che forse ha mostrato un “vuoto” molto più profondo dentro le nostre comunità. La situazione pandemica – lo dico con grande rispetto – ha messo in luce quello che già si intuiva e si andava dicendo: in Italia l’epoca della “cristianità”, di un cattolicesimo di massa riconosciuto e condiviso, è tramontata da tempo; mi sembra che quella “clausura forzata”, quel “vuoto” sia stato visto dai più di noi come insopportabile. La reazione istintiva è stata quella di riempire ogni fessura sostituendo alle normali attività in presenza quelle in streaming sui social: celebrazioni, incontri, persino compiti di catechismo per casa. Siamo caduti nella tentazione di riempire gli spazi vuoti con dei pieni virtuali, non cogliendo che quel vuoto poteva essere “tempo di grazia”, occasione preziosa e unica per stare davanti a noi stessi, a fare verità su chi siamo, su quale chiesa vogliamo essere, saltando l’appuntamento con un appello ad essere Chiesa diversamente. In realtà la Messa -pur essendo certamente fondamentale è in pratica diventata quasi l’unica attività della nostra azione pastorale. Tanto che, quando la celebrazione pubblica è stata vietata durante il lockdown, è come se fosse cascato giù l’intero impianto ed è sembrato che non rimanesse in piedi più nulla. Non è più sufficiente una pastorale di conservazione, oggi è necessario un cammino che conduca a una pastorale “generativa”, ossia una chiesa consapevole di essere sempre in via di costruzione. Percorrere questo cammino verso una pastorale generativa significa lasciare un modello ecclesiocentrico per andare verso una comunità ecclesiale che si riconosca decentrata nella storia. La Chiesa non è anzitutto un’organizzazione, ma è un insieme di relazioni. Abbiamo bisogno di creare in parrocchia un luogo dove sia bello trovarsi, dove si possa dire: “qui si respira un clima di comunità, che bello trovarci”. E che ciò traspaia all’esterno, a quelli che non frequentano o compaiono per “far dire una messa”, far celebrare un battesimo o un funerale. Non comunità chiuse, ripiegate su se stesse e sulla propria organizzazione, ma comunità aperte umili, cariche di speranza»[1].

Che vi amiate gli uni gli altri…Un possibile esito del comando dell’amore a vicenda potrebbe essere la chiusura mistica o psicologica in una comunità di eletti: ci vogliamo bene tra di noi e questo ci basta. Nel Vangelo di Giovanni e nelle sue lettere emerge questa preoccupazione: che possa esistere una Chiesa impegnata nella preghiera, nel culto, nella Lettura biblica, nelle attività pastorali, ma che dimentica l’amore.

Ogni frase in questo Vangelo ha un proprio senso compiuto ma nello stesso tempo si collega alla frase successiva: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi”“Voi siete miei amici, se farete ciò che io vi comando”“Che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amato”. Ogni singola frase si riferisce allo stesso mistero, che si presenta come un diamante con infinite sfaccettature, ed ognuna emette un raggio di luce diverso, per cui non ci si stanca mai di rigirarlo e di osservare tutti i frammenti di arcobaleno che si diramano dall’unica gemma. Siamo come i visitatori di un edificio, che lo percorrono dentro e fuori, ma non possono mai abbracciarlo con un unico sguardo.
Non è facile comprendere la logica del brano odierno: più che di una pagina dotata di unità e coerenza, dà l’impressione di una mini-antologia di citazioni su l’amore e l’amicizia.

Prendiamo come punto di partenza il v. 13: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”. Affermazione problematica. La novità dell’evangelo non è forse l’amore per i nemici? L’espressione di Giovanni resterebbe al di qua di questa soglia; a meno che la leggiamo alla luce di una formula di Lutero: “Dio non ama qualcuno perché amabile, ma qualcuno diventa amabile perché amato da Dio”. Gesù non dà la vita per coloro che sono suoi amici, ma diventano suoi amici coloro per i quali egli dà la vita. L’amore radicale (fino alla morte) di Gesù ricrea lo spazio dell’amicizia.

Sorprendente è l’accoppiata amicizia/comandamento. È un amore unilaterale che tuttavia crea responsabilità nella corrispondenza: “Voi siete miei amici se farete ciò che vi comando” (v. 14) oppure “Se farete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore, come io ho fatto i comandamenti del Padre e rimango nel suo amore” (v. 10). La nostra esperienza di fede si dibatte in un equivoco: pensare di essere amici senza dover avere responsabilità (comandamenti) o pensare di eseguire ordini (essere servi) senza amicizia.  Giovanni aveva prevenuto questo malinteso scrivendo: “Non vi chiamerò più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (v. 15).

Ci aspetteremmo a questo punto che la formulazione del comandamento fosse: amate me come io ho amato voi. Gesù dice: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati” (v. 12). Il cerchio di quest’amicizia non si chiude nella reciprocità diretta. È questo che Gesù ha “udito dal Padre” e ci ha “fatto conoscere”: la presenza di Dio abita le nostre piccole solidarietà e non le nostre sdolcinate devozioni.


[1] Vittorio Rocca, La Chiesa celebra la vita stando accanto all’umanità ferita. In HOREB 1/2021.




28 aprile 2024. Domenica 5a di Pasqua
CHIESA: NON MUSEO, MA GIARDINO

V domenica di Pasqua –

Preghiamo O Dio, che ci hai inseriti in Cristo come tralci nella vera vite, donaci il tuo Spirito, perché, amandoci gli uni gli altri di sincero amore, diventiamo primizie di umanità nuova e portiamo frutti di santità e di pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 9,26-31
In quei giorni, Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso. La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.
 Salmo 21  A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea.
Scioglierò i miei voti davanti ai suoi fedeli.
I poveri mangeranno e saranno saziati, loderanno il Signore quanti lo cercano;
il vostro cuore viva per sempre!
Ricorderanno e torneranno al Signore tutti i confini della terra; davanti a te si prostreranno tutte le famiglie dei popoli.
A lui solo si prostreranno quanti dormono sotto terra, davanti a lui si curveranno quanti discendono nella polvere.
Ma io vivrò per lui, lo servirà la mia discendenza.
Si parlerà del Signore alla generazione che viene; annunceranno la sua giustizia; al popolo che nascerà diranno: «Ecco l’opera del Signore!».
 Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 3,18-24
Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito. Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.
 Dal Vangelo secondo Giovanni 15,1-8
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia (in greco: airô), e ogni tralcio che porta frutto, lo pota (in greco: kath-airô) perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.  Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

CHIESA: NON MUSEO, MA GIARDINO. Don Augusto Fontana

Continuano gli appuntamenti col risorto. Come si presenta Lui oggi? «Io sono la vite».
La liturgia della 5a domenica di Pasqua  di quest’anno è incuneata tra la festa civile del 25 aprile e la festa del lavoro del 1°maggio; giorni ancora segnati da guerre, crisi sociali e autarchie. Eppure, come disse Papa Giovanni XXIII ai prelati della curia: “La chiesa non è un museo da custodire, ma un giardino da coltivare”.  il Vangelo ci fa sognare giardini e vitigni più che rovine o musei impolverati: «Io sono la vera vite…». L’evangelista Giovanni aveva già ricordato: «Io sono il pane della vita» (Gv. 6,35.41.48.51.58); «Io sono la luce del mondo» (Gv.9,5); «Io sono il buon Pastore» (Gv. 10, 11); «Io sono la risurrezione e la vita» (Gv. 11,25).
«Rimanete in me». “Rimanere” è parola chiave nel vocabolario dell’evangelista Giovanni; nell’originale greco (menô) la troviamo 68 volte nei suoi scritti e 118 in tutto il Nuovo Testamento. Nel senso più forte esprime l’unione tra il Padre e il Figlio. In senso più ampio, esprime l’unione tra Dio e colui che crede e custodisce e mette in pratica i suoi comandamenti. Ad ognuna delle autorivelazioni di Gesù corrisponde una risposta che Dio attende dal discepolo: «Il sono il pane della vita: mangiate!», «Io sono la luce del mondo: credete!», «Io sono il buon pastore: ascoltate, seguite!». Qui la risposta del discepolo è “rimanere”: «Io sono la vite: rimanete e portate frutto!».
Quando Dio passa nella mia vita non mi consegna solo un dogma da credere, ma una piega da dare alla mia vita. Passa, parla e se ne va, lasciandomi un impegno, una scelta. Questa formula del “rimanere in” ha una sua storia nel Vangelo di Giovanni e descrive l’itinerario della fede del discepolo. Credente è il discepolo che dopo aver saputo “dove” abita Gesù, lo “segue” per “rimanere presso di lui” (Giovanni 1, 35-39). Discepolo è colui che “rimane nella parola” di Gesù (Giovanni 8,31 “Gesù allora disse a quei Giudei che avevano creduto in lui: «Se rimanete nella mia parola, sarete davvero miei discepoli»”). Mediante la fede il discepolo viene decentrato da sé e concentrato sulla persona di Gesù. Curioso il martellante “in me” che non sopporta una vicinanza approssimativa, un legame superficiale ed episodico, ma una convivenza, una connivenza, una complicità, una connessione.

«Ogni tralcio che porta frutto, il Padre lo pota perché porti più frutto». La potatura[1]. Coloro che “rimangono in lui” d’ora in avanti sanno che li aspetta la potatura. Sono le persecuzioni, le difficili fedeltà controcorrente, le stesse difficoltà interne alla chiesa, come descrive Paolo che si sente un intruso, un out-sider, un disturbatore di quiete sicurezze e abitudini.
«I frutti». In epoca di attivismo e di ricerca di efficacia occorre chiarire quali sono questi frutti. La vigna del Signore produce amore. Dice la lettera di Giovanni: «un amore nei fatti veri» e «nella verità» che per Giovanni significa “sul modello di Cristo” che non è rimasto chiuso nel proprio mondo, ma è uscito per incontrare e mescolarsi con gli uomini. «Nessuno ha mai visto Dio: se ci amiamo tra noi Dio abita in noi» (1 Lettera di Giovanni 4,12). Paolo (Galati 5,22-23) scriveva: «Lo Spirito produce amore, gioia, pace, comprensione, cordialità, bontà, fedeltà, mansuetudine, dominio di sé».
Riportato ai nostri giorni potremmo riflettere con i Vescovi Italiani[2]: « Ognuno partecipa con il proprio lavoro alla grande opera divina del prendersi cura dell’umanità e del Creato. Lavorare quindi non è solo un “fare qualcosa”, ma è sempre agire “con” e “per” gli altri, quasi nutriti da una radice di gratuità che libera il lavoro dall’alienazione ed edifica comunità: “È alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione di questo dono ed il costituirsi di questa solidarietà interumana” (Centesimus annus, 41). In questa stessa prospettiva, l’articolo 1 della Costituzione italiana assume una luce che merita di essere evidenziata: la “cosa pubblica” è frutto del lavoro di uomini e di donne che hanno contribuito e continuano ogni giorno a costruire un Paese democratico. È particolarmente significativo che le Chiese in Italia siano incamminate verso la 50ª Settimana Sociale dei cattolici in Italia (Trieste, 3-7 luglio), sul tema “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”. Senza l’esercizio di questo diritto, senza che sia assicurata la possibilità che tutti possano esercitarlo, non si può realizzare il sogno della democrazia». Molti preti oggi parleranno della “preghiera” o del “mese mariano” come frutti della chiesa che è Cristo, ma nessuno parlerà della “democrazia” come frutto buono del tralcio unito a Gesù; in tempi di devozionalismo e pastorale disincarnata mi aspetto anche questo. Amen.


[1] Giovanni usa lo stesso verbo sia per indicare il “tagliare” il tralcio secco, sia per indicare il “potare” il tralcio vivo. Lo stesso identico gesto “taglia” il ramo morto e “pota” il tralcio vivo. C’è però un particolare. Quando Giovanni vuole sottolineare il “tagliare” usa il semplice verbo greco “airo”: alzare, prendere, raccogliere, eliminare, distruggere. Quando invece vuol parlare di “potare” davanti al verbo “airo” mette una preposizione – katà – che significa “per”. In altre parole: quel “tagliare” ha uno scopo positivo, ti fa pensare al frutto che verrà non al fuoco a cui è destinato il traglio secco tagliato.
[2] Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori (1° maggio 2024): “Il lavoro per la partecipazione e la democrazia”.




21 aprile 2024. Domenica 4a di Pasqua
PASTORE

Quarta domenica di Pasqua

Preghiamo. O Dio, creatore e Padre, che fai risplendere la gloria del Signore risorto quando nel suo nome è risanata l’infermità della condizione umana, raduna gli uomini dispersi, nell’unità di una sola famiglia, perché aderendo a Cristo buon pastore gustino la gioia di essere tuoi figli. Per Gesù Cristo nostro Signore. AMEN.
Dagli Atti degli Apostoli (4,8-12)
In quei giorni, Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anzia­ni, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventa­ta la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».
Salmo 117 La pietra scartata dai costruttori è dive­nuta pietra d’angolo.
Rendete grazie al Signore perché è buo­no, perché il suo amore è per sempre.
È meglio rifugiarsi nel Signore che confida­re nell’uomo.
È meglio rifugiarsi nel Signo­re che confidare nei potenti.
Ti rendo grazie, perché mi hai risposto, per­ché sei stato la mia salvezza.
La pietra scar­tata dai costruttori è divenuta la pietra d’an­golo.
Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi.
Benedetto colui che viene nel nome del Si­gnore.
Vi benediciamo dalla casa del Signo­re.
Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto.
Rendete grazie al Signo­re, perché è buono, perché il suo amore è per sempre.
Dalla prima lettera di san Giovanni apo­stolo  (3,1-2) Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha co­nosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
Dal vangelo secondo Giovanni (10,11-18)
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore depone (offre) la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non ap­partengono – vede venire il lupo, abbando­na le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e depongo (offro)  la mia vita per le pecore. E ho altre pe­core che non provengono da questo recin­to: anche quelle io devo guidare. Ascolte­ranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Pa­dre mi ama: perché io depongo (offro) la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la depongo (offro)  da me stesso. Ho il potere di deporla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio». 

PASTORE. Don Augusto Fontana

Oggi li chiamiamo LEADERS, STARS, PREMIER e non più PASTORI; e le loro pecore si chiamano FANS, BOYS e non più GREGGE. E pochi di noi hanno esperienza diretta di pastori e greggi. Dunque i riferimenti simbolici del Vangelo di oggi rischiano di essere incomprensibili dal punto di vista emozionale ed esistenziale. La cosa si complica anche per il fatto che identificare una comunità con un gregge significa darle un attributo di massificazione; e identificare un battezzato con l’attributo di pecora suona offensivo («sei un pecorone!», un pavido, uno che ha venduto il cervello all’ammasso).  Eppure la massa esiste nei circuiti promozionali, commerciali e politici, come esiste il gregge di pecoroni dentro le nostre comunità ecclesiali dette anche, per comodità, “parrocchie” o chiesa.
L’esperienza dei pastori semiti dell’antico Israele si presenta lontano dalle attuali nostre condizioni di vita; nella nostra civiltà industriale, l’immagine ha perso molto della sua forza e del suo mordente. Questo richiede un maggiore sforzo di penetrazione.
Il gregge. E’ in marcia per la transumanza. Si seguono i ritmi stagionali alla ricerca di nuovi pascoli. In primavera si vaga in terreni liberi. In estate si chiede ospitalità a popolazioni sedentarie e agricole alle quali si chiede di poter portare il gregge a pascolare in terreni dove è appena avvenuto il raccolto. I trasferimenti costituiscono situazioni spesso drammatiche: la necessità di trasferirsi velocemente è ostacolata da pecore incinte o che hanno appena partorito; animali e uomini predatori minacciano pastori e greggi, i clan sedentari accusano i pastori di essere ladri e di portare malattie o di essere una classe socialmente inferiore e pericolosa.
Il pastore semita non è solo guida che conduce ad un’oasi o ad un pascolo. Lui sa dare certezza e sicurezza benchè la pista sia pericolosa perchè i sentieri dispersivi o errati sono scartati con precisione dal suo bastone, quindi è un salvatore. Il pastore è anche compagno di viaggio per cui le sue ore sono quelle del gregge: i rischi, la fame, la sete, il sole, la pioggia, tutto condivide.
Probabilmente ai tempi di Giovanni già una comunità organizzata offriva spunti di riflessione a causa di certi presbiteri o responsabili non all’altezza. Giovanni sente la necessità di ricordare chi è il pastore della chiesa e comunque a quale modello devono riferirsi quelli che si fanno chiamare pastori o a quale modello dovesse riferirsi una comunità che volesse esercitare il proprio ministero pastorale nel mondo. Ezechiele 34, 2. 4: “hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta”.
La litur­gia è dominata dalla lettura di una parte del «discorso del pa­store» che Gesù tiene nella cornice del Tempio di Gerusa­lemme e che si articola su due parabole intrecciate tra loro, quella appunto del pastore e quella della porta dell’ovile: «Io sono la porta delle pecore… Io sono il buon pastore» (Gv 10, 7.11). Il brano di quel discorso che oggi leggiamo contiene il commento che Gesù stesso fa alla parabola del pastore. Tre sono i movimenti di questa specie di omelia che il Cristo stesso oggi ci propone.

Il primo movimento si snoda nei vv. 11-13 e disegna la figura del pa­store «buono» (in greco letteralmente abbiamo «bello», ter­mine che vuole esprimere la pienezza del bene, del bello, del giusto, dell’amore): egli è pronto a morire per proteggere il gregge. Subito, in opposizione, appare la torva figura del merce­nario a cui si associa l’immagine del lupo, immagine evocata già un’altra volta da Gesù: «Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi» (Mt l0, 16). Al di là dell’identificazione con­creta del mercenario (alcuni pensano agli zeloti, i partigiani ebrei antiromani), è chiaro che l’elemento decisivo è il con­fronto tra due atteggiamenti radicalmente opposti. Da un lato c’è il pastore per il quale il gregge è la sua vita, ad esso egli consacra tutto, anche se stesso. Dall’ altra parte c’è, invece, una tragica controfigura del pastore, il mercenario, che è solo preoccupato di se stesso; per lui il gregge è solo un possesso da sfruttare, è un bene da sacrifi­care senza esitazione al proprio vantaggio, un po’ come alcuni amministratori dei giorni nostri. Il gregge che è nelle mani di pastori falsi, calcolatori, egoisti è votato allo sfacelo e alla morte. Lo ricorda anche Paolo in quello stu­pendo «testamento pastorale» da lui pronunziato a Mileto, sull’ attuale costa turca dell’Egeo, mentre salutava i «pasto­ri» di Efeso, la chiesa ove probabilmente è stato composto il Vangelo di Giovanni. Ecco le parole di Paolo: «Vegliate su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio. Io so che do­po la mia partenza, perfino in mezzo a voi, entreranno lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge» (At 20, 28-29).

Il secondo movimento del discorso di Gesù, presente nei vv. 14-16, si svolge tutto all’interno del gregge: tra pastore e pecore c’è uno stretto legame di «conoscenza». «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre». Il verbo «conoscere», che qui risuona ben quattro volte, nel lin­guaggio biblico abbraccia un arco vasto di esperienze che vanno dall’intelletto al cuore, dalla comprensione all’amo­re, dall’affetto all’ azione. Non per nulla, come è noto, è il verbo per indicare la relazione profonda d’amore di una coppia. Allora, tra i fedeli e il Cristo intercorre una comu­nione reale e intensa che non è infranta dagli sbandamenti del gregge, che non è cancellata dalla solitudine e dall’isola­mento creato dalle pecore ribelli. Anzi, Gesù vuole aprire un altro orizzonte che si estenda fino alle pecore lontane, che non appartengono al primo ovile di Dio, quello di Israele. Si delinea, così, l’apertura della Chiesa ai pagani, si esal­ta la missione verso i lontani, verso tutti gli uomini che cer­cano Dio con cuore sincero. L’ovile di Gesù non si può semplicisticamente identificare con la chiesa tanto meno quella cattolica. Sulla scia del Pastore supremo Cristo, ogni pastore e ogni cristiano deve annun­ziare, anche uscendo dagli steccati del suo ovile, la speran­za dell’evangelo e «condurre» tutti all’ovile di Cristo. Le parole di Gesù ricalcano qui quelle del profeta Ezechiele che riferiva questa decisione divina di fronte ai falsi pastori: «Io stesso condurrò le pecore, le radunerò da tutte le nazioni, le nutrirò con buoni pascoli; sarò io stesso il pastore delle mie pecore e andrò in cerca della pecora perduta» (Ez 34, 11-16). 

Il terzo movimento del discorso di Gesù (vv. 17-18) ri­prende idealmente il primo col tema del deporre-offrire la vita. Nel vangelo di Giovanni il verbo che viene utilizzato è tìthemi che significa anche “deporre”. È Gesù che depone la vita. Dove si trova ancora questo verbo? Si parla di Gesù deposto nella mangiatoia (Vangelo di Luca) e nell’atto di lavare i piedi ai suoi discepoli, Gesù depone le vesti. Questo termine ha significati molto diversi, ma sicuramente dice una consegna totale. C’è questo grande mistero: in fondo, in Gesù è Dio stesso che si depone.  È la legge del chicco di grano che deve morire per non restare solo ma produrre molto frutto (12, 24); è la legge della ma­ternità che deve passare attraverso il dolore del parto per dare alla luce un nuovo uomo (16, 21). È la legge dell’amore autentico che invita a dare la vita per la persona che si ama (15, 13).

 Non ci vuole molto per attualizzare.
Vengono in mente subito il Papa, i vescovi e i preti. In una chiesa clericale è ovvio che il clero diventi di fatto “vicario” di Cristo. E ci prendiamo le nostre responsabilità. Io non sono certo di essere immagine limpida della pastoralità di Cristo e soprattutto non vorrei mai rubargli la scena e il ruolo, ma talvolta accade. Ma non vorrei neppure essere talmente ingombrante come una grande mamma che ritarda la crescita dei figli. Anche la comunità dei laici battezzati ricevono il carisma di diventare segno della pastoralità di Gesù, senza ovviamente togliergli ruolo e centralità. A 60 anni dal Concilio Vaticano II° la corresponsabilità collegiale e pastorale dei laici è cresciuta poco, quasi niente, sia sul fronte della testimonianza nella vita quotidiana che sul versante della partecipazione pastorale nella chiesa.
Così scrivevano i Vescovi nella Nota Pastorale del 2004 “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”: «Le aggregazioni di laici nella parrocchia si facciano parte attiva dell’animazione del paese o del quartiere, negli ambiti della cultura, del tempo libero, ecc. Soprattutto l’ambito culturale ha bisogno di una presenza vivace, da affiancare a quella già sperimentata e riconosciuta sul versante sociale. In molte parrocchie sono presenti scuole, istituzioni sanitarie, luoghi di lavoro, strutture sociali: la parrocchia entri in dialogo e offra collaborazione, nel rispetto delle competenze, ma anche con la consapevolezza di avere un dono grande, il Vangelo, e risorse generose, gli stessi cristiani. Lo stesso vale per le istituzioni amministrative, evitando tuttavia di diventare “parte” della dialettica politica. L’ambito della carità, della sanità, del lavoro, della cultura e del rapporto con la società civile sono un terreno dove la parrocchia ha urgenza di muoversi raccordandosi con le parrocchie vicine, nel contesto delle unità pastorali, delle vicarie o delle zone, superando tendenze di autosufficienza e investendo in modo coraggioso su una pastorale d’insieme».
Ma, visti i tempi che corrono, non sembri una forzatura mandare un pensiero sognante anche ai “pastori” del popolo in versione politica e sociale. Sono cosciente del rischio, del rischio del qualunquismo e dell’antipolitica. Ma mi pare che la corruzione pervasiva che ci circonda trovi nel profeta Ezechiele qualche motivo per leggere i “segni dei tempi” e indicarci un’indignazione che diventi azione repulsiva e democratica da non lasciare solo alla magistratura:  “ …hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta”(Ezechiele 34, 2. 4).




14 aprile 2024. Domenica 3a di Pasqua
Appuntamenti col Risorto. Quando e come?

3 domenica di pasqua (Ciclo B)

Preghiamo. O Padre, che nella gloriosa morte del tuo Figlio, hai posto il fondamento della riconciliazione e della pace, apri il nostro cuore alla vera conversione e fa’ di noi i testimoni dell’umanità nuova, pacificata nel tuo amore. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dagli Atti degli Apostoli 3,13-15.17-19
In quei giorni, Pietro disse al popolo: «Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni. Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati».
Salmo 4. Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto.
Quando t’invoco, rispondimi, Dio della mia giustizia!
Nell’angoscia mi hai dato sollievo; pietà di me, ascolta la mia preghiera.
Sappiatelo: il Signore fa prodigi per il suo fedele;
il Signore mi ascolta quando lo invoco.
Molti dicono: «Chi ci farà vedere il bene, se da noi, Signore, è fuggita la luce del tuo volto?».
In pace mi corico e subito mi addormento, perché tu solo, Signore, fiducioso mi fai riposare.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 2,1-5
Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto.
Dal Vangelo secondo Luca 24,35-48
In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente[1] per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni». 

 Appuntamenti col Risorto. Quando e come? Don Augusto Fontana

 Occorre trovare un’idea-guida, una traccia unitaria che accompagni tutte le domeniche di Pasqua fino a Pentecoste. Questa traccia unitaria potremmo trovarla se ci facciamo la domanda: «Quali sono le esperienze e le forme di presenza del Risorto in mezzo ai suoi?».
Per quanto riguarda le esperienze del Risorto sembra che ne emergano 3:

  • alcune sono esperienze strettamente personali come quella di Maria di Magdala[2],
  • altre sono esperienze di gruppo sulla “strada” (oggi diremmo “nei luoghi della laicità quotidiana”) come per i discepoli di Emmaus[3] o in Galilea[4] o sulla spiaggia[5],
  • altre sono esperienze comunitarie nella “casa[6] (oggi diremmo “nell’assemblea liturgica”).

Per quanto riguarda le forme di presenza si possono individuare alcune costanti:

  • Uno “sconosciuto”[7] che viene riconosciuto gradualmente tra timori, incredulità e gioia.
  • Uno che “sta in mezzo”[8], in posizione presidenziale, di servizio, aggregante.
  • Uno che non ha perso le stigmate di crocifisso[9] e permane in una misteriosa condizione di umanità[10].
  • Uno che parla e offre comprensione delle Sante Scritture[11].
  • Uno che viene riconosciuto “Signore”[12].
  • Uno che dona pace in vista della conversione e della missione[13].

In questa terza domenica di Pasqua si individua la presenza del Risorto soprattutto nell’esperienza liturgica in assemblea domenicale. Dai testi liturgici di oggi possiamo evidenziare tre caratteristiche:

  • Un’esperienza convivale. Nel giorno del Signore i discepoli si ritrovano insieme perché di preferenza il Signore risorto ama manifestarsi ai fratelli riuniti. Contro una mentalità, persistente ancora oggi, di una convinzione di fede individualistica è bene riscoprire che negli evangeli si mette in risalto la preferenza del Risorto ad incontrare i discepoli in gruppo, in una dimensione comunitaria e conviviale. Nella tradizione dei chassidim del 1700 un Rabbi, Rabbi Uri, diceva:«Le migliaia di lettere della Torà corrispondono alle migliaia di figli di Israele. Se nel rotolo della Torà manca una lettera, essa non è valida; così se manca un figlio nell’assemblea di Israele, la Shekinà (Presenza di Dio) non si posa su di essa. Come le lettere, anche le persone devono collegarsi e divenire assemblea. Ma come è proibito che una lettera della Torà tocchi la sua vicina, così ogni figlio di Israele deve avere momenti in cui è solo con il suo creatore»[14]. Sulla strada di Emmaus e poi nella povera casa di quel paese come nella casa dell’assemblea liturgica si compie la promessa del Signore: «Se due o tre si raduneranno nel mio nome, io sarò con loro» (Mt. 18,20). Questo rivelarsi del Cristo allo spezzare del pane presuppone una mensa comune, un abitare insieme, un accogliersi e ritrovarsi fratelli, in pace fraterna. Chi cammina insieme sa che il passo va commisurato alla forza dei compagni di viaggio e che occorre pazienza reciproca, reciproco aiuto. Dobbiamo camminare ancora molto per dare alle nostre assemblee il carattere di “assemblea conviviale”.
  • Un’esperienza vitale. Non bastano il culto, la preghiera e la lode. L’esperienza liturgica non può farci dimenticare quanto Gesù aveva detto: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli».(Mt.7,21). Giovanni, nel brano della sua lettera di oggi ci dice: «Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se mettiamo in pratica quanto ci chiede. Chi dice “Io lo conosco” e poi non mette in pratica la Sua vita è un bugiardo, ma se mette in pratica quanto lui chiede l’amore di Dio in lui è veramente perfetto» (1 Gv. 2,3-5). Riascoltiamo così le parole profetiche di Amos 5: «21 Io detesto, respingo le vostre feste e non gradisco le vostre riunioni; 22 anche se voi mi offrite sacrifici, io non gradisco i vostri doni. 23 Lontano da me il frastuono dei tuoi canti: il suono delle tue arpe non posso sentirlo! 24 Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne».
  • Un’esperienza di Shalom Gesù si rivolge alla comunità con un saluto usuale: «Shalom!». Tuttavia le sue parole non erano una pura formalità. Non significavano “Ciao” o “Buon giorno!” o “State bene!”. Dire: “La pace è con voi!” esprimeva una reale aspettativa del Signore nei confronti di una comunità profondamente turbata da un fallimento e da un’assenza, da un lutto, ma anche da un’agitazione per strane voci che dal mattino di quel giorno stavano circolando. Tutti sentimenti che avrebbero impedito all’evento di entrare in loro e trasformarli dal di dentro. Era un appello a recuperare la tranquillità, ma anche ad uscire da una paralisi per lanciarsi nella missione. «Gli altri passi – dice la volpe al Piccolo Principe – mi fanno nascondere sotto terra. I tuoi mi fanno uscire dalla tana come una musica». I due discepoli di Emmaus non sono dei santi, come non lo sono Pietro o Tommaso. Cristo spezza il pane con uomini di strada e del dubbio. È la comunione concessa alla Chiesa dei deboli e degli incerti.

[1]aprì (diénoixen) loro la mente…”. Il verbo greco utilizzato (dianoígo), nei vangeli ha sempre un senso terapeutico: aprire gli orecchi dei sordi, la bocca dei muti (cf. Mc 7,34), gli occhi ai ciechi (cf. Lc 24,31).
[2] Gv. 20, 11ss: «Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva… si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi».
[3] Lc. 24, 13-15: «Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro».
[4] Lc.24, 50-51«Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo».
[5] Gv. 21, 1«Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade».
[6] Lc. 24,33-36 «E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano:  «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone».  Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona “stette” in mezzo a loro».
[7] Lc. 24,16«Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo». Gv.21,4«ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù».
[8] Lc.24,36 «Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro».
[9]  Gv.20,27 «Poi disse a Tommaso:  “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”».
[10] Lc. 24,42-43 «Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro».
[11] Lc.24,45 «Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture».
[12] Gv.21, 7 «Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro:  “E` il Signore!”».
[13] Gv. 14,27«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non sia turbato il vostro cuore». Gv.16,33 «Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!».
[14] M. Buber I racconti dei Chassidim, Garzanti, pag.468.




7 aprile 2024. Domenica 2a di Pasqua
TOMMASO detto IL GEMELLO. Gemello di chi?

Seconda domenica di Pasqua B –

Preghiamo. O Dio, che in ogni Pasqua domenicale ci fai vivere le meraviglie della salvezza, fa’ che riconosciamo con la grazia dello Spirito il Signore presente nell’assemblea dei fratelli, per rendere testimonianza della sua risurrezione. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 4,32-35
La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.
Sal 117  Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre.
Dica Israele: «Il suo amore è per sempre».
Dica la casa di Aronne:«Il suo amore è per sempre».
Dicano quelli che temono il Signore:«Il suo amore è per sempre».
La destra del Signore si è innalzata, la destra del Signore ha fatto prodezze.
Non morirò, ma resterò in vita e annuncerò le opere del Signore.
Il Signore mi ha castigato duramente, ma non mi ha consegnato alla morte.
La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo!
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 5,1-6
Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità.
Dal Vangelo secondo Giovanni 20,19-31
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo (Gemello), non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

TOMMASO detto IL GEMELLO. Don Augusto Fontana

Didimo significa GEMELLO. Tommaso ha tantissimi gemelli: ciascuno di noi è gemello di Tommaso e può rendersi conto che il proprio rapporto con Gesù di Nazareth è più o meno come quello di Tommaso ma anche come quello della moltitudine di coloro che erano diventati credenti nella originaria comunità.
La fede come prassi, amore, shalom: la risurrezione visibile.
Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza alla resurrezione“; la forza dice riferimento alla convinzione interiore, ma anche alle “mani” cioè alla prassi.”Amerai il Signore Dio tuo con tutta la mente, con tutto il cuore e con tutte le tue forze“(Deut. 6,5); “In Cristo ciò che conta…è la fede che opera per mezzo della carità“! (Galati 5,6); ” Che giova se uno dice di avere la fede, ma non ha le opere?… La fede se non ha le opere è morta in se stessa…Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta “ ( Giac. 2,1-26).  L’onere della prova della risurrezione non è più affidata alla tomba vuota, ma alla prassi dei credenti, alla trasformazione della esistenza nel senso della Koinonia (amore/comunione): Avevano un cuor solo ed un’anima sola  …Ogni cosa era fra loro in comune (Esiste un’ipoteca sociale su ciò che considero mio e si tratta più di un usufrutto che di una proprietà)…a tutti veniva distribuito secondo il bisognonon c’erano più bisognosi fra loro ( cf. Deut. 15,4).
Luca afferma che la prima comunità ha ricevuto un triplice dono: quello di annunciare senza timore, l’unità di cuore e di cose, la liberazione dalle necessità: questa è l’immagine (ideale) della Chiesa di tutti i tempi.
La koinonia non è prima di tutto un comunitarismo economico, bensì una capacità di ascoltare l’altro di saper perdere tempo per l’altro; si tratta di una accoglienza empatica, di un abbattimento dei muri di separazione dell’indifferenza e, oggi, dei nazionalismi o della religione del farsi i fatti propri. Il dono della koinonia è un dono pasquale perchè toglie la pietra dal sepolcro dove sono mummificate ed imputridite le energie egocentriche che vengono invece liberate a favore dell’altro.
Come tutti sanno, Atti 4,32-35 è il secondo dei tre sommari sulla vita della primitiva comunità (Atti 2,42-47 e 5,11-16) che costituiscono un progetto di comunità cristiana ideale a cui ispirarsi.
I tratti caratteristici contenuti in questo sommario sono tre: il cuore, l’anima e il portafoglio; il cuore costituisce il principio della vita personale dell’uomo: “avere un cuore solo” significa unione nel pensiero, nella volontà e nei sentimenti. L’anima (nel testo greco: psuchê) indica l’individualità personale: “avere un’anima sola” esprime comunione interpersonale. Il portafoglio era, già allora, un’appendice del corpo umano, carne della mia carne e osso delle mie ossa.
Il “credere” come itinerario.
La fede, in questo testo di Giovanni, non richiama l’idea di conquista, di un diploma conseguito una volta per tutte, bensì assomiglia ad un itinerario con conseguenti fatiche, dubbi, sorprese, novità, incertezze, squarci di luce e zone di buio. Il cristiano non è uno che “ha” la fede, ma uno a cui è concessa, ogni giorno, la grazia di credere. Infatti al mattino io non mi ritrovo la fede come un abito che ho smesso la sera precedente e che mi basta indossarlo di nuovo. Devo ricominciare a credere ogni mattina: questo sarà il mio lavoro quotidiano (cfr. Giov. 6,28-29). La parola degli apostoli avvia un programma di ricerca, ma poi ogni discepolo farà la propria esperienza personale, incontrandosi a tu per tu con Lui o con uno dei segni lasciati da Lui. Ognuno ha la sua strada e Cristo è il primo a rispettarla come rispetta il cammino di Tommaso anche se proclama “Beati quelli che crederanno senza aver visto“.
Per me la risurrezione rimane uno scandalo, tanto quanto la croce. Anche per molti discepoli il dubbio circondò la risurrezione tanto quanto la delusione accompagnò la crocifissione. “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno“. E’ una delle due beatitudini del quarto Vangelo accanto all’altra: “Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica“(Gv. 13,17). Non è cosa facile credere nella resurrezione di Gesù, evento centrale della vita di Cristo e del cristianesimo. Il dubbio non fu solo di Tommaso anche se il suo dubbio, nel brano odierno, diventa una specie di drammatizzazione simbolica di tutti i dubbi serpeggianti anche nella primitiva comunità: Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.” (Giovanni 20,9); “Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non sapevano (testo greco: edeisan) che era Gesù.”(Giovanni 21,4).
 Il cammino per giungere al grido di Tommaso (Mio Signore e mio Dio) è un cammino lungo e difficile per tutti: è il cammino del credere. La fede normalmente attende dei segni. Gesù da un lato non era molto d’accordo su questa pretesa di avere dei segni:  «Gesù cominciò a dire: “Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato nessun segno fuorchè il segno di Giona”» (Luca 11,29).  Tuttavia Giovanni stesso si appella al lettore e gli chiede la fede sulla base dei segni ” Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli… Questi sono stati scritti, affinchè crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perchè, credendo, abbiate la vita nel suo nome” (Giovanni 20,30-31).
Chiede troppo Tommaso? L’esigenza di Tommaso è l’esigenza di tutti. Ma l’esemplarità di Tommaso non sta solo nella sua somiglianza con noi che abbiamo bisogno di segni.  Tommaso, pur incredulo, non ha abbandonato i suoi amici discepoli (la sua chiesa, comunità, parrocchia, assemblea). Ha accettato di riunirsi a loro, di attendere con loro: “C’era con loro anche Tommaso“(v.26). Il risorto gli concede l’esperienza di quel segno, non isolatamente ma in seno alla comunità dei discepoli, riuniti “otto giorni dopo“. E’ un’indicazione non cronologica, ma liturgica. L’assemblea eucaristica della domenica appare come il luogo privilegiato della presenza del Signore risorto e del suo eventuale riconoscimento.
Tommaso è anche il discepolo che non si accontenta di ciò che narrano gli altri con-discepoli («Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”»): vuole fare un’esperienza personale («Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani…”»). In un clima di persistente religiosità “per tradizione e per sentito dire”, vorrei eleggere Tommaso santo protettore di tutti gli incuriositi che abbandonano la cuccia domestica della “civil religion” e decidono di volerci guardar dentro ingaggiandosi personalmente. Per anni mi è stato insegnato a disprezzare Tommaso e, con lui, tutti i poveri buzzurri che volevano differenziarsi dalla massa ripetitiva, anonima e anagrafica dei cattolici obbedienti, riverenti, ossequienti come portaborse di Dio.
Ma Tommaso è anche, ambiguamente, il discepolo inquirente, quella parte di me che coltiva un così mastodontico piano di sicurezza, da non lanciarsi mai nell’abbandono della fede dei semplici. Gesù ha sempre prediletto i semplici: “Ti benedico,Padre, perchè hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli“( Matteo 11,25).
Tra questi semplici ci sono coloro che non hanno la possibilità di riflettere troppo sui contenuti della loro fede. I problemi teologici, esegetici e critici non fanno per loro; non li conoscono, non se ne curano, non li potrebbero sostenere. Credono e basta. Ma non tutti sono così. L’uomo moderno assomiglia sempre più a Tommaso e a tutti quegli apostoli e discepoli critici che per credere hanno avuto bisogno di un segno e non si sentono più di credere solo per sentito dire. Non è detto che questo sia un guadagno, ma di fatto esistono questi ricercatori e si sa che corrono dei rischi.
Resta comunque il fatto che OGGI l’unica prova della resurrezione siamo noi con la nostra vita di cristiani. Almeno potremmo giocare lo stesso ruolo che ha giocato la tomba vuota: non un segno che obbliga in modo incontrovertibile alla adesione, ma un segno debole che induce “gioia e stupore”, come è accaduto alle donne e ai discepoli recatisi al sepolcro vuoto. Oggi il volto di Dio siamo noi, siamo la sua parola, le sue opere, i suoi prodigi. Oppure siamo la sua maschera, il suo schermo, la sua caricatura. Se la società che ci circonda attende o aspira a qualcosa di santo, quello glielo dobbiamo mostrare e non solo promettere. La Chiesa non può solo auspicare pace, giustizia e solidarietà, ma deve concretizzarle e mostrarle al mondo.




31 marzo 2024. Pasqua di risurrezione
STUPORE E MOVIMENTO

PASQUA DI RISURREZIONE di Gesù di Nazaret

 Dal Vangelo secondo Giovanni 20,1-9
Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.
Dal Vangelo secondo Marco 16,1-7
Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salòme comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”».
Da Vangelo di Luca 24,13-35
 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro.  Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. Ed essi si dissero l’un l’altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». E partirono senz’indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

STUPORE E MOVIMENTO. Don Augusto Fontana

La parola libertà in ebraico, contiene la radice hfsh (חֹפֶשׁ) che vuol dire cercare. Un uomo è libero se continua a cercare. Le crisi, che sembrano bloc­carci, in realtà aprono spazi, rompono gusci di comodità e creano le condizioni per mettersi di nuovo in marcia, in ricerca. Sono questi momenti di vuoto, di sospensione, di attesa, che rinnovano il mondo. Non dovrei temerli, ma viverli. Ciò che mi dovrebbe preoccupare, oggi, non è la crisi in quanto tale, ma l’indisponibilità a viverla. Non mi fido del futuro, dell’inedito che con­tiene, e mi abbarbico al presente per tratte­nerlo. Questa crisi ha lo stato d’animo degli apostoli i quali, dopo le apparizioni di Gesù, si rinchiudono in casa, intimoriti sul da farsi, o, peggio, è la crisi di Giuda appeso alla corda, incapace di guardare oltre. Il timore di perderci rallenta qualsiasi movimen­to di crescita. La vera crisi è dunque nell’assen­za di fiducia, nella cecità verso l’impossibile di oggi, che sarà possibile domani. Questa situazione può sbloccarsi solo riaprendo­ci al movimento naturale della vita, quel movi­mento del quale la crisi è parte, perché annullan­do le nostre sicurezze, ci apre al cambiamento.
Rileggendo i testi biblici di Pasqua possiamo riconoscere, fra altre infinite ricchezze e stimoli, almeno tre parole incandescenti che illuminano e ustionano i discepoli di ieri e noi, presunti discepoli di oggi: fermarsi,  guardare/ascoltare,  camminare.

 Fermati!
Il primo movimento che ci occorre è in realtà un non-movimento. Una sosta. Shabbat, così gli ebrei (non guerrafondai!) chiamano il giorno del riposo. È il giorno in cui si cancella ciò che si crede di sapere, in cui si abbandona quello che si crede di avere. Questa sosta è necessaria per liberarci dal condiziona­mento mentale di ciò che siamo, per aprirci gli occhi. Shabbat è il tempo liberato dalla costri­zione del fare, dai vincoli del già visto, già cono­sciuto; per questo ci permette di vegliare su ciò che non si vede, di andare al di là del visibile, di inventare nuove strade, di ricreare e ricrearsi.
Vorremmo trovare un immediato benessere per uscire dalla crisi, scoprire quel farmaco che possa cancellare il male. Ma la fretta, del credere o del vivere, è il demone della «felicità senza sforzo» e ci porta a non affrontare i problemi che stanno dietro le crisi e che, rimossi troppo velocemente, sono come veleni non smaltiti. La fretta non permette alle ferite di guarire, ane­stetizza solo la parte dolente, nega il vissuto, ci priva del diritto alla convalescenza. Chi si rialza troppo in fretta da una malattia sa che è destina­to a ricadute. Quello che ci serve è altro: accogliere le domande che ci salgono dal cuore e dal mistero della vita degli uomini, delle guerre a pezzi, delle migrazioni, della delinquenza. Tutti i discepoli della Pasqua e tutti i loro racconti sono pieni zeppi di soste, di Sabati, di stop.

Guarda dentro (Ascolta).
Il nostro punto di partenza è il luogo da cui vor­remmo fuggire, come i discepoli di Emmaus in fuga dalla comunità e da Gerusalemme. Il luogo del nostro quotidiano, dei sogni falliti e delle speranze deluse. È nel groviglio d’ogni giorno, nel piccolo fram­mento di pane spezzato, nella umile striscia di tela deposta nei nostri sepolcri, che si nasconde il senso della nostra esistenza. Dare valore al quo­tidiano o agli umili segni sacramentali, o alla Parola piccola come un seme, o al fratello che ci sfiora e a volte ci ferisce con gli artigli della sua impertinente debolezza: tutto questo ci permette di toccare la vita, di starci dentro senza scappare. Occorre uno sguardo profondo o almeno progressivo che faccia legge­re la realtà (“Vide e si fidò”; “lo riconobbero”) e porti alla luce ciò che sta dentro. Occorre un cuore attento e duttile che riesca a ve­dere fra i crepacci del presente il fiore che nasce o trasformare le ferite in feritoie.

Riprendi il cammino.
Nella vita noi avanziamo per scoperta di tesori: “Dov’è il tuo teso­ro, là sarà anche il tuo cuore“. Occorre quindi che io mi rimetta in cam­mino, consapevole che la vita ha dinamiche di resistenza, ma che queste non mi devono bloc­care. In tutti noi c’è la capacità di ribellarsi e affrontare questa realtà. E allora dobbiamo avere il coraggio di percor­rere strade che nessuno ha ancora percorso, di pensare idee che nessuno ha ancora pensato. La crisi del mondo non deve trascinarsi dietro la crisi della nostra speranza.

Angelo Silesio (mistico del XV° sec.) scrisse: «Cammina dove non puoi. Guarda dove non vedi. Ascolta dove nulla risuona: così sarai dove Dio parla»[2].

Pare che il Vescovo brasiliano Hélder Câmara abbia detto o scritto: « É grazia divina cominciare bene; è grazia più grande resistere nel cammino, ma è grazie delle grazie non smettere mai». (É graça divina começar bem. Graça maior persistir na caminhada. Mas graça das graças é não desistir nunca).


[1] Rielaborazione da Luigi Verdi NON FUGGIRE, E’ SOLO CRISI  (Fraternità di Romena, Marzo 2012)
[2] Fonte: J.T. Mendonça, Padre nostro che sei in terra, Qiqajon, 2013, pag. 64




24 marzo 2024. Domenica della Passione
Perchè tutto questo spreco?

Passione di nostro Signore Gesù Cristo dal Vangelo secondo Marco (14-5)

 Mancavano intanto due giorni alla Pasqua e agli Azzimi e i sommi sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di impadronirsi di lui con inganno, per ucciderlo. Dicevano infatti:  «Non durante la festa, perché non succeda un tumulto di popolo».

Lettore 1: La donna discepola dell’amore e della risurrezione

Gesù si trovava a Betània nella casa di Simone il lebbroso. Mentre stava a mensa, giunse una donna con un vasetto di alabastro, pieno di olio profumato di nardo genuino di gran valore; ruppe il vasetto di alabastro e versò l’unguento sul suo capo. Ci furono alcuni che si sdegnarono fra di loro:  «Perché tutto questo spreco di olio profumato?»

Lettore 2: «Perché tutto questo spreco di olio profumato?»

Si poteva benissimo vendere quest’olio a più di trecento denari e darli ai poveri!».  Ed erano infuriati contro di lei. Allora Gesù disse:  «Lasciatela stare; perché le date fastidio? Lei ha compiuto verso di me un’opera buona;

Lettore 2: Lei ha compiuto verso di me un’opera buona

i poveri infatti li avete sempre con voi e potete beneficarli quando volete, me invece non mi avete sempre. Essa ha fatto ciò ch’era in suo potere, ungendo in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità vi dico che dovunque, in tutto il mondo, sarà annunziato il vangelo, si racconterà pure in suo ricordo ciò che ella ha fatto».

Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici,

Lettore 2: uno dei Dodici

si recò dai sommi sacerdoti, per consegnare loro Gesù. Quelli all’udirlo si rallegrarono e promisero di dargli denaro. Ed egli cercava l’occasione opportuna per consegnarlo. Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero:  «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?».  Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro:  «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo [14]e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, gia pronta; là preparate per noi».  I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua.

Lettore 1: “Mangiare la Pasqua” in un clima di amore e tradimento

Venuta la sera, egli giunse con i Dodici. [18]Ora, mentre erano a mensa e mangiavano, Gesù disse:  «In verità vi dico, uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà».  Allora cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro:  «Sono forse io?».

Lettore 2: «Sono forse io?».

Ed egli disse loro:  «Uno dei Dodici, colui che intinge con me nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui, ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo è tradito! Bene per quell’uomo se non fosse mai nato!».  Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo:  «Prendete, questo è il mio corpo».  Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse:  «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti.  In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio».

Lettore 1:Getsemani: preghiera, solitudine, tradimento, consegna

E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro:  «Tutti rimarrete scandalizzati,

Lettore 2: «Tutti rimarrete scandalizzati,

poiché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. Ma, dopo la mia risurrezione, vi precederò in Galilea».  Allora Pietro gli disse:  «Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò».  Gesù gli disse:  «In verità ti dico: proprio tu oggi, in questa stessa notte, prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai tre volte».  Ma egli, con grande insistenza, diceva:  «Se anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò».  Lo stesso dicevano anche tutti gli altri.

Lettore 1: Pietro e noi discepoli del sonno.

Giunsero intanto a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli:  «Sedetevi qui, mentre io prego».  Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Gesù disse loro:  «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate».  Poi, andato un pò innanzi, si gettò a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse da lui quell’ora. E diceva:  «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! Però non ciò che io voglio, ma ciò che vuoi tu».  Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro:  «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola?

Lettore 2: Non sei riuscito a vegliare un’ora sola?

Vegliate e pregate per non entrare in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole».  Allontanatosi di nuovo, pregava dicendo le medesime parole. Ritornato li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano appesantiti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne la terza volta e disse loro:  «Dormite ormai e riposatevi! Basta, è venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».  E subito, mentre ancora parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni mandata dai sommi sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Chi lo tradiva aveva dato loro questo segno:  «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta».  Allora gli si accostò dicendo:  «Rabbì»  e lo baciò.

Lettore 2:  e lo baciò.

Essi gli misero addosso le mani e lo arrestarono. Uno dei presenti, estratta la spada, colpì il servo del sommo sacerdote e gli recise l’orecchio. Allora Gesù disse loro:  «Come contro un brigante, con spade e bastoni siete venuti a prendermi. Ogni giorno ero in mezzo a voi a insegnare nel tempio, e non mi avete arrestato. Si adempiano dunque le Scritture!».  Tutti allora, abbandonandolo, fuggirono. Un giovanetto però lo seguiva, rivestito soltanto di un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo.

Lettore 1: Pietro rinnega, si ricorda della Parola, piange.

Allora condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del sommo sacerdote; e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. Intanto i capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti infatti attestavano il falso contro di lui e così le loro testimonianze non erano concordi. Ma alcuni si alzarono per testimoniare il falso contro di lui, dicendo:  «Noi lo abbiamo udito mentre diceva: Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d’uomo».  Ma nemmeno su questo punto la loro testimonianza era concorde. Allora il sommo sacerdote, levatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo:  «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?».  Ma egli taceva e non rispondeva nulla.

Lettore 2: Ma egli taceva e non rispondeva nulla.

Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli:  «Sei tu il Cristo, il Figlio di Dio benedetto?».  Gesù rispose:  «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo».   Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse:  «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?».  Tutti sentenziarono che era reo di morte. Allora alcuni cominciarono a sputargli addosso, a coprirgli il volto, a schiaffeggiarlo e a dirgli:  «Indovina».  I servi intanto lo percuotevano.  Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una serva del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo fissò e gli disse:  «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù».  Ma egli negò:  «Non so e non capisco quello che vuoi dire».  Uscì quindi fuori del cortile e il gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti:  «Costui è di quelli».  Ma egli negò di nuovo. Dopo un poco i presenti dissero di nuovo a Pietro:  «Tu sei certo di quelli, perché sei Galileo».  Ma egli cominciò a imprecare e a giurare:  «Non conosco quell’uomo che voi dite».

Lettore 2: «Non conosco quell’uomo ».

Per la seconda volta un gallo cantò. Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto:  «Prima che il gallo canti due volte, mi rinnegherai per tre volte».  E scoppiò in pianto.

Lettore 1: Processo e condanna di Gesù innocente. E noi, solidali con Barabba.

Al mattino i sommi sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo condussero e lo consegnarono a Pilato. Allora Pilato prese a interrogarlo:  «Sei tu il re dei Giudei?».  Ed egli rispose:  «Tu lo dici».  I sommi sacerdoti frattanto gli muovevano molte accuse. Pilato lo interrogò di nuovo:  «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!».  Ma Gesù non rispose più nulla, sicché Pilato ne restò meravigliato. Per la festa egli era solito rilasciare un carcerato a loro richiesta. Un tale chiamato Barabba si trovava in carcere insieme ai ribelli che nel tumulto avevano commesso un omicidio. La folla, accorsa, cominciò a chiedere ciò che sempre egli le concedeva. Allora Pilato rispose loro:  «Volete che vi rilasci il re dei Giudei?».  Sapeva infatti che i sommi sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i sommi sacerdoti sobillarono la folla perché egli rilasciasse loro piuttosto Barabba. Pilato replicò:  «Che farò dunque di quello che voi chiamate il re dei Giudei?».  Ed essi di nuovo gridarono:  «Crocifiggilo!». Ma Pilato diceva loro:  «Che male ha fatto?».  Allora essi gridarono più forte:  «Crocifiggilo!».  E Pilato, volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba

Lettore 2:  volendo dar soddisfazione alla moltitudine, rilasciò loro Barabba

e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la coorte. Lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo. Cominciarono poi a salutarlo:  «Salve, re dei Giudei!».  E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano a lui. Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.

Lettore 2: lo condussero fuori per crocifiggerlo

Lettore 1: Il Cireneo, discepolo della croce. Il centurione pagano, discepolo della fede. Gesù ama, prega e muore da Figlio di Dio

Allora costrinsero un tale che passava, un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce. Condussero dunque Gesù al luogo del Gòlgota, che significa luogo del cranio, e gli offrirono vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse quello che ciascuno dovesse prendere. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno alla sua destra e uno alla sinistra. I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo, esclamavano:  «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, [30]salva te stesso scendendo dalla croce!».  Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano:  «Ha salvato altri, non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo».  E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Alle tre Gesù gridò con voce forte: Eloì, Eloì, lemà sabactàni?, che significa: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Lettore 2: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Alcuni dei presenti, udito ciò, dicevano:  «Ecco, chiama Elia!».  Uno corse a inzuppare di aceto una spugna e, postala su una canna, gli dava da bere, dicendo:  «Aspettate, vediamo se viene Elia a toglierlo dalla croce».  Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del tempio si squarciò in due, dall’alto in basso. Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse:  «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!».

Lettore 2: «Veramente quest’uomo era Figlio di Dio!».

Lettore 1: Le discepole e i discepoli della “vigilia”e dell’attesa

C’erano anche alcune donne, che stavano ad osservare da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, che lo seguivano e servivano quando era ancora in Galilea, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme. Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare un masso contro l’entrata del sepolcro. Intanto Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano ad osservare dove veniva deposto.