20 agosto 2023. Domenica 20a
ALMENO LE BRICIOLE, SIGNORE.

20a domenica A 2023
Preghiamo. O Padre, che nell’accondiscendenza del tuo Figlio mite e umile di cuore hai compiuto il disegno universale di salvezza, rivestici dei suoi sentimenti, perché rendiamo continua testimonianza con le parole e con le opere al tuo amore eterno e fedele. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Isaia 56,1.6-7
 Così dice il Signore: «Osservate il diritto e praticate la giustizia, perché la mia salvezza sta per venire, la mia giustizia sta per rivelarsi.  Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. I loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli».
SALMO 66 Popoli tutti, lodate il Signore.
Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine, governi le nazioni sulla terra.
Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra.
Dalla Lettera di Paolo ai Romani, 11,13-15.29-32 Fratelli, a voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti? Infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia a motivo della loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti a motivo della misericordia da voi ricevuta, perché anch’essi ottengano misericordia. Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!
Dal Vangelo secondo Matteo 15,21-28
 Uscito di là, Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, di quei luoghi, venne fuori e si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rispose parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Mandala via, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

ALMENO LE BRICIOLE, SIGNORE. Don Augusto Fontana

Prima gli italiani! Prima la razza ariana! Prima i cattolici! Prima i praticanti! Prima i preti! Prima i maschi! E avanti così, verso identità forti, enclaves etniche o religiose, teologie e politiche settarie. Da sempre fu così e forse, ahimè, sempre sarà. Anche nella storia di Israele maturò rozzamente la separazione tra i figli eletti di Isacco e i discendenti del bastardo Ismaele, cani impuri: «Il bastardo e nessuno dei suoi discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nell’assemblea del Signore. L’Ammonita e il Moabita non entreranno nell’assemblea del Signore. Non cercherai mai la loro pace né la loro prosperità, finché tu viva» (Deuteronomio 23,1-3). La prospettiva universalistica, tuttavia, corre come un fiume carsico, nella Rivelazione dei profeti e non solo; sappiamo che Rut era Moabita e il racconto del libro omonimo contrasta proprio le norme sopra citate; Matteo inserirà la straniera “proibita” addirittura nella linea genealogica di Gesù (Mt 1,5). Qualche testo profetico aveva già tentato, ogni tanto, di annunciare che anche Sodoma, Gomorra e Ninive si possono convertire (cf. Giona 3,10: «Dio vide che si erano convertiti dalla loro condotta malvagia e si impietosì») e che Gerusalemme e il Tempio saranno aperti a tutti (“Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore resterà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli e affluiranno ad esso i popoli” Michea 4,1; cf. Isaia 2,2-3; “la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” Isaia 56) e che anche gli stranieri saranno benedetti da Dio: «In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore dell’universo: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità”» (Isaia 19, 23-25). Il lungo periodo storico, che va dal V secolo a.C. ai tempi di Gesù, vede dunque convivere due anime religiose che oscillano fra universalismo ed esclusivismo, fra identità ed inclusione, purezza e meticciato, prudenza istituzionale e imprudenza profetica. Gesù vive dentro questa convivenza, con una progressiva simpatia per i pagani e i loro territori («uscito di là [cioè dagli scribi e farisei dei vv. 1-9], Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidòne», l’odierno Libano). I tre vangeli sinottici, nei loro racconti e catechesi, mantengono sotto traccia il sapore di questa tensione presente nelle loro comunità. Secondo loro Gesù a volte dice “Andate![1]”, a volte dice “Non andate![2]”. Paolo di Tarso (Turchia) ebreo della diaspora greco-ellenistica, circonciso, fariseo fondamentalista, insieme con pochi altri si dedicherà ai pagani non circoncisi, non esiterà ad autodefinirsi “apostolo delle genti” (Rom. 11,13), infrangerà tradizioni religiose antiche senza consultare per ben tre anni il Vaticano di allora, creando non poco scompiglio nella Chiesa di Gerusalemme, chiusa e timida. Matteo scrive questo testo nell’anno 80 quando già era scoppiata nella chiesa la crisi provocata dalla “rottura” di Paolo e Barnaba nei territori non giudei.
Una donna converte Gesù?
Occorre cercare di capire l’atteggiamento di Gesù nel Vangelo di oggi. Intanto l’incipit del Vangelo ci anticipa dei sapori: ancora una volta Gesù “uscito…si ritirò”; si dirige verso i territori di Tiro e Sidone, fuori dai confini della terra d’Israele. L’incontro con la donna Cananea inizialmente è duro e non facilmente comprensibile. Se noi chiedessimo un favore a qualcuno e questi non ci rispondesse o ci desse del “cane” penso ci offenderemmo. Se chiamassimo il 118 e chiedessimo con urgenza un’ambulanza, come reagiremmo se il centralinista ci rispondessero come ha fatto Gesù?
* Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare… Prima della preghiera c’è un grido. Poi una preghiera (“Signore, figlio di Davide!”) dal sapore stranamente ebraico sulla bocca di una Cananea. Questa donna sa di avere un problema e ha il coraggio di chiamare il problema per nome: «Mia figlia è malamente indemoniata [kakòs daimonizetai]». Il primo requisito per essere guariti è riconoscere di essere malati.
*Non le rivolse neppure la parola. E può accadere che Dio non risponda. Resti in silenzio. E’ l’esperienza più difficile per un credente.  Anche noi facciamo esperienza del Risorto come un Dio assente, lontano, estraneo, straniero.
* “Mandala via [apòluson auten], vedi come ci grida dietro!”.  Il verbo greco “apoluo” lo troviamo in Matteo 14,15 quando i discepoli chiedono a Gesù: “Congeda la folla”, quasi per dire allo sposo: “Divorzia da questa tua sposa infedele!”. Oggi diremmo: “ lasciala, mollala…”. I discepoli non dicono “Salvala, non vedi come sta soffrendo” ma “Cacciala via!”. Probabilmente era insistente. Ma pare che Gesù non si scocci. “Bussate e vi sarà aperto” (Luca 11,9); “E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?” (Luca 18,1-8).
* Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele… La risposta di Gesù è sostanzialmente sconfortante. E’ questo il momento più difficile della preghiera cristiana: quando ci sembra che Gesù ascolti gli altri ma non noi. Quando ci pare che Dio ci consideri di serie B, rispetto ad altri, che ci sembrano “eletti” o più meritevoli di noi. Dio tace, e pure i fratelli diventano un ostacolo alla nostra preghiera. Ma questa donna grida ancora, senza paura di essere respinta da Gesù e dalla sua Chiesa.
non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». Nel linguaggio ebraico i figli sono i discendenti di Abramo, i cani (kuon) sono i pagani, gli stranieri. Qui Matteo sembra attenuare con il diminutivo “cagnolini” (kunaria).
* Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui. E’ un gesto liturgico, come tutto il racconto è una grande liturgia di gesti, parole, ascolti, grida, preghiere. Come le nostre liturgie domenicali. Con una proclamazione di fede pasquale: “Signore!”. Ripetuta tre volte.
*ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Benchè le vie di Dio per noi restino un mistero, anche una briciola (e non il pane intero che avevamo chiesto noi) ci basta. Anche Maria, sua madre, a Cana, gli aveva chiesto qualcosa. E anche a lei, Gesù aveva risposto secco: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. Anche lì la Chiesa aveva ottenuto un’altra “briciola”, capace di rendere felici due anonimi (e simbolici?) sposi.
* Davvero grande è la tua fede, ti sia fatto come desideri! Scrive Ermes Ronchi: «La straniera delle briciole, uno dei personaggi più simpatici del Vangelo, mette in scena lo strumento più potente per cambiare la vita: non idee e nozioni, ma l’incontro. Gesù era uomo di incontri, in ogni incontro realizzava una reciproca fecondazione, accendeva il cuore dell’altro e lui stesso e ne usciva trasformato, come qui. Una donna di un altro paese e di un’altra religione, in un certo senso, “converte” Gesù, gli fa cambiare mentalità, lo fa sconfinare da Israele. No, dice a Gesù, tu non sei venuto per quelli di Israele, tu sei Pastore di tutto il dolore del mondo. Donna, grande è la tua fede! Lei che non va al tempio, che prega un altro Dio, per Gesù è donna di grande fede. Non ha la fede dei teologi, ma quella delle madri che soffrono».
Scrive don Marco Pozza[3]: «Non ci sono cani e figli, sgualdrine e sante, pii e miscredenti. L’unica divisione, anche l’unica differenza, è tra chi lo cerca e chi pensa d’averlo in tasca. Capita che Dio, un giorno, lo trovino prima i lontani, perché i vicini manco si sono accorti di trattenerlo in mano nell’eucaristia. Capita: e, quando capita, Dio va in estasi».


[1] Mt 22,9 andate ora agli incroci delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.
[2] Mt 10,5 Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani.
[3] Giovane presbitero vicentino, giornalista scrittore, confidenziale intervistatore di Papa Francesco in numerose rubriche televisive su TV2000, cappellano presso il carcere di massima sicurezza di Padova, laureato alla Pontificia università Gregoriana.




13 agosto 2023. Domenica 19a
Storie. Con Dio dentro.

19a Domenica  – 13 agosto 2023

 Preghiamo. Onnipotente Signore, che domini tutto il creato, rafforza la nostra fede e fa’ che ti riconosciamo presente in ogni avvenimento della vita e della storia, per affrontare serenamente ogni prova e camminare con Cristo verso la tua pace. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal primo libro dei Re 19,9.11-13
In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.
Sal 84.  Mostraci, Signore, la tua misericordia.
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme, perché la sua gloria abiti la nostra terra.
Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo.
Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani  9,1-5
Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.
Dal Vangelo secondo Matteo 14,22-33
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».  Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».  Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

STORIE. CON DIO DENTRO. Don Augusto Fontana

 Le tre letture bibliche ci raccontano storie di vita. Con Dio dentro.
Nella prima storia di vita c’è un profeta, Elia, inizialmente un po’ talebano e un po’ Grande Inquisitore. Aveva lanciato una sfida ad un gruppo religioso del dio Baal; una sfida che assomiglia molto all’attuale “scontro di civiltà” o all’Inquisizione di cattolica memoria. Elia vince la magica sfida e sgozza di sua mano 450 seguaci di Baal; le acque del fiume Kison si arrossano di sangue, come un trofeo al Dio perverso, caricatura partorita dalla sua mente (1 Re 18,40)[1]. Fuggendo dalla regina Gezabele che, per vendetta, ne vuole la morte, ripete l’itinerario di Israele e giunge sull’Oreb. Nella solitudine della montagna, il profeta cerca il suo Dio nel vento impetuoso, nel fuoco e nel terremoto, cioè secondo schemi personali e tradizionali. Ma Dio è sorprendente e appare nel sussurro di un “silenzio sottile”. Elia, velandosi in volto, conosce che il Signore è presenza dolce e paziente, fino a rischiare di essere cercato nelle profondità del silenzio, giù negli abissi del mare dove il vento impetuoso non riesce ad inquietare una sola molecola d’acqua, là dove la Pentecoste non fa sfracelli. «Parlare sottovoce di Dio non significa, come purtroppo taluni dogmaticamente tentano di far credere, rimpicciolire Dio, ma se mai, farlo più grande. Sottovoce, perché del mistero di Dio possiamo solo balbettare qualche cosa. Con pudore. Il mistero è al di là, molto al di là della po­vertà delle nostre parole. Al di là della soglia. Sottovoce, ancora, perché dell’amore sbandierato ai quattro venti è giusto, legittimo, dubitare, sospettare. Il «sottovoce» ha invece il passo silenzioso dei racconti che nascono dal cuore» (Don Angelo Casati)[2].
Un po’ diversa è la seconda storia di vita, quella di Paolo che ha coscienza di essere rimasto giudeo e se ne vanta e sente con passione il problema dei suoi consanguinei e correligionari che non hanno accolto Gesù come Messia e Salvatore. Il grande dolore che ha nel cuore lo porta a dichiararsi disponibile ad essere separato (“anatema”) da Cristo pur di salvare Israele. Un’esagerazione passionale, quasi una bestemmia. Il 1° luglio 1949 il Sant’Uffizio pubblicava un Decreto, sottoscritto da Pio XII, con cui venivano scomunicati militanti e simpatizzanti del social-comunismo, sottoproletariato compreso. Il movimento dei Pretioperai passa dalla parte degli scomunicati, per amore, credetemi, solo per amore. Quante volte abbiamo chiesto che venisse abrogata la scomunica: la scomunica resta. E molti di noi hanno ripetuto con Paolo: «Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli», miei consanguinei nella fatica e nelle speranze, negli errori e nel dimenticato contributo alle tutele e alla liberazione nel lavoro. In contemporanea sono proliferati atei devoti, liberal-chic, portatori sani della peggiore infezione ideologica di materialismo pragmatico e individualismo. Mai scomunicati. Noi, noi, siamo rimasti scomunicati. Io che non ho mai imparato a nuotare e galleggiare, ho preferito “imbarcarmi” con gli scomunicati e rischiare con loro la sindrome del mal di mare, come narra la terza storia di vita della liturgia odierna. Storia di discepoli di allora e di Pietro, ma di fatto storia dei nostri sghembi itinerari pasquali e battesimali. Noi cristiani non camminiamo fuori dal tempo, lontani dalla storia, ma “con i piedi per terra” o nella “società liquida”, come ci definisce il sociologo Zygmunt Bauman[3]. La storia quotidiana, nella sua concretezza scivolosa e liquida, è il luogo privilegiato nel quale il Signore manifesta i segni del suo amore per ciascuno di noi. Per il credente è importante, allora, ascoltare la Parola (“Gesù disse…”) lasciandosi interpellare dal “mare agitato” della storia, della propria vita, della Chiesa. E’ dentro i sussulti di questa bufera che si incontra Dio come una presenza lieve, una mano tesa (“Gesù tese la mano, lo afferrò”), capace di farsi accogliere e di cambiare il corso degli eventi. Per poterlo riconoscere in ogni avvenimento dell’esistenza occorre una fede “non piccola” (“gli disse: «Uomo di piccola fede, perché hai dubitato?»”), occorre ritrovare dentro di noi quei segni vivi della presenza di Dio che ci portano a coniugare il vangelo con l’esperienza concreta della vita, i problemi dell’uomo con la profezia della fede, l’azione di Dio con l’impegno umano. Se la fede permeasse la mia vita mi sarebbe possibile affrontare serenamente ogni difficoltà. Credere non comporta tirare “i remi in barca”, come spesso mi sento tentato di fare nel tempo della prova, né affidare la propria sopravvivenza alle logiche vincenti e talvolta fondamentaliste, ma abbandonare al Signore quella “povera barca” agitata che è la nostra persona, la nostra Chiesa.
Un racconto pasquale, biblico, esistenziale.
Nel racconto evangelico (di un fatto forse mai veramente accaduto nei particolari così come emergono) si riscontrano 2 strati: uno che fa riferimento ai capitoli 14 e 15 di Esodo e uno che fa chiaro riferimento agli avvenimenti pasquali in quanto il racconto è modellato sul cliché pasquale.

  1. Sul finire della notte”: è quel crinale tra le tenebre che non se ne sono ancora andate e l’alba che non ha ancora partorito luce; è la “quarta veglia della notte” un richiamo temporale alla “veglia del mattino” quando il Signore mise in rotta i carri degli egiziani. Anche lo sfondo del Golgota fu un crinale tra oscurità non morta e luce non nata: «Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra» (Mc 15, 33). Anche per me è duro vivere crocifisso su quell’albeggiare che ritarda.
  2. «Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva». Forse li deve “costringere” perché “l’altra riva” è in territorio di gente non giudea, diversamente religiosa, pagana. Gesù inaugura il “tempo della chiesa”, non ci trattiene con sé e ci manda (“costrinse i discepoli”) sull’altra sponda, quella del nostro impegno quotidiano, di vita matrimoniale, lavoro, letto d’ospedale, impegno sociale. Sulla sponda altra delle nostre liturgie. Ci costringe a raggiungere la nostra quotidianità non via-terra, ma via-mare, immersi nelle acque del nostro Battesimo.
  3. «salì sul monte, in disparte, a pregare… egli se ne stava lassù, da solo». Oggi il suo posto da Risorto è “sul monte”, accanto al Padre, primogenito (“da solo”) dei risorti. E per noi si allungano le ombre della “sera” che presto diventa “notte” e la barca è “agitata da onde e venti contrari”.
  4. «egli andò verso di loro camminando sul mare». Il salmista prega così (salmo 76,20): «Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili». Io preferirei la sabbia dove potrei riconoscere le orme lasciate dai suoi passi; Lui cammina su percorsi fluidi dove le sue orme svaniscono. Eppure da lì «il Signore ci fece uscire con mano potente e con braccio teso» (Deut. 26,8): «Gesù gli tese la mano». E il braccio.
  5. «i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma!” e gridarono dalla paura». Tutta la scena offertaci da Matteo, ma soprattutto questo particolare narrativo, ricalca le apparizioni pasquali. Maria di Magdala lo vede come un giardiniere, i discepoli di Emmaus come uno straniero e tutti i discepoli, benchè stregati dalla narrazione dei due, ancora non vedono che fantasmi: «Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse:  “Pace a voi!”.  Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse:  «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho».  Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi» (Lc 24, 36-40). Anche a Pietro Gesù mostra/tende la sua mano. Anche per noi, di domenica in domenica, è una gara dura rispondere alla domanda che anche gli Israeliti si facevano nel deserto: «Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?» (Esodo 17,7), ci sei o ci fai, Signore?
  6. «Coraggio, IO-SONO, non abbiate paura». «IO-SONO» è la rivelazione del Nome Santo di Dio, tra le spine del cespuglio di Mosè. Dunque, la catechesi di Gesù prosegue in quella liturgia sul lago, nelle liturgie battesimali della chiesa di Matteo e nelle nostre liturgie domenicali. Pietro è dubbioso circa la reale presenza dì Gesù (“se sei davvero tu “): lo costringe a scoprirsi.  Questo atteggiamento non manca di una sua grandezza, la grandezza impulsiva di Pietro, che si manifesta in maniera molto simile nel gesto descritto in Gv 21,7: «Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare».  Però è anche un agire intempestivo, che in qualche modo vuole “imitare” Gesù. E’ vero che Gesù accondiscende alla richiesta di Pietro, dicendogli: “vieni a me!”  Ma quell’andare a Gesù deve essere una sequela, non un’imitazione. Finché Pietro/noi chiesa presumiamo di poter camminare sulle acque come Gesù, e quindi di essere capaci di “imitarlo”, si va incontro al fallimento: basta un colpo di vento e si va a fondo.  Quand’è, invece, che comincia a “seguire” Gesù?  Quando gli grida: “Signore, salvami“!  Quando abbiamo la pretesa di essere o fare come lui, dimostriamo di non avere bisogno del suo aiuto, della sua guida, del suo soccorso, e non possiamo che andare incontro al naufragio di tutte le nostre false sicurezze[4].

[1] Per un approfondimento cf. articolo La sindrome del santo di Lidia Maggi (in ROCCA  16/99 Pag. 49)
[2] Citato da Aldo Antonelli, Mistero, in Rocca n°15/1 agosto 2020 pag.45.
[3] Z.Bauman, Modernità liquida, Laterza.
[4] Alberto Mello Evangelo secondo Matteo Ed. Qiqajon pag. 273-275




6 agosto 2023.
Trasfigurazione…degli occhi

Trasfigurazione: un assaggio di Risurrezione

Preghiamo. O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria. Per Cristo nostro Signore. AMEN.
Dal libro del profeta Danièle (7,9-10.13-14)
 Io continuavo a guardare, quand’ecco furono collocati troni e un vegliardo si assise. La sua veste era candida come la neve e i capelli del suo capo erano candidi come la lana; il suo trono era come vampe di fuoco con le ruote come fuoco ardente. Un fiume di fuoco scorreva e usciva dinanzi a lui, mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano. La corte sedette e i libri furono aperti. Guardando ancora nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo uno simile a un figlio d’uomo; giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui. Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto.
Salmo 96.  Il Signore regna, il Dio di tutta la terra.
Il Signore regna: esulti la terra, gioiscano le isole tutte.
Nubi e tenebre lo avvolgono, giustizia e diritto sostengono il suo trono.
I monti fondono come cera davanti al Signore, davanti al Signore di tutta la terra.
Annunciano i cieli la sua giustizia, e tutti i popoli vedono la sua gloria.
Perché tu, Signore, sei l’Altissimo su tutta la terra, eccelso su tutti gli dèi.
Dalla seconda lettera di san Pietro apostolo (1,16-19)
Carissimi, vi abbiamo fatto conoscere la potenza e la venuta del Signore nostro Gesù Cristo, non perché siamo andati dietro a favole artificiosamente inventate, ma perché siamo stati testimoni oculari della sua grandezza. Egli infatti ricevette onore e gloria da Dio Padre, quando giunse a lui questa voce dalla maestosa gloria: «Questi è il Figlio mio, l’amato, nel quale ho posto il mio compiacimento». Questa voce noi l’abbiamo udita discendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte. E abbiamo anche, solidissima, la parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino.
Dal Vangelo secondo Matteo (17,1-9)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

COME SE VEDESSE L’INVISIBILE(Eb.11,27). Don Augusto Fontana 

Nei miei anni giovanili mi sono imbattuto in un libro che, allora, spopolava: Comme s’il voyait l’invisible, di Jacques Loew, convertito, primo prete operaio francese nel 1941, fondatore della Missione Operaia, amico di Paolo VI. Si trattava di uno dei primi tentativi per trovare la cerniera tra contemplazione e azione, una cerniera che rivelasse l’invisibile presente dentro la pesantezza della storia quotidiana, del lavoro, della classe operaia. Questione di occhi, di sguardo, di fede penetrante.
La Trasfigurazione è negli occhi: «perché noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono d’un momento, quelle invisibili sono eterne» (2Corinzi 4,18).
La Trasfigurazione non è rottura con il mondo nè evasione dalla storia, non richiede cinismo verso ciò che è corporeo e umano, ma anzi richiede trasformazione di queste realtà per mantenerle o restituirle alla loro bontà e bellezza radicali. Nella Trasfigurazione si rivela che Gesù dà corpo a Dio e Dio abita il corpo di Gesù ( Col.2,9). Gesù è l’immagine del Dio invisibile (Col.1,15) “fatto ad immagine e somiglianza di Dio” (Gen. 1,26).
«Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasfigurati in quella medesima immagine» ( 2 Cor. 3,18). «Il Signore trasfigurerà il nostro corpo di miseria per conformarlo al suo corpo di gloria, in virtù del potere che ha di sottomettere a sè tutte le cose» (Filippesi 3,21).
La Trasfigurazione, per quanto paradossale può sembrare, è un invito all’ascolto, più che alla visione, all’andare più che al restare.

PER CAPIRE UN PO’ IL TESTO.
Tre fasi della scena:
– i discepoli che salgono al monte, con tutte le loro inquietudini sono l’icona di noi discepoli con le nostre domande sul senso del tempo, la richiesta di significato che viene dalle angosce prodotte dalla violenza e da tutte le tragedie del nostro tempo;
– i discepoli che vivono sul monte l’esperienza bella della rivelazione del Padre e del Figlio: Ascoltatelo. Possiamo cogliere la relazione fra tutte queste domande e il mistero di Gesù;
– i discepoli che scendono dal monte, trasfigurati, indicano la necessità per tutti noi di andare e vivere la nostra vita di fede, la nostra attività pastorale con un respiro ampio e con uno slancio sincero di conversione e di rinnovamento. 

1 – Salgono al monte.
Il contesto del nostro mondo occidentale è caratterizzato da demotivazioni e stanchezze:
– nel grande scenario della storia, dove conflitti, nazionalismi, disastri ecologici, povertà crescenti tengono aperte ferite che avremmo giurato essere arrivate al capolinea;
– nella fatica e nella stanchezza che spesso si avverte anche fra i credenti a rendere ragione, con entusiasmo e convinzione, della speranza che è in loro davanti al male del mondo;
– nello scoraggiamento che tenta ciascuno di fronte alla banalità del quotidiano, alle tante forme di bruttezza del vivere, con l’incapacità a leggervi un richiamo a qualcosa di più grande, per cui valga la pena spendersi.
La vera bellezza è negata dovunque il male sembra trionfare, dovunque la violenza e l’odio prendono il posto dell’amore e la sopraffazione quello della giustizia. Ma la vera bellezza è negata anche dove non c’è più gioia, specialmente là dove il cuore dei credenti sembra essersi arreso all’evidenza del male, dove manca l’entusiasmo della vita di fede e non si irradia più il fervore di chi crede e segue il Signore della storia.  E’ la mediocrità che avanza, il calcolo egoistico che prende il posto della generosità, l’abitudine ripetitiva e vuota che sostituisce la fedeltà vissuta come continua novità del cuore e della vita.  Come credenti, dovremmo chiederci se la Chiesa che costruiamo ogni giorno è bella e capace di irradiare la bellezza di Dio. Gli sposati possono chiedersi se, al di là degli inevitabili pesi della vita, traspare qualcosa della bellezza della reciproca donazione. Anche noi presbiteri ci interroghiamo se a volte l’abitudine o le immancabili disillusioni non abbiano spento l’entusiasmo degli inizi.
Che cosa ci può dare un colpo d’ala, un cambiamento di marcia, un orizzonte di gioia e di speranza?
La bellezza che salva, espressione visibile del bene: «..il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce…. è bello per noi restare qui… una nuvola luminosa li avvolse».
2 – Vivono sul monte.
La Lettera Pastorale del Card. Martini per il 1999 si intitolava “Quale bellezza salverà il mondo?”. Martini riflette a partire dall’evento della Trasfigurazione ed entra nella riflessione citando un dialogo di Dostoevskij, nel suo romanzo L’idiota, tra l’ateo Ippolit ed il principe Myskin. “E’ vero, principe, che voi diceste un giorno che il mondo lo salverà la ‘bellezza’? Signori – gridò forte a tutti – il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza… Quale bellezza salverà il mondo?”[1]. Il principe non risponde alla domanda (come un giorno il Nazareno davanti a Pilato non aveva risposto che con la Sua presenza alla domanda “Che cos’è la verità?”: Gv 19,38). Sembrerebbe quasi che il silenzio di Myskin – che sta accanto con infinita compassione d’amore al giovane che sta morendo di tisi a diciotto anni – voglia dire che la bellezza che salva il mondo è l’amore che condivide il dolore.
La bellezza è quella che caratterizza il Pastore che ci guida con fermezza e tenerezza sulle vie di Dio e che è chiamato dal vangelo di Giovanni “il Pastore bello (così è nell’originale greco, anche se la traduzione normalmente preferita è quella di “buon Pastore”), che dà la vita per le sue pecore” (Gv 10,11). Questo significa che l’esperienza della sua bellezza si fa lasciandosi amare da lui, consegnandosi perché ci abiti la sua presenza, e corrispondendo all’amore così ricevuto con l’amore che Gesù stesso ci rende capaci di avere.
Papa Francesco rivolgendosi agli artisti il 23 giugno 2023 ha detto: «Una grande pensatrice come Hannah Arendt afferma che il proprio dell’essere umano è quello di vivere per portare nel mondo la novità. Questa è la dimensione di fecondità dell’uomo. Portare la novità. Penso ad alcune parole che leggiamo nel Libro del profeta Isaia, quando Dio dice: «Ecco, faccio una cosa nuova, proprio ora germoglia: non ve ne accorgete?» (43,19). E nell’Apocalisse conferma: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (21,5). La creatività dell’artista sembra così partecipare della passione generativa di Dio. Quella passione con la quale Dio ha creato. Siete alleati del sogno di Dio! Siete occhi che guardano e che sognano. Non basta soltanto guardare, bisogna anche sognare. Diceva uno scrittore latinoamericano che noi abbiamo due occhi: uno per guardare quello che vediamo e un altro per guardare quello che sogniamo: non basta soltanto guardare, bisogna sognare.  Noi esseri umani aneliamo a un mondo nuovo che non vedremo appieno con i nostri occhi, eppure lo desideriamo, lo cerchiamo, lo sogniamo».
La bellezza non è una proprietà estetica, ma è ciò che affascina, suscita attrazione gioiosa, sorpresa gradita, innamoramento, entusiasmo; è ciò che l’amore scopre nella persona amata e degna del dono di sé, per la quale si è pronti a uscire da noi stessi e giocarsi. Questa bellezza ci stimola.
Signore, è bello per noi restare qui!” (Mt 17,4). Il card. Martini scriveva nella Lettera Pastorale citata: «Non basta deplorare e denunciare le brutture del nostro mondo. Non basta neppure, per la nostra epoca disincantata, parlare di giustizia, di doveri, di bene comune, di programmi pastorali, di esigenze evangeliche. Bisogna parlarne con un cuore carico di amore compassionevole, facendo esperienza di quella carità che dona con gioia e suscita entusiasmo»: solo questa bellezza può eventualmente essere convincente. Per chi si riconosce amato da Dio e si sforza di vivere l’amore solidale e fedele nelle diverse situazioni di prova della vita e della storia, diventa allora bello vivere questo nostro tempo, anche se ci appare così pieno di cose brutte e laceranti, cercando di interpretarlo nei suoi enigmi dolorosi e conturbanti. E’ bello cercare o svelare nella storia i segni dell’Amore del Padre, di Gesù e dello Spirito.
La vera bellezza che salva è questo amore incredibile e insieme mite, attraente, che ci coinvolge e ci affascina. Questo amore è fuoco a cui non si resiste se non con una ostinata incredulità o con un persistente rifiuto a mettersi in silenzio davanti al suo mistero, cioè col rifiuto della “dimensione contemplativa della vita”.
Certo, il Dio cristiano non dà in questo modo una risposta teorica alla domanda sul perché del dolore del mondo. Egli semplicemente si offre come la “custodia”, il “grembo” di questo dolore, il Dio che non lascia andare perduta nessuna lacrima dei Suoi figli, perché le fa sue.  Gesù è il Dio vicino, il grande compagno della sofferenza umana, colui che ci è dato riconoscere in tutte le sofferenze, soprattutto quelle che chiamiamo “innocenti”: il volto “davanti al quale ci si copre la faccia” (Is 53,3).
3- Scendono dal monte
Trasfigurati da un intenso rapporto con Gesù, i discepoli diventano i testimoni di questa trasfigurazione: la bellezza che li ha affascinati, diventa la molla che li spinge a dare a tutti gratuitamente quanto gratuitamente è stato loro donato. Ai discepoli presi da grande timore Gesù dice: “Alzatevi e non temete” (Mt 17,7). È l’invito a scendere dal monte verso la vita ordinaria.  E’ l’invito rivolto anche a noi a proseguire il nostro pellegrinaggio della vita.
Potremmo dire che riscoprire la bellezza di Dio significa:

  1. riscoprire le ragioni della nostra fede davanti al male che devasta la terra e le motivazioni profonde del  nostro impegno a servizio di tutti.
  2. vivere il cammino della fede, specialmente nella preghiera personale e liturgica.
  3. superare l’individualismo, purtroppo così diffuso anche fra i cristiani. Veniamo condotti a riscoprire il valore del “noi” nella nostra vita, tanto a livello di comunità ecclesiale quanto nelle singole comunità familiari.
  4. celebrare una liturgia che nei tempi, nei gesti, nelle parole riflette qualcosa della bellezza del mistero di Dio! Liturgie desuete, ripetitive, non sono in grado di suscitare l’emozione propria del mistero cui alludono, non commuovono e non portano alla lode: dovrebbero invece essere un sostegno alla contemplazione.
  5. mettersi in ascolto delle domande vere del cuore umano cogliendo ogni nostalgia di bellezza, dovunque essa sia presente, per camminare insieme con tutti nella ricerca della Bellezza che salva.

[1] F. Dostoevskij, L’idiota, P. III, cap. V, Milano 1998, 645.




30 luglio 2023. Domenica 17a
UNO

Domenica 17a 

Preghiamo. O Padre, fonte di sapienza, che ci hai rivelato in Cristo il tesoro nascosto e la perla preziosa, concedi a noi il discernimento dello Spirito, perché sappiamo apprezzare fra le cose del mondo il valore inestimabile del tuo regno, pronti ad ogni rinuncia per l’acquisto del tuo dono. Per Gesù Cristo nostro Signore…

Dal primo libro dei Re 3,5.7-12

In quei giorni a Gàbaon il Signore apparve a Salomone in sogno durante la notte. Dio disse: «Chiedimi ciò che vuoi che io ti conceda». Salomone disse: «Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto, popolo numeroso che per la quantità non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile (in ebraico: shōmēʿà = ascoltante), perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?». Piacque agli occhi del Signore che Salomone avesse domandato questa cosa. Dio gli disse: «Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te».
Salmo 118 Quanto amo la tua legge, Signore!
La mia parte è il Signore: ho deciso di osservare le tue parole.
Bene per me è la legge della tua bocca, più di mille pezzi d’oro e d’argento.
Il tuo amore sia la mia consolazione, secondo la promessa fatta al tuo servo.
Venga a me la tua misericordia e io avrò vita, perché la tua legge è la mia delizia.
Perciò amo i tuoi comandi, più dell’oro, dell’oro più fino.
Per questo io considero retti tutti i tuoi precetti e odio ogni falso sentiero.
Meravigliosi sono i tuoi insegnamenti: per questo li custodisco.
La rivelazione delle tue parole illumina, dona intelligenza ai semplici.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,28-30
Fratelli, noi siamo sicuri di questo: Dio fa tendere ogni cosa al bene di quelli che lo amano, perché li ha chiamati in base al suo progetto di salvezza. Da sempre li ha conosciuti e amati, e da sempre li ha destinati a essere simili al Figlio suo, così che il Figlio sia il primogenito fra molti fratelli. Ora, Dio che da sempre aveva preso per loro questa decisione, li ha anche chiamati, li ha accolti come suoi, e li ha fatti partecipare alla sua gloria.
Dal Vangelo secondo Matteo 13,44-52
In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.
Ancora, il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Quando è piena, i pescatori la tirano a riva, si mettono a sedere, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Avete compreso tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». 

UNO. Don Augusto Fontana

La maestra delle elementari, davanti alla mia grave difficoltà di capire il significato dello zero, in quanto numero, mi faceva l’esempio di tanti zeri che messi così non avevano valore, ma con un numero davanti acquistavano e riconsegnavano valore. «Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Cristo. Anzi, tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura, al fine di guadagnare Cristo (Lettera di Paolo ai Filippesi 3,7-8).
Nella vita mi perdo dietro a mille cose, non tutte importanti e, comunque, non tutte importanti allo stesso modo. Anche l’esperienza cristiana è fatta di un insieme articolato di iniziative, azioni, obiettivi, non tutti importanti allo stesso modo. Già all’inizio del suo Vangelo, Matteo (6,33) aveva raccolto una serie di raccomandazioni di Gesù che terminano con l’invito: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. L’ebreo – e noi con lui – è invitato a recitare mattina e sera la preghiera dello SHEMA‘ di Deut. 6,4-9[1]: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è Uno. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte».
La Mishnà, Berakhot [2](IX, 5) commenta così:  «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore (be-kol levavkha) cioè con entrambi i tuoi impulsi quello buono e quello cattivo; con tutta la tua anima (u-be-kol nafshekha) e cioè perfino se egli ti prendesse l’anima; e con tutta la tua forza (u-be-kol me’odekha) e cioè con tutti i tuoi beni» . Sappiamo che anche a Gesù è stato presentato questo problema quando un giovane si avvicina e gli chiede qual è il comandamento più importante della Legge di Mosè (Mt19,16ss). Un’altra volta Gesù si è trovato nelle condizioni di indicare una graduatoria di obiettivi, quando si trova davanti due donne, Marta e Maria, che esprimono due atteggiamenti interiori a ciascuno di noi o, anche, due categorie di discepoli (Lc. 10, 42). E ci sono anche parole profetiche di Gesù che fanno tremare le gambe ai santi (Mt. 18,8)[3]. Gesù indica priorità insospettate e scandalose per i benpensanti di ieri e di oggi; per certe sue affermazioni si è guadagnato una condanna a morte (Mt.23,23ss)[4]. Si tratta dunque di un problema di non poco conto sia per la nostra celebrazione di oggi che per la vita quotidiana di discepoli. Don Nando Bonati ha suggerito una suggestiva griglia di lettura: « Questo mercante va in cerca di una bellezza unica che ha stregato il suo cuore. Quanta nostalgia in questo mercante! Quante perle ha visto nel suo peregrinare, ma quella ancora no! Da quando ho riletto di questo mercante, mi stanno frullando nella testa i due personaggi misteriosi del Cantico dei Cantici: Ho cercato e non ho trovato…ho cercato e non ho trovato… E finalmente: ho cercato e ho trovato! E lui, il ragazzo, che pensando alla sua amata dice: Sessanta sono le regine, ottanta le altre spose, fanciulle senza numero…ma tu sei l’ UNICA! Dunque l’ingresso al Regno è un ingresso sponsale e, dunque, debbo entrarci con la mia perla, con la mia amata? Dunque l’ingresso al Regno non può essere barattato con perle di poco conto che brillano, sì, ma non hanno il chiarore di quella? Dunque tutte le perle che brillano debbono formare il contorno, la cornice, a quella?».
Ancora oggi il capitolo 13 dell’evangelo di Matteo ci aiuta a celebrare. E’ il capitolo delle Parabole del regno di Dio; parabole che hanno due strati:
* uno più profondo, parlano prima di tutto di Gesù. È il livello cristologico.
* uno più affiorante, indicano alla Chiesa come comportarsi. È il livello ecclesiologico.
Parabole che hanno caratteristiche ed elementi comuni, pur nella diversità delle immagini.
1. Livello cristologico. Credo che si possa riconoscere chiaramente che Gesù era uno ben orientato e unificato all’interno di una sola passione: il Padre e il suo Regno. Davanti ai suoi genitori che lo rimproverano perché si era allontanato per tre giorni Gesù rivela subito il suo orizzonte (Lc.2,49): «Ed egli rispose: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Ma essi non compresero le sue parole». E questa passione unificante viene messa a prova nelle tentazioni nel deserto (Mt.4,1) e durante tutta la vita la vive al punto che i suoi lo vanno a cercare per portarlo via perché, dicevano, “E’ fuori di sé” (Mc.3,21). Le parabole dell’uomo che vende tutto per acquistare il campo e il tesoro, o di quel commerciante che si libera dei soldi pur di avere la perla preziosissima, parlano prima di tutto di Gesù: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (Gv. 13,1). Isaia 62,3 rivela che il popolo dei salvati saranno un prezioso gioiello nelle mani di Dio: «Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio». Io, noi, siamo una perla preziosa per la quale Gesù, contro il parere del buon senso, ha dato la sua esistenza pur di farci suoi.
2. Livello ecclesiologico. Salomone, nella prima lettura, non chiede né ricchezza, né salute, né vittoria; chiede solo Sapienza e saggezza, un cuore docile, “ascoltante” (in ebraico: shōmēʿà = ascoltante). Nei nostri sogni e nelle nostre legittime richieste occorre focalizzare e puntualizzare le nostre passioni: «Concedimi di desiderare ciò che chiedi e di godere di quanto concedi». Concedimi un cuore, un centro decisionale attento, disponibile. Il Signore: «Ecco io faccio come tu hai detto. Ti concedo un cuore saggio e intelligente». Il “Padre Nostro” raccoglie i nostri “sogni”.
Scrive P. Ermes Ronchi: «Il protagonista vero della parabola non è il contadino, ma il tesoro: Cristo e la pienezza di umanità che Lui è venuto a portare. Noi non avanziamo nella vita a colpi di volontà, ma solo per scoperta di tesori (là dov’è il tuo tesoro, lì è anche il tuo cuore); per passione di bellezza (mercanti che cercano le perle più belle); per riserve di gioia che Qualcuno, uomo o Dio, amore o tesoro, seme o spiga, colma di nuovo[5]».


[1] cf. Deut.11,13-21; Num.15,37-41
[2] Mishnà significa “ripetizione”; è la più antica opera scritta della letteratura rabbinica risalente al sec. II d.C. E’ una raccolta di tradizioni e norme legislative civili e religiose, redatto perché non andasse dispersa la tradizione orale dopo la distruzione del Tempio del 70 d.C. Fa parte del Talmud che è un commento scritto alla Legge orale, composto in un arco di 5 secoli in due edizioni, il Talmud di Gerusalemme e il Talmud Babilonese.
[3] « Se la tua mano o il tuo piede ti è occasione di scandalo, taglialo e gettalo via da te; è meglio per te entrare nella vita monco o zoppo, che avere due mani o due piedi ed essere gettato nel fuoco eterno.».
[4] « Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate le decime al Tempio e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. …. pulite l’esterno del bicchiere e del piatto mentre all`interno sono pieni di rapina e d`intemperanza…. rassomigliate a sepolcri imbiancati belli a vedersi, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni putridume. Così anche voi apparite giusti all’esterno davanti agli uomini, ma dentro siete pieni d’ipocrisia e d`iniquità.».
[5] Come un tesoro nascosto(28-07-2002)




23 luglio 2023. Domenica 16a tempo ord.
LE ZIZZANIE E LA PAZIENZA

16 domenica A – 23 luglio 2023

Preghiamo. Ci sostenga sempre, o Padre, la forza e la pazienza del tuo amore; fruttifichi in noi la tua parola, seme e lievito della Chiesa, perché si ravvivi la speranza di veder crescere l’umanità nuova, che il Signore al suo ritorno farà splendere come il sole nel tuo regno. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro della Sapienza 12,13.16-19
Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. La tua forza infatti è il principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti. Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere, e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono. Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento.
Salmo 85  Tu sei buono, Signore, e perdoni.
Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi t’invoca.
Porgi l’orecchio, Signore, alla mia preghiera e sii attento alla voce delle mie suppliche.
Tutte le genti che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, Signore,
per dare gloria al tuo nome. Grande tu sei e compi meraviglie: tu solo sei Dio.
Ma tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, volgiti a me e abbi pietà.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,26-27
Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.
Dal Vangelo secondo Matteo 13,24-43
Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò zizzanie[1] in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, apparvero anche le zizzanie. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove dunque le zizzanie?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo le zizzanie, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima le zizzanie e legatele in fasci per bruciarle; il grano invece riponètelo nel mio granaio”».
Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami».
Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata».
Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!». 

LE ZIZZANIE  E LA PAZIENZA. Don Augusto Fontana

 Il vangelo di oggi ci presenta Gesù che parla di uno dei suoi temi preferiti: Il Regno di Dio, che è il centro del suo annuncio. Vuole spiegare ai discepoli e alla gente cosa significa il Regno. Lo fa per mezzo delle parabole, di piccoli racconti: “Il Regno di Dio è simile a…“.
La parabola di oggi è un seguito della parabola di domenica scorsa quando si diceva che il seme aveva incontrato 4 tipi di terreno (che sono 4 tappe catecumenali o itinerari di maturazione adulta). C’era un terreno che dava frutto. Sembrava che la narrazione fosse finita lì. Invece riprende con la nuova parabola di oggi: anche nei terreni che danno frutto c’è un’altra insidia: le zizzanie. I discepoli – e noi con loro – si accorgono che il seme della parola non è solo ostacolato dall’esterno, ma anche in ciascuno di noi e dentro la chiesa stessa.
La zizzania è una specie di gramigna che cresce alta quanto il grano, assomiglia al grano con la differenza che è nera. Nell’ebraico rabbinico si chiama zunim (plurale di zun; le zizzanie) e da qui deriva il termine zizzania[2]. Nella catechesi giudaica la zizzania viene considerato un frumento degenerato, imbastardito, prostituito (la parola ebraica zunim deriva dalla radice zanah che significa prostituirsi). Il problema della chiesa primitiva è dunque chiaro: erano presenti santi e peccatori, giusti ed eretici. Come oggi. Chi ci dà il titolo di togliere speranza di conversione?
Vediamo meglio questa nostra parabola. Nelle parabole esistono sempre 2 parti[3]: una costituita dalla constatazione di cose ed eventi e l’altra formata dai dialoghi. Si direbbe quasi che la parte più importante sia il dialogo. Domenica scorsa il testo evangelico poneva una distinzione chiara tra la folla degli ascoltatori sulla spiaggia e il gruppo dei discepoli che, non accontentandosi della prima audizione, vanno in cerca di un ascolto più profondo e seguono Gesù per fargli domande: «Perché parli in parabole?». Ecco un metodo contemplativo così scomodo per me, e forse anche per te; siamo gente che “non ha tempo” se non per una carezza che sfiori veloce e gradevole la guancia, ma senza artigliare il cuore. Accadeva già ai tempi di Ezechiele (33,32): «Ecco, tu sei per loro come una canzone d’amore: bella è la voce e piacevole l’accompagnamento musicale. Essi ascoltano le tue parole, ma non le mettono in pratica». Ho consultato ancora “La Bibbia, parola d’amore[4], sconvolgente e rivoluzionaria rivisitazione della pedagogia della Parola nelle comunità cristiane dei Padri e per oggi. Viene riproposto il simbolo pedagogico inventato da Origene (2° secolo d.C.): la Parola di Dio è come una noce a tre strati: il mallo, il guscio, il frutto. La scorza del mallo è amara e il guscio è duro. Per accedere al frutto interno occorre pelare il mallo e battere il guscio, interrogare il Signore con il coraggio di una parola critica generata dai nostri dubbi e da un ascolto che non si accontenta. Occorre fare domande. Ecco allora, anche nella nostra parabola i suoi discepoli (i catecumeni, gli iniziati, noi) “si avvicinano” e chiedono: «Da dove viene questa zizzania?». Il padrone risponde laconicamente: «Un nemico ha fatto questo». La risposta è telegrafica quasi a dire che non è poi neanche così importante voler cercare le cause, quanto piuttosto sapere come comportarsi in una situazione data per scontata. Per la Bibbia la domanda più importante non è la domanda sull’origine del male, ma su come vivere nella storia dove il bene e il male crescono insieme. L’ordine del padrone di non separare già ora il grano dalla zizzania non significa indifferenza al male, ma semplicemente la libertà dalla ossessione di creare una comunità di giusti e di puri. Gesù non è ossessionato dalla preoccupazione di creare un “resto santo” e non vuole che i discepoli assumano il ruolo di mietitori.
C’è un comune denominatore nelle parabole che oggi la liturgia offre alla nostra riflessione.

  1. Il Regno assomiglia sempre a qualcosa che è in divenire. Il grano che cresce nel campo impiega mesi per giungere a dare il suo frutto. Il granello di senape necessita ancora più tempo, anni probabilmente, per diventare un albero. Il lievito, impastato con la farina, deve essere lasciato nell’oscurità dell’armadio durante tutta una notte perché faccia il suo effetto. Tutti i paragoni che usa Gesù nel Vangelo di oggi sono processi che necessitano di tempo. L’osservatore deve essere, pertanto, paziente se vuol vedere i risultati.
  2. Questi processi che Gesù ci propone come esempio per parlare del Regno si attuano, inoltre, in modo nascosto. Per mesi non osserviamo praticamente nessuna crescita nella pianta del grano. E’ difficile osservare la crescita del piccolo albero di senape. E’ impossibile vedere come il lievito vada trasformando l’impasto. Ma sta di fatto che durante questo tempo il grano rinforza le sue radici, l’arbusto va crescendo in modo quasi impercettibile e il lievito trasforma realmente l’impasto.
  3. Il Regno di Dio, nella sua fase terrena, è il tempo della pazienza di Dio e la Chiesa non può guastare questa pazienza anticipando separazioni e giudizi. Luca 13, 6-9:« Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai». Ecco dunque il problema: essere pazienti su noi e sugli altri, fino ad avere la stessa pazienza del padrone del campo che non vuole che si perda nemmeno una sola pianta di grano.

Gesù tollera la radicalità del discepolo solo quando il discepolo la rivolge verso se stesso («Se la tua mano ti è di scandalo, tagliala» Mt. 5,30). Ed è questo il problema: non tanto il fatto che accanto al buon grano esista la zizzania, ma che il buon grano si prostituisca, si imbastardisca e diventi esso stesso zizzania. Dunque la pazienza verso gli altri non mi esime dalla vigilanza verso me stesso per frenare quell’imborghesimento e quella mediocrità che è incompatibile con la crescita del radicalismo evangelico. Scrive il teologo B. Secondin[5]: « A dire il vero, la vita cristiana non può mai essere guidata da un certo «equilibrio», da una via di mezzo, che consenta di galleggiare senza affondare. Il vero equilibrio, lo stare nella verità evangelica, implica sempre una totalità, non può essere un «prudente aderire», ma un «vivere paradossale», non conforme alla mentalità di questo mondo, come Paolo ben sapeva ripetere (Rm 12,1-2). Da qui anche l’aspetto sempre esistito di un certo che di paradossale, esagerato, di «pazzia», spesso rimproverato anche a Gesù e ai suoi discepoli. I santi altro non sono se non l’incarnazione dell’ideale proposto da Gesù, ma con vertici estremi, tipici, che appunto li distinguono dalla massa, che invece tende a diluire il tutto, a fare le cose a metà, a lasciar correre, senza rendersi conto che la salvezza è e resta una grazia a caro prezzo».


[1] le zizzanie al plurale perché nel testo greco zizània è il plurale di zizanion
[2] A. Mello Evangelo secondo Matteo, Qiqajon
[3] B. Maggioni, Le Parabole del regno, Vita e pensiero, pag. 91ss.
[4] C. e J. Lagarde, La Bibbia parola d’amore,  LDC, 2007, pag. 69ss.
[5] Bruno Secondin, Radicalismo e radicalità: due parole dai molti significati (da CREDERE OGGI – mag-giu 2008)




16 luglio 2023. Domenica 15a tempo ord.
Dal diamante non nasce niente, dal letame può nascere un fiore.

15a domenica A – 16 luglio 2023

Preghiamo. Accresci in noi, o Padre, con la potenza del tuo Spirito, la disponibilità ad accogliere il germe della tua parola, che tu continui a seminare nei solchi dell’umanità, perché fruttifichi in opere di giustizia e di pace e riveli al mondo la beata speranza del tuo regno. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 55,10-11
Così dice il Signore: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».
Sal 64  Tu visiti la terra, Signore, e benedici i suoi germogli.
Tu visiti la terra e la disseti, la ricolmi di ricchezze.
Il fiume di Dio è gonfio di acque; tu prepari il frumento per gli uomini.
Così prepari la terra: ne irrighi i solchi, ne spiani le zolle, la bagni con le piogge e benedici i suoi germogli.
Coroni l’anno con i tuoi benefici, i tuoi solchi stillano abbondanza.
Stillano i pascoli del deserto e le colline si cingono di esultanza.
I prati si coprono di greggi, le valli si ammantano di messi: gridano e cantano di gioia!
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,18-23
Fratelli, io penso che le sofferenze del tempo presente non siano assolutamente paragonabili alla gloria che Dio ci manifesterà. Tutto l’universo aspetta con grande impazienza il momento in cui Dio mostrerà il vero volto dei suoi figli. Il creato è stato condannato a non aver senso, non perché l’abbia voluto, ma a causa di chi ve lo ha trascinato. Vi è però una speranza: anch’esso sarà liberato dal potere della corruzione per partecipare alla libertà e alla gloria dei figli di Dio. Noi sappiamo che fino a ora tutto il creato soffre e geme come una donna che partorisce. E non soltanto il creato, ma anche noi, che già abbiamo le primizie dello Spirito, soffriamo in noi stessi perché aspettiamo che Dio, liberandoci totalmente, manifesti che siamo suoi figli.
Dal Vangelo secondo Matteo 13,1-23
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: «Perché a loro parli con parabole?». Egli rispose loro: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”. Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano. In verità io vi dico: molti profeti e molti giusti hanno desiderato vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono! Voi dunque ascoltate la parabola del seminatore.
Ogni volta che uno ascolta la parola del Regno e non la comprende, viene il Maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore: questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato sul terreno sassoso è colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno. Quello seminato tra i rovi è colui che ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola ed essa non dà frutto. Quello seminato sul terreno buono è colui che ascolta la Parola e la comprende; questi dà frutto e produce il cento, il sessanta, il trenta per uno».

 

 

 

Dal diamante non nasce niente, dal letame può nascere un fiore. Don A.Fontana

 Tanto tempo fa il mondo era in grande agitazione perché Dio aveva deciso di premiare la cosa più bella e più utile che aveva creata. I tre regni, animale, vegetale e minerale cominciarono subito a rivaleggiare tra loro, ma peggio ancora, all’interno di ciascun regno cominciarono le liti. Ognuno voleva dimostrare di essere migliore dell’altro. Il leone ruggiva sempre più forte per dimostrare che era il re, l’elefante andava nervosamente avanti e indietro con il suo enorme corpo per dimostrare la sua potenza; la volpe lavorava d’astuzia. Nel regno vegetale andava anche peggio, con i baobab che si ergevano minacciosi sui fragili fiorellini di campo e le orchidee che si pavoneggiavano di fronte ai semplicissimi fili d’erba. Anche le pietre sembravano diventare matte: i bianchi e levigati sassi di fiume venivano sbeffeggiati da oro, rubini e diamanti. E tutti si trovarono contro tutti. Alla fine della consultazione erano rimasti il diamante e un mucchio di terra. Sembrava fatta. Tutti scommettevano che Dio avrebbe premiato il purissimo e preziosissimo diamante. Ma Dio, meravigliando tutti, disse: “Vince il premio il mucchio di terra! Il diamante è prezioso, raro e bello da vedere, ma non da’ frutto mentre un mucchio di terra può far nascere un fiore e una spiga”. Mi dicono che Gesù conoscesse già questa storia il giorno in cui aveva pregato così: «Ti benedico, Padre, perché hai tenuto nascosti i tuoi segreti ai sapienti e li hai rivelati a me, piccolo Adamo terroso, e a tutti i piccoli come me e a cui racconterò le tue stupende storie e i loro misteriosi sensi. Solo loro hanno orecchi non solo per udire ma anche per ascoltare».
Nella liturgia di oggi tira un’aria molto bucolica e campagnola: pioggia, terra, zolle, solchi, pascoli, colline, prati, dispettosi volatili, soffocanti cespugli; e un Dio contadino che getta semi ad occhi chiusi.
Inizia con questa domenica, e per tutto il mese di luglio, il “discorso in parabole” del cap. 13 del vangelo di Matteo: quattro parabole per le folle (il seminatore, il grano e la zizzania, il granello di senape e il lievito) e quattro per i discepoli (il tesoro, la perla, la pesca e lo scriba). Otto parabole per  “approfondire” il «mistero del Regno di Dio» (13,11) che, per Matteo, è Gesù stesso.
Matteo deve sostenere la paziente resistenza dei discepoli di fronte a questo Regno che non solo non è ancora esploso in una primavera fruttuosa, ma patisce violenza e scacco (notiamo che nella prima parabola i  ¾  del seme sparso vanno perduti). Anche la prima lettura dal profeta Isaia prospetta il tema relativo all’efficacia della parola di Dio, una parola che fa quello che dice. Parola, in ebraico dabàr, non significa semplicemente parola, ma anche avvenimento, evento.
Ognuna delle 8 parabole ha una propria autonomia sulle altre, ma è difficile capirne una senza tenere almeno un occhio su tutte le altre. Matteo svela una costante: il Regno di Dio sta crescendo, certo, fra noi, ma a prezzo di numerosi e impressionanti fallimenti. Era esattamente questo che i farisei e le folle non riuscivano a comprendere e che ancora per me oggi è incomprensibile e devastante fattore di depressione e di demotivazione. Matteo prima di esaltare l’eclatante vittoria finale della semina si sofferma dettagliatamente sul tempo intermedio della crescita inibita da fattori ostacolanti. E, come dice il monaco biblista Moretto, non dobbiamo necessariamente ricorrere al Satana per individuare il soggetto inibitore della crescita: «I Padri del deserto raccontano che un discepolo va dal suo eremita e gli chiede: padre, spiegami i modi con cui satana mi tenta. Costui lo guarda e gli dice: io e te non abbiamo nessun bisogno che satana si disturbi, bastiamo a noi stessi».
«Il Regno dei cieli è simile a…». Le parabole ci narrano storie, azioni e non cose, verbi di movimento, cortometraggi e non immobili fotografie di oggetti. Le parabole ci narrano storie. E le nostre storie potrebbero diventare parabole. Se il seme o il lievito si identificano con Gesù anche il campo o la farina non rappresentano solo la Chiesa ma anche il mondo, i nostri territori, i nostri luoghi di lavoro, i condomini, le botteghe, ospedali e carceri. La coesistenza del male con il Messia era una cosa impensabile; il Messia – si diceva – quando verrà separerà subito i buoni di qua e i cattivi di là. E accanto al Messia non ci saranno altro che i giusti. Matteo dunque deve correggere una pastorale ecclesiale di alcuni membri della comunità che bruciavano dalla voglia di strappare, dividere, vincere, non mescolarsi. Ieri, come oggi?
Queste parabole narrano innanzitutto la vita di Gesù prima ancora che la vita della chiesa, la fatica di capire il fallimento di Gesù prima ancora che la fatica di capire le debolezze e infecondità della catechesi e della predicazione della Chiesa. Scrive il biblista Fausti che Gesù raccoglie in sé tutti i protagonisti di questa parabola: è il seminatore mandato dal Padre, è il seme sepolto nella nostra carne, storia e morte, è il terreno cioè il nuovo Adamo (che, secondo l’etimologia ebraica, significa fatto di terra, terroso) ed è anche il raccolto perché in lui la terra ha dato il suo frutto (salmo 67,7). E Gesù è la Parola seminata: “E la Parola si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14a).
Il seminatore uscì a seminare[1].
 I discepoli non si accontentano di udire Gesù ma gli vanno vicino e lo interrogano: «Gli si avvicinarono allora i discepoli e gli dissero: “Perché a loro parli con parabole?”».  Cosa distingue il discepolo dagli altri? Il fatto che interrogando Gesù si riceve un supplemento di parola che ci fa capire in profondità quello che era stato detto a tutti. Le folle ascoltano e se ne vanno dopo un leggero prurito nelle orecchie. Il discepolo resta più tempo con Gesù e ha modo di interrogare, ruminare, digerire. Il problema non è udire e neppure ascoltare ma “comprendere”. E per comprendere occorre stare con lui. Il discepolo è colui che non sopporta la distanza e la separazione da Gesù. La prima parabola si chiude così: chi ha orecchi ascolti. C’è una semina abbondante della parola, i terreni sono diversi ma tutti comunque ricevono la semina. Il seminatore è un po’ sprecone: a lui interessano più i terreni che i semi. Gli interessa offrire una possibilità anche a chi non darà assolutamente frutto, anche a chi si dimostra rovo, strada, pietra. Li tratta tutti alla stessa maniera.
A questo punto intervengono i discepoli, si avvicinano (Gesù è sul mare) e fanno una strana domanda: Perchè non parli in modo più chiaro? Perchè usi le parabole che sono degli insegnamenti che possono essere interpretati in maniera corretta ma anche no. Perchè c’è bisogno di un ulteriore stare con Lui per capire la parola? Perchè romperci l’anima con i libri, la Bibbia? Non poteva parlare in maniera più semplice? E la risposta di Gesù fa una distinzione: c’è un voi e c’è un loro. C’è una situazione in cui è dato e una situazione in cui non è dato. Questa è la prima sottolineatura: a chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che crede di avere. Avere o presumere di avere: cosa? Una vera relazione con Lui. Forse il riferimento è a quanto Matteo ha appena detto al cap. 12: chi sono mia madre e chi sono i miei fratelli? I suoi familiari sono i discepoli che mantengono una relazione con lui. Il discepolo che è all’interno di questa relazione è colui a cui è dato.
Ma perchè la parabola? Verrà data una spiegazione al v. 15: il cuore di questo popolo si è indurito, sono diventati duri nell’ascoltare, hanno chiuso gli occhi per non vedere, non sentire con gli orecchi, non comprendere con il cuore, non tornareEcco l’itinerario: ascoltare (gr. akoùsosin), vedere (gr. ìdosin), comprendere con il cuore (gr. sunòsin te kardìa), tornare verso il Signore.
In una situazione di cuore indurito il parlare chiaro potrebbe diventare un giudizio. Con la parabola invece Gesù ammicca, allude, tende una benefica trappola perché, se voglio, possa essere io il giudice di me stesso. La prima cosa che Gesù consegna ai suoi è la possibilità di ascoltare. Chi ha orecchi ascolti: gli orecchi non bastano. Nella prospettiva di Matteo l’unico che ascolta è il discepolo che non dice “ho capito tutto” e se ne va, ma il discepolo inquieto che resta con degli interrogativi da farsi e da porre. Si tratta di ascoltare e comprendere la parola che realizza il Regno ma che viene presentata come una parola debole. Può essere rubata, può essere resa muta da una banale serie di situazioni umane: preoccupazioni del mondo, seduzione delle ricchezze … E’ questa la rivelazione che viene data: è una parola soggetta alla resistenza dell’uomo ma se viene compresa con il cuore (gr. sunòsin[2] te kardìa) è una parola che produce frutto (fare… mettere in pratica).
Matteo 12: « 46 Mentre Gesù parlava ancora alle folle, ecco sua madre e i suoi fratelli che, fermatisi di fuori, cercavano di parlargli. 47 E uno gli disse: «Tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori che cercano di parlarti». 48 Ma egli rispose a colui che gli parlava: «Chi è mia madre, e chi sono i miei fratelli?» 49 E, stendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! 50 Poiché chiunque avrà fatto la volontà del Padre mio, che è nei cieli, mi è fratello e sorella e madre».
Luca 8: «19 Sua madre e i suoi fratelli vennero a trovarlo; ma non potevano avvicinarlo a motivo della folla. 20 Gli fu riferito: «Tua madre e i tuoi fratelli sono là fuori, e vogliono vederti». 21 Ma egli rispose loro: «Mia madre e i miei fratelli sono quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica».


[1] Elaborazione di una conferenza di D. Moretto, Monastero di Bose.
[2] Il verbo greco suniemi (comprendere) contiene anche il significato di “identificazione tra chi ascolta e il messaggio che si ascolta”.




9 luglio 2023. Domenica 14a T.O.
DIO IN GROPPA A UN ASINELLO

14 domenica A

 Preghiamo. O Dio, che ti riveli ai piccoli e doni ai miti l’eredità del tuo regno, rendici poveri a imitazione del Cristo tuo Figlio, per portare con lui il giogo soave della croce e annunziare agli uomini la gioia che viene da te. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 Dal libro del profeta Zaccarìa 9,9-10
Così dice il Signore: «Esulta grandemente, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina. Farà sparire il carro da guerra da Èfraim e il cavallo da Gerusalemme, l’arco di guerra sarà spezzato, annuncerà la pace alle nazioni, il suo dominio sarà da mare a mare e dal Fiume fino ai confini della terra».
SalMO 144  Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.
O Dio, mio re, voglio esaltarti e benedire il tuo nome in eterno e per sempre.
Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza.
Fedele è il Signore in tutte le sue parole e buono in tutte le sue opere.
Il Signore sostiene quelli che vacillano e rialza chiunque è caduto.
 Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,9.11-13 (Traduzione interconfessionale in lingua corrente)
9 Fratelli, voi vi lasciate guidare dallo Spirito, perché lo Spirito di Dio abita in voi. Ma se qualcuno non ha lo Spirito donato da Cristo, non gli appartiene. 11 Se lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, lo stesso Dio che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche a voi, sebbene dobbiate ancora morire, mediante il suo Spirito che abita in voi. 12 Fratelli, noi siamo dunque impegnati non a seguire la voce del nostro egoismo, ma quella dello Spirito. 13 Se seguite la voce dell’egoismo, morirete; se invece, mediante lo Spirito, la soffocherete, voi vivrete.
Dal Vangelo secondo Matteo 11,25-30
In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo. Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».

DIO IN GROPPA A UN ASINELLO. Don Augusto Fontana

I “piccoli”.
Sono cattolico, credente sì e no, prete, pensionato garantito e benestante, maschio, scriba laureato supponente, europeo italiota e non Rom (grazie e Dio!), di razza bianca, celibe senza carichi familiari o mutui bancari che mi incaprettano, incensurato (quasi!) per la legge ma non nella coscienza: insomma, ho tutti gli ingredienti per essere escluso dalla categoria dei “piccoli” a cui il Padre rivela i suoi segreti. Provo a celebrare il Magnificat della piccola Miriam di Galilea: «L’anima mia loda il Signore perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome: la sua misericordia si stende su quelli che lo onorano con amore. Ha scombinato i progetti dei superbi; ha rovesciato i potenti dalle loro poltrone, ha tolto gli umili dal fango del disprezzo e dell’emarginazione; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi» (Lc 1). Sinceramente non mi sento molto bene. Anche perché sento puzza di leggi per ladruncoli schedati e sconti a gogò per potenti  – che impunemente evadono tasse ed esportano capitali nei paradisi fiscali – e per finanzieri che affamano il mondo; sento puzza di incenso ecclesiastico che avvolge i VIP (Very Important Person) e non giunge a sovrastare la puzza di sudore e di cloaca là dove l’unica preghiera è una maledizione gridata al cielo e alla terra. Però sono felice per Lui, Dio Padre-Madre, che si china sui suoi piccoli («Ti benedico, Padre»), e sono felice per loro («Beati voi»), che sentono la sua carezza materna, il suo forte abbraccio paterno, i suoi sussurri rivelanti storie che fanno sgranare occhi stupiti e tranquillizzano animi inquieti e vite agitate. «Perirà la sapienza dei sapienti e si eclisserà l’intelligenza degli intelligenti, gli umili invece si rallegreranno nel Signore e i poveri gioiranno nel Santo d’Israele” (Isaia 29,14.19).
Siamo “piccoli” quando non rivendichiamo meriti. Nel vangelo di Matteo, il termine piccoli (elachistoi, mikroi, nepioi) a volte indica i discepoli di Gesù, altre volte indica i bambini o gli esclusi dalla società e dalla religione. Non è facile distinguere. A volte ciò che è detto piccolo in un vangelo, è chiamato bambino in un altro. Inoltre non sempre è facile distinguere fra quello che appartiene alla bocca di Gesù e quello che è invece del tempo delle comunità per le quali sono stati scritti i vangeli. Ma anche così, ciò che risulta chiaro è il contesto di esclusione che vigeva in quell’epoca e l’immagine che le comunità primitive si facevano di Gesù come di una persona che si è fatta “piccola”  e accogliente verso i piccoli. Sono felice per Gesù, il Piccolo Figlio di quel Padre che gli ha rivelato segreti e storie stupende («nessuno conosce il Padre se non il Figlio»). Sono felice perché nell’assemblea domenicale c’è qualcuno verso cui Dio Padre-Madre ha un occhio di riguardo: «Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1 Corinti 1,26-29).
Padre Ermes Ronchi commentava: «”Ti benedico o Padre perché hai rivelato queste cose ai piccoli”. Il Battista è in carcere, in Galilea crescono rifiuto e ostilità, i miracoli di Cafarnao e di Betsaida non servono, eppure, nel pieno della crisi, Gesù benedice il Padre, fermandosi improvvisamente come incantato davanti ai suoi, ai piccoli. I piccoli sono coloro che ce la fanno a vivere solo se qualcuno si prende cura di loro, come i bambini. Dio è vicino a ciò che è piccolo, ama ciò che è spezzato. Quando gli uomini dicono: “perduto”, egli dice: “trovato”: quando dicono: “condannato”, egli dice: “salvato”; quando dicono: “abbietto”, Dio esclama: “beato!” (Bonhoeffer). Per entrare nel mistero di Dio vale più un’ora passata ad addossarsi la sofferenza e il mondo di uno di questi piccoli, che anni di studi di teologia. Per conoscere il mistero delle persone e la fiamma delle cose, bisogna accostarle come piccoli, con stupore, con mani che non prendono, ma solo accarezzano. Per imparare a benedire di nuovo il mondo e le persone, bisogna imparare a guardare i piccoli, la gente da poco, il loro cuore vero, e lì troveremo innumerevoli motivi per benedire, ragioni grandi perchè il lamento non prevalga più sullo stupore»[1].
Il “riposo”.
Gesù invita tutti coloro che sono stanchi e promette loro riposo. Il popolo di quel tempo viveva stanco, sotto il duplice peso delle imposte e delle osservanze imposte dalle leggi di purità. Gesù chiede che il popolo, per poter capire le cose del Regno, non dia tanta importanza ai “sapienti e dottori”, cioè ai professori ufficiali della religione del tempo, e che confidi di più nei piccoli, per esempio devono cominciare ad imparare da lui, da Gesù, che è “mite e umile di cuore”. Nella Bibbia molte volte la parola umile è sinonimo di umiliato. Gesù non faceva come gli scribi che si vantavano della loro scienza, ma era come il popolo umile e umiliato. In questo invito risuonano le parole di Isaia che consolava il popolo stanco per l’esilio: «O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete» (Is 55,1-3). Questo invito è in relazione con la Sapienza divina: «Avvicinatevi a me, voi che mi desiderate, e saziatevi dei miei prodotti. Poiché il ricordo di me è più dolce del miele, il possedermi è più dolce del favo di miele» (Siracide 24, 18-19), affermando che «le sue vie sono vie deliziose e tutti i suoi sentieri conducono al benessere»(Proverbi 3,17). Essa dice ancora: «La Sapienza educa i suoi figli e si prende cura di quanti la cercano. Chi la ama, ama la vita, quanti la cercano solleciti saranno ricolmi di gioia» (Siracide 4,11-12). Questo invito rivela un aspetto molto importante del volto femminile di Dio: la tenerezza e l’accoglienza che consola, rivitalizza le persone e le fa sentire bene. Gesù è il sollievo che Dio offre al popolo affaticato.
«Ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo» (Evangelii gaudium, 187).
Dio sopra un asino.
La prima lettura profetizza la scelta di un Messia come di un re “umile, che cavalca un asinello“; ciò che farà proprio Gesù il giorno delle Palme, a Gerusalemme. Un asinello è la sua “auto blu”, il suo carrarmato. I fanatici all’epoca di Gesù cercavano un messia trionfante e nazionalista. Il profeta Zaccaria si sintonizza con le grandi aspirazioni delle comunità che speravano non in un guerriero come Davide né in un diplomatico equilibrista come Salomone. Il popolo voleva qualcosa di diverso. Erano già falliti i modelli militaristi, amministrativi e centralisti di tutti i re d’Israele e di Giuda. Il popolo voleva una persona che fosse capace di guidare la nazione per cammini sconosciuti di giustizia, pace e solidarietà. Per Zaccaria, il nuovo governante doveva distinguersi per umiltà, giustizia e pacificazione. Tre qualità che configurano un nuovo modo di esercitare il potere. Ciò nonostante, Israele esplose con l’ambizione di alcuni gruppi minoritari e potenti che imposero una teocrazia centralista, prepotente e uniformante. Furono soppresse, in maniera sistematica, tutte le dissidenze possibili e si negò così al popolo di Dio la possibilità di tentare un nuovo modo di essere comunità. Si concentrò tutto il potere nelle mani di poche famiglie che controllavano il tempio, il governo e la terra. Così i poveri di Jahweh non ebbero la possibilità di dare vita al suo progetto. Il Vangelo di Matteo ci presenta Gesù con le caratteristiche messianiche della profezia di Zaccaria: una persona pacifica e umile. Un Dio crocifisso, un Dio sconfitto è lo scandalo del Cristianesimo; o più precisamente, la SFIDA del Cristianesimo: perché chi ha il cuore semplice veda il gesto d’amore totale come di “chi dà la vita per i suoi amici” (Gv 15,13); e chi è abituato a pesare le cose per prestigio e potere, ne rimanga scandalizzato. I piccoli allora sono coloro che non si scandalizzano di Gesù.  Non ci sono sofismi intellettuali da fare per credere in Dio; l’accesso a Dio non è privilegio di scuole filosofiche, o tanto meno di circoli di spiritualità esoterica o gruppi e movimenti carismatici; a Dio si giunge accettando la storia e la vicenda concreta di Gesù di Nazareth. Quella di Gesù non è una religione, ma se la fosse non potrebbe che essere “religione della misericordia”. Ogni religione inventata dall’uomo porta dentro una naturale paura di Dio. Il volto di Dio presentatoci da Gesù invece è quello di un Dio che GRATUITAMENTE ama l’uomo, prima che lui stesso si muova a cercarlo; che FEDELMENTE ama l’uomo, anche quando egli è infedele; che MISERICORDIOSAMENTE ama l’uomo, quando si rifiuta a Lui. Parlando della sua missione, Gesù diceva: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9, 12-13). L’umiltà di un Dio che ha provato sulla propria pelle il difficile mestiere di essere uomini, fa dire alla Lettera agli Ebrei: “Noi non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi; accostiamoci dunque con fiducia al trono della grazia” (4,15-16). Il suo, alla fine, è “un carico leggero”. Non perché non sia esigente il Vangelo di Gesù.  Manicardi, monaco di Bose, scriveva: «Il “giogo” di Gesù non designa dettami religiosi o comandi da eseguire, ma una relazione, un legame, onorando così l’etimologia della parola che designa l’azione di “riunire”, “mettere insieme”. Il giogo di Gesù leggero e soave è in continuità con il comando biblico di amare e con l’idea che colui che ama, fa con gioia la volontà dell’amato. Al tempo stesso, un giogo resta un giogo e nulla toglie la fatica di portarlo. Amare è un lavoro impegnativo e la sequela Christi comporta sforzo e fatica. Di fronte alla tentazione diffusa di eliminare dal vivere ciò che è faticoso e comporta sofferenza in nome dell’idolatria del “tutto, subito e senza sforzo”, occorre ribadire che non si danno grandi realizzazioni umane e spirituali senza fatica, dedizione, sacrificio[2]».


[1] E’ guardando i piccoli che s’impara l’arte di benedire. P. Ermes Ronchi – Avvenire (07 Luglio 2002)
[2] Luciano Manicardi, monaco del Monastero di Bose. “Anche l’insuccesso si fa preghiera” in Note di Pastorale giovanile.




2 luglio 2023. Domenica 13a delo tempo ordi.
VANGELO SENZA GUANTI

XIII domenica del tempo ordinario

 Preghiamo. Padre, infondi in noi la sapienza e la forza del tuo Spirito, perché camminiamo con Cristo sulla via della croce, pronti a far dono della nostra vita per manifestare al mondo la speranza del tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal secondo libro dei Re (4,8-11.14-16)
Un giorno Eliseo passava per Sunem, ove c’era una donna facoltosa, che l’invitò con insistenza a tavola. In seguito, tutte le volte che passava, si fermava a mangiare da lei. Essa disse al marito: “Io so che è un uomo di Dio, un santo, colui che passa sempre da noi. Prepariamogli una piccola camera al piano di sopra, in muratura, mettiamoci un letto, un tavolo, una sedia e una lampada, sì che, venendo da noi, vi si possa ritirare”. Recatosi egli un giorno là, si ritirò nella camera e si coricò. Eliseo chiese a Giezi suo servo: “Che cosa si può fare per questa donna?”. Il servo disse: “Purtroppo essa non ha figli e suo marito è vecchio”. Eliseo disse: “Chiamala!”. La chiamò; essa si fermò sulla porta. Allora disse: “L’anno prossimo, in questa stessa stagione, tu terrai in braccio un figlio”.
Salmo 88. RIT: Canterò per sempre la tua misericordia.
Canterò senza fine le grazie del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli,
perché hai detto: “La mia grazia rimane per sempre”; la tua fedeltà è fondata nei cieli.
Beato il popolo che ti sa acclamare e cammina, o Signore, alla luce del tuo volto:
esulta tutto il giorno nel tuo nome, nella tua giustizia trova la sua gloria.
Perché tu sei il vanto della sua forza e con il tuo favore innalzi la nostra potenza.
Perché del Signore è il nostro scudo, il nostro re, del Santo d’Israele.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (6, 3-4. 8-11)
Fratelli, quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte. Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù.
Dal Vangelo secondo Matteo 10, 37-42
[si consiglia di leggere anche: 34 Non crediate che io sia venuto a gettare pace sulla terra; non sono venuto a gettare pace, ma una spada. 35 Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: 36 e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa].
Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me.
Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto.
E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”. 

VANGELO SENZA GUANTI. Don Augusto Fontana
Chi ama il padre, la madre, i figli più di me non è degno di me… La Liturgia di questa domenica potrebbe soddisfare preti celibi, monaci ed eremiti o piccole eroine del Vangelo, chi ha lasciato tutti e tutto. Ma la maggioranza sarà gente che ha moglie e marito e figli e vecchi genitori da curare o vedovi e vedove che non hanno più nessuno da abbandonare, giovani bamboccioni disoccupati che sopravvivono con le provvidenze di genitori o nonni pensionati. Dunque a chi viene chiesta la radicalità del Vangelo di oggi?
Il Card. Martini diceva: «Che cos’è anzitutto la radicalità evangelica?  In senso religioso il termine radicale si riferisce soprattutto all’idea di ‘radice’, cioè indica qualcosa che è sorgivo, fontale, genuino, originario e, per questo, richiama il carattere di autenticità.  Perciò l’espressione “radicalità evangelica” indica la volontà di rifarsi al Vangelo sine glossa, senza annotazioni, un certo rigore nel vivere una vita cristiana seria, ed indica, soprattutto, una vita fondata sulle Beatitudini evangeliche. Questa è dunque un’espressione che indica, positivamente, una decisione coerente per il Vangelo. Tuttavia, però, la radicalità evangelica non è senza pericoli e senza equivoci. Vedo soprattutto due pericoli: da una parte il rischio di voler imitare atteggiamenti del passato ripetendoli tali e quali in un contesto mutato, dall’altro la tentazione di prendere tutto alla lettera, non accettando la fatica del discernimento e della traduzione che ogni espressione biblica richiede, cioè non domandandosi cosa vuol dire oggi ciò che nel passato è stato detto così. Si pone, dunque, la grande questione: si può vivere oggi il Vangelo prendendolo alla lettera? Ha quindi senso parlare di radicalità evangelica? Dobbiamo prendere coscienza di essere una comunità alternativa; cioè una comunità che esprime, in una società caratterizzata da relazioni fragili, deboli, conflittuali, inautentiche, la possibilità di relazioni gratuite fondate sul Vangelo. Mostrare che la fede in Gesù ci permette di vivere relazioni sincere, fedeli, pazienti, perseveranti, perdonanti. Non è neanche un atteggiamento molto difficile, non implica grandi sforzi. Richiede semplicemente di vivere il Vangelo nei rapporti di tutti i giorni con la parrocchia, con la famiglia, con il piccolo gruppo, con le realtà istituzionali, nelle realtà della vita quotidiana, sapendo che sono relazioni fondate sulla fede e sulla grazia. E questo è già un immenso servizio ad un mondo che fa fatica a trovare relazioni solide. In secondo luogo ad un mondo così debole nei suoi pensieri, nelle sue ideologie, non dobbiamo pretendere di offrire subito un pensiero forte, che faccia paura, ma siamo chiamati ad offrirgli l’amicizia e la debolezza della croce. E’ infatti il modo mite ed umile di avvicinarsi di Gesù ciò di cui ha maggiormente bisogno una società dal pensiero e dalle relazioni deboli». 
1. Una comunità che lascia.
Matteo innanzitutto continua a ricordare che non ci si può illudere di poter perseverare nella condizione di discepoli senza conflittualità e rotture. Così era storicamente nella sua comunità, tartassata dall’ambiente giudaico che aveva deliberato l’espulsione dalle sinagoghe e aveva imposto il divieto di incontro dei familiari con chiunque avesse aderito alla nuova “via” del Rabbi Jeshuàh (Gesù). C’è una stretta “solidarietà” di condizione tra il Maestro Gesù e i discepoli, come Matteo ricorda nei vv. 24-25: «Un discepolo non è da più del maestro…; è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro…». Questo versetto è la “chiave di lettura” di tutto il cap. 10 e quindi anche del testo liturgico di oggi. Il Vangelo non è un codice morale di comandi “Devi fare…non devi prendere…”; al discepolo basta l’unico comandamento “seguimi”; da qui deriva una serie di “conseguenze” più che di “precetti”. A me e a te è lasciato il discernimento di inventare una vita evangelica riformulata nel contenitore delle nostre condizioni attuali di vita; monaci delle cose, nelle relazioni e nel lavoro: “Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori, radicati e fondati nella carità…ben radicati e fondati in lui” (Efesini 3,17; Colossesi 2,7). Il richiamo alla missione storica di Gesù, che ha provocato tensioni violente perfino nell’ambito dei rapporti familiari e del suo gruppo, serve a togliere l’illusione di una testimonianza tranquilla. Non sarà una “pace pacifica” ma piena di laceranti contraddizioni.[1]  Il Messia, secondo la tradizione biblica, è il “principe-di-pace”, ma in forma paradossale, in quanto il suo annuncio di pace fa esplodere le contraddizioni storiche che si riversano con violenza contro di lui. Ovviamente Gesù non intende favorire nessun fondamentalismo religioso; ce lo ricorda l’evento nell’orto del Getsemani quando Pietro estrae fisicamente una spada per difendere Gesù (Mt 26, 52): «Allora Gesù gli disse:“Rimetti la spada nel fodero”».  Nella Bibbia l’immagine della spada è conosciuta e ha significato di dividere: “Prendete la spada dello Spirito cioè della parola di Dio” (Ef 6,17). La spada di Gesù è quella della parola di Dio, “che è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio” (Eb 4,12).
34 Non crediate che io sia venuto a portare (gettare) pace sulla terra. Sembra che il verbo usato da Matteo (balein=gettare) indichi che Gesù non porge il suo Vangelo «con i guanti», ma lo «getta» senza tanti convenevoli come un sasso nello stagno o – come scrive Marco (4,26) – come un seme: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella terra». Se i discepoli sono coloro che condividono il suo stile di vita, devono mettere in conto la divisione e la conflittualità perfino nei rapporti familiari e sociali. Nell’esigenza di sequela proposta dal Cristo risuona l’assoluto di Dio che crea un nuovo tipo di “consanguineità” (Matteo 12,46-49): «Mentre egli parlava ancora alla folla, sua madre e i suoi fratelli, stando fuori in disparte, cercavano di parlargli…Ed egli, rispondendo a chi lo informava, disse:  «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?».  Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli disse:  «Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli». Matteo ricorderà, più avanti, (19, 29)  la promessa di Gesù: «Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, o padre, o madre, o figli, o campi per il mio nome, riceverà cento volte tanto e avrà in eredità la vita eterna». Gesù presentandosi come “divisore” si mostra “geloso”, in linea con la “gelosia” di Dio in Deuteronomio 32,15-18: «Il popolo ha mangiato e si è saziato, ingrassato, impinguato, rimpinzato e ha respinto il Dio che lo aveva fatto, ha disprezzato la Roccia, sua salvezza. Lo hanno fatto ingelosire con dèi stranieri e provocato all’ira con gli idoli. Hanno sacrificato a demoni che non sono Dio, a divinità che non conoscevano, novità, venute da poco, che i vostri padri non avevano temuto. La Roccia, che ti ha generato, tu hai trascurato; hai dimenticato il Dio che ti ha generato». Nel testo odierno sono presenti tre affermazioni che si concludono sempre con “Non é degno di me” (Luca in 14,26 ricorda un’altra versione: “…non può essere mio discepolo”). Gesù non demonizza l’amore ai familiari e al prossimo: «Se uno dicesse: “Io amo Dio” e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Giovanni 4,20). Intanto è importante il verbo “amare” (Matteo, nel testo di oggi, usa “phileo”, voler bene, che è un verbo di amicizia, tappa verso l’agape, l’amore totalizzante e compiuto). Il pilastro, dunque, che regge la struttura cristiana nei vangeli sinottici non è “conoscere”, ma amare o seguire. Un essere accolti e accogliere fino al micro gesto del donare un bicchiere d’acqua “fredda” per una bocca arida e una vita accaldata.
« Chi avrà trovato la sua vita la perderà e chi avrà perduto la sua vita, per causa mia, la troverà ». Qualcuno ha trovato condensate, in queste parole, tutta la sapienza evangelica che riguarda il significato dell’esistenza dell’uomo e, simmetricamente, della vita di Gesù. Gesù è vissuto per gli altri.  La sua non fu una semplice “esistenza”, bensì una “pro-esistenza”, una esistenza-a-favore-di… C’è una sproporzione tra i 3 anni della vita pubblica che conosciamo e i suoi 30 anni di vita familiare che non conosciamo. Ci ha salvati anche con quei 30 anni di vita “privata”. La vita di Gesù è definibile come una vita esposta, allo sbaraglio, mai ripiegata su di sè. Il simbolo di questa pro-esistenza sarà poi la croce. «Chi non prende la sua croce e non mi segue». Prendere la Sua croce non significa accettare le tribolazioni accidentali della vita, ma prendere su di noi il Suo progetto di vita, calandolo nelle circostanze storiche, pubbliche e private. Significa non mettere mai in bilancio ciò che torna utile a me e al mio gruppo di appartenenza (“padre, madre, figlio”). Esistono delle predilezioni che costituiscono una necessità nella nostra vita. Prendere la croce di Cristo significa collocare le nostre predilezioni fuori dal quadro delle predilezioni codificate: prediligere la compagnia di quelli che contano meno (i “piccoli” cioè gli invisibili), che non hanno capacità di darmi ricompense.
2. Una comunità che trova.
Non é senza significato che l’evangelista chiuda questa sezione dei discepoli perseguitati e provati con il tema dell’accoglienza. L’accoglienza ricompone quei legami della solidarietà umana che lo stato di persecuzione mette in crisi. Alla comunità è chiesto di creare un ambiente accogliente per questi fratelli espulsi o scartati: i profeti (gli incaricati di annunciare la Parola e interpretare i segni dei tempi), i giusti (coloro che nella prassi sono esemplari nella giustizia ed obbedienti all’evangelo), i piccoli (coloro che sono vacillanti e a rischio di fede). Il tema della “comunità-nuova-famiglia” è evidentemente sottolineato dalla scelta della prima Lettura (2Re 4,8-11.14-16a ). La narrazione ha due attori principali che sono il profeta Eliseo e la donna di Sunem caratterizzata dalla sua delicata accoglienza che non si ferma all’invito a tavola, ma si trasforma in uno spazio vitale riservato al profeta. Eliseo è il profeta itinerante che non si stabilisce in nessun luogo in maniera definitiva per rimanere sempre disponibile alla chiamata di Dio. Pur essendo solitario, è in realtà l’amico degli uomini, che partecipa ai loro affanni e che ricompensa coloro che l’onorano. E’ proprio durante uno dei suoi soggiorni presso Sunem che il servo Ghecazi presenta ad Eliseo la condizione della donna, ricca ma senza figli. Particolare finora taciuto che rivela la grandezza d’animo della donna che rinuncia ad importunare il profeta con i suoi problemi personali e conferma così la gratuità della sua accoglienza. A sua volta Eliseo si fa garante presso Dio del dono più prezioso per una donna: la maternità tanto desiderata. L’apostolo Paolo ricorda ai cristiani di Roma: “accoglietevi gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la gloria di Dio” (Rm 15,7), come a dire che accogliere è una declinazione del verbo amare. Noi siamo forse abituati a “dare”, anche un bicchier d’acqua; ma poco ad “accogliere”.


[1] Silvano Fausti, Una comunità legge il Vangelo di Matteo, EDB 1998, Vol.1, pag. 194.




25 giugno 2023. Domenica 12 tempo ord
DALL’ORECCHIO AI TETTI

12 domenica A – 25 giugno 2023
Preghiamo. Padre, che affidi alla nostra debolezza l’annuncio profetico della Tua Parola, sostienici con la forza del Tuo Spirito, perché non ci vergogniamo mai della nostra fede, ma confessiamo con tutta franchezza il tuo Nome davanti agli uomini, per essere riconosciuti da Te nel giorno della Tua venuta. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Geremìa 20,10-13 (traduz. Bibbia Interconfessionale in lingua corrente).
Mi accorgevo che molti parlavano male di me e da ogni parte cercavano di spaventarmi. Dicevano: «Se qualcuno lo denuncia, lo denunceremo anche noi». Perfino i miei amici più cari aspettavano un mio passo falso e dicevano: «Prima o poi, qualcuno riuscirà a ingannarlo! Così, l’avremo vinta noi e potremo vendicarci di lui». Ma tu, Signore, stai al mio fianco, tu sei forte e mi difendi: per questo i miei persecutori cadranno e non avranno la meglio su di me. Dovranno vergognarsi perché i loro progetti andranno in fumo. Saranno disonorati per sempre e nessuno lo dimenticherà. Tu, Signore dell’universo, sai distinguere chi ti è fedele perché vedi i sentimenti e i pensieri segreti dell’uomo. Ho affidato a te la mia causa: sono certo che vedrò come tu punirai i miei nemici. Cantate inni al Signore! Lodate il Signore! Egli ha liberato il povero dal potere dei suoi nemici.
Salmo 68   Nella tua grande bontà rispondimi, o Dio.
Per te io sopporto l’insulto e la vergogna mi copre la faccia;
sono diventato un estraneo ai miei fratelli, uno straniero per i figli di mia madre.
Perché mi divora lo zelo per la tua casa, gli insulti di chi ti insulta ricadono su di me.
Ma io rivolgo a te la mia preghiera, Signore, nel tempo della benevolenza.
O Dio, nella tua grande bontà, rispondimi, nella fedeltà della tua salvezza.
Rispondimi, Signore, perché buono è il tuo amore; volgiti a me nella tua grande tenerezza.
Vedano i poveri e si rallegrino; voi che cercate Dio, fatevi coraggio,
perché il Signore ascolta i miseri non disprezza i suoi che sono prigionieri.
A lui cantino lode i cieli e la terra, i mari e quanto brùlica in essi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,12-15
Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato. Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire. Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti.
Dal Vangelo secondo Matteo 10,26-33
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri! Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

DALL’ORECCHIO AI TETTI. Don Augusto Fontana

«Di un peccatore si può fare un santo, ma di coloro che non sono niente, né cristiani né pagani né appassionati né freddi né santi né peccatori, di loro, anime morte, che cosa ne faremo?» (Peguy).  E’ scritto nel Talmud ebraico (Sanhedrin 97b) che per ogni generazione esistono trentasei giusti nascosti e che grazie ai loro meriti il mondo continua a sussistere. Scrive Paolo all’amico Timoteo (2 Timoteo 1,8), a me e a te: «Non vergognarti della testimonianza da rendere al Signore nostro». Per chi vuol uscire dallo stato di “anima morta”, di timore e di fuga, i rischi esistono. Il discorso missionario di Gesù, riferito da Matteo nel suo cap. 10, resta un azimut di riferimento a cui alzare periodicamente gli occhi, come faremo ancora nella liturgia di questa domenica.
Tutte le istruzioni date da Gesù ai discepoli e contenute nel cap. 10 di Matteo sono riferite ad una testimonianza pubblica: «Chiamati a sé i dodici discepoli li inviònon v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato». Gesù chiede un’adesione pubblica; non gli basta un’adesione devota consumata unicamente nel segreto. L’espressione di Matteo10,38 «chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me»[1] non si riferisce ai fastidi della vita quotidiana, ma alle conseguenze della testimonianza pubblica. L’adesione a Gesù diventerà pubblica e pericolosa[2]. Siate sovversivi, pasquali.
L’annuncio che ci viene dai testi liturgici di questa domenica si pone in continuità con le “istruzioni” date da Gesù alla sua comunità in vista della missione: “Andando, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date…Non procuratevi oro, né argento…”.  Papa Francesco nella Evangelii Gaudium al n. 183 scrive: «nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra. Amiamo questo magnifico pianeta dove Dio ci ha posto, e amiamo l’umanità che lo abita, con tutti i suoi drammi e le sue stanchezze, con i suoi aneliti e le sue speranze, con i suoi valori e le sue fragilità. La terra è la nostra casa comune e tutti siamo fratelli. Sebbene il giusto ordine della società e dello Stato sia il compito principale della politica, la Chiesa non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia».
Non temete-non scappate.
Oggi l’accento pare messo sulla FIDUCIA: l’invito a “non temere” ricorre 3 volte. Originariamente, nella lingua greca il verbo fobéo (=temere) aveva la sua radice in un verbo che significava fuggire. Quando io ho paura, cerco sempre di fuggire via; e il mio fuggire rivela le mie paure.  La formula «non temete!» ricorre 74 volte nell’Antico Testamento.
Nella prima Lettura, l’esperienza del profeta Geremia sembra essere esemplare per chi accetta di fidarsi e affidarsi. I suoi compaesani del villaggio di Anatot non vedono di buon occhio l’impegno di Geremia a sostenere la riforma religiosa del re Giosia che sopprime i piccoli centri di culto sparsi nel paese e tenta di creare un grande culto centralizzato a Gerusalemme. La soppressione dei santuari locali a favore del culto centralizzato tocca gli interessi di molte persone che lo minacciano di morte. Le prese di posizione del profeta contro la corruzione del suo ambiente gli alienano amici e conoscenti, gli attirano scherni e insulti. Nel profeta Geremia si specchia l’icona di Gesù: «Padre, nelle tue mani consegno la mia vita» (Lc 23,46).
C’è un invito a vincere il timore. Questo timore non è il “timore psicologico”, che può benissimo convivere con la fede-fiducia (tutti i martiri antichi e contemporanei hanno dichiarato di “avere paura”); siamo invitati invece a vincere quella pigrizia che lascia la Parola ricoverata nell’orecchio anziché annunciata dai tetti, annidata nel cuore e non esternata nella carne delle mani. Vincere la timidezza, ma con quale garanzia? Che Dio ci preserverà e non ci capiterà niente di male? Per noi piccoli passerotti, la traduzione italiana del testo che ascolteremo rasenta la bestemmia: “nemmeno un passero cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia”, tradotto nel proverbio popolare “non cade foglia che Dio non voglia”.  Nel testo originale greco c’è invece un Padre che cade insieme con i discepoli deboli: «nessuno di loro cadrà senza il Padre vostro (aneu tu Patròs umon)». Per quanto possiamo cadere, nella nostra vita, non c’è caduta che non veda presente il Padre, non perché si cade per sua volontà, ma perché Lui cade con noi. Nessuno cade senza il Padre. Abbiamo un Dio così.
Ogni Domenica, durante la Messa, il celebrante fa una preghiera di liberazione sui fedeli:  “Liberaci, Signore, da tutti i mali, concedi la pace ai nostri giorni e con l’aiuto della tua misericordia vivremo sempre liberi dal peccato e sicuri a ogni turbamento,  nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro Salvatore Gesú Cristo”. Il “saldo” avverrà alla fine dei tempi: la provvidenza non è una assicurazione contro gli infortuni della vita. “Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce: «Fino a quando, Signore, tu che sei santo e verace, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?».  Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni di servizio e dei loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro” (Apocalisse 9,9-11).
Potremmo riflettere sui tre “Non temete!” odierni di Gesú:
1) Non temete gli altri. Se accettiamo di vivere coerentemente con il Vangelo, il rapporto con gli altri può procurare tensione, fraintendimento, frustrazione. Gesú é stato il primo a sperimentare relazioni difficili: é stato chiamato addirittura Beelzebul, sporco diavolaccio. Forse la nostra situazione è un’altra, quella cioé di persone che non subiscono alcun tipo di conflitto, per il semplice fatto che non si espongono a testimoniare, che restano invischiate e omologate alle abitudini comportamentali e di pensiero dell’ambiente in cui vivono. L’assenza di persecuzioni per la Chiesa può essere il segno che essa non é piú come il sale che brucia sulle ferite dell’umanità o offre sapore all’insipida esistenza di massa. In questo caso Gesú é chiaro: «Chi dunque riconoscerà me (il testo greco usa il verbo homologhéō che significa dichiararsi solidale o complice) davanti agli uomini anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; «chi mi rinnegherà (il testo greco usa il verbo arnéomai usato per descrivere la negazione di Pietro nel cortile del tribunale) anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”. Ma che cosa vuole dire essere solidali con Gesù, dichiararci appartenenti a Lui? Padre Christophe, uno dei 7 monaci sgozzati nel 1996 a Tibhirine, in Algeria, aveva scritto: “Noi abbiamo dato a Dio il nostro cuore ‘all’ingrosso’, e ci costa molto che ce lo prenda al dettaglio”. Il dono totale di sé  (“all’ingrosso”) deve incominciare a consumarsi nella pazienza del quotidiano (“al dettaglio”). Come scrive Madeleine Delbrêl assistente sociale, mistica, poeta (1904-1964): “La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene. Vengono, invece, le pazienze. Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la Tua gloria, di ucciderci senza nostra gloria. Fin dal mattino esse vengono davanti a noi e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi. E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando – per dare la nostra vita – un’occasione che ne valga la pena. Perché abbiamo dimenticato che come ci sono rami che si distruggono col fuoco, così ci sono tavole che i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura. Perché abbiamo dimenticato che se ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici, ci sono fili di maglia che giorno per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano. Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso: ce ne sono di quelli sgranati da un capo all’altro della vita. È la passione delle pazienze” .
2) Non temete per voi stessi. Anche la nostra sicurezza é messa alla prova: i nostri sembrano tempi nei quali nessuno può sentirsi completamente al sicuro. Ci stupisce quindi Gesú quando ci esorta a non preoccuparci troppo dei pericoli riguardanti il corpo, ma piuttosto di quelli riguardanti l’anima (in greco: psychê, psiche). Qui non si tratta di un dualismo, della serie “l’unica cosa che conta é l’anima, il corpo non vale nulla”, ma di una diversa scala di valori. Ci ritornano alla mente le parole di Mt 6: “Per la vostra vita non affannatevi […] e neanche per il vostro corpo…cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia”. O quelle di Lc 10,41 “Marta, tu ti preoccupi (meglio sarebbe tradurre “ti iper-occupi) e ti agiti per molte cose, ma una sola é la cosa di cui c’é bisogno”.
3)    Non temete Dio.  Gesú utilizza due similitudini, per farci capire quanta sia la cura di Dio verso di noi: quella dei due passeri senza valore commerciale e quella dei nostri capelli. Nel Vangelo ci sono altre immagini che ci descrivono in modo pittoresco la cura che Dio ha per ciascuno di noi, come ad esempio quella degli uccelli del cielo (in Luca é specificato: i corvi) che il Padre nutre, o dei gigli del campo che il Padre veste. Ma anche i tre quadretti della pecora soccorsa con ansia dal pastore, della moneta perduta e cercata dalla donna, del figlio peccatore che viene accolto dal Padre.  Immagini dolci che tentano di affascinarci e ci invitano a non temere.

Dove finiamo tutti noi, nella settimana, dopo aver celebrato la Pasqua settimanale? Siamo un popolo da sagrestia o un popolo che vive nella piazza? Quello che la Parola oggi rivela è un problema da sempre avvertito nella chiesa. Ne fa fede questo testo di Gregorio Magno (540-604): «Non posso tacere e tuttavia, parlando, non posso evitare di colpire me stesso con la spada della Parola di Dio. Parlerò, parlerò. Che la spada della Parola di Dio passi anche attraverso me stesso, per arrivare a trafiggere il cuore del prossimo, a toccarlo in profondità nello Spirito. Parlerò, parlerò. Che la Parola di Dio si faccia sentire attraverso me, sia pure, prima che contro altri, contro di me».  


[1] che troveremo anche in 16,24 «Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua».
[2] Cf. P.Bonnard, L’évangile selon saint Matthieu, Delachaux & Niestlé, pag 156




18 giugno 2023. Domenica 11a tempo ord
IL TREDICESIMO APOSTOLO

11 Domenica 18 giugno 2023

Preghiamo. O Padre, che hai fatto di noi un popolo profetico e sacerdotale, chiamato ad essere segno visibile della nuova realtà del tuo regno, donaci di vivere in piena comunione con te nel sacrificio di lode e nel servizio dei fratelli, per diventare missionari e testimoni del Vangelo. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal libro dell’Esodo (10, 2-6a)
In quei giorni, gli Israeliti arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte.Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: “Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”.
Salmo 99.  Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.
Acclamate il Signore, voi tutti della terra, servite il Signore nella gioia, presentatevi a lui con esultanza.
Riconoscete che solo il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo.
Buono è il Signore, il suo amore è per sempre, la sua fedeltà di generazione in generazione.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (5, 6-11)
Fratelli, noi eravamo ancora incapaci di avvicinarci a Dio, quando Cristo, nel tempo stabilito, morì per i peccatori. È difficile che qualcuno sia disposto a morire per un uomo onesto; al massimo si potrebbe forse trovare qualcuno disposto a dare la propria vita per un uomo buono. Cristo invece è morto per noi, quando eravamo ancora peccatori: questa è la prova che Dio ci ama. Ma non basta: ora Dio per mezzo della morte di Cristo ci ha messi nella giusta relazione con sé; a maggior ragione ci salverà dal castigo, per mezzo di lui. Noi eravamo nemici suoi, eppure Dio ci ha riconciliati a sé mediante la morte del Figlio suo; a maggior ragione ci salverà mediante la vita di Cristo, dopo averci riconciliati. E non basta! Addirittura possiamo vantarci di quel che siamo di fronte a Dio, perché ora Dio ci ha riconciliati con sé, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.
Dal vangelo secondo Matteo (9,36 – 10,8)
In quel tempo, Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”. Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì. Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

IL TREDICESIMO APOSTOLO. Don Augusto Fontana

Mi affascina l’etimologia delle parole; è come andare a bere alla sorgente evitando gli inquinamenti della corsa del fiume. Non è questione intellettualoide per una soddisfazione cervellotica. Sento che nella genesi del linguaggio c’è scritta tutta l’emozione esistenziale,  il senso delle cose e la storia che i nostri padri hanno raccolto in suoni e lettere. Prendi, per esempio, il termine “Parrocchia” e tutti i derivati (parrocchiano, parrocchiale, parroco…). Prima di procedere nella lettura, fermati e chiediti: «cosa vuol dire per me “parrocchia”?»…..Fatto? Ora ascolta. Il termine potrebbe derivare dal lemma greco para-oikìa, cioè un provvisorio dimorare accanto (e forse anche un pellegrinare). Sorpreso? Forse. Comunque il significato originario non corrisponde all’immaginario collettivo e all’esperienza che normalmente percepiamo pensando alle nostre “parrocchie” e vivendoci dentro: un ufficio o, come si dice oggi, uno “sportello”, con qualche impiegato che fa i turni 24 ore su 24, garantendo, quando serve, il puntuale esaudimento di servizi religiosi richiesti.
Il contesto entro il quale si collocano sia la chiamata dei Dodici, sia le origini storiche del nuovo popolo di Dio è un contesto di mobilità, di “nomadismo”, di esilio. Il contesto spirituale entro cui prende forma la comunità dei discepoli del Signore è la diaspora e l’esilio. Non è un caso che la prima comunità cristiana si sente ‘straniera e pellegrina’ (Ebrei 11,13; 1 Pietro 2,11).
Noi facciamo parte di un popolo che ha, di fronte al mondo, responsabilità messianica: «Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità….. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».   Non ci distingue, dunque, il momento religioso, ma il momento messianico; non le mani giunte ma le mani aperte.
Il popolo a cui Mosè trasmette la Rivelazione di Dio è un popolo che Dio ha sollevato su ali di aquila cioè lo ha liberato dall’Egitto. È un popolo libero.  È un popolo di sacerdoti, non un popolo con a capo i sacerdoti.  È popolo santo: non un popolo abbarbicato al culto dei santi.
Facciamo attenzione a quanto dice il Vangelo. C’è questa folla stanca e sfinita, come «pecore senza pastore». In realtà, quella folla non era senza pastori; ne aveva anche troppi!  C’era il potere politico di Roma; c’era il severo potere religioso del Tribunale del Sinedrio; c’erano gli scribi, i farisei, gli anziani, i sacerdoti.  Era un popolo ben irregimentato.  Perché Gesù dice che era un gregge senza pastore?  Appunto perché era un gregge stanco e sfinito dal peso della piramide dei poteri che era sopra di loro. L’uomo è stanco e sfinito quando la sua vita passa nell’obbedienza o nell’inerzia. La stanchezza è una garanzia dell’obbedienza; più uno è stanco e più si affida e diventa docile. È difficile vivere ogni giorno in piena responsabilità. Allora invochiamo qualcuno a dispensarci qualcosa. Questo è il sogno più maligno dell’uomo: il non-esercizio della responsabilità.  E gli ebrei avevano tanti pastori pronti a sostituirsi a loro.  Più che persone sbandate erano persone inibite e represse. Si tratta di uno sdoppiamento di personalità che noi conosciamo bene: da una parte le istituzioni ci assicurano uno svolgimento tranquillo della nostra vita, dall’altra ci proibiscono di sperare: perché se uno spera è inquieto e ci deve mettere del suo.  Le istituzioni ci danno tranquillità e ci rubano la speranza: è un patto diabolico.  Gesù viene, trova questo gregge di gente stanca e fonda il nucleo di un popolo messianico. Sceglie dei discepoli che solo la nostra fantasia devota mette su un piedistallo: di fatto erano povera gente.  Il gruppo dei dodici è molto eterogeneo. Tra loro ce ne sono alcuni – Andrea, Filippo, Bartolomeo, Giacomo Alfeo, Taddeo – di cui sappiamo appena il nome. Ciò che sappiamo degli altri lascia molto a desiderare, anche se l’evangelista Matteo ha tolto asperità all’immagine del gruppo che ne da l’evangelista Marco.
Il primo del gruppo è Shimon (che in ebraico significa “colui che ascolta”) che ha il soprannome di Kefas (= pietra). Appaiono poi Giacomo di Zebedeo e suo fratello Giovanni, denominati nel Vangelo di Marco “Boanerges” (figli del tuono) allundendo al loro caratteraccio e al loro estremo zelo fondamentalista; nel Vangelo di Luca, costoro desiderano che cada un fulmine e bruci gli abitanti di un villaggio della Samaria, che non vollero ricevere Gesù perché era diretto a Gerusalemme (Lc 9,51-55). I tre uniti, Pietro, Giacomo e Giovanni, ebbero il privilegio di essere testimoni di tre grandi momenti della vita di Gesù: la rianimazione del cadavere della figlia di Giairo, la trasfigurazione e la preghiera nel Getsemani. In nessuno di questi tre momenti, questi discepoli furono all’altezza della situazione. Alla fine, uno di loro, Pietro, giunge al colmo di negare il suo maestro, per ben tre volte; gli altri lo abbandonano…
Tornando alla nostra lista troviamo Tommaso, detto “Gemello” ; gemello di chi? Di me e di te che con lui vacilliamo nella fede chiedendo al Risorto di voler toccare per poter credere; poi Matteo il pubblicano detto anche Levi,  esattore delle tasse e  quindi collaborazionista con il potere romano; socialmente e religiosamente considerato allo stesso livello dei ladri, dei peccatori e delle prostitute; poi  “Simone il Cananeo” che il Vangelo di Luca chiama zelota, (Lc 6, 15); gli Zeloti erano i contestatori del tempo, forse terroristi che organizzavano la ribellione contro il dominio romano; poi Giuda Iscariota che tradisce Gesù. Una manciata di uomini presi dal basso, anche loro stanchi. C’è posto anche per me e per te. E li manda come popolo messianico: andate e annunciate, liberate, accogliete!  L’intera storia umana è un segno del passaggio continuo, mai compiuto, dal regime di inerzia a quello di responsabilità attiva.  E noi cristiani siamo un popolo messianico non perché ascoltiamo prediche rituali, non perché preghiamo soltanto. Il cristiano ha il distintivo nel liberarsi, costantemente, dagli idoli/faraoni. Questo richiede da noi la capacità di liberarci dentro, di rimettere in questione i vincoli interiori della nostra coscienza che la rendono suddita, etero-diretta, gestita da altri.  Questo rompere le catene attraverso una meditazione critica della Parola di Dio è un momento essenziale della vita cristiana.
Un tempo si misurava il cristiano dalla capacità delle sue devozioni personali e dalla docilità agli ordini ricevuti. Dopo il concilio Vaticano II° la nostra maturazione si misura sulla capacità di responsabilità unita alla capacità di essere popolo e non semplicemente folla.  Ovunque c’é passività ivi c’è l’opposto del Regno di Dio.
Ma perché viene costituito questo popolo santo popolo sacerdotale?  Perché sia a servizio: «Andate, dite che il Regno di Dio è vicino! » E la prova qual è? «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. E siccome tutto vi è stato dato gratuitamente, date tutto gratuitamente». E’ un compito messianico perché riguarda le attese umane fin nelle loro radici carnali.
L’evangelista Marco ha una premessa simile a quella di Matteo ma una conclusione diversa. Marco riferisce: «Sento compassione di questa folla, perché gia da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare» (Mc 8,2) e poi narra che Gesù moltiplica i pani e i pesci. Per Matteo, invece, Gesù ha compassione della folla e chiama i Dodici: «Chiamati a sé…». Il termine greco corrispettivo è Pros-kalesamenos che, tradotto letteralmente, può anche significare «chiamare in rinforzo». Non si tratta, dunque, di un invito alla sequela mistico-religiosa, ma di una chiamata in rinforzo di quanto lui sta facendo e dicendo.
Scriveva Padre Ermes Ronchi (16 giugno 2002): «Anche tu sei chiamato ad aggiungere il tuo nome all’elenco dei dodici, ognuno è il tredicesimo apostolo, ognuno scrive il suo quinto vangelo, riceve la stessa missione dei dodici: annunciate che il regno di Dio è vicino. Dite: Dio è vicino; Dio è con voi, con amore. Come farai a testimoniare che Dio è vicino, se tu per primo non lo senti? Dio non si dimostra; si mostra con i gesti della pietà e della compassione: guarite, risuscitate, sanate, date… L’inviato è povero: un bastone per appoggiarvi la stanchezza, i sandali per andare e ancora andare. Non ha borsa né danaro, ma ha la pace che illumina gli occhi e la forza che regge le mani; ha delle ali d’aquila, dice la prima lettura; un supplemento d’ali e una parola capace di rapire il cuore».
Buon lavoro, tredicesimo apostolo!