25 dicembre 2023. Memoria dell’Incarnazione
DAL DIO DI PIETRA AL DIO DI CARNE

da Liturgia della notte.

Dal libro del profeta Isaìa 9,1-6
Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Hai moltiplicato la gioia,  hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda. Perché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Màdian. Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbombando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco. Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine  sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giustizia, ora e per sempre. Questo farà lo zelo del Signore degli eserciti.
Salmo  95  Oggi è nato per noi il Salvatore.
Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra. Cantate al Signore, benedite il suo nome.
Annunciate di giorno in giorno la sua salvezza. In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il mare e quanto racchiude; sia in festa la campagna e quanto contiene, acclamino tutti gli alberi della foresta.
Davanti al Signore che viene: sì, egli viene a giudicare la terra; giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli.
Dalla lettera di san Paolo Apostolo a Tito 2,11-14
Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone.
Dal Vangelo secondo Luca 2,1-14
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

DAL DIO DI PIETRA AL DIO DI CARNE. Don Augusto Fontana

Parola di Dio sulla pietra.
Il Signore disse a Mosè: «Sali verso di me sul monte e rimani lassù: io ti darò le tavole di pietra, la legge e i comandamenti che io ho scritto per istruirli» (Esodo 24,12)….«Mosè si voltò e scese dal monte con in mano le due tavole della Testimonianza, tavole scritte sui due lati, da una parte e dall’altra. Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era scrittura di Dio, scolpita sul­le tavole» (Es 32,15-16). Era una parola pietrificata, ma garantita e fedele come una roccia. Nel nostro immaginario collettivo religioso, favorito da dipinti e da film colossal,  abbiamo tutti quell’immagine di Mose che scende dal monte con le due tavole di pietra. Dieci Parole scolpite sulla pietra. Per molti furono dieci comandamenti di pietra. Dieci Parole pietrificate deposte nell’arca dell’alleanza e portate a spalla nel cammino, memoriale di un patto reciproco. La pietra è segno di garanzia e stabilità. Ma anche la pietra si può frantumare. E’ bastato un vitello d’oro come idolo per scatenare lo zelo profetico di Mosè: «Quando si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora si accese l’ira di Mosè: egli scagliò dalle mani le tavole e le spezzò ai piedi della montagna» (Esodo 32,19).
Erano, quelli, tempi di cavernicoli; oggi abbiamo carta e computer in tempi di fragilità contrattuale, tempi liquidi e fluidi; la carta si accartoccia e si butta, e sul computer basta un clic e tutto è cancellato. Le parole si nebulizzano e diventano vapore che si disperde. Nostalgia di tempi robusti, di alleanze non negoziabili, di dogmi garantisti, di verità chiare e distinte.
Anche Salomone sogna progetti di pietra: «Ecco, ho deciso di edificare un tempio al nome del Signore mio Dio…. Il re diede ordine di estrarre grandi massi, tra i migliori, perché venissero squadrati per le fondamenta del tempio» (1Re 5,19. 31). Nulla avrebbe potuto far tremare quei pilastri. Ma la pietra chiede una fedeltà impossibile. Con la sua rigidità perde il passo col popolo che muta, cresce, cambia, affronta nuove com­plessità. Ed ecco l’intelligenza profetica. «Questa sarà l’alleanza che conclu­derò con la casa d’Israele: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (Ger 31,31-33).
Parola di Dio nella carne.
Il profeta Isaia indica la svolta: «Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio». L’evangelista Luca raccoglie parole venute da lontano; segno della presenza di Dio non sarà più una stele o un tempio di pietra, ma la carne fragile di un figlio d’uomo: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Sarà questo figlio, divenuto grande, che davanti al tempio confermerà il nuovo regime di fede: “Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio. Gesù disse loro: «In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata»” (Matteo 24,1-2). L’evangelista Giovanni, commentando un riferimento al Tempio da parte di Gesù, annota: «Ma egli parlava del tempio del suo corpo» (Giovanni 2,21).
La storia della Rivelazione stava subendo un’accelerazione.
«Il Verbo si è fatto carne» canta Giovanni nell’ouverture del suo Vangelo (Giovanni 1,14). Francesco diceva che Gesù era la Parola abbreviata di Dio. La lunga Parola del Vecchio Testamento che ha ispirato molti profeti si fa breve nel Bambino che nasce a Betlemme.
“Farsi carne” vuol dire assumere pienamente la fragilità umana, accettare di nascere, di morire, di partecipare a tutti gli stati della vita umana nell’ambito della sua storia terrestre: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini” (Filippesi 2, 6-7).
Anzi: divenendo simile ad un pane frammentato e mangiato; «questo è il mio corpo» dirà Gesù nella Cena Pasquale.
Ma c’è di più. Ed è l’evangelista Matteo che ci porta ai confini impensabili del “luogo di Dio”: noi incontriamo la Parola del Dio vivente in sei sacramenti della Sua presenza: «Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito?  E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo 25, 37-40). «Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi» conferma l’apostolo Paolo in 1Corinzi 3,17.
Perfino quando si presenta Risorto, Gesù mostra di essersi portato dietro la sua e nostra carne: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho» (Luca 24,39).
Allora?
Il profeta Amos aveva minacciato: «Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno» (Amos 8,12).
In questo tempo liturgico siamo portati invece pazientemente al luogo dell’incontro. I pastori «andarono dunque senz’indugio e trovarono» ( Luca 2,16). I magi « Entrati nella casa, videro il bambino» (Matteo 2,11). La maledizione è infranta per chi lo vuole. Non più un Dio lassù nei cieli o raccolto in molecole di pietra, in pensieri misticheggianti, in una chiesa pietrificata dal rito, dall’organizzazione o dalla latitanza dalla contingenza quotidiana, ma nella carne quotidiana di Gesù, del Pane eucaristico, della gente con cui coabito. «Dio si è mostrato in Gesù con tratti umanissimi perché ciò che era straordinario in Gesù non era nulla di religioso ma solo umano, umanissimo. Sì, Dio ha sembianze così umane che rischia di passare inosservato»[1].
Scrive padre Ermes Ronchi: «Dio ricomincia da Betlemme, da un bambino. L’eternità si abbrevia nel tempo, il tutto nel fram­mento. Anche la realtà di Dio ora sa di pane. Il Creatore non plasma più l’uomo con pol­vere dal suolo, dall’esterno, ma si fa lui stesso polvere plasmata. Geremia, che applica a Dio l’immagine del va­saio che «continuamente riprende in mano la sua argilla e non la butta via se un vaso riesce male, ma la lavora di nuovo» (Ger 18,3-4), di­rebbe che il vasaio si è fatto non soltanto anfora, vaso fragile e bellissimo, ma che si è fatto creta, polvere del suolo, di questo suolo, di questa terra. « Il Verbo si è fatto carne» (Gv 1,14), è scrit­to. Non solo si è fatto quel bambino; non solo si è fatto quell’uomo; ma si è fat­to carne universale. Anzi nella suggestione del testo greco i due termini sono vicini, non separa­ti da altre espressioni: ho Logos sarx egheneto, la Parola carne divenne. Da allora la vicinanza è assoluta, c’è un frammento di Logos in ogni carne, c’è qualcosa di Dio in ogni uomo, ci sono un po’ di santità e molta luce in ogni vita.  L’incarnazione non è finita, Dio «accade» an­cora nella carne della vita, accade nella concre­tezza dei miei gesti, abita i miei occhi perché sap­piano guardare con bontà e con profondità. Abita le mie parole perché abbiano luce. Abita le mie mani perché si aprano a dare pa­ce, ad asciugare lacrime, a spezzare ingiustizie. E se tu devi piangere, anche lui imparerà a piangere; e se tu devi morire, anche lui conoscerà la morte. Umiltà è la parola rivoluzionaria del Natale. Luce custodita in un guscio d’argilla. La strada più breve e più diritta tra l’uomo e Dio è la carne di Gesù, ora in braccio alla madre, un giorno in braccio alla croce. “Cammina attraverso l’uomo e raggiungerai Dio” (Sant’Agostino). Giungere a Dio amando l’umanità di Gesù, ora bambino in braccio a sua madre e poi uomo delle strade e amico di pubblicani, i suoi anni nascosti e i suoi gesti pubblici, le sue mani sui malati e i suoi occhi negli occhi dei re, i suoi piedi e la polvere delle strade di Palestina, e poi il nardo che scende, e poi il sangue che cola. E infine il suo corpo assente. La Chiesa nasce da un corpo assente. È la strada dei Magi. Noi, cercatori come loro della carne di Dio, dobbiamo cercarla là dove abita»[2]

Vederti splender negli occhi di un bimbo
e poi incontrarti nell’ultimo povero;
vederti piangere le lacrime nostre,
oppure sorridere come nessuno.
(P. David Maria Turoldo)


[1] Enzo Bianchi, La stampa 24 dicembre 2011
[2] Ermes Ronchi, Le case di Maria, Paoline.




17 dicembre 2023. Avvento domenica 3a
IL MERAVIGLIATO

3a DOMENICA DI AVVENTO

 Preghiamo. O Dio, Padre degli umili e dei poveri, che chiami tutti gli uomini a condividere la pace e la gioia del tuo regno, mostraci la tua benevolenza e donaci un cuore puro e generoso, per preparare la via al Salvatore che viene. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Dal libro del profeta Isaìa 61,1-2.10-11
Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore. Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio, perché mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli. Poiché, come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suoi semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia e la lode davanti a tutte le genti.
Luca 1. La mia anima esulta nel mio Dio.
L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono.
Ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 5,16-24
Fratelli, siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie. Vagliate ogni cosa e tenete ciò che è buono. Astenetevi da ogni specie di male. Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!
Dal Vangelo secondo Giovanni 1,6-8.19-28
Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».  Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».  Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

IL MERAVIGLIATODon Augusto Fontana

 Io gioisco pienamente nel Signore, la mia anima esulta nel mio Dio… Un’antica tradizione francese provenzale pone in ogni presepe, tra le statuine, quel personaggio che si chiama il meravigliato: egli non fa altro che allargare le braccia e spalancare gli occhioni su quel bambino. Arriva davanti a Gesù con le mani vuote e, si dice, che gli altri lo rimproverano, ma Maria gli dice: «Non ascoltarli. Tu sei stato messo sulla terra per meravigliarti. Il mondo sarà meraviglioso, finché ci saranno persone come te, capaci di meravigliarsi».

Il meravigliato mi provoca a chiedermi se sono disposto a lasciarmi contagiare dalla gioia che sembrerebbe essere la nota caratteristica di questa terza tappa dell’Avvento. Non è una domanda retorica e la risposta non è per niente scontata, soprattutto in questa liturgia che ci invita a togliere la maschera che abbiamo messo sul Natale per vederne, se possibile, il suo vero volto. Senza piagnistei. Innanzitutto perché, come diceva Nietzsche, a vedere le facce dei cristiani quando escono dalla Messa, non sembrerebbe che ci sia stata alcuna buona notizia e che Qualcuno abbia cambiato le loro vite. I profughi che stanno vagando, come uno sciame d’api impazzite, alla ricerca di rifugio e cibo sono 35 milioni; inoltre la crisi pandemica ha messo sul lastrico anche molte famiglie dei paesi industrializzati e si calcola che i disoccupati mondiali siano 200 milioni e dietro ciascuno c’è una famiglia. Vista, da questo versante, la storia contemporanea non ci offre esuberanti motivi di gioia.  Ma nelle pieghe di queste piaghe intravedo laici volontari, onlus italiane (360.000 al 31 dicembre 2020), medici e infermieri, missionari e suore correre, soccorrere, rischiare, restare. E tutto nell’apatia o nella paralisi per non sapere che fare, nella chiacchiera solenne di proclamazione dei Diritti dell’uomo a cui non fa seguito alcuna politica efficace e alcuna personale pratica messianica.
Di chi e di cosa meravigliarsi in questa liturgia?  Dove il Signore “ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote”? Chi fra noi sente la coscienza personale di essere “consacrato” per essere voce di una Parola, sandalo di un Messia, dito di una direzione?
Il Canto del liberatore e dei suoi liberati.
In questi tempi barbari, a qualcuno di noi verrebbe voglia, alla lettura dei versetti biblici di Isaia 61, di accantonarli come poesia evasiva o ingenua illusione. Qualche altro potrebbe, invece pensare che essi siano stati composti in un momento in cui c’era il vento in poppa e tutto lasciava intravedere un futuro felice. Le cose in realtà non stavano così. Come abbiamo detto domenica scorsa, l’anonimo profeta (appartenente alla “scuola” di Isaia) scrive queste righe mentre si trova coinvolto in un contesto si estrema depressione fra gli esiliati a Babilonia o fra i rientrati a Gerusalemme. Scopre di essere pieno di gioia, anche dentro questo “paesaggio” desolato. Da dove viene a lui questa speranza e fiducia? Non certo dalla sua faciloneria, incoscienza o carattere ottimista né, tanto meno, dall’estraneità al dolore del suo popolo. Nulla forse può spiegarcelo meglio delle stesse parole del profeta:  «lo spirito del Signore mi ha investito (unto) e mi spinge». E così anziché incrociare le braccia, piangersi addosso, pensare solo a sè o recitare la parte del gufo tra le macerie, il nostro profeta si mette in azione. Egli cerca di riaprire dei solchi là dove la terra sembra essersi chiusa nell’aridità.
Dio in ritardo.
Le premesse e le promesse ci sono. Ma ritardano.  Dio tarda! E’ Parola di Dio che “Dio tarda”: «Dio, tu ci hai respinti, ci hai dispersi; ti sei sdegnato: ritorna a noi» (Salmo 59,3).  Non è una bestemmia. Dio è ben lontano dalla logica del “tutto e subito”. Ma in realtà come si fa a benedire Dio che sembra non ascoltare mai le preghiere o benedire gli sconfitti, coloro che lottano per un pezzo di patria o per un letto o per un pezzo di pane?
Io non so più benedire lo scandalo della Croce su cui Dio resta inchiodato alla sorte di coloro che vediamo perdenti. Dio tarda, Dio è sempre in ritardo ed è Lui stesso a dircelo: «Il regno dei cieli è simile a dieci vergini… Poiché lo sposo tardava si assopirono tutte..» (Mt 25, lss)….Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli… Ma se quel servo dicesse in cuor suo: “il padrone tarda a venire ” e cominciasse a percuotere i servi e le serve… il padrone arriverà nel giorno che meno se lo aspetta e in un’ora che non sa» (Lc 12,22ss).
“Signore che tardi”, non tardare, vieni presto in nostro aiuto. Signore, senti come gridano i secoli? Non solo il grido di Sodoma e Gomorra sale come il grido della colpa dell’uomo ma sale anche il grido dei “feriti”, trafitti dal Tuo costante ritardo. Tu che dici “chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto, domandate e riceverete”, tu tardi nel dare, nell’aprire, nel donare, Tu che dici di fare giustizia prontamente[1], guarda quanti supplicano e restano travolti dal dolore e Tu, Signore, sei in ritardo e in silenzio.  “Dio che tardi”, dove sei tra milioni di grida che si spengono mentre Tu tardi? Siamo percossi e percuotenti, giudici iniqui e vedove importune, siamo vergini stolte e vergini sagge, siamo grida di fronte al tuo silenzio. Vieni non tardare perché muore la fedeltà a Te e alla tua Parola.  Allarghiamo le narici per riempirle al profumo dell’incenso, ma serriamo il naso all’odore dell’uomo “ferito”, non riempiamo la nostra anima di lui perché non è incenso ma piaga.  E tu ritardi e in noi cresce la confusione. Consacriamo frammenti del Tuo Pane ma abbiamo anche banche per tenere in disparte briciole di pane rubate ai poveri.  Dove sei “Signore che tardi”?

Dio tarda e tarda mentre percorriamo vie che a volte sembrano allontanarci da Lui e tarda e tace ma affonda nella terra le nostre radici e, per percorsi a noi sconosciuti, conduce alla salvezza: «Poiché, come la terra produce i suoi germogli e come un giardino fa germogliare i suoi semi, così il Signore Dio farà germogliare la giustizia».
Tu chi sei?[2]
Giovanni è il testimone, il “meravigliato”. Uno che ha visto, ricorda e racconta come testimone di un fatto. Subisce una domanda incalzante che l’evangelista mette in bocca all’accusa, in questo solenne processo verso Giovanni e tra poco verso Gesù stesso. Di fatto il «Chi sei?» non è una domanda per dialogare, ma un interrogatorio per accusare. L’interrogatorio scivola lentamente da Giovanni a Gesù, alla chiesa, a me, a te: «Chi sei?…Che cosa dici di te stesso?».
La testimonianza di Giovanni inizia con 3 «no» o negazioni: «Io non sono». Per l’evangelista solo Gesù potrà usare il Nome di Dio: «IO-SONO». L’evangelista è così attento a questo particolare che quando Giovanni si autodefinisce «VOCE», l’evangelista gli cancella dalla bocca il verbo “sono”; il testo greco suona infatti così: «Io, voce (egô fônê) ». Il testimone, la chiesa, io e te ci possiamo definire solo come “eccentrici”, cioè fuori dal centro o, se vuoi, centrati su un altro. Geograficamente la zona d’azione di Giovanni è «al di là del Giordano», cioè ancora al di là del confine della Terra Promessa. La chiesa, io e te, operiamo sulla soglia, nella vigilia, nei pressi; ma chi conduce la gente alla Terra Promessa sarà poi Gesù, quando si deciderà a passare il Giordano e a traghettarci con lui. L’identità di Giovanni è fatta di voce che veicola la Parola: «Bisogna che egli cresca e che io diminuisca» (Gv 3,13).  Ma Giovanni si identifica anche con la voce del Libro della Consolazione di Isaia, che si rivolgeva ai deportati per incoraggiarli a un nuovo esodo, questa volta per ritornare. Viene definito «un uomo», un uomo-fratello. Gli costerà caro. I profeti soffrono di una “malattia professionale”: la decapitazione. Era  – ed è sotto altra forma – l’unico interruttore capace di spegnere voci scomode. Il rapporto tra profezia e Istituzioni è – e sarà – sempre critico.

Mi fermo qui. In questa terza domenica di avvento incalzano due domande. Una a Dio: «Dove sei, Signore, che ritardi di fronte alle promesse che hai fatto ai poveri della terra?». E una domanda inquisitoria giunge a me dal grido della terra e dal sussurro del cielo: «E tu chi sei, di fronte al popolo devastato che ha sete di un Messia vero che lo liberi dalle profonde piaghe del suo esilio?».
Chi fra noi sente la coscienza personale di essere “consacrato” per essere voce di una Parola, dito di una direzione, sandalo di un Messia?


[1] Luca 18:7-8 «E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui, e li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».
[2] Elaborazione da S. Fausti, UNA COMUNITA’ LEGGE IL VANGELO DI GIOVANNI Vol. 1, Ed. EDB.




10 dicembre 2023. Avvento Domenica 2a
IL CANTO DEL GALLO PROFETA

Seconda domenica di Avvento 2023
 Preghiamo. O Dio, Padre di ogni consolazione, che agli uomini pellegrini nel tempo hai promesso terra e cieli nuovi, parla oggi al cuore del tuo popolo, perché in purezza di fede e santità di vita possa camminare verso il giorno in cui manifesterai pienamente la gloria del tuo nome.  Per Gesù Cristo nostro Signore. AMEN.
Dal libro del profeta Isaìa 40,1-5.9-11
«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio –. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».
Salmo 84.  Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza.
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme, perché la sua gloria abiti la nostra terra.
Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo.
Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino.
Dalla seconda lettera di san Pietro apostolo 3,8-14
Una cosa non dovete perdere di vista, carissimi: davanti al Signore un solo giorno è come mille anni e mille anni come un solo giorno. Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi, perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi.  Il giorno del Signore verrà come un ladro; allora i cieli spariranno in un grande boato, gli elementi, consumati dal calore, si dissolveranno e la terra, con tutte le sue opere, sarà distrutta.  Dato che tutte queste cose dovranno finire in questo modo, quale deve essere la vostra vita nella santità della condotta e nelle preghiere, mentre aspettate e affrettate la venuta del giorno di Dio, nel quale i cieli in fiamme si dissolveranno e gli elementi incendiati fonderanno! Noi infatti, secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia.  Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia.
Dal Vangelo secondo Marco 1,1-8
Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa: «Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via.  Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri», vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.  Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.  Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».

Il canto del gallo profeta. Don Augusto Fontana

Non amo una chiesa lagnosa che piange sul proprio ombelico purulento né quella che gufa su problemi e moralizza su disgrazie, tuona da pulpiti su cuori già devastati e gambe infiacchite e piedi sanguinanti. Preferisco i profeti che danno il buongiorno all’aurora , anche se, come il gallo di Pietro, mi ricordano il mio tradimento notturno. Tento di osare l’Avvento, come posso. Perché l’Avvento è il mio gallo mattutino. Che infastidisce i miei sogni delusi, ma mi apre il giorno: Ecco mando davanti a te il mio messaggero, voce di uno che grida nel deserto.
A volte i profeti hanno la voce monotona del gufo che annuncia sventure . Fanno il loro compito pure così. E incutono inquietudine. Ma anche di inquietudine vive l’uomo. Ne abbiamo bisogno dentro le nostre quiete abitudini che nutrono cancri silenti e che, prima o poi, diventeranno metastasi invasive. Dacci oggi, Signore, la tua inquietudine quotidiana.
In questa domenica, però, il registro dell’Avvento cambia: tace il bubulo del gufo e risuona il chicchirìcchio di un  gallo, anzi di tre: quello del profeta (Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta), quello di Giovanni il Battezzatore (Viene dopo di me colui che è più forte di me), quello dell’evangelista Marco (Inizio della bellissima notizia: Gesù Cristo).
Il gallo Isaia.
Un discepolo di Isaia, scrive all’indomani del rientro in patria degli esiliati, concesso dal pagano Ciro nel 439 a.C. Ritornati da Babilonia con la speranza di ritrovare una terra accogliente, si sentono raggelare il cuore (Parlate al cuore di Gerusalemme). Serpeggia scoraggiamento, smarrimento, abulia. Non solo bisognerà ricostruire la città e il Tempio, ma occorrerà imparare a convivere con altre popolazioni diventate nel frattempo proprietarie di terreni e case, prendendo atto di essere più un “resto” che un popolo. E il disimpegno e l’indifferenza sembrano una delega a Dio. Il profeta osserva, ascolta, prega. A differenza dei ciarlatani che usano parole ora arroganti ora accattivanti per nascondere i loro progetti disonesti o conflitti di interesse, il profeta vuole capire che cosa gli ispira la sua fiducia in Dio: «Ogni uomo è come l’erba e tutta la sua gloria è come un fiore del campo. Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura sempre» (Is. 40,7-8; versetti omessi dalla liturgia odierna).
Mi pare di intravedere nel testo tre scenari.
Prima scena: Parlate al cuore di Gerusalemme. Il primo scenario è costituito da una geografia del cuore, nascosta nel segreto delle vite di ciascuno, un’orografia  di monti, colline, sentieri, ruderi, abissi. Se rientriamo in noi stessi per visitare questa geografia del cuore vi troviamo i nostri dissapori, le nostre illusioni crollate di schianto o implose su se stesse come un budino che lentamente si affloscia. Dunque accolgo questo primo invito di Avvento: il Signore vuole visitare prima di tutto lo scenario del cuore con tre iniezioni di fiducia che hanno tre tonalità (materna, sponsale, profetica): consolate…parlate al cuore…gridate. Una sinfonia di voci in crescendo (un sussurro, una parola, un grido) per dire una cosa alle nostre viscere (i nostri due cuori, quello buono e quello maligno): «la tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata». Anche per Dio c’è «un tempo per demolire e un tempo per costruire… un tempo per stracciare e un tempo per cucire, un tempo per tacere e un tempo per parlare» (Qoelet 3,3.7). L’Avvento è il Suo tempo per costruire…cucire…parlare.
Seconda scena: Nel deserto preparate la via al Signore. Deserto, steppa, strade, valli, monti, colli. Storicamente fu proprio così: i deportati schiavizzati furono costretti a costruire strade per un popolo straniero ed oppressore; e mentre costruivano piangevano. Senza sapere che su quelle stesse strade i loro passi avrebbero trovato l’accogliente via del ritorno. Mio padre, reduce dalla campagna di Russia, mi raccontava esattamente che li avevano obbligati a costruire linee ferroviarie russe; le stesse su cui una sbuffante tradotta li avrebbe rimpatriati, malconci, ma liberi. : «Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni»  (Salmo 125,6). Non basta dunque aver sospirato la liberazione. Non basta nem­meno riconoscere che la salvezza è un dono di Dio. Il vero dono che Dio fa al popolo è di chiamarlo a costruire il suo regno, con fati­ca, impegnando tutta la vita.  La pioggia che Dio manda dal cielo (Salmo 84, 9-14) fa germogliare soltanto le sementi che l’uomo ha messo nella terra con grande fatica (vv 12-13). La tentazione costante dell’uomo sembra essere duplice: o voler sostituirsi a Dio o pretendere che Dio sostituisca l’uomo.  Il cristiano che ha veramente fede, scrive Pietro nella seconda Lettura, partecipa della pazienza operosa di Dio. Dio non ha dato il Suo “Regno” chiavi-in-mano, ma ce lo dona progressivamente a misura della nostra accoglienza e collaborazione. Anche se tracciare una strada nel deserto è impresa impossibile. Come pare impossibile tracciare un ascolto della Parola in mezzo alla desertificazione compiuta dai consumi estremi e dall’attivismo pre-natalizio. La Regola dei monaci esseni di Qumran (VIII,13-16) diceva appunto che questa Via era lo studio della Torà data a Mosè.
Terza scena. Liete notizie da una messaggera (in ebr. al femminile: mebaseret). Lo scenario si sposta su un monte, ma punta verso la città a cui (nel testo ebraico) viene affidato il compito di diventare “messaggera” di speranza a villaggi, città e deserti circostanti. Riascoltiamo un’altra profezia (Is. 62, 1-3): «Per amore tuo, Gerusalemme, non tacerò finché non sarai liberata e non risplenderai come luce. Per amore tuo, Sion, non mi darò pace finché non sarai salvata e non brillerai come una fiaccola accesa. Nelle mani del Signore diventerai una corona splendida, un diadema regale. Il tuo nome non sarà più “Città abbandonata”, il tuo paese non si chiamerà più “Terra desolata”. Invece il tuo nome sarà “Gioia del Signore” e la tua terra si chiamerà “Sposa felice”. Infatti sarai veramente la delizia del Signore, e la tua terra avrà in lui uno sposo. Come un giovane sposa una ragazza, così il tuo creatore sposerà te. Come l’uomo gioisce per la sua sposa, così il tuo Dio esulterà per te». La storia della salvezza allora non solo non è estranea alla città, ma a lei viene affidata la missione di esserne la messaggera. Pare che la storia di Dio interseca di volta in volta giardino, deserto e città.
Il gallo Johannah.
Giovanni (Johannah) era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. Come dire che la “voce” si rende parola nella vita. Ciò che manca a me, e forse anche a te, non è la voce, ma la mimica, quella opzione di vita che ci renderebbe credibile. Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. Noi siamo risvegliati da gente che canta all’aurora con il chicchirìcchio delle proprie scelte coerenti. Nella tradizione giudaica, Elia era atteso come il profeta della vigilia del Messia. Elia era conosciuto come “uomo peloso che portava una cintura di cuoio attorno ai fianchi” (2 Re 1,8). Marco mette in scena Giovanni abbigliato come Elia (Mc 9,11-13). Negli anni 70, epoca in cui Marco scrive, molta gente pensava che Giovanni Battista fosse il messia (cf. At 19,1-3). Per aiutarli a discernere Marco riporta le parole di Giovanni stesso: Dopo di me viene colui che è più forte di me e di cui non sono degno di sciogliere i sandali. Io ho battezzato con acqua. Lui battezzerà con lo Spirito Santo. Oggi, in termini sportivi, si direbbe: «Palla al centro!». Non è male che il gallo Johannah ci richiami che la partita inizia davvero quando Gesù viene messo al centro. L’avvento è anche questo.
Il gallo Marco.
Inizio della bellissima notizia (Eu-anghelion Jesou): Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Inizio, principio: Marco intende dire che quel vangelo che lui narra è tutto e solo un principio rimasto inconcluso; la sua conclusione dipende dai discepoli e dai lettori. Il lettore rimane invischiato, coinvolto dal racconto che narra solo il principio o l’inizio e resta per sempre in-concluso se i discepoli non congiungono l’Ieri di Gesù con il loro Oggi: la resistenza di etnie oppresse alla ricerca di dignità; il risveglio della coscienza verso nuove dimensioni della vita; la nuova sensibilità ecologica; la consapevolezza della cittadinanza che cerca nuove forme di democrazia e partecipazione;  la ricerca crescente di nuove relazioni di tenerezza, di rispetto reciproco tra le persone; l’aumento dell’indignazione della gente per la corruzione e la violenza; una voglia di Parola di Dio che si estende lentamente tra la gente, insieme ad una voglia di Eucaristie veramente celebrate dove non prevalga il rubricismo e la nenia monotona, ma «cose nuove e cose antiche».
Andare nel deserto è romper­la con le complicità. Solo allora abbiamo parole che hanno una risonanza morale degna delle coscienze tenta­te di scoraggiamento. E siccome un compito cristiano è sempre quello della consolazione, credo che la buona notizia che dobbiamo annuncia­re anche noi, è l’inizio del Vangelo di Marco: la speranza di un mondo diverso che noi chiamiamo Regno di Dio-Gesù Cristo.




3 dicembre 2023. Avvento Domenica 1a
Al di là della noia: se tu squarciassi il cielo!

Avvento Prima domenica 2023

Preghiamo. O Dio, nostro Padre, nella tua fedeltà che mai vien meno, ricordati di noi, opera delle tue mani, e donaci l’aiuto della tua grazia, perché attendiamo vigilanti con amore irreprensibile la gloriosa venuta del nostro redentore, Gesù Cristo tuo Figlio.
Dal libro del profeta Isaìa 63,16-17.19; 64,2-7
 Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te  sussulterebbero i monti. Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti. Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te,  abbia fatto tanto per chi confida in lui. Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità. Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani.
Salmo 79.  Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Tu, pastore d’Israele, ascolta, seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci.
Dio dell’universo, ritorna! Guarda dal cielo e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Sia la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 1,3-9
Fratelli, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo! Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza.  La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!
Dal Vangelo secondo Marco 13,33-37
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:  «Tenete gli occhi aperti {blepete}, state svegli {agrupneite}, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare (gregoré). Vegliate {grêgoreite}  dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate! {grêgoreite}».

AL DI LA’ DELLA NOIA: SE TU SQUARCIASSI IL CIELO! D.Augusto Fontana

 Io vi vengo incontro, ma voi vigilate!
Oggi c’è chi nutre ancora attese significative di giustizia e santità ma, a causa della dilazione e dei ritardi, rischia di entrare nella massa di chi non attende più nulla. E mi scopro fra questi. Ci occorre un supplemento di pazienza attiva, di resistenza. C’è un’inquietudine della coscienza che è indizio di sensibilità, di vita, di fede. Con lo scrittore francese Julien Green potremmo dire “Quando si è inquieti si può stare tranquilli”. Non nutriamo più alcuna attesa significativa, soprattutto noi vecchi. Abbiamo gli occhi disillusi rivolti in basso. Ma ce n’è anche per i più giovani: benessere, distrazioni, banalità e superficialità sono come una rete che imprigionano il cervello. L’evangelista Matteo scriveva: “In quei giorni gli uomini mangiavano e bevevano, si sposavano, fino a quando Noè entrò nell’arca e non si accorsero di nulla finchè venne il diluvio e inghiottì tutti” (Mt. 24, 38-39). Serve un supplemento di fame e sete, di orizzonti più vasti, di utopie.
Oggi c’è chi è soddisfatto della propria posizione religiosa e si è assestato con gli occhi rivolti indietro o dentro. Non sospettano che Dio possa essere diverso nè che possa chiedere altro, oltre quello che loro sanno dare. I tempi di Avvento e Natale pronunciano le parole dell’attesa, del compimento, dell’incontro, dell’intimità e della festa.
Tempi, questi che viviamo, di immonde stupidità politiche. Siamo annoiati dalla rapidità malsana con cui gli eventi si clonano di padre in figlio, di generazione in generazione. Capita a tutti di essere colpiti dalla noia. La nostra vita è ripetitiva in pensieri, parole, opere e omissioni. Accade così che davanti a questa monotonia storica e quotidiana noi ci annoiamo, ci sentiamo estranei e lontani; o restiamo sempre in attesa di una qualche novità, di un qualche evento straordinario che ci risvegli dal torpore della noia, ridonandoci gioia e speranza. Noia del luogo in cui ci troviamo, delle opere in cui siamo coinvolti e, addirittura, delle persone che ci stanno intorno: un inutile vagare, un continuo dormiveglia.
E ormai lontana la chiusura del Concilio Vaticano II in quel 8 dicembre del 1965 per riuscire a risvegliare la voglia di tastare il viso alla chiesa cercando di scorgervi la nascita di un sorrisoDagli anni ’60 la chiesa guardò a se stessa e si vide vecchia e atrofizzata. E Giovanni XXIII, un santo sognatore, convocò un Concilio Ecumenico. “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, soprattutto dei poveri e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, E nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Gaudium et Spes, 1ss).
Parole dei padri conciliari, che ancora oggi costituiscono l’acceleratore per una chiesa che è tornata ad essere conservatrice e a svernare in letargo. Il Concilio ha cessato di essere una notizia. Guardando oggi di nuovo a noi-chiesa ci chiediamo: siamo tornati indietro? Anche il laicato cristiano  è simile a quei bambini che, iniziando a camminare, hanno paura se cadono e riprendono nuovamente a desiderare le antiche sicurezze di box deresponsabilizzanti e protettivi, di fibbie reggenti devozionali e guinzagli clericali moderatamente contenitivi. Un ampio settore dei responsabili ecclesiastici preferisce il freno all’acceleratore, il sospetto nei confronti dell’uomo piuttosto che la fiducia in lui, il potere più che il servizio, la difesa della sua struttura più che la lotta per la causa dei poveri. Non tutta la chiesa, grazie a Dio. Perché ci sono settori di noi-chiesa che guardano meno alla struttura e più a Gesù, più a quelli di sotto e meno a quelli di sopra. E’, senza dubbio, il frutto di quel Concilio che, gli uni e gli altri, potremmo spegnere. Questa noi-chiesa fiorisce ovunque nei piccoli gruppi o comunità, nella periferia delle grandi città, nei quartieri, nelle associazioni popolari, dentro e fuori i nostri limiti geografici; fa causa comune con i poveri che anelano al ritorno del Signore che “andò all’estero, lasciò la sua casa, l’affidò ai suoi servi affidando a ciascuno il suo compito, e al portinaio comandò “stai vigile”. E raccomandò: “state vigili, perché non sapete quando giungerà il padrone di casa, se a sera, a mezzanotte, al canto del gallo o all’alba, che non giunga all’improvviso e vi trovi addormentati”.
Dal libro della Parola.
L’Avvento di quest’anno si apre con un brano di Isaia e uno di Marco che descrivono due movimenti:

  1. C’è una venuta, un ritorno, un viaggio del Signore verso l’uomo. E’ descritto come evento sospirato “Se tu squarciassi i cieli e discendessi!”. Con Gesù, Dio ha ribadito la sua rottura dallo splendido isolamento e “ha squarciato i cieli”, “è disceso”, è “andato incontro a quanti si ricordano delle sue vie”. La rottura dell’imene segna l’interruzione fisica della verginità femminile. L’imene della trascendenza di Dio, con Gesù si è lacerata, squarciata. Dio non è più vergine.
  2. Ma la parabola di Marco dipinge il secondo movimento, quello umano. Tre imperativi scandiscono le tre parti del brano di oggi: “State attenti, vegliate, vigilate” (blepô, agrupneô, gregoreô). Anche il testo di Isaia sottolinea l’esigenza di questa reazione umana davanti alla venuta del Signore: “Non vagheremo più lontano dalle tue vie, praticheremo la giustizia, ci ricorderemo delle tue vie e riconosceremo che siamo stati ribelli e abbiamo peccato contro di te”.

Il verbo greco usato da Marco è gregorein (vegliare) che è molto vicino all’altro usato per la Risurrezione (egheirein= svegliarsi, alzarsi in piedi). Ambedue descrivono l’esigenza di uscire dalle nebbie e dall’immobilità. Per meglio illustrare il suo pensiero Marco cita la parabola del portiere notturno. Secondo l’uso romano la notte è divisa in 4 veglie o vigilie: sera, mezzanotte, canto del gallo, alba. Molto sapientemente Marco stesso fa riferimento a 4 precisi eventi di Gesù e della Chiesa:

  1. la sera del tradimento di Giuda (Mc.14, 17)
  2. la notte del processo e della condanna (Mc. 14,64)
  3. l’ora del canto del gallo e del tradimento di Pietro (Mc. 14,72)
  4. il mattino in cui Gesù viene consegnato a Pilato per essere crocifisso ( Mc.15, 1).

Dunque Gesù può tornare:

  1. alla sera quando il discepolo tradisce Gesù o è tradito dai suoi familiari, colleghi, amici, confratelli.
  2. nel cuore della notte quando il discepolo condanna Dio o viene condannato e ingiustamente accusato.
  3. al canto del gallo quando Gesù viene rinnegato o il discepolo non viene riconosciuto tale dagli altri o gli viene negata dignità.
  4. al mattino quando è o sarà l’ora della morte.

Ecco perchè nel tempo dell’uomo (Kronos) scorre il tempo di Dio (Kairos). Ecco allora il richiamo alla vigilanza, non come incubo che Dio venga a guardare nel nostro fogliame ed esigere i frutti, ma come tempo dell’incontro descritto dal Cantico: «Io dormo, ma il mio cure veglia. Un rumore! E’ il mio amato che bussa: “Aprimi sorella mia, mia amica, mia colomba, mia perfetta”» (Cantico 5,2).
Ecco il richiamo alla vigilanza per evitare, come dice Marco poche righe più avanti, di addormentarci come i discepoli nel Getsemani nel torpore, nella indifferenza, nella atarassia. Vegliare significa attrezzarsi per un lungo periodo, essere uomini del presente con lo sguardo rivolto al futuro o al profondo. Forse per questo finalmente ho trovato gente che attende, e l’ho trovata tra i fetenti delle carceri, uomini dalla furbizia acuta e incontenibile, insonne a cercare pretesti per uscire, occasioni per evadere, consensi per ottenere sconti; grandi narratori per chiarire i casini degli azzeccagarbugli e per confondere leggi disumane e prevaricanti. In carcere si dorme, ma sognando. Anche qualche ergastolano mi diceva: «Quando uscirò verrò a prendere un caffè da te». Così mi piace, questa umanità insonne, irrequieta, vispa, rumorosa, lagnosa, scontenta, immobilizzata da condanne ma ondeggiata dal vento di piccole e grandi speranze.
Quando Gesù andò all’estero (morte e resurrezione), la casa – comunità – chiesa, lasciata nelle mani di Pietro e dei suoi, non fu vigile. In quel primo rendimento di conti, che fu la passione di Gesù, tutti dormirono: Giuda lo consegnò, il senato giudaico lo condannò, Pietro lo rinnegò, Pilato, il senato e il popolo giudaico lo misero a morte. Tutti dormirono non riconoscendo in quel Gesù povero, spogliato, fallito e umiliato il “Figlio dell’Uomo”, piccolo dattero dolce per il nutrimento, pozzo da cui attingere.
Proprio qui, in questo sentimento di dormiveglia intossicata, nasce l’invocazione che caratterizza l’Avvento, quell’invocazione accorata che leggiamo nel profeta Isaia: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!». Come sarebbe bello se ci accorgessimo che qualcosa di davvero nuovo sta accadendo nella nostra vita; se finalmente ci si accorgesse che Qualcuno rompe la monotonia dei giorni che passano; se fosse definitivamente bandito il torpore della noia che ci sfianca e che non ci fa accorgere che dolci datteri sono alla portata e una polla d’acqua fresca lì alla portata non è miraggio illusorio ma realtà da bere. Come sarebbe bello se il tempo riacquistasse senso e pienezza, se il lavoro ritrovasse fantasia e serenità, se riscoprissimo gli altri come fratelli da godere. Quindi Avvento è celebrazione dell’attesa escatologica, della speranza espressa dalla preghiera ardente delle prime comunità cristiane: “Vieni, o Signore Gesù! Maràna thà!” a cui egli risponde: «Sì, vengo presto!Amen» (cf. Apocalisse 22,20; 1Corinti 16,22).
Per gli ebrei che hanno familiarità con le Sante Scritture e con la tradizione rabbinica, il tema del silenzio, della lontananza e del nascondimento di Dio è ricorrente. Ne troviamo traccia in molti salmi e in vari brani dei profeti; in Isaia abbiamo quasi una definizione del Dio d’Israele che punta proprio su questo aspetto: “Veramente tu sei un Dio nascosto” (45,15); così nel salmo 10,1: “Perché Signore, stai lontano e nel tempo dell’angoscia ti nascondi?” Anche la prima lettura di questa domenica vi fa riferimento: “perché Signore ci lasci vagare lontano dalle tue vie? … ritorna, per amore dei tuoi servi… Se tu squarciassi i cieli e scendessi! (Is 63,17-19); tu hai nascosto da noi il tuo volto” (64,6).
I cieli appaiono chiusi e Dio sembra restare lassù in alto, irraggiungibile, anche per tanti uomini e donne del nostro tempo che si sentono abbandonati, che sono preda dell’ingiustizia, della miseria, vittime della guerra e delle malattie. Il credente sa da dove viene il male: “Abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli, siamo tutti rinsecchiti come le foglie d’autunno, i nostri peccati ci hanno portato via come il vento che fa volare le foglie…Siamo come un pannolino di una donna mestruata”. Ecco la causa del male, il motivo della lontananza di Dio, la causa del suo silenzio: “Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si riscuoteva per stringersi a te: tu avevi nascosto il tuo volto”. Questa consapevolezza toglie all’uomo ogni possibilità di accampare diritti davanti a Dio; i credenti non possono dire: “siamo stati buoni, così devi ricompensarci, devi esaudirci, perché lo meritiamo…”.
Eppure il vero credente non smette di porre tutta la sua fiducia in Dio, non si lascia paralizzare dal peccato, e osa dire: “ma tu sei nostro padre! Noi siamo argilla… in fondo restiamo pur sempre opera delle tue mani…” (cf. Isaia 63,16; 64,7), “tu sei e resti colui che ci ha generato e ci tiene in vita!” Dio non è l’avversario pronto a coglierci in fallo, ma il Padre che ascolta e perdona. Ecco perché si può avere la sfrontatezza di ricorrere a lui anche quando si è stati e si è ancora infedeli… Perché “Egli è fedele e ci confermerà irreprensibili fino alla fine” (2a lettura).




26 novembre 2023. FESTA PASQUALE di GESU’ PASTORE.

Preghiamo. O Padre, che hai costituito il tuo Figlio pastore e re dell’universo, donaci di riconoscerlo nel più piccolo dei fratelli, perché, quando egli verrà nella gloria ci accolga nel suo regno di risurrezione e di vita. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro del profeta Ezechièle 34,11-12.15-17
Così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni oscuri. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia. A te, mio gregge, così dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri.
Salmo 22. Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare.  Ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15,20-26.28
Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.  Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza.  È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte. E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.
Dal Vangelo secondo Matteo 25,31-46
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

IL SIGNORE E’ QUESTO CROCIFISSO. Don Augusto Fontana

 Senza re, regine, cavalli e fanti.
L’ultima domenica dell’Anno liturgico ha tutte le connotazioni della festa di Pasqua. La festa celebra in sintesi tutto il mistero di Cristo nel tempo: «Cristo ieri, oggi e sempre; a lui gloria e potenza nei secoli in eterno[1]». La festa fu istituita da Pio XI nel 1925 per reagire al laicismo: se Cristo è Re, vuol dire che la chiesa è Regina! Ciò è avvenuto sia in epoche di clericalismo e sia in epoca laicista quando la Chiesa rivendicò leadership per il traino di legislazioni a favore delle proprie strutture e per la salvaguardia di valori ritenuti irrinunciabili. E’ anche vero che con il franare del regime di cristianità, la società rischia di mettere in crisi una giusta concezione della regalità di Cristo relegandola al puro ambito dello spirito e delle sacrestie; ma ciò non giustifica nostalgie bigotte ed integraliste. Semmai spinge i cristiani ad inventare nuove forme dolci e convincenti di presenza nella convivenza sociale evitando forme di massoneria o di lobbysmo cattolico.
Scrive Olivier Clément in IL POTERE CROCIFISSO:  «A poco a poco capiremo che il cristianesimo non è un’ideologia che aspira ad essere imposta con la forza dello Stato. I mezzi del potere sono estranei al cristianesimo che sarà sempre più un fermento, una luce, una profezia, un esempio che non impone nulla e si presenta nell’umiltà»[2].
Le ragioni del Concilio Vaticano II.
Mi sia lecito richiamare, in sommarie citazioni, il nuovo approccio indicato dal Concilio Vaticano II°.
Cristo è Re per creare un popolo regale libero da ogni schiavizzazione dell’uomo, per favorire ed accogliere le risorse, le consuetudini e le ricchezze dei popoli purificandole, consolidandole ed elevandole (Costituzione dogmatica “Lumen gentium” n.13).
In particolare i battezzati, partecipi della regalità di Cristo, devono operare per la promozione della persona umana, per animare di spirito evangelico le realtà umane e dare così testimonianza che il Cristo re è salvatore di tutti gli uomini e di tutto l’uomo (Decreto sull’apostolato dei laici “Apostolicam actuositatem” n.2).
Cristo, uomo nuovo, solidale della comunità umana, eleva e perfeziona l’attività degli uomini per una più umana convivenza nella collaborazione, nella fraternità e pace (Costituzione pastorale sulla chiesa nel mondo contemporaneo “Gaudium et spes” nn.22; 32-45; 77-78; 92-93). Sono Documenti ancora, ahimè, dimenticati dai più e che varrebbe la pena rivisitare.
Gesù: la sua prassi messianica.
Gesù non volle essere considerato un Messia politico anticolonialista, secondo le aspettative del tempo. Ma ciò non significa ridurlo ad un Messia delle anime o fuori della storia. Di fatto Gesù adotta una prassi messianica:
– con la prassi delle mani si dedica alla creazione di rapporti economici nuovi, per la condivisione e il servizio, per la riammissione degli esclusi nel circuito sociale e religioso;
– con la prassi dei piedi e del camminare va incontro e cerca. Gesù è un rabbi itinerante anche in territori impuri e si fa vicino e prossimo invitando a fare altrettanto;
– con la prassi del cuore Gesù dissequestra Dio dal culto formalista e dalla preghiera esteriore per farlo diventare un Padre con cui entrare in rapporto filiale da parte di chiunque ed in qualsiasi momento o luogo.
Questo crocifisso è il Signore.
«Fino a quando zoppicherete con due piedi?»: è una frase strana, ma significativa del Primo Libro dei Re (18, 21). Mi pare significhi «decidetevi per chi danzare». Nel culto liturgico domenicale proclamiamo a favore di chi vogliamo muovere i passi o danzare la vita. Riconoscere che Cristo è mio-re significa adattarmi gradualmente a pensare che Lui è Dio vivo, e quindi – come dice il Card. Martini[3] – «significa che Dio è imprevedibile. Un Dio che non è fatto come lo penso io, che non dipende da quanto io attendo da lui, che può dunque sconvolgere le mie attese, proprio perché è vivo».
Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa ridare anche consistenza al ruolo Sacerdotale e liturgico di ogni battezzato. Benchè piccola e balorda che sia, ogni assemblea liturgica anticipa nel tempo la liturgia finale del regno.
Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa mantenere vivo il sospetto contro le subdole idolatrie moderne.
Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa che ogni battezzato dovrà scoprire il valore sacramentale e salvifico della sua prassi messianica nel lavoro, in famiglia, nel volontariato, nel rispetto della creazione e della vita, nell’accoglienza dei piccoli, nella riammissione degli esclusi.
QUANDO E DOVE VEDRO’ IL VOLTO DI DIO?
«L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Salmo 41,3). Alzi la mano chi non sente questo punto interrogativo piantato nella carne. Nella mia carne ha aperto la sua ferita e ormai sta suppurando e infettando i miei ultimi tempi di vita.
Quando e dove ti vedo, Dio misterioso e nascosto? «Veramente tu sei Dio nascosto/misterioso» (Isaia 45,15).
Non sono il solo in questa inquieta domanda «Quando?»: «i suoi discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: “Dicci quando accadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo”»(Matteo 24,3).
Pure loro, i discepoli della Risurrezione, «Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano» (Matteo 28,17).
Signore ci hai detto che tu sei VOCE/PAROLA: «Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3,20).
Ti sei consegnato come PANE: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno» (Giovanni 6,51).
Oggi tenti di consegnarci il terzo e ultimo sintomo della tua presenza, i POVERI. L’ultima orma che lasci passando fra noi, la scia di profumo lieve per cercatori inquieti come me: «Quanto avete fatto a uno dei minimi miei fratelli, l’avete fatto a me».
Nel Vangelo di oggi per cinque volte leggiamo gli avverbi «allora» e «quando»[4]. «Allora» enfatizza il futuro, l’avvento, la venuta che ci sta venendo incontro: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria…». Eppure Gesù ci indica che il «quando» futuro inizia già oggi, ora:

  • «“ Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato…. » .
  • E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”».

Il cap. 25 di Matteo ci ha accompagnato nelle due domeniche precedenti abituandoci a questa tensione fra l’«allora» e l’«oggi», il tempo sospeso tra attesa e responsabilità: ora bisogna acquistare l’olio delle lampade (v.1-13), ora bisogna moltiplicare i talenti donati (v. 14-30).

Il “discernimento” che il Signore farà fra noi «allora, quando verrà…», ce lo tiriamo addosso «ora», accogliendo i “minimi tra i fratelli” o restando indifferenti.
«Gli rispose Gesù: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Matteo 22,37-39). Il volto del Crocifisso ha il volto di tutti i poveri della terra. Ogni altro è sempre l’Altro perché il “Verbo che era Dio… si fece carne”(Giov. 1,14). Così si è chiuso il cerchio, per una flebile risposta alla mia domanda “Quando vedrò il tuo volto?”. Nella Parola, nel Pane spezzato, nei poveri. Forse ce la posso fare come Tommaso mettendo le dita nelle tue ferite, nelle stigmate della tua passione: affamati, assetati, senza tetto né vestiti, malati, stranieri, carcerati.


[1] Lettera agli Ebrei 13,8; Apocalisse 1,6.
[2] Ed,Qiqajon, Bose, 1999, pag. 64.
[3] C.M.Martini, Il Dio vivente, PIEMME, 1991, pagg. 59-61.
[4] Elaboro un commento di Silvano Fausti, Una comunità legge il vangelo di Matteo, EDB




19 novembre 2023. Domenica 33a
INTERVISTA A UN SERVO PIGRO

Domenica 33ª per Annum A

Preghiamo. O Padre, che affidi alle mani dell’uomo tutti i beni della creazione e della grazia, fa’ che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza; rendici sempre operosi e vigilanti in attesa del tuo giorno, nella speranza di sentirci chiamare servi buoni e fedeli, e così entrare nella gioia del tuo regno. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro dei Proverbi 31,10-13.19-20.30-31
Una donna forte chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero. Illusorio è il fascino e fugace la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani e le sue opere la lodino alle porte della città.
Salmo 127. Beato chi crede nel Signore e cammina nelle sue vie.
Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene.
La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come rami d’ulivo intorno alla tua mensa.
Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita!
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 5,1-6
Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.
 Dal Vangelo secondo Matteo (25, 14-15.19-21)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

INTERVISTA A UN SERVO PIGRO. Don Augusto Fontana

Che donna!
La prima lettura è una famosa pagina biblica dedicata, ad una prima impressione, alla “donna forte”. Ci possiamo permettere di riferire questa donna alla Chiesa, comunità Sposa, Signora, come la chiama Giovanni nella sua 2a Lettera (1-5) « Io, il presbitero, alla eletta Signora (eklekte kurìa) e ai suoi figli che amo nella verità…». Teniamo presente che il libro dei Proverbi non vuole essere un libro dogmatico, ma un libro di sapienza popolare. L’intenzione è voler tradurre nella pratica quotidiana i grandi Comandamenti della Torah, della Legge di Dio. Il libro è un riflesso della cultura maschilista di quei tempi.  Sarebbe anacronistico prendere come “volontà divina” il modello di donna che ci offre questo testo. Modello francamente migliorabile! Occorre discernimento sui contenuti della Bibbia per cogliere la differenza tra ciò che in essa è “verità salvifica rivelata” e ciò che è semplicemente “genere letterario”, o elemento culturale della società da cui proviene un determinato testo. L’idea della donna, sposa, madre, casalinga e che lascia l’ambito del sociale al maschio, è ancora un modello culturale di buona parte dei cristiani. E’ molto importante reagire con pazienza ma efficacemente a questa confusione. Comunque, questa Signora non è certamente pigra come il servo della parabola di oggi. Eppure se la metto a confronto con quello che si è sentita dire Marta da Gesù (Lc. 10, 38-42) mi aumentano stupore, dubbi, curiosità.
«Consegnò loro i suoi beni»[1].
La parabola dei talenti è senza dubbio il testo principale tra i tre di oggi. Matteo parla della venuta finale del Figlio dell’uomo e di seguito ci dice quali siano gli atteggiamenti adeguati nel tempo dell’attesa: la vigilanza sapiente (parabola delle dieci ragazze), l’impegno della fede affidabile (parabole dei talenti), l’impegno della carità (parabola del giudizio finale).
«Al di là dell’immagine dei talenti, che cos’è questo dono? Secondo Ireneo di Lione è la vita accordata da Dio a ogni persona. La vita è un dono che non va assolutamente sprecato, ignorato o dissipato. Secondo altri padri orientali, i talenti sono le Parole del Signore affidate ai discepoli perché le custodiscano, certo, ma soprattutto le rendano fruttuose nella loro vita, le mettano in pratica fino a seminarle copiosamente nella terra che è il mondo»[2].
Scrive il biblista Maggioni[3]: «I talenti (contrariamente a quanto di solito si pensa) non rappresentano le capacità che Dio ha dato a ciascuno, ma le responsabilità o i compiti che a ognuno vengono affidati. Di­fatti, la parabola racconta che il padrone diede i talenti «secondo le capacità di ciascuno». I primi due servitori (il secondo è la ripetizione del primo) sono l’immagine della operosità e della intraprendenza. Sono perciò definiti «buoni e fedeli[4]». Il terzo invece è passivo, non corre rischi, ma si limita a conservare; perciò è definito «malvagio e pigro». Il contrasto è dunque fra operosità e pigri­zia, intraprendenza e passività.  A questo punto va osservato che nell’economia della para­bola i primi due servitori hanno semplicemente la funzione di mettere in risalto – per contrasto – il comportamento del terzo, che diversamente da loro nasconde il suo tesoro in una buca. Anche le prime due scene di rendiconto hanno lo scopo di attirare l’attenzione sulla terza.
Intervista al servo pigro.
È perciò chiaro che dobbia­mo concentrare l’attenzione sul comportamento del servo pigro e sul dialogo finale che è la chiave dell’intera parabola.  Il servo pigro, intervistato, ha una sua idea di Dio: «miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso». Dunque c’è posto soltanto per la paura e la scrupolosa osservanza di ciò che è prescritto: nulla di più. Restituendo quanto ha ricevuto si ritiene sdebitato: «Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo denaro: ti rendo quanto mi hai dato». Anch’io sono tentato di ritenere giusto il ragionamento del servo, e ingiusta, invece, la pretesa del padrone. Ma l’ascoltatore della parabola è invitato a cambiare prospettiva: non più quel­la dell’obbedienza e della paura, ma la prospettiva dell’amore (o della fede) senza calcoli (non limitarsi a riconsegnare ciò che ha ricevuto). Questo servo è divenuto un burocrate pieno di scrupoli, ma senza alcuna intraprendenza. Il discepolo di Gesù deve stare davanti a Dio in un rapporto di amore, dal quale soltanto possono nascere il coraggio e la generosità.  L’evangelista Matteo ha inserito questa parabola nella sua catechesi sui “tempi ultimi e decisivi” per illustrare l’imperativo della vigilanza, che è il modo con cui il cristiano vive il ‘tempo presente’. Attendere il padrone significa assumere il rischio della propria responsabilità. Chi, al contrario, si chiude in se stesso per paura e rifiuta le occasioni che gli si offrono, diviene sterile. E’ forse questo il senso della frase enigmatica: «A chi non ha, sarà tolto anche quello che ha». Ovviamente, la parabola non intende essere una esaltazione della ‘efficienza’, del lavoro a cottimo, dell’attivismo nevrotico anche se pastorale. La prospettiva è evangelica. Non c’è posto per comunità intorpidite, rinunciatarie e paurose di fronte al progetto evangelico. Probabilmente il servo pigro non è l’uomo che non compie opere buone, ma l’uomo con­servatore e dimissionario, ripetitivo, pauroso di fronte a ogni rinnovamento dettato dalle esigenze evangeliche. E’ importante che i discepoli di Gesù valorizzino i doni loro affidati: “io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto” (Gv 15,16). Ricordiamo i frutti elencati da Paolo[5], i carismi che vanno utilizzati a servizio della comunità. Ricordiamo il rischio che ha corso il fico sterile in Lc 13,6-9.
I talenti nell’economia selvaggia.
La parabola dei talenti è stata interpretata laicamente come un elogio dell’impegno, dell’efficienza, del lavoro, del rendimento professionale. Eppure il contesto di oggi è tale che questo messaggio, in se stesso buono e persino ingenuo, può rischiare di diventare funzionale all’ideologia dominante, il neoliberismo. Questo, in effetti, predica come grandi valori, l’efficacia, la creazione della ricchezza, il rendimento, l’aumento della produttività, la crescita economica, l’interesse bancario. Sono nomi moderni con cui alcuni furbetti traducono i “talenti”. Alcune frasi avallano direttamente principi neoliberisti. Pensiamo, per esempio, all’enigmatico versetto di Matteo 25,29: a colui che ha verrà dato e sarà nell’abbondanza, ma a quello che non ha gli verrà tolto anche quello che ha. Non sarà facile fare una predicazione che non faccia il gioco di un sistema che, per molti cristiani di oggi, sta agli antipodi dei principi cristiani[6].
Perciò suggerisco:
– che dalla parabola dei talenti non sia dedotta una glorificazione dell’efficacia attivistica e produttivistica, soprattutto in un sistema profondamente individualistico.
–  di ricordare che non sono poche nei Vangeli le “sentenze enigmatiche”, (ne ricordo due: «chi non odia[7] suo padre e sua madre non può essere mio discepolo…»; oppure «io parlo loro in parabole perché ascoltando non comprendano»); frasi che senza la dovuta interpretazione andrebbero in una direzione contraria all’essenziale cristiano e che bisogna mantenerle nel loro statuto enigmatico, possibilmente migliorandone la traduzione.
L’efficacia, la produttività, l’efficienza non sono male in linea di principio. Esiste una “efficienza” cristiana. Lo stesso Vangelo la presenta in altri passi, nella sua celebre inclinazione verso la prassi: «non chiunque mi dica “Signore, Signore!”, ma colui che fa la Parola», «beati piuttosto coloro che ascoltano la parola e la mettono in pratica…» e soprattutto il testo che mediteremo domenica prossima, dove il criterio del giudizio finale sarà precisamente ciò che avremo “fatto” a 6 categorie di poveri cristi.
L’efficacia accettata – e persino comandata – dal Vangelo è l’efficacia “per il Regno”, quella che è posta al servizio della causa della solidarietà e dell’amore. Non è l’efficacia di colui che riesce ad aumentare la rendita o quella di colui che riesce ad accaparrare mercati o quella di colui che ottiene fantastici guadagni da investimenti speculativi del capitale. L’efficacia per l’efficacia non è un valore cristiano e neanche umano. Dicono che il capitalismo, soprattutto nella sua espressione selvaggia attuale, sia “il sistema economico che crea maggiore ricchezza”, ma è altrettanto certo che lo ottiene aumentando simultaneamente l’abisso tra poveri e ricchi, la concentrazione della ricchezza a costo dell’espulsione dal mercato di masse crescenti di esclusi. Il criterio supremo, per noi, non è un’efficienza economica che produce ricchezza e distorce la società e la rende più squilibrata e ingiusta. «Non di solo pane vive l’uomo». Cristianamente non possiamo accettare un sistema che in favore della crescita della ricchezza sacrifica la giustizia, la fraternità e la partecipazione. Porre l’efficienza al di sopra di tutto questo, è una idolatria, è culto del denaro.
Siamo comunque invitati a non accontentarci di fare il minimo richiesto o indispensabile nel servizio al Regno; cosi come, forse, ci viene richiesto anche competenza e qualità nel servizio al Vangelo. “In ordinariis non ordinarius!”(Nelle cose ordinarie non essere banale!”) diceva S. Francesco di Sales, volendo portare la qualità totale fin nei dettagli più piccoli della vita ordinaria. Gesù si era lamentato che i figli delle tenebre sono più astuti dei figli della luce; ciò significa che l’astuzia non è male; il male sta nel porla a servizio delle tenebre e non della luce.  Enzo Bianchi propone un controcanto del finale della parabola: «A me piacerebbe che la parabola si concludesse altrimenti: così sarebbe più chiaro il cuore del padrone, mentre il cuore del discepolo sarebbe quello che il padrone desidera. Oso dunque proporre questa conclusione “apocrifa”: Venne il terzo servo, al quale il padrone aveva confidato un solo talento, e gli disse: “Signore, io ho guadagnato un solo talento, raddoppiando ciò che mi hai consegnato, ma durante il viaggio ho perso tutto il denaro. So però che tu sei buono e comprendi la mia disgrazia. Non ti porto nulla, ma so che sei misericordioso”. E il padrone, al quale più del denaro importava che quel servo avesse una vera immagine di lui, gli disse: “Bene, servo buono e fedele, anche se non hai niente, entra pure tu nella gioia del tuo padrone, perché hai avuto fiducia in me”. Anche così la parabola sarebbe buona notizia»[8].


[1] Una cifra enorme. Un talento valeva 6000 denari. Un denaro era la paga base di un giorno di lavoro. Quindi il primo servo riceve il valore di 82 anni di lavoro; il secondo riceve il valore di 32 anni di lavoro; il terzo servo riceve 1 talento pari al costo di 16 anni di lavoro. Sommando, i 3 servi ricevono complessivamente il valore di 130 anni di lavoro.
[2] Enzo Bianchi. https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/11934-talenti
[3] Bruno Maggioni, Le Parabole evangeliche, Ed, Vita e pensiero.
[4] In greco il termine “pistòs” si traduce spesso con “credente, fedele, affidabile”.
[5] Galati 5,22: Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo.
[6] Papa Francesco nel 2013 aveva scritto in Evangelii gaudium n. 54  «Alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”  (trickle-down o “teoria dello sgocciolamento” ndr), che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare».
[7] In ebraico e aramaico non si ha il comparativo, ma si usano solo le forme assolute. Così, per dire “amare meno” si adotta l’estremo opposto all’ “amare”, cioè l’“odiare”.
[8] Enzo Bianchi, id.




12 novembre 2023. Domenica 32a
UN TEMPO TRA L’INVITO E LA FESTA

32 domenica ord. A – 12 novembre 2023

Preghiamo.  O Dio, la tua sapienza va in cerca di quanti ne ascoltano la voce, rendici degni di partecipare al tuo banchetto e fa’ che alimentiamo l’olio delle nostre lampade, perché non si estinguano nell’attesa, ma quando tu verrai siamo pronti a correrti incontro, per entrare con te alla festa nuziale. Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro della Sapienza 6,12-16.
La sapienza è splendida e non sfiorisce, facilmente si lascia vedere da coloro che la amano e si lascia trovare da quelli che la cercano. Nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano. Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà, la troverà seduta alla sua porta. Riflettere su di lei, infatti, è intelligenza perfetta, chi veglia a causa sua sarà presto senza affanni; poiché lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei, appare loro benevola per le strade e in ogni progetto va loro incontro.
Salmo 62. Ha sete di te, Signore, l’anima mia.
 O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua.
Così nel santuario ti ho contemplato, guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode.
Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori, con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.
Quando nel mio letto di te mi ricordo e penso a te nelle veglie notturne,
a te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 4,13-18.
Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore.  Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.
Dal Vangelo secondo Matteo 25,1-13.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

Un tempo tra l’invito e la festa. Don Augusto Fontana

Il salmo 129 grida: «L’anima mia è tesa al Signore più che le sentinelle verso l’aurora, più che le sentinelle verso il mattino». Il vocabolo «sentinelle» (šomrîm) indica anche più genericamente «coloro che vegliano», forse anche i sacerdoti che nel Tempio attendono il giorno per poter presiedere – forse anche una sola volta in vita – il culto d’Israele[1]. Un colpo di sonno al volante è drammatico. Una distrazione in stazione mi fa perdere l’ultimo treno del giorno. L’occasione opportuna passa e va; come il kairòs, direbbe la Bibbia, è un tempo in cui qualcosa di speciale accade e che io devo acchiappare al volo. Giacobbe, in quella notte sulle sponde del fiume Jabbok, «rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora». Una notte di veglia e di lotta con Dio (Genesi 32,25).  Anche i pastori di Luca 2,8 accolgono l’angelo del Signore mentre «vegliavano di notte». Con il salmo di oggi preghiamo: «O Dio, tu sei il mio Dio… penso a te nelle veglie notturne». Chiunque fra noi potrebbe raccontare occasioni perdute per sonnolenza invincibile oppure vigilie insonni ed emozionate per un giorno indimenticabile. Alcune Parabole dei Vangeli sono parabole dei nostri sonni o veglie: “E’ compiuto il tempo [kairòs] e il regno di Dio è vicino” (Mc 1,15).
Il Vangelo di Matteo ha due tipi di parabole:
(1) il Regno è già presente, qui e ora, nascosto nel quotidiano della nostra vita e va scoperto;
(2) il Regno deve venire ancora e ciascuno deve prepararsi fin da ora.
La tensione fra già e non ancora pervade la vita cristiana. Abbiamo bisogno tutti di un’amica, donna Sapienza (signora Hokma’, signora Sophia), che «sta seduta alla nostra porta» e potrebbe farci diventare abili ed esperti (hakam) per stare svegli nel tempo delle nostre notti insegnandoci a procurare e conservare l’olio per le nostre lampade[2].
La parabola di oggi non è una parabola isolata; è la seconda di quattro parabole che esprimono lo stesso pensiero e si trovano l’una di seguito all’altra[3].
– In Mt 24,45-51: Gesù parla di un servo fedele e prudente e di un servo malvagio; il primo aspetta il padrone compiendo il suo dovere, il secondo fa i propri comodi.
– In Mt 25, 1-13: Parabola delle dieci ragazze.
– In Mt 25,14 – 30 il racconto dei talenti affidati ai servi; ci sono servi che li fanno fruttare e servi che, invece, li nascondono rendendoli infecondi.
– In Mt 25,21 – 46 Gesù descrive il giudizio finale quando saranno premiati coloro che hanno dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati…..
Il tema centrale è perciò quello della VIGILANZA (stare svegli): “Vegliate (state svegli), dunque, perché non sapete nè il giorno ne l’ora” (v. 13). 

LA PARABOLA DELLE DIECI RAGAZZE.
E’ una parabola ben articolata narrativamente. Con una introduzione al v.1: “Il Regno dei cieli sarà simile a dieci ragazze che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo” e un finale al v. 13: “Vegliate dunque”.
Tra queste due cornici, 3 scene.
Nella prima scena  vengono  presentati  i personaggi (cinque ragazze stolte e cinque sagge) e il fatto (prendono delle lampade e alcune anche l’olio, mentre altre no; aspettano lo sposo e, nell’attesa, si addormentano tutte: vv. 2 – 5).
La seconda scena è segnata dall’annuncio (“Si alzò un grido”) dell’arrivo dello sposo, che fa emergere la mancanza dell’olio; c’è il dialogo tra le stolte e le sagge per capire come superare questa difficoltà, e infine la decisione di andare a comprare l’olio nel cuore della notte. Era poco probabile trovare l’olio di notte, ma la parabola intende appunto scuoterci attraverso tali stranezze (vv 6-9).
Infine, la terza scena comprende l’ingresso alle nozze e la chiusura della porta (vv. 10 -12). 

I PERSONAGGI E I SIMBOLI

A) Il personaggio principale  del racconto è certamente GESU’ RISORTO chiamato SPOSO. Sposo: è uno dei titoli più belli con cui la Bibbia chiama Dio. Nella conversazione con la samaritana Gesù le dice che aveva cinque mariti e che quello che aveva in quel momento, cioè il sesto, non era vero marito. Il settimo è Gesù, lo sposo vero (Gv 4, 16-18). Fin dai tempi del profeta Osea (8° secolo a.C.), cresceva nel popolo la speranza di poter giungere un giorno a una intimità tale con Dio simile all’intimità dello sposo con la sposa (Os 2, 19-20). Isaia dice che è desiderio di Dio essere il marito del popolo (Is 54), gioire con il popolo come uno sposo gioisce alla presenza della sua sposa (Is 62, 5). Questa speranza si realizza con l’arrivo di Gesù. Per la mancanza di impegno e di serietà, le cinque giovani stolte mostrarono chiaramente che ancora non erano pronte per l’impegno definitivo del matrimonio con Dio. Avevano bisogno di altro tempo per prepararsi: “State svegli“.
B) Poi ci sono  le  ragazze  sagge  e  stolte. In che consiste la loro saggezza e la loro stoltezza?
Cinque ragazze vengono chiamate stolte, ma il testo originale greco le chiama “moraiche letteralmente si potrebbe tradurre ‘matte, pazze’, ed è lo stesso termine che l’evangelista ha adoperato, nel capitolo 7, per il ‘matto’ (moròs) che costruisce la casa sopra la sabbia (Mt 7,26: “..è simile a un uomo stolto (matto) che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, la sua rovina fu grande.”). E Gesù diceva: «Questo matto è chiunque tra di voi ascolta queste parole, gli piace il mio insegnamento, ma poi non si sogna minimamente di metterlo in pratica»[4]. Vedi anche in Luca 12, 16-21 la parabola del ricco che accumula beni: «Ma Dio gli disse: Stolto (matto!), questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita».
Cinque ragazze vengono chiamate sagge ma il testo originale greco le chiama “fronimoi” che letteralmente si potrebbe tradurre con “prudenti”. La prudenza, nel contesto di Matteo, è l’atteggiamento del discepolo che mette in conto la possibilità di una lunga attesa senza venir meno alla fedeltà del proprio compito, equipaggiandosi di conseguenza[5].
C) Poi c’è il simbolo dell’OLIO. Ci infastidisce il rifiuto delle ragazze sagge a condividere l’olio; ma non è possibile condividere ciò che è solo tuo. La fedeltà allo sposo fa parte del rapporto personale di ciascuna con lo sposo, non può essere ceduta. Se io non dico “si” allo sposo (Dio) nessun altro potrà farlo per me.
D) Poi c’è il sonno delle ragazze. Tutte e dieci “si assopiscono”. E’ la condizione frequente di noi discepoli, nessuno escluso: «Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza» (Luca 22,45); «Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno» (Luca 9,28-36).
E) Infine c’è il rigido rifiuto da parte dello sposo: “Non vi conosco” e la porta non viene aperta a chi bussa. Facendo un confronto tra la parabola delle dieci ragazze e la parabola del Padre misericordioso (Lc 15,11-32) si potrebbe vedere un certo contrasto tra i due brani.

Nikos Kazantzakis – un romanziere greco -, in un suo libro, fa raccontare a Gesù la parabola delle dieci ragazze in una maniera che è più in sintonia con quella del padre che abbraccia il figlio scapestrato, e forse più in sintonia anche con la nostra sensibilità. Lo sposo, sentendo le ragazze stolte bussare e gridare, si commuove, fa aprire la porta, e dice: entrate, facciamo tutti festa, rallegriamoci; anzi fa lavare i piedi alle cinque ragazze stolte perché si sono infangati durante la ricerca dell’olio nella notte. Alla fine noi  saremo  stupiti  della  sua  capacità  di accoglienza[6]. La soluzione del romanziere è ovviamente più piacevole della conclusione della parabola di Matteo, tuttavia non tiene conto della serietà del Regno.
Gesù dice: “in verità non vi conosco” ed è lo stesso che Gesù ha detto a quei discepoli che lo avevano assicurato dicendo: “nel tuo nome abbiamo profetato, abbiamo scacciato demoni, compiuto prodigi” (Mt 7,22: “Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?”) e Gesù dice: “non vi conosco”. Gesù non conosce chi, usando il suo nome, compie cose straordinarie, ma chi compie la volontà del Padre.
Lo stesso Dio che con pazienza fino all’ultimo giorno concede alla “zizzania” l’opportunità di trasformarsi in “grano” non perdona alle ragazze stolte il loro comportamento, la leggerezza con cui non solo non si sono procurate olio di scorta ma anche quella di essere andate via a cercarne altro quando ormai il suo arrivo era imminente. Se fossero rimaste e gli avessero chiesto perdono? La parabola delle dieci ragazze esprime delle esigenze a cui non possiamo venire meno, esigenze che sottolineano la necessità di vivere la Parola in prima persona e non per delega.

O Dio, donaci Gesù tua Sapienza che ci renda abili a custodire l’olio della preghiera e dell’amore nella lampada dei nostri giorni, perché non diventino giorni bui e non ci capiti di addormentarci mentre ti attendiamo.


[1] David Maria Turoldo – Gianfranco Ravasi. I SALMI, traduzione poetica e commento. Mondadori.
[2] G.Cesare Pagazzi, Questo è il mio corpo, EDB, 2017, pagg. 27-32.
[3] Prendo spunto da una Lectio del Card. Martini nel 1999 presso la facoltà di medicina alla Cattolica di Roma.
[4] Padre Alberto Maggi
[5] A.Mello, Evangelo secondo Matteo, Ed. Qiqajon, pag.431-432
[6] Lidia Maggi, L’evangelo delle donne. Figure femminili nel Nuovo Testamento, Claudiana 2014.




5 novembre 2023. Domenica 31a
Padre Ermes Ronchi

31 domenica A

Preghiamo. O Dio, creatore e Padre di tutti, donaci la luce del tuo Spirito, perché nessuno di noi ardisca usurpare la tua gloria, ma, riconoscendo in ogni uomo la dignità dei tuoi figli, non solo a parole, ma con le opere, ci dimostriamo discepoli dell’unico Maestro che si è fatto uomo per amore, Gesù Cristo nostro Signore. Egli è Dio, e vive e regna con te…
 Dal libro del profeta Malachìa 1,14- 2,2.8-10
Io sono un re grande – dice il Signore dell’universo – e il mio nome è terribile fra le nazioni. Ora a voi questo monito, o sacerdoti. Se non mi ascolterete e non vi darete premura di dare gloria al mio nome, dice il Signore dell’universo, manderò su voi la maledizione. Voi invece avete deviato dalla retta via e siete stati d’inciampo a molti con il vostro insegnamento; avete distrutto l’alleanza di Levi, dice il Signore dell’universo. Perciò anche io vi ho reso spregevoli e abietti davanti a tutto il popolo, perché non avete seguito le mie vie e avete usato parzialità nel vostro insegnamento. Non abbiamo forse tutti noi un solo padre? Forse non ci ha creati un unico Dio? Perché dunque agire con perfidia l’uno contro l’altro, profanando l’alleanza dei nostri padri?
Sal 130  Custodiscimi, Signore, nella tua pace.
Signore, non si esalta il mio cuore né i miei occhi guardano in alto;
non vado cercando cose grandi né meraviglie più alte di me.
Io invece resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è in me l’anima mia.
Israele attenda il Signore, da ora e per sempre.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 2,7-9.13
Fratelli, siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari. Voi ricordate infatti, fratelli, il nostro duro lavoro e la nostra fatica: lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi, vi abbiamo annunciato il vangelo di Dio. Proprio per questo anche noi rendiamo continuamente grazie a Dio perché, ricevendo la parola di Dio che noi vi abbiamo fatto udire, l’avete accolta non come parola di uomini ma, qual è veramente, come parola di Dio, che opera in voi credenti.
Dal Vangelo secondo Matteo 23,1-12
In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Quando ‘potere’ è sinonimo di ‘servizio’.
Padre Ermes Ronchi 
Sono io di quelli che dicono e non fanno? La parola di Dio brucia le labbra se pronunciata male, ma brucia anche a pronunciarla senza che sia vissuta. E capisco la tentazione dei farisei, è la mia: accontentarsi di dire, appagati dalle parole. Dico parole di un fuoco che non mi arde dentro? Quando il mio compito primo non è neppure dire o proclamare, ma è ascoltare Dio.
Il vangelo elenca tre errori che svuotano la vita.
L’ipocrisia: dicono e non fanno. L’incoerenza è dentro di me, parte della mia vita. Eppure, non è l’incoerenza di chi è ancora lontano dalla Sua statura che Gesù condanna, ma l’ipocrisia dei pii e dei potenti, di chi non si sforza più, e lo giustifica.
La vanità: tutto fanno per essere ammirati. Tutto, perché lo spettacolo sia applaudito. Conta ciò che gli altri vedono di me, io non sono che la mia immagine, sempre più straniera; vivo di riflesso, di echi, mi angoscia o mi esalta il giudizio degli altri. Vanità, che rende vuoto l’intimo.
Il gusto del potere: impongono pesanti fardelli a tutti. Ho forse bisogno anch’io di abbassare qualcuno per sentirmi superiore? Di far chinare teste per sentirmi grande? Di essere severo, per sentirmi giusto?
Il Vangelo offre altre regole per la verità della vita: l’agire nascosto invece dell’apparire, la semplicità invece della doppiezza, il servizio invece del potere. Il più grande comandamento, diceva Gesù, è «Tu amerai». Il più grande tra gli uomini, dice ora, è colui che traduce l’amore nella divina follia del servizio: il più grande tra voi sia vostro servo. Il folle in Cristo è ormai il più intelligente. Paradosso del vangelo, invocato da molti: «Io mi aspetto che i cristiani ogni tanto accarezzino il mondo contro pelo» (Sciascia).
Questa è la strada contromano di Gesù: Dio non tiene il mondo ai suoi piedi, è ai piedi di tutti. Dio non è il padrone dei padroni, è il servitore che in Gesù lava i piedi ai discepoli. Non è il Signore della vita, è di più, il servo di ogni vita. I grandi del mondo si costruiscono troni di morti, Dio non ha troni, cinge un asciugamano e vorrebbe fasciare tutte le ferite della terra. Dio come un servo: che non esige, sostiene; non pretende, si prende cura; non rivendica diritti, risponde ai bisogni. Servitore ineguagliabile. E se una gerarchia nella chiesa deve sussistere, sarà rovesciata rispetto alle norme della società terrena: Voi siete tutti fratelli. E poi rovesciata di nuovo, da Cristo, che si è fatto fratello, ma poi da fratello si è fatto ultimo. Gesù cambia la radice del potere, la capovolge al sole e all’aria. E rivela che ogni uomo è capace di potere se è capace di servizio. Servizio: questo il nome nuovo, il nome segreto della civiltà, perché questo è lo stile di Dio.

Ci sono nella vita tre verbi mortiferi, maledetti: avere, salire, comandare. Ad essi Gesù oppone tre verbi benedetti: dare, scendere, servire. Se fai così sei felice.




29 ottobre 2023. Domenica 30a
CROCIFISSI SU UN CARDINE

Domenica 30 A

Preghiamo. O Padre, che fai ogni cosa per amore e sei la più sicura difesa degli umili e dei poveri, donaci un cuore libero da tutti gli idoli, per servire te solo e amare i fratelli secondo lo Spirito del tuo Figlio, facendo del suo comandamento nuovo l’unica legge della vita. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro dell’Èsodo 22,20-26
Così dice il Signore: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto.Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani. Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse.Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso».
Salmo 17  Ti amo, Signore, tu sei la mia forza.
Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore.
Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo.
Invoco il Signore, degno di lode, e sarò salvato dai miei nemici.
Viva il Signore e benedetta la mia roccia, sia esaltato il Dio della mia salvezza.
Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 1,5-10
Fratelli, ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene.E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti della Macedònia e dell’Acàia. Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne. Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.
Dal Vangelo secondo Matteo 22,34-40
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Crocifissi su un cardine. Don Augusto Fontana

«Un giorno Abramo invitò a pranzo nella sua tenda un mendicante. Mentre dicevano la preghiera di ringraziamento, l’uomo cominciò a bestemmiare dichiarando che il nome di Dio gli era insopportabile. Abramo, al colmo dell’indignazione, lo scacciò. Quella sera, mentre pregava, udì Dio che gli diceva: “Quest’uomo mi ha svillaneggiato e maledetto per cinquant’anni, eppure gli ho dato da mangiare tutti i giorni. E tu non riesci a sopportarlo per un solo pasto?”»[1]. Amare Dio e il prossimo. Nel libro dei Proverbi (14,31) sta scritto “Chi opprime il povero offende il suo creatore, chi ha pietà del misero onora il suo creatore”. Ma forse la minaccia vera che sibila o striscia nelle nostre assemblee liturgiche è l’indifferenza più che l’odio. L’indifferenza è per l’anima ciò che la muffa è per le cose.
Gesù aveva messo a punto un metodo strano nel fare calcoli e i conti. Per esempio per ottenere un risultato più grande lui chiede di sottrarre (Se vuoi la vita eterna, lascia, taglia, dona); oggi addizionando tutti i precetti della Torah il numero della somma dà come risultato “uno”[2]. Non so quanti di noi si pongono le domande che turbavano le comunità di Matteo, Luca e Marco e che hanno generato il testo evangelico di oggi.
Luca pone questo testo prima della parabola del buon samaritano e relativa domanda “Chi è il mio prossimo?” (10,25-37). C’è qualcuno fra noi che è seriamente turbato da questa domanda e non ha risposte ovvie, astratte e semplicistiche?
Marco (12,33), preoccupato del ritualismo, aggiunge al testo una frase omessa dagli altri evangelisti: “Amare Dio e il prossimo vale più che tutti gli olocausti e sacrifici al tempio”. C’è qualcuno fra noi che è seriamente turbato dalla domanda: “Che valore ha davanti a Dio il mio culto?”.
Matteo pone questo brano all’interno del problema posto dalla “siepe di precetti” (come venivano chiamate le prescrizioni della Legge) e dal bisogno di unificazione, ma anche dal bisogno di non sentirsi lacerati tra due fedeltà, quella a Dio e quella al prossimo. Soprattutto Matteo è preoccupato del legalismo dei farisei che “dicono, ma non fanno” (Mt. 23,3). Chi fra noi è afflitto dal dubbio: “Non sarà per caso che io mi attacchi più agli aspetti marginali che a quelli essenziali della mia esperienza cristiana?
I maestri giudaici elencavano 613 prescrizioni suddivisi in 365 proibizioni (“non devi…”), come i giorni dell’anno e 248 prescrizioni ( “devi..”) corrispondenti alle parti del corpo del corpo umano secondo il computo rabbinico, indicando così che la Legge abbracciava tutta la vita e l’impegno dell’uomo.
Nel Talmud Babilonese, Rabbi Simlai, rabbino del III secolo, dice: “ Seicentotredici comandamenti furono rivelati a Mosè; poi venne Davide e trovò il loro fondamento in undici comandamenti, come sta scritto nel salmo 15 [3]; poi venne Isaia e trovò il fondamento in sei comandamenti, come si legge in Isaia 33,15 [4]; poi venne Michea e trovò il fondamento in tre comandamenti, come sta scritto in Michea 6,8 [5]; poi venne Amos e trovò il fondamento in un unico comandamento, come si legge in Amos 5, 4: “ Così dice il Signore alla Casa di Israele: Cercate me e vivrete” (Makkot 23b.24a).
Ma già Rabbi Hillel, contemporaneo di Gesù, aveva formulato il principio fondamentale in questa frase: “Non fare al prossimo tuo ciò che è odioso a te; questo è tutta la Legge, il resto è spiegazione”. E un secolo dopo, Rabbi Aquiba commentando Levitico 19,18 (“ Tu devi amare il prossimo tuo come te stesso”) ripete: “Questo è il grande e generale principio nelle Legge”. Il filosofo ebreo Lévinas traduceva quel passo biblico così: «Ama il prossimo tuo: è te stesso».
La novità di Gesù consiste forse:
1. nell’associazione dei due precetti, come due specchi messi l’uno di fronte all’ altro o come due cardini attorno a cui è “appesa” (in gr, krématai) la Torah, come una porta che gira su due cardini[6]. o attorno ad un unico cardine costituito, come tutti i cardini, da 2 elementi.
2. nel fatto che ciò che era un dovere, irraggiungibile dai più, ora con Lui diventa una possibilità per tutti. Dopo l’episodio del giovane ricco i discepoli chiedono “Chi potrà dunque salvarsi?”(Mt.19,25). La risposta di Gesù è immediata: “Questo è impossibile agli uomini; ma a Dio tutto è possibile”.
3. Nel fatto che la regola d’oro “non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te” che regola un rapporto di reciprocità tra omogenei ed eguali, è ancora una regola farisaica e pagana. Gesù nel Discorso della Montagna dice: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei cieli” (Mt.5,20) e ancora: “ Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (5,48).

Il primo brano della liturgia della Parola è tratto dal Codice della Alleanza che contiene l’attuazione concreta storica dell’Alleanza come fedeltà al Dio unico e fedeltà al prossimo. E ci serve per evitare di restare nel generico. La prima parte di questa normativa riguarda la difesa e tutela delle categorie sociali più deboli: lo straniero, la vedova, l’orfano. Ciò che attira l’attenzione è la motivazione religiosa di questa precetti: Dio si è rivelato come il Dio che sta alla parte degli oppressi e dei poveri. Nella seconda parte si prendono in considerazione i casi di chi ha dato in pegno qualcosa o ha chiesto un prestito per bisogno. La motivazione religiosa dell’amore ai poveri viene ribadita dal Salmo 17 (18) della liturgia di oggi. ed anche:  I Lettera di Giovanni 4, 16: “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.” Lettera ai Romani 13, 8-10: “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore.”.
S.Agostino diceva “Ama e fà ciò che vuoi”, anche se occorre attenuare una interpretazione banale, in quanto amare non è facile ed anche il “come” amare non è cosi semplicistico dato che non sempre l’istinto guida verso il bene vero dell’altro (“Se vuoi amare non agire come ti verrebbe spontaneo”).


[1] Anthony del Mello La preghiera della rana.
[2] Pronzato, Parola di Dio, Ciclo A.
[3] Salmo 15:Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte. Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere. Non così, non così gli empi: ma come pula che il vento disperde; perciò non reggeranno gli empi nel giudizio, né i peccatori nell’assemblea dei giusti. Il Signore veglia sul cammino dei giusti, ma la via degli empi andrà in rovina.
[4] Isaia 33,15 ”Chi cammina nella giustizia e parla con lealtà, chi rigetta un guadagno frutto di angherie, scuote le mani per non accettare regali, si tura gli orecchi per non udire fatti di sangue e chiude gli occhi per non vedere il male”.
[5] Michea 6,8:Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio.
[6] A.Mello Evangelo secondo Matteo




22 ottobre 2023. Domenica 29a
SUL MIO VOLTO, L’ICONA DI DIO.

29°  DOMENICA A – 22 ottobre 2023

Preghiamo. Dio onnipotente ed eterno, crea in noi un cuore generoso e fedele, perché possiamo sempre servirti con lealtà e purezza di spirito. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Isaìa 45,1.4-6
Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: «Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso. Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio; ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, non ce n’è altri».
Salmo 95.  Grande è il Signore e degno di ogni lode.
Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Grande è il Signore e degno di ogni lode, terribile sopra tutti gli dèi.
Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla, il Signore invece ha fatto i cieli.
Date al Signore, o famiglie dei popoli, date al Signore gloria e potenza,
date al Signore la gloria del suo nome. Portate offerte ed entrate nei suoi atri.
Prostratevi al Signore nel suo atrio santo. Tremi davanti a lui tutta la terra.
Dite tra le genti: «Il Signore regna!». Egli giudica i popoli con rettitudine.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 1,1-5b
Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicési che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace. Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro.  Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.
Dal Vangelo secondo Matteo 22,15-21
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo [intrappolarlo nella parola] Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Restituite dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

 SUL MIO VOLTO, L’ICONA DI DIO. Don Augusto Fontana

 Gesù è stato (e lo sarebbe ancora oggi) un segno di contraddizione. Lo sento così dentro di me. Lo leggo così nei Vangeli. Anche nel Vangelo di Matteo, le parabole che abbiamo ascoltato nelle domeniche scorse, ci hanno presentato Gesù che dice le cose chiare, senza giri di parole, ai suoi interlocutori, soprattutto a chi occupa vertici di potere religioso, economico e politico. La resistenza ambientale cresce attorno a lui come un serpente boa che cerca di soffocare lentamente questo mite e forte piccolo rabbi di Galilea, inerme, circondato da donne e straccioni paurosi. Matteo prepara sapientemente, con questa ultima settimana di Gesù, l’esito drammatico che sta per narrare. Già al cap. 19 ci aveva informato che «Si avvicinarono a lui alcuni farisei per metterlo alla prova e gli domandarono: «E’ lecito ripudiare …». Al cap. 20 sospettiamo che i giudei non abbiano gradito che il Signore abbia pagato gli ultimi arrivati nella sua vigna con la stessa paga di chi fin dalla prima ora dei secoli aveva sopportato le esigenze dell’Alleanza e dei precetti. Né che avessero gradito la parabola di quel figlio, in cui si sentivano identificati, che blatera, proclama molti Amen, ma poi non va a lavorare nella vigna. E sicuramente avrà fatto scandalo, come ci informa il cap. 21, il gesto profetico di Gesù che purifica il tempio cacciando mercanti e devoti.
Insomma: ci troviamo immersi in un blocco di capitoli che raccolgono discussioni e scontri: «Ed essendo entrato lui nel tempio, gli si avvicinarono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, mentre insegnava…» (cap. 21,23).
La location.
L’ambientazione (“nel tempio”) non è annotazione di poco conto per capire anche il testo di oggi. Nel tempio non si poteva portare con sé monete pagane; tanto è vero che all’ingresso esistevano dei tavoli con i cambiavalute. Gesù, prima di rispondere, chiede che gli mostrino una moneta ed essi gliela dànno (v. 19). Con questa richiesta Gesù dimostra due cose:

1) di non avere una moneta romana, a differenza dei suoi accusatori che ce l’hanno in tasca;

2) che i farisei, benchè ossessionati dalle norme di purità, avevano in tasca una moneta pagana con l’«immagine» dell’imperatore pagano, nonostante il divieto esplicito della Toràh (cf Es 20,4). Portando addosso l’immagine dell’imperatore, i farisei dimostrano che hanno abdicato dalla loro obbedienza all’unico loro re e signore, Yhwh: «Io sono il Signore e non c’è alcun altro; fuori di me non c’è divinità» (Isaia 45, prima lettura di oggi). E lo dimostreranno nell’ora della passione, quando di fronte a Pilato praticamente tutti gridano: “Non abbiamo altro re se non Cesare” (Gv 19,12-15).

La discussione.
«Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Discutere è legittimo, talvolta doveroso e auspicabile. Il brano di oggi costituisce la prima di quattro vertenze aperte tra Gesù e vari interlocutori devoti, praticanti, infastiditi. Pare che Dio non si spaventi di essere preso per la giacchetta dai nostri dubbi e dalla sincera curiosità: «”Su, venite e discutiamo” dice il Signore» (Isaia 1,18). Purchè il confronto sia sincero; e non, come qui e altrove, “per intrappolarlo nella parola” (in gr. pagideusôsin ev logô). Il verbo greco di Matteo (pagideuô) è quello usato per descrivere l’attività del cacciatore che tende trappole o reti per la selvaggina. Nella tradizione giudaica sia i rabbini che i loro studenti erano abituati a confrontarsi tra di loro con questioni e dispute, anche accese; per i giudei l’apprendimento della Torah avviene prevalentemente attraverso un compagno o in gruppo e con continue domande. Gesù viene considerato uno di questi rabbini a cui viene riconosciuto, anche se in modo drammaticamente ironico, autorevolezza e coerenza. Spesso le Scuole rabbiniche si dividevano su varie interpretazioni dello stesso testo biblico, ma la diversità veniva considerata comunque positiva; l’unanimità si sarebbe raggiunta solo con il ritorno del profeta Elia.
L’ icona e l’epigrafe.
La discussione diventa incalzante:
Noi: «Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, dare (didômi) il tributo a Cesare?».
Gesù: «Mostratemi la moneta del tributo…..Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?».
Noi: «Di Cesare».
Gesù: «Restituite (apodidômi) dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

L’evasione fiscale e contributiva in Italia si aggira in media sui 110 miliardi di euro l’anno. Pagare le tasse resta un nervo sensibile e scoperto in un corpo sociale dove la lealtà dei patti tra cittadini e istituzioni affoga nel buco nero di corruzione, evasione, elusione. Forse anche io e te, almeno una volta, abbiamo fatto i furbetti, arrampicandoci sui vetri per giustificare il furto al bene comune.
Per alcuni, il detto di Gesù sembra voler dare indicazioni di come un cristiano deve comportarsi nella società civile. Noi cristiani infatti non viviamo paralleli al mondo. Direbbe la lettera a Diogneto[1] “i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo… obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi”. Ci siamo dentro, soggetti alle leggi, alle regole, alla dichiarazione dei redditi, alle tasse. È chiaro che il cristiano è chiamato ad essere onesto nella vita di ogni giorno, purché le leggi non contraddicano dignità dell’uomo e della donna, del bambino e dell’anziano.
Sarebbe però riduttivo limitare il significato del vangelo di oggi a questo aspetto sociale.
Gesù non cade nella trappola di diventare un economista, un arruffapopolo, un moralista. Qualunque risposta scontata avesse dato si sarebbe tirato la zappa sui piedi. Se avesse detto che bisognava pagare il tributo agli oppressori romani, si sarebbe messo contro il popolo, i farisei o i nazionalisti zeloti; se avesse detto di non pagarlo, si sarebbe messo contro l’autorità romana e gli erodiani.
Gesù va al sodo: è stato mandato a far conoscere il Padre e il suo progetto sull’uomo.
Intanto Matteo usa e distingue due verbi per marcare la differenza tra la nostra domanda e la risposta di Gesù.

  • Noi chiediamo: “E’ lecito pagare (dare = in greco: didômi)….”.
  • Gesù dribla e decolla su altro piano usando un altro verbo: “ Restituite (ridate = in greco: apodidômi)…”.

Il commento di Agostino al testo evangelico di oggi è molto eloquente al riguardo: «Come Cesare esige la sua immagine nella tua moneta, così Dio esige la sua propria immagine nella tua anima. Dà a Cesare – dice – quello che è di Cesare’. Che cosa pretende Cesare da te? La sua propria immagine. Che cosa esige il Signore da te? La sua propria immagine. Ma l’immagine di Cesare sta sulla moneta, invece l’immagine di Dio sta in te stesso. Se piangi quando perdi la moneta, perché hai perso l’immagine di Cesare, non dovresti piangere quando adori gli idoli, perché ingiuriano in te l’immagine di Dio?» (Cf. Agostino, Discorso 113/A, 8).
Se nella società prevale l’ansia del profitto, il vangelo educa a pensare all’uomo e alla sua dignità.
Nella risposta di Gesù ci accorgiamo che vuol parlare di un’altra moneta con un’altra immagine: noi stessi siamo la moneta di Dio. Nell’uomo è incisa infatti l’immagine del Creatore: «Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza… e Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò» (Gen. 1,26-27). È lui, l’uomo, la vera moneta da restituire a Dio.
San Lorenzo da Brindisi[2] scrive: «Tu, o cristiano, sei uomo: sei dunque moneta del tesoro divino, sei il danaro che porta impressa l’immagine e l’iscrizione del re divino. Con Cristo io ti chiedo: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. Tu dici: di Dio. Osservo: e perché non dai a Dio ciò che è suo?».
Ma questa moneta preziosa può essere deturpata, sfregiata, intaccata. Aggiunge Sant’Agostino: «Come una moneta sfregata contro la terra perde l’immagine dell’Imperatore, così la mente dell’uomo, se viene logorata da passioni terrene, perde l’immagine di Dio… Se Cesare pretende di trovare la sua immagine nella sua moneta, non pretenderà Dio di trovare nell’uomo la sua immagine?» (Discorso 229).

Tra poco lui, immagine del Dio invisibile (Colossesi 1,15), sarà venduto per trenta denari coniati con l’immagine di Cesare, per restituire a me e a te, monete sfregiate di Dio, l’immagine restaurata di Dio.


[1] Antico scritto greco, sconosciuto fino al XV secolo.
[2] Francescano, morto nel 1619