14 giugno 2026. Domenica 11a
IL TREDICESIMO APOSTOLO

Preghiamo. O Padre, che hai fatto di noi un popolo profetico e sacerdotale, chiamato ad essere segno visibile della nuova realtà del tuo regno, donaci di vivere in piena comunione con te nel sacrificio di lode e nel servizio dei fratelli, per diventare missionari e testimoni del Vangelo. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal libro dell’Esodo (10, 2-6a)
In quei giorni, gli Israeliti arrivarono al deserto del Sinai, dove si accamparono; Israele si accampò davanti al monte. Mosè salì verso Dio e il Signore lo chiamò dal monte, dicendo: “Questo dirai alla casa di Giacobbe e annuncerai agli Israeliti: Voi stessi avete visto ciò che io ho fatto all’Egitto e come ho sollevato voi su ali di aquile e vi ho fatti venire fino a me. Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa”.
Salmo 100 (99).  Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.
Acclamate il Signore, voi tutti della terra, servite il Signore nella gioia, presentatevi a lui con esultanza.
Riconoscete che solo il Signore è Dio: egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo.
Buono è il Signore, il suo amore è per sempre, la sua fedeltà di generazione in generazione.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (5, 6-11)
Fratelli, noi eravamo ancora incapaci di avvicinarci a Dio, quando Cristo, nel tempo stabilito, morì per i peccatori. È difficile che qualcuno sia disposto a morire per un uomo onesto; al massimo si potrebbe forse trovare qualcuno disposto a dare la propria vita per un uomo buono. Cristo invece è morto per noi, quando eravamo ancora peccatori: questa è la prova che Dio ci ama. Ma non basta: ora Dio per mezzo della morte di Cristo ci ha messi nella giusta relazione con sé; a maggior ragione ci salverà dal castigo, per mezzo di lui. Noi eravamo nemici suoi, eppure Dio ci ha riconciliati a sé mediante la morte del Figlio suo; a maggior ragione ci salverà mediante la vita di Cristo, dopo averci riconciliati. E non basta! Addirittura possiamo vantarci di quel che siamo di fronte a Dio, perché ora Dio ci ha riconciliati con sé, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo.
Dal vangelo secondo Matteo (9, 36-10, 8)
Gesù, vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: “La messe è molta, ma gli operai sono pochi! Pregate dunque il padrone della messe che mandi operai nella sua messe!”. Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità. I nomi dei dodici apostoli sono: primo, Simone, chiamato Pietro, e Andrea, suo fratello; Giacomo di Zebedèo e Giovanni suo fratello, Filippo e Bartolomeo, Tommaso e Matteo il pubblicano, Giacomo di Alfeo e Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda l’Iscariota, che poi lo tradì. Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti: “Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele. E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i dem9oni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”.

Il tredicesimo apostolo. Don Augusto Fontana

Mi affascina l’etimologia delle parole; è come andare a bere alla sorgente evitando gli inquinamenti della corsa del fiume. Prendi, per esempio, il termine “Parrocchia” e tutti i derivati (parrocchiano, parrocchiale, parroco…). Prima di procedere nella lettura, fermati e chiediti: «cosa vuol dire per me “parrocchia”?»…..Fatto? Ora ascolta. Il termine potrebbe derivare dal lemma greco para-oikìa, cioè un provvisorio dimorare accanto (e forse anche un pellegrinare). Sorpreso? Forse. Comunque il significato originario non corrisponde all’immaginario collettivo e all’esperienza che normalmente percepiamo pensando alle nostre “parrocchie” come un ufficio o uno “sportello” con un impiegato (il parroco) che fa i turni 24 ore su 24, garantendo, quando serve, il puntuale esaudimento di servizi religiosi richiesti.
Il contesto, entro il quale si collocano sia la chiamata dei Dodici sia le origini storiche del nuovo popolo di Dio, è un contesto di mobilità, di “nomadismo”, di esilio. Il contesto spirituale entro cui prende forma la comunità dei discepoli del Signore è la diaspora e l’esilio. Non è un caso che la prima comunità cristiana si sente ‘straniera e di pellegrina’ (Ebrei 11,13; 1 Pietro 2,11).
Noi facciamo parte di un popolo che ha, di fronte al mondo, responsabilità messianica: «Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d’infermità….. E, strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».   Non ci distingue, dunque, il momento religioso, ma il momento messianico; non le mani giunte ma le mani aperte.
Il popolo a cui Mosè trasmette la Rivelazione di Dio è un popolo che Dio ha sollevato su ali di aquila cioè lo ha liberato dall’Egitto. È un popolo libero.  È un popolo di sacerdoti, non un popolo con a capo i sacerdoti.  È popolo santo, non un popolo abbarbicato al culto dei santi.
Facciamo attenzione a quanto dice il Vangelo. C’è questa folla stanca e sfinita, come «pecore senza pastore». In realtà, quella folla non era senza pastori; ne aveva anche troppi!  C’era il potere politico di Roma; c’era il severo potere religioso del Tribunale del Sinedrio; c’erano gli scribi, i farisei, gli anziani, i sacerdoti.  Era un popolo ben irregimentato.  Perché Gesù dice che era un gregge senza pastore?  Appunto perché era un gregge stanco e sfinito dal peso della piramide dei poteri che era sopra di loro. L’uomo è stanco e sfinito quando la sua vita passa nell’obbedienza o nell’inerzia. La stanchezza è una garanzia dell’obbedienza; più uno è stanco e più si affida e diventa docile. È difficile vivere ogni giorno in piena responsabilità. Allora invochiamo qualcuno che ci dispensi dal fare qualcosa. Questo è il sogno più maligno dell’uomo: non esercitare la responsabilità.  E gli ebrei avevano tanti pastori pronti a sostituirsi a loro.  Più che persone sbandate erano persone inibite e represse. Si tratta di uno sdoppiamento di personalità che noi conosciamo bene: da una parte le istituzioni ci assicurano uno svolgimento tranquillo della nostra vita, dall’altra ci proibiscono di sperare: perché se uno spera è inquieto e ci deve mettere del suo.  Le istituzioni ci danno tranquillità e ci rubano la speranza: è un patto diabolico.  Gesù viene, trova questo gregge di gente stanca e fonda il nucleo di un popolo messianico. Sceglie dei discepoli che solo la nostra fantasia devota mette su un piedistallo: di fatto erano povera gente.  Il gruppo dei dodici è molto eterogeneo. Tra loro ce ne sono alcuni – Andrea, Filippo, Bartolomeo, Giacomo Alfeo, Taddeo – di cui sappiamo appena il nome. Ciò che sappiamo degli altri lascia molto a desiderare.
Il primo del gruppo è Shimon (che in ebraico significa “colui che ascolta”) che ha il soprannome di Kefas (= pietra). Appaiono poi Giacomo di Zebedeo e suo fratello Giovanni, denominati nel Vangelo di Marco “Boanerges” (figli del tuono) alludendo al loro caratteraccio e al loro estremo zelo fondamentalista; nel Vangelo di Luca, costoro desiderano che cada un fulmine e bruci gli abitanti di un villaggio della Samaria, che non vollero ricevere Gesù perché era diretto a Gerusalemme (Lc 9,51-55). I tre uniti, Pietro, Giacomo e Giovanni, ebbero il privilegio di essere testimoni di tre grandi momenti della vita di Gesù: la rianimazione del cadavere della figlia di Giairo, la Trasfigurazione e la preghiera nel Getsemani. In nessuno di questi tre momenti, questi discepoli furono all’altezza della situazione. Alla fine, uno di loro, Pietro, giunge al colmo di negare il suo maestro, per ben tre volte; gli altri lo abbandonano…
Tornando alla nostra lista troviamo Tommaso, detto “Gemello” ; gemello di chi? Di me e di te che con lui vacilliamo nella fede chiedendo al Risorto di voler toccare per poter credere; poi Matteo il pubblicano detto anche Levi,  esattore delle tasse e  quindi collaborazionista con il potere romano; socialmente e religiosamente considerato allo stesso livello dei ladri, dei peccatori e delle prostitute; poi  “Simone il Cananeo” che il Vangelo di Luca chiama zelota, (Lc 6, 15); gli Zeloti erano forse terroristi che organizzavano la ribellione contro il dominio romano; poi Giuda Iscariota che tradisce Gesù. Una manciata di uomini presi dal basso, anche loro stanchi. C’è posto anche per me e per te. E li manda come popolo messianico: andate e annunciate, liberate, accogliete!  L’intera storia umana è un segno del passaggio continuo, mai compiuto, dal regime di inerzia a quello di responsabilità attiva.  E noi cristiani siamo un popolo messianico non perché preghiamo. Il cristiano si distingue dal fatto che ci mette una vita per tentare di liberarsi dagli idoli/faraoni. Questo richiede da noi la capacità di liberare la nostra coscienza da ciò che la rendono suddita, etero-diretta, gestita da altri.  Questo “rompere le catene!” attraverso una meditazione critica della Parola di Dio è un momento essenziale della vita cristiana.
Un tempo si misurava il cristiano dalla capacità delle sue devozioni personali e dalla docilità agli ordini ricevuti. Dopo il Concilio Vaticano II la nostra maturazione si misura sulla capacità di responsabilità unita alla capacità di essere popolo e non semplicemente folla.  Ovunque c’é passività ivi c’è l’opposto del Regno di Dio.
Ma perché viene costituito questo popolo santo, popolo sacerdotale?  Perché sia a servizio: «Andate, dite che il Regno di Dio è vicino!» E la prova qual è? «Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni. E siccome tutto vi è stato dato gratuitamente, date tutto gratuitamente». E’ un compito messianico che riguarda le attese umane fin nelle loro radici carnali.
L’evangelista Marco riferisce un fatto accaduto a Gesù durante un incontro con la folla: «Sento compassione di questa folla, perché già da tre giorni mi stanno dietro e non hanno da mangiare» (Mc 8) e chiamati a sé { testo greco: proskaleomai} i discepoli»… e poi narra che Gesù moltiplica i pani e i pesci:<< Prese i sette pani, rese grazie, li spezzò e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; ed essi li distribuirono alla folla.. Il verbo proskaleomai (chiamare a sé), tradotto letteralmente, può anche significare «chiamare in rinforzo», infatti chiama i discepoli per aiutarlo a distribuire i pani. Non si tratta, dunque, di un invito alla sequela mistico-religiosa, ma di una chiamata in rinforzo di quanto lui sta facendo.
“Radicati e costruiti in Cristo. Linee di orientamento per l’attuazione del Cammino sinodale delle Chiese in Italia” è il documento presentato durante l’ultima Assemblea generale della Cei nel maggio scorso 2026. Un testo che mette a fuoco alcune priorità; al centro la necessità di riconnettere Vangelo e vita, di ripensare l’iniziazione cristiana, di valorizzare i ministeri battesimali. Il Card Repole di Torino ha detto: «Veniamo da un’epoca nella quale, dentro comunità che si percepivano normalmente cristiane, il ministero realmente riconosciuto era soprattutto quello del prete. Il Concilio Vaticano II ci ha aiutati molto, anche con il ripristino del diaconato permanente, ma ha pure posto le premesse perché esistano ministerialità fondate non sul sacramento dell’Ordine, bensì sul Battesimo. Oggi possiamo pensare a comunità nelle quali ci sono il ministero del prete, il ministero del diacono, ministeri riconosciuti dei battezzati e tanti ministeri di fatto, tutti però a servizio della vita evangelica e dell’annuncio del Vangelo».  Il Cammino sinodale, infatti, ha mostrato anche l’urgenza «di rinnovare la forma delle parrocchie», perché diventino sempre più i luoghi di una «corresponsabilità differenziata», e si trovino modi sempre più evangelici per essere «presenza profetica» negli ambienti di vita, fuggendo la tentazione di chiudersi in una spiritualità individualista.
Buon lavoro a te, dunque, tredicesimo apostolo!




7 giugno 2026. Corpo e Sangue
Per ricordare, mangiare insieme, vivere.

Corpo e sangue del Signore – 7 giugno 2026

Preghiamo. Dio fedele, che nutri il tuo popolo con amore di Padre, ravviva in noi il desiderio di te, fonte inesauribile di ogni bene: fa’ che, sostenuti dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo, compiamo il viaggio della nostra vita, fino ad entrare nella gioia dei santi, tuoi convitati alla mensa del regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del Deuteronòmio 8,2-3.14-16
Mosè parlò al popolo dicendo: «Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Non dimenticare il Signore, tuo Dio, che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».
Salmo 147.  Loda il Signore, Gerusalemme.
Celebra il Signore, Gerusalemme, loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte, in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.
Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio: la sua parola corre veloce.
Annuncia a Giacobbe la sua parola, i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 10,16-17
Fratelli, il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane.
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,51-58.
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

 Per ricordare, mangiare insieme, vivere. Don Augusto Fontana

Le origini della festa di oggi risalgono al Papa Urbano IV  che la istituisce l’ 11 agosto 1264 sotto la spinta di 3 donne beghine[1]. Era appena accaduto uno strano “miracolo” a Bolsena dove – si diceva – un’ostia aveva perso gocce di sangue.
E’ una festa che duplica la solenne celebrazione del Giovedì santo. Quando io sarò Papa la eliminerò. Ma per ora, visto che c’è, ne visiterò il significato concentrandomi su tre verbi: ricordare, mangiare insieme, vivere.
Ricordare.
«Ricordati di tutto il cammino che il Signore ti ha fatto fareNon dimenticare il Signore, tuo Dio che ti ha fatto uscire…ti ha condotto…ha fatto sgorgare…ti ha nutrito». Il verbo greco Mnemonéuo corrisponde al verbo ebraico Zakar e al suo sostantivo Zikkaron che traduciamo con Memoriale (“Questo giorno sarà per voi le-zikkaron, il memoriale” Es. 12,14). Il Memoriale, nella Bibbia, non significa tornare con la memoria a eventi passati, ma diventarne protagonisti, trapiantando nel tempo presente un evento passato. Il ricordomemoriale fonda le grandi feste d’Israele: Peshach per celebrare l’uscita dall’Egitto; Shavu’ot per celebrare il dono della Torà dopo l’uscita dal deserto, Shabat per celebrare il settimo giorno della creazione. Un tipico esempio di ricordo coinvolgente e sconvolgente ce lo riferiscono i vangeli sinottici in occasione del tradimento di Pietro: «Allora Pietro si ricordò di quella parola che Gesù gli aveva detto: Prima che il gallo canti… E pianse». Si ricordò e pianse. Così occorre ricordare! L’evento passato si incunea nel tuo oggi e si attorciglia nelle fibre sensibili della tua vita, le scuote e tu ne diventi protagonista. Il ricordo è un processo di comprensione che nasce dallo Spirito Santo: “Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi; ma lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,25-26).
La catechesi biblica e liturgica di Israele e della Chiesa ci conduce a diventare ruminanti cioè ricordanti, come dice Antonio, antico padre del deserto: «Al cammello basta poco cibo. Egli lo conserva dentro di sé finché non ritorna alla stalla, lo fa risalire in bocca, lo rumina fino a che non entra nelle sue ossa e nella sua carne. Imitiamo il cammello: recitiamo ogni parola delle sante scritture custodendola in noi finché non l’abbiamo compiuta». L’Eucaristia domenicale è il tempo della nostra ruminazione comunitaria. San Gregorio di Nazianzio[2] afferma che “ricordarsi di Dio è più necessario che respirare; e, se così si può dire, non dobbiamo fare altro“. Noi siamo come Gomer la sposa del profeta Osea il quale dice di lei: “seguiva i suoi amanti mentre dimenticava me” (Osea 2,15). La sostanza profonda dell’infedeltà di lei è proprio il suo dimenticare infrangendo il legame dell’alleanza. Scrive Geremia: “più mutevole di ogni altra cosa è il cuore, difficilmente guaribile” (Geremia 17,9). Per questo Osea dichiara: ” ecco la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là canterà come nei giorni della sua giovinezza, come quando uscì dal paese d’Egitto” (Osea 2,16). Il ricorso a un luogo della “memoria che salva” è la scelta estrema di un Dio che rinuncia a ritirare gli alimenti alla sua sposa e la richiama nel luogo del fidanzamento per nutrirla di sussurri, di baci e di pane: «Prendete e mangiatene tutti…Fate questo in memoria di me».
Ma il Ricordare liturgico dell’Eucaristia si riferisce anche ad un altro aspetto messo in evidenza da due secche domande di Paolo nella seconda lettura: «E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?». Che è come dire: «Ricordatevi che poiché vi è un solo pane, noi siamo un solo corpo». L’Eucaristia fonda la chiesa, ha scritto Giovanni Paolo II  in due  Lettere Encicliche[3]: «Ai germi di disgregazione tra gli uomini, che l’esperienza quotidiana mostra tanto radicati nell’umanità a causa del peccato, si contrappone la forza generatrice di unità del corpo di Cristo. L’Eucaristia, costruendo la Chiesa, proprio per questo crea comunità fra gli uomini». L’apostolo Paolo è costretto a inviare alcune righe di fuoco alla sua amata comunità di Corinto (1 Corinti 11): «Sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore.  Ciascuno infatti, quando partecipa alla cena, prende prima il proprio pasto e così uno ha fame, l’altro è ubriaco…Volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e far vergognare chi non ha niente?». La discriminazione e l’indifferenza reciproca durante e dopo l’Eucaristia fu anche un grave dispiacere per l’apostolo Giacomo (Giac. 2): «Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d’oro  al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito  logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite:  “Tu siediti qui comodamente”,  e al povero dite:  “Tu mettiti in piedi lì”,  non fate in voi stessi  preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi?». Ricordati, dunque, che facendo comunione con il Corpo e Sangue di Cristo, tu apri la bocca per “mandar giù”(accogliere) anche fratelli e sorelle della comunità.
Mangiare insieme.
«Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». In poche righe la parola pane è citata 5 volte, carne e sangue 10 volte; mangiare e bere 11 volte.
Quando fu istituita la festa di oggi circolavano strani teologi, Albigesi o Catari, considerati poi eretici, i quali riprendendo le teorie dei Manichei, consideravano la materia come opera del diavolo; di conseguenza l’Incarnazione e i Sacramenti – Eucaristia compresa – altro non erano che inganni diabolici. Mi sembra di sentire ancora oggi l’odore acre di questa fede evanescente quando mi si dice: «Io sono molto cristiana anche se non vado a Messa». I Vangeli di Matteo, Marco e Luca ci ricordano il realismo della fede: «Prendete questo pane e masticatene tutti e bevete questo calice. Fate questo in memoriale di me» che ha il suo riscontro soprattutto nella storia dei discepoli di Emmaus, riscaldati dal Memoriale delle sue Parole e vivificati dal Memoriale della Cena: «Lo riconobbero allo spezzare del pane». Giovanni sembra ancora più realista: «Lavò loro i piedi e disse “lavatevi i piedi tra di voi come io ho fatto a voi”». Carne, pane, vino, sangue, piedi; masticare, bere, lavare: è la fine di una fede evanescente, intimistica, ideologica, anagrafica, sociologica! La materia in azione (spezzare…distribuire…mangiare) è luogo di rivelazione; la croce abitata da un grumo di carne che si proclamava Figlio di Dio è il nuovo tempio; il giorno dopo il sabato è il nuovo santuario; una tomba vuota (il battistero?) è il giardino degli appuntamenti amorosi con Dio come lo fu un tempo il deserto pieno di paure e di serpenti velenosi, di tradimenti e di speranze, di rocce umide di acqua, di un arbusto nutriente e sconosciuto: «Man-hu? Cos’è questo?» si chiesero gli Israeliti inventando così un nome nuovo (manna) a quel succo zuccherino che sgorga dalle lesioni della corteccia del Fraxinus ornus e che si rapprende rapidamente a contatto dell’aria.
In questa nostra strana epoca materialista si snobba, chissà perché, un Dio che viene a noi attraverso il realismo della Incarnazione, della Parola e dei segni sacramentali, della carne dei poveri; in questa nostra strana epoca di banchetti ipercalorici si snobba un Dio che viene a noi nell’atto del mangiare masticando (Giovanni usa due verbi: fàgō = mangiare e trògō = masticare); in questa nostra strana epoca dell’oblio del passato e del futuro e che divora bulimicamente il tempo presente (patologia chiamata “cronofagia”, divorare il tempo) si snobba un Dio che ci invita a ricordare-meditando, fare memoria-celebrando, non dimenticare quello che fummo e quello che saremo con Lui.  Pane e vino, non solo frumento e uva: pane e vino frutti sì della terra ma anche del lavoro di uomo/donna. Materia che sa di terra e di sole e di vento e di rugiada, ma anche di sudore di ascelle e piedi, e di gemiti dagli oppressi e di grida dai liberati. Santa materia sacramentale di Dio, carne di Dio, nutrimento e memoria, lavoro e celebrazione, Santa Eucaristia di gratitudine e lode, di canto e condivisione. Corpo e Sangue.
Vivere.
Nel Vangelo di oggi, per 9 volte in poche righe risuona la vita. Padre Ermes Ronchi scrive: «Vivere, canto supremo dell’essere, grido ultimo d’ogni salmo; vivere per sempre, vertigine della speranza. Ma il vangelo pone una domanda: che cosa ti fa vivere? Io vivo di persone. L’uomo non vive di solo pane. Anzi, di solo pane l’uomo muore. Tutti potremmo raccontare del nostro viaggio nella vita non soltanto gli scorpioni o i serpenti, ma l’acqua scaturita un giorno all’improvviso quando, disperati, credevamo di non farcela e dal cielo è arrivato qualcosa, una forza, un amore, un amico, un canto. Se sono sopravvissuto, se non sono diventato io stesso un deserto, terra spenta e inospitale, lo devo a un Altro. Io vivo di Dio»[4].


[1] Beghine e begardi dal 1150 erano associazioni religiose formatesi al di fuori della struttura gerarchica della Chiesa cattolica in una vita laicale monastica. Furono proibite dal Concilio ecumenico lateranense del 1215.
[2]  Nasce a Nazianzio in Cappadocia nel 329; è stato vescovo e teologo; fu maestro di san Girolamo.
[3] Dies Domini 1993; Ecclesia de Eucharistia 2003.
[4] Persi nel deserto, è l’altro il nostro pane. p. Ermes Ronchi (02-06-2002)




31 maggio 2026. Padrefigliospiritosanto
UN DIO MISTERIOSO

Preghiamo. Padre, fedele e misericordioso, che ci hai rivelato il mistero della tua vita donandoci il Figlio unigenito e lo Spirito di amore, sostieni la nostra fede e ispiraci sentimenti di pace e di speranza, perché riuniti nella comunione della tua Chiesa benediciamo il tuo nome glorioso e santo. Per Gesù Cristo il nostro Signore.. Amen.
Dal libro dell’Èsodo 34,4-6.8-9
In quei giorni, Mosè si alzò di buon mattino e salì sul monte Sinai, come il Signore gli aveva comandato, con le due tavole di pietra in mano. Allora il Signore scese nella nube, si fermò là presso di lui e proclamò il nome del Signore. Il Signore passò davanti a lui, proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio, misericordioso, pietoso, lento all’ira, ricco di tenerezza e di fedeltà, [7che conserva la sua tenerezza per mille generazioni, che perdona colpa, trasgressione e peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione][1]. Mosè si curvò in fretta fino a terra e si prostrò. Disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, Signore, che il Signore cammini in mezzo a noi. Sì, è un popolo dalla testa dura, ma tu perdona la nostra colpa e il nostro peccato: fa’ di noi la tua eredità».
Salmo di Daniele 3,52-56.  A te la lode e la gloria nei secoli.
Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri.
Benedetto il tuo nome glorioso e santo.
Benedetto sei tu nel tuo tempio santo, glorioso.
Benedetto sei tu sul trono del tuo regno.
Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi e siedi sui cherubini.
Benedetto sei tu nel firmamento del cielo.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 13,11-13
Fratelli, siate gioiosi, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi a vicenda con il bacio santo. Tutti i santi vi salutano. La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi.
Dal Vangelo secondo Giovanni 3,16-18
In quel tempo, disse Gesù a Nicodèmo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio, unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio».

UN DIO MISTERIOSO. Don Augusto Fontana.

Oggi faccio mia, sempre più spesso, la preghiera del profeta Isaia: «Veramente tu sei un Dio nascosto [misterioso]» (Is 45,15).
Mai sentito parlare di Manoach padre di Sansone? (cf. Libro dei Giudici cap. 13). Manoach aveva una moglie sterile alla quale appare più volte un “angelo” che le promette fecondità. Finalmente anche Manoach riesce ad incontrare il misterioso personaggio che gli promette il figlio: «Come ti chiami, perché quando si saranno avverate le tue parole, noi ti rendiamo onore?». L’angelo del Signore gli rispose: “Perché mi chiedi il nome? Esso è misterioso”».
Sono stretto nella morsa tra il dover tacere e il dover nominare questo Nome Misterioso e Nascosto. E chissà quante volte ne ho parlato e scritto a vanvera. Ne dovrò rispondere quando il suo Nome e il Suo Volto mi si riveleranno così come sono e non così come lo ho rappresentato.
Nella Bibbia i Nomi di Dio non si contano più: Elohim=Dio; El-Shaddaï= onnipotente; El-Elyon=Altissimo; El-Roï=Dio che vede; El-Kanna=Dio geloso; El-Haï=Dio vivente; El-Olam=Dio eterno; Adonaï=Signore; Abba= Padre -; Ehyeh=Io sono; Ehad= Uno; Misgav= rifugio; Aman=Roccia; Agape=Amore  ecc (cf. nota 1).
Il Concilio di Nicea nel 325 d.C. e il Concilio di Costantinopoli del 381 hanno definito ufficialmente la dottrina della Trinità; l’espressione «un’unica natura divina in tre persone uguali e distinte» è chiaramente un tributo alla cultura filosofico-teologica del tempo e difficilmente trova riscontro – come linguaggio – nella Scrittura.
Quando il Capitolo Generale dei Cistercensi nel 1230 elevò la festa della Santissima Trinità al rango di celebrazione liturgica, venne specificato che non doveva esserci nessuna predica “a motivo della difficoltà del soggetto” (cfr. B. Daley, Communio 21). Dal momento che il “soggetto” della Trinità era troppo complesso per la cristianità del XIII secolo, ci si può ben chiedere da quale punto si possa partire per affrontare oggi lo stesso tema, e quali applicazioni pratiche abbia la dottrina per il cristiano moderno.
Le letture di oggi ci rivelano frammenti del volto o del Nome di Dio.
La prima lettura (Esodo) lo rivela come un Dio “compassionevole e misericordioso, lento all’ira e pieno di clemenza e fedeltà”; e questo immediatamente dopo l’episodio del vitello d’oro. Come per evidenziare il contrasto tra l’infedeltà del popolo e la fedeltà di Dio.
I profili biblici divini non rimandano solo alla paternità e mascolinità, ma anche alla femminilità materna. Il pensiero corre al delizioso Salmo 131,2: «Sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre». Oppure potremmo rimandare all’altra comparazione di Isaia 66,13: «Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò». Nel cantico di Mosè, presente in Deuteronomio 32, il Signore entra in scena come padre (v. 6: «Non è lui il padre che ti ha creato, lui che ti ha fatto e costituito?»). Ma poco dopo, designato col titolo classico di “roccia”, “rupe”, acquista un volto materno: «Tu hai trascurato la Roccia che ti ha generato; hai dimenticato il Dio che ti ha partorito» (32,18). Il verbo “partorire” (hîl) è specificamente femminile e materno. Celebre, infine, è il testo di Isaia 49,15: «Si dimentica forse una donna di amare teneramente il figlio del suo ventre? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai!».
Nella seconda lettura, Paolo ci rivela il mistero di Dio mediante il saluto trinitario all’assemblea: “la grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore del Padre e la comunione dello Spirito Santo siano sempre con voi“.
Da ultimo, il Vangelo di oggi è uno di quei testi, vertice della letteratura biblica, che rivelano una luce speciale: “Dio tanto amò il mondo che offrì il suo figlio“.
Questi saranno i veri fondamenti della nostra festa.
In primo luogo il Dio d’Israele e di Gesù è un Dio inserito nella storia. L’antico e il nuovo popolo di Dio non giungeranno all’esperienza di Dio né attraverso la natura (mediante le religioni naturali), né attraverso la filosofia (mediante le elucubrazioni dei filosofi), ma attraverso la storia. Da qui il Credo d’Israele e della chiesa si definisce come Credo storico; è impossibile proclamare questo Dio, tralasciando i grandi avvenimenti della storia di salvezza: “nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto“: sono dati storici puntuali. Tralasciare la storia, sarebbe disincarnare la fede. Un Dio spogliato della storia non sarebbe il Dio dei cristiani.
In secondo luogo, in questa storia piena di luce e di ombre c’è una “rivelazione progressiva”. Quando eravamo bambini avevamo un’esperienza di Dio che è venuta maturando poco alla volta diventando adulti. Si tratta di un principio della pedagogia divina. Il mistero di Dio “uno e trino” è frutto di questa esperienza di rivelazione progressiva nella storia. Rivelazione vertice, espressione di maturità: Dio non è un essere isolato, distaccato dalle realtà temporali, solitario. E’ un Dio comunitario, famigliare, sociale, fraterno… Il vertice di tutta la rivelazione biblica è questo: Dio è amore.
La Trinità? Un abbraccio, non un concetto[2]
Io che sono lento a credere, come potrò cogliere qualcosa della Trinità? Una strada c’è, e non è quella delle formule e dei concetti. Dio non è una definizione ma un’esperienza. In uno dei capolavori di Kieslowski sui Dieci Comandamenti, Decalogo I, il bambino protagonista sta giocando al computer. Improvvisamente si ferma e chiede alla zia: «Com’è Dio?». La zia lo guarda in silenzio, gli si avvicina, lo abbraccia, gli bacia i capelli e tenendolo stretto a sé sussurra: «Come ti senti, in questo momento?». Pavel non vuole sciogliersi dall’abbraccio, alza gli occhi e risponde: «Bene, mi sento bene». E la zia: «Ecco, Pavel, Dio è così». Dio come un abbraccio. Se non c’è amore, nessuna cattedra sa dire Dio. Dio come un abbraccio: è il senso della Trinità. Dio non è in se stesso solitudine, ma comunione. Se il nostro Dio non fosse Trinità, vale a dire incontro, relazione, comunione e dono reciproco, sarebbe un Dio da delusione, assente e distratto.
Trinità e Chiesa: una polifonia.
«Voi non fatevi chiamare rabbini perché è uno solo il vostro maestro e voi siete tutti fratelli» (Matteo 23,8). L’odierno contesto socio-culturale è segnato da un marcato iper-individualismo e questo non ci aiuta per una esperienza di Chiesa come fraternità e sororità. Spesso nelle nostre comunità i ministri ordinati si comportano, o vengono considerati per pigrizia e interesse, come capi indiscussi. Perciò non sorprende il vedere il ruolo ancora subalterno dell’altra parte più numerosa del popolo di Dio, cioè dei cristiani laici. E neppure sorprende di constatare ancora oggi nella Chiesa, a oltre 60 anni dal Concilio Vaticano II l’assenza di una vera Sinodalità, vale a dire la capacità di camminare insieme, dialogare nella carità, progettare e decidere insieme, al fine di trovare un vero consenso ecclesiale. Una Chiesa che nasce dalla Trinità è una Chiesa capace di vivere in Sinodo permanente non solo all’interno della Chiesa, ma anche con la società civile. Prevale ancora la smania di schierarsi in campi contrapposti, in nome di “valori non negoziabili” o a difesa di una “cultura cattolica”. È vero: la Chiesa non è una democrazia parlamentare. Ma neppure è una monarchia teocratica che insegue l’idolatria del capo. Diciamo, allora, che è una fraternità. La categoria di fraternità, letta in chiave teologica, ci permette di superare sia la visione populista che quella gerarchica e piramidale della Chiesa. Il fondamento sta innanzitutto nella comunicazione dialogica tra il Padre il Figlio e lo Spirito Santo. Il Concilio Vaticano II afferma che “la Chiesa universale si presenta come un popolo adunato dall’unità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” (Lumen Gentium, 4). Scrive ancora: “il Verbo incarnato, primogenito tra molti fratelli… dopo la sua morte e risurrezione ha istituito attraverso il dono del suo spirito una nuova comunione fraterna, in quel suo corpo che è la Chiesa, nel quale tutti, membri tra di loro, si prestassero servizi reciproci, secondo doni diversi loro concessi” ( Gaudium et spes 32).
Papa Francesco durante l’assemblea della CEI il 20 maggio 2019 aveva detto ai Vescovi che la Sinodalità: “è la cartella clinica dello stato di salute della Chiesa italiana e del vostro operato pastorale ed ecclesiastico”.


[1] Elenco dei 13 Nomi di Dio secondo il testo ebraico di Esodo 34: YHWH (Il Signore), YHWH (Il Signore), El (Dio potente), Rachum (Misericordioso), Chanun (Gratuito), Erech Apayim (Lento all’ira), Rav hesed (Ricco in amore), Emet (Fedele), Notzer hesed la-alafim (Che conserva la bontà per mille generazioni), Noseh avon (Che perdona l’iniquità); Noseh pesha (Che perdona la trasgressione), Noseh Chata’ah (Che perdona il peccato), Ve-nakeh (Che assolve).
[2] P. Ermes Ronchi (26-05-2002)




10 maggio 2026. Domenica 6a Pasqua
INTERIORITÀ, TRASPARENZA, IMPEGNO

6a Domenica di Pasqua 

Preghiamo. O Dio, che ci hai redenti nel Cristo tuo Figlio messo a morte per i nostri peccati e risuscitato alla vita immortale, confermaci con il tuo Spirito di verità, perché nella gioia che viene da te, siamo pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 8,5-8.14-17
In quei giorni, Filippo, sceso in una città della Samarìa, predicava loro il Cristo. E le folle, unanimi, prestavano attenzione alle parole di Filippo, sentendolo parlare e vedendo i segni che egli compiva. Infatti da molti indemoniati uscivano spiriti impuri, emettendo alte grida, e molti paralitici e storpi furono guariti. E vi fu grande gioia in quella città. Frattanto gli apostoli, a Gerusalemme, seppero che la Samarìa aveva accolto la parola di Dio e inviarono a loro Pietro e Giovanni. Essi scesero e pregarono per loro perché ricevessero lo Spirito Santo; non era infatti ancora disceso sopra nessuno di loro, ma erano stati soltanto battezzati nel nome del Signore Gesù. Allora imponevano loro le mani e quelli ricevevano lo Spirito Santo.
Salmo 66 (65)  Acclamate Dio, voi tutti della terra.
Acclamate Dio, voi tutti della terra, cantate la gloria del suo nome, dategli gloria con la lode.
Dite a Dio: «Stupende sono le tue opere!  A te si prostri tutta la terra, a te canti inni, canti al tuo nome». Venite e vedete le opere di Dio, stupendo nel suo agire sugli uomini.
Egli cambiò il mare in terraferma; passarono a piedi il fiume: per questo in lui esultiamo di gioia.
Con la sua forza domina in eterno.
Venite, ascoltate, voi tutti che onorate Dio, e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio che non ha respinto la mia preghiera, non mi ha negato la sua misericordia.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 3,15-18
Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo. Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.
Dal Vangelo secondo Giovanni 14,15-21
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

INTERIORITÀ, TRASPARENZA, IMPEGNO[1]

Il brano del Vangelo di Giovanni svela l’interiorità del credente, che non è un orfano che vive in solitudine piegato su di sé; specie nei momenti di disperazione, quando ogni appiglio della storia gli si spezza nelle mani. Il credente ha in sé la presenza del Padre e dello Spirito consolatore (il termine greco para-kletos significa “chiamato vicino”) e del Figlio.
Nel Lettera di Pietro, la manifestazione della fede non appare come propaganda o proselitismo nei confronti dei non credenti, ma come trasparenza di una speranza capace di scuotere ma con dolcezza mite.
Gli Atti degli Apostoli rivelano l’impegno: Filippo va ad annunciare il Vangelo nella Samaria. La Samaria era, per l’antico Israele, una regione emarginata. Non c’era stima dei giudei verso i samaritani. Ed è proprio lì che va Filippo e non solo annuncia ma libera i malati, gli oppressi, gli indemoniati. E «vi fu grande gioia in quella città».
I tre passi della fede.
Tre momenti dunque: interiorità, trasparenza, impegno. Sono tre tappe di un cammino della vita di fede.

  1. Innanzitutto il Vangelo ha una parola toccante, quando ci dice che non saremo lasciati orfani. L’immagine dell’orfano è l’immagine dell’uomo senza paternità e maternità, senza riferimenti di cuore. Aver fede significa uscire da questa solitudine, è stabilire un rapporto di dialogo interno con una paternità. E perché mai questa certezza della paternità di Dio, a dispetto di tutte le prove tangibili? È importante non dimenticare che il Vangelo non fonda mai la certezza della paternità di Dio sull’evidenza delle cose. Il Vangelo chiama in causa lo Spirito. È la forza dello Spirito che ci rende certi. Di questa forza dello Spirito non si danno argomentazioni. Non è un oggetto dimostrabile; è una forza sperimentabile. Così come ragionando mille anni su che cosa è l’amore, non si capisce niente se non lo si è sperimentato, a maggior ragione lo Spirito Santo non significa niente se non se ne ha l’esperienza. L’esperienza interiore dello Spirito è il momento della certezza della paternità di Dio. Se abbiamo la certezza che viene dallo Spirito, noi sappiamo che c’è un luogo in cui si è manifestata la paternità: è Gesù, il Signore. Scrive P. Ermes Ronchi: «Giovanni ricorre al verbo più importante della vita spirituale: essere-in. Non solo essere accanto, presso, vicino, ma essere-in. Dentro, immersi, uniti: lo Spirito sarà in voi… io sono nel Padre, voi siete in me e io in voi».
  2. Però se ci presentiamo agli altri come manifestiamo la nostra speranza? Nella Lettera di Pietro ci sono parole che hanno una delicatezza moderna: «Fate questo con dolcezza e rispetto». Ci sono modi di ostentare le certezze interiori che sono irriguardosi e provocatori. Si può utilizzare la fede come un randello. In un mondo che si dispera, andare a raccontare che tutto è bello, che Dio è Padre, può essere una provocazione irrispettosa. Camminare con una rosa in mano in mezzo alle rovine del mondo non è una dimostrazione di amore, ma una forma di narcisismo sfacciato. Dobbiamo riapprendere il rispetto per gli altri. Può anche capitare che una processione non sia più un segno eloquente ma irrispettoso. Le certezze che vengono dal Padre non si gridano per sconfiggere gli altri. Con un non-credente il linguaggio della fede non è un punto di incontro. Il punto di incontro è la speranza. La speranza è il nome laico della fede, è il nome partecipabile. Per dare le ragioni della nostra speranza in un linguaggio rispettoso essa deve entrare dentro gli spazi delle speranze dell’uomo. Il Signore ha camminato accanto all’uomo e si è messo a sedere accanto a lui. Non ha imposto le sue speranze, è entrato nella disperazione del paralitico, del padre a cui era morta la figlia, della samaritana dal cuore agitato ed arido. La vita eterna, di per sè, è molto più importante di questa che viviamo. Ma nell’ordine dell’amore, l’essenziale può essere il bicchier d’acqua dato all’assetato e il pane dato all’affamato. È questo un punto critico della nostra fede. Lo vediamo; in un tempo di crescenti disperazioni, non siamo in grado, come credenti, di essere testimoni della speranza. Le piazze, gli assembramenti umani, dei giovani in specie, non tollerano più nessun riferimento al Vangelo perché la parola evangelica non ha più senso. Essa deve ritrovare la via all’interno delle speranze che agitano il cuore dell’uomo collettivo e individuo.
  3. Il terzo momento è quello della gioia della città. La città di Samaria (scomunicata, emarginata, praticamente un lebbrosario) che all’improvviso fiorisce nella gioia è un emblema degli effetti della presenza cristiana in mezzo agli emarginati, in mezzo alla città. Io sono credente se il mio impegno è un impegno di liberazione, se io caccio i demoni dall’uomo. Una pietà cristiana che non sia molle ma forte, deve entrare nella circolazione della vita collettiva.

[1] Elaborazione da Il mandorlo e il fuoco di P.Ernesto Balducci  Vol. 1 – Ed Borla.




3 maggio 2026. Domenica 5a di Pasqua
MA DOVE CI PORTA?

5 domenica di pasqua.

 Preghiamo. O Padre, che ti riveli in Cristo maestro e redentore, fa’ che, aderendo a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a te, siamo edificati anche noi in sacerdozio regale, popolo santo, tempio della tua gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 6,1-7
In quei giorni, aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense. Dunque, fratelli, cercate fra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola». Piacque questa proposta a tutto il gruppo e scelsero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Pròcoro, Nicànore, Timone, Parmenàs e Nicola, un prosèlito di Antiòchia. Li presentarono agli apostoli e, dopo aver pregato, imposero loro le mani. E la parola di Dio si diffondeva e il numero dei discepoli a Gerusalemme si moltiplicava grandemente; anche una grande moltitudine di sacerdoti aderiva alla fede.
Salmo 33 (32).  Il tuo amore, Signore, sia su di noi: in te speriamo.
Esultate, o giusti, nel Signore; per gli uomini retti è bella la lode.
Lodate il Signore con la cetra, con l’arpa a dieci corde a lui cantate.
Perché retta è la parola del Signore e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto; dell’amore del Signore è piena la terra.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme, su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 2,4-9
Carissimi, avvicinandovi al Signore, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: «Ecco, io pongo in Sion una pietra d’angolo, scelta, preziosa, e chi crede in essa non resterà deluso». Onore dunque a voi che credete; ma per quelli che non credono la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo e sasso d’inciampo, pietra di scandalo. Essi v’inciampano perché non obbediscono alla Parola. A questo erano destinati. Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa.
Dal Vangelo secondo Giovanni 14,1-12
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via». Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».  Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.  Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre».

 «Io sono la strada». Don Augusto Fontana

La liturgia porta a chiederci non «dov’é Gesù?», ma «dove sta andando?». Non «dove possiamo trovarlo?», ma «dove ci porta?».
Domenica scorsa abbiamo sentito un brano della Prima Lettera di Pietro (cap.2): «Se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, poichè anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme».  La domanda dunque ci insegue: “dove sta andando?”, “dove ci porta?”.  Questa domanda l’abbiamo sentita risuonare nel Cenacolo nell’imminenza della Pasqua: «Quando Giuda  fu uscito, Gesù disse: “Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete: dove vado io voi non potete venire”. Simon Pietro gli dice: “Signore, dove vai?”. Gli rispose Gesù: “Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi”. Pietro disse: “Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!”. Rispose Gesù: “Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte”» (Gv. 13). Questa domanda risuona dopo la resurrezione e si fa chiara oggi: « “E del luogo dove io vado, voi conoscete la via”. Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai e come possiamo conoscere la via?”. Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”» (Gv. 14). Il termine più importante è il primo, “la via”, gli altri due servono come spiegazione (cioè: “Io sono la via, in quanto verità e vita”).
«Dice il Signore: Io sono la via, ma noi abbiamo seguito altre strade. Io sono la verità, e noi abbiamo pensato di possederla chiudendola in formule, in aride dottrine. Io sono la vita, ma noi abbiamo cercato altre sorgenti e altro pane che non nutrono»[1].
Domenica scorsa Gesù si è presentato: « Io sono la porta». Oggi ci dice «Io sono la strada».
Anche Gesù è in movimento. Domenica si diceva:« il pastore cammina davanti al gregge». Oggi si dice «Io vado…quando sarò andato tornerò…». Esodo. Una chiesa in esodo, in movimento. Un ovile che…viaggia, più simile ad una transumanza che ad un rifugio protettivo o un muro del pianto.
Mi pare che siamo perseguitati da immagini, parole e verbi di movimento.
E’ chiaro che non si tratta solo di spostamenti da un posto all’altro: anche questo, ovviamente, se si rilegge la storia della Chiesa coma la storia di una missione: «Andate![2]».  Ma si tratta anche di spostamenti interiori, quello schiodarsi dalle proprie abitudini e idee che la Bibbia chiama con il termine di “ritorno” o “conversione”: «Fin dai tempi dei vostri padri vi siete allontanati dai miei precetti, non li avete messi in pratica. Ritornate a me e io tornerò a voi, dice il Signore. Ma voi dite: “Come dobbiamo tornare?” » (Malachia 3, 7).
Ecco la domanda: «Come dobbiamo tornare? Come possiamo conoscere la via?». Ma la domanda più sapiente l’ha fatta, a nome nostro, Simon Pietro: «Signore, dove vai?» (Gv. 13,36). Il nostro specifico posto di discepoli è di essere dove è Lui: «…perché siate anche voi dove sono io». Se risaliamo la corrente della nostra vita di battezzati prima o poi ritroviamo la nostra sorgente che consiste in un invito: «Seguimi![3]».  Dove va il Signore?. Gesù pregava spesso con i salmi: «Camminerò alla presenza del Signore sulla terra dei viventi (mentre vivo la mia vita quotidiana)» (Salmo 116, 9). «Beato l’uomo di integra condotta, che cammina nella legge del Signore…Non commette ingiustizie, cammina per le sue vie…Sarò sicuro nel mio cammino, perché ho ricercato la tua volontà….Lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino….Grande pace per chi ama la tua legge, nel suo cammino non trova inciampo». (salmo 119, versetti 1.3.45.105.165).
Già così riusciamo a capire verso dove sta andando e verso dove ci conduce il pastore delle nostre vite.
Con le mani giunte e i piedi per terra…
Ma se volessimo tradurre più concretamente alcune indicazioni, la prima lettura di oggi ci offre uno spunto appetitoso: si tratta del racconto meditato di una delle prime comunità pasquali che si misura con la concretezza dei problemi della vita messi a confronto con le opportunità offerte dallo Spirito. Mentre cresceva il numero di quanti rico­noscevano in Gesù il Messia, la comunità di Gerusalemme si ritro­vava spaccata tra ‘ellenisti’ ed ‘ebrei’ (v. 1): i primi erano giudei ma parlavano in greco, provenienti da terre fuori della Palestina; i secondi, invece, erano giudei palestinesi, di lingua aramaica, legati a usanze religiose ebraiche. La diversità di ve­dute tra i due gruppi si rendeva evidente soprattutto a livello di prassi religiosa: mentre i cristiani ‘ebrei’ mantenevano invariate alcune consuetudini liturgiche come la frequenza al tempio per la preghiera (cfr., ad esempio, At 3,1), i cristiani ‘ellenisti’ non mostravano la stessa preoccupazione. Il racconto ricorda una protesta da parte degli ‘ellenisti’ per ra­gioni di equità: ritenevano infatti che, in occasione del­la distribuzione dei sussidi, le loro vedove venissero trascurate.  Si rende così necessario l’intervento autorevole dei Dodici per dirimere la questione. Nella soluzione proposta, gli apostoli cer­cano di evitare di compromettere il bene supremo della comu­nione, dando – ad esempio – ragione agli uni contro gli altri, oppure avocando a sé il controllo economico della comunità; preferisco­no, piuttosto, cogliere l’occasione per offrire un metodo per il discernimento comunitario. Distinguono quindi i livelli di compe­tenza, affermando anzitutto il loro compito principale: la pre­ghiera pubblica e l’annuncio della parola di Dio (vv. 2.4). Le questioni economiche degli ‘ellenisti’ possono invece essere de­legate agli interessati: sarà il gruppo stesso degli ‘ellenisti’, al pro­prio interno, ad individuare alcuni probi viri (uomini accreditati) in grado di assolvere a questo compito (v. 3).
Il bene della comunione ecclesiale, in questo modo, passa at­traverso una varietà di vedute ben organizzata. E’ il diffondersi della Parola di Dio a sollecitare una nuova riorganizzazione. E’ questo uno stile esemplare di gestione della Chiesa: con i piedi per terra e le mani giunte …

Due soluzioni emergono chiaramente: quando una parrocchia tratta cose materiali deve essere una grande esperta dello Spirito e quando si occupa di Liturgia e Parola deve possedere una notevole e continua esperienza nel servizio agli impoveriti. Quando “amministra” non deve “sporcarsi le mani”, quando “celebra” non deve aver paura di sporcarsele.
Voi siete pietre vive, non decorative.
Nella seconda lettura emerge una chiesa che segue il Signore diventando una comunità di corresponsabili costruttori, anzi pietre vive. La pietra richiama spesso una staticità che è però sinonimo di morte, come la pietra tombale rotolata da­vanti al sepolcro di Gesù (Mt 27,66). Nel testo di Pietro, invece, la metafora della pietra diventa paradossale: è viva e non è standard. Nella Chiesa tutti i battezzati sono chiamati ad esercitare il loro sacerdozio specifico (Romani 12,1) e a proclamare al mondo “le opere meravigliose compiute dal Signore”. Ma occorre essere pietre vive “scartate dai costruttori”. Saremo pietre “fuori misura”, scartabili quando non rientreremo nella misura standard del conformismo, quando non ci adatteremo agli ossequi formali, quando non accetteremo di essere utilizzati per facciate appariscenti, quando la nostra vita punzecchierà  i sogni dei furbi, quando la nostra mitezza non ci vedrà arruolati in operazioni di forza, quando cioè saremo pietre vive, parlanti, pensanti, e non pietre morte, inerti, squadrate, maneggevoli, decorative.
Perché Lui oggi in questa celebrazione è pietra viva, strada, porta, pastore, vita, verità e ci conduce per di là.


[1] Padre Ermes Ronchi
[2] Vangelo secondo Matteo: cap. 20 «[7] Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna»;  Cap. 22 «[9]andate ora agli incroci delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze»;  cap. 25 «[6]A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro!»; cap. 28 «[7]Presto, andate a dire ai suoi discepoli: E` risuscitato dai morti»; cap. 28 «[19]Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole…»
[3] Vangelo secondo Matteo – cap. 9 «[9]Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. »;  cap. 19 «[21]Gli disse Gesù: «Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi».




26 aprile 2026. Domenica 4a di Pasqua
Un pastore con l’odore delle pecore.

4 domenica di Pasqua

Preghiamo. O Dio, nostro Padre, che nel tuo Figlio ci hai riaperto la porta della salvezza, infondi in noi la sapienza dello Spirito, perché fra le insidie del mondo sappiamo riconoscere la voce di Cristo, buon pastore, che ci dona l’abbondanza della vita. Egli è Dio, e vive e regna con te…
 Dagli Atti degli Apostoli 2,14.36-41
[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così: «Sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso». All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro». Con molte altre parole rendeva testimonianza e li esortava: «Salvatevi da questa generazione perversa!». Allora coloro che accolsero la sua parola furono battezzati e quel giorno furono aggiunte circa tremila persone.
 Sal 23.  Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia.
Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 2,20b-25
Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché anche Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme: egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca; insultato, non rispondeva con insulti, maltrattato, non minacciava vendetta, ma si affidava a colui che giudica con giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti. Eravate erranti come pecore, ma ora siete stati ricondotti al pastore e custode delle vostre anime.
Dal Vangelo secondo Giovanni 10,1-10
In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».

Un pastore con l’odore delle pecore. Don Augusto Fontana

Gesù pastore. L’immagine apre su vasti orizzonti di mistica, di organizzazione pastorale, di leadership ecclesiale, di psicologia delle masse, di ecumenismo. Immagine teologica e dolce insieme; ma oggi lontana dall’immaginario europeo dei più. L’esperienza dei pastori dell’antico oriente rappresenta un riferimento lontano dalle attuali nostre condizioni di vita; nella nostra civiltà industriale e urbanizzata, l’immagine ha perso molto della sua forza e del suo mordente. Questo richiede un maggiore sforzo di ricerca. Il pastore semita non è solo guida che conduce ad un’oasi o ad un pascolo. Lui sa dare certezza e sicurezza perché il suo bastone nodoso libera sentieri intricati e difende da attacchi di animali selvatici; e l’unità del gregge è contenuta dal leggero tocco del rametto di salice (vincastro) sui fianchi della pecora disorientata. Il pastore è anche compagno di viaggio per cui le sue ore sono quelle del gregge: i rischi, la fame, la sete, il sole, la pioggia. Non solo guida, ma anche condivide: « pur essendo Figlio, imparò tuttavia l`obbedienza dalle cose che patì» (Ebrei 5, 8-9).
Papa Francesco durante la Messa Crismale del Giovedi Santo 2013 aveva chiesto ai preti: «Questo vi chiedo: di essere pastori con “l’odore delle pecore”, pastori in mezzo al proprio gregge, e pescatori di uomini… Quando la nostra gente viene unta con olio di gioia lo si nota: per esempio, quando esce dalla Messa con il volto di chi ha ricevuto una buona notizia. La nostra gente gradisce il Vangelo predicato con l’unzione, gradisce quando il Vangelo che predichiamo giunge alla sua vita quotidiana, quando scende come l’olio di Aronne fino ai bordi della realtà, quando illumina le situazioni limite, “le periferie” dove il popolo fedele è più esposto all’invasione di quanti vogliono saccheggiare la sua fede…La gente ci ringrazia perchè sente che abbiamo pregato con le realtà della sua vita di ogni giorno, le sue pene e le sue gioie, le sue angustie e le sue speranze. E quando sente che il profumo dell’Unto, di Cristo, giunge attraverso di noi, è incoraggiata ad affidarci tutto quello che desidera arrivi al Signore».
«Eravate come pecore disperse».
«Sei il mio pastore». Non sfuggo la domanda: «Chi guida o anima veramente la mia vita?». La domanda non è solo per i mistici. Quale autorevolezza ha Gesù nella mia esistenza, nel determinare i miei sentieri? Come si esprime la sua leadership sui nostri regimi di vita ecclesiali? Gesù dirà a Pietro che vuole mettersi davanti a lui: «Torna dietro a me, diavolaccio!» (Mc.8,33). Può accadere infatti che i suoi sentieri non siano i nostri sentieri e che quindi li smarriamo smarrendo anche noi stessi. Bisogna quindi cercare il Signore fin che si fa trovare, dice Isaia (Is.55,6-8).
«Tu con me, non manco di nulla». Non manco di nulla perchè di fatto non mi faccio mancare nulla? E chi manca di tutto, come può pronunciare questa preghiera? Quale sono le graduatorie di valore produttrici delle mie felicità? “Siete stati arricchiti in Lui di ogni cosa, di ogni parola e scienza” (1 Cor.1,5) “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio” (1 Cor. 3, 22-23).
«La valle oscura», le tempeste della vita: chi ci vive dentro ha bisogno di sentire un Dio condividente: «Non temere vermiciattolo, larva! Non temere perchè io sono con te, non smarrirti perchè io sono il tuo Dio» (Isaia 41, 10. 14). Quanti angeli senza ali e a nome Suo, mi hanno protetto e sorretto nella mia avventurosa vita!
«Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare; poiché io sono il Signore tuo Dio. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo» (Isaia 43,1-5). «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Lettera ai Romani 8, 35).
La figura del Dio-pastore nasce prevalentemente dall’esperienza della fuga dall’Egitto attraverso il deserto: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni»[1].
Mi dicono che il deserto è un evento durante il quale due partner si conoscono e si ri-conoscono. Succede anche nella vita: ci si conosce stando insieme, litigando e perdonandosi, servendosi a vicenda. Dicono che un beduino espulso dal proprio clan o viene accolto da un altro clan o muore: «Vagavano nel deserto, nella steppa, non trovavano il cammino per una città dove abitare. Erano affamati e assetati, veniva meno la loro vita. Nell’angoscia gridarono al Signore ed egli li liberò dalle loro angustie. Li condusse sulla via retta, perché camminassero verso una città dove abitare»[2].
Il deserto rappresenta ogni tempo dove è possibile maturare come succede per l’apprendistato, il fidanzamento, l’adolescenza, un “cessate il fuoco” concordato per 3 settimane.
Il deserto rappresenta una lunga dilazione della promessa e della sua realizzazione; è un tempo intermedio che raccoglie e rappresenta sentimenti diversi: attesa, speranza, rassegnazione, disperazione, impazienza, mormorazione, costanza, tenacia, resistenza, fedeltà.
Una comunità “pastorale”?
In quale contesto Giovanni presenta Gesù come pastore? Nel cap. 9 aveva ricordato la guarigione di un cieco dalla nascita. Ma contestualmente presentava anche la rigidità mentale dei farisei che non riuscivano a gioire delle recuperate funzioni relazionali del cieco. E si beccarono una poco simpatica risposta di Gesù: «Se foste ciechi non avreste colpa, ma siccome dite “Ci vediamo” allora il vostro peccato rimane». Ciechi che guidano altri ciechi: dice Giovanni. E per questo colloca qui la pagina del capitolo 10: Gesù è la porta dell’ovile, è il pastore del gregge. Probabilmente ai tempi di Giovanni già una comunità organizzata offriva spunti di riflessione a causa di certi presbiteri o responsabili non all’altezza.: «hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta»[3]. Giovanni sente la necessità di ricordare chi è il vero e unico pastore della chiesa e, comunque, a quale modello devono riferirsi quelli che si fanno chiamare pastori o a quale modello dovesse riferirsi una comunità che volesse esercitare il proprio servizio pastorale nel mondo.
Nel linguaggio clericale quando si parla di pastori ci si riferisce istintivamente a preti, vescovi o Papi. E i battezzati non sono pastori?  Inoltre anche l’immagine del “gregge” potrebbe essere ambigua: troppi vogliono contornarsi di pecore obbedienti e sognano un cerchio magico di “pecoroni” allineati e acritici da governare a loro piacere. Parlare di “docili pecore”, di “sacri pastori” e di “figli devoti della chiesa” è un linguaggio caro a chi sogna una comunità ecclesiale agli ordini della gerarchia.
La corresponsabilità ecclesiale sembra divenuta spesso un rituale con scarso contenuto: basti pensare ai consigli pastorali o ai Sinodi che hanno certo contribuito a far maturare in tanti laici una sensibilità nuova, disponibile alla responsabilità, a modalità adulte di stare nella Chiesa: spesso però sono divenuti luoghi formali di discussioni che partoriscono documenti, spengono sogni, rinviano soluzioni.
«Da quando è iniziata la stagione sinodale nella Chiesa cattolica, il mantra dell’ascolto è ripetuto ossessivamente. Occorrono persone capaci di ascolto ma ancor più persone che osino dire di più. Va bene ascoltare, ma anche prendere posizione: valutare, controbattere, proporre, criticare, argomentare. Il timore è che possano emergere conflitti e contrapposizioni all’interno di comunità che, di fatto, non sono abituate al libero confronto. Sul conflitto l’Evangelii gaudium (nn. 226-228) osserva che “non può essere ignorato o dissimulato” e che occorre “risolverlo e trasformarlo” in un processo di maturazione che rende possibile “sviluppare una comunione nelle differenze” come ci hanno insegnato i quattro vangeli dalle teologie distinte e gli Atti degli Apostoli e le Lettere di san Paolo che mettono in scena incessanti controversie interne»[4].
«Chiesa in uscita significa essere vicini al dolore del mondo intero; non abbiamo da dire parole che vincono ma quelle che salvanoNoi non viviamo in due spazi separati: uno, quello dove c’è odore di incenso, l’altro dove c’è polvere e sangue. La nostra unica casa è la città dell’uomo che però è una città reale, non astratta, dove rinnovamento e aggiornamento sono necessari per rendere la vita veramente a misura di ogni uomo. Gli spazi di questa città, non devono essere troppo ordinati, perché molte sono le vittime dei nostri equilibri. Dobbiamo sempre più e meglio entrare nelle contraddizioni di questo tempo senza paura di venire contagiati da chissà quale malattia»[5].


[1] Deuteronomio 8
[2] Numeri 20,5; Salmo 107,4-5.
[3] Ezechiele 34, 2. 4
[4] Domenico Marone, presbitero e teologo, Non di solo ascolto: l’opinione pubblica nella Chiesa, in Settimana news, 17 marzo 2023
[5] Don Francesco Pesce, Incaricato del Servizio pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Roma, da Vatican news, 13 marzo 2023




19 aprile 2026. Domenica 3a di Pasqua
EMMAUS. SENTIERI DI PASQUA

3 Domenica di Pasqua.
Preghiamo.
O Dio, che in questo giorno memoriale della Pasqua raccogli la tua Chiesa pellegrina nel mondo, donaci il tuo Spirito, perché nella celebrazione del mistero eucaristico riconosciamo il Cristo crocifisso e risorto, che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture, e si rivela a noi nell’atto di spezzare il pane. Per Cristo nostro Signore.
Dagli Atti degli Apostoli  2, 14. 22-33.
Nel giorno di Pentecoste, Pietro, alzatosi in piedi con gli altri Undici, parlò a voce alta così:
«Uomini d’Israele, ascoltate ciò che sto per dire. Gesù di Nàzaret era un uomo mandato da Dio per voi. Dio gli ha dato autorità con miracoli, con prodigi e con segni. È stato Dio stesso a compierli per mezzo di lui fra voi. E voi lo sapete bene! Quest’uomo, secondo le decisioni e il piano prestabilito da Dio, è stato messo nelle vostre mani e voi, con la complicità di uomini malvagi, lo avete ucciso inchiodandolo a una croce. Ma Dio l’ha fatto risorgere, liberandolo dal potere della morte. Era impossibile infatti che Gesù rimanesse schiavo della morte. Questo Gesù, Dio lo ha fatto risorgere, e noi tutti ne siamo testimoni. Egli è stato innalzato accanto a Dio e ha ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che era stato promesso. Ora egli ci dona quello stesso Spirito come anche voi potete vedere e udire».
Salmo 15 Rit.  Mostraci, Signore, il sentiero della vita.
Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio. Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita.
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio; anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore, sta alla mia destra, non potrò vacillare.
Per questo gioisce il mio cuore ed esulta la mia anima; anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.
Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 1, 17-21
Carissimi, quando pregate Dio, voi lo chiamate Padre. Egli giudica tutti con lo stesso metro, ciascuno secondo le sue opere. Perciò nel tempo che dovete passare in questo mondo, comportatevi con grande rispetto verso di lui. Voi sapete come siete stati liberati da quella vita senza senso che avevate ereditato dai vostri padri: il prezzo del vostro riscatto non fu pagato in oro o argento, cose che passano; siete stati riscattati con il sangue prezioso di Cristo. Egli si è sacrificato per voi come un agnello puro e senza macchia. Dio lo aveva destinato a questo già prima della creazione del mondo; ora, in questi tempi che sono gli ultimi, egli si è manifestato per voi. E voi, per mezzo di lui, credete in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato la gloria. Così la vostra fede e la vostra speranza sono rivolte verso Dio.
Dal Vangelo secondo Luca 24,13-35
Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto». Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro (lett. dal greco: E avvenne, mentre era sdraiato (kataklinô) lui con loro), prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista (afantos egheneto= invisibile divenne). Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Partirono senza indugio (Si alzarono subito) e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

SENTIERI DI PASQUA. Don Augusto Fontana

Capiti in piazza e ti senti rinfacciare da Pietro che sei corresponsabile di un omicidio (1a Lettura). Ti allontani e lungo la strada un’ombra di morte incombe nell’anima come la puzza dei cadaveri appesta l’aria e ti senti dire: «stolti e lenti di cuore a credere» (Vangelo). Arrivi a casa e trovi una lettera che sembra consegnata dalle poste italiane tanto è il tempo che è stata spedita da Pietro (2a Lettura) e ti senti dire che è ora di smummiarti perché sei stato liberato da una condotta vuota. A questo punto ti viene spontaneo chiederti se la Pasqua è un messaggio di pace o una dichiarazione di guerra. Forse perché abbiamo un concetto di pace che è troppo simile alla tranquillità.
Due sono i rischi che corro come discepolo: uno quello di lasciarmi stroncare la speranza dalle smentite della storia; l’altro quello di lasciarmi cullare dolcemente da una fede protettiva e insonorizzata. Oggi i due rischi li corriamo tutti. Assistiamo a smottamenti sanitari, economici e politici sullo scenario mondiale; riceviamo devastanti grandinate di quotidiane delinquenze attorno a noi e di glaciazioni del nostro cuore interiore; veniamo paralizzati dal dubbio che il mondo non cambi mai e che la risurrezione sia una bella favola. Oppure ci viene comodo spegnere finalmente gli occhi sulle miserie inquietanti della carne torturata per aprirli finalmente su pascoli tranquillizzanti mandando in ferie la nostra responsabilità.
La scenografia di Luca presenta tre scene in successione: un viaggio di fuga dalla chiesa, una sosta nella locanda di Emmaus, un eccitato viaggio di ritorno alla chiesa. Praticamente è la mappa del mio cammino: fuga, incontro, riconoscimento, annuncio. Praticamente è un Cantico sulla Domenica, un Poema sull’Eucaristia, una catechesi sui miei percorsi di fede borderline, sulle tormentate fedeltà all’ascolto delle Scritture, sulle mie soste liturgiche, sullo stato di una chiesa che cammina talvolta per stanchezza e talvolta con la leggerezza dell’amante («Ora parla il mio diletto e mi dice:  Alzati, amica mia, mia bella, e vieni!» Cantico 2,10).
«E avvenne mentre conversavano e discutevano, allora Gesù stesso avvicinatosi andava con loro…E avvenne mentre era seduto a tavola con loro…»(vv.15 e 30). E’ importante per l’evangelista ciò che Gesù vive con quei due discepoli, uno chiamato Cleopa e l’altro senza nome perché ha il mio e il tuo nome.
Conversavano di ciò che era accaduto e di Lui. Ecco come si sta nella comunità: senza dimenticare ciò che accade intorno a noi e senza tacere di Lui e dei fatti che riguardano Lui. Parlarsi magari anche scaricandosi reciprocamente il proprio malumore. Gesù li lascia raccontare. Tace. Gesù non salta i fatti, anzi ne è curiosamente interessato: «Quali fatti?». E loro fanno l’annuncio che però è solo un annuncio di morte: «Gesù uomo potente in opere e parole è stato ucciso….».  La mia ricerca di lui si ferma al sepolcro. La Sua ricerca di noi ci porta oltre il sepolcro. Quella locanda di Emmaus, se non ci fosse stato lui (Gesù camminava con loro), rischiava di diventare il muro del pianto, un lacrimatoio della camera mortuaria. I loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Gesù entra anche nelle nostre cieche visioni («siete senza testa») e nelle nostre tardive speranze («siete bradicardici: lenti di cuore»). E fa la spiegazione delle Scritture. Rivela i limiti della loro fede. Poi, a sera, incappano in un’osteriaccia, ma che si rivelerà la loro stupenda cattedrale. Gli dicono: «Dimora con noi». Infatti: «Ecco io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap. 3,20). E si sdraia a mensa con noi, di domenica in domenica: «E avvenne, mentre era sdraiato lui con loro (verbo greco kataklinô si traduce con sdraiarsi)», proprio come poeticamente descritto nel Cantico dei Cantici: «La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia» (Cantico 2,6). Gesù si sdraia a tavola con noi discepoli miscredenti.
«Si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero».  Stupenda differenza tra “vedere” e “riconoscere”. Gli occhi si aprono non per vedere una persona, ma per riconoscere una presenza.
Scriveva don Casati in una lettera al Vescovo Tettamanzi: «Non si può equivocare: il gesto del pane era umile, era silenzioso, era semplice. Ma parlava. Loro guardavano e capivano. Capivano l’amore di Dio. In un pezzo di pane. Oggi per farlo vedere l’abbiamo circondato, oserei dire “assediato”, di mille cose e la foresta non per­mette più di intravedere il pane, di intravedere la cena, di intravedere il cuore».
Nella Bibbia quante strade, luogo di conversione.
In quella stessa ora ritornano indietro: è notte, ma per loro è come un’alba. Sono stati bruciati dal roveto ardente (Esodo 33,25): «Non era forse, il nostro cuore, ardente?». Non scompare, Gesù, ma entra come una cicatrice di un’ustione profonda, la cui forza urticante sembra placarsi un po’ solo quando si torna sulla strada per ricongiungersi, annunciare, confermare, essere confermati.
Leggendo e rileggendo la Bibbia, è tutto un camminare, un fare strada, un andare, un ripartire…
I profeti amano uscire e fanno della strada il luogo principale dei loro incontri e della loro predicazione. Gesù ha fatto della strada il luogo dell’incontro. Le mappe dei suoi spostamenti sono una ragnatela di viaggi dal nord estremo dei territori pagani alle viuzze di Gerusalemme, al deserto della Transgiordania. La strada è talmente esperienza centrale nel movimento originario di Gesù che i discepoli del nazareno vengono chiamati “seguaci della via” (Atti 9,2; 19,9 e 23; 24,14; le traduzioni usano il termine “dottrina”, ma il testo greco usa “odòs” = via). Seguire Gesù è una via, non una dottrina. Anzi Gesù stesso è “la via” (Giovanni 14,6) che conduce al Padre; ci fu, e c’è ancora, chi tenta di inchiodare quei suoi piedi su un legno per tenerlo lì, immobilizzato e innocuo.
Amo Giuseppe d’Arimatea, il discepolo che, con Nicodemo, va a schiodare Gesù dalla croce (Mt 27,59); amo pensare al loro gesto come ad un vero rito liturgico per rimettere Gesù sui sentieri e ridargli l’opportunità storica di camminare come risorto, benchè un po’ straniero, in mezzo a noi. Meglio la chiesa che gli schioda i piedi, di quella che tenta di incollarglieli. Maria di Magdala e l’altra Maria lo avevano incontrato nei pressi del sepolcro e «gli presero i piedi e lo adorarono» (Mt. 28,9-10), in un’adorazione amante che Lo avrebbe però incaprettato. Ma Gesù dice: «Andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno». L’evangelista Giovanni parla solo di Maria di Magdala che vuole «abbracciare i piedi»;  Gesù le dice: «Non mi trattenere» (Gv 20,17).
La strada, esperienza di immersione diretta nella realtà, è anche l’immagine della necessità di non fermarci al già acquisito, di non tuffarci nelle nostre cose, di non fasciarci di sicurezze come per difenderci dai problemi del mondo. La strada è il luogo in cui Dio ci raggiunge con segni, voci, presenze che ci invitano a conversione. Nella mia vita è successo così: 26 lunghi anni di lavoro laico, esposto alle contingenti intemperie della quotidianità senza scudi protettivi, in strada con i lavoratori in sciopero, sui sentieri quotidiani nella intricata foresta amazzonica degli indigeni Shuaras e sui polverosi sentieri rossi con i sem-terra e i poveri dei bairros brasiliani, nei corridoi trasudanti incubi nel carcere e in quelli non meno dolenti degli ospedali e delle Case per anziani. La strada, cioè il cammino quotidiano dentro i fatti e in compagnia delle persone, per molti anni mi hanno cambiato la vita. Ora sono diventato, per età, uno spelacchiato e azzoppato gatto domestico, ma l’Emmaus domenicale resta il mio sogno ancora integro.
«Se la polvere della strada, con i suoi intoppi e le sue incertezze, con le sue fermate e le sue “persone ferite”, non ci tocca, noi rischiamo di “farci la nostra vita”, di ritagliarci i nostri spazi, ma perdiamo la sintonia con la realtà della carovana umana, specialmente con i passeggeri delle ultime carrozze. Un viaggio tra i “buoni, belli e sani” è la maniera più sicura per naufragare nella noia, per seppellirci nel narcisismo, per non capire nulla della storia.  La strada è il luogo in cui, come Gesù, possiamo incontrare le “cattive compagnie” che ancora sanno gridare, sognare, esprimere il desiderio di un mondo altro, resistere, piangere ed abbracciare. Penso con grande gratitudine a Dio a quella parte della chiesa che accetta i rischi, le incertezze, gli incidenti, gli errori, le fragilità, le gioie e i sogni che nascono nella carovana dei viandanti e non ha la pretesa di dirigere il cammino, ma vuole vivere la compagnia e seminare lungo il percorso le parole e i segni dell’evangelo»[1].


[1] https://donfrancobarbero.blogspot.com/2008/04/una-chiesa-apprendista.html. Franco Barbero è un ex presbitero italiano di Pinerolo, noto per le sue critiche alla dottrina, liturgia e magistero della Chiesa cattolica, a causa delle quali fu dimesso dallo stato clericale da papa Giovanni Paolo II° nel 2003.




12 aprile 2026. Domenica 2a di Pasqua
 Dall’utero della Pasqua nasce una chiesa così…

2 Domenica di Pasqua 

Preghiamo. Signore Dio nostro, che nella tua grande misericordia ci hai rigenerati a una speranza viva mediante la risurrezione del tuo Figlio, accresci in noi, sulla testimonianza degli apostoli, la fede pasquale, perché aderendo a lui pur senza averlo visto riceviamo il frutto della vita nuova. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dagli Atti degli Apostoli2,42-47
Quelli che erano stati battezzati erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.
Salmo 117  Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre.
Dica Israele: «Il suo amore è per sempre». Dica la casa di Aronne: «Il suo amore è per sempre». Dicano quelli che temono il Signore: «Il suo amore è per sempre».
Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato il mio aiuto.
Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza.
Grida di giubilo e di vittoria nelle tende dei giusti: la destra del Signore ha fatto prodezze.
La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo.
Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci in esso ed esultiamo!
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 1,3-9
Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.
Dal Vangelo secondo Giovanni 20,19-31
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 Dall’utero della Pasqua nasce una chiesa così…Don Augusto Fontana

Le Letture liturgiche di oggi ci offrono uno sguardo panoramico sulla vita della chiesa nascente dopo la resurrezione. Chiesa formata da uomini e donne di tutte le età, che esercitano in essa diversi ministeri, conducono diverse forme di vita e hanno molte cose in comune come ci segnala oggi 1a lettura dal Libro degli Atti degli Apostoli (insieme a 4,32-35; 5,12-16).
In primo luogo la fede comune, “gli insegnamenti degli apostoli“, il Vangelo insomma. In secondo luogo la comunione, una caratteristica molto vistosa della prima comunità. Viene poi “la frazione del pane”, cioè la celebrazione eucaristica nel corso del pranzo comunitario, un’agape fraterna nella quale si fa memoria di Gesù, della sua morte e resurrezione. Infine le “orazioni”, momenti speciali di preghiere comunitarie, forse nelle stesse ore in cui erano soliti farle i giudei: alba, mezzogiorno e pomeriggio. Era veramente così la chiesa ritratta in questa lettura?  Evidentemente no: la lettura ci presenta piuttosto un progetto da raggiungere. Lo stesso Libro degli Atti ci informa delle sue imperfezioni e problemi. Ma Luca ha voluto lasciarci questo ritratto ideale forse per evitare che ci accontentiamo della mediocrità.
La seconda lettura è presa dalla Prima lettera di Pietro diretta ai pagani convertiti al cristianesimo, che vivono la loro fede in mezzo a gravi difficoltà in un ambiente ostile. E’ una chiesa pasquale che non fugge dalla società né la aggredisce: la paura genera fuga, piagnisteo, fondamentalismi, contrapposizioni e uno sguardo negativo e manicheo su tutti quelli che ti circondano.
Il Vangelo di Giovanni ci presenta due apparizioni (parola da prendere con le pinze!) del Signore Risorto ai suoi discepoli, una nello stesso giorno della resurrezione, l’altra otto giorni dopo.
Gesù e i discepoli.
I discepoli pur avendo visto la tomba vuota e avendo sentito la notizia della risurrezione da parte di Maria di Magdala, non avevano ancora incontrato Gesù risorto. Occorre arrivare a incontrarlo personalmente. I segni e i testimoni sono necessari, come tappe di avvicinamento, ma mi viene chiesto di arrivare ad incontrare Lui. La scena che si apre è speculare all’ingresso nel sepolcro da parte dei discepoli: qui è Gesù che entra nel sepolcro della comunità (mentre erano chiuse le porte dove si trovavano i discepoli, venne Gesù), sepolcro ancora chiuso dalla pietra della paura e dell’incredulità, non ancora ribaltata. Maria di Magdala l’aveva cercato e Lui si era fatto trovare; qui i discepoli non lo cercano e Lui si offre (venne) prendendo l’iniziativa.
Bisognerebbe leggere questa scena dopo aver letto i discorsi d’addio nel cap. 16. Là Gesù diceva: “vi darò il mio Spirito“, ed ecco che qui dà lo Spirito; diceva “vi darò la mia pace” ed ecco qui dice “pace a voi”; diceva “ritornerò a voi” ed ecco che è ritornato; diceva “avrete la gioia” ecco qui “i discepoli gioirono al vedere il Signore”.
Il racconto narra una manifestazione liturgica nel Giorno del Signore, mentre la chiesa è riunita sebbene per paura.  La si potrebbe chiamare “Pentecoste“. Per Giovanni avviene tutto all’interno di poche ore: morte, glorificazione, costituzione della Chiesa, dono dello Spirito. Non c’è bisogno di 50 giorni.
Gesù fa un’azione simbolica: alitò su di loro e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo». Il verbo “alitare, soffiare” che usa Giovanni (emfusaô) ricorre quando Dio crea l’uomo e gli soffia nelle narici l’alito di vita (Gen. 2,7) e l’altra in Ezechiele 37,9 dove lo Spirito plana su una valle di cadaveri a cui dare vita.
Gesù è risorto ma con le stigmate da crocifisso: «mostrò loro le mani e il fianco». Le mani che mostra sono quelle stesse che hanno lavato i piedi ai discepoli, quelle inchiodate per sempre ad un amore crocifisso, quelle dalle quali nessuno può rapirci (Gv 10, 28). Il fianco (pleura= la stessa parola che usa Genesi per il costato di Adamo da cui fu tratta Eva) è la roccia percossa da Mosè e da cui scaturisce acqua per i nostri aridi deserti (Esodo 17,3-5), è il lato destro del tempio da cui scaturisce un fiume di acqua viva che svelena e feconda: «…vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua sotto il lato destro…Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: ….quelle acque dove giungono, risanano e tutto rivivrà» (Ezechiele 47, 1-12). Queste stigmate aperte sono l’Eucaristia domenicale e i poveri che vivono tra noi.
Gesù dice «Accogliete (prendete) Spirito Santo». E’ una supplica più che un ordine: si riceve se si accoglie. Già sulla croce lo Spirito era stato donato (“emise il fiato, donò lo spirito”); ora si tratta di accogliere quel dono. E siccome Spirito Santo è amore, eccone le conseguenze: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi».  Il perdono è “iper-dono”, super-amore: «Noi sappiamo di essere passati da morte a vita se amiamo i fratelli» (1 Giov. 3, 14). La comunità da una parte deve presentare una parola che inquieta l’uomo e dall’altra deve far prevalere più la pazienza di Dio che l’impazienza efficientista ed escludente.
Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi“. Oggi si direbbe: “Una chiesa in uscita”. Occorre superare timori e paura. Il tema della paura è presente altre tre volte nell’Evangelo Giovanni:  Gv.7,13, dove si dice che la folla aveva paura delle autorità a prendere posizione in pubblico in favore di Gesù.  Gv.9,22: i genitori del cieco nato avevano paura di essere scomunicati dalla sinagoga.  Gv.12,22: alcuni altolocati erano dalla parte di Gesù, ma avevano paura a dichiararsi perché non volevano rimetterci la loro posizione.
C’è una parola creata proprio dal quarto evangelista che testimonia la grande paura: apo-synagogòs (cioè “scacciato/scomunicato dalla sinagoga”): Gv 9,34: il cieco nato riconosce pubblicamente Gesù e viene cacciato fuori dalla sinagoga; Gv 12,42: i farisei decidono di scacciare chi confessa Gesù come “Cristo”; Gv 16,2: Gesù predice: «Vi cacceranno dalle sinagoghe».
Il vangelo mi chiede una fede adulta, a caro prezzo.
Gesù e Tommaso.
L’ultimo episodio riguarda l’incontro tra Gesù e il discepolo Tommaso che elabora il proprio cammino di fede dentro una comunità in giorno di domenica. Il nome Tommaso deriva dall’aramaico (Ta’oma’) che significa “gemello” (in greco “Didimo”). Tommaso Didimo (Gemello) potrebbe essere il gemello mio e della mia incredulità.
«Non era con loro»: Giovanni intende valorizzare la comunità come laboratorio e utero per la germinazione della fede. Infatti tra poco finalmente «c’era con loro anche Tommaso».
Tommaso mette le dita nel sigillo (impronta = typos) dei chiodi: sono il sigillo dell’identità di Gesù. Tommaso non vuole che le ferite siano rimarginate, ma restino aperte anche dopo la risurrezione.  C’è un tocco di Tommaso che lo porta alla soglia della fede. Però “beati quelli che crederanno senza aver visto” non significa andare verso una fede spiritualizzata. Gesù risorto resta con le stimmate della crocifissione, nell’Eucaristia e nei poveri.

Lo stesso Giovanni nella sua prima lettera al cap. 4, 14: «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi». L’incontro con Gesù è pasquale, ma è anche materialissimo, perchè abita nelle nostre relazioni, nell’incontro con gli altri, dentro la comunità.




Pasqua di Risurrezione 2026
Lievito

Pasqua di risurrezione Anno A

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-9)
1 Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. 2Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». 3Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. 4Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. 5Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. 6Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, 7e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. 8Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. 9Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Il Lievito. Don Augusto Fontana

Capisco perché Gesù, spesso, quando parlava della resurrezione o compiva opere mirabili, ordinava ai suoi di non parlarne a nessuno: perché le cose, gli eventi che sono al livello alto, che toccano perciò le fibre più profonde delle nostre attese, possono, nella promiscuità con le altre parole, deturparsi e cambiare senso. A questa legge appartengono parole come “resurrezione”, come “vita” ed io sento che ogni volta che dobbiamo parlarne, dobbiamo obbedire a questa consegna del silenzio ed impegnarci a capire il perché di questa indecifrabilità, di questa impronunciabilità.
Ho cercato un’immagine che raccogliesse in sé e potesse esprimere il significato della Pasqua ebraica, di Cristo e della Chiesa. L’ho trovato nel segno del lievito.
Non è invenzione mia perché del lievito se ne parla nella Bibbia una ventina di volte nell’Antico e nel Nuovo testamento.
«Non sapete che un po’ di lievito fa fermentare tutta la pasta? Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova, poiché siete azzimi. E infatti Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato! Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità» (1 Lettera di Paolo ai Corinti, 5, 6-8).
«Togliete via il lievito vecchio, per essere pasta nuova». Parlerò dunque del “Fattore L” cioè del lievito come chiave interpretativa della Pasqua di Gesù e della Chiesa.
Risaliamo a 2000 anni prima di Cristo, quando agli ebrei, in occasione della loro Pasqua, veniva intimato, pena l’eliminazione dalla comunità, di buttare via il lievito vecchio per una settimana affinchè nella farina del nuovo raccolto non andasse a finire del lievito vecchio, ma venisse fermentata da lievito nuovo. Mettere il lievito vecchio nella pasta del pane ricavata dal nuovo raccolto del grano significa profanarne la santità. Ciò che viene dalla terra è considerato santo perché è dono di Dio. Ecco allora le prescrizioni di Esodo 12 per i preparativi della notte del passaggio dalla schiavitù alla libertà e delle successive celebrazioni: «Il 14 del primo mese di Nisan sarà per voi un memoriale e lo festeggerete come festa del Signore di generazione in generazione come rito perenne. Nel primo giorno, e per 7 giorni, farete sparire il lievito dalle vostre case. Non mangerete niente di lievitato e mangerete pani azzimi».
Il lievito ha dunque una funzione di fermentazione: se è vecchio corrompe, se è nuovo dà volume, bontà e consistenza.
Gesù ha usato questo linguaggio del lievito sia per parlare della sua funzione di corruzione e sia per parlare della sua funzione positiva. Come riferisce Matteo (13,33) ha usato questo segno per parlare di sè e del Regno di Dio: «Il Regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti».
Matteo riferisce anche un’altra frase di Gesù: «Fate bene attenzione e guardatevi dal lievito dei farisei e dei sadducei»(16,6) e si riferiva alla loro dottrina legalistica ed esibizionistica (Luca parla proprio dell’ipocrisia in 12,1). Iniziamo dunque a vedere cosa celebriamo oggi.

  1. Nel giorno della Pasqua di Gesù viene confermato un sospetto: che fin dal giorno della Incarnazione Dio avesse nascosto nella piccola e povera carne e storia di Gesù, il lievito dell’uomo nuovo. Ci sono voluti 33 anni di lievitazione, ora finalmente Dio approva la vita di Gesù e ne fa l’icona di ogni uomo che viva o voglia vivere rigonfiato dal soffio dello Spirito. L’evento pasquale è la lente con cui possiamo leggere da vicino la vita di Gesù come nostra icona.
  2. Nel giorno dell’epifania abbiamo proclamato che la festa di Pasqua è il lievito di tutte le feste. Occorre togliere il vecchio lievito di generiche religiosità per far passare le domeniche, le feste dei santi, di Maria, dei defunti, del Natale, alla loro vera funzione pasquale. Non celebrazioni light, inconsistenti, consolatorie; ma provocanti le nostre uscite, il nostro coraggio, la dimensione comunitaria della fede.
  3. Voi siete azzimi, cioè privati della malizia e del camminare fuori pista. Il fattore L permette di reinterpretare le vicende della vita in chiave pasquale. Mi basti citare un breve passo dell’Enciclica Evangelii nuntiandi di Paolo VI :«Il campo proprio dei laici è il vasto e complicato mondo della politica, della realtà sociale, dell’economia; così pure della cultura, delle scienze, delle arti, della vita internazionale, degli strumenti di comunicazione sociale; ed anche di altre realtà particolarmente aperte all’evangelizzazione quali l’amore, la famiglia, l’educazione dei bambini e degli adolescenti, il lavoro professionale, la sofferenza» (E.N. 70). Per tornare al segno del lievito: occorre far atterrare le beatitudini che sono la resurrezione anticipata. La santità cristiana non è assenza di difetti o perfezione morale, ma la trasparenza della presenza e della azione di Dio. Occorre dare spazio all’emergere della sua azione nella storia. Ci fu un tempo in cui occorrevano santi re, papi e regine; ci fu un tempo in cui occorrevano santi preti e monaci; oggi è tempo di santi laici negli ambiti della famiglia, del lavoro, della politica, dell’economia, della ecologia, del disarmo. Come il lievito diffonde la sua forza in tutta la pasta, così anche voi – vuol dire Gesú – dovete trasformare il mondo intero. Come è impossibile che i fatti naturali non si realizzino, così quanto io ho preannunciato avverrà infallibilmente. Non venite a dirmi che non potrete far nulla essendo solo dodici tra un’immensa moltitudine di uomini. Proprio in questo la vostra forza risplenderà, quando cioè, essendo in mezzo al mondo, non fuggirete. Come il lievito fermenta la massa quando lo si mescola, lo si nasconde dentro alla farina, e non semplicemente lo si accosta, così anche voi, quando sarete spinti dentro e vi troverete in mezzo alle folle che da ogni parte vi faranno guerra, allora le vincerete. E come il lievito si diffonde in tutta la pasta senza perdersi, ma anzi pian piano trasforma tutta la pasta nella sua sostanza, così lo stesso fatto accadrà della predicazione del Vangelo. Non abbiate quindi timore delle sciagure di cui vi ho parlato. Questi ostacoli saranno la vostra gloria, e li supererete tutti.

In questa parabola del lievito si parla di tre misure di farina per indicarne molta: sappiamo infatti che tale numero si usa per una notevole quantità. «Se dodici uomini hanno fermentato tutta la terra, pensate quale deve essere la nostra cattiveria e la nostra inerzia, se oggi, pur essendo noi cristiani moltissimi, non siamo capaci di convertire il resto dell’umanità, mentre dovremmo bastare e diventare lievito per mille mondi!» (Giovanni Crisostomo, In Matth. 46, 2).

Davanti alla tomba vuota e al Vivente che mi sussurra “sarete miei testimoni“, Padre D.M. Turoldo sussurra un suo brano poetico  (tratto da Non hanno più vino, Queriniana, 1979):

Anima mia canta e cammina,
anche tu o fedele di chissà quale fede,
o pure tu uomo di nessuna fede,
camminiamo insieme
e l’arida valle si metterà a fiorire.
Qualcuno,
colui che tutti cerchiamo,
ci camminerà accanto.




29 marzo 2026. Domenica di passione
Gesù io e i poveri cristi

Domenica di passione

Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce![1] Matteo da 26,14 a 27,66

 «Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare». Così ci disse Papa Francesco nella sua meditazione nella preghiera di venerdì 27 marzo 2020. E noi domenica abbracceremo il Vangelo della Passione secondo Matteo. I racconti evangelici della passione/resurrezione sono un Vangelo nel Vangelo, un finale sinfonico che ci fa capire tutta la melodia precedente, una lente interpretativa con cui capire parole e fatti accaduti prima.
PREMESSA AL RACCONTO: tradire…consegnare…
Terminati tutti questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi sapete che fra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell’uomo sarà consegnato per essere crocifisso».
Matteo registra che Gesù affida più che mai il Vangelo alla testimonianza della propria vita. È come un’omelia afona affidata alla vita: ora è il tempo della consegna. Per 14 volte Matteo ripete che Gesù viene consegnato, sta per essere consegnato, c’è uno che lo consegna… Ricordiamo che traditore vuol dire consegnatore. Tradire è esatta traduzione del latino tradere = consegnare. Gesù è un consegnato e non parla più o dice molto poco: il Gesù della passione è il Gesù che sta zitto e accetta di essere ridotto a un pacco che passa di mano in mano. E’ l’accettazione dell’impotenza. Ma per Matteo è Gesù che “mena lo spago”, non sono gli altri; non sono vicende che gli piovono addosso.
1 – La Cena pasquale (26,14-29).
Terminati tutti questi discorsi Gesù disse ai suoi discepoli: Sapete che fra due giorni è Pasqua e che il Figlio dell’uomo è consegnato per essere crocifisso (Mt 26,1). Gesù dice: Fra due giorni è Pasqua. È nella circostanza della Pasqua che Gesù viene consegnato per essere crocifisso.  Matteo precisa che i discepoli chiedono: «Dove vuoi che ti prepariamo la Pasqua?»; i discepoli vanno a preparare, ma è lui che deve compiere la Sua Pasqua. Noi quest’anno non celebreremo in assemblea la “nostra” Pasqua, ma parteciperemo alla “Pasqua di Gesù”.
 Uno di voi mi consegnerà (tradirà) … In ciascun discepolo c’è il dubbio che ciascuno possa essere un potenziale traditore, uno che “lo consegna”, che lo molla in mano ad altri. Ciascuno senta le parole di Gesù come rivolte a se stesso.
Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?»… Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». I discepoli si rivolgono a Gesù con il titolo di “Signore”; Giuda invece lo chiama “maestro”. E’ una sottolineatura intenzionale e unica di Matteo. Gesù non è solo Maestro, ma Signore. Se Gesù è solo un maestro è più facile per me andarmene a cercare un altro. Se Gesù è il Signore, non è rimpiazzabile.
…Mangiate… In Genesi 2,17 Dio aveva intimato «dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare».  Ora pare che quel divieto sia tolto. Gesù è il frutto che possiamo cogliere e mangiare. Uno vive di ciò che mangia: mangiando di Lui viviamo di Lui.

2- Al Getsemani (26,30-56)
…«Voi tutti vi scandalizzerete per causa mia (inciamperete su di me) in questa notte. Sta scritto infatti…». Giovanni Battista, gli abitanti di Nazareth, i farisei si erano scandalizzati di Gesù. Ora sono i discepoli che patiscono lo scandalo.
…E Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzassero di te, io non mi scandalizzerò mai…Anche se dovessi morire con te, non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti gli altri discepoli. Pietro ha il coraggio di dire: io non mi scandalizzerò mai, io non ti rinnegherò. E non ce la farà, povero Pietro. Matteo ha il coraggio di dire che anche Giuda si pente[2] e più di Pietro. Si pentì, dice Matteo. E va a buttare le monete, e subito dopo però va anche ad impiccarsi. In 2 Cor 7,10 Paolo parla di una tristezza secondo Dio e di una tristezza secondo il mondo. La tristezza secondo Dio opera il pentimento, la tristezza secondo il mondo genera, al massimo, un senso di colpa senza speranza.
…Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Dimorate qui, mentre io vado là a pregare». E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Episodio di grande importanza per capire la passione che segue. E’ una scena di rivelazione. Mentre la Trasfigurazione (Mt 17,1-9) rivelava in anticipo la gloria del Figlio dell’uomo pur incamminato verso la croce, qui viene rivelata la profonda umanità del Cristo, la sua “debolezza”. Quest’uomo che prova “tristezza e angoscia” è il portatore di una Rivelazione che il discepolo non comprende: anziché vegliare e condividere, si abbandona al sonno. Occorre notare un duplice movimento del racconto: da una parte Gesù che si allontana da solo (quasi a dire che la sua preghiera è un mistero inaccessibile); dall’altra Gesù che si avvicina ai discepoli intontiti. I racconti che seguono (processo, condanna, insulti, crocifissione) sono la faccia esposta della passione, i fatti, la cronaca; qui ci viene svelata la reazione intima di Gesù. E come reagisce la sua chiesa.
Getsemani (eb. Gat shemanim) significa torchio degli oli. Qui sarà torchiato colui nel quale la terra darà il suo frutto (salmo 67,7). Dalla sua umanità spremuta uscirà l’essenza del figlio.
Dimorate qui e vegliate…. rimanete (in greco: meinate da menô= continuare ad attendere qualcuno). Discepolo è colui che fa della passione di Dio per il mondo la propria dimora.
…cominciò a rattristarsi e angosciarsi… Questa notte comprende tutte le nostre notti. Il Figlio ci si immerge e le riempie della sua presenza. Gesù dice di vegliare con lui. In questa notte non siamo soli: lui è con noi e noi con lui.
…«Abbà». Da ora in avanti in ogni abisso, da una sponda all’altra del caos, risuona la voce del Figlio verso il Padre: «Abbà».
Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro: «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me?». Gesù si rivolge di continuo alternativamente al Padre e ai discepoli, sperimentando il silenzio di tutti. Lui sta tra noi e il Padre, è l’inter-cessore (in latino: inter-cedere=camminare in mezzo), colui che si mette in mezzo e cuce la lacerazione. Pietro Giacomo e Giovanni furono i testimoni della trasfigurazione (17,1); ora sono i testimoni della sfigurazione. Allora brillava la divinità nell’umanità di Gesù, ora la divinità fa trasparire la sua umanità.
... dormite ancora e riposate? Sarebbe meglio tradurre la frase come una domanda anziché, come le solite traduzioni, con una constatazione, poiché subito aggiunge “Svegliatevi, andiamo”.
… Mentre parlava ancora, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una gran folla con spade e bastoni… Le folle che erano andate dietro a Gesù sono le stesse che adesso cercano di impadronirsi di Gesù. Dove non basta il denaro si ricorre a spade e bastoni. Appropriarsi di Dio e dell’uomo: è questo il peccato. Una delle parole-chiave del brano potrebbe essere “impadronirsi” (gr. krateô) usato ai vv. 48, 50, 55, 57.
Anche i tre interventi verbali di Gesù possono costituire parole-chiave: 50, E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!»….52: Allora Gesù gli disse: «Rimetti la spada nel fodero…55: Allora Gesù gli disse: «Come contro un brigante siete venuti per prendermi….
Giuda gli si avvicina, lo bacia gli dice: Rallegrati, Rabbi. Il verbo rallegrati (in greco chaire=rallegrati) è il saluto dell’angelo a Maria (Lc 1,28), che ripete l’annuncio del profeta Sofonia (3,14) a Israele: «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme»). E’ un normale saluto, ma costituisce anche un’ironica “annunciazione”. E Gesù gli dice: Amico, usando un’espressione che Matteo usa in altri 3 casi[3]. Giuda è l’unica persona che Gesù chiama “amico”[4]. Sembra che Gesù abbia come sfondo il salmo 56(55), 13-15: «Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa».
… uno di quelli che erano con Gesù colpì il servo del sommo sacerdote staccandogli un orecchio. Il nostro zelo non colpisce il nemico alla testa. Gli taglia solo l’orecchio: gli toglie la possibilità di ascoltare la Parola.
…Rimetti la spada nel foderoSpesso, nella Chiesa, dalla “crociate” in giù, si è ragionato così: Dobbiamo essere forti e non lasciarci calpestare da musulmani o da uno Stato laico e materialista. E’ una corruzione dell’evangelo.
…Allora tutti i discepoli, abbandonatolo, fuggirono…Ciò che mi fa scappare è un Dio impotente.
3- Il processo giudaico (26,57 – 27,10).
Gesù e condotto nel palazzo di Caifa, sommo sacerdote. Il racconto ha due scene congiunte: nella prima il protagonista è Caifa e nella seconda è Pietro. L’istruttoria non è sincera dicendoci che cercavano una ” falsa testimonianza“. L’unico atto di accusa che riescono a trovare è una parola di Gesù sulla distruzione del tempio. L’accusa verrà ripresa dai passanti sotto la croce (27,40): ” tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso“. Anche ai discepoli Gesù avevano detto (24,3): “Amen vi dico, non resterà pietra su pietra“.
…Ma Gesù taceva…Gesù tace per compiere la profezia di Isaia 53,7 “maltrattato egli accettò la umiliazione e non aprì la sua bocca, come un agnello condotto al sacrificio“. Quando il sommo sacerdote gli chiede di identificarsi, Gesù parla di se stesso come del figlio di Dio.. il Cristo. Ora lo si può riconoscere come Dio: non c’è più rischio di ambiguità. Dio è questo “consegnato” e di cui tutti si sono “impadroniti”. Una bestemmia, come dice il sommo sacerdote.
…Che ve ne pare?...La domanda è rivolta al Sinedrio, ma ovviamente a noi: tu che ne dici?
…Sputarono…Per un attimo il volto umano di Gesù si scopre per rivelare il suo volto divino e gli uomini gli rimettono il velo coprendolo di sputi. Per meglio comprendere la scena degli oltraggi occorre confrontarla con la profezia di Isaia 50,6 da cui la descrizione evangelica sembra dipendere: “ho presentato il mio dorso alle percosse, le mie guance a chi mi strappava la barba; non ho sottratto il mio volto gli schiaffi e agli sputi“.
…Pietro lo seguiva da lontano…Gesù gli aveva chiesto “Seguimi”. Pietro per ora lo fa a modo suo: “da lontano”. Anche Pietro subisce un piccolo processo. Un Pietro che si allontana sempre più, anche scenicamente: all’inizio è seduto nel cortile; dopo la prima accusa va verso l’atrio; dopo la seconda esce in strada. E’ un Pietro che si allontana sempre più da Gesù. La riflessione che fa Matteo è che questo tentativo di Pietro di restare fedele diventa l’occasione esplicita del suo rinnegamento. Pietro sta con Gesù più degli altri e rischia più degli altri. E notiamo la progressione del suo (e nostro?) rinnegamento:Pietro negò davanti a tutti … non conosco che cosa tu dici … negò di nuovo, giurando: non conosco l’uomo….cominciò ad imprecare e a giurare: Non conosco l’uomo. Pietro non mente quando dice di non conoscerlo. Per la prima volta si accorge di non conoscerlo. In Mt l0, Gesù aveva detto: Chi mi confesserà davanti agli uomini, io lo confesserò davanti al Padre. Chi non mi riconoscerà davanti agli uomini, io non lo riconoscerò davanti al Padre mio. Pietro ha una chiara coscienza del punto in cui è arrivato; piange quando si ricorda della Parola che gli aveva detto Gesù! Attendo anch’io una Parola che mi svegli come il chicchiricchio di un gallo mattutino. La vita del discepolo è un continuo prostrarsi dubitando.
4- Il processo romano (27,1-31).
Matteo inserisce, prima del processo romano, un’ampia parentesi: il suicidio di Giuda; quasi una scena cuscinetto. La scena serve a illuminare non tanto la morte di Giuda (per la quale Matteo spende pochissime parole), ma i “30 denari” (espressione che ricorre 4 volte) e il “sangue” (espressione che ritorna 3 volte). Pare che i ” 30 denari” facciano riferimento al testo di Zaccaria 11,12-13 dove si legge che un profeta-pastore, inviato da Dio, fu valutato da Israele per 30 sicli d’argento; nel libro dell’Esodo (21, 32), invece, trenta pezzi d’argento era il risarcimento dovuto al padrone nel caso che il suo schiavo venisse anche incidentalmente ucciso. Ora è il Messia in persona che è barattato per soldi.
Gesù e Barabba. Matteo dà a Barabba lo stesso nome di Gesù; infatti lo chiama “ Bar àbba” (figlio del padre) o Bar rabban (figlio del maestro)”. Dunque, per Matteo, l’alternativa che ci pone Pilato è molto netta: “Chi volete che vi rilasci: Barabba detto anche Gesù o Gesù chiamato Messia?”. Matteo non colora Barabba a tinte fosche, come fa invece Marco 15,7 (un rivoltoso, un omicida): dice solo che era “carcerato famoso”, senza giudizi negativi.
... liberò loro Barabba…. Barabba è il primo liberato da Gesù. Diventa davvero Bar-abbà=figlio del Padre.
Mentre Marco e Luca fanno ricadere la responsabilità della morte di Gesù sulle autorità giudaiche che sobillano la folla, Matteo accentua la responsabilità delle folle che vengono persuase dalle autorità giudaiche.
Il sogno della moglie di Pilato, caratteristica di Matteo, serve a proclamare l’innocenza di Gesù da parte dei pagani i quali si dimostrano più favorevoli dei giudei ad apprezzare la “giustizia” di Gesù.
5- Il calvario ( 27,32-61).
Simone di Cirene (ossia di origine africana) è lì con Gesù. Discepolo è colui che porta la propria croce. Qui addirittura porta la croce del Signore. Rappresenta la numerosa schiera di tutti poveri e i dannati della terra; tutti i piccoli del mondo sono cirenei.
... lo spogliarono. E’ la nudità dell’antico Adamo e ora del nuovo Adamo che non si nasconde più davanti agli occhi di Dio.
…gli diedero vino mescolato con fiele… si spartirono le sue vesti tirandole a sorte…lo insultavano scuotendo il capo… Ai condannati si dava una bevanda anestetica di vino e mirra (o incenso), come ricorda Marco 15,23 secondo le usanze: “quando un uomo dev’essere ucciso, gli si fa bere un grano d’incenso in una coppa di vino perché perda coscienza” (cf. Proverbi 31,6). Per Matteo invece gli viene dato fiele (salmo 68,22). Il salmo 68 è il salmo del giusto innocente perseguitato. Tra poco Matteo aggiungerà nel racconto che Gesù in croce prega il salmo 21, altro salmo del giusto e innocente perseguitato, di cui non solo cita la prima frase “Dio mio perché mi hai abbandonato“, ma anche il versetto 19 “si dividono le mie vesti, e sulla mia tunica gettano la sorte. Matteo continua la citazione del salmo 21 ricorrendo al versetto 9: “ha confidato in Dio, lo liberi (adesso) se gli vuole bene” e al versetto 7 «Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo» come bene descrivono i versetti di Matteo dal 39 al 44.
Insieme con lui furono crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. Due banditi o guerriglieri sono messi uno alla destra e uno alla sinistra, ironica allusione alla domanda della madre dei due figli di Zebedeo (20,21)[5]. Accanto a lui non ci sono i suoi discepoli bensì dei delinquenti (“è stato conteggiato tra gli empi” così profetizzava Isaia 53,12).
L’ora sesta è mezzogiorno; e l’ora nona sono le tre del pomeriggio. Sono le ore del buio in pieno giorno come era stato profetizzato da Amos (8,9): “in quel giorno farò tramontare il sole a mezzogiorno e oscurare la terra in pieno giorno”. Il giorno del Signore tanto atteso dai profeti e da Israele si rivela essere tenebra e non luce; siamo come alla fine del mondo. Matteo in 24,29 riportava una parola di Gesù: “subito dopo la tribolazione di quei giorni il sole si oscurerà e la luna non darà il suo chiarore… e allora apparirà in cielo il segno del figlio dell’uomo“.
La morte è descritta con una frase significativa: emise – rilasciò (apheken) – lo spirito“, modo di dire unico negli evangeli sinottici che quasi anticipa Giovanni 19,30 “diede lo spirito (paredoken to pneuma). Per tutti gli esegeti, queste frasi descrivono non solo l’inizio della risurrezione ma anche l’inizio della Pentecoste.
…Costui era veramente il Figlio di Dio…. Il libro del Deuteronomio (21,23) scrive: “il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno“. Questo testo insegna che colui che è appeso è una maledizione di Dio proprio perché in lui l’immagine di Dio che è nell’uomo viene deturpata, e la legge ebraica vuole porre un limite a questo scempio della immagine di Dio nell’umanità. Tutto il Vangelo dei tre sinottici corre verso questa dichiarazione, questo Credo dichiarato non dai discepoli o dalle discepole ma da un pagano che riconosce il figlio di Dio nel figlio dell’uomo, l’immagine di Dio nel volto tumefatto e sconfitto dalla morte.
…Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono. E uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti.  La scenografia che accompagna la morte (terremoto, apertura dei sepolcri, risurrezione, ingresso nella città santa) chiarisce la realizzazione della profezia di Ezechiele 37, la famosa profezia delle ossa aride che si ricompongono in un popolo di viventi.
….C’erano anche là molte donne che stavano a osservare da lontano…. Le donne, di cui Matteo fino ad ora non aveva parlato (a differenza di Luca) diventano le sole testimoni oculari della crocifissione e della sepoltura e in seguito protagoniste dell’annuncio pasquale. I discepoli sono fuggiti e dispersi. Vi sono però molte donne che, seppur da lontano, osservano. Il verbo usato è theoreo che indica non un’osservazione curiosa o neutrale ma contemplativa e partecipativa.
… in un sepolcro nuovo…. Profezia di Isaia 53,9: Gli avevano assegnato la sepoltura con gli empi, ma alla sua morte fu posto col ricco, perché non aveva commesso alcuna violenza e non c’era stato alcun inganno nella sua bocca. Il ricco Nicodemo porta una mistura di mirra e di aloe di cento libbre (45 kilogrammi! Un’esagerazione) destinata a emanare un prezioso profumo. Ora, nell’offerta del Figlio, si rivela, come già nell’unzione di Betània, una esagerazione che ci ricorda l’amore generoso di Dio, la “sovrabbondanza” del suo amore. Dio “diffonde per mezzo nostro il profumo della conoscenza di Cristo nel mondo intero. Noi siamo infatti… il profumo di Cristo” (2 Cor 2, 14s). Nella putrefazione delle ideologie, la nostra fede dovrebbe essere di nuovo il profumo che riporta sulle tracce della vita. Nel momento della deposizione comincia a realizzarsi la parola di Gesù: “In verità, in verità, vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12, 24). Egli è il pane di vita capace di sfamare in misura sovrabbondante l’umanità. Sopra la sepoltura di Gesù risplende il mistero dell’Eucaristia.


[1] Appunti di A.Mello. Inoltre: Maggioni “il racconto di Matteo”. Editrice cittadella
[2] Mt. 27 [3]Allora Giuda, il traditore, vedendo che Gesù era stato condannato, si pentì e riportò le trenta monete d’argento ai sommi sacerdoti e agli anziani [4]dicendo:  «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente».
[3] Mt 11,19 «Ecco un mangione e un ubriacone, amico dei pubblicani e dei peccatori».  Mt 20,13 «Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro?».  Mt  22,12 «Amico, come hai potuto entrare qui senz’abito nuziale?».
[4] Nel greco classico il termine hetaîros (usato da Matteo) significa primariamente “compagno di mensa”.
[5] Mt 20 [20]Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedèo:  «Dì che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno».  [22]Rispose Gesù:  «… non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio».