20-03-2022. Domenica 3 Quaresima
IL LEGNO E I FRUTTI

3° domenica quaresima C

Preghiamo. Padre Santo e misericordioso, che mai abbandoni i tuoi figli e riveli ad essi il tuo Nome, infrangi la durezza della mente e del cuore perchè sappiamo accogliere con semplicità i tuoi insegnamenti e portiamo frutti di vera e continua conversione. Per Gesù Cristo nostro Signore. AMEN
Dal libro dell’Èsodo 3,1-8.13-15
In quei giorni, mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele».  Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?».  Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».
Salmo 102  Il Signore ha pietà del suo popolo.
Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia.
Il Signore compie cose giuste, difende i diritti di tutti gli oppressi.
Ha fatto conoscere a Mosè le sue vie, le sue opere ai figli d’Israele.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Perché quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 10,1-6.10-12
Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto. Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono. Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.
Dal Vangelo secondo Luca 13,1-9
In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».  Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

IL LEGNO E I FRUTTI. Don Augusto Fontana
Trascrivo, a consolazione e vergogna, alcune parti del Documento Conciliare “GIOIA E SPERANZA”(GAUDIUM ET SPES): «E’ dovere permanente della Chiesa scrutare i segni dei tempi ed interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo nonchè le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatica. L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’intero universo. Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale che ha i suoi riflessi anche sulla vita religiosa.E come accade in ogni crisi di crescita, questa trasformazione reca con sè non lievi difficoltà. Così mentre l’uomo estende la sua potenza, non sempre riesce però a porla a suo servizio. Si sforza di penetrare nel più intimo del suo animo, ma spesso appare più incerto di se stesso. Scopre più chiaramente le leggi della vita sociale, ma resta poi esitante sulla direzione da imprimervi. Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenze economiche e tuttavia una gran parte degli uomini è ancora tormentata dalla fame e dalla miseria e intere moltitudini sono ancora analfabete. Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà e intanto si affermano nuove forme di di schiavitù sociale e psichica. E mentre il mondo avverte così lucidamente la sua unità e la mutua interdipendenza dei singoli in una necessaria solidarietà, viene poi violentemente spinto in direzioni opposte a causa di forze tra loro contrastanti; infatti permangono ancora gravi contrasti politici, sociali, economici, razziali e ideologici, nè è venuto meno il pericolo di una guerra totale capace di annientare ogni cosa. Aumenta lo scambio di idee, ma le stesse parole con cui si esprimono i più importanti concetti umani, assumono, nelle diverse ideologie, significati assai diversi. Con ogni sforzo si vuol costruire un ordine terreno più perfetto, senza che cammini, di pari passo, il progresso spirituale. Immersi in così contrastanti condizioni, molti nostri contemporanei non sono in grado di  identificare realmente i valori perenni e di armonizzarli con quelli che man mano scoprono. Per questo sentono il peso della inquietudine, tormentati tra la speranza e angoscia, mentre si interrogano sull’attuale andamento del mondo. Il quale sfida l’uomo, anzi lo costringe a darsi una risposta (n.4). Il popolo di Dio, mosso dalla fede, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni a cui prende parte insieme agli altri, quali siano i veri segni della presenza e del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo e perciò guida verso soluzioni pienamente umane (n.11)».
Al termine potremmo solo aggiungere l’invito che oggi Gesù ci rivolge, dopo aver meditato con i discepoli alcuni fatti tragici accaduti in quei giorni: <Se non vi convertirete,  perirete tutti>.
L’uomo davanti al cespuglio di Dio (Esodo 3,1-15).
Martin Buber nel suo libro I racconti dei chassidim riferisce un aneddoto: «Ad un rabbi si presentò un discepolo e gli chiese: “Prima esistevano uomini che hanno visto Dio faccia a faccia. Perchè oggi non ne esistono più?”. E il rabbi rispose: “Perchè oggi nessuno sa chinarsi così profondamente”».
Dov’è andato Dio? Si può ancora incontrare Dio? Crediamo in <un> Dio oppure in <quel> Dio che la Storia del popolo ebraico e Gesù ci hanno fatto conoscere? Dal momento in cui pronuncio la frase <io credo> faccio una scelta che fa appello a tutta la realtà del mio essere non solo interiore, ma anche economico e sociale. Qualcuno pensa che si possa perdere la fede come si perde un portafoglio, ma può capitare qualcosa di più grave ed è quando la fede non scuote più le mie scelte. Lo scrittore Giorges Bernanos diceva :”La fede non c’è più non solo quando la si perde, ma anche quando essa non dà più forma alla vita, ecco tutto“.
Stava pascolando. Mosè è un latitante fuggiasco a causa di un omicidio compiuto. Non c’è nulla che faccia prevedere il suo ruolo di leader religioso. Vaga nel deserto non per incontrare Dio, ma per trovare pascolo per i suoi animali. Anche gli apostoli stavano aggiustando le reti e pare che il loro mestiere non rendesse facile la frequenza in Sinagoga.
Il Monte Oreb diventa il luogo classico dell’incontro tra Dio e Israele. La storia di Israele è caratterizzata da determinati luoghi in cui Jahwè si è manifestato; non si tratta mai di luoghi in cui Jahwè dimora, ma di località di apparizioni ed incontri. Sembra che Dio preferisca non essere imprigionato in religiose galere, ma voglia essere dove è la gente, incontrandola più sul fango e sulla sabbia che sui lucidi lastricati dei santuari. Poi verrà la istituzionalizzazione delle religioni e Lui si adatterà ai Tabernacoli che sono più un bisogno nostro che Suo.
<Mosè!>….<Eccomi>. Davanti alla situazione di oppressione del popolo, Dio inizialmente sembra dire “Ci penso io!”.  Più avanti sembra ripensarci e dice a Mosè: “Voglio mandarti da Faraone. Avanti! Tocca a te!”.  Dio ha bisogno di noi? La conversione di Mosè ha significato il passare dalla condizione di fuggiasco e di ribelle a quella di servo della liberazione della sua gente. Prima ha vissuto comodamente nel palazzo del faraone, come suo portaborse e lacchè; poi si ritira a farsi i fatti propri lontano dalle sofferenze del popolo. La sua conversione segna il ritorno alla solidarietà col popolo che soffre. E mentre compirà un’opera politica di leader, compirà anche un’evangelizzazione, annunciando per sempre il NOME di JAHWE’. Colui che un giorno è stato toccato dal fuoco di Dio non può far altro che “andare”. Mosè si accosta per curiosità, ma il contatto di Dio lo brucia. Ogni esperienza autentica di Dio non si risolve in godimento estatico. Lo abbiamo visto anche domenica scorsa sul Tabor. Dio si rivela non per soddisfare la nostra curiosità o per fornirci informazioni gratuite, bensì per informarci di ciò che attende da noi. Mosè va per vedere e si ritrova qualcosa da fare; si mette in ginocchio per ritrovarsi in piedi[1].  Si toglie i sandali per adorare, ma poi se li rimetterà per camminare col suo popolo.
Ho osservato, ho udito, conosco, sono sceso per liberare. Sono i verbi di Dio, messi in successione, per sottolineare  l’iniziativa di Dio che parte da un interessamento partecipato e termina con una “incarnazione” (“sono sceso”). Gesù costituirà l’atto terminale di questa successione di verbi di Dio (“si fece carne e pose la sua tenda fra noi”). A questo forte protagonismo di Dio, si intreccia la missione collaboratrice di Mosè che, come tutti i profeti, sente lo scarto tra il compito affidatogli e il limite personale (“Chi sono io?”). A questo dubbio, Dio pone il sigillo del suo nuovo nome (“Io sarò con te”).
Dio davanti al cespuglio dell’uomo (Luca 13,1-9).
Nella prima Lettura ci è stato presentato l’uomo Mosè davanti al “cespuglio” di Dio, stupito e pazientemente in attesa per raccogliere i frutti del fuoco della Rivelazione e della missione. Ora, nel Vangelo, le parti si invertono; é Dio che si pone davanti ai cespugli un po’ secchi degli uomini per cercarne i frutti: « Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò».  I fichi e l’uva avevano, per gli ebrei, un forte significato simbolico evocativo perchè erano i primi frutti che avevano incontrato quando si installarono nella Terra Promessa. Il fico, nell’insegnamento rabbinico, simboleggia, per la sua dolcezza, la Parola di Dio, la Torah. E’ una pianta che si usava piantare nei vigneti e diventava il simbolo della legge di Dio piantata nella vigna-Israele. La vigna, infatti, fu presa dai profeti come il simbolo del popolo piantato dal Signore non come pianta ornamentale da appartamento, ma come albero da frutta. Dio viene incontro all’uomo e cerca il frutto dell’amicizia. Fin dalla prima sera della creazione, Egli ama passeggiare con l’uomo (Genesi 3,8) e lo cerca <Adamo dove sei?> .  Ma Dio pare sfortunato. La sterilità del nostro legno secco sarà vinta dal legno della croce da cui pende il frutto dolce che è Gesù.
Noi restiamo questo fico che succhia e si appropria dei doni della terra, gonfiandosi di foglie senza far frutti; non solo non produciamo frutti, ma impoveriamo e rendiamo improduttiva la terra.  Ora veniamo “lasciati (perdonati)” per <un anno>, che è il periodo della nostra vita, per permetterci di innestarci come tralci sulla vite che è Cristo (Giov.15).
Dio e uomo si cercano nel fogliame quotidiano.
Per rielaborare la meditazione biblica non posso non pescare a piene mani nel cuore e nella parola di Mons. Tonino Bello[2]:
«Qualcuno ha scritto che la meraviglia è la base dell’adorazione.  Anzi, l’empietà più grande non è tanto la bestemmia o il sacrilegio, la profanazione di un tempio o la dissacrazione di un calice, ma la mancanza di stupore. Oggi c’è crisi di estasi. E’ in calo il fattore sorpresa.  Non ci si esalta per nulla.  C’è in giro un insopportabile ristagno di cose già viste, di esperienze già fatte, di sensazioni sottoposte a ripetuti collaudi. Siamo appiattiti dagli standard, omologati dagli schemi, prigionieri della ripetizione modulare.  La fantasia agonizza.  Occorrerebbe riutilizzare il Salmo, nel quale si densifica il rapimento estatico di chi contempla la gloria di Dio: «O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra» (Sal 8, 1). Se avessimo gli occhi dei bambini, dovremmo essere capaci di leggere questa scritta su tutta la curva del cielo, da oriente a occidente.  Incoraggiare l’attitudine allo stupore.  Non disdegnare, come cedimento alla serietà organica del pensiero, il tentativo di indicare nella bellezza la strada privilegiata attraverso cui Dio si rivela. Il mare in tempesta o il firmamento nelle notti d’agosto, il colore dei fiori che spuntano sui crepacci o l’incantesimo delle vette innevate, lo struggimento degli alberi che si torcono nella bufera o lo splendore degli occhi di una donna, non hanno smesso di proclamare su tutta la grandezza della terra il nome di Dio. Senza stupore è difficile l’incontro con Dio.  Senza rapimenti estatici è impossibile parlargli.  Al massimo, con Dio ci potrà essere rapporto mercantile, basato sulle contrattazioni della domanda e dell’offerta: soprattutto nei momenti della paura o dello smacco. Ma non incontro personale, né abbandono di fiducia, e tanto meno, ebbrezza d’amore.
«Non ti dimenticherò mai… Ho scritto il tuo nome sul palmo della mia mano» (Is 49,15-16).  Sapere che, questa frase di Isaia, Dio la ripete a te, a me, a tutti, fin da quando siamo stati concepiti nel grembo materno, non può non alzare la soglia del rapporto personale con lui. Lui che, come dice il profeta Baruc, «chiama le stelle per nome, ed esse gli rispondono “eccomi” brillando di gioia!» (Baruc 3,34-35).  Lui che non deposita negli archivi i nostri volti, ma li sottrae all’usura delle stagioni, illuminandoli con la luce dei suoi occhi.  Lui che non seppellisce i nostri nomi nel parco delle rimembranze, ma li evoca a uno a uno dalla massa indistinta delle nebulose e, pronunciandoli, con la passione struggente dell’innamorato, li incide sulle rocce dei colli eterni.
E ho provato a pensare se  ci possa mai essere qualche angolo del mondo sottratto, per così dire, all’invadenza del Nome di Dio. Ma non mi è riuscito di trovarlo. La gloria del Signore JHWH straripa da tutte le parti. Non ci sono zolle di terra che non si lascino inumidire dalla sua rugiada. Neppure gli spazi dove si imbastardiscono le trame più inique sono impermeabili all’azione di Dio. Lì, nei santuari dove la gente si raccoglie in cerca di pace; ma anche oltre la siepe del giardino comunale disseminato di siringhe. Nelle celle del monastero di clausura impregnate di preghiera, ma anche giù nei sotterranei delle metropoli dove si sfrenano ogni giorno le orge della dissolutezza. La verità è che la terra non è oggetto di spartizione tra l’impero del bene e l’impero del male. A Dio non  appartengono solo le aree del sacro. Egli riempie d’olio tutte le lampade della vita, fa ardere i roghi della storia, accende le fiammelle della cronaca, illumina i crepuscoli delle nostre stagioni spirituali. E Dio non si macera nel timore che l’uomo un giorno o l’altro debba trafugargli i brevetti delle sue invenzioni. Non considera l’uomo come suo rivale, ma come partner che collabora con lui nel cantiere sempre aperto della creazione, Come socio, cioè, di pari dignità, nella sua cooperativa di lavoro».


[1] Da A.Pronzato PAROLA DI DIO anno C, Ed.Gribaudi pag. 76.
[2] T.Bello,  Non c’è fedeltà senza rischio, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2000.




13 marzo 2022. Domenica 2a quaresima
LA CROCE TRASPARENTE

2° Domenica Quaresima C

Preghiamo. Dio grande e fedele, che riveli il tuo volto a chi ti cerca con cuore sincero, rinsalda la nostra fede nel mistero della croce e donaci un cuore docile perchè nell’adesione amorosa alla tua volontà seguiamo, come discepoli, il Cristo tuo Figlio.
Dal libro della Gènesi 15,5-12.17-18
In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo».  Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono. Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate».
SALMO 26  Il Signore è mia luce e mia salvezza.
Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore? Il Signore è difesa della mia vita: di chi avrò paura?
Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!
Il mio cuore ripete il tuo invito:  «Cercate il mio volto!». Il tuo volto, Signore, io cerco.
Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.
Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési  3, 20 – 4, 1
Fratelli, la nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose. Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!
+ Dal Vangelo secondo Luca 9,28-36
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

 LA CROCE TRASPARENTE. IO CERCO IL TUO VOLTO SIGNORE. Don Augusto Fontana

La croce trasparente. Il parroco, quella domenica, era nervoso più del solito. Il Consiglio pastorale della sera precedente non era andato molto bene. I parrocchiani avevano inoltrato una petizione, con centinaia di firme, perchè venisse messo finalmente un crocifisso nell’abside della chiesa nuova. Lui non ne voleva sapere; aveva dato tutte le spiegazioni del caso, ricorrendo anche al divieto della Bibbia di farsi immagini di Dio, spiegando che i “poveri cristi” li dobbiamo andare a riverire, crocifissi, sul loro letto di malattia, tuonando contro la tranquilla coscienza del circuito economico nord occidentale che crocifigge migliaia di altri cristi, contestando l’abuso del crocifisso come monile ornamentale o suppellettile di arredo anzichè come scandalo e speranza, predicando che il crocifisso va inchiodato nel cuore e non appeso ad un muro. Come unico risultato ottenne una lettera anonima al vescovo da parte di un parrocchiano che si lamentava che il suo parroco non portava il crocifisso sul bavero della giacca. Quella mattina gli era venuta un’ispirazione. Non si trattava di un’idea qualunque, ma di una vera ispirazione divina maturata leggendo il capitolo 9 di Luca.  Dal pulpito promise solennemente: <Fratelli, mi avete convinto; questa chiesa manca di una croce; vi prometto che domenica prossima avrete quello che chiedete. E così sia>. Durante la settimana, nel piazzale della chiesa ci fu un andirivieni di camion, muratori, e geometri: la gente osservava da dietro le tendine delle finestre.  E venne domenica, la seconda domenica di quaresima. I parrocchiani, assiepati sulla porta, vennero fatti entrare. E la croce? Dov’era la croce promessa? L’abside presentava una vasta ferita a forma di croce, una vetrata enorme da cui entrava, gioioso e fastidioso, il sole dell’alba. Delusione e brontolii nell’aula. Chi si faceva schermo con le mani per non essere accecato, chi scuoteva il capo perplesso, chi girava gli occhi per vedere dove il parroco avesse nascosto il crocifisso. Quella croce non ebbe mai l’onore di un cero, un piccolo misero cero che si riserva a un qualunque santantonio o padrepio. Calò la sera, più misteriosa di altre, perchè il sole aveva cessato di dardeggiare  e, dietro la ferita delle pietre, si intravedevano le luci del vicino ospedale: qualche camice bianco, due vecchietti  nel viale delle chirurgie, due volontari che spingevano frettolosi una barella, un bimbo che si sporgeva dalla finestra, calvo, come bruciato.
Non si capì mai se il crocifisso morto in quella chiesa andasse a risorgere su quell’ospedale o se i crocifissi di quel Golgota/ospedale di dolore andassero a morire nella chiesa passando attraverso quella ferita di cristallo simile ad una resurrezione.

Trasfigurazione, metamorfosi, teofania: sogno, visione o fede?
Occorre innanzitutto intenderci su alcuni termini. Pensiamo al termine “ascensione al cielo”(che ha prodotto l’immagine di una ascesa in verticale sopra un ascensore-nuvoletta che ha sottratto Gesù alle incombenze di una presenza ingombrante) oppure ai termini “miracolo, comandamento, fare memoria” ecc. Anche il termine “trasfigurazione” necessita di una rivisitazione. Se ne hai voglia prova a confrontare le versioni dei 3 evangelisti che ne parlano: Luca 9, Matteo 17, Marco 9. Trascuriamo, per ora, la questione della diversa connotazione temporale degli eventi (otto giorni dopo o sei giorni dopo?) e andiamo a meditare gli elementi dell’evento: Matteo e Marco usano il termine trasfigurazione (in greco: metamorfosis) che Luca non usa. Solo Luca annota che l’evento accade mentre Gesù pregava. Luca e Matteo riferiscono del volto, non accennato da Marco. Unico dato comune a tutti e 3 sono le (la) vesti.  Tutto ciò ha un senso o è pura esercitazione letteraria?
E se fosse tutta questione di sguardo?
Per Luca prevale l’evento della preghiera. La preghiera di Gesù, cioè la sua familiarità con il Padre, costituisce l’evento scatenante di una Rivelazione, di una Epifania, di una Teofania[1].
Gesù, la sua umanità quotidiana e debilitata, è il luogo scelto da Dio per rivelarsi, come anticamente aveva scelto un cespuglio bruciante da cui rivelarsi a Mosè: “Il Signore  gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo ad un roveto che non si consumava” (Esodo 3). Il legno della croce non poteva che appartenere alla discendenza evoluta di quel cespuglio di migliaia di anni prima.
Abbiamo un altro precedente biblico dell’evento della “trasfigurazione”, nella figura di Mosè che sul monte Sinai familiarizza con Dio e scende con il volto trasfigurato a fare da mediatore tra Dio e il popolo (Esodo 33 e 34):  ” Mosè disse al Signore:<Mostrami la tua Gloria>. Il Signore rispose:<Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio Nome. Ma tu non potrai vedere il mio volto perchè nessun uomo può vedermi e restare vivo. Ecco tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finchè sarò passato. poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere….>.Quando Mosè scese da monte Sinai non si era accorto che la pelle del suo viso era diventata raggiante perchè aveva conversato con Lui. Ma Aronne e tutti gli israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui…Mosè allora si pose un velo sul viso. Quando Mosè andava davanti al Signore a parlare con Lui, si toglieva il velo, fin quando fosse uscito”.
Nell’evento della “trasfigurazione” ci troviamo, dunque, di fronte ad un modo di trasmettere un’esperienza fatta dai discepoli. Sono gli stessi discepoli che avevano raccolto la tradizione orale che riferiva quello che era successo sotto la croce: “ Gesù dando un forte grido spirò. Il velo del tempio si squarciò in due. Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo disse: <Veramente quest’uomo era Figlio di Dio> (Marco 15,38-39). Anche sulla croce, dunque accade una “trasfigurazione”, ma non è il crocifisso che si trasfigura bensì gli occhi del soldato pagano. La croce diventa diafana e trasparente, si lascia attraversare dallo stupore e lascia intravedere la risurrezione in atto: « Questo ucciso, è Dio! ».
Nel volto e nella veste lacerata.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno, tuttavia restarono svegli e videro la sua Gloria” (Luca 9,32). La “Gloria di Dio” si rivela nella veste e nel volto di Gesù, cioè nella sua personalità interiore e palese. La Gloria, nel linguaggio biblico, è il termine che descrive la presenza percepibile e occupante di Dio, sia nello spazio che nella coscienza: la presenza ingombrante di Dio si rivela dunque sul volto e sulla tunica dell’uomo di Nazaret con cui i dicepoli hanno vissuto da ormai qualche anno, forse annoiandosi un pò (“erano oppressi dal sonno” come succederà tra qualche tempo nel bosco del Getsemani). Continua il nostro legittimo imbarazzo di fronte ad un evidente uso di materiale simbolico che potrebbe indurci a relegare il nostro testo tra i miti o le leggende.
Abbiamo precedentemente notato che il simbolo della veste è l’unico elemento comune ai tre evangelisti nella sezione che stiamo meditando. Anche per noi, oggi, certe circostanze vengono sottolineate con il simbolo del vestito: pensiamo alla cura ed alla carica evocativa che diamo alla scelta del vestito con cui rivestiamo per l’ultima volta un nostro caro defunto; oppure pensiamo alla veste nuziale, alla divisa, al look di circostanza, ai paramenti sacerdotali in ogni culto religioso. Ed ora torniamo sotto la croce dove Gesù viene denudato dei suoi abiti umani e spogliato della sua veste regale e sacerdotale, : “I quattro soldati, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti e presero la tunica. Quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo> (Giov.19, 23-24). E’ lo stesso Giovanni che, nel racconto del processo, aveva annotato: “Gli misero addosso un mantello di color rosso…e gli davano schiaffi sulla faccia“. Anche Luca non aveva mancato, durante il racconto del processo, di far rimarcare: “Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste(Lc.23,11). Facciamo un’escursione veloce nell’Apocalisse (1,13-15): “Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro.
La Trasfigurazione è l’intuizione dell’altra faccia di Gesù, è la risposta provvisoria al desiderio dei cercatori di Dio, come si esprime il Salmo 27 (26) di oggi: “Il mio cuore ripete il tuo invito:  «Cercate il mio volto!». Signore io cerco. Non nascondermi il tuo volto”.
E’ in ballo dunque la domanda: secondo te dove si incontra Dio?
Oggi pare balenare una rivelazione. Dio si manifesta nell’interiorizzazione e nella debolezza palese.
Nell’interiorizzazione. Quel che è accaduto durante quelle ore di intimità fra i discepoli e Gesù, è che loro si sono messi a guardarlo, ad ascoltarlo, a vederlo come sempre era, fra loro, ma come essi mai se n’erano accorti. L’hanno visto pregare e diventare trasparente al Padre, nella sua relazione filiale  col Padre e ne sono rimasti trasfigurati anch’essi. Fu una Risurrezione anticipata. Oppure, meglio, una rilettura post-pasquale di quell’esperienza passata di ritiro sul Tabor. La trasfigurazione non è uno spettacolo (come non fu documentata la Risurrezione), ma un’esigenza di ciascuno di noi: capire il senso della normalità di Dio nella vita spesa di Gesù e diventare finalmente quel che vogliamo essere e che abitualmente non siamo capaci di essere.
Nella debolezza palese. La trasfigurazione non è un prodigio; è lo svelamento di una realtà permanente alla quale avevamo dedicato, fino a quel momento, sguardi assonnati e increduli. Per manifestarsi, Dio non ha bisogno di lampi e tuoni; gli basta un poveraccio, un decaduto dalla nostra stima e che ha perso la sua veste regale, un umiliato privato della veste sacerdotale della sua dignità, uno sfigurato dagli schiaffi della vita, della malattia, della vecchiaia e dei prepotenti. Anzi, a Dio basta una vita ordinaria, come gli è bastato un Gesù ordinario, denudato di tutte le insegne di riconoscimento per essere più trasparente. La croce è trasparente di divinità, perchè chi vi è sopra è nudo e gli resta solo la debolezza di dover essere amato. Paolo nella sua Lettera ai Filippesi 3, 20-21, che verrà proclamata oggi, dice: < La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per configurarlo al suo corpo glorioso>.

L’esodo: la nube e la tenda.
L’ottavo giorno è un modo di indicare “il giorno di domenica, giorno del Signore” che vedeva riunita la Chiesa per celebrare l’Eucarestia pasquale. Ancora una volta Luca richiama la comunità al dovere del ritorno alla vita quotidiana dopo essere stati rifocillati nella liturgia pasquale: bisogna scendere a valle per riprendere il cammino verso gli appuntamenti conflittuali. Durante questo esodo/cammino ci vengono concessi dei segni della presenza di Dio, ma non possiamo usarli per fermare il cammino o anticiparne la soluzione. Tra questi segni, come durante l’esodo nel deserto, ci sono la nube e la tenda: “Allora la nube coprì la tenda dell’assemblea e la Gloria del Signore riempì quel luogo. Mosè non potè entrare perchè la nube copriva la tenda e la Gloria del Signore la riempiva”. (Esodo 40, 34-35). La Bibbia e l’Eucarestia sono la nostra “Nube parlante”, segni che svelano e, insieme, velano la presenza del Signore. La tenda è la comunità costruita da mani d’uomo e che deve avere i picchetti sempre pronti ad essere tolti quando si tratta di riprendere il cammino della vita quotidiana e della testimonianza fra gli uomini.


[1] Il termine non deve fare paura. Deriva da 2 parole cucite insieme: Theos + fanìa dove THEOS significa DIO e FANIA significa MANIFESTAZIONE. TEOFANIA = MANIFESTAZIONE / RIVELAZIONE DI DIO. Chiunque farebbe fatica a descrivere, ad altri, l’esperienza di aver sentito Dio vicino. Viene spontaneo usare termini “eccessivi”: terremoto, fuoco, nube, luce, voce, emozioni.




6 marzo 2022. Domenica 1a Quaresima
LA STRADA DIFFICILE: RESISTENZA O RESA?

Prima domenica Quaresima

Preghiamo. Signore nostro Dio, ascolta la voce della Chiesa che ti invoca nel deserto del mondo: stendi su di noi la tua mano perchè nutriti con il pane della tua Parola e fortificati dal tuo Spirito, vinciamo con il digiuno e la preghiera, le continue seduzioni del maligno. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 Deuteronomio 26, 4-10: il <Credo> di Israele.
[1]Quando sarai entrato nel paese che il Signore-tuo-Dio ti darà in eredità e lo possiederai e là ti sarai stabilito, [2]prenderai le primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nel paese che il Signore-tuo-Dio ti darà, le metterai in una cesta e andrai al luogo che il Signore-tuo-Dio avrà scelto per stabilirvi il suo nome. [3]Ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni e gli dirai: <Io dichiaro oggi al Signore-tuo-Dio che sono entrato nel paese che il Signore ha giurato ai nostri padri di darci>.
[4] Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore-tuo-Dio [5]e tu pronuncerai queste parole davanti al Signore-tuo-Dio:
<Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa.[6]Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù.[7]Allora gridammo al Signore, al Dio-dei-nostri- padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione;[8]il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi, [9]e ci condusse in questo luogo e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele.  [10] Perciò (we’attah) ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato>.  Le deporrai davanti al Signore-tuo-Dio e ti prostrerai davanti al Signore-tuo-Dio.
[11]gioirai, con il levita e con il forestiero che sarà in mezzo a te, di tutto il bene che il Signore-tuo-Dio avrà dato a te e alla tua famiglia.
Salmo 91,1-2.10-15. Resta con noi, Signore, nell’ora della prova.
Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.
Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido».
Non ti potrà colpire la sventura, nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
Egli per te darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie.
Sulle mani essi ti porteranno, perché il tuo piede non inciampi nella pietra.
Calpesterai leoni e vipere, schiaccerai leoncelli e draghi.
«Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome.
Mi invocherà e io gli darò risposta; nell’angoscia io sarò con lui, lo libererò e lo renderò glorioso».
Paolo ai Romani 10,8-13: il <Credo> della Chiesa.
Che dice dunque la Santa Scrittura? <<Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore>>, cioè la parola della fede che noi predichiamo. Poiché se proclamerai con la tua bocca: << Gesù è il Signore>>, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. Dice infatti la Scrittura: <<Chiunque crede in lui non sarà deluso>>. Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l’invocano. Infatti: <<Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato>>.
Luca 4, 1-13: il <Credo> di Gesù e la sua resistenza.
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti:  “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.
LA STRADA DIFFICILE: RESISTENZA O RESA? Don Augusto Fontana.
L’uomo moderno conosce l’esperienza del deserto?
La risposta è affermativa. E’ diventato luogo comune della psicanalisi, della sociologia, del cinema e delle riviste, descrivere la società come un deserto nel quale l’uomo è solo e nel quale abbondano l’incomunicabilità, l’alienazione, l’abbandono e la paura. Deserto è la città, la fabbrica, il quartiere dormitorio. Deserta è la campagna e deserte sono le chiese. Però non è lo Spirito che ci ha spinto in questi deserti; sono state le strutture che ci siamo create, i nostri miti, appetiti, la nostra economia. Questo deserto non ci richiama l’immagine paradisiaca che sembra insinuare il vangelo (nella versione di Marco 1,12-13) dove l’uomo/Adamo/Gesù vive in pace con le bestie selvatiche, dove il lupo convive con l’agnello, dove gli angeli servono il cibo. In questo nostro deserto infernale vengono date pietre al posto del pane ed anche il pane è frutto di un gioco spietato ed è oggetto di una continua conquista. Più che un deserto, è una giungla; infatti oggi si parla di giungla retributiva, burocratica, fiscale, finanziaria, edilizia e chi più ne ha più ne metta. Se però a quest’uomo moderno si chiede se egli nel deserto faccia anche l’esperienza di essere tentato da Satana, egli risponderà quasi certamente di no. L’idea del diavolo è estranea all’uomo moderno che oltre ad aver lasciato Dio fuori dalla città, ci ha lasciato anche Satana.  Ma le cose non stanno così. Certo, se il diavolo è un signore con le corna, l’uomo colto ed emancipato ha ragione di non crederci. Ma se si interroga la tradizione biblica per sapere chi è veramente Satana, le cose sono diverse. Infatti per la Bibbia il diavolo non è il contrario di Dio, ma la caricatura di Dio. Satana è tutto ciò che si attribuisce i connotati di Dio senza essere Dio, i poteri di Dio senza essere Dio, l’assolutezza di Dio senza essere Dio. Egli è l’usurpatore. E’ l’idolo che prende il posto di Dio facendosi credere Dio. E non viene mai a mani vuote: ha sempre qualcosa da promettere. Paolo nella 2 Lettera ai Corinti (11,14) dice che “si camuffa da angelo della luce” e quindi diventa un surrogato di Dio. Ebbene, il deserto di questa città industriale che rifiuta Satana unitamente a Dio, è in realtà piena di aspiranti al ruolo di Dio. Sono una legione. Ognuno vuole porsi come criterio assoluto: il potere, la legge, l’ordine, il denaro, la proprietà, il mercato, il sessismo, il consumo, la libertà, la scienza, il partito, lo Stato, l’ideologia, la Chiesa. Ogni cosa, anche buona, nella misura in cui pretende di trascendere l’uomo e di sedersi al di sopra di lui, diventa un idolo, un dio mondano. Naturalmente ognuna di queste cose, divinizzandosi, diviene deforme e corrotta. Può essere combattuta, ma non brandendo un altro idolo. L’assenza di Dio impedisce di liberarci dalle copie di Dio. Al contrario il vero Dio, il Padre di Gesù Cristo, è il solo criterio possibile per smascherare le caricature di Dio. Cristo ha fatto resistenza a Satana dopo essere stato battezzato dal Padre. Gesù ci ha messo in grado di smascherare i demoni camuffati e di sottrarci al potere degli idoli. E’ solo a partire da questo momento che nella nostra conversione comincia il regno di Dio e il Vangelo è creduto.
Il <credo> storico di Israele.
Il credente Israelita non trova Dio al termine di una elucubrazione filosofica, ma nella trama di una storia che Dio fa insieme al suo popolo. Il catechismo ebraico, più che contenere una serie di formule astratte, è un racconto delle azioni di Dio. L’ebreo non si domanda <Chi è Dio?> ma: <Che cosa è stato Dio per noi?>. La fede di Israele nasce dall’esperienza di un Dio che si presenta non come <Colui che è>, ma come <Colui che c’è>, ossia è qui, agisce, interviene.
Nel frammento del <Credo> storico che leggiamo oggi, si mettono in evidenza tre azioni di Jahwè:

  • La scelta (vocazione), a cominciare dai Patriarchi. Una scelta gratuita che cade su una realtà debole: “Mio Padre era un arameo errante” (o con altra traduzione “…era un arameo ormai vicino alla fine” cioè indebolito dalla carestia che lo spinge ad andare in un paese straniero dove vive senza diritti civili nè cittadinanza). Notare anche l’insistenza del Nome “Signore-tuo-Dio” che diventa come un nome proprio e che definisce il rapporto personale ed esperienziale di ogni israelita con Dio: “Ascolta Israele! Oggi sei diventato il popolo del Signore-tuo-Dio“(Deut. 27,9)
  • la liberazione: “Il Signore ci fece uscire…“.
  • il dono della terra: “Ci diede questo paese…“.

Il dono delle primizie.
La confessione della fede storica si trasforma in liturgia. Nel testo ebraico, al versetto 10, il termine we’attah si deve tradurre con “perciò” e non (come traduce in modo scialbo la CEI) con “ora“: la fede celebrata nella liturgia nasce dalla fede sperimentata nella storia. La liturgia dei gesti e dei segni diventa espressione di una vita riconoscente e non una poesia da recitare.
Anche il Salmo 91 celebra il <Credo di Israele>, e quindi il nostro <Credo>. Chissà quante volte Gesù lo ha proclamato e pregato! Il Salmo è stato scelto dalla liturgia odierna per l’esplicita citazione, nel testo evangelico, dei versetti “ai suoi angeli darà ordine, perchè essi ti custodiscano” e  “essi ti sosterranno con le mani perchè il tuo piede non inciampi in una pietra“. La preghiera e la meditazione del Salmo in versione integrale potrà costituire opportuno nutrimento per questa prima settimana di Quaresima. Il Salmo è usato dalla liturgia della sinagoga ebraica come preghiera della sera e del Sabato. Anche la tradizione cristiana lo usa come Salmo per la chiusura della giornata. S.Bernardo (1090-1153) in un Sermone diceva che questo Salmo era adatto “ad incoraggiare i timidi, ad ammonire i negligenti e istruire chiunque si trovi ancora distante dal traguardo della perfezione“.
C’è un arrivo al Tempio (per pellegrinaggio o per diritto d’asilo politico), un pernottamento nella veglia di preghiera, una partenza per il ritorno alla durezza della vita quotidiana (sera, notte, pieno giorno). Attraverso simbologie e immagini efficaci, benchè un po’ estranee al linguaggio contemporaneo, vengono elencati i pericoli e le prove a cui il fedele è stato e sarà sottoposto: trappole tese, malattie, ostilità aperte (frecce), empi idolatri, pietre di inciampo, disgrazie, colpi mancini, veleni di ogni genere, poteri forti (drago e leoni). Su questo shock esistenziale si stende il balsamo della benedizione sacerdotale che utilizza simboli e immagini di Dio adatti a creare fiducia: il riparo, l’ombra, le ali protettive, lo scudo, il rifugio.
Il <Credo> di Gesù.
Oggi ci viene chiesto di lasciarci <tentare> (saggiare, mettere alla prova, smascherare) sulla nostra speranza di fondo. Su chi contiamo davvero? A chi stiamo dando piena fiducia? Chi ha la nostra fede e fedeltà? La grande riforma socio-religiosa di Giosia, da cui nasce il testo della prima lettura, ci ha rivelato che la fiducia veniva posta in Dio solo sulla base della fedeltà dei suoi interventi. Ora vedremo Gesù che pronuncia il suo <credo storico>. Noi, come singoli e come comunità, possiamo richiamare alla memoria avvenimenti nei quali Dio è intervenuto per noi e sui quali fondiamo la certezza  di poter contare su di Lui con fiducia totale? Su chi  ci basiamo quando si tratta di decidere qualcosa da cui la nostra vita resta seriamente determinata? Gesù rifiuta di mettere alla prova Dio (ma quale Dio sarebbe, se fosse costretto a giustificarsi davanti a noi? Non saremmo noi a pretendere di essere dio di Dio?). Non bisogna, d’altra parte stupirci per le fratture e le fatiche che questa fedeltà a Dio provocherà.  Luca è attento a saldare il Battesimo di Gesù con l’evento delle tentazioni.  C’è una strategia che non lascia dubbi non solo per capire la vita di Gesù, ma anche quella della Chiesa: “Ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano“(Luca 22,31).
La tentazione nella vita di Gesù.
La presenza della tentazione lungo tutta la vita di Gesù è storicamente credibile. I racconti corrispondono ad alcuni dati sicuri del Vangelo:

  • Gesù pone un rifiuto ad ogni richiesta di un “segno” che sia solo un prodigio per la propria utilità o senza valore spirituale;
  • Gesù entra in conflitto di coscienza sulla interpretazione della modalità fallimentare del proprio ruolo messianico;
  • Gesù vuole purificare le speranze messianiche dei discepoli.
  • C’è una relazione tra Battesimo e tentazione; la vita di fede non è al riparo dalle tentazioni, come dice Siracide 2,1:” Figlio se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione“.
  • C’è uno scontro tra due diversi modi di leggere le Sante Scritture.
  • Le tentazioni di Gesù sono il paradigma delle tentazioni della Chiesa. Luca chiude il racconto dicendo che “Satana si allontanò da lui per tornare al tempo opportuno” che è il tempo della Passione e il tempo della Chiesa; la confessione di fede fatta da Pietro a Cesarea  ne è un esempio: Pietro, dopo aver fatto un’ortodossa dichiarazione di fede (Tu sei il Cristo) non vuol sentir parlare di andare a Gerusalemme (ciò non accadrà mai) e Gesù scaccia il Satana/Pietro (Vai dietro a me, Satana, perchè non ragioni secondo Dio, ma secondo gli uomini).

Raccogliamo le Parole del giudizio:
Deserto: C’è deserto e deserto; c’è quello costruito dalla nostra mortifera e distruttiva resa e c’è quello preparatoci dallo Spirito come luogo di Rivelazione e di esodo, di parto e di resistenza. Devo decidere in quale deserto  accettare la tentazione.
Satana: è una legione di caricature di Dio, di piccoli assoluti pieni di promesse e di pretese. Nel primo deserto, il satana vive subdolamente come parassita nelle pieghe delle stanche abitudini familiari o aderendo, come un polipo, all’anatomia della nostra struttura professionale, politica e religiosa; nel secondo deserto il satana viene stanato, smascherato e diventa aggressivo, pulsante, “altro” da me. Devo decidere con quale Satana convivere.
Dio:Colui che è” o “Colui che c’è“? E’ una ipotesi o un’esperienza mia che posso raccontare? Devo decidere quale <Credo> vivere e a quale Dio offrire le mie primizie.
Io: nel primo deserto vivo pitturato sull’asfalto delle cose come le strisce pedonali, incollato agli eventi come un nastro adesivo, omologato alle pressioni conformiste; nel secondo deserto vivo in piedi anche se ammaccato, do’ battaglia, amo, penso, obietto, opto, progetto, creo, condivido, abbraccio, piango, desidero, canto e quando mi inginocchio è solo per pregare.

Devo decidere se sopravvivere o vivere.




27 febbraio 2022. Domenica 8a tempo ordinario
TRA IL DIRE E IL FARE

  8° domenica tempo ord. C
Preghiamo. La parola che risuona nella tua Chiesa, o Padre, come fonte di saggezza e norma di vita, ci aiuti a comprendere e ad amare i nostri fratelli, perché non diventiamo giudici presuntuosi e cattivi, ma operatori instancabili di bontà e di pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo ..
Dal libro del Siracide 27,4-7
Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti. I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo. Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore. Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini.
Salmo 91 (92). E’ bello rendere grazie al Signore.
E’ bello rendere grazie al Signore e cantare al tuo nome, o Altissimo,
annunciare al mattino il tuo amore, la tua fedeltà lungo la notte. R.
Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio. R.
Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno verdi e rigogliosi,
per annunciare quanto è retto il Signore, mia roccia: in lui non c’è malvagità. R.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 15,54-58
Fratelli, quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: “La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?”. Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
Dal Vangelo secondo Luca 6,39-45
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

TRA IL DIRE E IL FARE .Don Augusto Fontana
L’invasione dell’Ucraina ci conferma che questo infimo pianeta dell’universo e la sua storia è in mano a poteri economici e politici malati. Oggi tocca a te, domani tocca a me. Di fatto sempre tocca tutti. C’è chi dice: «Non ci resta che pregare». Forse non ci resta che piangere e morire insieme a quel Dio che è meno potente di Hitler e di Putin, di Erdogan e di Xi Jinping, delle sanguinarie milizie tribali libiche, delle fazioni di al-Qaida e Huthi  che insanguinano lo Yemen. E potremmo continuare in questa crocifissione in cui Dio è denudato e  appeso.  « La guerra – scrive oggi il Direttore di Avvenire – non è solo un serio colpo al portafoglio e nemmeno l’ultimo stadio del cozzo tra opposti, scomposti e gelidi calcoli geopolitici. La guerra è un uncino nel cuore di persone e comunità e nazioni. È un’infezione che fa strage di giovani (il domani e la speranza), così come la pandemia ha fatto strage di vecchi (la memoria e la saggezza). È una fabbrica di dolore e di profughi. È una logica letale. È l’incubo che torna, dopo tragiche prove generali, a massacrare l’umanità anche nel pezzo di mondo, il nostro, in cui ci eravamo detti “mai più”». Guide cieche che guidano altri ciechi.

Guide cieche, falsi maestri, ipocriti[1].
Luca continua a riferire le istruzioni di Gesù per relazioni umane radicalmente nuove fra uomini che hanno la coscienza di essere stati graziati da Dio. Il Comandamento  “Diventate misericordiosi perchè è misericordioso il Padre vostro” è il nuovo codice del discepolo. Contro possibili e facili deviazioni, Luca 6,39-45 conferma il Comandamento con una serie di similitudini. Chi insegna cose diverse da quel comandamento, chi ritiene che ci sia un’altra strada, è una guida cieca (v.39) e un falso maestro (v.40); chi insegna la giusta strada senza percorrerla o chi critica il male altrui senza vedere il proprio, è un ipocrita (v.41-42).
E ciò è detto non solo per singoli discepoli, ma anche per intere comunità ecclesiali che non illuminano più l’ambiente a cui sono inviate (quartiere, città, aggregati sociali),  perchè invece di salvarlo, lo giudicano. Chiesa pettegola!
CiecoNel testo di Luca  si respira aria di polemica che coinvolge non solo i farisei tradizionali, ma anche i discepoli di Gesù che si comportano come loro. Il discepolo (prete, catechista, vescovo, pettegole devote…) ci vedrà bene e potrà essere di aiuto agli altri solo se si lascia guidare dalla Parola di Gesù, come dice il salmo 119,105: “Luce ai miei passi è la tua Legge, Signore”.  Come la luce fu il principio della creazione, così ora il Comandamento della misericordia è il principio della ri-creazione tanto da riportare al bene addiritura ciò che è male. Caratteristica del cieco è di non potersi muovere pur avendo l’apparato locomotorio in ordine. Tutto gli si rivolta contro e gli fa male perchè ci va a sbattere contro. Così chi non ha misericordia ignora il senso della realtà e non sa orientarsi. La cecità fondamentale è di ritenersi “giusti”, di non ritenersi dei disgraziati graziati: «Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite “Ci vediamo!”, il vostro peccato rimane» (Giov.9,41)
Falsi maestri. Gesù, il Maestro, ci ha insegnato cosa fare. Invece di seguire la sua parola e il suo esempio, per leggerezza, stupidità o presunzione, siamo tentati di seguire altre vie che riteniamo più efficaci per l’evangelizzazione. Come la luna non può produrre luce propria, così il discepolo non può pretendere di dare luce propria. Per la comunità di Luca questa presunta maggior luce consisteva, forse, in pretese rivelazioni personali o in conoscenze esoteriche che potevano offrirsi come alternative alla “insipienza” dell’esempio e delle parole di Gesù. Anche oggi siamo diventati specialisti nell’inventare vie di salvezza spirituali, psicologiche, economiche, politiche o sociali: tutto può servire purchè porti il sigillo del grande Comandamento della misericordia. Il discepolo illuminato è colui che sa ciò che l’unico Maestro ha detto e fatto, e cerca di fare altrettanto: «Io, il Maestro, ho lavato i piedi a voi, perchè anche voi facciate questo ai vostri fratelli»(Giov.13,17).
Ipocrita. Ipocrisia non significa solo “finzione”, ma anche “protagonismo”. Il termine “ipocrita” deriva dal teatro greco: l’ upocrités era il protagonista mascherato che dialogava con il coro. Era mascherato perchè ciò che l’attore diceva, doveva avere valore universale; tuttavia restava il personaggio principale della tragedia rappresentata. C’è dunque un doppio senso nella parola “ipocrita”  che sta ad indicare:
– protagonismo di chi si mette al centro sul  palcoscenico degli avvenimenti
– finzione di chi si nasconde dietro una maschera.
Luca rappresenta, in altra pagina del suo Vangelo (cap.18,9-14), la figura dell’ipocrita nella Parabola del fariseo che ringrazia Dio di non essere come il peccatore che sta in fondo al tempio. Una presunta giustizia senza grazia.
Le parole e i frutti. Di solito quando si parla di “frutti buoni” si pensa alle “opere buone”; invece nel testo di Luca (come in quello parallelo di Matteo) sorprendentemente ci si riferisce alle parole e agli insegnamenti. Più precisamente vengono messe in relazione le parole con il cuore: “ciascuno esprime con la bocca ciò che gli tracima dal cuore”.
La funzione e l’importanza della parola sembrano essere al centro della riflessione liturgica. E’ un esame molto attuale, anche perchè essa è diventata sempre più slegata dalla testimonianza personale.
Siracide 27,4-7. Non lodare un uomo prima che abbia parlato.
Ben Sira, detto il Siracide, era un maestro di sapienza religiosa popolare, molto attivo nelle scuole di Gerusalemme. Formava i giovani alla vita spaziando dal corretto galateo a tavola fino ai problemi più impegnativi della vita. Scrive la sua opera verso il 185 a.C.  Il suo carisma era quello di saper conciliare  la dottrina tradizionale ebraica con la nuova cultura greca che stava invadendo la Palestina e trovava risonanza soprattutto fra i giovani.
Il “colloquio dialogico”(dia-loghismòs).
Il tema del testo odierno viene espresso dal versetto 5 dove parla di “conversazione” (dialogismù); il giudizio su un uomo può essere dato solo attraverso un “colloquio dialogico” (gr. dialoghismòs). Nel 1° versetto si specifica come deve essere fatto questo colloquio: occorre “scuotere” l’uomo attraverso un dialogo critico ed incalzante che lo obblighi a rivelare la paglia e il grano. Nei versetti successivi si fa riferimento al “carattere” della persona, cioè ai sentimenti interiori e al suo concreto programma di vita. Il giudizio su una persona può derivare solo da un colloquio personale che ha bisogno di tempo. Non bisogna precipitare. Per il Siracide, il dialogo è una delle colonne portanti dell’esistenza umana. Il discorso da uomo a uomo serve per consigliare, per esortare, per mettere in guardia, per discernere il bene dal male. Questo avviene soprattutto nel colloquio maestro/discepolo e amico/amico.
Possiamo, a questo punto, tentare un aggancio tra il testo di Siracide e il testo di Luca:
1- Vangelo: I falsi maestri, ciechi e ipocriti, sono coloro che accusano gli altri di avere un bruscolo nell’occhio senza prima togliere la trave nel proprio. Davanti a Dio tutti siamo discepoli. Il “principio della misericordia” obbliga alla reciprocità perchè, come dice Gesù, “voi siete tutti cattivi”. Se parti per l’avventura di voler cambiare qualcuno, incomincia a cambiare te stesso. Solo dopo potrai iniziare con la correzione fraterna.
Siracide: il vero maestro saggio è colui che sa instaurare un colloquio dialogico con il proprio simile permettendogli di scoprire se stesso nel momento  in cui si relaziona nella conversazione.
2- Vangelo: ciò che diciamo ha le sue radice nella coscienza, nel cuore, nei sentimenti interiori. Un cuore convertito al “principio della misericordia” non potrà che generare parole di misericordia e non di giudizio o di condanna. “Bisogna che l’uomo si renda conto che le situazioni conflittuali che l’oppongono agli altri sono solo conseguenze di situazioni conflittuali presenti nella sua coscienza e che quindi deve sforzarsi di superare il proprio conflitto interiore per potersi rivolgere ai suoi simili da uomo trasformato, pacificato”[2]
Siracide: le parole sono il frutto corrispondente di una coscienza (un cuore) ben coltivata.

Salmo 92: Il giusto è come palma e cedro: porterà sempre frutti.
Il Salmo fu, ed è, recitato dagli ebrei al venerdì sera come salmo di accoglienza del Sabato.  Il vero motivo orante del salmo è il Sabato e tutta la sua spiritualità di servizio a Dio nel culto e di liberazione dal lavoro. L’utilizzo nella liturgia odierna parrebbe poco giustificato, se non per quei pochi versetti che si collegano con le letture odierne attraverso il tema dell’uomo giusto che è simile a piante dai frutti abbondanti.

Lo stemma del giusto: una palma e un cedro sullo sfondo di un deserto.
A fronte della ripetizione per 7 volte del nome di Jahwè, il Salmo, nella versione integrale, mette in campo gli empi che vengono definiti con 7 nomi che descrivono l’ottusità della stoltezza:

  • animale stupido cioè  incapace di decifrare e celebrare il progetto di giustizia di Dio;
  • stolto che  significa anche “ateo” perchè è sicuro che Dio non rovinerà la sua vita guadente e ingiusta;
  • empio cioè colui che fa opposizione ai giusti;
  • operatori di iniquità cioè idolatri e ingiusti con gli altri;
  • nemici di Dio;
  • quelli che spiano per colpire il giusto;
  • perversi.

Tutti questi sono simili all’erba che ha vita breve perchè secca senza portare frutto.

Poi c’è il quadretto che descrive gli uomini giusti paragonandoli a cedri e palme piantati negli atri del tempio. Il recinto del tempio (o il Sabato) è paragonato al Paradiso terrestre che ha in sè una fertilità irraggiungibile da altri terreni. Le radici dei giusti affondano nell’humus di Dio e la linfa di Dio alimenta tutto il tronco. Gesù dirà in Giov. 15: “Io sono la vite e voi i tralci. Come un tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi, se non rimanete in me. Chi rimane in me ed io in lui,fa molto frutto perchè senza di me non potete far nulla”.
 A riguardo della tipologia degli alberi scelti come stemma del giusto, c’è una simpatica interpretazione della tradizione ebraica, contenuta nel “Racconti dei Chassidim”: “Ci sono due specie di giusti. Gli uni si occupano degli uomini, li ammoniscono e li ammestrano; gli altri coltivano gli insegnamenti solo per sè. I primi portano frutti nutrienti come le palme da dattero, i secondi sono come i cedri, elevati e infecondi”. A noi spetta decidere se essere giusti fecondi o giusti infecondi.

Siamo veramente aperti alle categorie dell’altro? Siamo critici sulla nostra fede oltre che su quella degli altri? Individuo quella situazione di lavoro,  famiglia o  gruppo in cui cerco solo la paglia nell’occhio altrui o non instauro un “colloquio dialogante”?


[1] Il messaggio della Prima Lettura tratta dal Libro del Siracide ( “Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela il sentimento dell’uomo“) ha un qualche collegamento con la parte finale del testo evangelico (“Ogni albero si riconosce dal suo frutto… la bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda “), agganciandolo con alcune “parole-chiave” : frutti/albero, parola/cuore.
[2] Martin Buber IL CAMMINO DELL’UOMO, Ed. Qiqajon, Bose Pag.44




20 febbraio 2022. Domenica 7a tempo ordinario
Caino ami Caino

7 ° Domenica tempo ord. C – 20 febbraio 2022

Preghiamo. Padre misericordioso, che nel tuo unico Figlio ci riveli l’amore gratuito e universale, donaci un cuore nuovo, perché diventiamo capaci di amare anche i nostri nemici e di benedire chi ci ha fatto del male. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal primo libro di Samuele 26,2.7-9.12-13.22-23
In quei giorni, Saul si mosse e scese nel deserto di Zif conducendo con sé tremila uomini scelti di Israele, per ricercare Davide nel deserto di Zif. Davide e Abisai scesero tra quella gente di notte ed ecco Saul giaceva nel sonno tra i carriaggi e la sua lancia era infissa a terra a capo del suo giaciglio mentre Abner con la truppa dormiva all’intorno. Abisai disse a Davide: “Oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo”. Ma Davide disse ad Abisai: “Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?”. Davide portò via la lancia e la brocca dell’acqua che era dalla parte del capo di Saul e tutti e due se ne andarono; nessuno vide, nessuno se ne accorse, nessuno si svegliò: tutti dormivano, perché era venuto su di loro un torpore mandato dal Signore. Davide passò dall’altro lato e si fermò lontano sulla cima del monte; vi era grande spazio tra di loro. E Davide gridò: “Ecco la lancia del re, passi qui uno degli uomini e la prenda! Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore”.
Salmo 102   Il Signore è buono e grande nell’amore
Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe guarisce tutte le tue malattie;
salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia.
Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe.
Come dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre colpe.
Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono.
Dal Vangelo secondo Luca 6,27-38
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “A voi che ascoltate, io dico: Amate (agapàte) i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, perchè è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”.

CAINO AMI CAINO. don Augusto Fontana

“Perdonare l’imperdonabile” è il gesto più radicale dell’a­more”[1].  «Quando furono arrivati sul posto detto “luogo del cranio” prima crocifissero Gesù e poi i due malfattori. Gesù diceva: “Padre perdona loro perchè non sanno quello che fanno”….Uno dei malfattori disse: “Gesù ricordati di me quando sarai nel tuo regno”. Gesù gli rispose: ” Ti assicuro che oggi sarai con me in paradiso”» (Luca 23).
Esiste ancora Abele, l’innocente? Siamo inseriti in un sistema di relazioni sociali ed in una storia di peccato; non basta la nostra buona intenzione soggettiva per farci perdere la complicità con la violenza. Anche chi si ritira nell’eremo rischia di contribuire alla violenza collettiva se si sottrae allo sforzo comune di coloro che vogliono una società non violenta. «Tutte le creature sono connesse tra loro» scrive l’ Enciclica Laudato si’ al n°42.

«Ma Gesù, quante guance aveva?»: mi chiese l’amica L. abbandonata dal marito e non certo disposta a riprenderlo in casa dopo la seconda scappatella extraconiugale. Mi aveva raccontato la sua vicenda e aveva terminato così: «L’ho perdonato, ma non lo voglio più vedere. Buona sì, ma stupida no; io le due guance le ho già esaurite!».  Fu così che mi ricordai del crocifisso appeso nella cappella della mia ex parrocchia in Parma. L’artista Antonio Manzoni ha modellato l’anatomia di un corpo svuotato; e la faccia appare come un grumo informe. Gesù, avendo esaurito la seconda guancia, aveva deciso di metterci tutta la faccia e si era beccato il diploma da stolto perchè “Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe” (Salmo 102 di oggi). Innanzitutto mi rendo conto di quanto mi sia comodo disquisire e pontificare sulla pace in un ambiente non coinvolto direttamente da conflitti sanguinosi o da scontri per strappare un sacco di farina alla famiglia dei vicini per sopravvivere. Eppure la cultura dell’urlo è spettacolo quotidiano, la conflittualità intra familiare disfa il 70% dei nuclei, lo sfruttamento lavorativo e sessuale sui minori e sulle donne è pane quotidiano unitamente al companatico della nostra diseducativa flemma o contro-testimonianza. La pedofilia clericale ha tracimato per anni accompagnata da complicità perdoniste e silenzi tombali senza giustizia per le vittime. E negli ambienti di lavoro: invidie, gelosie, sgambetti e meritocrazie avvelenano e appestano quello che fu il terreno delle solidarietà di classe, un po’ ideologiche, ma niente male. Senza parlare delle virate della nostra religiosità pur di non entrare in rotta di collisione con un Dio che molti di noi immaginavano più morbidone, rimproverandogli l’errore di gioventù di aver detto: “Non sono venuto a portare la pace, ma la spada e a separare….”(Lc 12,51-53).
Eppure esistono figli e figlie di Dio beatificati dal silenzioso rammendo dei rapporti interpersonali; figli e figlie di Dio seminati sui territori in conflitto come mine pro-uomo a deflagrarsi per convivenze insperate e simulare mondi che verranno, oh sì, che verranno! E quando uno di loro viene ucciso, solo allora ne affiorano, come anemoni, a centinaia, grazie a Dio, grazie davvero!. Esistono benedetti figli e figlie di Dio resistenti in umili cooperative di lavoro tra favelas e foreste, pressati dalle mafie di mercato, finanza e politica e non certo benedetti da Nunzi Apostolici eleganti e pii. Esistono costruttori di pace fantasiosi, creativi, intraprendenti, furbi, beati ma non beoti.
Per amore o per vergogna, dobbiamo rivisitare la pace, tornare a bussare alla sua porta. Alla porta del suo Dio.

Figli che imitano il Padre: “Risparmiate Caino!”.
Scrive Genesi 4,13-15: « Caino disse al Signore: “Il mio castigo è troppo grande; come potrò sopportarlo? Oggi tu mi scacci dalla terra fertile e io dovrò nascondermi lontano da te! Sarò vagabondo e fuggiasco, e chiunque mi troverà potrà uccidermi”. Ma il Signore gli rispose: “No, chi ucciderà Caino sarà punito sette volte più severamente”. E il Signore mise un segno su Caino: se qualcuno l’incontrava non doveva ucciderlo».
La prima lettura di oggi (1 libro di Samuele 26) estrae un frammento di non-violenza attiva. Gelosie e diffidenze avevano separato le strade tra Saul e Davide che si danno la caccia tra due accampamenti vicinissimi. Durante una spedizione notturna, Davide trova i tremila uomini di Saul assopiti da un “torpore mandato da Dio“. Abisai, il tentatore, lo spinge ad approfittare dell’occasione per uccidere Saul che dorme. Davide riflette: “Dio mi ha messo nelle mani il nemico e io lo restituisco a Lui, alla sua giustizia e fedeltà”. Decide di non ucciderlo e compie un gesto dimostrativo di non-violenza rubando una brocca e la lancia di Saul. Tra i due – dice il testo – “c’è un grande spazio“, non solo geografico, ma anche morale. Da valle a valle i due si gridano i propri messaggi. Davide conferma la propria innocenza e Saul dichiara di pentirsi. Si rompe così la spirale della faida “del taglione” (occhio per occhio, dente per dente). Davide corre così il rischio di andare a cercare la pace. Ma non per sempre. Poco dopo farà uccidere Uria per impossessarsi della moglie. Lo spirito di pace è instabile.
Il processo di apprendimento avviene per imitazione: «Siate misericordiosi perchè è misericordioso il Padre vostro» (Luca 6, 27-38). Dopo aver ascoltato le «Beatitudini/Guai», viene da chiederci: “Che cosa pretende ancora da noi?”. Forse al massimo arriviamo a non fare del male agli altri, ad accettare di “fare agli altri quello che aspettiamo che gli altri facciano a noi”. Nei testi biblici di oggi si supera il limite del tollerabile: Dio è colui che ci mette il nemico nelle nostre mani perchè lo risparmiamo. E’ una vera tentazione di Dio, se così si può dire; tanto che molti di noi gli hanno chiesto: “Padre non abbandonarci alla prova/tentazione!”.
Il nemico.
Matteo scrive prevalentemente per una comunità impregnata di religiosità giudaica; per la quale i “nemici” si identificano nei pubblicani e nei non-circoncisi. Luca, invece, estende la qualifica di nemico a chiunque faccia del male ad un altro, colpendolo nella persona o nei beni (reputazione, corpo, vestito, ricchezze). La pagina dell’evangelo di oggi sembra un collage di frammenti esortativi giustapposti. Invece la sua unità è costruita attorno al tema dell’amore. Ma quale tipo di amore? Con quali verbi si coniuga l’amore evangelico? Chi sono i soggetti da amare? Quale rapporto tra amore e giustizia?
Presento una scomposizione del testo per far emergere il contenuto paradossale dell’invito “Siate misericordiosi perché (gr. kathòs) è misericordioso il Padre vostro“.

Quale amore?
Amate, cioè: fate del bene – benedite – pregate per… – porgete l’altra guancia – date anche la giacca a chi vi ha rubato il cappotto – date a chi chiede – non richiedete ciò che vi è stato rubato – fate del bene a chi non se lo merita – prestate a chi non vi restituirà – siate misericordiosi – non giudicate – perdonate.
A chi?
I nemici, cioè: chi vi odia – chi vi maledice – chi vi maltratta – chi ti percuote – chi ti deruba – chi non ti ama e non è amabile – chi non ti sarà riconoscente – chi non ti restituirà il prestito – chi merita un giudizio e una condanna.

La soluzione sta nel fatto che per il discepolo di Gesù le relazioni umane non sono “bipolari” (io e l’altro), ma “tripolari”(io e l’altro, sì, ma sotto lo sguardo misericordioso di Dio). In questo caso l’ottica cambia radicalmente: le mie azioni non devono essere determinate da ciò che l’altro mi darà in cambio, ma da ciò che, precedentemente, Dio ha fatto per me; il mio perdono esprime la mia risposta alla sua misericordia verso di me. Il passo parallelo di Matteo (5,48) dice: “siate dunque perfetti come (in greco:  hos) il Padre vostro celeste è perfetto”. Sogno irraggiungibile. Luca invece (6,36) usa una variante interessante: “Siate misericordiosi, perché (kathòs) è misericordioso il Padre vostro”[2].
Ma a voi che ascoltate . Nelle «Beatitudini/lamentazioni» abbiamo visto il comportamento di Dio, che è grazia e misericordia. Si profila anche la mia autobiografia: mi benedice mentre me ne dimentico, mi fa grazia mentre lo rinnego, mi riveste della sua dignità dopo che l’ho spogliato e non richiede indietro ciò che gli ho rubato. Così rivela la sua “con-discendenza” verso il mio abisso (Romani 5,6-11). Gli inviti dell’evangelo sono rivolti “a chi lo ascolta“, cioè non più ai ricchi ma a quei poveri graziati, indicati dalle Beatitudini. Gesù non si rivolge ai Parlamenti che legiferano, ma alla comunità dei discepoli che “ascoltano”(“disse ai suoi discepoli”).
Amate. Non si parla di amore reciproco (gr.philìa), ma di amore senza fondo (gr. agàpe): «Non noi abbiamo amato Dio, ma Lui ci ha amato per primo e ha dato per noi suo Figlio» (1 Giov. 4,10). L’agàpe è estasi, nel senso originario e letterale del termine latino di ex-stare, stare fuori, decentrare l’io.  Se amare è come generare un figlio, allora perdonare è come risuscitare un morto. Perdono è “iper-dono” o “super-dono”.
Bene-dite, bene-date: bocca, mani, cuore. L’amore non è solo un sentimento interiore, ma si esprime nei fatti. Bene-dire Dio diventa allora bene-dare agli uomini (fate del bene/bello).
Resisti. Porgere l’altra guancia significa farsi una faccia di diamante nella resistenza: «Vincere il male con il bene» (Romani 12,21). La mia guancia non potrà essere quella flaccida e masochista degli invertebrati.
Per rientrare nel circuito della non-violenza attiva.
Martin Luther King: «Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo: faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andremo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d’animo. Fateci quello che volete, ma noi continueremo ad amarvi».
Giancarlo Caselli, quando era Direttore Generale degli Istituti penitenziari, ebbe due parole da dirci : «Cristo apre le porte della libertà. E invece chi lavora nel campo della Giustizia, al contrario, è colui che deve togliere la libertà, se la legge lo prescrive, a chi si ritiene che abbia sbagliato. Contrasto non facile da sciogliere. Chiudere le porte a chi è nato libero e chiamato a libertà, è contraddizione che genera sofferenza e inquietudine. Dobbiamo educarci a vivere nella contraddizione senza abituarci alla contraddizione. Cosa significa non rassegnarci? Significa interrogarci continuamente sui nostri strumenti educativi pensati per la trasgressione, l’errore, la violenza. Dobbiamo chiederci se le nostre istituzioni democratiche si attivano per non rispondere al male col male. Gesù ha chiesto di visitare i carcerati perché sapeva molto bene che l’animo umano in queste condizioni si smarrisce, perde la speranza. Ma forse anche perché conosceva bene la psicologia di chi sta fuori e che ragiona in termini di “dimentichiamoli in galera…buttiamo via la chiave…io non ci posso far nulla… peggio per loro…se la sono voluta”. In forza di questi sentimenti e logiche, chi ha sbagliato si vede sempre più inesorabilmente ricacciato verso spirali di ulteriori errori, mentre noi ci separiamo troppo rigidamente dai cattivi perché siamo convinti in buona fede di essere puri, buoni, senza contraddizione, senza conflitti nel cuore, fino al punto che subiamo la tentazione di barricarci e difendere la nostra sicurezza con gli stessi mezzi che vorremmo combattere. Senza il sostegno della comunità, della comunità cristiana in modo particolarissimo, il carcere diventa pura e semplice vendetta, risposta al male col male. La pena è una triste necessità, scaturente da una legislazione che deve essere rispettata; modificata, se serve, ma rispettata. Ma dobbiamo fare in modo che la pena non venga vissuta in modo solitario. Senza il sostegno del tessuto familiare, sociale ed ecclesiale il detenuto è perso.  E’ certo che senza legalità non si ha giustizia, ma dovrebbe essere altrettanto evidente che la sola legalità non garantisce piena e completa giustizia. Ecco perché è importante fare della giustizia una prassi di libertà. Una bontà senza giustizia diventa emotività debole, fragile, che non è in grado di costruire un vero cambiamento. Soltanto nella giustizia nasce una bontà robusta, solida; quella bontà che può renderci operatori di giustizia. Perdonare è giustizia perché permette di ritrovare speranza e dignità. Sono logiche alle quali non siamo abituati».
In un documento della Caritas Italiana (Liberare la Pena, Ed. Dehoniane, 2004) si suggerisce una nuova forma giuridica riparativa (e quindi non solo retributiva e vendicativa) chiamata “mediazione penale” che sarebbe «un procedimento di risoluzione dei conflitti che coinvolge un terzo neutrale, con l’intento di favorire la comprensione e il riconoscimento reciproco tra le parti e promuovere fra loro l’eventuale stipulazione di accordi volontari». Nella mediazione penale quindi sia la vittima sia l’autore del reato “hanno la possibilità di partecipare attivamente, e a titolo volontario, alla risoluzione dei problemi che sorgono dalla commissione del reato con l’aiuto di un terzo che agisce in modo imparziale. All’esito dell’incontro è possibile l’elaborazione di un’attività riparativa, materiale o simbolica, nella forma – per esempio – di prestazioni gratuite a favore dell’offeso o della collettività, del risarcimento del danno».


[1]Massimo Recalcati, Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa, Ed  Cortina, 2014.
[2] D. Attinger, Evangelo secondo Luca, Qiqajon, 2015, pag. 195.




13 febbraio 2022. Domenica 6a tempo ordinario
 LE BEATITUDINI: UN DOLCE INDIGESTO.

6 domenica tempo ord. C

Preghiamo. O Dio, che respingi i superbi e doni la tua grazia agli umili, ascolta il grido dei poveri e degli oppressi che si leva a te da ogni parte della terra: spezza il giogo della violenza e dell’egoismo che ci rende estranei gli uni agli altri, e fa’ che accogliendoci a vicenda come fratelli diventiamo segno dell’umanità rinnovata nel tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 Dal libro del profeta Geremìa 17,5-8
Così dice il Signore: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamarisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere. Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti».
Salmo 1 Beato l’uomo che confida nel Signore.
Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti,
ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte.
È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene.
Non così, non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde;
poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi15,12.16-20
Fratelli, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.
Dal Vangelo secondo Luca 6,17.20-26
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

 LE BEATITUDINI: UN DOLCE INDIGESTO. Don Augusto Fontana
Davanti alle Beatitudini mi prende un godimento estetico, come davanti ad un Mistero che mi attrae, ad un “dover essere” che ci renderebbe felici tutti. Ma insieme alla adesione emotiva arriva anche l’opaca malinconia di chi sa di essere dotato di ali ma non può volare a causa di un corpo appesantito dal becchime garantito. Come le galline.
I clienti di Dio. C’è la coda davanti a Dio. Una coda di peccatori, idolatri e bestemmiatori, come me. Siamo i suoi clienti. E Lui esce fuori da dietro la carne di Gesù e dice: “Avanti chi sta piangendo e chi ha fame! Lì a destra quelli che sono stati picchiati! Qui al centro, quelli che hanno zaini e borse troppo pesanti! Tutti gli altri, in fondo! Verrà anche il loro turno”. Le Beatitudini prima di essere un codice di comportamento per l’uomo, descrivono il codice di comportamento di Dio.
Per chi, le Beatitudini? Il loro programma alternativo di rinuncia alla forza, di fame di giustizia, di serenità che sconfigge l’ansia, suggeriscono una radicale conversione della struttura della società oppure riguardano solo la sfera privata o, al massimo, i gruppi ecclesiali? E’ certo  comunque che la comunità cristiana è prospettata come il luogo in cui, <fin da ora> si compiono le promesse messianiche ed escatologiche, diventando strumento credibile della buona notizia che Dio ama prima di tutto i più deboli fra noi.
Un confronto inevitabile.
 Se hai pazienza, prova a confrontare la versione delle Beatitudini secondo Luca (Lc 6) con quella secondo Matteo (Mt. 5). Sicuramente cogli al volo le caratteristiche di Luca:

  1. L’introduzione è volutamente più precisa, più estesa e più solenne.
  2. I destinatari del discorso di Gesù non sono solo i discepoli, ma anche le folle e la gente proveniente dai paesi pagani di Tiro e Sidone.
  3. Il tono di Luca è più coinvolgente e personale( Beati voi…) mentre la formulazione di Matteo è più impersonale e indiretta (Beati i…)
  4. Luca parla semplicemente di poveri, piangenti, affamati, senza aggiungere le specificazioni di Matteo (poveri nello spirito, affamati di giustizia) che sembrano orientare verso atteggiamenti spirituali e morali più che a condizioni sociali di fatto.
  5. Luca semplifica l’elenco delle categorie dei clienti di Dio e le accorpa.
  6. Infine Luca pone, accanto alle beatitudini, le maledizioni (Guai!) o lamentazioni (ahimè!) che danno al suo discorso un tono drastico e radicale.

Questi semplici rilievi di ordine letterario non sono inutili perchè ci permettono di cogliere con più sicurezza ciò che Luca voleva trasmetterci. Ma prima facciamo un passo indietro e collochiamoci al tempo di Gesù.
Nella situazione di Gesù.

  1. Gesù non solo ha proclamato le beatitudini, ma le ha vissute. A Lui Dio ha dato il Suo Regno, Lui è stato mite, misericordioso…Lui ha cercato gli ammalati e gli impuri.
  2. Sulla bocca di Gesù le Beatitudini sono la proclamazione messianica che il Regno di Dio è arrivato con Lui. Ricordiamo il fatto della Sinagoga di Nazaret:”Oggi si e compiuta la promessa di Isaia 61″. Il tempo messianico è il tempo dei poveri, degli affamati, dei perseguitati, degli inutili; è il tempo della paradossalità delle situazioni. L’accento è posto sulla gioia.
  3. Per Gesù il tempo messianico è arrivato per tutti perchè le nostre valutazioni sono capovolte. Di fronte all’amore di Dio non ci sono lontani o vicini o emarginati. E quelli che noi abbiamo emarginato saranno i primi della fila.

La meditazione di Luca. [1]
Il termine ebraico usato da Gesù (hascrì) è quasi intraducibile in lingua italiana se non ricorrendo ad una serie di parole:
Fortunato: suggerisce l’idea di un colpo di fortuna, di qualcosa di bello che ci capita senza aver fatto molto per guadagnarcela.
Beato: evoca la sensazione di benessere in conseguenza della benedizione di Dio.
Felice: quando sopraggiunge la felicità, l’uomo si sente coinvolto fin nelle ossa o nelle viscere in modo dirompente e duraturo

Tre Beatitudini riguardano situazioni sociali di tutti e la quarta riguarda i discepoli (perseguitati).
Quelli che sono poveri. Luca per indicare la parola “povero” usa il termine greco “ptocòs” che indica i mendicanti, coloro che sono rannicchiati. Il termine non descrive solo una situazione di fatto, ma anche una situazione creata da altri uomini e cioè gli oppressi; i poveri, allora, sono “gli impoveriti“, i piangenti sono anche “quelli che vengono fatti piangere“, gli affamati sono anche “quelli derubati del cibo di sopravvivenza“. Dunque, il Gesù di Luca non guarda se questi poveri sono buoni o cattivi, religiosi o bestemmiatori, puri o sporcaccioni: Dio si intenerisce per il semplice fatto della loro situazione oggettiva, al di sopra di ogni valutazione etica. E c’è paradossalmente un giudizio severo esplicito (guai!) o (come dicono altri) una lamentazione (ahimè) contro tutti gli altri.

Quelli che piangono. In Siracide 38,16-23 (da leggere!) viene raccomandato di non lasciarsi vincere dal dolore. L’evangelo non beatifica i piagnoni, i narcisisti che si piangono sull’ombelico. Dio consola quelli che sanno appassionarsi seriamente alla vita ed agli altri, quelli che cancellano il riso beota dalle labbra e la futilità dallo sguardo (“Guai a voi [ahimè per voi] che ora ridete! …). L’afflitto è colui che, come Gesù, sa rivolgere a Dio “preghiere e suppliche accompagnate da forti lacrime e grida” (Lettera agli Ebrei 5,7). Afflitto è colui che “nell’andare getta le sementi e cammina piangendo, ma nel tornare canta festoso e porta a casa il raccolto“(salmo 126): sono coloro che “sanno sognare”. Afflitti sono quelli che cercano prima di tutto e appassionatamente il Regno di Dio. Ma gli afflitti sono anche quelli che noi affliggiamo.

Quelli che sono stati affamati dalla rapina di chi è sazio. La fame è diversa a seconda di chi la vede o di chi la vive. Al telegiornale abbiamo visto scene di gente che saccheggia negozi e magazzini in preda alla disperazione e alla rabbia per fame.  Gli affamati sono anche quelli che hanno appetito della Parola di Dio (Amos 8,11-12. Leggere!). Negli Atti degli apostoli, la comunità cristiana sarà caratterizzata da scelte di condivisione fraterna, di rinuncia al possesso egoistico ed individualistico dei beni (Atti 2, 42-47; 4, 32-35).

Alcune rielaborazioni. Rielaboriamo il testo e la traduzione delle Beatitudini per chiarire visivamente 2 messaggi: Il soggetto di tutti i verbi e il centro delle Beatitudini è Dio, anche se l’evangelista usa un fraseggio che non lo esplicita.  Non si può dichiarare che i poveri e gli afflitti sono felici; lo sono se c’entra Dio. Le esemplificazioni visive potranno chiarire un diverso accostamento dei soggetti e delle attribuzioni per evitare che le Beatitudini siano lette più come una filastrocca pauperistica e demagogica che come una Litania o un Salmo delle grandi opere di Dio..

Traduzione interconfessionale:

Beati   quelli che sono poveri di fronte a Dio                              perchè Dio offre a loro il Suo Regno
Beati   quelli che sono nella tristezza                                           perchè Dio li consolerà
Beati   quelli che non sono violenti                                              perchè Dio darà loro la terra promessa
Beati   quelli che desiderano ciò che Dio vuole                           perchè Dio esaudirà i loro desideri
Beati   quelli che hanno compassione degli altri                          perchè Dio avrà compassione di loro
Beati   quelli che sono puri di cuore                                             perchè Dio si farà vedere
Beati   quelli che diffondono la pace                                            perchè Dio li accoglierà come suoi figli
Beati   quelli che sono perseguitati…..                                          perchè Dio darà loro il suo Regno

Mia personale elaborazione:

Fortunati quelli a cui          Dio offre il suo Regno:     i poveri  (tra cui Gesù)
Fortunati quelli che            Dio consola:                    quelli che piangono   (tra cui Gesù)
Fortunati quelli a cui          Dio dona la sua eredità :   i non violenti  (tra cui Gesù)
Fortunati quelli che            Dio esaudisce:                  gli affamati della sua volontà (tra cui Gesù)

Una beatitudine al giorno toglie… il diavolo di torno.

Siamo in condizione di peccato permanente e strutturale ed il radicalismo cristiano non appartiene alla nostra condizione di vita. Forse siamo solo capaci di piccoli gesti, di conati di vita nuova, di balbettii incipienti, eppure anche a questi siamo chiamati.


[1] Petraglio-Fabbri  “Le Beatitudini: sinfonia dei folli” Ed EMI




6 febbraio 2022. Domenica 5a ord
A.A.A. CERCANSI SOCI

5° domenica tempo ord. C 

Preghiamo.
Dio di infinita grandezza, che affidi alle nostre labbra impure e alle nostre fragili mani il compito di portare agli uomini l’annuncio del Vangelo, sostienici con il tuo Spirito, perché la tua parola, accolta da cuori aperti e generosi, fruttifichi in ogni parte della terra. Per Gesù Cristo nostro Signore.
 Dal libro del profeta Isaia 6,1-2.3-8
Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali e proclamavano l’uno all’altro: “Santo, santo, santo è il Signore dell’universo. Tutta la terra è piena della sua gloria”. Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore dell’universo”. Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: “Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato”. Poi io udii la voce del Signore che diceva: “Chi manderò e chi andrà per noi?”. E io risposi: “Eccomi, manda me!”.
Sal 137  Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare, mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà: hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza.
Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra, quando ascolteranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore: grande è la gloria del Signore!
La tua destra mi salva. Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15,1-11
Fratelli, a voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.  Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.
Dal Vangelo secondo Luca 5,1-11
In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».  E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

A.A.A. CERCANSI SOCI. Don Augusto Fontana

 Da utenti a corresponsabili. Quando si parla di crisi delle vocazioni si pensa normalmente alla scarsità di preti, frati, suore e missionari. Circola ancora una concezione troppo “professionale” e poco battesimale della vocazione. Pare che Dio abbia bisogno di soci nella Rivelazione e nella realizzazione del suo regno. Oggi si è affievolita la cultura della partecipazione e della militanza ed è cresciuta piuttosto la cultura dell’utenza: la società è divenuta una catena di sportelli erogatori di servizi dovuti (compresi quelli religiosi). E’ molto diffusa, anche in ambito religioso, la cultura dell’ <usa e getta>. Un’inchiesta sociologica ha rilevato che in Italia solo il 5-8% dei cattolici praticanti può essere definito un “agente di pastorale” e cioè militante attivo in qualche servizio di catechesi, liturgia o carità della propria comunità di appartenenza. Detto ciò, occorre precisare che la vocazione del battezzato non può identificarsi in una qualche forma di attività parrocchiale: ne sarebbero favoriti quelli che hanno meno gravosi carichi famigliari e lavorativi e ne sarebbero esclusi i malati, gli anziani, i disabili.
Il Card. Martini il 5 dicembre 1998, nel suo messaggio alla città diceva: «Qualche anno fa, riferendomi ad alcuni studi statistici condotti a livello europeo, parlavo di cristiani della linfa, del tronco, della corteccia e infine di coloro che come muschio stanno attaccati solo esteriormente all’albero. Ebbene, i cristiani della linfa, quelli cioè visibilmente coinvolti e partecipi (sempre lasciando al Signore il giudizio sull’intimo dei cuori), sono una percentuale bassa».

Le letture liturgiche odierne possono sollecitare una riflessione sulla identità della Chiesa, popolo di persone convocate per fare esperienza Eucaristica di Rivelazione, vocazione e missione.[1]

 Dio si rivela,  chiama e manda.
Dove si può udire la chiamata? Isaia parla di un’esperienza mistica e/o di culto nel Tempio, il Vangelo riferisce di un incontro sul posto di lavoro, Paolo ricorda il proprio travaglio di coscienza nato nell’impatto tra il fanatismo giudaico e la tradizione della Chiesa primitiva. Resta il fatto del protagonismo centrale della Parola di Dio che comunque si fa largo, direttamente o indirettamente. Per annunciare Dio, bisogna averlo “conosciuto” e per conoscerlo bisogna che sia Lui a “rivelarsi”. L’uomo non Lo raggiunge al termine delle proprie logiche conclusioni. Le tre letture bibliche di oggi propongono storie di vocazioni, di forti esperienze di fede e di impegni militanti pur nella coscienza della inadeguatezza e debolezza umana.  

Isaia 6.
Il brano di oggi è tutto dedicato alla narrazione della vocazione profetica. Altre vocazioni le troviamo nei primi capitoli di Ezechiele e Geremia.
Un’esperienza personale. Nel culto di Jahwè erano proibite le immagini di Dio per sottolineare che ogni linguaggio su Dio e ogni sua rappresentazione hanno un carattere provvisorio e limitato; ma forse anche per evitare il rischio dell’addomesticamento di Dio attraverso la manipolazione, come avveniva nella diffusa idolatria. Oggi potremmo anche dire che nella proibizione dell’immagine di Dio c’è un invito a fare ciascuno la propria personalissima esperienza. Se è vero che c’è un unico Dio per tutti, è anche vero che Lui si rivela nella coscienza di ciascuno secondo gli itinerari e i tempi di ciascuno. Solo alla fine lo vedremo come Egli è veramente.
Sono impuro. La vicinanza con Colui che è tre volte Santo fa scoprire al profeta la mancanza di santità sua e del popolo. Avviene però il miracolo: colui che ha visto (“incontrato”) Dio, riceve in dono una vita per il servizio. Da questo momento in avanti il profeta non vive più a causa della sua nascita fisica, ma per una nuova nascita, per un determinato servizio che il profeta deve, però, accettare. 

Luca 5,1-11.
Con il cap. 5 Luca inizia una nuova sezione del suo scritto (5,1 – 6,11) in cui descrive Gesù intento ad istruire la propria comunità. Luca inquadra la chiamata degli apostoli tra due cornici: le folle accorrono per ascoltare la parola di Dio; gli apostoli vengono avvicinati da Gesù durante un infruttuoso lavoro.
Esperienza personale. E’ strano come in tutti gli Evangeli risulta che le folle vanno dietro a Gesù per fragile istinto o innominabili interessi e curiosità; i discepoli invece lo seguono solo dopo un invito esplicito o un evento/parola che li ha coinvolti e che provoca una rottura esistenziale significativa.
Coscienza del limite. Come abbiamo sentito dalla esperienza di Isaia («Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure»), così Pietro ha coscienza del proprio limite («allontànati da me, perché sono un peccatore»). Tra l’altro, quando fu scritta questa pagina, tutta la Chiesa primitiva sapeva già che Pietro aveva misconosciuto Gesù nel cortile del tribunale dove lo stavano processando e che il perdono fu dato per grazia di uno sguardo di Gesù. Il profeta Isaia, Mosè, Pietro… non ignorano i propri limiti.
I discepoli seguono Gesù dopo aver abbandonato tutto, ma gli evangelisti ricordano che gli stessi discepoli al momento della cattura lo abbandonarono tutti.
Sequela. Il verbo che il discepolo deve coniugare non è il verbo “imparare”, ma il verbo “seguire”. Al centro non c’è una dottrina, ma una persona e un progetto di esistenza.
Per Luca, che predilige il tema della “strada” verso Gerusalemme, la sequela significa accettare di condividere le scelte di Gesù portandone le conseguenze. Qualcuno ha parlato di “imitazione di Cristo”. Non tutti condividono questa forma di fotocopiatura, perchè di fatto ogni epoca e ogni individuo presentano delle condizioni diverse da quelle originali di Gesù. Il modello di Gesù va sempre mediato e tradotto. A questo riguardo esistono alcuni aneddoti della tradizione ebraica che possono aiutare a capire la necessaria originalità del cammino di ciascuno pur nella indispensabile sequela/imitazione di Cristo.
Rabbi Bar di Radoschitz supplicò un giorno il suo maestro Rabbi Giacobbe di Lublino: “Indicami un cammino universale al servizio di Dio!“: Ed il maestro rispose: “Non si tratta di dire all’uomo quale cammino deve percorrere, perchè c’è una via in cui si segue Dio con lo studio e un’altra con la preghiera, una con il digiuno e un’altra mangiando. E’ compito di ogni uomo conoscere bene verso quale cammino lo attrae il proprio cuore e poi scegliere quello con tutte le forze“. Un discepolo chiese al Rabbi di Zloczow: “Quando la mia opera raggiungerà quella dei Padri Abramo, Isacco, Giacobbe?“. Ed Egli rispose:”Ciascuno in Israele ha l’obbligo di riconoscere di essere l’unico al mondo: se infatti fosse già esistito un uomo identico a lui, egli non avrebbe motivo di essere al mondo. Ogni uomo è cosa nuova nel mondo e deve portare a compimento la propria natura in questo mondo. Finchè questo non accade, sarà ritardata la venuta del Messia“. Rabbi Sussja, in punto di morte, disse: “Nel mondo futuro non mi si chiederà perchè non sono stato Mosè, ma perchè non sono stato Sussja!“.
Dopo questi aneddoti, possiamo osare riascoltare alcune parole di Gesù sulla nostra vocazione: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà.” (Luca 9).
La croce di cui parla Gesù non può essere ridotta banalmente alle croci della malattia o della sopportazione. Prendere la croce significa partecipare attivamente alla propria conversione nella preghiera e nell’ascolto, costruendo rapporti umani liberati e conviviali, faticando nell’evangelizzazione e nella realizzazione delle Beatitudini. Anche se ciò avrà un costo di crocifissione.
Ecco come il Concilio Vaticano II° interpreta la vocazione dei laici: “ Per loro vocazione, è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose del mondo e ordinandole secondo Dio. Vivono nel mondo, cioè implicati in tutti e singoli i doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è intessuta. Lì sono chiamati da Dio a contribuire, quasi dall’interno come un fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio dei propri impegni, sotto la guida dello spirito evangelico, per manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro vita e con il fulgore della loro fede, speranza e carità.” (Dal Documento Conciliare “Luce delle genti” al n. 31).
Papa Francesco, nella sua “Lettera al popolo di Dio” del 20 agosto 2018 scrive parole dure contro il clericalismo: «Impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio. Di più: ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita. Ciò si manifesta con chiarezza in un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa […] quale è il clericalismo, quell’atteggiamento che non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente».
Sei giornalisti/e francesi (Bruno Bouvet, Claire Lesegretain, Malo Tresca, Gauthier Vaillant, Julien Tranié, Nicolas Senèze), in La Croix del 30 agosto 2018, in un articolo dal titolo: “Clericalismo: idee per cambiare sistema”, avanzano dieci proposte: 1. mettere i preti al loro giusto posto; 2. dare ai laici il loro giusto spazio; 3. ricordare l’uguaglianza di tutti di fronte al battesimo; 4. farsi carico pubblicamente delle colpe della Chiesa; 5. organizzare dei luoghi di dibattito nella Chiesa; 6. usare la propria libertà di parola; 7. governare le diocesi in maniera più collegiale; 8. attribuire delle responsabilità ai laici; 9. far intervenire maggiormente le donne nella formazione dei preti; 10. affidare a delle donne funzioni d’autorità.

Auguri ai preti e ai laici: «Prendete il largo e gettate le vostre reti per la pesca».


[1]Chiesa = assemblea di convocati da…per…




30 gennaio 2022. Domenica 4a ord
VIETATO CALPESTARE I PROFETI

4° Domenica tempo ord. C
Preghiamo. Padre, che nel profeta accolto dai pagani e rifiutato in patria manifesti il dramma dell’umanità che accetta o respinge la tua salvezza, fa’ che nella tua Chiesa non venga meno il coraggio dell’annunzio missionario del Vangelo. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Geremia 1,4-5.17-19
Nei giorni del re Giosia, mi fu rivolta la parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. Tu, dunque, cingiti i fianchi, alzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro. Ed ecco oggi io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti”.
Salmo 70. La mia bocca annunzierà la tua giustizia.
In te mi rifugio, Signore, ch’io non resti confuso in eterno.
Liberami, difendimi per la tua giustizia, porgimi ascolto e salvami.
Sii per me rupe di difesa, baluardo inaccessibile,
poiché tu sei mio rifugio e mia fortezza. Mio Dio, salvami dalle mani dell’empio.
Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza.
Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno.
Dirò le meraviglie del Signore, ricorderò che tu solo sei giusto.
Tu mi hai istruito, o Dio, fin dalla giovinezza e ancora oggi proclamo i tuoi prodigi.
Dalla lettera prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 1Cor 13, 4-13
Fratelli, la carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino. Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Al presente conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!
Dal Vangelo secondo Luca 4,21-30
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
Vietato calpestare i profeti. Don Augusto Fontana
Il 22 gennaio 2007 moriva l’Abbé Pierre, fondatore della comunità Emmaus che per decenni ha trasformato mendicanti e alcolizzati in soggetti del proprio riscatto.  Fu un irruente e dolce profeta dei poveri; un giorno disse: «Ogni tanto urlare fa bene. Credo che Dio mi abbia dato fiuto per le irruenze misurate».  Un’altra stella della mia generazione se ne è andata; per i poveri era un santo, per i forti (e talvolta anche per alcune gerarchie ecclesiastiche) fu urticante. Scriveva l’ebreo Abraham Heschel: «Una persona priva di pathos, non sarebbe in grado di sperimentare il Dio del pathos»[1].
Abbiamo bisogno di profeti. Si vive in un periodo di normalizzazione in cui il ruolo profetico si è attenuato o è stato mortificato. Lo stesso Gesù Cristo, all’interno della sua Chiesa (e nella mia coscienza), viene neutralizzato nei suoi aspetti più innovativi ed eversivi.  Con alcune eccezioni, grazie a Dio. La parola profetica esamina, critica, incoraggia nei confronti della situazione interna della Chiesa (profezia all’interno) e della situazione della società (profezia all’esterno). Vi sono state epoche in cui alcune persone, oggi dichiarate sante, hanno criticato il Papa: Bernardo di Chiaravalle ammonisce Papa Eugenio III, Caterina da Siena turba i sonni di Papa Gregorio IX, S. Francesco e il suo pauperismo entrò nei sacri palazzi con l’incedere di un elefante. Oggi facciamo memoria dell’abbé Pierre, di Frère Roger di Taizé, di Papa Giovanni, Mons. Helder Camara, Mons. Oscar Romero, Mons. Leonidas Proaño, Don Milani, Don Mazzolari, P.Balducci e P.Turoldo, D. Sirio Politi preteoperaio, Raoul Follereau, Madre Teresa di Calcutta,  Fr. Carretto e i Piccoli fratelli di De Foucauld, Bonhoeffer, i sette monaci trappisti di Tibihrine in Algeria, la volontaria Annalena Tonelli, le Comunità di base, i teologi e i laici cresciuti nella teologia della liberazione, i Movimenti di religiose e laiche per nuovi ruoli e dignità della donna nella Chiesa. Questo ci dice che l’edificazione della Chiesa non avviene solo attraverso una spiritualità arrendevole anche se ciò non significa certificare come profetica ogni contestazione anticonformista. Questi due modi di vedere il profetismo, quello innocuo-interiore e quello brontolone-ciarlatano, sono troppo limitati. Così sarebbe limitativo identificare la profezia solo nella critica, dimenticando il servizio della consolazione, dell’incoraggiamento, della speranza e del pagare di persona. E’ certo che il rischio dei falsi profeti non è più dannoso del rischio di una Chiesa costruita sulla rassegnazione pusillanime dei più (secondo il proverbio: quieta non movère et mota quietare: non smuovere ciò che dorme e anestetizzare ciò che è vivo).
Nell’animo di ogni uomo si radicano dei giudizi, delle valutazioni preconcette che classificano, etichettano, rifiutano e marcano le differenze, proprio come è successo agli abitanti di Nazareth che, per gelosia, non hanno tollerato l’apertura universale del loro compaesano Rabbi Gesù.
Don Tonio Dell’Olio[2] aveva scritto sulla rivista “Mosaico di Pace” (giugno 2005): «La profezia non è solo parlare in nome di Dio all’umanità, ma anche portare a Dio il grido delle donne e degli uomini che pretendono una risposta. Diciamoci la verità. Siamo orfani di voci profetiche che prestino le labbra al Signore della vita. Se il silenzio di Dio ci sembra oggi più terrificante di ieri è anche perché non sempre riusciamo a intercettare presenze, vite, voci autorevoli, profonde, limpide che ci incalzino con la Parola, con il sogno di Dio, con “la verità che esce dalla sua bocca”. Ciascuno potrà riconoscere i profeti a piedi scalzi da cui ha ascoltato la parola nuova che sa di sorgente. A ciascuno è capitato, nel corso degli anni, di agguantare un passaggio di Dio in una presenza discreta che sussurra soltanto. Quando ci siamo decisi a porre Dio al centro della nostra vita ne abbiamo voluto sentire la voce, quando Dio pronunciava parole con voce di donna e di uomo, quando levava il canto in liturgie di fedi sconosciute, quando ci faceva battere forte il cuore come nel giorno del primo amore… In tutte queste occasioni c’era qualcuno che si faceva solco perché l’acqua di sorgente giungesse fino alle nostre labbra. Il profeta è quello. Lo capisci. Forse non gli dai il nome, ma lo capisci. A me sembra che questa nostra epoca arida di poesia e di vita, non colga più nemmeno il passaggio dei profeti minori che parlano in nome di Dio. Oppure non c’è terra buona in cui il seme della profezia possa cadere e dischiudersi perché il profeta sorga e parli. Ma a questo vero e proprio dramma della sterilità della profezia come voce di Dio che si rivolge a noi, forse dovremmo aggiungere anche il pauroso deficit di voci, ugualmente profetiche, che sappiano rivolgersi a Dio raccogliendo come in un fiume le lacrime, la notte, la speranza dell’umanità. Voci che sappiano scalare il Sinai come Mosè per darsi appuntamento con Dio. Uomini o donne che, andando oltre la scorza dura delle cose e dei fatti, sappiano riconoscere il senso del dolore e raccontarlo al Signore della vita. Insomma mi chiedo se c’è oggi profezia di preghiera. È la profezia del monaco che è capace di uno sguardo nuovo sul mondo attraverso le inferriate dell’essenzialità della propria cella. È la profezia di donne di vita contemplativa che sanno ascoltare Dio perché si sono esercitate strenuamente ad ascoltare il dolore sottile della gente. Si tratta di credenti che hanno deciso di scommettere tutto su un Dio di cui non comprendono il silenzio. E questo è il paradosso più vero» (https://old.mosaicodipace.it/mosaico/a/11557.html).
Geremia (in ebraico: Yirmeyahu). Biografia di un profeta discusso.
Geremia nasce nel 645 a.C. ad Anatot, a nord di Gerusalemme, da una famiglia sacerdotale benestante. I primi anni della giovinezza li vive mentre regna Manasse che  introduce, nella religione di Jahwè, alcuni elementi del culto pagano al Dio Baal. Geremia  gli minaccia castighi. Morto Manasse, sale al trono il riformatore Giosia che nel 621 inizia una grande riforma (detta “deuteronomista“) pienamente appoggiata da Geremia. Durante questo periodo la sua attività riscuote vasti successi.  Giosia però muore in guerra a Meghiddo nel 609 e sale al trono Joakim; ciò comporta un mutamento religioso e politico e la conseguente catastrofe. Geremia è costretto a intervenire contro la rinascente depravazione religiosa e contro la miopia politica antibabilonese di Joakim. Si scaglia senza compromessi contro le false sicurezze della circoncisione, del culto, dei circoli profetici e del Tempio. A causa di ciò, conduce una vita di stenti, viene contestato dal popolo, riceve minacce e attentati, gli si proibisce di parlare.  Joakim muore durante la caduta di Gerusalemme nel 597. Nabucodonosor mette sul trono Sedecia che si rivela un sovrano ben intenzionato, ma debole tanto da lasciarsi trascinare in un movimento filoegiziano per riprendere Gerusalemme dalle mani dei babilonesi. Geremia lo sconsiglia, ma viene bollato come traditore della patria e più volte incarcerato. I Babilonesi riconquistano Gerusalemme (597) e ne deportano gli abitanti. Nelle file dei deportati viene trovato anche Geremia al quale viene risparmiata la deportazione.  Egli si reca allora a Masfa a cercare la protezione del governatore Godolìa, suo amico che dopo alcune settimane viene assassinato dai filoegiziani e Geremia è deportato in Egitto. Lì si perdono le tracce.
Chelkìa, padre di Geremia, era di stirpe sacerdotale, ma pare che la sua famiglia fosse stata destituita tre secoli prima dalle funzioni sacerdotali. Su di essa pendeva la maledizione perchè discendente dal sacerdote Ebiatar colpevole di complotto contro il re Salomone (1° Libro dei Re 2, 26-27). Per questa colpa, la famiglia fu forse relegata nel villaggio di Anatot dove aveva conservato la dignità sacerdotale senza poterla esercitare (una specie di “sospensione a divinis”). Quindi: una famiglia “messa da parte” e scomunicata, una famiglia “conosciuta” ma maledetta. La profezia nasce da una lunga, gioiosa e faticosa esperienza di fede (“mi hai sedotto Signore e io mi sono lasciato violentare da te…, maledetto il giorno in cui sono nato…”: dirà Geremia ).
Nessun profeta è bene accetto in patria.
Il testo evangelico della Liturgia continua il discorso inaugurale tenuto da Gesù nella sinagoga di Nazareth. Oggi mettiamo in evidenza due aspetti: è rifiutato dai suoi e accolto dai pagani. Il rifiuto di Nazareth è posto da Luca all’inizio del ministero di Gesù allo scopo di profilare, da subito, lo schema del suo evangelo impostato su un lungo viaggio verso la Croce (“ma egli proseguì il suo cammino“). Quella di Gesù è una storia messianica che si svolge sotto il segno di un duplice  “scandalo”: quello di un Messia non-violento e sconfitto e quello di un popolo che, dopo averlo atteso, lo rifiuta. A questo duplice scandalo, la comunità primitiva, e oggi la liturgia, offrono una risposta semplice: fu sempre così, nella storia della salvezza, per i profeti. Ed anche oggi non possiamo permetterci di scandalizzarci ipocritamente, vista la continua neutralizzazione che la nostra coscienza opera nei confronti di Gesù e dei profeti nostri contemporanei (” lo cacciarono fuori della città“).
Il brano odierno indica anche le ragioni del rifiuto e di questo incontro mancato. Ragioni e resistenze di sempre, radicate nel cuore dell’uomo:
a)Oggi si è compiuta la Scrittura“. Gesù non fa commenti; semplicemente fà quello che dice e quello che la Scrittura promette e chiede. Il profeta non lo si può fare tacere se non uccidendolo, perchè le sue parole si sono fatte vita e carne. Un predicatore è tollerato, un profeta-testimone diventa sovversivo. Una buona notizia per i poveri, normalmente è cattiva notizia per i benestanti, i garantiti, gli assicurati. «Il mistico è assorto nella contemplazione dell’infinito; l’occhio del profeta scruta il definito e il finito, l’insolenza e l’ipocrisia dell’uomo, le piccole crudeltà e le stupide idolatrie»[3].
b)Quanto hai fatto a Cafarnao, fallo anche tra noi“. Egli non offre privilegi ai suoi, non permette che la sua messianicità diventi un fatto locale, una attrazione turistica sfruttabile, un evento coartabile e programmabile.
c)Non è il figlio di Giuseppe?. E’ lo scandalo dell’Incarnazione, è la sproporzione tra la grandezza del messaggio e la quotidianità del messaggero.
d)Naaman il Siro e la vedova di Sarepta“. Il popolo deve mutare la propria autocomprensione narcisista ed ecclesiocentrica e deve cambiare idee su Dio, da un Dio per noi a un Dio per tutti. Il rifiuto nasce dall’atteggiamento di chi accetta Dio (e il profeta) solo se entra nei propri schemi, programmi, bisogni.
Gesù il mio profeta. Ed è subito incompatibilità irritante! Dovrei uscire fuori con Lui, ed invece lo butto fuori dal perimetro delle mie scelte e lo porto sui miei precipizi in cui regolarmente casco io, mentre Lui prosegue il suo cammino altrove. Ho la stessa sua età; siamo andati a catechismo insieme, ho giocato con lui. Di lui so tutto: che barba! Le solite cose trite e ritrite. Di lui condivido tutto salvo due o tre cosette, ma sono di poco conto: quelle beatitudini da verginelle; quella croce che è tutta roba sua perchè se mi avesse chiesto consiglio, un’idea gliela davo; quel “Padre nostro”, che sembra una poesia di Neruda; quella Cena che avrebbe potuto essere una cenetta se non l’avesse rovinata con degli oscuri sospetti sul mio tradimento e con quel gesto plateale di lavarmi i piedi (e pazienza!) chiedendomi (esagerato!) di mettere anch’io il mio naso sulla puzza dei piedi altrui; la storia della Resurrezione che non mi convince molto; quella maniacale passione da missionario gironzolone che mi ricorda i Testimoni di Geova; quelle ore notturne passate in preghiera, roba da santi o per chi non tiene famiglia e lavoro; l’ ossessiva teologia e pratica di liberazione che i miei confratelli non condividono e, a pensarci bene, neanch’io perchè non ho tempo, la politica è sporca, il sindacato è al capolinea, la Caritas è troppo assistenzialista, la mia parrocchia è di centro-destra e io ormai sono in pensione (e poi mi accorgo adesso che ho già messo le pantofole e non posso uscire). Per il resto condivido tutto e Gesù mi piace, tant’è vero che domenica sono andato a Messa dove finalmente ho fatto una predica decente e martedì sono andato al gruppo biblico dove abbiamo fatto una bellissima discussione sulle nuove povertà.
Un popolo col carisma profetico dell’amore ( 1° Cor. 13,1-13). La Chiesa partecipa al carisma profetico di Gesù. Legge gli eventi nella fede, attraverso la lente della vita di Gesù. Annuncia l’amore gratuito e universale, ma un amore dolce coi deboli, rigoroso coi forti, lucido nelle analisi, perseverante nei fallimenti, devastante sulle proprie sicurezze, consolante sulle insicurezze altrui, capace di pagare di persona.

Ohi!… attenzione a non calpestare i piccoli profeti rompiscatole!


[1] Abraham Heschel, Il Messaggio dei profeti, Borla. Un piccolo e prezioso trattato sul profetiamo, visto da un ebreo.
[2] È presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi. redattore di Mosaico di Pace – rivista promossa da Pax Christi e fondata da Mons. Tonino Bello
[3] Abraham Heschel, op. cit.




23 gennaio 2022. Domenica 3a tempo ordinario
OGGI

3° domenica tempo ord. C
Preghiamo. O Padre, tu hai mandato il Cristo, re e profeta, ad annunziare ai poveri il lieto messaggio del tuo regno, fa’ che la sua parola che oggi risuona nella Chiesa, ci edifichi in un corpo solo e ci renda strumento di liberazione e di salvezza. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro di Neemìa 8,2-4.5-6.8-10
In quei giorni, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge. Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza. Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. I levìti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura. Neemìa, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. Poi Neemìa disse loro: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza».
Salmo 18  Le tue parole, Signore, sono spirito e vita.

La legge del Signore                è perfetta,          rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore    è stabile,            rende saggio il semplice.
I precetti del Signore                sono retti,          fanno gioire il cuore;
il comando del Signore            è limpido,          illumina gli occhi.
Il timore del Signore                 è puro,              rimane per sempre;
i giudizi del Signore                 sono fedeli,        sono tutti giusti.
Ti siano gradite le parole della mia bocca;  davanti a te i pensieri del mio cuore, Signore, mia roccia e mio redentore.
Dalla lettera prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 12, 12-14.27 (forma breve)
Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra.
Dal Vangelo secondo Luca 1,1-4; 4,14-21
Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

OGGI. Don Augusto Fontana
Parole portate da storie sgangherate[1].
La prima lettura, quella del Libro di Neemia, risuonerà nel silenzio orante delle nostre assemblee liturgiche disinfettata dal suo contesto storico: eventi foschi. Fuori da questa cornice diventerà occasione ghiotta per elegie ed elogi sulla Liturgia o lo studio orante della Parola di Dio. Nulla da ridire al riguardo. Magari fossimo tutti scrutanti e scrutati da questa forte e dolce Parola. Purchè resti ferma la memoria che la Parola di Dio viaggia su carri sgangherati. Anche chi ascolta meravigliato la spiegazione biblica di Gesù nella sinagoga di nazaret finirà nella rete di questa incredibile logica di Dio: «..e dicevano:“Non è il figlio di Giuseppe?”»[2].  Origini troppo banali per uno che dichiarava di essere l’oggi delle promesse di Jahweh. Origini, d’altra parte, interessanti per uno da sfruttare, come si farebbe con una star famosa, influente e milionaria che torna al comune paesello.
La Parola viene da Dio, ma viaggia nella carne e si annida nella storia perché ad esse è destinata. Parola di Dio consegnata, fragile, al sapere di esegeti e scribi, alle intuizioni naïve del popolo, alla faticosa ruminazione di credenti, alle maldestre mie liturgie, al prostituto ancheggio dei potenti, alla infinita speranza dei falliti: «Ti benedico, o Padre perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11, 25).
Dunque torniamo alla cornice e agli antefatti della liturgia della Parola in quella piazza di Gerusalemme.
Erano già passati molti decenni dal decreto con cui il re Ciro aveva permesso il ritorno degli ebrei dalla deportazione di Babilonia, ma ancora molti giudei si trovano a Babilonia. Venivano chiamati “giudei della diaspora”. E pare che si fosse ben integrati nel sistema imperiale. Si viene a sapere che  a Gerusalemme e in Giudea le cose non andavano bene tra i rientrati, soprattutto nei rapporti tra la classe sacerdotale e il popolo. Neemia, uno della diaspora e amico del re, fu il primo a sentire la necessità di intervenire. Egli va a Gerusalemme mandato dal re Artaserse che è interessato a riprendere un maggior controllo politico dell’area. Il re gli mette a disposizione oro e soldati (Neemia 2,5-9). La sua missione consiste nel ricostruire la città, ricondurre al potere il gruppo sacerdotale più gradito al re, riprendere il controllo persiano dei mercati della Giudea troppo strettamente collegati con i mercati arabi. (Neemia 2, 17-20). Con grande sforzo Neemia riesce a ricostruire le mura di Gerusalemme e ad obbligare una parte della popolazione ad abbandonare le campagne per lavorare nella città al servizio del gruppo sacerdotale (Neemia 6, 15; 11, 1-2). Separa la Giudea dalla Samaria facendone una provincia autonoma, costituisce un’assemblea urbana e organizza un sistema di imposte e tributi sui contadini, soprattutto la DECIMA, per garantire il pieno funzionamento della città (Neemia 5, 14-18; 10, 1-40; 10, 38b). Torna a Babilonia con in mano i risultati raggiunti senza prevedere che, in sua assenza, i contadini non avrebbero più pagato le decime né avrebbero sostenuto economicamente il tempio e i sacerdoti. Allora parte Esdra per ridurre alla ragione i contadini delle campagne. Egli sa che non ci sarà soluzione ai conflitti finché la campagna non passerà sotto il controllo dei sacerdoti. Arriva, dunque, con la forza della Legge/Torà e l’appoggio dal re, per garantire la proprietà della terra per i giudei di razza e di sangue. I meticci (come lo era la maggioranza dei contadini che avevano sposato donne straniere) non avranno diritto alla proprietà terriera e potranno solo lavorare come servi (Esdra 9, 12; 10, 8). Esdra organizza un sistema giudiziario nelle campagne per far applicare questa nuova Legge con pene severissime a chi non le avesse rispettate. (Esdra 7, 25-26). I contadini saranno chiamati con disprezzo “popoli della terra” ed equiparati agli stranieri che non potevano possedere terre in Israele (Esdra 9, 1-2). Con questa politica i contadini perdono le proprie terre che passano sotto il controllo del gruppo sacerdotale. La missione di Neemia ed Esdra è appoggiata economicamente e militarmente dall’impero. Il capitolo settimo del libro di Esdra è molto importante per capire il realismo entro cui ci fu trasmessa la Parola di Dio. Vi ritroviamo la lettera che il re Artaserse aveva consegnato ad Esdra per il suo ritorno a Gerusalemme. La commistione tra evangelizzazione e politica diventa un abbraccio mortale. Esdra, uomo espertissimo nella Bibbia e macchiavellico, torna dunque con una lettera del re che suona così: «Verso chiunque non osserverà la legge del tuo Dio e la legge del re, sia fatta prontamente giustizia o con la morte o con il bando o con ammenda in denaro o con il carcere» (Esdra 7, 26). La legge di Dio si mescola con la legge del re. Sono bastati alcuni denari del re consegnatigli per il tempio e già Esdra si vende agli interessi del re. Collateralismo. Muore la figura del profeta e nascono rabbini, maestri, teologi, esperti di interpretazione e comprensione del testo. Il libro di Neemia, nel capitolo 8, ci parla di questo cambiamento significativo. Abbiamo Esdra sopra al palco con il libro aperto e circondato da 12 scribi. Ma attenzione. Sta emergendo un gruppo, i discendenti di Levi: «Giosuè, Bani, Serebia, Jamin, Acub, Sabatai, Hodias, Maasia, Celita, Azaria, Josabad, Hana e Falaia, che erano leviti, spiegavano la Legge al popolo che restava in piedi» (Neemia 8, 7). Non è più il profeta che parla! «Lessero il libro della legge di Dio spiegando e interpretando il senso perché tutti comprendessero ciò che stavano leggendo» (Neemia 8,8). Leggere, chiarire, interpretare, spiegare, comprendere sono i nuovi verbi legati al Libro. E se qualcuno vuol fare la carità, c’è posto anche per quella: «mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato».
Avremo un popolo che non capisce la parola di Dio a meno che qualcuno gliela spieghi e chiarisca ciò che vi è scritto. Non era così che parlavano i profeti. Il libro tornò ad essere al centro, sacralizzandosi. La parola di Dio non è più la vita, ma un libro. E coloro che lo conoscono o che lo interpretano sono i nuovi maestri. Il tempio controlla così definitivamente la Parola. Il profeta scomparve. Dovremo attendere Giovanni il Battista e Gesù.
Parole destinate a vite sgangherate.
Gesù, a differenza di Giovanni il Battezzatore, non resta nel deserto, ma spinto dallo Spirito Santo, torna nei luoghi della convivenza civile e tra i suoi; il suo insegnamento predilige 3 luoghi: la sinagoga (Israele), la strada (tutti), la casa (i discepoli). L’attività di Gesù è itinerante e instancabile per raggiungere l’uomo in tutte le situazioni.
Gesù, un bravo ebreo che legge  la  Toràh in sinagoga e in comunità. Dice S. Gregorio Magno: “So per esperienza che il più delle volte in presenza dei miei fratelli ho compreso molte cose della Parola di Dio che da solo non ero riuscito a comprendere“. Gesù, Logos-Parola di Dio, come si è messo in fila con i peccatori sul fiume Giordano partecipando al movimento di riforma di Giovanni Battezzatore, così si mette in fila per entrare ogni sabato in sinagoga per partecipare alla assemblea liturgica della Toràh; e pare che fosse davvero bravo nei commenti, considerati i complimenti che gli rivolgevano. Sono i paradossi di Gesù che rivelano la paradossale indifferenza dei cristiani alla assiduità della Celebrazione della Parola. Alle origini della Chiesa non era così perché, come scrive il Libro degli Atti 2,42: “Erano assidui nell’ascoltare gli insegnamenti degli apostoli“. Il suo insegnamento è di sabato perchè la  Parola di Dio apre all’uomo il Sabato di Dio, giorno nel quale si entra nell’ascolto e nella obbedienza, giorno del Sabato definitivo della Risurrezione. Gesù apre il Rotolo, come dirà l’Apocalisse  5,9: “Tu sei degno di prendere il Rotolo e aprirne i sigilli“. Gesù chiude il Rotolo dichiarando così concluso il tempo della promessa e inaugurato il tempo del compimento: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» .
Tuttavia l’evangelo si appoggia sull’Antico Testamento e ogni cristiano dovrebbe essere, come Gesù, un po’ ebreo. Prima di essere cristiani siamo ebrei.
Gesù e la sua novità si colgono solo a partire da quella bibliotechina di 73 libricini della Bibbia formatasi progressivamente dentro la storia di grazia e di peccato di un popolo nell’arco di quasi duemila anni. Ma Gesù è anche l’esegeta e lo scriba della Bibbia; sarà infatti Luca stesso che rammenterà la vicenda dei discepoli di Emmaus a cui Gesù “spiega” ed attualizza le Sante Scritture.
Con la Bibbia Dio rompe il silenzio e si pronuncia non parlando solo di se stesso, ma anche dell’uomo. E questo discorso viene rivolto essenzialmente ad un popolo. Interlocutore di Dio non è tanto, o soltanto, il singolo individuo, quanto un popolo[3]. Non è un libro di responsi dove ciascuno può scovare le proprie idee e tutto ciò che gli fa comodo. E’ un libro di comunità e non può essere capito se non nell’ambito ecclesiale. E’ un dialogo con Dio da parte di una assemblea. Gesù prende spunto dal brano profetico per esternare il suo programma pastorale: Kerigma (primo annuncio), catechesi (spiegazione e approfondimento), prassi liberatrice di amore. Gesù rivoluziona il modo di leggere la Toràh perchè sposta l’attenzione da ciò che si dice a ciò che accade, dal testo all’avvenimento, dal passato all’oggi, dagli impegni degli altri al proprio coinvolgimento personale diretto. Luca è ossessionato dall’oggi lungo tutto il suo evangelo. Il cap. 61 di Isaia era un testo che veniva letto con una forte valenza messianica: quando si sarebbe realizzato ciò che vi è contenuto, sarà il segno che l’èra messianica si è inaugurata.
Ignorare la Santa Scrittura è ignorare Cristo (S. Girolamo).
Poche domeniche si prestano come questa per un discorso di fondo sull’importanza della Bibbia per la nostra vita, sul modo di ascoltarla e di leggerla con frutto sia personalmente che nel gruppo biblico o nell’assemblea liturgica. Però va ribadito anche come dovremmo leggerla:
1- in atteggiamento orante, convinti di essere alla presenza del Signore che ci parla (cfr. nella 1° Lettura: “si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore“). Oggi si sta diffondendo l’uso della “Lectio divina” che è un metodo di ascolto orante, di lettura continua delle Sante Scritture cercando di capire la Bibbia attraverso la Bibbia e con la vita. Dopo le Letture liturgiche il lettore proclama <Parola di Dio!> e tutti rispondiamo < Rendiamo grazie a Dio, lode a Te o Cristo!>; dopo ogni Lettura siamo invitati a pregare con un salmo o con un versetto di Alleluja. L’automatismo di queste acclamazioni, l’ovvietà abitudinaria hanno forse bruciato, nel tempo, la carica di fede di queste proclamazioni.
2- in spirito di conversione, non per cercare idee o conferme dei nostri punti di vista, ma per riscoprire la nostra identità, per piangere la nostra infedeltà e per aprirci gioiosamente alla speranza.
3- in spirito…ebraico cioè attraverso i 3 approcci più tradizionalmente ebraici: esegesi (la lettura del testo fatta nel/col suo contesto letterale), attualizzazione culturale (non limitandosi a ripetere ciò che l’autore ha detto, ma facendo sprigionare dal testo la sua ricchezza celata, capace di dare significato al nuovo e diverso momento storico dell’oggi; ciò comporta un lavoro sinfonico e comunitario che richiede collaborazioni e competenze), attualizzazione esistenziale (vivere la Santa Scrittura per meglio capirla). La tradizione ebraica amava dire che “la Bibbia ha settanta volti” per sottolineare l’inesauribile significato della Scrittura, contemporanea ad ogni uomo, in ogni tempo e circostanza.
4- nell’oggi dell’impegno quotidiano attraverso gesti concreti di salvezza. Davanti alle realtà che ci circondano, che cosa fare? Rassegnarci?  Rivoltarci? E contro chi, contro che cosa? A chi mi domanda: “Credi ancora che l’umanità diventi migliore?” mi piacerebbe saper rispondere: “Ci voglio credere, perchè credo in Gesù di Nazaret il Cristo”, anche se so che tutto questo non si realizzerà senza sforzo. Gesù ha posto la prima pietra. La seconda Lettura biblica di oggi (1° Corinti 12, 12-31) che non ho commentato per motivi di spazio, sottolinea che Dio si serve di noi come Sue membra: mani, cuore, parola, intelligenza. Se ci addormentiamo, noi sabotiamo il suo “Oggi” e paralizziamo la sua attività messianica riducendo la Buona Notizia (Evangelo) a lettera morta.


[1] Ho elaborato questa sezione servendomi del testo del biblista italo-brasiliano Sandro Gallazzi Por uma terra sem mar, sem templo, sem làgrimas, Ed. Vozes, Petròpolis, 1999.
[2] Luca 4,22
[3] Nell’Antico Testamento vengono ricordate soprattutto quattro grandi Assemblee attorno alla Torah: l’assemblea del Sinai dove si forma la prima “chiesa del deserto” (Esodo 19,3-8); l’assemblea di Sichem svoltasi appena dopo l’ingresso nella terra promessa sotto la guida di Giosuè (Giosuè 24); l’assemblea del re Giosia a seguito della scoperta del Libro della Legge che era stato nascosto al tempo del crudele regno di Manasse (2 Libro dei Re Cap. 22-23); l’assemblea di Esdra, dopo il ritorno dall’esilio babilonese (398 a.C.), riportata dalla lettura biblica della liturgia odierna.




16 gennaio 2022.EPIFANIA DI GESU’ AI DISCEPOLI NELLE NOZZE DI CANA

Epifania di Gesù alle nozze di Cana 

Preghiamo. O Dio, che nell’ora della croce hai chiamato l’umanità a unirsi in Cristo, sposo e Signore, fa’ che in questo convito domenicale la santa Chiesa sperimenti la forza trasformante del suo amore, e pregusti nella speranza la gioia delle nozze eterne. Per Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Isaia 62,1-5
Per amore di Sion non mi terrò in silenzio, per amore di Gerusalemme non mi darò pace, finché non sorga come stella la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. Allora i popoli vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; ti si chiamerà con un nome nuovo che la bocca del Signore indicherà. Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più “Abbandonata” né la tua terra sarà più detta “Devastata”, ma tu sarai chiamata “Mio compiacimento” e la tua terra, “Sposata”, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa, una vergine, così ti sposerà il tuo creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.
SalMO 95 – Hai fatto nuove, Signore, tutte le cose.
Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore da tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome. Annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo ai popoli narrate la sua gloria, a tutte le nazioni dite i suoi prodigi.
Date al Signore, o famiglie dei popoli, date al Signore gloria e potenza, date al Signore la gloria del suo nome.
Tremi davanti a lui tutta la terra. Dite tra i popoli: “Il Signore regna!”.
Sorregge il mondo, perché non vacilli, giudica le nazioni con rettitudine.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12,4-11
Fratelli, vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune: a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza; a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole.
Dal Vangelo secondo Giovanni 2,1-12
[Tre giorni dopo][1] vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.  Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me?[2] Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.  Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio [il principio] dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Rincorsi da un amoreDon Augusto Fontana

 Fintanto che non arriva la società felice,
che ci siano almeno frammenti di futuro
in cui la gioia è servita come sacramento,
perché i bambini imparino che il mondo può essere diverso. (Rubem Alves)[3]

A Cana di Galilea, confinante con i nostri villaggi e siepi, l’orologio di Maria invitata a nozze era in anticipo di alcuni anni sull’Ora pasquale di Gesù: «Donna, non è ancora giunta la mia Ora» (Giovanni 2, 9-11). Gesù decide comunque di dissotterrare frammenti del suo futuro e di servire un antipasto di gioia sponsale come sacramento di quell’Ora. Affinché noi, discepoli novizi, impariamo che le nostre Galilee non sono abbandonate e maledette: «Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più “Abbandonata”, né la tua terra sarà più detta “Devastata”, ma tu sarai chiamata “Mio compiacimento” e la tua terra “Sposata”. Sì, come un giovane sposa una ragazza, così ti sposerà il tuo architetto; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (Isaia 62, 1-5).
Da quel momento i discepoli credettero in lui. Il che vuol dire che prima erano discepoli, ma non credenti. Falsi griffati, patacche come me e, forse, come te. L’evangelista Giovanni ci dice che quel primo segno non basterà a garantire la longevità della loro fede. Avranno bisogno di altri sei segni di Gesù[4]. Che non basteranno ancora. La fatica del nostro credere è tutta fatica Sua, di questo povero Dio Cireneo che porta e solleva periodicamente tradimenti, affievolimenti, cadute di tensione, smarrimenti, eclissi fino al Giorno in cui “sarà innalzato e attirerà definitivamente tutti a sé” (Giovanni 12,32).
Con la liturgia di oggi sfumano le Epifanie del Signore, quelle accadute tutte fuori dal Tempio: in una grotta di campagna tra i poveri del suo popolo; in una casa di villaggio tra pellegrini pagani; sulle rive di un fiume tra peccatori vogliosi di disintossicarsi; ora in un pranzo di nozze tra sposi, servi e discepoli attoniti. Queste Epifanie noi le celebriamo nel Tempio, ma non ci rassegniamo a doverle trovare solo lì. Curiosiamo nello spazio non-liturgico e non-clericale per trovare i suoi segni da leggere, i markers di una sua presenza da seguire, la melodia per cantare con occhi sbarrati: «Hai fatto nuove, Signore, tutte le cose».
Oggi c’è un gesto di Gesù in vista di un’umanissima festa di matrimonio, un’espansione del suo “prendersi cura” affinché vi sia festa tra indigenti o scialacquatori. Questo primo “prendersi cura” è una sigla di apertura, la prima “orma liturgica” di quell’Ora di Gesù che incombe in tutto il Vangelo di Giovanni fino al capitolo 13 :«Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua Ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».  Poi lava i loro piedi trasformando l’acqua del catino delle purificazioni nel buon vino dell’amore servizievole e liturgico. E’ l’ora di quella Gloria che Giovanni gli vede sulla faccia tumefatta dagli schiaffi dei soldati. Dice Enzo Bianchi[5]: «Per noi, avere “gloria” significa ottenere riconoscimento, finire sui giornali o diventare un personaggio. Per Giovanni la gloria di Gesù è mostrare che lui ama gli altri fino alla morte. Il suo letto nuziale è la croce; la camera nuziale è la tomba della resurrezione: “Non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici”. Giovanni vuole dirci che Gesù è morto per testimoniarci la gloria di Dio, cioè l’amore di Dio per noi». Un amore sponsale.
«Mi baci con la tua bocca! Le tue tenerezze sono più dolci del vino» (Cantico dei Cantici 1,2).
Dicono che subire un deficit affettivo procura infezioni che si annidano nel sistema di autostima e di relazioni umane; l’aggressività, il pessimismo, l’insicurezza, la fragilità sentimentale, il legalismo trovano nel deficit affettivo il loro principale peccato originale. Senza scomodare analisi freudiane, qualcosa del genere lo riscontriamo nel contesto storico della prima lettura liturgica di oggi e risalente a 540 anni circa prima delle nozze di Cana. Il pagano imperialista Ciro aveva concesso agli Israeliti di rientrare in patria. Fu la fine dell’esilio iniziato circa cinquant’anni prima con la deportazione in massa a Babilonia e la distruzione del Tempio. Cinquant’anni durante i quali la fede di migliaia di piccoli Giobbe fu sottoposta a prove durissime: crollo della monarchia davidica e delle strutture culturali e religiose, invidia per lo splendore rituale e politico dei vincitori, tracollo dei sistemi di trasmissione delle tradizioni popolari e religiose, defezione di molti. I profeti avevano per anni tenuta sveglia la capacità di leggere i segni dei tempi, di effettuare un esame di coscienza per comprendere il senso e le responsabilità della catastrofe, per sostenere fedeltà e identità di popolo, per combattere la disperazione disgregante. Fu un tenace annuncio di speranza che aveva come fondamento la fedeltà di Dio. La liberazione effettivamente avvenuta aveva confermato le parole dei profeti: la fedeltà di Dio si era manifestata con lo straordinario segno tangibile del ritorno da Babilonia. Poi l’entusiasmo si affievolì, il Tempio ricostruito fu modesto, le tensioni sociali riaffiorarono non meno che l’abitudinario grigiore dell’ordinaria follia quotidiana. E ripresero ali l’aggressività, il pessimismo, l’insicurezza, la fragilità sentimentale, il legalismo. A questo popolo parla il discepolo del profeta Isaia che mette in campo una delle carte considerate vincenti: Dio è tuo sposo.
Mi chiedo se oggi gli sposati reggono alla responsabilità di narrare Dio e di esserne il suo simbolo. Realtà matrimoniale evidentemente in crisi come gestione dei sentimenti, come istituzione e – perché no? – come sacramento. Quote crescenti di fallimenti matrimoniali sono sociologicamente registrabili mentre altre percentuali si consumano in striscianti divorzi fatti in casa.  Siamo povere creature bisognose di dire “Dio” con parole povere prese in prestito dal circuito delle nostre esperienze: padre, pastore, sposo…. «Le parole sono cose pericolose. Esse hanno un potere infinito di ingannare, di ammaliare. Dio è un mistero senza fine, mistero così grande che non ha nome che gli si possa applicare. I nomi sono gabbie. Quando diamo un nome a qualcosa o a qualche persona, essa rimane ingabbiata»[6].  Eppure, come scrive il biblista Alonso Schökel, «per rivelare il suo amore Dio chiede in prestito all’amore umano i suoi simboli e la capacità dell’uomo di rispondere a questo amore. La storia dell’umanità comincia con una coppia. Il dinamismo del Libro dell’Apocalisse è orientato verso il culmine, cioè le nozze dell’Agnello»[7]. Dio “sposo”, dunque, non solo di suore, frati o chiese verginelle, bensì di tutta l’umanità. Quell’umanità, dentro e attorno a noi, che è come una ragazza nubile afflitta dall’ansia di un amore che la innalzi e la nobiliti, la distolga da sé, colmi il senso della sua esistenza sentendosi dire dal suo Dio: «Mi hai rubato il cuore, mia sposa, con uno dei tuoi sguardi, con una sola gemma della tua collana»[8]. Umanità curata e accudita come una vigna/sposa da cui si attendono acini dolci e vino buono non solo per sé, ma anche per i passanti: «La vigna del Signore, il suo vivaio preferito sono gli uomini di Giuda; da loro aspettò diritto ed ottenne omicidi, si aspettò giustizia ed ecco invece lamenti»[9].  Un’umanità che ha ormai esaurito tutta la sua produttività e scialacquato ogni residuo di dolcezza e di gioia, come nel banchetto di Cana: «…venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino». Nell’umanità di Gesù tornano spremute di fedeltà, di vino buono: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto»[10]. Ora Dio può cantare il ritornello sponsale rimasto sospeso sulla bocca di Adamo: «Questa sì che è osso delle mie ossa, carne della mia carne». D’ora in avanti Dio si darà da fare, tra alterne vicende di prevedibile infedeltà, per la gloria e la fama della sposa:  «Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era l’età dell’amore; io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e divenisti mia. Ti lavai con acqua e ti unsi con olio; ti vestii di ricami, ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo e una splendida corona sul tuo capo.  Diventasti sempre più bella e giungesti fino ad esser regina»[11]. Vino e vestito sono due temi favoriti da contesti nuziali e restano parabole molto utilizzate dagli evangelisti. Oggi la parabola protagonista è costituita dal vino, tema centrale dell’episodio dove è richiamato per cinque volte con tutto il suo sapore di vitalità e di gioia. Paolo, nella seconda lettura liturgica (1 Corinti 12, 4-11) elenca i carismi che pendono come grappoli e gioielli in mezzo al fogliame delle nostre poco encomiabili vite: «Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune».
Nella promessa di un Dio com-promesso.
Un discepolo di Isaia (62,1-5) scrive nel periodo in cui i deportati a Babilonia erano tornati, pieni di sogni trasformati presto in delusioni. L’entusiasmo per la ricostruzione si era via via indebolito ed erano affiorati mille dubbi sulla credibilità del loro Dio. Anche noi abbiamo il nostro “Ritorno da Babilonia” fatto di sogni frantumati. Basta leggere i quotidiani di due giorni. Anche noi abbiamo dato fondo al vino frizzante e siamo a bocca secca. Abbiamo da offrire, al massimo, barilotti d’acqua, fondi di bicchiere.
Siamo un popolo nubile, una vecchia chiesa zitella, in attesa che qualcuno ci baci con la rassicurazione di una fedeltà e di una promessa sponsale: «Dio non esaudisce tutti i nostri desideri, ma tutte le sue promesse» scrive Bonhoeffer dal carcere[12].
La fedeltà alla promessa implica la forza di scegliere sempre di nuovo ed è offerta come un’energia capace di produrre novità;  «una forza – scrive Romano Guardini – che vince il tempo, ma non con la durezza della pietra in rigida fissità, bensì come forza vitale che cresce e crea»[13]. Il bisogno di sentirci inseriti in un regime di fedeltà e di promessa, nasce dall’esigenza di essere riconosciuti come soggetti da non buttare, di poter contare su qualcuno che mantiene le promesse perché si com-promette.
«Nel pro-mettere è all’opera il significato del com-promettere, che si traduce come responsabilità con e per l’altro nel mandare avanti la relazione in quanto tale. La fedeltà del “io-sarò-come-sono”, offerta all’altro da chi promette, poggia sul riconoscimento dell’incommensurabile valore dell’altro.  La promessa è la risposta essenziale grazie alla quale è possibile imparare a sperare. In chi o in che cosa speriamo? Verso dove andiamo? Con la promessa sperimentiamo un compimento che trasfigura la nostra finitezza, facendone una grazia anziché una maledizione»[14].

Noi abbiamo la potenza del disdire le nostre promesse. I nostri AMEN spesso non sono che rantoli d’agonia su speranze, relazioni, preghiere e futuro.
Potrà dissuaderci la promessa di salvezza nuziale in Gesù? Fintanto che non arriva la società felice, oseremo chiedere a questo sfuggente Dio di scodellarci sulla mensa e nelle nostre anfore almeno frammenti, assaggi, acconti della sua Ora, brandelli di speranza servita come sacramento.
Saremo:
– bambini stupiti per un mondo che può essere diverso;
– discepoli credenti benché in manutenzione;
– servi che fanno ciò che Lui ci dirà;
– spazi di carismi che Dio si crea per esprimere storicamente la ricchezza della sua offerta.

«Vorrei che i miei fratelli di fede possedessero il carisma del segno. Un gesto appena abbozzato, una parola sussurrata, un accenno. Un segno piccolo, contenuto, dimesso, rispettoso. Che faccia sospettare un Dio che mi ama e che vuole intervenire nella trama ordinaria della mia vita per invitarmi (o invitarsi) alla festa»[15].


[1] Il testo ufficiale che ascolteremo nelle liturgie di domenica omette (perché?) l’indicazione “tre giorni dopo” che per l’evangelista è invece un linguaggio in codice per indicare che in quell’evento inizia già il tempo pasquale di Gesù e della chiesa. Anche noi, domenica, saremo in quel “terzo giorno” seduti a quella mensa anche se un po’ defilati, davanti al vino della gioia e dell’amore sponsale. 
[2] Letteralmente: “cosa a me e a te, donna?” [ti emoi kai soi gunai]. Frase di difficile traduzione e interpretazione. Anche la traduzione proposta dalla Conf. Episc. Ital. ha ondeggiato: nel 1974 traduceva “Che ho da fare con te, o donna?”; nel 2008 “Donna che vuoi da me?”. San Giovanni Crisostomo vede nella risposta di Gesù un voler mettere le distanze: sua madre è invitata a superare la sua maternità carnale per nascere come discepola. Enzo Bianchi avvalora questa interpretazione: la risposta di Gesù avviene tramite parole che creano una distanza, che le chiedono di restare al suo posto, perché in quanto madre fisica di Gesù non può pretendere nulla. In altri termini, Gesù le sta dicendo che, se c’è qualcosa di suo proprio, non è certo il suo essere madre, ma qualcos’altro. Ed ecco che Maria da madre si fa discepola che ascolta, obbedisce al figlio e chiede agli altri di fare lo stesso: “Tutto quello che vi dirà, fatelo”. La madre, divenuta discepola, chiede che siano riservati a Gesù ascolto e obbedienza, nient’altro. E’ la prima discepola di Gesù. Il biblista A. Maggi invece scrive: La madre di Gesù crede che il messia vada ad annunciare nuova vita alle antiche istituzioni. Ma Gesù non è venuto a mettere nuova vita nelle antiche istituzioni, ma a formularne una nuova. Quindi Gesù dice: “Non ci interessa questo”.
[3] Da CEM mondialità, 1/1999, pag. 47. Rubem Alves, brasiliano (1933-2014).  Pastore e teologo prebiteriano.
[4] Guarigione del figlio di un funzionario a Cafarnao ((4,54); guarigione di un handicappato alla piscina di Betzaetà (5,2); moltiplicazione dei pani (6,4); guarigione di un cieco (9, 16); rianimazione di Lazzaro (11,4); morte e risurrezione di Gesù.
[5] Appunti dal Corso tenuto a Bose da Enzo Bianchi: Dal Gesù della storia al Cristo della fede.
[6] R. Alves Dire Dio, CEM mondialità, 1/1999.

[7] Luis Alonso Schökel, I nomi dell’amore.Simboli matrimoniali nella Bibbia, Piemme, 1997. Il biblista seleziona e analizza tutti i testi biblici in cui Dio si autorivela partendo dalla pista di decollo dell’universale esperienza della vita matrimoniale.
[8] Cantico dei cantici, 4,9
[9] Isaia 5, 7.
[10] Giovanni 15, 5
[11] Ezechiele 16.
[12] D. Bonhoeffer Resistenza e resa, Bompiani, 1969, pag. 282.
[13] R. Guardini, Le virtù, Morcelliana, Brescia, 1980, pp. 80-81.
[14] passim da Roberto Mancini Esistenza e gratuità. Antropologia della condivisione,Cittadella editrice, Assisi, 1996.
[15] Alessandro Pronzato «Parola di Dio!». Commenti alle 3 letture della domenica. Ciclo C,Gribaudi, 1988, pag. 146