3 Aprile 2022. Domenica 5 Quaresima
COLPEVOLE GRAZIATA

Quinta domenica Quaresima

Preghiamo. «Dio di bontà, che rinnovi in Cristo tutte le cose, davanti a te sta la nostra miseria: tu che hai mandato il tuo Figlio non per condannare ma per salvare il mondo, perdona ogni nostra colpa e fa che rifiorisca nel nostro cuore il canto della gratitudine e la gioia del saper perdonare».
Isaia 43, 16-21.
Così dice il Signore che offrì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti che fece uscire gli Egiziani con carri e cavalli, esercito ed eroi; essi giacciono morti: mai più si rialzeranno; si spensero come un lucignolo, sono estinti. Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa. Mi glorificheranno le bestie selvatiche, sciacalli e struzzi, perché avrò fornito acqua al deserto, fiumi alla steppa, per dissetare il mio popolo, il mio eletto. Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi.
Salmo 126. Grandi cose ha fatto il Signore per noi.
Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia.
Allora si diceva tra le genti: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia.
Ristabilisci, Signore, la nostra sorte, come i torrenti del Negheb[1].
Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia.
Nell’andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni.
Lettera di Paolo ai Filippesi 3.
Fratelli, ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo ed essere trovato in lui, avendo come mia giustizia non quella derivante dalla Legge, ma quella che viene dalla fede in Cristo, la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede: perché io possa conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la comunione alle sue sofferenze, facendomi conforme alla sua morte, nella speranza di giungere alla risurrezione dai morti.  Non ho certo raggiunto la mèta, non sono arrivato alla perfezione; ma mi sforzo di correre per conquistarla, perché anch’io sono stato conquistato da Cristo Gesù. Fratelli, io non ritengo ancora di averla conquistata. So soltanto questo: dimenticando ciò che mi sta alle spalle e proteso verso ciò che mi sta di fronte, corro verso la mèta, al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù.
Dal Vangelo secondo Giovanni 8, 1-11.
Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio e, la posero mezzo, e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia poichè insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo e la donna era là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più».

COLPEVOLE GRAZIATA. Don Augusto Fontana

 La giustizia e la giustificazione.
Era uno di quei poveri diavoli che anche tu hai incontrato almeno una volta nella vita. Era un povero, per la sua sprovveduta arte di arrangiarsi e per quell’innocente colpevolezza che gli derivava da un’infanzia vissuta tra le muffe dei muri e degli affetti. Era un diavolo dalla mano lesta, un artista a sfilare cellulari, portafogli e borsellini. Effeminato, con un incedere che non dava adito a dubbi anche per quel timbro di voce che pareva che gli venisse dalle tonsille. Ora è qui nell’aula del tribunale. Gli occhi sono un po’ spauriti e imbarazzati, in contrasto con gli occhi curiosi della piccola folla di pensionati guardoni che, come ogni mattina per perdere un po’ di tempo, fanno crocchio dietro le transenne in attesa di qualche interrogatorio pruriginoso. Io sapevo che l’aveva fatta grossa.  Anche lui era certo che non se la sarebbe cavata; mi aveva detto tutto. Per questo, stava lì, remissivo, in attesa del rientro della Corte. Attorno al suo caso l’opinione pubblica si era spaccata: innocentisti e colpevolisti.  Nell’aula i colpevolisti avevano rischiato di essere buttati fuori dal giudice, quando, in attesa dell’inizio del dibattimento, avevano tirato fuori degli striscioni: Difendiamo i nostri bambini da questi porci ! – Colpirne uno per educarne cento! Il giudice, con le giugulari gonfiate, aveva tuonato: «Qui non siamo in piazza. Qui si amministra la giustizia! Rimuovete quegli striscioni o faccio sgomberare!». Le sentenze popolari, scritte su quegli straccetti, furono pigramente arrotolate con un inchino riverente all’unica scritta ammessa in quel santuario: La legge è uguale per tutti.  L’amico che mi sta a fianco disquisisce: «Cosa c’entra la giustizia con la legge?». Ottima occasione per piazzargli tutta la mia cultura biblica: « S.Paolo parla spesso di giustizia e di giustificazione. Mi ha sempre colpito il fatto che la parola giustificazione è composta da due termini latini e cioè “iustum-fàcere” e che tradotta bene significa “rendere giusti”. Ora, l’amministrazione della giustizia umana può raggiungere il massimo quando dichiara che un uomo ha veramente compiuto o non compiuto il delitto di cui è accusato. La Bibbia, invece, dice che Dio giustifica, cioè rende giusti. Ci può essere una giustizia umana che dichiara la conformità o meno dei comportamenti ad una legge di riferimento, ma non potrà mai compiere il miracolo di ristrutturare la persona, il suo passato e il suo futuro. Dio invece crea dal nulla, rende giusti gli imputati e i giudici, i guardoni e i preti, gli innocentisti e i colpevolisti. E qui, in quest’aula, si amministra la giustizia, ma non la giustificazione». L’amico ha lo sguardo appannato. Capisco che non capisce. E questo mi manda in ansia perchè non so come farò a spiegare, domenica prossima, alle vecchiette della mia parrocchia, il fatto di Gesù che “giustifica” l’adultera. Entra la Corte. Tutti in piedi, come quando in chiesa si ascolta il Vangelo. «Visti gli articoli tal dei tali, comma secondo e l’articolo tale, comma primo…in nome del popolo italiano….dichiaro l’imputato non colpevole perchè i fatti non sussistono». «Come “non sussistono”?», penso io. E perchè “non colpevole”?  Il povero diavolo femminiello continua le sue scorribande tra borsellini e cellulari, ma i bambini non li ha più molestati. Non so se per paura, per convinzione, per giustizia o per …giustificazione.
Faccio nuove tutte le cose (Isaia 43).
 Quasi tutti siamo reduci da sogni. Il sogno che le guerre in Ucraina, Yemen, Tigrai siano finite; che in Afghanistan sia cessato il potere dei barbuti; che i poveri contino come o più dei ricchi. Il risveglio ci ha resi superstiti e stanchi realisti. Fu così al tempo del discepolo di Isaia. I suoi concittadini deportati erano caduti in una fede rattrappita e erano sul punto di lasciarsi andare. Molti erano rimasti ancoràti al passato; nel loro esasperato attaccamento alle tradizioni, non erano più in grado di attendersi cose nuove da parte di Dio. A loro dice: «Il Signore nel passato costruì una strada nel mare…in futuro aprirà una strada nel deserto». Mare e deserto sono due circostanze geografiche improbabili per tracciarvi strade e sentieri. La strada nel mare è un ricordo vivo dell’esodo dall’Egitto, centro della fede e della liturgia ebraica. Evento ora smentito e cancellato dalla condizione di deportazione. Resta un evento bello da ricordare e da celebrare, ma ormai troppo lontano e quindi ridotto a reperto archeologico o nostalgico; ridotto ad una fortuna capitata ad altri, non ripetibile.  Passano gli anni e si tende ad ammucchiare delusioni, rese ancora più amare da qualche smagliante ricordo. Il profeta, dissipando ogni illusione nostalgica, ricava, dal dato originario della fede, una risposta adeguata alla storia: il Dio dell’Esodo è capace di rinnovare altri esodi e il Dio della creazione è capace di plasmare un popolo nuovo (v.21). A Babilonia le situazioni sono mutate: non c’è più il mare e c’è invece il deserto, ma le situazioni si equivalgono perchè ambedue sono situazioni improbabili per sognarvi dentro un sentiero tracciato. Ciro, pagano, prende il posto del leader maximo Mosè: un evento davvero improbabile, come fu imprevedibile la novità di vita del fariseo Saulo e dell’adultera del vangelo di oggi.
Neanch’io ti condanno(Giovanni 8,1-11)[2]
Individuare i personaggi della narrazione evangelica è facile, ma deve essere fatto in funzione di una mia (tua) identificazione. A chi sono assimilabile io: ai falsi giusti moralisti che giudicano e condannano chi sbaglia e mettono Dio in tentazione? Oppure sono sovrapponibile a chi ha sbagliato senza alibi e si trova faccia a faccia con la gente e con Gesù? Oppure posso identificarmi con quel Gesù che ricrea un futuro per chi ha sbagliato? Oppure dentro di me convivono tutte e tre i personaggi?
Cosa fanno i moralisti?
– «Gli conducono un’adultera…la pongono nel mezzo»: altre volte i deboli vengono presentati a Gesù dalla comunità (il paralitico sulla barella, il cieco Bartimeo…) ma per finalità ben diverse da questa. Qui si inscena un processo. La …santa Inquisizione sarà sempre una tentazione per la Chiesa, per le Istituzioni politiche, per i gruppi ed anche per i singoli.
– «Se ne andarono…cominciando dai più anziani»: dopo essere entrati in scena come testimoni e giudici di un processo, se ne escono; non si sa se sconfitti o pentiti. Come i vecchi sporcaccioni che hanno insidiato Susanna per poi portarla in tribunale (Libro di Daniele Cap. 13).
Cosa fa Gesù?
– «Si china, per due volte, a scrivere nella polvere»: sono stati versati fiumi di inchiostro per interpretare questo gesto. Si fa l’ipotesi che il gesto trovi la sua ispirazione in una frase di Geremia 17,13: «Quanti si allontanano da Te saranno scritti nella polvere, perchè hanno abbandonato Te, fonte di acqua viva, Signore». Con quel gesto profetico Gesù vuole richiamare che tutti quelli che stanno davanti a lui sono adulteri infedeli e che la conversione riguarda personalmente tutti.
– «E la donna stava nel mezzo»: cioè nella stessa posizione in cui era stata messa dai testimoni-giudici, ma ora è messa al centro di una salvezza anzichè di un giudizio: «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perchè il mondo si salvi per mezzo di Lui» (Giovanni 3,17).
Cosa fa la Donna?
Semplicemente «sta in mezzo». Questa frase, questa “posizione”, viene posta dall’evangelista all’inizio e alla fine del testo quasi ad incorniciare l’evento. A differenza della donna prostituta che in casa di Simone piange, profuma e bacia Gesù, questa donna adultera è passiva, statuaria, congelata nei fatti incontestabili, senza quegli slanci che conosciamo in altri personaggi (la donna mestruata, Zaccheo, il cieco, il lebbroso). Qui lei non si confessa, non implora, non chiede. Semplicemente si lascia trasportare dallo scontro tra giudizio e misericordia, tra giustizia e giustificazione.
Cosa dicono i moralisti?
 A Gesù dicono tre cose: gli raccontano un fatto («questa donna è stata colta sul fatto»),gli fanno ripassare il Catechismo («la nostra santa Legge ordina di lapidare»[3]), gli pongono un quesito insidioso e compromettente («tu che ne dici?»). Stanno cercando una copertura legale per potere in seguito condannare anche Gesù: se avesse contestato la Toràh avrebbero avuto una prova in più, se avesse confermato la Toràh si sarebbe screditato presso la gente per la sua incoerenza. Non bisogna sottovalutare questo tono processuale dell’intero episodio. Esso tocca una delle costanti della rivelazione biblica. Tutta la storia sacra non è altro che un immenso processo in cui si tratta di sapere chi ha ragione: Dio o gli uomini?
Cosa dice Gesù?
– «Chi di voi è senza peccato getti per primo la pietra»[4]: i moralisti gli hanno appena fatto ripassare il Catechismo citando strumentalmente un versetto della Santa Scrittura e Gesù li mette nell’impossibilità di eseguire la sentenza rifacendosi ad un altro articolo di quella Toràh che loro avevano usato per intrappolarlo.  Quell’articolo della Legge di Mosè prescrive che il testimone accusante fosse il primo a lapidare il colpevole, per dimostrare di essere immune da colpa. Il “peccato” a cui Gesù fa riferimento, non è, tuttavia, solo il peccato di adulterio, ma “qualsiasi forma di peccato”[5].  Non entra, dunque, nel merito delle procedure giudiziarie e, comunque, vuol far sapere che non ci si può servire del suo nome per condannare qualcuno: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato» (Luca 6,37).
– «Nessuno ti ha condannata? Neanch’io ti condanno. Va’ e non peccare più»: siamo alla sentenza finale di colui che non è venuto per i sani e i giusti, ma per i malati e i peccatori.  S. Agostino commenta: «Vengono lasciati soli in due: la misera e la misericordia». Dopo l’agitarsi degli scribi e farisei e dopo la tensione drammatica, tutto si risolve in una parola di speranza: la vita continua ed un futuro diverso si prospetta in forza di questa parola.
Cosa dice la Donna.
 «Nessuno, Signore»: è l’unica frase della donna che si rivolge a Gesù chiamandolo con il Nome pasquale di «Signore». Questo è il segno che la Donna rappresenta la Chiesa post-pasquale, credente e peccatrice, capace di debolezze e tradimenti, ma anche di stare davanti a Lui in attesa paziente della sentenza di giustificazione. Non è obbligata nè a fare l’elenco delle colpe, nè a circostanziarle, nè a sottostare al tariffario delle pene e delle penitenze. Lei è lì per dichiarare una grazia e non una colpa. Magari fossero così tutte le confessioni! Magari tutti i confessionali si trasformassero in quei pochi metri quadrati di polvere su cui è incisa la sentenza di giustificazione, su cui rimangono inerti le pietre destinate alla nostra o altrui lapidazione, su cui tutti hanno saputo sostenere il dialogo serrato con il Santo riconoscendosi racchiusi, tutti, sotto la disobbedienza (Romani 11,32).

Il processo contro il crimine è fatto, ieri come oggi, di cronaca quotidiana ed obbliga tutti a riflettere su una responsabilità che va ben oltre l’incriminato. Chi può dirsi veramente innocente? Nessuna condanna risolve veramente il problema del male nella società. Anzi, può essere fonte di pericolose illusioni in quanto ci potrebbe far credere di aver riparato il male, mentre in realtà lo lascia esistere nella radice che esso ha in ciascuno di noi e nella società. Anche un processo è, per Gesù, una occasione di evangelizzazione e di invito alla conversione per mettersi in sintonia con la strategia della misericordia o del “perdono attivo”. Anche il peccato è occasione di grazia.


[1] Il Negheb è un deserto a sud di Israele. I suoi torrenti sono secchi d’estate ma a primavera si gonfiano d’acqua; la semina è un’attesa, la mietitura è una festa. Tutto questo rispecchia la storia d’Israele che ai momenti d’aridità, d’attesa e di pianto, Dio fa seguire abbondanza, gioia e libertà.
[2] Il brano dell’adultera pare sia stato inserito impropriamente nel Vangelo di Giovanni. Di fatto la terminologia, il linguaggio e l’impostazione teologica appartengono al Vangelo di Luca.
[3] Deut. 22,22
[4] Deut. 13,9-10; 17,7
[5] «Sei dunque inescusabile, chiunque tu sia, o uomo che giudichi, perchè mentre giudichi gli altri condanni te stesso…Ti prendi gioco della bontà di Dio, della sua tolleranza e della sua pazienza, senza riconoscere che la bontà di Dio ti spinge alla conversione» (Romani 2,1).




27 marzo 2022. Domenica 4 Quaresima
LASCIATEVI RICONCILIARE

4 Domenica quaresima C
Preghiamo: O Dio Padre buono e grande nel perdono, accogli nell’abbraccio del tuo amore, tutti i figli che tornano a te con animo pentito; ricoprili delle splendide vesti di salvezza, perchè possano gustare la tua gioia nella Cena pasquale dell’Agnello. Per Cristo nostro Signore. AMEN
 Dal libro di Giosuè 5,9-12
In quei giorni, il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto».  Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico.  Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.
Salmo 33  Gustate e vedete com’è buono il Signore.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino.
Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 5,17-21
Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione.  In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio.  Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca 15,1-3.11-32
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze (il testo greco scrive: ton biòn = la vita). Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».
LASCIATEVI RICONCILIARE. Don Augusto Fontana
Come il termine CONVERSIONE, anche il termine RICONCILIAZIONE si è deteriorato a forza di “tenerselo in bocca” anzichè “inghiottirlo” in alcune scelte precise di vita.
Giosuè 5,9-12: Dio dona all’uomo una patria e una Pasqua.
Ho allontanato da voi l’infamia d’Egitto.  <La liturgia di oggi parte subito col piede sbagliato>, mi disse alcuni anni fa un confratello che predicava la conversione della mente e del cuore ad un gruppo di pie signore dell’aristocratico Rotary e che non voleva sentir parlare del Dio troppo politicizzato dell’Esodo. «Il cuore, caro don Augusto, il cuore e la mente bisogna convertire!», mi diceva il confratello davanti all’Agenzia di viaggi dove aveva prenotato una vacanza cultural-religiosa alle Maldive. Ed io, gli ripetevo che potrò dire di essere ritornato a Dio solo quando il mio cuore e la mente si porteranno dietro – per essere restituiti – petrolio, caffè, cacao, platino, oro, diamanti rubati ai miei schiavetti che lavorano, per me e per i miei amici, in Costa d’Avorio, in Brasile, in Somalia. Saremo riconciliati quando Dio ci defrauderà del potere di indebitare i popoli e di pagare sottocosto il lavoro delle loro mani e il prodotto del loro suolo. E i poveri si riconosceranno pienamente riconciliati nel momento in cui sarà riscattata la vita infame di chi non ha autosufficienza economica ed autodeterminazione politica.  L’infamia d’Egitto era l’infamia della mancanza di un luogo dove riconoscersi popolo riunito. Nel deserto erano state superate mormorazioni e tentazioni nostalgiche, idolatrie e lotte fra tribù. Ora Dio ha raccolto questo popolo come si raccoglie una ragazza denudata, violentata e picchiata a sangue ai margini di una strada e le ha dato una casa accogliente, nuova dignità, abiti puliti, gioielli; con la speranza che con questi doni non vada poi a prostituirsi (leggi, per cortesia, i capitoli 2 e 11 di Osea).
Celebrarono la Pasqua a Galgala. La celebrazione liturgica a Galgala nasce dopo un evento constatato: Dio ci ha liberati dall’infamia dell’Egitto. Ogni liturgia che non nasce da eventi storici precedenti è simile ad un abito appeso al porta-abiti nell’armadio.  Inizialmente la constatazione della paternità liberante di Dio si celebrava in famiglia (Esodo 12), successivamente si celebrerà in località occasionali (Galgala significa, in ebraico “circolo di pietre“) in cui verranno costruiti poi dei “santuari” (Deuter.16). L’usanza di celebrare la Pasqua era anteriore alla liberazione dall’Egitto ed era una festa di pastori che celebravano le primizie dei greggi nella prima notte di luna piena del mese primaverile di Nisan. Successivamente la Pasqua divenne una festa degli agricoltori che celebravano le primizie della terra mangiando le schiacciatine azzime di farina non lievitata dette, in ebraico, massòt. Nel testo della liturgia odierna si fondono i motivi tradizionali con la nuova constatazione della liberazione dall’infamia. Ormai Israele pare diventato adulto: Dio fa smettere la manna ed il popolo dovrà coltivarsi il proprio pane togliendolo dalla fecondità della terra che gli è stata donata.
La Chiesa continua a celebrare, alla domenica, la constatazione della liberazione dalla sua infamia (quale?), mangiando il pane azzimo eucaristico che ci fa compagnia in questa terra (il Regno di Dio) ormai raggiunta, ma mai conquistata definitivamente.
Luca 15, 1-3. 11-32: Dio dona all’uomo una relazione.
Nel Cap. 15 di Luca ci sono tre Parabole…con un cappello (Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro»). La simpatia di Gesù per gli esclusi dal circuito sociale e religioso, costituisce uno dei temi centrali di Luca. I giudei osservanti di ieri e di oggi vogliono che Dio sia severo con i peccatori e che, di conseguenza, i peccatori paghino un prezzo di penitenza per ritornare nella comunità. Non accettano quindi questo Gesù permissivo e lassista. Contro questa incriminazione risponde Luca con il suo Capitolo 15 detto anche “il Capitolo dei perduti”: la pecora smarrita, il denaro perduto, il figlio scappato. Tutte e tre le Parabole hanno alcuni punti in comune: innanzitutto sono tutte una risposta alle critiche di “chi si credeva nel giusto” (Lc.18,9), tutte sono percorse dall’invito alla gioia, in tutte si gioca sul contrasto “perdere-trovare”. Ma la terza parabola ha qualche novità nei confronti delle prime due.
Questo capitolo 15 è un vangelo nel vangelo; e la Parabola del Padre misericordioso viene considerata il culmine del messaggio di Luca. Il vero centro della parabola è l’invito del Padre: <Facciamo festa!>.
E’ la parabola del Padre più che del figliol prodigo o del fratello maggiore. Radice del peccato comune dei due figli è la cattiva o distorta opinione sul Padre: l’uno, per liberarsene, instaura la “strategia del piacere” che lo porta ad esprimere la ribellione e la dimenticanza verso il Padre e la degradazione verso se stesso; l’altro, per imbonirselo, instaura la “strategia del dovere” con una religiosità servile che sacrifica la gioia di vivere restando un burocrate della virtù senza un guizzo di vita.
L’intento primario della Parabola, visti anche i versetti introduttivi al Cap.15, è di portare il fratello maggiore ad accettare che Dio è misericordia.
Emergono anche altre due intenzioni: quella di indurre i fratelli, maggiori o minori, a passare dall’attenzione verso l’io all’attenzione verso Dio e quella di indurre i fratelli a convincersi che devono comunque convertirsi sia dalla delusione per le proprie debolezze che dalla presunzione della propria giustizia. Dio ci ama non perchè siamo buoni, ma perchè Lui è Padre.
E c’è un equivoco di fondo: nessuno dei due ha capito suo padre. Il figlio minore, ritornando, gli chiede di essere trattato come “uno dei servi”; il figlio maggiore gli ricorda “io ti servo da tanti anni”.
Un padre ha generato figli che si sentono servi.
La Parabola inizia col fratello minore, termina col fratello maggiore ed ha, al centro, il Padre che adottando la strategia della misericordia invita ad assumere la stessa strategia, come Luca aveva già ricordato nel cap. 6,36: “Siate misericordiosi perché (in greco=cathòs) è misericordioso il Padre vostro”.
La Parabola è movimentata da entrate e uscite di scena: partenza e ritorno del minore, uscita del Padre verso il minore che rientra, rifiuto del maggiore di entrare, uscita del Padre verso il maggiore.
Dal punto di vista psicologico emerge che il minore pare non abbia, inizialmente, dei sentimenti, ma solo dei bisogni; di fatto usa spesso la parola “Padre” prima, durante e dopo la fuga; il maggiore, invece non usa mai la parola “Padre”. Il Padre manifesta invece sentimenti di commozione e di gioia che vuole condividere ed espandere.
La nostra eredità. Al figlio minore spettava, vivente il padre, il possesso, ma non l’uso, di un terzo del patrimonio liquido. Il figlio della parabola rivendica oltre ai soldi anche l’indipendenza, in quanto vede nel padre un antagonista. In questa rivendicazione si vede chiaramente, in filigrana, la vicenda di Adamo: il peccato sta nel voler rubare ciò che è lì a disposizione come dono. L’eredità donataci, poi, da Dio sarà ben superiore alle nostre attese: oltre alle sue cose, dona se stesso. Le cose che i due figli chiedono (soldi e capretti) sono meschine e inferiori a quanto di fatto viene loro dato.  Il minore scappa portandosi via tutto e lasciando in casa l’amore del padre, ritenuto un bene inservibile e non spendibile. Il capitale si consumerà presto e vi sarà carestia di beni essenziali; tutte le sue sostanze verranno meno, anche la sua “sostanza” di figlio e di uomo. Allora incomincia il bisogno. Domenica scorsa abbiamo visto Mosè che si avvicina a Dio “per curiosità”; oggi vediamo un uomo che ritorna a Dio per “bisogno”. Sembrerebbero due sentieri poco ortodossi per camminare verso Dio eppure così sappiamo che l’importante non è starsene seduti, ma incominciare ad avvicinarsi a Lui.
Dal Padre al Padrone al Padre. Nel versetto 15,  il testo greco di Luca usa un termine strano ed interessante. La traduzione italiana dice “si mise a servizio” ; il testo greco usa il termine “ecollethe” che potrebbe essere efficacemente tradotto con “andò ad incollarsi a…”. Chi emigra da Dio, sua vera casa, va ad “incollarsi” ad un estraneo al quale cede la propria libertà. Chi aveva sofferto della vicinanza del Padre, va a servire padroni stranieri. Respinto Dio, che lascia liberi anche quando si sbaglia, si va a servire necessariamente l’idolo. L’uomo non è ateo: è idolatra. E l’idolo lo prende a proprio servizio assimilando l’uomo a sè e mandandolo a servire le proprie porcherie. L’idolo sazia per un momento, ma poi la fame profonda ritorna a far sentire i propri stimoli. Allora l’uomo può avere l’occasione se non di pentirsi, almeno di rinsavire. Prima era fuori di sè; ora “rientra in se stesso e pensa“. Oggi diciamo che stiamo tutti male perchè abbiamo costruito la nostra vita su valori fasulli o falsi valori, sulla disumanità.
Per 5 volte il figlio pronuncia la parola “Padre” con una nostalgia che gli serve per mettersi in moto “scollandosi” dall’idolo.
Il Padre dal figlio minore al figlio maggiore. In rapida successione vengono elencati i verbi della…conversione del Padre: vide, si commosse, scese. Erano i verbi del Dio di Mosè di domenica scorsa. Sono i verbi del Buon Samaritano.
Nel Libro del profeta Giona (cap.3, vers.9) c’è un’espressione sorprendente: Dio, vedendo il pentimento degli abitanti di Ninive, “si convertì“. E’ probabile che l’unico convertito, in questa Quaresima, sarà Dio il quale “tornerà a voltare il suo volto verso di noi, commuovendosi, abbracciandoci e baciandoci “.
“Mi baci con i baci della tua bocca” dice il Cantico dei cantici (1,2): tutti i doni di Dio sono contenuti ed espressi da questo bacio che trasmette il soffio dello Spirito Santo e la saliva della creazione di Adamo o della guarigione del cieco nato. Con questo bacio viene ricreato un uomo e gli vengono aperti gli occhi e riscaldato il cuore.
La vestizione liturgica con abiti nuovi diventerà il segno che è nato un nuovo Adamo: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Galati 3,27).
E tutti i doni confluiscono nella festa del Banchetto eucaristico dove si proclama il motivo del brindisi: “perchè questo mio figlio era morto ed ora rivive, era perduto ed ora è ritrovato”.
In rapida successione vengono anche elencati i verbi del figlio maggiore: udì, si informò, si arrabbiò, non voleva entrare. Come è facile constatare, sono i verbi contrari a quelli del Padre. Il figlio maggiore riconosce il Padre, ma non il fratello: “questo tuo figlio”. E il Padre non accetta la sua furbizia grossolana e gli riconsegna un fratello: “Questo tuo fratello”.
E il Padre introduce un motivo per partecipare all’Eucarestia: “Fallo per me, con-gioisci con me. Dimenticati. E vieni anche tu, perchè finchè manca uno non riuscirò a godere pienamente della festa”.
Dopo 2000 anni non sappiamo ancora se il figlio maggiore andò a sedersi a tavolo nè se si lasciò abbracciare e abbracciò.
La Parabola resta aperta a chi le vuol dare seguito e conclusione.




20-03-2022. Domenica 3 Quaresima
IL LEGNO E I FRUTTI

3° domenica quaresima C

Preghiamo. Padre Santo e misericordioso, che mai abbandoni i tuoi figli e riveli ad essi il tuo Nome, infrangi la durezza della mente e del cuore perchè sappiamo accogliere con semplicità i tuoi insegnamenti e portiamo frutti di vera e continua conversione. Per Gesù Cristo nostro Signore. AMEN
Dal libro dell’Èsodo 3,1-8.13-15
In quei giorni, mentre Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb. L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a osservare questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?». Il Signore vide che si era avvicinato per guardare; Dio gridò a lui dal roveto: «Mosè, Mosè!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Non avvicinarti oltre! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è suolo santo!». E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe». Mosè allora si coprì il volto, perché aveva paura di guardare verso Dio. Il Signore disse: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele».  Mosè disse a Dio: «Ecco, io vado dagli Israeliti e dico loro: “Il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi”. Mi diranno: “Qual è il suo nome?”. E io che cosa risponderò loro?».  Dio disse a Mosè: «Io sono colui che sono!». E aggiunse: «Così dirai agli Israeliti: “Io Sono mi ha mandato a voi”». Dio disse ancora a Mosè: «Dirai agli Israeliti: “Il Signore, Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe mi ha mandato a voi”. Questo è il mio nome per sempre; questo è il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione».
Salmo 102  Il Signore ha pietà del suo popolo.
Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita, ti circonda di bontà e misericordia.
Il Signore compie cose giuste, difende i diritti di tutti gli oppressi.
Ha fatto conoscere a Mosè le sue vie, le sue opere ai figli d’Israele.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Perché quanto il cielo è alto sulla terra, così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 10,1-6.10-12
Non voglio che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo. Ma la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto. Ciò avvenne come esempio per noi, perché non desiderassimo cose cattive, come essi le desiderarono. Non mormorate, come mormorarono alcuni di loro, e caddero vittime dello sterminatore. Tutte queste cose però accaddero a loro come esempio, e sono state scritte per nostro ammonimento, di noi per i quali è arrivata la fine dei tempi. Quindi, chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere.
Dal Vangelo secondo Luca 13,1-9
In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo».  Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

IL LEGNO E I FRUTTI. Don Augusto Fontana
Trascrivo, a consolazione e vergogna, alcune parti del Documento Conciliare “GIOIA E SPERANZA”(GAUDIUM ET SPES): «E’ dovere permanente della Chiesa scrutare i segni dei tempi ed interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in un modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciproco rapporto. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo nonchè le sue attese, le sue aspirazioni e la sua indole spesso drammatica. L’umanità vive oggi un periodo nuovo della sua storia, caratterizzato da profondi e rapidi mutamenti che progressivamente si estendono all’intero universo. Possiamo così parlare di una vera trasformazione sociale e culturale che ha i suoi riflessi anche sulla vita religiosa.E come accade in ogni crisi di crescita, questa trasformazione reca con sè non lievi difficoltà. Così mentre l’uomo estende la sua potenza, non sempre riesce però a porla a suo servizio. Si sforza di penetrare nel più intimo del suo animo, ma spesso appare più incerto di se stesso. Scopre più chiaramente le leggi della vita sociale, ma resta poi esitante sulla direzione da imprimervi. Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenze economiche e tuttavia una gran parte degli uomini è ancora tormentata dalla fame e dalla miseria e intere moltitudini sono ancora analfabete. Mai come oggi gli uomini hanno avuto un senso così acuto della libertà e intanto si affermano nuove forme di di schiavitù sociale e psichica. E mentre il mondo avverte così lucidamente la sua unità e la mutua interdipendenza dei singoli in una necessaria solidarietà, viene poi violentemente spinto in direzioni opposte a causa di forze tra loro contrastanti; infatti permangono ancora gravi contrasti politici, sociali, economici, razziali e ideologici, nè è venuto meno il pericolo di una guerra totale capace di annientare ogni cosa. Aumenta lo scambio di idee, ma le stesse parole con cui si esprimono i più importanti concetti umani, assumono, nelle diverse ideologie, significati assai diversi. Con ogni sforzo si vuol costruire un ordine terreno più perfetto, senza che cammini, di pari passo, il progresso spirituale. Immersi in così contrastanti condizioni, molti nostri contemporanei non sono in grado di  identificare realmente i valori perenni e di armonizzarli con quelli che man mano scoprono. Per questo sentono il peso della inquietudine, tormentati tra la speranza e angoscia, mentre si interrogano sull’attuale andamento del mondo. Il quale sfida l’uomo, anzi lo costringe a darsi una risposta (n.4). Il popolo di Dio, mosso dalla fede, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni a cui prende parte insieme agli altri, quali siano i veri segni della presenza e del disegno di Dio. La fede infatti tutto rischiara di una luce nuova e svela le intenzioni di Dio sulla vocazione integrale dell’uomo e perciò guida verso soluzioni pienamente umane (n.11)».
Al termine potremmo solo aggiungere l’invito che oggi Gesù ci rivolge, dopo aver meditato con i discepoli alcuni fatti tragici accaduti in quei giorni: <Se non vi convertirete,  perirete tutti>.
L’uomo davanti al cespuglio di Dio (Esodo 3,1-15).
Martin Buber nel suo libro I racconti dei chassidim riferisce un aneddoto: «Ad un rabbi si presentò un discepolo e gli chiese: “Prima esistevano uomini che hanno visto Dio faccia a faccia. Perchè oggi non ne esistono più?”. E il rabbi rispose: “Perchè oggi nessuno sa chinarsi così profondamente”».
Dov’è andato Dio? Si può ancora incontrare Dio? Crediamo in <un> Dio oppure in <quel> Dio che la Storia del popolo ebraico e Gesù ci hanno fatto conoscere? Dal momento in cui pronuncio la frase <io credo> faccio una scelta che fa appello a tutta la realtà del mio essere non solo interiore, ma anche economico e sociale. Qualcuno pensa che si possa perdere la fede come si perde un portafoglio, ma può capitare qualcosa di più grave ed è quando la fede non scuote più le mie scelte. Lo scrittore Giorges Bernanos diceva :”La fede non c’è più non solo quando la si perde, ma anche quando essa non dà più forma alla vita, ecco tutto“.
Stava pascolando. Mosè è un latitante fuggiasco a causa di un omicidio compiuto. Non c’è nulla che faccia prevedere il suo ruolo di leader religioso. Vaga nel deserto non per incontrare Dio, ma per trovare pascolo per i suoi animali. Anche gli apostoli stavano aggiustando le reti e pare che il loro mestiere non rendesse facile la frequenza in Sinagoga.
Il Monte Oreb diventa il luogo classico dell’incontro tra Dio e Israele. La storia di Israele è caratterizzata da determinati luoghi in cui Jahwè si è manifestato; non si tratta mai di luoghi in cui Jahwè dimora, ma di località di apparizioni ed incontri. Sembra che Dio preferisca non essere imprigionato in religiose galere, ma voglia essere dove è la gente, incontrandola più sul fango e sulla sabbia che sui lucidi lastricati dei santuari. Poi verrà la istituzionalizzazione delle religioni e Lui si adatterà ai Tabernacoli che sono più un bisogno nostro che Suo.
<Mosè!>….<Eccomi>. Davanti alla situazione di oppressione del popolo, Dio inizialmente sembra dire “Ci penso io!”.  Più avanti sembra ripensarci e dice a Mosè: “Voglio mandarti da Faraone. Avanti! Tocca a te!”.  Dio ha bisogno di noi? La conversione di Mosè ha significato il passare dalla condizione di fuggiasco e di ribelle a quella di servo della liberazione della sua gente. Prima ha vissuto comodamente nel palazzo del faraone, come suo portaborse e lacchè; poi si ritira a farsi i fatti propri lontano dalle sofferenze del popolo. La sua conversione segna il ritorno alla solidarietà col popolo che soffre. E mentre compirà un’opera politica di leader, compirà anche un’evangelizzazione, annunciando per sempre il NOME di JAHWE’. Colui che un giorno è stato toccato dal fuoco di Dio non può far altro che “andare”. Mosè si accosta per curiosità, ma il contatto di Dio lo brucia. Ogni esperienza autentica di Dio non si risolve in godimento estatico. Lo abbiamo visto anche domenica scorsa sul Tabor. Dio si rivela non per soddisfare la nostra curiosità o per fornirci informazioni gratuite, bensì per informarci di ciò che attende da noi. Mosè va per vedere e si ritrova qualcosa da fare; si mette in ginocchio per ritrovarsi in piedi[1].  Si toglie i sandali per adorare, ma poi se li rimetterà per camminare col suo popolo.
Ho osservato, ho udito, conosco, sono sceso per liberare. Sono i verbi di Dio, messi in successione, per sottolineare  l’iniziativa di Dio che parte da un interessamento partecipato e termina con una “incarnazione” (“sono sceso”). Gesù costituirà l’atto terminale di questa successione di verbi di Dio (“si fece carne e pose la sua tenda fra noi”). A questo forte protagonismo di Dio, si intreccia la missione collaboratrice di Mosè che, come tutti i profeti, sente lo scarto tra il compito affidatogli e il limite personale (“Chi sono io?”). A questo dubbio, Dio pone il sigillo del suo nuovo nome (“Io sarò con te”).
Dio davanti al cespuglio dell’uomo (Luca 13,1-9).
Nella prima Lettura ci è stato presentato l’uomo Mosè davanti al “cespuglio” di Dio, stupito e pazientemente in attesa per raccogliere i frutti del fuoco della Rivelazione e della missione. Ora, nel Vangelo, le parti si invertono; é Dio che si pone davanti ai cespugli un po’ secchi degli uomini per cercarne i frutti: « Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò».  I fichi e l’uva avevano, per gli ebrei, un forte significato simbolico evocativo perchè erano i primi frutti che avevano incontrato quando si installarono nella Terra Promessa. Il fico, nell’insegnamento rabbinico, simboleggia, per la sua dolcezza, la Parola di Dio, la Torah. E’ una pianta che si usava piantare nei vigneti e diventava il simbolo della legge di Dio piantata nella vigna-Israele. La vigna, infatti, fu presa dai profeti come il simbolo del popolo piantato dal Signore non come pianta ornamentale da appartamento, ma come albero da frutta. Dio viene incontro all’uomo e cerca il frutto dell’amicizia. Fin dalla prima sera della creazione, Egli ama passeggiare con l’uomo (Genesi 3,8) e lo cerca <Adamo dove sei?> .  Ma Dio pare sfortunato. La sterilità del nostro legno secco sarà vinta dal legno della croce da cui pende il frutto dolce che è Gesù.
Noi restiamo questo fico che succhia e si appropria dei doni della terra, gonfiandosi di foglie senza far frutti; non solo non produciamo frutti, ma impoveriamo e rendiamo improduttiva la terra.  Ora veniamo “lasciati (perdonati)” per <un anno>, che è il periodo della nostra vita, per permetterci di innestarci come tralci sulla vite che è Cristo (Giov.15).
Dio e uomo si cercano nel fogliame quotidiano.
Per rielaborare la meditazione biblica non posso non pescare a piene mani nel cuore e nella parola di Mons. Tonino Bello[2]:
«Qualcuno ha scritto che la meraviglia è la base dell’adorazione.  Anzi, l’empietà più grande non è tanto la bestemmia o il sacrilegio, la profanazione di un tempio o la dissacrazione di un calice, ma la mancanza di stupore. Oggi c’è crisi di estasi. E’ in calo il fattore sorpresa.  Non ci si esalta per nulla.  C’è in giro un insopportabile ristagno di cose già viste, di esperienze già fatte, di sensazioni sottoposte a ripetuti collaudi. Siamo appiattiti dagli standard, omologati dagli schemi, prigionieri della ripetizione modulare.  La fantasia agonizza.  Occorrerebbe riutilizzare il Salmo, nel quale si densifica il rapimento estatico di chi contempla la gloria di Dio: «O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra» (Sal 8, 1). Se avessimo gli occhi dei bambini, dovremmo essere capaci di leggere questa scritta su tutta la curva del cielo, da oriente a occidente.  Incoraggiare l’attitudine allo stupore.  Non disdegnare, come cedimento alla serietà organica del pensiero, il tentativo di indicare nella bellezza la strada privilegiata attraverso cui Dio si rivela. Il mare in tempesta o il firmamento nelle notti d’agosto, il colore dei fiori che spuntano sui crepacci o l’incantesimo delle vette innevate, lo struggimento degli alberi che si torcono nella bufera o lo splendore degli occhi di una donna, non hanno smesso di proclamare su tutta la grandezza della terra il nome di Dio. Senza stupore è difficile l’incontro con Dio.  Senza rapimenti estatici è impossibile parlargli.  Al massimo, con Dio ci potrà essere rapporto mercantile, basato sulle contrattazioni della domanda e dell’offerta: soprattutto nei momenti della paura o dello smacco. Ma non incontro personale, né abbandono di fiducia, e tanto meno, ebbrezza d’amore.
«Non ti dimenticherò mai… Ho scritto il tuo nome sul palmo della mia mano» (Is 49,15-16).  Sapere che, questa frase di Isaia, Dio la ripete a te, a me, a tutti, fin da quando siamo stati concepiti nel grembo materno, non può non alzare la soglia del rapporto personale con lui. Lui che, come dice il profeta Baruc, «chiama le stelle per nome, ed esse gli rispondono “eccomi” brillando di gioia!» (Baruc 3,34-35).  Lui che non deposita negli archivi i nostri volti, ma li sottrae all’usura delle stagioni, illuminandoli con la luce dei suoi occhi.  Lui che non seppellisce i nostri nomi nel parco delle rimembranze, ma li evoca a uno a uno dalla massa indistinta delle nebulose e, pronunciandoli, con la passione struggente dell’innamorato, li incide sulle rocce dei colli eterni.
E ho provato a pensare se  ci possa mai essere qualche angolo del mondo sottratto, per così dire, all’invadenza del Nome di Dio. Ma non mi è riuscito di trovarlo. La gloria del Signore JHWH straripa da tutte le parti. Non ci sono zolle di terra che non si lascino inumidire dalla sua rugiada. Neppure gli spazi dove si imbastardiscono le trame più inique sono impermeabili all’azione di Dio. Lì, nei santuari dove la gente si raccoglie in cerca di pace; ma anche oltre la siepe del giardino comunale disseminato di siringhe. Nelle celle del monastero di clausura impregnate di preghiera, ma anche giù nei sotterranei delle metropoli dove si sfrenano ogni giorno le orge della dissolutezza. La verità è che la terra non è oggetto di spartizione tra l’impero del bene e l’impero del male. A Dio non  appartengono solo le aree del sacro. Egli riempie d’olio tutte le lampade della vita, fa ardere i roghi della storia, accende le fiammelle della cronaca, illumina i crepuscoli delle nostre stagioni spirituali. E Dio non si macera nel timore che l’uomo un giorno o l’altro debba trafugargli i brevetti delle sue invenzioni. Non considera l’uomo come suo rivale, ma come partner che collabora con lui nel cantiere sempre aperto della creazione, Come socio, cioè, di pari dignità, nella sua cooperativa di lavoro».


[1] Da A.Pronzato PAROLA DI DIO anno C, Ed.Gribaudi pag. 76.
[2] T.Bello,  Non c’è fedeltà senza rischio, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2000.




13 marzo 2022. Domenica 2a quaresima
LA CROCE TRASPARENTE

2° Domenica Quaresima C

Preghiamo. Dio grande e fedele, che riveli il tuo volto a chi ti cerca con cuore sincero, rinsalda la nostra fede nel mistero della croce e donaci un cuore docile perchè nell’adesione amorosa alla tua volontà seguiamo, come discepoli, il Cristo tuo Figlio.
Dal libro della Gènesi 15,5-12.17-18
In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo».  Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono. Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io do questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate».
SALMO 26  Il Signore è mia luce e mia salvezza.
Il Signore è mia luce e mia salvezza: di chi avrò timore? Il Signore è difesa della mia vita: di chi avrò paura?
Ascolta, Signore, la mia voce. Io grido: abbi pietà di me, rispondimi!
Il mio cuore ripete il tuo invito:  «Cercate il mio volto!». Il tuo volto, Signore, io cerco.
Non nascondermi il tuo volto, non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.
Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési  3, 20 – 4, 1
Fratelli, la nostra cittadinanza è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose. Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!
+ Dal Vangelo secondo Luca 9,28-36
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

 LA CROCE TRASPARENTE. IO CERCO IL TUO VOLTO SIGNORE. Don Augusto Fontana

La croce trasparente. Il parroco, quella domenica, era nervoso più del solito. Il Consiglio pastorale della sera precedente non era andato molto bene. I parrocchiani avevano inoltrato una petizione, con centinaia di firme, perchè venisse messo finalmente un crocifisso nell’abside della chiesa nuova. Lui non ne voleva sapere; aveva dato tutte le spiegazioni del caso, ricorrendo anche al divieto della Bibbia di farsi immagini di Dio, spiegando che i “poveri cristi” li dobbiamo andare a riverire, crocifissi, sul loro letto di malattia, tuonando contro la tranquilla coscienza del circuito economico nord occidentale che crocifigge migliaia di altri cristi, contestando l’abuso del crocifisso come monile ornamentale o suppellettile di arredo anzichè come scandalo e speranza, predicando che il crocifisso va inchiodato nel cuore e non appeso ad un muro. Come unico risultato ottenne una lettera anonima al vescovo da parte di un parrocchiano che si lamentava che il suo parroco non portava il crocifisso sul bavero della giacca. Quella mattina gli era venuta un’ispirazione. Non si trattava di un’idea qualunque, ma di una vera ispirazione divina maturata leggendo il capitolo 9 di Luca.  Dal pulpito promise solennemente: <Fratelli, mi avete convinto; questa chiesa manca di una croce; vi prometto che domenica prossima avrete quello che chiedete. E così sia>. Durante la settimana, nel piazzale della chiesa ci fu un andirivieni di camion, muratori, e geometri: la gente osservava da dietro le tendine delle finestre.  E venne domenica, la seconda domenica di quaresima. I parrocchiani, assiepati sulla porta, vennero fatti entrare. E la croce? Dov’era la croce promessa? L’abside presentava una vasta ferita a forma di croce, una vetrata enorme da cui entrava, gioioso e fastidioso, il sole dell’alba. Delusione e brontolii nell’aula. Chi si faceva schermo con le mani per non essere accecato, chi scuoteva il capo perplesso, chi girava gli occhi per vedere dove il parroco avesse nascosto il crocifisso. Quella croce non ebbe mai l’onore di un cero, un piccolo misero cero che si riserva a un qualunque santantonio o padrepio. Calò la sera, più misteriosa di altre, perchè il sole aveva cessato di dardeggiare  e, dietro la ferita delle pietre, si intravedevano le luci del vicino ospedale: qualche camice bianco, due vecchietti  nel viale delle chirurgie, due volontari che spingevano frettolosi una barella, un bimbo che si sporgeva dalla finestra, calvo, come bruciato.
Non si capì mai se il crocifisso morto in quella chiesa andasse a risorgere su quell’ospedale o se i crocifissi di quel Golgota/ospedale di dolore andassero a morire nella chiesa passando attraverso quella ferita di cristallo simile ad una resurrezione.

Trasfigurazione, metamorfosi, teofania: sogno, visione o fede?
Occorre innanzitutto intenderci su alcuni termini. Pensiamo al termine “ascensione al cielo”(che ha prodotto l’immagine di una ascesa in verticale sopra un ascensore-nuvoletta che ha sottratto Gesù alle incombenze di una presenza ingombrante) oppure ai termini “miracolo, comandamento, fare memoria” ecc. Anche il termine “trasfigurazione” necessita di una rivisitazione. Se ne hai voglia prova a confrontare le versioni dei 3 evangelisti che ne parlano: Luca 9, Matteo 17, Marco 9. Trascuriamo, per ora, la questione della diversa connotazione temporale degli eventi (otto giorni dopo o sei giorni dopo?) e andiamo a meditare gli elementi dell’evento: Matteo e Marco usano il termine trasfigurazione (in greco: metamorfosis) che Luca non usa. Solo Luca annota che l’evento accade mentre Gesù pregava. Luca e Matteo riferiscono del volto, non accennato da Marco. Unico dato comune a tutti e 3 sono le (la) vesti.  Tutto ciò ha un senso o è pura esercitazione letteraria?
E se fosse tutta questione di sguardo?
Per Luca prevale l’evento della preghiera. La preghiera di Gesù, cioè la sua familiarità con il Padre, costituisce l’evento scatenante di una Rivelazione, di una Epifania, di una Teofania[1].
Gesù, la sua umanità quotidiana e debilitata, è il luogo scelto da Dio per rivelarsi, come anticamente aveva scelto un cespuglio bruciante da cui rivelarsi a Mosè: “Il Signore  gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo ad un roveto che non si consumava” (Esodo 3). Il legno della croce non poteva che appartenere alla discendenza evoluta di quel cespuglio di migliaia di anni prima.
Abbiamo un altro precedente biblico dell’evento della “trasfigurazione”, nella figura di Mosè che sul monte Sinai familiarizza con Dio e scende con il volto trasfigurato a fare da mediatore tra Dio e il popolo (Esodo 33 e 34):  ” Mosè disse al Signore:<Mostrami la tua Gloria>. Il Signore rispose:<Farò passare davanti a te tutto il mio splendore e proclamerò il mio Nome. Ma tu non potrai vedere il mio volto perchè nessun uomo può vedermi e restare vivo. Ecco tu starai sopra la rupe: quando passerà la mia Gloria io ti porrò nella cavità della rupe e ti coprirò con la mano finchè sarò passato. poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere….>.Quando Mosè scese da monte Sinai non si era accorto che la pelle del suo viso era diventata raggiante perchè aveva conversato con Lui. Ma Aronne e tutti gli israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui…Mosè allora si pose un velo sul viso. Quando Mosè andava davanti al Signore a parlare con Lui, si toglieva il velo, fin quando fosse uscito”.
Nell’evento della “trasfigurazione” ci troviamo, dunque, di fronte ad un modo di trasmettere un’esperienza fatta dai discepoli. Sono gli stessi discepoli che avevano raccolto la tradizione orale che riferiva quello che era successo sotto la croce: “ Gesù dando un forte grido spirò. Il velo del tempio si squarciò in due. Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo disse: <Veramente quest’uomo era Figlio di Dio> (Marco 15,38-39). Anche sulla croce, dunque accade una “trasfigurazione”, ma non è il crocifisso che si trasfigura bensì gli occhi del soldato pagano. La croce diventa diafana e trasparente, si lascia attraversare dallo stupore e lascia intravedere la risurrezione in atto: « Questo ucciso, è Dio! ».
Nel volto e nella veste lacerata.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno, tuttavia restarono svegli e videro la sua Gloria” (Luca 9,32). La “Gloria di Dio” si rivela nella veste e nel volto di Gesù, cioè nella sua personalità interiore e palese. La Gloria, nel linguaggio biblico, è il termine che descrive la presenza percepibile e occupante di Dio, sia nello spazio che nella coscienza: la presenza ingombrante di Dio si rivela dunque sul volto e sulla tunica dell’uomo di Nazaret con cui i dicepoli hanno vissuto da ormai qualche anno, forse annoiandosi un pò (“erano oppressi dal sonno” come succederà tra qualche tempo nel bosco del Getsemani). Continua il nostro legittimo imbarazzo di fronte ad un evidente uso di materiale simbolico che potrebbe indurci a relegare il nostro testo tra i miti o le leggende.
Abbiamo precedentemente notato che il simbolo della veste è l’unico elemento comune ai tre evangelisti nella sezione che stiamo meditando. Anche per noi, oggi, certe circostanze vengono sottolineate con il simbolo del vestito: pensiamo alla cura ed alla carica evocativa che diamo alla scelta del vestito con cui rivestiamo per l’ultima volta un nostro caro defunto; oppure pensiamo alla veste nuziale, alla divisa, al look di circostanza, ai paramenti sacerdotali in ogni culto religioso. Ed ora torniamo sotto la croce dove Gesù viene denudato dei suoi abiti umani e spogliato della sua veste regale e sacerdotale, : “I quattro soldati, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti e presero la tunica. Quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo> (Giov.19, 23-24). E’ lo stesso Giovanni che, nel racconto del processo, aveva annotato: “Gli misero addosso un mantello di color rosso…e gli davano schiaffi sulla faccia“. Anche Luca non aveva mancato, durante il racconto del processo, di far rimarcare: “Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste(Lc.23,11). Facciamo un’escursione veloce nell’Apocalisse (1,13-15): “Ora, come mi voltai per vedere chi fosse colui che mi parlava, vidi sette candelabri d’oro e in mezzo ai candelabri c’era uno simile a figlio di uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro.
La Trasfigurazione è l’intuizione dell’altra faccia di Gesù, è la risposta provvisoria al desiderio dei cercatori di Dio, come si esprime il Salmo 27 (26) di oggi: “Il mio cuore ripete il tuo invito:  «Cercate il mio volto!». Signore io cerco. Non nascondermi il tuo volto”.
E’ in ballo dunque la domanda: secondo te dove si incontra Dio?
Oggi pare balenare una rivelazione. Dio si manifesta nell’interiorizzazione e nella debolezza palese.
Nell’interiorizzazione. Quel che è accaduto durante quelle ore di intimità fra i discepoli e Gesù, è che loro si sono messi a guardarlo, ad ascoltarlo, a vederlo come sempre era, fra loro, ma come essi mai se n’erano accorti. L’hanno visto pregare e diventare trasparente al Padre, nella sua relazione filiale  col Padre e ne sono rimasti trasfigurati anch’essi. Fu una Risurrezione anticipata. Oppure, meglio, una rilettura post-pasquale di quell’esperienza passata di ritiro sul Tabor. La trasfigurazione non è uno spettacolo (come non fu documentata la Risurrezione), ma un’esigenza di ciascuno di noi: capire il senso della normalità di Dio nella vita spesa di Gesù e diventare finalmente quel che vogliamo essere e che abitualmente non siamo capaci di essere.
Nella debolezza palese. La trasfigurazione non è un prodigio; è lo svelamento di una realtà permanente alla quale avevamo dedicato, fino a quel momento, sguardi assonnati e increduli. Per manifestarsi, Dio non ha bisogno di lampi e tuoni; gli basta un poveraccio, un decaduto dalla nostra stima e che ha perso la sua veste regale, un umiliato privato della veste sacerdotale della sua dignità, uno sfigurato dagli schiaffi della vita, della malattia, della vecchiaia e dei prepotenti. Anzi, a Dio basta una vita ordinaria, come gli è bastato un Gesù ordinario, denudato di tutte le insegne di riconoscimento per essere più trasparente. La croce è trasparente di divinità, perchè chi vi è sopra è nudo e gli resta solo la debolezza di dover essere amato. Paolo nella sua Lettera ai Filippesi 3, 20-21, che verrà proclamata oggi, dice: < La nostra patria è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per configurarlo al suo corpo glorioso>.

L’esodo: la nube e la tenda.
L’ottavo giorno è un modo di indicare “il giorno di domenica, giorno del Signore” che vedeva riunita la Chiesa per celebrare l’Eucarestia pasquale. Ancora una volta Luca richiama la comunità al dovere del ritorno alla vita quotidiana dopo essere stati rifocillati nella liturgia pasquale: bisogna scendere a valle per riprendere il cammino verso gli appuntamenti conflittuali. Durante questo esodo/cammino ci vengono concessi dei segni della presenza di Dio, ma non possiamo usarli per fermare il cammino o anticiparne la soluzione. Tra questi segni, come durante l’esodo nel deserto, ci sono la nube e la tenda: “Allora la nube coprì la tenda dell’assemblea e la Gloria del Signore riempì quel luogo. Mosè non potè entrare perchè la nube copriva la tenda e la Gloria del Signore la riempiva”. (Esodo 40, 34-35). La Bibbia e l’Eucarestia sono la nostra “Nube parlante”, segni che svelano e, insieme, velano la presenza del Signore. La tenda è la comunità costruita da mani d’uomo e che deve avere i picchetti sempre pronti ad essere tolti quando si tratta di riprendere il cammino della vita quotidiana e della testimonianza fra gli uomini.


[1] Il termine non deve fare paura. Deriva da 2 parole cucite insieme: Theos + fanìa dove THEOS significa DIO e FANIA significa MANIFESTAZIONE. TEOFANIA = MANIFESTAZIONE / RIVELAZIONE DI DIO. Chiunque farebbe fatica a descrivere, ad altri, l’esperienza di aver sentito Dio vicino. Viene spontaneo usare termini “eccessivi”: terremoto, fuoco, nube, luce, voce, emozioni.




6 marzo 2022. Domenica 1a Quaresima
LA STRADA DIFFICILE: RESISTENZA O RESA?

Prima domenica Quaresima

Preghiamo. Signore nostro Dio, ascolta la voce della Chiesa che ti invoca nel deserto del mondo: stendi su di noi la tua mano perchè nutriti con il pane della tua Parola e fortificati dal tuo Spirito, vinciamo con il digiuno e la preghiera, le continue seduzioni del maligno. Per Cristo nostro Signore. Amen.
 Deuteronomio 26, 4-10: il <Credo> di Israele.
[1]Quando sarai entrato nel paese che il Signore-tuo-Dio ti darà in eredità e lo possiederai e là ti sarai stabilito, [2]prenderai le primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nel paese che il Signore-tuo-Dio ti darà, le metterai in una cesta e andrai al luogo che il Signore-tuo-Dio avrà scelto per stabilirvi il suo nome. [3]Ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni e gli dirai: <Io dichiaro oggi al Signore-tuo-Dio che sono entrato nel paese che il Signore ha giurato ai nostri padri di darci>.
[4] Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore-tuo-Dio [5]e tu pronuncerai queste parole davanti al Signore-tuo-Dio:
<Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa.[6]Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù.[7]Allora gridammo al Signore, al Dio-dei-nostri- padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione;[8]il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi, [9]e ci condusse in questo luogo e ci diede questo paese, dove scorre latte e miele.  [10] Perciò (we’attah) ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato>.  Le deporrai davanti al Signore-tuo-Dio e ti prostrerai davanti al Signore-tuo-Dio.
[11]gioirai, con il levita e con il forestiero che sarà in mezzo a te, di tutto il bene che il Signore-tuo-Dio avrà dato a te e alla tua famiglia.
Salmo 91,1-2.10-15. Resta con noi, Signore, nell’ora della prova.
Chi abita al riparo dell’Altissimo passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.
Io dico al Signore: «Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido».
Non ti potrà colpire la sventura, nessun colpo cadrà sulla tua tenda.
Egli per te darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie.
Sulle mani essi ti porteranno, perché il tuo piede non inciampi nella pietra.
Calpesterai leoni e vipere, schiaccerai leoncelli e draghi.
«Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome.
Mi invocherà e io gli darò risposta; nell’angoscia io sarò con lui, lo libererò e lo renderò glorioso».
Paolo ai Romani 10,8-13: il <Credo> della Chiesa.
Che dice dunque la Santa Scrittura? <<Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore>>, cioè la parola della fede che noi predichiamo. Poiché se proclamerai con la tua bocca: << Gesù è il Signore>>, e crederai con il tuo cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo. Con il cuore infatti si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza. Dice infatti la Scrittura: <<Chiunque crede in lui non sarà deluso>>. Poiché non c’è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti, ricco verso tutti quelli che l’invocano. Infatti: <<Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato>>.
Luca 4, 1-13: il <Credo> di Gesù e la sua resistenza.
In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti:  “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.
LA STRADA DIFFICILE: RESISTENZA O RESA? Don Augusto Fontana.
L’uomo moderno conosce l’esperienza del deserto?
La risposta è affermativa. E’ diventato luogo comune della psicanalisi, della sociologia, del cinema e delle riviste, descrivere la società come un deserto nel quale l’uomo è solo e nel quale abbondano l’incomunicabilità, l’alienazione, l’abbandono e la paura. Deserto è la città, la fabbrica, il quartiere dormitorio. Deserta è la campagna e deserte sono le chiese. Però non è lo Spirito che ci ha spinto in questi deserti; sono state le strutture che ci siamo create, i nostri miti, appetiti, la nostra economia. Questo deserto non ci richiama l’immagine paradisiaca che sembra insinuare il vangelo (nella versione di Marco 1,12-13) dove l’uomo/Adamo/Gesù vive in pace con le bestie selvatiche, dove il lupo convive con l’agnello, dove gli angeli servono il cibo. In questo nostro deserto infernale vengono date pietre al posto del pane ed anche il pane è frutto di un gioco spietato ed è oggetto di una continua conquista. Più che un deserto, è una giungla; infatti oggi si parla di giungla retributiva, burocratica, fiscale, finanziaria, edilizia e chi più ne ha più ne metta. Se però a quest’uomo moderno si chiede se egli nel deserto faccia anche l’esperienza di essere tentato da Satana, egli risponderà quasi certamente di no. L’idea del diavolo è estranea all’uomo moderno che oltre ad aver lasciato Dio fuori dalla città, ci ha lasciato anche Satana.  Ma le cose non stanno così. Certo, se il diavolo è un signore con le corna, l’uomo colto ed emancipato ha ragione di non crederci. Ma se si interroga la tradizione biblica per sapere chi è veramente Satana, le cose sono diverse. Infatti per la Bibbia il diavolo non è il contrario di Dio, ma la caricatura di Dio. Satana è tutto ciò che si attribuisce i connotati di Dio senza essere Dio, i poteri di Dio senza essere Dio, l’assolutezza di Dio senza essere Dio. Egli è l’usurpatore. E’ l’idolo che prende il posto di Dio facendosi credere Dio. E non viene mai a mani vuote: ha sempre qualcosa da promettere. Paolo nella 2 Lettera ai Corinti (11,14) dice che “si camuffa da angelo della luce” e quindi diventa un surrogato di Dio. Ebbene, il deserto di questa città industriale che rifiuta Satana unitamente a Dio, è in realtà piena di aspiranti al ruolo di Dio. Sono una legione. Ognuno vuole porsi come criterio assoluto: il potere, la legge, l’ordine, il denaro, la proprietà, il mercato, il sessismo, il consumo, la libertà, la scienza, il partito, lo Stato, l’ideologia, la Chiesa. Ogni cosa, anche buona, nella misura in cui pretende di trascendere l’uomo e di sedersi al di sopra di lui, diventa un idolo, un dio mondano. Naturalmente ognuna di queste cose, divinizzandosi, diviene deforme e corrotta. Può essere combattuta, ma non brandendo un altro idolo. L’assenza di Dio impedisce di liberarci dalle copie di Dio. Al contrario il vero Dio, il Padre di Gesù Cristo, è il solo criterio possibile per smascherare le caricature di Dio. Cristo ha fatto resistenza a Satana dopo essere stato battezzato dal Padre. Gesù ci ha messo in grado di smascherare i demoni camuffati e di sottrarci al potere degli idoli. E’ solo a partire da questo momento che nella nostra conversione comincia il regno di Dio e il Vangelo è creduto.
Il <credo> storico di Israele.
Il credente Israelita non trova Dio al termine di una elucubrazione filosofica, ma nella trama di una storia che Dio fa insieme al suo popolo. Il catechismo ebraico, più che contenere una serie di formule astratte, è un racconto delle azioni di Dio. L’ebreo non si domanda <Chi è Dio?> ma: <Che cosa è stato Dio per noi?>. La fede di Israele nasce dall’esperienza di un Dio che si presenta non come <Colui che è>, ma come <Colui che c’è>, ossia è qui, agisce, interviene.
Nel frammento del <Credo> storico che leggiamo oggi, si mettono in evidenza tre azioni di Jahwè:

  • La scelta (vocazione), a cominciare dai Patriarchi. Una scelta gratuita che cade su una realtà debole: “Mio Padre era un arameo errante” (o con altra traduzione “…era un arameo ormai vicino alla fine” cioè indebolito dalla carestia che lo spinge ad andare in un paese straniero dove vive senza diritti civili nè cittadinanza). Notare anche l’insistenza del Nome “Signore-tuo-Dio” che diventa come un nome proprio e che definisce il rapporto personale ed esperienziale di ogni israelita con Dio: “Ascolta Israele! Oggi sei diventato il popolo del Signore-tuo-Dio“(Deut. 27,9)
  • la liberazione: “Il Signore ci fece uscire…“.
  • il dono della terra: “Ci diede questo paese…“.

Il dono delle primizie.
La confessione della fede storica si trasforma in liturgia. Nel testo ebraico, al versetto 10, il termine we’attah si deve tradurre con “perciò” e non (come traduce in modo scialbo la CEI) con “ora“: la fede celebrata nella liturgia nasce dalla fede sperimentata nella storia. La liturgia dei gesti e dei segni diventa espressione di una vita riconoscente e non una poesia da recitare.
Anche il Salmo 91 celebra il <Credo di Israele>, e quindi il nostro <Credo>. Chissà quante volte Gesù lo ha proclamato e pregato! Il Salmo è stato scelto dalla liturgia odierna per l’esplicita citazione, nel testo evangelico, dei versetti “ai suoi angeli darà ordine, perchè essi ti custodiscano” e  “essi ti sosterranno con le mani perchè il tuo piede non inciampi in una pietra“. La preghiera e la meditazione del Salmo in versione integrale potrà costituire opportuno nutrimento per questa prima settimana di Quaresima. Il Salmo è usato dalla liturgia della sinagoga ebraica come preghiera della sera e del Sabato. Anche la tradizione cristiana lo usa come Salmo per la chiusura della giornata. S.Bernardo (1090-1153) in un Sermone diceva che questo Salmo era adatto “ad incoraggiare i timidi, ad ammonire i negligenti e istruire chiunque si trovi ancora distante dal traguardo della perfezione“.
C’è un arrivo al Tempio (per pellegrinaggio o per diritto d’asilo politico), un pernottamento nella veglia di preghiera, una partenza per il ritorno alla durezza della vita quotidiana (sera, notte, pieno giorno). Attraverso simbologie e immagini efficaci, benchè un po’ estranee al linguaggio contemporaneo, vengono elencati i pericoli e le prove a cui il fedele è stato e sarà sottoposto: trappole tese, malattie, ostilità aperte (frecce), empi idolatri, pietre di inciampo, disgrazie, colpi mancini, veleni di ogni genere, poteri forti (drago e leoni). Su questo shock esistenziale si stende il balsamo della benedizione sacerdotale che utilizza simboli e immagini di Dio adatti a creare fiducia: il riparo, l’ombra, le ali protettive, lo scudo, il rifugio.
Il <Credo> di Gesù.
Oggi ci viene chiesto di lasciarci <tentare> (saggiare, mettere alla prova, smascherare) sulla nostra speranza di fondo. Su chi contiamo davvero? A chi stiamo dando piena fiducia? Chi ha la nostra fede e fedeltà? La grande riforma socio-religiosa di Giosia, da cui nasce il testo della prima lettura, ci ha rivelato che la fiducia veniva posta in Dio solo sulla base della fedeltà dei suoi interventi. Ora vedremo Gesù che pronuncia il suo <credo storico>. Noi, come singoli e come comunità, possiamo richiamare alla memoria avvenimenti nei quali Dio è intervenuto per noi e sui quali fondiamo la certezza  di poter contare su di Lui con fiducia totale? Su chi  ci basiamo quando si tratta di decidere qualcosa da cui la nostra vita resta seriamente determinata? Gesù rifiuta di mettere alla prova Dio (ma quale Dio sarebbe, se fosse costretto a giustificarsi davanti a noi? Non saremmo noi a pretendere di essere dio di Dio?). Non bisogna, d’altra parte stupirci per le fratture e le fatiche che questa fedeltà a Dio provocherà.  Luca è attento a saldare il Battesimo di Gesù con l’evento delle tentazioni.  C’è una strategia che non lascia dubbi non solo per capire la vita di Gesù, ma anche quella della Chiesa: “Ecco Satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano“(Luca 22,31).
La tentazione nella vita di Gesù.
La presenza della tentazione lungo tutta la vita di Gesù è storicamente credibile. I racconti corrispondono ad alcuni dati sicuri del Vangelo:

  • Gesù pone un rifiuto ad ogni richiesta di un “segno” che sia solo un prodigio per la propria utilità o senza valore spirituale;
  • Gesù entra in conflitto di coscienza sulla interpretazione della modalità fallimentare del proprio ruolo messianico;
  • Gesù vuole purificare le speranze messianiche dei discepoli.
  • C’è una relazione tra Battesimo e tentazione; la vita di fede non è al riparo dalle tentazioni, come dice Siracide 2,1:” Figlio se ti presenti per servire il Signore, prepàrati alla tentazione“.
  • C’è uno scontro tra due diversi modi di leggere le Sante Scritture.
  • Le tentazioni di Gesù sono il paradigma delle tentazioni della Chiesa. Luca chiude il racconto dicendo che “Satana si allontanò da lui per tornare al tempo opportuno” che è il tempo della Passione e il tempo della Chiesa; la confessione di fede fatta da Pietro a Cesarea  ne è un esempio: Pietro, dopo aver fatto un’ortodossa dichiarazione di fede (Tu sei il Cristo) non vuol sentir parlare di andare a Gerusalemme (ciò non accadrà mai) e Gesù scaccia il Satana/Pietro (Vai dietro a me, Satana, perchè non ragioni secondo Dio, ma secondo gli uomini).

Raccogliamo le Parole del giudizio:
Deserto: C’è deserto e deserto; c’è quello costruito dalla nostra mortifera e distruttiva resa e c’è quello preparatoci dallo Spirito come luogo di Rivelazione e di esodo, di parto e di resistenza. Devo decidere in quale deserto  accettare la tentazione.
Satana: è una legione di caricature di Dio, di piccoli assoluti pieni di promesse e di pretese. Nel primo deserto, il satana vive subdolamente come parassita nelle pieghe delle stanche abitudini familiari o aderendo, come un polipo, all’anatomia della nostra struttura professionale, politica e religiosa; nel secondo deserto il satana viene stanato, smascherato e diventa aggressivo, pulsante, “altro” da me. Devo decidere con quale Satana convivere.
Dio:Colui che è” o “Colui che c’è“? E’ una ipotesi o un’esperienza mia che posso raccontare? Devo decidere quale <Credo> vivere e a quale Dio offrire le mie primizie.
Io: nel primo deserto vivo pitturato sull’asfalto delle cose come le strisce pedonali, incollato agli eventi come un nastro adesivo, omologato alle pressioni conformiste; nel secondo deserto vivo in piedi anche se ammaccato, do’ battaglia, amo, penso, obietto, opto, progetto, creo, condivido, abbraccio, piango, desidero, canto e quando mi inginocchio è solo per pregare.

Devo decidere se sopravvivere o vivere.




27 febbraio 2022. Domenica 8a tempo ordinario
TRA IL DIRE E IL FARE

  8° domenica tempo ord. C
Preghiamo. La parola che risuona nella tua Chiesa, o Padre, come fonte di saggezza e norma di vita, ci aiuti a comprendere e ad amare i nostri fratelli, perché non diventiamo giudici presuntuosi e cattivi, ma operatori instancabili di bontà e di pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo ..
Dal libro del Siracide 27,4-7
Quando si scuote un setaccio restano i rifiuti; così quando un uomo discute, ne appaiono i difetti. I vasi del ceramista li mette a prova la fornace, così il modo di ragionare è il banco di prova per un uomo. Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela i pensieri del cuore. Non lodare nessuno prima che abbia parlato, poiché questa è la prova degli uomini.
Salmo 91 (92). E’ bello rendere grazie al Signore.
E’ bello rendere grazie al Signore e cantare al tuo nome, o Altissimo,
annunciare al mattino il tuo amore, la tua fedeltà lungo la notte. R.
Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio. R.
Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno verdi e rigogliosi,
per annunciare quanto è retto il Signore, mia roccia: in lui non c’è malvagità. R.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 15,54-58
Fratelli, quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: “La morte è stata inghiottita nella vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?”. Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.
Dal Vangelo secondo Luca 6,39-45
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».

TRA IL DIRE E IL FARE .Don Augusto Fontana
L’invasione dell’Ucraina ci conferma che questo infimo pianeta dell’universo e la sua storia è in mano a poteri economici e politici malati. Oggi tocca a te, domani tocca a me. Di fatto sempre tocca tutti. C’è chi dice: «Non ci resta che pregare». Forse non ci resta che piangere e morire insieme a quel Dio che è meno potente di Hitler e di Putin, di Erdogan e di Xi Jinping, delle sanguinarie milizie tribali libiche, delle fazioni di al-Qaida e Huthi  che insanguinano lo Yemen. E potremmo continuare in questa crocifissione in cui Dio è denudato e  appeso.  « La guerra – scrive oggi il Direttore di Avvenire – non è solo un serio colpo al portafoglio e nemmeno l’ultimo stadio del cozzo tra opposti, scomposti e gelidi calcoli geopolitici. La guerra è un uncino nel cuore di persone e comunità e nazioni. È un’infezione che fa strage di giovani (il domani e la speranza), così come la pandemia ha fatto strage di vecchi (la memoria e la saggezza). È una fabbrica di dolore e di profughi. È una logica letale. È l’incubo che torna, dopo tragiche prove generali, a massacrare l’umanità anche nel pezzo di mondo, il nostro, in cui ci eravamo detti “mai più”». Guide cieche che guidano altri ciechi.

Guide cieche, falsi maestri, ipocriti[1].
Luca continua a riferire le istruzioni di Gesù per relazioni umane radicalmente nuove fra uomini che hanno la coscienza di essere stati graziati da Dio. Il Comandamento  “Diventate misericordiosi perchè è misericordioso il Padre vostro” è il nuovo codice del discepolo. Contro possibili e facili deviazioni, Luca 6,39-45 conferma il Comandamento con una serie di similitudini. Chi insegna cose diverse da quel comandamento, chi ritiene che ci sia un’altra strada, è una guida cieca (v.39) e un falso maestro (v.40); chi insegna la giusta strada senza percorrerla o chi critica il male altrui senza vedere il proprio, è un ipocrita (v.41-42).
E ciò è detto non solo per singoli discepoli, ma anche per intere comunità ecclesiali che non illuminano più l’ambiente a cui sono inviate (quartiere, città, aggregati sociali),  perchè invece di salvarlo, lo giudicano. Chiesa pettegola!
CiecoNel testo di Luca  si respira aria di polemica che coinvolge non solo i farisei tradizionali, ma anche i discepoli di Gesù che si comportano come loro. Il discepolo (prete, catechista, vescovo, pettegole devote…) ci vedrà bene e potrà essere di aiuto agli altri solo se si lascia guidare dalla Parola di Gesù, come dice il salmo 119,105: “Luce ai miei passi è la tua Legge, Signore”.  Come la luce fu il principio della creazione, così ora il Comandamento della misericordia è il principio della ri-creazione tanto da riportare al bene addiritura ciò che è male. Caratteristica del cieco è di non potersi muovere pur avendo l’apparato locomotorio in ordine. Tutto gli si rivolta contro e gli fa male perchè ci va a sbattere contro. Così chi non ha misericordia ignora il senso della realtà e non sa orientarsi. La cecità fondamentale è di ritenersi “giusti”, di non ritenersi dei disgraziati graziati: «Se foste ciechi non avreste alcun peccato, ma siccome dite “Ci vediamo!”, il vostro peccato rimane» (Giov.9,41)
Falsi maestri. Gesù, il Maestro, ci ha insegnato cosa fare. Invece di seguire la sua parola e il suo esempio, per leggerezza, stupidità o presunzione, siamo tentati di seguire altre vie che riteniamo più efficaci per l’evangelizzazione. Come la luna non può produrre luce propria, così il discepolo non può pretendere di dare luce propria. Per la comunità di Luca questa presunta maggior luce consisteva, forse, in pretese rivelazioni personali o in conoscenze esoteriche che potevano offrirsi come alternative alla “insipienza” dell’esempio e delle parole di Gesù. Anche oggi siamo diventati specialisti nell’inventare vie di salvezza spirituali, psicologiche, economiche, politiche o sociali: tutto può servire purchè porti il sigillo del grande Comandamento della misericordia. Il discepolo illuminato è colui che sa ciò che l’unico Maestro ha detto e fatto, e cerca di fare altrettanto: «Io, il Maestro, ho lavato i piedi a voi, perchè anche voi facciate questo ai vostri fratelli»(Giov.13,17).
Ipocrita. Ipocrisia non significa solo “finzione”, ma anche “protagonismo”. Il termine “ipocrita” deriva dal teatro greco: l’ upocrités era il protagonista mascherato che dialogava con il coro. Era mascherato perchè ciò che l’attore diceva, doveva avere valore universale; tuttavia restava il personaggio principale della tragedia rappresentata. C’è dunque un doppio senso nella parola “ipocrita”  che sta ad indicare:
– protagonismo di chi si mette al centro sul  palcoscenico degli avvenimenti
– finzione di chi si nasconde dietro una maschera.
Luca rappresenta, in altra pagina del suo Vangelo (cap.18,9-14), la figura dell’ipocrita nella Parabola del fariseo che ringrazia Dio di non essere come il peccatore che sta in fondo al tempio. Una presunta giustizia senza grazia.
Le parole e i frutti. Di solito quando si parla di “frutti buoni” si pensa alle “opere buone”; invece nel testo di Luca (come in quello parallelo di Matteo) sorprendentemente ci si riferisce alle parole e agli insegnamenti. Più precisamente vengono messe in relazione le parole con il cuore: “ciascuno esprime con la bocca ciò che gli tracima dal cuore”.
La funzione e l’importanza della parola sembrano essere al centro della riflessione liturgica. E’ un esame molto attuale, anche perchè essa è diventata sempre più slegata dalla testimonianza personale.
Siracide 27,4-7. Non lodare un uomo prima che abbia parlato.
Ben Sira, detto il Siracide, era un maestro di sapienza religiosa popolare, molto attivo nelle scuole di Gerusalemme. Formava i giovani alla vita spaziando dal corretto galateo a tavola fino ai problemi più impegnativi della vita. Scrive la sua opera verso il 185 a.C.  Il suo carisma era quello di saper conciliare  la dottrina tradizionale ebraica con la nuova cultura greca che stava invadendo la Palestina e trovava risonanza soprattutto fra i giovani.
Il “colloquio dialogico”(dia-loghismòs).
Il tema del testo odierno viene espresso dal versetto 5 dove parla di “conversazione” (dialogismù); il giudizio su un uomo può essere dato solo attraverso un “colloquio dialogico” (gr. dialoghismòs). Nel 1° versetto si specifica come deve essere fatto questo colloquio: occorre “scuotere” l’uomo attraverso un dialogo critico ed incalzante che lo obblighi a rivelare la paglia e il grano. Nei versetti successivi si fa riferimento al “carattere” della persona, cioè ai sentimenti interiori e al suo concreto programma di vita. Il giudizio su una persona può derivare solo da un colloquio personale che ha bisogno di tempo. Non bisogna precipitare. Per il Siracide, il dialogo è una delle colonne portanti dell’esistenza umana. Il discorso da uomo a uomo serve per consigliare, per esortare, per mettere in guardia, per discernere il bene dal male. Questo avviene soprattutto nel colloquio maestro/discepolo e amico/amico.
Possiamo, a questo punto, tentare un aggancio tra il testo di Siracide e il testo di Luca:
1- Vangelo: I falsi maestri, ciechi e ipocriti, sono coloro che accusano gli altri di avere un bruscolo nell’occhio senza prima togliere la trave nel proprio. Davanti a Dio tutti siamo discepoli. Il “principio della misericordia” obbliga alla reciprocità perchè, come dice Gesù, “voi siete tutti cattivi”. Se parti per l’avventura di voler cambiare qualcuno, incomincia a cambiare te stesso. Solo dopo potrai iniziare con la correzione fraterna.
Siracide: il vero maestro saggio è colui che sa instaurare un colloquio dialogico con il proprio simile permettendogli di scoprire se stesso nel momento  in cui si relaziona nella conversazione.
2- Vangelo: ciò che diciamo ha le sue radice nella coscienza, nel cuore, nei sentimenti interiori. Un cuore convertito al “principio della misericordia” non potrà che generare parole di misericordia e non di giudizio o di condanna. “Bisogna che l’uomo si renda conto che le situazioni conflittuali che l’oppongono agli altri sono solo conseguenze di situazioni conflittuali presenti nella sua coscienza e che quindi deve sforzarsi di superare il proprio conflitto interiore per potersi rivolgere ai suoi simili da uomo trasformato, pacificato”[2]
Siracide: le parole sono il frutto corrispondente di una coscienza (un cuore) ben coltivata.

Salmo 92: Il giusto è come palma e cedro: porterà sempre frutti.
Il Salmo fu, ed è, recitato dagli ebrei al venerdì sera come salmo di accoglienza del Sabato.  Il vero motivo orante del salmo è il Sabato e tutta la sua spiritualità di servizio a Dio nel culto e di liberazione dal lavoro. L’utilizzo nella liturgia odierna parrebbe poco giustificato, se non per quei pochi versetti che si collegano con le letture odierne attraverso il tema dell’uomo giusto che è simile a piante dai frutti abbondanti.

Lo stemma del giusto: una palma e un cedro sullo sfondo di un deserto.
A fronte della ripetizione per 7 volte del nome di Jahwè, il Salmo, nella versione integrale, mette in campo gli empi che vengono definiti con 7 nomi che descrivono l’ottusità della stoltezza:

  • animale stupido cioè  incapace di decifrare e celebrare il progetto di giustizia di Dio;
  • stolto che  significa anche “ateo” perchè è sicuro che Dio non rovinerà la sua vita guadente e ingiusta;
  • empio cioè colui che fa opposizione ai giusti;
  • operatori di iniquità cioè idolatri e ingiusti con gli altri;
  • nemici di Dio;
  • quelli che spiano per colpire il giusto;
  • perversi.

Tutti questi sono simili all’erba che ha vita breve perchè secca senza portare frutto.

Poi c’è il quadretto che descrive gli uomini giusti paragonandoli a cedri e palme piantati negli atri del tempio. Il recinto del tempio (o il Sabato) è paragonato al Paradiso terrestre che ha in sè una fertilità irraggiungibile da altri terreni. Le radici dei giusti affondano nell’humus di Dio e la linfa di Dio alimenta tutto il tronco. Gesù dirà in Giov. 15: “Io sono la vite e voi i tralci. Come un tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi, se non rimanete in me. Chi rimane in me ed io in lui,fa molto frutto perchè senza di me non potete far nulla”.
 A riguardo della tipologia degli alberi scelti come stemma del giusto, c’è una simpatica interpretazione della tradizione ebraica, contenuta nel “Racconti dei Chassidim”: “Ci sono due specie di giusti. Gli uni si occupano degli uomini, li ammoniscono e li ammestrano; gli altri coltivano gli insegnamenti solo per sè. I primi portano frutti nutrienti come le palme da dattero, i secondi sono come i cedri, elevati e infecondi”. A noi spetta decidere se essere giusti fecondi o giusti infecondi.

Siamo veramente aperti alle categorie dell’altro? Siamo critici sulla nostra fede oltre che su quella degli altri? Individuo quella situazione di lavoro,  famiglia o  gruppo in cui cerco solo la paglia nell’occhio altrui o non instauro un “colloquio dialogante”?


[1] Il messaggio della Prima Lettura tratta dal Libro del Siracide ( “Il frutto dimostra come è coltivato l’albero, così la parola rivela il sentimento dell’uomo“) ha un qualche collegamento con la parte finale del testo evangelico (“Ogni albero si riconosce dal suo frutto… la bocca esprime ciò che dal cuore sovrabbonda “), agganciandolo con alcune “parole-chiave” : frutti/albero, parola/cuore.
[2] Martin Buber IL CAMMINO DELL’UOMO, Ed. Qiqajon, Bose Pag.44




20 febbraio 2022. Domenica 7a tempo ordinario
Caino ami Caino

7 ° Domenica tempo ord. C – 20 febbraio 2022

Preghiamo. Padre misericordioso, che nel tuo unico Figlio ci riveli l’amore gratuito e universale, donaci un cuore nuovo, perché diventiamo capaci di amare anche i nostri nemici e di benedire chi ci ha fatto del male. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal primo libro di Samuele 26,2.7-9.12-13.22-23
In quei giorni, Saul si mosse e scese nel deserto di Zif conducendo con sé tremila uomini scelti di Israele, per ricercare Davide nel deserto di Zif. Davide e Abisai scesero tra quella gente di notte ed ecco Saul giaceva nel sonno tra i carriaggi e la sua lancia era infissa a terra a capo del suo giaciglio mentre Abner con la truppa dormiva all’intorno. Abisai disse a Davide: “Oggi Dio ti ha messo nelle mani il tuo nemico. Lascia dunque che io l’inchiodi a terra con la lancia in un sol colpo e non aggiungerò il secondo”. Ma Davide disse ad Abisai: “Non ucciderlo! Chi mai ha messo la mano sul consacrato del Signore ed è rimasto impunito?”. Davide portò via la lancia e la brocca dell’acqua che era dalla parte del capo di Saul e tutti e due se ne andarono; nessuno vide, nessuno se ne accorse, nessuno si svegliò: tutti dormivano, perché era venuto su di loro un torpore mandato dal Signore. Davide passò dall’altro lato e si fermò lontano sulla cima del monte; vi era grande spazio tra di loro. E Davide gridò: “Ecco la lancia del re, passi qui uno degli uomini e la prenda! Il Signore renderà a ciascuno secondo la sua giustizia e la sua fedeltà, dal momento che oggi il Signore ti aveva messo nelle mie mani e non ho voluto stendere la mano sul consacrato del Signore”.
Salmo 102   Il Signore è buono e grande nell’amore
Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe guarisce tutte le tue malattie;
salva dalla fossa la tua vita, ti corona di grazia e di misericordia.
Buono e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Non ci tratta secondo i nostri peccati, non ci ripaga secondo le nostre colpe.
Come dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre colpe.
Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono.
Dal Vangelo secondo Luca 6,27-38
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “A voi che ascoltate, io dico: Amate (agapàte) i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi maltrattano. A chi ti percuote sulla guancia, porgi anche l’altra; a chi ti leva il mantello, non rifiutare la tunica. Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo. Ciò che volete gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro. Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e il vostro premio sarà grande e sarete figli dell’Altissimo; perché egli è benevolo verso gl’ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, perchè è misericordioso il Padre vostro. Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”.

CAINO AMI CAINO. don Augusto Fontana

“Perdonare l’imperdonabile” è il gesto più radicale dell’a­more”[1].  «Quando furono arrivati sul posto detto “luogo del cranio” prima crocifissero Gesù e poi i due malfattori. Gesù diceva: “Padre perdona loro perchè non sanno quello che fanno”….Uno dei malfattori disse: “Gesù ricordati di me quando sarai nel tuo regno”. Gesù gli rispose: ” Ti assicuro che oggi sarai con me in paradiso”» (Luca 23).
Esiste ancora Abele, l’innocente? Siamo inseriti in un sistema di relazioni sociali ed in una storia di peccato; non basta la nostra buona intenzione soggettiva per farci perdere la complicità con la violenza. Anche chi si ritira nell’eremo rischia di contribuire alla violenza collettiva se si sottrae allo sforzo comune di coloro che vogliono una società non violenta. «Tutte le creature sono connesse tra loro» scrive l’ Enciclica Laudato si’ al n°42.

«Ma Gesù, quante guance aveva?»: mi chiese l’amica L. abbandonata dal marito e non certo disposta a riprenderlo in casa dopo la seconda scappatella extraconiugale. Mi aveva raccontato la sua vicenda e aveva terminato così: «L’ho perdonato, ma non lo voglio più vedere. Buona sì, ma stupida no; io le due guance le ho già esaurite!».  Fu così che mi ricordai del crocifisso appeso nella cappella della mia ex parrocchia in Parma. L’artista Antonio Manzoni ha modellato l’anatomia di un corpo svuotato; e la faccia appare come un grumo informe. Gesù, avendo esaurito la seconda guancia, aveva deciso di metterci tutta la faccia e si era beccato il diploma da stolto perchè “Non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe” (Salmo 102 di oggi). Innanzitutto mi rendo conto di quanto mi sia comodo disquisire e pontificare sulla pace in un ambiente non coinvolto direttamente da conflitti sanguinosi o da scontri per strappare un sacco di farina alla famiglia dei vicini per sopravvivere. Eppure la cultura dell’urlo è spettacolo quotidiano, la conflittualità intra familiare disfa il 70% dei nuclei, lo sfruttamento lavorativo e sessuale sui minori e sulle donne è pane quotidiano unitamente al companatico della nostra diseducativa flemma o contro-testimonianza. La pedofilia clericale ha tracimato per anni accompagnata da complicità perdoniste e silenzi tombali senza giustizia per le vittime. E negli ambienti di lavoro: invidie, gelosie, sgambetti e meritocrazie avvelenano e appestano quello che fu il terreno delle solidarietà di classe, un po’ ideologiche, ma niente male. Senza parlare delle virate della nostra religiosità pur di non entrare in rotta di collisione con un Dio che molti di noi immaginavano più morbidone, rimproverandogli l’errore di gioventù di aver detto: “Non sono venuto a portare la pace, ma la spada e a separare….”(Lc 12,51-53).
Eppure esistono figli e figlie di Dio beatificati dal silenzioso rammendo dei rapporti interpersonali; figli e figlie di Dio seminati sui territori in conflitto come mine pro-uomo a deflagrarsi per convivenze insperate e simulare mondi che verranno, oh sì, che verranno! E quando uno di loro viene ucciso, solo allora ne affiorano, come anemoni, a centinaia, grazie a Dio, grazie davvero!. Esistono benedetti figli e figlie di Dio resistenti in umili cooperative di lavoro tra favelas e foreste, pressati dalle mafie di mercato, finanza e politica e non certo benedetti da Nunzi Apostolici eleganti e pii. Esistono costruttori di pace fantasiosi, creativi, intraprendenti, furbi, beati ma non beoti.
Per amore o per vergogna, dobbiamo rivisitare la pace, tornare a bussare alla sua porta. Alla porta del suo Dio.

Figli che imitano il Padre: “Risparmiate Caino!”.
Scrive Genesi 4,13-15: « Caino disse al Signore: “Il mio castigo è troppo grande; come potrò sopportarlo? Oggi tu mi scacci dalla terra fertile e io dovrò nascondermi lontano da te! Sarò vagabondo e fuggiasco, e chiunque mi troverà potrà uccidermi”. Ma il Signore gli rispose: “No, chi ucciderà Caino sarà punito sette volte più severamente”. E il Signore mise un segno su Caino: se qualcuno l’incontrava non doveva ucciderlo».
La prima lettura di oggi (1 libro di Samuele 26) estrae un frammento di non-violenza attiva. Gelosie e diffidenze avevano separato le strade tra Saul e Davide che si danno la caccia tra due accampamenti vicinissimi. Durante una spedizione notturna, Davide trova i tremila uomini di Saul assopiti da un “torpore mandato da Dio“. Abisai, il tentatore, lo spinge ad approfittare dell’occasione per uccidere Saul che dorme. Davide riflette: “Dio mi ha messo nelle mani il nemico e io lo restituisco a Lui, alla sua giustizia e fedeltà”. Decide di non ucciderlo e compie un gesto dimostrativo di non-violenza rubando una brocca e la lancia di Saul. Tra i due – dice il testo – “c’è un grande spazio“, non solo geografico, ma anche morale. Da valle a valle i due si gridano i propri messaggi. Davide conferma la propria innocenza e Saul dichiara di pentirsi. Si rompe così la spirale della faida “del taglione” (occhio per occhio, dente per dente). Davide corre così il rischio di andare a cercare la pace. Ma non per sempre. Poco dopo farà uccidere Uria per impossessarsi della moglie. Lo spirito di pace è instabile.
Il processo di apprendimento avviene per imitazione: «Siate misericordiosi perchè è misericordioso il Padre vostro» (Luca 6, 27-38). Dopo aver ascoltato le «Beatitudini/Guai», viene da chiederci: “Che cosa pretende ancora da noi?”. Forse al massimo arriviamo a non fare del male agli altri, ad accettare di “fare agli altri quello che aspettiamo che gli altri facciano a noi”. Nei testi biblici di oggi si supera il limite del tollerabile: Dio è colui che ci mette il nemico nelle nostre mani perchè lo risparmiamo. E’ una vera tentazione di Dio, se così si può dire; tanto che molti di noi gli hanno chiesto: “Padre non abbandonarci alla prova/tentazione!”.
Il nemico.
Matteo scrive prevalentemente per una comunità impregnata di religiosità giudaica; per la quale i “nemici” si identificano nei pubblicani e nei non-circoncisi. Luca, invece, estende la qualifica di nemico a chiunque faccia del male ad un altro, colpendolo nella persona o nei beni (reputazione, corpo, vestito, ricchezze). La pagina dell’evangelo di oggi sembra un collage di frammenti esortativi giustapposti. Invece la sua unità è costruita attorno al tema dell’amore. Ma quale tipo di amore? Con quali verbi si coniuga l’amore evangelico? Chi sono i soggetti da amare? Quale rapporto tra amore e giustizia?
Presento una scomposizione del testo per far emergere il contenuto paradossale dell’invito “Siate misericordiosi perché (gr. kathòs) è misericordioso il Padre vostro“.

Quale amore?
Amate, cioè: fate del bene – benedite – pregate per… – porgete l’altra guancia – date anche la giacca a chi vi ha rubato il cappotto – date a chi chiede – non richiedete ciò che vi è stato rubato – fate del bene a chi non se lo merita – prestate a chi non vi restituirà – siate misericordiosi – non giudicate – perdonate.
A chi?
I nemici, cioè: chi vi odia – chi vi maledice – chi vi maltratta – chi ti percuote – chi ti deruba – chi non ti ama e non è amabile – chi non ti sarà riconoscente – chi non ti restituirà il prestito – chi merita un giudizio e una condanna.

La soluzione sta nel fatto che per il discepolo di Gesù le relazioni umane non sono “bipolari” (io e l’altro), ma “tripolari”(io e l’altro, sì, ma sotto lo sguardo misericordioso di Dio). In questo caso l’ottica cambia radicalmente: le mie azioni non devono essere determinate da ciò che l’altro mi darà in cambio, ma da ciò che, precedentemente, Dio ha fatto per me; il mio perdono esprime la mia risposta alla sua misericordia verso di me. Il passo parallelo di Matteo (5,48) dice: “siate dunque perfetti come (in greco:  hos) il Padre vostro celeste è perfetto”. Sogno irraggiungibile. Luca invece (6,36) usa una variante interessante: “Siate misericordiosi, perché (kathòs) è misericordioso il Padre vostro”[2].
Ma a voi che ascoltate . Nelle «Beatitudini/lamentazioni» abbiamo visto il comportamento di Dio, che è grazia e misericordia. Si profila anche la mia autobiografia: mi benedice mentre me ne dimentico, mi fa grazia mentre lo rinnego, mi riveste della sua dignità dopo che l’ho spogliato e non richiede indietro ciò che gli ho rubato. Così rivela la sua “con-discendenza” verso il mio abisso (Romani 5,6-11). Gli inviti dell’evangelo sono rivolti “a chi lo ascolta“, cioè non più ai ricchi ma a quei poveri graziati, indicati dalle Beatitudini. Gesù non si rivolge ai Parlamenti che legiferano, ma alla comunità dei discepoli che “ascoltano”(“disse ai suoi discepoli”).
Amate. Non si parla di amore reciproco (gr.philìa), ma di amore senza fondo (gr. agàpe): «Non noi abbiamo amato Dio, ma Lui ci ha amato per primo e ha dato per noi suo Figlio» (1 Giov. 4,10). L’agàpe è estasi, nel senso originario e letterale del termine latino di ex-stare, stare fuori, decentrare l’io.  Se amare è come generare un figlio, allora perdonare è come risuscitare un morto. Perdono è “iper-dono” o “super-dono”.
Bene-dite, bene-date: bocca, mani, cuore. L’amore non è solo un sentimento interiore, ma si esprime nei fatti. Bene-dire Dio diventa allora bene-dare agli uomini (fate del bene/bello).
Resisti. Porgere l’altra guancia significa farsi una faccia di diamante nella resistenza: «Vincere il male con il bene» (Romani 12,21). La mia guancia non potrà essere quella flaccida e masochista degli invertebrati.
Per rientrare nel circuito della non-violenza attiva.
Martin Luther King: «Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo: faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andremo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d’animo. Fateci quello che volete, ma noi continueremo ad amarvi».
Giancarlo Caselli, quando era Direttore Generale degli Istituti penitenziari, ebbe due parole da dirci : «Cristo apre le porte della libertà. E invece chi lavora nel campo della Giustizia, al contrario, è colui che deve togliere la libertà, se la legge lo prescrive, a chi si ritiene che abbia sbagliato. Contrasto non facile da sciogliere. Chiudere le porte a chi è nato libero e chiamato a libertà, è contraddizione che genera sofferenza e inquietudine. Dobbiamo educarci a vivere nella contraddizione senza abituarci alla contraddizione. Cosa significa non rassegnarci? Significa interrogarci continuamente sui nostri strumenti educativi pensati per la trasgressione, l’errore, la violenza. Dobbiamo chiederci se le nostre istituzioni democratiche si attivano per non rispondere al male col male. Gesù ha chiesto di visitare i carcerati perché sapeva molto bene che l’animo umano in queste condizioni si smarrisce, perde la speranza. Ma forse anche perché conosceva bene la psicologia di chi sta fuori e che ragiona in termini di “dimentichiamoli in galera…buttiamo via la chiave…io non ci posso far nulla… peggio per loro…se la sono voluta”. In forza di questi sentimenti e logiche, chi ha sbagliato si vede sempre più inesorabilmente ricacciato verso spirali di ulteriori errori, mentre noi ci separiamo troppo rigidamente dai cattivi perché siamo convinti in buona fede di essere puri, buoni, senza contraddizione, senza conflitti nel cuore, fino al punto che subiamo la tentazione di barricarci e difendere la nostra sicurezza con gli stessi mezzi che vorremmo combattere. Senza il sostegno della comunità, della comunità cristiana in modo particolarissimo, il carcere diventa pura e semplice vendetta, risposta al male col male. La pena è una triste necessità, scaturente da una legislazione che deve essere rispettata; modificata, se serve, ma rispettata. Ma dobbiamo fare in modo che la pena non venga vissuta in modo solitario. Senza il sostegno del tessuto familiare, sociale ed ecclesiale il detenuto è perso.  E’ certo che senza legalità non si ha giustizia, ma dovrebbe essere altrettanto evidente che la sola legalità non garantisce piena e completa giustizia. Ecco perché è importante fare della giustizia una prassi di libertà. Una bontà senza giustizia diventa emotività debole, fragile, che non è in grado di costruire un vero cambiamento. Soltanto nella giustizia nasce una bontà robusta, solida; quella bontà che può renderci operatori di giustizia. Perdonare è giustizia perché permette di ritrovare speranza e dignità. Sono logiche alle quali non siamo abituati».
In un documento della Caritas Italiana (Liberare la Pena, Ed. Dehoniane, 2004) si suggerisce una nuova forma giuridica riparativa (e quindi non solo retributiva e vendicativa) chiamata “mediazione penale” che sarebbe «un procedimento di risoluzione dei conflitti che coinvolge un terzo neutrale, con l’intento di favorire la comprensione e il riconoscimento reciproco tra le parti e promuovere fra loro l’eventuale stipulazione di accordi volontari». Nella mediazione penale quindi sia la vittima sia l’autore del reato “hanno la possibilità di partecipare attivamente, e a titolo volontario, alla risoluzione dei problemi che sorgono dalla commissione del reato con l’aiuto di un terzo che agisce in modo imparziale. All’esito dell’incontro è possibile l’elaborazione di un’attività riparativa, materiale o simbolica, nella forma – per esempio – di prestazioni gratuite a favore dell’offeso o della collettività, del risarcimento del danno».


[1]Massimo Recalcati, Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa, Ed  Cortina, 2014.
[2] D. Attinger, Evangelo secondo Luca, Qiqajon, 2015, pag. 195.




13 febbraio 2022. Domenica 6a tempo ordinario
 LE BEATITUDINI: UN DOLCE INDIGESTO.

6 domenica tempo ord. C

Preghiamo. O Dio, che respingi i superbi e doni la tua grazia agli umili, ascolta il grido dei poveri e degli oppressi che si leva a te da ogni parte della terra: spezza il giogo della violenza e dell’egoismo che ci rende estranei gli uni agli altri, e fa’ che accogliendoci a vicenda come fratelli diventiamo segno dell’umanità rinnovata nel tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 Dal libro del profeta Geremìa 17,5-8
Così dice il Signore: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamarisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere. Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti».
Salmo 1 Beato l’uomo che confida nel Signore.
Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti,
ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte.
È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene.
Non così, non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde;
poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi15,12.16-20
Fratelli, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.
Dal Vangelo secondo Luca 6,17.20-26
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

 LE BEATITUDINI: UN DOLCE INDIGESTO. Don Augusto Fontana
Davanti alle Beatitudini mi prende un godimento estetico, come davanti ad un Mistero che mi attrae, ad un “dover essere” che ci renderebbe felici tutti. Ma insieme alla adesione emotiva arriva anche l’opaca malinconia di chi sa di essere dotato di ali ma non può volare a causa di un corpo appesantito dal becchime garantito. Come le galline.
I clienti di Dio. C’è la coda davanti a Dio. Una coda di peccatori, idolatri e bestemmiatori, come me. Siamo i suoi clienti. E Lui esce fuori da dietro la carne di Gesù e dice: “Avanti chi sta piangendo e chi ha fame! Lì a destra quelli che sono stati picchiati! Qui al centro, quelli che hanno zaini e borse troppo pesanti! Tutti gli altri, in fondo! Verrà anche il loro turno”. Le Beatitudini prima di essere un codice di comportamento per l’uomo, descrivono il codice di comportamento di Dio.
Per chi, le Beatitudini? Il loro programma alternativo di rinuncia alla forza, di fame di giustizia, di serenità che sconfigge l’ansia, suggeriscono una radicale conversione della struttura della società oppure riguardano solo la sfera privata o, al massimo, i gruppi ecclesiali? E’ certo  comunque che la comunità cristiana è prospettata come il luogo in cui, <fin da ora> si compiono le promesse messianiche ed escatologiche, diventando strumento credibile della buona notizia che Dio ama prima di tutto i più deboli fra noi.
Un confronto inevitabile.
 Se hai pazienza, prova a confrontare la versione delle Beatitudini secondo Luca (Lc 6) con quella secondo Matteo (Mt. 5). Sicuramente cogli al volo le caratteristiche di Luca:

  1. L’introduzione è volutamente più precisa, più estesa e più solenne.
  2. I destinatari del discorso di Gesù non sono solo i discepoli, ma anche le folle e la gente proveniente dai paesi pagani di Tiro e Sidone.
  3. Il tono di Luca è più coinvolgente e personale( Beati voi…) mentre la formulazione di Matteo è più impersonale e indiretta (Beati i…)
  4. Luca parla semplicemente di poveri, piangenti, affamati, senza aggiungere le specificazioni di Matteo (poveri nello spirito, affamati di giustizia) che sembrano orientare verso atteggiamenti spirituali e morali più che a condizioni sociali di fatto.
  5. Luca semplifica l’elenco delle categorie dei clienti di Dio e le accorpa.
  6. Infine Luca pone, accanto alle beatitudini, le maledizioni (Guai!) o lamentazioni (ahimè!) che danno al suo discorso un tono drastico e radicale.

Questi semplici rilievi di ordine letterario non sono inutili perchè ci permettono di cogliere con più sicurezza ciò che Luca voleva trasmetterci. Ma prima facciamo un passo indietro e collochiamoci al tempo di Gesù.
Nella situazione di Gesù.

  1. Gesù non solo ha proclamato le beatitudini, ma le ha vissute. A Lui Dio ha dato il Suo Regno, Lui è stato mite, misericordioso…Lui ha cercato gli ammalati e gli impuri.
  2. Sulla bocca di Gesù le Beatitudini sono la proclamazione messianica che il Regno di Dio è arrivato con Lui. Ricordiamo il fatto della Sinagoga di Nazaret:”Oggi si e compiuta la promessa di Isaia 61″. Il tempo messianico è il tempo dei poveri, degli affamati, dei perseguitati, degli inutili; è il tempo della paradossalità delle situazioni. L’accento è posto sulla gioia.
  3. Per Gesù il tempo messianico è arrivato per tutti perchè le nostre valutazioni sono capovolte. Di fronte all’amore di Dio non ci sono lontani o vicini o emarginati. E quelli che noi abbiamo emarginato saranno i primi della fila.

La meditazione di Luca. [1]
Il termine ebraico usato da Gesù (hascrì) è quasi intraducibile in lingua italiana se non ricorrendo ad una serie di parole:
Fortunato: suggerisce l’idea di un colpo di fortuna, di qualcosa di bello che ci capita senza aver fatto molto per guadagnarcela.
Beato: evoca la sensazione di benessere in conseguenza della benedizione di Dio.
Felice: quando sopraggiunge la felicità, l’uomo si sente coinvolto fin nelle ossa o nelle viscere in modo dirompente e duraturo

Tre Beatitudini riguardano situazioni sociali di tutti e la quarta riguarda i discepoli (perseguitati).
Quelli che sono poveri. Luca per indicare la parola “povero” usa il termine greco “ptocòs” che indica i mendicanti, coloro che sono rannicchiati. Il termine non descrive solo una situazione di fatto, ma anche una situazione creata da altri uomini e cioè gli oppressi; i poveri, allora, sono “gli impoveriti“, i piangenti sono anche “quelli che vengono fatti piangere“, gli affamati sono anche “quelli derubati del cibo di sopravvivenza“. Dunque, il Gesù di Luca non guarda se questi poveri sono buoni o cattivi, religiosi o bestemmiatori, puri o sporcaccioni: Dio si intenerisce per il semplice fatto della loro situazione oggettiva, al di sopra di ogni valutazione etica. E c’è paradossalmente un giudizio severo esplicito (guai!) o (come dicono altri) una lamentazione (ahimè) contro tutti gli altri.

Quelli che piangono. In Siracide 38,16-23 (da leggere!) viene raccomandato di non lasciarsi vincere dal dolore. L’evangelo non beatifica i piagnoni, i narcisisti che si piangono sull’ombelico. Dio consola quelli che sanno appassionarsi seriamente alla vita ed agli altri, quelli che cancellano il riso beota dalle labbra e la futilità dallo sguardo (“Guai a voi [ahimè per voi] che ora ridete! …). L’afflitto è colui che, come Gesù, sa rivolgere a Dio “preghiere e suppliche accompagnate da forti lacrime e grida” (Lettera agli Ebrei 5,7). Afflitto è colui che “nell’andare getta le sementi e cammina piangendo, ma nel tornare canta festoso e porta a casa il raccolto“(salmo 126): sono coloro che “sanno sognare”. Afflitti sono quelli che cercano prima di tutto e appassionatamente il Regno di Dio. Ma gli afflitti sono anche quelli che noi affliggiamo.

Quelli che sono stati affamati dalla rapina di chi è sazio. La fame è diversa a seconda di chi la vede o di chi la vive. Al telegiornale abbiamo visto scene di gente che saccheggia negozi e magazzini in preda alla disperazione e alla rabbia per fame.  Gli affamati sono anche quelli che hanno appetito della Parola di Dio (Amos 8,11-12. Leggere!). Negli Atti degli apostoli, la comunità cristiana sarà caratterizzata da scelte di condivisione fraterna, di rinuncia al possesso egoistico ed individualistico dei beni (Atti 2, 42-47; 4, 32-35).

Alcune rielaborazioni. Rielaboriamo il testo e la traduzione delle Beatitudini per chiarire visivamente 2 messaggi: Il soggetto di tutti i verbi e il centro delle Beatitudini è Dio, anche se l’evangelista usa un fraseggio che non lo esplicita.  Non si può dichiarare che i poveri e gli afflitti sono felici; lo sono se c’entra Dio. Le esemplificazioni visive potranno chiarire un diverso accostamento dei soggetti e delle attribuzioni per evitare che le Beatitudini siano lette più come una filastrocca pauperistica e demagogica che come una Litania o un Salmo delle grandi opere di Dio..

Traduzione interconfessionale:

Beati   quelli che sono poveri di fronte a Dio                              perchè Dio offre a loro il Suo Regno
Beati   quelli che sono nella tristezza                                           perchè Dio li consolerà
Beati   quelli che non sono violenti                                              perchè Dio darà loro la terra promessa
Beati   quelli che desiderano ciò che Dio vuole                           perchè Dio esaudirà i loro desideri
Beati   quelli che hanno compassione degli altri                          perchè Dio avrà compassione di loro
Beati   quelli che sono puri di cuore                                             perchè Dio si farà vedere
Beati   quelli che diffondono la pace                                            perchè Dio li accoglierà come suoi figli
Beati   quelli che sono perseguitati…..                                          perchè Dio darà loro il suo Regno

Mia personale elaborazione:

Fortunati quelli a cui          Dio offre il suo Regno:     i poveri  (tra cui Gesù)
Fortunati quelli che            Dio consola:                    quelli che piangono   (tra cui Gesù)
Fortunati quelli a cui          Dio dona la sua eredità :   i non violenti  (tra cui Gesù)
Fortunati quelli che            Dio esaudisce:                  gli affamati della sua volontà (tra cui Gesù)

Una beatitudine al giorno toglie… il diavolo di torno.

Siamo in condizione di peccato permanente e strutturale ed il radicalismo cristiano non appartiene alla nostra condizione di vita. Forse siamo solo capaci di piccoli gesti, di conati di vita nuova, di balbettii incipienti, eppure anche a questi siamo chiamati.


[1] Petraglio-Fabbri  “Le Beatitudini: sinfonia dei folli” Ed EMI




6 febbraio 2022. Domenica 5a ord
A.A.A. CERCANSI SOCI

5° domenica tempo ord. C 

Preghiamo.
Dio di infinita grandezza, che affidi alle nostre labbra impure e alle nostre fragili mani il compito di portare agli uomini l’annuncio del Vangelo, sostienici con il tuo Spirito, perché la tua parola, accolta da cuori aperti e generosi, fruttifichi in ogni parte della terra. Per Gesù Cristo nostro Signore.
 Dal libro del profeta Isaia 6,1-2.3-8
Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali e proclamavano l’uno all’altro: “Santo, santo, santo è il Signore dell’universo. Tutta la terra è piena della sua gloria”. Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore dell’universo”. Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: “Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato”. Poi io udii la voce del Signore che diceva: “Chi manderò e chi andrà per noi?”. E io risposi: “Eccomi, manda me!”.
Sal 137  Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare, mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà: hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza.
Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra, quando ascolteranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore: grande è la gloria del Signore!
La tua destra mi salva. Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15,1-11
Fratelli, a voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.  Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.
Dal Vangelo secondo Luca 5,1-11
In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».  E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

A.A.A. CERCANSI SOCI. Don Augusto Fontana

 Da utenti a corresponsabili. Quando si parla di crisi delle vocazioni si pensa normalmente alla scarsità di preti, frati, suore e missionari. Circola ancora una concezione troppo “professionale” e poco battesimale della vocazione. Pare che Dio abbia bisogno di soci nella Rivelazione e nella realizzazione del suo regno. Oggi si è affievolita la cultura della partecipazione e della militanza ed è cresciuta piuttosto la cultura dell’utenza: la società è divenuta una catena di sportelli erogatori di servizi dovuti (compresi quelli religiosi). E’ molto diffusa, anche in ambito religioso, la cultura dell’ <usa e getta>. Un’inchiesta sociologica ha rilevato che in Italia solo il 5-8% dei cattolici praticanti può essere definito un “agente di pastorale” e cioè militante attivo in qualche servizio di catechesi, liturgia o carità della propria comunità di appartenenza. Detto ciò, occorre precisare che la vocazione del battezzato non può identificarsi in una qualche forma di attività parrocchiale: ne sarebbero favoriti quelli che hanno meno gravosi carichi famigliari e lavorativi e ne sarebbero esclusi i malati, gli anziani, i disabili.
Il Card. Martini il 5 dicembre 1998, nel suo messaggio alla città diceva: «Qualche anno fa, riferendomi ad alcuni studi statistici condotti a livello europeo, parlavo di cristiani della linfa, del tronco, della corteccia e infine di coloro che come muschio stanno attaccati solo esteriormente all’albero. Ebbene, i cristiani della linfa, quelli cioè visibilmente coinvolti e partecipi (sempre lasciando al Signore il giudizio sull’intimo dei cuori), sono una percentuale bassa».

Le letture liturgiche odierne possono sollecitare una riflessione sulla identità della Chiesa, popolo di persone convocate per fare esperienza Eucaristica di Rivelazione, vocazione e missione.[1]

 Dio si rivela,  chiama e manda.
Dove si può udire la chiamata? Isaia parla di un’esperienza mistica e/o di culto nel Tempio, il Vangelo riferisce di un incontro sul posto di lavoro, Paolo ricorda il proprio travaglio di coscienza nato nell’impatto tra il fanatismo giudaico e la tradizione della Chiesa primitiva. Resta il fatto del protagonismo centrale della Parola di Dio che comunque si fa largo, direttamente o indirettamente. Per annunciare Dio, bisogna averlo “conosciuto” e per conoscerlo bisogna che sia Lui a “rivelarsi”. L’uomo non Lo raggiunge al termine delle proprie logiche conclusioni. Le tre letture bibliche di oggi propongono storie di vocazioni, di forti esperienze di fede e di impegni militanti pur nella coscienza della inadeguatezza e debolezza umana.  

Isaia 6.
Il brano di oggi è tutto dedicato alla narrazione della vocazione profetica. Altre vocazioni le troviamo nei primi capitoli di Ezechiele e Geremia.
Un’esperienza personale. Nel culto di Jahwè erano proibite le immagini di Dio per sottolineare che ogni linguaggio su Dio e ogni sua rappresentazione hanno un carattere provvisorio e limitato; ma forse anche per evitare il rischio dell’addomesticamento di Dio attraverso la manipolazione, come avveniva nella diffusa idolatria. Oggi potremmo anche dire che nella proibizione dell’immagine di Dio c’è un invito a fare ciascuno la propria personalissima esperienza. Se è vero che c’è un unico Dio per tutti, è anche vero che Lui si rivela nella coscienza di ciascuno secondo gli itinerari e i tempi di ciascuno. Solo alla fine lo vedremo come Egli è veramente.
Sono impuro. La vicinanza con Colui che è tre volte Santo fa scoprire al profeta la mancanza di santità sua e del popolo. Avviene però il miracolo: colui che ha visto (“incontrato”) Dio, riceve in dono una vita per il servizio. Da questo momento in avanti il profeta non vive più a causa della sua nascita fisica, ma per una nuova nascita, per un determinato servizio che il profeta deve, però, accettare. 

Luca 5,1-11.
Con il cap. 5 Luca inizia una nuova sezione del suo scritto (5,1 – 6,11) in cui descrive Gesù intento ad istruire la propria comunità. Luca inquadra la chiamata degli apostoli tra due cornici: le folle accorrono per ascoltare la parola di Dio; gli apostoli vengono avvicinati da Gesù durante un infruttuoso lavoro.
Esperienza personale. E’ strano come in tutti gli Evangeli risulta che le folle vanno dietro a Gesù per fragile istinto o innominabili interessi e curiosità; i discepoli invece lo seguono solo dopo un invito esplicito o un evento/parola che li ha coinvolti e che provoca una rottura esistenziale significativa.
Coscienza del limite. Come abbiamo sentito dalla esperienza di Isaia («Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure»), così Pietro ha coscienza del proprio limite («allontànati da me, perché sono un peccatore»). Tra l’altro, quando fu scritta questa pagina, tutta la Chiesa primitiva sapeva già che Pietro aveva misconosciuto Gesù nel cortile del tribunale dove lo stavano processando e che il perdono fu dato per grazia di uno sguardo di Gesù. Il profeta Isaia, Mosè, Pietro… non ignorano i propri limiti.
I discepoli seguono Gesù dopo aver abbandonato tutto, ma gli evangelisti ricordano che gli stessi discepoli al momento della cattura lo abbandonarono tutti.
Sequela. Il verbo che il discepolo deve coniugare non è il verbo “imparare”, ma il verbo “seguire”. Al centro non c’è una dottrina, ma una persona e un progetto di esistenza.
Per Luca, che predilige il tema della “strada” verso Gerusalemme, la sequela significa accettare di condividere le scelte di Gesù portandone le conseguenze. Qualcuno ha parlato di “imitazione di Cristo”. Non tutti condividono questa forma di fotocopiatura, perchè di fatto ogni epoca e ogni individuo presentano delle condizioni diverse da quelle originali di Gesù. Il modello di Gesù va sempre mediato e tradotto. A questo riguardo esistono alcuni aneddoti della tradizione ebraica che possono aiutare a capire la necessaria originalità del cammino di ciascuno pur nella indispensabile sequela/imitazione di Cristo.
Rabbi Bar di Radoschitz supplicò un giorno il suo maestro Rabbi Giacobbe di Lublino: “Indicami un cammino universale al servizio di Dio!“: Ed il maestro rispose: “Non si tratta di dire all’uomo quale cammino deve percorrere, perchè c’è una via in cui si segue Dio con lo studio e un’altra con la preghiera, una con il digiuno e un’altra mangiando. E’ compito di ogni uomo conoscere bene verso quale cammino lo attrae il proprio cuore e poi scegliere quello con tutte le forze“. Un discepolo chiese al Rabbi di Zloczow: “Quando la mia opera raggiungerà quella dei Padri Abramo, Isacco, Giacobbe?“. Ed Egli rispose:”Ciascuno in Israele ha l’obbligo di riconoscere di essere l’unico al mondo: se infatti fosse già esistito un uomo identico a lui, egli non avrebbe motivo di essere al mondo. Ogni uomo è cosa nuova nel mondo e deve portare a compimento la propria natura in questo mondo. Finchè questo non accade, sarà ritardata la venuta del Messia“. Rabbi Sussja, in punto di morte, disse: “Nel mondo futuro non mi si chiederà perchè non sono stato Mosè, ma perchè non sono stato Sussja!“.
Dopo questi aneddoti, possiamo osare riascoltare alcune parole di Gesù sulla nostra vocazione: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà.” (Luca 9).
La croce di cui parla Gesù non può essere ridotta banalmente alle croci della malattia o della sopportazione. Prendere la croce significa partecipare attivamente alla propria conversione nella preghiera e nell’ascolto, costruendo rapporti umani liberati e conviviali, faticando nell’evangelizzazione e nella realizzazione delle Beatitudini. Anche se ciò avrà un costo di crocifissione.
Ecco come il Concilio Vaticano II° interpreta la vocazione dei laici: “ Per loro vocazione, è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose del mondo e ordinandole secondo Dio. Vivono nel mondo, cioè implicati in tutti e singoli i doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è intessuta. Lì sono chiamati da Dio a contribuire, quasi dall’interno come un fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio dei propri impegni, sotto la guida dello spirito evangelico, per manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro vita e con il fulgore della loro fede, speranza e carità.” (Dal Documento Conciliare “Luce delle genti” al n. 31).
Papa Francesco, nella sua “Lettera al popolo di Dio” del 20 agosto 2018 scrive parole dure contro il clericalismo: «Impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio. Di più: ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita. Ciò si manifesta con chiarezza in un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa […] quale è il clericalismo, quell’atteggiamento che non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente».
Sei giornalisti/e francesi (Bruno Bouvet, Claire Lesegretain, Malo Tresca, Gauthier Vaillant, Julien Tranié, Nicolas Senèze), in La Croix del 30 agosto 2018, in un articolo dal titolo: “Clericalismo: idee per cambiare sistema”, avanzano dieci proposte: 1. mettere i preti al loro giusto posto; 2. dare ai laici il loro giusto spazio; 3. ricordare l’uguaglianza di tutti di fronte al battesimo; 4. farsi carico pubblicamente delle colpe della Chiesa; 5. organizzare dei luoghi di dibattito nella Chiesa; 6. usare la propria libertà di parola; 7. governare le diocesi in maniera più collegiale; 8. attribuire delle responsabilità ai laici; 9. far intervenire maggiormente le donne nella formazione dei preti; 10. affidare a delle donne funzioni d’autorità.

Auguri ai preti e ai laici: «Prendete il largo e gettate le vostre reti per la pesca».


[1]Chiesa = assemblea di convocati da…per…




30 gennaio 2022. Domenica 4a ord
VIETATO CALPESTARE I PROFETI

4° Domenica tempo ord. C
Preghiamo. Padre, che nel profeta accolto dai pagani e rifiutato in patria manifesti il dramma dell’umanità che accetta o respinge la tua salvezza, fa’ che nella tua Chiesa non venga meno il coraggio dell’annunzio missionario del Vangelo. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Geremia 1,4-5.17-19
Nei giorni del re Giosia, mi fu rivolta la parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. Tu, dunque, cingiti i fianchi, alzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro. Ed ecco oggi io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti”.
Salmo 70. La mia bocca annunzierà la tua giustizia.
In te mi rifugio, Signore, ch’io non resti confuso in eterno.
Liberami, difendimi per la tua giustizia, porgimi ascolto e salvami.
Sii per me rupe di difesa, baluardo inaccessibile,
poiché tu sei mio rifugio e mia fortezza. Mio Dio, salvami dalle mani dell’empio.
Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza.
Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno.
Dirò le meraviglie del Signore, ricorderò che tu solo sei giusto.
Tu mi hai istruito, o Dio, fin dalla giovinezza e ancora oggi proclamo i tuoi prodigi.
Dalla lettera prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 1Cor 13, 4-13
Fratelli, la carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino. Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Al presente conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!
Dal Vangelo secondo Luca 4,21-30
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
Vietato calpestare i profeti. Don Augusto Fontana
Il 22 gennaio 2007 moriva l’Abbé Pierre, fondatore della comunità Emmaus che per decenni ha trasformato mendicanti e alcolizzati in soggetti del proprio riscatto.  Fu un irruente e dolce profeta dei poveri; un giorno disse: «Ogni tanto urlare fa bene. Credo che Dio mi abbia dato fiuto per le irruenze misurate».  Un’altra stella della mia generazione se ne è andata; per i poveri era un santo, per i forti (e talvolta anche per alcune gerarchie ecclesiastiche) fu urticante. Scriveva l’ebreo Abraham Heschel: «Una persona priva di pathos, non sarebbe in grado di sperimentare il Dio del pathos»[1].
Abbiamo bisogno di profeti. Si vive in un periodo di normalizzazione in cui il ruolo profetico si è attenuato o è stato mortificato. Lo stesso Gesù Cristo, all’interno della sua Chiesa (e nella mia coscienza), viene neutralizzato nei suoi aspetti più innovativi ed eversivi.  Con alcune eccezioni, grazie a Dio. La parola profetica esamina, critica, incoraggia nei confronti della situazione interna della Chiesa (profezia all’interno) e della situazione della società (profezia all’esterno). Vi sono state epoche in cui alcune persone, oggi dichiarate sante, hanno criticato il Papa: Bernardo di Chiaravalle ammonisce Papa Eugenio III, Caterina da Siena turba i sonni di Papa Gregorio IX, S. Francesco e il suo pauperismo entrò nei sacri palazzi con l’incedere di un elefante. Oggi facciamo memoria dell’abbé Pierre, di Frère Roger di Taizé, di Papa Giovanni, Mons. Helder Camara, Mons. Oscar Romero, Mons. Leonidas Proaño, Don Milani, Don Mazzolari, P.Balducci e P.Turoldo, D. Sirio Politi preteoperaio, Raoul Follereau, Madre Teresa di Calcutta,  Fr. Carretto e i Piccoli fratelli di De Foucauld, Bonhoeffer, i sette monaci trappisti di Tibihrine in Algeria, la volontaria Annalena Tonelli, le Comunità di base, i teologi e i laici cresciuti nella teologia della liberazione, i Movimenti di religiose e laiche per nuovi ruoli e dignità della donna nella Chiesa. Questo ci dice che l’edificazione della Chiesa non avviene solo attraverso una spiritualità arrendevole anche se ciò non significa certificare come profetica ogni contestazione anticonformista. Questi due modi di vedere il profetismo, quello innocuo-interiore e quello brontolone-ciarlatano, sono troppo limitati. Così sarebbe limitativo identificare la profezia solo nella critica, dimenticando il servizio della consolazione, dell’incoraggiamento, della speranza e del pagare di persona. E’ certo che il rischio dei falsi profeti non è più dannoso del rischio di una Chiesa costruita sulla rassegnazione pusillanime dei più (secondo il proverbio: quieta non movère et mota quietare: non smuovere ciò che dorme e anestetizzare ciò che è vivo).
Nell’animo di ogni uomo si radicano dei giudizi, delle valutazioni preconcette che classificano, etichettano, rifiutano e marcano le differenze, proprio come è successo agli abitanti di Nazareth che, per gelosia, non hanno tollerato l’apertura universale del loro compaesano Rabbi Gesù.
Don Tonio Dell’Olio[2] aveva scritto sulla rivista “Mosaico di Pace” (giugno 2005): «La profezia non è solo parlare in nome di Dio all’umanità, ma anche portare a Dio il grido delle donne e degli uomini che pretendono una risposta. Diciamoci la verità. Siamo orfani di voci profetiche che prestino le labbra al Signore della vita. Se il silenzio di Dio ci sembra oggi più terrificante di ieri è anche perché non sempre riusciamo a intercettare presenze, vite, voci autorevoli, profonde, limpide che ci incalzino con la Parola, con il sogno di Dio, con “la verità che esce dalla sua bocca”. Ciascuno potrà riconoscere i profeti a piedi scalzi da cui ha ascoltato la parola nuova che sa di sorgente. A ciascuno è capitato, nel corso degli anni, di agguantare un passaggio di Dio in una presenza discreta che sussurra soltanto. Quando ci siamo decisi a porre Dio al centro della nostra vita ne abbiamo voluto sentire la voce, quando Dio pronunciava parole con voce di donna e di uomo, quando levava il canto in liturgie di fedi sconosciute, quando ci faceva battere forte il cuore come nel giorno del primo amore… In tutte queste occasioni c’era qualcuno che si faceva solco perché l’acqua di sorgente giungesse fino alle nostre labbra. Il profeta è quello. Lo capisci. Forse non gli dai il nome, ma lo capisci. A me sembra che questa nostra epoca arida di poesia e di vita, non colga più nemmeno il passaggio dei profeti minori che parlano in nome di Dio. Oppure non c’è terra buona in cui il seme della profezia possa cadere e dischiudersi perché il profeta sorga e parli. Ma a questo vero e proprio dramma della sterilità della profezia come voce di Dio che si rivolge a noi, forse dovremmo aggiungere anche il pauroso deficit di voci, ugualmente profetiche, che sappiano rivolgersi a Dio raccogliendo come in un fiume le lacrime, la notte, la speranza dell’umanità. Voci che sappiano scalare il Sinai come Mosè per darsi appuntamento con Dio. Uomini o donne che, andando oltre la scorza dura delle cose e dei fatti, sappiano riconoscere il senso del dolore e raccontarlo al Signore della vita. Insomma mi chiedo se c’è oggi profezia di preghiera. È la profezia del monaco che è capace di uno sguardo nuovo sul mondo attraverso le inferriate dell’essenzialità della propria cella. È la profezia di donne di vita contemplativa che sanno ascoltare Dio perché si sono esercitate strenuamente ad ascoltare il dolore sottile della gente. Si tratta di credenti che hanno deciso di scommettere tutto su un Dio di cui non comprendono il silenzio. E questo è il paradosso più vero» (https://old.mosaicodipace.it/mosaico/a/11557.html).
Geremia (in ebraico: Yirmeyahu). Biografia di un profeta discusso.
Geremia nasce nel 645 a.C. ad Anatot, a nord di Gerusalemme, da una famiglia sacerdotale benestante. I primi anni della giovinezza li vive mentre regna Manasse che  introduce, nella religione di Jahwè, alcuni elementi del culto pagano al Dio Baal. Geremia  gli minaccia castighi. Morto Manasse, sale al trono il riformatore Giosia che nel 621 inizia una grande riforma (detta “deuteronomista“) pienamente appoggiata da Geremia. Durante questo periodo la sua attività riscuote vasti successi.  Giosia però muore in guerra a Meghiddo nel 609 e sale al trono Joakim; ciò comporta un mutamento religioso e politico e la conseguente catastrofe. Geremia è costretto a intervenire contro la rinascente depravazione religiosa e contro la miopia politica antibabilonese di Joakim. Si scaglia senza compromessi contro le false sicurezze della circoncisione, del culto, dei circoli profetici e del Tempio. A causa di ciò, conduce una vita di stenti, viene contestato dal popolo, riceve minacce e attentati, gli si proibisce di parlare.  Joakim muore durante la caduta di Gerusalemme nel 597. Nabucodonosor mette sul trono Sedecia che si rivela un sovrano ben intenzionato, ma debole tanto da lasciarsi trascinare in un movimento filoegiziano per riprendere Gerusalemme dalle mani dei babilonesi. Geremia lo sconsiglia, ma viene bollato come traditore della patria e più volte incarcerato. I Babilonesi riconquistano Gerusalemme (597) e ne deportano gli abitanti. Nelle file dei deportati viene trovato anche Geremia al quale viene risparmiata la deportazione.  Egli si reca allora a Masfa a cercare la protezione del governatore Godolìa, suo amico che dopo alcune settimane viene assassinato dai filoegiziani e Geremia è deportato in Egitto. Lì si perdono le tracce.
Chelkìa, padre di Geremia, era di stirpe sacerdotale, ma pare che la sua famiglia fosse stata destituita tre secoli prima dalle funzioni sacerdotali. Su di essa pendeva la maledizione perchè discendente dal sacerdote Ebiatar colpevole di complotto contro il re Salomone (1° Libro dei Re 2, 26-27). Per questa colpa, la famiglia fu forse relegata nel villaggio di Anatot dove aveva conservato la dignità sacerdotale senza poterla esercitare (una specie di “sospensione a divinis”). Quindi: una famiglia “messa da parte” e scomunicata, una famiglia “conosciuta” ma maledetta. La profezia nasce da una lunga, gioiosa e faticosa esperienza di fede (“mi hai sedotto Signore e io mi sono lasciato violentare da te…, maledetto il giorno in cui sono nato…”: dirà Geremia ).
Nessun profeta è bene accetto in patria.
Il testo evangelico della Liturgia continua il discorso inaugurale tenuto da Gesù nella sinagoga di Nazareth. Oggi mettiamo in evidenza due aspetti: è rifiutato dai suoi e accolto dai pagani. Il rifiuto di Nazareth è posto da Luca all’inizio del ministero di Gesù allo scopo di profilare, da subito, lo schema del suo evangelo impostato su un lungo viaggio verso la Croce (“ma egli proseguì il suo cammino“). Quella di Gesù è una storia messianica che si svolge sotto il segno di un duplice  “scandalo”: quello di un Messia non-violento e sconfitto e quello di un popolo che, dopo averlo atteso, lo rifiuta. A questo duplice scandalo, la comunità primitiva, e oggi la liturgia, offrono una risposta semplice: fu sempre così, nella storia della salvezza, per i profeti. Ed anche oggi non possiamo permetterci di scandalizzarci ipocritamente, vista la continua neutralizzazione che la nostra coscienza opera nei confronti di Gesù e dei profeti nostri contemporanei (” lo cacciarono fuori della città“).
Il brano odierno indica anche le ragioni del rifiuto e di questo incontro mancato. Ragioni e resistenze di sempre, radicate nel cuore dell’uomo:
a)Oggi si è compiuta la Scrittura“. Gesù non fa commenti; semplicemente fà quello che dice e quello che la Scrittura promette e chiede. Il profeta non lo si può fare tacere se non uccidendolo, perchè le sue parole si sono fatte vita e carne. Un predicatore è tollerato, un profeta-testimone diventa sovversivo. Una buona notizia per i poveri, normalmente è cattiva notizia per i benestanti, i garantiti, gli assicurati. «Il mistico è assorto nella contemplazione dell’infinito; l’occhio del profeta scruta il definito e il finito, l’insolenza e l’ipocrisia dell’uomo, le piccole crudeltà e le stupide idolatrie»[3].
b)Quanto hai fatto a Cafarnao, fallo anche tra noi“. Egli non offre privilegi ai suoi, non permette che la sua messianicità diventi un fatto locale, una attrazione turistica sfruttabile, un evento coartabile e programmabile.
c)Non è il figlio di Giuseppe?. E’ lo scandalo dell’Incarnazione, è la sproporzione tra la grandezza del messaggio e la quotidianità del messaggero.
d)Naaman il Siro e la vedova di Sarepta“. Il popolo deve mutare la propria autocomprensione narcisista ed ecclesiocentrica e deve cambiare idee su Dio, da un Dio per noi a un Dio per tutti. Il rifiuto nasce dall’atteggiamento di chi accetta Dio (e il profeta) solo se entra nei propri schemi, programmi, bisogni.
Gesù il mio profeta. Ed è subito incompatibilità irritante! Dovrei uscire fuori con Lui, ed invece lo butto fuori dal perimetro delle mie scelte e lo porto sui miei precipizi in cui regolarmente casco io, mentre Lui prosegue il suo cammino altrove. Ho la stessa sua età; siamo andati a catechismo insieme, ho giocato con lui. Di lui so tutto: che barba! Le solite cose trite e ritrite. Di lui condivido tutto salvo due o tre cosette, ma sono di poco conto: quelle beatitudini da verginelle; quella croce che è tutta roba sua perchè se mi avesse chiesto consiglio, un’idea gliela davo; quel “Padre nostro”, che sembra una poesia di Neruda; quella Cena che avrebbe potuto essere una cenetta se non l’avesse rovinata con degli oscuri sospetti sul mio tradimento e con quel gesto plateale di lavarmi i piedi (e pazienza!) chiedendomi (esagerato!) di mettere anch’io il mio naso sulla puzza dei piedi altrui; la storia della Resurrezione che non mi convince molto; quella maniacale passione da missionario gironzolone che mi ricorda i Testimoni di Geova; quelle ore notturne passate in preghiera, roba da santi o per chi non tiene famiglia e lavoro; l’ ossessiva teologia e pratica di liberazione che i miei confratelli non condividono e, a pensarci bene, neanch’io perchè non ho tempo, la politica è sporca, il sindacato è al capolinea, la Caritas è troppo assistenzialista, la mia parrocchia è di centro-destra e io ormai sono in pensione (e poi mi accorgo adesso che ho già messo le pantofole e non posso uscire). Per il resto condivido tutto e Gesù mi piace, tant’è vero che domenica sono andato a Messa dove finalmente ho fatto una predica decente e martedì sono andato al gruppo biblico dove abbiamo fatto una bellissima discussione sulle nuove povertà.
Un popolo col carisma profetico dell’amore ( 1° Cor. 13,1-13). La Chiesa partecipa al carisma profetico di Gesù. Legge gli eventi nella fede, attraverso la lente della vita di Gesù. Annuncia l’amore gratuito e universale, ma un amore dolce coi deboli, rigoroso coi forti, lucido nelle analisi, perseverante nei fallimenti, devastante sulle proprie sicurezze, consolante sulle insicurezze altrui, capace di pagare di persona.

Ohi!… attenzione a non calpestare i piccoli profeti rompiscatole!


[1] Abraham Heschel, Il Messaggio dei profeti, Borla. Un piccolo e prezioso trattato sul profetiamo, visto da un ebreo.
[2] È presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi. redattore di Mosaico di Pace – rivista promossa da Pax Christi e fondata da Mons. Tonino Bello
[3] Abraham Heschel, op. cit.