13 febbraio 2022. Domenica 6a tempo ordinario
 LE BEATITUDINI: UN DOLCE INDIGESTO.

6 domenica tempo ord. C

Preghiamo. O Dio, che respingi i superbi e doni la tua grazia agli umili, ascolta il grido dei poveri e degli oppressi che si leva a te da ogni parte della terra: spezza il giogo della violenza e dell’egoismo che ci rende estranei gli uni agli altri, e fa’ che accogliendoci a vicenda come fratelli diventiamo segno dell’umanità rinnovata nel tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 Dal libro del profeta Geremìa 17,5-8
Così dice il Signore: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamarisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere. Benedetto l’uomo che confida nel Signore e il Signore è la sua fiducia. È come un albero piantato lungo un corso d’acqua, verso la corrente stende le radici; non teme quando viene il caldo, le sue foglie rimangono verdi, nell’anno della siccità non si dà pena, non smette di produrre frutti».
Salmo 1 Beato l’uomo che confida nel Signore.
Beato l’uomo che non entra nel consiglio dei malvagi,
non resta nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli arroganti,
ma nella legge del Signore trova la sua gioia, la sua legge medita giorno e notte.
È come albero piantato lungo corsi d’acqua, che dà frutto a suo tempo:
le sue foglie non appassiscono e tutto quello che fa, riesce bene.
Non così, non così i malvagi, ma come pula che il vento disperde;
poiché il Signore veglia sul cammino dei giusti, mentre la via dei malvagi va in rovina.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi15,12.16-20
Fratelli, se si annuncia che Cristo è risorto dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non vi è risurrezione dei morti? Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. Perciò anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti.
Dal Vangelo secondo Luca 6,17.20-26
In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante. C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea, da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva: «Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete. Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.
Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione. Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete. Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti».

 LE BEATITUDINI: UN DOLCE INDIGESTO. Don Augusto Fontana
Davanti alle Beatitudini mi prende un godimento estetico, come davanti ad un Mistero che mi attrae, ad un “dover essere” che ci renderebbe felici tutti. Ma insieme alla adesione emotiva arriva anche l’opaca malinconia di chi sa di essere dotato di ali ma non può volare a causa di un corpo appesantito dal becchime garantito. Come le galline.
I clienti di Dio. C’è la coda davanti a Dio. Una coda di peccatori, idolatri e bestemmiatori, come me. Siamo i suoi clienti. E Lui esce fuori da dietro la carne di Gesù e dice: “Avanti chi sta piangendo e chi ha fame! Lì a destra quelli che sono stati picchiati! Qui al centro, quelli che hanno zaini e borse troppo pesanti! Tutti gli altri, in fondo! Verrà anche il loro turno”. Le Beatitudini prima di essere un codice di comportamento per l’uomo, descrivono il codice di comportamento di Dio.
Per chi, le Beatitudini? Il loro programma alternativo di rinuncia alla forza, di fame di giustizia, di serenità che sconfigge l’ansia, suggeriscono una radicale conversione della struttura della società oppure riguardano solo la sfera privata o, al massimo, i gruppi ecclesiali? E’ certo  comunque che la comunità cristiana è prospettata come il luogo in cui, <fin da ora> si compiono le promesse messianiche ed escatologiche, diventando strumento credibile della buona notizia che Dio ama prima di tutto i più deboli fra noi.
Un confronto inevitabile.
 Se hai pazienza, prova a confrontare la versione delle Beatitudini secondo Luca (Lc 6) con quella secondo Matteo (Mt. 5). Sicuramente cogli al volo le caratteristiche di Luca:

  1. L’introduzione è volutamente più precisa, più estesa e più solenne.
  2. I destinatari del discorso di Gesù non sono solo i discepoli, ma anche le folle e la gente proveniente dai paesi pagani di Tiro e Sidone.
  3. Il tono di Luca è più coinvolgente e personale( Beati voi…) mentre la formulazione di Matteo è più impersonale e indiretta (Beati i…)
  4. Luca parla semplicemente di poveri, piangenti, affamati, senza aggiungere le specificazioni di Matteo (poveri nello spirito, affamati di giustizia) che sembrano orientare verso atteggiamenti spirituali e morali più che a condizioni sociali di fatto.
  5. Luca semplifica l’elenco delle categorie dei clienti di Dio e le accorpa.
  6. Infine Luca pone, accanto alle beatitudini, le maledizioni (Guai!) o lamentazioni (ahimè!) che danno al suo discorso un tono drastico e radicale.

Questi semplici rilievi di ordine letterario non sono inutili perchè ci permettono di cogliere con più sicurezza ciò che Luca voleva trasmetterci. Ma prima facciamo un passo indietro e collochiamoci al tempo di Gesù.
Nella situazione di Gesù.

  1. Gesù non solo ha proclamato le beatitudini, ma le ha vissute. A Lui Dio ha dato il Suo Regno, Lui è stato mite, misericordioso…Lui ha cercato gli ammalati e gli impuri.
  2. Sulla bocca di Gesù le Beatitudini sono la proclamazione messianica che il Regno di Dio è arrivato con Lui. Ricordiamo il fatto della Sinagoga di Nazaret:”Oggi si e compiuta la promessa di Isaia 61″. Il tempo messianico è il tempo dei poveri, degli affamati, dei perseguitati, degli inutili; è il tempo della paradossalità delle situazioni. L’accento è posto sulla gioia.
  3. Per Gesù il tempo messianico è arrivato per tutti perchè le nostre valutazioni sono capovolte. Di fronte all’amore di Dio non ci sono lontani o vicini o emarginati. E quelli che noi abbiamo emarginato saranno i primi della fila.

La meditazione di Luca. [1]
Il termine ebraico usato da Gesù (hascrì) è quasi intraducibile in lingua italiana se non ricorrendo ad una serie di parole:
Fortunato: suggerisce l’idea di un colpo di fortuna, di qualcosa di bello che ci capita senza aver fatto molto per guadagnarcela.
Beato: evoca la sensazione di benessere in conseguenza della benedizione di Dio.
Felice: quando sopraggiunge la felicità, l’uomo si sente coinvolto fin nelle ossa o nelle viscere in modo dirompente e duraturo

Tre Beatitudini riguardano situazioni sociali di tutti e la quarta riguarda i discepoli (perseguitati).
Quelli che sono poveri. Luca per indicare la parola “povero” usa il termine greco “ptocòs” che indica i mendicanti, coloro che sono rannicchiati. Il termine non descrive solo una situazione di fatto, ma anche una situazione creata da altri uomini e cioè gli oppressi; i poveri, allora, sono “gli impoveriti“, i piangenti sono anche “quelli che vengono fatti piangere“, gli affamati sono anche “quelli derubati del cibo di sopravvivenza“. Dunque, il Gesù di Luca non guarda se questi poveri sono buoni o cattivi, religiosi o bestemmiatori, puri o sporcaccioni: Dio si intenerisce per il semplice fatto della loro situazione oggettiva, al di sopra di ogni valutazione etica. E c’è paradossalmente un giudizio severo esplicito (guai!) o (come dicono altri) una lamentazione (ahimè) contro tutti gli altri.

Quelli che piangono. In Siracide 38,16-23 (da leggere!) viene raccomandato di non lasciarsi vincere dal dolore. L’evangelo non beatifica i piagnoni, i narcisisti che si piangono sull’ombelico. Dio consola quelli che sanno appassionarsi seriamente alla vita ed agli altri, quelli che cancellano il riso beota dalle labbra e la futilità dallo sguardo (“Guai a voi [ahimè per voi] che ora ridete! …). L’afflitto è colui che, come Gesù, sa rivolgere a Dio “preghiere e suppliche accompagnate da forti lacrime e grida” (Lettera agli Ebrei 5,7). Afflitto è colui che “nell’andare getta le sementi e cammina piangendo, ma nel tornare canta festoso e porta a casa il raccolto“(salmo 126): sono coloro che “sanno sognare”. Afflitti sono quelli che cercano prima di tutto e appassionatamente il Regno di Dio. Ma gli afflitti sono anche quelli che noi affliggiamo.

Quelli che sono stati affamati dalla rapina di chi è sazio. La fame è diversa a seconda di chi la vede o di chi la vive. Al telegiornale abbiamo visto scene di gente che saccheggia negozi e magazzini in preda alla disperazione e alla rabbia per fame.  Gli affamati sono anche quelli che hanno appetito della Parola di Dio (Amos 8,11-12. Leggere!). Negli Atti degli apostoli, la comunità cristiana sarà caratterizzata da scelte di condivisione fraterna, di rinuncia al possesso egoistico ed individualistico dei beni (Atti 2, 42-47; 4, 32-35).

Alcune rielaborazioni. Rielaboriamo il testo e la traduzione delle Beatitudini per chiarire visivamente 2 messaggi: Il soggetto di tutti i verbi e il centro delle Beatitudini è Dio, anche se l’evangelista usa un fraseggio che non lo esplicita.  Non si può dichiarare che i poveri e gli afflitti sono felici; lo sono se c’entra Dio. Le esemplificazioni visive potranno chiarire un diverso accostamento dei soggetti e delle attribuzioni per evitare che le Beatitudini siano lette più come una filastrocca pauperistica e demagogica che come una Litania o un Salmo delle grandi opere di Dio..

Traduzione interconfessionale:

Beati   quelli che sono poveri di fronte a Dio                              perchè Dio offre a loro il Suo Regno
Beati   quelli che sono nella tristezza                                           perchè Dio li consolerà
Beati   quelli che non sono violenti                                              perchè Dio darà loro la terra promessa
Beati   quelli che desiderano ciò che Dio vuole                           perchè Dio esaudirà i loro desideri
Beati   quelli che hanno compassione degli altri                          perchè Dio avrà compassione di loro
Beati   quelli che sono puri di cuore                                             perchè Dio si farà vedere
Beati   quelli che diffondono la pace                                            perchè Dio li accoglierà come suoi figli
Beati   quelli che sono perseguitati…..                                          perchè Dio darà loro il suo Regno

Mia personale elaborazione:

Fortunati quelli a cui          Dio offre il suo Regno:     i poveri  (tra cui Gesù)
Fortunati quelli che            Dio consola:                    quelli che piangono   (tra cui Gesù)
Fortunati quelli a cui          Dio dona la sua eredità :   i non violenti  (tra cui Gesù)
Fortunati quelli che            Dio esaudisce:                  gli affamati della sua volontà (tra cui Gesù)

Una beatitudine al giorno toglie… il diavolo di torno.

Siamo in condizione di peccato permanente e strutturale ed il radicalismo cristiano non appartiene alla nostra condizione di vita. Forse siamo solo capaci di piccoli gesti, di conati di vita nuova, di balbettii incipienti, eppure anche a questi siamo chiamati.


[1] Petraglio-Fabbri  “Le Beatitudini: sinfonia dei folli” Ed EMI




6 febbraio 2022. Domenica 5a ord
A.A.A. CERCANSI SOCI

5° domenica tempo ord. C 

Preghiamo.
Dio di infinita grandezza, che affidi alle nostre labbra impure e alle nostre fragili mani il compito di portare agli uomini l’annuncio del Vangelo, sostienici con il tuo Spirito, perché la tua parola, accolta da cuori aperti e generosi, fruttifichi in ogni parte della terra. Per Gesù Cristo nostro Signore.
 Dal libro del profeta Isaia 6,1-2.3-8
Nell’anno in cui morì il re Ozia, io vidi il Signore seduto su un trono alto ed elevato; i lembi del suo manto riempivano il tempio. Attorno a lui stavano dei serafini, ognuno aveva sei ali e proclamavano l’uno all’altro: “Santo, santo, santo è il Signore dell’universo. Tutta la terra è piena della sua gloria”. Vibravano gli stipiti delle porte alla voce di colui che gridava, mentre il tempio si riempiva di fumo. E dissi: “Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure io sono e in mezzo a un popolo dalle labbra impure io abito; eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore dell’universo”. Allora uno dei serafini volò verso di me; teneva in mano un carbone ardente che aveva preso con le molle dall’altare. Egli mi toccò la bocca e mi disse: “Ecco, questo ha toccato le tue labbra, perciò è scomparsa la tua iniquità e il tuo peccato è espiato”. Poi io udii la voce del Signore che diceva: “Chi manderò e chi andrà per noi?”. E io risposi: “Eccomi, manda me!”.
Sal 137  Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria.
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare, mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà: hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza.
Ti renderanno grazie, Signore, tutti i re della terra, quando ascolteranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore: grande è la gloria del Signore!
La tua destra mi salva. Il Signore farà tutto per me.
Signore, il tuo amore è per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 15,1-11
Fratelli, a voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto.  Dunque, sia io che loro, così predichiamo e così avete creduto.
Dal Vangelo secondo Luca 5,1-11
In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini».  E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

A.A.A. CERCANSI SOCI. Don Augusto Fontana

 Da utenti a corresponsabili. Quando si parla di crisi delle vocazioni si pensa normalmente alla scarsità di preti, frati, suore e missionari. Circola ancora una concezione troppo “professionale” e poco battesimale della vocazione. Pare che Dio abbia bisogno di soci nella Rivelazione e nella realizzazione del suo regno. Oggi si è affievolita la cultura della partecipazione e della militanza ed è cresciuta piuttosto la cultura dell’utenza: la società è divenuta una catena di sportelli erogatori di servizi dovuti (compresi quelli religiosi). E’ molto diffusa, anche in ambito religioso, la cultura dell’ <usa e getta>. Un’inchiesta sociologica ha rilevato che in Italia solo il 5-8% dei cattolici praticanti può essere definito un “agente di pastorale” e cioè militante attivo in qualche servizio di catechesi, liturgia o carità della propria comunità di appartenenza. Detto ciò, occorre precisare che la vocazione del battezzato non può identificarsi in una qualche forma di attività parrocchiale: ne sarebbero favoriti quelli che hanno meno gravosi carichi famigliari e lavorativi e ne sarebbero esclusi i malati, gli anziani, i disabili.
Il Card. Martini il 5 dicembre 1998, nel suo messaggio alla città diceva: «Qualche anno fa, riferendomi ad alcuni studi statistici condotti a livello europeo, parlavo di cristiani della linfa, del tronco, della corteccia e infine di coloro che come muschio stanno attaccati solo esteriormente all’albero. Ebbene, i cristiani della linfa, quelli cioè visibilmente coinvolti e partecipi (sempre lasciando al Signore il giudizio sull’intimo dei cuori), sono una percentuale bassa».

Le letture liturgiche odierne possono sollecitare una riflessione sulla identità della Chiesa, popolo di persone convocate per fare esperienza Eucaristica di Rivelazione, vocazione e missione.[1]

 Dio si rivela,  chiama e manda.
Dove si può udire la chiamata? Isaia parla di un’esperienza mistica e/o di culto nel Tempio, il Vangelo riferisce di un incontro sul posto di lavoro, Paolo ricorda il proprio travaglio di coscienza nato nell’impatto tra il fanatismo giudaico e la tradizione della Chiesa primitiva. Resta il fatto del protagonismo centrale della Parola di Dio che comunque si fa largo, direttamente o indirettamente. Per annunciare Dio, bisogna averlo “conosciuto” e per conoscerlo bisogna che sia Lui a “rivelarsi”. L’uomo non Lo raggiunge al termine delle proprie logiche conclusioni. Le tre letture bibliche di oggi propongono storie di vocazioni, di forti esperienze di fede e di impegni militanti pur nella coscienza della inadeguatezza e debolezza umana.  

Isaia 6.
Il brano di oggi è tutto dedicato alla narrazione della vocazione profetica. Altre vocazioni le troviamo nei primi capitoli di Ezechiele e Geremia.
Un’esperienza personale. Nel culto di Jahwè erano proibite le immagini di Dio per sottolineare che ogni linguaggio su Dio e ogni sua rappresentazione hanno un carattere provvisorio e limitato; ma forse anche per evitare il rischio dell’addomesticamento di Dio attraverso la manipolazione, come avveniva nella diffusa idolatria. Oggi potremmo anche dire che nella proibizione dell’immagine di Dio c’è un invito a fare ciascuno la propria personalissima esperienza. Se è vero che c’è un unico Dio per tutti, è anche vero che Lui si rivela nella coscienza di ciascuno secondo gli itinerari e i tempi di ciascuno. Solo alla fine lo vedremo come Egli è veramente.
Sono impuro. La vicinanza con Colui che è tre volte Santo fa scoprire al profeta la mancanza di santità sua e del popolo. Avviene però il miracolo: colui che ha visto (“incontrato”) Dio, riceve in dono una vita per il servizio. Da questo momento in avanti il profeta non vive più a causa della sua nascita fisica, ma per una nuova nascita, per un determinato servizio che il profeta deve, però, accettare. 

Luca 5,1-11.
Con il cap. 5 Luca inizia una nuova sezione del suo scritto (5,1 – 6,11) in cui descrive Gesù intento ad istruire la propria comunità. Luca inquadra la chiamata degli apostoli tra due cornici: le folle accorrono per ascoltare la parola di Dio; gli apostoli vengono avvicinati da Gesù durante un infruttuoso lavoro.
Esperienza personale. E’ strano come in tutti gli Evangeli risulta che le folle vanno dietro a Gesù per fragile istinto o innominabili interessi e curiosità; i discepoli invece lo seguono solo dopo un invito esplicito o un evento/parola che li ha coinvolti e che provoca una rottura esistenziale significativa.
Coscienza del limite. Come abbiamo sentito dalla esperienza di Isaia («Ohimè! Io sono perduto, perché un uomo dalle labbra impure»), così Pietro ha coscienza del proprio limite («allontànati da me, perché sono un peccatore»). Tra l’altro, quando fu scritta questa pagina, tutta la Chiesa primitiva sapeva già che Pietro aveva misconosciuto Gesù nel cortile del tribunale dove lo stavano processando e che il perdono fu dato per grazia di uno sguardo di Gesù. Il profeta Isaia, Mosè, Pietro… non ignorano i propri limiti.
I discepoli seguono Gesù dopo aver abbandonato tutto, ma gli evangelisti ricordano che gli stessi discepoli al momento della cattura lo abbandonarono tutti.
Sequela. Il verbo che il discepolo deve coniugare non è il verbo “imparare”, ma il verbo “seguire”. Al centro non c’è una dottrina, ma una persona e un progetto di esistenza.
Per Luca, che predilige il tema della “strada” verso Gerusalemme, la sequela significa accettare di condividere le scelte di Gesù portandone le conseguenze. Qualcuno ha parlato di “imitazione di Cristo”. Non tutti condividono questa forma di fotocopiatura, perchè di fatto ogni epoca e ogni individuo presentano delle condizioni diverse da quelle originali di Gesù. Il modello di Gesù va sempre mediato e tradotto. A questo riguardo esistono alcuni aneddoti della tradizione ebraica che possono aiutare a capire la necessaria originalità del cammino di ciascuno pur nella indispensabile sequela/imitazione di Cristo.
Rabbi Bar di Radoschitz supplicò un giorno il suo maestro Rabbi Giacobbe di Lublino: “Indicami un cammino universale al servizio di Dio!“: Ed il maestro rispose: “Non si tratta di dire all’uomo quale cammino deve percorrere, perchè c’è una via in cui si segue Dio con lo studio e un’altra con la preghiera, una con il digiuno e un’altra mangiando. E’ compito di ogni uomo conoscere bene verso quale cammino lo attrae il proprio cuore e poi scegliere quello con tutte le forze“. Un discepolo chiese al Rabbi di Zloczow: “Quando la mia opera raggiungerà quella dei Padri Abramo, Isacco, Giacobbe?“. Ed Egli rispose:”Ciascuno in Israele ha l’obbligo di riconoscere di essere l’unico al mondo: se infatti fosse già esistito un uomo identico a lui, egli non avrebbe motivo di essere al mondo. Ogni uomo è cosa nuova nel mondo e deve portare a compimento la propria natura in questo mondo. Finchè questo non accade, sarà ritardata la venuta del Messia“. Rabbi Sussja, in punto di morte, disse: “Nel mondo futuro non mi si chiederà perchè non sono stato Mosè, ma perchè non sono stato Sussja!“.
Dopo questi aneddoti, possiamo osare riascoltare alcune parole di Gesù sulla nostra vocazione: “Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà.” (Luca 9).
La croce di cui parla Gesù non può essere ridotta banalmente alle croci della malattia o della sopportazione. Prendere la croce significa partecipare attivamente alla propria conversione nella preghiera e nell’ascolto, costruendo rapporti umani liberati e conviviali, faticando nell’evangelizzazione e nella realizzazione delle Beatitudini. Anche se ciò avrà un costo di crocifissione.
Ecco come il Concilio Vaticano II° interpreta la vocazione dei laici: “ Per loro vocazione, è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose del mondo e ordinandole secondo Dio. Vivono nel mondo, cioè implicati in tutti e singoli i doveri e affari del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è intessuta. Lì sono chiamati da Dio a contribuire, quasi dall’interno come un fermento, alla santificazione del mondo mediante l’esercizio dei propri impegni, sotto la guida dello spirito evangelico, per manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro vita e con il fulgore della loro fede, speranza e carità.” (Dal Documento Conciliare “Luce delle genti” al n. 31).
Papa Francesco, nella sua “Lettera al popolo di Dio” del 20 agosto 2018 scrive parole dure contro il clericalismo: «Impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio. Di più: ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita. Ciò si manifesta con chiarezza in un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa […] quale è il clericalismo, quell’atteggiamento che non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente».
Sei giornalisti/e francesi (Bruno Bouvet, Claire Lesegretain, Malo Tresca, Gauthier Vaillant, Julien Tranié, Nicolas Senèze), in La Croix del 30 agosto 2018, in un articolo dal titolo: “Clericalismo: idee per cambiare sistema”, avanzano dieci proposte: 1. mettere i preti al loro giusto posto; 2. dare ai laici il loro giusto spazio; 3. ricordare l’uguaglianza di tutti di fronte al battesimo; 4. farsi carico pubblicamente delle colpe della Chiesa; 5. organizzare dei luoghi di dibattito nella Chiesa; 6. usare la propria libertà di parola; 7. governare le diocesi in maniera più collegiale; 8. attribuire delle responsabilità ai laici; 9. far intervenire maggiormente le donne nella formazione dei preti; 10. affidare a delle donne funzioni d’autorità.

Auguri ai preti e ai laici: «Prendete il largo e gettate le vostre reti per la pesca».


[1]Chiesa = assemblea di convocati da…per…




30 gennaio 2022. Domenica 4a ord
VIETATO CALPESTARE I PROFETI

4° Domenica tempo ord. C
Preghiamo. Padre, che nel profeta accolto dai pagani e rifiutato in patria manifesti il dramma dell’umanità che accetta o respinge la tua salvezza, fa’ che nella tua Chiesa non venga meno il coraggio dell’annunzio missionario del Vangelo. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Geremia 1,4-5.17-19
Nei giorni del re Giosia, mi fu rivolta la parola del Signore: “Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo, prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. Tu, dunque, cingiti i fianchi, alzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti alla loro vista, altrimenti ti farò temere davanti a loro. Ed ecco oggi io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti muoveranno guerra ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti”.
Salmo 70. La mia bocca annunzierà la tua giustizia.
In te mi rifugio, Signore, ch’io non resti confuso in eterno.
Liberami, difendimi per la tua giustizia, porgimi ascolto e salvami.
Sii per me rupe di difesa, baluardo inaccessibile,
poiché tu sei mio rifugio e mia fortezza. Mio Dio, salvami dalle mani dell’empio.
Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza.
Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno.
Dirò le meraviglie del Signore, ricorderò che tu solo sei giusto.
Tu mi hai istruito, o Dio, fin dalla giovinezza e ancora oggi proclamo i tuoi prodigi.
Dalla lettera prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 1Cor 13, 4-13
Fratelli, la carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino. Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Al presente conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!
Dal Vangelo secondo Luca 4,21-30
In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.
Vietato calpestare i profeti. Don Augusto Fontana
Il 22 gennaio 2007 moriva l’Abbé Pierre, fondatore della comunità Emmaus che per decenni ha trasformato mendicanti e alcolizzati in soggetti del proprio riscatto.  Fu un irruente e dolce profeta dei poveri; un giorno disse: «Ogni tanto urlare fa bene. Credo che Dio mi abbia dato fiuto per le irruenze misurate».  Un’altra stella della mia generazione se ne è andata; per i poveri era un santo, per i forti (e talvolta anche per alcune gerarchie ecclesiastiche) fu urticante. Scriveva l’ebreo Abraham Heschel: «Una persona priva di pathos, non sarebbe in grado di sperimentare il Dio del pathos»[1].
Abbiamo bisogno di profeti. Si vive in un periodo di normalizzazione in cui il ruolo profetico si è attenuato o è stato mortificato. Lo stesso Gesù Cristo, all’interno della sua Chiesa (e nella mia coscienza), viene neutralizzato nei suoi aspetti più innovativi ed eversivi.  Con alcune eccezioni, grazie a Dio. La parola profetica esamina, critica, incoraggia nei confronti della situazione interna della Chiesa (profezia all’interno) e della situazione della società (profezia all’esterno). Vi sono state epoche in cui alcune persone, oggi dichiarate sante, hanno criticato il Papa: Bernardo di Chiaravalle ammonisce Papa Eugenio III, Caterina da Siena turba i sonni di Papa Gregorio IX, S. Francesco e il suo pauperismo entrò nei sacri palazzi con l’incedere di un elefante. Oggi facciamo memoria dell’abbé Pierre, di Frère Roger di Taizé, di Papa Giovanni, Mons. Helder Camara, Mons. Oscar Romero, Mons. Leonidas Proaño, Don Milani, Don Mazzolari, P.Balducci e P.Turoldo, D. Sirio Politi preteoperaio, Raoul Follereau, Madre Teresa di Calcutta,  Fr. Carretto e i Piccoli fratelli di De Foucauld, Bonhoeffer, i sette monaci trappisti di Tibihrine in Algeria, la volontaria Annalena Tonelli, le Comunità di base, i teologi e i laici cresciuti nella teologia della liberazione, i Movimenti di religiose e laiche per nuovi ruoli e dignità della donna nella Chiesa. Questo ci dice che l’edificazione della Chiesa non avviene solo attraverso una spiritualità arrendevole anche se ciò non significa certificare come profetica ogni contestazione anticonformista. Questi due modi di vedere il profetismo, quello innocuo-interiore e quello brontolone-ciarlatano, sono troppo limitati. Così sarebbe limitativo identificare la profezia solo nella critica, dimenticando il servizio della consolazione, dell’incoraggiamento, della speranza e del pagare di persona. E’ certo che il rischio dei falsi profeti non è più dannoso del rischio di una Chiesa costruita sulla rassegnazione pusillanime dei più (secondo il proverbio: quieta non movère et mota quietare: non smuovere ciò che dorme e anestetizzare ciò che è vivo).
Nell’animo di ogni uomo si radicano dei giudizi, delle valutazioni preconcette che classificano, etichettano, rifiutano e marcano le differenze, proprio come è successo agli abitanti di Nazareth che, per gelosia, non hanno tollerato l’apertura universale del loro compaesano Rabbi Gesù.
Don Tonio Dell’Olio[2] aveva scritto sulla rivista “Mosaico di Pace” (giugno 2005): «La profezia non è solo parlare in nome di Dio all’umanità, ma anche portare a Dio il grido delle donne e degli uomini che pretendono una risposta. Diciamoci la verità. Siamo orfani di voci profetiche che prestino le labbra al Signore della vita. Se il silenzio di Dio ci sembra oggi più terrificante di ieri è anche perché non sempre riusciamo a intercettare presenze, vite, voci autorevoli, profonde, limpide che ci incalzino con la Parola, con il sogno di Dio, con “la verità che esce dalla sua bocca”. Ciascuno potrà riconoscere i profeti a piedi scalzi da cui ha ascoltato la parola nuova che sa di sorgente. A ciascuno è capitato, nel corso degli anni, di agguantare un passaggio di Dio in una presenza discreta che sussurra soltanto. Quando ci siamo decisi a porre Dio al centro della nostra vita ne abbiamo voluto sentire la voce, quando Dio pronunciava parole con voce di donna e di uomo, quando levava il canto in liturgie di fedi sconosciute, quando ci faceva battere forte il cuore come nel giorno del primo amore… In tutte queste occasioni c’era qualcuno che si faceva solco perché l’acqua di sorgente giungesse fino alle nostre labbra. Il profeta è quello. Lo capisci. Forse non gli dai il nome, ma lo capisci. A me sembra che questa nostra epoca arida di poesia e di vita, non colga più nemmeno il passaggio dei profeti minori che parlano in nome di Dio. Oppure non c’è terra buona in cui il seme della profezia possa cadere e dischiudersi perché il profeta sorga e parli. Ma a questo vero e proprio dramma della sterilità della profezia come voce di Dio che si rivolge a noi, forse dovremmo aggiungere anche il pauroso deficit di voci, ugualmente profetiche, che sappiano rivolgersi a Dio raccogliendo come in un fiume le lacrime, la notte, la speranza dell’umanità. Voci che sappiano scalare il Sinai come Mosè per darsi appuntamento con Dio. Uomini o donne che, andando oltre la scorza dura delle cose e dei fatti, sappiano riconoscere il senso del dolore e raccontarlo al Signore della vita. Insomma mi chiedo se c’è oggi profezia di preghiera. È la profezia del monaco che è capace di uno sguardo nuovo sul mondo attraverso le inferriate dell’essenzialità della propria cella. È la profezia di donne di vita contemplativa che sanno ascoltare Dio perché si sono esercitate strenuamente ad ascoltare il dolore sottile della gente. Si tratta di credenti che hanno deciso di scommettere tutto su un Dio di cui non comprendono il silenzio. E questo è il paradosso più vero» (https://old.mosaicodipace.it/mosaico/a/11557.html).
Geremia (in ebraico: Yirmeyahu). Biografia di un profeta discusso.
Geremia nasce nel 645 a.C. ad Anatot, a nord di Gerusalemme, da una famiglia sacerdotale benestante. I primi anni della giovinezza li vive mentre regna Manasse che  introduce, nella religione di Jahwè, alcuni elementi del culto pagano al Dio Baal. Geremia  gli minaccia castighi. Morto Manasse, sale al trono il riformatore Giosia che nel 621 inizia una grande riforma (detta “deuteronomista“) pienamente appoggiata da Geremia. Durante questo periodo la sua attività riscuote vasti successi.  Giosia però muore in guerra a Meghiddo nel 609 e sale al trono Joakim; ciò comporta un mutamento religioso e politico e la conseguente catastrofe. Geremia è costretto a intervenire contro la rinascente depravazione religiosa e contro la miopia politica antibabilonese di Joakim. Si scaglia senza compromessi contro le false sicurezze della circoncisione, del culto, dei circoli profetici e del Tempio. A causa di ciò, conduce una vita di stenti, viene contestato dal popolo, riceve minacce e attentati, gli si proibisce di parlare.  Joakim muore durante la caduta di Gerusalemme nel 597. Nabucodonosor mette sul trono Sedecia che si rivela un sovrano ben intenzionato, ma debole tanto da lasciarsi trascinare in un movimento filoegiziano per riprendere Gerusalemme dalle mani dei babilonesi. Geremia lo sconsiglia, ma viene bollato come traditore della patria e più volte incarcerato. I Babilonesi riconquistano Gerusalemme (597) e ne deportano gli abitanti. Nelle file dei deportati viene trovato anche Geremia al quale viene risparmiata la deportazione.  Egli si reca allora a Masfa a cercare la protezione del governatore Godolìa, suo amico che dopo alcune settimane viene assassinato dai filoegiziani e Geremia è deportato in Egitto. Lì si perdono le tracce.
Chelkìa, padre di Geremia, era di stirpe sacerdotale, ma pare che la sua famiglia fosse stata destituita tre secoli prima dalle funzioni sacerdotali. Su di essa pendeva la maledizione perchè discendente dal sacerdote Ebiatar colpevole di complotto contro il re Salomone (1° Libro dei Re 2, 26-27). Per questa colpa, la famiglia fu forse relegata nel villaggio di Anatot dove aveva conservato la dignità sacerdotale senza poterla esercitare (una specie di “sospensione a divinis”). Quindi: una famiglia “messa da parte” e scomunicata, una famiglia “conosciuta” ma maledetta. La profezia nasce da una lunga, gioiosa e faticosa esperienza di fede (“mi hai sedotto Signore e io mi sono lasciato violentare da te…, maledetto il giorno in cui sono nato…”: dirà Geremia ).
Nessun profeta è bene accetto in patria.
Il testo evangelico della Liturgia continua il discorso inaugurale tenuto da Gesù nella sinagoga di Nazareth. Oggi mettiamo in evidenza due aspetti: è rifiutato dai suoi e accolto dai pagani. Il rifiuto di Nazareth è posto da Luca all’inizio del ministero di Gesù allo scopo di profilare, da subito, lo schema del suo evangelo impostato su un lungo viaggio verso la Croce (“ma egli proseguì il suo cammino“). Quella di Gesù è una storia messianica che si svolge sotto il segno di un duplice  “scandalo”: quello di un Messia non-violento e sconfitto e quello di un popolo che, dopo averlo atteso, lo rifiuta. A questo duplice scandalo, la comunità primitiva, e oggi la liturgia, offrono una risposta semplice: fu sempre così, nella storia della salvezza, per i profeti. Ed anche oggi non possiamo permetterci di scandalizzarci ipocritamente, vista la continua neutralizzazione che la nostra coscienza opera nei confronti di Gesù e dei profeti nostri contemporanei (” lo cacciarono fuori della città“).
Il brano odierno indica anche le ragioni del rifiuto e di questo incontro mancato. Ragioni e resistenze di sempre, radicate nel cuore dell’uomo:
a)Oggi si è compiuta la Scrittura“. Gesù non fa commenti; semplicemente fà quello che dice e quello che la Scrittura promette e chiede. Il profeta non lo si può fare tacere se non uccidendolo, perchè le sue parole si sono fatte vita e carne. Un predicatore è tollerato, un profeta-testimone diventa sovversivo. Una buona notizia per i poveri, normalmente è cattiva notizia per i benestanti, i garantiti, gli assicurati. «Il mistico è assorto nella contemplazione dell’infinito; l’occhio del profeta scruta il definito e il finito, l’insolenza e l’ipocrisia dell’uomo, le piccole crudeltà e le stupide idolatrie»[3].
b)Quanto hai fatto a Cafarnao, fallo anche tra noi“. Egli non offre privilegi ai suoi, non permette che la sua messianicità diventi un fatto locale, una attrazione turistica sfruttabile, un evento coartabile e programmabile.
c)Non è il figlio di Giuseppe?. E’ lo scandalo dell’Incarnazione, è la sproporzione tra la grandezza del messaggio e la quotidianità del messaggero.
d)Naaman il Siro e la vedova di Sarepta“. Il popolo deve mutare la propria autocomprensione narcisista ed ecclesiocentrica e deve cambiare idee su Dio, da un Dio per noi a un Dio per tutti. Il rifiuto nasce dall’atteggiamento di chi accetta Dio (e il profeta) solo se entra nei propri schemi, programmi, bisogni.
Gesù il mio profeta. Ed è subito incompatibilità irritante! Dovrei uscire fuori con Lui, ed invece lo butto fuori dal perimetro delle mie scelte e lo porto sui miei precipizi in cui regolarmente casco io, mentre Lui prosegue il suo cammino altrove. Ho la stessa sua età; siamo andati a catechismo insieme, ho giocato con lui. Di lui so tutto: che barba! Le solite cose trite e ritrite. Di lui condivido tutto salvo due o tre cosette, ma sono di poco conto: quelle beatitudini da verginelle; quella croce che è tutta roba sua perchè se mi avesse chiesto consiglio, un’idea gliela davo; quel “Padre nostro”, che sembra una poesia di Neruda; quella Cena che avrebbe potuto essere una cenetta se non l’avesse rovinata con degli oscuri sospetti sul mio tradimento e con quel gesto plateale di lavarmi i piedi (e pazienza!) chiedendomi (esagerato!) di mettere anch’io il mio naso sulla puzza dei piedi altrui; la storia della Resurrezione che non mi convince molto; quella maniacale passione da missionario gironzolone che mi ricorda i Testimoni di Geova; quelle ore notturne passate in preghiera, roba da santi o per chi non tiene famiglia e lavoro; l’ ossessiva teologia e pratica di liberazione che i miei confratelli non condividono e, a pensarci bene, neanch’io perchè non ho tempo, la politica è sporca, il sindacato è al capolinea, la Caritas è troppo assistenzialista, la mia parrocchia è di centro-destra e io ormai sono in pensione (e poi mi accorgo adesso che ho già messo le pantofole e non posso uscire). Per il resto condivido tutto e Gesù mi piace, tant’è vero che domenica sono andato a Messa dove finalmente ho fatto una predica decente e martedì sono andato al gruppo biblico dove abbiamo fatto una bellissima discussione sulle nuove povertà.
Un popolo col carisma profetico dell’amore ( 1° Cor. 13,1-13). La Chiesa partecipa al carisma profetico di Gesù. Legge gli eventi nella fede, attraverso la lente della vita di Gesù. Annuncia l’amore gratuito e universale, ma un amore dolce coi deboli, rigoroso coi forti, lucido nelle analisi, perseverante nei fallimenti, devastante sulle proprie sicurezze, consolante sulle insicurezze altrui, capace di pagare di persona.

Ohi!… attenzione a non calpestare i piccoli profeti rompiscatole!


[1] Abraham Heschel, Il Messaggio dei profeti, Borla. Un piccolo e prezioso trattato sul profetiamo, visto da un ebreo.
[2] È presidente della Pro Civitate Christiana di Assisi. redattore di Mosaico di Pace – rivista promossa da Pax Christi e fondata da Mons. Tonino Bello
[3] Abraham Heschel, op. cit.




23 gennaio 2022. Domenica 3a tempo ordinario
OGGI

3° domenica tempo ord. C
Preghiamo. O Padre, tu hai mandato il Cristo, re e profeta, ad annunziare ai poveri il lieto messaggio del tuo regno, fa’ che la sua parola che oggi risuona nella Chiesa, ci edifichi in un corpo solo e ci renda strumento di liberazione e di salvezza. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro di Neemìa 8,2-4.5-6.8-10
In quei giorni, il sacerdote Esdra portò la legge davanti all’assemblea degli uomini, delle donne e di quanti erano capaci di intendere. Lesse il libro sulla piazza davanti alla porta delle Acque, dallo spuntare della luce fino a mezzogiorno, in presenza degli uomini, delle donne e di quelli che erano capaci d’intendere; tutto il popolo tendeva l’orecchio al libro della legge. Lo scriba Esdra stava sopra una tribuna di legno, che avevano costruito per l’occorrenza. Esdra aprì il libro in presenza di tutto il popolo, poiché stava più in alto di tutti; come ebbe aperto il libro, tutto il popolo si alzò in piedi. Esdra benedisse il Signore, Dio grande, e tutto il popolo rispose: «Amen, amen», alzando le mani; si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore. I levìti leggevano il libro della legge di Dio a brani distinti e spiegavano il senso, e così facevano comprendere la lettura. Neemìa, che era il governatore, Esdra, sacerdote e scriba, e i leviti che ammaestravano il popolo dissero a tutto il popolo: «Questo giorno è consacrato al Signore, vostro Dio; non fate lutto e non piangete!». Infatti tutto il popolo piangeva, mentre ascoltava le parole della legge. Poi Neemìa disse loro: «Andate, mangiate carni grasse e bevete vini dolci e mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza».
Salmo 18  Le tue parole, Signore, sono spirito e vita.

La legge del Signore                è perfetta,          rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore    è stabile,            rende saggio il semplice.
I precetti del Signore                sono retti,          fanno gioire il cuore;
il comando del Signore            è limpido,          illumina gli occhi.
Il timore del Signore                 è puro,              rimane per sempre;
i giudizi del Signore                 sono fedeli,        sono tutti giusti.
Ti siano gradite le parole della mia bocca;  davanti a te i pensieri del mio cuore, Signore, mia roccia e mio redentore.
Dalla lettera prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 12, 12-14.27 (forma breve)
Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra.
Dal Vangelo secondo Luca 1,1-4; 4,14-21
Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

OGGI. Don Augusto Fontana
Parole portate da storie sgangherate[1].
La prima lettura, quella del Libro di Neemia, risuonerà nel silenzio orante delle nostre assemblee liturgiche disinfettata dal suo contesto storico: eventi foschi. Fuori da questa cornice diventerà occasione ghiotta per elegie ed elogi sulla Liturgia o lo studio orante della Parola di Dio. Nulla da ridire al riguardo. Magari fossimo tutti scrutanti e scrutati da questa forte e dolce Parola. Purchè resti ferma la memoria che la Parola di Dio viaggia su carri sgangherati. Anche chi ascolta meravigliato la spiegazione biblica di Gesù nella sinagoga di nazaret finirà nella rete di questa incredibile logica di Dio: «..e dicevano:“Non è il figlio di Giuseppe?”»[2].  Origini troppo banali per uno che dichiarava di essere l’oggi delle promesse di Jahweh. Origini, d’altra parte, interessanti per uno da sfruttare, come si farebbe con una star famosa, influente e milionaria che torna al comune paesello.
La Parola viene da Dio, ma viaggia nella carne e si annida nella storia perché ad esse è destinata. Parola di Dio consegnata, fragile, al sapere di esegeti e scribi, alle intuizioni naïve del popolo, alla faticosa ruminazione di credenti, alle maldestre mie liturgie, al prostituto ancheggio dei potenti, alla infinita speranza dei falliti: «Ti benedico, o Padre perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11, 25).
Dunque torniamo alla cornice e agli antefatti della liturgia della Parola in quella piazza di Gerusalemme.
Erano già passati molti decenni dal decreto con cui il re Ciro aveva permesso il ritorno degli ebrei dalla deportazione di Babilonia, ma ancora molti giudei si trovano a Babilonia. Venivano chiamati “giudei della diaspora”. E pare che si fosse ben integrati nel sistema imperiale. Si viene a sapere che  a Gerusalemme e in Giudea le cose non andavano bene tra i rientrati, soprattutto nei rapporti tra la classe sacerdotale e il popolo. Neemia, uno della diaspora e amico del re, fu il primo a sentire la necessità di intervenire. Egli va a Gerusalemme mandato dal re Artaserse che è interessato a riprendere un maggior controllo politico dell’area. Il re gli mette a disposizione oro e soldati (Neemia 2,5-9). La sua missione consiste nel ricostruire la città, ricondurre al potere il gruppo sacerdotale più gradito al re, riprendere il controllo persiano dei mercati della Giudea troppo strettamente collegati con i mercati arabi. (Neemia 2, 17-20). Con grande sforzo Neemia riesce a ricostruire le mura di Gerusalemme e ad obbligare una parte della popolazione ad abbandonare le campagne per lavorare nella città al servizio del gruppo sacerdotale (Neemia 6, 15; 11, 1-2). Separa la Giudea dalla Samaria facendone una provincia autonoma, costituisce un’assemblea urbana e organizza un sistema di imposte e tributi sui contadini, soprattutto la DECIMA, per garantire il pieno funzionamento della città (Neemia 5, 14-18; 10, 1-40; 10, 38b). Torna a Babilonia con in mano i risultati raggiunti senza prevedere che, in sua assenza, i contadini non avrebbero più pagato le decime né avrebbero sostenuto economicamente il tempio e i sacerdoti. Allora parte Esdra per ridurre alla ragione i contadini delle campagne. Egli sa che non ci sarà soluzione ai conflitti finché la campagna non passerà sotto il controllo dei sacerdoti. Arriva, dunque, con la forza della Legge/Torà e l’appoggio dal re, per garantire la proprietà della terra per i giudei di razza e di sangue. I meticci (come lo era la maggioranza dei contadini che avevano sposato donne straniere) non avranno diritto alla proprietà terriera e potranno solo lavorare come servi (Esdra 9, 12; 10, 8). Esdra organizza un sistema giudiziario nelle campagne per far applicare questa nuova Legge con pene severissime a chi non le avesse rispettate. (Esdra 7, 25-26). I contadini saranno chiamati con disprezzo “popoli della terra” ed equiparati agli stranieri che non potevano possedere terre in Israele (Esdra 9, 1-2). Con questa politica i contadini perdono le proprie terre che passano sotto il controllo del gruppo sacerdotale. La missione di Neemia ed Esdra è appoggiata economicamente e militarmente dall’impero. Il capitolo settimo del libro di Esdra è molto importante per capire il realismo entro cui ci fu trasmessa la Parola di Dio. Vi ritroviamo la lettera che il re Artaserse aveva consegnato ad Esdra per il suo ritorno a Gerusalemme. La commistione tra evangelizzazione e politica diventa un abbraccio mortale. Esdra, uomo espertissimo nella Bibbia e macchiavellico, torna dunque con una lettera del re che suona così: «Verso chiunque non osserverà la legge del tuo Dio e la legge del re, sia fatta prontamente giustizia o con la morte o con il bando o con ammenda in denaro o con il carcere» (Esdra 7, 26). La legge di Dio si mescola con la legge del re. Sono bastati alcuni denari del re consegnatigli per il tempio e già Esdra si vende agli interessi del re. Collateralismo. Muore la figura del profeta e nascono rabbini, maestri, teologi, esperti di interpretazione e comprensione del testo. Il libro di Neemia, nel capitolo 8, ci parla di questo cambiamento significativo. Abbiamo Esdra sopra al palco con il libro aperto e circondato da 12 scribi. Ma attenzione. Sta emergendo un gruppo, i discendenti di Levi: «Giosuè, Bani, Serebia, Jamin, Acub, Sabatai, Hodias, Maasia, Celita, Azaria, Josabad, Hana e Falaia, che erano leviti, spiegavano la Legge al popolo che restava in piedi» (Neemia 8, 7). Non è più il profeta che parla! «Lessero il libro della legge di Dio spiegando e interpretando il senso perché tutti comprendessero ciò che stavano leggendo» (Neemia 8,8). Leggere, chiarire, interpretare, spiegare, comprendere sono i nuovi verbi legati al Libro. E se qualcuno vuol fare la carità, c’è posto anche per quella: «mandate porzioni a quelli che nulla hanno di preparato».
Avremo un popolo che non capisce la parola di Dio a meno che qualcuno gliela spieghi e chiarisca ciò che vi è scritto. Non era così che parlavano i profeti. Il libro tornò ad essere al centro, sacralizzandosi. La parola di Dio non è più la vita, ma un libro. E coloro che lo conoscono o che lo interpretano sono i nuovi maestri. Il tempio controlla così definitivamente la Parola. Il profeta scomparve. Dovremo attendere Giovanni il Battista e Gesù.
Parole destinate a vite sgangherate.
Gesù, a differenza di Giovanni il Battezzatore, non resta nel deserto, ma spinto dallo Spirito Santo, torna nei luoghi della convivenza civile e tra i suoi; il suo insegnamento predilige 3 luoghi: la sinagoga (Israele), la strada (tutti), la casa (i discepoli). L’attività di Gesù è itinerante e instancabile per raggiungere l’uomo in tutte le situazioni.
Gesù, un bravo ebreo che legge  la  Toràh in sinagoga e in comunità. Dice S. Gregorio Magno: “So per esperienza che il più delle volte in presenza dei miei fratelli ho compreso molte cose della Parola di Dio che da solo non ero riuscito a comprendere“. Gesù, Logos-Parola di Dio, come si è messo in fila con i peccatori sul fiume Giordano partecipando al movimento di riforma di Giovanni Battezzatore, così si mette in fila per entrare ogni sabato in sinagoga per partecipare alla assemblea liturgica della Toràh; e pare che fosse davvero bravo nei commenti, considerati i complimenti che gli rivolgevano. Sono i paradossi di Gesù che rivelano la paradossale indifferenza dei cristiani alla assiduità della Celebrazione della Parola. Alle origini della Chiesa non era così perché, come scrive il Libro degli Atti 2,42: “Erano assidui nell’ascoltare gli insegnamenti degli apostoli“. Il suo insegnamento è di sabato perchè la  Parola di Dio apre all’uomo il Sabato di Dio, giorno nel quale si entra nell’ascolto e nella obbedienza, giorno del Sabato definitivo della Risurrezione. Gesù apre il Rotolo, come dirà l’Apocalisse  5,9: “Tu sei degno di prendere il Rotolo e aprirne i sigilli“. Gesù chiude il Rotolo dichiarando così concluso il tempo della promessa e inaugurato il tempo del compimento: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» .
Tuttavia l’evangelo si appoggia sull’Antico Testamento e ogni cristiano dovrebbe essere, come Gesù, un po’ ebreo. Prima di essere cristiani siamo ebrei.
Gesù e la sua novità si colgono solo a partire da quella bibliotechina di 73 libricini della Bibbia formatasi progressivamente dentro la storia di grazia e di peccato di un popolo nell’arco di quasi duemila anni. Ma Gesù è anche l’esegeta e lo scriba della Bibbia; sarà infatti Luca stesso che rammenterà la vicenda dei discepoli di Emmaus a cui Gesù “spiega” ed attualizza le Sante Scritture.
Con la Bibbia Dio rompe il silenzio e si pronuncia non parlando solo di se stesso, ma anche dell’uomo. E questo discorso viene rivolto essenzialmente ad un popolo. Interlocutore di Dio non è tanto, o soltanto, il singolo individuo, quanto un popolo[3]. Non è un libro di responsi dove ciascuno può scovare le proprie idee e tutto ciò che gli fa comodo. E’ un libro di comunità e non può essere capito se non nell’ambito ecclesiale. E’ un dialogo con Dio da parte di una assemblea. Gesù prende spunto dal brano profetico per esternare il suo programma pastorale: Kerigma (primo annuncio), catechesi (spiegazione e approfondimento), prassi liberatrice di amore. Gesù rivoluziona il modo di leggere la Toràh perchè sposta l’attenzione da ciò che si dice a ciò che accade, dal testo all’avvenimento, dal passato all’oggi, dagli impegni degli altri al proprio coinvolgimento personale diretto. Luca è ossessionato dall’oggi lungo tutto il suo evangelo. Il cap. 61 di Isaia era un testo che veniva letto con una forte valenza messianica: quando si sarebbe realizzato ciò che vi è contenuto, sarà il segno che l’èra messianica si è inaugurata.
Ignorare la Santa Scrittura è ignorare Cristo (S. Girolamo).
Poche domeniche si prestano come questa per un discorso di fondo sull’importanza della Bibbia per la nostra vita, sul modo di ascoltarla e di leggerla con frutto sia personalmente che nel gruppo biblico o nell’assemblea liturgica. Però va ribadito anche come dovremmo leggerla:
1- in atteggiamento orante, convinti di essere alla presenza del Signore che ci parla (cfr. nella 1° Lettura: “si inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore“). Oggi si sta diffondendo l’uso della “Lectio divina” che è un metodo di ascolto orante, di lettura continua delle Sante Scritture cercando di capire la Bibbia attraverso la Bibbia e con la vita. Dopo le Letture liturgiche il lettore proclama <Parola di Dio!> e tutti rispondiamo < Rendiamo grazie a Dio, lode a Te o Cristo!>; dopo ogni Lettura siamo invitati a pregare con un salmo o con un versetto di Alleluja. L’automatismo di queste acclamazioni, l’ovvietà abitudinaria hanno forse bruciato, nel tempo, la carica di fede di queste proclamazioni.
2- in spirito di conversione, non per cercare idee o conferme dei nostri punti di vista, ma per riscoprire la nostra identità, per piangere la nostra infedeltà e per aprirci gioiosamente alla speranza.
3- in spirito…ebraico cioè attraverso i 3 approcci più tradizionalmente ebraici: esegesi (la lettura del testo fatta nel/col suo contesto letterale), attualizzazione culturale (non limitandosi a ripetere ciò che l’autore ha detto, ma facendo sprigionare dal testo la sua ricchezza celata, capace di dare significato al nuovo e diverso momento storico dell’oggi; ciò comporta un lavoro sinfonico e comunitario che richiede collaborazioni e competenze), attualizzazione esistenziale (vivere la Santa Scrittura per meglio capirla). La tradizione ebraica amava dire che “la Bibbia ha settanta volti” per sottolineare l’inesauribile significato della Scrittura, contemporanea ad ogni uomo, in ogni tempo e circostanza.
4- nell’oggi dell’impegno quotidiano attraverso gesti concreti di salvezza. Davanti alle realtà che ci circondano, che cosa fare? Rassegnarci?  Rivoltarci? E contro chi, contro che cosa? A chi mi domanda: “Credi ancora che l’umanità diventi migliore?” mi piacerebbe saper rispondere: “Ci voglio credere, perchè credo in Gesù di Nazaret il Cristo”, anche se so che tutto questo non si realizzerà senza sforzo. Gesù ha posto la prima pietra. La seconda Lettura biblica di oggi (1° Corinti 12, 12-31) che non ho commentato per motivi di spazio, sottolinea che Dio si serve di noi come Sue membra: mani, cuore, parola, intelligenza. Se ci addormentiamo, noi sabotiamo il suo “Oggi” e paralizziamo la sua attività messianica riducendo la Buona Notizia (Evangelo) a lettera morta.


[1] Ho elaborato questa sezione servendomi del testo del biblista italo-brasiliano Sandro Gallazzi Por uma terra sem mar, sem templo, sem làgrimas, Ed. Vozes, Petròpolis, 1999.
[2] Luca 4,22
[3] Nell’Antico Testamento vengono ricordate soprattutto quattro grandi Assemblee attorno alla Torah: l’assemblea del Sinai dove si forma la prima “chiesa del deserto” (Esodo 19,3-8); l’assemblea di Sichem svoltasi appena dopo l’ingresso nella terra promessa sotto la guida di Giosuè (Giosuè 24); l’assemblea del re Giosia a seguito della scoperta del Libro della Legge che era stato nascosto al tempo del crudele regno di Manasse (2 Libro dei Re Cap. 22-23); l’assemblea di Esdra, dopo il ritorno dall’esilio babilonese (398 a.C.), riportata dalla lettura biblica della liturgia odierna.




16 gennaio 2022.EPIFANIA DI GESU’ AI DISCEPOLI NELLE NOZZE DI CANA

Epifania di Gesù alle nozze di Cana 

Preghiamo. O Dio, che nell’ora della croce hai chiamato l’umanità a unirsi in Cristo, sposo e Signore, fa’ che in questo convito domenicale la santa Chiesa sperimenti la forza trasformante del suo amore, e pregusti nella speranza la gioia delle nozze eterne. Per Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Isaia 62,1-5
Per amore di Sion non mi terrò in silenzio, per amore di Gerusalemme non mi darò pace, finché non sorga come stella la sua giustizia e la sua salvezza non risplenda come lampada. Allora i popoli vedranno la tua giustizia, tutti i re la tua gloria; ti si chiamerà con un nome nuovo che la bocca del Signore indicherà. Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più “Abbandonata” né la tua terra sarà più detta “Devastata”, ma tu sarai chiamata “Mio compiacimento” e la tua terra, “Sposata”, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo. Sì, come un giovane sposa, una vergine, così ti sposerà il tuo creatore; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te.
SalMO 95 – Hai fatto nuove, Signore, tutte le cose.
Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore da tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome. Annunziate di giorno in giorno la sua salvezza.
In mezzo ai popoli narrate la sua gloria, a tutte le nazioni dite i suoi prodigi.
Date al Signore, o famiglie dei popoli, date al Signore gloria e potenza, date al Signore la gloria del suo nome.
Tremi davanti a lui tutta la terra. Dite tra i popoli: “Il Signore regna!”.
Sorregge il mondo, perché non vacilli, giudica le nazioni con rettitudine.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12,4-11
Fratelli, vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune: a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio di scienza; a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito; a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose è l’unico e il medesimo Spirito che le opera, distribuendole a ciascuno come vuole.
Dal Vangelo secondo Giovanni 2,1-12
[Tre giorni dopo][1] vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.  Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me?[2] Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.  Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio [il principio] dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Rincorsi da un amoreDon Augusto Fontana

 Fintanto che non arriva la società felice,
che ci siano almeno frammenti di futuro
in cui la gioia è servita come sacramento,
perché i bambini imparino che il mondo può essere diverso. (Rubem Alves)[3]

A Cana di Galilea, confinante con i nostri villaggi e siepi, l’orologio di Maria invitata a nozze era in anticipo di alcuni anni sull’Ora pasquale di Gesù: «Donna, non è ancora giunta la mia Ora» (Giovanni 2, 9-11). Gesù decide comunque di dissotterrare frammenti del suo futuro e di servire un antipasto di gioia sponsale come sacramento di quell’Ora. Affinché noi, discepoli novizi, impariamo che le nostre Galilee non sono abbandonate e maledette: «Sarai una magnifica corona nella mano del Signore, un diadema regale nella palma del tuo Dio. Nessuno ti chiamerà più “Abbandonata”, né la tua terra sarà più detta “Devastata”, ma tu sarai chiamata “Mio compiacimento” e la tua terra “Sposata”. Sì, come un giovane sposa una ragazza, così ti sposerà il tuo architetto; come gioisce lo sposo per la sposa, così il tuo Dio gioirà per te» (Isaia 62, 1-5).
Da quel momento i discepoli credettero in lui. Il che vuol dire che prima erano discepoli, ma non credenti. Falsi griffati, patacche come me e, forse, come te. L’evangelista Giovanni ci dice che quel primo segno non basterà a garantire la longevità della loro fede. Avranno bisogno di altri sei segni di Gesù[4]. Che non basteranno ancora. La fatica del nostro credere è tutta fatica Sua, di questo povero Dio Cireneo che porta e solleva periodicamente tradimenti, affievolimenti, cadute di tensione, smarrimenti, eclissi fino al Giorno in cui “sarà innalzato e attirerà definitivamente tutti a sé” (Giovanni 12,32).
Con la liturgia di oggi sfumano le Epifanie del Signore, quelle accadute tutte fuori dal Tempio: in una grotta di campagna tra i poveri del suo popolo; in una casa di villaggio tra pellegrini pagani; sulle rive di un fiume tra peccatori vogliosi di disintossicarsi; ora in un pranzo di nozze tra sposi, servi e discepoli attoniti. Queste Epifanie noi le celebriamo nel Tempio, ma non ci rassegniamo a doverle trovare solo lì. Curiosiamo nello spazio non-liturgico e non-clericale per trovare i suoi segni da leggere, i markers di una sua presenza da seguire, la melodia per cantare con occhi sbarrati: «Hai fatto nuove, Signore, tutte le cose».
Oggi c’è un gesto di Gesù in vista di un’umanissima festa di matrimonio, un’espansione del suo “prendersi cura” affinché vi sia festa tra indigenti o scialacquatori. Questo primo “prendersi cura” è una sigla di apertura, la prima “orma liturgica” di quell’Ora di Gesù che incombe in tutto il Vangelo di Giovanni fino al capitolo 13 :«Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua Ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine».  Poi lava i loro piedi trasformando l’acqua del catino delle purificazioni nel buon vino dell’amore servizievole e liturgico. E’ l’ora di quella Gloria che Giovanni gli vede sulla faccia tumefatta dagli schiaffi dei soldati. Dice Enzo Bianchi[5]: «Per noi, avere “gloria” significa ottenere riconoscimento, finire sui giornali o diventare un personaggio. Per Giovanni la gloria di Gesù è mostrare che lui ama gli altri fino alla morte. Il suo letto nuziale è la croce; la camera nuziale è la tomba della resurrezione: “Non c’è amore più grande che dare la vita per gli amici”. Giovanni vuole dirci che Gesù è morto per testimoniarci la gloria di Dio, cioè l’amore di Dio per noi». Un amore sponsale.
«Mi baci con la tua bocca! Le tue tenerezze sono più dolci del vino» (Cantico dei Cantici 1,2).
Dicono che subire un deficit affettivo procura infezioni che si annidano nel sistema di autostima e di relazioni umane; l’aggressività, il pessimismo, l’insicurezza, la fragilità sentimentale, il legalismo trovano nel deficit affettivo il loro principale peccato originale. Senza scomodare analisi freudiane, qualcosa del genere lo riscontriamo nel contesto storico della prima lettura liturgica di oggi e risalente a 540 anni circa prima delle nozze di Cana. Il pagano imperialista Ciro aveva concesso agli Israeliti di rientrare in patria. Fu la fine dell’esilio iniziato circa cinquant’anni prima con la deportazione in massa a Babilonia e la distruzione del Tempio. Cinquant’anni durante i quali la fede di migliaia di piccoli Giobbe fu sottoposta a prove durissime: crollo della monarchia davidica e delle strutture culturali e religiose, invidia per lo splendore rituale e politico dei vincitori, tracollo dei sistemi di trasmissione delle tradizioni popolari e religiose, defezione di molti. I profeti avevano per anni tenuta sveglia la capacità di leggere i segni dei tempi, di effettuare un esame di coscienza per comprendere il senso e le responsabilità della catastrofe, per sostenere fedeltà e identità di popolo, per combattere la disperazione disgregante. Fu un tenace annuncio di speranza che aveva come fondamento la fedeltà di Dio. La liberazione effettivamente avvenuta aveva confermato le parole dei profeti: la fedeltà di Dio si era manifestata con lo straordinario segno tangibile del ritorno da Babilonia. Poi l’entusiasmo si affievolì, il Tempio ricostruito fu modesto, le tensioni sociali riaffiorarono non meno che l’abitudinario grigiore dell’ordinaria follia quotidiana. E ripresero ali l’aggressività, il pessimismo, l’insicurezza, la fragilità sentimentale, il legalismo. A questo popolo parla il discepolo del profeta Isaia che mette in campo una delle carte considerate vincenti: Dio è tuo sposo.
Mi chiedo se oggi gli sposati reggono alla responsabilità di narrare Dio e di esserne il suo simbolo. Realtà matrimoniale evidentemente in crisi come gestione dei sentimenti, come istituzione e – perché no? – come sacramento. Quote crescenti di fallimenti matrimoniali sono sociologicamente registrabili mentre altre percentuali si consumano in striscianti divorzi fatti in casa.  Siamo povere creature bisognose di dire “Dio” con parole povere prese in prestito dal circuito delle nostre esperienze: padre, pastore, sposo…. «Le parole sono cose pericolose. Esse hanno un potere infinito di ingannare, di ammaliare. Dio è un mistero senza fine, mistero così grande che non ha nome che gli si possa applicare. I nomi sono gabbie. Quando diamo un nome a qualcosa o a qualche persona, essa rimane ingabbiata»[6].  Eppure, come scrive il biblista Alonso Schökel, «per rivelare il suo amore Dio chiede in prestito all’amore umano i suoi simboli e la capacità dell’uomo di rispondere a questo amore. La storia dell’umanità comincia con una coppia. Il dinamismo del Libro dell’Apocalisse è orientato verso il culmine, cioè le nozze dell’Agnello»[7]. Dio “sposo”, dunque, non solo di suore, frati o chiese verginelle, bensì di tutta l’umanità. Quell’umanità, dentro e attorno a noi, che è come una ragazza nubile afflitta dall’ansia di un amore che la innalzi e la nobiliti, la distolga da sé, colmi il senso della sua esistenza sentendosi dire dal suo Dio: «Mi hai rubato il cuore, mia sposa, con uno dei tuoi sguardi, con una sola gemma della tua collana»[8]. Umanità curata e accudita come una vigna/sposa da cui si attendono acini dolci e vino buono non solo per sé, ma anche per i passanti: «La vigna del Signore, il suo vivaio preferito sono gli uomini di Giuda; da loro aspettò diritto ed ottenne omicidi, si aspettò giustizia ed ecco invece lamenti»[9].  Un’umanità che ha ormai esaurito tutta la sua produttività e scialacquato ogni residuo di dolcezza e di gioia, come nel banchetto di Cana: «…venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: Non hanno più vino». Nell’umanità di Gesù tornano spremute di fedeltà, di vino buono: «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto»[10]. Ora Dio può cantare il ritornello sponsale rimasto sospeso sulla bocca di Adamo: «Questa sì che è osso delle mie ossa, carne della mia carne». D’ora in avanti Dio si darà da fare, tra alterne vicende di prevedibile infedeltà, per la gloria e la fama della sposa:  «Passai vicino a te e ti vidi; ecco, la tua età era l’età dell’amore; io stesi il lembo del mio mantello su di te e coprii la tua nudità; giurai alleanza con te, dice il Signore Dio, e divenisti mia. Ti lavai con acqua e ti unsi con olio; ti vestii di ricami, ti misi braccialetti ai polsi e una collana al collo e una splendida corona sul tuo capo.  Diventasti sempre più bella e giungesti fino ad esser regina»[11]. Vino e vestito sono due temi favoriti da contesti nuziali e restano parabole molto utilizzate dagli evangelisti. Oggi la parabola protagonista è costituita dal vino, tema centrale dell’episodio dove è richiamato per cinque volte con tutto il suo sapore di vitalità e di gioia. Paolo, nella seconda lettura liturgica (1 Corinti 12, 4-11) elenca i carismi che pendono come grappoli e gioielli in mezzo al fogliame delle nostre poco encomiabili vite: «Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune».
Nella promessa di un Dio com-promesso.
Un discepolo di Isaia (62,1-5) scrive nel periodo in cui i deportati a Babilonia erano tornati, pieni di sogni trasformati presto in delusioni. L’entusiasmo per la ricostruzione si era via via indebolito ed erano affiorati mille dubbi sulla credibilità del loro Dio. Anche noi abbiamo il nostro “Ritorno da Babilonia” fatto di sogni frantumati. Basta leggere i quotidiani di due giorni. Anche noi abbiamo dato fondo al vino frizzante e siamo a bocca secca. Abbiamo da offrire, al massimo, barilotti d’acqua, fondi di bicchiere.
Siamo un popolo nubile, una vecchia chiesa zitella, in attesa che qualcuno ci baci con la rassicurazione di una fedeltà e di una promessa sponsale: «Dio non esaudisce tutti i nostri desideri, ma tutte le sue promesse» scrive Bonhoeffer dal carcere[12].
La fedeltà alla promessa implica la forza di scegliere sempre di nuovo ed è offerta come un’energia capace di produrre novità;  «una forza – scrive Romano Guardini – che vince il tempo, ma non con la durezza della pietra in rigida fissità, bensì come forza vitale che cresce e crea»[13]. Il bisogno di sentirci inseriti in un regime di fedeltà e di promessa, nasce dall’esigenza di essere riconosciuti come soggetti da non buttare, di poter contare su qualcuno che mantiene le promesse perché si com-promette.
«Nel pro-mettere è all’opera il significato del com-promettere, che si traduce come responsabilità con e per l’altro nel mandare avanti la relazione in quanto tale. La fedeltà del “io-sarò-come-sono”, offerta all’altro da chi promette, poggia sul riconoscimento dell’incommensurabile valore dell’altro.  La promessa è la risposta essenziale grazie alla quale è possibile imparare a sperare. In chi o in che cosa speriamo? Verso dove andiamo? Con la promessa sperimentiamo un compimento che trasfigura la nostra finitezza, facendone una grazia anziché una maledizione»[14].

Noi abbiamo la potenza del disdire le nostre promesse. I nostri AMEN spesso non sono che rantoli d’agonia su speranze, relazioni, preghiere e futuro.
Potrà dissuaderci la promessa di salvezza nuziale in Gesù? Fintanto che non arriva la società felice, oseremo chiedere a questo sfuggente Dio di scodellarci sulla mensa e nelle nostre anfore almeno frammenti, assaggi, acconti della sua Ora, brandelli di speranza servita come sacramento.
Saremo:
– bambini stupiti per un mondo che può essere diverso;
– discepoli credenti benché in manutenzione;
– servi che fanno ciò che Lui ci dirà;
– spazi di carismi che Dio si crea per esprimere storicamente la ricchezza della sua offerta.

«Vorrei che i miei fratelli di fede possedessero il carisma del segno. Un gesto appena abbozzato, una parola sussurrata, un accenno. Un segno piccolo, contenuto, dimesso, rispettoso. Che faccia sospettare un Dio che mi ama e che vuole intervenire nella trama ordinaria della mia vita per invitarmi (o invitarsi) alla festa»[15].


[1] Il testo ufficiale che ascolteremo nelle liturgie di domenica omette (perché?) l’indicazione “tre giorni dopo” che per l’evangelista è invece un linguaggio in codice per indicare che in quell’evento inizia già il tempo pasquale di Gesù e della chiesa. Anche noi, domenica, saremo in quel “terzo giorno” seduti a quella mensa anche se un po’ defilati, davanti al vino della gioia e dell’amore sponsale. 
[2] Letteralmente: “cosa a me e a te, donna?” [ti emoi kai soi gunai]. Frase di difficile traduzione e interpretazione. Anche la traduzione proposta dalla Conf. Episc. Ital. ha ondeggiato: nel 1974 traduceva “Che ho da fare con te, o donna?”; nel 2008 “Donna che vuoi da me?”. San Giovanni Crisostomo vede nella risposta di Gesù un voler mettere le distanze: sua madre è invitata a superare la sua maternità carnale per nascere come discepola. Enzo Bianchi avvalora questa interpretazione: la risposta di Gesù avviene tramite parole che creano una distanza, che le chiedono di restare al suo posto, perché in quanto madre fisica di Gesù non può pretendere nulla. In altri termini, Gesù le sta dicendo che, se c’è qualcosa di suo proprio, non è certo il suo essere madre, ma qualcos’altro. Ed ecco che Maria da madre si fa discepola che ascolta, obbedisce al figlio e chiede agli altri di fare lo stesso: “Tutto quello che vi dirà, fatelo”. La madre, divenuta discepola, chiede che siano riservati a Gesù ascolto e obbedienza, nient’altro. E’ la prima discepola di Gesù. Il biblista A. Maggi invece scrive: La madre di Gesù crede che il messia vada ad annunciare nuova vita alle antiche istituzioni. Ma Gesù non è venuto a mettere nuova vita nelle antiche istituzioni, ma a formularne una nuova. Quindi Gesù dice: “Non ci interessa questo”.
[3] Da CEM mondialità, 1/1999, pag. 47. Rubem Alves, brasiliano (1933-2014).  Pastore e teologo prebiteriano.
[4] Guarigione del figlio di un funzionario a Cafarnao ((4,54); guarigione di un handicappato alla piscina di Betzaetà (5,2); moltiplicazione dei pani (6,4); guarigione di un cieco (9, 16); rianimazione di Lazzaro (11,4); morte e risurrezione di Gesù.
[5] Appunti dal Corso tenuto a Bose da Enzo Bianchi: Dal Gesù della storia al Cristo della fede.
[6] R. Alves Dire Dio, CEM mondialità, 1/1999.

[7] Luis Alonso Schökel, I nomi dell’amore.Simboli matrimoniali nella Bibbia, Piemme, 1997. Il biblista seleziona e analizza tutti i testi biblici in cui Dio si autorivela partendo dalla pista di decollo dell’universale esperienza della vita matrimoniale.
[8] Cantico dei cantici, 4,9
[9] Isaia 5, 7.
[10] Giovanni 15, 5
[11] Ezechiele 16.
[12] D. Bonhoeffer Resistenza e resa, Bompiani, 1969, pag. 282.
[13] R. Guardini, Le virtù, Morcelliana, Brescia, 1980, pp. 80-81.
[14] passim da Roberto Mancini Esistenza e gratuità. Antropologia della condivisione,Cittadella editrice, Assisi, 1996.
[15] Alessandro Pronzato «Parola di Dio!». Commenti alle 3 letture della domenica. Ciclo C,Gribaudi, 1988, pag. 146




9 gennaio 2022. EPIFANIA DI GESU’ NEL GIORDANO

Preghiamo. O Padre, il tuo unico Figlio si è manifestato nella nostra carne mortale,  concedi a noi, che lo abbiamo conosciuto come vero uomo,  di essere interiormente rinnovati a sua immagine. Egli è Dio e vive e regna con te…
Dal libro del profeta Isaìa 40,1-5.9-11
«Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati». Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato». Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».
SalMO 103  Benedici il Signore, anima mia.
Sei tanto grande, Signore, mio Dio! Sei rivestito di maestà e di splendore,
avvolto di luce come di un manto, tu che distendi i cieli come una tenda.
Costruisci sulle acque le tue alte dimore, fai delle nubi il tuo carro,
cammini sulle ali del vento, fai dei venti i tuoi messaggeri e dei fulmini i tuoi ministri.
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza; la terra è piena delle tue creature.
Ecco il mare spazioso e vasto: là rettili e pesci senza numero, animali piccoli e grandi.
Tutti da te aspettano che tu dia loro cibo a tempo opportuno.
Tu lo provvedi, essi lo raccolgono; apri la tua mano, si saziano di beni.
Nascondi il tuo volto: li assale il terrore; togli loro il respiro: muoiono, e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.  
Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito 2,11-14;3,4-7
Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha dato se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniquità e formare per sé un popolo puro che gli appartenga, pieno di zelo per le opere buone. Ma quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati, non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su di noi in abbondanza per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, affinché, giustificati per la sua grazia, diventassimo, nella speranza, eredi della vita eterna.
Dal Vangelo secondo Luca 3,15-16.21-22
In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

DAL CIELO UNA VOCE.  Don Augusto Fontana
Quando sarò Papa farò chiamare la festa di oggi non “Battesimo di Gesù” ma “Epifania di Gesù nel Giordano”. Intendiamoci. Se “baptizô” significa “immergere, sommergere”, allora il vero Battesimo Gesù lo ha compiuto nei tre giorni della sua Pasqua: morte sepoltura e risurrezione. Lì ha compiuto la sua discesa-immersione-uscita. Più che di un rito si è trattato di una trasfigurazione della vita, di una immersione nel Padre e nel suo amore sponsale, nella morte e nella vita. Un Battesimo di Fuoco e di Spirito. Così pare che ci dica Gesù «C’è una immersione in cui devo essere immerso (baptisma de ego baptiszenai); e come mi sento trattenuto (sunekomai), finché non sia compiuta» (Luca 12,50). E Giovanni Battezzatore ne era cosciente: «Io vi immergo in acqua; ma …. Egli vi immergerà in Spirito Santo e fuoco » (Luca 3).
Anche noi, nel nostro Battesimo, non andiamo sulle rive del Giordano ma sulla soglia della tomba vuota di Gesù: «Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Romani 6,4).
Gesù si immerge nella fila dei peccatori, si mescola con chi vuole ritornare alle fonti originarie dell’Esodo dove ci fu un patto tradito; vuole tornare nelle acque amniotiche del ventre materno del Mar Rosso, tornare nel deserto là dove Dio-Sposo aveva condotto il popolo-Sposa per il loro fidanzamento di amore.
Dietro il quadro pittorico del cielo aperto, della voce e della colomba c’è uno scarno dato di cronaca arricchito da simbolismi biblici: «Colomba mia, nascosta nelle fessure delle rocce, in nascondigli segreti, fammi vedere il tuo viso, fammi ascoltare la tua voce; perché la tua voce è soave, il tuo viso è grazioso» (Cantico dei Cantici 2,14).
Gesù fece tante ricerche per capire chi era lui e cosa voleva il Padre da lui: vorrei avere non solo la fede in Gesù, ma anche la fede di Gesù! In qualche misura ebbe contatto con gli esseni, con i qumraniti[1], con il mondo della sinagoga, ma fu determinante – ci dice la liturgia di oggi – la proposta di un noto profeta itinerante: Giovanni il battezzatore. Da lui ricevette l’immersione nel Giordano, come segno di immersione nel cammino di conversione e come adesione alla strada del giovane piccolo profeta. Molto lascia intendere che Gesù divenne suo discepolo e che, proprio anche alla scuola del giovane profeta, scoprì progressivamente la missione che Dio gli affidava, mettendosi poi in proprio. Quindi siamo di fronte ad un piccolo nucleo storico che, inserito in un quadro teologico biblico, assume un profondo significato.
Gesù  scopre la propria vocazione.
Posto all’inizio del “ministero pubblico” itinerante di Gesù, questo racconto di grande intensità teologica, ci offre l’orizzonte entro il quale “pensare “ e “capire” Gesù. Quello che lui ha fatto e detto, ciò che Gesù è stato, la missione che ha svolto… tutto questo è spiegabile solo alla luce dell’azione di Dio nella sua vita. Il “Cielo” lo ha investito di questa missione; e Gesù ha accolto nel suo cuore, dentro la sua esistenza quotidiana, la luce e la voce che provenivano da questo “Cielo” aperto. Gesù è vissuto ed ha operato sempre in dialogo con Dio, in pace con Lui, sospinto dal Suo spirito. Gli scrittori dei vangeli, attingendo a piene mani dalle Scritture di Israele, ci enunciano questo messaggio con un linguaggio poetico incantevole: il cielo che si apre, la colomba che scende, la voce dal cielo. Si direbbe che spesso gli scrittori biblici sono anche dei pittori, degli scultori, tanto sanno usare i toni e i colori degli artisti.
Il cielo aperto
 Una pagina di Isaia (63, 7-19) ci fa capire meglio tutta la storia del nazareno e tutto il suo messaggio.  I cieli che si aprono sopra Gesù che prega costituiscono un annuncio prezioso anche per ciascuno di noi: « Guarda, Signore, dall’alto del cielo, osserva dalla tua dimora splendida e santa. Dove sono il tuo ardore, il tuo valore, il tuo amore premuroso, la tua compassione? Perché non li manifesti più verso di noi? Tu sei nostro Padre. Abramo e Giacobbe, nostri antenati, non ci riconoscono più. Ma tu Signore sei nostro padre, “Nostro Liberatore” è da sempre il tuo nome. Perché Signore ci lasci vagare lontano dal tuo cammino, sempre più ostinati nel rifiutare la tua autorità? Per amore nostro torna da noi tuoi servitori, noi, il popolo che ti appartiene. Noi, tuo popolo santo, abbiamo avuto in possesso la terra per poco tempo. Ma poi i nostri nemici hanno profanato il tuo tempio santo. Da troppo tempo non siamo più il popolo sul quale regni, il popolo che porta il tuo nome! Perché non squarci il cielo e non scendi?».
Perché non squarci il cielo e non scendi? E finalmente sulla nostra piccola, povera e semplice vita, spesso travagliata ed affannata, il cielo è aperto. Non dobbiamo mai pensare che, per i nostri errori o per i nostri smarrimenti, per le nostre contraddizioni o fragilità, Dio abbia interrotto con noi la comunicazione, il dialogo.  Il “cielo” sorride non sui santi o sui perfetti (che poi non esistono), ma proprio sulle persone come noi. Gesù ha annunciato, anzi ha fatto esperimentare, se così posso dire, a molte persone che Dio non cessa mai di sorriderci anche se il Suo sorriso qualche volta è oscurato dalle nostre o altrui nubi. Egli incontrò molte persone che si erano ormai convinte che Dio le “giudicasse dall’alto dei cieli” e non riuscivano più a vedere il “cielo aperto”, cioè la pace con Dio, il Suo perdono, il Suo caldo invito a vivere con fiducia. La samaritana, la donna adultera, il centurione, l’emarginato di Gerasa… quanti, incontrando Gesù, videro riaprirsi i cieli. Qualche volta penso che forse anch’io ho vissuto e ho predicato in modo tale da aver chiuso i cieli per qualche fratello e qualche sorella.
Chi chiude il cielo?
Talune chiese cristiane, quando ribadiscono certe presunte regole, corrono il rischio di chiudere il cielo su tanti fratelli e sorelle. E’ sempre molto pericoloso, anzi funesto, predicare come “voce di Dio”, come “voce dal cielo” ciò che è farina del nostro sacco, ciò che è una legge ecclesiastica, una tradizione umana, una convenzione societaria che può essere frutto di una determinata cultura o incultura, di interessi di parte o di pregiudizi. Mi viene in mente un’altra severa immagine biblica del Vangelo di Matteo, in una pagina di polemica rovente: “Voi chiudete agli uomini la porta del regno di Dio: non entrate voi e non lasciate entrare quelli che vorrebbero entrare” (Mt. 23,13).
E io?
Questa pagina evangelica può anche suonare per noi come un invito alla vigilanza e alla responsabilità. Poiché, se è vero che Dio non interrompe mai il dialogo con noi, è altrettanto vero che siamo noi che possiamo chiudere il cielo sopra di noi, cioè possiamo mettere da parte la presenza di Dio, metterlo alla porta della nostra vita. Questo mi sembra, oggi, uno dei rischi più concreti. In questa società delle “cose” e degli “oggetti”, nella cultura del “vedo e tocco”, non c’è nulla di più facile che accantonare Dio come non evidente, non concreto. Se io Gli chiudo la porta della mia casa, Dio si lascia mettere fuori gioco. Forse, sempre più concentrati sui nostri desideri, sulla veloce giostra degli affanni e degli affari, il “Cielo” comincia a non interessarci più, a farsi lontano.  Concentrati su noi stessi, l’operazione di chiusura del Cielo avviene lentamente, quasi insensibilmente. Riusciamo a disfarci di Dio in modo gentile e Dio accetta il Suo tramonto nelle nostre vite senza buttarci nell’angoscia o farci penare nei sensi di colpa.
Tirare giù dal cielo gli idoli
  Ma la nostra direzione di vita è spesso “deviata” dal fatto che noi, dalla politica alla religione allo sport, abbiamo popolato il nostro orizzonte di false stelle. Anzichè guardare a Dio attraverso la testimonianza delle Scritture e di Gesù ci lasciamo imbambolare dai “personaggi” sacri e profani che popolano le vie dell’etere e del video. Li collochiamo in cielo e facciamo girare la nostra vita attorno a loro. Essi danno spettacolo con le loro parole, con le loro liturgie, con le lotterie, con i varietà, con i tweet … Spesso si parla (il linguaggio la dice lunga) di “idoli” e di “divi – dive” (creature divine). Tanto nella religione quanto nello sport o nella politica se colloco qualcuno in cielo, spodesto Dio e costruisco idoli, “persone sacre”, voci onnipotenti, “salvatori della patria”. Certi personaggi che “nel cielo dei video e dei media” sembrano aureolati, visti da vicino sono esseri costruiti sulla prepotenza dell’arroganza, sulla manipolazione delle emozioni. La fede ci aiuta a “tirare giù dal cielo” questi palloni gonfiati, questi “miti”, questi “signori”.

Padre, voglio seguire Gesù anche in questo. Egli ha camminato molto concretamente su questa terra, ma ha sempre guardato il Cielo. Egli ha mantenuto il cuore aperto a Te, ha costruito la sua vita su di Te come si costruisce una casa sulle fondamenta. Sei Tu, o Padre, il Cielo della mia vita: il Cielo che illumina i miei passi e riscalda il mio cuore. Se io chiudo, Ti prego, riapri come sai fare Tu. Se Ti metto alla porta, bussa, o Dio della mia vita.


[1] Hartmut Stegemann, Gli esseni, Qumran, Giovanni Battista e Gesù, 2009, EDB; Simone Paganini Gesù, Qumran e gli esseni, 2013,Paoline.




6 gennaio 2022. Epifania del Signore alle genti
FINE DI UN DIO TRIBALE

Epifania del Signore alle genti- 06 gennaio 2022

Dal libro del profeta Isaìa 60,1-6
Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te. Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere. Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio. Allora guarderai e sarai raggiante, palpiterà e si dilaterà il tuo cuore, perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te, verrà a te la ricchezza delle genti. Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Màdian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore.
Salmo 71  Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.
O Dio, affida al re il tuo diritto, al figlio di re la tua giustizia; egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia e i tuoi poveri secondo il diritto.
Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace, finché non si spenga la luna. E dòmini da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra.
I re di Tarsis[1] e delle isole portino tributi, i re di Sceba e Saba[2] offrano doni.
Tutti i re si prostrino a lui, lo servano tutte le genti.
Perché egli libererà il misero che invoca e il povero che non trova aiuto. Abbia pietà del debole e del misero e salvi la vita dei miseri.
 Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 3,2-3a.5-6
Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero. Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.
 Dal Vangelo secondo Matteo 2,1-12
Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente[3] a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

ANNUNZIO DEL GIORNO DELLA PASQUA.
 Fratelli carissimi, la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno.  Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza.  Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, che culminerà nella domenica di Pasqua il 17 aprile.
In ogni domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte.
Dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi:  Le Ceneri, inizio della Quaresima, il 2 marzo. L’Ascensione del Signore, il 29 maggio.  La Pentecoste, il 5 giugno.  La prima domenica di Avvento, il 27 novembre.  Anche nelle feste della santa Madre di Dio, degli apostoli, dei santi e nella commemorazione dei fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra proclama la Pasqua del suo Signore.
A Cristo che era, che è e che viene, Signore del tempo e della storia, lode perenne nei secoli dei secoli. Amen.

DALLA LEGGENDA ALL’INCANTO.   Don Augusto Fontana
«I magi non erano re e non erano tre; e non avevano offerto né oro, né incenso, né mirra…»; fu così che, da quella omelia, alcuni parrocchiani si defilarono per sempre. Chi osa toccare la leggenda, muore. La leggenda coccola gli appetiti fantastici, la profezia li turba.
Matteo ricopriva, nella sua comunità, quel ruolo che nella sinagoga veniva chiamato “Meturgheman”, colui che traduceva in dialetto aramaico il testo ebraico e ne dava spiegazioni. Matteo, mentre narra Gesù, sfoglia la Bibbia. E’ alla ricerca di pagine che lo aiutino a meditare sull’evento di Gesù “re dei giudei” rifiutato dai teologi della propria religione, dai poteri costituiti e misteriosamente accolto da pagani impuri e non circoncisi. Ne esce un racconto «molto leggendario, però ricchissimo di contenuti simbolici e prefigurativi»[4]. E ne nasce anche una festa liturgica che nelle mani del cattolicesimo occidentale si è un po’ sottosviluppata.
L’ex priore di Bose, Enzo Bianchi, commentava: «Per il cristianesimo orientale, il Natale è una festa piccola; la grande festa – che corrisponde al nostro Natale – è l’Epifania. Nel primo millennio l’Epifania celebrava, nell’unico giorno, la venuta dei magi, il Battesimo nel Giordano, le nozze di Cana, come dice ancora oggi l’antifona dei Vespri: «Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo…». Anche per la Chiesa del primo millennio l’importante della vita di Gesù è dal Battesimo in poi, perché il Battesimo è la manifestazione ad Israele, le Nozze di Cana la manifestazione ai discepoli, l’Epifania la manifestazione alle genti, ai popoli lontani. Queste tre grandi manifestazioni vengono incluse nell’ Epifania chiamata addirittura Teofania, cioè manifestazione di Dio»[5].
Attorno a Gesù, Matteo mette in scena alcuni personaggi, chiamati màgoi (astrologi o osservatori del cielo stellato?) provenienti da non si sa dove. Certamente non sono giudei. La loro origine extra-comunitaria è chiara. Gli offrono la loro presenza. Ed anche i prodotti della loro tradizione e dei loro rituali; doni che hanno evocazioni e profumi misteriosamente cultuali, messianici, pasquali[6]. Ho il sospetto che non sempre gli sia gradito l’onore adorante che proviene dalla smagliante e siliconata società occidental-cattolica; anzi, presumo che Lui preferisca che l’offertorio liturgico rovesci sulle bianche tovaglie arrugginiti spezzoni di lavoro, lacrimate piaghe purulente, dolci baci di amori fedeli o ricostruiti, bambole resuscitate dalle discariche delle favelas, cantilene di salmi al ritmo di luridi banjos.
Una stella, poi, fa impazzire teologi, biblisti e astrologi, fa sognare uomini e donne dell’Oroscopo, emoziona coreografi di presepi, degni eredi dei mesopotamici che accoglievano il solstizio d’inverno e, forse, stelle comete, con 12 giorni di festeggiamenti. Tutti gli antichi credevano che quando nasceva un uomo si accendesse una stella. Anche gli israeliti avevano accolto la misteriosa profezia di un veggente pagano, Balaam: «Una stella spunta su Giacobbe, uno scettro(Messia) sorge da Israele»[7]. Occhi puntati, dunque, verso le tenebre della storia in attesa che il Messia ebreo vi tracciasse dentro la sua scia di vivaci speranze. La stella/simbolo appare, scompare, riappare, si sposta, si ferma; «perfino un antico commento latino osserva che qui Matteo sta esagerando. Evidentemente non sta parlando di una cometa o di un altro qualsiasi fenomeno astrologico. E’ come se parlasse di un angelo»[8]. E’ come se parlasse dei segni dei tempi, delle nostre tormentate coscienze, delle pagine scritte e non scritte dei nostri giornali. Ottant’anni anni dopo la morte/resurrezione di Gesù, la comunità ricorda che già nella casa (“casa” e non “grotta”) di quell’infanzia ecclesiale avevano incominciato a circolare stranieri inattesi (senza Bibbie o Encicliche in tasca) e doni provenienti da lontane tradizioni e rituali, e che i primi baci erano scesi a livello di bambino con l’arabo calore adorante di un inchino. Gesti e figure quotidiane capaci di essere elevate a simbolo di un’adorazione liturgica ad alta densità di significato messianico: «Che il Messia viva e gli sia dato oro di Saba» (Salmo 72, 15). Gesù detto Cristo non è più il Dio tribale, la proprietà privata di un club di devoti. In quella casa giungono uomini con percorsi zigzaganti, scandalosi per occhi e orecchi troppo verginali. Inizia la Cristofania, la trasparenza, a dispetto di ogni rivendicazione e requisizione da parte di “eredi aventi diritto” (Efesini 3, 2-6). Il palcoscenico creato da Matteo, infatti, così illuminato da annunci e luci sconfinanti, possiede anche una parete ammuffita. Si vedono profilarsi ombre di sapienti rabbini, barbogi teologi dalla facile citazione testuale. E, compagno di merende, un agitatissimo capetto volgare e machiavellico, Erode. Tutti lì a sfogliare pagine di Santa Scrittura pietrificate dalla loro abitudinarietà e dai loro privati e minacciati interessi. Eppure anche in quelle mani si è conservata la secolare Rivelazione, le profezie senza tempo, le chiavi di lettura dei segni dei tempi, delle nostre tormentate coscienze e delle pagine scritte e non scritte dei nostri giornali. «Vi sono dunque due coordinate che consentono di individuare il luogo in cui si trova il Messia: la stella e la Bibbia. La stella che rappresenta i segni dei tempi, le occasioni della storia e anche, più banalmente, i casi della vita. E’ il Verbo iscritto nella creazione, il linguaggio silenzioso delle cose.  La stella conduce vicino all’evento messianico, ma da sola non raggiunge il bersaglio: occorre anche la verifica della Santa Scrittura. I magi non salgono direttamente a Betlemme, si fermano a Gerusalemme. E’ da Gerusalemme che esce la Torà, la Parola del Signore. Solo nella congiunzione fra la stella apparsa ai pagani e la parola custodita da Israele è possibile individuare l’evento del messia. La stella conduce alla Scrittura e la Scrittura riattiva la stella: insieme conducono al luogo dove si trova l’Emmanuele, il Dio-con-noi. E’ a quel momento che la stella si ferma, la parola si fa evento e noi siamo ricolmi di una grandissima gioia»[9]. Il Libro Santo e la vita celebrano un bel matrimonio. Ma mi picchia nel cuore un martellante interrogativo. Cosa vuol dirmi la Rivelazione con quello strano finale: «Per un’altra strada fecero ritorno al loro paese»? Aggirano Gerusalemme e tornano ai confini. Padre Balducci forse una risposta l’aveva trovata: «Non c’è più nessuna città santa, perché è la terra che è santa. Non c’è più una casta sacra che domina e dirige le speranze, perché le speranze camminano secondo il movimento dello Spirito. Gesù dirà – in contrapposizione perfetta alle parole di Isaia (Isaia 60, 1-6) –  non che i popoli verranno verso Gerusalemme, ma che i suoi discepoli andranno fino ai confini della terra. La salvezza viaggerà verso i confini. Ecco la novità del vangelo»[10].
Tu, o Dio, danzi con tutti. E io non sono geloso.
Occorre tornare a rivisitare le nostre speranze e le nostre certezze relative alla volontà di salvezza universale da parte di Dio. Recentemente il dibattito ecumenico si è raffreddato, dopo fasi alterne di positivi avvicinamenti e di letargo. Occorre anche rendere stima e onore a tutti coloro che hanno continuato a navigare con prudenza e con apertura critica verso un macro-ecumenismo che ha le sue radici teologiche anche nel genio di Paolo, frutto dell’incrocio creativo (non esente da tensioni) del suo cuore ebraico, della sua mente greca e della sua vita romana: «per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero di Cristo: che i pagani e i non circoncisi cioè sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo. A me è stata concessa questa grazia di annunziare a loro le imprevedibili ricchezze di Cristo»[11].  Dobbiamo continuare a restare aperti, a diffondere la cultura dell’integrazione reciproca, a cercare e creare occasioni di incontro contro ogni gelosia religiosa e teologica, a frenare ogni strisciante predicazione che porti il Padre di Gesù a ridiventare un Dio tribale, confessionale ed esclusivista.


[1] Una località adesso sconosciuta. La Spagna sembra il paese più probabile.
[2] Le ipotesi più probabili sulla loro ubicazione indicano l’attuale Yemen oppure l’attuale Somalia.
[3] Un testo apocrifo, il Vangelo armeno dell’Infanzia, dice: “Il primo era Melkon re dei Persiani; il secondo Gaspar, re degli Indi; il terzo Balthasar re degli Arabi”; i tre
personaggi diventarono i rappresentanti dei discendenti di Cam, Sem e Jafet, figli di Noè, cioè di tutte le razze di Europa, Asia e Africa.
[4] Alberto Mello Evangelo secondo Matteo,Ed Qiqajon, 1995.
[5] Appunti dal Corso tenuto a Bose da Enzo Bianchi: Dal Gesù della storia al Cristo della fede.
[6] Il biblista Alberto Maggi così interpreta: «Doni che indicano che il privilegio esclusivo che Israele deteneva, ora è patrimonio di tutta l’umanità. Questi doni sono l’oro, incenso e la mirra. L’oro era simbolo di regalità. Ebbene, anche i pagani entreranno a far parte … del regno di Dio. L’incenso era l’esclusiva dell’offerta dei sacerdoti nel tempio. … Tutta l’umanità diventa popolo sacerdotale, cioè un popolo che può entrare in relazione immediata, senza mediatori, con Dio. E infine la mirra. La mirra è il profumo della sposa verso il suo sposo, troviamo questo nel Cantico dei Cantici. Uno dei privilegi di Israele era di considerarsi comunità sposa di Dio. Ebbene, anche questo privilegio non è più esclusivo di Israele, ma passa a tutta l’umanità».
[7] Libro dei Numeri 24,17. L’antica versione aramaica, riflettendo la tradizione giudaica, sostituisce il termine “scettro” con “messia”.
[8] A. Mello op. cit. pag. 67.
[9] A. Mello op. cit. pag. 68-69.
[10] E.Balducci  Il mandorlo e il fuoco, Borla, Vol. 3 pag. 72.
[11] passim Lettera agli Efesini cap. 3




1 e 2 gennaio 2022.
IN PRINCIPIO BENEDETTO

1 Gennaio 2022
Preghiamo. Padre buono, che in Maria, vergine e madre, benedetta fra tutte le donne, hai stabilito la dimora del tuo Verbo fatto uomo tra noi, donaci il tuo Spirito, perché tutta la nostra vita nel segno della tua benedizione si renda disponibile ad accogliere il tuo dono. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio…
Dal libro dei Numeri 6, 22-27
Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla ad Aronne e ai suoi figli dicendo: “Così benedirete gli Israeliti: direte loro:Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace”. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò».
Sal 66  Dio abbia pietà di noi e ci benedica.
Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine,
governi le nazioni sulla terra.
Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Gàlati 4,4-7
Fratelli, quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca 2,16-21
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

 BENEDETTO. Don Augusto Fontana

La liturgia della Parola di questo primo giorno del nuovo anno ci parla, tra le altre cose, della benedizione. Nella prima lettura è Dio che benedice l’uomo. Nella seconda lettura è l’uomo che benedice Dio, gridando a Lui: “Abbà!”. Nel Vangelo sono i pastori che, tornando da Betlemme benedicono Dio per tutto ciò che hanno visto e udito. A capodanno chiediamo a Dio la sua benedizione, in modo speciale.
Ma cos’é una benedizione?
In ebraico il verbo bārak  significa dotare di forza vitale e il sostantivo berākā  significa forza salutare, vitale. I due termini hanno anche il significato di inginocchiarsi e ginocchio che in oriente sono un eufemismo, cioè un modo attenuato e indiretto, per indicare gli organi sessuali maschili. In sintesi: benedire significa trasmettere la propria capacità generativa ad un altro rendendolo fecondo. L’azione del benedire è unica, si può dare cioè una sola volta nella vita e non può più essere revocata. In Genesi 27, Giacobbe, complice la madre, inganna il padre Isacco e ruba la sua benedizione che era destinata invece al primogenito Esaù suo fratello maggiore. Esaù, appena se ne rende conto, corre dal padre e implora per sé la benedizione, ma il padre Isacco non può fare nulla perché benedicendo il figlio minore, che per questo resterà benedetto per sempre (v. 33), si è svuotato definitivamente di tutta la sua capacità generativa. Con buona pace dei cattolici che continuano a chiedere benedizioni dei muri delle case, di indumenti o auto, quando Dio “benedice” lo fa una sola volta per sempre e la sua benedizione non ha scadenza come le mozzarelle! Il problema allora non è “essere benedetti” ma “vivere da benedetti”. Quando nella Liturgia il presbitero “benedice” il popolo, non duplica, non moltiplica, ma invita a fare memoria dell’unica, originaria e irrevocabile benedizione della Creazione e del Battesimo. Semmai è come se dicesse «Dio ci ha benedetti una volta per tutte in Cristo. Ora andiamo e viviamo da benedetti e non da maledetti».  Dio mantiene le sue benedizioni promesse.
Benedetti noi.
 Chiediamo la benedizione di Dio sull’anno nuovo, sui nostri progetti, le attività quotidiane, gli incontri, il lavoro. “Benedire” (che deriva dal greco “eu-loghia”) significa “dire bene”. Se Dio ci bene-dice, vuol dire che dice-bene-di-noi: è contento, approva ciò che stiamo facendo. “Porranno il mio nome sugli israeliti” è un’espressione semitica che indica il favore divino. Questo è il sogno di ognuno di noi: avere il favore di Dio.  In fondo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rom 8,31). Dio talvolta “dice-bene-di-noi” (benedice). C’è una pagina della Bibbia che ci spiega il senso della benedizione di Dio. All’inizio del libro di Giobbe, viene raccontata una strana scena, che si svolge in cielo: si tratta di un dialogo tra Dio e satana. Dio dice a satana: “Hai visto il mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio e sta lontano dal male”. La pagina ci ricorda anche l’elogio che Gesù fa di Giovanni Battista (Matteo 11,11): «In verità vi dico: tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista; tuttavia il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». Dio dice-bene-di Giobbe e di Giovanni Battista e di ogni “piccolo”. Come quando dei genitori si vantano di un figlio e ne dicono bene. E in questo momento, Dio cosa sta dicendo di me? Non sarebbe bello che, proprio ora, Lui stesse dicendo a satana: “Hai visto la mia serva Anna, Maria, il mio servo Giovanni…”….Ciascuno provi a mettere ora, sulle labbra di Dio, il proprio nome. E si immagini questa scena: Dio che si compiace di te, davanti al suo e tuo avversario. Che Dio dica-bene-di noi dipende anche da  noi. Questo è uno dei motivi per cui la prima lettura, parlando della benedizione agli israeliti, ha tutti i verbi al congiuntivo, non all’indicativo: ti benedica, ti protegga, faccia brillare, ti sia propizio, rivolga, ti conceda…Perché questi verbi passino all’indicativo è necessario il “sì” dell’uomo a Dio. Perché questi desideri di Dio su di me divengano realtà c’è bisogno di me. Solo io posso rendere possibile questa benedizione. Anche nella liturgia si dice sempre “Vi benedica Dio onnipotente…”, oppure “il Signore sia con voi”, oppure “Dio onnipotente abbia misericordia, perdoni, vi conduca”…Benedire non è qualcosa di automatico, e neppure un gesto magico. É il sigillo e l’approvazione che Dio pone sulle nostre scelte, sulla nostra vita, vissuta rettamente, secondo la sua Parola. É Dio che ti dice: “Così va bene”. Anche se gli altri ti mettono i bastoni tra le ruote, o ti maledicono, o ti allontanano. Oggi ci dovremmo porre la domanda più importante di quest’anno: “Signore, cosa dici di me?”.  Noi spesso ci teniamo tanto che gli altri parlino bene di noi! Siamo più preoccupati della benedizione degli uomini, che di quella di Dio. Oggi la Parola di Dio ci mette una pulce nell’orecchio: l’unica cosa che conta è il punto di vista di Dio. “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” (Lc 6,26).
Benedetto Dio!
Ma c’è, brevemente, un altro aspetto che emerge dalla liturgia odierna. La Parola di Dio ci mostra come anche l’uomo debba benedire Dio. Quando l’ebreo benedice Dio usa sempre il participio passato passivo bārûk-benedetto perché in Dio la benedizione è uno «stato» permanente della sua persona, mai un augurio. Non dice «Sia benedetto!» (che indica un compiersi nel tempo) ma «Dio è Benedetto». Sempre. Lui è  la benedizione. Ma tale benedizione, che esce dalle nostre labbra, è possibile solo se Dio ci dona il suo Spirito, ci dice la seconda lettura. É lo Spirito che grida nel nostro cuore la benedizione più grande: “Abbà, papà!”. Senza lo Spirito Santo è difficile benedire Dio. I nostri occhi si fermano alla superficie, non riescono a vedere a un palmo dal naso. La carne fa resistenza. Molte persone non riescono più a dire- bene di Dio, da molti anni. Sono rimaste ferite da sofferenze e prove: hanno attribuito a Dio il male ricevuto. Perché dovrei dire-bene di Dio? Solo lo Spirito Santo può aprire i loro occhi e far vedere loro oltre. Il primo frutto della presenza dello Spirito è questo desiderio di benedire. Finalmente lo Spirito Santo ci fa vedere Dio com’è, ci fa riconoscere il suo volto. Nel Vangelo abbiamo sentito come, i pastori assistono all’apparizione dell’angelo “e la gloria del Signore li avvolse di luce”. É questa luce che permette loro di riconoscere Dio in un bambino, come anche di diventare testimoni delle meraviglie di Dio e di benedirlo, lodarlo e glorificarlo per ogni cosa.
Un anno per desiderare, vegliare, volere.
 Scrive Bonhoeffer sei mesi prima di venire impiccato dai nazisti: «La cosa principale è che si tenga il passo di Dio, che non si continui a precederlo di qualche passo, ma nemmeno che si resti indietro di qualche passo» (Resistenza e Resa, 1969, pag. 163).  Nel Vangelo di oggi si dice che, dopo aver ricevuto l’annuncio dell’angelo, i pastori “andarono in fretta” a Betlemme. Come aveva fatto prima Maria, dirigendosi “in fretta” verso la casa di Elisabetta. Tanto Maria come i pastori colgono l’urgenza dell’ “oggi” e di fronte al quale non è ammissibile nessun ritardo o disattenzione. E’ l’atteggiamento del credente che cerca di stare al ritmo dei passi di Dio. Destinatari della buona notizia si trasformano in annunciatori della medesima e iniziano “ad annunciare ciò che l’angelo aveva detto di questo bambino”. Si sottolinea, anche, l’atteggiamento di Maria: “Maria da parte sua custodiva questi eventi e li meditava nel suo cuore“. Il verbo greco tradotto come “conservare/custodire” è syntereo, che significa letteralmente “custodire con accuratezza qualcosa di prezioso e di valore“. L’altro verbo tradotto come “meditare” è il verbo greco symballo, che significa letteralmente: “mettere insieme due realtà che sono separate”, “confrontare“. Suppone un atteggiamento dello spirito che crea sintesi, che riesce a trovare una logica in mezzo a cose o situazioni apparentemente senza senso. Il verbo greco è coniugato al tempo perfetto, il che indica un’azione ripetuta, continua. Luca, quindi, descrive Maria come una discepola che legge continuamente gli avvenimenti per scoprire il loro significato più profondo, modello per ogni credente, chiamato a scoprire il mistero e la presenza del Dio della vita nella quotidianità e nell’ordinario di ciascun giorno. Il testo termina con la glorificazione e la lode dei pastori che hanno potuto sperimentare ciò che Dio ha annunciato loro.
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2a domenica di Natale – 2 gennaio 2022

Preghiamo. Padre di eterna gloria, che nel tuo unico Figlio ci hai scelti e amati prima della creazione del mondo e in lui, sapienza incarnata, sei venuto a piantare in mezzo a noi la tua tenda, illuminaci con il tuo Spirito, perché accogliendo il mistero del tuo amore, pregustiamo la gioia che ci attende, come figli ed eredi del regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del Siràcide 24,1-4.12-16
La sapienza fa il proprio elogio, in Dio trova il proprio vanto, in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria. Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca, dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria, in mezzo al suo popolo viene esaltata, nella santa assemblea viene ammirata, nella moltitudine degli eletti trova la sua lode e tra i benedetti è benedetta, mentre dice: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti” . Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato, per tutta l’eternità non verrò meno. Nella tenda santa davanti a lui ho celebrato e così mi sono stabilita in Sion. Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere. Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell’assemblea dei santi ho preso dimora».

Sal 147  Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi.
Celebra il Signore, Gerusalemme, loda il tuo Dio, Sion, 

perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte, in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli.
Egli mette pace nei tuoi confini e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio: la sua parola corre veloce.
Annuncia a Giacobbe la sua parola, i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione, non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 1,3-6.15-18
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. Perciò anch’io [Paolo], avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.

Dal Vangelo secondo Giovanni  1,1-5.9-14
In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo carne si fece e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

IN PRINCIPIO. Don Augusto Fontana
«Chi ben comincia è a metà dell’opera» – dice l’antico proverbio. E la stessa esperienza comune ci conferma l’importanza dell’inizio, di ogni inizio: perché i primi passi sono sempre decisivi, e segnano – in un modo o nell’altro – il cammino che segue. Pensiamo semplicemente alla costruzione di una casa: un buon inizio, delle buone fondamenta, garantiscono un edificio stabile. L’inizio, il principio sta alla base di tutto e sostiene quello che viene dopo. Anche Gesù ricorre a questa similitudine: « Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico? Chi viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sopra la roccia. Venuta la piena, il fiume irruppe contro quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la rovina di quella casa fu grande» (Luca 6, 47-49). Se questo è vero, appare di conseguenza decisivo sapere che cosa sta all’inizio della nostra vita e della vita di ogni uomo. Qual è stato il nostro principio? Dove è fondata la nostra quotidiana storia? Qual è l’origine del nostro cammino di uomini e di donne? Queste domande oggi suscitano in noi risposte poco positive: la nostra vita ci appare spesso così segnata dal male e dalla sofferenza tanto che ci risulta difficile immaginare un inizio buono, un principio bello. Non a caso la stessa Scrittura, nel racconto della Genesi, mette all’inizio della storia umana il gesto cattivo e disobbediente di Adamo ed Eva, gesto che fin dal principio compromette la loro vita. E certamente questo antico racconto la dice lunga sulla serietà del male che segna e rovina il cammino di ogni uomo e di ogni donna. Ma l’Incarnazione di Gesù che abbiamo appena celebrato ci dice che l’inizio, il principio, è un altro: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste». All’inizio, al principio, non sta il male, il peccato, la sofferenza. All’inizio, al principio, sta il Verbo, la Parola che si è fatta carne, quella Parola che è Gesù di Nazareth. Quella Sapienza che, nella Prima lettura, si è confidata così: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti”… Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso».




25 dicembre 2021. Festa dell’Incarnazione
NON TEMETE!

FESTA DELL’INCARNAZIONE 2021

 Dal libro del profeta Isaìa  9,1-6
Il popolo che camminava nelle tenebre  ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse, Hai moltipli­cato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda. Per­ché tu hai spezzato il giogo che l’opprimeva, la sbarra sulle sue spalle, e il bastone del suo aguzzino, come nel giorno di Madian. Perché ogni calzatura di soldato che marciava rimbom­bando e ogni mantello intriso di sangue saranno bruciati, dati in pasto al fuoco. Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace. Grande sarà il suo potere e la pace non avrà fine sul trono di Davide e sul suo regno, che egli viene a consolidare e rafforzare con il diritto e la giusti­zia, ora e per sempre. Questo farà lo zelo del Si­gnore dell’universo.
Salmo  95,1-3.11-13. Oggi è nato per noi il Salvatore.
Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome.
Annunciate di giorno in giorno la sua salvez­za.
In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Gioiscano i cieli, esulti la terra, risuoni il ma­re e quanto racchiude;
sia in festa la campa­gna e quanto contiene, acclamino tutti gli al­beri della foresta.
Davanti al Signore che viene: sì, egli viene a giudicare la terra;
giudicherà il mondo con giustizia e nella sua fedeltà i popoli.
Dalla lettera di san Paolo apostolo a Tito 2,11-14.
Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vi­vere in questo mondo con sobrietà, con giusti­zia e con pietà, nell’attesa della beata speran­za e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo. Egli ha da­to se stesso per noi, per riscattarci da ogni iniqui­tà e formare per sé un popolo puro che gli appar­tenga, pieno di zelo per le opere buone.
Dal Vangelo secondo Luca 2,1-14
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la ter­ra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. An­che Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si tro­vavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte fa­cendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Si­gnore si presentò a loro e la gloria del Signore li av­volse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi an­nuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popo­lo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, ada­giato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

NON TEMETE! Don Augusto Fontana
Un Dio bambino per una fede adulta.

L’indimenticabile David M.Turoldo ricercò e trovò, forse, invisibili carezze di Dio:
M’illudo, non so: a volte
oh, raramente! sento
invisibili mani passare
sulla fronte
e liberarmi dolcemente
da tristi pensieri:
allora non sono solo
a sopportare la lunga notte?[1]
Angeli o non angeli, comunque loquaci presenze movimentano la nascita e la resurrezione del Signore. Sulla loro bocca (o sullo stilo dell’evangelista narratore) sfugge un invito: «Non temete». Non temere. Un invito dolce e perentorio per oltre 100 volte nella Bibbia di cui 20 volte nell’evangelo. Nei vangeli l’invito nasce accanto alla tomba vuota e da lì straripa nei racconti della vita di Gesù fino alla sua nascita.  Il timore è paura, fobia, panico, insicurezza. Non sono, devo confessarlo, tra quelli che esorcizzano la le mie paure invocando l’intervento dell’Angelo custode. Né credo che femminicidi, morti sul lavoro, crisi dell’ecosistema e pandemie si vincano con un provvidenzialismo svuotato dell’intelligenza solidale fornitaci dal Padreterno. Neppure Gesù cadde nel tranello della sfida di satana sulla torre del tempio: «Se tu sei Figlio di Dio, buttati giù»[2]. Eppure Gesù in fatto di abbandono a Dio se ne intendeva: «Il Signore è il tuo custode, il Signore è come ombra che ti copre, e sta alla tua destra. Non lascerà vacillare il tuo piede, non si addormenterà il tuo custode»[3].
Certe paure sono stolte: «Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?» (Luca 12, 25). Altre inquietudini ci giungono cariche di avvertimenti profetici per una vita vigilante: «Figlio dell’uomo, ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele» (Ezechiele 3, 16). Tutti noi critichiamo la politica dello struzzo, ma quante volte prevale ugualmente il sonno della pigra ragione, il soffice abbraccio del rassicurante divano di casa o di una Bibbia ridotta a cuscino.
Quale angelo ad Auschwitz avrebbe avuto il coraggio di far sibilare il suo: «Non temete!»? O quale senso avrebbe dovuto allegare al messaggio?
Perdura la mattanza in Africa e la miseria dei favelados sudamericani. Anche lì, angeli dal pulpito grideranno «Non temete! Oggi vi è nato un salvatore». Angeli credibili – quanti ne ho conosciuti graças a Deus! – solo se mangiano il natale eucaristico condito di serena resistenza in aspri cammini di liberazione: «Io vi ho condotti per quarant’anni nel deserto; i vostri mantelli non vi si sono logorati addosso e i vostri sandali non vi si sono logorati ai piedi» (Deuteronomio 29, 4). Nell’ubriacatura molliccia di questo «natale», rubatoci di mano da furbi infiltrati e restituitoci come feticcio, non possiamo farci complici del contrabbando di privilegiate rassicurazioni religiose. Come se Dio chiudesse un occhio sulle nostre stolte paure e rinunciasse all’urlo della sua profezia che risveglia sagge inquietudini.
Primo Levi appartiene alla lista dei più drammatici critici del provvidenzialismo. Pensando ad Auschwitz scrisse “Se questo è un uomo”, vite in baracche da lager. Un giorno gli occupanti di una baracca odono un cantilenante mormorio: Khun sta ringraziando la Provvidenza di non essere stato scelto tra i destinati alle camere a gas, senza badare a Beppo il greco che, dopodomani, andrà al gas. Il temerario commento di Levi provoca conati a stomaci devoti: «Se io fossi Dio, sputerei a terra la preghiera di Khun»[4]. Il dondolio orante del pidocchioso Khun è diventato oggi un lindo coro di voci natalizie (anche se attutite dalle mascherine); la sua baracca si è fatta magica e profumata liturgia. Noi, scampati alla selezione della fame e della violenza politica ed economica, normodotati di fede cattolica, supplicheremo Dio di non sputare a terra il nostro privilegiato prefazio natalizio.
Il Dio che l’evangelista Luca presenta sulla scena non è più il Signore degli eserciti che vince sugli egiziani, ma un Dio debole e lacero: «Oggi vi è nato un salvatore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia»[5]. Un bambino che non fa paura, nè suscita timori reverenziali. Icona di un Dio debole e sconfitto, che non è onnipotenza, ma fragilità, sofferenza e compassione; nato nell’insignificante borgata della “piccolissima” Betlemme diventata “Efrata” (“feconda”, secondo l’etimologia). Un Dio giuntoci, per contorti canali genealogici, dalla monarchia di Davide, ultimo figlio scartato dal padre Iesse e rilanciato in extremis dal profeta Samuele. Un Dio da villaggio, lontano dagli occhi scrutanti della “big sister” Gerusalemme. Un Dio dimesso, abbassato, germoglio, che visita pastori estromessi dal tempio perché resi impuri dal contatto animale, assenteisti dalla sinagoga per perenne lavoro e in altrettanto perenne esodo. Un Dio  che prende la sua Shekinà (la sua Gloriosa Presenza nel creato) e la porta in esilio con gli ebrei, con ogni vagabondo, cercatore, pellegrino. Ora anche la sua Gloria si è fatta schiava e “sta intorno a noi in questo esilio dentro l’esilio, in questa casa del fango e del dolore[6].
Scrive Pareyson:«Forse il silenzio di Dio, che è così terribile per l’uomo gettato nel baratro della sua angoscia, non è il silenzio di chi tace perché non c’è o di chi tace perché abbandona, ma di chi tace perché piange e tace appunto per piangere»(L. PAREYSON, Ontologia della libertà. Il male e la sofferenza, Einaudi, Torino 1992) . Dio-con-noi. Vorrei sentire invisibili mani passare sulla mia fronte e liberarmi dolcemente da tristi pensieri: allora non sarei solo a sopportare la lunga notte.

«Il poco con il timore di Dio è meglio di un gran tesoro con l’inquietudine»[7].
Il timor di Dio non è paura di Dio, ma stupore ammirato davanti ai suoi segni e fibrillante sospetto di trovarci alla sua presenza. Anche questo timore/stupore avvolge Incarnazione e Risurrezione: «Questo per voi il segno: troverete un bambino…Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, conservava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto…Le donne, abbandonato in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, corsero a dare l’annunzio».
 «Il timore di Dio è una scuola di sapienza e conduce alla vita» recita il Libro dei Proverbi[8]. Dire «timor di Dio» è modalità comunicativa per dire che un uomo ha la percezione netta – quasi fisica – di essere immersi in Dio o di fronte a Lui. «Allora Giacobbe si svegliò dal sonno e disse: Certo, il Signore è in questo luogo e io non lo sapevo. Ebbe timore e disse: Quanto è adorabile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del cielo»[9]. Nel momento in cui Giosuè celebra la Pasqua sul territorio di Gerico, gli appare il Signore che apre il passaggio e pronuncia le stesse parole che aveva pronunciato davanti a Mosè sul Sinai: «Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è santo»[10]. E’ un linguaggio in codice per indicare che ciò che sta accadendo sfugge alla capacità e volontà dell’uomo di mettere le mani su tutto, di girare e rigirare un oggetto fino a smontarlo nelle sue parti. Noi siamo scimmie con gli arti prensili. Di Dio, della Pasqua, del bambino Gesù, della terra, dell’uomo non ha stupore e rispetto chi li ha banalizzati, ridotti a oggettini di consumo e di manipolazione, a strumenti di utilità quotidiana, alla portata delle nostre devozioni prensili e catturanti.
Invece gli uomini delle profondità, quelli con il «terzo occhio» sapienziale in mezzo alla fronte[11] e con le orecchie nella sede del cuore, quelli che hanno riformulato, cioè, la loro anatomia sensoriale, per questi uomini del mistero, lo stupore dell’essere partecipi e testimoni di un evento superiore alla loro portata li rende affetti da timore e adorazione. Prima di sentirsi rivolgere l’invito a «non temere» occorre passare attraverso l’atto di suprema stima, attraverso la paura di sciupare, che é un atto proprio di chi ama. Pietro alla trasfigurazione dice a Gesù: «Signore, è bello per noi restare qui; se vuoi, farò qui tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». Ecco la volontà, forse comprensibile e simpatica, di banalizzare. Ma stava ancora parlando quando una nuvola luminosa li avvolse con la sua ombra. Ed ecco una voce che diceva: «Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo». E’ un evento da ascoltare. All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò e, toccatili, disse: «Alzatevi e non temete»[12]. Occorre passare attraverso la tentazione di banalizzare, lasciarsi condurre al momento dell’ascolto profondo. E solo dopo potremo capire bene cosa intende il Signore quando ci dice o ci fa sapere di “Non avere timore”. Dopo la banalità non c’é gioia, non c’é la movimentazione dell’annuncio. Si mangia e si digerisce. Non si annuncia. Invece: «con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annunzio… I pastori dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro».


[1] D.M.Turoldo O sensi miei – 1948-88
[2] Luca 4,9

[3] Salmo 121
[4] Demi Paolin Se questo è Dio in STUDI, FATTI, RICERCHE N.91/2000 pag. 3-6.
[5] Luca 2, 11-12.
[6] Primo Levi, Lilit.
[7] Libro dei Proverbi 15, 16.
[8] Libro dei Proverbi 15, 33; 19, 23.
[9] Genesi 28
[10] Esodo 3,5; Giosuè 5,13-15.
[11]  Raimon Panikkar La pienezza dell’uomo. Una cristofania, Jaca Book,1999  pag. 51: «Paolo non ha mai visto Gesù con il primo occhio (dei sensi). La sua visione del secondo occhio ( la mente) è quella di un Gesù traditore della Legge che merita la morte. A Damasco gli si apre improvviso il terzo occhio (quello dello spirito) e vede Gesù. E’ dunque naturale che, abbagliato, rimanga cieco del primo occhio finchè più lentamente non ci sarà luce anche nel secondo occhio e vedrà con il terzo occhio la trasformazione che quel Gesù è venuto a recare»
[12] Matteo – cap. 17




19 dicembre 2021. Domenica 4 Avvento
QUANDO DARSI DEL “TU” È IMPEGNATIVO

4° domenica di Avvento 2018

Preghiamo. O Dio, che hai scelto l’umile figlia di Israele per farne la tua dimora, dona alla Chiesa una totale adesione al tuo volere, perché imitando l’obbedienza del Verbo, venuto nel mondo per servire, esulti con Maria per la tua salvezza e si offra a te in perenne cantico di lode. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Michea 5,1-4.
Così dice il Signore: E tu, Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall’antichità; dai giorni più remoti. Perciò Dio li metterà in potere altrui fino a quando partorirà colei che deve partorire; e il resto dei tuoi fratelli ritornerà ai figli di Israele. Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore suo Dio. Abiteranno sicuri, perché egli allora sarà grande fino agli estremi confini della terra. Egli stesso sarà la pace.
Salmo 79 Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Tu, pastore d’Israele, ascolta, seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci.
Dio dell’universo, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Sia la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Dalla lettera agli Ebrei 10,5-10
Fratelli, entrando nel mondo, Cristo dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”».  Dopo aver detto: «Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato», cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: «Ecco, io vengo per fare la tua volontà». Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre.
Dal Vangelo secondo Luca 1,39-48
In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda.  Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

QUANDO DARSI DEL “TU” È IMPEGNATIVO. Don Augusto Fontana [1].

Le tre letture della Messa odierna, iniziano tutte in modo molto diretto:
Tu (in ebraico: ‘attah) Betlemme Efrata, non sei il più piccolo dei capoluoghi di Giuda!”
“(Tu) Padre, mi hai preparato un corpo!”
“Benedetta Tu (in greco: euloghemène su) tra le donne, Maria!”

Pare addirittura che il tono con cui questi tre “tu” sono pronunciati, sia abbastanza forte.

  • Elisabetta corre incontro a Maria, gridando.
  • Il Figlio invoca il Padre appassionatamente, in una preghiera molto intensa e forte.
  • Il profeta si rivolge a Betlemme, apostrofandola con un “Tu” con il punto esclamativo.

Nel linguaggio biblico, l’uso della seconda persona singolare non è tanto un segno di confidenza, come per noi oggi. Al contrario. Dare del tu è spesso una cosa abbastanza seria.  “Tu sei Pietro”…“Tu sei sacerdote per sempre”…“Tu sei il mio figlio prediletto”.
Come nella lingua inglese, dove si da del tu (you) sia alla Regina che a un bambino di prima elementare, così nella Bibbia il “tu” non è accorciamento della distanza. Anzi. È franchezza. È verità. È incarico dato. Responsabilità da assumere.
La Bibbia non ha bisogno di convenevoli. Va dritta dritta. Ci interroga in seconda persona e ci chiede in modo molto diretto e franco una risposta. La Parola di Dio ci dà sempre del “tu”, perché parla personalmente.

 TU BETLEMME –  TU PADRE –  TU MARIA.
 Ora, i tre “tu” della quarta domenica di Avvento ci portano, io credo, un messaggio serio: Dio verrà a visitarci ancora una volta. Come si può avverare un mistero simile?
I teologi usano oggi un linguaggio strano, per descrivere il piano di Dio nella storia: dicono che esso è “economia della salvezza”. Non so cosa capiamo, udendo la frase “economia della salvezza”: inconsciamente forse pensiamo alla legge finanziaria più che alle cose di Dio. Ma nell’economia della salvezza, cioè nel “tempo umano visitato dalla tenerezza di Dio” sono sempre necessari tre “tu”, affinché le cose vadano per il verso giusto.
– Occorre il “Tu, Betlemme”, cioè uno spazio.
– Occorre il “Tu, Padre” cioè un progetto di Dio.
– Occorre il “Tu Maria” cioè la disponibilità umana.
Se togli uno dei tre “tu”, mandi all’aria tutto. Mandi in malora l’economia della salvezza.  Un progetto umano al di fuori dello spazio, come potremmo riceverlo? Un progetto divino senza disponibilità umana, come potremmo vederlo? Una disponibilità umana a una vocazione inesistente, che senso ha?
Proviamo allora ad analizzare un istante queste tre coordinate del mistero di Natale:
1)      Spazio
2)      Dio
3)      Risposta umana
Lo spazio che Dio sceglie per il compimento dell’economia di salvezza è quello di un borgo con quattro case, che si chiama “Beth-lehem”, cioè “casa del pane”, cittadina detta anche “Efrata” cioè “feconda”, e possiamo immaginarne bene il motivo. La casa del pane diventa feconda: posto povero e piccolo, periferico, non importante. Ma fecondo agli occhi di Dio.  “Tu, Betlemme Efrata, la più piccola tra le città di Giuda, da te mi uscirà Colui che regnerà su Israele”. Pare che Dio non ami gli spazi grandi, le cornici plateali: preferisce partire dalla periferia dello spazio. Qual è il mio SPAZIO, il mio ambiente vitale, entro cui intendo accogliere il Signore in questa eterna Incarnazione che si materializza nella liturgia di quest’anno?
Il progetto divino, come la scelta dello spazio, è contro la logica umana: “Tu non hai gradito sacrificio (al tempio) o oblazione (sull’altare): un corpo mi hai preparato”. È un progetto sconcertante. Finora gli uomini avevano offerto sacrifici cruenti o incruenti a Dio, per accattivarsi il suo favore. Pensavano che Dio amasse i sacrifici e le offerte. Ma il progetto di Dio richiede obbedienza e l’obbedienza è meglio dei sacrifici. “Sia fatta la tua volontà come in cielo, così in terra”, messo in pratica davvero, vale più di tutte le candele che possiamo accendere in Chiesa o le ritualità senz’anima. La Preghiera Eucaristia 3a celebra così: «Egli faccia di noi un’offerta perenne a te gradita». Sono cosciente che non solo il prete o la suora rispondono ad una vocazione progettuale di Dio, ma anche il laico, lo sposato, il lavoratore, è chiamato a rendere visibile almeno un frammento di Vangelo e di vita di Gesù?
La risposta umana è quella di una ragazza povera, sconosciuta, umile. “Tu sei benedetta tra le donne!”. Benedetta perché sei stata portatrice della benedizione e della fecondità di Dio.  Dio si è compiaciuto di guardare alla “piccolezza della sua serva”. Anche questa scelta umana ci sorprende. Ma “L’uomo guarda l’esterno, mentre Dio guarda il cuore” (1 Samuele, 16,7).

Sulla soglia della Festa dell’Incarnazione io e te ascoltiamo un TU!, rivolto proprio a me e te. Non ci sono alibi, sembra dirci la liturgia di domenica.
«Proprio io? Proprio a me?».
E Dio disse: «Tu!».


[1] elaborazione da commento di Alvise Bellinato