12/12/ 2021. Domenica 3 Avvento
GIOIA COME RESISTENZA.

Dal libro del profeta Sofonìa (3,14-18)
Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallégrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna, ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura. In quel giorno si dirà a Gerusalemme: “Non temere, Sion, non lasciarti cadere le braccia! Il Signore tuo Dio in mezzo a te è un salvatore potente. Esulterà di gioia per te, ti rinnoverà con il suo amore, si rallegrerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa”.
Salmo (Is 12,2-6) Canta ed esulta, perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.
Ecco, Dio è la mia salvezza;  io avrò fiducia, non avrò timore,
perché mia forza e mio canto è il Signore;  egli è stato la mia salvezza.
Attingerete acqua con gioia  alle sorgenti della salvezza.
Rendete grazie al Signore e invocate il suo nome,  proclamate fra i popoli le sue opere,  fate ricordare che il suo nome è sublime.
Cantate inni al Signore, perché ha fatto cose eccelse,  le conosca tutta la terra.
Canta ed esulta, tu che abiti in Sion,  perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési  4,4-7
Fratelli, rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù.
Dal vangelo secondo Luca 3,10-18
In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: “Che cosa dobbiamo fare?”. Rispondeva: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare, e gli chiesero: “Maestro, che dobbiamo fare?”. Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi che dobbiamo fare?”. Rispose: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe”. Poiché il popolo era in attesa e tutti si domandavano in cuor loro, riguardo a Giovanni, se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: “Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non sono degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile”. Con molte altre esortazioni evangelizzava il popolo.

GIOIA COME RESISTENZA. Don Augusto Fontana
La logica mondana del pessimismo, della rassegnazione e del malcontento spesso mi fa accodare alle varie cassandre di turno per cui non so di fatto trovare e mostrare vie d’uscita, alternative al tono grigio e tragico della mia rassegna-stampa quotidiana, alle ombre cupe che mi si allungano sul cuore per la vecchiaia e la malattia. I tempi del profeta Sofonia non erano migliori dei miei: si erano diffusi culti stranieri e sincretismo religioso, i monarchi erano collusi con culture idolatre, si diffondeva nel popolo uno stile di vita pagano e il paese era devastato da violenze e ingiustizie. Certo la gioia, come il coraggio, uno non se la può dare, mi direbbe don Abbondio. E allora mi trovo oggi imbarazzato e inappetente davanti al piatto che mi ha preparato la Parola di Dio: «Gioisci, esulta e rallégrati… Non temere, non lasciarti cadere le braccia… Rallegratevi nel Signore, in ogni situazione… Non angustiatevi per nulla». Preso da una poco invidiabile anoressia dell’animo, fisso la portata e non mi decido a ficcarci dentro la bocca. E mi riappaiono, come folletti, i contadini poveri del Brasile o gli indios Shuaras della foresta amazzonica ecuadoregna che ho visto accesi da un’insolita musicale allegria che faceva da controcanto alla loro endemica, dignitosa e resistente povertà. Ma allora di quale gioia si tratta? Dovrò assumere anfetamine spirituali per dopare la mia cristiana performance giornaliera? Per Paolo, data la sua situazione di prigioniero quando scrive alla comunità di Filippi, non è possibile pensare alla gioia come ad un sentimento umorale. Essa consiste piuttosto IN UNA SERENA RESISTENZA: «Gioite nel Signore IN OGNI SITUAZIONE». “L’accento del duplice imperativo chairete (gioite!) è posto sulla continuità della gioia, che non può essere sporadica, l’emo­zione di un momento, ma deve essere esperienza duratura, che attraversa tutte le situazioni, anche quelle di prova. Infatti, dal punto di vista linguistico, la continuità della gioia è espressa sia nell’imperativo presente, che indica la durata dell’attitudine gioiosa, sia nell’avverbio greco “pàntote”, che non va tradotto con un sempli­ce ‘sempre’, ma con un ‘in ogni situazione’. L’esortazione è per­ciò ad una gioia capace di fiorire e permanere anche nell’espe­rienza della sofferenza, delle contrarietà. Poiché tale imperativo sembra davvero ai limiti del possibile, ci si chiede allora dove possa darsi la ragione di questa permanenza e continuità della gioia; ebbene, per Paolo non sta in una capacità della psiche, ma nella sua fonte vera, che è l’essere «nel Signore». Questa gioia non può restare nascosta nell’interiorità della per­sona, ma deve trasparire anche nelle relazioni: «La vostra amabi­lità sia nota a tutti gli uomini». Il termine «amabilità» usato da Paolo (tà epiei­kés) contiene in sé molte sfumature, quali quella della modera­zione, della benevolenza, della dolcezza, del rispetto e della cor­tesia. In definitiva, è la capacità di cercare ciò che è adatto all’altro. Ci sembra per­tanto che la traduzione ‘amabilità’ riesca a riassumere bene la ric­chezza del lemma greco e indichi uno stile moderato, non violento, realmente affabile, che caratterizza la relazione con le altre persone. Non basta amare: bisogna essere amabili. La motivazione di questo atteggiamento è indicata dall’Apo­stolo con un’espressione che ricorre più volte nel suo epistolario: «Il Signore è vicino». Qui Paolo pensa che il ritorno di Cristo sia immi­nente. Il fatto che il Signore debba tornare fa assumere alle cose un valore diverso, le relati­vizza e insieme le apre alla speranza, alla dimensione dell’attesa. La vicinanza del Signore riguarda non solo l’attesa del suo ritorno glorioso, ma la sua presenza misteriosa nella comunità, presenza che so­stiene nelle prove e che dona una gioia capace di superare le tri­bolazioni. Perciò anche le relazioni interpersonali, pur in un con­testo di tribolazione e di ostilità, possono essere ‘diverse’, cioè improntate ad un’amabile benevolenza. La vicinanza del Signore motiva anche l’esortazione alla fidu­cia, che si manifesta in particolare nel momento della preghiera e nel non lasciarsi schiacciare dagli affanni. Si tratta di affidarsi totalmente a Dio per superare l’ansietà generata dalle preoccu­pazioni. La fiducia non è semplice rassegnazione, ma è un espor­re a Dio i propri bisogni e la propria via («Manifesta al Signore la tua via, confida in lui: compirà la sua opera» Salmo 37,5). L’in­vito di Paolo riecheggia gli insegnamenti di Gesù nella tradizio­ne evangelica, quando invita i suoi discepoli a non preoccuparsi eccessivamente per i problemi e le necessità del vivere quotidiano (cfr. Mt 6,25.31.34; Lc 10,41; 12,22)[1]”.
Il Paolo che scrive ai Filippesi è lo stesso che scrive ai Romani «Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, i pericoli, la spada?» (Romani 8,31-35). Conosco un testo di Isaia (41, 14.19) dove il Signore mi definisce con termini apparentemente fastidiosi, ma che lentamente sono diventati musica dolce: «Non temere, vermiciattolo di Giacobbe, larva di Israele; io vengo in tuo aiuto, tuo redentore è il Santo di Israele». Io, questo piccolo verme nudo, questo bruco peloso che striscia a cercare sul terreno arido una qualche foglia che si renda appetibile, sono invitato a guardarmi intorno e scoprire sette tipi di alberi che Lui ha fatto crescere attorno a me: «Pianterò cedri nel deserto, acacie, mirti e ulivi; porrò nella steppa cipressi, olmi insieme con abeti». Ma ancora il mio animo non si è lasciato smuovere dalla sua atonica inappetenza. Allora il testo liturgico di Sofonia pare narrare ciò che accade in ogni famiglia quando un bambino imbronciato non ne vuol sapere di mangiare: papà o mamma si mettono a fare i pagliacci, a danzargli intorno e cantare e sorridere, nel tentativo di strappargli uno stupore che gli sblocchi l’umor nero del momento: « Il Signore danzerà per te con grida di gioia, come nei giorni di festa». In Luca 15, 5-7 il pastore si mette la pecora sulle spalle «contento» e invita tutti a «rallegrarsi» perché c’è più «gioia» per un peccatore che si pente che per 99 giusti. Lui gioisce quando trova la moneta perduta (Lc. 15, 9), quando fa festa per il figlio tornato (Lc. 15,23-24). Dio Padre-Madre, mettiti a danzare attorno a me, porta il mio sguardo, perso nel vuoto, a guardarti saltellare e cantare attorno a me e trascinami in quella gioia di cui abbiamo perso l’indirizzo: «Mia forza e mio canto è il Signore, egli è stato la mia salvezza» (Salmo 117, 14). Tu, Dio, vieni a danzare attorno a me e fammi sorridere.
CHE DOBBIAMO FARE?
«Il Signore è in mezzo a te» significa «Il Signore è fra la tua gente», ma anche « Il Signore è nel tuo grembo». Quindi due sono gli orizzonti della gioia: uno derivante dalla liberazione sociale e l’altro dalla guarigione interiore. La gioia non deve distrarre dalla necessaria risposta pratica. Giovanni Battezzatore dice che non c’è bisogno che tutti vengano nel deserto: basta che ognuno viva nella giustizia e nella solidarietà lì dove si trova; quello che conta è il cambiamento della vita quotidiana. La gioia messianica non può essere scambiata per superficialità infantile o per irresponsabile fuga dal presente: «Che cosa dobbiamo fare?». Ci viene suggerita una carità audace, accorta, intelligente ed efficace, attenta a capire i fenomeni complessi della società attuale e a sperimentare gli strumenti più idonei. Questo si misura in modo particolare nell’etica professionale: dalla prospettiva del guadagno illimitato alla coscienza di una retribu­zione equa, da un clima pesante di lamentele e di rassegnazione, di protesta e di rabbia, all’impegno di compiere bene il proprio mestiere, recuperando il rapporto tra attitudini, preparazione ed utilità sociale. In una lettera pastorale (Sto alla porta. Anno pastorale 1992­-1993) il card. Martini si domandava: «Perché un imprenditore de­ve ribellarsi alla richiesta di pagare una tangente? Perché un gior­nalista deve affrancarsi dal conformismo? Perché un infermiere deve trattare bene i pazienti scomodi e noiosi? Perché questi e al­tri atteggiamenti devono essere la regola, non ‘eroismo’ di un sin­golo?». Come cristiani e cittadini abbiamo il compito di dare forza ed amabilità ad un’esistenza onesta e giusta, con una vita rispettosa delle leggi e delle regole, estranea al­le prepotenze. E siamo chiamati a fare la nostra parte per il bene del Paese in cui viviamo, disposti a pagare le tasse per contribui­re al funzionamento di servizi essenziali. Infatti, come ci ha ri­cordato una nota pastorale dei vescovi italiani, «la legalità, ossia il rispetto e la pratica delle leggi costituisce una condizione fon­damentale perché vi siano libertà, giustizia e pace tra gli uomini» (Educare alla legalità, 1991, n. 2).


[1] Da SERVIZIO DELLA PAROLA, n 383/2006




5 dicembre 2021. Domenica 2a Avvento
GUARDARE CONVERTIRSI TRASFORMARE.

2 Domenica avvento C

 Preghiamo. O Dio grande nell’amore, che chiami gli umili alla luce gloriosa del tuo regno, raddrizza nei nostri cuori i tuoi sentieri, spiana le alture della superbia, e preparaci a celebrare con fede ardente  la venuta del nostro salvatore, Gesù Cristo tuo Figlio. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. AMEN
Baruc 5, 1-9
<Gerusalemme, deponi la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio, metti sul capo il diadema di gloria dell’Eterno, perché Dio mostrerà il tuo splendore ad ogni creatura sotto il cielo. Sarai chiamata da Dio per sempre: Pace della giustizia e gloria della pietà. Sorgi, o Gerusalemme, e sta  in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti da occidente ad oriente, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio. Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici; ora Dio te li riconduce in trionfo come sopra un trono regale.  Poiché Dio ha stabilito di spianare ogni alta montagna e le rupi secolari, di colmare le valli e spianare la terra perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Anche le selve e ogni albero odoroso faranno ombra ad Israele per comando di Dio.  Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui».
Salmo 126
Quando il Signore ricondusse i prigionieri di Sion, ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si aprì al sorriso, la nostra lingua si sciolse in canti di gioia.
Allora si diceva tra i popoli: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi, ci ha colmati di gioia.
Riconduci, Signore, i nostri prigionieri, come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo.
Nell’andare, se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma nel tornare, viene con giubilo, portando i suoi covoni.
 Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 1,4-6.8-11
Fratelli, sempre, quando prego per tutti voi, lo faccio con gioia a motivo della vostra cooperazione per il Vangelo, dal primo giorno fino al presente. Sono persuaso che colui il quale ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù. Infatti Dio mi è testimone del vivo desiderio che nutro per tutti voi nell’amore di Cristo Gesù. E perciò prego che la vostra carità cresca sempre più in conoscenza e in pieno discernimento, perché possiate distinguere ciò che è meglio ed essere integri e irreprensibili per il giorno di Cristo, ricolmi di quel frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.
Dal Vangelo secondo Luca 3,1-6
Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

GUARDARE CONVERTIRSI TRASFORMARE. Don Augusto Fontana

Oggi siamo invitati a vedere, a guardare in maniera diversa; se non “battezziamo” i nostri occhi, la speranza risulta impossibile e l’attesa sfocia nella delusione. Esiste un altro motivo unificante della liturgia di oggi, individuabile nel tema della strada e del cammino; tutta l’esperienza biblica è un costante appello ad una conversione interiore per una liberazione sociale.
I profeti possono sembrare dei pazzi visionari perchè invitano a guardare nelle piaghe spalancate della storia umana per vedere segni incoraggianti di guarigione, per vedere ciò che non c’è ancora, o per vedere un Dio criptato.
Siamo invitati, oggi, a recarci sulle alture delle nostre rassegnazioni, stanchezze, delusioni, diagnosi realistiche da cui non vediamo nulla di nuovo nè prospettive ragionevoli di miglioramento. L’uomo della speranza, guardando in direzione di Dio, non si limita a fare l’inventario delle cose che vede, ma  riesce a chiamare le cose che ancora non esistono come se già esistessero.
La conversione cristiana è un processo interiore che avviene all’interno della concretezza storica; le letture bibliche di oggi sottolineano il carattere pubblico e storico della Parola di Dio che ha una via preferenziale nei fatti e negli avvenimenti. La storia è portatrice di trasparenze, di transizioni che vanno lette o avviate o corrette. Gesù non vive appartato, ma in mezzo ai tumulti e ai conflitti innescando un movimento che interferisce con l’inerzia ed ostacola il mantenimento dello stato esistente sia interiore che sociale.  Qual fu il peccato degli ebrei deportati a Babilonia? Fu quello di essersi adattati. Quale fu l’opera di Mosè? Preparare un popolo capace di partire. Capire che il non muoversi è peccato, non è facile.[1]

Città, rivèstiti di santità e giustizia!
Baruc, segretario del profeta Geremia, scrive nel periodo del post-esilio babilonese. Gli ebrei rimasti a Babilonia si sono lasciati affascinare dalle abitudini e religioni del posto ed hanno fatto della schiavitù una dimora. Chi è già rientrato è già deluso per la situazione ritrovata. Il popolo è descritto dal profeta come una donna che, perduta nel proprio dolore, deve rialzarsi, salire su un’altura, guardarsi intorno e vedere i propri figli che ritornano dall’esilio nella gioia. Nel testo del profeta, la conversione è descritta come un solenne atto di vestizione sacerdotale e regale. L’abito, nella cultura ebraica, aveva un ruolo simbolico oltre che funzionale.
Rimetti le vesti sacerdotali!
Gerusalemme, cioè un popolo intero, è investita di un compito di santità e mediazione sacerdotale per tutti gli uomini. I sacerdoti dovevano indossare l’efod (“manto della giustizia”) e la tiara (“diadema”) sulla quale c’era l’iscrizione <sacro al Signore>; il copricapo sacerdotale conferiva il potere di intercessione per il popolo; Aronne lo doveva portare sempre sul capo per portare i peccati del popolo e attirare su di esso la grazia del Signore( Esodo 28, 4.36-43). Svestire gli abiti di sacco e rivestire gli abiti sacerdotali è segno di un cambiamento radicale di situazione, di cuore e segno di liberazione sociale.
Dio protagonista.
Per almeno 12 volte risuona il riferimento a Dio come protagonista di questo squarcio di speranza, di ritorno e di ricostruzione:  lo splendore della città  viene da Dio (v.1 e 3);  l’efod e la tiara sono di Dio;  il nuovo nome, e quindi la vocazione, vengono da Dio; la riunificazione dei dispersi avverrà mediante la Parola del Santo; il ritorno avverrà nel ricordo delle fedeltà di Dio e sarà Lui a costruire la strada e a guidare il popolo (v.5-9). Spontaneamente viene in mente il Salmo 127: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode. Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno».
 Salmo 126: Ci sembrava di sognare
“Troppo bello per essere vero…!” .Il Salmo celebra la “risurrezione di Israele” sia sotto forma di ritorno dall’esilio (come vuole una interpretazione) e sia sotto forma di riforma sociale e religiosa (come vuole un’altra interpretazione).  <Usciti da campi di concentramento, scampati dai forni crematoi nazisti, affidati ad imbarcazioni di fortuna, in vista della Palestina noi cantavamo il Salmo 126 che diventava all’improvviso una realtà viva e palpitante nelle nostre vive ferite. I prigionieri che il Signore riportava eravamo noi, il riso che riempiva la bocca del salmista, 2500 anni fà, era il nostro riso!> (A.Chouraqui).
Il Signore.
La composizione si costruisce attorno alla parola “il Signore“:
I pagani dicono <Il Signore ha fatto per loro grandi cose>,  Israele conferma < Il Signore ha fatto per noi grandi cose>.  Una proclamazione : Il Signore ha ricondotto…Una preghiera : Signore riconduci ancora!
Hai ricondotto…riconduci ancora! Strade sempre aperte.
 Il ritorno dall’esilio babilonese era stato un sogno ad occhi aperti. Allo stupore viene abbinata la gioia. Ritornati nella terra, non avevano sperimentato il compimento delle profezie che avevano preannunciato un’era di pace; gravi difficoltà continuano ad ostacolare la loro esistenza e per questo si rivolgono a Dio perchè capovolga ancora una volta la loro situazione(riconduci ancora i nostri prigionieri).
Una serie di immagini completano il canto: come i torrenti del Sud (Negheb), aridi per tutto l’anno, improvvisamente si riempiono di acqua nella stagione delle piogge, così Dio porti a termine la liberazione. Davanti al Signore dell’esodo nessuna strada può diventare un vicolo cieco e la comunità dei credenti è continuamente rimessa in cammino.
Ogni conversione/trasformazione è dono, ma anche fatica.
L’ultima parte del salmo è dedicata al rapporto semina-mietitura, pianto-gioia. S.Agostino cosi commenta: <La vostra terra è la Chiesa: seminate quanto potete. Che cosa devi seminare? La misericordia. Che cosa mieterai? La pace. Così dovete amare; e dato che le cose buone si compiono attraverso dolori e pene, non stancatevi: seminate tra le lacrime, mieterete nella gioia>.
Luca: preparate le vie.
Luca circostanzia con precisione storica geografica l’incontro tra l’ultimo profeta,  Giovanni, e il realizzatore delle promesse, Gesù. In elenco vi sono 7 personalità di cui 5 politiche e 2 religiose che coprono sotto la loro giurisdizione non solo i territori giudaici, ma anche extra giudaici.
Pare che Luca abbia voluto indicare un crocevia sul quale due soggetti, Dio e uomo, compiono il loro ritorno, la loro “conversione”, per un incontro reciproco. Su queste  coordinate storico-geografiche che includono anche le nazioni pagane, Dio ritorna all’uomo e l’uomo è invitato a ritornare al suo Dio. L’incontro avviene all’interno di poteri politici in contrasto tra loro e all’interno di poteri religiosi mafiosi. Il terreno storico sembra poco propizio e non fa ben sperare. Eppure in tale contesto la Parola di Dio cade su Giovanni (il cui nome in ebraico significa “Dio fa grazia e consola”).
Come nel testo del profeta Baruc, anche qui tutto è posto sotto il segno della Parola di Dio che pur essendo protagonista degli eventi ha bisogno  della sinergia e della collaborazione di un uomo che acconsente radicalmente ad essa. Giovanni Paolo II ha scritto[2]: “ L’uomo… è la prima strada che la Chiesa deve percorrere nel compimento della sua missione: egli è la prima e fondamentale via della chiesa, via tracciata da Cristo stesso “.
Quando il profeta scriveva il testo citato da Giovanni Battista, faceva riferimento al fatto che gli ebrei in esilio erano addetti alla costruzione di strade per i percorsi commerciali e militari. A loro Isaia dice: datevi da fare perchè questa strada che state costruendo per ora in schiavitù e per finalità che non vi riguardano, diventerà la pista su cui camminerete per ritornare in patria.
Giovanni utilizza la metafora dei lavori in corso sulle strade, per chiarire il senso della conversione che sta chiedendo a chi lo ha raggiunto nel deserto: in lingua ebraica il termine “conversione” è espresso con la parola <SUB> che significa CAMBIARE ROTTA/MENTALITA’.[3] A commento di ciò riporto un interessante passo di Isaia 48,17-18:” Io sono il Signore tuo Dio che ti insegno per il tuo bene, che ti guido per la strada su cui devi andare. Se avessi prestato attenzione ai miei comandi, il tuo benessere sarebbe come un fiume, la tua giustizia come le onde del mare”.
Convertirsi.
Raccolgo in unità gli spezzoni di elementi proposti dalle letture bibliche:
1.Convertire lo sguardo:
Sta in piedi sull’altura e guarda verso oriente!”. Oriente è il punto cardinale da dove sorge il sole e da dove si manifesta Dio. Gesù è l’oriente di Dio ed il punto cardinale del Suo orizzonte: “Chi vede me vede il Padre”.
La prima conversione dello sguardo consiste nell’essere capaci di tenere sgranati gli occhi su Gesù che è l’esegeta ed il rivelatore di Dio.
La seconda conversione dello sguardo consiste, come dice Paolo, nel “saper discernere il meglio” cioè l’ essenziale e non la fatuità. La guarigione dello sguardo ci purifica dal nostro veder corto e veder male. Il Salmo 36,10 dice “Nella tua luce vediamo la luce“: occorre guardare eventi e persone all’angolatura da cui le vede Dio e con la sua prospettiva ottica.  Un saggio  orientale afferma:<Se l’inverno dicesse “ho nel cuore la primavera”, chi gli crederebbe?>.
Gli eventi sono gravidi di Parola e di interventi di Dio. Certo: nessun evento contiene in distillato allo stato puro la voce di Dio, perchè ognuno vi mescola echi di voci estranee in un amalgama ambiguo. Ogni evento va decifrato nella fatica, nella precarietà, nell’aiuto reciproco e senza semplificazioni. Fra noi qualcuno tenta ancora di decifrare, nell’amalgama di culture vincenti e conformiste, alcune novità che hanno un sapore biblico.
2.Convertire il cuore e le strutture di convivenza:
Quando scoppia una gemma si alza una speranza. Una gemma sola turba l’equilibrio di una foresta. Se c’è una novità che entra, tutta la foresta deve allargarsi per farle posto. Ogni attaccamento alla routinarietà ed alla ovvietà nasconde il nostro <no!> al viaggio che Dio ci chiede di compiere. Occorre spogliarsi delle vesti dimesse del lutto quotidiano e rivestire gli abiti sacerdotali di nuovi modelli di vita. I colli da abbassare e i burroni da riempire non sono immagini poetiche. Nella nostra vita familiare professionale ed ecclesiale, nelle strutture organizzate del paese, ci sono montagne di autosufficienza e di corporativismi che vanno spianate per ritrovarci uomini e umili ( Notate come i termini homo-uomo, humilis-umile e humus-terra hanno una interessante unica radice linguistica). Ci sono abissi di vuoto, insignificanza, stordimento attivistico, non-senso che occorre riempire con qualcosa di autentico. Stiamo ammassando montagne di rifiuti di cose inutili mentre ci facciamo mancare le cose essenziali. Bisogna avere il coraggio di eliminare il <troppo> che abbiamo per cercare il <tutto> che ci manca.
Preparare le vie al Signore significa accettare che non tutti i tempi sono tempi di esodo; come una donna non genera se non è incinta così il Signore non produce salvezza e la storia non genera liberazione se le condizioni non sono mature. La pazienza della conversione ci mette nelle condizioni di accettare che se quella che viviamo non è stagione di mietitura, sia almeno stagione di semina.
Il teologo protestante Ruben Alves scrive: “Si deve smettere di piantare zucche che maturano alla svelta e decidersi a piantare datteri, anche se non si arriverà a gustarne i frutti. Dobbiamo vivere amando ciò che non vedremo mai.”


[1] da Pronzato “Parola di Dio”, Gribaudi e da Balducci “Il mandorlo e il fuoco”, Borla 
[2] Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 1979
[3] Domenica prossima la liturgia ci presenterà la continuazione del brano evangelico di oggi e si avrà l’occasione di cogliere nei particolari il senso spirituale e sociale che Giovanni dava al suo invito a convertirsi.




28 novembre 2021. Domenica 1a Avvento
COME STARE DENTRO LA NOSTRA STORIA?

Prima domenica di avvento – 28 novembre 2021

Preghiamo. Padre santo, che mantieni nei secoli le tue promesse, rialza il capo dell’umanità oppressa da tanti mali e apri i nostri cuori alla speranza, perché attendiamo vigilanti la venuta gloriosa del Cristo, giudice e salvatore. Egli è Dio, e vive e regna con te…
 Dal libro del profeta Geremìa 33,14-16
Ecco, verranno giorni – oràcolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.
Salmo 24   A te, Signore, innalzo l’anima mia, in te confido.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza.
Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via.
Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà  per chi custodisce la sua alleanza e i suoi precetti.
Il Signore si confida con chi lo teme: gli fa conoscere la sua alleanza.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 3,12-4,2
Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi. Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio – e così già vi comportate –, possiate progredire ancora di più. Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.
Dal Vangelo secondo Luca 21,25-28.34-36
 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

COME STARE DENTRO LA NOSTRA STORIA? Don Augusto Fontana

Domenica 28 novembre, prima domenica di Avvento, per noi cristiani inizia un Nuovo Anno in cui ci farà compagnia l’evangelista Luca. «Buon Anno!» dunque, guardando alla nostra storia. E Luca ci ricorda subito alcune parole di Gesù che potrebbero contenere saggezza e sapienza per chiunque coltiva nel cuore la domanda: «Come stare dentro la nostra storia di oggi e di domani?».
«Gesù disse ai suoi discepoli: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra».
Non possiamo sognare di vivere al riparo dagli sconvolgimenti che segnano il tempo; non resiste più nulla alla nostra devastazione del pianeta. Ma il linguaggio è forse prioritariamente simbolico e ci porta alle nostre paure quotidiane per il venir meno di alcune coordinate di vita: l’amore stabile e fedele, il lavoro degnamente remunerato e tutelato, la salute protetta, l’ambiente rispettato, le nuove generazioni protette da mortiferi sbandamenti, la politica dalla faccia pulita, la comunità cristiana testimone di fede evangelica e di vita controcorrente.
Torna la domanda: «Come stare dentro questa nostra storia di oggi e di domani?». Ed eventualmente: «Come starci dentro da cristiani?».
Io sono in preda alle mie ansie, depressioni, inquietudini che mi paralizzano. E questo è già un lento morire perché mi avvito su me stesso in pensieri negativi. E così non vado da nessuna parte. Luca ci mette sull’avviso: “State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita”. C’è il pericolo dell’appesantirsi del cuore: farsi una corazza, per non vedere, per non soffrire. Lasciarsi anestetizzare e assuefare. Così si diventa miopi, ci si appiattisce sul presente e sulle proprie cose. E così finisce anche che le cose ci piombino addosso improvvise: “Quel giorno non vi piombi addosso improvviso”.
Siate vigilanti, dice il Vangelo, decifrate il tempo, interpretate ciò che sta affacciandosi all’orizzonte. E state nella vostra storia positivamente con responsabilità, con speranza e non da rassegnati, aggiunge Luca: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo perché la vostra liberazione è vicina”.
In piedi e a testa alta, perché la liberazione è vicina, anzi è già iniziata, da quando sul ramo secco della storia è germogliato, se vogliamo stare all’immagine del profeta Geremia, un germoglio di giustizia, Gesù di Nazaret.
È questo l’atteggiamento dei credenti di oggi: non il mugugno, non il lamento, non il disfattismo! Così come faceva Gesù. Lui dimostrava che il Regno di Dio si era fatto vicino raddrizzando una  donna curva (Lc 13,11). La voleva eretta e in cammino. Così Dio vuole le sue creature, fatte a sua immagine e somiglianza.
Il tempo di Avvento ci invita a impegnarci, per quanto ci è possibile, a raddrizzare la nostra storia secondo la giustizia di Dio: “Il Signore – dice la Bibbia – è nostra giustizia“. Non sul modello delle nostre giustizie. Troppo spesso cerchiamo ciò che è giusto per noi e non ciò che è giusto per gli altri, difendiamo i nostri diritti e non i diritti degli altri. L’invito è a operare secondo la giustizia di Dio. Si dice che Lutero,  a chi gli chiedeva: “Che cosa faresti tu se sapessi che domani il mondo andrà in rovina?”, rispose: “Pianterei anche oggi un melo”.
La nostra storia, quella di ciascuno e quella di tutti era incominciata in principio così: “Dio disse «Adamo, Uomo, dove sei?». E noi da allora continuiamo a rispondere: «Mi sono nascosto perché sono nudo». La domanda di Dio non è domanda di un giudice inquisitore, ma di un Padre che ci cerca curioso e affettuoso.  L’avvento che incominciamo oggi è un tempo per riascoltare quella domanda dolce: «Dove sei?» rivolta a me, a noi, gente che si perde nel folto dei sensi di colpa, dei fallimenti, delle infedeltà, delle angosce. L’Avvento è un tempo per riascoltare il fruscio dei passi di un Padre che ci viene incontro tenendo per mano il Suo Figlio, il figlio dell’uomo, il vivente, il risorto.
Il vangelo di oggi è costituito da due frammenti presi dal capitolo 21 di Luca. Al centro di questi due frammenti sembra che Luca metta l’annuncio più importante: Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande .Il vedere (greco: horaô ) qui è lo scrutare nella fede. Praticamente ciò che già stiamo cercando di fare in questa celebrazione.
Mi fermerò però su una parola del secondo frammento del Vangelo: Quando cominceranno ad accadere queste cose, alza­tevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipa­zioni, ubriacature e affanni della vita …. Vegliate pregando in ogni momento, perché abbiate la forza di sfug­gire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio del­l’uomo».
Vegliate pregando. Spesso gli evangelisti (Es Marco 13:35) usano, nella loro lingua greca, il verbo grêgoreô per dire VEGLIATE. Qui Luca usa il verbo agrypnéo, che letteralmente significa avere quel sonno leggero, pronto ad interrompersi al minimo rumore, quando vi è un segnale di peri­colo; è il sonno che è richiesto ai pastori quando custodiscono il gregge. Si potrebbe paragonare al riposo dei genitori quando un bambino è amma­lato: sembrano dormire, ma in realtà sono prontissimi a risve­gliarsi al suo minimo lamento del figlio. Per vegliare così, senza ca­dere nel sonno profondo (quello provocato dalle distrazioni, ubriacature, affanni), bisogna pregare. Vegliate pregando in  ogni momento.
Luca ci indica che questa veglia orante ci darà la forza per at­traversare il tempo della prova nella fedeltà, il tempo del dolore nella resistenza e il tempo della gioia nella gratitudine.
E il Salmo 25 ci conferma ciò di cui abbiamo bisogno: “Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri”. Paolo ci ha offerto indicazioni concrete: “il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti” (1Tess 3,12-13).
Proprio come fa pregare la colletta: “Padre santo, che mantieni nei secoli le tue promesse, rialza il capo dell’umanità oppressa da tanti mali e apri i nostri cuori alla speranza, perché attendiamo vigilanti la venuta gloriosa del Cristo”.




21 novembre 2021. Festa Pasquale di Cristo-Re
QUESTO CROCIFISSO E’ IL SIGNORE

FESTA PASQUALE di CRISTO RE.

Preghiamo. O Dio, fonte di ogni paternità,  che hai mandato il tuo Figlio  per farci partecipi del suo sacerdozio regale,  illumina il nostro spirito,  perché comprendiamo che servire è regnare,  e con la vita donata ai fratelli  confessiamo la nostra fedeltà al Cristo,  primogenito dei morti  e dominatore di tutti i potenti della terra. Egli è Dio e vive e regna con te…………
Dal libro del profeta Daniele 7,13-14
Guardando nelle visioni notturne, ecco venire con le nubi del cielo  uno simile a un figlio d’uomo;  giunse fino al vegliardo e fu presentato a lui.  Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è un potere eterno, che non finirà mai,  e il suo regno non sarà mai distrutto.
Salmo 92. Il Signore regna, si riveste di splendore.
Il Signore regna, si riveste di maestà:  si riveste il Signore, si cinge di forza.
È stabile il mondo, non potrà vacillare.  Stabile è il tuo trono da sempre,  dall’eternità tu sei.
Davvero degni di fede i tuoi insegnamenti!  La santità si addice alla tua casa  per la durata dei giorni, Signore.
Dal Libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 1,5-8
Gesù Cristo è il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra.  A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen.  Ecco, viene con le nubi e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che lo trafissero, e per lui tutte le tribù della terra  si batteranno il petto.  Sì, Amen!  Dice il Signore Dio: Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!
Dal Vangelo secondo Giovanni 18,33-37
In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

QUESTO CROCIFISSO E’ IL SIGNORE. Don Augusto Fontana 

Senza re, regine, cavalli e fanti.
L’ultima Domenica dell’Anno liturgico ha tutte le connotazioni della festa di Pasqua. La festa, di fatto, celebra in sintesi tutto il mistero di Cristo nel tempo: «Cristo ieri, oggi e sempre; a lui gloria e potenza nei secoli in eterno[1]». La festa fu istituita da Pio XI nel 1925 per reagire al laicismo: se Cristo è Re, vuol dire che la chiesa è Regina! Ciò è avvenuto sia in epoche di clericalismo e sia in epoca laicista quando la Chiesa rivendicò leadership per il traino di legislazioni a favore delle proprie strutture e per la salvaguardia di valori ritenuti irrinunciabili. E’ anche vero che con il franare del regime di cristianità, la società rischia di mettere in causa una giusta concezione della regalità di Cristo relegandola al puro ambito dello spirito e delle sacrestie, ma ciò non giustifica nostalgie bigotte ed integraliste; semmai spinge i cristiani ad inventare nuove forme dolci e convincenti di presenza nella convivenza sociale evitando forme di massoneria o di lobbys cattoliche. Scrive Olivier Clément in “IL POTERE CROCIFISSO”:  «A poco a poco capiremo che il cristianesimo non è un’ideologia che aspira ad essere imposta con la forza dello Stato. I mezzi del potere sono estranei al cristianesimo che sarà sempre più un fermento, una luce, una profezia, un esempio che non impone nulla e si presenta nell’umiltà»[2].
Gesù: la sua prassi messianica nel contesto del suo tempo.
Gesù non si attribuì mai il ruolo di Re e quando qualcuno volle farlo Re si rese irreperibile. Imponeva anche il “silenzio messianico” a coloro che avevano fretta di annunciare, prima della croce, la sua prassi messianica. Aveva detto di essere il Pastore, la Via, la Verità, la Vita, lo Sposo, il Maestro, il Figlio del Padre, la vite. Come giunge allora ad essere processato con tale esplicita imputazione di reato? Ricostruiamo alcuni tratti della prassi messianica di Gesù all’interno del sistema di organizzazione sociale e religiosa del suo tempo.[4] Tutta la Legge può essere suddivisa in sistemi di proibizioni. Erano considerati impuri: alcuni cibi, il sangue animale e umano, i rapporti sessuali che non garantivano la procreazione e quindi la forza-lavoro del clan, il sangue mestruato e lo sperma, alcune malattie infettive come la lebbra. Gli animali destinati ai sacrifici non dovevano avere difetti ed i sacerdoti ciechi o rachitici non potevano salire sull’altare del sacrificio. La circoncisione definiva l’area di appartenenza al popolo di Jahwè, Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe.
Con il rispetto del Sabato, del Tempio e del culto si doveva, in un certo senso, saldare i debiti con Dio che donava vita, cibo, Legge e perdono. Il Tempio era anche una specie di banca per il finanziamento delle opere pubbliche e religiose. Poichè queste prescrizioni erano spesso disattese, si era formata una “setta” detta dei farisei, osservanti di interminabile serie di casistiche e precetti, in contrapposizione ai sadducei più materialisti e lassisti. Chi trasgrediva palesemente le interdizioni legali era considerato pubblicano (peccatore pubblico) o, se malato di mente, veniva considerato indemoniato. In fondo a tutto a tutto il sistema venivano i pagani incirconcisi che non potevano entrare nelle case degli Israeliti nè sposare le loro figlie. In ogni villaggio o città la sovrastruttura politica era composta dal consiglio degli anziani costituito da membri puri di razza e ricchi; dovevano risolvere i litigi ed emettere le sentenze. Il Consiglio più importante era il Sinedrio di Gerusalemme composto da 72 membri fra cui i Sommi Sacerdoti del Tempio, gli anziani capi delle famiglie più nobili e ricche della Giudea, gli scribi con funzioni di insegnamento morale, giuridico e religioso. Questo apparato veniva controllato da lontano dal Procuratore romano che risiedeva al Nord (Galilea). Sommi sacerdoti, grandi proprietari e commercianti collaboravano con il potere invasore. Il proletariato e la piccola borghesia, angariati dall’apparato giudaico, negli anni ‘66-‘70 si uniranno ai guerriglieri zeloti nella ribellione contro Roma. Gli zeloti erano composti da lavoratori agricoli e schiavi fuggiaschi che si organizzavano in bande armate, rifugiandosi sulle montagne della Galilea, compiendo incursioni e, in caso di cattura, venivano crocifissi. Gesù diventa una minaccia a tutto questo sistema: “Il Sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il Sabato. Il Figlio dell’uomo è Signore anche del sabato” (Mc.2,27). La lacerazione inizia puntualmente: “Appena usciti, i farisei si riunirono immediatamente con i seguaci di Erode per tramare contro di lui e decidere di eliminarlo” (Mc. 3,6). Gesù si sottrae ad ogni populismo ambiguo ed adotta una strategia di semi-clandestinità: si ritira spesso da solo a pregare o si sottrae alle folle in luoghi deserti. Il vero rischio che Gesù teme non è quello della vita, ma quello dell’interpretazione del suo messianismo in termini trionfalistici. Il pericolo di questa ambigua interpretazione non veniva solo dalle folle, ma anche dall’interno del suo gruppo di discepoli tra i quali c’era Simone <il cananeo> e Giuda <il sicario> (chiamato abitualmente Iscariot): forse due zeloti. Quando, come scrive il Cap.11 di Marco, Gesù arriva a Gerusalemme il grido popolare è uno slogan abitualmente usato nelle manifestazionI zelote: «Hosanna! (Salvaci!). Benedetto sia, nel nome del Signore, colui che arriva! Benedetto sia il regno che viene, il regno del nostro padre Davide». Ma Gesù aveva già adottato una strategia che non lasciava dubbi: era entrato seduto su un asinello che serviva per il trasporto quotidiano, mentre le incursioni zelote venivano fatte con i cavalli. Tuttavia, affermare che Gesù non volle essere considerato un Messia secondo le aspettative del tempo, non significa ridurlo ad un Messia delle anime o fuori della storia. Di fatto Gesù adotta una prassi messianica: con la prassi delle mani si dedica alla creazione di rapporti economici nuovi, per la condivisione e il servizio, per la riammissione, nel circuito sociale e religioso, degli esclusi; con la prassi dei piedi e del camminare va incontro e cerca. Gesù fu un rabbi itinerante anche in territori impuri. Egli si fa vicino e prossimo invitando a fare altrettanto; con la prassi del cuore Gesù dissequestra Dio dal culto formalista e dalla preghiera esteriore per farlo diventare un Padre con cui entrare in rapporto filiale da parte di chiunque ed in qualsiasi momento o luogo.
«Fino a quando zoppicherete con due piedi?» (1 Re 18, 21).
La frase non è chiara, ma pare significhi «decidetevi per chi danzare» o «Se il Signore è Dio, seguitelo». Nel culto liturgico domenicale proclamiamo a favore di chi vogliamo muovere i passi o danzare la vita. Nella breve lettura tratta dall’Apocalisse (1, 5-8) si respira un’ atmosfera tipicamente liturgica con una struttura di dialogo liturgico in cui alla proclamazione segue l’acclamazione di tutta l’assemblea. Gesù viene presentato come Testimone fedele, aderente ai disegni del Padre, come Principe dei re della terra, detrattore di ogni potere oppressivo e corrotto, il trafitto attraverso le sofferenze dei deboli e le difficili testimonianze della Chiesa. E l’assemblea confessa l’amore e l’opera di liberazione il cui esito è la formazione di un Regno di sacerdoti, un popolo reso capace di orientare a Dio la storia e il mondo. Gesù resta l’Alfa e l’Omega (prima e ultima lettera dell’alfabeto greco): ciò indica non solo la totalità, ma anche il dinamismo della progressiva realizzazione della storia.
– Riconoscere che Cristo è mio-re significa adattarmi gradualmente a pensare che Lui è Dio vivo, e quindi – come dice il Card. Martini[5] – «significa che Dio è imprevedibile, che la sua azione nei nostri riguardi è libera e sovrana, che non possiamo mai calcolare niente in anticipo. Un Dio che non è fatto come lo penso io, che non dipende da quanto io attendo da lui, che può dunque sconvolgere le mie attese, proprio perché è vivo».
– Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa ridare anche consistenza al ruolo Sacerdotale e liturgico di ogni battezzato. Benchè piccola e balorda che sia, ogni assemblea liturgica anticipa nel tempo la liturgia finale del regno.
– Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa che ogni battezzato dovrà scoprire il valore sacramentale e salvifico della sua prassi messianica nel lavoro, in famiglia, nel volontariato, nel rispetto della creazione e della vita, nell’accoglienza dei piccoli, nella riammissione degli esclusi. Ma tutto ciò sia vissuto in Cristo, per Cristo e con Cristo.
– Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa mantenere vivo il sospetto contro le multiformi idolatrie. L’indimenticabile monaco Carlo Carretto dedicò a questo tema un capitolo del suo CIO’ CHE CONTA E’ AMARE[6]: «Mi sono chiesto sovente dove risiede il pericolo dell’idolatria. Io penso che il pericolo è in noi e che il peccato di idolatria sia un peccato di tutti i tempi. L’uomo dell’Antico Testamento aveva la tentazione di farsi un idoletto di legno o di avorio o di argento per metterlo penzoloni alla sella del suo cammello e l’uomo d’oggi ci prende gusto a mettere un santino in tasca al posto di Dio. E’ la stessa cosa, più o meno. L’uomo vuol fuggire allo sforzo di pensare Dio nella sua pura Trascendenza, nel suo Mistero e trova più comodo dargli un volto a buon mercato che rimpiazzi la sua intoccabilità con qualcosa che si possa toccare e che stia vicino e che soprattutto abbia tanti poteri taumaturgici da guarire quando si è malati e da arricchirci quando si è poveri. Qui non sto parlando male del culto dei santi. Tale culto è una cosa seria quando fa parte ed è tutt’uno con l’altro culto che gli è centrale: il culto e l’adorazione di Dio. In origine erano oggetti cristiani degni di culto, ora in mano agli idolatri sono diventati idoli. Quanti idoli fatti di medaglie, immagini, crocette. Non temo di dire che quanto più scade la fede autentica, illuminata, forte in un popolo, più aumentano le botteghe dei santini. Io ne ho trovato ovunque di questi altari dell’idolatria moderna, perfino in chiesa. Immaginiamo fuori!. E’ certo che l’idolatria e la superstizione sono ancora forme religiose anche se deteriori e accompagnano sovente l’uomo non più illuminato dalla fede. Ultimi brandelli e residui di un patrimonio consumato. «Adorerai Dio in spirito e verità» (Giovanni 4, 23).Ecco il modo di purificare l’anima dalla tentazione idolatria, dal pericolo continuo di prestare la nostra adorazione a valori umani, a prestare fede a ciò che è caduco e a dare importanza eccessiva alla potenza o alla ricchezza. Ecco dunque la maniera di sfuggire a quel sottobosco intricato di magia e spiritismo, uscire da quella nebbia indefinibile di credenze misteriose, di fiducia negli amuleti, di poteri attribuiti a pezzi di legno o anche…all’acqua santa.. Sì, non scandalizzatevi, ma ho visto pretendere ancora dal sacerdote la benedizione delle case con acqua, molta acqua, come se in quel rito ci fosse qualcosa di magico, un toccasana per non cadere ammalati, un mezzo per cacciare gli spiriti o le forze avverse».
Scrisse Bonhoeffer, pastore luterano impiccato dai nazisti: «Dio non deve essere riconosciuto solo ai limiti delle nostre possibilità, ma al centro della vita»[7].


[1] Lettera agli Ebrei 13,8; Apocalisse 1,6. 
[2] Ed,Qiqajon, Bose, 1999, pag. 64.
[3] Ed Einaudi
[4] Mi avvalgo di F.Belo “Una lettura politica del vangelo” Ed. Claudiana
[5] C.M.Martini, Il Dio vivente, PIEMME, 1991, pagg. 59-61.
[6] Ed. Fondazione Apostolicam actuositatem 2004
[7] D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, Ed. Paoline 1988, pag.383.




14 novembre 2021. Domenica 33a
CONTEMPORANEI DEL FUTURO.

Domenica 33°
Preghiamo. Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura. Per Gesù Cristo nostro Signore.
Dal libro del profeta Daniele 12,1-3
In quel tempo sorgerà Michele, il gran principe, che vigila sui figli del tuo popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c’era mai stato dal sorgere delle nazioni fino a quel tempo; in quel tempo sarà salvato il tuo popolo, chiunque si troverà scritto nel libro. Molti di quelli che dormono nella polvere della terra si risveglieranno: gli uni alla vita eterna e gli altri alla vergogna e per l’infamia eterna. I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre.
Sal 15 Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita.
Io pongo sempre innanzi a me il Signore, sta alla mia destra non posso vacillare.
Di questo gioisce il mio cuore, esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro, perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,
né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.
Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena nella tua presenza, dolcezza senza fine alla tua destra.
Dalla lettera agli Ebrei 10,11-14.18
Ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici, perché essi non possono mai eliminare i peccati. Cristo al contrario, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre, si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai soltanto che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi. Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati. Ora, dove c’è il perdono dei peccati, non c’è più bisogno di offerta per essi.
Dal Vangelo secondo Marco 13, 24-32
Disse Gesù ai suoi discepoli: “In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, e la luna non darà più il suo splendore, e gli astri si metteranno a cadere dal cielo, e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina; così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre”.
[Testo finale del capitolo, non proclamato nella liturgia odierna: State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!».]

(Consiglio di leggere, prima del seguente commento, l’intero il capitolo 13 di Marco).

CONTEMPORANEI DEL FUTURO. Don Augusto Fontana

 

 


Il suolo della storia è vulcanico.

E’ inutile gonfiare i pettorali per far paura al nostro pianeta. Siamo un’inezia nel cosmo, a rischio di apocalisse: «Signore, che cos’è un uomo perché te ne curi? L’uomo è come un soffio, i suoi giorni come ombra che passa» (Salmo 143, 3-4). I testi biblici di oggi (Daniele 12 1-3; Marco 13, 24-32) abbondano di visioni apocalittiche che solleticano paure e sollecitano sapienze. Il linguaggio biblico apocalittico non ci appartiene più; forse serve solo a scenografi di kolossal catastrofici. Le geremiadi sulla fine del mondo fanno sorridere i terrapiattisti (Flat Earthers), lasciano inebetiti i giovani di Greta Thunberg, non fanno certo lacrimare i potenti di Cina, Russia, India, Brasile. E’ facile scadere in interpretazioni riduttive sulla fine del nostro pianeta o cadere in esortazioni vagamente spiritualistiche. La cultura e la spiritualità della “soluzione finale” e del millenarismo – peculiari di Mormoni, Testimoni di Geova o Avventisti del Settimo giorno – stanno espandendosi dal Nord-America in Europa. Anche tra i cattolici si sta sviluppando un certo interesse per il futuro del mondo a partire dai disastri ecologici frequenti, dai permanenti conflitti armati, dalla diffusione di minacciose epidemie, dall’infettante nichilismo nella vita e nel lavoro. Nei paesi ricchi questi problemi vengono annegati nell’affarismo e nel consumismo; nei paesi poveri prevalgono problemi contingenti di sopravvivenza. Tutti, in ogni caso, ci difendiamo bevendo il calice dolce o amaro di ciò che il convento passa giorno per giorno, senza eccessive preoccupazioni di giudizi finali o di capovolgimenti improbabili. Oggi si tratta di capire se l’annuncio cristiano è un annuncio tenebroso e malaugurante della fine delle cose o un invito a buttarsi in una trasfigurazione in atto.
Scrive Olivier Clément (Il potere crocifisso, Qiqajon, Bose, 1999, passim):  «“Il suolo della storia è vulcanico” diceva Berdjaev. Lo studio dei movimenti del sottosuolo c’insegna che uno spostamento di alcuni millimetri negli strati profondi della scorza terrestre provoca un terremoto in superficie. Il contemplativo immerso nel silenzio e ogni atteggiamento di preghiera, di apertura al mistero, provocano nella storia un’irruzione dell’eternità e permettono quelle creazioni di vita e di bellezza che, a loro volta, terranno desti i cuori. Il cristianesimo del XXI secolo non sarà né un moralismo, né un pietismo, ma l’annuncio della vittoria di Cristo sulla morte e sull’inferno. Il cristianesimo sarà sempre di più un fermento, una luce, un esempio che non impone nulla, che si presenta nell’umiltà; una profezia capace nel contempo di contestare gli idoli e di aprire le vie dell’avvenire».
Si tratta di capire se ciò che io spero, determina la qualità e il senso di ciò che io vivo: «Nel profondo dell’inverno ho imparato che dentro di me riposa un’estate invincibile» (Albert Camus, Invincibile estate).
Linguaggi esotici e messaggi in codice per opportuni risvegli.
La Parola di Gesù è stata codificata, dalle prime generazioni cristiane, come Buona notizia (Euanghelion). Non si può dire, a cuor leggero, che gli annunci apocalittici siano belle notizie, tuttavia contengono una verità da cui è bene non prendere eccessive distanze; è proprio passando attraverso la cruna d’ago della verità inaccettabile della fine delle cose che si può capire la novità del Vangelo che ha dell’incredibile: «Allora vedranno il Figlio dell’Uomo venire…Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno» (Marco 13, 26.31).
Chi se la passa bene non invoca certo la fine della goduria: «Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e marito e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti, così sarà anche alla venuta del Figlio dell’uomo» (Matteo 24, 37-39). Chi è pressato da persecuzioni, fallimenti e dolori, come le comunità tribolate del profeta Daniele e dell’evangelista Marco, tende l’orecchio e punta gli sguardi verso promesse che tardano e consolazioni che giungono da lontano: «Coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa gridarono a gran voce: “Fino a quando, Signore santo che mantieni le promesse, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue?”» (Apocalisse 6, 9-10).
Agli uni e agli altri, ai buontemponi e agli afflitti, il profeta evangelizzatore rivolge la parola di risveglio, di vigilanza, di coraggio e consolazione. Usa toni, registri, tecniche comunicative, modulazioni di voce diversificate secondo i destinatari e il contesto. Tra questi linguaggi esortativi se ne distinguono due dal sapore un po’ esotico: il linguaggio escatologico e quello apocalittico. Con l’uno si sussurra, con l’altro si grida.
Il linguaggio escatologico ha una visione solenne dell’éscaton, della “soluzione finale”, ma è improntato alla sobrietà narrativa e accompagnato da un giudizio realistico ma positivo verso il tempo presente. Non c’è nessun cedimento alla curiosità del quando. L’uomo resta corresponsabile della storia.
Il linguaggio apocalittico, invece, è meno discreto, esaspera i toni drammatici e gli elementi catastrofici; è più venato di pessimismo sul tempo presente e quasi ossessionato dal futuro, dal come e dal quando: vorrebbe “togliere il velo” ad ogni costo e il più in fretta possibile. L’uomo viene quasi ridotto a comparsa di una storia dove l’azione esclusiva sarebbe di Dio.
Così l’autore del Libro di Daniele scrive al tempo della persecuzione degli anni 165-164 a.C. nel periodo nero del Regno di Antioco IV Epifàne. Per sapere come andrà a finire, l’autore si colloca in modo fittizio in un altro tempo difficile del passato e cioè all’esilio di Babilonia (587-538). Ripercorre rapidamente quel periodo, cerca di scoprire le grandi leggi dell’agire di Dio e della sua fedeltà e, poggiandosi su questa pedana, fa un salto in avanti nel tempo e descrive come si concluderà la persecuzione attuale. Egli, di fatto, ignora la conclusione della vicenda, ma conosce solo una cosa: che Dio è fedele. Nel Capitolo 13 di Marco (capitolo che invito a leggere per intero) sono presenti alcuni tratti “apocalittici” (guerre, terremoti, carestie, catastrofi cosmiche, persecuzioni), ma formano solo la cornice. Si capisce subito che il messaggio centrale non si può confondere con questi elementi: basti pensare all’insistente esortazione alla vigilanza, che è poi un richiamo all’impegno nella storia, purchè tale impegno venga vissuto secondo le prospettive, la traiettoria e la meta indicate da Dio.
AAA. Cercasi bussola.
All’interno di questi messaggi apocalittici siamo alla ricerca di buone notizie. Quattro annunci emergono dall’amalgama apocalittico della Liturgia odierna:
– Di fronte alle nostre collettive sicumere culturali e progressiste ed anche di fronte al nostro personale affannarci per rincorrere gli accessori della vita, oggi prendiamo contatto con una parola semplice e sapienziale dell’Evangelo: cielo e terra passeranno. Il nostro ambiente vitale è provvisorio: «State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso» (Luca 21,34).
– Ci perviene anche un telegramma: Il regno di Dio (Gesù) è fra di noi. Questa realtà, questa presenza, che sfida tutti i catastrofismi personali e cosmici non dobbiamo cercarla oltre, ma attorno a noi, dentro di noi. In mezzo alle tante incertezze Gesù offre un terreno solido su cui la comunità potrà poggiare i piedi: le mie Parole non passeranno.
– Un’altra parola risuona importante: è inutile interrogarci sul come e sul quando. Una madre incinta sente il bimbo muoversi e ha fatto i suoi conti sul periodo probabile di nascita, ma la data e l’ora precisa non può determinarla. Il problema non è il “quando”, ma il farci trovare pronti. Il credente sa che ogni istante è il tempo favorevole per prendere una decisione e dare una risposta. In ogni momento presente si gioca il futuro.
– Poi c’è l’invito finale per l’atteggiamento da tenere: vigilate! Lo strumento di rotta del cristiano non è il calendario o l’oroscopo, ma la bussola: il Regno di Dio lancia segnali magnetizzati dai punti cardinali delle sue presenze. Per vigilare occorre anche non lasciarsi ingannare, non lasciarsi scoraggiare, non lasciarsi prendere alla sprovvista, non appesantirsi di accessori inutili. La vigilanza responsabile esclude il fanatismo apocalittico, la narcosi spiritualistica o l’iperattivismo. La vigilanza comporta – come dice la parabola del portinaio – vivere svegli, nella fatica e nel servizio. La vigilanza è l’arte di essere puntuali agli avvenimenti decisivi dell’esistenza.
Una bussola e una manciata di semi.
Ogni tanto abbiamo notizia che paesi interi vengono sommersi dall’alluvione. In condizioni di urgenza bisogna salvare una bussola, un paio di scarponi robusti e una manciata di semi. Spesso ci danniamo l’anima a fare tante cose, ad acquistare, a difendere; forse non abbiamo colto che la fine del mondo, di un certo mondo, è già iniziata. Nelle scelte del presente si gioca il nostro futuro. Occorre salvare l’essenziale.
Nell’attesa della tua venuta…
Durante l’eucaristia domenicale si proclama a più riprese: «Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua risurrezione nell’attesa della tua venuta…». Nell’Eucaristia noi proclamiamo di credere che Cristo è l’A e la Z di tutta la creazione. Teilhard de Chardin, scienziato e teologo, ha riletto in chiave cristiana tutta l’evoluzione della materia e della vita: Cristo consegnerà tutto, anche la materia, al Padre «affinchè Dio sia tutto in tutti» (1 Corinti 15.23-28). Sta avvenendo una “cristificazione” della materia e della storia umana. Per questo, scrisse una PREGHIERA ALLA MATERIA di cui riporto alcuni brani: «Benedetta tu, nuda materia, terra arida, dura roccia; tu che non cedi se non alla violenza e ci sforzi a lavorare se vogliamo procurarci il pane. Benedetta tu, pericolosa materia, madre terribile; tu che ci divori se ti incateniamo. Benedetta tu sia, universale materia, tu che dissolvendo le nostre strette misure ci riveli le dimensioni stesse di Dio. Benedetta tu sia, immortale materia, tu che ci introdurrai per forza nel cuore stesso di ciò che E’. Senza di te, senza i tuoi attacchi, senza i tuoi strappi noi vivremmo inerti, puerili, ignoranti di noi stessi e di Dio. Tu che ferisci e guarisci, tu che ristori e pieghi, tu che sconvolgi e ricostruisci, tu che incateni e che liberi, linfa della nostra anima, Mani di Dio, Carne di Cristo, materia ti benedico. Io ti saluto, inesausta capacità di essere e di trasformazione. Ti saluto, universale potenza di accoppiamento e di unione. Ti saluto, sorgente armoniosa delle anime, limpido cristallo dalla quale sarà tratta la nuova Gerusalemme. Ti saluto, “ambiente divino”, carico di potenza creativa, oceano agitato dallo Spirito, argilla impastata e animata dal Verbo Incarnato. Credendo di obbedire al tuo irresistibile appello, gli uomini si precipitano sovente per amor tuo nell’abisso esteriore del piacere egoista. Bisogna, se vogliamo possederti. che noi ti sublimiamo nel dolore, dopo averti gioiosamente stretta tra le nostre braccia. Portami là in alto, materia, per lo sforzo, la separazione e la morte, portami là dove sarà possibile infine abbracciare castamente l’Universo».




7 novembre 2021. Domenica 32a
Vedove tra profeti e sanguisughe.

Domenica 32 B
Preghiamo. O Dio, Padre degli orfani e delle vedove, rifugio agli stranieri, giustizia agli oppressi, sostieni la speranza del povero che confida nel tuo amore, perché mai venga a mancare la libertà e il pane che tu provvedi, e tutti impariamo a donare sull’esempio di colui che ha donato se stesso, Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Dal primo libro dei Re 17,10-16
In quei giorni, Elia si alzò e andò a Zarepta. Entrato nella porta della città, ecco una vedova raccoglieva legna. La chiamò e le disse: “Prendimi un po’ d’acqua in un vaso perché io possa bere”. Mentre quella andava a prenderla, le gridò: “Prendimi anche un pezzo di pane”. Quella rispose: “Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo”. Elia le disse: “Non temere; su, fa’ come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; quindi ne preparerai per te e per tuo figlio, poiché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra”. Quella andò e fece come aveva detto Elia. Mangiarono Elia, la vedova e il figlio di lei per diversi giorni. La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì, secondo la parola che il Signore aveva pronunziata per mezzo di Elia.

Sal 145. Beati i poveri in spirito: di essi è il regno dei cieli.

Dodici giaculatorie per una litania di nomi di Dio che in ebraico suonano così: il creatore, il fedele, il liberatore….Dall’altro lato, un elenco dei poveri di Jahwè (o il loro contrario=empi)

1 -Creatore del cielo e della terra, del mare e di quanto contiene.
2 -Egli è fedele per sempre.
3 -Rende giustizia agli oppressi.
4 -dona il pane agli affamati.
5 -Il Signore libera i prigionieri,
6 -il Signore ridona la vista ai ciechi,
7 -il Signore rialza chi è caduto,
8 -il Signore ama i giusti,
9 -il Signore protegge lo straniero,
10- egli sostiene l’orfano e la vedova,
11 – ma sconvolge le vie degli empi.
12 -Il Signore regna per sempre, il tuo Dio, o Sion, per ogni generazione.

Dalla lettera agli Ebrei 9,24-28
Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, allo scopo di presentarsi ora al cospetto di Dio in nostro favore, e non per offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui. In questo caso, infatti, avrebbe dovuto soffrire più volte dalla fondazione del mondo. E invece una volta sola ora, nella pienezza dei tempi, è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come è stabilito che gli uomini muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una volta per tutte allo scopo di togliere i peccati di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione col peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza.

Dal Vangelo secondo Marco 12,38-44
In quel tempo, Gesù diceva alla folla mentre insegnava: “Distogliete lo sguardo dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave”.E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: “In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri offerenti (in greco: gettanti).. Poiché tutti hanno gettato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere” .

VEDOVE TRA PROFETI E SANGUISUGHE. Don Augusto Fontana.

Una testimonianza[1]. Giuliana Martirani, dallo Zaire: «…La domenica ero lì, alla Messa swahili, a palme aperte con le mani sulle ginocchia; aspettavo che finisse la lunga fila di gente che alzatasi dal suo posto andava in processione a mettere il suo obolo nel cestino delle offerte: in una chiesa bianca gestita da preti bianchi. Me ne stavo così coi miei pensieri in testa che mi facevano scoppiare il cuore e improvvisamente vidi cadere nel palmo aperto della mano una monetina piccola di stagno, uno zaire, pochi centesimi che la mano nera della mia vicina nera aveva fatto scivolare con grande delicatezza, senza farlo vedere a nessuno. E mi indicava con un sorriso complice e gentile e un movimento del capo che andassi anch’io a mettere il mio obolo, anzi il suo, nel cestino delle offerte, perché io, unica bianca di una chiesa tutta nera, non perdessi la faccia a non mettere nulla nel cestino dei poveri. In sagrestia, dopo, mi fu presentata Mboye, vedova poverissima di trent’anni con quattro figli, che il suo unico obolo lo diede a me, ricca professoressa d’occidente che era andata in Africa per un viaggio di conversione. Davvero il vero cuore dell’Africa è la non violenza nonostante la fame, l’aids, la malaria, la diarrea e la strage degli innocenti voluta da scribi e farisei d’occidente e africani alleatisi per divorare la casa della mia amica Mboye, donna dei dolori e del sorriso».

Santuari, cattedrali e chiese parrocchiali continuano ad essere, non meno del Tempio di Gerusalemme, spazi di ambigua religiosità e di sconosciute virtù. Sui loro bilanci cadono rumorosi assegni di chi può e silenziose monete di chi non potrebbe. Alle prestazioni religiose corrispondono ancora i compensi in denaro per finalità – dicono – sacrosante, ma ancora passibili di revisione evangelica. Nei luoghi di culto transitano ancora, come nel Tempio di Gerusalemme, antiche e nuove “vedove” confuse tra antichi e nuovi scribi: differente la posizione economica, ma soprattutto diversa la collocazione davanti a Dio. L’Evangelista Marco sta cercando di rispondere al quesito della sua comunità: “chi è Gesù e il Suo Dio? Chi è il discepolo?”, ma soprattutto “dove ci porta se lo seguiamo?”. Tratteggia, così, una quindicina di figure che diventano le icone del vero discepolo (la suocera di Pietro, il lebbroso, ben due ciechi di cui uno diventato discepolo a Gerico, l’esattore Levi, la donna mestruata, il sordomuto, l’uomo semiparalizzato, i bambini, la donna siro-fenicia e sua figlia, Giairo e sua figlia, il cireneo, il soldato pagano sotto la croce, Maria di Magdala, la vedova). Appartengono tutti alla categoria dei “curvati” sotto il peso della vita ed esclusi dalle regole di purità religiosa talvolta sessista. L’Evangelista Marco affonda il bisturi anche nella carne viva dell’organizzazione sociale oltre che in quella ecclesiale. Ogni luogo di culto è inserito in un contesto urbano e di convivenza umana dove le nuove “vedove” passano inosservate nella loro dignitosa povertà e fede, espropriate dalla rapacità dei nuovi scribi: usurai, approfittatori, furbi, politici macchiavellici. L’antitesi ricchi-poveri è un procedimento frequente nei discorsi escatologici di Gesù e gli serve per annunciare l’arrivo del Regno e il capovolgimento delle situazioni abusive. Troppi rampanti amano ancora, a dispetto di chi dichiara morta l’ideologia classista, passeggiare in lunghe vesti, ostentare pubbliche preghiere, ricevere applausi dai gossips dei giornali patinati, avere i primi posti ovunque, ingrassare in tutte le latitudini del loro essere divorando le case delle vedove e anche quelle dei fidanzati o degli sfrattati. Neppure io e te sfuggiamo allo sguardo scrutatore di Gesù che ci vede in fila con altri nella nostra personalissima esperienza cristiana sia quando gettiamo nel cuore di Dio il superfluo delle nostre energie e sia quando sgomitiamo o rapiniamo o non ci accorgiamo dei “curvati” vicini e lontani. S. Ambrogio dice che «Dio non bada tanto a ciò che doniamo a Lui, quanto piuttosto a ciò che  tratteniamo per noi». Si tratta di imparare a gettare senza trattenere, ma anche a gettare nella giusta direzione: il 24 novembre di ogni anno, per esempio, ricorre la Giornata del non-acquisto. Un racconto cinese dice: «Colui che si pone alla ricerca di Dio e vende tutto ciò che possiede salvo l’ultimo soldo è proprio un pazzo. Infatti è proprio con l’ultimo soldo che si arriva a Dio».
Elogio per vedove “in cattedra”.
C’è una galleria di personaggi che entra in scena nella nostra celebrazione: due vedove (1° Libro dei Re 17, 8 –16; Mc.12,38-44) di cui la prima viene ricordata per l’ospitalità e la condivisione ad un profeta,  la seconda offre al Tempio quanto le servirebbe per vivere. Donne, vedove e povere: outsiders della società e della religione; Gesù Sacerdote unico (Ebrei 9,24 – 28), sposo “vedovo” senza comunità, che offre se stesso per rianimare la sposa, morta nelle proprie prostituzioni; Jahwè, un Dio di parte, sbilanciato sui poveri ed intenerito dal loro bisogno e dal loro abbandonarsi alla Sua provvidente paternità (Salmo 146); infine la regina Gezabele, gli scribi, i discepoli, la folla tra rapine, ostentazioni,  indifferenze e sterili ascolti.
Il Primo Libro dei Re, quando narra la vita del profeta Elia, pare compiacersi dei contrasti. Il brano di oggi, per esempio, contrappone la vedova di Sarepta (città pagana) alla regina Gezabele che vive nel lusso e induce il marito re Acab a far uccidere Nabot per rapinargli la  vigna che non gli aveva voluto cedere; la vedova vive, invece, in onesta e accogliente povertà con la benedizione del profeta obbediente alla Parola ricevuta: «Alzati, va a Sarepta di Sidone e stabilisciti là. Ho già dato ordine ad una vedova di là perchè ti fornisca il cibo» (versetti 8-9 malauguratamente omessi dal testo liturgico di oggi). Il profeta si muove in obbedienza alla Parola di Dio e sa che la Parola di Dio, protagonista dell’episodio, lo ha già preceduto nel cuore della donna.
Sulla vedova del Vangelo le interpretazioni si dividono. Alcuni[2] leggono la figura della vedova come icona di Gesù o come un’edificante icona del discepolo:«La vedova, sola, inosservata, povera e umile, getta tutta la sua vita; è come Gesù che si è fatto ultimo di tutti e ha messo la sua vita al servizio di tutti. Gesù la mette in cattedra al posto suo. Essa dà tutto per il tempio che presto verrà distrutto. Il tempio in realtà è Gesù stesso». Altri, critici su questa interpretazione, si dedicano a sottolineare il lato polemico della pagina. Scrive il biblista Alberto Maggi[3]: «Dio, che si prende cura degli elementi più deboli delle società, stabilisce che con una parte delle offerte al tempio vengano assistite vedove e orfani (Deuteronomio 14, 28-29). Gesù non tollera che quanti pretendono di essere la voce ufficiale di Dio, anziché nutrire le vedove, le affamino. Anziché venire sfamata con i contributi del tempio, la vedova getta tutto quello che aveva, per vivere, nel tesoro, mostro che ingoia con gli spiccioli la vita stessa della povera donna per vomitarli poi nelle ampie tasche dei sacerdoti e degli addetti al culto. Gesù non apprezza il gesto della donna: le sue parole non sono un elogio alla generosa fede della vedova, ma un lamento su questa povera vittima della religione che si svena per mantenere in piedi la struttura che la sfrutta». Stessa angolatura da Simon Légasse[4]: «Nulla suggerisce che la donna sia proposta lì come esempio. Sarebbe sorprendente che Marco desse un giudizio positivo su un dono fatto al Tempio dal momento che in precedenza Gesù ha condannato il mercato nel tempio e ha dato il suo accordo ad una frase che dichiara il culto sacrificale inferiore all’amore di Dio e del prossimo e con la sua morte darà un segno spettacolare e premonitore dell’abolizione di questo stesso culto (15, 38). Questa donna è da compatire; è vittima di un sistema e lo condanna». Forse non si tratta di scegliere questa o quella interpretazione, ma ciò che lo Spirito mi suggerisce per il caso mio.
Il brano del vangelo è drammatizzato in tre scene che si svolgono nel Tempio dove erano disposti tredici recipienti ad imbuto per la raccolta delle offerte. L’offerta veniva consegnata al sacerdote il quale, dopo aver verificato la validità del denaro, a voce alta annunciava la quantità e lo scopo dell’offerta. Gli amministratori religiosi hanno imparato a contare la quantità.
Il soggetto di partenza di ognuna delle tre scene è Gesù che si lascia coinvolgere o coinvolge. Se non ci accontentiamo solo del testo, ma andiamo a leggere il con-testo, scopriamo che il brano di oggi fa seguito ad un capitolo che contiene violente requisitorie e scontri di Gesù con l’apparato religioso, proprio all’interno del Tempio. E dopo il testo liturgico di oggi seguirà la Passione e la morte. Sembra dunque che gli eventi di oggi costituiscano una cerniera importante. Nel brano di oggi la polemica è attenuata e si trasforma da una parte in ironia corrosiva e dall’altra in tenera benevolenza. La folla comunque lo ascoltava volentieri, come si ascolta sempre volentieri una polemica che riguarda altri e non metta in discussione se stessi.  Entrano in scena gli scribi con una sequenza narrativa costituita dai sei peccati di vanità, ipocrisia e rapina (amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano lunghe preghiere): brave persone religiose, assidui frequentatori. In realtà la razza degli scribi e dei farisei non si estinguerà mai, nella Chiesa. Anche noi siamo scribi potenziali, o di fatto, ai quali Gesù rivela oltre che le lacune dottrinali anche le contraddizioni religiose ed etico-sociali. Gli scribi, esperti legali e pertanto ricercati soprattutto dalle vedove che mancavano della protezione maschile, facevano probabilmente pagare in modo esorbitante le prestazioni professionali con parcelle che obbligavano le vedove a cedere le povere case. Resta odioso, per Gesù, che loro si servano del prestigio e della professione religiosa per ricavare utili materiali a spese dei semplici. Sono dei parassiti che pure con comportamenti esteriormente inappuntabili, mascherano un’illegalità interiore che Gesù mette in luce. Gesù  “legge” ciò che accade davanti ai suoi occhi. La Sapienza è anche saper discernere negli eventi ciò che appartiene al Regno e ciò che ne è fuori, saper leggere dentro ed oltre l’esteriorità. Aveva detto: «Voi che dai segni atmosferici sapete prevedere che tempo farà, non sapete poi riconoscere i segni dei tempi». Si disse (ma ora non più, ahimè!) che il cristiano deve tenere in una mano la Bibbia e nell’altra il giornale: occorre «distogliere lo sguardo da[5]» e «osservare invece…». Gesù educa ancora una volta allo sguardo in profondità: distogliete lo sguardo dalle fumose apparenze religiose e spostatelo su ciò che non è appariscente ma costituisce lo spessore del Regno.
Il verbo fondamentale del brano è il verbo «gettare» ripetuto, non senza intenzionalità teologica, ben sette volte in due soli versetti; descrive due modi  di gettare: uno che vale secondo gli uomini e l’altro secondo Dio. Anche il cieco di Gerico aveva gettato il mantello. Tanti ricchi gettavano molto del loro superfluo, non mettendo in gioco se stessi, ma limitandosi ad investire una parte dei loro capitali in eccesso per la prospettiva di una protezione divina che tornerà a loro vantaggio. Consiglierei di leggere Isaia 44, 9-20: era usanza abbattere un albero per costruire idoli; una parte veniva portata a casa per riscaldarsi e farsi da mangiare e con gli avanzi si costruiva l’idolo e, per di più, per cercarne vantaggio. Non ti dice niente, per l’oggi, questa strana usanza ancestrale?
Tutti sono capaci di dare ciò che si ha. Dare ciò che non si ha, è caratteristica dei “piccoli discepoli”. Questa povera vedova ha gettato più di tutti: «due spiccioli, tutto quanto aveva, tutta intera la sua vita». Lo spicciolo era la più piccola moneta in corso; tre grammi di bronzo. L’offerta equivaleva ad 1/8 della razione giornaliera offerta ai poveri dalla beneficenza pubblica. Aveva due spiccioli: uno lo poteva tenere per sè. Li dona tutti e due. Diventa così l’icona di Gesù che tra poco si consegnerà non trattenendo nulla per sè. Il giovane ricco, invece, pur osservante religioso, resterà per sempre come immagine del nostro mediocre discepolato. La “povertà biblico-evangelica” non è una situazione unicamente economica, ma convive con la condizione dell’ «appoggiarsi su Dio». Il provvidenzialismo è un’esasperazione integralista della fede biblica. Detto questo, potremmo chiederci sotto quale forma possiamo vivere l’abbandono fiducioso al Padre in Cristo. A volte affrontiamo troppo da soli i traumi esistenziali; altre volte esasperiamo un nostro protagonismo titanico e solitario non gettando in Dio la nostra confidenza e la fiduciosa preghiera. In questo, tantissimi umili fratelli e sorelle nella fede mi fanno da maestri! Sarà pur vero che Gesù censura chi dona al Signore e agli altri solo il superfluo, ma io sono nelle condizioni di non aver incominciato neppure a gettare il superfluo. L’elemosina o il gesto “una tantum”  soccorrono il bisogno contingente di un uomo debole, ma non intaccano le strutture ingiuste che creano le emarginazioni. La partecipazione politica o l’impegno sociale organizzato non hanno fatto il loro tempo, anche se non è più di moda. Io appartengo alle fasce aristocratiche della società e della Chiesa: occorrerà incominciare ad accorgermi dei piccoli fratelli/sorelle, come le vedove della liturgia di oggi, che il Signore ha messo in cattedra per me al posto suo, per indicare che, anche in sua assenza, ogni piccolo e semplice credente, con la didattica della sua vita, dovrà essere considerato maestro per la Chiesa, scribi permettendo.


[1] ADISTA n. 75, 28 ottobre 2000, pag. 15. 
[2] Silvano Fausti Ricorda e racconta il Vangelo, Editrice Ancora Milano 1992.
[3] A.Maggi Come leggere il Vangelo e non perdere la fede, Cittadella editrice, 1997, pagg. 136-139.
[4] S. Légasse Marco, Borla, 2000, pag.656-657.
[5] Il verbo greco «blepo» pare che sia stato mal tradotto dalla Vulgata latina con “cavéte” che vorrebbe dire “attenti agli scribi!”. Credo invece che vada rispettato il senso di attività oculare: distogliete lo sguardo da…! Questo crea un efficace contrappunto con il verbo successivo “osservava…”




31 ottobre 2021. Domenica 31a
SI FA PRESTO A DIRE AMORE

31° Domenica
Preghiamo. O Dio, tu se l’unico Signore e non c’è altro Dio all’infuori di te; donaci la grazia dell’ascolto, perché i cuori, i sensi e le menti si aprano alla sola parola che salva, il Vangelo del tuo Figlio, nostro sommo ed eterno sacerdote. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Dal libro del Deuteronòmio 6,2-6
Mosè parlò al popolo dicendo: «Temi il Signore, tuo Dio, osservando per tutti i giorni della tua vita, tu, il tuo figlio e il figlio del tuo figlio, tutte le sue leggi e tutti i suoi comandi che io ti do e così si prolunghino i tuoi giorni. Ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica, perché tu sia felice e diventiate molto numerosi nella terra dove scorrono latte e miele, come il Signore, Dio dei tuoi padri, ti ha detto. Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.  Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore».
Salmo 17. Ti amo, Signore, mia forza.
Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia,
mia fortezza, mio liberatore.
Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio;
mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo.
Invoco il Signore, degno di lode, e sarò salvato dai miei nemici.
Viva il Signore e benedetta la mia roccia, sia esaltato il Dio della mia salvezza.
Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato.
 Dalla lettera agli Ebrei 7,23-28
Fratelli, [nella prima alleanza] in gran numero sono diventati sacerdoti, perché la morte impediva loro di durare a lungo. Cristo invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore. Questo era il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli. Egli non ha bisogno, come i sommi sacerdoti, di offrire sacrifici ogni giorno, prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo: lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso.  La Legge infatti costituisce sommi sacerdoti uomini soggetti a debolezza; ma la parola del giuramento, posteriore alla Legge, costituisce sacerdote il Figlio, reso perfetto per sempre.
Dal Vangelo secondo Marco 12,28-34
In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

SI FA PRESTO A DIRE AMORE. Don Augusto Fontana

L’indivisibile amore.
Quando, nell’anno 2000, ero a Goiàs in Brasile mi era giunta notizia di una Messa record a São Paulo. Due milioni e mezzo di fedeli brasiliani avevano partecipato alla messa celebrata nell’autodromo di Interlagos, dal prete carismatico brasiliano Marcelo Rossi, famoso come cantante di canzoni religiose e per le sue Messe aerobiche. Alla Missa pela Vida (Messa per la Vita) hanno partecipato in veste di cantores i maggiori nomi della musica sertaneija (country brasiliano). «Abbiamo trasformato in allegria e salute quello che prima era tristezza – ha detto padre Marcelo – La gente sta ritornando alla religione».
Appena il tempo di tornare dal Brasile e qualcuno mi scrisse: «Soltanto durante quest’anno, 10 appartenenti al Movimento dei Senza-Terra sono stati assassinati, mentre sono stati aperti processi contro 180 dirigenti del movimento. Non contento di questo, il governo federale ha appena condannato alla miseria 250.000 famiglie di lavoratori già insediati, ossia, più di un milione di persone, rifiutandosi di concedere l’indispensabile credito per la produzione del 2000/2001, secondo quanto previsto dalla Legge di Riforma Agraria». Sospetto che i due milioni e mezzo di fedeli magnetizzati all’autodromo fossero, nel frattempo, un po’ distratti. A chi era diretto il tifo da stadio? Al Gesù friabile e martire, ai propri pruriginosi estetismi religiosi o all’angelico padre Marcelo intento a far tornare le masse alla religione? Già: tornare alla religione o all’amore? «Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi» (Deuteronomio 6,2-6; Marco 12,28-34).
Scriveva David Maria Turoldo[1]: «L’Amore vero, profondo, il misterioso amore non ha parole. E invece noi parliamo, parliamo. Signore, Ti abbiamo sempre sulle labbra, mentre il Tuo santuario è il cuore dell’uomo. Allora se non amo mi muoia la parola sulla bocca. Chi non ama non predichi da nessun pulpito, da nessuna cattedra. Senza amore non c’è magistero. E Dio rimane senza epifania». Se non amo, queste mie parole moriranno sulla tastiera. C’è chi ha scheletri negli armadi; io temo di trovarne nei miei pulpiti come chi, anche in buona fede, inflaziona il nome di Dio e il suo cognome, l’amore.
La questione del legame tra l’amore a Dio e l’amore agli uomini è vecchia come la religione. La storia delle tre principali religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo, islam), registra vistosi sbandamenti tra santità mistico-carismatiche e integralismi politico-sociali. I termini del problema sono tanto chiari e accettabili nella loro formulazione teorica, quanto problematici ed instabili nella loro traduzione pratica. Molti di noi sono tratti in inganno dall’ovvia indiscutibilità del teorema giudaico-cristiano «amerai il Signore Dio tuo e il tuo prossimo»; altre proposte evangeliche le sentiamo estranee ai nostri istinti e l’atto di fede-adesione arriva (se arriva) dopo una lotta con Dio, una morte sul duro legno di una decisione contrastata. Detto in altri termini: il giovane ricco “se ne va triste” dopo la proposta del radicalismo della sequela, mentre l’intellettuale del brano evangelico di oggi trova modo di consentire con Gesù “Hai detto bene, Maestro!”. Chi dei due prevale in noi e tra noi? Spesso questi facili consensi teorici sull’unico amore a Dio e al prossimo nascondono il troppo facile trucco esistenziale dell’eliminazione della tensione tra i due termini dell’amore. Non riconoscere il sostanziale sostegno reciproco dei due amori conduce a deformazioni striscianti o palesi che compromettono l’equilibrio della fede e creano lacerazioni all’interno della chiesa ed in ogni nostra storia personale. Ed il problema non si risolve semplicisticamente nel giusto rapporto tra attività di culto ed attività sociale. La liturgia odierna affonda il bisturi fino alle radici e parla di “amore”; dunque si tratta di orientamento esistenziale prima ancora che di equilibrismi organizzativi sul filo delle varie attività giornaliere. Riconosco che nella mia vita religiosa non è ancora risolta una certa schizofrenia e che nella pletora di attività e sentimenti sto ancora cercando la coordinata unificante. Rileggendo Erich Fromm[2] mi sono sentito sul collo il fiato di idoli che impongono il loro imprinting: «Ci domandiamo se la struttura sociale della civiltà occidentale e lo spirito che ne deriva siano propizi allo sviluppo dell’amore. La risposta è negativa. Nessun osservatore obiettivo della nostra vita occidentale può dubitare che l’amore sia un fenomeno relativamente raro e che il suo posto sia stato preso da tante forme di pseudo-amore che in realtà sono altrettante forme della disintegrazione dell’amore».
Ascolta Israele!
Gli ebrei recitano mattina e sera la preghiera dello Shemà Israèl (Ascolta Israele!)[3]. Durante la recita si pone una mano davanti agli occhi: il mistero di fede proclamato è accessibile all’ascolto e non alla visione. In essa si proclamano quattro principi della fede ebraica:
– prima di amare Dio, si è amati da Lui in modo liberante e gratuito;
– amare Dio significa non rendere culto ad altre divinità[4];
– l’amore a Dio non è un sentimentalismo del cuore, ma una prassi delle mani verso coloro che ci sono stati resi consanguinei da Lui;
– questo amore deve essere integrale (con tutto il cuore, la mente e le forze).
Uno dei problemi posti dall’esegesi giudaica dello Shemà è quello della ricerca del significato delle tre facoltà richieste per amare Dio. La risposta a questo problema è stata codificata dai maestri della Mishnà (2°sec. d.C.)[5]: «con tutta l’anima» significa «perfino se Egli ti strappa l’anima chiedendoti il martirio»; e «con tutte le forze» significa «anche con tutti i tuoi beni». Si forma, dunque, un’esperienza religiosa che è sia teologica che antropologica. Si alimenta  un “circolo virtuoso” tra uomo e Dio per cui è proibito costruire immagini di Jahwè in quanto l’unica immagine tollerabile di Dio è uomo-donna[6]. L’uomo diventa il “roveto ardente” entro cui Dio abita per essere adorato e da cui Dio parla per essere ascoltato (Esodo 3).
Un secondo presupposto biblico che ci serve per entrare nello Shemà lsrael è capire il circuito «fare-ascoltare-fare»: come esiste un indissolubile rapporto tra Dio e uomo, così la stessa indissolubilità si estende al rapporto tra ascoltare e fare. Già nel termine ebraico THORA’ si fondono tutti gli elementi dell’ascolto e della prassi in quanto con tale termine si intende tradurre congiuntamente legge, insegnamenti, precetti, parole, comandi, giudizi, promesse. In Deuteronomio 5,27 il popolo dice a Mosè: «Noi ascolteremo e faremo tutte le Parole che Dio ci avrà rivelato per tuo tramite». In Esodo 24,7 il popolo dice: «Tutto ciò che il Signore ha detto, noi lo faremo e lo ascolteremo». In ambedue i casi, ascoltare e fare la Parola di Dio vengono associati, ma la dichiarazione del testo di Esodo opera una sorprendente inversione di termini quasi a sottolineare che la prassi precede l’ascolto. Da questo testo dell’Esodo è nato un racconto ebraico edificante secondo cui Dio offrì la sua Legge a tutti i popoli del mondo prima che ad Israele; alla domanda se fossero disposti ad accoglierla, tutti i popoli risposero di voler prima conoscere ciò che vi era scritto per sapere se avrebbero potuto impegnarsi. Senonchè, una volta saputolo, si sentirono come schiacciati dal peso di esigenze troppo radicali e respinsero al mittente la proposta. Soltanto Israele non pose a Dio alcuna condizione preliminare di conoscenza, non volle misurare in anticipo le proprie forze, accettò tutto il rischio di quel dono a caro prezzo e rispose:  <Noi lo faremo> ancor prima di conoscere e di ascoltare. Martin Buber, un famoso autore ebraico, traduce la frase di Esodo così: «Noi lo faremo al fine di saper ascoltare».  Un insegnamento rabbinico dice: «Colui la cui conoscenza supera le sue azioni, si può paragonare ad un albero che ha molti rami e poche radici e quando viene il vento lo sradica e lo abbatte. Ma colui le cui azioni superano la sua conoscenza è paragonabile ad un albero che ha pochi rami ma molte radici e potrebbero venire tutti i venti del mondo senza riuscire a sradicarlo».
L’evangelista Marco oggi ci presenta Gesù che interpreta lo Shemà. Una serie di controversie con i gruppi emergenti fa da contesto di questo dialogo con uno scriba sul grande comandamento. Siamo di fronte ad un insegnamento fondamentale di Gesù che si inserisce coerentemente nel tracciato della tradizione giudaica ma con alcune novità. Il porre quesiti ai rabbini apparteneva all’uso comune. Nella somma di precetti tramandati dalla morale ufficiale del tempo ( 613 precetti di cui 365 negativi e 248 positivi ) era invalsa non solo la distinzione tra precetti grandi e piccoli, facili e difficili, ma anche il tentativo di individuare un precetto unitario. L’amore è costitutivamente legato al culto e alla prassi: «Nessuno ha mai visto Dio: se ci amiamo scambievolmente Dio dimora in noi e l’amore di Lui giunge a perfezione…Se qualcuno dicesse <Io amo Dio> e odiasse il proprio fratello, è un bugiardo; poichè chi non ama il proprio fratello che continuamente vede, non può amare Dio che non ha veduto[7]» . L’amore del prossimo è costitutivamente legato all’amore di Dio: «Vi dono un comandamento nuovo: amatevi gli uni gli altri. Poichè io ho amato voi, amatevi gli uni gli altri. Da questo riconosceranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri»[8].“Come io ho amato voi” così dice Gesù. Logicamente ci aspetteremmo : “Così voi amate me”. E invece no:”amatevi gli uni gli altri”. Il suo amore non accaparra il discepolo ma al contrario è un dinamismo che lo spinge verso gli altri. E’ amando i fratelli che si ricambia Gesù. In altri termini direbbe l’apostolo Giovanni[9]: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui».
Il monaco Enzo Bianchi commenta: «In questo senso l’amore è il carisma fontale: solo da Dio trae origine ma non è tanto un «amore di ritorno» quanto invece di ampliamento e propagazione. Noi diamo troppo per scontato di essere capaci di amare. L’agape è fuori dalla possibilità dell’umano ed è iniziativa di Dio. L’ascolto è l’esperienza di fede che significa fare un’esperienza passiva dell’amore di Dio su di noi. Paolo scrive: «La fede che opera attraverso la carità[10]». L’agape nasce da una sophìa, da una conoscenza che nascono da un ascolto»[11]. Scrisse Madeleine Delbrêl[12], una cristiana controcorrente: «Un amore senza misura, senza le nostre misure. Soltanto la preghiera ci fa perdere le nostre misure e ci dà la misura di Dio»


[1] D.M.Turoldo Amare, Edizioni Paoline, 1989, pag. 25.
[2] E.Fromm L’arte di amare, Mondadori, 2000.
[3] Deuteronomio 6,4-9; 11,13-21; Numeri 15,37-41.
[4] Deut. 6,14-15; 11,13-17; 13,2-3; 30,16-18.
[5]  La Mishnah costituisce la fonte della tradizione della Torah orale rivelata agli uomini della Grande Congregazione che sono gli antenati dei maestri farisei. Solo i Sadducei ritenevano infatti che la Torah rivelata fosse solo quella scritta. I farisei, invece, ritenevano che la Torah non può limitarsi al testo scritto che, invece, deve essere ascoltato, interpretato, attualizzato attraverso la Tradizione orale.
[6] Genesi 1,26:”Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”
[7] Prima Lettera di Giov. 4,12 e 20
[8] Giovanni 13, 34-35. Il termine greco kathòs può essere tradotto sia con “COME” e sia con “POICHE’; è il fatto di essere amati da Gesù che diventa motivo, norma, conseguenza per l’amore ai fratelli.
[9]  1 Giovanni, 4, 16
[10] ai Galati 5,6
[11] E.Bianchi Il Vangelo della carità. Aspetto spirituale in Caritas Italiana Il Vangelo della carità per le nostre chiese EDB, 1992.
[12] M. Delbrêl Indivisibile amore, Piemme, 1998. Madeleine nasce in Borgogna nel 1904 e muore nel 1964. E’ già stata introdotta Causa di beatificazione per la gioia e la passione con cui ha vissuto -dopo una stagione di ateismo convinto – un’esistenza semplicemente cristiana in una comunità laicale da lei fondata ad Ivry. Coinvolta da Padre Loew – prete scaricatore di porto – spenderà la sua vita per animare la missione operaia e sanare la frattura tra cattolici e comunisti.




24 ottobre 2021. Domenica 30a
UNA FEDE DA MARCIAPIEDE

30a domenica B
Preghiamo. O Dio, luce ai ciechi e gioia ai tribolati, che nel tuo Figlio unigenito ci hai dato il sacerdote giusto e compassionevole verso coloro che gemono nell’oppressione e nel pianto, ascolta il grido della nostra preghiera: fa’ che tutti gli uomini riconoscano in lui la tenerezza del tuo amore di Padre e si mettano in cammino verso di te. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Geremìa 31,7-9
Così dice il Signore: «Innalzate canti di gioia per Giacobbe, esultate per la prima delle nazioni, fate udire la vostra lode e dite: “Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele”. Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno, perché io sono un padre per Israele, Èfraim è il mio primogenito».
Salmo 125 . Grandi cose ha fatto il Signore per noi.
Quando il Signore ristabilì la sorte di Sion, ci sembrava di sognare.
Allora la nostra bocca si riempì di sorriso, la nostra lingua di gioia.
Allora si diceva tra le genti: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi: eravamo pieni di gioia.
Ristabilisci, Signore, la nostra sorte, come i torrenti del Negheb.
Chi semina nelle lacrime mieterà nella gioia.
Nell’andare, se ne va piangendo, portando la semente da gettare,
ma nel tornare, viene con gioia, portando i suoi covoni.
Dalla lettera agli Ebrei 5,1-6
Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato», gliela conferì come è detto in un altro passo: «Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek».
Dal Vangelo secondo Marco 10,46-52
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.
UNA FEDE DA MARCIAPIEDE. Don Augusto Fontana
Religione «fai-da-te»?
Il fenomeno religioso italiano ci offre spesso immagini di una folla immensa che si accalca attorno a papi, madonne, veggenti e santi. La religiosità si risveglia dal sonno dell’indifferenza, ma non sempre dal sonno della ragione. Si va alla religione come si va al supermercato: si guarda, si vaglia e si sceglie una merce lasciando l’altra. Nessuno compra l’intero deposito del supermarket. Anch’io ho scelto Gesù, ma non “tutto compreso”; mi sarebbe costato troppo. Più comodo optare: due comandamenti su dieci, una beatitudine su otto, quattro versetti su dodicimila, tre parabole su cinque…Gli americani direbbero «believing, without belonging», credere senza appartenere. Qualcuno ha riscontrato che le migliaia di giovani che passano ad applaudire il Papa nelle Giornate mondiali della gioventù di fatto continuano a fare l’amore col preservativo e sognano i cellulari di ultima generazione, che non è certo la generazione degli affamati e assetati di giustizia. Applaudenti disobbedienti, come molti miei alleluja. Religione usa e getta. Religione prêt-à-porter. Ho un brivido: appartengono a questa religiosità popolare anche gli afflussi ai santuari, il ricorso ai frati guaritori, alle immaginette infilate nel dizionario del figlio o sotto il cuscino di nonna Maria, al “far dire una Messa”?  Cachet religiosi «che – come scrive il sociologo Domenico de Masi – anziché innalzare l’uomo al livello della religione abbassa la religione al livello più basso dell’uomo». Qualcuno sostiene che il popolo si sta ribellando ad un cristianesimo ingessato, ritualistico, senz’anima, dottrinale, eroico, autoritario. La fede è evento povero, ma non semplice né tanto meno naturale. Siamo assetati di sicurezze, tartufai alla ricerca di un Dio troppo annidato, e questo ci fa onore; ma siamo pure ammalati di fede epidermica part-time, di cecità interiore collettiva derivata dalla fretta e dalle ovvietà quotidiane, che ci privano della capacità di contemplare il mistero e l’invisibile, qualsiasi essi siano, umani o trascendenti. Forse siamo anche molto prudenti verso un Dio che, se gli dai un dito, si prende braccia, corpo, anima, soldi, tempo, sonno. Signore, vacci piano!
Ma il mio credere, che è ?
Alla scuola del capitolo 10 di Marco, in queste domeniche, mi sono chiesto se davvero sono discepolo o manichino da esposizione, se siamo credenti o cattolici anagrafici e domenicali, se abbiamo perso per strada l’illuminazione originaria e quel po’ di radicalismo che Gesù ha offerto e chiesto nei rapporti familiari, nell’uso dei beni e nei rapporti sociali. O forse hai nostalgia, come me, di tornare ad essere catecumeno perchè ti stai chiedendo: ma il mio credere, che è ? Gli Evangeli sono ossessivi nel definire il discepolato come sequela e la fede come cammino. Nelle pagine bibliche odierne i termini che descrivono moto e spostamento risuoneranno per almeno quindici volte su assemblee rispettosamente sedute nell’ascolto, ma potenzialmente convocate al cammino. Tutta la fede ebraica poggia su partenze, cammini, ritorni, pellegrinaggi; come l’Incarnazione e la Risurrezione di Cristo. L’evento accaduto al cieco Bartimeo è il prototipo di ogni cammino battesimale e post-battesimale; anche il consolante oracolo del profeta Geremia rimette in moto gambe anchilosate di deportati ormai seduti sui marciapiedi della propria storia, provoca scariche adrenaliniche nel cuore di straccioni e di non-eroi divenuti un imponente corteo che torna a casa cantando a Dio il pianto del loro andare e la gioia del tornare (Salmo 126).
Il cammino di Bartimeo accade a Gerico, un’oasi fertilissima, una città di villeggiatura dove nasce la tentazione di sostare. Gesù invece entra, attraversa e se ne va intercettando questo cieco seduto non a godere gli ozi della sosta ma a mendicare la sostanza della vita. Cieco mendicante seduto: tre poco invidiabili condizioni per un uomo, per ogni uomo, per ogni discepolo. Bartimeo è cieco come il discepolo che non capisce: «Non capite ancora? Avete gli occhi e non vedete[1]». Pietro alla serva che lo aveva identificato, aveva risposto:«Non ho mai visto quest’uomo» (Marco 14,71). L’apocalittico Giovanni in una delle sue misteriose visioni mette in bocca a Gesù una dura parola alle sue chiese:«Voi dite “non abbiamo bisogno di nulla” e non vi accorgete di essere falliti, infelici, poveri, nudi e ciechi. Comprate da me il collirio per curarvi gli occhi e vederci» (Apoc. 3, 14-20). La conversione di Saulo avviene attraverso il simbolismo della cecità guarita a tappe: «Saulo si alzò da terra, aprì gli occhi, ma non ci  vedeva…subito dagli occhi di Saulo caddero come delle scaglie ed egli recuperò la vista, si alzò e fu battezzato, poi mangiò e riprese forza” (Atti 9). A tappe avviene la guarigione del cieco nato[2], quella del cieco di Betsaida[3] e del cieco di Gerico.  Crollano i miti delle conversioni improvvise. Occorre abituarsi al tema della gestazione, della nascita e della crescita della fede dentro conflitti e coccole di una storia viva di incontri, ascolti e perdite.
Bartimeo è mendicante per povertà, ma anche per desiderio. Attende nella ciotola il tintinnare di un’elemosina e gli casca nel piatto un Dio di liberazione. E’ seduto, immobilizzato ai bordi del cammino frequentato da Gesù, come faranno i discepoli fermi ai margini della sua crocifissione.
E Bartimeo grida, grida. Il grido è una forma fondamentale di preghiera: «Dal profondo grido a te, Signore» dice il salmo 130 che d’ora in poi ci giunge accompagnato dal forte grido di Gesù morente che sfida le promesse del Padre, unito a tutti i grandi sofferenti della storia:«Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa. E gridarono a gran voce: “Fino a quando tu che sei santo, non farai giustizia e non vendicherai il nostro sangue sopra gli abitanti della terra?”. Allora venne data a ciascuno di essi una veste candida e fu detto loro di pazientare ancora un poco»(Apoc.6, 9-1). E’ il grido laico delle folle dei maledetti dalle nostre civiltà, è la preghiera incessante dei giusti e dei monaci: «Abbi pietà di me! Abbi compassione viscerale e materna!». La preghiera non turba la quiete pubblica; il grido infastidisce: «Lo sgridavano perchè tacesse». La chiesa delle cifre, guardia del corpo di Gesù, gli fa ressa intorno. Molti potrebbero avvicinarsi, ma glielo si impedisce. L’emorroissa sfonda la barriera; il paralitico viene calato dal terrazzo; i bambini faticano a superare il filtro selettivo dei discepoli: c’è sempre qualcuno che è infastidito dalle esagerazioni di questi cortei di straccioni che infrangono il cerimoniale perchè non risultano tra gli invitati e diventano elementi “fuori programma” a cui vorremmo insegnare l’alfabeto delle buone maniere. Con la scusa di difendere Gesù difendiamo la tranquillità della nostra privacy o delle nostre assemblee liturgiche che sembrano fatte apposta per tenere lontano coloro che si portano dentro un’ansimante lunga rincorsa verso la fede o un dramma umano che si può sfogare solo con una voce non regolamentare e non prevista dalle nostre dottrine o dai cerimoniali.
«Gesù si ferma» – narra il Vangelo – come in casa di Zaccheo e nell’osteria di Emmaus; anche Dio rispetta gli stop dei nostri inquieti incroci. Poi scatta il passaparola della chiamata: «E disse “Chiamatelo” ed essi lo chiamarono». Il discepolo non vede, ma può ascoltare l’invito alla sequela; la chiesa viene obbligata ad aprire un varco e a farsi promotrice di convocazione e di vocazione del petulante straccione dagli occhi cisposi che «balza in piedi gettando il mantello»; quel mantello che, come recita il Libro del Deuteronomio (24,12), è la pelle dei poveri, vestito, materasso, casa e coperta. A differenza del giovane ricco, questo cieco compie il gesto del vero discepolo e si libera del necessario: « Voi infatti vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni ed avete rivestito l’uomo nuovo che si rinnova ad immagine del suo creatore» (Coloss. 3,9).
«E lo seguiva per la strada». Il Vangelo di Marco si era aperto con la suocera di Pietro guarita che si mise a servirli, ora si chiude con un altro indebolito e guarito che si mise a seguirlo: sono i due verbi del discepolo che è stato guarito-salvato da Gesù.
Mendicare Dio con mani aperte per lasciare e ricevere.
Oggi, nella Lettera agli Ebrei , Dio si presenta come uno che entra dentro nelle angosce umane e ne compartecipa le vicende. Occorre innanzitutto raccogliere, nella ciotola della nostra banalità e creaturalità, questo Dio che si fa debole della nostra debolezza, contemplando e adorando questo Suo modo di essere Dio-con-noi, anzi Dio-come-noi. E’ vero: noi siamo eterni mendicanti di sicurezza economica, di salute, di amicizia, di religione (perchè anche la religione e i suoi gesti possono appartenere al bisogno naturale dell’uomo) e ci fa piacere se nella nostra ciotola di mendicanti qualcuno vi versa dentro qualche spicciolo utile di ciò che attendiamo; ma ogni tanto dobbiamo permettere che dentro alla ciotola ci caschi Gesù il Cristo, apparentemente inutile per soddisfare le attese immediate, ma fondamentalmente essenziale per la radicale trasformazione della nostra condizione e del senso della  nostra vita, come è successo a Bartimeo.
Bartimeo si apre un passaggio attraverso il servizio d’ordine. Gesù predilige questi individui che si tirano fuori dalla folla, superando le barriere di protezione. Dire “vocazione” significa accettare di non stare seduti ai margini, nè accucciati nelle abitudini, nè anonimi nella fila degli utenti della religione, nè paralizzati nelle carrozzelle delle nostre delusioni, nè inebetiti dalle troppe cose da fare, nè incartapecoriti dalle pigrizie. La chiamata ci estrae dalla tana di una vita raggomitolata buttandoci nella pubblica testimonianza: gli apostoli vengono messi a disposizione del Regno di Dio; Zaccheo viene sfilato da dietro la patetica foglia di fico di quell’albero e la donna mestruata è squadernata in pubblico.  La chiamata ci estrae anche dal rapporto massificato della folla verso un rapporto personale con Gesù pulsante come un’amicizia che è tutto meno che l’ingresso in uno stato di catalessi vegetativa. Gesù mi chiama ad essere protagonista di un movimento e non membro di un’istituzione, ad essere testimone e non utente o notaio. Gesù non vuole vedere la mia maschera, ma il mio volto. Ogni vocazione-chiamata comporta che ci si liberi di un qualche “mantello”: i deportati a Babilonia, gli apostoli, Zaccheo, la donna mestruata, il cieco, Lazzaro…tutti cedono porzioni di sicurezza, bendaggi mortiferi e ammuffiti, vergogne, cianfrusaglie pur di balzare in strada per avvicinarsi a Lui, salire, scendere, tornare, risorgere, guarire. O diventare veggenti. «Io sono la luce del mondo» dice Gesù e «Chi vede me vede il Padre», però è pur vero che Dio resta mistero sconosciuto ed inconoscibile. Ora lo vediamo come in uno specchio nella speranza di vederlo cosi come Egli è. La fede, come la vita, resta un “problema serio” ed occorre diffidare delle scorciatoie visionarie.        


 [1] Marco 8,18.
[2] Giovanni 9
[3] Marco 8,22-26




17 ottobre 2021. Domenica 29a
DIO SUL DORSO DI UN ASINO

29 domenica B

Preghiamo. Padre, concedi alla tua Chiesa di servire l’umanità intera  a immagine di Cristo, servo e Signore. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen
Dal Libro del profeta Isaia (53,2-5;10-11)
Davanti al Signore il suo servo è cresciuto come una pianticella, come una radice in terra arida. Non aveva né dignità né bellezza, per attirare gli sguardi e per richiamare l’attenzione. Noi l’abbiamo rifiutato e disprezzato come uno che non vale niente, e non lo abbiamo tenuto in considerazione.  Eppure egli ha preso su di sé le nostre malattie, si è caricato delle nostre sofferenze, e noi pensavamo che Dio lo avesse castigato, percosso e umiliato. Invece egli è stato ferito per le nostre colpe, è stato schiacciato per i nostri peccati e noi siamo stati salvati. Egli è stato percosso, e noi siamo guariti. Lui, servo del Signore, ha dato la vita come un dono per gli altri. Il Signore dichiara: «Dopo tante sofferenze, egli, il mio servo, vedrà la luce e sarà soddisfatto di quel che ha compiuto. Infatti renderà giusti davanti a me molti uomini, perché si è addossato i loro peccati».
Salmo 32 . Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.
Retta è la parola del Signore  e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;  dell’amore del Signore è piena la terra.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,  su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore: egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore, come da te noi speriamo.
Dalla lettera agli Ebrei 4,14-16
Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede.  Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato.  Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.
Dal Vangelo secondo Marco 10,35-45
Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Maestro, noi vorremmo che tu facessi per noi quel che stiamo per chiederti». E Gesù domandò: «Che cosa dovrei fare per voi?». Essi risposero: «Quando sarai un re glorioso, facci stare accanto a te, seduti uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Ma Gesù disse: «Voi non sapete quel che chiedete! Siete pronti a bere quel calice di dolore che io berrò, a ricevere quell’immersione (battesimo) di sofferenza nella quale sarò immerso (battezzato)?». Essi risposero: «Siamo pronti». Gesù aggiunse: «Sì, anche voi berrete il mio calice e riceverete la mia immersione (battesimo); ma non posso decidere chi sarà seduto alla mia destra e alla mia sinistra. Quei posti sono per coloro ai quali Dio li ha preparati». Gli altri dieci discepoli avevano sentito tutto e si arrabbiarono contro Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò attorno a sé e disse: «Come sapete, quelli che pensano di essere sovrani dei popoli comandano come duri padroni. Le persone potenti fanno sentire con la forza il peso della loro autorità. Ma tra voi non deve essere così. Anzi, se uno tra voi vuole essere grande, si faccia servo di tutti; e se uno vuol essere il primo, si faccia servitore di tutti.  Infatti anche il Figlio dell’uomo è venuto non per farsi servire, ma è venuto per servire e per dare la propria vita come riscatto per la liberazione degli uomini».
DIO SUL DORSO DI UN ASINO. Don Augusto Fontana
L’omeopatia di Dio.
Sul mio diario segreto, ermeticamente vigilato da un’impronunciabile password, campeggia il titolo «Quando sarò Papa». A pagina due annoto: «Fare ingresso solenne sul dorso di un asino». E’ un sogno un po’ kitsch per ricordarmi che non sarei mai un evangelico Papa se non ricomincio da capo ogni giorno a entrare nei rapporti in punta di zoccoli d’asino. L’asino fu cavalcatura da servo, per sentieri umili, a differenza del cavallo che portò gli aristocratici lombi del potere e della guerra. Alle porte di Gerusalemme la strategia messianica di Gesù trova nell’asino un fantasioso e profetico segno sacramentale, visibile ed efficace[1]: «Andate nel villaggio; troverete un asinello legato. Scioglietelo e conducetelo» (Marco 11, 2). E così entra in Gerusalemme lui, re da burla, Signore di quei discepoli che poche ore prima avevano animatamente censurato due condiscepoli per le loro pretese da boss[2]: «Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra»[3]. La chiesa ha un nervo scoperto sul sesto comandamento, ma concede sconti da liquidazione su altri comandamenti di Gesù che non riguarderebbero propriamente moine da galateo salottiero: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti» (Marco 10, 35-45).
Nella vita quotidiana il potere ha una sua parte quasi ineliminabile a tutti i livelli anche se in formato ridotto: famiglia, scuola, ambienti di lavoro, parrocchia. Anche i rapporti di amore e di amicizia o religiosi possono essere avviluppati dalla tela dell’autoritarismo conscio e inconscio. L’esigenza di stabilità e di operatività di ogni gruppo favorisce paradossalmente la degenerazione dell’esercizio dei rapporti autorevoli in esercizio di potere. Anche il conformismo è un segno che c’è qualche potere “indiscusso” in atto che livella libertà e omologa coscienze.
Chi, nella convivenza o nell’evangelizzazione, ha scelto la via del “non-potere” ha potuto creare rapporti umani autentici e liberi dove i sentimenti di accoglienza e di amore hanno trovato il primo posto. Alcuni ci rimettono faccia e carriera. Altri la vita. Leggo il testamento di Christian de Chergé, abate cistercense, ucciso con altri 6 monaci il 21 maggio 1996 ad Algeri. Lo leggo con i sentimenti di stupore e sbigottimento affiorati nei discepoli nel fiutare le arie che tiravano[4]. Il monaco martire scrive parole scandalose per le orecchie di molti cattolici che “frequenteranno la Messa” di domenica, abitati da un rancoroso anti-islamismo da far invidia al migliore Jiad[5] cattolico ma neutralizzato da queste parole scritte col sangue: «Se mi capitasse un giorno di essere vittima del terrorismo mi piacerebbe che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Che pregassero per me. Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.  La mia vita non ha un prezzo più alto di un’altra.  Non vale di meno né di più.  In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per considerarmi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che mi può colpire alla cieca. Non posso auspicare una morte così; mi sembra importante dichiararlo.  Infatti non vedo come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo, che amo, sia indistintamente accusato dei mio assassinio.  Sarebbe un prezzo troppo caro, per quella che forse chiameranno la «grazia del martirio», doverla a un algerino qualsiasi, soprattutto se questi dice di agire nella fedeltà a ciò che crede essere l’islam. Conosco le caricature dell’islam che un certo Islamismo incoraggia. E’ troppo facile mettersi la coscienza in pace, identificando questa religione con gli integrismi dei suoi estremisti. L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa, sono un corpo e un’anima. Evidentemente, la mia morte sembrerà dar ragione a quelli che mi hanno considerato con precipitazione un naïf o un idealista.  Ma queste persone devono sapere che la mia più lancinante curiosità verrà finalmente soddisfatta.  Ecco che potrò, a Dio piacendo, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come Lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua Passione, investiti dal dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre stabilire la comunione, ristabilire la rassomiglianza, giocando sulle differenze. Questa vita perduta, totalmente mia, totalmente loro, rende grazie a Dio. E anche a te, amico dell’ultimo minuto, che non sapevi quel che facevi.  Si, anche per te voglio prevedere questo «Grazie» e questo «Ad-dio».  E che sia dato a tutti di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piacerà a Dio, nostro Padre comune.  Amen! Insciallah[6]».
Dolorosamente il testamento si sovrappone all’inno di Isaia (Isaia 53, 2-11) dedicato ad una misteriosa figura di Servo del Signore «cresciuto come un virgulto e come una radice in terra arida. Disprezzato dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce, giustificherà molti, si addosserà la loro iniquità». Dio indossa l’iniquità: è la legge dell’omeopatia divina (similia similibus curantur[7]). Stenterei a crederlo senza Gesù; ed una strana rassicurazione mi invade. I testi di Isaia e della Lettera agli Ebrei sottolineano questo aspetto del servizio: prendere su di sè. Don Milani diceva che contro la cultura del «me ne frego!» occorreva contrapporre la cultura del «mi sta a cuore!». «Agnus Dei qui tollis peccata mundi – recitavano i nostri vecchi – Agnello di Dio che togli i peccati del mondo». Ma il verbo latino tollere ha tre significati di alto valore cristologico ed ecclesiale e non solo linguistico: portare, sopportare, portare via ( in greco= airô). Scrive la Lettera agli Ebrei (4,14-16): «Abbiamo un sommo sacerdote che compatisce le nostre debolezze, essendo lui stesso provato in ogni cosa, come noi, escluso solo il peccato…». Molti di noi possono raccontare di essere rimasti a volte in faccia al dolore o all’errore, incapaci a togliere, ma fraterni almeno nel portare insieme. Io nelle carceri ne faccio esperienza: a quasi nessuno sono riuscito a “togliere l’iniquità”; ma mi viene chiesto comunque di “portarla” sulle mie spalle, sulla mia coscienza, sulla mia preghiera, sul mio dolore. Nella celebrazione di oggi non cercherò nei primi posti un Dio estatico e apatico (che non soffre), sperando invece di trovarLo, vivo e patetico (empatetico), a raccogliere mie malizie e gracilità con manciate del suo pathos. Come dice Bonhoeffer, «un Dio che non soffre non ci può liberare».
Attraversando equivoci e paure.
Il testo liturgico dell’evangelo odierno è stato privato di alcuni versetti che lo precedono e che si ritiene importante citare. Ci si riferisce ai versetti 32-34 che contengono il terzo annuncio della passione: «Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù li precedeva ed essi erano sbigottiti; coloro che venivano dietro avevano paura. Prendendo di nuovo in disparte i Dodici, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno,  gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; e dopo tre giorni risusciterà».
Sei verbi di morte e un settimo di vita per uno sbigottimento realistico allora, più liturgico oggi. L’incertezza, il dubbio e la paura si impadroniscono di tutti: seguaci, simpatizzanti, discepoli e Dodici. Marco agisce come ottimo regista preparando la scena in movimento con molti personaggi. In questo gruppo c’è posto anche per noi lettori. Se potessi, chiederei al regista Marco di risparmiarmi il viaggio con Gesù e di farmi trovare, invece, nei primi posti a godermi la scena della risurrezione.
A questo terzo annuncio della passione segue la reazione dei discepoli, peggiore delle precedenti. Dopo il primo annuncio Gesù va in collisione con Pietro che «pensava secondo gli uomini e non secondo Dio» (8,32). Dopo il secondo annuncio segue un eloquente mutismo da parte di tutti, intenti a litigare su chi fosse il più grande (9,32). Ora i discepoli vogliono che lui faccia la loro volontà assecondando deliri messianico-politici: «Vogliamo che tu ci dia quello che ti chiediamo». Gesù sta al gioco: «Cosa volete che faccia per voi?». Altre volte nei Vangeli Gesù chiede: «Cosa vuoi?».  Normalmente la domanda di Gesù è preceduta dalla debolezza di lebbrosi e ciechi[8] che grida guarigione. E Gesù risponde concedendo quanto richiesto. La richiesta dei discepoli invece non esprime bisogni, ma presume privilegi. Resta così scritta in eterno una risposta che, più che un rimprovero, sembra un lamento: «Non sapete che cosa chiedete…!». I discepoli avevano semplicemente frainteso. Per loro, andare a Gerusalemme significava ancora andare direttamente alla gloria ed è per questo che fanno questione di posti e di potere.  Nella letteratura apocalittica giudaica si attende che in un futuro non lontano Dio giudichi il mondo dando così prova della sua potenza; nelle circostanze storiche concrete del tempo ciò significava ribaltare la situazione di Israele nei confronti degli invasori o colonizzatori. Nei testi apocalittici infatti la lingua ebraica usa preferibilmente il termine gheburah per indicare la forza di Dio che agirà alla fine dei tempi. Negli scritti della comunità apocalittica di Qumran, soprattutto nel rotolo chiamato “rotolo della guerra”, si dice che la forza di Dio si manifesterà anche per mezzo dei combattenti (ghiborrim). E’ possibile che i discepoli, come si evince da una numerosa serie di testi in tutti i sinottici, coltivassero questa cultura apocalittica tipica anche degli zeloti e continuassero a persistere nella comprensione di Gesù come quel Messia sfasciacarrozze  che avrebbe ribaltato le sorti tramite la guerra santa.
A vantaggio di…
Raccogliamo dalle tre Letture liturgiche il tema del Dio servo, che ama l’uomo caricandosi dei suoi pesi. La Chiesa non deve fare affidamento sulle gambe dei cavalli di razza o sugli strumenti di pressione tipici delle società organizzate di oggi che abbisognano di messaggi suadenti più per vincere che per convincere. L’atteggiamento dei due discepoli, che dimostrano di non capire che Dio procede a dorso d’asino, è l’atteggiamento di ognuno di noi che ha fretta di vincere e di soddisfare i narcisismi o di accorciare i cammini di crescita o di abbandonarsi alle piccole vendette “escatologiche” della propria storia quotidiana.  «Dare la vita in riscatto» significa sciogliere, liberare.  Il riscatto era ed è il prezzo che un familiare (detto in ebraico: goèl) paga per liberare un parente caduto prigioniero o rapito. Il servizio diventa “assumere su di sè responsabilmente il destino e la situazione degli altri”. Molti hanno detto che la croce è “pagare al posto di…“; meglio sarebbe dire che l’amore diventa crocifisso quando “paga a vantaggio di…“.


[1] Zaccaria 9, 9 «Esulta molto figlia di Sion, gioisci figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina».[2] Pare che per l’evangelista Matteo la richiesta fosse così insopportabilmente scandalosa in bocca ai due futuri vescovi di Gerusalemme (Giacomo e Giovanni) da indurlo a trasferirla sulla bocca della loro madre (Matteo 20, 20).
[3] Marco 10, 37
[4] «Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù li precedeva ed essi erano sbigottiti; coloro che venivano dietro avevano paura.» (Marco 10, 32-34).
[5] Uso il termine secondo l’interpretazione popolar-cattolica di questi tempi; ma so che lo Jiad significa sforzo, impegno sulla strada di Dio. Guerra santa è una interpretazione deviata mentre per gli islamici non fondamentalisti lo Jiad è uno “sforzo collettivo verso Dio”.
[6] Passim dal  testo integrale su https://ora-et-labora.net/ecumenismotibhirine1994.html
[7] La medicina Omeopatica si basa sul concetto del simile, secondo il quale una malattia si può curare con la stessa sostanza che assunta dall’uomo sano ne induce la malattia.
[8] Mc 1,41: il lebbroso; Marco 10,47.51: il cieco




10 ottobre 2021. Domenica 28a
Una sola cosa nella complessità.

28 domenica B

Preghiamo. O Dio, nostro Padre, che scruti i sentimenti e i pensieri dell’uomo, non c’è creatura che possa nascondersi davanti a te; penetra nei nostri cuori con la spada della tua parola, perché alla luce della tua sapienza possiamo valutare le cose terrene ed eterne, e diventare liberi e poveri per il tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Dal libro della Sapienza 7,7-11
Pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza. La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto, non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento. L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta. Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile.
Salmo 89.  Saziaci, Signore, con il tuo amore: gioiremo per sempre.
Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando? Abbi pietà dei tuoi servi!
Saziaci al mattino con il tuo amore: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Rendici la gioia per i giorni in cui ci hai afflitti, per gli anni in cui abbiamo visto il male.
Si manifesti ai tuoi servi la tua opera e il tuo splendore ai loro figli.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio: rendi salda per noi l’opera delle nostre mani,
l’opera delle nostre mani rendi salda.
Dalla lettera agli Ebrei 4,12-13
La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto.
Dal Vangelo secondo Marco 10,17-30
In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».  Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

Una sola cosa nella complessità. Don Augusto Fontana

Gesù, guardandolo dentro, lo amò.

Capitalizzo in banca perchè non mi fido del Welfare State né di chi mi raccoglierà rincoglionito da solitudine e vecchiaia malata. «Uomo di poca fede, pagano!» mi direbbe Gesù se conoscesse i miei dubbi metodici su un misterioso Padre che promette un occhio di riguardo a passeri, gigli e uomini nudi[1]: «Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani non c’è più, non farà assai più per voi, gente di poca fede?[2]». Stando al vangelo di oggi (Marco 10, 17-30), mi trovo ad essere un perfetto esemplare di involuzione della specie, ammesso che abbia ragione il salmo 49 «l’uomo nel benessere non comprende, è come un animale». Ho smarrito dunque lo Spirito di sapienza (Libro della Sapienza 7, 7-11), la papilla gustativa che, per Paolo, rende insipido e maleodorante ogni indice Mibtel: «Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo» (Lettera ai Filippesi 3, 8). Temo che i processi di involuzione a cui sono sottoposto mi potrebbero condurre, a lungo andare, ad una qualche modifica genetica dell’anatomia del mio corpo: «Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Matteo 6, 21). Quel giorno proverei uno strano malessere nel sentirmi pulsare il cuore nella chip della mia carta di credito.
A complicare le cose ci si mette il buon senso, quello nazional-popolare dei tavolini dei coffee-bar e quello più togato dei tomi di economia, cattolica e non,  generati da innominati conflitti di interesse: «Non scherziamo! Non è più tempo per un vangelo sine glossa che ci proietta fuori dalla storia e ci rende insopportabili fondamentalisti e infecondi pauperisti. Est modus in rebus, c’è una misura in tutta le cose. L’utopismo, veicolato soprattutto da sogni religiosi e da speranze politiche messianiche, fu il cancro di ieri ed è minaccia che cova sotto la cenere dell’oggi. La Sapienza non serve a nulla; oggi servono gli equilibri delle forze. Abbasso il radicalismo, evviva il realismo, la compatibilità, l’incoerenza controllata. In medio stat virtus, la verità sta nel mezzo». Acconsento per legittima difesa: non sopporterei una Parola di Dio «tagliente come spada che penetra nelle giunture e nelle midolla» (Ebrei 4, 12-13). La mia Pasqua è rinviata a data da destinarsi. Riprenderò il mio mediocre cammino, solleticato dal Suo sguardo di amore (il testo greco usa il termine “enblèpō”  che sarebbe bene tradurre “guardare dentro” più che “fissare”). E’ uno scrutare dentro che sbigottisce la mia triste inquietudine: «E chi mai si può salvare?».
Sapienza è…
Nel Capitolo 10 Marco pone il problema della sequela di Gesù in 3 condizioni precise di vita: nel matrimonio, nell’uso dei beni, nei rapporti interpersonali corti e lunghi. Oggi viene affrontato il problema dell’uso dei beni, ma lo si affronta sotto l’ottica della “SAPIENZA” su suggerimento della prima Lettura. Si racconta nel 1° Libro dei Re (3,6-13) che il Signore disse a Salomone: «Chiedimi qualunque cosa» e il giovane re non chiede nè ricchezza, nè salute, nè vittoria sui  nemici,  ma “un cuore ascoltante per poter rendere giustizia al popolo e distinguere il bene dal male“. Il Signore gli risponde: “Ti concedo anche quanto non hai domandato e cioè ricchezza e gloria“. Il brano del Libro della Sapienza, ascoltato oggi, sembra essere una rilettura e meditazione di quel passo. “Pregai e mi fu regalata la Sapienza“. La Sapienza è un dono da chiedere nella preghiera prima ancora che qualcosa da acquisire con l’istruzione. Luca dirà che il primo dono da chiedere è lo Spirito Santo[3].  La Sapienza è capacità di discernere, di gustare, di percepire il senso della vita, di scegliere quindi l’ingrediente che dà sapore alla vita. Praticamente Gesù.
Seguire è…
La sezione del materiale narrativo organizzato da Marco intorno al secondo annuncio della passione culmina con questo lungo insegnamento su come essere discepoli. Gesù sente odore di linciaggio: quanto dice in questi ultimi giorni di vita ha il peso di una rivelazione testamentaria che non intende teorizzare sui massimi sistemi o abbandonarsi a speculazioni teologiche su Dio e sulla vita eterna, ma influire concretamente su dimensioni importanti della vita del discepolo nel mondo. Oggi mi viene richiesto un distacco che si rivela un guadagno. Si tratta di fare due conti; è un calcolo economico difficile: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo» (Matteo 13, 44). Solo agli innamorati e non ai commercianti è dato di capire la sapienza di questo linguaggio parabolico.
La pagina evangelica di Marco si compone di tre scene costruite attorno a tre personaggi che entrano in campo: il fedele ricco, i discepoli, Pietro. Ce n’è per tutti.
Era usanza rivolgere quesiti ai rabbini. Gesù, come i rabbini, rimanda alla Torah, alla Legge di Dio, come ha già fatto nel brano precedente sul divorzio; anche qui Gesù sembrerebbe dire: voi avete fatto della libertà dai beni un semplice consiglio e non un comando, ma “all’origine non era così”. Per essere suo discepolo non basta una generica religiosità a dimensione etica («Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza»), né pare bastare una già impegnativa scelta a dimensione sociopolitica («Vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri»); occorre patire lo scandalo della croce («Vieni e seguimi»).
Angeli ascetici o uomini solidali?
«Gesù non sembra invitare il giovane a rapporti affettuosi, sia pure altamente intimistici, con lui: lo invita ad entrare in una schiera di esclusi, di pedinati dal potere, di scomunicati, chiamati a proclamare per tutti i secoli la signoria degli oppressi. La croce è il punto di arrivo di questo itinerario, ma la croce non è l’esaltazione del solitario soffrire, bensì il punto di rottura tra le potenze del mondo e la potenza dell’amore. Decidere di seguirlo senza rimettere in questione il proprio rapporto col mondo della ricchezza è una mistificazione. Oggi il rapporto coi poveri non si risolve con l’elemosina: la complessità delle relazioni intersoggettive determinate dalle nuove forme di produzione  e di mercato ci fa obbligo di tradurre il precetto di Gesù in un nuovo contenuto. Si deve capire tuttavia che la sequela non si identifica semplicemente con scelte radicali o con esigenze etiche impegnative, ma si caratterizza proprio dal riferimento a Gesù Cristo»[4].
Oggi il discernimento si è fatto difficile di fronte alla eterna domanda: «Che devo fare per ereditare la vita eterna?».
«Può un cristiano professare tranquillamente il suo credo e al contempo vivere nella società dei consumi, senza sentirsi in colpa?  Certamente Dio non si basa sulla dichiarazione dei redditi per elargire la sua grazia! Dovendo restare in questo mondo e dovendo in qualche modo contribuire alla sua crescita, è normale sviluppare e accrescere i nostri beni. Tutti aspirano a vivere in maniera più dignitosa e in condizioni migliori; molti di noi cercano di realizzare un risparmio che possa avviare – più che garantire – un futuro per i figli. Soddisfare questi desideri in modo equilibrato non significa necessariamente sfruttare il prossimo e soggiacere pertanto in uno «stato di peccaminosità»[5].
«Quella che sembra mancare oggi e di cui si avverte il bisogno è una spiritualità del consumo che aiuti a vivere anche questa dimensione della vita in modo pieno. Il consumo, prima ancora di essere qualcosa da contenere, da delimitare, da relativizzare, come pure appare giusto fare, rappresenta qualcosa da arricchire di senso… Il Dio dei cristiani non gioisce vedendo soffrire gli uomini; egli vuole per essi una vita piena di tutto ciò che ha creato per loro»[6].
Scrive la teologa Lilia Sebastiani: «Siamo eredi di un pessimismo dualista che trasmetteva l’idea che i beni terreni fosse di per sé cosa anti-spirituale. In questo modo però si consegnavano i beni della terra alla più dichiarata, irredimibile profanità.  E poiché di fatto solo una ristrettissima minoranza giungeva al rifiuto totale dei beni, nel concreto del vivere cristiano si finiva con l’elaborare un’etica rassegnata, perbenista, accomodante, acriticamente partecipe e complice dei criteri mondani e dell’ingiustizia; una vera etica della mediocrità e dello spirito piccolo-borghese, in base alla quale ancor oggi il buon cristiano in sostanza si rapporta con i beni della terra al modo di tutti, cercando di evitare le azioni disoneste esplicite e quantificabili, come il furto o l’usura dividendo l’esistenza in due categorie assai poco comunicanti, cose-per-il-cielo e cose-per-la-terra, solo salvando un po’ la faccia, è il caso di dirlo, per mezzo di qualche elemosina. Restava aperto il problema del rapporto giusto con le cose del mondo. «Fuggirle» era il primo suggerimento degli asceti di professione. Ma era ovvio che non tutti potevano farlo. Così a quelli che dovevano restare nel mondo venivano proposte due vie. L’una era quella della mortificazione privata e segreta. La seconda era quella del cosiddetto «distacco spirituale» dai beni: che risulta ancor meno simpatica, per il sottile sapore di ipocrisia e perché elaborata allo scopo di rendere la proposta cristiana digeribile per le classi alte. Anche il rifiuto radicale dei beni, l’autospoliazione, oggi non sembra proponibile nelle forme esteriori del passato. Insomma oggi è realmente una scelta spirituale la fuga dell’«anima bella» fuori della civiltà compromessa con il fattore-denaro? E può esserci una scelta autenticamente spirituale senza solidarietà? Forse oggi l’anima bella è soprattutto quella che accetta il confronto con le cose del mondo. A questo punto è inevitabile che affiori un interrogativo: ciò può conciliarsi in un modo non «conciliante», insomma senza compromessi, con lo spirito delle beatitudini? Senza svuotarle di senso, senza renderle innocue, e anche senza demonizzare le cose? Noi riteniamo che essere poveri significhi essere liberi rispetto alle cose: cioè, non dipendere da esse e non temerle. Solo quando si sia liberi rispetto alle cose si è in grado di umanizzarle, cioè di inserirle all’interno di un progetto di vita globalmente umano, e di «trans-significarle» rendendole un mezzo di crescita comune e di comunione con gli altri e con Dio»[7].


[1] S.Gerolamo: «Nudos amat ecclesia». La Chiesa ama quelli che si sono spogliati.
[2] Matteo 6, 30.
[3] Luca 11:13 Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!».
[4] SERVIZIO DELLA PAROLA 51/73 pag.30.
[5] Editoriale di CREDERE OGGI  n. 4/1999
[6] A. Castegnaro, Il prezzo del consumo, Bologna 1994, p. 64.
[7] Lilia Sebastiani Per una spiritualità del consumo e della soddisfazione, CREDERE OGGI 4/1999.