25 aprile 2021. Domenica 4a di Pasqua
PASTORE

Quarta domenica di Pasqua

Preghiamo. O Dio, creatore e Padre, che fai risplendere la gloria del Signore risorto quando nel suo nome è risanata l’infermità della condizione umana, raduna gli uomini dispersi, nell’unità di una sola famiglia, perché aderendo a Cristo buon pastore gustino la gioia di essere tuoi figli. Per Gesù Cristo nostro Signore. AMEN.
Dagli Atti degli Apostoli (4,8-12)
In quei giorni, Pietro, colmato di Spirito Santo, disse loro: «Capi del popolo e anzia­ni, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventa­ta la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».
Salmo 117 La pietra scartata dai costruttori è dive­nuta pietra d’angolo.
Rendete grazie al Signore perché è buo­no, perché il suo amore è per sempre.
È meglio rifugiarsi nel Signore che confida­re nell’uomo.
È meglio rifugiarsi nel Signo­re che confidare nei potenti.
Ti rendo grazie, perché mi hai risposto, per­ché sei stato la mia salvezza.
La pietra scar­tata dai costruttori è divenuta la pietra d’an­golo.
Questo è stato fatto dal Signore: una meraviglia ai nostri occhi.
Benedetto colui che viene nel nome del Si­gnore.
Vi benediciamo dalla casa del Signo­re.
Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, sei il mio Dio e ti esalto.
Rendete grazie al Signo­re, perché è buono, perché il suo amore è per sempre.
Dalla prima lettera di san Giovanni apo­stolo  (3,1-2)
Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha co­nosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
Dal vangelo secondo Giovanni (10,11-18)
In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore depone (offre) la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non ap­partengono – vede venire il lupo, abbando­na le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e depongo (offro)  la mia vita per le pecore. E ho altre pe­core che non provengono da questo recin­to: anche quelle io devo guidare. Ascolte­ranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Pa­dre mi ama: perché io depongo (offro) la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la depongo (offro)  da me stesso. Ho il potere di deporla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

 PASTORE. Don Augusto Fontana

Oggi li chiamiamo LEADERS, STARS, PREMIER e non più PASTORI; e le loro pecore si chiamano FANS, BOYS e non più GREGGE. E pochi di noi hanno esperienza diretta di pastori e greggi. Dunque i riferimenti simbolici del Vangelo di oggi rischiano di essere incomprensibili dal punto di vista emozionale ed esistenziale. La cosa si complica anche per il fatto che identificare una comunità con un gregge significa darle un attributo di massificazione; e identificare un battezzato con l’attributo di pecora suona offensivo («sei un pecorone!», un pavido, uno che ha venduto il cervello all’ammasso).  Eppure la massa esiste nei circuiti promozionali, commerciali e politici, come esiste il gregge di pecoroni dentro le nostre comunità ecclesiali dette anche, per comodità, “parrocchie” o chiesa.
L’esperienza dei pastori semiti dell’antico Israele si presenta lontano dalle attuali nostre condizioni di vita; nella nostra civiltà industriale, l’immagine ha perso molto della sua forza e del suo mordente. Questo richiede un maggiore sforzo di penetrazione.
Il gregge. E’ in marcia per la transumanza. Si seguono i ritmi stagionali alla ricerca di nuovi pascoli. In primavera si vaga in terreni liberi. In estate si chiede ospitalità a popolazioni sedentarie e agricole alle quali si chiede di poter portare il gregge a pascolare in terreni dove è appena avvenuto il raccolto. I trasferimenti costituiscono situazioni spesso drammatiche: la necessità di trasferirsi velocemente è ostacolata da pecore incinte o che hanno appena partorito; animali e uomini predatori minacciano pastori e greggi, i clan sedentari accusano i pastori di essere ladri e di portare malattie o di essere una classe socialmente inferiore e pericolosa.
Il pastore semita non è solo guida che conduce ad un’oasi o ad un pascolo. Lui sa dare certezza e sicurezza benchè la pista sia pericolosa perchè i sentieri dispersivi o errati sono scartati con precisione dal suo bastone, quindi è un salvatore. Il pastore è anche compagno di viaggio per cui le sue ore sono quelle del gregge: i rischi, la fame, la sete, il sole, la pioggia, tutto condivide.

In quale contesto Giovanni presenta Gesù come pastore?
Nel cap. 9 Giovanni ricorda la guarigione di un cieco dalla nascita. Ma contestualmente presenta anche la rigidità mentale dei farisei che non riescono a gioire delle recuperate funzioni relazionali del cieco. E si beccano una poco simpatica risposta di Gesù: «Se foste ciechi non avreste colpa, ma siccome dite “Ci  vediamo” allora il vostro peccato rimane». Ciechi che guidano altri ciechi: dice Giovanni. E per questo colloca qui la pagina del capitolo 10: Gesù è la porta dell’ovile, è il pastore del gregge. Probabilmente ai tempi di Giovanni già una comunità organizzata offriva spunti di riflessione a causa di certi presbiteri o responsabili non all’altezza. Giovanni sente la necessità di ricordare chi è il pastore della chiesa e comunque a quale modello devono riferirsi quelli che si fanno chiamare pastori o a quale modello dovesse riferirsi una comunità che volesse esercitare il proprio ministero pastorale nel mondo. Ezechiele 34, 2. 4: “ hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta”.
La litur­gia è dominata dalla lettura di una parte del «discorso del pa­store» che Gesù tiene nella cornice del Tempio di Gerusa­lemme e che si articola su due parabole intrecciate tra loro, quella appunto del pastore e quella della porta dell’ovile: «Io sono la porta delle pecore… Io sono il buon pastore» (Gv 10, 7.11). Il brano di quel discorso che oggi leggiamo contiene il commento che Gesù stesso fa alla parabola del pastore.
Tre sono i movimenti di questa specie di omelia che Gesù stesso oggi ci propone.

 Il primo si snoda nei vv. 11-13 e disegna la figura del pa­store «buono» (in greco letteralmente abbiamo «bello», ter­mine che vuole esprimere la pienezza del bene, del bello, del giusto, dell’amore): egli è pronto a morire per proteggere il gregge. Subito, in opposizione, appare la torva figura del merce­nario a cui si associa l’immagine del lupo, immagine evocata già un’altra volta da Gesù: «Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi» (Mt l0, 16). Al di là dell’identificazione con­creta del mercenario (alcuni pensano agli zeloti, i partigiani ebrei antiromani), è chiaro che l’elemento decisivo è il con­fronto tra due atteggiamenti radicalmente opposti. Da un lato c’è il pastore per il quale il gregge è la sua vita, ad esso egli consacra tutto, anche se stesso. Dall’ altra parte c’è, invece, una tragica controfigura del pastore, il mercenario, che è solo preoccupato di se stesso; per lui il gregge è solo un possesso da sfruttare, è un bene da sacrifi­care senza esitazione al proprio vantaggio. Il gregge che è nelle mani di pastori falsi, calcolatori, egoisti è votato allo sfacelo e alla morte. Lo ricorda anche Paolo in quello stu­pendo «testamento pastorale» da lui pronunziato a Mileto, sull’ attuale costa turca dell’Egeo, mentre salutava i «pasto­ri» di Efeso, la chiesa ove probabilmente è stato composto il Vangelo di Giovanni. Ecco le parole di Paolo: «Vegliate su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio. Io so che do­po la mia partenza, perfino in mezzo a voi, entreranno lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge» (At 20, 28-29).

Il secondo movimento del discorso di Gesù, presente nei vv. 14-16, si svolge tutto all’interno del gregge: tra pastore e pecore c’è uno stretto legame di «conoscenza». «Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre». Il verbo «conoscere», che qui risuona ben quattro volte, nel lin­guaggio biblico abbraccia un arco vasto di esperienze che vanno dall’intelletto al cuore, dalla comprensione all’amo­re, dall’affetto all’ azione. Non per nulla, come è noto, è il verbo per indicare anche la relazione profonda d’amore di una coppia. Allora, tra i fedeli e il Cristo intercorre una comu­nione reale e intensa che non è infranta dagli sbandamenti del gregge, che non è cancellata dalla solitudine e dall’isola­mento creato dalle pecore ribelli. Anzi, Gesù vuole aprire un altro orizzonte che si estenda fino alle pecore lontane, che non appartengono al primo ovile di Dio, quello di Israele. Si delinea, così, l’apertura della Chiesa ai pagani, si esal­ta la missione verso i lontani, verso tutti gli uomini che cer­cano Dio con cuore sincero. L’ovile di Gesù non si può semplicisticamente identificare con la chiesa tanto meno quella cattolica. Sulla scia del Pastore supremo Cristo, ogni pastore e ogni cristiano deve annun­ziare, anche uscendo dagli steccati del suo ovile, la speran­za dell’evangelo e «condurre» tutti all’ovile di Cristo. Le parole di Gesù ricalcano qui quelle del profeta Ezechiele che riferiva questa decisione divina di fronte ai falsi pastori: «Io stesso condurrò le pecore, le radunerò da tutte le nazioni, le nutrirò con buoni pascoli; sarò io stesso il pastore delle mie pecore e andrò in cerca della pecora perduta» (Ez 34, 11-16).

 Il terzo movimento del discorso di Gesù (vv. 17-18) ri­prende idealmente il primo col tema del deporre-offrire la vita. Nel vangelo di Giovanni il verbo che viene utilizzato è tìthemi che significa anche “deporre”. È Gesù che depone la vita. Dove si trova ancora questo verbo? Si parla di Gesù deposto nella mangiatoia (Vangelo di Luca) e nell’atto di lavare i piedi ai suoi discepoli, Gesù depone le vesti. Questo termine ha significati molto diversi, ma sicuramente dice una consegna totale. C’è questo grande mistero: in fondo, in Gesù è Dio stesso che si depone.  È la legge del chicco di grano che deve morire per non restare solo ma produrre molto frutto (12, 24); è la legge della ma­ternità che deve passare attraverso il dolore del parto per dare alla luce un nuovo uomo (16, 21). È la legge dell’amore autentico che invita a dare la vita per la persona che si ama (15, 13).

 Non ci vuole molto per attualizzare.

Vengono in mente subito il Papa, i vescovi e i preti. In una chiesa clericale è ovvio che il clero diventi di fatto “vicario” di Cristo. E ci prendiamo le nostre responsabilità. Io non sono certo di essere immagine limpida della pastoralità di Cristo e soprattutto non vorrei mai rubargli la scena e il ruolo, ma talvolta accade. Ma non vorrei neppure essere talmente ingombrante come una grande mamma che ritarda la crescita dei figli. Anche la comunità dei laici battezzati ricevono il carisma di diventare segno della pastoralità di Gesù, senza ovviamente togliergli ruolo e centralità. A 60 anni dal Concilio Vaticano II° la corresponsabilità collegiale e pastorale dei laici è cresciuta poco, quasi niente, sia sul fronte della testimonianza nella vita quotidiana che sul versante della partecipazione pastorale nella chiesa. Così scrivevano i Vescovi nella Nota Pastorale del 2004 “Il volto missionario delle parrocchie in un mondo che cambia”: « Le aggregazioni di laici nella parrocchia si facciano parte attiva dell’animazione del paese o del quartiere, negli ambiti della cultura, del tempo libero, ecc. Soprattutto l’ambito culturale ha bisogno di una presenza vivace, da affiancare a quella già sperimentata e riconosciuta sul versante sociale. In molte parrocchie sono presenti scuole, istituzioni sanitarie, luoghi di lavoro, strutture sociali: la parrocchia entri in dialogo e offra collaborazione, nel rispetto delle competenze, ma anche con la consapevolezza di avere un dono grande, il Vangelo, e risorse generose, gli stessi cristiani. Lo stesso vale per le istituzioni amministrative, evitando tuttavia di diventare “parte” della dialettica politica. L’ambito della carità, della sanità, del lavoro, della cultura e del rapporto con la società civile sono un terreno dove la parrocchia ha urgenza di muoversi raccordandosi con le parrocchie vicine, nel contesto delle unità pastorali, delle vicarie o delle zone, superando tendenze di autosufficienza e investendo in modo coraggioso su una pastorale d’insieme».
Ma, visti i tempi che corrono, non sembri una forzatura mandare un pensiero sognante anche ai “pastori” del popolo in versione politica e sociale. Sono cosciente del rischio, del rischio del qualunquismo e dell’antipolitica. Ma mi pare che la corruzione pervasiva che ci circonda trovi nel profeta Ezechiele qualche motivo per leggere i “segni dei tempi” e indicarci un’indignazione che diventi azione repulsiva e democratica da non lasciare solo alla magistratura:  “ …hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta”(Ezechiele 34, 2. 4).




14 marzo 2021. Domenica 4 Quaresima
ALLEANZA: DIO E’ CON NOI ANCHE QUANDO E’ CONTRO DI NOI?

QUARTA DOMENICA DI QUARESIMA  (ANNO B)

 Preghiamo.  Dio, buono e fedele, che mai ti stanchi di richiamare chi sbaglia verso una vera conversione e nel tuo Figlio innalzato sulla croce ci guarisci dai morsi del maligno, donaci la ricchezza della tua grazia perché rinnovati nello spirito possiamo corrispondere al tuo eterno e sconfinato amore. Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal secondo libro delle Cronache (36,14-16.19-23)
In quei giorni  tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato in Gerusalemme. Il Signore Dio dei loro padri mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché amava il suo popolo e la sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio. Quindi incendiarono il tempio, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutte le sue case più eleganti. Il re deportò in Babilonia gli scampati alla spada, che divennero schiavi suoi e dei suoi figli fino all’avvento del regno persiano, attuandosi così la parola del Signore, predetta per bocca di Geremia: “Finché il paese non abbia scontato i suoi sabati, esso riposerà per tutto il tempo nella desolazione fino al compiersi di settanta anni”. Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, a compimento della parola del Signore predetta per bocca di Geremia, il Signore suscitò lo spirito di Ciro re di Persia, che fece proclamare per tutto il regno, a voce e per iscritto:  “Dice Ciro re di Persia: Il Signore, Dio dei cieli, mi ha consegnato tutti i regni della terra. Egli mi ha comandato di costruirgli un tempio in Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il suo Dio sia con lui e parta!”.
Salmo 137 (136). Il ricordo di te, Signore, è la nostra gioia.
Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre.
Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato; ci chiedevano canzoni di gioia, i nostri oppressori:  «Cantateci i canti di Sion!».
Come cantare i canti del Signore in terra straniera? Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra,
mi si attacchi la lingua al palato, se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme al di sopra di ogni mia gioia.
Dalla lettera di Paolo agli efesini (2,4-10)
Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù,  per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio;  né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone che Dio ha predisposto perché noi le praticassimo.
Dal vangelo secondo Giovanni (3,14-21)
In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo:  E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo,  perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna.  Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio.  E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce e non viene alla luce perché non siano svelate le sue opere.  Ma chi opera la verità viene alla luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio.

ALLEANZA: DISGRAZIA O GRAZIA? DIO E’ CON NOI ANCHE QUANDO E’ CONTRO DI NOI? Don Augusto Fontana
I due libri delle Cronache, con il Libro di Esdra e il Libro di Neemia, formano una unità letteraria da leggersi insieme. Furono scritti circa nel 300-250 a.C., e cioè 3 secoli dopo la fine dell’esilio Babilonese. Il loro Genere Letterario può definirsi “meditazione storica” per sostenere le riforme politico-religiose di Esdra e Neemia e per giustificare la nuova teocrazia reinstallata al Sud, a differenza di quella fallita al Nord. Preoccupazione principale fu quella di affermare che l’esilio babilonese non aveva interrotto le promesse di Dio in quanto sia il babilonese Nabucodonosor (che deporta Israele) e sia il persiano Ciro (che lo libera nel 538 a.C.) sono ambedue strumenti nelle mani di Dio per esercitare un amore esigente e tenero. Il popolo ebraico (residente nella Giudea, al Sud di Israele), dopo 2 secoli dal ritorno in patria, di fatto è ancora ridotto ad una piccola e povera comunità, perseguitata dai samaritani del Centro-Nord a cui l’autore del Libro delle Cronache vuol dimostrare che il popolo del Sud è “il piccolo resto, la piccola assemblea” fondata da Dio. Sono, sotto sotto, richiami alla speranza per tempi difficili e sono parole di consolazione per un popolo che vive in situazione minoritaria e di povertà. Se la riforma religioso-politica di Giosia non ha portato cambiamenti radicali è perché occorre una vera conversione, un cambiamento di rotta. Dio si dimostra «Totalmente diverso», imprevedibile e, umanamente parlando, contrario alle nostre attese. Osserviamo l’andamento del rapporto conflittuale tra il popolo e il suo Dio e l’andamento alternato dell’amore esigente e tenero di Dio:  [14]Anche tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà…[15]Il Signore Dio dei loro padri mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché amava il suo popolo …[16]Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti… al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine[21]attuandosi così la parola del Signore, predetta per bocca di Geremia…[22]…a compimento della parola del Signore predetta per bocca di Geremia, il Signore suscitò lo spirito di Ciro…
Immaginate un ebreo schiavo seduto sui fiumi di Babilonia a parlare dell’amore di Dio; immaginate i discepoli che scrutano da lontano il cadavere del loro Gesù appeso sulla croce: questi annientamenti non vanno nella direzione del benessere atteso come segno di amore di Dio. Dio opera nella croce di Cristo uno stratagemma di incredibile forza: il crollo delle sicurezze storiche, umane, religiose, istituzionali non trascinano con sé il crollo dei progetti di Dio né lo allontanano da noi perché Dio va in esilio con il suo popolo ed è lì su quella croce.
Noi siamo abituati ad una fedeltà gregaria, quella del portaborse che dice sempre di sì al capo. La fedeltà di Dio a noi non è di questo tipo; è una fedeltà critica. Dio sembra entrare nelle nostre sicurezze con le parole profetiche disturbanti, le critiche acute, i fallimenti del progressismo vincente da primi della classe, la ribellione dei poveri e degli esclusi. E’ difficile credere in un Dio che non viene a tutelare le nostre soddisfazioni spirituali, le elevazioni mistiche, l’ottimismo decadente e che mi dà la croce come unico luogo di lettura della storia. Dio, fonte di insicurezza giusta per i sicuri e fonte di sicura speranza per tutti gli smarriti. (Salmo 146, 6-10).
«Tu mi dai la caccia come si fa con un leone!» grida Giobbe a Dio, dal suo tormento. E aveva ragione: Dio inizia a ricercarci tra gli alberi dell’Eden fin dal giorno del suo primo grido «Adamo, dove sei?». Questo  grido non si è più spento nella foresta della nostra storia. Dio ci rimane fedele, ci cerca in tutte le nostre fughe e alibi, come uno sposo che va a cercare la moglie sui viali, come un padre/madre che aspetta il figlio scappato o come un pecoraio che va a prelevare una pecora sbandata.
Nel versetto dell’alleluja si canta: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unico; chi crede il Lui ha la vita eterna». Pare che questa frase costituisca il centro di tutto il Vangelo di Giovanni. Ma questo annuncio costituisce un  «Mistero», nel senso che la cosa non è poi così tanto evidente; è una testimonianza che viene proposta alla mia fede e non alla mia rilevazione immediata.
…il Signore suscitò lo spirito di Ciro re di Persia…
Padre Ernesto Balducci scrisse, al riguardo, una pagina interessante. «Qualunque osservazione che  facciamo ci fa chiedere: ma c’è davvero questo amore che presiede a tutto? Noi vorremmo poter arrivare alla certezza dell’amore di Dio a partire dall’esperienza. Se noi entriamo in una casa dove tutto è squallido, in disordine, polveroso diciamo: qui non c’è un amore che governa, una maternità che provvede. Ebbene noi siamo in un mondo di questo tipo. Per questo dobbiamo stare attenti a non compromettere la nostra fede con facili slogan della devozione. Questo è detto anche a chiare lettere nel Vangelo di oggi: il luogo e il momento in cui l’amore di Dio si è manifestato al mondo in maniera eccellente è proprio un momento e un luogo dove la nostra osservazione constata il contrario. La crocifissione di un uomo giusto, abbandonato da tutti anche dagli amici, non è un segno dell’amore di Dio, ma dell’assenza di Dio. Siamo nel cuore del paradosso cristiano: da una parte affermiamo che il principio di tutto è l’amore di Dio per il mondo e dall’altra sappiamo che questo amore viene rivelato proprio là dove tutte le categorie dell’intelletto umano sono portate a constatare l’assenza dell’amore. Tenendo uniti questi due estremi ci è possibile entrare in un’intelligenza di fede che è un’intelligenza nell’oscuro e non nella chiarezza. Facciamo un esempio. Immaginiamo un padre di famiglia che, seduto a tavola con moglie e figli, dica: «Davvero il Signore ci ha voluto bene; non ci manca niente, gli affari vanno bene, la salute non manca. Dobbiamo ringraziare Dio che ci ha voluto bene». Sarebbe un discorso di falsa fede. Considerare come segno dell’amore di Dio le cose che vanno bene è stabilire un rapporto di immediatezza che è spezzato dalla croce di Cristo. Non c’è immediatezza tra la nostra esperienza e questo amore. Basta una coscienza critica perché ci si renda conto che il nostro benessere, familiare o collettivo, è basato sulla più iniqua espropriazione di innumerevoli altre creature. Sarebbe strano questo Dio che manda felicità in una famiglia costruendola sull’iniquità e l’ingiustizia. Ecco perché il nostro tempo ci chiama a ripulire la fede dalle ideologie di comodo. Del resto la lezione ci viene confermata anche dal brano forte della prima lettura biblica. Immaginate un ebreo seduto sui fiumi di Babilonia, schiavo, a parlare dell’amore di Dio! Eppure in quella schiavitù c’era l’amore correttivo e critico di Dio, un amore che non andava d’accordo con le aspettative del popolo quando, precedentemente, si trovava nel benessere. La descrizione di questo popolo di Giuda che vive nell’infedeltà, accetta le idolatrie di altri popoli, uccide i profeti, costruisce ricchi palazzi e case eleganti, ci fa pensare ad un certo mondo in cui viviamo. Quando le cose vanno così bene probabilmente – dice il testo biblico – c’è un’infedeltà. Quel che conta non è che le cose vadano bene, ma che si viva con fedeltà. Dio opera allora uno stratagemma di incredibile forza, tale cioè da inserire per sempre un sospetto, un dubbio, in tutta la storia della nostra fede cristiana: cioè Dio, proprio perché amava il suo popolo, lo lascia preda degli avversari. Tutto viene distrutto: Tempio, palazzi, organizzazione politica. L’esilio è amore di Dio per il popolo. E Dio realizza la salvezza attraverso Ciro, un pagano. Questo modo di procedere di Dio è assolutamente contrario alle nostre comode strategie della provvidenza. Dio è con noi anche quando è contro di noi. La correzione, amante, di Dio cade su di noi spesso nel momento in cui siamo nella massima sicurezza. Non dobbiamo disprezzare le parole profetiche, le parole disturbanti, le critiche acute perché in esse si annida la speranza di uscita dalle nostre micidiali e false sicurezze. Torniamo alla domanda iniziale: Dio ama il mondo? Certo che lo ama, ma non per ratificarlo, non perché gli diciamo «Grazie, Dio, perché tutto ci va bene e tu lo confermi». Noi crediamo nel Dio-amore perché mette in crisi le nostre sicurezze e quando diciamo «Siamo arrivati» lui ci rimette in cammino. Credo nell’amore di Dio: non perché viene a tutelare le mie soddisfazioni spirituali, le mie elevazioni mistiche, il mio ottimismo decadente, ma perché sento che mi mette in crisi, mi obbliga a vivere con respiro universale per farmi solidale con l’ultimo degli uomini all’ombra della Croce, unico luogo di lettura del suo terribile amore che afferra gli ultimi degli uomini per sollevarli al cospetto dei potenti per convincerli a proclamare la fine delle loro false sicurezze. Mentre gli altri grideranno soddisfatti che le cose vanno bene, noi ci renderemo scomodi contestatori che dicono: no!  vanno male. E quando gli altri dicono che le cose vanno malissimo, avremo la strana gioia di gridare che invece vanno bene. Questa stranezza turba anche chi la vive e lo rende valido segno della permanenza dell’amore di Dio, fonte di insicurezza giusta per i sicuri e fonte di sicurezza per gli smarriti, perché non c’è ragione di essere smarriti».
Credere all’amore[1].
La liturgia oggi ci propone le battute conclusive di un dialogo tra rabbi Nicodemo e Gesù, dominate da un’immagine biblica solenne, quella del serpente eretto da Mosè nel deserto per salvare Israele dai morsi velenosi delle vipere nelle pietraie del Sinai (Numeri 21,4-9). Giovanni vede la croce col Cristo inchiodato. Ma la visione non viene offerta per suscitare pietà e compassione o per mostrare le sofferenze del Cristo: il quarto Vangelo, infatti, celebra la croce di Cristo come il trono regale su cui si siede il Salvatore del mondo. La Pasqua comincia già sulla croce. È noto che il quarto evangelista ama tratteggiare il mistero della Pasqua del Cristo sotto un’immagine simbolica di tipo «verticale», quella dell’elevazione, dell’innalzamento, dell’esaltazione: la croce di Cristo eretta sul Golgota affonda nella terra ma ha il suo vertice in alto. Quel serpente diventa per Giovanni il segno anticotestamentario della croce di Cristo «innalzata» in mezzo all’umanità. Nel quarto Vangelo la croce elevata è quasi il polo di attrazione della fede del credente ed è la sorgente della salvezza: «Quando sarò elevato da terra, tutti attirerò a me» (12,32). Davanti alla croce di Cristo si produce la grande divisione che separa la storia e anche noi dobbiamo compiere la nostra scelta. La Quaresima, riproponendoci la croce di Cristo nella sua nudità ci invita a ritrovare, sotto le sovrastrutture e in mezzo ai meandri della dispersione, la sostanza del messaggio cristiano: «Convertitevi e fidatevi del Vangelo… Noi predichiamo Cristo crocifisso, potenza e sapienza di Dio» (Mc 1, 15; 1 Cor 1,23-24).


[1] Gianfranco Ravasi “SECONDO LE SCRITTURE” (Ed. PIEMME) Commento anno B




7 marzo 2021. Domenica 3 Quaresima
UN’ALLEANZA IN 10 PAROLE E IL TEMPIO IN UN CORPO CROCIFISSO

III DOMENICA DI QUARESIMA B

Preghiamo. Signore, nostro Dio, santo è il tuo nome; piega i nostri cuori ai tuoi comandamenti e donaci la sapienza della croce, perché, liberati dal peccato che ci chiude nel nostro egoismo, ci apriamo al dono dello Spirito per diventare tempio vivo del tuo amore. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro dell’Èsodo 20, 1-3.7-8.12-17
In quei giorni, Dio pronunciò tutte queste parole:
«Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile.
Non avrai altri dèi di fronte a me.
Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano.
Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo.
Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà.
Non ucciderai.
Non commetterai adulterio.
Non ruberai.
Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».
Sal 18  Signore, tu hai parole di vita eterna.
La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice.
I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi.
Il timore del Signore è puro,  rimane per sempre; i giudizi del Signore sono fedeli, sono tutti giusti.
Più preziosi dell’oro, di molto oro fino, più dolci del miele e di un favo stillante.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 1,22-25
Fratelli, mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.
Dal Vangelo secondo Giovanni 2,13-25
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete[1]. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo. 

UN’ALLEANZA IN 10 PAROLE E IL TEMPIO IN UN CORPO CROCIFISSO. Don Augusto Fontana
Il testo di Esodo 20 è collocato tra l’annuncio della Alleanza (Esodo 19) e la sua celebrazione (Esodo 24).  Vengono rivelate (donate) Dieci Parole: «Dio pronunciò tutte queste parole». Parole di libertà appartenenti alla “Legge” (Torah), un termine che, nel linguaggio occidentale contemporaneo, non rende giustizia alla densità significativa, coinvolgente e amante attribuitagli dagli uomini giusti dell’ebraismo; basta rileggersi il lungo e mistico salmo 119. Più che di leggi, precetti e comandi si tratta di istruzioni, insegnamenti e parole convincenti. Ancora oggi mi resta il dubbio che l’esperienza “religiosa” instauri con Dio  una sottomissione servile, moralistica, giuridica, mercantile che uccide il sogno del nostro fidanzamento con Lui, come ci dicono i profeti Osea (Cap.2)  ed Ezechiele (Cap. 16).  Un Rabbino, a chi gli faceva notare che il Decalogo conteneva troppe proibizioni (7 “non” …), disse: “Nelle Dieci Parole c’è una sola proibizione fondamentale: non tornate indietro, non tornate in Egitto, alla casa di schiavitù”. Infatti si trascura che le Dieci Parole incominciano così: «Io sono il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù». Non un liberatore “spirituale”, ma “integrale”; uno a cui sta a cuore oltre che la giustizia sociale, anche la liberazione dalla tentazione di appannare lo stile di vita una volta entrati nella Terra Promessa: non avrai altro Dio all’infuori di me e non vi opprimerete a vicenda,  né con le cose né nei rapporti. Le Dieci Parole non interpellano solo il singolo: sono i rapporti comunitari che vengono liberati. Gesù dirà che tutta la Legge si riassume nell’amare[2] e per evitare equivoci si presenta con le Beatitudini.

IL TEMPIO: TEMPO DI INCONTRO  O LUOGO DI  MERCATO?
In tutte le culture il tempio rappresenta l’ombelico che congiunge divino e umano, ma anche divide il fanum dal  pro-fanum, il tabernacolo dal cortile, ritma il tempo con le celebrazioni e organizza tramite la legge la convivenza sociale. Senza tempio, il cosmo è come una ruota senza mozzo. Buono o perverso, liberante o schiavizzante che sia, senza un suo tempio l’uomo non può esistere. L’animale è condotto dall’i­stinto, l’uomo è mosso dal desiderio di raggiungere un fine che dà senso al suo vivere, al suo desiderio di felicità. Il Tempio offre questo ed è il luogo del senso della vita, della festa e della comunione. Ma tende sempre a diventare anche luogo di mercanteggio con Dio, giustificazione di oppressione dell’uomo in nome di Dio. Al centro delle antiche città c’è sempre il tem­pio, diventato nella cristianità il «duomo» (domus=casa), la casa comune. Oggi al centro troviamo la Borsa, con il culto del libero mercato e della new economy, nel cui nome si con­duce una fanatica guerra santa, senza guardare in faccia a nessuno, distrug­gendo la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti (cf. Sal 24,1). L’operazione è condotta in modo indolore, grazie al narcotico prodotto in altri tem­pli: del divertimento e dello sport, della salute. Dio, tempio e uomo sono tre realtà che si rispecchiano; ma soprattutto l’uomo e il tempio hanno un volto diver­so secondo l’immagine che si ha di Dio. Se Dio è colui che ha in mano tutto e domi­na tutti, il suo fedele tende a scimmiottare il Potente; il tempio allora diventa lo strumento di giustificazione di ogni oppressione. Se Dio è uno che si consegna e serve, l’uomo vero è colui che serve e il tempio diventa luogo di comunione e amore.
Il Figlio dell’uomo, vero tempio, sarà ucciso proprio da chi si è ingannato su Dio e sul tempio e quindi anche sull’uomo. Questa visita di Gesù al tempio visita la nostra idea di Dio e di uomo.
«Ma egli parlava del tempio del suo corpo»: il tempio, chiamato da Gesù «casa del Padre mio» e poi «santuario», è infine identificato con il suo «corpo». La carne della Parola è ormai la «tenda» di Dio in mezzo a noi, dove noi stessi siamo di casa con lui. In Gesù il tempio diventa ciò di cui è segno: è cielo aperto sulla terra, terra aperta su Dio.
Gesù non ce l’ha col Tempio, né col Sabato, né con la Legge. Ma sa che in agguato si annida in noi la strumentalizzazione del Nome di Dio, l’abuso della religione in atti privati, il mercanteggiamento tra favori, sacramenti, benedizioni e opere buone. Ci si è messo in mezzo: «Prima di entrare nel Tempio, nel Sabato e nella Legge passerete su di Me, sul mio corpo, scandalo per la religione e stupidità per filosofie, economie e politiche». Nella preghiera iniziale abbiamo chiesto il dono di diventare TEMPIO DEL SUO AMORE. Difficile oggi trovare il tempo di “andare in chiesa”, ma più difficile e raro è “essere Chiesa in Lui”.
Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire voi stessi come sacrificio gradito a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1 Pietro 2, 4-5).

Preghiamo gli uni per gli altri. 

Signore Gesù, sei Parola che da’ senso ed energia alla nostra vita, donaci liberazione comune nell’uso delle cose e nei rapporti. Tu hai parole di vita eterna.
Signore Gesù che hai sentito il Padre come alleato, concedi a noi frutti di gioia e responsabilità nella nostra alleanza con il padre. Tu sei la vite e noi i tuoi tralci.
Signore Gesù, con il segno della Trasfigurazione del tempio ci hai voluto dire che possiamo incontrare il Padre sempre e ovunque in te. Concedi di dimorare in te e stare con te nelle ore della nostra vita quotidiana. Tu sei il nostro tempio.
Signore Gesù, tu hai cacciato i mercanti dal tempio. Ti permettiamo di entrare nel tempio delle nostre coscienze e negli spazi delle nostre chiese per devastare, con la tua parola e il tuo gesto profetico, le idolatrie  che umiliano la tua gloria. Tu sei il nostro profeta.


[1] Nel Tempio potevano entrare solo le monete giudaiche e i pellegrini dovevano cambiare le monete romane con le monete giudaiche. I cambiavalute chiedevano un cambio molto alto. Inoltre pare che i sacerdoti rifiutassero gli animali portati da lontano, in modo che i pellegrini dovevano comprare, e caro prezzo, un animale dai venditori nel Tempio. Pare che cambiavalute e mercanti condividessero il guadagno illecito con i sacerdoti del Tempio.
[2] Matteo 22, 36-39: «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?». Gli rispose:  «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». 




28 febbraio 2021. Domenica 2 Quaresima
RESISTERE IN UN’ALLEANZA RESPONSABILE

2 DOMENICA DI QUARESIMA B

 Preghiamo. O Padre, che ci chiami ad ascoltare il tuo amato Figlio, nutri la nostra fede con la tua parola e purifica gli occhi del nostro spirito, perché possiamo godere la visione della tua gloria. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro della Gènesi 22,1-2.9.10-13.15-18
In quei giorni, Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Così arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito». Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. L’angelo del Signore chiamò dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».
Salmo 115.  Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi.
Ho creduto anche quando dicevo: «Sono troppo infelice». Agli occhi del Signore è preziosa la morte dei suoi fedeli.
Ti prego, Signore, perché sono tuo servo; io sono tuo servo, figlio della tua schiava: tu hai spezzato le mie catene.
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore davanti a tutto il suo popolo, negli atri della casa del Signore, in mezzo a te, Gerusalemme.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,31-34
Fratelli, se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!
Dal Vangelo secondo Marco 9,2-10.
Dopo sei giorni, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

PER RESISTERE IN UN’ALLEANZA RESPONSABILE. Don Augusto Fontana
 Sono decisamente imbarazzato di fronte al racconto del Libro della Genesi. Certo, forse dietro c’è la memoria di un mutamento decisivo nel culto che passa dai sacrifici umani a quelli degli animali. Qualcuno dice che il racconto è simbolico; sarebbe una rappresentazione scenica per dire che Dio aveva dato in “dono” Isacco ad Abramo, ma Abramo si era lentamente dimenticato della origine del suo figlio e ne aveva fatto una proprietà privata, un diritto; allora Dio chiede ad Abramo di mollare la preda e compiere un gesto qualsiasi che indichi la restituzione del figlio alla sua origine di “figlio donato da Dio[1]“. Qualcuno si spinge a interpretare le figure di Abramo e di Isacco come storie profetiche di ciò che accadrà in seguito: Dio Padre metterà sull’altare della croce Suo figlio unigenito Gesù e ve lo lascerà morire! Accostamento facile, tradizionale, osceno; non sia fuori luogo ricordare le parole di Gesù ai cupi teologi di tutti i tempi: “Dio vuole misericordia e non sacrificio” (Matteo 9,13). E Lui di Dio se ne intendeva. Effettivamente è un po’ strana l’immagine di un Dio che chiede morte per far procedere i propri piani o per placarsi offese. Qualcuno ne ha approfittato per usare la religione in modo fanatico .Eppure non voglio trovare scuse per fuggire da questa pagina forte e tenera, da questo Abramo, tipo della fede per tutte le generazioni e anche per me abituato a rapporti e impegni light, brevi, semiseri, frizzanti. Oggi celebriamo la resistenza della fede nella oscurità del tunnel con in mano la lampada della promessa e della Parola (“si udì una voce…ascoltatelo”) che non elimina la notte né tutto il tunnel, ma mi consente di camminare, illuminando un metro dopo l’altro: «Lampada ai miei passi è la tua Parola»  (salmo 119,105). Nel Salmo di oggi preghiamo così: «Ho creduto anche quando dicevo: “Sono troppo infelice”». Resistenza e senso di responsabilità: a me resta l’impressione che l’esperienza di fede e di alleanza non sia mai rassicurante, ma sconvolgente; mai soporifera ma responsabilizzante; mai acquietante, ma liberante; mai mortificante, ma energetica. Come un buon matrimonio riuscito. Anche per Lui, Padre, partner dell’amicizia/alleanza, non c’era un altro figlio di riserva e, in Cristo, Dio si è rovinato per noi. Si è impegnato con noi in modo serio; per questo Paolo ha scritto oggi per noi: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?”.
ASCENDERE, STARE, DISCENDERE.
Vediamo anzitutto la forza simbolica del racconto[2].
“Dopo sei giorni”: questa annotazione di tempo è stata irragionevolmente “tagliata” dal testo ufficiale della Liturgia e non ne capisco il motivo. E’ un tempo che evoca i “sei giorni” della creazione o i “sei anni” di lavoro prima dell’anno sabbatico. E’ quindi un tempo produttivo di semina, di lavoro, di preparazione. Dopo questi sei giorni avviene la Trasfigurazione. Potremmo dire che la Trasfigurazione appartiene ad un “altro tempo” che irrompe nel “tempo ordinario” al fine di produrre un contrasto, un disequilibrio, un richiamo, una correzione. Per la comunità di Marco e per noi, la Trasfigurazione accade di domenica in domenica, di Eucaristia in Eucaristia, dopo i nostri “sei giorni”.
“Tre discepoli…Tre esseri splendenti”: Pietro, Giacomo e Giovanni in rappresentanza di tutta la comunità dei discepoli.  Gesù, Mosé ed Elia in rappresentanza della “comunità dei santi”. Comunità maschile bisognosa della correzione che si avrà attorno alla tomba della Pasqua dove le donne discepole attive, curiose e affettuose prevalgono su discepoli maschietti impauriti, paralizzati, tardivi. Forse per questo, l’incontro delle due comunità fa solo “sei”. La pienezza del “sette” avrà luogo mediante l’inclusione della comunità femminile, quando nel Giorno di Pasqua la comunità femminile assumerà una presenza ed un ruolo rilevante anche per gli apostoli e i discepoli maschi “autorità della chiesa”.
“Tre tende“: la “tenda” ci porta all’esperienza dell’Esodo. Il tempo delle tende è anche tempo dell’alleanza tribale, di solidarietà, di uguaglianza. Nella festa delle tende (sukkot) ciascuna famiglia costruisce una tenda/capanna e la abita ricordando l’uscita dall’Egitto.
C’è un enfasi nel simbolismo trinitario: tre esseri celesti (Gesù, Mosé, Elia) tre discepoli (Pietro, Giovanni, Giacomo), tre tende (Esodo); tre volte tre, insieme alla gloria di Dio. Tre significa comunità, perfezione, pienezza. E’ la proposta comunitaria di Dio per l’umanità. E’ il progetto da costruire una volta che si torna in pianura.
“Vestiti splendenti“: lo splendore ed il bianco esprimono la profondità e l’integrità del cambiamento avvenuto. Le prime comunità cristiane usavano vestiti bianchi appena lavati per simbolizzare la nuova vita che si proponevano di vivere. Più che di abito si tratta di “pelle”, qualcosa di organico e non di appiccicaticcio. Sto rovistando da tempo nel cassetto della mia vita ordinaria per cercare dove ho riposto o smarrito questa dignitosa veste battesimale e domenicale: ho trovato solo un certificato cartaceo. Ma non è propriamente ciò che cercavo.
“Nube”: qui da noi il cielo coperto può rovinare sogni e progetti di viaggi, ferie, feste, manifestazioni. Quando ero in Brasile, in tempo di secca arida e caliente, l’improvvisa apparizione di nuvoloni significava ombra, pioggia, vegetazione fresca, allegria, benedizione. La nube, nella Bibbia, è sempre messa in relazione con Dio. E’ un segno visibile della presenza e della compagnia gratificante di Dio. Lo fu durante la traversata del deserto quando Dio camminava davanti a loro, sotto forma di nube e di voce, indicando la strada.
“Salire sull’alto monte”: evoca l’Horeb e il Sinai, luoghi dove Mosé ed Elia videro Dio faccia a faccia.
“Discendere dal monte” verso la pianura, verso l’incontro e la trasformazione umana e sociale. La chiesa non sempre comprende un messianismo che passi per la croce. Per “correggere” questa situazione vissuta dalla comunità post-pasquale di Marco, il racconto introduce la Trasfigurazione. La comunità non può “ridurre” la fede all’entusiasmo post-pasquale. E’ la tentazione che si esprime sulla montagna illuminata quando i discepoli vogliono piantare le tende molto lontano dalla pianura. La brillantezza dei vestiti vuole sottolineare il fascino che esercita sugli uomini questo tipo di esperienza religiosa “slegata” dalla sofferenza e dal dolore umano che avvengono quotidianamente in pianura; è una religione adorante che vuole controllare la gloria pasquale senza aprirla al lavoro creativo umanizzante.
“Questo è il mio figlio amato, ascoltatelo”: il progetto comunitario sottolineato sulla montagna è certificato dalle parole di Dio. Attorno al figlio amato si costituisce la comunità dei discepoli. La sua parola è il cammino che la comunità dei discepoli deve seguire.
Ascesa e discesa sono reciprocamente necessarie.
Ascesa per celebrare e godere dei sussurri della fede. Discesa per vivere la fede in mezzo alla conflittualità e alla contraddizione. Il monte per ascoltare il progetto. La valle per costruirlo nella quotidianità e nella diversità. I “sei giorni” di lavoro e fatica hanno bisogno del “settimo” di riposo e adorazione.
LA TENTAZIONE DELLO STRAORDINARIO.
«Camminerò davanti al Signore, nella terra dei viventi». Così potrebbe aver detto Gesù a Pietro che lo voleva trattenere sul monte di quell’ assaggio di risurrezione che noi chiamiamo trasfigurazione. Così abbiamo pregato e promesso nel ritornello del Salmo. La tentazione dell’esperienza religiosa è spesso quella della fuga dalla quotidianità normale (la terra dei viventi) alla ricerca dell’evento straordinario. Nel momento in cui Dio, in Gesù, migra dalla propria divinità verso la nostra normalità, noi a volte lo andiamo a cercare nello straordinario, nel miracolo, nel magico, nella abbreviazione dei tempi feriali, nel candore di “monti” devozionali che crediamo tocchino il cielo. Diciamoci la verità: se Dio ci avesse consultati, prima di fare ciò che ha fatto, lo avremmo abbondantemente smentito, come Pietro: “Per quanto mi riguarda, farò di tutto perché questa crocifissione non ti accada” (Marco 8,31-32). Pietro anziché “lavorare per il Regno”, vorrebbe “vincere al lotto il Regno ”: una giocata, una scommessa e via!, verso una vincita veloce e abbondante. Appartenere all’alleanza di Dio in Cristo non significa appartenere ad una religione anagrafica che si liquida con qualche sporadico dovere compiuto; il coinvolgimento della fede è qualcosa che brucia, che lascia segni sulla carne perché cerca di toccare la storia. I discepoli hanno paura perché, consciamente o no, temono di essere coinvolti nella vicenda di Gesù.
Scenderemo dall’Eucarestia pasquale che celebriamo con il quesito bruciante che i discepoli avevano dentro: “Si domandavano l’un l’altro che cosa significava resurrezione dai morti”. Veramente: cosa tocca ora a noi?


[1] Servizio della Parola, 495/2018 pag.95-96
[2] Elaboro un commento da http://ospiti.peacelink.it/romero/parola.htm




21 febbraio 2021. Quaresima 1
ALLEANZA

1 DOMENICA Quaresima

PREGHIAMO.  Dio paziente e misericordioso, che rinnovi nei secoli la tua alleanza con tutte le generazioni, disponi i nostri cuori all’ascolto della tua parola, perché in questo tempo che tu ci offri si compia in noi la vera conversione. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Dal libro della Gènesi 9, 8-15
Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra». Dio disse: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra. Quando ammasserò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne».
Salmo 24(25). Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza.
Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre.
Ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore.
Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo 3, 18-22
Carissimi, Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua. Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo. Egli è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze.
Dal Vangelo secondo Marco 1, 12-15
In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

ALLEANZA. Don Augusto Fontana
Il racconto del diluvio universale ci ricorda la situazione della nostra vita e della nostra storia: una terra “piena di violenza” (Genesi 6,11-13). Fummo incaricati di “custodire” la terra pur usandola. L’abbiamo violentata.  Stiamo in terra pochi giorni e pare proprio che la nostra fantasia non abbia limiti nel farci del male. Magari andando a tirare Dio per la giacchetta e responsabilizzarlo del “diluvio di male” in mezzo mondo:  «Perché, Signore, stai lontano, nel tempo dell’angoscia ti nascondi? » (Salmo 9,22).
Sembra che ci sia sempre un legno o un albero che il Signore intromette nei momenti critici della nostra e sua storia. L’albero dell’Eden, l’arca di Noé, il cesto di giunchi che galleggia sul Nilo con il piccolo Mosè, il roveto ardente di Mosè, il bastone con cui Mosè percuote la roccia, il bastone del pastore, l’arca dell’alleanza, il legno della croce. E, di tanto in tanto, appare il segno dell’acqua.  Simboli. Ricorrenze, forse fortuite.  E poi c’è questo segno dell’arcobaleno sulle nubi. Evento inspiegabile, allora, e quindi attribuibile a Dio. Oggi non più segno, ma solo rifrazione meteo. Eppure l’arcobaleno ci stupisce ancora. A noi piace restituirgli il valore rivelativo di fedeltà dell’alleanza unilaterale di Dio con noi. E’ un arco che parte dalla terra, sale al cielo, ritorna alla terra ed è pieno dei colori della gioia, della misericordia, dell’amore di Dio. Anche il crocifisso è piantato là sulla terra come ponte fra Dio e noi.
Una delle parole-chiave della Bibbia è ALLEANZA. La fede è cammino. Ma verso dove? Verso l’Alleanza. Ci sono epoche progressive di Alleanza: con Noè, Abramo, Mosè, i profeti, fino alla nuova Alleanza realizzata in Gesù. Normalmente il termine ebraico BERIT indica un’unione giuridica o politico-militare. E’ un’obbligazione reciproca, ma più ancora una “convergenza di intenti”. Lentamente esprimerà il legame affettivo. In periodo di patti fragili, di dichiarazioni di intenti evanescenti, di contratti a termine, sentir parlare di Alleanza fedele ci sembrerà roba dell’altro mondo.
Tra i partner si usava esprimere l’impegno attraverso un rito. La comunione reciproca emergeva nel pasto comune e nello scambio di doni. L’effetto della alleanza doveva vedersi nella pace (shalom) o salvezza. Tra i contraenti si usava “grazia e misericordia” soprattutto verso il partner più debole.
Oggi raramente si usa il termine “alleanza“ se non nelle prediche dei preti. La traduzione potrebbe essere fatta con sinonimi: Solidarietà (coinvolgimento, impegno, partecipazione);  Amicizia (dialogo, relazione interpersonale, amore); Collaborazione (cooperazione); Patto.
Alleanza in Gesù – Gesù in Alleanza.
Il libro della Genesi inizialmente dice che dopo la creazione Dio aveva visto che tutto, uomo compreso, era bello e buono. Al capitolo 6 c’è una meditazione realistica e amara: “Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni progetto concepito dal loro cuore non era altro che male. E si pentì di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo…Ma Noè trovò grazia agli occhi del Signore”. E il Signore ordina a Noè di caricare sull’Arca coppie di tutti gli animali, con un particolare curioso: dovrà caricare anche coppie di animali considerati “impuri”[1]D’ogni animale puro prendine con te sette paia, il maschio e la sua femmina; degli animali immondi un paio, il maschio e la sua femmina» (Genesi 7,2). Un’alleanza che sembra una ristrutturazione della creazione del genere umano, ma anche di ogni vivente puro e impuro. L’Evangelista Marco è l’unico che sottolinea che Gesù, durante la sua permanenza nel deserto, “stava con gli animali selvatici”.  Il Messia potrà giocare vicino alla buca della vipera e mettere la mano nel covo di serpenti velenosi (Isaia 11,8).
Marco usa anche la frase “lo sospinse nel deserto”: la traduzione vera sarebbe “lo cacciò nel deserto”. Il verbo “cacciare” ci richiama la cacciata di Adamo dall’Eden (Gen. 3,24) o anche la “cacciata di Israele dall’Egitto”. Gesù, nuovo Adamo, affronta il mondo della lontananza (meglio dire: “presenza critica“) di Dio, nel suo percorso tra le forze del male per riavviare il nostro ritorno. E’ come se l’Evangelista volesse far ricominciare la storia non dal momento del deserto dell’Esodo, ma dal momento del Giardino della creazione affinchè Dio non si penta mai più di averci creato: in Gesù si ricostruisce l’alleanza da capo. Gesù è l’uomo delle origini, figlio che sa stare in alleanza con Dio, segno alto di una shalom possibile. In lui, nella sua croce risorta, Dio potrà ancora dire: “Il mio arcobaleno pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra”.
L’esperienza del battesimo non ci colloca in cantucci riparati, nel tepore di una devozione confortevole. Anzi: è lo Spirito stesso che, con Gesù, fa il suo battesimo, la sua immersione nell’umanità per partecipare ai rigori della vita reale. Così si propone come punto di saldatura tra la nostra chiamata ad essere fedeli a Dio ed essere fedeli agli impegni storici. “Stava con gli animali selvatici e gli angeli lo servivano”: è un’immagine di armonia, di alleanza nella pace con Dio, con la sua creazione e con gli uomini. La Lettera agli Ebrei, scrive:“Non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo Lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza nostra”.
Il “deserto” è…
Dicono che il deserto sia un luogo di purificazione. Non troverò cose comode nel deserto. Il sole picchia forte sulla testa, le escursioni termiche tra giorno e notte arrivano fino a 50 gradi, la sabbia ti lava, ti scortica, ti entra dappertutto, ti brucia in gola. Dicono. Nel deserto si bada all’essenziale, dimenticare la borraccia dell’acqua può costare la vita, perdere l’orientamento altrettanto; lì non puoi portarti dietro le solite attrezzature che usi in città, scopri di quante cose puoi fare a meno per sopravvivere. Nel deserto puoi fare cattivi incontri, animali selvatici affamati, subdoli serpenti, razzie. Dicono. Se il deserto può essere liberazione dalle chiacchiere, riscoperta del silenzio, allargamento degli spazi e degli orizzonti, è anche il luogo della prova, della tentazione. Nel deserto puoi incontrare te stesso, Dio, il maligno. E Gesù fa tutte queste esperienze: incontra Colui che lo ha mandato e che lo conferma, incontra in se stesso la volontà di fare in pieno la volontà del Padre, incontra anche le prove che lo accompagneranno per tutta la sua vita. Proviamo adesso ad applicare alcuni di questi spunti alla nostra vita. Siamo ancora all’epoca del diluvio? Certo, da allora il male non è che sia diminuito nel mondo. Oggi, come sempre, c’è chi vede questo male presente e imperante ovunque, c’è chi dice che il male non c’è e c’è chi vive alla deriva non interessandogli né male né bene, ma lasciandosi vivere a seconda dei propri interessi. Non abbiamo bisogno anche noi di ricordarci che c’è un arco di speranza per noi e per l’umanità? Se gratti al di sotto delle incrostazioni, in ogni uomo c’è nascosta almeno una speranza, c’è un desiderio di bello, c’è la voglia di colorarsi dei colori di Dio e dell’universo. Lasciamoci allora guidare dallo Spirito. Questo Spirito porta anche noi nel deserto: ci porta dentro la profondità del nostro cuore. Può essere il luogo più desolato, più arido che ci sia. Qualche volta non vorremmo neppure andarci per la paura che può fare il vuoto che rischi di trovare in esso. Ma anche se fosse così, esso è il luogo dell’incontro. Lì puoi trovare te stesso, lì puoi trovare Dio e il senso della tua vita. Certamente ci sarà da fare un po’ di pulizia. Dovremmo di nuovo chiedere aiuto allo Spirito perché cambi il cuore di pietra con un cuore di carne. Dovremmo forse scorticarci le mani per eliminare rovi ed ortiche, “per riempire le valli e abbassare le montagne”, ma anche il deserto può fiorire e non c’è cuore, per arido che sia, del tutto incapace di amare.
Così ci spinge l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium (n. 3) di Papa Francesco: «Invito ogni cristiano, in qualsiasi luogo e situazione si trovi, a rinnovare oggi stesso il suo incontro personale con Gesù Cristo o, almeno, a prendere la decisione di lasciarsi incontrare da Lui, di cercarlo ogni giorno senza sosta. Non c’è motivo per cui qualcuno possa pensare che questo invito non è per lui, perché nessuno è escluso dalla gioia portata dal Signore. Chi rischia, il Signore non lo delude, e quando qualcuno fa un piccolo passo verso Gesù, scopre che Lui già aspettava il suo arrivo a braccia aperte. Questo è il momento per dire a Gesù Cristo: «Signore, mi sono lasciato ingannare, in mille maniere sono fuggito dal tuo amore, però sono qui un’altra volta per rinnovare la mia alleanza con te. Ho bisogno di te. Riscattami di nuovo Signore, accettami ancora una volta fra le tue braccia redentrici». Ci fa tanto bene tornare a Lui quando ci siamo perduti! Insisto ancora una volta: Dio non si stanca mai di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedere la sua misericordia. Colui che ci ha invitato a perdonare «settanta volte sette» (Mt 18,22) ci dà l’esempio: Egli perdona settanta volte sette. Torna a caricarci sulle sue spalle una volta dopo l’altra. Nessuno potrà toglierci la dignità che ci conferisce questo amore infinito e incrollabile. Egli ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia. Non fuggiamo dalla risurrezione di Gesù, non diamoci mai per vinti, accada quel che accada. Nulla possa più della sua vita che ci spinge in avanti».


[1] cammelli, maiali, animali d’acqua privi di squame o pinne, talpe, topi, sauri, serpenti, uccelli spazzini di cadaveri (Levitico 11).




14 febbraio 2021. Domenica 6 ordin.
UNA TRASGRESSIONE DI DIO

6 Domenica B

 Preghiamo. Risanaci, o Padre, dal peccato che ci divide, e dalle discriminazioni che ci avviliscono; aiutaci a scorgere anche nel volto del lebbroso l’immagine del Cristo, per collaborare all’opera della redenzione e narrare ai fratelli la tua misericordia. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del Levìtico 13,1-2.45-46
Il Signore parlò a Mosè e ad Aronne e disse: «Se qualcuno ha sulla pelle del corpo un tumore o una pustola o macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra, quel tale sarà condotto dal sacerdote Aronne o da qualcuno dei sacerdoti, suoi figli. Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”. Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento».
Salmo 31.  Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia.
Beato l’uomo a cui è tolta la colpa e coperto il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto e nel cui spirito non è inganno.
Ti ho fatto conoscere il mio peccato, non ho coperto la mia colpa.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità» e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato.
Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti! Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia!
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 10,31-11,1
Fratelli, sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza. Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo.
Dal Vangelo secondo Marco 1,40-45
In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

UNA TRASGRESSIONE DI DIO. Don Augusto Fontana.
 C’è un doppio modo di diventare discepoli: o perché si è stati direttamente chiamati o perché si è stati guariti. L’opera di guarigione è una convocazione e un rito di invio in missione. La sequela, dunque, è composta da chiamati e da guariti, da convocati dalla “parola” e da convocati dai “segni”.
Non sia inutile ricordare che il Vangelo di Marco pare rivolto prevalentemente a dei catecumeni: quindi in ogni suo racconto e catechesi è bene tener vivo il sospetto che l’evangelista ci stia informando sulla prassi battesimale della sua comunità. E tornano le domande: Chi è Gesù? Chi è il discepolo? E soprattutto: dove ci porta questo Gesù? Non sarebbe male che queste domande costituissero la griglia di lettura e di ascolto anche del testo evangelico di oggi, sentendoci protagonisti dell’evento. Benchè già battezzati, siamo un po’ ancora “catecumeni”.
Probabilmente Marco si trova anche alle prese con evidenti problemi interni alla sua (e nostra?)  comunità: se siamo “impuri” ed emarginati dalle leggi religiose come veniamo trattati da Gesù? E se invece ci consideriamo gente per bene e integrati, come ci collochiamo davanti agli esclusi, infetti, pericolosi? Ognuno di noi ha la sua categoria di immondi che gli fanno un po’ schifo, che gli fanno storcere la bocca, che non intendiamo toccare per non infettarci.
«Una società che non sa salvare deve ricorrere alla repressione, alla reclusione, alla emarginazione, per difendersi. L’uomo incapace di salvare deve “salvarsi” e la “legittima difesa” può andare anche fino all’uccisione di colui che si ritiene aggressore. Così, incapaci di vincere il male, si “vince” colui che ne è vittima: lo si toglie fuori dai piedi…Il tempo del Messia è il tempo in cui il sano non rifiuta di prendere per mano il malato senza timori né verso di lui né nei confronti della malattia, perché sa di poter vincere il male. Se per tenerci puliti dobbiamo continuare a isolarci sotto la campana di vetro delle nostre istituzioni, a chi testimoniamo? Continueremo a rendere sterile la Parola di salvezza? Ogni volta che in noi prevale l’atteggiamento di difesa o di ostilità, non facciamo altro che accodarci ad una umanità incapace di salvare; le nostre chiese e i nostri gruppi saranno sempre rifugi da “gente perbene”, in cui troppi non avrebbero voglia di entrare per ascoltare la parola che fa vivere, e continueranno a restare esclusi. Chiesa e società rischieranno ancora di ritrovarsi abbinate nell’accettare e avallare le medesime esclusioni»[1].
…velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”…
La società in cui vivevano gli antichi uomini della Bibbia sottolineava molto la gravità della lebbra (sotto questo nome andavano diverse affezioni della pelle); nella prima lettura abbiamo sentito che i lebbrosi dovevano vivere isolati, e segnalare la loro presenza con delle vesti strappate e con il gridare: “Immondo, immondo!“. La lebbra veniva vista come il peggiore dei mali, proprio a causa della concezione che legava il peccato alla malattia: l’idea di fondo è che la lebbra, e in definitiva ogni malattia, sia un castigo di Dio per il peccatore. Il lebbroso perciò era uno scomunicato e bisognava evitare la sua presenza per il contagio fisico e morale. Chi era lebbroso era dunque escluso dalla città dei vivi, “buttato via”, dato per morto. Di fronte a questa disgrazia, le persone sane e religiose erano autorizzati a pensare: “sicuramente quel lebbroso deve aver commesso qualche grave peccato…” (cf. Gv 9,34); addirittura poteva arrivare a dire: “ben gli sta, ci poteva pensare prima… se l’è cercata…”.
…Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse…
Ma ecco che succede qualcosa che è come un terremoto che fa crollare tutti questi ragionamenti come un castello di carta, una scossa che fa crollare il muro di separazione che isolava i puri dagli impuri. La prima mossa è quella del lebbroso che aveva sentito parlare di Gesù, di questo profeta che annunciava l’inizio di un nuovo regno, che proclamava il perdono e la guarigione dal male: invece di gridare “immondo, immondo” il lebbroso prende il coraggio a due mani e, trasgredendo le regole stabilite da Mosè, si presenta a Gesù con questa bellissima confessione di fede: se vuoi, puoi purificarmi!
Gesù non gli dice “va’ via, allontanati”, come avrebbe potuto fare un ebreo osservante, e tanto meno, “te la sei cercata…” ma è preso da un misto di collera e commozione [così si può dedurre dall’incertezza dei manoscritti greci, molti dei quali hanno orgistheis, “preso da collera” al posto di splagchnistheis, “preso da commozione”]: Gesù è preso da collera per quella mentalità che aveva portato alla scomunica del lebbroso e, contemporaneamente, è profondamente mosso a compassione per la miseria della condizione umana. Anche Gesù trasgredisce le regole, le buone maniere igieniche, quando servono soltanto a fornire alibi all’indifferenza: stende la mano e lo tocca. Quando si tratta di amare e di soccorrere chi soffre non valgono più le regole dell’ordine civile e religioso…
Il puro tocca l’impuro e prende su di sé la nostra lebbra: “Ecco l’agnello di Dio che prende su di sé il peccato del mondo!” (Gv 1,29).  Paolo scriverà in Romani 9,3: «Vorrei infatti essere io stesso anatema (scomunicato), separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne».
E Gesù morirà come uno scomunicato, fuori dalle mura della città, col volto sfigurato come quello di un lebbroso, messo all’indice dai passanti, che potevano pensare: “sicuramente quell’uomo crocifisso deve aver commesso qualche grave peccato…” o addirittura potevano arrivare a dire: “ben gli sta, ci poteva pensare prima… se l’è cercata”. È quello che S. Paolo chiama lo “scandalo della croce” (cf. 1Cor 1,23). Il Crocifisso resta per sempre la risposta e il rimedio anche ad ogni immagine distorta di Dio: non una divinità pronta a castigare ma un Dio ricco di misericordia che prende su di sé attraverso il Figlio il peccato e il dolore del mondo; per questo Gesù “può anche salvare per sempre quelli che, per mezzo di lui, si avvicinano a Dio, essendo sempre vivente per intercedere in loro favore” (Eb 7,25).
La cultura dello “scarto”.
Papa Francesco nella Evangelii gaudium n. 53 scrive: «Abbiamo dato inizio alla cultura dello “scarto” che, addirittura, viene promossa. Non si tratta più semplicemente del fenomeno dello sfruttamento e dell’oppressione, ma di qualcosa di nuovo: con l’esclusione resta colpita, nella sua stessa radice, l’appartenenza alla società in cui si vive, dal momento che in essa non si sta nei bassifondi, nella periferia, o senza potere, bensì si sta fuori. Gli esclusi non sono “sfruttati” ma rifiuti, “avanzi”».


[1] AA.VV. Omelie nelle comunità Anno B, Marietti editori, 1979 pag. 265




7 gennaio 2021. Domenica 5 ord.
UNA GIORNATA DI GESU’

5 Domenica B –

Preghiamo. O Dio, che nel tuo amore di Padre ti accosti alla sofferenza di tutti gli uomini e li unisci alla Pasqua del tuo Figlio, rendici puri e forti nelle prove, perché sull’esempio di Cristo impariamo a condividere con i fratelli il mistero del dolore, illuminati dalla speranza che ci salva. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro di Giobbe 7,1-4.6-7
Giobbe parlò e disse: «L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario? Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate. Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?”. La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. I miei giorni scorrono più veloci d’una spola, svaniscono senza un filo di speranza. Ricòrdati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non rivedrà più il bene».
Salmo 146  Risanaci, Signore, Dio della vita.
È bello cantare inni al nostro Dio, è dolce innalzare la lode.
Il Signore ricostruisce Gerusalemme, raduna i dispersi d’Israele.
Risana i cuori affranti e fascia le loro ferite.
Egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome.
Grande è il Signore nostro, grande nella sua potenza;
la sua sapienza non si può calcolare.
Il Signore sostiene i poveri, ma abbassa fino a terra i malvagi.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 9,16-19.22-23
Fratelli, annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo. Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.
Dal Vangelo secondo Marco 1,29-39
Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».  E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

UNA GIORNATA DI GESU’. Don Augusto Fontana.
Marco vuole presentarci una “giornata tipo” del Signore, le sue scelte, le sue priorità, i suoi tempi.
Provo ad esaminare la mia giornata, quali sono i miei orari, i miei appuntamenti fissi, gli impegni inderogabili e le mie pigre infedeltà. In questa pagina dell’evangelista Marco sembra che il Dio eterno e senza tempo si sia incarnato anche nel nostro orologio, nei cicli orari. Le ore scandiscono anche la sua giornata fatta di mattini, sere, notti, ore, perfino nei racconti della passione, morte e risurrezione. Il tempo è entrato nell’eterno senza tempo. Quante volte ci diciamo (o sentiamo dire): per questa cosa (per la preghiera, per la mia formazione, per la condivisione), proprio non ho avuto tempo. A volte non sta qui il problema. Perché neanche domani ci sarà il tempo, se quella scelta non è una priorità. L’affermare che manca il tempo, a volte vuol dire semplicemente affermare che quella cosa non è ancora importante. La vera domanda è sempre: quali sono le costanti, le scelte ripetute, le decisioni che sottomettono a sé le altre nella mia vita?
Come Marco ci descrive questa giornata del Signore? Ci fa incontrare Gesù che affronta il male e che guarisce, Gesù che prega, Gesù che, sapendo di essere per tutti, predica sempre più in là dei luoghi dove già  è conosciuto. La giornata di Cafarnao  è il giorno in cui Gesù organizza la sua missione sul ritmo di predicazione, liberazione, preghiera.
In Cafarnao sono significativi i luoghi dove Gesù agisce: la Sinagoga (luogo della riunione della comunità per la preghiera e l’insegnamento religioso), la casa (luogo della famiglia e della vita privata), la porta della città (luogo dell’amministrazione della giustizia, delle pratiche civili, dei pedaggi e delle tasse). Poi c’è pure il monte del silenzio e della preghiera. L’attività di Gesù tocca dunque tutte le sfere della vita umana.
Malattia e guarigioni.
Nella Sinagoga si erano sorpresi del suo insegnamento dato con autorevolezza ed era esplosa una domanda “Che è mai questo?”. Ma l’interrogativo è subito messo a lato dalle “smanie di guarigione” da parte degli abitanti di Cafarnao. L’interesse per Gesù ripiega sull’interesse per i propri guai.
E’ un’umanità lacerata che soffre con Giobbe e che ci rappresenta nella nostra legittima ribellione contro la malattia o nella ricerca di senso della malattia. La tenerezza di Dio così ben rappresentata dal Salmo 146, pare essere messa in crisi dalla disintegrazione della vita da parte della malattia, della morte, della scarsa qualità della vita.
La malattia era un flagello che toccava ogni casa e per la quale non c’erano che pochi rimedi e, talvolta, solo per classi agiate. La gente povera era davvero disarmata. La malattia era una forza da scongiurare e durante la quale pregare, prima ancora che esaminare e curare. E Gesù si fa prossimo a questa debolezza strutturale nostra e pone gesti simbolici di guarigione.
Nel Vangelo di Marco i miracoli raccontati sono 20 e occupano un terzo circa della narrazione (209 versetti su 666). Ciò significa che l’autore dà ad essi un ruolo particolare nella sua catechesi. Anche la liturgia di questo anno B sarà connotata da questa caratteristica: dalla 4a alla 9a domenica il lezionario riporta l’attività di cura da parte di Gesù.
Innanzitutto i miracoli o le guarigioni non sono separabili dal suo messaggio. Quando la gente chiede un “segno” Gesù si lamenta: «Allora vennero i farisei e incominciarono a discutere con lui, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova. Ma egli, traendo un profondo sospiro, disse: “Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione”»(Mc. 8,11-12). I segni sono completamento del suo messaggio, sono Parole visibili. L’imposizione del segreto messianico (“ma non permetteva di parlare”) significa che Gesù vuole che i miracoli siano interpretati solo all’interno della catechesi ecclesiale e dopo l’evento pasquale; vuole che restino un segno complesso, nascosto al mondo. Occorre affidarsi al Vangelo, alla persona di Gesù e non alla magia. I miracoli sono segno del conflitto tra Regno di Dio e ciò che gli si oppone. Sono segni del trasferimento della condizione umana nell’universo di Dio.
Una giornata completa.
…Subito…Per 27 volte Marco usa questo avverbio; pare che sia una sua ossessione per indicare sollecitudine, fretta, urgenza. Come se incombesse qualcosa: il Regno di Dio è vicino, è qui, imminente, sta transitando.
…nella casa la febbre….Nessun luogo è esente dal male sia la sinagoga che la casa quotidiana; là lo spirito impuro, qui la febbre sintomo fisico e simbolo di malattie più interiori. In Levitico 26,16 e Deuteronomio 28,22 la febbre appartiene all’elenco dei castighi per l’alleanza tradita. Qui siamo ancora di sabato e la donna è impedita a svolgere le sue funzioni previste per preparare nella casa la liturgia domestica del sabato. E’ quella febbre che indebolisce le nostre domeniche, paralizza il sacerdozio liturgico domenicale inchiodando gran parte dei battezzati al letto dei sonni e delle pigrizie. Liberare dalla febbre significa rendere una persona abile al servizio liturgico e conviviale.
…gli parlano di lei…Molte volte nel Vangelo, anche nel finale di quello odierno, i malati vengono “portati…presentati…convocati” dalla chiesa, dai discepoli. C’è una corresponsabilità ecclesiale, una mediazione preventiva che mi inquieta e, insieme, mi onora. Io sono responsabile dei fratelli e delle sorelle della comunità, ne posso essere diaframma divisorio o ponte di contatto con Gesù. Ed anch’io sono una povera creatura presentata al Signore dalla preghiera invocante e cura della mia comunità.
…si avvicina, prende per mano, alza…Sono i tre verbi battesimali di Gesù, la successione operativa e salvifica tutt’ora in atto nei miei confronti. Ma è anche un progetto per una chiesa che dalla liturgia sinagogale entra nella casa quotidiana degli uomini: si avvicina, prende per mano e solleva.
La mano forte che ha liberato il popolo dalle mani del faraone diventa oggetto di preghiera del salmo 17:
Ti amo, Signore, mia forza, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore.
Già mi avvolgevano i lacci degli inferi, già mi stringevano agguati mortali.
Nel mio affanno invocai il Signore, nell’angoscia gridai al mio Dio:
stese la mano dall’alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque,
mi portò al largo, mi liberò perché mi vuol bene.
Tra poco Gesù ripeterà il gesto di “prendere per mano” e lo farà con Pietro che affonda nelle acque: «e subito Gesù stese la mano e lo afferrò». E Pietro impara quel gesto come un gesto consueto e quasi liturgico per la chiesa; alla porta del Tempio, insieme a Giovanni, si trova davanti uno storpio che chiede l’elemosina; non ha né oro né argento da offrirgli, ma solo la forza liberante del Nome di Gesù e «presolo per la mano destra lo sollevò» (Atti 3,6-7).
…si mise a servirli… La guarigione della donna (e di ogni battezzato) ha una conclusione interessante: appare il verbo “diakoneo” (servire), quasi a dire che la liberazione non è solo “liberazione da” ma anche “liberazione per”. Servirlo significa “seguirlo fino in fondo”.
…uscì e se ne andò in un luogo deserto e là pregava… Gesù “esce” nel deserto. La sua preghiera è parte integrante della giornata, appartiene all’agenda degli impegni. Ed è il luogo anche della “tentazione” rappresentata  dalla pressione interessata e zelante della chiesa che lo cerca e lo trova, ma non per restare con lui in preghiera ma per dirgli «Tutti ti cercano. Pianta lì e datti una mossa». Anche nella notte del Getsemani i discepoli non partecipano alla sua drammatica preghiera:«Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro: “Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola?”» (Marco 14,37). Anch’io sono così: o divento ipercinetico per lo zelo attivistico o mi assopisco. La preghiera raramente appartiene alla mia agenda di discepolo.
…Andiamocene altrove… e andò per tutta la Galilea…La preghiera non immobilizza Gesù; lo rende deludente per certe attese banali e, insieme, sorprendente e imprevedibili per i nuovi sentieri che imbocca.
«Quindi una giornata a Cafarnao che si apre con la preghiera pubblica in sinagoga e si chiude con la preghiera solitaria e si snoda attraverso l’insegnamento e le opere. Una giornata in cui stanno insieme lotta e contemplazione, stare tra amici e tra gente comune, attenzione a Dio e all’uomo, entrare e uscire, darsi e sottrarsi per darsi ancora. Una giornata completa[1]».


[1] Pronzato, Un cristiano comincia a leggere il Vangelo di Marco, Gribaudi.




31 gennaio 2021. domenica 4 ord
PAROLA CHE INQUIETA E LIBERA

Quarta domenica ord ciclo B

Preghiamo. O Padre, che nel Cristo tuo Figlio ci hai dato l’unico maestro di sapienza e il liberatore dalle potenze del male, rendici forti nella professione della fede, perché in parole e opere proclamiamo la verità e testimoniamo la beatitudine di coloro che a te si affidano. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del Deuterònomio 18,15-20
Mosè parlò al popolo dicendo: «Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto. Avrai così quanto hai chiesto al Signore, tuo Dio, sull’Oreb, il giorno dell’assemblea, dicendo: “Che io non oda più la voce del Signore, mio Dio, e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia”. Il Signore mi rispose: “Quello che hanno detto, va bene. Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto. Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire”».

Sal 94  Ascoltate oggi la voce del Signore.
Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza.

Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostràti, adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo,il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 7,32-35
Fratelli, io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni.

Dal Vangelo secondo Marco1,21-28
In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Cosa abbiamo in comune con te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea. 

DI’ SOLTANTO UNA PAROLA…Don Augusto Fontana

Parola profetica che inquieta.
Abituati ai molti programmi televisivi parolai, i talk show, alle chiacchiere dei politici e ai sermoni dei preti, alle parole date e non mantenute, siamo da un lato perplessi e dall’altro affascinati quando incontriamo qualcuno che dice e fa, ci colpisce con una parola chirurgica che taglia e cuce, libera e guarisce, dice “ti amo” e tu cambi vita: « La parola di Dio, infatti, è viva ed efficace. È più tagliente di qualunque spada a doppio taglio. Penetra a fondo, fino al punto dove si incontrano l’anima e lo spirito, fin là dove si toccano le giunture e le midolla. Conosce e giudica anche i sentimenti e i pensieri del cuore» (Ebrei  4,12).
Quando Gesù viene presentato al Tempio sentiamo il vecchio Simeone che rivela alla madre chi è e che farà quel bambino: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima». ( Luca 2, 34-35). Compie una promessa: «Io susciterò un profeta in mezzo a voi e gli porrò in bocca le mie parole ed egli vi dirà quanto io gli comanderò. A lui darete ascolto» (Deut. 18,18). Una parola, dunque, strettamente legata e identificata con la persona di Dio e la vita di chi la pronuncia. Non chiacchiere.
San Paolo ha un’espressione incredibile: «La parola della croce infatti è stoltezza per quelli cha vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio» (1 Corinti 1,18). Dice proprio così: “La Parola della croce” (o logos tou stauru). La croce è una Parola “veramente capace di farci conoscere Dio” (Lutero). Scriveva il Padre della chiesa S. Gregorio di Nissa: “La croce è teologa[1].
Dickinson (poetessa americana del 1800) scriveva: «C’è chi dice che una parola, una volta pronunciata, muore. Ebbene io vi dico che è proprio in quell’istante che comincia a vivere».
Dentro di noi e attorno a noi, spesso, abbiamo costruito un “sistema religioso” che a lungo andare diventa talmente mastodontico, organizzato, affannoso, variegato, alto e largo come un grattacielo che ci oscura l’essenziale: il sole. E’ da un po’ che settori di noi-chiesa tentano di ridimensionare le strutture artificiali per tornare a godere il sole della Parola, quella che divenne Carne.
Si narra che un giorno un pellegrino stava percorrendo il suo sentiero quando passò davanti ad un uomo che sembrava un monaco e che stava seduto in un campo. Lì vicino altri uomini lavoravano su un edificio di pietra. «Mi sembri un monaco!», gli disse il pellegrino. «E difatti lo sono» rispose il monaco. «E chi sono quelli che stanno lavorando sul monastero?» domandò incuriosito il pellegrino. «Sono i miei monaci – rispose l’altro – e io sono il loro abate». «Magnifico! – commentò il pellegrino – E’ stupendo vedere costruire un monastero!». «A dir la verità lo stiamo demolendo» disse l’abate. «Lo state demolendo? – esclamò stupito il pellegrino – E perché?». «Per poter vedere tutte le mattine il sorgere del sole», rispose l’abate.
A che vale il cattolicissimo grattacielo religioso con tutte le devozioni, le tombolate, le sfilate matrimoniali e battesimali, le adunate, se diventano un elefantiaco diaframma che impedisce di accedere al sole della Parola-Pane?
Per tutti noi è destinata questa Parola che talvolta è carezza e talaltra è fendente. E per tutti noi, e non solo per pochi catechisti o rari evangelizzatori, è destinata perché ne diventiamo cassa di risonanza: “Io manderò il mio spirito – dice il Signore – su tutti gli uomini: i vostri figli e le vostre figlie saranno profeti, gli anziani avranno sogni e i giovani avranno visioni” (Gioele 3,1-2).

La giornata di Cafarnao.
Marco 1,21 «Giunsero intanto alla città di Cafàrnao e quando fu sabato Gesù entrò nella sinagoga e si mise a insegnare». Entra nella Sinagoga “la casa dell’ascolto e della preghiera in assemblea”. Non viene riferito il contenuto dell’insegnamento ma possiamo ricordarci quanto annunciato domenica scorsa: «Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è veniente qui; è urgente che smettiate di essere conformisti e abitudinari, e che aderiate a me e vi affidiate alla mia buona notizia».  A Cafarnao Gesù passa una giornata di sabato, il giorno della creazione e della pasqua. E frequenta parecchi luoghi: la sinagoga, la casa, la strada. Inaugura così la sua missione pubblica a tutto campo occupando tutti gli spazi disponibili sacri e profani. In città e nel deserto. E’ una giornata in cui Gesù “lotta” e contempla, sta con gli amici e con la gente comune, è colpito dalle miserie umane ed è attento a Dio, entra ed esce, si dona e si sottrae. Una giornata in cui non manca nulla. E noi incuriositi lo osserviamo con alcune domande dentro: «Chi è costui? Che dice? Che fa? Dove va?». Ma soprattutto: «Dove ci porta?».
Oggi abbiamo sentito nel Vangelo di Marco: «La gente che ascoltava era meravigliata del suo insegnamento: Gesù era diverso dai maestri della legge, perché insegnava come uno che ha piena autorità… Tutti i presenti rimasero sbalorditi e si chiedevano l’un l’altro: «Che succede? Questo è un insegnamento nuovo, dato con autorità. Costui comanda perfino agli spiriti maligni ed essi gli ubbidiscono!».
Nella Sinagoga c’è brava gente, ma anche un “indemoniato” che recita un Credo ortodosso “Gesù nazareno, sei il Santo di Dio”. Si fa presto a “dire il Credo” e Gesù lo sa, anche per me:  «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”» (Mc 7,6).
Scrive Padre Ermes Ronchi: «L’uomo indemoniato di Cafarnao frequenta il luogo sacro, recita le benedizioni, eppure in lui abita un demone. I demoni accettano la fede del sabato, quella limitata al sacro e alle proprie devozioni. Il Dio vero invece è da sorprendere nella vita più che nel tempio, nella polvere della strada che scende da Gerusalemme a Gerico più che nel fumo degli incensi, nelle piaghe del povero Lazzaro più che nei bagliori dell’oro del Santo dei Santi. Sta in tutto ciò che sa di amore. Ciò che Cristo rovina è la nostra giustificata, scusata, legittimata convivenza con il male, la nostra mediocrità, il nostro mondo di maschere e di bugie».
Parola autorevole. Un insegnamento nuovo, dato con autorità.
Qualcuno ritrova la radice del termine “auto-rità” dal greco “autos-rein”: è lo ‘scorrere’ (‘rein’) di ‘me stesso‘ (‘autòs’) nell’altro. E’ quindi come una trasfusione, un fare partecipe l’altro di quello che sono vitalmente: questa è la vera autorevolezza, e questa è la forza (nel testo geco: exousia che si può tradurre anche con “abilità”) della parola. Questa forza, ci dice il vangelo, crea stupore e permette allo spirito vitale che passa in questa ‘trasfusione’ di essere superiore ad ogni male e ad ogni spirito ‘immondo’. La parola autorevole trasforma prima me e poi, eventualmente, chi mi ascolta.
Altri[2] dicono che il termine latino “auctoritas” deriva dal verbo “augere” che significa  “far crescere”. Il vocabolo greco exousìa traduce l’ebraico shaltan ed è riservato solo a Dio. Di qui viene lo sconcerto (thambeomai significa uno “stupore unito a spavento”) davanti alla parola creativa e trasformante del Profeta di Nazaret, a cui i capi dei sacerdoti, gli scribi e gli anziani chiederanno conto: «Con quale autorità fai queste cose? O chi ti ha dato l’autorità di farle?» (Mc 11,28).
Oggi siamo invitati a comprendere che il parlare di Dio è evento creatore, capace di cambiare le cose: la sua Parola è comunicazione della sua stessa vita, non rivelazione di dottrine o misteri. Per Dio il parlare vuol dire rischiare, affidarsi alla possibilità di una accoglienza libera da parte di coloro a cui si rivolge.  Questo gioco tra potenza e rischio inizia ogni volta quando la Parola di Dio viene conosciuta, letta, meditata, o anche proclamata nelle nostre assemblee domenicali. E questo Soffio divino aleggia sulle acque della nostra povera capacità di ascolto, a volte così magmatica, attendendo una casa accogliente. La Parola non ha paura degli ostacoli e delle opposizioni: teme soltanto la noia. L’opposto dell’accoglienza non è il rifiuto, ma il “lasciar dire”.
La liberazione non è mai un fatto tranquillo. Giovanni (cap. 6,60-61) ricorda che a Cafarnao ci fu una crisi dei discepoli: « Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?”.  Gesù, disse loro:  “Questo vi scandalizza? …Forse anche voi volete andarvene?”». Pietro dirà a Gesù anche a nome nostro: «Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciamo che Tu sei il Santo di Dio» (Giov. 6, 69) Ancora Simone un giorno veniva richiamato ad abbandonarsi alla Parola (Luca 5,5):  «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». E il centurione romano e pagano chiedendo la guarigione per il suo servo, proclamava un Credo, per me ancora così difficile: «Comanda con una parola e il mio servo sarà guarito» ( Luca 7,7). E perfino i samaritani, dopo aver ascoltato la samaritana del Pozzo di Sichar le avevano detto:  «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».  (Giovanni  4,42).


[1] Primo discorso sulla resurrezione di Cristo
[2] Mons. F. Lambiasi vescovo, in “Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi“. Ave, Roma 2008




24 gennaio 2021. Domenica 3a ord
SI FA PRESTO A DIRE “CONVERSIONE”

3° domenica ordinario B 

Preghiamo. O Padre, che nel tuo Figlio ci hai dato la pienezza della tua parola e del tuo dono, fa’ che sentiamo l’urgenza di convertirci a te e di aderire con tutta l’anima al Vangelo, perché la nostra vita annunci anche ai dubbiosi e ai lontani l’unico Salvatore, Gesù Cristo. AMEN
Dal libro del profeta Giona 3,1-5.10
Fu rivolta a Giona questa parola del Signore: «Àlzati, va’ a Nìnive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico». Giona si alzò e andò a Nìnive secondo la parola del Signore. Nìnive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta». I cittadini di Nìnive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli.  Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si convertì riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.
Sal 24 Fammi conoscere, Signore, le tue vie.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza.
Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre.
Ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore.
Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 7,29-31
Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!
 Dal Vangelo secondo Marco 1,14-20
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

SI FA PRESTO A DIRE “CONVERSIONE”. Don Augusto Fontana
Si fa presto a dire “conversione!”.  Nella liturgia odierna persino Dio muta parere e decisioni: «si convertì[1] riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece» (Giona 3,10). Anche Gesù cambia idea di fronte alla preghiera della donna siro-fenicia (Mc 7,24-30).
Non so più quale povero prete abbia detto: «A 20 anni volevo convertire il mondo, a 40 anni ho incominciato a pensare a convertire la mia parrocchia, ora che di anni ne ho 80 sarà meglio che mi affretti a convertire me stesso». Io sono così, spiazzato da pagine bibliche dalle quali fatico ad estrarre, per la cinquantesima volta, gli imperativi del Signore, nascosti – come in una miniera – nelle sue buone notizie. Sono esausto e senza evidenti conversioni da narrare: nessuna caduta da cavallo, nessun tavolo delle imposte abbandonato lì, nessun albero di sicomoro su cui abbia lasciato brandelli di braghe per la curiosità di vedere Gesù, nessun pozzo di Sichar che mi abbia fatto centro nel cuore, nessuna barca o rete abbandonata, nessun tesoro trovato per cui sia valsa la pena vendere tutto per comprare quel campo. Nel mappamondo della mia vita non esiste la pietra miliare che ho visto in Ecuador e su cui è tracciata la linea ideale che divide il pianeta in due emisferi, o di qua o di là. Anzi: forse da tempo mi diverte tenere un piede di qua e uno di là, per non dover decidermi a riprendere el camino, a ricominciare. I cosiddetti recommençants “ricomincianti” esistono[2]. Né indifferenti, né catecumeni, dunque, ma battezzati che cercano di ripartire. Padre Henri Burgeois, fondatore del movimento, scriveva: «Bisogna rispondere ad un’attesa nuova. Perché se ne sono andati dalla Chiesa? Per una crisi profonda, magari dovuta a una esperienza traumatica causata da un lutto, da un divorzio, esperienza su cui non hanno ottenuto adeguata comprensione. È vero, c’è chi ha lasciato per problemi di tempo schiacciato dagli impegni di lavoro. Ma c’è pure chi è stato “bruciato” dal confronto con un sacerdote scorbutico o poco sensibile. E decidono di ricominciare per un motivo occasionale, magari l’incontro con un sacerdote a casa di amici; c’è chi vive un’esperienza spirituale forte, durante la visita a un monastero per esempio, o una emozione inattesa».
Io non sono capace di improvvise inversioni o radicali conversioni; mi accontenterei di una lenta crescita, di un’impercettibile mutazione genetica, di un lento evoluzionismo del mio essere e della mia storia verso la Cristificazione. Mi risuona un ritornello del poeta spagnolo Antonio Machado: «Caminante no hay camino; se hace camino al andar», per chi cammina non c’è già un sentiero, perché il sentiero lo traccia chi cammina. «Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri» (Salmo 24).
Il paradosso di Ninive.
Giona era un talebano, di quelli tosti che vogliono che esista l’inferno e digrignano i denti se qualcuno diffonde il sospetto che l’inferno non ci sia o, se c’è, che sia vuoto. Giona temeva che, alla fine, la misericordia di Dio avrebbe prevalso sul castigo promesso all’iniqua città di Ninive.  Dio lo aveva invitato ad andare a Ninive, in Assiria; ma lui aveva pensato bene di partire per Tarsis, in occidente e cioè in direzione opposta (Giona 1,3). Ninive non è scelta a caso: era odiosa per gli ebrei, simbolo di arroganza e crudeltà. Basta leggere il breve libro del profeta Nahum, interamente dedicato a Ninive e alla rovina decretata da Dio. L’Assiria aveva distrutto il Regno del Nord e minacciato seriamente la stessa Gerusalemme. Un ebreo non poteva provare che un senso di profonda avversione nei confronti di questo popolo, anche a distanza di anni quando ormai Ninive era stata distrutta. Il paradosso è che tale città, pagana e arrogante, sia presentata come esemplare nella conversione. Giona non fa a tempo a percorrerla tutta (“tre giornate di cammino”) che già tutti si convertono, dai grandi ai piccoli, e si fa penitenza dal re sino agli animali (3,7-9, versetti omessi dalla liturgia). Se anche gli asini e i cammelli si convertono, la lezione diventa severa. Il Signore aveva detto al profeta Ezechiele “Se invece che a Israele ti inviassi a popoli barbari, accoglierebbero meglio il tuo messaggio” (cf. Ez 3,4-7).
Il risultato della conversione dei niniviti provoca l’irritazione di Giona e il rimprovero di Dio per la sua grettezza. Anche fuori d’Israele si può trovare una reale apertura a Dio, addirittura superiore a quella di Israele.  Come si vede, c’è una forte prossimità spirituale al Nuovo Testamento e a Gesù, che davanti a un pagano esclama: “in nessuno, in Israele, ho trovato tanta fede” (Mt 8,10-12; Lc 7,9). E dirà anche: «Quelli di Nìnive si alzeranno a giudicare questa generazione e la condanneranno, perché essi si convertirono alla predicazione di Giona. Ecco, ora qui c’è più di Giona» (Matteo 12,41). Risultato? La pretesa della chiesa di moralizzare il mondo, la mia pretesa di convertire la parrocchia, la tua pretesa di chiedere conversioni altrui, diventano paradossalmente la fossa dove cadiamo, la pietra di inciampo e di scandalo.
Convertitevi e credete al vangelo.
Guardare, chiamare, lasciare, seguire: quattro verbi narrativi e teologici.

  1. Vide. È uno sguardo che punta su di me, mi mette a fuoco dalla folla, mi tira fuori dal mucchio grigio e anonimo della massa. Nel racconto del giovane ricco, lo sguardo esprime una intensa vibrazione di affetto: “fissatolo, lo amò” (Mc 10,21). Questa dello sguardo è una costante strutturale dei racconti biblici di chiamata: «Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi”. Egli, alzatosi, lo seguì» (Marco 2,14). «Il Signore vide che Mosè si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”» (Esodo 3,4). Pare che dopo questi sguardi, fin dal grembo materno (cfr. Gal 1,15; 4,9), le cose non restino più quelle di prima, e la persona è destinata a diventare altra.
  2. Chiamò. Questa chiamata non accade durante una solenne liturgia al tempio nella città santa, come avvenne per il profeta Isaia, o mentre recitano salmi o fanno un digiuno rituale o un pellegrinaggio; li raccoglie nell’esercizio del loro duro mestiere, nel contesto feriale di una riva del lago di Galilea. A questo punto lo sguardo si fa voce. E’ Lui che chiama personalmente i discepoli, mentre nel giudaismo erano i discepoli che si sceglievano il rabbi. E’ una chiamata deduttiva: «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre» (Geremia 20,7). “Vi farò diventare pescatori di uomini”. Marco per dire “pescatori” usa il termine greco “alieis”, Luca, più fine, usa il termine greco zogron (Lc 5,10) dal verbo zôgreô che letteralmente significa “catturare viventi”. Pietro e i suoi compagni saranno dei pescatori speciali: prenderanno i pesci-uomini non per farli morire, ma per farli rivivere. Infatti il “mare” – secondo la mentalità biblica – è simbolo del “male”.
  3. I verbi del discepolo: lasciare, seguire, verbi che dicono un distacco radicale (dal lavoro, dagli affetti) e una sequela immediata, generosa, totale. Ma una risposta così deve avere una spiegazione necessaria e sufficiente. L’unica ragione di tutto è in quel pronome personale: seguite-me. I quattro pescatori seguono Gesù “subito”, insiste Marco. Forse non perché conoscono le sue dottrine o regole di vita, ma perché lo sentono affidabile, gli fanno credito e gli consegnano tutto il loro futuro. Ancora una volta è credere/fidarsi/affidarsi il primo verbo per il discepolo, un verbo che contiene tutti gli altri: lasciare, seguire, testimoniare… È il verbo che proclameremo nella liturgia per declinarlo poi – subito – nella vita.

Mentre gettavano le reti.
 Chiamati non durante un Corso intensivo di esercizi spirituali, ma in ambiente e orario di lavoro. I battezzati laici hanno una propria vocazione in forza del Battesimo. C’è carenza di preti, ma più ancora di laici battezzati che vivano con più coscienza ed entusiasmo il loro servizio evangelico così come, per esempio, lo prospetta il Decreto sull’apostolato dei laici[3]: «Tutti i laici facciano gran conto della competenza professionale, del senso della famiglia, del senso civico e di quelle virtù che riguardano i rapporti sociali, come la correttezza, lo spirito di giustizia, la sincerità, la cortesia, la fortezza di animo: virtù senza le quali non ci può essere neanche una vera vita cristiana».

Fratel Carlo Carretto[4] ebbe a dire parole indigeste: « Francesco d’Assisi non volle essere prete perché aveva il carisma di sviluppare nella Chiesa una delle più grandi idee della mistica di tutti i tempi, l’idea del sacerdozio di tutti i battezzati, quella che in gergo teologico chiamiamo “sacerdozio dei fedeli”. Per molto tempo fui convinto che esistesse solo il sacerdozio dei preti e che il compito sacerdotale fosse demandato, come in antico, alla tribù di Levi. Io non sono un prete, ma quando offro me stesso e le creature che mi circondano al mio Altissimo Signore mi sento profondamente sacerdote. Non dimentichiamolo: nel battesimo diveniamo tutti sacerdoti. Ma che pericolo può correre la Chiesa di Gesù nell’affermare con forza che tutti i battezzati, uomini e donne, piccoli e grandi, sapienti e ignoranti, sono a pieno titolo sacerdoti? Tutti! Anche i peccatori! E lo sono non per loro merito, ma perché innestati in Cristo col battesimo diventano in Lui santi, profeti, sacerdoti (1°Lettera di Pietro 2, 9). Perché allora predicare con tanta insistenza questa grandezza solo per coloro che saranno ordinati preti dal Vescovo? E dare l’impressione, e non solo l’impressione, che i laici sono i paria della Chiesa e che non contano proprio nulla? Si direbbe proprio che ciò che conta per la Chiesa è il sacerdozio ministeriale e per esso consacra tutte le sue energie e aspirazioni. Il resto? Un riempitivo, una massa anonima. Una mucca da mungere quando occorrono i mezzi. Un panorama di teste a cui rivolgere rimproveri o consigli assennati».

Come i laici potranno esprimere il “lasciare barca, reti, parentele e seguire Lui”? Sapresti narrare le tue vocazioni?


[1] I “Settanta” traducono in greco dall’ebraico “metenòesen o theos”; dove il verbo metanoeô significa appunto convertirsi . La traduzione pare che sia stata fatta nei secoli II-I a.C.
[2] http://www.stpauls.it/jesus03/0306je/0306je42.htm
[3] Paolo VI (18 novembre 1965) Cap. 1 n. 4
[4] Carlo Carretto, nato ad Alessandria nel 1910 e morto a Spello nel 1988, ricoprì la carica di presidente dell’Azione Cattolica Italiana. Successivamente, entrò a far parte della congregazione laica dei piccoli fratelli di Gesù, fondata nel 1933 da Renè Voillaume




17 gennaio 2021. Domenica 2a ord
ANDARE, VEDERE, DIMORARE.

Domenica 2ª Tempo ordinario B

 Preghiamo. O Dio, che riveli i segni della tua presenza nella Chiesa, nella liturgia e nei fratelli, fa’ che non lasciamo cadere a vuoto nessuna tua parola, per riconoscere il tuo progetto di salvezza e divenire apostoli e profeti del tuo regno. Per Cristo nostro Signore. Amen
Dal primo libro di Samuèle 3,3b-10.19
In quei giorni, Samuèle dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore chiamò: «Samuèle!» ed egli rispose: «Eccomi», poi corse da Eli e gli disse: «Mi hai chiamato, eccomi!». Egli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire!». Tornò e si mise a dormire. Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuèle!»; Samuèle si alzò e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quello rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». In realtà Samuèle fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: «Samuèle!» per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. Eli disse a Samuèle: «Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”». Samuèle andò a dormire al suo posto. Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuèle, Samuèle!». Samuèle rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta».Samuèle crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.
 Salmo 39 (40) R. Ecco, io vengo, Signore, per fare la tua volontà.
Ho sperato, ho sperato nel Signore, ed egli su di me si è chinato, ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo, una lode al nostro Dio.
Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».
«Nel rotolo del libro su di me è scritto di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel mio intimo».
Ho annunciato la tua giustizia nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra, Signore, tu lo sai.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 6,13-15.17-20
Fratelli, il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza.  Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo.  Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!
Dal vangelo secondo Giovanni 1,35-42
In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro. 

ANDARE, VEDERE, DIMORARE. Don Augusto Fontana
La chiamata dei discepoli e quella di Samuele potrebbero affondare le loro radici in un evento narrato nel del Libro dell’Esodo (3, 2-6): l’incontro di Mosè con il Roveto ardente sul monte Oreb:  L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: «Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?».  Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: «Mosè, Mosè!».  Rispose: «Eccomi!».  Riprese: «Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!».  E disse: «Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe».  Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio.
Dunque «Voglio avvicinarmi a vedere…Non avvicinarti, togliti i sandali» che fa da contrappunto alla pagina evangelica: «“Maestro, dove dimori?”». Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui».
Fonte di questa attrazione è un misterioso fascino, come ci confida Geremia in una pagina autobiografica (20, 7-9): «Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me. Così la parola del Signore è diventata per me motivo di scherno ogni giorno. Mi dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più in suo nome!”.  Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo».
E’ Dio ad avere l’iniziativa, come indica il vecchio sacerdote Eli al giovane apprendista profeta nel racconto che, forse, viene tramandato per spiegare il passaggio dalla centralità del sacerdozio rituale alla centralità del profetismo. La parola di Dio passa dal sacerdozio al profetismo, come una parola nuova e libera di Dio, più legata alla giustizia o ingiustizia nei confronti dei poveri che agli intrallazzi tra tempio e reggia. Samuele sarà voce del popolo di fronte agli errori e agli abusi della monarchia nascente, e non mera giustificazione del potere da parte della religione. Come ci ricorda il Salmo Responsoriale, l’essenziale è compiere la volontà di Dio, la sua prevalente attenzione per la giustizia nei confronti dei deboli piuttosto che ai sacrifici rituali.
Anche nel racconto evangelico la vocazione è un’attrazione, una seduzione. Qui la chiamata di Dio viene mediata da Gesù che si aggancia al desiderio e alla domanda curiosa dell’essere umano che cerca: «”Rabbì, dove dimori?”…”Venite e vedrete”». La risposta al fascino inizia con un seguire e un vedere e finisce con un restare a vivere con Lui: «Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno dimorarono con lui».
E’ il tema della chiamata, della vocazione. Ma attenzione ai riflessi condizionati: quasi istintivamente si pensa alla vocazione sacerdotale o religiosa. La Bibbia ci parla di chiamata come qualcosa che riguarda tutti. Dio per ciascuno di noi ha la strategia adatta, le ore sempre aperte. La chiamata non è condizionata da fasce orarie, come certi sportelli di ufficio, dalle…alle…
Se siamo solo attenti e ci sforziamo di riconoscere la sua voce, le sue chiamate sono tante e quotidiane. “Sto alla porta e busso. Se qualcuno mi aprirà, noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui“. (Apocalisse 3).
Gesù non si autoconsegna a scatola chiusa. Gesù vedrà (e vede) tentennare i suoi. «Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Forse anche voi volete andarvene?”» (Gv 6,66-67).
Sordità, fracasso, agitazione, superficialità, attivismo religioso, mode sono virus pericolosissimi per i quali non esiste vaccinazione preventiva e garantista.
Mentre i due credono di cercarlo, è Gesù che li nota, li sceglie, si volta e chiede “Che cercate?” ed essi rispondono secondo le loro possibilità: “Maestro, dove dimori?“. Per loro Gesù è un maestro come tutti gli altri, un uomo come tutti gli altri, che ha una casa e che si può visitare, per fare la richiesta di entrare nel club dei suoi discepoli. Ma Gesù non risponde indicando un luogo preciso. Nel tipico stile giovanneo, la sua risposta è allusiva e simbolica: “venite e vedrete“, ma la casa di Gesù non è indicata, e la frase successiva la potremmo rendere così: ” Dunque andarono e videro dove DIMORAVA e quel giorno DIMORARONO presso di lui”. Da notare che le famose parole della parabola della vite usano lo stesso verbo: “Io sono la vite e voi i tralci: DIMORATE in me, e io in voi“, e ancora “DIMORATE nel mio amore”. L’evangelista fa passare in secondo piano il luogo fisico dell’abitazione di Gesù, e mette in rilievo lo stare con lui. Ciò che i discepoli devono “vedere” non è un luogo, ma la persona di Gesù.
Dove e quando potrò fare esperienza di Gesù? Proviamo a pensare ad alcune frasi di Gesù:  – “Io sono con voi tutti i giorni ” (Mt 28,20).  – “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro“. (Mt 18,20) – “Questo è il mio corpo“.  “Avevo fame e mi avete dato da mangiare” (Mt 25).
Il filosofo Kierkegaard scriveva nell’Esercizio del cristianesimo: «Signore Gesù Cristo Tu non sei venuto al mondo per essere servito e quindi neppure per farti ammirare o adorare nell’ammirazione. Tu eri la via e la vita, Tu hai chiesto solo “imitatori”. Salvaci dall’errore di volerti ammirare o adorare nell’ammirazione invece di seguirti e assomigliare a Te».  Da Gesù si va non per riceverne rivelazioni metafisiche o donare sguardi adoranti quanto per condividerne, come possiamo, il suo servizio. E la sua preghiera.