29 novembre 2020. Domenica 1 Avvento

Avvento Prima domenica 2020

Preghiamo. O Dio, nostro Padre, nella tua fedeltà che mai vien meno, ricordati di noi, opera delle tue mani, e donaci l’aiuto della tua grazia, perché attendiamo vigilanti con amore irreprensibile la gloriosa venuta del nostro redentore, Gesù Cristo tuo Figlio.
Dal libro del profeta Isaìa 63,16-17.19; 64,2-7
 Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, cosi che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te  sussulterebbero i monti. Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti. Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te,  abbia fatto tanto per chi confida in lui. Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità. Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani.
Salmo 79  Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Tu, pastore d’Israele, ascolta, seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci.
Dio dell’universo, ritorna! Guarda dal cielo e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato, il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Sia la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 1,3-9
Fratelli, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo! Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza.  La testimonianza di Cristo si è stabilita tra voi così saldamente che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi renderà saldi sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro!
Dal Vangelo secondo Marco 13,33-37
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:  «Tenete gli occhi aperti {blepete}, state svegli {agrupneite}, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare {gregoré}. Vegliate {grêgoreite}  dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate! {grêgoreite}».

 

AL DI LA’ DELLA NOIA: SE TU SQUARCIASSI I CIELI. Don Augusto Fontana

Io vi vengo incontro, ma voi vigilate!
Oggi c’è chi nutre ancora attese significative di giustizia e santità ma, a causa della dilazione e dei ritardi, rischia di entrare nella massa di chi non attende più nulla. E mi scopro fra questi. Ci occorre un supplemento di pazienza attiva, di resistenza. C’è un’inquietudine della coscienza che è indizio di sensibilità, di vita, di fede. Con lo scrittore francese Julien Green potremmo dire “Quando si è inquieti si può stare tranquilli”. Non nutriamo più alcuna attesa significativa, soprattutto noi vecchi. Abbiamo gli occhi disillusi rivolti in basso. Ma ce n’è anche per i più giovani: benessere, distrazioni, banalità e superficialità sono come una rete che imprigionano il cervello. L’evangelista Matteo scriveva: “In quei giorni gli uomini mangiavano e bevevano, si sposavano, fino a quando Noè entrò nell’arca e non si accorsero di nulla finchè venne il diluvio e inghiottì tutti” (Mt. 24, 38-39). Serve un supplemento di fame e sete, di orizzonti più vasti, di utopie.
Oggi c’è chi è soddisfatto della propria posizione religiosa e si è assestato con gli occhi rivolti indietro o dentro. Non sospettano che Dio possa essere diverso nè che possa chiedere altro, oltre quello che loro sanno dare. I tempi di Avvento e Natale pronunciano le parole dell’attesa, del compimento, dell’incontro, dell’intimità e della festa.
Tempi, questi che viviamo, di immonde stupidità politiche. Siamo annoiati dalla rapidità malsana con cui gli eventi si clonano di padre in figlio, di generazione in generazione. Capita a tutti di essere colpiti dalla noia. La nostra vita è ripetitiva in pensieri, parole, opere e omissioni. Accade così che davanti a questa monotonia storica e quotidiana noi ci annoiamo o restiamo sempre in attesa di un qualche evento straordinario che ci risvegli dal torpore della noia. Noia del luogo in cui ci troviamo, delle opere in cui siamo coinvolti e, addirittura, delle persone che ci stanno intorno: un continuo dormiveglia.
E ormai lontana la chiusura del Concilio Vaticano II in quel 8 dicembre del 1965 per riuscire a risvegliare la voglia di tastare il viso alla chiesa cercando di scorgervi la nascita di un sorriso.
Dagli anni ’60 la chiesa guardò a se stessa e si vide vecchia e atrofizzata. E Giovanni XXIII, un santo sognatore, convocò un Concilio Ecumenico. “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini di oggi, soprattutto dei poveri e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, E nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Gaudium et Spes, 1ss). Parole dei padri conciliari, che ancora oggi costituiscono l’acceleratore per una chiesa che è tornata ad essere conservatrice e a svernare in letargo. Papa Francesco ha impedito che il Concilio cessasse di essere una buona notizia. Guardando oggi di nuovo a noi-chiesa ci chiediamo: siamo tornati indietro? Anche il laicato cristiano è simile a quei bambini che, iniziando a camminare, hanno paura se cadono e riprendono nuovamente a desiderare le antiche sicurezze di box deresponsabilizzanti e protettivi, di fibbie reggenti devozionali e guinzagli clericali contenitivi. Un ampio settore dei responsabili ecclesiastici preferisce il freno all’acceleratore, il sospetto nei confronti dell’uomo piuttosto che la fiducia in lui, il potere più che il servizio, la difesa della sua struttura più che la lotta per la causa dei poveri. Non tutta la chiesa, grazie a Dio. Perché ci sono settori di noi-chiesa che guardano meno alla struttura e più a Gesù, più a quelli di sotto e meno a quelli di sopra. E’, senza dubbio, il frutto di quel Concilio che potremmo rischiare di spegnere. Questa noi-chiesa fiorisce ovunque nei piccoli gruppi o comunità, nella periferia delle grandi città, nei quartieri, nelle associazioni popolari, dentro e fuori i nostri limiti geografici. 

Dal libro della Parola.
L’Avvento di quest’anno si apre con un brano di Isaia e uno di Marco che descrivono due movimenti:

  1. C’è una venuta, un ritorno, un viaggio del Signore verso l’uomo. E’ descritto come evento sospirato “Se tu squarciassi i cieli e discendessi!”. Con Gesù, Dio ha ribadito la sua rottura dallo splendido isolamento e “ha squarciato i cieli”, “è disceso”, è “andato incontro a quanti si ricordano delle sue vie”. La rottura dell’imene segna l’interruzione fisica della verginità femminile. L’imene della trascendenza di Dio, con Gesù si è lacerata, squarciata. Dio non è più vergine.
  2. Ma la parabola di Marco dipinge il secondo movimento, quello umano. Tre imperativi scandiscono le tre parti del brano di oggi: “State attenti, vegliate, vigilate” (blepô, agrupneô, gregoreô). Anche il testo di Isaia sottolinea l’esigenza di questa reazione umana davanti alla venuta del Signore: “Non vagheremo più lontano dalle tue vie, praticheremo la giustizia, ci ricorderemo delle tue vie e riconosceremo che siamo stati ribelli e abbiamo peccato contro di te”.

Uno dei verbi usati da Marco è, in greco, gregorein (vegliare) che è molto vicino all’altro usato per la Risurrezione (egheirein= alzarsi in piedi). Ambedue descrivono l’esigenza di uscire dalle nebbie e dall’immobilità. Per meglio illustrare il suo pensiero Marco cita la parabola del portiere notturno. Secondo l’uso romano la notte è divisa in 4 veglie o vigilie: sera, mezzanotte, canto del gallo, alba. Molto sapientemente Marco stesso fa riferimento a 4 precisi eventi di Gesù e della Chiesa: la sera del tradimento di Giuda (Mc.14, 17); la notte del processo e della condanna (Mc. 14,64);  l’ora del canto del gallo e del tradimento di Pietro (Mc. 14,72); il mattino in cui Gesù viene consegnato a Pilato per essere crocifisso ( Mc.15, 1).
Dunque Gesù può tornare alla sera quando il discepolo tradisce Gesù o è tradito dai suoi familiari, colleghi, amici, confratelli; nel cuore della notte quando il discepolo condanna Dio o viene ingiustamente condannato; al canto del gallo quando Gesù viene rinnegato o al discepolo viene negata dignità; al mattino quando la vita scivolerà verso la morte.
Ecco perchè nel tempo dell’uomo (Kronos) scorre il tempo di Dio (Kairos). Ecco allora il richiamo alla vigilanza, non come incubo che Dio venga a guardare nel nostro fogliame ed esigere i frutti, ma come tempo dell’incontro descritto dal Cantico: «Io dormo, ma il mio cure veglia. Un rumore! E’ il mio amato che bussa: “Aprimi sorella mia, mia amica, mia colomba, mia perfetta”» (Cantico 5,2).
Ecco il richiamo alla vigilanza per evitare, come dice Marco poche righe più avanti, di addormentarci come i discepoli nel Getsemani nel torpore. Vegliare significa attrezzarsi per un lungo periodo, essere uomini del presente con lo sguardo rivolto al futuro o al profondo. Forse per questo finalmente ho trovato gente che attende, e l’ho trovata tra i detenuti, uomini dalla furbizia acuta e incontenibile, insonne a cercare pretesti per uscire, occasioni per evadere, astuzie per ottenere sconti. In carcere si dorme, ma sognando. Anche qualche ergastolano mi diceva: «Quando uscirò verrò a prendere un caffè da te». Così mi piace, questa umanità insonne, irrequieta, vispa, rumorosa, lagnosa, scontenta, immobilizzata da condanne ma ondeggiata dal vento di piccole e grandi speranze.
La comunità/chiesa, lasciata nelle mani di Pietro e dei suoi, quando Gesù andò all’estero (morte e resurrezione) non fu vigile. In quel primo rendimento di conti, che fu la passione di Gesù, tutti dormirono, non riconoscendo in quel Gesù povero, spogliato, fallito e umiliato il “Figlio dell’Uomo”.
Proprio qui, in questo sentimento di dormiveglia intossicata, nasce l’invocazione che caratterizza l’Avvento, quell’invocazione accorata che leggiamo nel profeta Isaia: «Se tu squarciassi i cieli e scendessi!». Come sarebbe bello se ci accorgessimo che qualcosa di davvero nuovo sta accadendo nella nostra vita; se finalmente ci si accorgesse che Qualcuno rompe la monotonia dei giorni che passano; se fosse definitivamente bandito il torpore della noia che ci sfianca. Come sarebbe bello se il tempo riacquistasse senso e pienezza, se il lavoro ritrovasse fantasia e serenità[1], se riscoprissimo gli altri come fratelli da godere.
Papa Francesco nella Evangelii gaudium si dilunga a fare analisi impietose sulle cancrene della società e della chiesa ma dissemina il messaggio di stimoli e speranze: «L’ansia odierna di arrivare a risultati immediati fa sì che gli operatori pastorali non tollerino facilmente il senso di qualche contraddizione, un apparente fallimento, una critica, una croce. Così prende forma la più grande minaccia, che è il grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa, nel quale tutto apparentemente procede nella normalità, mentre in realtà la fede si va logorando e degenerando nella meschinità. Si sviluppa la psicologia della tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mummie da museo. Delusi dalla realtà, dalla Chiesa o da se stessi, vivono la costante tentazione di attaccarsi a una tristezza dolciastra, senza speranza…La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo della zizzania»[2].  E per 7 volte termina i suoi paragrafi con inviti alla vigilanza: «non lasciamoci rubare l’entusiasmo missionario!… non lasciamoci rubare la gioia dell’evangelizzazione!… Non lasciamoci rubare la speranza!… Non lasciamoci rubare la comunità!… Non lasciamoci rubare il Vangelo!… Non lasciamoci rubare l’ideale dell’amore fraterno!… Non lasciamoci rubare la forza missionaria!».
Quindi Avvento è celebrazione dell’attesa escatologica, della speranza espressa dalla preghiera ardente delle prime comunità cristiane: “Vieni, o Signore Gesù! Maràna thà!” a cui egli risponde: «Sì, vengo presto! Amen» (cf. Apocalisse 22,20; 1Corinti 16,22). Per gli ebrei che hanno familiarità con le Sante Scritture e la viva tradizione rabbinica, è un tema ricorrente quello del silenzio, della lontananza e del nascondimento di Dio. Ne troviamo traccia in molti salmi e in vari brani dei profeti; in Isaia abbiamo quasi una definizione del Dio d’Israele che punta proprio su questo aspetto: “Veramente tu sei un Dio nascosto” (45,15); così nel salmo 10,1: “Perché Signore, stai lontano e nel tempo dell’angoscia ti nascondi?” Anche la prima lettura di questa domenica vi fa riferimento: “perché Signore ci lasci vagare lontano dalle tue vie?… Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” (Is 63,17-19).  I cieli appaiono chiusi e Dio sembra restare irraggiungibile anche per tanti uomini e donne del nostro tempo che si sentono abbandonati, che sono preda dell’ingiustizia, della miseria, della guerra e delle malattie.
Il credente sa da dove viene il male: “Abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli, siamo tutti rinsecchiti come le foglie d’autunno…Siamo come un pannolino di una donna mestruataNessuno invocava il tuo nome, nessuno si riscuoteva per stringersi a te: tu avevi nascosto il tuo volto”. Questa consapevolezza ci toglie ogni possibilità di accampare diritti davanti a Dio. Eppure il vero credente non smette di porre tutta la sua fiducia in Dio e osa dire: “ma tu sei nostro padre! Noi siamo argilla… in fondo restiamo pur sempre opera delle tue mani…” (cf. Isaia 63,16; 64,7). Dio non è l’avversario pronto a coglierci in fallo. Ecco perché si può avere la sfrontatezza di ricorrere a lui anche quando si è stati e si è ancora infedeli. Perché “Egli è fedele e ci confermerà irreprensibili fino alla fine, fino al giorno del Signore” (2a lettura).


[1] Il premio Nobel per la pace Muhammad Yunus, bengalese, con la sua Grameen Bank ha istituzionalizzato i piccoli prestiti che hanno consentito di creare sviluppo economico e sociale dal basso. Durante una sessione in remoto di Economy of Francesco, rivolgendosi ai giovani ha chiesto di essere “Not job seekers, but job creators”, non cercatori di lavoro, ma creatori di lavoro.
[2] EG, alcuni passi da n. 82, 83, 84




22 novembre 2020. Festa Pasquale di Cristo re.
Il volto di un re senza corona.

FESTA PASQUALE di CRISTO RE.

Preghiamo.  O Padre, che hai posto il tuo Figlio  come unico re e pastore di tutti gli uomini,  per costruire nelle tormentate vicende della storia il tuo regno d’amore, alimenta in noi la certezza di fede che un giorno, annientato anche l’ultimo nemico, la morte, egli ti consegnerà l’opera della sua redenzione, perché tu sia tutto in tutti.  Egli è Dio, e vive e regna con te…
Dal libro del profeta Ezechièle 34,11-12.15-17
 Così dice il Signore Dio: Ecco, io stesso cercherò le mie pecore e le passerò in rassegna. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine.  Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia. A te, mio gregge, così dice il Signore Dio: Ecco, io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capri.
Salmo 22. Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare.  Ad acque tranquille mi conduce.
Rinfranca l’anima mia,  mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo;  il mio calice trabocca.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi 15,20-26.28
 Fratelli, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti. Perché, se per mezzo di un uomo venne la morte, per mezzo di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti. Come infatti in Adamo tutti muoiono, così in Cristo tutti riceveranno la vita.  Ognuno però al suo posto: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo. Poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza.  È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico a essere annientato sarà la morte.  E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.
Dal Vangelo secondo Matteo 25,31-46
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.  Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

IL VOLTO DI UN RE SENZA CORONA. Don Augusto Fontana

L’ultima Domenica dell’Anno liturgico ha tutte le connotazioni della festa di Pasqua. La festa, di fatto, celebra in sintesi tutto il mistero di Cristo nel tempo: «Cristo ieri, oggi e sempre; a lui gloria e potenza nei secoli in eterno…Ad un certo punto, durante la cena, si alzò da tavola, si tolse il mantello, si aggiustò un asciugamano attorno ai fianchi, versò dellacqua in una bacinella e cominciò a lavare i piedi ai discepoli e ad asciugarli con lasciugamano che aveva davanti…E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello rosso; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi…[1]».
La festa fu istituita da Pio XI nel 1925 per reagire al laicismo: se Cristo è Re, vuol dire che la chiesa è Regina! Ciò è avvenuto sia in epoche di clericalismo e sia in epoca laicista quando la Chiesa rivendicò leadership per il traino di legislazioni a favore delle proprie strutture e per la salvaguardia di valori ritenuti irrinunciabili. E’ anche vero che con il franare del regime di cristianità, la società rischia di mettere in causa una giusta concezione della regalità di Cristo relegandola al puro ambito dello spirito e delle sacrestie, ma ciò non giustifica nostalgie bigotte ed integraliste; semmai spinge i cristiani ad inventare nuove forme dolci e convincenti di presenza nella convivenza sociale evitando forme di massoneria o di lobbys cattoliche. Scrive Olivier Clément in IL POTERE CROCIFISSO:  «A poco a poco capiremo che il cristianesimo non è un’ideologia che aspira ad essere imposta con la forza dello Stato. I mezzi del potere sono estranei al cristianesimo che sarà sempre più un fermento, una luce, una profezia, un esempio che non impone nulla e si presenta nell’umiltà»[2].

Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa ridare anche consistenza al ruolo sacerdotale e liturgico di ogni battezzato. Benchè piccola e balorda che sia, ogni assemblea liturgica anticipa nel tempo la liturgia finale del regno.

Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa mantenere vivo il sospetto contro le subdole idolatrie moderne pubbliche e private.

Riconoscere e celebrare Cristo-Re significa che ogni battezzato dovrà scoprire il valore sacramentale e salvifico della sua prassi messianica nel lavoro, in famiglia, nel volontariato, nel rispetto della creazione e della vita, nell’accoglienza dei piccoli, nella riammissione degli esclusi.

QUANDO E DOVE VEDRO’ IL VOLTO DI DIO?

«L’anima mia ha sete del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Salmo 41,3). Alzi la mano chi non sente questo punto interrogativo piantato nella carne. Nella mia carne ha aperto la sua ferita e ormai sta suppurando e infettando i miei ultimi tempi di vita.
Quando e dove ti vedo, Dio misterioso e nascosto? «Veramente tu sei Dio nascosto/misterioso» (Isaia 45,15). Non sono il solo in questa inquieta domanda «Quando?»: « i suoi discepoli gli si avvicinarono e, in disparte, gli dissero: “Dicci quando accadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo”»(Matteo 24,3). Pure loro, i discepoli della Risurrezione, «Quando lo videro, gli si prostrarono innanzi; alcuni però dubitavano» (Matteo 28,17).

Signore, tu ci hai detto che sei VOCE/PAROLA: «Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3,20).

Signore, ti sei consegnato come PANE: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno» (Giovanni 6,51).

Signore, oggi tenti di consegnarci il terzo e ultimo sintomo della tua presenza, i POVERI. L’ultima orma che lasci passando fra noi, la scia di profumo lieve per cercatori inquieti come me: «Quanto avete fatto a uno dei minimi miei fratelli, l’avete fatto a me».

Nel Vangelo di oggi per cinque volte leggiamo gli avverbi «allora» e «quando»[3]. «Allora» enfatizza il futuro, l’avvento, la venuta che ci sta venendo incontro: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria…». Eppure Gesù ci indica che il «quando» futuro inizia già oggi, ora:

  • «“ Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato…. » .
  • E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”».

Il cap. 25 di Matteo ci ha accompagnato nelle due domeniche precedenti abituandoci a questa tensione fra l’ «allora» e l’ «oggi», il tempo sospeso tra attesa e responsabilità: ora bisogna acquistare l’olio delle lampade (v.1-13), ora bisogna moltiplicare i talenti donati (v. 14-30).
Il “discernimento” che il Signore farà fra noi «allora, quando verrà…», ce lo tiriamo addosso «ora», accogliendo i “minimi tra i fratelli” o restando indifferenti.
«Gli rispose Gesù: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Matteo 22,37-39). Il volto del Crocifisso ha il volto di tutti i poveri della terra. Ogni altro è sempre l’Altro perché il “Verbo che era Dio… si fece carne”(Giov. 1,14).

Così si è chiuso il cerchio, per una flebile risposta alla mia domanda “Quando vedrò il tuo volto?”.

Nella Parola, nel Pane spezzato, nei poveri. Forse ce la posso fare mettendo, come Tommaso, le dita nelle tue ferite, nelle stigmate della tua passione: affamati, assetati, senza tetto né vestiti, malati, stranieri, carcerati.

Papa Francesco ha scritto: «“Tendi la tua mano al povero” (cfr Sir 7,32). La sapienza antica ha posto queste parole come un codice sacro da seguire nella vita. Esse risuonano oggi con tutta la loro carica di significato per aiutare anche noi a concentrare lo sguardo sull’essenziale e superare le barriere dell’indifferenza. La povertà assume sempre volti diversi, che richiedono attenzione ad ogni condizione particolare: in ognuna di queste possiamo incontrare il Signore Gesù, che ha rivelato di essere presente nei suoi fratelli più deboli (cfr Mt 25,40)[4].


[1] Lettera agli Ebrei 13,8; Apocalisse 1,6; Giovanni 19,1-3; Giovanni 13,4-5.
[2] Ed,Qiqajon, Bose, 1999, pag. 64.
[3] Elaboro un commento di Silvano Fausti, Una comunità legge il vangelo di Matteo, EDB
[4] Messaggio di Papa Francesco per la 4a giornata mondiale dei poveri. 15 novembre 2020. http://www.vatican.va/content/francesco/it/messages/poveri/documents/papa-francesco_20200613_messaggio-iv-giornatamondiale-poveri-2020.html




15 novembre 2020. Domenica 33a
IL SERVO PIGRO

La prima lettura è una famosa pagina biblica dedicata, ad una prima impressione, alla “donna forte”. Ci possiamo permettere di riferire questa donna alla Chiesa, comunità Sposa, Signora, come la chiama Giovanni nella sua 2a Lettera (1-5) « Io, il presbitero, alla eletta Signora (eklekte kurìa) e ai suoi figli che amo nella verità…». Teniamo presente che il libro dei Proverbi non vuole essere un libro dogmatico, ma un libro di sapienza popolare. L’intenzione è voler tradurre nella pratica quotidiana i grandi Comandamenti della Torah, della Legge di Dio. Il libro è un riflesso della cultura maschilista di quei tempi.  Sarebbe anacronistico prendere come “volontà divina” il modello di donna che ci offre questo testo. Modello francamente migliorabile!

Preghiamo. O Padre, che affidi alle mani dell’uomo tutti i beni della creazione e della grazia, fa’ che la nostra buona volontà moltiplichi i frutti della tua provvidenza; rendici sempre operosi e vigilanti in attesa del tuo giorno, nella speranza di sentirci chiamare servi buoni e fedeli, e così entrare nella gioia del tuo regno. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro dei Proverbi 31,10-13.19-20.30-31
Una donna forte chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore. In lei confida il cuore del marito e non verrà a mancargli il profitto. Gli dà felicità e non dispiacere per tutti i giorni della sua vita. Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani. Stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso. Apre le sue palme al misero, stende la mano al povero. Illusorio è il fascino e fugace la bellezza, ma la donna che teme Dio è da lodare. Siatele riconoscenti per il frutto delle sue mani e le sue opere la lodino alle porte della città.

Salmo 127 Beato chi crede nel Signore e cammina nelle sue vie.
Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.

Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene.
La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come rami d’ulivo intorno alla tua mensa.
Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita!
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 5,1-6
Riguardo ai tempi e ai momenti, fratelli, non avete bisogno che ve ne scriva; infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro di notte. E quando la gente dirà: «C’è pace e sicurezza!», allora d’improvviso la rovina li colpirà, come le doglie una donna incinta; e non potranno sfuggire. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri.

Dal Vangelo secondo Matteo (25, 14-15.19-21)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

UN SERVO PIGRO. Don Augusto Fontana
Che donna!
La prima lettura è una famosa pagina biblica dedicata, ad una prima impressione, alla “donna forte”. Ci possiamo permettere di riferire questa donna alla Chiesa, comunità Sposa, Signora, come la chiama Giovanni nella sua 2a Lettera (1-5) « Io, il presbitero, alla eletta Signora (eklekte kurìa) e ai suoi figli che amo nella verità…». Teniamo presente che il libro dei Proverbi non vuole essere un libro dogmatico, ma un libro di sapienza popolare. L’intenzione è voler tradurre nella pratica quotidiana i grandi Comandamenti della Torah, della Legge di Dio. Il libro è un riflesso della cultura maschilista di quei tempi.  Sarebbe anacronistico prendere come “volontà divina” il modello di donna che ci offre questo testo. Modello francamente migliorabile! Occorre discernimento sui contenuti della Bibbia per cogliere la differenza tra ciò che in essa è “verità salvifica rivelata” e ciò che è semplicemente “genere letterario”, o elemento culturale della società da cui proviene un determinato testo. L’idea della donna, sposa, madre, casalinga e che lascia l’ambito del sociale al maschio, è ancora un modello culturale di buona parte dei cristiani. E’ molto importante reagire con pazienza ma efficacemente a questa confusione. Comunque, questa Signora non è certamente pigra come il servo della parabola di oggi. Eppure se la metto a confronto con quello che si è sentita dire Marta da Gesù (Lc. 10, 38-42) mi aumentano stupore, dubbi, curiosità.  

«Consegnò loro i suoi beni»[1].
La parabola dei talenti è senza dubbio il testo principale tra i tre di oggi. Matteo parla della venuta finale del Figlio dell’uomo e di seguito ci dice quali siano gli atteggiamenti adeguati nel tempo dell’attesa: la vigilanza sapiente (parabola delle dieci ragazze), l’impegno della fede affidabile (parabole dei talenti), l’impegno della carità (parabola del giudizio finale).

«Al di là dell’immagine dei talenti, che cos’è questo dono? Secondo Ireneo di Lione è la vita accordata da Dio a ogni persona. La vita è un dono che non va assolutamente sprecato, ignorato o dissipato. Secondo altri padri orientali, i talenti sono le Parole del Signore affidate ai discepoli perché le custodiscano, certo, ma soprattutto le rendano fruttuose nella loro vita, le mettano in pratica fino a seminarle copiosamente nella terra che è il mondo»[2].
Scrive il biblista Maggioni[3]: «I talenti (contrariamente a quanto di solito si pensa) non rappresentano le capacità che Dio ha dato a ciascuno, ma le responsabilità o i compiti che a ognuno vengono affidati. Di­fatti, la parabola racconta che il padrone diede i talenti «secondo le capacità di ciascuno». I primi due servitori (il secondo è la ripetizione del primo) sono l’immagine della operosità e della intraprendenza. Sono perciò definiti «buoni e fedeli[4]». Il terzo invece è passivo, non corre rischi, ma si limita a conservare; perciò è definito «malvagio e pigro». Il contrasto è dunque fra operosità e pigri­zia, intraprendenza e passività.  A questo punto va osservato che nell’economia della para­bola i primi due servitori hanno semplicemente la funzione di mettere in risalto – per contrasto – il comportamento del terzo, che diversamente da loro nasconde il suo tesoro in una buca. Anche le prime due scene di rendiconto hanno lo scopo di attirare l’attenzione sulla terza. È perciò chiaro che dobbia­mo concentrare l’attenzione sul comportamento del servo pigro e sul dialogo finale che è la chiave dell’intera parabola.  Il servo buono a nulla ha una sua idea di Dio che «miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso». Dunque c’è posto soltanto per la paura e la scrupolosa osservanza di ciò che è prescritto: nulla di più. Restituendo quanto ha ricevuto si ritiene sdebitato: «Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo denaro: ti rendo quanto mi hai dato». Anch’io sono tentato di ritenere giusto il ragionamento del servo, e ingiusta, invece, la pretesa del padrone. Ma l’ascoltatore della parabola è invitato a cambiare prospettiva: non più quel­la dell’obbedienza e della paura, ma la prospettiva dell’amore (o della fede) senza calcoli (non limitarsi a riconsegnare ciò che ha ricevuto). Questo servo è divenuto un burocrate pieno di scrupoli, ma senza alcuna intraprendenza. Il discepolo di Gesù deve stare davanti a Dio in un rapporto di amore, dal quale soltanto possono nascere il coraggio e la generosità.  L’evangelista Matteo ha inserito questa parabola nella sua catechesi sui “tempi ultimi e decisivi” per illustrare l’imperativo della vigilanza, che è il modo con cui il cristiano vive il ‘tempo presente’. Attendere il padrone significa assumere il rischio della propria responsabilità. Chi, al contrario, si chiude in se stesso per paura e rifiuta le occasioni che gli si offrono, diviene sterile. E’ forse questo il senso della frase enigmatica: «A chi non ha, sarà tolto anche quello che ha». Ovviamente, la parabola non intende essere una esaltazione della ‘efficienza’, del lavoro a cottimo, dell’attivismo nevrotico anche se pastorale. La prospettiva è evangelica. Non c’è posto per comunità intorpidite, rinunciatarie e paurose di fronte al progetto evangelico. Probabilmente il servo pigro non è l’uomo che non compie opere buone, ma l’uomo con­servatore e dimissionario, ripetitivo, pauroso di fronte a ogni rinnovamento dettato dalle esigenze evangeliche. E’ importante che i discepoli di Gesù valorizzino i doni loro affidati: “io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto” (Gv 15,16). Ricordiamo i frutti elencati da Paolo[5], i carismi che vanno utilizzati a servizio della comunità. Ricordiamo il rischio che ha corso il fico sterile in Lc 13,6-9.
I talenti nell’economia selvaggia.
La parabola dei talenti è stata interpretata laicamente come un elogio dell’impegno, dell’efficacia, del lavoro, del rendimento nella professione. Eppure il contesto di oggi è tale che questo messaggio, in se stesso buono e persino ingenuo, può rischiare di diventare funzionale all’ideologia dominante, il neoliberismo. Questo, in effetti, predica come grandi valori, l’efficacia, la creazione della ricchezza, il rendimento, l’aumento della produttività, la crescita economica, l’interesse bancario. Sono nomi moderni con cui alcuni furbetti traducono i “talenti”. Alcune frasi avallano direttamente principi neoliberisti. Pensiamo, per esempio, all’enigmatico versetto di Matteo 25,29: a colui che ha verrà dato e sarà nell’abbondanza, ma a quello che non ha gli verrà tolto anche quello che ha. Non sarà facile fare una predicazione che non faccia il gioco di un sistema che, per molti cristiani di oggi, sta agli antipodi dei principi cristiani[6].

Perciò suggerisco:
– che dalla parabola dei talenti non sia dedotta una glorificazione dell’efficacia attivistica e produttivistica, soprattutto in un sistema in cui questa riposa su delle coordinate strettamente individualiste.
– ricordare che non sono poche nei Vangeli le “sentenze enigmatiche”, (ne ricordo due: «chi non odia[7] suo padre e sua madre non può essere mio discepolo…»; oppure «io parlo loro in parabole perché ascoltando non comprendano»); frasi che senza la dovuta interpretazione andrebbero in una direzione contraria all’essenziale cristiano e che bisogna mantenerle nel loro statuto enigmatico, possibilmente migliorandone la traduzione.

L’efficacia, la produttività, l’efficienza…non sono male in linea di principio. Esiste una “efficienza” cristiana. Lo stesso Vangelo la presenta in altri passi, nella sua celebre inclinazione verso la prassi: «non chiunque mi dica “Signore, Signore!”, ma colui che fa la Parola», «beati piuttosto coloro che ascoltano la parola e la mettono in pratica…» e soprattutto il testo che mediteremo domenica prossima, dove il criterio del giudizio finale sarà precisamente ciò che avremo “fatto” a 6 categorie di poveri cristi.
L’efficacia accettata – e persino comandata – dal Vangelo è l’efficacia “per il Regno”, quella che è posta al servizio della causa della solidarietà e dell’amore. Non è l’efficacia di colui che riesce ad aumentare la rendita o quella di colui che riesce ad accaparrare mercati o quella di colui che ottiene fantastici guadagni da investimenti speculativi del capitale. L’efficacia per l’efficacia non è un valore cristiano e neanche umano. Dicono che il capitalismo, soprattutto nella sua espressione selvaggia attuale, sia “il sistema economico che crea maggiore ricchezza”, ma è altrettanto certo che lo ottiene aumentando simultaneamente l’abisso tra poveri e ricchi, la concentrazione della ricchezza a costo dell’espulsione dal mercato di masse crescenti di esclusi. Il criterio supremo, per noi, non è un’efficienza economica che produce ricchezza e distorce la società e la rende più squilibrata e ingiusta. «Non di solo pane vive l’uomo». Cristianamente non possiamo accettare un sistema che in favore della crescita della ricchezza sacrifica la giustizia, la fraternità e la partecipazione. Porre l’efficienza al di sopra di tutto questo, è una idolatria, è culto del denaro.
Siamo comunque invitati a non accontentarci di fare il minimo richiesto o indispensabile nel servizio al Regno; cosi come, forse, ci viene richiesto anche competenza e qualità nel servizio al Vangelo. “In ordinariis non ordinarius!”(Nelle cose ordinarie non essere banale!”) diceva S. Francesco di Sales, volendo portare la qualità totale fin nei dettagli più piccoli della vita ordinaria. Gesù si era lamentato che i figli delle tenebre sono più astuti dei figli della luce; ciò significa che l’astuzia non è male; il male sta nel porla a servizio delle tenebre e non della luce.  Enzo Bianchi propone un controcanto del finale della parabola: «A me piacerebbe che la parabola si concludesse altrimenti: così sarebbe più chiaro il cuore del padrone, mentre il cuore del discepolo sarebbe quello che il padrone desidera. Oso dunque proporre questa conclusione “apocrifa”: Venne il terzo servo, al quale il padrone aveva confidato un solo talento, e gli disse: “Signore, io ho guadagnato un solo talento, raddoppiando ciò che mi hai consegnato, ma durante il viaggio ho perso tutto il denaro. So però che tu sei buono e comprendi la mia disgrazia. Non ti porto nulla, ma so che sei misericordioso”. E il padrone, al quale più del denaro importava che quel servo avesse una vera immagine di lui, gli disse: “Bene, servo buono e fedele, anche se non hai niente, entra pure tu nella gioia del tuo padrone, perché hai avuto fiducia in me”. Anche così la parabola sarebbe buona notizia»[8].
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[1] Una cifra enorme. Un talento valeva 6000 denari. Un denaro era la paga base di un giorno di lavoro. Quindi il primo servo riceve il valore di 82 anni di lavoro; il secondo riceve il valore di 32 anni di lavoro; il terzo servo riceve 1 talento pari al costo di 16 anni di lavoro. Sommando, i 3 servi ricevono complessivamente il valore di 130 anni di lavoro.
[2] Enzo Bianchi. https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/11934-talenti
[3] Bruno Maggioni, Le Parabole evangeliche, Ed, Vita e pensiero.
[4] In greco il termine “pistòs” si traduce spesso con “credente, fedele, affidabile”.
[5] Galati 5,22: Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo.
[6] Papa Francesco nel 2013 aveva scritto in Evangelii gaudium n. 54  «Alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”  (trickle-down o “teoria dello sgocciolamento” ndr), che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare».

[7] In ebraico e aramaico non si ha il comparativo, ma si usano solo le forme assolute. Così, per dire “amare meno” si adotta l’estremo opposto all’ “amare”, cioè l’“odiare”.
[8] Enzo Bianchi, id.




8 novembre 2020.Domenica 32a
UN TEMPO TRA L’INVITO E LA FESTA

Un colpo di sonno al volante è drammatico. Una distrazione in stazione mi fa perdere l’ultimo treno del giorno. L’occasione opportuna passa e va; come il kairòs, direbbe la Bibbia, è un tempo in cui qualcosa di speciale accade e che io devo acchiappare al volo. Giacobbe, in quella notte sulle sponde del fiume Jabbok, «rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora». Una notte di veglia e di lotta con Dio (Genesi 32,25).  Anche i pastori di Luca 2,8 accolgono l’angelo del Signore mentre «vegliavano di notte». Con il salmo di oggi preghiamo: «O Dio, tu sei il mio Dio… penso a te nelle veglie notturne». Chiunque fra noi potrebbe raccontare occasioni perdute per sonnolenza invincibile oppure vigilie insonni ed emozionate per un giorno indimenticabile.

Preghiamo.  O Dio, la tua sapienza va in cerca di quanti ne ascoltano la voce, rendici degni di partecipare al tuo banchetto e fa’ che alimentiamo l’olio delle nostre lampade, perché non si estinguano nell’attesa, ma quando tu verrai siamo pronti a correrti incontro, per entrare con te alla festa nuziale. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro della Sapienza 6,12-16.
La sapienza è splendida e non sfiorisce, facilmente si lascia vedere da coloro che la amano e si lascia trovare da quelli che la cercano. Nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano. Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà, la troverà seduta alla sua porta. Riflettere su di lei, infatti, è intelligenza perfetta, chi veglia a causa sua sarà presto senza affanni; poiché lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei, appare loro benevola per le strade e in ogni progetto va loro incontro.
Salmo 62. Ha sete di te, Signore, l’anima mia.
O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia,

desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua.
Così nel santuario ti ho contemplato, guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode.
Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori, con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.
Quando nel mio letto di te mi ricordo e penso a te nelle veglie notturne, a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 4,13-18.
Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore.  Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.
 Dal Vangelo secondo Matteo 25,1-13.
 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

UN TEMPO TRA L’INVITO E LA FESTA. Don Augusto Fontana
Il salmo 129 grida: «L’anima mia è tesa al Signore più che le sentinelle verso l’aurora, più che le sentinelle verso il mattino». Il vocabolo «sentinelle» (šomrîm) indica anche più genericamente «coloro che vegliano», forse anche i sacerdoti che nel Tempio attendono il giorno per poter presiedere – forse anche una sola volta in vita – il culto d’Israele[1]. Un colpo di sonno al volante è drammatico. Una distrazione in stazione mi fa perdere l’ultimo treno del giorno. L’occasione opportuna passa e va; come il kairòs, direbbe la Bibbia, è un tempo in cui qualcosa di speciale accade e che io devo acchiappare al volo. Giacobbe, in quella notte sulle sponde del fiume Jabbok, «rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora». Una notte di veglia e di lotta con Dio (Genesi 32,25).  Anche i pastori di Luca 2,8 accolgono l’angelo del Signore mentre «vegliavano di notte». Con il salmo di oggi preghiamo: «O Dio, tu sei il mio Dio… penso a te nelle veglie notturne». Chiunque fra noi potrebbe raccontare occasioni perdute per sonnolenza invincibile oppure vigilie insonni ed emozionate per un giorno indimenticabile. Alcune Parabole dei Vangeli sono parabole dei nostri sonni o veglie: “E’ compiuto il tempo [kairòs] e il regno di Dio è vicino” (Mc 1,15).
Il Vangelo di Matteo ha due tipi di parabole:
(1) il Regno è già presente, qui e ora, nascosto nel quotidiano della nostra vita e va scoperto;
(2) il Regno deve venire ancora e ciascuno deve prepararsi fin da ora.
La tensione fra già e non ancora pervade la vita cristiana. Abbiamo bisogno tutti di un’amica, donna Sapienza (signora Hokma’, signora Sophia), che «sta seduta alla nostra porta» e potrebbe farci diventare abili ed esperti (hakam) per stare svegli nel tempo delle nostre notti insegnandoci a procurare e conservare l’olio per le nostre lampade[2].
La parabola di oggi non è una parabola isolata; si colloca, infatti, come la seconda di quattro parabole che esprimono lo stesso pensiero e si trovano l’una di seguito all’altra[3].
– In Mt 24,45-51: Gesù parla di un servo fedele e prudente e di un servo malvagio; il primo aspetta il padrone compiendo il suo dovere, il secondo fa i propri comodi.
– In Mt 25, 1-13: Parabola delle dieci ragazze.
– In Mt 25,14 – 30 il racconto dei talenti affidati ai servi; ci sono servi che li fanno fruttare e servi che, invece, li nascondono rendendoli infecondi.
– In Mt 25,21 – 46 Gesù descrive il giudizio finale quando saranno premiati coloro che hanno dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati…..

Il tema centrale è perciò quello della VIGILANZA (stare svegli): “Vegliate (state svegli), dunque, perché non sapete nè il giorno ne l’ora” (v. 13).

LA PARABOLA DELLE DIECI RAGAZZE.
E’ una parabola ben articolata narrativamente. Con una introduzione al v.1: “Il Regno dei cieli sarà simile a dieci ragazze che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo” e un finale al v. 13: “Vegliate dunque”. Tra queste due cornici, 3 scene.
Nella prima scena  vengono  presentati  i personaggi (cinque ragazze stolte e cinque sagge) e il fatto (prendono delle lampade e alcune anche l’olio, mentre altre no; aspettano lo sposo e, nell’attesa, si addormentano tutte: vv. 2 – 5).
La seconda scena è segnata dall’annuncio (“Si alzò un grido”) dell’arrivo dello sposo, che fa emergere la mancanza dell’olio; c’è il dialogo tra le stolte e le sagge per capire come superare questa difficoltà, e infine la decisione di andare a comprare l’olio nel cuore della notte. Era poco probabile trovare l’olio di notte, ma la parabola intende appunto scuoterci attraverso tali stranezze (vv 6-9).
Infine, la terza scena comprende l’ingresso alle nozze e la chiusura della porta (vv. 10 -12).

 I PERSONAGGI E I SIMBOLI
– A) Il personaggio principale del racconto è certamente GESU’ RISORTO chiamato SPOSO. Sposo: è uno dei titoli più belli con cui la Bibbia chiama Dio. Nella conversazione con la samaritana Gesù le dice che aveva cinque mariti e che quello che aveva in quel momento, cioè il sesto, non era vero marito. Il settimo è Gesù, lo sposo vero (Gv 4, 16-18). Fin dai tempi del profeta Osea (8° secolo a.C.), cresceva nel popolo la speranza di poter giungere un giorno a una intimità tale con Dio simile all’intimità dello sposo con la sposa (Os 2, 19-20). Isaia dice che è desiderio di Dio essere il marito del popolo (Is 54), gioire con il popolo come uno sposo gioisce alla presenza della sua sposa (Is 62, 5). Questa speranza si realizza con l’arrivo di Gesù. Per la mancanza di impegno e di serietà, le cinque giovani stolte mostrarono chiaramente che ancora non erano pronte per l’impegno definitivo del matrimonio con Dio. Avevano bisogno di altro tempo per prepararsi: “State svegli“.
– B) Poi ci sono  le  ragazze  sagge  e  stolte. In che consiste la loro saggezza e la loro stoltezza?
Cinque ragazze vengono chiamate stolte, ma il testo originale greco le chiama “moraiche letteralmente si potrebbe tradurre ‘matte, pazze’, ed è lo stesso termine che l’evangelista ha adoperato, nel capitolo 7, per il ‘matto’ (moròs) che costruisce la casa sopra la sabbia (Mt 7,26: “..è simile a un uomo stolto (matto) che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, la sua rovina fu grande.”). E Gesù diceva: «Questo matto è chiunque tra di voi ascolta queste parole, gli piace il mio insegnamento, ma poi non si sogna minimamente di metterlo in pratica»[4]. Vedi anche in Luca 12, 16-21 la parabola del ricco che accumula beni: «Ma Dio gli disse: Stolto (matto!), questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita».
Cinque ragazze vengono chiamate sagge ma il testo originale greco le chiama “fronimoi” che letteralmente si potrebbe tradurre con “prudenti”. La prudenza, nel contesto di Matteo, è l’atteggiamento del discepolo che mette in conto la possibilità di una lunga attesa senza venir meno alla fedeltà del proprio compito, equipaggiandosi di conseguenza[5].
– C) Poi c’è il simbolo dell’OLIO. Ci infastidisce il rifiuto delle ragazze sagge a condividere l’olio; ma non è possibile condividere ciò che è solo tuo. La fedeltà allo sposo fa parte del rapporto personale di ciascuna con lo sposo, non può essere ceduta. Se io non dico “si” allo sposo (Dio) nessun altro potrà farlo per me.
– D) Poi c’è il sonno delle ragazze. Tutte e dieci “si assopiscono”. E’ la condizione frequente di noi discepoli, nessuno escluso: «Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza» (Luca 22,45); «Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno» (Luca 9,28-36).
– E) Infine c’è il rigido rifiuto da parte dello sposo: “Non vi conosco” e la porta non viene aperta a chi bussa. Facendo un confronto tra la parabola delle dieci ragazze e la parabola del Padre misericordioso (Lc 15,11-32) si potrebbe vedere un certo contrasto tra i due brani.
Nikos Kazantzakis – un romanziere greco -, in un suo libro, fa raccontare a Gesù la parabola delle dieci ragazze in una maniera che è più in sintonia con quella del padre che abbraccia il figlio scapestrato, e forse più in sintonia anche con la nostra sensibilità. Lo sposo, sentendo le ragazze stolte bussare e gridare, si commuove, fa aprire la porta, e dice: entrate, facciamo tutti festa, rallegriamoci; anzi fa lavare i piedi alle cinque ragazze stolte perché si sono infangati durante la ricerca dell’olio nella notte. Alla fine noi  saremo  stupiti  della  sua  capacità  di accoglienza[6]. La soluzione del romanziere è ovviamente più piacevole della conclusione della parabola di Matteo, tuttavia non tiene conto della serietà del Regno.
Gesù dice: “in verità non vi conosco” ed è lo stesso che Gesù ha detto a quei discepoli che lo avevano assicurato dicendo: “nel tuo nome abbiamo profetato, abbiamo scacciato demoni, compiuto prodigi” (Mt 7,22: “Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?”) e Gesù dice: “non vi conosco”. Gesù non conosce chi, usando il suo nome, compie cose straordinarie, ma chi compie la volontà del Padre.
Lo stesso Dio che con pazienza fino all’ultimo giorno concede alla “zizzania” l’opportunità di trasformarsi in “grano” non perdona alle ragazze stolte il loro comportamento, la leggerezza con cui non solo non si sono procurate olio di scorta ma anche quella di essere andate via a cercarne altro quando ormai il suo arrivo era imminente. Se fossero rimaste e gli avessero chiesto perdono? La parabola delle dieci ragazze esprime delle esigenze a cui non possiamo venire meno, esigenze che sottolineano la necessità di vivere la Parola in prima persona e non per delega.

Padre, donaci Gesù tua Sapienza che ci renda abili a custodire l’olio della preghiera e dell’amore nella lampada dei nostri giorni, perché non diventino giorni bui e non ci capiti di addormentarci mentre ti attendiamo.
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[1] David Maria Turoldo – Gianfranco Ravasi. I SALMI, traduzione poetica e commento. Mondadori.
[2] G.Cesare Pagazzi, Questo è il mio corpo, EDB, 2017, pagg. 27-32.
[3] Prendo spunto da una Lectio del Card. Martini nel 1999 presso la facoltà di medicina alla Cattolica di Roma.
[4] Padre Alberto Maggi
[5] A.Mello, Evangelo secondo Matteo, Ed. Qiqajon, pag.431-432
[6] Lidia Maggi, L’evangelo delle donne. Figure femminili nel Nuovo Testamento, Claudiana 2014.




1 Novembre 2020
I santi: avanzi di Dio sulla terra, briciole di Cristo.

E dunque, Signore, non guardare ai nostri peccati, ai nostri quotidiani tradimenti, a tutte queste viltà segrete e palesi, ma guarda alla fede di tutti i giusti della terra: ai giusti di qualunque religione e fede, ai giusti senza nome, silenziosi e umili, uomini e donne di cui nessuno ha mai avvertito che neppure esistessero e invece il loro nome era scritto sul tuo Libro: gente che incontravamo per via e neppure salutavamo, e loro invece ti salutavano e pregavano per te e tu non sapevi: qualcuno che abitava in periferia, altri, nei campi, gente del deserto: il portinaio di qualche monastero, una madre, la quale ha solamente dato, e un altro che è riuscito a perdonare.

Preghiamo. Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa la gioia di celebrare in un’unica festa i meriti e la gloria di tutti i Santi, concedi al tuo popolo, per la comune intercessione di tanti nostri fratelli, l’abbondanza della tua misericordia. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 7,2-4.9-14
Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio». E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen». Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

Sal 23. Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore.
Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti.

È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito.
Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.
Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 3,1-3
Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Dal vangelo secondo Matteo 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

I SANTI: AVANZI DI DIO SULLA TERRA, BRICIOLE DI CRISTO. Don Augusto Fontana

Sono questi i tuoi santi. (Padre David Maria Turoldo)
E dunque, Signore, 

non guardare ai nostri peccati,
ai nostri quotidiani tradimenti,
a tutte queste viltà segrete e palesi,
ma guarda alla fede di tutti i giusti della terra:
ai giusti di qualunque religione e fede,
ai giusti senza nome, silenziosi e umili,
uomini e donne di cui nessuno
ha mai avvertito che neppure esistessero
e invece il loro nome era scritto sul tuo Libro:
gente che incontravamo per via 
e neppure salutavamo,
e loro invece ti salutavano
e pregavano per te e tu non sapevi:
qualcuno che abitava in periferia,
altri, nei campi, gente del deserto:
il portinaio di qualche monastero,
una madre, la quale ha solamente dato,
e un altro che è riuscito a perdonare.
Signore, sono costoro che ti rendono gloria
a nome dell’intero creato,
a nome di tutto il genere umano:
moltitudine che mai nessuno riesce a numerare.
Signore, guarda a tutti coloro
che non sanno neppure se esisti 
e chi sia il tuo Cristo (forse per causa nostra)
e invece sono vissuti per la giustizia 
e la verità e la libertà e l’amore;
per queste cose hanno attraversato
il mare della grande tribolazione,
hanno subito chi la deportazione e l’esilio,
chi le feroci torture e il lungo carcere;
e altri sono stati fatti sparire
come se non fossero mai esistiti
sulla faccia della terra:
bambini, donne e sacerdoti,
e molti, moltissimi uomini del sindacato;
e altri che hanno sopportato 
ogni avvilimento e disprezzo
e oblio perfino dalle proprie chiese:
sono essi i tuoi santi
che ora compongono la “mistica rosa”
del tuo paradiso,
uomini e donne a te carissimi
fra gli stessi santi dei nostri calendari:
sono loro a comporre anche la tua gioia,
la grande festa nei cieli. Amen.

Sacri o santi?
La santità costituisce lo sfondo di questa celebrazione. Tema così lontano dal nostro linguaggio e dall’orizzonte quotidiano; realtà che non nasce spontanea e tuttavia è così incredibilmente alla portata di mano in quanto offerta a tutti e non solo ad alcuni eroici e straordinari personaggi. Pio XII in un radiomessaggio del ‘55 diceva: «L’uomo può considerare il suo lavoro come vero strumento di santificazione perchè lavorando perfeziona in sé l’immagine di Dio, adempie il dovere  e il diritto di procurare a sé e ai suoi il necessario sostentamento e si rende utile alla società [1]» e Giovanni XXIII «Risponde perfettamente ai piani della Provvidenza che ognuno perfezioni se stesso attraverso il suo lavoro quotidiano[2]».

Nella più rigida tradizione ebraica solo Dio poteva essere chiamato SANTO (Qadosh); sarebbe stata una bestemmia attribuire ad un uomo il titolo che spetta solo a Dio, il Separato, il Trascendente, l’Altissimo, il Totalmente-Altro. Il concetto che, nell’ebraismo, più si avvicina a quello di santo è tzadik, una persona giusta. Il Talmud dice che in qualsiasi momento almeno 36 anonimi tzaddikim vivono tra di noi per evitare che il mondo venga distrutto. In verità mi pare che la Bibbia faccia qualche eccezione. La parola qadosh viene usata per la prima volta nel libro della Genesi: ” E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò“. Inoltre, quando sul Sinai stava per essere pronunciata la parola di Dio, il Signore ci ha collegialmente risucchiati nel suo incomunicabile attributo: ” Voi sarete per me un popolo santo ” (Esodo 19,5-6). Soltanto dopo che il popolo cedette alla tentazione di adorare un oggetto, un vitello d’oro, fu ordinata la costruzione di un Tabernacolo, la sacralità nello spazio. Prima venne la santità del tempo, poi la santità dell’uomo, ed infine la sacralità dello spazio. Approfondiamo questo tema.
La parola qadosh significa «se­parare», porre una frontiera tra l’area del tempio da quella profana. Più corretto, allora, in questo caso sarebbe tradurre con «sacro», che rimanda automaticamente a qualco­sa di sacerdotale, templare, sacrificale, liturgico e che evo­ca incensi e rituali. Il «sacro» è la definizione di un’area «pura» (un sinonimo usato dal libro del Levitico) ove si può inse­diare Dio, che per definizione è «sacro-santo», come ricor­da a Isaia il coro angelico che ascolta nel tempio il giorno della sua vocazione: «Santo, santo, santo è il Signore dell’universo» (Is 6,3). Il sacro per sua natura divide perché si oppone a ciò che è limitato, imperfetto, umano.
A questo punto sorge spontanea una domanda: che valore e che rischi contiene in sé la visione sacrale? Da un lato, il sacro tutela la purezza del concetto e della realtà di Dio, la sua trascendenza e distanza, impedendone la riduzione a realtà manipolabile, conservandone la sua qualità di total­mente Altro. D’altro canto, però, il sacro isola, rigetta e si pone in tensione col profano; si fa autosufficiente, e tutto ciò che non appartiene alla sua sfera diventa il male, il peccato, l’impuro; suo sogno è quello di sacralizzare il maggior ambito possibile (politica, cultura, società) così da porlo sotto la propria ferrea tutela.
Al sacralismo si oppone il «santo» inteso in senso esi­stenziale e morale: la santità non si isola ma, pur conser­vando la sua identità, coesiste col profano, lo feconda sen­za assorbirlo. Il Verbo è diventato carne e ha posto la sua tenda fra noi. Alla morte di Gesù il tendone del tempio che divideva lo spazio del Santo dei Santi dal cortile del popolo, si “lacerò da cima a fondo”: lo spazio sacro deborda amichevolmente, come un fiume in piena, sullo spazio e il tempo profano. Ora Dio santo abita nel cortile di noi povere creature fragili e inquinate. «Io sono Dio e non uomo, so­no il santo in mezzo a te» (Os 11,9). Un «santo» che si inse­dia in mezzo al suo popolo e alla sua storia, non isolan­dosi e respingendo l’uomo ma coinvolgendolo e santificandolo.
«Siate santi perché io sono santo» (Levitico 11,44 e 45; 19,2).
Dalla liturgia di oggi emerge una prima caratteristica della santità:  è collettiva, popolare, comunitaria, plurale, corale: «una moltitudine immensa che nessuno poteva contare di ogni nazione, popolo, razza e lingua», dice l’Apocalisse; «Ecco la generazione che cerca il tuo volto» dice il Salmo 24. Generazioni intere ci hanno preceduto e ci hanno consegnato la fede. Noi adulti, a nostra volta, siamo la generazione che consegna in eredità ai piccoli e ai giovani il seme del Vangelo e i suoi valori. Il salmo 145 recita: «Di padre in figlio si tramanda quello che tu hai fatto per noi, tutti raccontano le tue imprese».   Lasciamoci prendere da questa connotazione: la mia santità personale non basterebbe ancora; sarebbe aristocratica. Santi sì, dunque, ma insieme. Forse anche per questo, Papa Francesco nella sua Enciclica “Fratelli tutti” al n. 186 dice: «È carità stare vicino a una persona che soffre, ed è pure carità tutto ciò che si fa, anche senza avere un contatto diretto con quella persona, per modificare le condizioni sociali che provocano la sua sofferenza. Se qualcuno aiuta un anziano ad attraversare un fiume – e questo è squisita carità –, il politico gli costruisce un ponte, e anche questo è carità. Se qualcuno aiuta un altro dandogli da mangiare, il politico crea per lui un posto di lavoro, ed esercita una forma altissima di carità che nobilita la sua azione politica». La chiesa della domenica terrena (quella del settimo giorno) e quella eterna (quella dell’ottavo giorno) è una chiesa di persone che portano le stimmate della storia che hanno vissuto insieme. Nella prima lettura lo scenario è una liturgia che si svolge davanti al trono e all’agnello, con canti, vesti, gesti e riti. I santi sono un popolo che celebra l’uscita dalla grande tribolazione. Noi alla domenica partecipiamo a quella liturgia corale.
San Gesù. Beato lui!
La santità proposta da Gesù non coincide con le pratiche di purificazione rituale o con la volontà di separazione che caratterizzavano Israele e contro le quali i profeti e Gesù stesso hanno avuto molto da dire. La santità del popolo cristiano si identifica con la sequela di Gesù, cioè nel dare forma alla vita quotidiana secondo lo stile ed esempio di Gesù che ha incarnato il Dio trascendente nella concreta storia dell’umanità. Le beatitudini annunciano innanzitutto un’azione di Dio, i suoi criteri e i suoi obiettivi inaugurati prima di tutto nella vita, nel messaggio e nelle azioni di Gesù. Il motivo per cui certe persone vengono dette beate deriva dal fatto che Dio ha scelto di avere un’attenzione particolare per loro ed un impegno particolare a loro favore: (“Congratulazioni, Dio sta dalla tua parte”). Le Beatitudini non dichiarano, dunque, prima di tutto ciò che l’uomo deve fare, ma ciò che Dio è intenzionato a fare a favore di persone il cui stato di pericolo e di debolezza attira il suo amore e la sua compassione. Beato non equivale al nostro “contento” o “soddisfatto”. Non è beato chi soffre o chi è povero, ma chi cammina per la via giusta. Le beatitudini dichiarano che Dio non è estraneo al dolore e alla debolezza che sempre ci accompagnano. Dio ci ama anche nel nostro soffrire e soccombere. Come ha fatto con il primo beato che è Gesù: “Tu solo il Santo, Tu solo il Signore, Tu solo l’Altissimo, Gesù Cristo”.  

I santi della porta accanto.
La grande tribolazione è la fatica della coerenza tra ciò che annuncio e ciò che faccio, tra ciò che celebro e ciò che vivo. Ecco dunque il martirio della grande tribolazione: la coerenza tra la veste lavata al settimo giorno e l’abito dei sei giorni di lavoro, di famiglia e vita sociale, la coerenza tra ciò che siamo già da ora  (figli di Dio)  e ciò che saremo e non è stato ancora pienamente rivelato, come dice la seconda lettura.

Chi sono coloro che attraversano, dietro Gesù, la grande tribolazione?
I poveri: coloro che non si lasciano possedere dalle cose e tuttavia sanno che una certa disponibilità di beni materiali è necessaria alla crescita della persona umana e per questo apprezzano il lavoro e partecipano attivamente ad un’equa distribuzione delle risorse, dei profitti e dei guadagni, con sobrietà.
Quelli che sono nel pianto: quelli addolorati per il male che c’è nel mondo e dentro di sè, come Gesù che piange su Gerusalemme; coloro che si fanno carico degli sbagli altrui.
I miti e misericordiosi: quelli che sono comprensivi, affabili, non aggressivi e si acquistano la stima con la forza della tenerezza e della solidarietà con chi è in difficoltà.
Gli affamati della giustizia: quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica.
I puri di cuore: quelli che sanno che il male cova dentro a ciascuno come radice di idolatria e vigilano su se stessi prima ancora che denunciare gli altri.
I perseguitati: quelli che sanno che essere cristiani ha un costo. Là dove la fede è a caro prezzo.
«L’utopista, il rivoluzionario, il santo caratterizzato dallo spirito liberatore è una persona coerente: la sua fedeltà muove dalla radice della sua persona per arrivare fino ai minimi dettagli che gli altri trascurano: l’attenzione ai piccoli, il rispetto totale ai subordinati, lo sradicamento dell’egoismo e dell’orgoglio, la preoccupazione delle cose comuni, il generoso impegno nei lavori non rimunerati, l’onestà nei confronti delle leggi pubbliche, la puntualità, il riguardo per gli altri nella corrispondenza epistolare, il non fare distinzione di persone, il non lasciarsi comprare dal denaro. Ogni persona finisce qualche giorno per vendere la sua coscienza, la sua dignità, la sua onestà… La corruzione è, a molti livelli, una piaga impressionante. Il giorno-per-giorno è il test più affidabile per mostrare la qualità della nostra vita e lo spirito da cui è animata. essere ciò che si è, dire ciò che si crede, credere ciò che si predica, vivere ciò che si proclama.  Questa del giorno-per-giorno viene ad essere una delle principali forme di “ascetica” della nostra spiritualità. L’eroismo della realtà quotidiana, domestica, abituale, l’eroismo della fedeltà che arriva fino ai dettagli oscuri e anonimi. Dimmi come vivi una giornata qualsiasi, e ti dirò se è valido il tuo sogno di un domani diverso»[3].

I beati sono quelli che hanno detto a Dio: «Signore se vuoi che io cambi, accarezzami». Dio li ha accarezzati e loro sono cambiati. Sono coloro che nella grande tribolazione hanno salvaguardato la coerenza tra il settimo giorno e i sei giorni, hanno collaborato con Dio alla guarigione del mondo e per questo quando muoiono cadono nelle mani del Signore.
Signore, accarezza anche me.
———————
[1] citato in H. Fitte Lavoro umano e redenzione, Armando editore,1996 pag. 35
[2] Mater et magistra n.232-233.
[3] Mons.Pedro Casaldáliga, José M. Vigil, Fedeli nella vita di ogni giorno.




25 ottobre 2020. Domenica 30a
CROCIFISSI SU UN CARDINE

«Un giorno Abramo invitò a pranzo nella sua tenda un mendicante. Mentre dicevano la preghiera di ringraziamento, l’uomo cominciò a bestemmiare dichiarando che il nome di Dio gli era insopportabile. Abramo, al colmo dell’indignazione, lo scacciò. Quella sera, mentre pregava, udì Dio che gli diceva: “Quest’uomo mi ha svillaneggiato e maledetto per cinquant’anni, eppure gli ho dato da mangiare tutti i giorni. E tu non riesci a sopportarlo per un solo pasto?”». Amare Dio e il prossimo. Nel libro dei Proverbi (14,31) sta scritto “Chi opprime il povero offende il suo creatore, chi ha pietà del misero onora il suo creatore”. Ma forse la minaccia vera che striscia nelle nostre assemblee liturgiche è l’indifferenza più che l’odio. L’indifferenza è per l’anima ciò che la muffa è per le cose.

Preghiamo. O Padre, che fai ogni cosa per amore e sei la più sicura difesa degli umili e dei poveri, donaci un cuore libero da tutti gli idoli, per servire te solo e amare i fratelli secondo lo Spirito del tuo Figlio, facendo del suo comandamento nuovo l’unica legge della vita. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro dell’Èsodo 22,20-26
Così dice il Signore: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti, quando invocherà da me l’aiuto, io darò ascolto al suo grido, la mia ira si accenderà e vi farò morire di spada: le vostre mogli saranno vedove e i vostri figli orfani. Se tu presti denaro a qualcuno del mio popolo, all’indigente che sta con te, non ti comporterai con lui da usuraio: voi non dovete imporgli alcun interesse. Se prendi in pegno il mantello del tuo prossimo, glielo renderai prima del tramonto del sole, perché è la sua sola coperta, è il mantello per la sua pelle; come potrebbe coprirsi dormendo? Altrimenti, quando griderà verso di me, io l’ascolterò, perché io sono pietoso».

Salmo 17  Ti amo, Signore, tu sei la mia forza.
Ti amo, Signore, mia forza, Signore, mia roccia, mia fortezza, mio liberatore.

Mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza e mio baluardo.
Invoco il Signore, degno di lode, e sarò salvato dai miei nemici.
Viva il Signore e benedetta la mia roccia, sia esaltato il Dio della mia salvezza.
Egli concede al suo re grandi vittorie, si mostra fedele al suo consacrato.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 1,5-10
Fratelli, ben sapete come ci siamo comportati in mezzo a voi per il vostro bene. E voi avete seguito il nostro esempio e quello del Signore, avendo accolto la Parola in mezzo a grandi prove, con la gioia dello Spirito Santo, così da diventare modello per tutti i credenti della Macedònia e dell’Acàia. Infatti per mezzo vostro la parola del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa dappertutto, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne. Sono essi infatti a raccontare come noi siamo venuti in mezzo a voi e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero e attendere dai cieli il suo Figlio, che egli ha risuscitato dai morti, Gesù, il quale ci libera dall’ira che viene.

Dal Vangelo secondo Matteo 22,34-40
In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Gli rispose: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». 

CROCIFISSI SU UN CARDINE. Don Augusto Fontana
«Un giorno Abramo invitò a pranzo nella sua tenda un mendicante. Mentre dicevano la preghiera di ringraziamento, l’uomo cominciò a bestemmiare dichiarando che il nome di Dio gli era insopportabile. Abramo, al colmo dell’indignazione, lo scacciò. Quella sera, mentre pregava, udì Dio che gli diceva: “Quest’uomo mi ha svillaneggiato e maledetto per cinquant’anni, eppure gli ho dato da mangiare tutti i giorni. E tu non riesci a sopportarlo per un solo pasto?”»[1]. Amare Dio e il prossimo. Nel libro dei Proverbi (14,31) sta scritto “Chi opprime il povero offende il suo creatore, chi ha pietà del misero onora il suo creatore”. Ma forse la minaccia vera che sibila o striscia nelle nostre assemblee liturgiche è l’indifferenza più che l’odio. L’indifferenza è per l’anima ciò che la muffa è per le cose. Gesù aveva messo a punto un metodo strano nel fare calcoli e i conti. Per esempio per ottenere un risultato più grande lui chiede di sottrarre (Se vuoi la vita eterna, lascia, taglia, dona); oggi addizionando tutti i precetti della Torah il numero della somma dà come risultato “uno”[2]. Non so quanti di noi si pongono le domande che turbavano le comunità di Matteo, Luca e Marco e che hanno generato il testo evangelico di oggi.
Luca pone questo testo prima della parabola del buon samaritano e relativa domanda “Chi è il mio prossimo?” (10,25-37). C’è qualcuno fra noi che è seriamente turbato da questa domanda e non ha risposte ovvie, astratte e semplicistiche?
Marco (12,33), preoccupato del ritualismo, aggiunge al testo una frase omessa dagli altri evangelisti: “Amare Dio e il prossimo vale più che tutti gli olocausti e sacrifici al tempio”. C’è qualcuno fra noi che è seriamente turbato dalla domanda: “Che valore ha davanti a Dio il mio culto?”.
Matteo pone questo brano all’interno del problema posto dalla “siepe di precetti” (come venivano chiamate le prescrizioni della Legge) e dal bisogno di unificazione, ma anche dal bisogno di non sentirsi lacerati tra due fedeltà, quella a Dio e quella al prossimo. Soprattutto Matteo è preoccupato del legalismo dei farisei che “dicono, ma non fanno” (Mt. 23,3). Chi fra noi è afflitto dal dubbio: “Non sarà per caso che io mi attacchi più agli aspetti marginali che a quelli essenziali della mia esperienza cristiana?
I maestri giudaici elencavano 613 prescrizioni suddivisi in 365 proibizioni (“non devi…”), come i giorni dell’anno e 248 prescrizioni ( “devi..”) corrispondenti alle parti del corpo del corpo umano secondo il computo rabbinico, indicando così che la Legge abbracciava tutta la vita e l’impegno dell’uomo.
Nel Talmud Babilonese, Rabbi Simlai, rabbino del III secolo, dice: “ Seicentotredici comandamenti furono rivelati a Mosè; poi venne Davide e trovò il loro fondamento in undici comandamenti, come sta scritto nel salmo 15 [3]; poi venne Isaia e trovò il fondamento in sei comandamenti, come si legge in Isaia 33,15 [4]; poi venne Michea e trovò il fondamento in tre comandamenti, come sta scritto in Michea 6,8 [5]; poi venne Amos e trovò il fondamento in un unico comandamento, come si legge in Amos 5, 4: “ Così dice il Signore alla Casa di Israele: Cercate me e vivrete” (Makkot 23b.24a). Ma già Rabbi Hillel, contemporaneo di Gesù, aveva formulato il principio fondamentale in questa frase: “Non fare al prossimo tuo ciò che è odioso a te; questo è tutta la Legge, il resto è spiegazione”. E un secolo dopo, Rabbi Aquiba commentando Levitico 19,18 (“ Tu devi amare il prossimo tuo come te stesso”) ripete: “Questo è il grande e generale principio nelle Legge”. Il filosofo ebreo Lévinas traduceva quel passo biblico così:«Ama il prossimo tuo: è te stesso».
La novità di Gesù consiste forse:

  1. nell’associazione dei due precetti, come due specchi messi l’uno di fronte all’ altro o come due cardini attorno a cui è “appesa” (in gr, krématai) la Torah, come una porta che gira su due cardini[6] o attorno ad un unico cardine costituito, come tutti i cardini, da 2 elementi. Padre Ermes Ronchi commenta anche così: «il testo ebraico direbbe alla lettera così: amerai Dio con tutti i tuoi cuori. Ama Dio con i tuoi due cuori, con il cuore che crede, e anche con il cuore che dubita. Amalo nei giorni della luce, e come puoi, come riesci, anche nell’ora in cui si fa buio dentro di te».
  2. nel fatto che ciò che era un dovere, irraggiungibile dai più, ora con Lui diventa una possibilità per tutti. Dopo l’episodio del giovane ricco i discepoli chiedono “Chi potrà dunque salvarsi?”(Mt.19,25). La risposta di Gesù è immediata: “Questo è impossibile agli uomini; ma a Dio tutto è possibile”.
  3. nel fatto che la regola d’oro “non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te” che regola un rapporto di reciprocità tra omogenei ed eguali, è ancora una regola farisaica e pagana. Gesù nel Discorso della Montagna dice: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei cieli” (Mt.5,20) e ancora: “ Siate dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste” (5,48).

Il primo brano della liturgia della Parola è tratto dal Codice della Alleanza che contiene l’attuazione concreta storica dell’Alleanza come fedeltà al Dio unico e fedeltà al prossimo. E ci serve per evitare di restare nel generico. La prima parte di questa normativa riguarda la difesa e tutela delle categorie sociali più deboli: lo straniero, la vedova, l’orfano. Ciò che attira l’attenzione è la motivazione religiosa di questa precetti: Dio si è rivelato come il Dio che sta alla parte degli oppressi e dei poveri. Nella seconda parte si prendono in considerazione i casi di chi ha dato in pegno qualcosa o ha chiesto un prestito per bisogno. La motivazione religiosa dell’amore ai poveri viene ribadita dal Salmo 17 (18) della liturgia di oggi.
I Lettera di Giovanni 4, 16: “Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui”.
Lettera ai Romani 13, 8-10: “Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso. L’amore non fa nessun male al prossimo: pieno compimento della legge è l’amore”.

S.Agostino diceva “Ama e fà ciò che vuoi”, anche se occorre attenuare una interpretazione banale, in quanto amare non è facile ed anche il “come” amare non è cosi semplicistico dato che non sempre l’istinto guida verso il bene vero dell’altro. Se vuoi amare non agire come ti verrebbe spontaneo.
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[1] Anthony del Mello La preghiera della rana.
[2] Pronzato, Parola di Dio, Ciclo A.
[3] Salmo 15:[1]Beato l’uomo che non segue il consiglio degli empi, non indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia degli stolti; [2]ma si compiace della legge del Signore, la sua legge medita giorno e notte. [3]Sarà come albero piantato lungo corsi d’acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciranno tutte le sue opere. [4]Non così, non così gli empi: ma come pula che il vento disperde; [5]perciò non reggeranno gli empi nel giudizio, né i peccatori nell’assemblea dei giusti. [6]Il Signore veglia sul cammino dei giusti, ma la via degli empi andrà in rovina.
[4] Isaia 33,15 ”Chi cammina nella giustizia e parla con lealtà, chi rigetta un guadagno frutto di angherie, scuote le mani per non accettare regali, si tura gli orecchi per non udire fatti di sangue e chiude gli occhi per non vedere il male”.
[5] Michea 6,8:Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio.
[6] A.Mello Evangelo secondo Matteo




18 ottobre 2020. Domenica 29a
SUL MIO VOLTO, L’ICONA DI DIO.

Il potere che colonizza mercati e menti e cuori è spietato. Chi lo tocca muore. Purtroppo anche la giornalista blogger maltese Daphne Galizia ha pagato con la morte le pubbliche denunce dei poteri mafiosi di Malta.  E dopo di lei, solo nel 2020 in Italia, 83 giornalisti hanno ricevuto minacce e 20 di loro sono sotto scorta.  Anche Gesù è stato (e lo sarebbe ancora oggi) un segno di contraddizione. Lo sento così dentro di me. Lo leggo così nei Vangeli. Anche nel Vangelo di Matteo, le parabole che abbiamo ascoltato nelle domeniche scorse, ci hanno presentato Gesù che dice le cose chiare, senza giri di parole, ai suoi interlocutori, soprattutto a chi occupa vertici di potere religioso, economico e politico.

Preghiamo. Dio onnipotente ed eterno, crea in noi un cuore generoso e fedele, perché possiamo sempre servirti con lealtà e purezza di spirito. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Isaìa 45,1.4-6
Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: «Io l’ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso. Per amore di Giacobbe, mio servo, e d’Israele, mio eletto, io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio; ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, non ce n’è altri».

Salmo 95  Grande è il Signore e degno di ogni lode.
Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore, uomini di tutta la terra.

In mezzo alle genti narrate la sua gloria, a tutti i popoli dite le sue meraviglie.
Grande è il Signore e degno di ogni lode, terribile sopra tutti gli dèi.
Tutti gli dèi dei popoli sono un nulla, il Signore invece ha fatto i cieli.
Date al Signore, o famiglie dei popoli, date al Signore gloria e potenza,
date al Signore la gloria del suo nome. Portate offerte ed entrate nei suoi atri.
Prostratevi al Signore nel suo atrio santo. Tremi davanti a lui tutta la terra.
Dite tra le genti: «Il Signore regna!». Egli giudica i popoli con rettitudine.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 1,1-5b
Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicési che è in Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo: a voi, grazia e pace. Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, davanti a Dio e Padre nostro.  Sappiamo bene, fratelli amati da Dio, che siete stati scelti da lui. Il nostro Vangelo, infatti, non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione.

Dal Vangelo secondo Matteo 22,15-21
In quel tempo, i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo [intrappolarlo nella parola] Gesù nei suoi discorsi. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Restituite dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

SUL MIO VOLTO L’ICONA DI DIO. Don Augusto Fontana

 “Gomorra” di Roberto Saviano, un “romanzo-verità” che io ho letto in poltrona, ma che l’autore ha partorito incarnandosi dentro i fatti oscuri della camorra che ora gli ha giurato vendetta. E rischia la vita. Il potere che colonizza mercati e menti e cuori è spietato. Chi lo tocca muore. Purtroppo anche la giornalista blogger maltese Daphne Galizia ha pagato con la morte le pubbliche denunce dei poteri mafiosi di Malta.  E dopo di lei, solo nel 2020 in Italia, 83 giornalisti hanno ricevuto minacce e 20 di loro sono sotto scorta.  Anche Gesù è stato (e lo sarebbe ancora oggi) un segno di contraddizione. Lo sento così dentro di me. Lo leggo così nei Vangeli. Anche nel Vangelo di Matteo, le parabole che abbiamo ascoltato nelle domeniche scorse, ci hanno presentato Gesù che dice le cose chiare, senza giri di parole, ai suoi interlocutori, soprattutto a chi occupa vertici di potere religioso, economico e politico. La resistenza ambientale cresce attorno a lui come un serpente boa che cerca di soffocare lentamente questo mite e forte piccolo rabbi di Galilea, inerme, circondato da donne e straccioni paurosi. Matteo prepara sapientemente, con questa ultima settimana di Gesù, l’esito drammatico che sta per narrare. Già al cap. 19 ci aveva informato che «Si avvicinarono a lui alcuni farisei per metterlo alla prova e gli domandarono: «E’ lecito ripudiare …». Al cap. 20 sospettiamo che i giudei non abbiano gradito che il Signore abbia pagato gli ultimi arrivati nella sua vigna con la stessa paga di chi fin dalla prima ora dei secoli aveva sopportato le esigenze dell’Alleanza e dei precetti. Né che avessero gradito la parabola di quel figlio, in cui si sentivano identificati, che blatera, proclama molti Amen, ma poi non va a lavorare nella vigna. E sicuramente avrà fatto scandalo, come ci informa il cap. 21, il gesto profetico di Gesù che purifica il tempio cacciando mercanti e devoti.
Insomma: ci troviamo immersi in un blocco di capitoli che raccolgono discussioni e scontri: «Ed essendo entrato lui nel tempio, gli si avvicinarono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo, mentre insegnava…» (cap. 21,23).
La location.
L’ambientazione (“nel tempio”) non è annotazione di poco conto per capire anche il testo di oggi. Nel tempio non si poteva portare con sé monete pagane; tanto è vero che all’ingresso esistevano dei tavoli con i cambiavalute. Gesù, prima di rispondere, chiede che gli mostrino una moneta ed essi gliela dànno (v. 19). Con questa richiesta Gesù dimostra due cose:

1) di non avere una moneta romana, a differenza dei suoi accusatori che ce l’hanno in tasca;
2) che i farisei, benchè ossessionati dalle norme di purità, avevano in tasca una moneta pagana con l’«immagine» dell’imperatore pagano, nonostante il divieto esplicito della Toràh (cf Es 20,4). Portando addosso l’immagine dell’imperatore, i farisei dimostrano che hanno abdicato dalla loro obbedienza all’unico loro re e signore, Yhwh: «Io sono il Signore e non c’è alcun altro; fuori di me non c’è divinità» (Isaia 45, prima lettura di oggi). E lo dimostreranno nell’ora della passione, quando di fronte a Pilato praticamente tutti gridano: “Non abbiamo altro re se non Cesare” (Gv 19,12-15).
La discussione.
«Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Discutere è legittimo, talvolta doveroso e auspicabile. Il brano di oggi costituisce la prima di quattro vertenze aperte tra Gesù e vari interlocutori devoti, praticanti, infastiditi. Pare che Dio non si spaventi di essere preso per la giacchetta dai nostri dubbi e dalla sincera curiosità: «”Su, venite e discutiamo” dice il Signore» (Isaia 1,18). Purchè il confronto sia sincero; e non, come qui e altrove, “per intrappolarlo nella parola” (in gr. pagideusôsin ev logô). Il verbo greco di Matteo (pagideuô) è quello usato per descrivere l’attività del cacciatore che tende trappole o reti per la selvaggina. Nella tradizione giudaica sia i rabbini che i loro studenti erano abituati a confrontarsi tra di loro con questioni e dispute, anche accese; per i giudei l’apprendimento della Torah avviene prevalentemente attraverso un compagno o in gruppo e con continue domande. Gesù viene considerato uno di questi rabbini a cui viene riconosciuto, anche se in modo drammaticamente ironico, autorevolezza e coerenza. Spesso le Scuole rabbiniche si dividevano su varie interpretazioni dello stesso testo biblico, ma la diversità veniva considerata comunque positiva; l’unanimità si sarebbe raggiunta solo con il ritorno del profeta Elia.

L’ icona e l’iscrizione.
La discussione diventa incalzante:

– Noi: «Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, dare (didômi) il tributo a Cesare?».
– Gesù: «Mostratemi la moneta del tributo…..Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?».
– Noi: «Di Cesare».
– Gesù: «Restituite (apodidômi) dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».

L’evasione fiscale e contributiva in Italia si aggira in media sui 110 miliardi di euro l’anno. Pagare le tasse resta un nervo sensibile e scoperto in un corpo sociale dove la lealtà dei patti tra cittadini e istituzioni affoga nel buco nero di corruzione, evasione, elusione. Forse anche io e te, almeno una volta, abbiamo fatto i furbetti, arrampicandoci sui vetri per giustificare il furto al bene comune.
Per alcuni, il detto di Gesù sembra voler dare indicazioni di come un cristiano deve comportarsi nella società civile. Noi cristiani infatti non viviamo paralleli al mondo. Direbbe la lettera a Diogneto[1] “i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo… obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi”. Ci siamo dentro, soggetti alle leggi, alle regole, alla dichiarazione dei redditi, alle tasse. È chiaro che il cristiano è chiamato ad essere onesto nella vita di ogni giorno, purché le leggi non contraddicano dignità dell’uomo e della donna, del bambino e dell’anziano. Sarebbe però riduttivo limitare il significato del vangelo di oggi a questo aspetto sociale.
Gesù non cade nella trappola di diventare un economista, un arruffapopolo, un moralista. Qualunque risposta scontata avesse dato si sarebbe tirato la zappa sui piedi. Se avesse detto che bisognava pagare il tributo agli oppressori romani, si sarebbe messo contro il popolo, i farisei o i nazionalisti zeloti; se avesse detto di non pagarlo, si sarebbe messo contro l’autorità romana e gli erodiani.
Gesù va al sodo: è stato mandato a far conoscere il Padre e il suo progetto sull’uomo.
Intanto Matteo usa e distingue due verbi per marcare la differenza tra la nostra domanda e la risposta di Gesù.
– Noi chiediamo: “E’ lecito pagare (dare = in greco: didômi)….”.
– Gesù dribla e decolla su un altro piano usando un altro verbo: “ Restituite (ridate = in greco: apodidômi)…”.
Il commento di Agostino al testo evangelico di oggi è molto eloquente al riguardo: «Come Cesare esige la sua immagine nella tua moneta, così Dio esige la sua propria immagine nella tua anima. Dà a Cesare – dice – quello che è di Cesare’. Che cosa pretende Cesare da te? La sua propria immagine. Che cosa esige il Signore da te? La sua propria immagine. Ma l’immagine di Cesare sta sulla moneta, invece l’immagine di Dio sta in te stesso. Se piangi quando perdi la moneta, perché hai perso l’immagine di Cesare, non dovresti piangere quando adori gli idoli, perché ingiuriano in te l’immagine di Dio?» (Cf. Agostino, Discorso 113/A, 8).
Se nella società prevale l’ansia del profitto, il vangelo educa a pensare all’uomo e alla sua dignità.
Nella risposta di Gesù ci accorgiamo che vuol parlare di un’altra moneta con un’altra immagine: noi stessi siamo la moneta di Dio. Nell’uomo è incisa infatti l’immagine del Creatore: «Dio disse: facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza… e Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò» (Gen. 1,26-27). È lui, l’uomo, la vera moneta da restituire a Dio.
San Lorenzo da Brindisi[2] scrive: «Tu, o cristiano, sei uomo: sei dunque moneta del tesoro divino, sei il danaro che porta impressa l’immagine e l’iscrizione del re divino. Con Cristo io ti chiedo: “Di chi è questa immagine e l’iscrizione?”. Tu dici: di Dio. Osservo: e perché non dai a Dio ciò che è suo?».
Ma questa moneta preziosa può essere deturpata, sfregiata, intaccata. Aggiunge Sant’Agostino: «Come una moneta sfregata contro la terra perde l’immagine dell’Imperatore, così la mente dell’uomo, se viene logorata da passioni terrene, perde l’immagine di Dio… Se Cesare pretende di trovare la sua immagine nella sua moneta, non pretenderà Dio di trovare nell’uomo la sua immagine?» (Discorso 229).

Tra poco lui, immagine del Dio invisibile (Colossesi 1,15), sarà venduto per trenta denari coniati con l’immagine di Cesare, per restituire a me e a te, monete sfregiate di Dio, l’immagine restaurata di Dio.
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[1] Antico scritto greco, sconosciuto fino al XV secolo.
[2] Francescano, morto nel 1619




11 ottobre 2020. Domenica 28a
EVVIVA GLI SPOSI!

Come lo chiamiamo? Altare o Mensa? E la Messa come la chiamiamo: Sacrificio o Cena? Uno strisciante dibattito teologico sta avvenendo nelle segrete stanze dei teologi e degli addetti ufficiali alla Congregazione vaticana del Culto. Ogni tanto sfugge qualche intercettazione e i giornali pubblicano imminenti ritorni del prete che celebra in latino con le spalle al popolo e che dà la comunione in bocca a fedeli inginocchiati a marmoree balaustre ricostruite per dividere lo spazio clericale del presbiterio da quello profano dei fedeli. Così, tanto per salvaguardare la sacralità trascendente del mistero. Stiamo ondeggiando tra volontà di andare incontro a tutti pur di “far soddisfare il precetto” o di far ritornare la supposta banalizzazione dei riti ad una solennità sacrale più ingessata di quanto non sia ancora oggi.

Preghiamo. O Padre, che inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna o a entrarvi senza l’abito nuziale. Per Gesù nostro Signore. AMEN
Dal libro del profeta Isaìa Is 25,6-10a
Preparerà il Signore dell’universo per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la mano del Signore si poserà su questo monte».

Salmo 22 (23). Abiterò nella casa del Signore.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. 

Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. 
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. 
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni. 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 4,12-14.19-20
Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni.  Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Dal vangelo secondo Matteo 22,1-14
In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse:«Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.  Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora agli incroci delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.  Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti».

EVVIVA GLI SPOSI! Don Augusto Fontana

Altare o Mensa?
Come lo chiamiamo? Altare o Mensa? E la Messa come la chiamiamo: Sacrificio o Cena? Uno strisciante dibattito teologico sta avvenendo nelle segrete stanze dei teologi e degli addetti ufficiali alla Congregazione vaticana del Culto. Ogni tanto sfugge qualche intercettazione e i giornali pubblicano imminenti ritorni del prete che celebra in latino con le spalle al popolo e che dà la comunione in bocca a fedeli inginocchiati a marmoree balaustre ricostruite per dividere lo spazio clericale del presbiterio da quello profano dei fedeli. Così, tanto per salvaguardare la sacralità trascendente del mistero. Stiamo ondeggiando tra volontà di andare incontro a tutti pur di “far soddisfare il precetto” o di far ritornare la supposta banalizzazione dei riti ad una solennità sacrale più ingessata di quanto non sia ancora oggi.

Mi pare che la liturgia di oggi ci orienti con chiarezza: la Messa è l’inizio di una festosa e universale Cena di nozze che culminerà nel banchetto eterno. Qualche bambino (e non solo) mi ha chiesto se è vero che dopo la morte continueremo a mangiare e cosa mangeremo. E io non ho saputo rispondere se non dicendo che il Signore ci parla con la nostra lingua, fatta di cose e immagini concrete, ma che poi, al momento opportuno, vedremo, ascolteremo e vivremo cose ancora più belle e che mai avremmo sognato.
Per ora restiamo su questa immagine: un banchetto e per di più durante uno sposalizio. L’evangelo di Giovanni si apre con le nozze di Cana “dove è presente la Donna” e si chiude sotto la croce e nei pressi del sepolcro “dove è presente la Donna”. Tra l’una e l’altra scena tutto il clima narrativo di Giovanni è sponsale e conviviale: il Battista dichiara di essere “l’amico dello Sposo”; Gesù moltiplica se stesso e promette “chi masticherà questo pane avrà la vita”; al pozzo di Sichar una Donna s’innamora del vero Sposo dopo averlo cercato tra molti amanti; a Betània una Donna compie riti sponsali su Gesù; e non manca la lavanda dei piedi durante una Cena intima e sponsale. L’Evangelo di Giovanni narra la vita intera di Gesù come Sacerdote e Sposo.  
Alleanza.
In tutti i Vangeli c’è una parola suggestiva e misteriosa, ingombrante, difficile: «Alleanza». Ripetuta 353 volte in tutta la Bibbia, mai citata dall’evangelista Giovanni, timidamente ricordata da Matteo e Marco sulla bocca di Gesù nell’ultima Cena, debordante nella Lettera Agli Ebrei. Alleanza nuova ed eterna come in un rito di matrimonio: «Io, Dio, accolgo te mia umanità, come mia sposa e prometto di esserti fedele nella salute e nella malattia, nei tempi della tua fedeltà e dei tuoi tradimenti e di amarti e onorarti in tutti i giorni della tua vita». Così ci ripete il Signore ogni domenica. Così Dio esce dalla condizione di single e si sposa con questa signora umanità, nonostante i suoi trascorsi poco nobili e poco etici, così come la sposa di Osea: prostituta recidiva. Ma Lui, Dio, è fatto misteriosamente così: sposa chi si è prostituito, mangia con chi ha rubato e frodato, invita a nozze compagnie poco raccomandabili. Paolo dice: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi» (Galati 3,13).

Come, dunque, chiameremo la Domenica, se non Giorno di nozze e del suo pranzo gratuito?
Per due domeniche il Signore ci ha mandato a lavorare: «Andate a lavorare nella mia Vigna». Oggi cessa il lavoro e si fa festa: «Andate a riposarvi, a mangiare e a far festa». Mi piace questo Signore che crea sei giorni per lavorare e ne riserva un settimo per sedersi a tavola con noi e fare festa. Anzi: ci dice che inventerà tra poco un Ottavo Giorno, dove « asciugherà ogni lacrima dagli occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap. 21, 4). E questa Alleanza-invito è rivolto a persone in particolari condizioni: «ai crocicchi delle strade…cattivi e buoni».
«L’Evangelo sta lì a ricordare alla Chiesa l’unica via possibile, che è quella del Signore, che è quella dei poveri: la via del crocifisso, la via dei crocifissi, che è la via dell’amore, della consegna di sé perché tutti abbiano speranza e salvezza. Si tratta di cogliere i poveri come membra elette della Chiesa, perché sono le membra nelle quali di preferenza il Verbo di Dio incarnato nasconde il fulgore della sua gloria, che si rivelerà alla fine dei tempi. Nei poveri dunque Dio manifesta il suo mistero di elezione e chiama la chiesa a riconoscerlo. Questo significa non solo edificare una Chiesa che pone i poveri tra le sue attività più rilevanti, ma al contrario una chiesa che continuamente si rinnova per rendere visibile questo mistero di elezione, per rendere la sua casa degna dei poveri, in modo che essi non si sentano né intrusi, né usati, né ospiti da invitare per le grandi occasioni, ma accolti per quello che sono nel mistero davanti a Dio. I poveri sono il giudizio di Dio sulla Chiesa, ne rivelano il suo peccato, le sue prostituzioni, le sue ricchezze, le sue idolatrie, le sue malattie, le sue ingiustizie, e dunque la chiamano al rinnovamento evangelico, alla conversione e alla purificazione»[1]
La pietra d’inciampo delle “cose buone” da fare.
L’Eucaristia domenicale – nonostante queste bibliche connotazioni sponsali – langue. E’ esangue, spremuta dalle turbolenze del menage familiare con figli da accudire, abiti da lavare e stirare e pulizie di casa, total-spesa al supermarket per la settimana. Povera eucaristia spremuta nel torchio della deregulation di ore lavorative in caduta libera, turni del marito che incrociano quelli della moglie, nonni da accudire, qualche ora di sonno in più da risicare, amici da ritrovare. Giorno, quello domenicale, che accumula su di sé tutte le maledizioni e le benedizioni dei giorni.

D’altra parte anche gli invitati della parabola adducono ragioni che sono sacrosante e non innominabili; ragioni ragionevoli, quotidiane, non rinviabili: «Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari». Luca (cap. 14) è più esplicito: «Ma tutti, all’unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire». Notate: «Ti prego di considerarmi giustificato». Che è come dire: «Io ho tanta fede anche se non vado a Messa. Ti prego di considerarmi giustificato». C’è una religiosità, una confidente o sfacciata preghiera negli affanni quotidiani che ci fa correre paralleli all’invito alla Cena di nozze. Anche le cose buone e giuste, ci estraniano dall’Eucaristia domenicale.
Nella parabola si notano chiaramente due parti: la prima riguardante l’invito rifiutato dai primi invitati e rivolto universalmente agli estranei e la seconda che narra l’ispezione del re nella sala del banchetto e l’esclusione dell’uomo senza veste di nozze.
Anche quelli degli incroci di strada e delle siepi, i barboni della religione, i mendicanti di tozzi di pane, accorsi in massa, devono sottostare alla regola dell’abito di nozze, dell’abito battesimale. Fiumi di inchiostro furono versati per interpretare il senso di questo “abito nuziale”: chi lo interpreta come purezza dell’anima dal peccato mortale, chi più seriamente reclama il richiamo biblico del «rivestitevi di Cristo» (Romani 13,14) e del «rivestitevi di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza» (Colossesi 3,12).
Di fatto nella sala siamo chiamati tutti, «buoni e cattivi». Non spetta a noi giudicare, selezionare. Né ciascuno può dire se appartiene ai buoni o ai cattivi; anzi, ciascuno è un campo con buon grano e zizzania, una rete che raccoglie pesci buoni e pesci marci; in noi c’è il fantasma del figlio giovane che scappa di casa e ritorna e di quello maggiore che apparentemente sta sempre dentro le mura, ma di fatto è emigrato fuori dal cuore del Padre. Non esistono salvacondotti garantiti per entrare nel Regno.

Ora mi viene una domanda curiosa a cui non so rispondere: ma la sposa dov’è? Noi siamo gli invitati  alle nozze o la sposa? O tutto insieme? A te la risposta.
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[1] M. Toschi, in Missione Oggi 1/1999




4 ottobre 2020. Domenica 27a
LA PAURA DI NON PORTARE FRUTTI

L’avvio di un nuovo anno pastorale nasconde qualche preoccupazione, insieme a speranze e progetti. Mi ha sempre impressionato il fatto che delle ferventi comunità dei primi secoli, fondate da apostoli e martiri, resta solo la loro preistoria. Che cosa sarà delle nostre parrocchie fra qualche secolo? Le Chiese europee hanno perso un fervore neofita che ora pare diffuso su Chiese giovani del Sud del mondo. Resteremo reperti archeologici e territori da rievangelizzare? Gravi sono, oggi, anche le paure nel più vasto campo delle società. Il nostro grande albero sta producendo ancora frutta selvatica:

Preghiamo. Padre giusto e misericordioso, che vegli incessantemente sulla tua Chiesa, non abbandonare la vigna che la tua destra ha piantato: continua a coltivarla e ad arricchirla di scelti germogli, perché innestata in Cristo, vera vite, porti frutti abbondanti di vita eterna. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 5,1-7
Voglio cantare per il mio amato il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio amato possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi. E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia. Ebbene, la vigna del Signore dell’universo è la casa d’Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi.

Salmo 79 La vigna del Signore è la casa d’Israele.
Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata.

Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli.
Perché hai aperto brecce nella sua cinta e ne fa vendemmia ogni passante?
La devasta il cinghiale del bosco e vi pascolano le bestie della campagna.
Dio dell’universo, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Signore, Dio dell’universo, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 4,6-9
Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù.In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!

Dal Vangelo secondo Matteo 21,33-43
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo.
Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà affittato a un popolo che ne produca i frutti».

LA PAURA DI NON PORTARE FRUTTI. Don Augusto Fontana
L’avvio di un nuovo anno pastorale nasconde qualche preoccupazione, insieme a speranze e progetti. Mi ha sempre impressionato il fatto che delle ferventi comunità dei primi secoli, fondate da apostoli e martiri, resta solo la loro preistoria. Che cosa sarà delle nostre parrocchie fra qualche secolo? Le Chiese europee hanno perso un fervore neofita che ora pare diffuso su Chiese giovani del Sud del mondo. Resteremo reperti archeologici e territori da rievangelizzare? Gravi sono, oggi, anche le paure nel più vasto campo delle società. Il nostro grande albero sta producendo ancora frutta selvatica: il mercato marcia e il lavoro marcisce; le previdenze sociali vengono risicate dal grande scandalo della finanza padrona che affama il mondo intero; gli accordi di pace sono fragili come anche fragili sono gli accordi affettivi che producono relazioni disastrate; si imbarbariscono i rapporti tra istituzioni e fedi religiose. La vita è un rischio continuo, da qualsiasi parte la si prende. 
Nella Liturgia di oggi l’apostolo Paolo scrive alla comunità di Filippi e la esorta a non lasciarsi prendere dal panico (“non affannatevi, ma in ogni necessità fate presente a Dio le vostre richieste perchè la pace di Dio vi custodirà in Cristo”), ma Matteo e Isaia sembrano non fare sconti (“Renderò la mia vigna un deserto arido…Vi toglierò il Regno di Dio e lo affitterò ad un popolo che lo farà fruttificare”).
I cristiani di Filippi erano alle prese con problemi quotidiani di ostilità esterne e di conflitti e divergenze interne. Allora Paolo raccomanda di non lasciarsi affannare eccessivamente. Viene in mente la raccomandazione di Gesù riportata da Matteo 6, 23: non affannatevi per cibo, bevanda, vestito e futuro, ma occupatevi della vita e dell’oggi dentro la tenerezza di Dio.  Paolo augura una pace di Dio che non assomigli certo ad una polizza assicurativa contro infortuni e contraddizioni pastorali ed esistenziali, ma esclude panico e paralisi, comprendendo una resistenza attiva e fiduciosa. La resistenza attiva la si compie sulle barricate della vita quotidiana attivando in famiglia, sul lavoro, nei condomini e nella parrocchia il circolo virtuoso di tutto ciò che è “vero, nobile, giusto, puro, amabile, apprezzato, virtuoso, lodevole”. La resistenza fiduciosa la si sperimenta sulle barricate della preghiera di intercessione il cui paradigma è il Padre Nostro che resta l’intramontabile barriera contro la banalizzazione di Dio e dei nostri veri bisogni.  La Liturgia sostiene il motivo di questa fiducia riconoscente: siamo una vigna circondata dalle affettuose cure del contadino. Anche Geremia ed Ezechiele, oltre a Isaia, adottano l’allegoria della vigna e della sposa per descrivere come si crea, si strappa e si ricuce il tessuto dei rapporti affettivi tra Dio e comunità. Chi avesse modo di rileggersi Ezechiele dal capitolo 15 al 20 potrebbe essere preso da una santa paura per i rischi che incombono sulla comunità religiosa che si autoassolve, non si lascia provocare dai segni e dai profeti del suo tempo chiudendosi in un’autarchia pigra e supponente.
La prima vera paura che devo, che dovremmo, avere è di portare frutti selvatici deludendo le attese del Signore (Isaia 5: “Egli aspettava che la sua vigna producesse uva dolce ed invece ha prodotto uva selvatica e cioè aspettava giustizia e la vigna ha prodotto delitti; aspettava rettitudine ed ha prodotto grida di oppressi”). Aceto invece che vino dolce. Tutti e 4 i Vangeli dicono che sulla croce alcuni soldati diedero a Gesù una spugna imbevuta di aceto: «E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere (Mt 27,48). Era un modo per ricordare il compimento del Salmo 68,22: «Hanno messo nel mio cibo veleno e quando avevo sete mi hanno dato aceto».
I due punti “caldi” del brano evangelico (Matteo 21, 33-43) da un lato mettono al centro il problema della Chiesa in relazione alla Sinagoga ebraica e all’affievolirsi della fedeltà nelle opere della fede (“Darà la vigna ad altri contadini che gli consegneranno i frutti a suo tempo…Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà affittato a un popolo che lo farà fruttificare.”) e dall’altro, con la citazione del Salmo 118 (“La pietra che i costruttori hanno scartato diventerà la pietra insostituibile”)  si evidenzia il ruolo di Gesù crocifisso e risorto quale fondamento della Chiesa e rigido criterio per la sua attività. La parabola evangelica è il riepilogo della Storia Sacra fino all’ultimo atto della esclusione di Gesù. Esclusione non attribuibile ai soli giudei, ma possibile anche da parte di chi, come me, continua a declamarsi cristiano estromettendo cortesemente Gesù dai recinti della vita quotidiana.
E’ la storia di uomini che, chiamati ad essere servi coltivatori del campo, se ne fanno proprietari rivendicandone i diritti come conseguenza del loro attivismo. Scoprire il dono, invece,  porta a ritenersi semplici custodi e non possessori.
E’ la storia di chi ha paura del nuovo che sconvolge i piani: la polemica antigiudaica di Matteo non si rivolge solo all’immobilismo giudaico del suo tempo di fronte alla novità di Gesù, ma anche ai membri della sua comunità che pretendono di fissare l’azione di Dio nelle tradizioni del passato e in base ai criteri del loro vissuto.
E’ la storia di chi preferisce palpare i frutti o consumarli nello spazio intraecclesiale anzichè consegnarli e socializzarli mediante una partecipazione attiva, testimoniante e missionaria.
Il tema del giudizio non vuole perpetuare l’equivoco di un Dio-padre-padrone che dà e toglie, assume e licenzia, ma ha lo scopo di creare una biblica gelosia, un religioso timore, un risveglio della coscienza e della responsabilità senza spazi per il quietismo.
L’allegoria di Isaia e la Parabola hanno dunque una doppia valenza:
1. Sono una “buona notizia”: chiunque tu sia, dovunque tu sia, qualunque capacità tu abbia, in qualunque ora della tua vita tu puoi lavorare nella vigna del Regno e farla fruttificare per il Signore e per la comunità.
2. Sono anche un “avvertimento”: chiunque noi siamo, prete o laico, possiamo rischiare di percuotere i piccoli profeti di Dio, tagliar fuori suo Figlio e sciupare, nella insignificanza, la responsabilità che ci è data.




27 settembre 2020. Domenica 26a
UN UOMO AVEVA DUE CUORI

Una signora mi disse: “Io sono molto cattolica perchè i miei genitori erano molto di chiesa, ho una sorella suora, uno zio prete e sono devota di Padre Pio”. Mi è anche stato detto: «Se tutti quelli che applaudono il Papa, mettessero in pratica quello chiede, il mondo non sarebbe quello che è!». E’ vero: persiste lo strappo tra consenso e partecipazione, tra culto e vita, tra declamazioni del Credo ed etica quotidiana, tra utenza religiosa e partecipazione corresponsabile alla comunità di appartenenza.  Per molto tempo nelle inchieste socio religiose si è ritenuto di poter misurare la religiosità dei gruppi e delle persone in base a indicatori incentrati sulla pratica religiosa (Messa, sacramenti…). Si è poi scoperto che la registrazione di comportamenti esteriori non faceva giustizia di tutti quei valori interiori che sono presenti nei cristiani non praticanti che, per scelta o necessità, costituiscono la “chiesa anonima”. Molte persone ritenute lontane, indifferenti, critiche o atee, risultano portatrici di semi evangelici.

Preghiamo. O Padre, sempre pronto ad accogliere pubblicani e peccatori appena si dispongono a pentirsi di cuore, tu prometti vita e salvezza a ogni uomo che desiste dall’ingiustizia: il tuo Spirito ci renda docili alla tua parola e ci doni gli stessi sentimenti che sono in Cristo Gesù. Egli è Dio, e vive e regna con te e con lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Dal libro del profeta Ezechièle 18,25-28
Così dice il Signore:  «Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».

Salmo 24. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri. 

Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza; io spero in te tutto il giorno.
Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre.
I peccati della mia giovinezza e le mie ribellioni, non li ricordare: ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore.
Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (2, 1-5)
Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.

Dal Vangelo secondo Matteo 21,28-32
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».   E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli». 

UN UOMO AVEVA DUE CUORI. Don Augusto Fontana

Il nostro contesto.
Una signora mi disse: “Io sono molto cattolica perchè i miei genitori erano molto di chiesa, ho una sorella suora, uno zio prete e sono devota di Padre Pio”. Mi è anche stato detto: «Se tutti quelli che applaudono il Papa, mettessero in pratica quello chiede, il mondo non sarebbe quello che è!». E’ vero: persiste lo strappo tra consenso e partecipazione, tra culto e vita, tra declamazioni del Credo ed etica quotidiana, tra utenza religiosa e partecipazione corresponsabile alla comunità di appartenenza.  Per molto tempo nelle inchieste socio religiose si è ritenuto di poter misurare la religiosità dei gruppi e delle persone in base a indicatori incentrati sulla pratica religiosa (Messa, sacramenti…). Si è poi scoperto che la registrazione di comportamenti esteriori non faceva giustizia di tutti quei valori interiori che sono presenti nei cristiani non praticanti che, per scelta o necessità, costituiscono la “chiesa anonima”. Molte persone ritenute lontane, indifferenti, critiche o atee, risultano portatrici di semi evangelici. Ma il gap tra ortodossia e ortoprassi, cioè tra ineccepibili proclamazioni e coerenti comportamenti, esiste anche al di fuori della chiesa e della religione: chi di noi non sente fastidio davanti al moltiplicarsi di proclami politici, di Carte dei diritti, di raccolte di firme che non trovano riscontro nella pratica? I confini, insomma, tra il “sì” e il “no” sono tutti da scoprire. Anche perché questi confini, non ben definiti, esistono dentro ciascuno di noi.  Scriveva Padre E. Ronchi: «Un uomo aveva due figli. E si potrebbe dire: un uomo aveva due cuori. Perché quei due figli sono il nostro cuore diviso, un cuore che dice sì e che dice no, un cuore che dice e poi si contraddice. Come san Paolo anche noi constatiamo che “io faccio quello che non vorrei e il bene che pure vorrei fare non riesco a farlo”. Una delle preghiere più importanti dei salmi chiede: Signore, donami un cuore integro, fa’ che non abbia due cuori, in lotta tra loro, donami un cuore unificato (Salmo 101)».

 Il contesto di Matteo.
Non tanto lontane da noi erano le preoccupazioni dell’Evangelista Matteo quando ricordava che «Non chiunque dirà ‘Signore, Signore’ entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio»  (7,21) e quando decideva di raccogliere nei capitoli 21 e 22 tre parabole: dei due figli (21,28-32), dei vignaioli omicidi (21,33-44) e del banchetto nuziale (22,1-14), trittico parabolico  proposto ai capi del popolo mentre Gesù sente vicina la sua fine. Davanti a lui stanno i sommi sacerdoti (alti funzionari del tempio) e gli anziani (l’aristocrazia laica) cioè quelli stessi che tra poco lo condanneranno. “La figura dell’oppositore che Gesù ha incontrato – che si tratti dei farisei o delle autorità o di altri – nei Vangeli viene sempre enfatizzata, in qualche modo trasformata, in una figura tipica e ripetibile: la figura del “credente incredulo”. Ciò che è accaduto allora può riprodursi oggi, questo è il messaggio; e il rifiuto di allora può diventare anche il nostro e per gli stessi motivi[1].

In queste parabole, che celebreremo per 3 domeniche successive, possiamo tener presenti 2 livelli di lettura.

  1. C’è prima di tutto un livello interpretativo che corrisponde al primo problema della Chiesa di Matteo: come mai gli ebrei preparati da secoli di catechesi e rivelazioni hanno detto “SI” a Dio ed ora rifiutano Gesù il Cristo e i suoi missionari, mentre i pagani, i “senza storia”, i “senza Legge” stanno aderendo felicemente alla nuova proposta cristiana? “Il problema che si pone con particolare urgenza nell’interpretazione di Matteo è quello dei rapporti tra “la Chiesa del Messia” e la sinagoga ebraica. La chiesa di Matteo tende a smarcarsi dal giudaismo rabbinico come ogni minoranza che cerca di definire la propria identità. Matteo è il testimone di un grande sforzo nella definizione dei rapporti tra chiesa messianica ed ebraismo rabbinico nel I° secolo[2]. Per la Chiesa di oggi il problema di Matteo sembra che non sia più attuale. Ma è vero? Matteo riporta queste sentenze e parabola in funzione dei problemi della sua comunità sulla falsa sicurezza dei cristiani formali che ritengono di essere a posto per il fatto che appartengono alla comunità e si accontentano di dichiarazioni verbali. Si tratta di quella presunzione, che ci accomuna in molti, che ci fa assomigliare al figlio maggiore (nella parabola detta del “Figlio prodigo”) che pensava di essere “in casa”, ma di fatto ne era “fuori”. Anche Pietro proclama un credo ortodosso ma diventa poi pietra di inciampo, dichiara di voler morire con Gesù e poi rinnega per paura. I confini tra il “dentro” e il “fuori” sono tutti da rivisitare. Nessuno di noi può esentarsi dal sentirsi rivolte a sè le parole di Gesù: “Molti mi diranno in quel giorno: «Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?» Io però dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità»”(Mt 7,22-23). Anche a noi può essere rivolto il richiamo di Giovanni Battista: “Non crediate di poter dire fra voi: «Abbiamo Abramo per padre». Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre”(Mt 3,9). Non farebbe male leggere tutto il capitolo 18 di Ezechiele dedicato a questo tema che, nel giudaismo del suo tempo, costituiva una rottura: il Signore giudica non dalle appartenenze sociologiche, nè dagli alberi genealogici di parentela o dalle iscrizioni ai registri anagrafici parrocchiali.
  2. Poi c’è un secondo livello ecclesiale di lettura costituito dal rapporto tra culto e vita, tra proclamazione e prassi, tra ortodossia ed ortoprassi. Matteo parrebbe essere molto vicino all’indirizzo catechetico di Giacomo: “La fede senza le opere è morta” (Giac. 2,17). Paolo dirà, usando un termine greco quasi intraducibile in italiano (“aletheuontes = facenti la verità”): “fate la verità nell’amore”( Efesini 4,14). Matteo, esperto scriba, sa tradurre e interpretare l’Antica Rivelazione. Non può quindi non ricordare Esodo 24,7. Dopo che Mosè ebbe letto pubblicamente il «documento dell’alleanza» il popolo disse: “Tutto ciò che ha detto il Signore, noi lo faremo e lo ascolteremo”. M. Buber dice che quella congiunzione tra i due verbi “noi faremo e ascolteremo” va tradotta con “Noi faremo al fine di ascoltare”. Nel Vangelo Gesù dice a qualcuno “Vieni e seguimi”; ad altri dice “Va’, la tua fede ti ha salvato…torna a casa tua…non peccare più”. Accade per il centurione, il paralitico, l’indemoniato, la donna emorroissa, una madre, la donna del profumo, l’adultera[3]. «E che dire di tutti quei “benedetti del Padre” che incontrano Gesù attraverso i carcerati visitati, i malati curati, a cui si fa riferimento nel giudizio finale del Vangelo secondo Matteo?… Bisogna decostruire gli stereotipi “praticanti-non praticanti”… Il rapporto tra la Chiesa visibile e la Chiesa nascosta o disseminata non è un rapporto di contrapposizione, bensì di complementarietà, di dinamismo… Quei fedeli non esprimono la loro fede come desidereremmo, eppure molto spesso la loro vita è apostolica, pur restando secolarizzata»[4]. Papa Francesco alla apertura del Convegno della diocesi di Roma (2013) aveva detto: «Nel Vangelo è bello quel brano che ci parla del pastore che, quando torna all’ovile, si accorge che manca una pecora, lascia le 99 e va a cercarla. Ma noi ne abbiamo una; ci mancano le 99! Dobbiamo uscire e andare da loro! Siamo minoranza. E noi sentiamo il fervore e lo zelo apostolico di andare e uscire e trovare le altre 99? … È più facile restare a casa con quell’unica pecorella, pettinarla, accarezzarla… E quando una comunità è chiusa sempre tra le stesse persone, questa comunità non è una comunità che dà vita. È una comunità sterile, non è feconda».

Entriamo ora nella parabola.
Innanzitutto occorre attenzione al dialogo fatto di domande e risposte: All’inizio “Che ve ne pare?” e alla fine “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?”. Mi intrigano certi dialoghi serrati tra Gesù e gli ascoltatori (noi?). E’ come se mi trovassi con le spalle al muro o, dice il profeta Amos, «come quando uno fugge davanti al leone e s’imbatte in un orso; riesce a rifugiarsi in casa, appoggia la mano sul muro e un serpente lo morde» (5,19). Praticamente senza scampo. Poi occorre non perdere di vista la vigna che, in questa porzione di tempo liturgico, resta un’icona costante dei rapporti di alleanza con Dio e nell’ambito sociale ed ecclesiale dove l’evangelo è chiamato a diventare amore di qualità. Il cuore del brano evangelico sembra concentrarsi nelle due sentenze di Gesù: «I pubblicani e le prostitute vi precederanno…i pubblicani e le prostitute hanno creduto alla via della giustizia indicata dal Battezzatore». Ed infine non pare di poco conto l’insistenza sul baratro tra il dire e il fare, con una chiara scelta di Matteo a favore del “fare”. La parabola ha due facce: sembra di trovarci di fronte ad una specie di parabola ‘girevole’. Se rivolta ai peccatori li assicura che le loro possibilità sono intatte: il no può diventare sì. Se rivolta ai giusti, parla a loro dei peccatori: sono migliori di voi![5]

“Avendoci ripensato” .
Il dire rimane sempre ambiguo, solo il fare è decisivo. Ma prima del fare, Matteo aggiunge il pentimento. Il testo greco di Matteo sottolinea «”Non voglio!”. Alla fine però avendo mutato parere…». Il mio rischio è quello di non ricredermi neppure “alla fine”. Nessuno dei due figli può vantare una obbedienza perfetta, una piena corrispondenza tra il dire e il fare, tra la parola e la prassi. Nella parabola manca un figlio, un personaggio: quello che dice SI e va di fatto a lavorare. Forse questo personaggio, nascosto e non citato, è Gesù, come dice l’apostolo Paolo: «Il Figlio di Dio, Gesù Cristo non fu SI’e NO, ma in lui c’è stato il SI’» (2 Corinti 1,19). Almeno uno c’è riuscito. Alleluia. Per noi l’unica chance di salvezza è la capacità di ricredersi, il coraggio di contraddirsi, di ripensarci. Dunque, si può passare da un no ad un sì! Non devo considerare i “no” miei e di altre persone come posizioni immodificabili. Nella prassi del regno di Dio, cioè sotto lo sguardo di Dio, esiste la possibilità di “ripensare”, di andare oltre i nostri rifiuti. Dio non condanna coloro che fanno fatica a credere, che esitano, che hanno paura a dire di sì: «Queste esitazioni, queste resistenze sono umane, soprattutto davanti ad un appello che disturba e che costa; è normale domandarsi se ne valga la pena… E’ dunque permesso non credere subito, non impegnarsi immediatamente, avere paura… L’essenziale è non far tacere l’appello» (Robert Grimm).

Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Questa piccola parola – “OGGI” – va messa nella dovuta evidenza: «Noi ascoltiamo la parabola oggi, qui ed ora: essa ci raggiunge là dove siamo; fa irruzione nella nostra vita in questo “oggi”, come se tutto il resto fosse cancellato: quel passato che è appunto fatto di esitazioni, rinnegamenti, compromessi e peccati… che alimentano i nostri sensi di colpa» (R. Grimm). Ogni giorno mi è chiesto di decidere, di rispondere. Non posso vivere di rendita dei “sì” di un tempo.

[1] B.Maggioni Le parabole  evangeliche, Vita e pensiero
[2] A.Mello Evangelo secondo Matteo, Ed Qiqajon
[3] Mt 8,13; 9,6; Mc 5,19; 5,34;7,29; Lc 7,50; Gv 8,11
[4] Valérie Le Chevalier, Credenti non praticanti, Qiqajon, 2019
[5] B. Maggioni o.c.