15 ottobre 2023. Domenica 28a
EVVIVA GLI SPOSI!

28a domenica – 15 ottobre 2023

Preghiamo. O Padre, che inviti il mondo intero alle nozze del tuo Figlio, donaci la sapienza del tuo Spirito, perché possiamo testimoniare qual è la speranza della nostra chiamata, e nessun uomo abbia mai a rifiutare il banchetto della vita eterna o a entrarvi senza l’abito nuziale. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaìa (25,6-10)
Preparerà il Signore dell’universo per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli e la coltre distesa su tutte le nazioni. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto, l’ignominia del suo popolo farà scomparire da tutta la terra, poiché il Signore ha parlato. E si dirà in quel giorno: «Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Questi è il Signore in cui abbiamo sperato; rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza, poiché la mano del Signore si poserà su questo monte».
Salmo 22 (23). Abiterò per sempre nella casa del Signore.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia. R/.
Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. R/.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici. Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca. R/.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni. R/.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (4,12-14.19-20)
Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni.  Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù. Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Dal vangelo secondo Matteo 22,1-14
In quel tempo, Gesù riprese a parlare con parabole [ai capi dei sacerdoti e ai farisei] e disse: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò di nuovo altri servi con quest’ordine: Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”. Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero. Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città.  Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.  Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. Quello ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». 

EVVIVA GLI SPOSI! Don Augusto Fontana

Altare o Mensa?
Come lo chiamiamo? Altare o Mensa? E la Messa come la chiamiamo: Sacrificio o Cena? Uno strisciante dibattito teologico sta avvenendo nelle segrete stanze dei teologi e degli addetti ufficiali alla Congregazione vaticana del Culto. Ogni tanto sfugge qualche intercettazione e i giornali pubblicano imminenti ritorni del prete che celebra in latino con le spalle al popolo e che dà la comunione in bocca a fedeli inginocchiati a marmoree balaustre ricostruite per dividere lo spazio clericale del presbiterio da quello profano dei fedeli. Così, tanto per salvaguardare la sacralità trascendente del mistero. Stiamo ondeggiando tra volontà di andare incontro a tutti pur di “far soddisfare il precetto” o di far ritornare la supposta banalizzazione dei riti ad una solennità sacrale più ingessata di quanto non sia ancora oggi.
Mi pare che la liturgia di oggi ci orienti con chiarezza: la Messa è l’inizio di una festosa e universale Cena di nozze che culminerà nel banchetto eterno. Qualche bambino (e non solo) mi ha chiesto se è vero che dopo la morte continueremo a mangiare e cosa mangeremo. E io non ho saputo rispondere se non dicendo che il Signore ci parla con la nostra lingua, fatta di cose e immagini concrete, ma che poi, al momento opportuno, vedremo, ascolteremo e vivremo cose ancora più belle e che mai avremmo sognato.
Per ora restiamo su questa immagine: un banchetto e per di più durante uno sposalizio. L’evangelo di Giovanni si apre con le nozze di Cana “dove è presente la Donna” e si chiude sotto la croce e nei pressi del sepolcro “dove è presente la Donna”. Tra l’una e l’altra scena tutto il clima narrativo di Giovanni è sponsale e conviviale: il Battista dichiara di essere “l’amico dello Sposo”; Gesù moltiplica se stesso e promette “chi masticherà questo pane avrà la vita”; al pozzo di Sichar una Donna s’innamora del vero Sposo dopo averlo cercato tra molti amanti; a Betània una Donna compie riti sponsali su Gesù; e non manca la lavanda dei piedi durante una Cena intima e sponsale. L’Evangelo di Giovanni narra la vita intera di Gesù come Sacerdote e Sposo.
Alleanza.
In tutti i Vangeli c’è una parola suggestiva e misteriosa, ingombrante, difficile: «Alleanza». Ripetuta 353 volte in tutta la Bibbia, mai citata dall’evangelista Giovanni, timidamente ricordata da Matteo e Marco sulla bocca di Gesù nell’ultima Cena, debordante nella Lettera agli Ebrei. Alleanza nuova ed eterna come in un rito di matrimonio: «Io, Dio, accolgo te mia umanità, come mia sposa e prometto di esserti fedele nella salute e nella malattia, nei tempi della tua fedeltà e dei tuoi tradimenti e di amarti e onorarti in tutti i giorni della tua vita». Così ci ripete il Signore ogni domenica. Così Dio esce dalla condizione di single e si sposa con questa signora umanità, nonostante i suoi trascorsi poco nobili e poco etici, così come la sposa di Osea: prostituta recidiva. Ma Lui, Dio, è fatto misteriosamente così: sposa chi si è prostituito, mangia con chi ha rubato e frodato, invita a nozze compagnie poco raccomandabili. Paolo dice: «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della legge, diventando lui stesso maledizione per noi» (Galati 3,13).
Come, dunque, chiameremo la Domenica, se non Giorno di nozze e del suo pranzo gratuito?
Per due domeniche il Signore ci ha mandato a lavorare: «Andate a lavorare nella mia Vigna». Oggi cessa il lavoro e si fa festa: «Andate a riposarvi, a mangiare e a far festa». Mi piace questo Signore che crea sei giorni per lavorare e ne riserva un settimo per sedersi a tavola con noi e fare festa. Anzi: ci dice che inventerà tra poco un Ottavo Giorno, dove « asciugherà ogni lacrima dagli occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (Ap. 21, 4). E questa Alleanza-invito è rivolto a persone in particolari condizioni: «ai crocicchi delle strade…cattivi e buoni».
«L’Evangelo sta lì a ricordare alla Chiesa l’unica via possibile, che è quella del Signore, che è quella dei poveri: la via del crocifisso, la via dei crocifissi, che è la via dell’amore, della consegna di sé perché tutti abbiano speranza e salvezza. Si tratta di cogliere i poveri come membra elette della Chiesa, perché sono le membra nelle quali di preferenza il Verbo di Dio incarnato nasconde il fulgore della sua gloria, che si rivelerà alla fine dei tempi. Nei poveri dunque Dio manifesta il suo mistero di elezione e chiama la chiesa a riconoscerlo. Questo significa non solo edificare una Chiesa che pone i poveri tra le sue attività più rilevanti, ma al contrario una chiesa che continuamente si rinnova per rendere visibile questo mistero di elezione, per rendere la sua casa degna dei poveri, in modo che essi non si sentano né intrusi, né usati, né ospiti da invitare per le grandi occasioni, ma accolti per quello che sono nel mistero davanti a Dio. I poveri sono il giudizio di Dio sulla Chiesa, ne rivelano il suo peccato, le sue prostituzioni, le sue ricchezze, le sue idolatrie, le sue malattie, le sue ingiustizie, e dunque la chiamano al rinnovamento evangelico, alla conversione e alla purificazione»[1].
La pietra d’inciampo delle “cose buone” da fare.
L’Eucaristia domenicale – nonostante queste bibliche connotazioni sponsali – langue. E’ esangue, spremuta dalle turbolenze del menage familiare con figli da accudire, abiti da lavare e stirare e pulizie di casa, total-spesa al supermarket per la settimana. Povera eucaristia spremuta nel torchio della deregulation di ore lavorative in caduta libera, turni del marito che incrociano quelli della moglie, nonni da accudire, qualche ora di sonno in più da risicare, amici da ritrovare. Giorno, quello domenicale, che accumula su di sé tutte le maledizioni e le benedizioni dei giorni.
D’altra parte anche gli invitati della parabola adducono ragioni che sono sacrosante e non innominabili; ragioni ragionevoli, quotidiane, non rinviabili: «Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari». Luca (cap. 14) è più esplicito: «Ma tutti, all’unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, considerami giustificato. Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire». Notate: «Ti prego di considerarmi giustificato». Che è come dire: «Io ho tanta fede anche se non vado a Messa. Ti prego di considerarmi giustificato». C’è una religiosità, una confidente o sfacciata preghiera negli affanni quotidiani che ci fa correre paralleli all’invito alla Cena di nozze. Anche le cose buone e giuste, ci estraniano dall’Eucaristia domenicale.
Nella parabola si notano chiaramente due parti: la prima riguardante l’invito rifiutato dai primi invitati e rivolto universalmente agli estranei e la seconda che narra l’ispezione del re nella sala del banchetto e l’esclusione dell’uomo senza veste di nozze.
Anche quelli dei crocicchi di strada e delle siepi, i barboni della religione, i mendicanti di tozzi di pane, accorsi in massa, devono sottostare alla regola dell’abito di nozze, dell’abito battesimale.
Fiumi di inchiostro furono versati per interpretare il senso di questo “abito nuziale”: chi lo interpreta come purezza dell’anima dal peccato mortale, chi più seriamente reclama il richiamo biblico del «rivestitevi di Cristo» (Rom. 13,14) e del «rivestitevi di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza» (Col. 3,12).
Di fatto nella sala siamo chiamati tutti, «buoni e cattivi». Non spetta a noi giudicare, selezionare. Né ciascuno può dire se appartiene ai buoni o ai cattivi; anzi, ciascuno è un campo con buon grano e zizzania, una rete che raccoglie pesci buoni e pesci marci; in noi c’è il fantasma del figlio giovane che scappa di casa e ritorna e di quello maggiore che apparentemente sta sempre dentro le mura, ma di fatto è emigrato fuori dal cuore del Padre. Non esistono salvacondotti garantiti per entrare nel Regno.

Ora mi viene una domanda curiosa a cui non so rispondere: ma la sposa dov’è? Noi siamo gli invitati alle nozze o siamo la sposa? O tutto insieme? A te la risposta.


[1] M. Toschi, in Missione Oggi 1/1999




8 ottobre 2023. Domenica 27a
La paura di non portare frutti

27 domenica A  – 8 ottobre 2023

Preghiamo. Padre giusto e misericordioso, che vegli incessantemente sulla tua Chiesa, non abbandonare la vigna che la tua destra ha piantato: continua a coltivarla e ad arricchirla di scelti germogli, perché innestata in Cristo, vera vite, porti frutti abbondanti di vita eterna. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 5,1-7
Voglio cantare per il mio amato il mio cantico d’amore per la sua vigna. Il mio amato possedeva una vigna sopra un fertile colle. Egli l’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi. E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi? Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata. La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia. Ebbene, la vigna del Signore dell’universo è la casa d’Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi.
Salmo 79. La vigna del Signore è la casa d’Israele.
Hai sradicato una vite dall’Egitto, hai scacciato le genti e l’hai trapiantata.
Ha esteso i suoi tralci fino al mare, arrivavano al fiume i suoi germogli.
Perché hai aperto brecce nella sua cinta e ne fa vendemmia ogni passante?
La devasta il cinghiale del bosco e vi pascolano le bestie della campagna.
Dio dell’universo, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi e visita questa vigna, proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell’uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome.
Signore, Dio dell’universo, fa’ che ritorniamo, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 4,6-9
Fratelli, non angustiatevi per nulla, ma in ogni circostanza fate presenti a Dio le vostre richieste con preghiere, suppliche e ringraziamenti. E la pace di Dio, che supera ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e le vostre menti in Cristo Gesù. In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri. Le cose che avete imparato, ricevuto, ascoltato e veduto in me, mettetele in pratica. E il Dio della pace sarà con voi!
Dal Vangelo secondo Matteo 21,33-43
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Ascoltate un’altra parabola: c’era un uomo, che possedeva un terreno e vi piantò una vigna. La circondò con una siepe, vi scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono. Mandò di nuovo altri servi, più numerosi dei primi, ma li trattarono allo stesso modo. Da ultimo mandò loro il proprio figlio dicendo: “Avranno rispetto per mio figlio!”. Ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: “Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità!”. Lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero. Quando verrà dunque il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?». Gli risposero: «Quei malvagi, li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo». E Gesù disse loro: «Non avete mai letto nelle Scritture: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d’angolo; questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi”? Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà affittato a un popolo che ne produca i frutti».

La paura di non portare frutti (Don Augusto Fontana)

L’avvio di un nuovo anno pastorale nasconde qualche preoccupazione, insieme a speranze e progetti. Mi ha sempre impressionato il fatto che delle ferventi comunità dei primi secoli, fondate da apostoli e martiri, resta solo la loro preistoria. Che cosa sarà delle nostre parrocchie fra qualche secolo? Le Chiese europee hanno perso un fervore neofita che ora pare diffuso su Chiese giovani del Sud del mondo. Resteremo reperti archeologici e territori da rievangelizzare?
Gravi sono, oggi, anche le paure nel più vasto campo delle società. Il nostro grande albero sta producendo ancora frutta selvatica: il mercato marcia e il lavoro marcisce; le previdenze sociali vengono risicate dal grande scandalo della finanza padrona che affama il mondo intero; gli accordi di pace sono fragili come anche fragili sono gli accordi affettivi che producono relazioni disastrate; è grave la pedofilia, ma più ancora la pedo-amnesia; si imbarbariscono i rapporti tra istituzioni e fedi religiose.
La vita è un rischio continuo, da qualsiasi parte la si prende.
Nella Liturgia di oggi l’apostolo Paolo scrive alla comunità di Filippi e la esorta a non lasciarsi prendere dal panico (“non affannatevi, ma in ogni necessità fate presente a Dio le vostre richieste perchè la pace di Dio vi custodirà in Cristo”), ma Matteo e Isaia sembrano non fare sconti (“Renderò la mia vigna un deserto arido…Vi toglierò il Regno di Dio e lo affitterò ad un popolo che lo farà fruttificare”).
I cristiani di Filippi erano alle prese con problemi quotidiani di ostilità esterne e di conflitti interni. Allora Paolo raccomanda di non lasciarsi affannare eccessivamente. Viene in mente la raccomandazione di Gesù riportata da Matteo 6, 23: non affannatevi per cibo, bevanda, vestito e futuro, ma occupatevi della vita e dell’oggi dentro la tenerezza di Dio.  Paolo augura una pace di Dio che non assomigli certo ad una polizza assicurativa contro infortuni e contraddizioni pastorali ed esistenziali, ma esclude panico e paralisi, comprendendo una resistenza attiva e fiduciosa. La resistenza attiva la si compie sulle barricate della vita quotidiana attivando in famiglia, sul lavoro, nei condomini e nella parrocchia il circolo virtuoso di tutto ciò che è “vero, nobile, giusto, puro, amabile, apprezzato, virtuoso, lodevole”. La resistenza fiduciosa la si sperimenta sulle barricate della preghiera di intercessione il cui paradigma è il Padre Nostro che resta l’intramontabile barriera contro la banalizzazione di Dio e dei nostri veri bisogni.
La Liturgia sostiene il motivo di questa fiducia riconoscente: siamo una vigna circondata dalle affettuose cure del contadino. Anche Geremia ed Ezechiele, oltre a Isaia, adottano l’allegoria della vigna e della sposa per descrivere come si crea, si strappa e si ricuce il tessuto dei rapporti affettivi tra Dio e comunità. Chi avesse modo di rileggersi Ezechiele dal capitolo 15 al 20 potrebbe essere preso da una santa paura per i rischi che incombono sulla comunità religiosa che si autoassolve, non si lascia provocare dai segni e dai profeti del suo tempo chiudendosi in un’autarchia pigra e supponente.
La prima vera paura che devo, che dovremmo, avere è di portare frutti selvatici deludendo le attese del Signore (Isaia 5: “Egli aspettava che la sua vigna producesse uva dolce ed invece ha prodotto uva selvatica e cioè aspettava giustizia e la vigna ha prodotto delitti; aspettava rettitudine ed ha prodotto grida di oppressi”).
Tutti e 4 i Vangeli dicono che sulla croce alcuni soldati diedero a Gesù una spugna imbevuta di aceto: «E subito uno di loro corse a prendere una spugna e, imbevutala di aceto, la fissò su una canna e così gli dava da bere (Mt 27,48). Era un modo per ricordare il compimento del Salmo 68,22: «Hanno messo nel mio cibo veleno e quando avevo sete mi hanno dato aceto».
I due punti “caldi” del brano evangelico (Matteo 21, 33-43) da un lato mettono al centro il problema della Chiesa in relazione alla Sinagoga ebraica e all’affievolirsi della fedeltà nelle opere della fede (“Darà la vigna ad altri contadini che gli consegneranno i frutti a suo tempo…Vi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che lo farà fruttificare.”) e dall’altro, con la citazione del Salmo 118 (“La pietra che i costruttori hanno scartato diventerà la pietra insostituibile”)  si evidenzia il ruolo di Gesù crocifisso e risorto quale fondamento della Chiesa e rigido criterio per la sua attività.
La parabola evangelica è il riepilogo della Storia Sacra fino all’ultimo atto della esclusione di Gesù. Esclusione non attribuibile ai soli giudei, ma possibile anche da parte di chi, come me, continua a proclamarsi cristiano estromettendo cortesemente Gesù dai recinti della vita quotidiana.
E’ la storia di uomini che, chiamati ad essere servi coltivatori del campo, se ne fanno proprietari rivendicandone i diritti come conseguenza del loro attivismo. Scoprire il dono, invece,  porta a ritenersi semplici custodi e non possessori.
E’ la storia di chi ha paura del nuovo che sconvolge i piani: la polemica antigiudaica di Matteo non si rivolge solo all’immobilismo giudaico del suo tempo di fronte alla novità di Gesù, ma anche ai membri della sua comunità che pretendono di fissare l’azione di Dio nelle tradizioni del passato e in base ai criteri del loro vissuto.
E’ la storia di chi preferisce palpare i frutti o consumarli nello spazio intra-ecclesiale anziché consegnarli e socializzarli mediante una partecipazione attiva, testimoniante e missionaria.
Il tema del giudizio non vuole perpetuare l’equivoco di un Dio-padre-padrone che dà e toglie, assume e licenzia, ma ha lo scopo di creare una biblica gelosia, un religioso timore, un risveglio della coscienza e della responsabilità senza spazi per il quietismo.
L’allegoria di Isaia e la Parabola hanno dunque una doppia valenza.

  1. Sono una “buona notizia”: chiunque tu sia, dovunque tu sia, qualunque capacità tu abbia, in qualunque ora della tua vita tu puoi lavorare nella vigna del Regno e farla fruttificare per il Signore e per la comunità.
  2. Sono anche un “avvertimento”: chiunque noi siamo, prete o laico, possiamo rischiare di percuotere i piccoli profeti di Dio, tagliar fuori suo Figlio e sciupare, nella insignificanza, la responsabilità che ci è data.



1 ottobre 2023. Domenica 26a
UN UOMO AVEVA DUE CUORI

Domenica 26 A –

Preghiamo. O Padre, sempre pronto ad accogliere pubblicani e peccatori appena si dispongono a pentirsi di cuore, tu prometti vita e salvezza a ogni uomo che desiste dall’ingiustizia: il tuo Spirito ci renda docili alla tua parola e ci doni gli stessi sentimenti che sono in Cristo Gesù. Egli è Dio, e vive e regna con te e con lo Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Dal libro del profeta Ezechièle 18,25-28
Così dice il Signore:  «Voi dite: “Non è retto il modo di agire del Signore”. Ascolta dunque, casa d’Israele: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra? Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso. Ha riflettuto, si è allontanato da tutte le colpe commesse: egli certo vivrà e non morirà».
Sal 24. Ricòrdati, Signore, della tua misericordia.
Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi, perché sei tu il Dio della mia salvezza; io spero in te tutto il giorno.
Ricòrdati, Signore, della tua misericordia e del tuo amore, che è da sempre.
I peccati della mia giovinezza e le mie ribellioni, non li ricordare: ricòrdati di me nella tua misericordia, per la tua bontà, Signore.
Buono e retto è il Signore, indica ai peccatori la via giusta; guida i poveri secondo giustizia, insegna ai poveri la sua via.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési (2, 1-5)
Fratelli, se c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi. Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.
Dal Vangelo secondo Matteo 21,28-32
In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».  E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

UN UOMO AVEVA DUE CUORI. Don Augusto Fontana

Il nostro contesto.
Una signora mi disse: “Io sono molto cattolica perchè i miei genitori erano molto di chiesa, ho una sorella suora, uno zio prete e sono devota di Padre Pio”. Mi è anche stato detto: «Se tutti quelli che applaudono il Papa, mettessero in pratica quello che chiede, il mondo non sarebbe quello che è!». E’ vero: persiste lo strappo tra consenso e partecipazione, tra culto e vita, tra declamazioni del Credo ed etica quotidiana, tra utenza religiosa e partecipazione corresponsabile alla comunità di appartenenza.  Per molto tempo nelle inchieste socio religiose si è ritenuto di poter misurare la religiosità dei gruppi e delle persone in base a indicatori incentrati sulla pratica religiosa (Messa, sacramenti…). Si è poi scoperto che la registrazione di comportamenti esteriori non faceva giustizia di tutti quei valori interiori che sono presenti nei cristiani non praticanti che, per scelta o necessità, costituiscono la “chiesa anonima”. Molte persone ritenute lontane, indifferenti, critiche o atee, risultano portatrici di semi evangelici. Ma il gap tra ineccepibili proclamazioni e coerenti comportamenti, esiste anche al di fuori della chiesa e della religione: chi di noi non sente fastidio davanti al moltiplicarsi di proclami politici, di Carte dei diritti, di raccolte di firme che non trovano riscontro nella pratica? I confini, insomma, tra il “sì” e il “no” sono tutti da scoprire. Anche perché questi confini, non ben definiti, esistono dentro ciascuno di noi.  Scriveva Padre E. Ronchi: «Un uomo aveva due figli. E si potrebbe dire: un uomo aveva due cuori. Perché quei due figli sono il nostro cuore diviso, un cuore che dice sì e che dice no, un cuore che dice e poi si contraddice. Come san Paolo anche noi constatiamo che “io faccio quello che non vorrei e il bene che pure vorrei fare non riesco a farlo”. Una delle preghiere più importanti dei salmi chiede: Signore, donami un cuore integro, fa’ che non abbia due cuori, in lotta tra loro, donami un cuore unificato (Salmo 101)».
 Il contesto di Matteo.
Non tanto lontane da noi erano le preoccupazioni dell’Evangelista Matteo quando ricordava che «Non chiunque dirà ‘Signore, Signore’ entrerà nel Regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio»  (7,21) e quando decideva di raccogliere nei capitoli 21 e 22 tre parabole: dei due figli (21,28-32), dei vignaioli omicidi (21,33-44) e del banchetto nuziale (22,1-14), trittico parabolico  proposto ai capi del popolo mentre Gesù sente vicina la sua fine. Davanti a lui stanno i sommi sacerdoti (alti funzionari del tempio) e gli anziani (l’aristocrazia laica) cioè quelli stessi che tra poco lo condanneranno. “La figura dell’oppositore che Gesù ha incontrato – che si tratti dei farisei o delle autorità o di altri – nei Vangeli viene sempre enfatizzata, in qualche modo trasformata, in una figura tipica e ripetibile: la figura del “credente incredulo”. Ciò che è accaduto allora può riprodursi oggi, questo è il messaggio; e il rifiuto di allora può diventare anche il nostro e per gli stessi motivi[1].
In queste parabole, che celebreremo per 3 domeniche successive, possiamo tener presenti 2 livelli di lettura.

  1. C’è prima di tutto un livello interpretativo che corrisponde al primo problema della Chiesa di Matteo: come mai gli ebrei preparati da secoli di catechesi e rivelazioni hanno detto “SI” a Dio ed ora rifiutano Gesù il Cristo e i suoi missionari, mentre i pagani, i “senza storia”, i “senza Legge” stanno aderendo felicemente alla nuova proposta cristiana? “Il problema che si pone con particolare urgenza nell’interpretazione di Matteo è quello dei rapporti tra “la Chiesa del Messia” e la sinagoga ebraica. La chiesa di Matteo tende a smarcarsi dal giudaismo rabbinico come ogni minoranza che cerca di definire la propria identità. Matteo è il testimone di un grande sforzo nella definizione dei rapporti tra chiesa messianica ed ebraismo rabbinico nel I° secolo[2]. Per la Chiesa di oggi il problema di Matteo sembra che non sia più attuale. Ma è vero? Matteo riporta queste sentenze e parabole in funzione dei problemi della sua comunità sulla falsa sicurezza dei cristiani formali che ritengono di essere a posto per il fatto che appartengono alla comunità e si accontentano di dichiarazioni verbali. Si tratta di quella presunzione, che ci accomuna in molti, che ci fa assomigliare al figlio maggiore (nella parabola detta del “Figlio prodigo”) che pensava di essere “in casa”, ma di fatto ne era “fuori”. Anche Pietro proclama un credo ortodosso ma diventa poi pietra di inciampo, dichiara di voler morire con Gesù e poi rinnega per paura. I confini tra il “dentro” e il “fuori” sono tutti da rivisitare. Nessuno di noi può esentarsi dal sentirsi rivolto a sè le parole di Gesù: “Molti mi diranno in quel giorno: «Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demoni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?» Io però dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità»”(Mt 7,22-23). Anche a noi può essere rivolto il richiamo di Giovanni Battista: “Non crediate di poter dire fra voi: «Abbiamo Abramo per padre». Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre”(Mt 3,9). Non farebbe male leggere tutto il capitolo 18 di Ezechiele dedicato a questo tema che, nel giudaismo del suo tempo, costituiva una rottura: il Signore giudica non dalle appartenenze sociologiche, nè dagli alberi genealogici di parentela o dalle iscrizioni ai registri anagrafici parrocchiali.
  2. Poi c’è un secondo livello ecclesiale di lettura costituito dal rapporto tra culto e vita, tra proclamazione e prassi, tra ortodossia ed ortoprassi. Matteo parrebbe essere molto vicino all’indirizzo catechetico di Giacomo: “La fede senza le opere è morta” (Giac. 2,17). Paolo dirà, usando un termine greco quasi intraducibile in italiano (“aletheuontes = facenti la verità”): “fate la verità nell’amore”( Efesini 4,14). Matteo, esperto scriba, sa tradurre e interpretare l’Antica Rivelazione. Non può quindi non ricordare Esodo 24,7. Dopo che Mosè ebbe letto pubblicamente il «documento dell’alleanza» il popolo disse: “Tutto ciò che ha detto il Signore, noi lo faremo e lo ascolteremo”. M. Buber dice che quella congiunzione tra i due verbi “noi faremo e ascolteremo” va tradotta con “Noi faremo al fine di ascoltare”. Nel Vangelo Gesù dice a qualcuno “Vieni e seguimi”; ad altri dice “Va’, la tua fede ti ha salvato…torna a casa tua…non peccare più”. Accade per il centurione, il paralitico, l’indemoniato, la donna emorroissa, una madre, la donna del profumo, l’adultera[3]. «E che dire di tutti quei “benedetti del Padre” che incontrano Gesù attraverso i carcerati visitati, i malati curati, a cui si fa riferimento nel giudizio finale del Vangelo secondo Matteo?… Bisogna decostruire gli stereotipi “praticanti-non praticanti”… Il rapporto tra la Chiesa visibile e la Chiesa nascosta o disseminata non è un rapporto di contrapposizione, bensì di complementarietà, di dinamismo… Quei fedeli non esprimono la loro fede come desidereremmo, eppure molto spesso la loro vita è apostolica, pur restando secolarizzata»[4]. Papa Francesco alla apertura del Convegno della diocesi di Roma (2013) aveva detto: «Nel Vangelo è bello quel brano che ci parla del pastore che, quando torna all’ovile, si accorge che manca una pecora, lascia le 99 e va a cercarla. Ma noi ne abbiamo una; ci mancano le 99! Dobbiamo uscire e andare da loro! Siamo minoranza. E noi sentiamo il fervore, lo zelo apostolico di andare e uscire e trovare le altre 99? … È più facile restare a casa con quell’unica pecorella, pettinarla, accarezzarla… E quando una comunità è chiusa sempre tra le stesse persone, questa comunità non è una comunità che dà vita. È una comunità sterile, non è feconda».

Entriamo ora nella parabola.
Innanzitutto occorre attenzione al dialogo fatto di domande e risposte: All’inizio “Che ve ne pare?” e alla fine “Chi dei due ha compiuto la volontà del Padre?”. Mi intrigano certi dialoghi serrati tra Gesù e gli ascoltatori (noi?). E’ come se mi trovassi con le spalle al muro o, dice il profeta Amos, «come quando uno fugge davanti al leone e s’imbatte in un orso; riesce a rifugiarsi in casa, appoggia la mano sul muro e un serpente lo morde» (5,19). Praticamente senza scampo. Poi occorre non perdere di vista la vigna che, in questa porzione di tempo liturgico, resta un’icona costante dei rapporti di alleanza con Dio e nell’ambito sociale ed ecclesiale dove l’evangelo è chiamato a diventare amore di qualità. Il cuore del brano evangelico sembra concentrarsi nelle due sentenze di Gesù: «I pubblicani e le prostitute vi precederanno…i pubblicani e le prostitute hanno creduto alla via della giustizia indicata dal Battezzatore». Ed infine non pare di poco conto l’insistenza sul baratro tra il dire e il fare, con una chiara scelta di Matteo a favore del “fare”. La parabola ha due facce: sembra di trovarci di fronte ad una specie di parabola ‘girevole’. Se rivolta ai peccatori li assicura che le loro possibilità sono intatte: il no può diventare sì. Se rivolta ai giusti, parla a loro dei peccatori: sono migliori di voi![5]
“Avendoci ripensato” .
Il dire rimane sempre ambiguo, solo il fare è decisivo. Ma prima del fare, Matteo aggiunge il pentimento. Il testo greco di Matteo sottolinea «”Non voglio!”. Alla fine però avendo mutato parere…». Il mio rischio è quello di non ricredermi neppure “alla fine”. Nessuno dei due figli può vantare una obbedienza perfetta, una piena corrispondenza tra il dire e il fare, tra la parola e la prassi. Nella parabola manca un figlio, un personaggio: quello che dice SI e va di fatto a lavorare. Forse questo personaggio, nascosto e non citato, è Gesù, come dice l’apostolo Paolo: «Il Figlio di Dio, Gesù Cristo non fu SI’e NO, ma in lui c’è stato il SI’» (2 Corinti 1,19). Almeno uno c’è riuscito. Alleluia. Per noi l’unica chance di salvezza è la capacità di ricredersi, il coraggio di contraddirsi, di ripensarci. Dunque, si può passare da un no ad un sì! Non devo considerare i “no” miei e di altre persone come posizioni immodificabili. Nella prassi del regno di Dio, cioè sotto lo sguardo di Dio, esiste la possibilità di “ripensare”, di andare oltre i nostri rifiuti. Dio non condanna coloro che fanno fatica a credere, che esitano, che hanno paura a dire di sì.
Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Questa piccola parola – “OGGI” – va messa nella dovuta evidenza. Ogni giorno mi è chiesto di decidere, di rispondere. Non posso vivere di rendita dei “sì” di un tempo.


[1] B.Maggioni Le parabole  evangeliche, Vita e pensiero
[2] A.Mello Evangelo secondo Matteo, Ed Qiqajon
[3] Mt 8,13; 9,6; Mc 5,19; 5,34;7,29; Lc 7,50; Gv 8,11
[4] Valérie Le Chevalier, Credenti non praticanti, Qiqajon, 2019
[5] B. Maggioni o.c.




24 settembre 2023. Domenica 24a
PERDONARE DIO? ANCHE.

Domenica 25 A

 Preghiamo. O Padre, giusto e grande nel dare all’ultimo operaio come al primo, le tue vie distano dalle nostre vie quanto il cielo dalla terra; apri il nostro cuore all’intelligenza delle parole del tuo Figlio, perché comprendiamo l’impagabile onore di lavorare nella tua vigna fin dal mattino. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen
Dal libro del profeta Isaìa 55,6-9
Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.
Sal 144.  Il Signore è vicino a chi lo invoca.
Ti voglio benedire ogni giorno, lodare il tuo nome in eterno e per sempre.
Grande è il Signore e degno di ogni lode; senza fine è la sua grandezza.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési 1,20-24.27
Fratelli, Cristo sarà glorificato nel mio corpo, sia che io viva sia che io muoia. Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno.  Ma se il vivere nel corpo significa lavorare con frutto, non so davvero che cosa scegliere. Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio; ma per voi è più necessario che io rimanga nel corpo.  Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo.
Dal Vangelo secondo Matteo 20,1-16
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all’alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: “Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò”. Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Gli risposero: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Ed egli disse loro: “Andate anche voi nella vigna”. Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e dai loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch’essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”. Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi».

PERDONARE DIO? ANCHE. Don Augusto Fontana

…mormoravano contro il padrone… Mi sono accorto solo ora, alla mia veneranda età, di non aver mai perdonato Dio, di non avergliene lasciata passare una. Sono stato un imperdonabile brontolone. Un Dio così impotente a raccontarsi e farsi capire con parole sue da dover ricorrere alle nostre parole e alle nostre vicende e cose della vita. Oggi ci parla dal di dentro dell’esilio degli ebrei a Babilonia e dal di dentro del lavoro, come parabole del suo regno: mettendo in evidenza le somiglianze con il Regno, ma anche le distanze dalla logica del Regno. La sua condiscendenza è questa: parlarci attraverso la nostra lingua e il nostro quotidiano facendoci gustare la gioia di aver capito e nello stesso tempo il timore di non aver capito del tutto.
I punti di ingresso della celebrazione ce li offre la prima lettura di Isaia. Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie

  1. Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino.

Il popolo di Israele era prigioniero a Babilonia e già sognava di ritornare nella sua terra, ricostruire tale e quale come era prima e magari sognando vendette nazionalistiche. Il profeta dice che occorre vivere bene l’oggi, approfittare delle opportunità, del kairòs, del passaggio di Dio nella mia condizione di oggi: vorrei cercarlo non solo quando sarò guarito o ritornato, ma anche ora che passa nella mia vita in questa malattia o in questo esilio dei miei sogni.
Nella parabola Gesù ci descrive Dio che si accosta a tutte le ore della vita anche l’undicesima e penultima ora di luce della mia giornata di ultraottantenne, quella in cui anche il più scalcagnato ladrone può sentirsi dire: «Oggi sarai con me in paradiso» (Lc 23,43). Preso all’ultimo momento per i capelli e trattato come una vecchia suora novantenne, verginella per una vita intera. Apocalisse 3,20: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me». Oggi nella Parabola il Signore bussa all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre, alle cinque, a sera. Sei opportunità per dire le grandi ore della storia biblica, ma non solo; anche le piccole ore dei suoi appelli. «Perché ve ne state qui tutto il giorno oziosi? Gli risposero: Perché nessuno ci ha chiamato. Ed egli disse loro: Andate anche voi nella mia vigna».
Abbiamo pregato nel salmo: «Il Signore è vicino a chi lo invoca». Ma Egli si fa vicino anche a chi non lo cerca. Luca 15: Allora egli disse loro questa parabola: «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una…O quale donna, se ha dieci monete e ne perde una…Un uomo aveva due figli…il padre allora uscì a pregarlo».

  1. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie.

Quando lo cerchiamo, lo troviamo o si fa trovare, come si presenta? Dio è al di là, come il cielo è al di là della terra. Un Dio che mi rimane sempre nascosto, diverso, Santo; sembra quasi che quanto più si è fatto trovare da me, tanto più mi è diventato misterioso.
«Le deformazioni dell’immagine di Dio è il pericolo che corrono le persone religiose, i cosiddetti operai della prima ora, o i figli maggiori che non sono mai scappati fisicamente di casa. L’eccessiva familiarità, la disinvoltura con cui trattiamo con lui ci impediscono di lasciarci sorprendere. C’è qualcosa di peggio che essere lontani da Dio. Ed è quella presunta vicinanza che non ci fa accorgere della distanza abissale tra noi e un Dio che ci sconcerta; perché se Dio non ci scandalizza, che Dio è?»[1]. Anche oggi sentiamo la finale della parabola in tutta la sua forza incoraggiante e scardinante: «Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi».  Stessa conclusione del cap. 19: «Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi i primi».
Ma anche tutta la logica della parabola è estranea ai nostri istinti e alle nostre organizzazioni sociali.
Il teologo Hans Weder commenta così: “Tutti gli operai della parabola vengono resi primi…In questa vigna ci sono solo “primi” o, se vogliamo, tutti vengono trattati da primi“. Dio dice apertamente: “Voglio dare a quest’ultimo quanto ho dato a te” (versetto 14). Dio difende energicamente questo Suo diritto a partire dagli ultimi e contesta lo schema rendimento/ricompensa. Non si tratta ovviamente di applicare questa parabola ai normali nostri contratti di lavoro, ma di comprendere la provocazione, il paradosso e la proposta per la nostra vita d’ogni giorno nelle relazioni con le persone, con gli “ultimi venuti”. Non è certo un vademecum per i contratti aziendali di lavoro.
Poiché veniamo da due domeniche in cui il Signore ci ha detto che siamo dei perdonati e che quindi la nostra chiamata è di essere perdonanti, mi fermerò – in conclusione – su questo sovvertimento: noi accettiamo senza fiatare il dogma della Trinità, della Transustanziazione, della resurrezione e di tutti gli altri misteri, ma è così difficile perdonare a Dio la sua debolezza di cuore; siamo come Giona che si è fatto venire un terribile mal di testa sotto quella piantina di ricino quando Dio si è rimangiata la parola di condanna per gli abitanti di Ninive (Giona 3,10 – 4,11).

          3. Un Dio con cui non si può brontolare.

mormoravano contro il padrone… Il verbo usato da Matteo è gonghizo (=brontolare). Indica l’atto con cui uno fa presente un suo diritto e constata che esso non è stato soddisfatto. Presso il mondo greco, indica l’opposto della riconoscenza dovuta agli dèi. Ha finito con l’indicare l’atteggiamento di chi è ostile a Dio o prescinde da lui, quindi non semplicemente il malumore di chi non vede compiersi una sua aspirazione. E’ il verbo usato per spiegare l’atto del popolo liberato dall’Egitto e non ancora entrato nella Terra promessa che si lamenta del proprio destino. La mormorazione è contro Mosè ed Aronne, ma di fatto è contro Dio stesso, poiché lui ha indicato ai due personaggi di portare il popolo fuori dall’Egitto. La mormorazione muove sempre da una causa concreta: la fame, la sete, la fatica del camminare nel deserto. Alla base sta la liberazione dall’Egitto: il popolo mormora perché a suo giudizio il suo diritto non è stato soddisfatto. Il Signore dice: Fino a quando mi disprezzerà questo popolo? E fino a quando non avranno fede in me, dopo tutti i miracoli che ho fatto in mezzo a loro? (Num. 14,11).

Signore, ti perdono per i tuoi paradossi incomprendibili, per i tuoi doni che mi passano sotto il naso e cadono nelle mani di altri che io non ritengo degni.


[1] A.Pronzato PAROLA DI DIO, Ciclo A, Gribaudi, pag 263




17 settembre 2023. Domenica 24a
DIO PERDONA. IO NO. Atto secondo.

24 domenica A – 17 settembre 2023

 Preghiamo. O Dio di giustizia e di amore, che perdoni a noi se perdoniamo ai nostri fratelli,  crea in noi un cuore nuovo a immagine del tuo Figlio, un cuore sempre più grande di ogni offesa,  per ricordare al mondo come tu ci ami.  Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del Siràcide 27,33-28,9
 Rancore e ira sono cose orribili, e il peccatore le porta dentro.  Chi si vendica subirà la vendetta del Signore, il quale tiene sempre presenti i suoi peccati. Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?  Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?  Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio?  Chi espierà per i suoi peccati? Ricòrdati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti. Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui.
Salmo 102 Il Signore è buono e grande nell’amore.
Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome.
Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tutti i suoi benefici.
Egli perdona tutte le tue colpe, guarisce tutte le tue infermità,
salva dalla fossa la tua vita,  ti circonda di bontà e misericordia.
Non è in lite per sempre,  non rimane adirato in eterno.
Non ci tratta secondo i nostri peccati  e non ci ripaga secondo le nostre colpe.
Perché quanto il cielo è alto sulla terra,  così la sua misericordia è potente su quelli che lo temono;
quanto dista l’oriente dall’occidente,  così egli allontana da noi le nostre colpe.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 14,7-9
 Fratelli, nessuno di noi vive per se stesso e nessuno muore per se stesso, perché se noi viviamo, viviamo per il Signore, se noi moriamo, moriamo per il Signore.  Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.  Per questo infatti Cristo è morto ed è ritornato alla vita: per essere il Signore dei morti e dei vivi.
Dal Vangelo secondo Matteo 18,21-35
 In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: «Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette. Per questo, il regno dei cieli è simile a un re che volle regolare i conti con i suoi servi. Aveva cominciato a regolare i conti, quando gli fu presentato un tale che gli doveva diecimila talenti. Poiché costui non era in grado di restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, i figli e quanto possedeva, e così saldasse il debito. Allora il servo, prostrato a terra, lo supplicava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa”. Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito.  Appena uscito, quel servo trovò uno dei suoi compagni, che gli doveva cento denari. Lo prese per il collo e lo soffocava, dicendo: “Restituisci quello che devi!”. Il suo compagno, prostrato a terra, lo pregava dicendo: “Abbi pazienza con me e ti restituirò”. Ma egli non volle, andò e lo fece gettare in prigione, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto quel debito perché tu mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”. Sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non avesse restituito tutto il dovuto.  Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello».

DIO PERDONA. IO NO. Atto secondo. Don Augusto Fontana

Il brano di Matteo appartiene al cap. 18, che raccoglie una serie di istruzioni pastorali sull’amore interno alla chiesa: non scandalizzare i piccoli, andare a cercare la pecora perduta, saper correggere il fratello…La parabola di oggi è rivolta alla chiesa e non intende dettare regole per la società la quale ha i propri Codici per amministrare la giustizia.  I versetti dal 21 al 35 concludono questo messaggio con una particolare accentuazione sul “perdonare”: parola molto usata ma spesso di difficile applicazione.
La narrazione si regge sul contrasto tra l’agire di Dio verso l’uomo e quello dell’uomo verso gli altri uomini. Le parabole ricorrono frequentemente al contrasto paradossale perché il Vangelo è una novità non prevedibile e contrasta con la consuetudine. Fra il mondo di Dio e il nostro si verifica spesso una con­trapposizione.
«Quante volte dovrò perdonare?». Pietro, dopo aver ascoltato il messaggio precedente di Gesù ha un problema molto concreto: ma quante volte occorre perdonare? Gesù dice di perdonare non sette volte, non settanta volte, ma 70×7=490 volte. Alla vendetta viene contrapposto un perdono sproporzionato. Luca 17,4 ha una propria versione del perdono: «E se pecca sette volte al giorno contro di te e sette volte ti dice «Mi pento», tu gli perdonerai».
Il regno dei cieli è simile a…
Il comportamento di Dio.
Nella prima scena tutto sembra inverosimile.
1-Il debito contratto dal servo è di proporzioni irreali (10.000 talenti pari a 164 tonnellate d’oro).
2-Il servo ha supplicato un rinvio del pagamento («Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò tutto») e si è visto cancellare l’intero debito («lo lasciò andare e gli condonò il debito»). La risposta di Dio è sempre oltre la misura delle aspetta­tive, oltre il ‘giusto’.
3-Nulla viene detto sulle qualità del servo, se buono e fedele, se abile nel lavoro, se ha reso grandi servizi al suo padrone. Si dice soltanto che ha «supplicato» appellandosi alla magnanimità (makrothumia= animo largo) del padrone e lo ha prega­to come si prega una divinità inginocchiandosi (proskunein).
Il comportamento di Dio appare sempre esage­rato. Mancasse questa esagerazione, immagineremmo l’agire di Dio come una copia del nostro. Il paradosso è un tratto che spesso l’evangelista utilizza per attirare l’attenzione sulla diversità di Dio.
Per qual motivo il padrone perdona il debito? Il Vangelo scrive:Impietositosi… (v. 27. Nel testo greco, è una parola tipica dell’amore materno: una commozione viscerale). È il verbo del buon Samaritano e del padre del figlio prodigo. Un verbo che esprime non solo un’emozione, ma comportamenti concreti.
Il comportamento dell’uomo.
La seconda scena della parabola ci riporta nel mondo degli uomini. La relazione è fra uomo e uomo. Se leggessimo questa parte della parabola senza aver letto la precedente, saremmo certamente tentati di concludere: è giusto che il denaro prestato venga restituito; il servo che vuol farsi restituire il proprio denaro forse ha sbagliato i modi, ma ha sostanzialmente ragione. Tutto si capovolge, se osserviamo il comportamento di questo servo alla luce dell’antefatto: a lui, per primo, è stato condonato un debito immenso; ora non è capace di una piccola dilazione di tempo né, meno ancora, di un condono (100 denari, pari a 30 grammi d’oro).
Il perdono non ha rigenerato il servo, né l’incontro con la gratuità gli ha allargato lo spirito. Non ha capito che accettare di essere perdonati significa entrare in un circolo nuovo di rapporti, nel quale i criteri della cosiddetta “giustizia” diventano subito inadeguati. Se dimentichiamo che noi siamo stati – per primi – perdonati, gratuitamente amati, non comprendiamo più nulla né del perdono di Dio né del nostro perdono verso i fratelli. E diventiamo inevitabil­mente difensori della rigida giustizia, al punto da volerla im­porre anche a Dio. Anziché essere annunciatori del volto nuo­vo e sorprendente del Dio di Gesù, si diventa annunciatori ripetitivi di una figura ovvia di Dio, rigida, triste, troppo simile a come gli uomini se la immaginano per avere la forza di stupirli e affascinarli.
Un finale che …corregge la parabola. Perchè?
Nel terzo quadro della parabola l’atteggiamento del padrone si capovolge: alla misericordia subentra la severità. Il motivo è che il servo non si è comportato come lui: «Non dovevi anche tu aver compassione del tuo compagno come io -ho avuto com­passione di te?». La generosità del padrone non ha introdotto alcuna novità nel comportamento del servo. Si di­rebbe una generosità sprecata. E la storia finisce così: «Il padrone, adirato, lo consegnò agli aguzzini, finché non avesse pagato tutto il debito».  Se la parabola terminasse qui, potremmo intitolarla: «Storia del fallimento della generosità di Dio». L’uomo non si lascia rinnovare da Dio. «Così anche il Padre mio celeste farà a voi, se non perdonerete di cuore ciascuno al proprio fratello». L’affermazio­ne che conclude la parabola – probabilmente dovuta all’evan­gelista Matteo – appare come un ritorno ad un rapporto non gratuito ma calcolato (se ti penti ti perdono…). Il perdono senza un prevenivo pentimento è scandaloso per noi oggi, ma lo fu anche per la comunità di Matteo il quale aggiunge dunque un ‘correttivo’ che ritie­ne necessario a seguito delle perplessità e dei problemi della sua comunità.
Un messaggio praticabile?
La parabola del servo e del padrone offre un messaggio praticabile? Diciamo subito che la parabola non intende indi­care una norma. Rivela anzitutto come Dio si pone davanti all’uomo. La parabola non afferma che il perdono illimitato debba esse­re un articolo della Costituzione degli Stati. Tuttavia, dice che ‘questo’ fareb­be Dio. E’ un invito forte al discepolo perché allarghi lo spazio del perdono, oltre la giustizia retributiva e vendicativa, anzitutto nella comunità ecclesiale (Mt 5,23-24: Se dunque presenti la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono).
PER APPROFONDIRE.
1° dubbio: «ma io mi sento così perdonato dal Padre?».
2° dubbio: «Come, dove, quando posso, da cristiano, conciliare perdono e giustizia?». «Il perdono non elimina né diminuisce l’esigenza della riparazione, che è propria della giustizia».( Giovanni Paolo II per la Giornata mondiale della Pace 1997).




10 settembre 2023. Domenica 23a
DIO PERDONA, IO NO. Atto primo

 23 domenica ciclo A – 10 settembre 2023

Preghiamo. O Padre, che ascolti quanti si accordano nel chiederti qualunque cosa nel nome del tuo Figlio, donaci un cuore e uno spirito nuovo, perché ci rendiamo responsabili della sorte di ogni fratello secondo il comandamento dell’amore, pienezza di tutta la legge. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
 Dal libro del profeta Ezechièle 33,1.7-9
Mi fu rivolta questa parola del Signore: «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te.  Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato».
Salmo 94  Ascoltate oggi la voce del Signore.
Venite, cantiamo al Signore, acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie, a lui acclamiamo con canti di gioia.
Entrate: prostràti, adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio e noi il popolo del suo pascolo, il gregge che egli conduce.
Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba, come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri: mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere».
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 13,8-10
Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.
Dal Vangelo secondo Matteo 18,15-20
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo (convincilo) fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

DIO PERDONA, IO NO. Atto primo[1]. Don Augusto Fontana

«Un viandante passava un giorno per la strada, quando gli passò accanto di corsa un uomo a cavallo. Aveva lo sguardo cattivo e le mani sporche di sangue. Qualche minuto dopo spuntò un gruppo di cavalieri, i quali chiesero al viandante se aveva visto passare uno con le mani sporche di sangue. Lo stavano inseguendo. «Chi è?» chiese il viandante. «Un assassino» rispose il capo della comitiva. «E lo state inseguendo per consegnarlo alla giustizia? » chiese ancora il viandante. « No – disse il capo – lo inseguiamo per insegnargli la retta via» [2].
Se malauguratamente investiamo qualcuno, siamo tenuti a fermarci per soccorrerlo, altrimenti la legge e il codice della strada ci rendono colpevoli di omissione di soccorso. Se invece vediamo qualcuno in difficoltà e non interveniamo, per la legge non è omissione di soccorso. Anche nel nostro essere cristiani possiamo correre il rischio di fermarci all’osservanza stretta della legge. Qualcuno arriva a dire “Vivi e lascia vivere.”. La Parola di Dio di oggi ci mette in guardia. Il Signore infatti dice al profeta Ezechiele: “Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia…”. Ognuno di noi è responsabile del fratello; “respons/abile” nel senso etimologico del termine: “abile a rispondere” della vita degli altri.
Quando domenica scorsa Matteo riferiva la frase di Gesù: “Chi vuol essere mio discepolo mi segua prendendo la croce”, gli occorreva una spiegazione. Alla domanda: “Cosa significa portare la croce?”, Matteo risponde riferendo, nel capitolo 18, le indicazioni di Gesù alla sua comunità di discepoli. Viene chiamato il “Discorso ecclesiale” che è la quarta delle 5 grandi raccolte di “discorsi” di Gesù nel Vangelo di Matteo. Il cammino della fede cristiana non è un’esperienza privata e solitaria, ma avviene dentro una comunità; allora si pone il problema dell’atteggiamento da assumere, per esempio, di fronte al comportamento di un membro che, a tuo giudizio, sta sbagliando.
Matteo, dopo aver ricordato (18,12) lo stile del buon pastore che lascia le 99 pecore al sicuro per cercare quella perduta, affronta esplicitamente il problema della riconciliazione, della correzione fraterna, del perdono, del dialogo. E noi sentiremo risuonare per 2 domeniche questi inviti.
La difficile riconciliazione nella Chiesa.
Matteo, di fronte alla situazione di grave peccato all’interno della comunità, offre alcuni indirizzi:
1- La comunità intera e ogni singolo membro, deve prendersi in carico il fratello che sbaglia. Il testo evangelico si rivolge al “Tu” di ogni credente: “Tu va e ammoniscilo…tu prendi con te alcuni testimoni…tu dillo alla comunità e se il tuo fratello….avrai riconquistato il tuo fratello”. Dunque non una responsabilità delegabile agli altri, ma una sollecitudine personale che non lascia scampo. S. Paolo (1 Corinzi 9,21-22) “Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno”[3].  E’ tutta la chiesa che si deve consumare per uno solo. L’assemblea, la chiesa, che è la convocazione dei perdonati, la convocazione di coloro ai quali è stata usata misericordia dal Cristo, è lo strumento per eccellenza della misericordia.
2- Il metodo della correzione fraterna diventa l’indicazione pratica di come si diventa sentinelle corresponsabili gli uni degli altri. Ma è l’atteggiamento interiore che è importante: forse è ancora facile dire in faccia agli altri quello che gli va detto, ma questa non è correzione fraterna, resta giudizio o predicozzo. Il verbo gr. èlegxon che è stato tradotto con “ammoniscilo” letteralmente significa «convincilo». Non è la posizione di un superiore verso un inferiore per ammonirlo, ma è il dialogo mite di un fratello che prima di guardare la pagliuzza nell’occhio dell’altro, è cosciente del rischio di avere una trave conficcata nel proprio, trave che deformerebbe la percezione della realtà (Mt 7,4). Storicamente è avvenuto che la correzione fraterna, soprattutto nei monasteri a partire dai monaci ebrei di Qumran del 1° secolo, avvenisse dopo la lettura della Parola di Dio perché davanti alla Parola di Dio nessuno può esimersi dal riconoscersi in deficit di fedeltà. Oggi s. Paolo dice che dobbiamo considerarci sempre in deficit: “Non abbiate alcun debito con nessuno se non quello dell’amore fraterno”. Che è come dire che non riusciremo mai ad andare in credito o alla pari di amore con Dio e con gli altri. S. Paolo in 1 Cor. 6,1-7 raccomanda addirittura di non risolvere le questioni davanti ai tribunali civili, ma di comporle all’interno della Comunità. E anche quando la riconciliazione con il fratello non accade “trattalo come un pagano e un pubblicano” e cioè come Gesù trattava i pubblicani e i peccatori: «i farisei dicevano ai suoi discepoli: “Perché il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?”» (Mt 9,11).
3- La prima preoccupazione non deve essere quella del fare pulizia dentro la comunità secondo il proverbio popolare molto comune, ma poco evangelico: “Meglio pochi, ma buoni”. La prima preoccupazione è “guadagnare il fratello”. La preoccupazione di Gesù non è quello di buttare fuori le mele marce, ma che il fratello capisca che di fatto rischia la rottura con la comunità storica a cui appartiene, anche se resta ancora nelle preghiere della comunità: «se due di voi sulla terra si accorderanno (nel testo greco: sunfonesosin; letteralmente: “se faranno una sinfonia) per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà». Nella sinfonia ci sono voci diverse, ma sono accordate tra loro, per cui esce non un rumore, bensì un’armonia, una “sinfonia”, appunto. La preghiera cristiana deve perciò essere fatta da molte persone in accordo le une con le altre, in modo da fare una sinfonia. La grave responsabilità che Gesù aveva affidato a Pietro di legare e di sciogliere, ora viene esteso a tutti i membri della comunità: “Tutto quello che legherete sarà legato….”. E qui è utile ricordare che Gesù ci aveva messo in guardia di non fare come certi farisei che «legano pesanti fardelli sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» (Mt 23,4). Il metodo delle scomuniche e dei roghi purificatori, fisici e morali, è un metodo che ha lasciato troppe drammatiche perplessità per non dover andarci cauti ad invocare ostracismi, tribunali ecclesiastici e liste di proscrizione.

«Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro»: questa frase è la traduzione cristiana di un tema biblico importante: l’abitazione e la presenza di Dio. Un testo della Mishnà (una raccolta ebraica di leggi) dice: “Se due persone sono riunite senza che parlino della Torah, della Legge, è una riunione di burloni; ma se due persone sono riunite e parlano della Torah, la Shekinah (Dio stesso) dimora in mezzo a loro”. Ora, quello che per l’Ebreo era la Torah, per il cristiano è Gesù. Se due persone sono insieme nel nome di Gesù, c’è la sua presenza. Tutta la storia del mondo termina, secondo la Bibbia, quando Dio abiterà fra gli uomini per sempre: “Ecco la dimora di Dio fra gli uomini; egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il Dio-con-loro” (Ap 21,3-4).
La difficile riconciliazione nella società.
In occasione del Giubileo del 2000, la Caritas Italiana aveva emesso un documento programmatico intitolato “Liberare la pena”. In esso mi avevano interessato alcuni passaggi: «La mediazione penale: con il termine “mediazione” si intende, in via generale, un procedimento di risoluzione dei conflitti che coinvolge un terzo neutrale, con l’intento di favorire la comprensione e il riconoscimento reciproco tra le parti e promuovere fra loro l’eventuale stipulazione di accordi volontari… Nella mediazione penale quindi sia la vittima sia l’agente del reato hanno la possibilità di partecipare attivamente, e a titolo volontario, alla risoluzione dei problemi che sorgono dalla commissione del reato con l’aiuto di un terzo che agisce in modo imparziale. All’esito dell’incontro è possibile l’elaborazione di un’attività riparativa, materiale o simbolica, nella forma, per esempio, di prestazioni gratuite a favore dell’offeso o della collettività, del risarcimento del danno».
Oggi si diffondono sempre di più i Convegni o i dibattiti sulla Giustizia Riparativa. Il carcere arriverà ad essere estrema ratio? Il Card. Martini affermava: “la carcerazione va vista come un intervento di emergenza, un estremo rimedio per arginare una violenza gratuita e ingiusta, impazzita e disumana; è un rimedio necessario per fermare coloro che, afferrati da un istinto egoistico e distruttivo, hanno perso il controllo di sé, calpestano i valori sacri della vita e delle persone e il senso della convivenza civile[4].
Insomma, mentre vorremo lavorare per sbloccare certe situazioni, resta vero che l’istituzione penitenziaria va troppo adagio nel proporre riforme che rendano, innanzitutto, la vita in carcere più umana e socializzante. Il carcere è un ambiente ad ‘istituzione totale’ che per la sua stessa natura rischia di ripiegarsi sempre più su se stesso, nel suo isolamento, divenendo luogo di esclusione e di rifiuto, amministrato da rigidi regolamenti finalizzati alla custodia e retto da pratiche che sanno sempre di repressione, ‘misure limitative e privative della libertà’.


[1] ATTO SECONDO, domenica prossima 17 settembre 2023
[2] Da Antony  Mello LA PREGHIERA DELLA RANA Vol. 1° pag. 116
[3] A dimostrazione che il passaggio dagli indirizzi di fondo della riconciliazione alla prassi concreta necessita di discernimento, posso citare Paolo che in alcune occasioni adotta criteri che appaiono contradditori come nel caso di una grave scandalo (2 Tessalonicesi 3,6): «Vi ordiniamo pertanto, fratelli, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, di tenervi lontani da ogni fratello che si comporta in maniera indisciplinata e non secondo la tradizione che ha ricevuto da noi».
[4] Colpa e Pena, per una nuova cultura della giustizia. Atti del convegno, Bergamo 2000.




3 settembre 2023. Domenica 22a
GESU’. UNO PER CUI VALE LA PENA VIVERE.

22 DOMENICA ORD. A

Preghiamo. Rinnovaci con il tuo Spirito di verità, o Padre, perché non ci lasciamo deviare dalle seduzioni del mondo, ma come veri discepoli, convocati dalla tua parola, sappiamo discernere ciò che è buono e a te gradito, per portare ogni giorno la croce sulle orme di Cristo, nostra speranza. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo sempre. Amen.
Dal libro del profeta Geremìa 20,7-9
Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto violenza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di derisione ogni giorno; ognuno si beffa di me. Quando parlo, devo gridare, devo urlare: «Violenza! Oppressione!». Così la parola del Signore è diventata per me causa di vergogna e di scherno tutto il giorno. Mi dicevo: «Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!». Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo.
Salmo 62  Ha sete di te, Signore, l’anima mia.
O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia,
desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua.
Così nel santuario ti ho contemplato, guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode.
Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori, con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.
Quando penso a te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
A te si stringe l’anima mia: la tua destra mi sostiene.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 12,1-2
Fratelli, vi esorto, dunque ( in greco= oun), per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.
Dal Vangelo secondo Matteo 16,21-27
In quel tempo, Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo dicendo: «Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». Allora Gesù disse ai suoi discepoli: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita? O che cosa un uomo potrà dare in cambio della propria vita? Perché il Figlio dell’uomo sta per venire nella gloria del Padre suo, con i suoi angeli, e allora renderà a ciascuno secondo le sue azioni».

GESU’. UNO PER CUI VALE LA PENA VIVERE. Don Augusto Fontana

La mia (e la tua) vita è “in relazione”. La relazione, quando è profonda, orienta in modo determinante l’esistenza e la custodisce dalla frammentazione e dal vuoto. A volte la relazione è fonte di conflitti; tuttavia può diventare garanzia di sicurezza. Ho fatto qualche tratto di sentiero con alcuni uomini “di strada”, clochards, e davvero non riesco a capire come si possa resistere in una vita così sradicata ed esposta. Li stimo per il loro spirito di adattamento e povertà essenziale. Io non ne sarei capace. Gesù non era un clochard; era pieno di relazioni, ma con la vita che faceva se mi avesse detto “seguimi” lo avrei deluso. Come quel giovane a cui Gesù aveva chiesto “Vendi tutto per i poveri poi vieni e seguimi”; ma lui “se ne andò triste perché aveva molti beni” (Matteo 19,22).
La relazione profonda mi chiede di lasciarmi prendere nel fiducioso abbandono di chi capisce che solo in tal modo la propria vita è radicalmente garantita e guidata in pienezza. Per chi fa tale esperienza, vivere equivale ad essere decentrati, presi e posseduti. Questa sembra essere l’esperienza di Geremia e di Gesù, nei brani biblici di oggi. Per ambedue, l’ambiente circostante è fonte di “scandalo” in quanto invita a non vivere secondo la relazione fondamentale che determina la loro vita. Ciò comporta esporre la propria vita, come chiede Gesù ai discepoli. Paolo ai Romani parla di un “sacrificio gradito a Dio”, un vero sacerdozio battesimale che consiste nel vivere la relazione con Dio lasciandosi guidare e determinare da questa relazione. La fede è lasciarsi sedurre da Dio al punto da affidare a lui la propria esistenza; la speranza è lasciarsi progettare radicalmente da lui; la carità è lasciare che il proprio cuore pulsi a tal punto da non trattenere nulla per sé.
Mi hai sedotto e abbandonato (Geremia 20,7-9).
Già agli inizi del regno di Joakim, una violenta requisitoria di Geremia contro il culto del Tempio lo aveva trascinato in un processo per sacrilegio da cui era uscito assolto (Ger.26,24), ma profondamente sconvolto. Di fronte alle sue peripezie, Geremia compone le “confessioni”, un genere letterario nuovo nella letteratura biblica, benchè se ne trovi traccia nei Salmi.
I racconti di vocazione in massima parte sottolineano lo stato di turbamento e scoraggiamento in coloro che si sono sentiti chiamati: tentativo di abbandono in Mosè (Esodo 32), scoraggiamento in Elia (I Re 19), delusione in Giona (Giona 4), crisi esistenziale in Geremia (Ger. 20). In particolare diventa penoso sentirsi escluso dalla propria comunità solo per aver richiamato certe esigenze.
Al v. 7 il profeta ci dà la chiave di tutto il brano: tu mi hai sedotto e io mi sono lasciato sedurre. In Osea 2,16 la seduzione di Dio nei nostri confronti è dolce[1]. Ma occorre restituire al termine “seduzione” la sua ruvida e perfino brutale evidenza di azione disonesta e infame. Il verbo ebraico pātāh, “sedurre”, è usato ad esempio in Es 22,15[2] a proposito della violenza sessuale fatta su una vergine. La ragazza “sedotta”, anche nel linguaggio biblico, è quella circuita con raggiri che approfittano della sua ingenuità. Geremia non dice «Mi hai affascinato», ma «mi hai ingannato, hai approfittato di me, hai ottenuto quello che volevi e poi mi hai abbandonato lasciandomi al disprezzo degli altri ed io ci sono cascato, ho perso la testa, sono stato uno sciocco». Geremia pensava che la luna di miele proseguisse in modo confortevole (15,16: «quando le tue parole mi vennero incontro le divorai con avidità; la tua parola fu la gioia e la letizia del mio cuore»). Geremia pensa che se fosse stato meno coerente e meno appassionato, se si fosse limitato all’ordinaria amministrazione, se si fosse accontentato di fare il diligente funzionario, se avesse predicato le proprie idee e non la Parola del Signore, se avesse tenuto conto dei gusti e delle allergie degli ascoltatori, non si troverebbe ora in questa situazione insopportabile. La sua è una crisi per eccesso di fedeltà. Ora vorrebbe mettere le pantofole ma si rende conto che il sogno è irrealizzabile. Dice: «Non ce la farei», perché il segno della seduzione di Dio ce l’ha inciso ormai sulla carne: «Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, chiuso nelle mie ossa, mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo». Non si può contenere e amministrare questo fuoco, questa febbre.
Ho sete di te (Salmo 63).
Tu sei il mio Dio, ti cerco come la terra arida cerca l’acqua.  “Mio” non significa possesso, ma totale dipendenza. La ricerca appassionata di Dio viene espressa con i due simboli della fame e della sete di Dio. (Amos 8,11-12: « Ecco, verranno giorni, dice il Signore Dio in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore. Allora andranno errando da un mare all’altro e vagheranno da settentrione a oriente, per cercare la parola del Signore, ma non la troveranno»).  Il Salmo, essendo una preghiera liturgica, sottolinea il ruolo del tempio come spazio privilegiato della presenza viva e dinamica di Dio: «La tua misericordia gratuita vale più della vita».
Un culto; non un rito (Romani 12,1-2)
La lettura inizia con un “dunque” ( in greco= oun); significa che si collega alla sezione precedente costituita dalla sezione dogmatica (capp. 1-11) che introduce la sezione esortativa (capp. 12-15). Paolo trae le dovute conseguenze etico-operative che scaturiscono dalla grazia di Cristo. Analizziamo il testo:

  1. Il verbo esortare (parakalein) significa invito e non un ordine o un obbligo.
  2. Qual è il contenuto dell’esortazione? Si tratta di presentare a Dio un culto, ma non rituale. I cristiani sono invitati a offrire i loro corpi, cioè se stessi nella concretezza del quotidiano.
  3. Culto spirituale (loghiken). Letteralmente andrebbe tradotto con “logico, razionale e quindi umano”. Il testo dunque andrebbe tradotto così: “Smettete di offrire culto a Dio con delle cose o degli animali; offrite… sacrifici “umani”, cioè offrite voi stessi con tutta la vostra razionale storia quotidiana”.
  4. <Non siate conformisti con il mondo presente. Trasformatevi invece rinnovando la vostra mente>. L’atteggiamento critico e alternativo alle logiche mondane (evasione/elusione delle tasse, stipendi da fame ai dipendenti, inquinamento del pianeta, disuguaglianze sociali) diventa un gesto sacerdotale.
  5. Sacrificio vivente, santo e gradito. Vivente: noi siamo stati salvati non da un rito di culto, ma da tenerezza, lavoro, convivialità e sangue caldo di Gesù. L’impegno di ogni cristiano nell’organizzazione della società e nella resistenza militante contro ogni forma di ingiustizia costituisce quindi un culto autentico, non ritualistico.

Una vita bella. Matteo 16, 21-27
Il cap. 16 costituisce, in Matteo un giro di boa, come il cap. 8 per Marco. Quali mutamenti avvengono per costituire questo stacco? Gesù dà per la prima volta l’annuncio della passione e morte. Da questo momento Gesù cercherà di far capire che il proprio stile di una vita “gettata via” (croce) dovrà essere assunto dai discepoli nel rischio di essere presi in giro o ostacolati. Perdere la vita non significa necessariamente rischiare la vita fisica, come ancora oggi succede in certe porzioni di popolo di Dio.
Nel parlare comune c’è il linguaggio dell’augurio, del buon presagio, del «Dio ti guardi, ciò non accadrà mai!». Nelle nostre comunità c’è ancora chi crede all’augurio, alla buona stella sulla propria vita. Crede cioè, chissà per quale eccezione, che possiamo essere cristiani senza che ci venga portato via il nostro modesto mondo pagano. Crede che per noi il Figlio dell’uomo non verrà come un ladro a portarci via ciò che con sottile equilibrismo, tra buona fede e cattiva coscienza, abbiamo accumulato. Crediamo, insomma, che si possa verificare per noi quel che un religioso scriveva a mo’ di dedica sul libro da Messa regalato a una celebre diva: “Con auguri di santità e di successo”. Che è come cercare di fondere l’acqua con l’olio! Invece si diventa sale della terra quando noi per primi siamo salati con il sale che separa ciò che noi pateticamente vorremmo tenere unito. Ecco il sale di Gesù: a Pietro che gli dà buoni consigli Gesù dice “Torna dietro di me, Satana. Tu ragioni alla maniera degli uomini”. E anche se Pietro dice: “Sono pronto a morire con te”, Gesù lo ha già avvertito: “Questa notte mi rinnegherai[3]. Gesù raccoglie Pietro fatto a pezzi dalla sua buona fede e lo sala con la fede.
Il problema della liturgia di oggi è la sequela, una relazione con costi a caro prezzo e benefici di senso esistenziale.
Ma…ne val la pena?


[1] Perciò, ecco, la sedurrò (pātāh) a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore.
[2]Esodo 22, 15: «Se uno seduce una vergine non ancora fidanzata e pecca con lei, ne pagherà la dote nuziale ed essa diverrà sua moglie».
[3] Matteo 26,34-35




27 agosto 2023. Domenica 21a
QUANDO LUI NON E’ COME CREDO

21a domenica ord. A

Preghiamo.
O Padre, fonte di sapienza, che nell’umile testimonianza dell’apostolo Pietro hai posto il fondamento della nostra fede, dona a tutti gli uomini la luce del tuo Spirito, perché riconoscendo in Gesù di Nazaret il Figlio del Dio vivente, diventino pietre vive per l’edificazione della tua Chiesa. Per Gesù Cristo nostro Signore.
 Dal libro del profeta Isaìa 22,19-23
Così dice il Signore a Sebna, maggiordomo del palazzo: «Ti toglierò la carica, ti rovescerò dal tuo posto. In quel giorno avverrà che io chiamerò il mio servo Eliakìm, figlio di Chelkìa; lo rivestirò con la tua tunica, lo cingerò della tua cintura e metterò il tuo potere nelle sue mani. Sarà un padre per gli abitanti di Gerusalemme e per il casato di Giuda. Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide: se egli apre, nessuno chiuderà; se egli chiude, nessuno potrà aprire. Lo conficcherò come un piolo in luogo solido e sarà un trono di gloria per la casa di suo padre».
Salmo 137  Signore, il tuo amore è per sempre.
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca.
Non agli dèi, ma a te voglio cantare, mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome per il tuo amore e la tua fedeltà: hai reso la tua promessa più grande del tuo nome.
Nel giorno in cui ti ho invocato, mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza.
Perché eccelso è il Signore, ma guarda verso l’umile; il superbo invece lo riconosce da lontano.
Signore, il tuo amore è per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 11,33-36
O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie! Infatti, chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere? O chi gli ha dato qualcosa per primo tanto da riceverne il contraccambio? Poiché da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose. A lui la gloria nei secoli. Amen.
Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-20
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

Quando Lui non è come credo. Don Augusto Fontana

 Come un cuscino che soffoca il neonato senza che neppure se ne accorga, la fede di molti è andata in crisi con l’abbandono del latino, con la comunione data in mano e distribuita dai laici (spesso donne), con la caduta della tonaca dei preti, senza contare le beghe interne delle nostre parrocchie, le delusioni che ci dà Dio perché non fa’ quello che ci aspettiamo. Dov’è Gesù in tutto questo? Certo non dove lo mettiamo noi. La nostra superficialità imprigiona, talvolta, Dio nelle esteriorità della chiesa delle apparenze. Confiniamo la fede nelle abitudini della fede e allora ci stupiamo di non riuscire più a trovare Dio come al solito. Ma Dio non è mai «come al solito». Dio non si trova riducendosi a fare quello che si è sempre fatto. Dio, forse, potrebbe trovarsi nel nuovo che c’è da fare. Come il cieco Bartimeo che “lascia il mantello”, un certo numero di vecchie abitudini incollate sulla pelle.
Credere significa accettare che Dio abbia da offrire qualcosa di diverso dalla nostra porzione di cibi quotidiani. Qualcuno ha detto: “Noi ci saremmo accontentati di 3 locali più servizi e lui ci offre prateria eterne”.
Il cap. 16 costituisce, in Matteo un giro di boa, come il cap. 8 per Marco. Quali mutamenti avvengono per costituire questo stacco?

  1. Gesù dà per la prima volta l’annuncio della passione e morte
  2. Da questo momento si dedicherà di più alla formazione del gruppo dei discepoli che delle folle.
  3. Gesù cercherà di far capire che il proprio stile di una vita “gettata via” (croce) dovrà essere assunto dai discepoli attraverso il perdono e la misericordia.

Innanzitutto il brano non è incentrato sull’investitura di Pietro, come farebbe pensare la liturgia di oggi che, nella prima lettura, propone Isaia 22,19-23: una vicenda di divergenze politiche tra ufficiali di corte (cfr. Isaia 22,15-18) all’epoca del re Ezechia, re di Giuda nell’VIII sec. a.C., con la sottolineatura dei riti di investitura del nuovo funzionario (tunica, cintura/sciarpa e chiavi: le 3 insegne della carica) .
E comunque se anche fosse, i versetti 13-18 (del vangelo di oggi) non possono essere letti separatamente dai versetti 21-23, tanto sono parallelamente costruiti: 21Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli… 22Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai».  23Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Torna dietro a me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».
Il problema vero è costituito da ciò che chiaramente è lo sfondo, lo scenario: la croce. La professione ortodossa della fede rivela tutta la sua ambiguità se non si misura con la logica di Dio rivelatasi nella finale della vita di Gesù. Non per niente molti esegeti accostano il brano di oggi con un altro capitolo di Matteo (il cap. 11) in cui si tratta del problema dell’identità di Gesù e della rivelazione ai piccoli: « 25In quel tempo Gesù disse: “Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 27Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare”». (La lettura di Paolo Rom.11,33-36 ribadisce la misteriosa e incomprensibile logica dell’agire divino: chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore?).
Parlare della fede altrui, giudicare la fede altrui mi è molto facile. Ma esprimere la mia esperienza di fede è impresa ben più difficile. Non è importante sapere i risultati di un’inchiesta religiosa, ma definire se io ho dato una risposta personalizzata alla domanda di Gesù: “Io chi sono per te?”. Ci viene spontaneo interpretare l’attività e la persona di Gesù secondo i modelli conosciuti del passato. I discepoli, e quelli che hanno accettato di condividere il destino di Gesù, non possono trincerarsi dietro gli stereotipi e l’opinione della gente. Una forma stereotipa è l’alibi più elegante e astuto per non impegnarmi in una risposta mia personale, magari incompleta e un po’ eretica, ma mia, mia, mia. Anch’io devo prendere posizione ed espormi personalmente. Non si è cristiani per un atto giuridico, per un diploma avuto il giorno del battesimo.
Non è meno importante sentire risuonare quel “voi” collettivo, al plurale: quale risposta dà la mia comunità, la chiesa cattolica, le chiese cristiane, alla domanda di Gesù: “Ma, VOI, cosa dite di me, cosa professate di me?”.
Chiede cosa dicono di lui e non tanto cosa provano nè cosa suggerisce la loro intuizione religiosa. Questo verbo (léghete=dite) gioca un ruolo importante in Matteo ed è tipicamente giudeo. Si “dice” con la bocca, ma ben più con le scelte di vita.
La particella de (= ma) non significa solo “ma voi, al contrario” bensì: e voi non avete nient’altro da dire al mio riguardo? Gesù non rifiuta gli attributi della gente (sei Giovanni Battezzatore, sei Elia, sei Geremia) anche perché in almeno due di essi (Giovanni e Geremia) si riconoscono le caratteristiche del Servo Sofferente. Egli chiede ai discepoli di aggiungere un contributo di esperienza personale derivata da un ascolto della Rivelazione del Padre.  Gli altri hanno un posto insostituibile nell’incontro con Cristo, come dei suggeritori che aiutano l’attore a ripartire, a riprendersi e continuare. Lazzaro, il paralitico, il cieco Bartimeo hanno avuto bisogno della fede altrui per essere avvicinati a Gesù, ma poi il contatto ha dovuto essere diretto, un incontro a tu per tu. Anche per la donna samaritana al pozzo (Giov. 4), la genesi della fede dei suoi compaesani ha bisogno delle due tappe, la testimonianza della donna e, alla fine, una presa di coscienza personale: «39 Molti Samaritani di quella città credettero in lui per le parole della donna 40 E quando i Samaritani giunsero da lui, lo pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni. 41 Molti di più credettero per la sua parola 42 e dicevano alla donna: «Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
Occorre saper mettere in discussione la propria fede. Occorre una fede non teorica e astratta, da salotto, mummificata. La superficialità è uno degli ostacoli maggiori alla fede.
Nella logica dello schema di Matteo potremmo anche chiedere a Gesù: “Cosa dice la gente di noi cristiani?…E noi chi siamo per Te?”.




20 agosto 2023. Domenica 20a
ALMENO LE BRICIOLE, SIGNORE.

20a domenica A 2023
Preghiamo. O Padre, che nell’accondiscendenza del tuo Figlio mite e umile di cuore hai compiuto il disegno universale di salvezza, rivestici dei suoi sentimenti, perché rendiamo continua testimonianza con le parole e con le opere al tuo amore eterno e fedele. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Isaia 56,1.6-7
 Così dice il Signore: «Osservate il diritto e praticate la giustizia, perché la mia salvezza sta per venire, la mia giustizia sta per rivelarsi.  Gli stranieri, che hanno aderito al Signore per servirlo e per amare il nome del Signore, e per essere suoi servi, quanti si guardano dal profanare il sabato e restano fermi nella mia alleanza, li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. I loro olocausti e i loro sacrifici saranno graditi sul mio altare, perché la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli».
SALMO 66 Popoli tutti, lodate il Signore.
Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine, governi le nazioni sulla terra.
Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra.
Dalla Lettera di Paolo ai Romani, 11,13-15.29-32 Fratelli, a voi, genti, ecco che cosa dico: come apostolo delle genti, io faccio onore al mio ministero, nella speranza di suscitare la gelosia di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro essere rifiutati è stata una riconciliazione del mondo, che cosa sarà la loro riammissione se non una vita dai morti? Infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili! Come voi un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia a motivo della loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti a motivo della misericordia da voi ricevuta, perché anch’essi ottengano misericordia. Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!
Dal Vangelo secondo Matteo 15,21-28
 Uscito di là, Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananèa, di quei luoghi, venne fuori e si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rispose parola. Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Mandala via, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore – disse la donna –, eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

ALMENO LE BRICIOLE, SIGNORE. Don Augusto Fontana

Prima gli italiani! Prima la razza ariana! Prima i cattolici! Prima i praticanti! Prima i preti! Prima i maschi! E avanti così, verso identità forti, enclaves etniche o religiose, teologie e politiche settarie. Da sempre fu così e forse, ahimè, sempre sarà. Anche nella storia di Israele maturò rozzamente la separazione tra i figli eletti di Isacco e i discendenti del bastardo Ismaele, cani impuri: «Il bastardo e nessuno dei suoi discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nell’assemblea del Signore. L’Ammonita e il Moabita non entreranno nell’assemblea del Signore. Non cercherai mai la loro pace né la loro prosperità, finché tu viva» (Deuteronomio 23,1-3). La prospettiva universalistica, tuttavia, corre come un fiume carsico, nella Rivelazione dei profeti e non solo; sappiamo che Rut era Moabita e il racconto del libro omonimo contrasta proprio le norme sopra citate; Matteo inserirà la straniera “proibita” addirittura nella linea genealogica di Gesù (Mt 1,5). Qualche testo profetico aveva già tentato, ogni tanto, di annunciare che anche Sodoma, Gomorra e Ninive si possono convertire (cf. Giona 3,10: «Dio vide che si erano convertiti dalla loro condotta malvagia e si impietosì») e che Gerusalemme e il Tempio saranno aperti a tutti (“Alla fine dei giorni il monte del tempio del Signore resterà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli e affluiranno ad esso i popoli” Michea 4,1; cf. Isaia 2,2-3; “la mia casa si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” Isaia 56) e che anche gli stranieri saranno benedetti da Dio: «In quel giorno Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra. Li benedirà il Signore dell’universo: “Benedetto sia l’Egiziano mio popolo, l’Assiro opera delle mie mani e Israele mia eredità”» (Isaia 19, 23-25). Il lungo periodo storico, che va dal V secolo a.C. ai tempi di Gesù, vede dunque convivere due anime religiose che oscillano fra universalismo ed esclusivismo, fra identità ed inclusione, purezza e meticciato, prudenza istituzionale e imprudenza profetica. Gesù vive dentro questa convivenza, con una progressiva simpatia per i pagani e i loro territori («uscito di là [cioè dagli scribi e farisei dei vv. 1-9], Gesù si ritirò nel territorio di Tiro e di Sidòne», l’odierno Libano). I tre vangeli sinottici, nei loro racconti e catechesi, mantengono sotto traccia il sapore di questa tensione presente nelle loro comunità. Secondo loro Gesù a volte dice “Andate![1]”, a volte dice “Non andate![2]”. Paolo di Tarso (Turchia) ebreo della diaspora greco-ellenistica, circonciso, fariseo fondamentalista, insieme con pochi altri si dedicherà ai pagani non circoncisi, non esiterà ad autodefinirsi “apostolo delle genti” (Rom. 11,13), infrangerà tradizioni religiose antiche senza consultare per ben tre anni il Vaticano di allora, creando non poco scompiglio nella Chiesa di Gerusalemme, chiusa e timida. Matteo scrive questo testo nell’anno 80 quando già era scoppiata nella chiesa la crisi provocata dalla “rottura” di Paolo e Barnaba nei territori non giudei.
Una donna converte Gesù?
Occorre cercare di capire l’atteggiamento di Gesù nel Vangelo di oggi. Intanto l’incipit del Vangelo ci anticipa dei sapori: ancora una volta Gesù “uscito…si ritirò”; si dirige verso i territori di Tiro e Sidone, fuori dai confini della terra d’Israele. L’incontro con la donna Cananea inizialmente è duro e non facilmente comprensibile. Se noi chiedessimo un favore a qualcuno e questi non ci rispondesse o ci desse del “cane” penso ci offenderemmo. Se chiamassimo il 118 e chiedessimo con urgenza un’ambulanza, come reagiremmo se il centralinista ci rispondessero come ha fatto Gesù?
* Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quella regione, si mise a gridare… Prima della preghiera c’è un grido. Poi una preghiera (“Signore, figlio di Davide!”) dal sapore stranamente ebraico sulla bocca di una Cananea. Questa donna sa di avere un problema e ha il coraggio di chiamare il problema per nome: «Mia figlia è malamente indemoniata [kakòs daimonizetai]». Il primo requisito per essere guariti è riconoscere di essere malati.
*Non le rivolse neppure la parola. E può accadere che Dio non risponda. Resti in silenzio. E’ l’esperienza più difficile per un credente.  Anche noi facciamo esperienza del Risorto come un Dio assente, lontano, estraneo, straniero.
* “Mandala via [apòluson auten], vedi come ci grida dietro!”.  Il verbo greco “apoluo” lo troviamo in Matteo 14,15 quando i discepoli chiedono a Gesù: “Congeda la folla”, quasi per dire allo sposo: “Divorzia da questa tua sposa infedele!”. Oggi diremmo: “ lasciala, mollala…”. I discepoli non dicono “Salvala, non vedi come sta soffrendo” ma “Cacciala via!”. Probabilmente era insistente. Ma pare che Gesù non si scocci. “Bussate e vi sarà aperto” (Luca 11,9); “E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?” (Luca 18,1-8).
* Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele… La risposta di Gesù è sostanzialmente sconfortante. E’ questo il momento più difficile della preghiera cristiana: quando ci sembra che Gesù ascolti gli altri ma non noi. Quando ci pare che Dio ci consideri di serie B, rispetto ad altri, che ci sembrano “eletti” o più meritevoli di noi. Dio tace, e pure i fratelli diventano un ostacolo alla nostra preghiera. Ma questa donna grida ancora, senza paura di essere respinta da Gesù e dalla sua Chiesa.
non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». Nel linguaggio ebraico i figli sono i discendenti di Abramo, i cani (kuon) sono i pagani, gli stranieri. Qui Matteo sembra attenuare con il diminutivo “cagnolini” (kunaria).
* Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui. E’ un gesto liturgico, come tutto il racconto è una grande liturgia di gesti, parole, ascolti, grida, preghiere. Come le nostre liturgie domenicali. Con una proclamazione di fede pasquale: “Signore!”. Ripetuta tre volte.
*ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni. Benchè le vie di Dio per noi restino un mistero, anche una briciola (e non il pane intero che avevamo chiesto noi) ci basta. Anche Maria, sua madre, a Cana, gli aveva chiesto qualcosa. E anche a lei, Gesù aveva risposto secco: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. Anche lì la Chiesa aveva ottenuto un’altra “briciola”, capace di rendere felici due anonimi (e simbolici?) sposi.
* Davvero grande è la tua fede, ti sia fatto come desideri! Scrive Ermes Ronchi: «La straniera delle briciole, uno dei personaggi più simpatici del Vangelo, mette in scena lo strumento più potente per cambiare la vita: non idee e nozioni, ma l’incontro. Gesù era uomo di incontri, in ogni incontro realizzava una reciproca fecondazione, accendeva il cuore dell’altro e lui stesso e ne usciva trasformato, come qui. Una donna di un altro paese e di un’altra religione, in un certo senso, “converte” Gesù, gli fa cambiare mentalità, lo fa sconfinare da Israele. No, dice a Gesù, tu non sei venuto per quelli di Israele, tu sei Pastore di tutto il dolore del mondo. Donna, grande è la tua fede! Lei che non va al tempio, che prega un altro Dio, per Gesù è donna di grande fede. Non ha la fede dei teologi, ma quella delle madri che soffrono».
Scrive don Marco Pozza[3]: «Non ci sono cani e figli, sgualdrine e sante, pii e miscredenti. L’unica divisione, anche l’unica differenza, è tra chi lo cerca e chi pensa d’averlo in tasca. Capita che Dio, un giorno, lo trovino prima i lontani, perché i vicini manco si sono accorti di trattenerlo in mano nell’eucaristia. Capita: e, quando capita, Dio va in estasi».


[1] Mt 22,9 andate ora agli incroci delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze.
[2] Mt 10,5 Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani.
[3] Giovane presbitero vicentino, giornalista scrittore, confidenziale intervistatore di Papa Francesco in numerose rubriche televisive su TV2000, cappellano presso il carcere di massima sicurezza di Padova, laureato alla Pontificia università Gregoriana.




13 agosto 2023. Domenica 19a
Storie. Con Dio dentro.

19a Domenica  – 13 agosto 2023

 Preghiamo. Onnipotente Signore, che domini tutto il creato, rafforza la nostra fede e fa’ che ti riconosciamo presente in ogni avvenimento della vita e della storia, per affrontare serenamente ogni prova e camminare con Cristo verso la tua pace. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal primo libro dei Re 19,9.11-13
In quei giorni, Elia, [essendo giunto al monte di Dio, l’Oreb], entrò in una caverna per passarvi la notte, quand’ecco gli fu rivolta la parola del Signore in questi termini: «Esci e fèrmati sul monte alla presenza del Signore». Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento, un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto, un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, il sussurro di una brezza leggera. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello, uscì e si fermò all’ingresso della caverna.
Sal 84.  Mostraci, Signore, la tua misericordia.
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme, perché la sua gloria abiti la nostra terra.
Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo.
Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani  9,1-5
Fratelli, dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli. Amen.
Dal Vangelo secondo Matteo 14,22-33
[Dopo che la folla ebbe mangiato], subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, finché non avesse congedato la folla. Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo. La barca intanto distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde: il vento infatti era contrario. Sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare. Vedendolo camminare sul mare, i discepoli furono sconvolti e dissero: «È un fantasma!» e gridarono dalla paura. Ma subito Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!».  Pietro allora gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Ed egli disse: «Vieni!». Pietro scese dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù. Ma, vedendo che il vento era forte, s’impaurì e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!». E subito Gesù tese la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».  Appena saliti sulla barca, il vento cessò. Quelli che erano sulla barca si prostrarono davanti a lui, dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

STORIE. CON DIO DENTRO. Don Augusto Fontana

 Le tre letture bibliche ci raccontano storie di vita. Con Dio dentro.
Nella prima storia di vita c’è un profeta, Elia, inizialmente un po’ talebano e un po’ Grande Inquisitore. Aveva lanciato una sfida ad un gruppo religioso del dio Baal; una sfida che assomiglia molto all’attuale “scontro di civiltà” o all’Inquisizione di cattolica memoria. Elia vince la magica sfida e sgozza di sua mano 450 seguaci di Baal; le acque del fiume Kison si arrossano di sangue, come un trofeo al Dio perverso, caricatura partorita dalla sua mente (1 Re 18,40)[1]. Fuggendo dalla regina Gezabele che, per vendetta, ne vuole la morte, ripete l’itinerario di Israele e giunge sull’Oreb. Nella solitudine della montagna, il profeta cerca il suo Dio nel vento impetuoso, nel fuoco e nel terremoto, cioè secondo schemi personali e tradizionali. Ma Dio è sorprendente e appare nel sussurro di un “silenzio sottile”. Elia, velandosi in volto, conosce che il Signore è presenza dolce e paziente, fino a rischiare di essere cercato nelle profondità del silenzio, giù negli abissi del mare dove il vento impetuoso non riesce ad inquietare una sola molecola d’acqua, là dove la Pentecoste non fa sfracelli. «Parlare sottovoce di Dio non significa, come purtroppo taluni dogmaticamente tentano di far credere, rimpicciolire Dio, ma se mai, farlo più grande. Sottovoce, perché del mistero di Dio possiamo solo balbettare qualche cosa. Con pudore. Il mistero è al di là, molto al di là della po­vertà delle nostre parole. Al di là della soglia. Sottovoce, ancora, perché dell’amore sbandierato ai quattro venti è giusto, legittimo, dubitare, sospettare. Il «sottovoce» ha invece il passo silenzioso dei racconti che nascono dal cuore» (Don Angelo Casati)[2].
Un po’ diversa è la seconda storia di vita, quella di Paolo che ha coscienza di essere rimasto giudeo e se ne vanta e sente con passione il problema dei suoi consanguinei e correligionari che non hanno accolto Gesù come Messia e Salvatore. Il grande dolore che ha nel cuore lo porta a dichiararsi disponibile ad essere separato (“anatema”) da Cristo pur di salvare Israele. Un’esagerazione passionale, quasi una bestemmia. Il 1° luglio 1949 il Sant’Uffizio pubblicava un Decreto, sottoscritto da Pio XII, con cui venivano scomunicati militanti e simpatizzanti del social-comunismo, sottoproletariato compreso. Il movimento dei Pretioperai passa dalla parte degli scomunicati, per amore, credetemi, solo per amore. Quante volte abbiamo chiesto che venisse abrogata la scomunica: la scomunica resta. E molti di noi hanno ripetuto con Paolo: «Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli», miei consanguinei nella fatica e nelle speranze, negli errori e nel dimenticato contributo alle tutele e alla liberazione nel lavoro. In contemporanea sono proliferati atei devoti, liberal-chic, portatori sani della peggiore infezione ideologica di materialismo pragmatico e individualismo. Mai scomunicati. Noi, noi, siamo rimasti scomunicati. Io che non ho mai imparato a nuotare e galleggiare, ho preferito “imbarcarmi” con gli scomunicati e rischiare con loro la sindrome del mal di mare, come narra la terza storia di vita della liturgia odierna. Storia di discepoli di allora e di Pietro, ma di fatto storia dei nostri sghembi itinerari pasquali e battesimali. Noi cristiani non camminiamo fuori dal tempo, lontani dalla storia, ma “con i piedi per terra” o nella “società liquida”, come ci definisce il sociologo Zygmunt Bauman[3]. La storia quotidiana, nella sua concretezza scivolosa e liquida, è il luogo privilegiato nel quale il Signore manifesta i segni del suo amore per ciascuno di noi. Per il credente è importante, allora, ascoltare la Parola (“Gesù disse…”) lasciandosi interpellare dal “mare agitato” della storia, della propria vita, della Chiesa. E’ dentro i sussulti di questa bufera che si incontra Dio come una presenza lieve, una mano tesa (“Gesù tese la mano, lo afferrò”), capace di farsi accogliere e di cambiare il corso degli eventi. Per poterlo riconoscere in ogni avvenimento dell’esistenza occorre una fede “non piccola” (“gli disse: «Uomo di piccola fede, perché hai dubitato?»”), occorre ritrovare dentro di noi quei segni vivi della presenza di Dio che ci portano a coniugare il vangelo con l’esperienza concreta della vita, i problemi dell’uomo con la profezia della fede, l’azione di Dio con l’impegno umano. Se la fede permeasse la mia vita mi sarebbe possibile affrontare serenamente ogni difficoltà. Credere non comporta tirare “i remi in barca”, come spesso mi sento tentato di fare nel tempo della prova, né affidare la propria sopravvivenza alle logiche vincenti e talvolta fondamentaliste, ma abbandonare al Signore quella “povera barca” agitata che è la nostra persona, la nostra Chiesa.
Un racconto pasquale, biblico, esistenziale.
Nel racconto evangelico (di un fatto forse mai veramente accaduto nei particolari così come emergono) si riscontrano 2 strati: uno che fa riferimento ai capitoli 14 e 15 di Esodo e uno che fa chiaro riferimento agli avvenimenti pasquali in quanto il racconto è modellato sul cliché pasquale.

  1. Sul finire della notte”: è quel crinale tra le tenebre che non se ne sono ancora andate e l’alba che non ha ancora partorito luce; è la “quarta veglia della notte” un richiamo temporale alla “veglia del mattino” quando il Signore mise in rotta i carri degli egiziani. Anche lo sfondo del Golgota fu un crinale tra oscurità non morta e luce non nata: «Venuto mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra» (Mc 15, 33). Anche per me è duro vivere crocifisso su quell’albeggiare che ritarda.
  2. «Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva». Forse li deve “costringere” perché “l’altra riva” è in territorio di gente non giudea, diversamente religiosa, pagana. Gesù inaugura il “tempo della chiesa”, non ci trattiene con sé e ci manda (“costrinse i discepoli”) sull’altra sponda, quella del nostro impegno quotidiano, di vita matrimoniale, lavoro, letto d’ospedale, impegno sociale. Sulla sponda altra delle nostre liturgie. Ci costringe a raggiungere la nostra quotidianità non via-terra, ma via-mare, immersi nelle acque del nostro Battesimo.
  3. «salì sul monte, in disparte, a pregare… egli se ne stava lassù, da solo». Oggi il suo posto da Risorto è “sul monte”, accanto al Padre, primogenito (“da solo”) dei risorti. E per noi si allungano le ombre della “sera” che presto diventa “notte” e la barca è “agitata da onde e venti contrari”.
  4. «egli andò verso di loro camminando sul mare». Il salmista prega così (salmo 76,20): «Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili». Io preferirei la sabbia dove potrei riconoscere le orme lasciate dai suoi passi; Lui cammina su percorsi fluidi dove le sue orme svaniscono. Eppure da lì «il Signore ci fece uscire con mano potente e con braccio teso» (Deut. 26,8): «Gesù gli tese la mano». E il braccio.
  5. «i discepoli furono sconvolti e dissero: “È un fantasma!” e gridarono dalla paura». Tutta la scena offertaci da Matteo, ma soprattutto questo particolare narrativo, ricalca le apparizioni pasquali. Maria di Magdala lo vede come un giardiniere, i discepoli di Emmaus come uno straniero e tutti i discepoli, benchè stregati dalla narrazione dei due, ancora non vedono che fantasmi: «Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse:  “Pace a voi!”.  Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse:  «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho».  Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi» (Lc 24, 36-40). Anche a Pietro Gesù mostra/tende la sua mano. Anche per noi, di domenica in domenica, è una gara dura rispondere alla domanda che anche gli Israeliti si facevano nel deserto: «Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?» (Esodo 17,7), ci sei o ci fai, Signore?
  6. «Coraggio, IO-SONO, non abbiate paura». «IO-SONO» è la rivelazione del Nome Santo di Dio, tra le spine del cespuglio di Mosè. Dunque, la catechesi di Gesù prosegue in quella liturgia sul lago, nelle liturgie battesimali della chiesa di Matteo e nelle nostre liturgie domenicali. Pietro è dubbioso circa la reale presenza dì Gesù (“se sei davvero tu “): lo costringe a scoprirsi.  Questo atteggiamento non manca di una sua grandezza, la grandezza impulsiva di Pietro, che si manifesta in maniera molto simile nel gesto descritto in Gv 21,7: «Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare».  Però è anche un agire intempestivo, che in qualche modo vuole “imitare” Gesù. E’ vero che Gesù accondiscende alla richiesta di Pietro, dicendogli: “vieni a me!”  Ma quell’andare a Gesù deve essere una sequela, non un’imitazione. Finché Pietro/noi chiesa presumiamo di poter camminare sulle acque come Gesù, e quindi di essere capaci di “imitarlo”, si va incontro al fallimento: basta un colpo di vento e si va a fondo.  Quand’è, invece, che comincia a “seguire” Gesù?  Quando gli grida: “Signore, salvami“!  Quando abbiamo la pretesa di essere o fare come lui, dimostriamo di non avere bisogno del suo aiuto, della sua guida, del suo soccorso, e non possiamo che andare incontro al naufragio di tutte le nostre false sicurezze[4].

[1] Per un approfondimento cf. articolo La sindrome del santo di Lidia Maggi (in ROCCA  16/99 Pag. 49)
[2] Citato da Aldo Antonelli, Mistero, in Rocca n°15/1 agosto 2020 pag.45.
[3] Z.Bauman, Modernità liquida, Laterza.
[4] Alberto Mello Evangelo secondo Matteo Ed. Qiqajon pag. 273-275