13 luglio 2025. Domenica 15a
IL SAMARITANO: PSEUDONIMO DI GESU’

Domenica 15 domenica  C

Preghiamo. Padre misericordioso, che nel comandamento dell’amore hai posto il compendio e l’anima di tutta la legge, donaci un cuore attento e generoso verso le sofferenze e le miserie dei fratelli, per essere simili a Cristo, buon samaritano del mondo. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen
Dal libro del Deuteronòmio 30,10-14
Mosè parlò al popolo dicendo: «Obbedirai alla voce del Signore, tuo Dio, osservando i suoi comandi e i suoi decreti, scritti in questo libro della legge, e ti convertirai al Signore, tuo Dio, con tutto il cuore e con tutta l’anima. Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica».
Salmo 18.  I precetti del Signore fanno gioire il cuore.
La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice.
I precetti del Signore sono retti, fanno gioire il cuore; il comando del Signore è limpido, illumina gli occhi.
Il timore del Signore è puro,  rimane per sempre; i giudizi del Signore sono fedeli,  sono tutti giusti.
Più preziosi dell’oro,  di molto oro fino, più dolci del miele  e di un favo stillante.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossèsi 1,15-20
Cristo Gesù è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potenze. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono. Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti, perché sia lui ad avere il primato su tutte le cose. È piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli.
Dal Vangelo secondo Luca 10,25-37
In quel tempo, un dottore della Legge si alzò per mettere alla prova Gesù e chiese: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Costui rispose: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Gli disse: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». Ma quello, volendo giustificarsi, disse a Gesù: «E chi è mio prossimo?». Gesù riprese: «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta, giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore, dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno”. Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». Quello rispose: «Chi ha avuto compassione di lui». Gesù gli disse: «Va’ e anche tu fa’ così». 

IL SAMARITANO: PSEUDONIMO DI GESU’. Don Augusto Fontana

Si chiama “reato di omissione di soccorso” quello del sacerdote e del levita che transitano fischiettando accanto all’uomo colpito dai rapinatori. Reato diffuso oggi sui cigli delle strade da criminali che feriscono o uccidono e tirano dritto; reato che assume proporzioni intollerabili quando non si compie on the road ma nella mia e, forse, tua coscienza. Lì abbiamo steso una pellicola impermeabile ad ogni notizia che riguarda la carne ferita di uomo, donna, vecchio, bambino, carne della nostra carne. Il samaritano della parabola fu, tutto sommato, fortunato: incontra un ferito una volta nella vita ed è, per questo, santificato da Gesù nel suo vangelo per i secoli dei secoli. Ma noi, ogni giorno, vediamo, sappiamo, conosciamo carni maciullate, schiave esposte, bimbi violati di sesso o di armi o di lavoro. Siamo all’assuefazione, alla indifferenza inescusabile ma inevitabile. Don Milani difendeva il “principio della cura” (I care = mi preoccupo) contro quella qualunquistica indifferenza di ieri che oggi ha infettato anche me. E mi chiedo come fa Dio, il Signore, a non diventare un po’ assuefatto pure lui che da quel giorno sul monte Oreb continua a guardare, ascoltare e scendere per liberare: «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto» (Es. 3,7-8).  Non sempre ne vedo chiaramente gli esiti e Lo attendo al varco nell’invocazione: «Signore, mio padre tu sei e campione della mia salvezza, non mi abbandonare nei giorni dell’angoscia, nel tempo dello sconforto e della desolazione» (Siracide 51, 10).
Padre Antonio Izquierdo scrisse, con una felice intuizione, che «il buon samaritano è lo pseudonimo di Gesù».
I Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Gerolamo e altri) tenendo conto di tutto il simbolismo di Gerusalemme, la città santa della salvezza, interpretano in modo particolare questa parabola. Nell’uomo che scende da Gerusalemme verso Gerico vedono la figura di Adamo ribelle che rappresenta tutta l’umanità espulsa dall’Eden, la Gerusalemme Celeste. Nei briganti che assalgono l’uomo, vedono il tentatore che ci spoglia dall’amicizia con Dio. Nella figura del sacerdote e del levita vedono l’insufficienza dell’antica Legge per la nostra salvezza che sarà portata a compimento dal nostro Buon Samaritano, Gesù Cristo, che partendo anche lui dalla Gerusalemme celeste ci cura con l’olio della consolazione e il vino dello Spirito e della speranza. Nella locanda i Padri vedono l’immagine della Chiesa e nella figura dell’albergatore intravedono i fratelli nelle mani dei quali Gesù affida la cura dei con-fratelli. La partenza del samaritano dall’albergo, i Padri la interpretano come la risurrezione e l’ascensione di Gesù che promette di ritornare per dare a ciascuno il suo merito. Alla chiesa Gesù lascia per la nostra salvezza i due denari: la Sacra Scrittura e i Sacramenti. Questa interpretazione allegorica e mistica del testo ci aiuta a cogliere bene il messaggio di questa parabola.
FARSI “PROSSIMO”.
«Credo che per leggere onestamente la parabola dobbiamo non tanto identificarci con il protagonista positivo, ma comprendere che di noi fanno parte anche il sacerdote e il levita e che i tre personaggi sono momenti di un unico faticoso movimento verso una vera compassione»[1], arrivare non solo a “sentire compassione”, ma a “fare la compassione” (S.Gerolamo traduce “fecit misericordiam” = fece la compassione).
Un uomo incappò nei ladroni
Gesù ambienta la parabola in questa strada tra Gerusalemme e Gerico, nota per le sue insidie. Quest’uomo è ognuno di noi camminatori imprudenti su sentieri che conducono lontano dall’Eden. «Fammi conoscere, Signore, le tue vie, insegnami i tuoi sentieri… Tutti i sentieri del Signore sono verità e grazia per chi osserva il suo patto e i suoi precetti» (Salmo 24, 4. 10). Questa strada si presta a interpretare bene anche la nostra situazione di discepoli: “Ecco io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi” (Lc 10, 3); “Vegliate e pregate per non cadere in tentazione” (Lc 22, 46).
Un sacerdote vedendolo passò dall’altra parte
Il primo personaggio che transita è un professionista della religione, conosce la legge di Dio, guida la preghiera, passa il suo tempo in chiesa, quindi si trova per caso sulla via della sofferenza dell’uomo ma, appena la sbircia, gira alla larga. L’essere accanto all’uomo che soffre, non fa parte dei suoi programmi e doveri: egli deve interessarsi delle cose di Dio. E Gesù lo ripudia come eterno rappresentante dell’indifferenza del cuore. Se non sapessimo che questa parabola risale a Gesù  la diremmo nata dalla mente dissacratrice di un nemico della religione,  un’invenzione sacrilega di un anticlericale denigratore di preti. Ma siccome è Gesù a parlare ci mettiamo in ascolto di una profezia che vuole colpire liturgie e pratiche religiose avulse dalla carità e dalla vita: «Smettete di presentare offerte inutili, l’incenso è un abominio per me; noviluni, sabati, assemblee sacre, non posso sopportare delitto e solennità. I vostri noviluni e le vostre feste io detesto, sono per me un peso; sono stanco di sopportarli» (Isaia 1,13-14).
Anch’io devo passare dall’orto-dossia (“hai risposto bene [in greco = orthôs]”) alla orto-prassi (“fai questo e vivrai”).
 Un levita
Il secondo personaggio è un funzionario che “arriva sul posto” e anche lui “passa dall’altra parte”. Tutti e due “passano dall’altro lato” con un gesto non solo di indifferenza, ma di esplicito scostamento. È diverso dal Gesù-samaritano che arriva “vicino a lui” (prossimo). Il levita è il tipo di tutti coloro che, nella Chiesa o nella parrocchia, sono sempre ai loro posti, notai di Istituzioni, di Leggi, di Immobili e di Tradizioni secolari e sanno distinguere bene le eccellenze, le eminenze e i monsignori, le Rubriche rituali e i paragrafi dei Codici.
Un samaritano era in viaggio…
Il terzo personaggio è Gesù, questo “extracomunitario samaritano” che si avvicina: «questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica» e io non possa accampare scuse dicendo che Dio è irraggiungibile. L’Incarnazione è un Dio che anziché chiudersi in se stesso in maniera narcisistica e oziosa sceglie di aprirsi all’esterno. E’ ciò che i Padri antichi della chiesa hanno sintetizzato con l’idea della “con-discendenza” (syn-katàbasis), cioè il suo essere-per-l’uomo. Il teologo Chenu, in periodo di Concilio Vaticano II, chiamava questa modalità dell’agire di Dio, “legge dell’estroversione[2]. Il Concilio Vaticano II nella “Gaudium et spes” scrive: “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo … egli si è fatto veramente uno di noi” (GS n. 10). E’ per questo motivo che “chiunque segue Gesù Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo” (GS n. 41). Il Gesù-samaritano sembra non gradire certi riti che privilegiano più il salotto che la strada, più le pantofole che gli scarponi da viaggio, più la vestaglia da camera che il bastone del pellegrino.
…passandogli accanto…
Altre volte questo “passare accanto” di Gesù ha scatenato campi magnetici tonificanti: Mat. 20, 30 «Ed ecco che due ciechi, seduti lungo la strada, sentendo che passava, si misero a gridare:  «Signore, abbi pietà di noi, figlio di Davide!»; Mc 1,16 «Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare…»; Mc 2,14 «Nel passare, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse:  «Seguimi».  Egli, alzatosi, lo seguì»; Lc 19,4 «Allora Zaccheo corse avanti e, per poterlo vedere, salì su un sicomoro, poiché doveva passare di là».
Lo vide.
Anche il “vedere” è una qualità di Dio e un suo dono. Non per niente Gesù guarisce parecchi ciechi. Ci vogliono occhi per vedere i poveri. “La povertà non è solo quella del denaro, ma anche della mancanza di salute, la solitudine affettiva, l’insuccesso professionale, la disoccupazione … gli handicap fisici e mentali, le sventure familiari e tutte le frustrazioni che provengono dall’incapacità di integrarsi nel gruppo umano più prossimo” (Paolo VI).
Sono i drop-out: i “caduti fuori” dal circuito, i caduti in disgrazia. Per loro il Gesù-samaritano ripete il rito del Padre misericordioso: «Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò» (Luca 15,20).
Ne ebbe compassione.
Significa sentirsi provati emotivamente nell’indignazione e nella compassione materna, guardare la storia e la geografia dall’angolo dei poveri. Uno dei termini con cui  l’A.T.  indica la misericordia è rahamim, che propriamente designa le “viscere materne” ed è usato per esprimere quel sentimento intimo, profondo e amoroso che lega due esseri per ragioni di sangue o di cuore. Is 49,15: “Forse che la donna si dimentica del suo bambino, cessa di avere compassione del figlio delle sue viscere? Anche se esse (viscere) si dimenticassero, io non ti dimenticherò”.

Lettera enciclica “Fratelli tutti”.
Papa Francesco ha dedicato tutto il capitolo secondo della “Fratelli tutti” alla rilettura e attualizzazione di questa Parabola.


[1] Eucaristia e parola, a cura della comunità di Bose,  Ed. V&P.
[2] Chenu M.D., “Pour une anthropologie sacramentelle”, in La Maison Dieu 119 (1974) 86.




6 luglio 2025. Domenica 14a
UNA CHIESA IN USCITA

Domenica 14a Tempo Ordinario

Preghiamo. O Dio, che nella vocazione battesimale ci chiami ad essere pienamente disponibili all’annuncio del tuo regno, donaci il coraggio apostolico e la libertà evangelica, perché rendiamo presente in ogni ambiente di vita la tua parola di amore e di pace. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro del profeta Isaia 66,10-14
Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa tutti voi che l’amate. Sfavillate di gioia tutti voi che per essa eravate in lutto. Così sarete allattati e vi sazierete al seno delle sue consolazioni; succhierete e vi delizierete al petto della sua gloria. Perché così dice il Signore: «Ecco, io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace; come un torrente in piena, la gloria delle genti. Voi sarete allattati e portati in braccio, e sulle ginocchia sarete accarezzati. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati. Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore, le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba. La mano del Signore si farà conoscere ai suoi servi».
Salmo 65.  Acclamate Dio, voi tutti della terra.
Acclamate Dio, voi tutti della terra, cantate la gloria del suo nome, dategli gloria con la lode. Dite a Dio: «Terribili sono le tue opere!».
«A te si prostri tutta la terra, a te canti inni, canti al tuo nome».
Venite e vedete le opere di Dio, terribile nel suo agire sugli uomini.
Egli cambiò il mare in terraferma; passarono a piedi il fiume: per questo in lui esultiamo di gioia. Con la sua forza domina in eterno.
Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio, e narrerò quanto per me ha fatto.
Sia benedetto Dio, che non ha respinto la mia preghiera, non mi ha negato la sua misericordia.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati 6,14-18
Fratelli, quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo. Non è infatti la circoncisione che conta, né la non circoncisione, ma l’essere nuova creatura. E su quanti seguiranno questa norma sia pace e misericordia, come su tutto l’Israele di Dio. D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: io porto le stigmate di Gesù sul mio corpo. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo sia con il vostro spirito, fratelli. Amen.
Dal Vangelo secondo Luca 10,1-12 .17-20
  In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé [il testo originale greco scrive: pro prosopou autou = davanti al volto suo] in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: “Il regno di Dio si è avvicinato a voi”. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: “Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino”. Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città». I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».

UNA CHIESA IN USCITA. Don Augusto Fontana

E’ una domenica come tante di ogni estate: comunità disperse in riposo. Per chi resta e per chi è in diaspora, la Pasqua settimanale non va in ferie né pare dia tregua al rilassamento organico estivo: «Pregate…andate». La liturgia propone un evento che starebbe bene celebrato quando le comunità parrocchiali sono ad organico pieno, proprio come la comunità di Gesù: 72 discepoli – numero vero o simbolico[1] – disincagliati attraverso quel rito della chiamata: «…il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: “Pregate … andate…non portate troppi bagagli…”».
Non viene raccontato nulla di quei giorni di missione dei discepoli. Luca ce ne riferisce solo il loro ritorno “pieni di gioia”. Forse questo esito finale ha indotto la Liturgia a scegliere, come prima lettura e Salmo, due testi caratterizzati da stupore e allegria: «Rallegratevi … esultate …. sfavillate di gioia… Dite a Dio: “Stupende sono le tue opere”».
Io non trascurerei, tuttavia, di fermarci sul rito della chiamata: Luca, e solo lui, riferisce l’invio in missione non solo dei “dodici apostoli”, ma di un numero esteso di “discepoli”.
Il messaggio da portare è: «Il regno di Dio si è avvicinato a voi», ripetuto 2 volte nel testo. Messaggio da diffondere in  “strade… piazze casevillaggi”, non affidato solo alla bocca («prima dite: Pace a questa casa») , ma accreditato dalle mani («curate gli ammalati») e da una pratica pastorale mite e semplice senza sterili piagnistei davanti a persecuzioni e rifiuti.
Un tratto caratteristico della missione è il suo carattere itinerante di fronte alla tentazione di “installarsi”. È come dire che non c’è vocazione senza missione; anzi il “chiamato” è necessariamente un “inviato”.
Le letture di oggi non sono esclusive per preti, frati e suore; sono un messaggio per ogni battezzato, perché la missione si può compiere ogni giorno, trasformando le strutture sociali, economiche e politiche e proclamando un Vangelo che non ha bisogno di essere predicato in un tempio; lo possiamo annunciare nel nostro lavoro, nella scuola e nel quartiere.
Fin dall’inizio Gesù chiarisce che non si tratta di fare delle crociate: «vi mando come agnelli in mezzo ai lupi». Si è mai visto un agnello che possa nuocere a un lupo? Inoltre pare che Gesù abbia dettato regole sui bagagli: «non prendete borsa, né bisaccia, né sandali»; sembra dire: se annunci la pace non puoi farlo con metodi da sceriffo, se annunci la giustizia non puoi evadere le tasse o pagare l’idraulico in nero. La strana richiesta di «non salutare nessuno lungo la strada» non è invito alla scortesia ma a non perdere di vista l’obiettivo.
A queste prime raccomandazioni ne seguono altre che riguardano, praticamente, il comportamento nel villaggio. La frase di Gesù «se non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: noi la scuotiamo la vostra polvere contro di voi» non è un invito a “mandare tutti a quel paese”. Invece occorre iniziare con uno scambio di pace: ” Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti tornerà su di voi“. Nulla di perso dunque se si viene rifiutati, semplicemente si riprende ciò che non è stato accettato e lo si ripropone a chi sarà meglio disposto. È sapiente l’invito a “scuotere la polvere dai sandali”: di fronte ad un rifiuto si può cader preda di un rancore che può attaccarsi al cuore. E’ meglio scuoterlo subito via senza rinunciare a ripetere: «il regno di Dio ti è vicino comunque».
La seconda parte del brano racconta l’esito della missione: un successo, «anche i demoni si sottomettono a noi nel tuo nome». Gesù cita il Salmo 90: “Tu che abiti al riparo dell’Altissimo…camminerai su aspidi e vipere, calpesterai leoni e draghi, mille cadranno alla tua destra e diecimila al tuo fianco ma nulla ti potrà colpire“. Paradossale che nulla possa colpire degli agnelli in mezzo ai lupi.  La fine della vita di Gesù, di Stefano, di Paolo, dei martiri di ieri e di oggi ci mostra il contrario. Per questo l’invito a rallegrarsi non è semplicemente perché si è riusciti a portare a casa la pelle e magari a fare qualche miracolo. Forse domani non sarà così, forse la strada sarà più in salita o forse saremo più stanchi. Gesù invita piuttosto a rallegrarsi perché «i vostri nomi sono scritti nei cieli». Paolo, nella seconda lettura, ha scritto la stessa cosa con altre parole: «quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo…io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo».
Evangelii Gaudium”: per una Chiesa in uscita.
L’Esortazione Apostolica di Papa Francesco vuole provocare nei credenti il coraggio di uscire da comodità o immobilismo per raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno del Vangelo (n. 20).
La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano. La comunità evangelizzatrice si mette nella vita quotidiana degli altri, accorcia le distanze e assume la vita umana toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo. Gli evangelizzatori hanno così “odore di pecore”. Quindi, la comunità evangelizzatrice accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopportazione apostolica. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Infine, la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”(n.24).
Papa Francesco sognava una pastorale ordinaria più espansiva e aperta (n.27). Questo suppone che la parrocchia realmente stia in contatto con le famiglie e con la vita del popolo per non diventare una setta di eletti (n.28).
La pastorale missionaria esige di abbandonare il comodo criterio del “si è fatto sempre così”(n.33).
Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione di una moltitudine di dottrine. L’annuncio dovrebbe concentrarsi sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario (n.35).
La Chiesa “in uscita” è una Chiesa che va verso le periferie umane rallentando il passo per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada; a volte è come il Padre del figlio prodigo, che rimane con le porte aperte perché quando ritornerà possa entrare senza difficoltà(n.46).
Quando uno legge il Vangelo incontra un orientamento molto chiaro: «i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo». Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri (n.48).
Papa Francesco scrive (EvG n. 49): «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti…Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta: «Voi stessi date loro da mangiare» (Mc 6,37)».

Potremmo pregare come ci suggerisce il documento dei vescovi “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia” (1991) citando John Henry Newman[2] Fa’ che io ti annunci non con le parole ma con l’esempio, con quella forza attraente, quella influenza solidale che proviene da ciò che faccio, con la mia visibile somiglianza ai tuoi santi e con la chiara pienezza dell’amore che il mio cuore nutre per te».


[1] Settanta, o settantadue, erano conteggiati i popoli della terra, con riferimento alla lista dei popoli di Genesi 10.
[2] (1801 –1890) è stato un cardinale, teologo e filosofo inglese. Già presbitero anglicano si convertì al cattolicesimo e fu di nuovo ordinato prete nella Chiesa cattolica.




29 giugno 2025
PIETRO. MA NON SOLO PIETRO.

Santi Pietro e Paolo

Preghiamo. E’ veramente cosa buona e giusta rendere grazie a te, Signore, Padre santo. Tu hai voluto unire in gioiosa fraternità i due santi apostoli:  Simone, che per primo confessò la fede nel Cristo; Saulo, che illuminò le profondità del mistero; Pietro, il pescatore di Galilea, che costituì la prima comunità con i giusti di Israele, Paolo, il maestro della Santa Scrittura, che annunziò la salvezza a tutte le genti. Così, con diversi doni, hanno edificato l’unica Chiesa e condividono la stessa gloria.
Dagli Atti degli Apostoli 12,1-11
In quel tempo il re Erode cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa. Fece uccidere di spada Giacomo, fratello di Giovanni. Vedendo che ciò era gradito ai Giudei, fece arrestare anche Pietro. Erano quelli i giorni degli Àzzimi. Lo fece catturare e lo gettò in carcere, consegnandolo in custodia a quattro picchetti di quattro soldati ciascuno, col proposito di farlo comparire davanti al popolo dopo la Pasqua. Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui. In quella notte, quando Erode stava per farlo comparire davanti al popolo, Pietro, piantonato da due soldati e legato con due catene, stava dormendo, mentre davanti alle porte le sentinelle custodivano il carcere. Ed ecco, gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro, lo destò e disse: «Àlzati, in fretta!». E le catene gli caddero dalle mani. L’angelo gli disse: «Mettiti la cintura e légati i sandali». E così fece. L’angelo disse: «Metti il mantello e seguimi!». Pietro uscì e prese a seguirlo, ma non si rendeva conto che era realtà ciò che stava succedendo per opera dell’angelo: credeva invece di avere una visione. Essi oltrepassarono il primo posto di guardia e il secondo e arrivarono alla porta di ferro che conduce in città; la porta si aprì da sé davanti a loro. Uscirono, percorsero una strada e a un tratto l’angelo si allontanò da lui. Pietro allora, rientrato in sé, disse: «Ora so veramente che il Signore ha mandato il suo angelo e mi ha strappato dalla mano di Erode e da tutto ciò che il popolo dei Giudei si attendeva».
Sal 33. Il Signore mi ha liberato da ogni paura.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino.
Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce.
L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, e li libera.
Gustate e vedete com’è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo 4,6-8.17-18
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.  Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Dal Vangelo secondo Matteo 16,13-19
In quel tempo, Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, domandò ai suoi discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Risposero: «Alcuni dicono Giovanni il Battista, altri Elìa, altri Geremìa o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù gli disse: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». 20 Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.21 Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.22 Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. 23 Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Torna dietro a me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”

PIETRO. MA NON SOLO PIETRO. Don Augusto Fontana

Il testo liturgico del Vangelo secondo Matteo per domenica, festa dei santi Pietro e Paolo, prevede solo i versetti 13-19 del cap. 16. Nel commento includo anche i versetti 20-23. Perché così, nell’insieme del testo, si coglie meglio il senso del soprannome (o il “nuovo nome”) che Gesù appiccica a Simone chiamandolo “pietra”: una volta pietra di fondamento (Mt 16,18) e una volta pietra di inciampo (Mt 16,23). Le due affermazioni si illuminano reciprocamente sia per gli atteggiamenti di Pietro che per le parole che Gesù gli rivolge.
Matteo normalmente segue lo schema del Vangelo di Marco aggiungendo parti proprie, come nel caso del vangelo di oggi. Il testo di oggi ha avuto interpretazioni diverse, talvolta contrastanti nelle varie chiese cristiane. Conviene trattare delicatamente il testo per non usarlo strumentalmente come “dimostrazione” di nostre tesi precostituire. Nella chiesa cattolica spesso lo si usa per rivendicare il primato del Papa. Mi nascono domande: la missione attribuita a Pietro è esclusiva sua o possiamo trovarla rivolta anche ad altri discepoli? Le Parole dette da Pietro e da Gesù le troviamo solo qui o anche altrove?
Ma io chi sono per voi?
Gesù vuole sapere cosa si dice di lui. Pietro a nome di tutti dice: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!” La risposta non è nuova. Anteriormente già gli altri discepoli avevano fatto una simile professione di fede: “Veramente tu sei il Figlio di Dio!” (Mt 14,33). Nel Vangelo di Giovanni la stessa professione di fede è fatta da Marta: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che è venuto nel mondo” (Gv 11,27). Scrive P. Ermes Ronchi: «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo? La risposta è bellissima e sbagliata, bellissima e incompleta: “Dicono che sei un profeta. Una creatura di fuoco e di luce, come Elia, come il Battista. Dicono che sei voce di Dio e suo respiro”. Gesù non si sofferma su ciò che pensa la gente. E prosegue: voi chi dite che io sia? Anzi, la domanda è preceduta da un «ma»: voi invece, che cosa dite? Come se i discepoli non dovessero mai omologarsi. …Ma dire non basta. Siamo specialisti di facili parole. Gesù Cristo non è ciò che io dico di Lui, in una formula esatta, ma ciò che vivo di lui; ciò che vivo del suo crocifisso amore, di quella croce dove tutto è scritto in lettere di amore e di dolore, le uniche che non ingannano».
Sei beato.
Gesù proclama “beato”, Pietro, perché ha ricevuto una rivelazione dal Padre. La risposta di Gesù non è nuova. Anteriormente Gesù aveva fatto una identica proclamazione ai discepoli: «Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono. Molti profeti e giusti hanno desiderato vedere ciò che voi vedete, e non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, e non l’udirono»  (Mt 13,16), e aveva lodato il Padre «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli»  (Mt 11,25). Pietro è uno dei piccoli, uno dei tanti, ai quali il Padre si rivela.
Sei scheggia estratta da una roccia.
Essere pietra. Matteo, facendo memoria di questo nuovo Nome dato da Gesù a Simone, incoraggia le comunità sofferenti e perseguitate della Siria e della Palestina, che vedevano in Pietro la leadership che le aveva fondate e coltivavano un legame affettivo molto forte con lui; così le comunità della Grecia con la persona di Paolo, alcune comunità dell’Asia con la persona del Discepolo amato e altre con la persona di Giovanni dell’Apocalisse. Una identificazione con questi leaders delle loro origini le aiutava a coltivare meglio la propria identità e spiritualità. Ma poteva anche essere motivo di conflitto, come nel caso della comunità di Corinto: «Mi è stato segnalato infatti a vostro riguardo che vi sono discordie tra voi. Qualcuno dice:  “Io sono di Paolo”,   “Io invece sono di Apollo”, “E io di Cefa”, “E io di Cristo!”» (1Cor 1,11-12). Essere “pietra” evoca la parola di Dio al popolo in esilio di Babilonia: «Voi che cercate Dio e siete in cerca di giustizia, guardate alla roccia dalla quale siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti»  (Isaia 51,1-2). Dunque il soprannome che Gesù dà a Simone lo fa per escludere che i discepoli si sentano montagna o “cava”; noi siamo semplicemente “pietre” o “schegge”. Giovanni direbbe: «Simone, ricordati che tu sei un tralcio perché la vite sono io; Simone ricordati che tu sei una piccola scheggia estratta dalla roccia e dalla cava che sono io». Occorre rileggere questo incarico alla luce anche della Lettera di Paolo agli Efesini (2, 19-22): «Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito». E lo stesso Pietro nella sua prima Lettera scrive (2,5): «anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo».
Tieni aperta la porta.
Pietro riceve le chiavi del Regno per legare e sciogliere, cioè per riconciliare le persone tra loro e con Dio. Lo stesso potere di legare e sciogliere è dato alle comunità: «Tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo»  (Mt 18,18). Uno dei punti sui quali il Vangelo di Matteo più insiste è la riconciliazione e il perdono (Mt 5,7.23-24.38-42.44-48; 6,14-15; 18,15-35). La riconciliazione era e continua ad essere uno dei compiti più importanti dei coordinatori, ma anche delle stesse comunità.  Come Pietro anch’io posso diventare scheggia dalla pietra angolare, roccia e chiave che apre (o chiude).
La chiesa è mia.
«su questa scheggia edificherò la mia chiesa». La parola Chiesa, in greco ekklesia, appare 105 volte nel Nuovo Testamento, quasi esclusivamente negli Atti e nelle Lettere. Solamente tre volte nei Vangeli, e solo in Matteo. La parola significa “assemblea convocata”. La Chiesa o la comunità non è il Regno, ma uno strumento e un segno del Regno. Il Regno è più grande. Le forze del male non vinceranno «la mia chiesa», dice Gesù, non quella di Pietro o di Paolo.
Mi ha sempre stupito il fatto che le grandi chiese fondate da Paolo nell’Asia minore (Efeso, Corinto, Filippi, Tessalonica regione della Galazia ecc) oggi siano una minoranza, un piccolo gregge. Gli inferi hanno prevalso sulle sue chiese, ma non su quella di Cristo. La Parola che Dio ci rivolge questa domenica ha come sfondo proprio un tribunale e una prigione in cui entrambi gli Apostoli sono rinchiusi in attesa di giudizio a causa della loro testimonianza in favore di Dio. Nella prima lettura infatti, nell’episodio che si riferisce a Pietro, troviamo in modo molto esplicito: “persecuzione”, “arresto”, “carcere”, “cella”, “catene”. Nella seconda lettura Paolo scrive a Timoteo la sua ultima, struggente, lettera dalla prigione in cui si trova a Roma prima di essere giustiziato (67 d.C.). Ognuno di noi, infatti, sperimenta di essere imprigionato da qualche paura. Ognuno di noi porta qualche tipo di questa catena o una qualche forma di persecuzione che non ci rendono liberi di vivere il Vangelo. La liberazione è particolarmente evidente nel salmo responsoriale: “Il Signore mi ha liberato da ogni paura“. Ed è proprio questa affermazione, che la liturgia ci fa apposta ripetere più volte, la chiave di interpretazione e attualizzazione del lieto annunzio di oggi.
Torna dietro a me, Satana.
Pietro aveva confessato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!” Conforme all’ideologia dominante del tempo, egli immaginava un Messia glorioso. Gesù lo corregge: “E’ necessario che il Messia soffra e sia ucciso in Gerusalemme“. Ma Pietro non accetta la correzione di Gesù e cerca di dissuaderlo. La risposta di Gesù è sorprendente: “Torna dietro a me, satana! Tu sei per me pietra di inciampo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”. Satana è colui che ci allontana dal cammino che Dio ha tracciato per noi. Pietro voleva prendere la guida e indicare la direzione del cammino. Gesù dice: “Dietro a me!”. Chi indica la direzione e il ritmo non è Pietro ma Gesù. Il discepolo deve seguire il maestro. Deve vivere in conversione permanente. Per l’evangelista Matteo, la parola di Gesù era anche un messaggio a tutti coloro che guidavano le comunità. Essi devono “seguire” Gesù e non possono mettersi davanti come Pietro voleva fare. Al contrario, come Pietro, invece di pietra di sostegno, possono diventare pietra di inciampo. Così erano alcuni leader delle comunità al tempo di Matteo. Così può succedere tra noi oggi!




22 giugno 2025. Corpo e sangue
DIO IN FRAMMENTI DI PANE

CORPO E SANGUE DEL SIGNORE.
Preghiamo. O Padre, che nella Pasqua domenicale ci chiami a condividere il pane vivo disceso dal cielo, aiutaci a spezzare nella carità di Cristo anche il pane terreno, perché sia saziata ogni fame del corpo e dello spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro della Genesi 14,18-20
In quei giorni, Melchisedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: «Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, e benedetto sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici». Abram gli diede la decima di tutto.
Salmo 109 Tu sei sacerdote per sempre, Cristo Signore.
Oracolo del Signore al mio Signore: «Siedi alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi».
Lo scettro del tuo potere stende il Signore da Sion: «Domina in mezzo ai tuoi nemici.
A te il principato nel giorno della tua potenza tra santi splendori; dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato».
Il Signore ha giurato e non si pente: «Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek».
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 11, 23-26
Fratelli, io ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la Nuova Alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga.
Dal vangelo secondo Luca 9,11-17
In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla, perché vada nei villaggi e nelle campagne dintorno per alloggiare e trovar cibo, poiché qui siamo in una zona deserta». Gesù disse loro: «Dategli voi stessi da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini. Egli disse ai discepoli: «Fateli sedere per gruppi di cinquanta». Così fecero e li invitarono a sedersi tutti quanti. Allora egli prese i cinque pani e i due pesci e, levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede ai discepoli perché li distribuissero alla folla. Tutti mangiarono e si saziarono e delle parti loro avanzate furono portate via dodici ceste.

DIO IN FRAMMENTI DI PANE. Don Augusto Fontana

Una necessaria premessa.
La liturgia ci porta dal Dio Estremo, Dio OMNIA = Dio TUTTO (onni-potente, onni-sciente, onni-veggente…) contemplato domenica scorsa nella Trinità, al Dio FRAMMENTO contemplato nella Solennità del Corpo e Sangue del Signore, che è un duplicato della celebrazione del Giovedì Santo pasquale.
È noto che il Corpus Domini – così si chiamava – è una festa di origine medioe­vale nata come risposta ad una “rivelazione” della monaca Giuliana di Mont­ Cornillon, avvenuta nel 1246, in un’epoca ca­ratterizzata da una grande devozione verso l’eucaristia. La prima celebrazione della festa del Corpus Domini avvenne a Liegi nel 1247; papa Urbano IV estese tale festa a tutta la chiesa nel 1264  per motivi devozionali[1] e apologeti­ci: affermare la fede cattolica nella presenza reale contro gli errori di Berengario di Tours, il quale riteneva che il pane eucaristico poteva contenere solo una presenza simbolica e non effettiva del cor­po di Cristo. Ebbene, «il motivo apologetico che de­terminò il sorgere della festa ne ha costitui­to anche il limite del contenuto e cioè l’eccessiva attenzione alla presenza reale considerata in modo trop­po indipendente dal mistero eucaristico tota­le» (A. Bergamini, Cristo festa della Chiesa).
Questo limite è stato, almeno nell’inten­zione, superato dalla riforma liturgica pro­mossa dal Concilio Vaticano II mediante il cambiamento della denominazione (Solennità del Corpo e Sangue del Signore) e l’arric­chimento, nel Messale, delle preghiere e dei testi biblici della Messa propria. Il risultato è che oggi la festa del corpo e san­gue di Cristo non è più la festa della presen­za reale, ma del mistero eucaristico nei suoi vari aspetti.
Un Pane per i deboli.
Padre Ermes Ronchi scrive che Luca ci ricorda che noi, come i 5000 uditori di Gesù (praticamente una “parrocchia”!), non abbiamo una “robusta e sana costituzione fisica”: «Gesù prese a parlare del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. C’è tutto l’uomo in queste parole; il suo nome è: creatura-che-ha-bisogno di Dio e di cure, di pane e di assoluto. Vi è riassunta tutta la missione di Gesù: lui è Parola di Dio e guarigione della vita. La prima riga di questo vangelo la sento come la prima riga della mia vita: sono uno di quegli uomini, ho bisogno di cure, di qualcuno che si accorga di me, si prenda cura, guarisca la mia vita. Ho un desiderio inappagato e non so neppure di che cosa, ma so che niente fra le cose create lo potrà saziare».
La nostra storia assomiglia molto a quella ricordata da Deuteronomio 8,2-3.14-16: «Mosé parlò al popolo dicendo: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore. Non dimenticare il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile; che ti ha condotto per questo deserto grande e spaventoso, luogo di serpenti velenosi e di scorpioni, terra assetata, senz’acqua; che ho fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri”».
Il contesto topografico della narrazione evangelica di oggi è esattamente lo stesso: il deserto. Ce lo ricordano gli apostoli che dicono: «… qui siamo in una zona deserta». Camminiamo in una terra assetata e senz’acqua, piena di serpenti velenosi e di scorpioni. Alcuni valori essenziali per la sopravvivenza umanizzata sono messi in questione: non parlo solo della diminuzione dei beni essenziali per la vita fisica di cui mancano milioni di persone, ma anche della diminuzione della tenerezza, della comunicazione, della ospitalità, del silenzio, della serena semplicità di vita. Le guerre per procura stanno uccidendo e affamando milioni di persone. Gaza è in agonia per bombe e per fame volutamente procurata, con tassi allarmanti di malnutrizione acuta tra i bambini più piccoli e un significativo aumento della mortalità.
Il pane che manca urla più forte dei nostri devoti canti e delle nostre annoiate processioni.
La tradizione ebrea vuole ricordare non solo l’evento dell’esodo, ma anche ricordare le sorprese giunte improvvisamente dentro tale situazione: un’acqua scaturita da un’improbabile sorgente rocciosa e la manna, un frutto sconosciuto ed energetico trovato in qualche cespuglio di oasi. E’ come proclamare che un amore irrompe dentro, creando sorprese. Poi, si sa, la manna non durava che per un giorno. La precarietà restava. Il vecchio sistema durava per forza d’inerzia, il nuovo è come un fiore che appena sboccia subito avvizzisce. La novità non è mai acquisita una volta per tutte. E se non scaturisce nulla è perché battiamo la pietra con diffidenza. L’evidenza è il vecchiume e non la novità; l’evidenza è il mercato e non la tenerezza; l’evidenza è la divisione e non la comunione. Noi dovremmo essere gli esegeti della novità.
Un sacerdozio “universale”.
La prima lettura di oggi potrebbe cadere sulle assemblee domenicali come un asteroide caduto chissà da dove; richiede un’ambientazione.  Abramo è reduce da una spedizione che ha liberato suo nipote Lot sequestrato dagli uomini di una coalizione di quattro re. Al ritorno dalla vittoriosa impresa un re alleato, di nome Melchisedek, “offre” (oppure “tira fuori”) pane e vino. Sacrificio a Dio o semplice pasto di ospitalità? L’interpretazione tradizionale ha attribuito al gesto un significato sacerdotale. La Lettera agli ebrei (7,1-5) vi ha costruito sopra una riflessione teologica intorno a Cristo, unico sacerdote della chiesa e del mondo: è un misterioso personaggio di cui non si conoscono i genitori e quindi ha un sacerdozio esercitato non per discendenza ereditaria dalla tribù di Levi. Aveva detto Gesù: «Non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre. Vi dico che Dio può far sorgere figli di Abramo da queste pietre» (Matteo 3, 9).  Oggi mi viene anche il sospetto che Dio voglia rendere partecipe al sacerdozio di Cristo uomini e donne cavati fuori da ruvide pietraie e non solo da seminari e conventi.
Eucaristia domenicale: dove si intrecciano miracoli.
1) «Date voi stessi da mangiare…li diede ai discepoli perché li distribuissero». Gesù usa i pani e i pesci, piccolo patrimonio della terra e del lavoro dell’uomo. San Beda, monaco benedettino del sec. VI , ne dava interpretazione simbolica: «I cinque pani sono i cinque libri di Mosè…I due pesci significano gli scritti poetici e profetici, i quali, gli uni col canto, gli altri con le parole, narravano ai loro ascoltatori i futuri misteri di Cristo e della Chiesa»[2]. L’Evangelista Giovanni scrive che è Gesù stesso a distribuire il tutto. Per l’evangelista Luca invece lo dà ai discepoli perché siano loro a distribuirlo. Inutile complicazione oppure è la consegna di una corresponsabilità eucaristica solidale? Il dialogo tra Gesù e i dodici mette in evidenza gli apostoli che propongono una soluzione “realista” mandando la gente ad arrangiarsi. La predicazione è gratis ma il pane no: un toscanaccio, mio compagno di lavoro, tra i fumi della saldatura mi ripeteva spesso: “Voi cristiani siete fratelli in orazione, ma non a colazione!”. E ogni volta gli dovevo dare ragione.  La prospettiva di Gesù, al contrario, riguarda anche la soluzione ai bisogni materiali della gente. Scriveva Mons. Tonino Bello: «Non è la moltiplicazione che sazierà il mondo, è la divisione! Cinque pani e due pesci bastano. È l’accaparramento invece che impedisce la sazietà di tutti e provoca la penuria dei poveri. Se il pane dalle mani di uno passa nelle mani dell’altro, viene diviso, basta per tutti. Dividete le vostre ricchezze, fatene parte a coloro che non ne hanno, ai diseredati della vita. Non solo a coloro che non hanno denaro, ma anche a coloro che hanno il portafoglio gonfio e il cuore vuoto. E a coloro che non hanno salute, che sono esauriti, stanchi, che non ce la fanno più. È la divisione, la divisione!»[3].
2) «levati gli occhi al cielo, li benedisse, li spezzò e li diede…». Il gesto di “alzare gli occhi al cielo” mette in evidenza l’atteggiamento orante di Gesù che vive in permanente comunione con il Dio del Regno; la “benedizione” (la berakà ebraica) è una preghiera che esprime gratitudine e lode per dono che si è ricevuto o si sta per ricevere. Gesù non benedice gli alimenti, perché per lui “tutti gli alimenti sono puri” (Mc 7,19), ma benedice Dio, riconoscendolo come la fonte di tutti i doni e di tutti i beni. Il gesto di “spezzare il pane e di distribuirlo” ricorda indiscutibilmente l’ultima Cena di Gesù, dove il Signore riempie di nuovo senso il pane e il vino del pasto pasquale, rendendoli segno sacramentale della sua vita e della sua morte, come dinamismo d’amore.


[1] Vedi la tradizione del cosiddetto “miracolo di Bolsena” (http://it.wikipedia.org/wiki/Miracolo_di_Bolsena).
[2] Omelie sui Vangeli 2.2
[3] T. Bello, Laudate et benedicete, Terlizzi, Edizioni Insieme, 1998




15 giugno 2025
PadreFiglioSpiritoSantonellaChiesa

 PadreFiglioSpiritoSantonellaChiesa

Preghiamo. Padre santo e misericordioso, che nel tuo Figlio ci hai redenti e nello Spirito ci hai santificati, donaci di crescere nella speranza che non delude, perché abiti in noi la tua sapienza. Per Cristo nostro Signore. AMEN
Dal libro dei Proverbi 8,22-31
Così parla la Sapienza di Dio: «Il Signore mi ha creato come inizio della sua attività, prima di ogni sua opera, all’origine. Dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra. Quando non esistevano gli abissi, io fui generata, quando ancora non vi erano le sorgenti cariche d’acqua; prima che fossero fissate le basi dei monti, prima delle colline, io fui generata, quando ancora non aveva fatto la terra e i campi né le prime zolle del mondo. Quando egli fissava i cieli, io ero là; quando tracciava un cerchio sull’abisso, quando condensava le nubi in alto, quando fissava le sorgenti dell’abisso, quando stabiliva al mare i suoi limiti, così che le acque non ne oltrepassassero i confini, quando disponeva le fondamenta della terra, io ero con lui come artefice ed ero la sua delizia ogni giorno: giocavo davanti a lui in ogni istante, giocavo sul globo terrestre, ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo».
Salmo 8. O Signore, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!
Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?
Davvero l’hai fatto poco meno di un dio, di gloria e di onore lo hai coronato.
Gli hai dato potere sulle opere delle tue mani, tutto hai posto sotto i suoi piedi.
Tutte le greggi e gli armenti e anche le bestie della campagna,
gli uccelli del cielo e i pesci del mare, ogni essere che percorre le vie dei mari.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 5,1-5
Fratelli, giustificati per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo; per suo mezzo abbiamo anche ottenuto, mediante la fede, di accedere a questa grazia nella quale ci troviamo e ci vantiamo nella speranza della gloria di Dio. E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.
Dal Vangelo secondo Giovanni 16,12-15
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annuncerà”.

 PADREFIGLIOSPIRITOSANTONELLACHIESA. Don Augusto Fontana

Noi cristiani non dobbiamo mai perdere di vista che vi è solo “un Dio”. Di fatto, i cristiani ortodossi arabi del Medio Oriente dicono sempre: “Nel nome del Padre e del Figlio e del Santo Spirito, DIO UNO!” (in arabo: “Bismilabi wal-ibni wal-ruhi-l-quddus, ALLAH WAHID!”). Questo per mostrare che nell’affermare la Trinità, noi non neghiamo in alcun modo che Dio sia Uno.
I novantanove Nomi di Dio…
Ogni anno ti ricordo che nella festa della Trinità, traggo dalla mia piccola Bibbia tascabile un consunto foglietto su cui campeggia il titolo: “I 99 Nomi di Allàh”. Incredibilmente ogni tanto ne vengo attratto e, in comunione con l’Islam, lodo Dio con la splendida litania dei 99 Nomi: AL-RAHAMAN (il Misericordioso), AL-MALIK (il Signore), AL-MUMIN (il Fedele), AL-FATTAH (il Vincitore)… La litania non varca la soglia del centesimo attributo che rappresenta quell’inconoscibile e indicibile Nome che solo Lui conosce e che sarà rivelato quando Lui vorrà, se vorrà. «Ad Allah appartengono i nomi più belli: invocateLo con quelli e allontanatevi da coloro che profanano i nomi Suoi» (Il Sacro Corano, Sura VII,180. Cf. Esodo 20,7). Su quel novantanovesimo Nome mi viene spontaneo stendere la mano sulla bocca e stare davanti a Lui con il silenzio. Il salmo 65,1 nella versione massoretica, dice “Per il Signore anche il silenzio è lode“. Su questa soglia deve essersi trovato Mosè quando si tolse i sandali davanti al cespuglio, luogo impenetrabile e adorabile del grande Nome di Dio. Io prete, abituato a parlare (e a straparlare) di Dio con i punti esclamativi, oggi ho l’opportunità di lasciarmi attrarre dal fascino del punto interrogativo di questo centesimo e impronunciabile Nome e di sospettare che «Il timore (lo stupore) del Signore è sapienza e istruzione» (Siracide 1,24). Un timore che non è paura bensì affettuoso rispetto dovuto al mistero presente in ogni evento o persona o linguaggio[1]. I credenti di ogni fede sono attirati dal fascino tremendo di questa bifronte tentazione: parlare o tacere di Dio? Ma se decido di parlarne non posso farlo né in gramaglie né inducendo mortifera noia, ma solo con gioia nei confronti di Uno che, lo so, incenerirà ogni volta le parole che ho faticosamente trovato per capirlo, annunciarlo, lodarlo. Anche noi cristiani «non possiamo parlare di Dio e tuttavia l’evangelo ci impone di farlo» come disse il teologo protestante Karl Barth. Il poeta indiano Tagore aveva detto: «Il mistero dell’infinito è scritto sulla mia piccola fronte»; ed io, parafrasandolo, posso dire che il mistero di Dio è scritto nelle mie piccole parole, è affidato alla teologia del mio piccolo quotidiano vivere nell’amore, si lascia prendere in ostaggio ed impigliare dalla ragnatela dei miei ragionamenti, pur di metterci in contatto con Lui, Dio nascosto («Veramente tu sei un Dio misterioso (in ebraico=El mistatter» Isaia 45,15), ma sempre prossimo («Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» Giovanni 1,18), incartato nella nostra storia ma avvolgente l’universo[2]: «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (Atti 17,28).
Il Mistero contro i luoghi comuni di una fede pigra.
Trinità: è un territorio da calcare con prudenza, curiosità intellettuale e fede itinerante. Nessuno abbia vergogna dei propri dubbi: «Una fede senza il dubbio corre il rischio di spegnersi, come il corpo senza appetito corre il rischio di ammalarsi. La fede infatti non nasce da una verità ingessata e posseduta con saccenteria, ma da una verità dinamica che è sempre oltre ciò che conosco e rivela sempre nuove meravigliose novità[3]». Territorio su cui hanno camminato i maggiori Padri dei primi secoli, teologi, eretici, mistici; S. Agostino ci ha scritto sopra 5 volumi.
Trinità: si tratta di un termine che è ignoto alla Bibbia e alla formula del “Credo” cristiano e non appartiene, in quanto parola, al primitivo annuncio cristiano essendo apparso per la prima volta verso la fine del 2° secolo. Noi – battezzati “nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”- fatichiamo a dare risposte che concilino il radicale monoteismo biblico con tutti i Nomi che  abbiamo appiccicato a questo Unico. La serietà di questo problema è stato avvertito dalla chiesa dei primi secoli che tuttavia era alle prese con una novità ben più sconvolgente: l’evento della croce e risurrezione di Cristo, scandalo per i giudei, stupidità per i greci, ma sapienza e amore di Dio. Come mai l’attenzione si spostò lentamente dallo scandalo della croce all’indigesto dogma della Trinità? I quesiti che nascono, soprattutto oggi, sono anche altri e li enumero così come sono posti dal Nuovo Dizionario di Teologia[5]: «Ai nostri giorni già la stessa parola “Dio” sembra non evocare quasi nulla per un numero crescente di uomini, mentre è diventata per molti praticamente irrilevante. Che cosa può mai suggerire un termine astratto come “trinità”? Non è forse vero che neppure i credenti riescono a convincere se stessi che la Trinità è qualcosa di poco diverso da un astruso gioco intellettuale? Non è una tragica ironia affermare che la Trinità è la verità centrale della fede e riconoscere che essa è la dottrina meno incidente sulla vita? Come può allora il cristianesimo pretendere di essere ancora oggi portatore di un lieto annuncio per l’uomo?». Chi fra noi accetterà la sfida di Karl Bart: «La Trinità di Dio è il mistero della sua bellezza. Negarla è avere un Dio senza splendore, senza gioia, un Dio senza bellezza»? Alla ricerca di questa bellezza seducente sono andato a ripassarmi le speculazioni astruse tra hypòstasis, pròsopon, pericoresi, omoousìa, Filioque. E tutte sono nate per precisare che in Dio c’è una sola essenza, due processioni, tre ipostasi, quattro relazioni e cinque nozioni. E tra un Sinodo di Toledo del 589 e un Concilio di Firenze del 1439 ho rischiato di volta in volta di  diventare ariano, sabelliano, patripassiano, subordinaziano, triteista…. Mi intriga molto la parola di Gesù: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11,25). Di questi piccoli conosco volti e nomi e si guadagnano il pane quotidiano senza rinunciare alla obbedienza di scrutare le Sante Scritture e di affidarsi con semplicità di cuore al Dio che è amore, come ha affermato l’evangelista Giovanni che di queste cose se ne intendeva: «Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore[6]». Rabbi Joshua Ben Levi diceva: “Quello di guadagnarsi il pane è un miracolo ancora più grande della divisione del Mar Rosso”. La percezione dei miracoli che sono quotidianamente con noi e la sensazione delle continue meraviglie è la sorgente prima della preghiera: “Meravigliose sono le tue opere, Signore, e la mia anima lo sa molto bene” (Salmo 139,14)». Ecco trovata una porticina di ingresso in questo misterioso labirinto che da fonte di scetticismo potrebbe divenire dolcemente fonte di meraviglia e di stupore: «L’umanità non è destinata a perire per mancanza di conoscenza, ma soltanto per mancanza di meraviglia. Cominceremo ad essere felici soltanto quando avremo capito che una vita senza meraviglia non merita di essere vissuta. Quello che ci manca non è la disposizione a credere quanto la disposizione a meravigliarci. La consapevolezza del divino comincia con la meraviglia[8]».
Raccontare Dio con un occhio alla croce pasquale e un orecchio ai nostri gemiti e canti.
Mi colpisce una citazione del teologo Bruno Forte[9] che riferisce una frase del teologo luterano Eberhard Jüngel: «Occorre parlare di Dio raccontando l’Amore». L’unica guancia che possiamo vedere del volto della Trinità è la guancia rivolta verso di noi, quella guancia che soffre e sorride in noi incapaci di sopportare un Dio impassibile. Per noi cristiani questa storia di soffusi incontri con i segni di un Dio che si racconta, incomincia da lontano, nelle memorie narranti e celebranti delle nostre origine ebraiche. Le orme di questo Dio sembrano, certo, più orme lasciate sull’acqua e cancellate dalle onde successive degli avvenimenti: «Sul mare passava la tua via, i tuoi sentieri sulle grandi acque e le tue orme rimasero invisibili» (Salmo 77, 20). Il baricentro di questo amore narrato è Gesù e all’interno della vita di Gesù tutto il contrappeso si sposta sulla croce pasquale, luogo tremendo di ateismo, laboratorio di disinfestazione dalle illusioni della religione, inusuale santuario dove Dio si rivela chi è per noi, cosa fa in noi, chi vuol essere con noi: «nessuno ha amore più grande di chi consegna la vita per i suoi amici» (Giovanni 15,13).
Occorre parlare di Dio narrando l’amore, suo e nostro. «Non basta un milione di sillogismi per dimostrare che uno è innamorato: soltanto l’esperienza dà prova e certezza…La caratteristica della fede secondo l’insegnamento biblico è che essa si fonda, più che sull’intelligenza che specula, sulla memoria che rievoca[10]». E io saprei narrare queste “consegne” andando a ritroso nella mia vita? Quando mai ho “visto” e creduto che Gesù e il Padre sono una sola cosa, che lui dimora nel Padre come noi rimaniamo in lui, che il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre ha mandato nel suo nome, ci ha insegnato e ricordato ogni cosa di tutto ciò che ci ha detto? Quando posso raccontare che a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune? O che io sono mandato da Cristo come lui è mandato dal Padre? Quando potrò dire l’Amen vitae, un Amen detto con la vita affinchè il paradosso trinitario non appaia come un rompicapo matematico, ma come un’opera dinamica di bontà verso il singolo e la comunità umana?
Per una preghiera aperta ai 99 Nomi…
Dio Unico, ma non solitario; Dio santo, fonte di ogni santificazione.
Dio Madre per chi si sente cercato da Te nell’inferno maligno di una lontananza o nelle bettole idolatre delle sue prostituzioni;
Dio vivente senza tempo né luogo, Dio misterioso che ti sei rivelato in Gesù di Nazareth e ti fai trovare nei suoi piccoli fra noi.
Dio Amore che ti doni senza disperderti.
Dio indifeso che ti fai da parte per lasciar spazio a noi creature della Tua Parola.
Dio che riveli la tua potenza cingendoti il grembiule del servizio.
Dio che doni nutrimento ad ogni vivente fidandoti delle nostre mani laboriose.
Dio Diverso da ciò che pensiamo, celebriamo e diciamo di te.
Dio che sei risvegliato dai profumi dell’amore di poveri e pagani e non gradisci profumi di incenso senza giustizia, dono e perdono.
Dio sentinella vigilante sulle nostre tombe perché la morte non ci rapisca al tuo avvento.
Dio di promesse che tardano, perché un giorno per te è come mille anni.
Dio non geloso della nostra gioia e felicità, ma insidioso del nostro benessere che sfrutta la tua creazione e le tue umane creature.
Dio a bocca aperta per suggerire chi sei e chi siamo, per alitare vita e per convocarci in assemblea.
Dio pane friabile e vino di gioia per la tua e nostra domenica.

(Ciascuno ora prosegua la propria litania fino alla soglia in cui dovrà tacere, non perché non sa più cosa dire, ma perché l’ultima parola spetta a Lui e alla tua vita concreta).


[1] «Se tu comprendessi Dio, non sarebbe Dio» dice S. Agostino (Sermoni, 117, 5). «Dio si onora col silenzio non perché non si debba parlare o indagare di Lui, ma perché prendiamo coscienza di rimanere sempre al di qua di una sua comprensione adeguata» scrive S. Tommaso (Expositio super Boetium de Trinitate)
[2] Bellissimo il Salmo 139 (138).
[3] Averardo Dini, in Servizio della Parola, Queriniana, 287/97.
[5] Andrea Milano, Trinità, in Nuovo Dizionario di Teologia, Ed. Paoline, 1988, pagg.1782-1808.
[6] 1 Lettera di Giovanni 4,8.
[8] A.J.Heschel, Dio alla ricerca dell’uomo, Borla, Roma, pag. 65.
[9] B.Forte, La Trintà: storia di Dio nella storia dell’uomo, in AA.VV. Trinità, Città Nuova, Roma, 1987, pag 108.
[10] Ernesto Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Vol. 2°, Borla, pag. 178 e 180.




8 giugno 2025. Pentecoste
SOFFIO

Pentecoste
Preghiamo. O Padre, che nel mistero della Pentecoste santifichi la tua Chiesa in ogni popolo e nazione, diffondi sino ai confini della terra i doni dello Spirito Santo, e continua oggi, nella comunità dei credenti, i prodigi che hai operato agli inizi della predicazione del Vangelo. Per Gesù Cristo nostro Signore. AMEN
Dagli Atti degli Apostoli 2,1-11
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».
Sal 103  Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.
Benedici il Signore, anima mia!  Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore!  Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature.
Togli loro il respiro: muoiono e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati, e rinnovi la faccia della terra.
Sia per sempre la gloria del Signore;  gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto,  io gioirò nel Signore.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani 8,8-17
Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.  Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.  Così dunque, fratelli, noi siamo debitori non verso la carne, per vivere secondo i desideri carnali, perché, se vivete secondo la carne, morirete. Se, invece, mediante lo Spirito fate morire le opere del corpo, vivrete. Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.
Dal Vangelo secondo Giovanni 14,15-16.23-26
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

UN ALITO. Don Augusto Fontana

 Il salmo ci suggerisce che lo Spirito è come il respiro per l’uomo: «Se togli loro il respiro, muoiono e ritornano nella loro polvere. Mandi il tuo spirito, sono creati e rinnovi la faccia della terra».
Più volte, nel mio lungo servizio sulle ambulanze della Croce Rossa, ho tentato di rianimare persone con la respirazione bocca a bocca su labbra sbiancate dalla morte imminente o sporche di fango e sangue. In quei momenti non pensi. Vuoi solo regalare il tuo spirito vitale. Sono felice che qualcuno sia stato restituito alla vita e agli affetti per quell’alito che gli ho infuso in un momento maledetto della sua vita. Così deve aver pensato l’evangelista Giovanni quando ci rivelava che Gesù, sulla croce, ha appoggiato le sue labbra di morente e risorgente sulle mie cianotiche labbra, per ridarmi il suo soffio che rianimi paure, debolezze, anemie, scoraggiamenti, delusioni: «E chinato il capo diede lo Spirito» (Gv 19, 30). Questi sono giorni maledetti che rivelano il nostro bisogno di avere un Dio amante che ci stampi sulle labbra diafane il bacio della sua bocca: «Mi baci con i baci della sua bocca» (Cantico, 1,2). Un soffio, un bacio. Pentecoste.
Le bravate e le risse, il bullismo che infetta ragazzini di 12 anni; le violenze sulle donne, la corruzione negli affari e nella politica sono all’ordine del giorno su tutto il territorio nazionale e non solo ad Haiti o in Congo. Tutti noi vediamo e sentiamo, ma ci sentiamo paralizzati di fronte al fenomeno di intolleranza trasversale che colpisce qualunque persona passi in quel momento in quel vicolo della città. Il carcere non è la soluzione ideale e denuncia il fallimento della politica e della aggregazione sociale.  E se non bastasse: la Libia è nel caos; l’Africa è sempre più sedotta e abbandonata da noi occidentali “cristiani” che la sverginiamo con i nostri appetiti per poi abbandonarla in attesa del prossimo stupro; il Brasile sta regredendo nell’utero di interessi multinazionali e fra 30 anni non avremo più un ettaro di foresta amazzonica; il Venezuela è allo stremo, Gaza è una macelleria con annesso cimitero per fame e gli Ucraini sono chiamati “terroristi” dal criminale Putin. Ci manca il fiato, il respiro; e trasmettiamo alle nuove generazioni una vita asfittica, dopata, orfana. Con le dovute eccezioni, si avverte già da tempo una mancanza di modelli e di punti di riferimento per le giovani generazioni alle quali spesso non resta che emulare l’ultimo vip uscito da un nuovo programma televisivo.
E la Chiesa, quella che doveva nascere dall’utero del Concilio Vaticano II?
Qualsiasi grande città del nostro mondo di oggi ricorda l’ambiente della torre di Babele: pluralità di lingue, di culture, d’idee, di stili di vita e problemi immensi d’intolleranza e incomprensione tra coloro che la abitano. Come possono convivere e comprendersi quelli che hanno tante differenze? La situazione sta diventando particolarmente problematica. Immigranti da altre province o da paesi in cui lasciano tutto per cercare un lavoro, un luogo dove cercare vita e qualità di vita. Per molti arrivare all’altra riva è la loro speranza. E quando arrivano, nel caso li lasciamo entrare, inizia un vero calvario per potersi mettere al nostro livello. Il nostro mondo si è trasformato ora nel paradigma della torre di Babele, parola che significava “porta degli dei”. Così era denominata la città di ieri, simbolo della cultura urbana di oggi. Una città intorno ad una torre, una lingua ed un progetto: scalare il cielo, invadere l’area del divino. L’essere umano ha voluto essere come Dio (già lo aveva tentato prima, nel paradiso, a livello di coppia, ora a livello politico) e si unì (si uniformò) per ottenerlo. Ma il progetto fallì: quel Dio, geloso dagli inizi del progresso umano, confuse (in ebraico “balal“) le lingue e chiuse per sempre la porta degli dei (“Babel“). Forse quel mondo uniformato non ci fu mai sulla terra, forse fu solo un’aspirazione tentatrice del potere umano. Dopo il fallimento, le diverse lingue furono il maggior ostacolo alla convivenza, principio di dispersione e di rottura umana. L’autore della narrazione della torre di Babele non pensò alla ricchezza della pluralità e interpretò il gesto divino come castigo. Ma insinuò che Dio era per il pluralismo, differenziando gli abitanti del luogo in base alla lingua e disperdendoli. Molti secoli dopo che venne scritta questa narrazione del Libro della Genesi, ne leggiamo un’altra nel Libro degli Atti degli Apostoli. Ebbe luogo il giorno di Pentecoste, festa della mietitura in cui i giudei ricordavano il patto di Dio con il popolo sul monte Sinai, “50 giorni” dopo l’uscita dall’Egitto. I discepoli erano riuniti, anche 50 giorni dopo la resurrezione (l’esodo di Gesù al Padre) e si preparavano a raccogliere il frutto della semina del maestro: la venuta dello Spirito che è descritta con eventi particolari, espressi come se si trattasse di fenomeni sensibili: rumore come di vento tempestoso, lingue come di fuoco che consuma o purifica; Spirito (= “ruah“: aria, soffio vitale, respiro) Santo (= “hagios“: non-terreno,  divino). E’ il modo che sceglie Luca per esprimere l’inenarrabile, l’irruzione di uno Spirito che li libera dalla paura e dal timore e che li farà parlare con libertà per promulgare la Buona Notizia della morte e resurrezione di Gesù. Per questo, ricevuto lo Spirito, iniziano tutti a parlare lingue diverse. Poco importa indagare in cosa consistette quel fenomeno. Ciò che importa è sapere che il movimento di Gesù nasce aperto a tutto il mondo e a tutti, che Dio non vuole l’uniformità, ma la pluralità; che non vuole lo scontro ma il dialogo; che è iniziata una nuova Era in cui bisogna proclamare che tutti possono essere fratelli, non solo “nonostante” ma “grazie” alle differenze. Perché questo Spirito di Dio non è Spirito di monotonia o di uniformità: è poliglotta, polifonico. Il giorno di Pentecoste, da più lingue non venne come a Babele, più confusione: “Ciascuno li sentiva parlare, nella propria lingua, delle meraviglie di Dio“. Dio rese possibile il miracolo d’intendersi. Iniziò così la nuova Babele, quella voluta da Dio, lontana da malsane uniformità. Un mondo plurale ma concorde. Speriamo di continuare a reinventarla e non ad innalzare muri né barriere tra ricchi e poveri, tra paesi sviluppati e in via di sviluppo, tra preti e laici, tra parrocchia e quartiere. La venuta dello Spirito significò per quel pugno di discepoli la fine della paura e del timore. Le porte della comunità si aprirono. Nacque una comunità umana, libera come il vento, come fuoco ardente[1].
Gesù, dice il Vangelo, alitò su di loro. La parola “alitare” (emphysao) è la stessa parola che usa il Libro della Genesi per rivelare l’atto creativo di Dio[2]. Dio ci dona la forza con la quale egli ha agito ed amato e la sua forza è creatrice. Tutto ciò che abbiamo come un seme, in forma germinale, si risveglia grazie allo Spirito che lo feconda. C’è tutta una ricchezza, un mondo, una creazione che si deve sviluppare in me. Che lo Spirito scenda su di me vuol dire che io sono chiamato a prendermi cura delle mie doti e delle risorse altrui. Tutto è in me come un seme. «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito» scrive Paolo ai Corinti (e a noi). Gesù rende consapevoli dell’enorme potere che i discepoli hanno: «Se voi perdonerete (lascerete andare) i peccati saranno perdonati e a chi non li perdonerete (li terrete in pugno) resteranno non perdonati». Giovanni usa due verbi: il primo è afìemi, perdonare, mandare via, scacciare, rimettere. Il secondo è cratéo, che significa trattenere, tenere in pugno, impossessarsi, dominare, spadroneggiare. Cioè: la comunità cristiana ha due possibilità: o lasciar andare o trattenere.
Ancora e sempre Pentecoste.
Quando ti senti perdonato e amato forse ancora di più dopo il tuo errore, è lui, lo Spirito. Quando senti circolare, nelle vene, forza e fiducia mentre affronti la prova, è ancora lui, lo Spirito. La capacità di intravedere in profondità, di guardare con speranza, con occhi capaci di sorprendere le gemme più che i rami improduttivi, è ancora lui, lo Spirito. La capacità di contemplare e fidarti della sconvolgente debolezza delle cose sul nascere; il coraggio di essere spesso soli a vegliare sui primi passi degli incontri, soli a guardare lontano e avanti, è lui, lo Spirito creatore. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito. Se Cristo ha riunificato l’umanità, lo Spirito ha diversificato le persone. All’unità creata dal sangue della croce si accompagna la diversità creata dal fuoco dello Spirito: nel giorno di Pentecoste le fiamme dello Spirito si dividono e ognuna illumina una persona diversa, sposa una libertà irriducibile, annuncia una vocazione. Lo Spirito dà ad ogni cristiano una genialità che gli è propria, e ciascuno deve essere fedele al proprio dono. E se tu fallisci, se non realizzi ciò che puoi essere, ne verrà una disarmonia nel mondo intero, un rallentamento di tutto l’immenso pellegrinare del cosmo verso la vita, una ferita alla Chiesa: come corpo di Cristo, essa esige adesione e unità; come Pentecoste vuole l’invenzione, la libertà creatrice, la battaglia della coscienza. In questi tempi il compito della Pentecoste si fa segretamente più intenso: generare al mondo uomini liberi, responsabili e creativi.


[1] Elaborazione da documento di Don Remigio Menegatti, 2006.
[2] Genesi 2,7: allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.




1 giugno 2025. Festa della glorificazione di Gesù

Festa della Glorificazione di Gesù

Preghiamo.  Esulti di santa gioia la tua Chiesa,  o Padre, per il mistero che celebra in questa liturgia di lode, poiché nel tuo Figlio asceso al cielo la nostra umanità è innalzata accanto a te, e noi, membra del suo corpo, viviamo nella speranza di raggiungere Cristo, nostro capo, nella gloria. Egli è Dio, e vive e regna con te…
Dagli Atti degli Apostoli 1,1-11
Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».
Salmo 46.  Ascende il Signore tra canti di gioia.
Popoli tutti, battete le mani!Acclamate Dio con grida di gioia,
perché terribile è il Signore, l’Altissimo, grande re su tutta la terra.
Ascende Dio tra le acclamazioni, il Signore al suono di tromba.
Cantate inni a Dio, cantate inni, cantate inni al nostro re, cantate inni.
Perché Dio è re di tutta la terra, cantate inni con arte.
Dio regna sulle genti, Dio siede sul suo trono santo.
Dalla lettera agli Ebrei 9,24-28; 10,19-23
Cristo non è entrato in un santuario fatto da mani d’uomo, figura di quello vero, ma nel cielo stesso, per comparire ora al cospetto di Dio in nostro favore. E non deve offrire se stesso più volte, come il sommo sacerdote che entra nel santuario ogni anno con sangue altrui: in questo caso egli, fin dalla fondazione del mondo, avrebbe dovuto soffrire molte volte. Invece ora, una volta sola, nella pienezza dei tempi, egli è apparso per annullare il peccato mediante il sacrificio di se stesso. E come per gli uomini è stabilito che muoiano una sola volta, dopo di che viene il giudizio, così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti, apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza. Fratelli, poiché abbiamo piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne, e poiché abbiamo un sacerdote grande nella casa di Dio, accostiamoci con cuore sincero, nella pienezza della fede, con i cuori purificati da ogni cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura. Manteniamo senza vacillare la professione della nostra speranza, perché è degno di fede colui che ha promesso.
Dal Vangelo secondo Luca 24,46-53
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto».Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

E’ ANDATO OLTRE. NEL PROFONDO. Don Augusto Fontana

 Scrive P. Ermes Ronchi: «Ascensione: Cristo non è salito verso l’alto, ma è andato oltre, verso l’intimo delle cose. E le sue mani sono ancora più impigliate nel folto della vita».  “La nostra fede è la certezza che ogni creatura è piena della sua luminosa presenza” (Laudato si’ 100), che «Cristo risorto dimora nell’intimo di ogni essere, circondandolo con il suo affetto e penetrandolo con la sua luce» (Laudato si’ 221)”.
 Io e te non abbiamo mai messo in discussione che “stare in alto” sia la posizione topografica e l’espressione linguistica che meglio descrive una posizione sociale ottimale e quindi è là che vogliamo collocare Dio quando lo pensiamo o immaginiamo. Quando muore un’amatissima nonna, noi diciamo al nipotino: «La nonna è andata in cielo». Se il cielo sta in alto, l’inferno dovrebbe stare in basso e Gesù sta alla “destra” del Padre (perché la mano destra del soldato era la mano forte che colpiva con la spada mentre quella sinistra era la mano debole che teneva lo scudo di difesa; oggi gli armamenti sono diversi da allora e non saprei in quale lato di Dio collocare Gesù!). Isaia riferisce parole di Dio (Is 66, 1-2): “Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi….”. Dio sta nel cielo dei cieli o nell’alto dei cieli, egli è l’Altissimo (in ebraico: El-Elyon). L’espressione «l’Altissimo» la troviamo per la prima volta in Genesi 14,19: “Egli (Melchisedek)  benedisse Abramo, dicendo: «Benedetto sia Abramo dal Dio Altissimo, padrone dei cieli e della terra!“. Anche Zaccaria dice che suo figlio Giovanni sarà il profeta dell’Altissimo (Luca 1,76). Durante l’annuncio a Maria, il figlio che dovrà portare in grembo è presentato come il Figlio dell’Altissimo (Luca 1, 32). E il Salmo 91,1 canta: “Chi abita al riparo dell’Altissimo riposa all’ombra dell’Onnipotente“.
Paghiamo il debito alla nostra necessità di immaginarci l’inimmaginabile, di collocare in uno spazio anche chi non ha luogo, di dividere lo spazio in terra, abisso, cielo e cielo dei cieli. Ma esistono altri “luoghi” che utilizziamo oggi meno frequentemente, ma forse teologicamente più efficaci: la pelle e il cuore esprimono rispettivamente l’epidermide di superficie e la profondità insondabile. Dunque attenti ai linguaggi: ci aiutano a tentare di esprimere l’inesprimibile, ma possono diventare una trappola, come  i termini “miracolo, comandamento, fare memoria, trasfigurazione”. Non sfugge a questa delicata attenzione anche l’espressione “ascensione al cielo” che ha prodotto in noi, con il favore dell’iconografia tradizionale, l’immagine di una ascesa in verticale sopra un ascensore-nuvoletta che ha sottratto Gesù alle incombenze di una presenza ingombrante. Sono linguaggi e immagini che vanno decodificate.
E’ importante sottolineare che il racconto dell’Ascensione nella finale del Vangelo di Luca e quello all’inizio del Libro degli Atti degli apostoli, originariamente erano un unico racconto quando i due Libri costituivano un’unica opera di Luca, successivamente suddivisa.
Luca è l’unico autore del Nuovo Testamento che parla dell’Esaltazione di Gesù nella forma di una Ascensione e che separa l’Ascensione di Gesù dalla sua Resurrezione.
La tradizione originaria comune presenta la Resurrezione di Gesù direttamente come Esaltazione (Cfr. Rm 1,4: “Costituito Figlio di Dio con potere, secondo lo Spirito di Santità, per la sua resurrezione dai morti”). Luca li separa in due eventi (resurrezione e ascensione) per sottolineare il carattere storico che ha ciascuno di essi. Gesù risorto prima della sua ascensione-esaltazione-glorificazione, convive con i suoi discepoli: mangia con loro e li istruisce. In Atti 1,3 aggiunge persino che stette con loro per quaranta giorni, per sottolineare questa convivenza storica del Risorto con i suoi discepoli. Luca insiste più degli altri sulla corporeità del Risorto: non è un fantasma, ha carne e ossa, può mangiare e lo possono toccare (Lc 24,39-43). C’è continuità tra il Gesù prima della sua morte e il Gesù Risorto. Gesù conserva la sua identità e la sua corporeità. Ma c’è anche un cambiamento, una dis-continuità nel Gesù risorto. Questo cambiamento Luca lo esprime con l’Ascensione. Il racconto dell’Ascensione ha chiaramente un linguaggio cosmico o simbolico: Gesù è sollevato dalla terra al cielo, lo nasconde una nube e appaiono due uomini vestiti di bianco. Si esprime, con un linguaggio simbolico, una realtà storica: l’esaltazione o glorificazione di Gesù. Questo lo accentua anche Luca quando dice che Gesù fu sollevato mentre conversava con i suoi discepoli, e che Gesù verrà nella stessa maniera con cui è stato sollevato. Perciò ai discepoli viene chiesto che non restino a guardare il cielo. Devono guardare la terra. L’Ascensione è sempre stata erroneamente interpretata come un’uscita da questo mondo, come un’assenza di Gesù, come un Gesù che se ne va per tornare alla fine dei tempi. In questa interpretazione l’Ascensione perde tutto il carattere storico che ha voluto dargli Luca. Nell’ascensione Gesù non se ne va, ma viene esaltato, glorificato. La parusia, cioè il ritorno, non sarà il ritorno di un Gesù che è stato assente per qualche secolo, ma la manifestazione gloriosa di un Gesù che è sempre stato presente nella comunità. Ciò appare chiaramente nelle ultime parole di Gesù in Mt 28,19: “io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo“.
La chiesa non nasce perché Gesù se ne va o perché non ritorna, ma nasce proprio perché il Risorto non se ne va. E’ la presenza e non l’assenza di Gesù risorto ciò che rende possibile la chiesa.
La chiesa negli Atti degli apostoli è una chiesa escatologica, cioè crede nel ritorno di Gesù, in una seconda venuta sebbene non immediata, ma vive già storicamente l’esperienza di Cristo Risorto e glorificato nel mondo e nella comunità. Questa dimensione escatologica della chiesa si esprime negli Atti con le apparizioni di Gesù risorto nei momenti difficili della chiesa (Stefano, Pietro, Paolo), ma soprattutto la vive nell’esperienza permanente dello Spirito Santo. L’ecclesiologia di Luca è perciò storica, proprio perché è in definitiva una ecclesiologia escatologica (animata dall’attesa della “seconda” venuta di Gesù) e pneumatica (animata dal “pneuma” cioè dallo Spirito Santo).
Una risurrezione dalle tante facce e un tempo lungo per entrarci dentro.
Dopo la morte di Gesù c’è solo un fatto centrale: la Resurrezione. Però questo avvenimento è tanto profondo, che necessita di essere assimilato per tappe. L’esperienza che ebbe la chiesa primitiva della resurrezione di Gesù fu tanto ricca che lasciò molte impronte dei tentativi che fece per spiegare a se stessa la profondità dell’avvenimento.
Possiamo segnalare alcuni di questi “segnali” di questa riflessione: il fatto stesso della resurrezione, con il simbolo del sepolcro vuoto; il fatto del dominio sulla morte, con il simbolo della discesa agli inferi; il fatto della trasformazione della persona di Gesù, con il simbolo che misteriosamente si rende presente in ogni luogo; il fatto della vita che continua ad essere presente, con il simbolo di colui che mangia e condivide con i suoi amici; il fatto della trasformazione o conversione che provoca nelle persone con il simbolo della venuta dello Spirito Santo; il fatto della divinità che Gesù condivide con il Padre, con il simbolo dell’ascensione ai cieli…
Vale a dire, la resurrezione ha talmente tante facce che i misteri si moltiplicheranno e non termineremo mai di comprenderla nella sua totalità. La resurrezione trascende la nostra capacità umana. E’ questo il contesto in cui dobbiamo vedere l’ascensione. Spiegarla in se stessa, senza relazione con la resurrezione, le farebbe perdere il suo significato sacramentale: la presenza del risorto, capace di comunicarci trasformazione attraverso i simboli nei quali ci si manifesta.
La resurrezione, letta dall’ascensione, comportava una grande lezione: insegnava ai discepoli che la presenza fisica del maestro doveva scomparire, per far posto a una presenza spirituale ed interiore. Quando i discepoli compresero questo – perché lo sperimentarono – la loro debolezza si trasformò in forza, la loro tristezza in gioia e il loro timore in testimonianza. Questo è ciò che ci dice il vangelo di Luca.
Infine, se la resurrezione la leggiamo dalla lettera agli Ebrei, troviamo una parola di incoraggiamento e la straordinaria promessa che rafforza la nostra speranza: Gesù è nell’eterna compagnia di suo Padre e dello Spirito, però ci sta come fratello maggiore di una grande famiglia che si riunirà, o come capo di un grande corpo che già inizia a sentirsi risorto, poiché già inizia a sentirsi trasformato con il desiderio immenso di assomigliare al suo maestro, che offrì la sua vita per tutti i fratelli del mondo.
Con l’ascensione si chiude il ciclo delle apparizioni del risorto. Se raggruppiamo tutte le apparizioni e leggiamo il loro contenuto simbolico, ci rendiamo conto che ci narrano le diverse esperienze della chiesa circa il risorto. Ma l’ascensione ha una particolarità: da’ alla piccola chiesa la certezza che dalla sua piccolezza può aprirsi al mondo, come Gesù sulla croce. Solo dopo essere passato per la croce Gesù ottiene il potere su ogni “Principato, Potestà, Virtù e Dominazione”. Capiamolo bene: solo dopo essere passato per la croce! Colui che ascende è il risorto ed il risorto è il crocifisso.




25 maggio 2025. Domenica 6a di Pasqua
DIO SENZA FISSA DIMORA

6° domenica di Pasqua.

Preghiamo. Dio, che hai promesso di stabilire la tua dimora in quanti ascoltano la tua parola e la mettono in pratica, manda il tuo Spirito, perché richiami al nostro cuore tutto quello che il Cristo ha fatto e insegnato e ci renda capaci di testimoniarlo con le parole e con le opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dagli Atti degli Apostoli 15,1-2.22-29
In quei giorni, alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli: «Se non vi fate circoncidere secondo l’usanza di Mosè, non potete essere salvati». Poiché Paolo e Bàrnaba dissentivano e discutevano animatamente contro costoro, fu stabilito che Paolo e Bàrnaba e alcuni altri di loro salissero a Gerusalemme dagli apostoli e dagli anziani per tale questione. Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli. E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: astenersi dalle carni offerte agl’idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!».
SalMO 66.  Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Dio abbia pietà di noi e ci benedica, su di noi faccia splendere il suo volto;
perché si conosca sulla terra la tua via, la tua salvezza fra tutte le genti.
Gioiscano le nazioni e si rallegrino, perché tu giudichi i popoli con rettitudine, governi le nazioni sulla terra.
Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti.
Ci benedica Dio e lo temano tutti i confini della terra.
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 21,10-14.22-23
L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. È cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele. A oriente tre porte, a settentrione tre porte, a mezzogiorno tre porte e a occidente tre porte. Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici apostoli dell’Agnello. In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello.
Dal Vangelo secondo Giovanni 14,23-29
Gesù disse [ai suoi discepoli]: «Se uno mi ama, custodirà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama non custodisce le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.  Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

UN DIO SENZA FISSA DIMORA. Don Augusto Fontana

 Dio abita “oltre”.
«Alcuni, venuti dalla Giudea, insegnavano ai fratelli questa dottrina: “Se non vi fate circoncidere secondo l’uso di Mosè, non potete esser salvi”…Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro».
Alla Chiesa è vietata la nostalgia. Non tutti, all’interno della Chiesa, accettano la novità. È sempre in agguato la nostalgia delle «cose di prima», ormai superate. Ne fa prova il dibattito che si era acceso nella chiesa di An­tiochia (prima lettura). Erano arrivati dalla Giudea certi individui che contestavano il metodo missionario di Paolo e Barnaba e pretendevano di im­porre ai neo convertiti dal paganesimo anche le osservanze della Legge ebraica, a cominciare dal rito di «iniziazione»: la circon­cisione. Rendendo così insufficienti il battesimo e la fede in Gesù. Paolo avverte che non è in gioco semplicemente il suo metodo pastorale, ma l’essenza stessa della novità cristiana. La questione viene portata dinanzi alla chiesa madre di Ge­rusalemme. I contrasti e le tensioni furono superate con un dibattito aper­to, dove ognuno ebbe la possibilità di esporre le proprie ragio­ni e con un ascolto umile della voce dello Spirito. Il guaio degli integrismi di tutti i tempi è la pretesa di im­porre pesi opprimenti fatti di carabattole varie e di anacronistici fagotti che appesantiscono il cammino e soffocano ogni slancio. Alcuni provano un gusto quasi sadico a chiedere sacrifici assurdi, col risultato di produrre spaccature all’interno della comunità. Questi nostalgici malati delle «cose di prima» sono gli spe­cialisti dell’accessorio a scapito del necessario. Il loro peccato d’origine è l’incapacità di tener dietro alle iniziative innovatrici dello Spirito. Sono in ritardo sugli avve­nimenti, e quindi sull’azione di Dio nella storia[1].
Dio abita fuori, in città.
«L’angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa…Non vidi alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio».
L’amore che propone Gesù è “architettonico”[2] cioè destinato a modificare la realtà, la città. I nomi delle nostre città dovrebbero avere nomi di uomo e di donna. In Genesi 4,17 troviamo un’ispirazione di fondo, da prendere con le pinze di una lettura critica: «Poi Caino conobbe sua moglie, che concepì e partorì Enoc. Quindi si mise a costruire una città, a cui diede il nome di Enoc, dal nome di suo figlio». Caino non è certo un modello proponibile, ma di lui la Scrittura ricorda che il suo progetto di città aveva un nome di figlio, di uomo. Nelle nostre città non ci viene più voglia di accendere il fuoco neppure per un eventuale ospite di passaggio. Pensiamo che i giochi ormai siano fatti e niente di nuovo busserà alla nostra porta, che non ci saranno più nè soprassalti di gioia per una buona notizia nè trasalimenti di stupore per un’improvvisata e neppure fremiti di dolore per una tragedia umana. Siamo a corto di speranza, siamo delusi dai surrogati di promesse inesplose che mettono in dubbio anche le promesse di Dio. Ossa inaridite e disperse sulle quali il profeta Ezechiele (37, 1-14) invoca lo Spirito di rianimazione politica e di resurrezione vitale: «…il Signore mi portò fuori in spirito e mi depose nella pianura che era piena di ossa tutte inaridite…Mi disse: Figlio dell’uomo, queste ossa sono tutta la gente d’Israele. Ecco, essi vanno dicendo: Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti. Perciò annunzia loro: Dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel vostro paese…L’ho detto e lo farò».
Un certo spiritualismo odierno ha la tendenza a dissolvere le componenti spaziali della santità: per loro il centro della santità non sarebbe più la Città o la Terra, ma la Chiesa. Oggi la teologia della «Chiesa locale», radicata su un territorio, ci aiuta a rielaborare la teologia della città. Per molti secoli la cristianità si è dibattuta nel dilemma della Gerusalemme celeste contrapposta alla Gerusalemme terrestre. La Gerusalemme terrestre non doveva essere altro che un riflesso della Gerusalemme celeste. Un midrash[3] rabbinico invece spiega bene la diversa ottica biblica: «Voi trovate anche che c’è una Gerusalemme in alto, corrispondente alla Gerusalemme in basso. Per puro amore della Gerusalemme terrestre, Dio se ne è fatta una in cielo». La letteratura talmudica ebraica pone sorprendenti parole nella bocca di Dio stesso: «Io non entreró nella Gerusalemme celeste finchè non sarò entrato prima nella Gerusalemme terrestre»[4]. Il valore di queste tradizioni sta nel sottolineare che la pienezza spirituale non può essere raggiunta riducendo al minimo la sfera storica con le sue realtà materiali, sociali e politiche. Il Concilio Vaticano II° (GS n.1 e 40) ha scritto pagine indelebili: «La Chiesa è già presente qui sulla terra, ed è composta da uomini membri della Città terrena, chiamati a formare già nella storia dell’umanità la famiglia dei figli di Dio, che deve crescere costantemente fino all’avvento del Signore».
L’evangelista Matteo (5,13-16) ci ricorda quale sia il nostro reale compito come credenti in Cristo che vivono in questa città come cittadini: «Voi siete il sale della terra…Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa».
Nel 597 gli ebrei vengono deportati a Babilonia.  Chiedono al profeta Ezechiele deportato con loro a Babilonia (Ez 33,10): «Come possiamo vivere senza Tempio?».  Ci vorrà la sua genialità per permettere di credere che anche a Babilonia essi possono incontrare Dio.  In una celebre visione (Ez. 8-11), questo profeta descriverà la “Shekhinah” (la sua Presenza) che si allontana dal tempio di Gerusalemme per recarsi esule a Babilonia e vivere la solidarietà con i deportati.  Dio stesso parlando di loro può dire: «Certo li ho dispersi sulle terre, ma per loro io sono, un po’, un santuario sulle terre dove sono giunti» (Ez.11,16). Qualcosa della presenza di Dio ora è a Babilonia. Qualcosa, un po’ (“mehat”dice il testo ebraico o “micron” diranno i traduttori greci).  E quando Nabucodonosor distruggerà definitivamente Gerusalemme e il suo tempio, Geremia (29,5-7) scrive una lettera ai deportati: «Lì dove siete, costruite case e abitatele; piantate giardini e mangiatene il frutto…Cercate il bene della città dove io vi ho fatti deportare, e pregate il Signore per essa; poiché dal bene di questa dipende il vostro bene». E mentre in Babilonia si va consolidando la cultura della resistenza attiva, beffando il male col bene, Geremia, in una Gerusalemme avvolta ancora nel caos, fa il gesto simbolico, anacronistico in tempi senza futuro, di comprare un campo (Ger. 32, 2-15): «Dice il Dio di Israele: Prendi i contratti di acquisto e mettili in un vaso di terra, perché si conservi a lungo. Poiché dice Dio di Israele: Ancora si compreranno case, campi e vigne in questo paese».
Nel profeta Ezechiele troviamo un altro potente messaggio religioso e sociale: «[Il Signore] mi condusse poi all’ingresso del tempio e vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua verso oriente… Mi disse: “Queste acque escono di nuovo nella regione orientale, scendono nell’Araba ed entrano nel mare: sboccate in mare, ne risanano le acque. Ogni essere vivente che si muove dovunque arriva il fiume, vivrà: il pesce vi sarà abbondantissimo, perché quelle acque dove giungono, risanano e là dove giungerà il torrente tutto rivivrà”».  (47,1ss).
Luigino Bruni, economista e biblista, così commenta[5]: «Il tempio può essere sorgente zampillante di acqua vivificante se quell’acqua non rimane chiusa e gelosamente custodita dentro il tempio. Solo se da lì parte per inondare il mondo…Quell’acqua nasce dentro, ma scorre fuori. È un’acqua laica, civile, secolare. L’Ezechiele sacerdote di Gerusalemme crede che il tempio è il luogo della presenza della gloria di YHWH sulla terra. Ma l’Ezechiele profeta sa e dice che quella presenza non è lì per essere consumata nel culto dai suoi fedeli, perché è generata per essere donata a chi si trova al di fuori del tempio… Ezechiele, che riceve questa visione dopo che il tempio era stato distrutto da Nabucodonosor, intuisce che se ci sarà ancora un nuovo tempio, dopo l’esilio, la fede e il tempio non potevano restare quelli di prima; ogni grande crisi cambia il rapporto tra fede e culto. Il tempio è troppo piccolo per contenere l’Amore e l’acqua della sapienza».
Dio abita “dentro”.
«Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui ». Dov’è Dio? Dove abita? Dove andarlo a cercare? Quanta strada bisogna fare? Abbiamo bisogno di localizzare Dio, di metterlo dentro un tempio fatto di mattoni, dove poterlo onorare, ma anche per metterlo, in modo subdolo, sotto il nostro controllo, sotto formalina. E’ successo anche nella storia d’Israele. Il re Davide abitava in un bellissimo palazzo mentre l’arca dell’alleanza era sotto una tenda. Il senso di colpa gli suggerisce di progettargli un tempio degno. E Dio gli manda a dire per mezzo del profeta Natan: “Davide, lascia perdere! L’universo intero non mi può contenere, e tu penseresti di cacciarmi dentro un cubo di cedro o di freddi mattoni?”(2 Sam.7,1-16).
Il vangelo di oggi ci indica dove Dio ha scelto di abitare: “Se uno mi ama, custodirà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Noi siamo persone “abitate”; già S. Paolo lo aveva detto: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito Santo abita in voi?” (1Cor 3,16). In Esodo 25,15 si parla della costruzione dell’Arca dell’Alleanza. Una nobile cassa dotata di stanghe laterali infilate negli anelli per poterla portare; le stanghe non dovevano mai essere sfilate anche se erano più lunghe dello spazio della tenda chiamata “Santo dei Santi” (1 Re 8,8). Il filosofo ebreo Levinas offre una spiegazione midrashica: “La Legge-Torà, deposta nell’Arca, è sempre pronta al movimento, non è legata a nessun punto dello spazio e del tempo, ma è pronta per essere trasportabile in ogni momento”. Agli ebrei non andava bene questo Dio liquido, troppo pellegrino e quotidiano, troppo bersaglio mobile. La reazione fu idolatra: si costruiscono un vitello d’oro, immagine del vero Dio ma trasformato in idolo monumentale perché fossilizzato da un’icona statica e immobile. Questo fu ed è il nostro peccato originale.
Anche l’evangelista Giovanni è ossessionato dal “dove” di Gesù (per 40 volte circa: Dove vado io voi non potete venire…Signore dove abiti?…Di dove sei?…Dimmi dove lo hai posto…ecc). Per Giovanni l’identità non si scopre dal «Chi sei?», ma dal «Dove sei?». In realtà il chi sono io è dato da dove io sto, cioè dalle relazioni che io ho. Ecco perché nel 4° Vangelo il dimorare, essere in, abitare diventa così importante. Abitare significa che ormai dove io sono ho tutta una serie di relazioni, la mia è una situazione ambientale, “ecologica”. E poi io devo restare, dimorare, devo avere continuità. Giovanni ci dice che per capire Gesù la prima domanda che si deve fare il lettore è dove si colloca, dove dimora Gesù? E la risposta che comincia a dare nel Prologo al suo Vangelo è che Gesù sta «presso il Padre», sta in Dio. E da quella situazione è venuto a stare «in mezzo a noi», mettendo la sua tenda in mezzo a noi. Gesù è un’Arca con le stanghe e senza fondamenta, perché possa seguirci là dove andiamo: “Se uno mi ama, metterà in pratica la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. S.Agostino dirà: “A lungo ti ho cercata, bellezza nascosta, tardi ti ho trovata; io ti cercavo fuori di me, e tu eri in me”.
In conclusione.
Il biblista G. Ravasi, così sintetizza il messaggio delle letture liturgiche di questa domenica: «La dinamicità che impedisce alla Chiesa di essere nostalgica, la fedeltà che impedisce alla Chiesa di es­sere sbandata, la pazienza che impedisce alla Chiesa di essere frenetica, la profezia che fa comprendere alla Chiesa i segni dei tempi, la tolleranza e il dialogo che impediscono alla Chiesa la malattia dell’integralismo, la speranza che fa superare alla Chiesa esitazioni e incertezze. Ma su tutto deve dominare la fede nello Spirito, guida ultima e viva della Chiesa».


[1] A. Pronzato, PAROLA DI DIO. Commenti alle letture della domenica anno C, Gribaudi editore.
[2] Balducci in “Il mandorlo e il fuoco” anno C pag.152.
[3] Midrash Tanhumah, inizio della sezione Pequdey
[4] B. Ta’anith 5 b.
[5] Avvenire 11/05/2019. L’esilio e la promessa/Cantico della laicità




18 maggio 2025. Domenica 5a di Pasqua
NUOVO

Quinta domenica di Pasqua.

Preghiamo. O Dio che nel Cristo tuo Figlio rinnovi gli uomini e le cose, fa che accogliamo come fondamento della nostra vita il comandamento dell’amore, per amare te e amare i nostri fratelli come tu ci ami, e così manifestare al mondo la forza rinnovatrice del tuo Spirito. Per Cristo nostro Signore.
Dagli Atti degli Apostoli  (14,21b-27)
In quei giorni, Paolo e Bàrnaba ritornarono a Listra, Iconio e Antiochia, confermando i discepoli ed esortandoli a restare saldi nella fede «perché – dicevano – dobbiamo entrare nel regno di Dio attraverso molte tribolazioni». Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto. Attraversata poi la Pisìdia, raggiunsero la Panfìlia e, dopo avere proclamato la Parola a Perge, scesero ad Attàlia; di qui fecero vela per Antiochia, là dove erano stati affidati alla grazia di Dio per l’opera che avevano compiuto. Appena arrivati, riunirono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro e come avesse aperto ai pagani la porta della fede.
Salmo 144,8-13)(145) Benedirò il tuo nome per sempre, Signore.
Misericordioso e pietoso è il Signore, lento all’ira e grande nell’amore.
Buono è il Signore verso tutti, la sua tenerezza si espande su tutte le creature.
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza.
Per far conoscere agli uomini le tue imprese e la splendida gloria del tuo regno.
Il tuo regno è un regno eterno, il tuo dominio si estende per tutte le generazioni.
Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (21,1-5a)
Io, Giovanni, vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:  «Ecco la tenda di Dio con gli uomini!  Egli abiterà con loro  ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio. E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno, perché le cose di prima sono passate». E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose».
Dal vangelo secondo Giovanni (13,31-33a.34-35)
Quando Giuda fu uscito[dal cenacolo], Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri».

LA NOVITA’. Don Augusto Fontana

Una parola-chiave di questa domenica: la novità. Due ambiti ove accade la novità: la città, l’amore.
Spesso confondiamo novità con diversità. Noi siamo abituati a dire “Nuova Repubblica, nuovo Governo, nuovo lavoro, nuovo giornale…”. Spesso si tratta di qualcosa diverso dal primo, ma non necessariamente “nuovo”. Non ci vogliono molte argomentazioni per dimostrarlo. Spesso si tratta di robe vecchie riciclate, diligentemente mascherate. Spesso si tratta di trasformismo.<Ecco faccio nuove tutte le cose…; vidi un cielo nuovo e una terra nuova…; vidi la nuova Gerusalemme scendere dal cielo…> dice Apocalisse. <Vi dò un comandamento nuovo…> dice Gesù nel Vangelo. Non voglio disprezzare la diversità, perchè spesso è a forza di diversità che ci si avvicina al nuovo.
Alcune considerazioni:
1- Non abbiamo molta voglia di novità, in quanto la novità chiede di ristrutturarci. Il trasformismo è meno aggressivo nei confronti delle scelte da fare; spesso si cambiano le cose per lasciare tutto come prima. Invece gli apostoli dicevano: <E’ necessario attraversare molte tribolazioni per entrare nel Regno di Dio>. La novità ha dei costi iniziali, è un investimento a rischio, fatto nella fede e nella fiducia. Nelle famiglie si pensa maggiormente a cambiare posto ai mobili, pur di non affrontare il problema che nascerebbe da una nuova impostazione dei sentimenti e degli orizzonti della famiglia. Nella Chiesa si fanno molti documenti sul ruolo della donna, si fanno i Consigli pastorali, ma di fatto le parrocchie sono ancora tutte incentrate sul ruolo del prete. Si fanno molte cose per i poveri, ma i poveri non costituiscono il tessuto della Chiesa.

2- La novità, a differenza della diversità e del trasformismo, va a toccare il centro della persona e delle organizzazioni. Il trasformismo, invece, tocca gli aspetti periferici della vita. <Chi non rinasce di nuovo non può entrare nel Regno dei cieli> diceva Gesù a Nicodemo il quale ribatteva:<Come può un uomo rientrare nel seno materno?> dimostrando che non aveva colto che Gesù parlava di una vita nuova e non semplicemente di una vita ricominciata da capo con le stesse condizioni di prima, più o meno. Ecco perchè parlare di novità significa parlare di rinascita e non di semplice crescita o progresso.

3- La novità nasce da una sorgente, da un principio: “Dio è diverso da come lo sto pensando”. Se la sorgente butta acqua inquinata, l’acqua che bevo non sarà mai nuova, ma solo diversa.  Tutto l’immobilismo e il trasformismo della nostra vita religiosa e cristiana nasce da questo equivoco di fondo: abbiamo capito male Dio, ci stiamo rapportando in modo equivoco con Lui.

4- La novità offerta dal Padre non ci interessa più di tanto. La novità inizia dalla Resurrezione, passa attraverso la storia, si completa nel Regno dei cieli. Gli effetti della novità sono descritti dalla pagina dell’Apocalisse. La novità non consiste nel non piangere più, ma nel fatto che Dio asciugherà ogni lacrima; non viene eliminata la morte, ma la morte non è la fine. Forse per questo, la novità non ci interessa. Perchè le novità che attendiamo sono diverse da quelle che ci vengono offerte. E ci giriamo da un’altra parte. Oppure ci rivolgiamo al Dio di Gesù Cristo per ottenere una vita un po’ più frizzantina, ma non nuova.

Impaurito dalle novità di Dio, nella mia preghiera faccio resistenza e pronuncio una preghiera-bestemmia:<Signore liberami dalle tue novità; tienile per te o dalle ad altri; preferisco una mediocrità accettabile piuttosto che una inaccettabile novità pasquale. Non permettere che nessuno mi offuschi l’immagine rassicurante che mi sono costruito di Te; mi vai bene così, con qualche benedizione, qualche bel rito di prima comunione, un prete simpatico e che stia sempre in canonica per farmi un certificato di battesimo appena ne ho bisogno, un rametto d’ulivo, una bella predica possibilmente corta: dammi cose diverse che siano un diversivo, ma che non raggiungano la novità. Dopo si vedrà>.
L’amore e la città.
Quando Gesù dona il suo testamento parlando di comandamento nuovo dell’amore, lo fa nella cornice della sua passione e a contatto con il tradimento. Gesù non si trovava in una idilliaca apericena: si trovava dentro la morsa della storia che lo stava sconfiggendo e schiacciando. Il precetto dell’amore non è un precetto ai margini della realtà, ma nel cuore della cronaca.
L’amore che propone Gesù è “architettonico”[1] cioè destinato a modificare la realtà, non a passarvi sopra come una sterile nebbia che nasconde le cose o che sconsacra i sacrosanti tentativi dei deboli di impedire che i forti facciano loro del male. L’amore nuovo architettonico ci viene descritto dalla pagina di oggi dell’apocalisse: Dio dimora con noi, asciuga le lacrime. Non ci viene garantito che non piangeremo, ma solo che ci verrà impedito di essere affogati dalle lacrime. La novità radicale è che Dio ci vuole bene.

  • L’amore nuovo architettonico viene prospettato come un amore “politico”, cioè che ricostruisce il tessuto di una città, di una convivenza.
  • L’amore nuovo architettonico ha una caratteristica: amatevi come io vi ho amato. E’ quel “come” che dichiara la novità. Un amore creativo, che arriva a dare la vita, che sceglie la debolezza, rifiuta ogni forma di violenza, rispetta la libertà, promuove la dignità, respinge ogni discriminazione, mette in conto la tribolazione.
  • L’amore nuovo architettonico è un amore che deve essere visibile:<Da questo riconosceranno che siete miei discepoli>. Non sarà l’abito o i distintivi o il tipo di culto che distinguerà gli appartenenti a questa nuova comunità, ma questo tipo di amore. Ciò che quaggiù viene edificato nell’amore, non andrà perduto, ma sarà trasfigurato.

Per raggiungere questa novità occorre acclimatarsi. Compiere passi di avvicinamento. Se non ci è concesso ancora di gustare la novità, ci sia concesso almeno di lavorare per la diversità della nostra impostazione di vita. Andiamo all’eucarestia domenicale per sperimentare tutto quanto ci è stato annunciato.
Ci attende una settimana per sperimentare ciò che ci è stato donato.


[1] Balducci in “Il mandorlo e il fuoco” anno C pag.152




11 maggio 2025. Domenica 4a di Pasqua
Pastore e pastori, pecore e pecoroni.

Quarta domenica di Pasqua

Preghiamo. O Dio, fonte della gioia e della pace, che hai affidato al potere regale del tuo Figlio le sorti degli uomini e dei popoli, sostienici con la forza del tuo Spirito, perchè non ci separiamo mai dal nostro pastore che ci guida alle sorgenti della vita. Egli è Dio, e vive e regna con te…
Dagli Atti degli Apostoli 13,14.43-52
In quei giorni, Paolo e Bàrnaba, proseguendo da Perge, arrivarono ad Antiòchia in Pisìdia, e, entrati nella sinagoga nel giorno di sabato, sedettero. Molti Giudei e prosèliti credenti in Dio seguirono Paolo e Bàrnaba ed essi, intrattenendosi con loro, cercavano di persuaderli a perseverare nella grazia di Dio. Il sabato seguente quasi tutta la città si radunò per ascoltare la parola del Signore. Quando videro quella moltitudine, i Giudei furono ricolmi di gelosia e con parole ingiuriose contrastavano le affermazioni di Paolo. Allora Paolo e Bàrnaba con franchezza dichiararono: «Era necessario che fosse proclamata prima di tutto a voi la parola di Dio, ma poiché la respingete e non vi giudicate degni della vita eterna, ecco: noi ci rivolgiamo ai pagani. Così infatti ci ha ordinato il Signore: “Io ti ho posto per essere luce delle genti, perché tu porti la salvezza sino all’estremità della terra”». Nell’udire ciò, i pagani si rallegravano e glorificavano la parola del Signore, e tutti quelli che erano destinati alla vita eterna credettero. La parola del Signore si diffondeva per tutta la regione. Ma i Giudei sobillarono le pie donne della nobiltà e i notabili della città e suscitarono una persecuzione contro Paolo e Bàrnaba e li cacciarono dal loro territorio. Allora essi, scossa contro di loro la polvere dei piedi, andarono a Icònio. I discepoli erano pieni di gioia e di Spirito Santo.
Salmo 99.  Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida.
Acclamate il Signore, voi tutti della terra, servite il Signore nella gioia, presentatevi a lui con esultanza.
Riconoscete che solo il Signore è Dio:  egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo.
Perché buono è il Signore, il suo amore è per sempre, la sua fedeltà di generazione in generazione.
 Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 7,9.14-17
Io, Giovanni, vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E uno degli anziani disse: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide col sangue dell’Agnello. Per questo stanno davanti al trono di Dio e gli prestano servizio giorno e notte nel suo tempio; e Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».
Dal Vangelo secondo Giovanni 10,27-30
In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

PASTORE E PASTORI, PECORE E PECORONI. Don Augusto Fontana

Nella chiesa ognuno è pastore responsabile dell’altro e non solo Papa Leone XIV. Ogni battezzato partecipa al carisma di Gesù: avere cura dei propri fratelli e sorelle.
Ho fatto il mio dovere di contribuente lavoratore dipendente pensionato. Modulo 730, redditi, ritenute, detrazioni e diavolerie varie: tutto diligentemente compilato, insieme con la sottoscrizione per la destinazione dell’otto per mille. Ogni anno l’addetto del CAF sgrana gli occhi ed io gli leggo la domanda: come mai un prete cattolico appone la firma per destinazioni diverse dalla chiesa cattolica? Ebbene sì. Sono convinto che l’ecumenismo non passa solo attraverso le asettiche celebrazioni interconfessionali, ma anche attraverso l’otto per mille interscambiato. Una rotazione ecumenica, per anticipare tempi, se verranno, quando ogni porzione del gregge di Dio offrirà all’altro l’accesso al proprio pascolo. Una competizione di cortesie che farebbe disorientare un mondo che conosce solo il “mio” e il “tuo”. Un atto di fede nel Signore che ha pregato il Padre: «Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; perché tutti siano una sola cosa. …Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore» (Giovanni 17, 20-21; 10, 14-16). Anche l’otto per mille crea o abbatte recinti, allarga o restringe ovili, unifica o moltiplica pastori: «Eravate erranti come pecore, ma ora siete tornati al pastore e guardiano delle vostre anime» scriveva Pietro[1].
Oggi le Letture bibliche ci dicono ancora una volta come è difficile “dire Dio”: Gesù è chiamato pastore ma anche contemporaneamente agnello: “l’Agnello… sarà il loro pastore”. Un agnello che ha fatto…carriera: è diventato pastore! Linguaggi e teologie estranee al nostro conversare e pensare quotidiano. E quanto è difficile parlare di chiesa come gregge di pecore, ma non di pecoroni. Anzi: comunità di pastori.
Un pastore che condivide.
Gesù pastore. Per di più buono (“bello”). L’immagine si apre su vasti orizzonti di mistica, di organizzazione pastorale, di leadership ecclesiale, di psicologia delle masse, di ecumenismo. Immagine teologica e dolce insieme; ma oggi lontana dall’immaginario europeo dei più. L’esperienza dei pastori dell’antico oriente rappresenta un riferimento lontano dalle attuali nostre condizioni di vita; nella nostra civiltà industriale e urbanizzata, l’immagine del pastore ha perso molto della sua forza e del suo mordente.
Mi dicono che il pastore non è solo guida che conduce ad un’oasi o ad un pascolo. Lui sa dare certezza e sicurezza perchè i sentieri dispersivi o errati sono scartati con precisione dal suo bastone, quindi è un salvatore. Mi dicono che il pastore è anche compagno di viaggio per cui le sue ore sono quelle del gregge: i rischi, la fame, la sete, il sole, la pioggia. Non solo guida, ma anche compagno: «pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Ebrei 5, 8-9).
Il Salmo biblico 23 canta: «Signore, pastore mio! Non manco (non mancherò) di nulla».
«Sei il mio pastore». Non sfuggo la domanda: «Chi guida o anima veramente la mia vita?». La domanda non è solo per i mistici. Quale autorevolezza ha Gesù nella mia esistenza, nel determinare i miei sentieri? Come si esprime la sua leadership sui nostri regimi di vita?
«Tu sei con me, non manco di nulla». Non manco di nulla perchè di fatto non mi faccio mancare nulla? E chi manca di tutto, come può pronunciare questa preghiera? Quale sono le graduatorie di valore produttrici delle mie felicità? “Siete stati arricchiti in Lui di ogni cosa, di ogni parola e scienza” (1 Cor.1,5) “Tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio”( 1 Cor. 3, 22-23).
«La valle oscura», le tempeste della vita: chi ci vive dentro ha bisogno di sentire un Dio condividente: «Non temere vermiciattolo, larva! Non temere perchè io sono con te, non smarrirti perchè io sono il tuo Dio» (Isaia 41, 10. 14). «Getta sul Signore il tuo affanno ed egli ti darà sostegno; mai permetterà che il giusto vacilli» (Salmo 55,23). «Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?» (Lettera ai Romani 8, 35).
Scriveva il teologo Carlo Molari[2]: «Mi sembra sia Anthony de Mello a raccontare di una sua preghiera che non trovava risposta. Di fronte ad una madre in pianto perchè il figlio moriva e non sapeva cosa fare, egli pregava: “Che stai facendo, mio Dio, per questa madre a cui muore il figlio? Non vedi come soffre?”. L’unica risposta era il silenzio. Solo dopo lungo pregare sentì chiara la risposta: “Che faccio? Per questa madre ho fatto te!” . Pregare quindi non è chiedere a Dio di intervenire al nostro posto, ma è aprirsi alla sua azione per diventare capaci di accoglierla in modo così ricco da essere in grado di compiere per noi e per gli altri ciò che la vita ci chiede».
La figura del Dio-pastore nasce prevalentemente dall’esperienza del deserto dell’esodo: «Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto…Il tuo vestito non ti si è logorato addosso e il tuo piede non si è gonfiato durante questi quarant’anni…Custodisci i comandi del Signore tuo Dio camminando nelle sue vie e temendolo»[3].
Il deserto è un evento durante il quale due partner si conoscono e si ri-conoscono. Succede anche nella vita: ci si conosce stando insieme, litigando e perdonandosi, servendosi a vicenda. Un beduino espulso dal proprio clan o viene accolto da un altro clan o muore.
Il deserto è una lezione che l’uomo riceve: per la vita non basta il pane, occorre la Parola di Dio. Il deserto è “assenza di…”: nella sabbia non si può nè costruire città nè piantare orti e giardini; anzi il deserto tende ad invadere l’area coltivata. Il deserto rappresenta ogni tempo dove è possibile maturare come succede per l’apprendistato, il fidanzamento, l’adolescenza. Il deserto rappresenta una lunga dilazione della promessa e della sua realizzazione; è un tempo intermedio di attesa, speranza, rassegnazione, disperazione, impazienza, mormorazione, costanza, tenacia, resistenza, fedeltà.  Nel deserto si cammina. In questo cammino dell’esodo Dio si presenta come uno che accompagna, che guida, che precede, come un pastore. Dio di fatto sembra dare direzioni generiche del tipo “Andate verso Nord!” e spetta quindi all’uomo precisare il proprio cammino. Il simbolo di questa assistenza è la nube che si ferma, si avvia, sceglie la direzione; successivamente sarà l’Arca della alleanza a dimostrare che il popolo pellegrino desidera camminare dietro il suo Signore. Gesù dirà a Pietro che vuole mettersi davanti a lui: «Torna dietro a me, Satana!» (Mc.8,33). Può accadere infatti che i suoi sentieri non siano i nostri sentieri e che quindi li si smarriscano, smarrendo anche noi stessi. Bisogna quindi cercare il Signore fin che si fa trovare, dice Isaia (Is.55,6-8).
In quale contesto Giovanni presenta Gesù come pastore? Probabilmente ai tempi di Giovanni già una comunità organizzata offriva spunti di riflessione a causa di certi presbiteri o responsabili non all’altezza.: «hanno pasciuto se stessi, non hanno dato forza alle pecore deboli, non hanno cercato quella malata, nè fasciato quella ferita, non hanno ricondotto la smarrita, nè cercato quella che era perduta ed hanno oppresso con durezza quella robusta»[4]. Giovanni sente la necessità di ricordare chi è il vero e unico pastore della chiesa e, comunque, a quale modello devono riferirsi quelli che si fanno chiamare pastori o a quale modello dovesse riferirsi una comunità che volesse esercitare il proprio ministero pastorale nel mondo.
Una comunità “pastorale”?
Scriveva Papa Francesco[5]Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 120). Bisogna guardarsi dalla mentalità che separa preti e laici, considerando protagonisti i primi ed esecutori i secondi, e portare avanti la missione cristiana come unico Popolo di Dio, laici e pastori insieme. Tutta la Chiesa è comunità evangelizzatrice… Siamo chiamati a essere custodi gli uni degli altri, a costruire legami di concordia e di condivisione, a curare le ferite del creato perché non venga distrutta la sua bellezza. Insomma, a diventare un’unica famiglia nella meravigliosa casa comune del creato, nell’armonica varietà dei suoi elementi… La vocazione, come d’altronde la santità, non è un’esperienza straordinaria riservata a pochi. Come esiste la “santità della porta accanto” (cfr Esort. ap. Gaudete et exsultate, 6-9), così anche la vocazione è per tutti, perché tutti sono guardati e chiamati da Dio…Mettiamoci allora in ascolto della Parola, per aprirci alla vocazione che Dio ci affida! Per questo la Chiesa deve diventare sempre più sinodale: capace di camminare unita nell’armonia delle diversità, in cui tutti hanno un loro apporto da dare e possono partecipare attivamente».
Papa Francesco il 28 marzo 2013 si era rivolto al clero di Roma così: “Questo vi chiedo: di essere pastori con l’odore delle pecore. L’unzione non è per profumare noi stessi e tanto meno perchè la conserviamo in un’ampolla, perchè l’olio diventerebbe rancido e il cuore amaro“.


[1] 1 Lettera di Pietro 2, 25.
[2] Carlo Molari Pregare ancora? in ROCCA 21/96 Pag. 50-51.
[3] Deuteronomio 8
[4] Ezechiele 34, 2. 4
[5] Messaggio dell’8 maggio 2022 per la 59a giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.