20 ottobre 2024. 29a Domenica
INCAPACI DI TOGLIERE, MA FRATERNI NEL PORTARE.

29 domenica B

PREGHIAMO. Padre, concedi alla tua Chiesa di servire l’umanità intera  a immagine di Cristo, servo e Signore. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.
Dal Libro del profeta Isaia (53)
2 Davanti al Signore il suo servo è cresciuto come una pianticella, come una radice in terra arida. Non aveva né dignità né bellezza, per attirare gli sguardi e per richiamare l’attenzione.
3 Noi l’abbiamo rifiutato e disprezzato come uno che non vale niente, e non lo abbiamo tenuto in considerazione. 4 Eppure egli ha preso su di sé le nostre malattie, si è caricato delle nostre sofferenze, e noi pensavamo che Dio lo avesse castigato, percosso e umiliato. 5 Invece egli è stato ferito per le nostre colpe, è stato schiacciato per i nostri peccati e noi siamo stati salvati. Egli è stato percosso, e noi siamo guariti. 10 Lui, servo del Signore, ha dato la vita come un dono per gli altri. 11 Il Signore dichiara: «Dopo tante sofferenze, egli, il mio servo, vedrà la luce e sarà soddisfatto di quel che ha compiuto. Infatti renderà giusti davanti a me molti uomini, perché si è addossato i loro peccati».
Salmo 32 . Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo.
Retta è la parola del Signore  e fedele ogni sua opera.
Egli ama la giustizia e il diritto;  dell’amore del Signore è piena la terra.
Ecco, l’occhio del Signore è su chi lo teme,  su chi spera nel suo amore,
per liberarlo dalla morte  e nutrirlo in tempo di fame.
L’anima nostra attende il Signore:  egli è nostro aiuto e nostro scudo.
Su di noi sia il tuo amore, Signore,  come da te noi speriamo.
Dalla lettera agli Ebrei 4,14-16
 Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede.  Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato.  Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.
Dal Vangelo secondo Marco 10,35-45
Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Maestro, noi vorremmo che tu facessi per noi quel che stiamo per chiederti». E Gesù domandò: «Che cosa dovrei fare per voi?». Essi risposero: «Quando sarai un re glorioso, facci stare accanto a te, seduti uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Ma Gesù disse: «Voi non sapete quel che chiedete! Siete pronti a bere quel calice di dolore che io berrò, a ricevere quell’immersione (battesimo) di sofferenza nella quale sarò immerso (battezzato)?». Essi risposero: «Siamo pronti». Gesù aggiunse: «Sì, anche voi berrete il mio calice e riceverete la mia immersione (battesimo); ma non posso decidere chi sarà seduto alla mia destra e alla mia sinistra. Quei posti sono per coloro ai quali Dio li ha preparati».  Gli altri dieci discepoli avevano sentito tutto e si arrabbiarono contro Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò attorno a sé e disse: «Come sapete, quelli che pensano di essere sovrani dei popoli comandano come duri padroni. Le persone potenti fanno sentire con la forza il peso della loro autorità. Ma tra voi non deve essere così. Anzi, se uno tra voi vuole essere grande, si faccia servo di tutti; e se uno vuol essere il primo, si faccia servitore di tutti.  Infatti anche il Figlio dell’uomo è venuto non per farsi servire, ma è venuto per servire e per dare la propria vita come riscatto per la liberazione degli uomini».

INCAPACI DI TOGLIERE, MA FRATERNI NEL PORTARE. Don Augusto Fontana

L’omeopatia di Dio.
Alle porte di Gerusalemme la strategia messianica di Gesù trova nell’asino un fantasioso e profetico segno sacramentale, visibile ed efficace[1]: «Andate nel villaggio; troverete un asinello legato. Scioglietelo e conducetelo» (Marco 11, 2). L’asino fu cavalcatura da servo, per sentieri umili, a differenza del cavallo che portò gli aristocratici lombi del potere e della guerra. E così entra in Gerusalemme lui, re da burla, Signore di quei discepoli che poche ore prima avevano censurato due condiscepoli per le loro pretese da boss[2]: «Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra»[3]. La chiesa ha un nervo scoperto sul sesto comandamento, ma concede sconti da liquidazione su altri comandamenti di Gesù che non riguarderebbero propriamente moine da galateo salottiero: «Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere. Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti» (Marco 10, 35-45).
Nella vita quotidiana il potere ha una sua parte quasi ineliminabile a tutti i livelli anche se in formato ridotto: famiglia, scuola, ambienti di lavoro, parrocchia. Anche i rapporti di amore e di amicizia o religiosi possono essere avviluppati dalla tela dell’autoritarismo conscio e inconscio. L’esigenza di stabilità e di operatività di ogni gruppo favorisce paradossalmente la degenerazione dell’esercizio dei rapporti autorevoli in esercizio di potere.
Chi, nella convivenza o nell’evangelizzazione, ha scelto la via del “non-potere” ha potuto creare rapporti umani autentici e liberi dove i sentimenti di accoglienza e di amore hanno trovato il primo posto. Alcuni ci rimettono faccia e carriera. Altri la vita. Leggo il testamento di Christian de Chergé, abate cistercense, ucciso con altri 6 monaci il 21 maggio 1996 ad Algeri. Lo leggo con i sentimenti di stupore e sbigottimento affiorati nei discepoli nel fiutare le arie che tiravano[4]. Il monaco martire scrive parole scandalose per le orecchie di molti cattolici che “frequenteranno la Messa” di domenica, abitati da un rancoroso anti-islamismo da far invidia al migliore Jiad[5] cattolico ma neutralizzato da queste parole scritte col sangue: «Se mi capitasse un giorno di essere vittima del terrorismo mi piacerebbe che la mia comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia si ricordassero che la mia vita era donata a Dio e a questo paese. Che pregassero per me. Che sapessero associare questa morte a tante altre ugualmente violente, lasciate nell’indifferenza dell’anonimato.  La mia vita non ha un prezzo più alto di un’altra.  Non vale di meno né di più.  In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per considerarmi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quello che mi può colpire alla cieca. Non posso auspicare una morte così; mi sembra importante dichiararlo.  Infatti non vedo come potrei rallegrarmi del fatto che un popolo, che amo, sia indistintamente accusato dei mio assassinio.  Conosco le caricature dell’islam che un certo Islamismo incoraggia. E’ troppo facile mettersi la coscienza in pace, identificando questa religione con gli integrismi dei suoi estremisti[6]».
Dolorosamente il testamento si sovrappone all’inno di Isaia (Isaia 53, 2-11) dedicato ad una misteriosa figura di Servo del Signore «cresciuto come un virgulto e come una radice in terra arida. Disprezzato dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce, giustificherà molti, si addosserà la loro iniquità». Dio indossa l’iniquità: è la legge dell’omeopatia divina (similia similibus curantur[7]). Stenterei a crederlo senza Gesù; ed una strana rassicurazione mi invade. I testi di Isaia e della Lettera agli Ebrei sottolineano questo aspetto del servizio: prendere su di sè. Don Milani diceva che contro la cultura del «me ne frego!» occorreva contrapporre la cultura del «mi sta a cuore!». «Agnus Dei qui tollis peccata mundi – recitavano i nostri vecchi – Agnello di Dio che togli i peccati del mondo». Ma il verbo latino tollere ha tre significati di alto valore cristologico ed ecclesiale e non solo linguistico: portare, sopportare, portare via ( in greco= airô). Scrive la Lettera agli Ebrei (4,14-16): «Abbiamo un sommo sacerdote che compatisce le nostre debolezze, essendo lui stesso provato in ogni cosa, come noi, escluso solo il peccato…». Molti di noi possono raccontare di essere rimasti a volte in faccia al dolore o all’errore, incapaci a togliere, ma fraterni almeno nel portare insieme. Io nelle carceri ne faccio esperienza: a quasi nessuno sono riuscito a “togliere l’iniquità”; ma mi viene chiesto comunque di “portarla” sulle mie spalle, sulla mia coscienza, sulla mia preghiera, sul mio dolore. Nella celebrazione di oggi non cercherò un Dio estatico e apatico (che non soffre), sperando invece di trovarLo, vivo e patetico (empatetico), a raccogliere mie malizie e gracilità con manciate del suo pathos. Come dice Bonhoeffer, «un Dio che non soffre non ci può liberare».
Attraversando equivoci e paure.
Il testo liturgico dell’evangelo odierno è stato privato di alcuni versetti che lo precedono e che ritengo importante citare. Mi riferisco ai versetti 32-34 che contengono il terzo annuncio della passione:«Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù li precedeva ed essi erano sbigottiti; coloro che venivano dietro avevano paura. Prendendo di nuovo in disparte i Dodici, cominciò a dir loro quello che gli sarebbe accaduto: «Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno,  gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; e dopo tre giorni risusciterà».
Una finale con sei verbi di morte e un settimo di vita per uno sbigottimento allora e oggi. L’incertezza, il dubbio e la paura si impadroniscono di tutti: seguaci, simpatizzanti, discepoli e Dodici. Marco agisce come ottimo regista preparando la scena in movimento con molti personaggi. In questo gruppo c’è posto anche per noi lettori. Se potessi, chiederei al regista Marco di risparmiarmi il viaggio con Gesù e di farmi trovare, invece, nei primi posti a godermi la scena della risurrezione.
A questo terzo annuncio della passione segue la reazione dei discepoli, peggiore delle precedenti. Dopo il primo annuncio Gesù va in collisione con Pietro che «pensava secondo gli uomini e non secondo Dio» (8,32). Dopo il secondo annuncio segue un eloquente mutismo da parte di tutti, intenti a litigare su chi fosse il più grande (9,32). Ora i discepoli vogliono che lui faccia la loro volontà assecondando deliri messianico-politici: «Vogliamo che tu ci dia quello che ti chiediamo». Gesù sta al gioco: «Cosa volete che faccia per voi?». Altre volte nei Vangeli Gesù chiede: «Cosa vuoi?».  Normalmente la domanda di Gesù è preceduta dalla debolezza di lebbrosi e ciechi[8] che grida guarigione. E Gesù risponde concedendo quanto richiesto. La richiesta dei discepoli invece non esprime bisogni, ma chiede privilegi. Resta così scritta in eterno una risposta che, più che un rimprovero, sembra un lamento: «Non sapete che cosa chiedete…!». I discepoli avevano semplicemente frainteso. Per loro, andare a Gerusalemme significava ancora andare direttamente alla gloria ed è per questo che fanno questione di posti e di potere.  Nella letteratura apocalittica giudaica si attende che in un futuro non lontano Dio giudichi il mondo dando così prova della sua potenza; nelle circostanze storiche concrete del tempo ciò significava ribaltare la situazione di Israele nei confronti degli invasori o colonizzatori. Nei testi apocalittici infatti la lingua ebraica usa preferibilmente il termine gheburah per indicare la forza di Dio che agirà alla fine dei tempi. Negli scritti della comunità apocalittica di Qumran, soprattutto nel rotolo chiamato “rotolo della guerra”, si dice che la forza di Dio si manifesterà anche per mezzo dei combattenti (ghiborrim). E’ possibile che i discepoli, come si evince da una numerosa serie di testi in tutti i sinottici, coltivassero questa cultura apocalittica tipica anche degli zeloti e continuassero a persistere nella comprensione di Gesù come quel Messia sfasciacarrozze  che avrebbe ribaltato le sorti tramite la guerra santa.
A vantaggio di…
Raccogliamo dalle tre Letture liturgiche il tema del Dio servo, che ama l’uomo caricandosi dei suoi pesi. La Chiesa non deve fare affidamento sulle gambe dei cavalli di razza o sugli strumenti di pressione tipici delle società organizzate di oggi che abbisognano di messaggi suadenti più per vincere che per convincere. L’atteggiamento dei due discepoli, che dimostrano di non capire che Dio procede a dorso d’asino, è l’atteggiamento di ognuno di noi che ha fretta di vincere e di soddisfare i narcisismi o di accorciare i cammini di crescita o di abbandonarsi alle piccole vendette “escatologiche” della propria storia quotidiana.  «Dare la vita in riscatto» significa sciogliere, liberare.  Il riscatto era ed è il prezzo che un familiare (detto in ebraico: goèl) paga per liberare un parente caduto prigioniero o rapito. Il servizio diventa “assumere su di sè responsabilmente il destino e la situazione degli altri”. Molti hanno detto che la croce è “pagare al posto di…“; meglio sarebbe dire che l’amore diventa crocifisso quando “paga a vantaggio di…“.


[1] Zaccaria 9, 9 «Esulta molto figlia di Sion, gioisci figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d’asina».
[2] Pare che per l’evangelista Matteo la richiesta fosse così insopportabilmente scandalosa in bocca ai due futuri vescovi di Gerusalemme (Giacomo e Giovanni) da indurlo a trasferirla sulla bocca della loro madre (Matteo 20, 20).
[3] Marco 10, 37
[4] «Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù li precedeva ed essi erano sbigottiti; coloro che venivano dietro avevano paura.» (Marco 10, 32-34).
[5] Uso il termine secondo l’interpretazione popolar-cattolica di questi tempi; ma so che lo Jiad significa sforzo, impegno sulla strada di Dio. Guerra santa è una interpretazione deviata mentre per gli islamici non fondamentalisti lo Jiad è uno “sforzo collettivo verso Dio”.
[6] https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2018-01/beati-monaci-trappisti-martiri-algeria.html
[7] La medicina Omeopatica si basa sul concetto del simile, secondo il quale una malattia si può curare con la stessa sostanza che assunta dall’uomo sano ne induce la malattia.
[8] Mc 1,41: il lebbroso; Marco 10,47.51: il cieco




13 ottobre 2024. Domenica 28a
Una sola cosa nella complessità.

28 domenica B

Preghiamo. O Dio, nostro Padre, che scruti i sentimenti e i pensieri dell’uomo, non c’è creatura che possa nascondersi davanti a te; penetra nei nostri cuori con la spada della tua parola, perché alla luce della tua sapienza possiamo valutare le cose terrene ed eterne, e diventare liberi e poveri per il tuo regno. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro della Sapienza 7,7-11
Pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza. La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto, non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento. L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta. Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile.
 Salmo 89.  Saziaci, Signore, con il tuo amore: gioiremo per sempre.
Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio.
Ritorna, Signore: fino a quando? Abbi pietà dei tuoi servi!
Saziaci al mattino con il tuo amore: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni.
Rendici la gioia per i giorni in cui ci hai afflitti, per gli anni in cui abbiamo visto il male.
Si manifesti ai tuoi servi la tua opera e il tuo splendore ai loro figli.
Sia su di noi la dolcezza del Signore, nostro Dio: rendi salda per noi l’opera delle nostre mani, l’opera delle nostre mani rendi salda.
Dalla lettera agli Ebrei 4,12-13
La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto.
Dal Vangelo secondo Marco 10,17-30
In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”».  Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà». 

Una sola cosa nella complessità. Don Augusto Fontana

Gesù, guardandolo dentro, lo amò.
Capitalizzo in banca perchè non mi fido del Welfare State né di chi mi raccoglierà rincoglionito da solitudine e vecchiaia malata. «Uomo di poca fede, pagano!» mi direbbe Gesù se conoscesse i miei dubbi metodici su un misterioso Padre che promette un occhio di riguardo a passeri, gigli e uomini nudi[1]: «Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani non c’è più, non farà assai più per voi, gente di poca fede?[2]». Stando al vangelo di oggi (Marco 10, 17-30), mi trovo ad essere un perfetto esemplare di involuzione della specie, ammesso che abbia ragione il salmo 49 «l’uomo nel benessere non comprende, è come un animale». Ho smarrito dunque lo Spirito di sapienza (Libro della Sapienza 7, 7-11), la papilla gustativa che, per Paolo, rende insipido e maleodorante ogni indice Mibtel: «Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore, per il quale ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero come spazzatura al fine di guadagnare Cristo» (Lettera ai Filippesi 3, 8). Temo che i processi di involuzione a cui sono sottoposto mi potrebbero condurre, a lungo andare, ad una qualche modifica genetica dell’anatomia del mio corpo: «Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Matteo 6, 21). Quel giorno proverei uno strano malessere nel sentirmi pulsare il cuore nel chip della mia carta di credito.
Mi è difficile accettare che la vita eterna dipenda dalla onesta denuncia dei redditi, dal pagamento dell’IVA, da un bicchier d’acqua dato o negato, lieve dimenticanza simile ad un’accessoria omissione: «Una cosa sola ti manca…». Va, vendi, consegna, vieni, seguimi: stressante percorso verso una porta d’ingresso: «Quanto stretta è la porta che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» (Matteo 7, 14). Alla porta stretta mi ero attrezzato, ma quando ci sono arrivato davanti mi sono accorto che era esageratamente ridotta alla cruna di un ago, quella fessura con cui non ho mai un buon rapporto quando tento di infilare sottili fili di refe per i miei pencolanti bottoni: «E` più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
A complicare le cose ci si mette il buon senso, quello nazional-popolare dei tavolini dei coffee-bar e quello più togato dei tomi di economia, cattolica e non,  generati da innominati conflitti di interesse: «Non scherziamo! Non è più tempo per un vangelo sine glossa che ci proietta fuori dalla storia e ci rende insopportabili fondamentalisti e infecondi pauperisti. Est modus in rebus, c’è una misura in tutta le cose. L’utopismo, veicolato soprattutto da sogni religiosi e da speranze politiche messianiche, fu il cancro di ieri ed è minaccia che cova sotto la cenere dell’oggi. La Sapienza non serve a nulla; oggi servono gli equilibri delle forze. Abbasso il radicalismo, evviva il realismo, la compatibilità, l’incoerenza controllata. In medio stat virtus, la verità sta nel mezzo». Acconsento per legittima difesa: non sopporterei una Parola di Dio «tagliente come spada che penetra nelle giunture e nelle midolla» (Ebrei 4, 12-13). La mia Pasqua è rinviata a data da destinarsi. Riprenderò il mio mediocre cammino, solleticato dal Suo sguardo di amore (il testo greco usa il termine “enblèpō”  che sarebbe bene tradurre “guardare dentro” più che “fissare”). E’ uno scrutare dentro che sbigottisce la mia triste inquietudine: «E chi mai si può salvare?».
Sapienza è…
Nel Capitolo 10 Marco pone il problema della sequela di Gesù in 3 condizioni precise di vita: nel matrimonio, nell’uso dei beni, nei rapporti interpersonali corti e lunghi. Oggi viene affrontato il problema dell’uso dei beni, ma lo si affronta sotto l’ottica della “SAPIENZA” su suggerimento della prima Lettura. Si racconta nel 1° Libro dei Re (3,6-13) che il Signore disse a Salomone: «Chiedimi qualunque cosa» e il giovane re non chiede nè ricchezza, nè salute, nè vittoria sui  nemici,  ma “un cuore ascoltante per poter rendere giustizia al popolo e distinguere il bene dal male”. Il Signore gli risponde: “Ti concedo anche quanto non hai domandato e cioè ricchezza e gloria“. Il brano del Libro della Sapienza, ascoltato oggi, sembra essere una rilettura e meditazione di quel passo. “Pregai e mi fu regalata la Sapienza”. La Sapienza è un dono da chiedere nella preghiera prima ancora che qualcosa da acquisire con l’istruzione. Luca dirà che il primo dono da chiedere è lo Spirito Santo[3].  La Sapienza è capacità di discernere, di gustare, di percepire il senso della vita, di scegliere quindi l’ingrediente che dà sapore alla vita. Praticamente Gesù.
Seguire è…
La sezione del materiale narrativo organizzato da Marco intorno al secondo annuncio della passione culmina con questo lungo insegnamento su come essere discepoli. Gesù sente odore di linciaggio: quanto dice in questi ultimi giorni di vita ha il peso di una rivelazione testamentaria che non intende teorizzare sui massimi sistemi o abbandonarsi a speculazioni teologiche su Dio e sulla vita eterna, ma influire concretamente su dimensioni importanti della vita del discepolo nel mondo. Oggi mi viene richiesto un distacco che si rivela un guadagno. Si tratta di fare due conti; è un calcolo economico difficile: «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo» (Matteo 13, 44). Solo agli innamorati e non ai commercianti è dato di capire la sapienza di questo linguaggio parabolico.
La pagina evangelica di Marco si compone di tre scene costruite attorno a tre personaggi che entrano in campo: il fedele ricco, i discepoli, Pietro. Ce n’è per tutti.
Era usanza rivolgere quesiti ai rabbini. Gesù, come i rabbini, rimanda alla Torah, alla Legge di Dio, come ha già fatto nel brano precedente sul divorzio; anche qui Gesù sembrerebbe dire: voi avete fatto della libertà dai beni un semplice consiglio e non un comando, ma “all’origine non era così”. Per essere suo discepolo non basta una generica religiosità a dimensione etica («Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza»), né pare bastare una già impegnativa scelta a dimensione sociopolitica («Vai, vendi quello che hai e dallo ai poveri»); occorre patire lo scandalo della croce («Vieni e seguimi»).
Angeli ascetici o uomini solidali?
«Gesù non sembra invitare il giovane a rapporti affettuosi con lui: lo invita ad entrare in una schiera di esclusi, di pedinati dal potere, di scomunicati, chiamati a proclamare per tutti i secoli la signoria degli oppressi. La croce è il punto di arrivo di questo itinerario, ma la croce non è l’esaltazione del soffrire solitario, bensì il punto di rottura tra le potenze del mondo e la potenza dell’amore. Decidere di seguirlo senza rimettere in questione il proprio rapporto col mondo della ricchezza è una mistificazione»[4].
Oggi il discernimento si è fatto difficile di fronte alla eterna domanda: «Che devo fare per ereditare la vita eterna?».
«Può un cristiano professare tranquillamente il suo Credo e al contempo vivere nella società dei consumi, senza sentirsi in colpa?  Certamente Dio non si basa sulla dichiarazione dei redditi per elargire la sua grazia! Dovendo restare in questo mondo e dovendo in qualche modo contribuire alla sua crescita, è normale sviluppare e accrescere i nostri beni. Tutti aspirano a vivere in maniera più dignitosa e in condizioni migliori; molti di noi cercano di realizzare un risparmio che possa avviare – più che garantire – un futuro per i figli. Soddisfare questi desideri in modo equilibrato non significa necessariamente sfruttare il prossimo e soggiacere pertanto in uno stato di peccaminosità»[5].
«Quella che sembra mancare oggi e di cui si avverte il bisogno è una spiritualità del consumo che aiuti a vivere anche questa dimensione della vita in modo pieno. Il consumo, prima ancora di essere qualcosa da contenere, da delimitare, da relativizzare, come pure appare giusto fare, rappresenta qualcosa da arricchire di senso… Il Dio dei cristiani non gioisce vedendo soffrire gli uomini; egli vuole per essi una vita piena di tutto ciò che ha creato per loro»[6].


[1] S.Gerolamo: «Nudos amat ecclesia». La Chiesa ama quelli che si sono spogliati.
[2] Matteo 6, 30.
[3] Luca 11:13 Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!».
[4] SERVIZIO DELLA PAROLA 51/73 pag.30.
[5] Editoriale di CREDERE OGGI  n. 4/1999
[6] A. Castegnaro, Il prezzo del consumo, Bologna 1994, p. 64.




6 ottobre 2024. Domenica 27a
GESU’ E CHIESA. SEPARATI IN CASA?

Dal libro della Genesi  2,18-24
Il Signore Dio disse: 18«Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda». 19Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all’uomo, per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome. 20Così l’uomo impose nomi a tutto il bestiame, a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli animali selvatici, ma per l’uomo non trovò un aiuto che gli corrispondesse. 21Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo, che si addormentò; gli tolse un lato e richiuse la carne al suo posto. 22Il Signore Dio formò con il lato, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. 23Allora l’uomo disse: «Questa volta è osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne. La si chiamerà donna, perché dall’uomo è stata tolta». 24Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne.
Salmo responsoriale 128/127, 1-2; 3; 4-5a; 5b-6. Rit. Ci benedica il Signore tutti i giorni della nostra vita.
Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie.
Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene. Rit.
La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa;
i tuoi figli come virgulti d’ulivo intorno alla tua mensa. Rit.
Ecco com’è benedetto l’uomo che teme il Signore.
Ti benedica il Signore da Sion. Rit.
Possa tu vedere il bene di Gerusalemme tutti i giorni della tua vita!
Possa tu vedere i figli dei tuoi figli! Pace su Israele! Rit.
Dalla lettera agli Ebrei Eb 2,9-11.
Fratelli e Sorelle, quel Gesù, che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo coronato di gloria e di onore a causa della morte che ha sofferto, perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti. Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza.  Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli.
Dal Vangelo secondo Marco 10,2-16
 In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla».  Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

GESU’ E LA CHIESA. SEPARATI IN CASA? Don Augusto Fontana

Chi ascolterà questa Liturgia della Parola nelle assemblee di domenica? E quali orecchie riceveranno le omelie dei presbiteri (celibi!) e le loro lamentazioni sui matrimoni che si sfaldano in divorzi, separazioni, coppie di fatto? Come celebrare la Pasqua settimanale di Gesù con vecchiette e vedovi, con i bambini, con i pochi nuclei familiari presenti e i rari divorziati/separati? Sarà la fiera di parole aspre o sarà una Liturgia di gioia, benedizione e misericordia? Queste domande imbarazzano anche me.
Innanzitutto mi ha fatto bene rileggere l’ Esortazione post-Sinodo, AMORIS LAETITIA, di Papa Francesco (19 marzo 2016). Lì ho trovato un approccio ampio e ragionato, sereno ed evangelico sul problema della famiglia e del matrimonio che, indubbiamente, stanno subendo conflittualità e fallimento.
Ma la domanda che mi intriga maggiormente è: domenica celebreremo la festa del matrimonio cattolico uno e indissolubile oppure il Signore ci sta portando a più ampi orizzonti?
“In Principio” Dio creò Amore (Agape).
Giovanni, nella sua prima Lettera, scrive: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli…Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli»(1 Giovanni 3, 14-18).
Amore è “in Principio”, è la sorgente. E il testo di Giovanni evita le nostre ambiguità: «io amo i cani…amo i fiori… amo la Juve…amo Dio…». Invece: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli». Dare la vita come il martire per la fede o per la giustizia; oppure dare la vita sbriciolandola, sgocciolandola, come i genitori per i figli, come i nonni per i nipoti, come lo sposo di 80 anni per la moglie rincoglionita dalla vecchiaia, come la sorella per il fratello disabile. Sgocciolare i giorni, i soldi, le ore, la salute, la psiche. Praticamente Amare; Amore (Agape) è il Nome santo di Dio.
Scrive Don Antonio Di Lalla [1] (Adista Notizie n° 30 del 08/09/2018): «Non è il matrimonio che rende felici le persone, sono le persone che possono rendere felice il matrimonio se scommettono sull’amore…. Oggi vorrei sentirmi parlare anzitutto dell’amore appassionato di Dio per l’umanità. Il Cantico dei Cantici, cuore della bibbia ebraica, è un inno all’amore, alla gioia dell’incontro, al piacere di appartenersi l’un l’altra. L’amore è lo scopo della vita, è il dono che dà sapore all’esistenza, è il vertice a cui tendere. Alla luce della relazione Dio-persona, si comprende meglio la relazione uomo-donna».
Così don Antonio mi aiuta a capire la risposta di Gesù: « Ma IN PRINCIPIO non era così». Mai perdere contatto con la sorgente, la Torah, la Bibbia, quella parola di uomo dentro cui si annida la Parola di Dio se ascoltata, custodita, studiata, pregata, vissuta.
Gesù (lo sposo) e la chiesa (sposa): separati in casa?
Il Cantico dei Cantici lo stiamo scoprendo nella sua duplice contemplazione: una ragazza e un giovane si amano con erotismo di cuore e di corpo; Dio e l’umanità si amano con erotismo di cuore e di corpo. Non c’è contraddizione. Così almeno ci suggerisce Matteo 22,35-40: « un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova:  “Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?”.  Gli rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente.  Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso.  Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”».
Quando un matrimonio frana mi sento un po’ sconfitto anch’io. Ma quello che temo di più è il divorzio tra me e Gesù di Nazaret, tra la mia comunità e il suo sposo. E questo, domenica, potrebbe interessare sposati e non coniugati, ragazzi, anziani, celibi, vergini: chiunque abbia accettato il patto di Alleanza battesimale.
Ezechiele 16,1-63 dà voce al Signore-Sposo e alla sua liturgia di amore erotico verso di me: «Sono passato vicino a te e ti ho visto; ecco, la tua età era l’età dell’amore; io ho steso il lembo del mio mantello su di te e ho coperto la tua nudità; ho giurato alleanza con te, dice il Signore Dio, e sei diventata mia. Ti ho lavato con acqua, ti ho ripulito del sangue e ti ho unto con olio; ti ho vestito di ricami; ti ho messo braccialetti ai polsi, una collana al collo, orecchini agli orecchi e una splendida corona sul tuo capo. Diventasti sempre più bella e giungesti fino ad esser regina. La tua fama si diffuse fra le genti per la tua bellezza, che era perfetta, per la gloria che io avevo posta in te, parola del Signore Dio. Tu però, infatuata per la tua bellezza e approfittando della tua fama, ti sei prostituita concedendo i tuoi favori ad ogni passante. Con i tuoi splendidi gioielli d’oro e d’argento, che io ti avevo dati, te ne sei servita per peccare. Fra tutte le tue infedeltà non ti sei ricordata del tempo della tua giovinezza, quando eri nuda e ti dibattevi nel sangue! Ma io mi ricorderò dell’alleanza conclusa con te al tempo della tua giovinezza e stabilirò con te un’alleanza eterna. Allora ti ricorderai della tua condotta e ne sarai confusa; io ratificherò la mia alleanza con te e tu saprai che io sono il Signore, perché te ne ricordi e ti vergogni e, nella tua confusione, tu non apra più bocca, quando ti avrò perdonato quello che hai fatto. Parola del Signore Dio».
Gente dal cuore duro (sklerocardia), abbracciati con misericordia.
L’ISTAT ci dice che in Italia nel 2022 più di un matrimonio su due, il 56,4%, è celebrato con rito civile. Il tema che affrontano i farisei è la facoltà dell’uomo di ripudiare la moglie. Lo scioglimento del matrimonio non presentava in Israele grandi difficoltà: “Una donna è una piaga per suo marito? La ripudi e così sarà guarito!” sentenzia il Talmud ebraico[2]. Il testo che permette il ripudio è Deuteronomio 24,1: “Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa”.Le due principali interpretazioni si rifanno ai due rabbi antagonisti: Shammai e Hillel. Il primo più rigorista e l’altro più possibilista.I discepoli di Shammai insegnavano che “non si ripudia la propria moglie se non perché si trova in lei qualcosa di vergognoso”, un comportamento indecente, un adulterio.I seguaci di Hillel insegnavano che l’uomo può rimandare la propria moglie “anche se ha lasciato bruciare il pranzo…”. Anche Rabbi Aqiba insegnava che l’uomo può ripudiare la moglie “anche  quando trova un’altra donna più bella di lei” .
Come la legge detta del taglione (che consiste nell’infliggere al colpevole lo stesso danno da lui inflitto alla vittima: Esodo 21, 23-25) tendeva a limitare gli eccessi della vendetta (cfr Gen 4, 23-24), così la legge del divorzio è una legge che limita eccessi di barbaro arbitrio del maschio-padrone, ponendo un argine.
L’esortazione Amoris Laetitia ci aiuta a essere realisti, a non presentare «un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono» (n. 36). L’idealismo allontana dal considerare il matrimonio quel che è, cioè un «cammino dinamico di crescita e realizzazione». Il Papa insiste che è necessario dare spazio alla formazione della coscienza dei fedeli: “Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle” (n. 37). Gesù proponeva un ideale esigente ma «non perdeva mai la vicinanza compassionevole alle persone fragili come la samaritana o la donna adultera» (n. 38). Il Papa usa tre verbi molto importanti: “accompagnare, discernere e integrare” che sono fondamentali nell’affrontare situazioni di fragilità, complesse o irregolari. Poi presenta la necessaria gradualità nella pastorale, l’importanza del discernimento, le norme e circostanze attenuanti nel discernimento pastorale, e infine quella che egli definisce la «logica della misericordia pastorale».
Per quanto riguarda il “discernimento” circa le situazioni “irregolari” il Papa osserva: “sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione” (n. 296). E continua: “Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia ‘immeritata, incondizionata e gratuita’”(n. 297). Ancora: “I divorziati che vivono una nuova unione, per esempio, possono trovarsi in situazioni molto diverse, che non devono essere catalogate o rinchiuse in affermazioni troppo rigide senza lasciare spazio a un adeguato discernimento personale e pastorale” (n. 298).
In questa linea, accogliendo le osservazioni di molti Padri sinodali, il Papa afferma che “i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni forma di scandalo”. …La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali (…) Essi non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa” (n. 299).Più in generale il Papa fa una affermazione estremamente importante per comprendere l’orientamento e il senso dell’Esortazione: “Se si tiene conto dell’innumerevole varietà di situazioni concrete (…) è comprensibile che non ci si dovesse aspettare dal Sinodo o da questa Esortazione una nuova normativa generale di tipo canonico, applicabile a tutti i casi. E’ possibile soltanto un nuovo incoraggiamento ad un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, poiché il ‘grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi’, le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi” (n. 300).
Questo è il “sogno di Dio”, come lo chiama Padre Ermes Ronchi[3]: « Gesù prende le distanze dalla legge, la relativizza, afferma che non tutta la legge ha autorità divina, talvolta essa è solo il riflesso di un cuore duro e non della volontà di Dio. C’è dell’altro, più importante, più vitale di ogni norma. Gesù passa oltre il lecito e l’illecito, oltre le strettoie di una vita immaginata come esecuzione di ordini. A lui non interessa regolamentare la vita, ma ispirarla, accenderla, rinnovarla. Ci prende per mano e ci accompagna a respirare l’aria degli inizi, a condividere il sogno iniziale di Dio: in principio, prima della durezza del cuore, non fu così…. Il vero peccato non è trasgredire una norma, ma trasgredire un sogno, il sogno di Dio. Gesù getta le basi per la libertà del cristiano: norma di comportamento non è mai una legge esterna all’uomo, ma solo l’amore che dentro riaccende il volto, il sorriso, il sogno di Dio».


[1] Presbitero della Diocesi di Termoli-Larino, noto anche per la difesa dei più deboli soprattutto nel periodo di ricostruzione del post-terremoto e per le sue posizioni su altri temi caldi del territorio.
[2] Accanto alla Torah scritta, il Talmud (che significa “insegnamento”) è il grande libro sacro dell’Ebraismo che lo considera come la “Torah orale”, rivelata sul Sinai a Mosè e trasmessa a voce, di generazione in generazione, fino alla conquista romana. Il Talmud fu fissato per iscritto solo quando, con la distruzione del Secondo Tempio, gli ebrei temettero che le basi religiose di Israele sparissero. Il Talmud consiste in una raccolta di discussioni avvenute tra i sapienti e i rabbini circa i significati e le applicazioni dei passi della Torah.
[3] Avvenire 14-10-2012




29 settembre 2024. Domenica 26a
GLI ABUSIVI

XXVI DOMENICA  B 

Preghiamo. O Dio, tu non privasti mai il tuo popolo della voce dei profeti; effondi il tuo Spirito sul nuovo Israele, perché ogni uomo sia ricco del tuo dono, e a tutti i popoli della terra siano annunziate le meraviglie del tuo amore.Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro dei Numeri 11,25-29
In quei giorni, il Signore scese nella nube e parlò a Mosè: tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i settanta uomini anziani; quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito. Ma erano rimasti due uomini nell’accampamento, uno chiamato Eldad e l’altro Medad. E lo spirito si posò su di loro; erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento. Un giovane corse ad annunciarlo a Mosè e disse: «Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento». Giosuè, figlio di Nun, servitore di Mosè fin dalla sua adolescenza, prese la parola e disse: «Mosè, mio signore, impediscili!». Ma Mosè gli disse: «Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!».
 SalMO 18  I precetti del Signore fanno gioire il cuore.
La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima;
la testimonianza del Signore è stabile, rende saggio il semplice.
Il timore del Signore è puro, rimane per sempre;
i giudizi del Signore sono fedeli, sono tutti giusti.
Anche il tuo servo ne è illuminato, per chi li osserva è grande il profitto.
Le inavvertenze, chi le discerne? Assolvimi dai peccati nascosti.
Anche dall’orgoglio salva il tuo servo perché su di me non abbia potere;
allora sarò irreprensibile, sarò puro da grave peccato.
Dalla lettera di san Giacomo apostolo 5,1-6
Ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore onnipotente. Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza.
Dal Vangelo secondo Marco 9,38-43.45.47-48
In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue». 

GLI ABUSIVI.Don Augusto Fontana

 A confronto con piccoli e grandi «diversi».
L’apostolo Giovanni, nella sua fase ancora acerba di discepolo, mormorava:  «C’era uno che stava per fare un esorcismo, ma noi glielo abbiamo impedito perché non era dei nostri» (Marco 9, 38-48).   La diversità è una ricchezza. Accettare l’alterità costituisce l’unica strategia in grado di garantirci dall’intolleranza. L’atteggiamento settario ed esclusivista è presente non solo nelle esperienze religiose, ma anche nel sindacato, nei partiti, nel volontariato: meschinità, faziosità, intolleranza, supponenza, aggressività risparmiano pochi di noi. Anche l’atteggiamento missionario-colonialistico nasce dalla supponenza di essere noi i buoni e gli altri i bisognosi di conversione. Oggi sono tempi di fondamentalismo, non solo da parte musulmana.
Gesù sta attraversando la Galilea quando i discepoli gliene combinano un’altra: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Non seguiva noi!!!
Il settarismo degli inquilini.
Dio ogni tanto crea degli “abusivi. Quando confiniamo la fede tra le abitudini della vita, ci stupiamo di non riuscire più a trovare Dio “come al solito”. Ma Dio pare che non sia mai “come al solito”. Dio non si trova riducendosi a fare quello che si è sempre fatto. Credere significa accettare che Dio abbia da offrire qualcosa di diverso dalla nostra porzione di cibi quotidiani e di orizzonti familiari.
Pare invece che Dio ogni tanto mandi degli “abusivi”: «Allora il Signore prese lo spirito di Mosè e lo infuse sui settanta anziani: quando lo spirito si fu posato su di essi, quelli profetizzarono. Due uomini, Eldad e  Medad, erano rimasti nell’accampamento e lo spirito si posò su di essi; erano fra gli iscritti ma non erano usciti per andare alla tenda; si misero a profetizzare nell’accampamento. Un giovane corse a riferire la cosa a Mosè e disse:  “Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento”.  Allora Giosuè disse:  “Mosè, signor mio, impediscili!”» (Numeri 11, 25-29). Eldad e Medad, deferiti alla legittima autorità da due giovani spioni, sono due fra i tanti “non autorizzati”  sulle cui spalle grava l’incarico di scongelare e dissequestrare quei doni di Dio che sono destinati alla partecipazione anziché all’appropriazione. Carismi utili che, come scrive il Concilio Vaticano II°, «si devono accogliere con gratitudine e consolazione» perché «Cristo, il grande profeta, compie il suo servizio profetico non solo per mezzo della gerarchia ma anche per mezzo dei laici» [1]. Anche nel Vangelo di oggi pare che emerga dall’ombra un anonimo carismatico che non proviene dal gruppo originario dei dodici. Nella comunità dell’evangelista Marco il fatto non doveva essere infrequente. A tale riguardo è illuminante un evento narrato dal Libro degli Atti degli apostoli: «Arrivò a Efeso un Giudeo, chiamato Apollo, nativo di Alessandria, uomo colto, esperto delle sante Scritture. Questi era stato ammaestrato nella via del Signore e pieno di fervore parlava e insegnava esattamente ciò che si riferiva a Gesù, sebbene conoscesse soltanto il battesimo di Giovanni. Egli intanto cominciò a parlare francamente nella sinagoga. Priscilla e Aquila lo ascoltarono, poi lo presero con sé e gli esposero con maggiore accuratezza la via di Dio. Poiché egli desiderava passare nell’Acaia, i fratelli lo incoraggiarono e scrissero ai discepoli di fargli buona accoglienza. Giunto colà, fu molto utile a quelli che per opera della grazia erano divenuti credenti; confutava infatti vigorosamente i Giudei, dimostrando pubblicamente attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo»[2]. Apollo è un catechista abusivo. Molto simile all’anonimo carismatico del Vangelo di oggi, ma più fortunato di lui. I fratelli della chiesa lo incoraggiano ed è dolcemente affiancato da Aquila e Priscilla, due semplici sposi artigiani amici di Paolo. Se Apollo fosse stato contemporaneo dell’acerbo discepolo Giovanni avrebbe potuto sentire da lontano la sua gelosa lamentela: «C’era uno che stava per fare un esorcismo, ma noi glielo abbiamo impedito perché non seguiva noi»: qualche volta succede che siamo noi a presumere di essere seguiti perché ci proponiamo come pesi e misure standard dell’invocazione del Nome del Signore. A quei tempi era normale che il nome di Dio o di un sant’uomo venisse pronunciato, evocato e invocato per una guarigione. E’ così che Pietro guarisce il paralitico alla porta del Tempio «Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (Atti 3,6). E il paralitico cammina. In periodi e ambienti un po’ più sospetti e bui, l’invocazione del Nome santo serviva anche a dimostrare che la propria divinità era più brava, più vera e più potente di quella altrui. C’è un fatto, nella Bibbia, che costituisce per me un reale problema di fede e di credibilità; Elia, il profeta che fa compagnia a Gesù sul Tabor, viene narrato come uno dei tanti surreali inquisitori della storia. Ogni religione ha i suoi talebani di intolleranze religiose mai sopite. Al termine della lettura di queste pagine dure e fondamentaliste, smarrisco il volto di un Dio fattosi “buona notizia” nelle parole di Gesù: «Chi non è contro di noi, è per noi». Forse Elia, in quel momento, era ancora nella fase acerba, come il Giovanni del Vangelo; più tardi capirà che la religione non è un concorso a premi. Sul monte Carmelo, invece, sfida quattrocentocinquanta profeti di Baal: «Voi invocherete il nome del vostro dio e io invocherò quello del Signore. La divinità che risponderà concedendo il fuoco è Dio!». Per una mattina intera i profeti invocano Baal, ma non si sente un alito, né una risposta. A mezzogiorno Elia può permettersi di ironizzare:  «Gridate con voce più alta! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà». Poi la sua preghiera si fa presuntuosa:  «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando». Chissà come, cade una folgore che brucia tutto. A tal vista, tutti si prostrano a terra ed esclamano:  «Il Signore di Israele è Dio! Il Signore di Israele è Dio!». L’obiettivo parrebbe raggiunto. Ma per lo zelante profeta Elia la conversione dei fedeli di Baal non è sincera. Elia fa catturare i profeti di Baal, li fa scendere nel torrente Kison dove li sgozza (1 Re 18). Requiescant in pace questi 450 invasati martiri che ebbero la sfortuna di stare dalla parte sbagliata sfidando un sant’uomo un po’ omicida, ma solo un po’, a causa della sua piccola virtù settaria.
Fossero capitati sul tragitto galilaico di Gesù avrebbero trovato in lui un convinto difensore della loro causa persa: «Non impediteli!». Gesù non si limita al comando; fa seguire tre motivazioni scandite da tre “infatti”, presenti nel testo greco, ma malauguratamente cancellati dalla traduzione liturgica:
1- Infatti chiunque fa del bene nel mio Nome ha già compreso l’essenziale del mio messaggio;
2- Infatti chiunque non è contro di noi è a nostro favore[3] ;
3- Infatti chiunque vi darà un bicchier d’acqua non perderà la sua ricompensa: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo…perché io ho avuto sete e mi avete dato da bere». (Matteo 25,34-40). Fate attenzione, invece, ai tranelli tesi da coloro che defraudano, gozzovigliano, condannano i giusti, ingrassano di beni fino a vomitare: «Ora voi, ricchi, piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano» (Lettera di Giacomo 5, 1-6).  C’è dunque uno scandalo che proviene dal fanatismo di chi usa il vangelo in modo demagogico, disumano, settario ed esclusivista;  ma c’è pure lo scandalo, forse più frequente, che proviene da chi addolcisce arbitrariamente il Vangelo per addomesticarne i ruvidi paradossi, scegliendo la diplomazia anziché la profezia. E’ scandalo grave anche la Parola di Dio resa inoffensiva.
«Chi scandalizza uno di questi piccoli (servi) che credono…».
Chi sono questi “piccoli che credono” e che non devono trovare una comunità-macigno sul loro cammino? Probabilmente anche Paolo si è imbattuto in questo problema; nella sua comunità di Corinto i fratelli “forti nella fede” mangiavano le carni provenienti dai macelli sacri dei templi pagani, scandalizzando i fratelli “deboli” più tradizionalisti e scrupolosi. Paolo approva la libertà di coscienza dei fratelli più maturi, ma si propone a loro come portatore di un’esemplare e inequivocabile “libertà condizionata”: «Per questo, se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò mai più carne, per non dare scandalo al mio fratello» (1 Corinzi 8, 13). Anche la virtù può essere settaria, macigno sui piedi dei piccoli e sul cammino di chi “non è lontano dal Regno di Dio”.


[1] Lumen Gentium , n.12 e 35. Cf. Gioele 3, 1-2: «Dopo questo, io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave, in quei giorni, effonderò il mio spirito.».
[2] Atti 18, 24 ss
[3] il testo  pare in contraddizione con il parallelo di Matteo 12,30: «Chi non è con me è contro di me e chi non raccoglie con me, disperde», ma altro è il contesto: chiunque compie iniquità, non può dirsi discepolo anche se dice “Signore!”.




22 settembre 2024. Domenica 25a
MITI IN GRADUATORIA

Preghiamo.  Dio, Padre di tutti gli uomini, tu vuoi che gli ultimi siano i primi e fai di un bambino la misura del tuo regno; donaci la sapienza che viene dall’alto, perché accogliamo la parola del tuo Figlio e comprendiamo che davanti a te il più grande è colui che serve. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro della Sapienza 2,12.17-20
Dissero gli empi: «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta. Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione. Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà».
Salmo 53 Il Signore sostiene la mia vita
Dio, per il tuo nome salvami, per la tua potenza rendimi giustizia.
Dio, ascolta la mia preghiera, porgi l’orecchio alle parole della mia bocca.
Poiché stranieri contro di me sono insorti e prepotenti insidiano la mia vita;
non pongono Dio davanti ai loro occhi.
Ecco, Dio è il mio aiuto, il Signore sostiene la mia vita.
Ti offrirò un sacrificio spontaneo, loderò il tuo nome, Signore, perché è buono.
Dalla lettera di san Giacomo apostolo 3,16-4,3 Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia. Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite a ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.
Dal Vangelo secondo Marco 9,30-37 quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.  Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».
E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Miti in graduatoria. Don Augusto Fontana

«L’autorità è servizio, diakonìa!»: sacrosanto principio che si è corrotto in banalità per giustificarsi, illudersi, approfittare, tagliar corto, mozzare lingue, normalizzare, gestire dissensi, sfidare volontà di Dio e di uomini. «Lo faccio per il tuo bene!»: altrettanto lagnosa autodifesa di padri-padroni, insegnanti-strizzacervelli, dittatori-messia. Praticamente empi sotto mentite spoglie : «Tendiamo insidie al giusto perché ci è di imbarazzo, ci rimprovera le trasgressioni, ci rinfaccia i tradimenti» (Libro della Sapienza, 2, 12-20).  Escluso dalla lista resta quel bimbo chiamato al centro da Gesù: «Chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli» (Matteo 18, 4). Bambino modello, dunque, in quanto bambino, buono o cattivo che sia, fosse pure uno dei trecentomila bambini-soldato a cui viene rubata l’infanzia. Bambino arrogante pure lui, competitivo per gioco o per guerra, ma sempre comunque piccola struttura umana di cartilagine, friabile sotto il peso dei grandi. Servo e ultimo, non per volontà ascetica, ma per condizione: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti». Non dice: «se uno vuol presiedere lo faccia con bontà!». L’umiltà di Dio è nella sua modalità dell’essere-con; tra “essere-con qualcuno” e “chinarsi su qualcuno” c’è un abisso. Dio non si china sui peccatori ma si mette in fondo alla fila con loro[1].
La mia cattedra da scriba della chiesa, nei miei 26 anni di lavoro, ha perso spesso il profumo di incenso, catapultata nei mestieri più diversi tra pungenti fetori di verdure, fumi di saldatura, esalazioni di detersivi e pettegolezzi d’ufficio.  Ultimi e servi, dicevamo. Se c’è un’umiltà possibile giungerà nel cuore, come dono, da Dio (Lettera di Giacomo 3, 16 – 4,3). Ma passerà attraverso i capolinea, i fine-corsa, le barbare periferie, là dove i linguaggi delle cose sono troppo triviali per chi è abituato a parlare in punta di lingua e a pensare col lobo nobile del cervello, là dove non ti riuscirebbe di servire l’uomo se non stando in ginocchio, là dove non ti resta più nulla che fissare volti, come mi è capitato spesso nei 24 anni di volontariato in carcere: «La porta dell’umano è il volto. Vedere faccia a faccia, da solo a solo, uno a uno.  Nei campi di concentramento i nazisti proibivano ai deportati di guardarli negli occhi, sotto pena di morte immediata[2]».  Ecco la logica che i discepoli non comprendono, mentre discutono chi sia il più grande: «Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Luca, nel passo parallelo al testo di Marco, specifica meglio che queste “mani degli uomini” sono “mani di peccatori”. Nelle mani di uomini e per di più impuri e peccatori: lì Gesù finisce la sua carriera. Anche Lui, piccola struttura divina di cartilagine friabile, è consegnato alla forza stritolante di queste mie mani, che sono l’ultimo impensabile posto dove mai Dio avrebbe dovuto andarsi a cacciare.
Miti in graduatoria.
Il libro della Sapienza fu scritto in lingua greca ad Alessandria d’Egitto pochi anni prima della nascita di Gesù. E’ una rilettura attualizzante del Libro dell’Esodo, fatta da ebrei in diaspora tra i pagani. E’ un’esortazione alla fedeltà per credenti che vivono fuori dai circuiti religiosi centrali e proteggenti, sfidati alla resistenza non più da scorpioni del deserto e incursioni armate, ma da una tempesta di laicismo più penetrante e insidiosa della sabbia sottile del deserto. Una sommaria analisi dei verbi del testo odierno qualifica le azioni degli empi e la logica che anima le loro decisioni di ieri e di oggi: spadroneggiamo, non risparmiamo, non rispettiamo, tendiamo insidie, vediamo, proviamo, mettiamo alla prova, condanniamo. E al centro sta il giusto, quel bambino chiamato in mezzo da Gesù per farne la propria parabola e l’icona del discepolo. La sfida aperta si ripeterà sotto la croce: «Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora se gli vuol bene» (Matteo 27,43). La pensano così «ma si sbagliano» (Sap. 2,21). In attesa della controprova, non resta che resistere e pregare: «Dio, per il tuo Nome, salvami, per la tua potenza rendimi giustizia» (Salmo 54). Anche una sommaria analisi del cuore della Lettera di Giacomo individua questo scontro mai sedato perché giocato tra i sei personaggi in cerca d’autore annidati nella nostra intima personalità: «Da dove vengono le vostre liti? Bramate e non riuscite a possedere, invidiate e non riuscite a ottenere e perciò fate guerra e uccidete». Otto attributi descrivono la sapienza che viene da Dio: trasparente, pacifica, mite, arrendevole, misericordiosa, imparziale, senza ipocrisia, feconda di giustizia. C’è una forza anche nell’autorevolezza dei giusti.
Secondo i discepoli, nel Vangelo di oggi, un ordine e una gerarchia erano necessari. Essere servo, nella organizzazione sociale giudaica, era considerato un obbrobrio.  I discepoli volevano sapere chi tra loro fosse il primo. Chi di noi non vorrebbe migliorare la propria posizione senza danneggiare gli altri e per fare, anzi, del bene a sé e agli altri? A chi non verrebbe il sospetto che forse certi ruoli sono vere vocazioni del Signore, tremende responsabilità da assumere in “profonda umiltà”? La discussione dei discepoli rivelava una ambizione di grandezza oppure (come pare suggerisca Matteo 18,1-10) una legittima curiosità di sapere chi era più caro a Dio nel Regno dei cieli? Si trattava dunque di concorrenza o di una legittima preoccupazione di entrare nelle graduatorie di gradimento di Dio?
Tra voi non sia così.
«E giunsero a Cafarnao e, davanti alla casa, domandava loro…e sedutosi chiamò i dodici…». Le folle lo lasceranno in pace fino al cap. 10; ora Gesù è ritirato con la propria comunità e l’insegnamento non è rivolto a politici rampanti, cattedratici carrieristi o dirigenti autoritari; è rivolto particolarmente alla chiesa perché almeno lì, e lì prima di tutto, i discepoli sperimentino un laboratorio e una simulazione di ciò che si vedrà quando il Regno mostrerà la sua consistente visibilità. Per Dio esistono dei primi posti spettanti agli ultimi, ai minori, ai piccoli, ai servi: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli… Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Luca 12, 37; Marco 10, 45). I servi sono serviti. Così accade alla mensa eucaristica di domenica davanti all’umile Dio. «L’innocente, nel senso latino del termine (innocens), è colui che non-nuoce. Né a se stesso, né agli altri. Quando l’egoismo regna, per evitare di nuocere a se stessi, ci si adopera a nuocere agli altri. Ma Gesù di Nazaret insegna al contrario che nella misura in cui si nuoce agli altri si nuoce a se stessi. Pertanto manda a monte tutto il gioco. E’ un guastatore, lo si uccide. Quel che è accaduto a Gesù accade nel corso della storia a coloro che portano un riflesso dell’innocenza eterna: li si sopprime in molti modi: violenza, astuzia …[4]».
Maurice Zundel[5] scrive: “Il Dio che si rivela in Gesù Cristo, è un Dio che ha perso tutto eternamente… Dio è Dio perché non ha nulla. Dio è il grande Povero, la cui sola beatitudine è quella di donarsi…”. Solo con un Dio così “inoffensivo” si può entrare veramente in comunione. Nessuno può sentirsi offeso da un Dio inginocchiato davanti a te e se Gesù è in ginocchio, nel mondo viene introdotta una nuova scala di valori che è appunto lo stile che Gesù propone ai suoi amici “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti”.


[1] François Varillon L’umiltà di Dio, Qiqajòn, 2000 pag. 146.
[2] Christian Bobin, L’uomo che cammina, Ed Qiqajon – Bose.
[4] François Varillon L’umiltà di Dio, Qiqajòn, 2000, pag. 55 e 95.
[5] Prete svizzero, teologo contestato, poeta, scrittore. Amico del Card. Montini che, da Papa, lo inviterà a predicare il ritiro quaresimale in Vaticano nel 1972.




15 settembre 2024. Domenica24a
LA CROCE ATTACCAPANNI

24 DOMENICA B

Preghiamo.
O Padre, conforto dei poveri e dei sofferenti, non abbandonarci nella nostra miseria: il tuo Spirito Santo ci aiuti a credere con il cuore e a confessare con le opere che Gesù è il Cristo, per vivere secondo la sua parola e il suo esempio, certi di salvare la nostra vita solo quando avremo il coraggio di perderla. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaia 50,5-9
Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso. È vicino chi mi rende giustizia; chi oserà venire a contesa con me? Affrontiamoci. Chi mi accusa? Si avvicini a me. Ecco, il Signore Dio mi assiste: chi mi dichiarerà colpevole?
Salmo 115.  Camminerò alla presenza del Signore, nella terra dei viventi
Amo il Signore perché ascolta il grido della mia preghiera.
Verso di me ha teso l’orecchio nel giorno in cui lo invocavo.
Mi stringevano funi di morte, ero preso nei lacci degli inferi.
Ero preso da tristezza e angoscia. Allora ho invocato il nome del Signore: “Ti prego, liberami, Signore”.
Buono e giusto è il Signore, il nostro Dio è misericordioso.
Il Signore protegge i piccoli: ero misero ed egli mi ha salvato
Hai liberato la mia vita dalla morte, i miei occhi dalle lacrime, i miei piedi dalla caduta.
Io camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi.
Dalla lettera di san Giacomo apostolo 2,14-18
Che giova, fratelli miei, se uno dice di avere fede ma non ha opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in se stessa è morta. Al contrario uno potrebbe dire: Tu hai la fede ed io ho le opere; mostrami la tua fede senza le opere, ed io con le mie opere ti mostrerò la mia fede.
Dal Vangelo secondo Marco 8,27-35
In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che io sia?”. Ed essi gli risposero: “Giovanni il Battista, altri dicono Elia e altri uno dei profeti”. Ed egli domandava loro: “Ma voi chi dite che io sia?”. Pietro gli rispose: “Tu sei il Cristo”. E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: “Va’ dietro a me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà”.

LA CROCE ATTACCAPANNI. Don Augusto Fontana

Ricordo che un giorno avevo convocato un gruppo di giovani e adulti per una giornata di riflessione. L’appuntamento era in una casa parrocchiale abbandonata in uno spopolato paese di montagna. Quando girai la chiave nella toppa, seguito da vocianti e spensierati amici, fui investito da uno squallido abbandono. Faceva freddo, fuori e dentro. Capii subito che l’accoglienza ce la saremmo dovuta guadagnare con un efficiente lavoro casalingo di squadra. Ma ciò che mi colpì fu una croce astile, piantata in un piedistallo ligneo lì nell’ingresso. La compagnia dei buontemponi entrò con tutta la dotazione di cappotti e cappelli che finirono appesi su quella croce. Una croce ridotta ad appendiabiti. Anche Pietro, a mio nome, ha voluto fare di Gesù l’attaccapanni delle sue buone opinioni borghesi guadagnandosi un esorcismo «Torna dietro a me, Satana!».  Già! Quale paradossale attributo confiderò domenica al Signore, senza mettere a repentaglio la mia ortodossia e senza compromettere troppo le mie ovvietà religiose ed esistenziali?
La fede proclamata in strada.
«Padre, conforto dei poveri e dei sofferenti, non abbandonarci nella nostra miseria: il tuo Spirito santo ci aiuti a credere con il cuore e a confessare con le opere che Gesù è il Cristo, per vivere secondo la sua parola e il suo esempio, certi di salvare la nostra vita solo quando avremo il coraggio di perderla». Con questa preghiera la liturgia inaugurerà una nuova settimana lasciandosi dietro, o portandosi dentro, giorni da cardiopalmo. Storie di umana ovvietà, accanto a tutte le altre silenziose ovvietà di tenerezza e onestà che si consumano nelle case, nei luoghi di lavoro e del disagio. Non potrò prescindere da questi ciottoli di strada quando domenica sarò anch’io chiamato, per l’ennesima volta, a sostenere la misteriosa curiosità del Signore: «Mentre camminavano per la strada interrogava i suoi discepoli: “Cosa dicono di me?”» (Marco 8,27-35). Ancora più imbarazzante sarà la sua sfrontata richiesta: «Ma io chi sono per voi? Cosa dite di me?» che in filigrana rivela il suo risvolto: «Voi, chi dite di essere?». Dare un giudizio di merito su Gesù Servo (Isaia 50, 5-9), comporta definire la misura della mia esistenza. Ce n’è abbastanza per andarci cauto o aspettarmi uno degli esorcismi più duri pronunciati da Gesù: «Torna dietro a me, Satana!» e non essermi di inciampo perché «la fede se non ha le opere è morta» (Lettera di Giacomo 2,14-18).
«Sei venuto a rovinarci!».
Ripetiamolo. L’Evangelo secondo Marco scorre polarizzato da tre domande: Chi è Gesù? Chi è il discepolo? Ma soprattutto: Dove ci porta? Domande che levitano o precipitano insieme. Tre sono gli eventi fondamentali di rivelazione della personalità di Gesù nell’evangelo di Marco:  all’inizio quando Gesù si mette in file con i peccatori e partecipa al movimento di riforma di Giovanni  detto “il Battezzatore” e riceve l’investitura dal Padre: «Questo è il mio Figlio prediletto di cui mi vanto!»; al centro, quando Pietro celebra il suo sincero, ma problematico Credo: «Tu sei il Cristo» sullo sfondo di una Trasfigurazione che non si sa se abbia il sapore del giorno di pasqua o del venerdì santo; alla fine, sotto la croce, quando l’impuro comandante del plotone di esecuzione vede spirare “in quel modo” il suo condannato a morte e presta la sua bocca al Padre celebrando il suo Salmo: «Costui è veramente il Figlio di Dio».
Ma durante tutto l’Evangelo inciampiamo in un susseguirsi di domande e di opinioni su Gesù: «Come possiamo credergli se i nostri scribi non stanno dalla sua parte?… Dove ha imparato a dire e fare queste cose?… Chi è questo che prima sembra Dio e poi frequenta ubriachi e pubblici peccatori?… Chi crede di essere, perdonando i peccati?… Che ha fatto di male?…». Sono domande sospese nel vuoto, senza risposta, affidate ad un silenzio che chiama una mia risposta. Altre domande suscitano vespai di opinioni tra il blasfemo e il perplesso: «è fuori di sé… un bestemmiatore… un eretico… un demonio… un fantasma…». Qualcuno ci azzecca, compresi gli indemoniati: «Io so chi tu sei: il santo di Dio». Ineccepibili intuizioni, teologie ortodosse, proclamazioni sacrosante che hanno solo il difetto di tenercelo a debita distanza esentandoci dalla sequela: «Che c’entri con noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci!…Che hai tu in comune con me, Gesù?» (Marco 1,24; 5,7). Nessuno di noi è stato risparmiato dal rischio che si corre quando ci si avvicina troppo a Lui e ci si lascia sedurre. Molti di noi sono uomini/donne dell’anticamera, perennemente uomini e donne della vigilia. Abbiamo intuito che la vita delle nostre carabattole va in fumo: «Nessun uomo può vedere il mio volto e restare vivo» (Esodo 33,20). Per questo mi sento un po’ afflitto dal morbo di Parkinson, quella sindrome che ti inchioda le gambe al pavimento nella spasmodica frenesia di muovere passi concepiti nella testa ma mai generati dal circuito sensoriale: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Marco 7,6).
La pagina dell’Evangelo di oggi esprime dunque tutto il problema della comunità di Marco, ma anche della chiesa di oggi: chi è Gesù secondo Dio, secondo la folla, secondo te? L’attività di Gesù provoca gli uomini; i quali lo giudicano secondo le loro piccole speranze e le loro idee personali. L’inchiesta raccoglie risultati di tutto rispetto: «Dicono che sei Giovanni il Battista, Elia o uno dei profeti». Pietro fa un passo avanti nei confronti della gente: «Tu sei il Cristo, il consacrato, il Messia stesso». La sua è una proclamazione che troverebbe consenziente anche la Congregazione Vaticana per la dottrina della fede, ma è inquinata dall’ideologia del successo.
Gesù capisce che la sua precedente catechesi è risultata insufficiente e fa due gesti: sgrida e incomincia da capo a spiegare. Il nostro credere è un cammino con tappe progressive. Siamo cocci resistenti o ribelli alla mano del vasaio che non smette di ricominciare, correggere, rettificare. Prima di questo problematico incontro tra Gesù e i discepoli, Marco riferisce la guarigione del cieco di Betsaida. Guarigione che offre non pochi spunti interpretativi per l’inchiesta di Cafarnao oggetto della nostra meditazione. Si tratta di una guarigione strana, inizialmente malriuscita. Dopo il primo tentativo, il cieco quasi si lamenta: «Vedo gli uomini come se fossero alberi che camminano». Occorre una guarigione ancora più radicale e decisiva: la cecità aveva resistito al primo impatto liberante di Gesù. Così è per Pietro, nostra controfigura. La sua è una professione che non lo coinvolge pienamente; prova ne sia l’imminente tradimento. Pietro «ragiona secondo gli uomini», vuol salvare le proprie carabattole, si vergogna davanti ad una generazione dal pensiero unico che chiede miracoli, risonanze clamorose, chiese piene e piazze acclamanti, share di ascolto in concorrenza con telenovele e deprimenti concorsi televisivi. «La minorità – scrive Enzo Bianchi[1]dovrebbe diventare una scelta, un obiettivo da perseguire. Per comprendere il senso di questa scelta abbiamo solo il rovesciamento della logica mondana, il paradosso delle Beatitudini. Essendo un paradosso non si può credibilmente argomentare, persuasivamente formulare, efficacemente comunicare. La ragione non può nulla contro i paradossi e i paradossi sono impotenti e retrocedono di fronte alle argomentazioni. La minorità, come l’amore, vive solo di GESTI, come ha fatto Francesco. La “mimica” di Francesco dello spogliarsi davanti al vescovo è il riconoscimento dell’incapacità del linguaggio di “dire” la minorità che appartiene invece all’orizzonte del comportamento “sine glossa” più che a quello delle dichiarazioni di principio o dei documenti».
Paolo scrisse: «Di nient’altro mi vanto se non della croce di Cristo scandalo per gli uni e idiozia per gli altri… Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho considerato una perdita a motivo di Gesù Cristo mio Signore, per il quale considero tutte queste cose come spazzatura, per guadagnare Cristo» (1 Corinti 1, 18-13; Filippesi 3, 7-8).  Ecco perché la domanda di Gesù: «Io chi sono per voi?» diventa: «Voi, chi dite di essere?».
Santi sì, ma non a piedi asciutti.
Riconoscere il Messia può voler dire trovare la chiave interpretativa e direzionale dell’esistenza. Mi perseguitano domande: «Come sarei oggi, se non l’avessi incontrato? E come potrei essere se lo avessi seguito per davvero?». Riconoscerlo come Messia vuol dire accettare di scendere dalla barca e camminare sul fluido, così come ha tentato di fare Pietro in altra occasione «Pietro, scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque e andò verso Gesù» (Matteo 14,29). Santi sì – direbbe il monaco Arturo Paoli – ma non a piedi asciutti: «Diventeremo santi mettendoci nell’acqua come Pietro, accettando anche il rischio che mancanze intermittenti di fede ci facciano affondare[2]». Riconoscere il Messia significa frequentare un luogo assai comune, percorso freneticamente da milioni di persone: la strada. Una prospettiva questa che Gesù di Nazaret ha fatto propria. Lui attraversa, vive, abita le strade. Sa che qui incontrerà persone bisognose di liberazione. La strada è un crocevia di incontri tra uomini, di passione e sofferenza, un cammino che Pietro tenta di fermare. «Se la chiesa vuole incontrare i poveri, gli esclusi o gli emarginati, è necessario che entri in familiarità con la strada e con la vita che in essa trabocca. Ripercorrere la strada, abitarla, significa abitare ogni frazione della vita comune, il tempo, la politica, il territorio, le nostre chiese, affinché nessuno possa sentirsi solo o abbandonato[3]».


[1] Horeb 18/97 pp.67-74
[2] A.Paoli Ricerca di una spiritualità per l’uomo d’oggi pag 93
[3] Editoriale di CREDERE OGGI 1998 n. 5/1998




8 settembre 2024. Domenica 23a
CON GESU’ UNA CHIESA CHE LIBERA

Domenica 23 ciclo B

Preghiamo. O Padre, che scegli i piccoli e i poveri per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno, aiutaci a dire la tua parola di coraggio a tutti gli smarriti di cuore, perché si sciolgano le loro lingue e tanta umanità malata, incapace perfino di pregarti, canti con noi le tue meraviglie. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Isaìa 35,4-7a
Dite agli scoraggiati: «Coraggio, non temete! Il vostro Dio viene a liberarvi, Egli viene a salvarvi». 5Allora i ciechi riacquisteranno la vista e i sordi udranno di nuovo. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto, perché scaturiranno acque nel deserto, scorreranno torrenti nella steppa. La terra bruciata diventerà una palude, il suolo riarso sorgenti d’acqua.
Salmo 145. Loda il Signore, anima mia.
Il Signore rimane fedele per sempre (testo ebraico: custodisce la verità in eterno)
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.
Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri, sostiene l’orfano e la vedova,
sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre, il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.
 Dalla lettera di san Giacomo apostolo 2,1-5
Fratelli miei, la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria, sia immune da favoritismi personali.  Supponiamo che, in una delle vostre riunioni, entri qualcuno con un anello d’oro al dito, vestito lussuosamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se guardate colui che è vestito lussuosamente e gli dite: «Tu siediti qui, comodamente», e al povero dite: «Tu mettiti là, in piedi», oppure: «Siediti qui ai piedi del mio sgabello», non fate forse discriminazioni e non siete giudici dai giudizi perversi? Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri agli occhi del mondo, che sono ricchi nella fede ed eredi del Regno, promesso a quelli che lo amano?
Dal Vangelo secondo Marco 7,31-37
In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.  Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.  E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

CON GESU’ UNA CHIESA CHE LIBERA. D. Augusto Fontana

Jesucristo liberador”.
Titoli come questo si sovrappongono, si modulano, si duplicano, si mascherano nell’editoria cristiana sud americana. E sempre per ragionare sull’inevitabile funzione pasquale di Gesù, quella di salvare e liberare. Fu “Teologia della liberazione”, fatta di martiri oltre che di teologi. Ora dichiarata fuori uso senza meriti distinti, sfiancata e silenziata da decenni di procedimenti disciplinari. Nella cloaca massima delle nostre società-chiese i poveri restano ancora più poveri e gli oppressi non giungono a nutrirsi neppure delle briciole che cadono dalle mie aristocratiche scrivanie. I teologi della liberazione oggi scrivono poco, si incontrano raramente, sono sempre meno e quando si riuniscono non rilasciano dichiarazioni: si percepisce lo spessore eloquente del loro silenzio. Forse non é più tempo di denunce profetiche, per lasciar spazio al silenzio “sapienziale” che parli più con i fatti e la testimonianza che con le parole? “Siamo indisponibili – scriveva il teologo J.M Vigil – ad ogni “teologia della inevitabilità”, ad ogni “cultura del fatalismo”. La realtà è concepita come storia di salvezza e, simultaneamente, come salvezza di una storia che procede tra alti e bassi. La missione cristiana non ci separa dalla storia; al contrario ci rimanda ad essa”. Anche il profeta Isaia ha scritto la sua “piccola apocalisse” ed il capitolo 35, che viene proclamato nella liturgia odierna, ne costituisce un assaggio. È percorso da un ritmo di opposizione e di capovolgimento. Ciò che ora è sterile diventerà fecondo, la debolezza si capovolgerà in forza. Si tratta di una nuova creazione: il linguaggio e la scenografia ci autorizzano a questo collegamento. L’azione di Dio è vista come un intervento che capovolge una situazione sociale e non solo nei segreti angoli dell’anima. Anche per il brano odierno di Marco (7,31-37) la “salvezza di Dio” significa il capovolgimento della situazione: tu, catecumeno, tu eletto, senti sì o no il bisogno di un capovolgimento della situazione? I ciechi, gli storpi, gli zoppi, i muti, i sordi, gli stranieri, le vedove, gli orfani e tutti coloro che non godono delle provvidenze sociali sono i primi clienti della salvezza portata da Cristo, i primi invitati al banchetto regale, quelli che dovevano essere onorati nelle Cene fraterne dalla Chiesa (come scrive Giacomo nella seconda Lettura di oggi: 2, 1-5).
Abbiamo, domenica scorsa, meditato su un altro brano del Vangelo di Marco, nel quale Gesù attacca direttamente i farisei perché mettono al posto del comandamento di Dio l’osservanza della tradizione degli uomini. Ed è questo il primo tratto – il meno sottolineato per lo più nelle nostre assemblee cristiane – della figura di Gesù come liberatore. Oggi il vangelo ci parla dell’abbattimento di una barriera che ci è difficile immaginare quanto fosse per gli ebrei alta e invalicabile: quella nei confronti dei non ebrei e pagani. Ed ecco che Gesù compie miracoli in terra pagana e profetizza che l’eredità del regno passerà nelle mani di coloro che ne erano esclusi[1]”.
L’agire autorevole.
La guarigione del sordomuto (o come meglio si dovrebbe tradurre: sordo-balbuziente) è posta da Marco come conclusione dell’istruzione che segue il primo racconto del miracolo dei pani. Marco struttura questa guarigione nella stessa forma della guarigione del cieco (8,22-26) e intende darvi un particolare significato teologico: il sordo-balbuziente e il cieco rappresentano i discepoli della comunità di Marco, e quindi anche noi, che abbiamo occhi ma non vediamo, abbiamo orecchi ma non ascoltiamo. “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite “noi vediamo!” il vostro peccato rimane” (Giovanni 9, 41). La gente che assiste per ora è ancora in una fase di innamoramento: “Sei un dio! Sei un mito!”, potremmo tradurre con linguaggio contemporaneo la frase riportata da Marco: “Ha fatto bene ogni cosa!”. Proprio come se si trovassero ad assistere ad una nuova creazione del mondo: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Genesi 1,31). Applausi! “Ed erano stupiti del suo insegnamento, perché insegnava loro come uno che ha autorità”. (Marco 1,22).
A tappe verso il profondo.
Nelle guarigioni e liberazioni narrate da Marco scorgiamo gli indizi di una catechesi battesimale. Sono miracoli che avvengono in modo elaborato e quasi faticoso, sotto forma anche di esorcismo. Vediamo alcuni particolari del testo di oggi. Siamo in piena zona pagana (Tiro/Sidone/Decapoli). Il transito, dal punto di vista della razionalità del viaggio di Gesù, non si giustifica; sarebbe come andare da Firenze (Tiro) alle Marche (lago di Galilea) passando per Bologna e Rimini (Sidone e Decapoli). Una lunga deviazione. C’è dunque un’intenzionalità teologica: le zone indicate sono frequentate da pagani considerati impuri da Israele. Il Signore ci avvicina nelle nostre zone di infedeltà e di lì passa e ripassa per fare, dello spazio della nostra incredulità, una occasione e una zona di fede. Lì alcuni anonimi gli portano un sordo-balbuziente. Qui il soggetto è un sordo. Il termine usato nel testo greco (kôfos) significa anche “tonto”: l’’uomo che non intende la Parola di Dio rimane inebetito e intontito: “l’uomo nel benessere non comprende ed è come una bestia” (Salmo 49,13). L’uomo presentato a Gesù è anche farfugliante, uno che parla poco e male (mogilalos), avendo la lingua inceppata e impedita non solo per le relazioni umane ma anche per la lode nel culto. Emette solo suoni, ma non pronuncia parole sensate: “Signore, apri le mie labbra e la mia bocca proclami la tua lode” (Salmo 51, 17). E lo pregano: la preghiera esprime la nostra responsabilità nei confronti di tutti gli uomini. Lo pregano di imporgli la mano. Ma il Gesù di Marco fa ben di più che un gesto della mano. Nel racconto odierno si possono contare sei gesti, che corrispondono quasi a sei tappe di un cammino del Signore insieme con te:
ti porta in disparte, lontano dalla folla
“buca” l’orecchio con le dita,
tocca la lingua con saliva,
guarda al cielo,
geme,
parla.
La guarigione è l’incontro tra i tempi del Signore e i miei. Questo è l’itinerario cristiano: una paziente successione progressiva. Dio porta il popolo in disparte, lontano dalla terra della propria schiavitù. Nel Salmo 115, 5 si dice che “gli idoli hanno bocca ma non parlano, hanno orecchi ma non odono”. Gesù cerca di separarci dagli idoli che ci rendono simili a loro: marionette. Lì, in disparte gli mise le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua. E’ un’operazione di ri-creazione. Gesù ricostruisce l’icona di Dio tramite lo Spirito che qui viene indicato con la saliva, che, secondo la cultura del tempo, veniva considerata come solidificazione umida del soffio vitale. Poi Gesù, con lo sguardo, rinvia tutto al Padre attraverso la preghiera. E geme. E’ il gemito di Dio di fronte al dolore ed è il gemito che emette tutta la creazione, come dice Paolo[2]. È il gemito che Cristo lancia dalla croce, è il gemito che lo Spirito lancia verso il Padre intercedendo per gli uomini. Anche noi nella liturgia ci uniamo al gemito di Gesù: “Padre che scegli i piccoli e i poveri per farli ricchi nella fede ed eredi del tuo regno, aiutaci a dire una parola di coraggio a tutti gli smarriti nel cuore, perchè si sciolgano le loro lingue e tanta umanità malata, incapace perfino di pregarti, canti con noi le tue meraviglie”. La Chiesa si fa Parola attraverso la testimonianza e non solo emettendo giornalini, comunicati, chiacchiere, concerti di campane o di cori.
Orecchio salvato, lingua guarita.
Due sono i livelli emergenti dalle letture: uno più marcatamente liturgico-spirituale ed uno più chiaramente sociale-ecclesiale.

  1. Livello liturgico-spirituale. Essendo, il testo di Marco, una chiara catechesi battesimale è necessario riprenderne le sollecitazioni per la conversione della Chiesa. Il discepolo non può presumere di essere capace da solo di ascoltare la Parola di Dio nè di saper annunciare e lodare “correttamente”. La fede nasce dall’ascolto quando permettiamo al dito di Gesù di forare le membrane interiori dell’ascolto; la lode e l’annuncio nascono da un ascolto guarito. La preghiera diventa un farfugliare vano per chi non basa la propria preghiera su un profondo ascolto guarito. Noi siamo come i catecumeni della comunità dell’evangelista Marco, ciechi che non vedono i segni della misericordia di Dio e delle sue chiamate, sordi che non sanno ascoltare la sapienza delle sue parole, farfuglianti che non sanno proclamare e lodare, storpiati dalle nostre abitudini e paure. Stiamo andando verso Lui, il Signore, condotti dalla Chiesa, sottobraccio gli uni con gli altri per condurci reciprocamente a Lui, proprio come in quel tempo.
  2. Livello sociale-ecclesiale. Il secondo livello riguarda la posizione che tiene la Chiesa nei confronti del ribaltamento delle situazioni: in Isaia e nel Salmo 146 appare chiaro che Dio è “partigiano” nel senso che prende parte, prende una parte. Gesù non dà una generica “benedizione”, ma tocca i centri sensoriali e di percezione più cronicamente impermeabili ad ogni stimolo. Una delle esigenze contemporanee più urgenti è quella di abbattere le barriere che impediscono la comunicazione, soprattutto abbandonando linguaggi consolidati che ci rendono accettabile la compagnia degli omogenei, ma ci rendono incapaci di ascoltare parole che ci mettono in crisi e dire parole che abbiano un senso per sordi e muti.

[1] E.Balducci, Il mandorlo e il fuoco, Borla, Vol. 2° pagg. 338ss.
[2] Romani 8,22-27




1 settembre 2024. Domenica 22a
L’ALBERO INTERROGHI LE SUE RADICI. 

Preghiamo. Guarda, o Padre, il popolo cristiano radunato nel giorno memoriale della Pasqua, e fa’ che la lode delle nostre labbra risuoni nella profondità del cuore: la tua parola seminata in noi santifichi e rinnovi tutta la nostra vita. Per Gesù Cristo il nostro Signore. Amen.
Dal libro del Deuteronòmio 4,1-2.6-8
Mosè parlò al popolo dicendo: «Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi. Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo. Le osserverete dunque, e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”. Infatti quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi do?».
 Salmo 15 (14). Chi teme il Signore abiterà nella sua tenda.
Colui che cammina senza colpa, pratica la giustizia
e dice la verità che ha nel cuore,  non sparge calunnie con la sua lingua.
Non fa danno al suo prossimo e non lancia insulti al suo vicino.
Ai suoi occhi è spregevole il malvagio, ma onora chi teme il Signore.
Non presta il suo denaro a usura e non accetta doni contro l’innocente.
Colui che agisce in questo modo resterà saldo per sempre.
Dalla lettera di san Giacomo apostolo 1,17-18.21-22.27
Fratelli miei carissimi, ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento. Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature. Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi. Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo.
Dal Vangelo secondo Marco 7,1-8.14-15.21-23
Si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».  Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

L’ALBERO INTERROGHI LE SUE RADICI.  Don Augusto Fontana

La pianta, si sa, può giungere a inorgoglirsi del sovrabbondante fogliame o si può schiantare sotto il peso dei propri frutti: per questo dovrà sempre tornare ad interrogare le proprie radici per obbedire a “radicalità” sorgive.
Trascurando il comandamento di Dio, voi seguite le tradizioni di uomini.
In Afghanistan è nata la “legge per promuovere la virtù e prevenire il vizio”: il relativo Ministero stabilisce che le donne in pubblico devono coprire il volto “per evitare tentazioni”, non devono far sentire la propria voce, cantando o recitando poesie. Sono poi vietati la visione di immagini di esseri viventi su un computer o un cellulare, l’assenza di barba per gli uomini, i tagli di capelli “contrari alla Sharia”. Lo stesso vale per un’eventuale amicizia con un “infedele”.
Scriveva profeticamente fratel Enzo Bianchi: «Non sempre nelle vie religiose, anche nell’Antico Testamento, appare il volto di Dio: anche tra noi cristiani, quante volte abbiamo presentato il volto di un Dio perverso che spinge gli uomini ad allontanarsi! Spesso c’è chi fa un’esperienza dell’immagine dell’uomo, migliore dell’immagine di Dio. Gesù ha “evangelizzato” Dio, ha reso Dio “buona notizia”». Gesù di Nazaret irrompe come diversità amica tra altre diversità: pubblici peccatori, prostitute, omosessuali, preti sposati, coppie di fatto, ROM, musulmani, buddisti, induisti, ebrei, miscredenti. E chi più ne ha più ne metta; c’è ancora posto nel nucleo e nelle periferie di un cattolicesimo nato, esso stesso, come diversità fastidiosa, eretica, illegale e trasgressiva, ma sempre tentato di diventare una melassa di dogmatismi e legalismi. Anche la storia della nostra fede personale è una storia di ordinario pendolarismo tra la fedeltà allo Spirito o il bisogno gratificante di essere imbrigliati in dogmi, riti e precetti garantisti. Non siamo forse nell’epoca del precariato, del pensiero debole, delle fragili perseveranze? Non sentiamo forse, accanto al bisogno di tutele forti, anche il fastidio per un insopportabile fardello di divieti?
Quale Dio andremo a celebrare domenica? E’ forse un Dio notaio dal volto perverso e corrucciato quello che dona la Legge di vita e di cammino al suo popolo (Deuteronomio 4, 1-8)? Chi ci farà compagnia nella liturgia pasquale di domenica?  Una assemblea rassegnata ad un’osservante ma stolta verginità (Marco 7, 1-23)? E io sarò un ascoltatore della sua parola e un irriducibile trasgressore di tradizioni umane (Giacomo 1, 17-27)?
La Toràh SUL cuore.
«Beato l’uomo di integra condotta, che cammina nella Toràh del Signore» (Salmo 119, 1). Torah: il nome ebraico ha un sapore esotico; noi la chiamiamo Legge, quella di Mosè, ma equivochiamo deragliando verso interpretazioni giuridiche e sottofondi moralistici. In ebraico fu ed è la Toràh e non solo per sterili questioni terminologiche; il salmo 119 (118), lunga e tenera lode della Legge ebraico-cristiana, ne offre una modulazione armonica sorprendente chiamandola, di volta in volta, insegnamento, precetto, decreto, comando, sentenza, parola, volontà, giudizio, via, saggezza, conforto, meraviglia, promessa, alleanza. Nella frase di Gesù «Non sono venuto per abolire la Toràh, ma per portarla a compimento» (Matteo 5,17) affiora la continuità della Rivelazione biblica mai smentita; ed emerge anche – perché no? – l’animo del Gesù ebreo figlio di ebrei, quello che migliaia di volte ha recitato il Salmo 119:« Nel seguire i tuoi ordini è la mia gioia più che in ogni altro bene…Aprimi gli occhi perché io veda le meraviglie della tua legge… nella terra del mio pellegrinaggio i tuoi precetti sono per me come un canto …La legge della tua bocca mi è preziosa più di mille pezzi d’oro e d’argento…Ho più saggezza degli anziani, perché osservo i tuoi precetti… Quanto sono dolci al mio palato le tue parole: più del miele per la mia bocca». Gesù dirà anche: «Avete udito che ai vostri padri fu detto…ma io vi dico» (Matteo 5, 22) offrendoci la tentazione di mettere in conflitto Toràh e Vangelo. D’altra parte l’esperienza ci dice che ogni amore si può imbastardire e ogni profezia si può inquinare quando si allontanano dalla loro sorgente o dalla loro radice. I maestri giudaici avevano costruito, sul primitivo nucleo della Toràh, 613 prescrizioni suddivisi in 365 proibizioni (come i giorni dell’anno) e 248 prescrizioni (come le parti del corpo umano secondo il computo rabbinico). L’intenzione era buona: si voleva che la Toràh abbracciasse tutta la vita e l’impegno dell’uomo. La pianta, si sa, può giungere a inorgoglirsi del sovrabbondante fogliame o si può schiantare sotto il peso dei propri frutti: per questo dovrà sempre tornare ad interrogare le proprie radici per obbedire a “radicalità” sorgive. E’ in atto una promessa del Signore: «Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande…Porrò il mio spirito dentro di voi e vi farò vivere secondo i miei precetti e vi farò osservare e mettere in pratica le mie leggi» (Geremia 31, 33-34; Ezechiele 36, 27). Rabbi Mendel di Kozk diceva che nel testo sacro c’è scritto “scriverò la mia Parola sul loro cuore” e non “nel loro cuore” perché il cuore talora è chiuso, ma la Parola di Dio sta su di esso e quando in santi momenti si apre, è già pronta per cadervi dentro, sul fondo[1]. Chi ci crede ancora a questo profetico sogno di Dio divenuto promessa? Viviamo in tempi di furbizie illegali, di esasperati individualismi e di occulte manipolazioni delle coscienze. Chi ci crede ancora a quella promessa di Dio? Chi è disposto a rischiare di appellarsi alla coscienza, santuario di Dio, in cui «è stata seminata la Parola» e alla forza che il Signore continua ad espandere in noi, sempre ferita ma non per sempre uccisa?
Una legge per vivere e camminare, non per soccombere.
«Ora dunque, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno perché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso del paese che il Signore sta per darvi» (Deut. 4,1).
Nel Deuteronomio, scriveva P. Ernesto Balducci[2], si riconosce che la moltitudine dei profughi dall’Egitto divenne popolo in ragione della Legge. «Era una Legge solo in funzione di un popolo proteso in avanti. Quando la legge diventa un assoluto, in quel momento si arresta il viaggio, muore la speranza ed entriamo nell’idolatria del sabato contro cui Gesù dovette combattere. Questo lo dico perché la contrapposizione fra coscienza e legge viene mal posta e si fa fare alla legge la figura del male, come se la legge non dovesse esserci». Scriveva il profeta Geremia: «Quando verranno meno queste leggi dinanzi a me – dice il Signore – allora anche la gente di Israele cesserà di essere un popolo davanti a me per sempre» (Ger. 31, 36). La Torah viene data non per intenzioni dispotiche, ma per tenere saldi i legami di amore e tutelarci da delusioni cocenti: «Hanno abbandonato me sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne screpolate che non tengono acqua» (Ger. 2,13). Nel dramma di Israele si rispecchia la tragedia di ogni assetato Adamo, a partire dall’Eden fino a me: «E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia» (Romani 1, 28-31).  C’è tuttavia un altro versante, quello più oscuro, costituito dalla legge come strumento di potere degli uomini: «Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito» dirà Gesù (Matteo 23,4). Da qualche tempo la Parola di Dio, la vita di Gesù e la sua Pasqua sono riemerse dal torpore che le aveva colpite sotto pesanti coltri che il Concilio Vaticano II° ha contribuito a scoperchiare. Ma restano aperte ferite o “nodi disciplinari e dottrinali che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino delle Chiese” come li chiamò il Card. Martini al Sinodo Europeo del 7 ottobre 99: «Penso in generale agli approfondimenti e agli sviluppi dell’ecclesiologia di comunione del Vaticano II. Penso alla carenza in qualche luogo già drammatica di ministri ordinati.  Penso ad alcuni temi riguardanti la posizione della donna nella società e nella Chiesa, la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina del matrimonio, la prassi penitenziale, il bisogno di ravvivare la speranza ecumenica, penso al rapporto tra democrazia e valori e tra leggi civili e legge morale». Il dramma delle coscienze cristiane sta in questa difficile transizione dall’insegnamento degli uomini al comandamento/Parola di Dio; e ciò non si può pensare che avvenga senza sofferenze, strappi e lacerazioni. Anche la chiesa delle origini fu costretta a non rinviare di molto la difficile gestazione, come ci fa sospettare la pagina odierna di vangelo. Sulla scia dei profeti, Gesù ha riportato alla “radice” il “comandamento di Dio”, aiutandoci a capire che, con il pretesto delle nostre tradizioni, noi possiamo “mettere da parte” (v.8), “respingere o trascurare” (v. 9) e addirittura “invalidare la parola di Dio” (v. 13). I tre verbi che il testo greco integrale del Vangelo di Marco usa (compreso il v. 13 mutilato dalla liturgia), sono molto forti ed efficaci. Essi sostanzialmente ci dicono che spesso la nostra fede fa naufragio in uno stagno di pie abitudini.
Verginità stolta.
Le culture (e le religioni) non riescono a liberarsi mai totalmente dal bisogno dei gruppi di identificare situazioni, persone, spazi, atteggiamenti ritenuti puri o impuri, sacri o profani. Normalmente la purità è incollata all’idea del sacro e l’impurità a quella del profano. Si creano così confini invalicabili. Per questo Dio fu e resta recintato. Ma c’è sempre qualche birbone disposto a spostare picchetti o scombinare tutto. Come Gesù che ridefinisce confini e geografie. Anzi, pianta la sua tenda nel regno dell’impurità e rimette in discussione osservanze, spazi, tempi, classificazioni, atteggiamenti. Nella parabola delle dieci ragazze da marito (dette tradizionalmente “vergini”) Gesù parla di possibile stoltezza anche nella verginità. L’osservanza ossessiva e obbediente di regolamenti e riti non include, tutto compreso, la fedeltà del cuore. Ne sanno qualcosa il figlio maggiore della Parabola detta del Figliol prodigo, il borioso fariseo che prega accanto all’altare come controfigura del peccatore balbettante sulla soglia del santuario, il fariseo Simone mormoratore contro la prostituta che compie su Gesù gesti apparentemente immondi, ma di chiara allusione pasquale.
Dunque i discepoli erano stati beccati da alcuni farisei in flagrante trasgressione. L’obiezione che circolava nasceva dal comportamento disinvolto dei discepoli che non osservavano alcune usanze/norme di purità al ritorno dal mercato mettendo a repentaglio la legittimità e la purità dell’eventuale banchetto cultuale: era infatti stata estesa al popolo una norma inizialmente applicata solo ai sacerdoti (Numeri 18,8-13). Gesù risponde smascherando tre tipiche storture di logiche religiose che allignano ancora tra di noi dopo 2000 anni di evangelizzazione[3]:

  • Primo travisamento: «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate le tradizioni degli uomini». E’ il rischio di attribuire a Dio nostri vaneggiamenti, di attaccare all’autoritativo chiodo di Dio gli abiti della nostra vita da pagliacci, di dare più onore al commento della Parola che alla Parola stessa, di ingombrare la porta di accesso a chi vuole accostarsi al Signore: «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio dell’Inferno, il doppio di voi» (Matteo 23,15).
  • Secondo travisamento: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me». E’ l’antico lamento dei profeti che mettevano il dito sulla piaga della religiosità disumana e non compassionevole, della schizofrenia tra pubblica virtù e privati vizi. E’ la piaga del rigorismo ritualistico che nasce da dottrine che sono precetti di uomini e che rende così un culto “invano”.
  • Terzo travisamento: «Dal di dentro, cioè dal cuore, escono le intenzioni cattive». Marco fa una caricatura polemica di coloro che seppelliscono la Toràh del Signore sotto una catena di pignolerie e superstizioni assurde e un po’ ridicole o che la frantumano in una casistica tanto elaborata da far smarrire “i piccoli” oltre che il nocciolo della questione.

[1] M.Buber I Racconti dei chassidim, Grazanti, pag. 606.
[2] E.Balducci Il mandorlo e il fuoco, Vol.2 Borla, pag 331.
[3] AA.VV Omelie nelle comunità, Marietti.




25 agosto 2024. Domenica 21a
VOLETE ANDARVENE?

21°  DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (B)

Preghiamo. O Dio nostra salvezza, che in Cristo tua parola eterna ci dai la rivelazione piena del tuo amore, guida con la luce dello Spirito questa santa assemblea del tuo popolo, perché nessuna parola umana ci allontani da te unica fonte di verità e di vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro di Giosuè 24,1-2.15-17.18
In quei giorni, Giosuè radunò tutte le tribù d’Israele a Sichem e convocò gli anziani d’Israele, i capi, i giudici e gli scribi, ed essi si presentarono davanti a Dio. Giosuè disse a tutto il popolo: «Se sembra male ai vostri occhi servire il Signore, sceglietevi oggi chi servire: se gli dèi che i vostri padri hanno servito oltre il Fiume oppure gli dèi degli Amorrèi, nel cui territorio abitate. Quanto a me e alla mia casa, serviremo il Signore». Il popolo rispose: «Lontano da noi abbandonare il Signore per servire altri dèi! Poiché è il Signore, nostro Dio, che ha fatto salire noi e i padri nostri dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile; egli ha compiuto quei grandi segni dinanzi ai nostri occhi e ci ha custodito per tutto il cammino che abbiamo percorso e in mezzo a tutti i popoli fra i quali siamo passati. Perciò anche noi serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio».
 Salmo 33 .  Gustate e vedete com’è buono il Signore.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino.
Gli occhi del Signore sui giusti, i suoi orecchi al loro grido di aiuto.
Il volto del Signore contro i malfattori, per eliminarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta, li libera da tutte le loro angosce.
Il Signore è vicino a chi ha il cuore spezzato, egli salva gli spiriti affranti.
Molti sono i mali del giusto, ma da tutti lo libera il Signore.
Custodisce tutte le sue ossa: neppure uno sarà spezzato.
Il male fa morire il malvagio e chi odia il giusto sarà condannato.
Il Signore riscatta la vita dei suoi servi; non sarà condannato chi in lui si rifugia.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 5,21-32
Fratelli, nel timore di Cristo, siate sottomessi gli uni agli altri: le mogli lo siano ai loro mariti, come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, così come Cristo è capo della Chiesa, lui che è salvatore del corpo. E come la Chiesa è sottomessa a Cristo, così anche le mogli lo siano ai loro mariti in tutto. E voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola con il lavacro dell’acqua mediante la parola, e per presentare a se stesso la Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo: chi ama la propria moglie, ama se stesso. Nessuno infatti ha mai odiato la propria carne, anzi la nutre e la cura, come anche Cristo fa con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpo. Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,60-69
In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

VOLETE ANDARVENE? Don Augusto Fontana

 In queste domeniche, se siamo riusciti a seguire le indicazioni della liturgia, leggendo il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, abbiamo forse capito un po’ di più che cosa sia l’Eucaristia. Gesù conosce la nostra “fame”, i nostri bisogni e desideri e allora si fa pane per noi. Ma molti non lo hanno capito. I Giudei si sono fermati alla discussione dialettica e se ne sono andati sempre più convinti che Gesù sia un bestemmiatore che si fa Dio, uno che crede di essere più grande di Mosè, un matto che parla invitando a contaminarsi con il suo sangue e che sembra invitare al cannibalismo. Ma anche molti dei suoi discepoli sono perplessi: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?“. E’ difficile aver fede in uno che ti scombina tutto nella vita, che ti invita a lasciare tutte le cose che con fatica, giorno per giorno, hai accumulato, che ti propone la semplicità e l’umiltà, che non ti promette felicità terrene, che ti chiede di prendere la croce per seguirlo, che ti scombina il tuo credo religioso presentandosi come il Dio del cuore e non della Legge, che ti invita a superare la legge della vendetta (seppur proporzionata) per farti arrivare a perdonare sempre, che ti dice di amare il nemico, che si rivolge soprattutto ai peccatori e non alle persone perbene… Qualcuno avrà detto: “Belle le sue parole, ma andargli dietro è troppo compromettente”. “Volete andarvene anche voi?” Gesù non pratica sconti, non indora la pillola, non scende a compromessi, chiede di scegliere. La stessa cosa ci è stata presentata nel racconto della prima lettura. Dopo la conquista dei territori di Canaan Israele si trova in mezzo a popoli idolatri e Giosuè chiede di prendere solennemente una decisione: o con Dio o con gli idoli. Dopo le parole bisogna arrivare a una decisione. Dopo l’Eucaristia non si può più dire: “Adesso la Messa è finita, e tutto ricomincia come prima”. Eppure io, spesso, sono maestro di compromesso. Tante volte il nostro “buon senso”, “l’equilibrio” ci fanno da sponda per non scegliere, o meglio, per scegliere di star fermi, di non cambiare niente, di vivere in schemi ben sperimentati, in religiosità ben costruite da noi e dalla pubblica opinione. Siamo capaci di mettere insieme indifferenze o piccole cattiverie e la fede, mangio il Pane della liturgia, ma non spezzo il mio pane con chi ha fame, diciamo di essere in comunione con il Signore e continuiamo a vivere con i nostri progetti di non perdono… Mi piace allora la risposta di Pietro a Gesù. Anche lui avrà avuto tutti i suoi bravi dubbi, anche lui, forse ha capito quanto sia difficile seguire Gesù. Forse, questa volta, anche Pietro è un po’ consapevole della propria debolezza, e allora non dice: “Ti prometto”, dice invece il suo bisogno: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna!”.

a) Sottolineo i verbi che Giovanni riferisce ai discepoli: “dopo aver ascoltato“, “mormoravano“, “non credevano“, “si tirarono indietro e non andavano più con lui“. Li medito uno ad uno, li rumino, li ripeto, li confronto con la mia vita…Io che discepolo sono? Chi è il mio Maestro? Sono anch’io nel numero dei discepoli che continuano a chiedere a Gesù: “Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11, 1)? Sono fra quelli che gli camminano dietro, lungo le rive della vita e insistono nel domandargli: “Maestro, dove abiti?” (Gv 1, 39) Sono anch’io come Maria Maddalena, che continua a ripetere quel nome, anche nella più terribile esperienza di “assenza”: “Rabbuni, maestro mio!” (Gv 20, 10)?

b) “Questa parola è dura: chi può ascoltarla?”. Perché la Parola del Signore non è dolce, per me, più del miele alla mia bocca (Sal 119, 103)? Perché non amo custodirla nel cuore di giorno e di notte (Sal 119, 9. 11. 57)? Perché non è la luce che rischiara le mie notti e la lampada per tutti i miei passi (Sal 119, 105)?

c) “Gesù, conoscendo dentro di sé…“. Il Signore mi conosce fino in fondo, Lui sa, Lui scruta; Lui mi ha intessuto (Sal 139), mi ha costituito fin dal principio, dall’eternità (Pr 8, 23). Lui conosce il mio cuore e sa quello che c’è in ogni uomo. Ma davanti al suo sguardo, davanti alla sua voce che pronuncia il mio nome, davanti alla sua venuta nella mia vita, al suo continuo bussare (Ap 3, 20), io come reagisco? Che scelte faccio? Quali risposte gli offro? Forse comincio anch’io a mormorare, a tradirlo, ad allontanarmi, a dimenticarlo?

d) Giovanni ci parla anche dei verbi “andare” o “venire“, riferiti a Gesù. Comprendo che la mia vita di discepolo è condizionata da questi spostamenti davanti ai quali o seguo o abbandono: “Venire a me” (v. 65), “non andavano più con lui” (v. 66), “volete andarvene?” (v. 67), “da chi andremo?” (v. 68).

Una PAROLA-CHIAVE dei diversi testi liturgici di oggi potrebbe essere: DECIDERSI.

UN DECIDERE RESPONSABILE. Essere uomini e donne adulti significa essere obbligati a decidere nelle piccole e nelle grandi cose della vita. In altri termini, vivere è dover decidere. Ma soprattutto decidere bene, decidere il bene. Che cosa implica una buona decisione?

1) Decidere bene implica lasciare. Lasciare innanzitutto ciò che impedisce o almeno rende difficile la buona decisione. Le tribù di Israele debbono lasciare, rinunciare agli dèi dei loro padri e agli dèi degli amorrei (prima lettura). I discepoli devono superare i propri pregiudizi culturali e religiosi davanti allo scandalo dell’Eucarestia (vangelo).

2) Decidere bene è preferire. Certamente, preferire il bene al male, ma in molte occasioni sarà preferire il meglio al buono.

LA DECISIONE RESTA LIBERA.

«Forse anche voi volete andarvene?»: c’è un momento in cui questa frase deve risuonare per ciascuno di noi. E se in una chiesa, in una comunità, non risuona questo invito, si può rischiare una appartenenza senza anima, senza convinzione.
L’amico don Nando Bonati scriveva: «C’è un momento in cui questa frase deve risuonare per ciascuno di noi. C’è un momento di verità e di libertà in cui Gesù pone il problema: Volete andarvene anche voi?  Certo sarebbe stato uno scacco. All’interno della comunità occorre ad un certo punto la libertà di sbagliare per chi vuole sbagliare. Lo si avverte, lo si aiuta, gli si usa misericordia, poi lo si lascia libero. Proclamiamo l’anno sabbatico nella vita religiosa, nella vita di coppia, negli impegni presi: chi vuole andare se ne va… Sarà uno smacco, ma apparirà la verità che sta nel profondo del nostro cuore! La Chiesa non deve “scomunicare” nessuno; deve aiutare ciascuno a scoprire la propria verità: sarà lui a dire se è in comunione con Cristo e con i fratelli, oppure se ha rotto questa comunione. Quanta strada da parte di tutti!




18 agosto 2024. Domenica 20a
Io sono pane vivo da mangiare. Insieme.

20 domenica B

Preghiamo. O Dio, che sostieni il tuo popolo con il pane della sapienza e in Cristo tuo Figlio lo nutri con il vero cibo, donaci l’intelligenza del cuore perché, camminando sulle vie della salvezza, possiamo vivere per te, unico nostro bene. Per Gesù il Cristo e nostro Signore. AMEN
 Dal libro dei Proverbi  9, 1-6
La Sapienza si è costruita la sua casa, ha intagliato le sue sette colonne. Ha ucciso il suo bestiame, ha preparato il suo vino e ha imbandito la sua tavola. Ha mandato le sue ancelle a proclamare sui punti più alti della città: «Chi è inesperto venga qui!». A chi è privo di senno ella dice: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato. Abbandonate l’inesperienza e vivrete, andate diritti per la via dell’intelligenza».
Salmo 33 (34) Gustate e vedete com’è buono il Signore.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino. R/.
Temete il Signore, suoi santi: nulla manca a coloro che lo temono.
I leoni sono miseri e affamati, ma a chi cerca il Signore non manca alcun bene. R/.
Venite, figli, ascoltatemi: vi insegnerò il timore del Signore.
Chi è l’uomo che desidera la vita e ama i giorni in cui vedere il bene? R/.
Custodisci la lingua dal male, le labbra da parole di menzogna.
Sta’ lontano dal male e fa’ il bene, cerca e persegui la pace. R/.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 5, 15-20
Fratelli, fate molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo, perché i giorni sono cattivi. Non siate perciò sconsiderati, ma sappiate comprendere qual è la volontà del Signore. E non ubriacatevi di vino, che fa perdere il controllo di sé; siate invece ricolmi dello Spirito, intrattenendovi fra voi con salmi, inni, canti ispirati, cantando e inneggiando al Signore con il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo.
Dal Vangelo secondo Giovanni 6, 51-58
In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

IO SONO PANE VIVO DA MANGIARE. INSIEME. Don Augusto Fontana

Mi sono chiesto molte volte cosa significa l’aggettivo “vivo” aggiunto al pane. Innanzitutto l’aggettivo rimanda al suo contrario: “morto”. Esiste, allora, un pane morto e un pane vivo? Cosa avrà voluto dire Gesù e l’evangelista? Non riesco a entrare nelle loro profondità. Mi accontento di riferirmi alla mia esperienza. Il pane morto potrebbe essere quello immangiabile, duro come un sasso o ammuffito. Oppure il pane morto è quello che mangio a tavola con altri in un silenzio imbronciato e ostile, senza parola. Il pane vivo è quello condito con parola e con amicizia che dà gioia, coraggio, condivisione. Pane vivo è pane mangiato in relazione, in intimità. Pane e Parola, dunque, come dice la prima Lettura dal Libro dei Proverbi dove la Sapienza(Parola) dice: «Venite e mangiate il mio Pane». Pane e Torah, Pane e Parola.
Nella tradizione ebraica il pane disceso dal cielo è la Torah e ora Gesù viene a dire che questo pane è lui. La Torah è per la vita degli uomini, perciò molte volte si legge: ho mangiato il libro, ho divorato il libro, ho mangiato la parola, come ad esempio: “quando la tua parola mi venne incontro la divorai con avidità” (Geremia 15,16).  Ed anche: « Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: «Va’, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta ritto sul mare e sulla terra». Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele». Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza».(Apocalisse 10, 8-10).
Giovanni, nell’elaborazione del suo discorso eucaristico-cristologico nella sinagoga di Cafarnao, ha usato temi e spunti della letteratura sapienziale dell’Antico Testamento. Per questo la liturgia ci propone come prima lettura il cap. 9 del libro dei Proverbi. Capitolo costruito in due parti: nella prima è la Sapienza che invita l’intera umanità al suo banchetto, cioè alla sua intimità. Il pane e il vino sono presi come immagini della Sapienza. Nella seconda parte invece è la sua rivale, la stupidità malvagia, che ironicamente invita anch’essa le genti al suo banchetto. La stupidità ha sempre dei discepoli e degli invitati alla sua tavola.
Anche Gesù prepara la sua mensa per l’umanità. Questa parte finale del discorso di Cafarnao è un pezzo di omelia delle liturgie eucaristiche delle prime comunità. E’ quindi una meditazione su quella Cena che ogni domenica si celebrava spezzando il pane. Il testo ha il suo centro nella frase “La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda”.  La mente corre al cap. 15: «Io sono la vite voi i tralci: senza di me non potete fare nulla» che richiama la frase del v. 51 che pare essere la formula di consacrazione usata nella comunità di Giovanni: «Il pane che io do è la mia carne per la vita del mondo» che si collega all’altra «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui». Si noti l’insistenza nel brano dei pronomi personali: mio, me, lui. Si tratta di un rapporto personale. Il pranzo è in tutte le culture e religioni un simbolo di intimità e di comunione.
L’espressione “mangiare la mia carne” poteva suonare come una forma di cannibalismo impuro. Non si poteva toccare il sangue senza divenire impuri. Qui invece Giovanni addirittura anziché usare il termine normale che si usava per l’attività del mangiare, usa il verbo greco“troghein” che significa “rosicchiare, masticare”. Ma sappiamo che Giovanni usa il termine carne anziché corpo, perchè carne, nella lingua semitica-aramaica significa “tutta la persona” nella sua concretezza e limitatezza quotidiana e nella sua intimità spirituale, nella sua vita e nella sua morte. Mangiare carne e bere sangue significa partecipare alla passione e morte del Signore, alla sua Sapienza, la Sapienza della croce. Secondo Amos (8,11)c’è nell’umanità non tanto fame di pane e sete di acqua, ma di ascoltare la Parola del Signore: «Ecco, verranno giorni, – dice il Signore Dio – in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane, né sete di acqua, ma d’ascoltare la parola del Signore»).
Allora:

  • unione personale e dialogica con Gesù
  • partecipazione alla modalità concreta con cui ha condotto la sua vita
  • condivisione della sua Parola-sapienza.

Molti credono che dire “fare comunione” significhi “essere uniti”, mentre il significato etimologico del termine deriva da un lemma latino “cum-munus”, che significa “condividere lo stesso incarico, la stessa responsabilità, le stesse funzioni. Si tratta di essere come Lui, degli “uomini mangiati”.

Un racconto.
Un uomo, un giorno aveva fame, fame di pane, fame di amicizia, fame di vera vita. Egli aveva anche un po’ di pane. E mentre si accingeva a mangiarlo incontrò un affamato, affamato come lui di pane, di amicizia e di vera vita. Allora spezzò il pane e ne diede al suo compagno. Si guardarono negli occhi. Dividere il pane divenne per loro, senza dirsi nulla, il dividersi la loro fame e il parteciparsi la loro amicizia. Poi uno disse: «Ora manco solo della vera vita». E l’altro gli rispose che la vera vita non esiste. Ma intanto dividendo il pane tra loro, essi si erano divisi anche la loro comune fame di vera vita. A questo punto il primo amò tanto il suo amico che gli lasciò mangiare tutto il suo pane in modo che lui, lungo il cammino, cadde per la debolezza e morì. Il suo corpo fu il suo ultimo dono e fu come l’ultimo pane da dividere con il suo amico, come se attraverso questa nuova divisione e partecipazione avesse tentato di dargli la vera vita. E quando il secondo mangiava un pezzo di pane, questo pane diventava il ricordo, la memoria dell’amico che si era sacrificato per lui. Il suo pane era diventato l’amico stesso. Era pane sacro. Così il primo aveva diviso con l’altro il pane di frumento, il pane dell’amicizia, il pane del desiderio di una vita nuova, il pane del dono totale della vera vita.