11 agosto 2024. Domenica 19a
ALZATI MANGIA CAMMINA. IO CON TE.

 19a domenica B

Preghiamo. Guida, o Padre, la tua Chiesa pellegrina nel mondo, sostienila con la forza del cibo che non perisce, perché perseverando nella fede di Cristo giunga a contemplare la luce del tuo volto. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
 Dal primo libro dei Re 19,4-8
In quel tempo, Elia si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”. Si coricò e si addormentò sotto il ginepro. Allora, ecco un angelo lo toccò e gli disse: “Alzati e mangia!”. Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia cotta su pietre roventi e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi tornò a coricarsi. Venne di nuovo l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: “Su mangia, perché è troppo lungo per te il cammino”. Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo, camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.
Salmo 33 .  Gustate e vedete com’è buono il Signore.
Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore: i poveri ascoltino e si rallegrino.
Magnificate con me il Signore, esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto e da ogni mia paura mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti, i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo salva da tutte le sue angosce.
L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono, e li libera.
Gustate e vedete com’è buono il Signore; beato l’uomo che in lui si rifugia.
 Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini Ef 4,30- 5,2
Fratelli, non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione. Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore.
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,41-51
I Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?”. Gesù rispose: “Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: ‘‘E tutti saranno ammaestrati da Dio’’. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.

ALZATI MANGIA CAMMINA. IO CON TE. [1]Don Augusto Fontana

Fino a domenica 25 agosto la nostra pasqua settimanale è condotta dal capitolo 6 del Vangelo di Giovanni dove Gesù si propone come pane. A volte per descrivere una persona diciamo che “è buono come il pane”. Cioè: è una persona che sa diventare significativa per quelli che incontra. Anche oggi i nostri occhi sono puntati su Gesù: una persona necessaria e buona come il pane, soprattutto per chi sta cercando di camminare nella carità e sperimenta fallimenti e stanchezze.
Tornano le domande necessarie, sempre, davanti a questo capitolo 6° di Giovanni: «Quale fame abita la nostra esistenza? Di quale nutrimento abbiamo davvero bisogno?».

“Con la forza datagli da quel cibo, camminò …”.
La vicenda e la figura di Elia sono centrali nella fede degli ebrei, ma anche per la prima comunità cristiana che vede in Gesù il vero profeta Elia, colui che tornando sulla terra avrebbe inaugurato il definitivo Regno di Dio.  La vicenda meditata oggi, riguarda una precipitosa fuga del profeta dalla persecuzione della regina Gezabele desiderosa di introdurre anche in Israele il culto al Dio Baal. Di fatto la fuga avviene verso un monte carico di significato per la fede: il monte Horeb. Lì Elia subisce la crisi della sua vocazione, ma da lì il Signore lo fa ripartire nutrendolo con pane e acqua.
Ora basta Signore”: anche un profeta può arrivare ad un punto tale di stanchezza da coltivare la voglia di dimettersi o di chiedere al Signore di lasciarlo dormire in pace (Si coricò e si addormentò). Le nostre strade sono luoghi di crisi, di stanchezza, di scoraggiamenti. Luoghi in cui diamo le dimissioni dalla nostra profezia. Luoghi dei 6 peccati di cui parla Paolo nella seconda lettura. Vien voglia di lasciarsi andare sotto il ginepro della rassegnazione e della mediocrità. A questa stanchezza provocata non dal super lavoro ma dalla abdicazione, dal non aver più coraggio di sognare, il Signore si propone come pane.
La vita, la vita familiare, l’attività pastorale o sociale o educativa sono tutte esperienze ad alto rischio di essere intorpidite, svuotate, prosciugate. Spero che nessuno abbia provato come me questa insopprimibile voglia di rintracciare un posticino tranquillo, un cespuglio qualsiasi, sotto cui adagiare la propria stanchezza. E comunque spero che egli abbia trovato a fianco una tiepida focaccia eucaristica e una brocca d’acqua biblica o un angelo di amico che lo abbiano rinfrancato per la strada da percorrere e per il coraggio dei propri sogni: «Io sono il pane vivoSu, mangia perché è troppo lungo per te il cammino».
“mormoravano di lui…Non è il figlio di Giuseppe?”. Un Dio post-clericale.
L’incredulità attorno a Gesù si manifesta, ieri e oggi, come mormorazione per il fatto che Dio non si presenta come vorremmo noi. E l’incredulità aumenta quando Gesù si propone come nostra ragione di vita: pane di vita.  Paolo dirà: «Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me» (Galati 2,20). Beato lui! Mangiare Gesù significa allora accettare di assimilarne idee, abitudini, prospettive, scelte, passioni. Non basta dire il Credo, occorre arrivare fino al punto di mangiare.
Il mormorare è un verbo biblico ad alta densità di significato. Me lo trovo anche disseminato qua e là nelle pagine della mia vita di ieri e soprattutto di oggi. Quindi non me la prendo contro i giudei che dicono a Gesù: “Ma questo qui, chi è? Chi crede di essere? È uno di noi! È il figlio di Giuseppe” o contro i farisei che mormoravano contro Gesù perché frequentava gente moralmente inaffidabile (Lc 15,2; 19,7) o contro i suoi compaesani che si scandalizzavano di lui perché ne conoscevano le umili origini paesane (Mt 13. 53-57). Né me la prendo con i discepoli che lo piantano lì, come vedremo domenica 25 agosto (Gv 6,60-69): «Molti dei suoi discepoli, dopo aver ascoltato, dissero: “Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?”. Gesù, conoscendo dentro di sé che i suoi discepoli proprio di questo mormoravano, disse loro: “Questo vi scandalizza?”… Da allora molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui».
«Ciò che mai digeriranno è che Dio rifiuti le scenografie giganti per mostrare chi Lui è. Mai sopporteranno che Dio parli sottovoce, in punta di piedi, a bassa voce. Loro vogliono vedere fuochi d’artificio» (Don Marco Pozza).
Il quindicinale cattolico statunitense National Catholic Reporter nel 2018 pubblicava una Lettera Aperta ai vescovi americani, in vista dell’Assemblea della Conferenza episcopale, nella quale, tra l’altro, scriveva: “Presentatevi in abiti civili e lasciate a casa tutti i finimenti, i collarini, le talari, le croci di seta e pizzo e le croci pettorali. Dio vi riconoscerà. Fate questo piccolo passo in umiltà e incontratevi come fratelli[2].
Disse Enzo Bianchi: «gli uomini, soprattutto gli uomini «religiosi», sono sempre pronti a plasmarsi un vitello d’oro (cf. Es 32,1-6), un Dio manufatto secondo i loro bisogni e desideri… No, noi cristiani andiamo a Dio attraverso Gesù, «l’immagine del Dio invisibile» (Col 1,15): narrando Dio con la sua vita, Gesù ha giudicato tutte le immagini e i volti di Dio che gli uomini si fabbricano con le proprie mani: ormai ciò che di Dio può essere conosciuto e predicato è ciò che è stato vissuto e predicato da Gesù».[3]


[1] Suggestioni da A. Pronzato, Parola di Dio ciclo B, Gribaudi, 1990
[2] Loic De Kerimel, En finir avec le cléricalisme, Ed Seuil, 2020, pag. 249
[3] Enzo Bianchi, Dire il Dio di Gesù Cristo, Milano, 8 aprile 2011 Basilica di S. Ambrogio




4 agosto 2024. Domenica 18a
DAL DONO AL DONATORE

18 domenica B –

Preghiamo. O Dio, che affidi al lavoro dell’uomo le immense risorse del creato, fa’ che non manchi mai il pane sulla mensa di ciascuno dei tuoi figli, e risveglia in noi il desiderio della tua parola, perché possiamo saziare la fame di verità che hai posto nel nostro cuore. Per Gesù Cristo il nostro Signore. Amen.
Dal libro dell’Èsodo 16,2-4.12-15
In quei giorni, nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nella terra d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatto uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine». Allora il Signore disse a Mosè: «Ecco, io sto per far piovere pane dal cielo per voi: il popolo uscirà a raccoglierne ogni giorno la razione di un giorno, perché io lo metta alla prova, per vedere se cammina o no secondo la mia legge. Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: “Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore, vostro Dio”». La sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino c’era uno strato di rugiada intorno all’accampamento. Quando lo strato di rugiada svanì, ecco, sulla superficie del deserto c’era una cosa fine e granulosa, minuta come è la brina sulla terra. Gli Israeliti la videro e si dissero l’un l’altro: «Che cos’è?» (Man hu’= מָן הוּא), perché non sapevano che cosa fosse. Mosè disse loro: «È il pane che il Signore vi ha dato in cibo».
 Salmo 77  Donaci, Signore, il pane del cielo.
Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato
non lo terremo nascosto ai nostri figli, raccontando alla generazione futura
le azioni gloriose e potenti del Signore  e le meraviglie che egli ha compiuto.
Diede ordine alle nubi dall’alto e aprì le porte del cielo;
fece piovere su di loro la manna per cibo e diede loro pane del cielo.
L’uomo mangiò il pane dei forti; diede loro cibo in abbondanza.
Li fece entrare nei confini del suo santuario, questo monte che la sua destra si è acquistato.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni 4,17.20-24
 Fratelli, vi dico e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri.  Voi non così avete imparato a conoscere il Cristo, se davvero gli avete dato ascolto e se in lui siete stati istruiti, secondo la verità che è in Gesù, ad abbandonare, con la sua condotta di prima, l’uomo vecchio che si corrompe seguendo le passioni ingannevoli, a rinnovarvi nello spirito della vostra mente e a rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità.
Dal Vangelo secondo Giovanni 6,24-35
 In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «Amen, Amen io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura (perisce, si rovina) ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».  Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «Amen, Amen io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».  Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

DAL DONO AL DONATORE. Don Augusto Fontana

Può capitare nei matrimoni aristocratici: lei trentenne si “innamora” di un ottantenne e si sposano; con un occhio a villa principesca e yacht lussuosissimo più che per afflato amoroso. Ma capita anche a noi, comuni mortali di essere grati di un dono ma sfuggenti nell’abbraccio al donatore. Anche con Dio. Il proliferare, in certi settori ecclesiali, di pratiche affini alla magia per conseguire guarigioni e assicurarsi il favore del Signore, prova che l’equivoco sul pane che Gesù offre è sempre attuale[3].
Così a Cafarnao… Gesù disse loro: « voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati…. Io sono il pane della vita… il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo.
Scriveva il biblista Fausti[4]: «Non desiderano tanto lui, quanto ciò che da lui viene. Sono come i polli che vanno dietro alla massaia per amore del becchime.
Israele, il primo giorno che entrò nella terra promessa, disse: «Che buono Dio!»; e danzò e tacque di stupore.
Il secondo giorno disse: «Che buono Dio, che ci ha dato la terra!»; e cantò e guardò con gioia il cielo e la terra.
Il terzo giorno disse: «Che buona la terra che Dio ci ha dato!»; e guardò con piacere la terra e il cielo.
Il quarto giorno disse: «Che buona la terra!»; e guardò con avidità la terra.
Il quinto giorno tacque, dimenticò il Padre e guardò con invidia il vicino.
Nel sesto giorno ognuno cominciò a litigare con il fratello, per ampliare i propri confini. Così ebbe ini­zio, e continuò, tutto ciò che leggiamo nei libri di storia e sui giornali: furti e omicidi, imbrogli e menzogne, violenze e ingiustizie, oppressioni e mali di ogni tipo. Il giardi­no divenne deserto e tutti finirono in esilio, senza terra, senza Padre e senza fratelli».

Dunque pare che la gente cerchi di mangiare a sbafo, di aggirare la condizione umana del “Con dolore trarrai dal suolo il cibo per tutti i giorni della tua vita. Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” (Genesi 3, 17-19).
Dicono “Signore, dacci sempre questo pane”, intendendo il pane gratis senza oneri; l’equivoco si ripeterà al pozzo di Giacobbe con la samaritana (Gv 4,15): «Signore, gli disse la donna, dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».
Pane, acqua. Ma quale pane e quale acqua? Tornano le domande di necessarie, sempre, davanti a questo capitolo 6° di Giovanni: «Quale fame abita la nostra esistenza? Di quale nutrimento abbiamo davvero bisogno?». «L’uomo non vive di solo pane, ma vive di ciò che esce dalla bocca del Signore» (Dt 8,3; cfr. Mt 4,4)

Io-sono il pane della vita…Io-sono acqua viva”.

Cibo che dura per la vita eterna…Pane della vita potremmo tradurlo come “pane vitale”, “pane che dà la vita[5]. Quella dopo la morte, ma anche quella prima della morte, come scrive Giovanni nella sua prima Lettera (3,14): «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte».
Gesù si era presentato come colui che dà il pane, ora si identifica con il pane: «Io sono il pane». «Man­giarlo» significa assimilarlo, o meglio, esserne assimilati, per vivere di lui e come lui.
Già Ezechiele (3,1-3) riceve dal Signore uno strano ordine: “«Figlio d’uomo mangia questo rotolo, poi va’ e parla alla casa d’Israele».  Così io apersi la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo.  Poi mi disse: «Figlio d’uomo, ciba il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti do». Così io lo mangiai e fu nella mia bocca dolce come il miele”.
E Geremia (Ger 15,16) confessava al Signore: “Quando trovai le tue parole, le divorai con avidità; la tua parola fu per me una gioia e una letizia per il mio cuore”.
Anche il salmista canta: «Quale dolcezza al mio palato le tue promesse, Signore, più che miele nella mia bocca» (Salmo 119,103).
Come anche per l’autore di Apocalisse (10, 8-11):  Poi la voce che avevo udito dal cielo mi parlò di nuovo: «Va’, prendi il libro aperto dalla mano dell’angelo che sta ritto sul mare e sulla terra». Allora mi avvicinai all’angelo e lo pregai di darmi il piccolo libro. Ed egli mi disse: «Prendilo e divoralo; ti riempirà di amarezza le viscere, ma in bocca ti sarà dolce come il miele».  Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza. Allora mi fu detto: «Devi profetizzare ancora su molti popoli, nazioni e re»”.
Credere verso…
L’omelia di Cafarnao punta sul verbo “credere in…” (nel testo greco “Pisteuein eis”= credere verso…) che indica l’orientamento della vita verso la persona di Gesù, come l’ago della bussola è sempre puntata verso il polo magnetico.  Credere è l’opera per eccellenza di Dio, che supera ogni nostro agitarci religioso.  Anche se questa opera assoluta, altrove è meglio specificata; in Luca la predicazione di Giovanni Battista suscita una domanda che è molto simile a quella che esce dalla bocca della folla qui a Cafarnao, e cioè Che cosa dobbiamo fare?”.
Giovanni Battista rispondeva: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”. Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare, e gli chiesero: “Maestro, che dobbiamo fare?”. Ed egli disse loro: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. Lo interrogavano anche alcuni soldati: “E noi che dobbiamo fare?”. Rispose: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe”.
Si direbbe che la domanda attraversa varie volte i Vangeli: Mt 19,16 Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: «Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». Mc 10:17 Mentre usciva per mettersi in viaggio, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?». Lc 10:25 Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». Lc 18:18 Un notabile lo interrogò: «Maestro buono, che devo fare per ottenere la vita eterna?». E le risposte di Gesù, secondo i Sinottici, sono unificabili in: «Vai, vendi, dai ai poveri poi seguimi!…Fatti prossimo ».
Pare che Giovanni voglia intensificare un’opera di interiorizzazione: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Che non esenta dall’amore concreto.
Pane parlante.
Scriveva Enzo Bianchi: «Gesù si presenta come cibo in quanto Parola, Parola del Padre, Parola fatta carne (cf. Gv 1,14), Parola discesa dal cielo. La Parola di Dio è sempre stata letta nell’Antico Testamento come cibo, pane che dà la vita all’umanità (cf. Is 55,1-3; Pr 9,3-6, ecc.); ma ora questa Parola, detta molte volte e in diversi modi nei tempi antichi agli esseri umani tramite Mosè e i profeti (cf. Eb 1,1), è un uomo: è Parola di Dio umanizzata in Gesù di Nazaret. In questo senso Gesù si consegna agli umani quale “pane della vita”, pane che porta la vita.
Questo linguaggio è talmente vertiginoso che non è possibile commentare tali parole di Gesù: vanno solo accolte in adorazione. Gesù, sì, proprio Gesù, un uomo, un ebreo marginale di Galilea, il figlio di Maria e di Giuseppe, proveniente da Nazaret, è in verità la Parola di Dio e, in quanto tale, è cibo, pane per la nostra vita di credenti in lui. Chi può dire di essere in grado di capire e sostenere queste parole? Chi può dire di essere credente in questo modo? Certo, possiamo dire e cantare che Gesù è il pane della vita, possiamo pregare dandogli del tu e confessandolo quale nutrimento per la nostra esistenza, ma poi dobbiamo sentire che queste parole trascendono la nostra mente e il nostro cuore: noi aderiamo a lui, ma a tratti e mai pienamente… In ogni caso, forse il Signore ci chiede solo che tentiamo di dire e ridire queste parole; e di farlo sapendo che solo il suo dono, la sua grazia ci permette di renderle parole dette per ciascuno di noi in modo personalissimo, cioè come soltanto il Signore ci conosce. Possiamo però almeno intuire che, se davvero si crede a queste parole di Gesù, allora nel quotidiano, assimilando quel pane di vita che egli è, ci si fa pane per gli altri, in una semplice e feriale pratica di umanità».


[3] Fernando Armellini, Settimana news, http://www.settimananews.it/ascolto-annuncio/xviii-annum-un-pane-dona-la-vita-eterna/
[4] S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Giovanni, I, EDB, 2003
[5] Michele Mazzeo, Vangelo e lettere di Giovanni, Paoline, 2007, pag 195.




28 luglio 2024. Domenica 17a
DAL SEGNO DEI PANI AL PANE COME SEGNO

XVII domenica B

 Preghiamo. O Padre, che nella Pasqua domenicale ci chiami a condividere il pane vivo disceso dal cielo, aiutaci a spezzare nella carità di Cristo anche il pane terreno, perché sia saziata ogni fame del corpo e dello spirito. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal secondo libro dei Re 4, 42-44
In quei giorni, da Baal-Salisà venne un uomo, che portò pane di primizie all’uomo di Dio: venti pani d’orzo e grano novello che aveva nella bisaccia. Eliseo disse: «Dallo da mangiare alla gente». Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». Egli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”».Lo pose davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore.
Dal Salmo 144 (145).  Apri la tua mano, Signore, e sazia ogni vivente.
Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli.
Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza. R/.
Gli occhi di tutti a te sono rivolti in attesa e tu dai loro il cibo a tempo opportuno.
Tu apri la tua mano e sazi il desiderio di ogni vivente. R/.
Giusto è il Signore in tutte le sue vie e buono in tutte le sue opere.
Il Signore è vicino a chiunque lo invoca, a quanti lo invocano con sincerità. R/.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni  4, 1-6
Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.
Dal Vangelo secondo Giovanni  6, 1-15
In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.

DAL SEGNO DEI PANI AL PANE COME SEGNO[1]. . D. Augusto Fontana

La liturgia domenicale oggi interrompe ancora una volta la Lettura continua del Vangelo di Marco e ci squaderna il capitolo 6 di Giovanni che verrà proclamato quasi per intero fino a domenica 25 agosto. E’ la volta buona per leggere fin da oggi tutto il capitolo 6 per intero.
Pane per chi ha fame e fame per chi ha pane. Quale fame abita la nostra esistenza? Di quale nutrimento abbiamo davvero bisogno?
Il segno dei pani, unico segno narrato 6 volte da tutti gli evangelisti (due volte in Mc e Mt e una volta in Lc e Gv) è riletto da Giovanni con originalità. Al di là delle differenti accentuazioni tutti gli evangelisti interpretano il fatto in senso eu­caristico/pasquale.
Il capitolo 6 costituisce un punto nodale del quarto Vangelo. Eppure pare che abbia avuto una genesi un po’ faticosa; pare che sia un testo inserito tardivamente nel quarto Vangelo, l’unico che non conteneva il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia.
L’evento è situato nel tempo di Pasqua e ….al di là del mare di Galilea, di Tiberiade, in quell’ansa del lago che sta tra Cafarnao e Tiberiade, che può essere attraversata in barca o percorsa a piedi sulla riva. Sono chiare allusioni all’esodo.
Tutto il c. 6 è un gioco di equivoci sul pane, come nel cap. 3 con Nicodemo sul «na­scere» e nel cap. 4 con la Samaritana sull’«acqua». L’equivoco nasce da un doppio senso: una parola ha un significato comune, ma anche un altro significato più importante e più profondo da scoprire. La lettura “simbolica” della realtà fa la differenza tra l’uomo e l’ani­male. Ogni cosa non rappresenta solo se stessa, ma anche rimanda ad altro. Chi non lo coglie, è un «uomo animale» (come dice S. Paolo), che non capisce le cose di Dio, ma neppure quel­le dell’uomo. Il fine del lavoro dell’uomo è mangiare per vivere. Ma come si mangia? L’animale consuma il suo pasto da solo alla greppia, o contende la preda con il rivale. L’uomo invece è fatto per mangiare abitualmente in modo conviviale. Il fast food, consumato in solitudine, soddisfa la fame dell’animale, ma non quella dell’uomo. C’è dunque pane e pane. C’è quello che si compra e si vende, per il quale si litiga e si uccide. Non è certo questo che fa vivere; ad esso, anzi, si sacrifica la vita. C’è però anche quello che si riceve e si condivide con i fratelli, in reciproco amore, che fa dei nostri bisogni il luogo di relazione e di comunione. Non sarà mai a sufficienza meditato il senso della domanda del Padre Nostro: «Dacci oggi (Luca 11,8: “ogni giorno”) il nostro pane “epiousion”» (Matteo 6,11) che banalmente viene tradotto con “pane quotidiano”, ma che letteralmente significa “pane sostanziale, essenziale”.
La composizione del testo.
Inizia con due racconti, uno sul monte (vv.1-15) e l’altro nel mare (vv.16-21); segue il discorso/dibattito sul vero pane (vv. 26-59), che porta all’accettazione o al rifiuto di Gesù, alla confessione di Pietro o al tradimento di Giuda (vv. 60-71).
Al centro del capitolo c’è «il pane», nominato 21 volte (su 25 in tutto il Vangelo di Giovanni). Come l’acqua e l’aria, anche il pane è sim­bolo primordiale di vita: lo si mangia per vivere. Ma, a differenza dell’acqua e dell’a­ria, non è solo dono della terra e del cielo; è anche frutto di lavoro, condito di gioia e fatica, di speranza e sudore.
Il segno di Gesù non può essere com­preso che alla luce della contrastante reazione che la sua parola suscita negli ascoltatori. Nel con­trasto fra i due tipi di lettura del segno si rivela chi è Gesù[2]. L’apertura e la conclusione del racconto, rivelano dove sta il contrasto tra le due “letture del segno”: all’inizio una grande folla segue Gesù «vedendo i se­gni che faceva sugli infermi» (v. 2); alla fine solo i Dodici rimangono, profes­sando la loro fede nella Parola: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (vv. 68­-69). Dalla fede fondata sui segni, alla fede fondata sulla Parola; dalla fame di pane alla comunione personale con Gesù: questo è il percorso che il segno sollecita a compiere.
Al centro, Gesù.
Giovanni, ritoccando il racconto si­nottico, concentra la sua narrazione su Gesù che assume l’iniziativa di tutto ciò che avviene. Ha cura dei presenti senza attendere la sollecitazione dei discepoli (v.5); è lui che distribuisce personalmente il pane (vv. 10-11); infine ordina che siano «radunati» i pezzi avanzati (v. 12). Questo modo di narrare cela un’intenzione teologica. Giovanni intende così mostrare che Gesù, oltre a farsene dispensatore, è lui stesso quel pane donato. Il percorso da compiere non è semplicemente dal dono al donatore; occorre comprendere che il donatore si rende presente in ciò che dona, perché non offre altro che se stesso. Dal segno dei pani bi­sogna giungere al pane come segno di Gesù.
In comunione con il Padre.
Sul monte Gesù si ritira per cercare la comunione con il Padre ed è da questo luogo che, «alzati gli occhi, vide una grande folla ve­nire a lui» (v. 5). Nei Vangeli di Marco, Matteo e Luca, Gesù “alza gli occhi al cielo” subito prima di rendere grazie sul pane e distribuirlo; in Giovanni invece “alza gli occhi sulla folla”. In tutta la Bibbia e anche nel vangelo di Giovanni tutte le volte che “si alzano gli occhi” succede qualcosa. La domanda è: forse non succedono più alcune cose perché non alziamo gli occhi?
La prova per i discepoli.
Nella sua iniziativa Gesù coinvolge i discepoli, attraverso il dialogo che in­tesse con due di loro. Dapprima si rivolge a Filippo, «per metterlo alla pro­va» (v. 6). La prova di Dio, nella Bibbia, assume di so­lito un duplice significato: discerne ciò che c’è nel cuore dell’uomo e sag­giandolo lo purifica, per condurlo ad assumere il pensiero di Dio.  Gesù «sapeva bene quello che stava per fare» (v. 6).  Filippo, messo alla prova, mostra subito la sua incredulità: pani per duecento denari… Il denaro è la paga per una giornata di lavoro per un operaio, quindi 200 denari sono lo stipendio di sei mesi; forse è il denaro che avevano nella cassa? Entra in scena Andrea, fratello di Pietro, il quale dice : C’è qui un ragazzino che ha cinque pani d’orzo e due pesci, ma che è questo per tante persone? Il ragazzino non c’è nei Sinottici. L’evangelista insiste dicendo che c’erano solo adulti (5.000 adulti). In quella situazione di mancanza di pane, l’unico che ha qualcosa è un ragazzino, un povero, un debole, uno che conta nulla. Ci sono 12 apostoli e 5000 adulti che hanno niente; solo quel ragazzo ha pani e pesci.
Da dove?
«Dove [letteralmente nel testo greco: “da dove”] possiamo comperare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». In greco risuona l’avverbio pothen (da dove), che nel Vangelo di Giovanni ricorre frequentemente con un accentuato significato cristologi­co[3], per designare Gesù nel suo venire dal mistero di Dio. A Cana si narra che il maestro di tavola non sapeva «da dove venisse il vino» (2,9). La donna di Samaria domanda a sua volta a Gesù: «Signore, tu non hai un mezzo per at­tingere e il pozzo è profondo; da dove dunque hai quest’acqua viva?» (4,11). Gesù ave­va affermato solennemente la sua origine dal Padre, origine contestata dai giudei che si fermano alla «carne» dicendo di conoscere la famiglia: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo? » (6,42).  Il pane vero che sazia l’uomo, come il vino di Cana e l’acqua di Sa­maria, proviene da quel «dove» che è il Padre. Dice Gesù: «Io so da dove vengo e dove vado» (8,14). Durante il processo ro­mano Pilato indagherà l’identità di Gesù con il medesimo avverbio: «Da do­ve sei?» (19,9).
Niente, poco, tutto.
L’origine di questo dono non sostituisce l’agire del­l’uomo. Anche in questo consiste la prova alla quale i discepoli vengono sottoposti. La domanda di Gesù evidenzia la loro impossibilità: due­cento denari non basterebbero per comperare pane sufficiente per tutti, e cin­que pani di orzo e due pesci, che cosa sono per tanta gente? Per Filippo e Andrea se non si ha abbastanza, nulla è possibile. Il poco equivale a niente; tanto vale quindi non impegnarsi. Gesù con il suo ge­sto capovolge la prospettiva: il poco che si possiede può essere comunque do­nato. Che siano duecento denari o cinque pani, il calcolo da fare non è se sia­no sufficienti, ma se si è capaci di investirli totalmente. Il gruppo di Gesù […] dà tutto quello che può, il ragazzino offre tutto quello che ha, la folla riceve tutto quello che chiede. […] In definitiva: se io do tutto quello che ho, il mio prossimo riceverà tutto quello che desidera. Il «se avessi di più» viene spazzato via da questa operazione[4]. Quando si dà tutto, è come se si donasse la propria vita. Al pari della vedova di cui parla­no Marco e Luca, la quale, gettando nel tesoro del tempio tutto quello che aveva, donava di fatto la propria vita (Mc 12,41-44; Lc 21,1-4), Gesù fa di questo gesto il segno dell’offerta totale di sé.
Radunate i frammenti.
Gesù dice ai discepoli: Radunate i frammenti avanzati : Radunate (il verbo greco è sunagô da cui deriva sinagoga) i frammenti (klàsmata). Nel testo della Didachè, anteriore a Giovanni, al cap. 9,4 si dice che, fatta l’eucarestia, si devono raccogliere i frammenti (sunagèin klàsmata). La comunità è sempre da costruire, anche dopo il rito.
C’è Pane e pane.
Papa Francesco ha citato spesso la teoria economica, dello «sgocciolamento» («trickle-down»), secondo la quale i benefici concessi alle classi più abbienti – ad esempio dal punto di vista fiscale – favoriscono l’intera società e «sgocciolano» anche sui poveri. In sostanza, secondo questa tesi, quando il liquido (la ricchezza) all’interno del bicchiere cresce, ad un certo punto tracima e sgocciola in basso, provocando ricadute favorevoli sia sulla classe media come sui più poveri. Francesco ne aveva parlato al numero 54 dell’esortazione apostolica «Evangelii gaudium (novembre 2013): «Alcuni ancora difendono le teorie della “ricaduta favorevole”, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante. Nel frattempo, gli esclusi continuano ad aspettare».  Seppure indiretto, un riferimento a queste teorie lo si ritrova anche nella enciclica «Laudato si’»: «Ancora una volta, conviene evitare una concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese o degli individui». A queste citazioni si è poi aggiunto un capoverso del discorso ai movimenti popolari, che Francesco ha tenuto a Santa Cruz de la Sierra il 9 luglio 2015, durante il viaggio in Bolivia. Un testo che può essere considerato una «mini-enciclica» sociale. Il Papa ha dapprima osservato: «L’equa distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è semplice filantropia. È un dovere morale. Per i cristiani, l’impegno è ancora più forte: è un comandamento. Si tratta di restituire ai poveri e ai popoli ciò che appartiene a loro. La destinazione universale dei beni non è un ornamento discorsivo della dottrina sociale della Chiesa. È una realtà antecedente alla proprietà privata. La proprietà, in modo particolare quando tocca le risorse naturali, dev’essere sempre in funzione dei bisogni dei popoli. E questi bisogni non si limitano al consumo». Quindi ha aggiunto, con evidente riferimento alla teoria del «trickle-down»: «Non basta lasciare cadere alcune gocce quando i poveri agitano questo bicchiere che mai si versa da solo. I piani di assistenza che servono a certe emergenze dovrebbero essere pensati solo come risposte transitorie. Non potranno mai sostituire la vera inclusione: quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale».


[1] Fonti utilizzate: articoli di L. Fallica, B. Rossi, B. Maggioni in  PAROLE DI VITA  n. 2/2004.
[2] B. MAGGIONI, «La moltiplicazione dei pani», in M. MASINI (ed.), La parola per l’assemblea festiva. Diciassettesima domenica «per annum», Queriniana, Brescia 1972, 82.
[3] Sono 13 ricorrenze: 1,48; 2,9; 3,8; 4,ll; 6,5; 7,27 (2 volte); 7,28; 8,14 (2 volte); 9,29; 9,30; 19,9.
[4] P. BEAUCHAMP, «Le signe des pains», in Lumiere et vie 209 (1992) 57.




21 luglio 2024. Domenica 16a
CELEBRARE TEMPI DI RESPIRO. INSIEME.

16 domenica B

Preghiamo. Dona ancora, o Padre, alla tua Chiesa, convocata per la Pasqua settimanale, di gustare nella parola e nel pane di vita la presenza del tuo Figlio, perché riconosciamo in lui il vero profeta e pastore, che ci guida alle sorgenti della gioia eterna. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Geremia 23,1-6
“Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo”. Oracolo del Signore. Perciò dice il Signore, Dio di Israele, contro i pastori che devono pascere il mio popolo: “Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati; ecco io mi occuperò di voi e della malvagità delle vostre azioni. Oracolo del Signore. Radunerò io stesso il resto delle mie pecore da tutte le regioni dove le ho lasciate scacciare e le farò tornare ai loro pascoli; saranno feconde e si moltiplicheranno. Costituirò sopra di esse pastori che le faranno pascolare, così che non dovranno più temere né sgomentarsi; di esse non ne mancherà neppure una”. Oracolo del Signore. “Ecco, verranno giorni – dice il Signore – nei quali susciterò a Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re e sarà saggio ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra. Nei suoi giorni Giuda sarà salvato e Israele starà sicuro nella sua dimora; questo sarà il nome con cui lo chiameranno: ‘‘Signore-nostra-giustizia’’”.
Salmo 22. Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia.
Mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome.
Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici.
Ungi di olio il mio capo; il mio calice trabocca.
Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita,
abiterò ancora nella casa del Signore per lunghi giorni.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini 2,13-18
Fratelli, ora, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito.
Dal Vangelo secondo Marco 6,30-34
In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’». Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare. Allora partirono sulla barca verso un luogo solitario, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città cominciarono ad accorrere là a piedi e li precedettero. Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

CELEBRARE TEMPI DI RESPIRO. INSIEME.  Don Augusto Fontana

«Anche gli animali avevano preteso da Domineddio il diritto alla domenica. “Cosa volete?” chiese il Signore. “Per me la domenica – disse il leone – è un gran bel mangiare la preda che afferro”. Il ghiro: “Per me è un gran bel dormire”. La scimmia: “Un gran bel ballare di ramo in ramo”. Il pavone: “Un grande sfoggio della mia ruota passeggiando in su e in giù”. E il maiale: “ Rigirarmi nella pozzanghera e poi asciugarmi al sole”. Furono accontentati. Ma poche domeniche dopo si presentarono tutti col muso lungo davanti al Creatore: “Queste domeniche non ci accontentano…”. “Sapete perché? – disse il Signore – Perché non avete capito che per fare domenica occorre qualcuno con cui stare insieme e parlare cuore a cuore”»[1].  Le favole sono il sorriso della sapienza innocente. O sogni di terre senza luogo? L’ho narrata a un giovane, di quelli che a fine settimana lavora con un “contratto week-end”, part-time verticale: 20 ore settimanali concentrate al sabato e alla domenica per uno stipendio di 600 euro al mese. Ultima ed estrema formula di lavoro flessibile. La favola franò in un silenzio senza sorriso, eloquente di perplessità. Forse – pensai – non si era sentito troppo onorato nel trovarsi classificato tra scimmie e maiali. O forse sognava un’improbabile domenica, una distesa sconfinata di tempo per un riposo sabbatico tra gente riunita a danzare la vita, a celebrare silenzi e memoriali di Dio, futuri cieli e terre nuove. Entrai in quegli occhi. Gli stessi dell’amico medico in turno di guardia dal sabato sera al lunedì mattina; stessi occhi delle lavoratrici con famiglia, casalinghe della domenica per condanna o per amore; stessi occhi dell’assonnato doppio-lavorista che incontro al bar mentre vado all’assemblea del Giorno del Signore.
In quegli occhi la domenica fa problema; per necessità indotte, fittizie, reali, invincibili. Problema di chiesa, ma non meno che di vissuto collettivo: siamo rassegnati in attesa che giunga da chissà quale Messia la saggezza di salvare, anche per noi preti, dei tempi di riposo per “essere” e per “stare insieme”. Attesa di celebrare il nostro fiato all’unisono con il solido respiro Pasquale del Signore: «In sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra, ma nel settimo giorno ha cessato e ha ripreso fiato» (Esodo 31,17. In ebraico: nefesh non significa “riposo” ma “fiato, respiro”). Riposarsi, prendere fiato (Spirito), respirare profondo: non è un’oziosa eccezione per divinità borghesi, ma vocazione universale per creature interpellate dal Qoelet: «Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?»[2]. Il profeta Amos (8,11)  gridava: «Verranno giorni, dice il Signore, in cui manderò la fame nel paese, non fame di pane nè sete di acqua, ma di ascoltare la Parola del Signore».
Il Catechismo della Chiesa cattolica ricorda:«Le necessità familiari o una grande utilità sociale costituiscono giustificazioni legittime di fronte al precetto del riposo domenicale[3]. I fedeli vigileranno affinchè legittime giustificazioni non creino abitudini pregiudizievoli per la religione, la vita di famiglia e la salute».
Si riunirono attorno a Gesù.
«Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed egli disse loro:  «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’».  Era infatti molta la folla che andava e veniva e non avevano più neanche il tempo di mangiare» (Marco 6, 30-31). Il testo di Marco appartiene ai Sommari; brevi passaggi di testi che servono a concentrare i temi precedenti e lanciare le pagine successive. Il testo della liturgia odierna nasce dall’invio in missione e si concluderà con la sezione dedicata al deserto, al pane donato in abbondanza, al gregge disperso che morirebbe sfinito senza l’efficace compassione di Gesù pastore.
Una missione, dunque, si è compiuta; da Marco non si sa come sia andata. Per Luca, invece[4], pare che sia andata bene, visto che ha voluto annotare la gioia dei discepoli, che contagia anche Gesù. Marco, più sobrio, mette in bocca a Gesù l’invito a seguirlo nel riposo. E’ una vocazione: “Venite!”. Ha bisogno di ripetere alla sua comunità di non illudersi delle masse che si accalcano: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode. Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore» (Salmo 127,1). Già nel suo primo capitolo l’evangelista Marco aveva annotato che Gesù, di fronte alla pressante ricerca delle folle, adotta due scelte: non lasciarsi  “catturare” (Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava) e non lasciarsi “addomesticare” in un cortile (Andiamocene altrove per i villaggi vicini). Inoltre Gesù spesso sente il bisogno di formare la sua comunità, di permetterle di sondare meglio la sua vita e le sue parole. In queste annotazioni di Marco c’è spazio per i mistici, ma anche per chi, come me, molto più prosaicamente ha bisogno di essere allertato sul rischio di diventare vedette o robot. E forse c’è posto anche per noi condannati dal rumore e dal lavoro. Pecore senza pastore, degne più di una compassione profetica («Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò»[5]) che di una staffilata moralistica. Mosè aveva chiesto al Signore di mettere a capo della comunità di Israele «un uomo che li preceda nell’uscire e nel tornare perché la comunità del Signore non sia un gregge senza pastore» (Numeri 27,17). Eccolo questo pastore. Non come i pastori demagoghi che Geremia individua nel suo capitolo 23: succubi di alleanze scriteriate e di interessi privati in pubblica pastorale. Non mi sottraggo al fastidio di essere stato smascherato dal veggente profeta.  Eccolo dunque questo pastore carismatico capace di empatia e di sorprendente operosità.
Danza seppur con la schiena piegata!
Diastole e sistole, espansione e concentrazione, vita e celebrazione: sono sfide che hanno albe lontane. «Mosè disse a faraone: «Ci sia dunque concesso di partire per un viaggio di tre giorni nel deserto e celebrare un sacrificio al Signore, nostro Dio!». Il re di Egitto disse : «Perché, Mosè e Aronne, distogliete il popolo dai suoi lavori? Tornate ai vostri lavori! Fannulloni siete; fannulloni! Per questo dite: Vogliamo partire, dobbiamo sacrificare al Signore. Ora andate, lavorate! Non vi sarà data paglia, ma voi darete lo stesso numero di mattoni» (Esodo 5,3-18)….Il Signore disse: «Per sei giorni si lavorerà, ma il settimo sarà per voi un giorno santo, un giorno di riposo assoluto, sacro al Signore» (Esodo 35).
Triplice è l’alienazione del lavoro che altera i lineamenti dell’uomo creato ad immagine e somiglianza di Dio: la schiavitù, l’idolatria (del lavoro e dei suoi prodotti), il parassitismo.
Gli uomini della Bibbia, a cui non si può certo rimproverare un eccessivo spiritualismo o ideologismo, hanno spesso collegato il lavoro alla festa e alla gioia. Accostamento per noi, oggi, troppo ardito e incomprensibile. Il lavoro aveva le sue soddisfazioni e comunque era innervato di feste religiose: festa degli azzimi, festa delle settimane, festa delle capanne. L’uomo che lavora con la schiena piegata è anche un uomo che danza e celebra eretto davanti al suo Dio. Dopo l’Esodo, le feste assumeranno un valore celebrativo di eventi meno naturali e più storici. La festa è speranza che apre uno squarcio su terre e cieli nuovi che, dopo aver valorizzato la laboriosità dell’uomo, mostreranno la gratuità di Dio allo stato puro: «O voi tutti assetati venite all’acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti» (Isaia 55, 1-2; cf. Isaia 65, 17-23).
La richiesta del popolo, avanzata tramite Mosè, è limitata nel tempo e nello spazio: chiedono solo un breve tempo per celebrare, per riposare. Una liberazione totale non riescono neppure a sognarla e tanto meno ad esigerla. Ma in quella richiesta aleggia una religiosità «pericolosa», una turbolenza nello scorrere indiscusso di un’organizzazione economico-politica. Il faraone adduce motivi religiosi per mascherare la sua insicurezza politica: «Chi è JaHWeH perchè io debba obbedirgli?» (Es.5,2). Mosè ed Aronne vengono denunciati come agitatori che incitano allo sciopero. Il faraone interpreta il culto degli ebrei come ozio, mancanza di produttività, frode. Il riposo connesso con il culto viene dichiarato un’intollerabile scardinamento dell’organizzazione produttiva. Inizia così una fase più dura di sfruttamento. Il capitolo 26 del libro del Deuteronomio potrebbe aiutarci a cogliere il rapporto tra liturgia e lavoro, tra i sei giorni e il settimo. Mosè si rivolge ad Israele nella sua situazione di benessere, nella sua vita normale quotidiana, nella sua vita di comunità pasquale e di liturgia vissuta intorno al Tempio.  Il capitolo 26 regolamenta il dono delle primizie e delle decime dei frutti del lavoro. E’ una catechesi che fa risaltare lo spirito profondo che il Signore vuole da Israele: spirito religioso, ma anche sociale, spiritualità ma anche giustizia distributiva, spirito imprenditoriale ma anche di amore espansivo. La fede celebrata nella liturgia nasce dalla fede sperimentata nella storia. Le primizie devono essere consegnate al levita e allo straniero attraverso un rito liturgico e non come semplice atto amministrativo, fiscale, burocratico. Si dichiara così che la vita è possibile solo perché Dio ha donato la sua terra: «Ho portato le primizie dei frutti del terreno che Tu, Signore, mi hai donato». L’adorazione a Dio è strettamente legata ad un godimento dei beni, ma non egoistico: «Di ogni bene che il Signore ti ha dato ne godrai tu, la tua famiglia, il Levita e lo straniero che abita fra voi».  Anche la decima parte dei beni o dei guadagni veniva portata ogni anno al tempio e ogni 3 anni veniva deposta fuori dalla porta di casa e messa a disposizione di leviti, immigrati, orfani e vedove; viene considerata «cosa sacra» per cui se fosse trattenuta in casa per egoismo produrrebbe un sacrilegio[6]. Il Signore ha posto una tensione inarrestabile e progressiva in questa dinamica di dono, terra, suolo, lavoro, frutti, liturgia, giustizia-carità, comunione, gioia festosa: è vera storia e storia della salvezza il cui centro e fonte è la Liturgia che rimane veramente il luogo privilegiato del farsi continuo della giustizia-carità attraverso il dono divino ed il lavoro umano in sinergia ed ininterrotta cooperazione.
E’ la logica del sabato oggi (2024) violentato da massacri di civili, da odio e sangue. Un ebreo aveva scritto: Non è tanto Israele che ha custodito il sabato, ma è il sabato che ha custodito Israele. La nostra contraddizione è che ci lamentiamo di non avere più tempo, che i nostri rapporti si sono imbarbariti, che non troviamo più il senso di ciò che facciamo e che abbiamo perso la qualità della vita. Di fatto ci è stato donato un giorno per tutto questo. Giorno per stare con il Signore, giorno della assemblea, giorno del riposo, giorno del senso. Più che un luogo (la chiesa) ci è stato donato un tempo (un giorno). Donare tempo è donare vita. Gli ebrei vivevano il sabato come dono di una “decima del tempo” a colui che viene celebrato come Signore della vita e Pastore della Chiesa. Tempo di rivelazione che “Dio è in mezzo a noi”, tempo di recupero della coscienza di appartenere ad un popolo.  “Come è bello e gioioso che i fratelli stiano insieme” (Salmo 133). In giorno di sabato veniva chiamato “esodo settimanale”, Menuchah cioè armonia, quiete, felicità, shalom, delizia, gloria. Come cura contro le nostre nevrosi. Giorno in cui si scopre che Dio abita la sua creazione. E’ giorno di santificazione. Giorno di “anima supplementare”. Giorno di scoperta che l’uomo ha un limite: sta qui il senso della proibizione di non andare oltre una distanza di 1 Km appunto per recuperare un nuovo rapporto con gli oggetti e le persone che lo circondano. Giorno per eccellenza dell’ascolto della Parola del Signore. Giorno della convivialità: tutti, il giorno prima, dovevano aiutare la donna a pulire e cucinare perchè anche la donna fosse libera di godere il piacere del riposo e della convivialità. Stare in riposo e celebrare insieme è un’arte da imparare. Non c’è domenica senza assemblea: non gli uni senza gli altri, non qualcuno al di sopra degli altri, non gli uni contro gli altri, ma gli uni per gli altri.  Nel 1998 veniva pubblicata la Lettera Apostolica di Giovanni Paolo II,  “Il Giorno del Signore”: «Il legame tra il giorno del Signore e il giorno del riposo nella società civile ha una importanza e un significato che vanno al di là della prospettiva propriamente cristiana.  L’alternanza infatti tra lavoro e riposo, inscritta nella natura umana, è voluta da Dio stesso: il riposo è cosa «sacra», essendo per l’uomo la condizione per sottrarsi al ciclo, talvolta eccessivamente assorbente, degli impegni terreni e riprendere coscienza che tutto è opera di Dio. … Resta anche nel nostro contesto storico l’obbligo di adoperarsi perché tutti possano conoscere la libertà, il riposo e la distensione che sono necessari alla loro dignità di uomini, con le connesse esigenze religiose, familiari, culturali, interpersonali, che difficilmente possono essere soddisfatte, se non viene salvaguardato almeno un giorno settimanale in cui godere insieme della possibilità di riposare e di far festa.  Ovviamente, questo diritto del lavoratore al riposo presuppone il suo diritto al lavoro. Attraverso il riposo domenicale, le preoccupazioni e i compiti quotidiani possono ritrovare la loro giusta dimensione: le cose materiali per le quali ci agitiamo lasciano posto ai valori dello spirito; le persone con le quali viviamo riprendono, nell’incontro e nel dialogo più pacato, il loro vero volto.  Le stesse bellezze della natura – troppe volte sciupate da una logica di dominio che si ritorce contro l’uomo – possono essere riscoperte e profondamente gustate. Dato poi che il riposo stesso, per non risolversi in vacuità o divenire fonte di noia, deve portare arricchimento spirituale, più grande libertà, possibilità di contemplazione e di comunione fraterna…  In breve, il giorno del Signore diventa così, nel modo più autentico, anche il giorno dell’uomo. La domenica deve anche dare ai fedeli l’occasione di dedicarsi alle attività di misericordia, di carità e di apostolato.  L’Eucaristia domenicale, dunque, non solo non distoglie dai doveri di carità, ma al contrario impegna maggiormente i fedeli a tutte le opere di carità, di pietà, di apostolato, attraverso le quali divenga manifesto che i fedeli di Cristo non sono di questo mondo e tuttavia sono luce del mondo e rendono gloria al Padre dinanzi agli uomini».
San Bernardo ai monaci che volevano darsi a pieno ritmo nella dire­zione spirituale, affermava: «La differenza tra un serbatoio e un canale è la seguente: mentre il canale scarica tutte le sue acque appena le riceve, il serbatoio attende fino a quando è colmo; dà ciò può dar via senza impoverirsi. Ora nel­la Chiesa ci sono molti canali, ma pochissimi serbatoi».

Se Israele osservasse perfettamente un solo sabato, il Messia verrebbe subito” (Midrash Esodo Rabbah).


[1] Giuseppe Piozzi Il giorno del Signore, Edizioni S.Paolo, Cinisello Balsamo 1997,  pag. 8-9.
[2] Qoelet 1, 3.
[3] Il riposo domenicale nasce da un processo di sabbatizzazione del Primo Giorno dopo il Sabato (la Pasqua di Gesù) che, inizialmente, rimase giorno di lavoro. La legge del riposo fu introdotta ufficialmente da Costantino nel 321. Ma i Padri della Chiesa non furono molto entusiasti: «E’ lo spirito che deve riposare astenendosi dal peccato».
[4] Luca 10, 17-20.
[5] Matteo 11, 28
[6] Cfr. anche Malachia 3,7-9




14 luglio 2024. Domenica 15a
DUE SANDALI AL VANGELO

15 domenica B

Preghiamo. Donaci, o Padre,  di non avere nulla di più caro del tuo Figlio,  che rivela al mondo il mistero del tuo amore e la vera dignità dell’uomo; colmaci del tuo Spirito, perché lo annunziamo ai fratelli con la fede e con le opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Amos 7,12-15
In quei giorni, Amasìa, [sacerdote di Betel,] disse ad Amos: «Vattene, veggente, ritìrati nella terra di Giuda; là mangerai il tuo pane e là potrai profetizzare, ma a Betel non profetizzare più, perché questo è il santuario del re ed è il tempio del regno». Amos rispose ad Amasìa e disse: «Non ero profeta né figlio di profeta; ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro. Il Signore mi prese, mi chiamò mentre seguivo il gregge. Il Signore mi disse: Va’, profetizza al mio popolo Israele».
 Salmo 84  Mostraci, Signore, la tua misericordia.
Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annuncia la pace per il suo popolo, per i suoi fedeli.
Sì, la sua salvezza è vicina a chi lo teme, perché la sua gloria abiti la nostra terra.
Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno.
Verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal cielo.
Certo, il Signore donerà il suo bene e la nostra terra darà il suo frutto;
giustizia camminerà davanti a lui: i suoi passi tracceranno il cammino.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni1,3-10
Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato. In lui, mediante il suo sangue, abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe, secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l’ha riversata in abbondanza su di noi con ogni sapienza e intelligenza, facendoci conoscere il mistero della sua volontà, secondo la benevolenza che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra.
 Dal Vangelo secondo Marco 6,7-13
In quel tempo, Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. E diceva loro: «Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro». Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano. 

DUE SANDALI AL VANGELO. Don Augusto Fontana

«I cristiani devono essere poveri – pare che abbia detto un noto presule polemista – ma la chiesa deve essere ricca». Che è come dire: frate povero in ricco convento. Legittimo richiamo a chi è costretto come me alla protesi del portafoglio; ma non è un convincente sdoganamento per la chiesa. Paradossi. Sarebbe come dire, invertendo i fattori: chiesa povera per cristiani ricchi. Qualche volta accade. Per mia colpa, mia grandissima colpa.
«Cammina davanti a me».
«Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. E comandò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche» (Marco 6, 7-9). E’ il nostro breviario di viaggio, come lo definisce Silvano Fausti[1]. Sembra un ordine più che un consiglio. L’apostolo Pietro, ricordandosi di questo comando, non s’era organizzato l’8 per mille e aveva detto ad un paralitico: «Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!» (Atti 3,6). C’era abituato fin dalle campagne di evangelizzazione che Gesù faceva sperimentare ai suoi come un’aquila che insegna ai piccoli a volare. I Dodici non sono depositari unici di quella missione “ed incominciò a mandarli a due a due”. Il Vangelo è affidato alle mani di tutti e non solo di pochi preti o catechisti. L’evangelista Luca, infatti, allarga la platea: «Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (Luca 10,1).
Camminare davanti a lui. Gesù li aveva chiamati perché “stessero con lui” e “camminassero dietro di lui. Ogni passo in meno o in più avrebbe portato i discepoli alla deriva. Ora li manda avanti come battistrada. C’è una pedagogia del Signore, in tutto questo? La tradizione rabbinica direbbe di sì, come mi pare sostenga Alberto Mello[2]. I genitori camminano “con i figli” più piccoli assumendone gli stessi passi senza anticipi o ritardi, ma poi viene il tempo di invitare i figli a “camminare davanti a loro” come segno di raggiunta maturità. Così nell’interpretazione rabbinica si mette in evidenza la diversa posizione di Noè e di Abramo; del primo si dice che «camminava con Dio» (Genesi 6, 9), del secondo si ricorda l’invito di Dio: «Cammina davanti a me e sii integro» (Genesi 17,1). «Abramo cammina non solo “con” Dio, ma perfino “davanti” a lui: lo precede, gli apre la strada…Al più piccolo (cioè a Noè) il padre dà la mano e gli cammina insieme. Ma al più grande (cioè ad Abramo) il padre dà tutta la libertà di corrergli davanti, di trovare da sé la sua strada»[3].  Il Concilio Vaticano II° stimola i battezzati a vivere la fede non solo come obbediente intimità, ma anche come partecipata missione: «L’apostolato dei laici, che nasce dalla stessa vocazione cristiana, non può mai mancare nella chiesa…Si abituino i laici a lavorare nella parrocchia intimamente uniti ai loro sacerdoti, ad esporre alla comunità della chiesa i propri problemi e quelli del mondo e le questioni che riguardano la salvezza degli uomini perché siano esaminati e risolti con il concorso di tutti; diano, secondo le proprie possibilità, il loro contributo ad ogni iniziativa apostolica e missionaria della propria famiglia ecclesiale… Questa evangelizzazione o annuncio di Cristo, fatta con la testimonianza di vita e con la parola, acquista una particolare efficacia dal fatto che viene compiuta nelle comuni condizioni di vita quotidiana»[4].
I Dodici, dunque, insieme ai discepoli. Il pubblico si sta assottigliando, ma Gesù non demorde; chiama alcuni senza smettere di invitare i molti, anche le folle. Il Regno di Dio non è una partita di Champions League, pochi campioni che giocano incitati dal tifo di molti. Chi lo vuol seguire non può stare in panchina: «Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”» (Marco 8, 34). Tutti ad evangelizzare. E senza attrezzi o, meglio, con quei soli attrezzi compatibili con il suo, una croce. La croce che chiede di portare non è, a dispetto di certa predicazione doloristica, l’accettazione stoica di un mal di pancia o di un collega fetente o di una moglie petulante. È invece l’accettazione di una “fede a caro prezzo”, quella che ci trasferisce da una condizione di consumatori del supermarket della religione a testimoni coscienti. È la croce di una compromessa passione per il Regno di Dio, di una fede pasquale che sia attiva e responsabile, narrabile e seducente. La missione conosce i rifiuti spesso dovuti alle nostre colpevoli presunzioni e deficienze. Qualche volta il fallimento o l’indifferenza nascono dall’innocente fedeltà al messaggio: il profeta Amos, narra la prima lettura (Amos 7,10-17), va in rotta di collisione con Amasia, sacerdote del santuario di Betel, un santuario nato sano e imbastarditosi lungo la sua storia. Lì, in origine, Abramo aveva costruito un altare al Signore, compagno del suo viaggio di fede (Genesi 12, 8). Su quell’altare, più tardi, il re Geroboamo costruirà una copia del vitello d’oro asservendo altare, sacerdoti e culto alla propria politica espansionistica (1 Libro dei Re, 12, 28-33). La miscela di religione e potere è sempre micidiale; il profeta Amos resta vittima del loro patto mafioso: «Vattene, veggente, va a mangiare il pane altrove, ma non profetizzare più a Betel perché questo è il santuario del re e il tempio del regno». Amos scuote la polvere dai sui sandali dichiarando così che il santuario è terra pagana e impura. Anche il santuario può essere territorio da evangelizzare e luogo di sofferenza per la profezia.
Comunque non si va per piazzare una merce, non per scimmiottare managerialità aziendalistiche, ma per liberare, per penetrare fin là dove si annida il male profondo: «E partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano» (Marco 6, 12-13).  Gesù non vuole operare da solo e non intende creare una comunità stanziale, statica e isolata. Chiede una comunità che viva tra la gente, entri nei villaggi, stia tra i peccatori, frequenti gli incroci delle città. Oggi i crocicchi e gli incroci tagliano trasversalmente non solo le planimetrie urbane. Nuove sfide e nuovi confini  si aprono per una chiesa di cristiani invitati a non fare della propria fede un party esclusivo dove, tra l’altro, l’importante sia arrivare ad allungare le mani per primo e poi chi s’è visto s’è visto, come si usa dire.
Papa Francesco, nel suo discorso alla recente Settimana Sociale a Trieste (3-7 luglio 2024), ha anche esemplificato: “Come cattolici, in questo orizzonte, non possiamo accontentarci di una fede marginale, o privata. Ciò significa non tanto di essere ascoltati, ma soprattutto avere il coraggio di fare proposte di giustizia e di pace nel dibattito pubblico. Abbiamo qualcosa da dire, ma non per difendere privilegi. Dobbiamo essere voce che denuncia e che propone in una società spesso afona e dove troppi non hanno voce. Questo è l’amore politico, che non si accontenta di curare gli effetti ma cerca di affrontare le cause. A questa carità politica è chiamata tutta la comunità cristiana, nella distinzione dei ministeri e dei carismi. Formiamoci a questo amore, per metterlo in circolo in un mondo che è a corto di passione civile. Impariamo sempre più e meglio a camminare insieme come popolo di Dio, per essere lievito di partecipazione in mezzo al popolo di cui facciamo parte».
Bastone, sandali e un vestito.
Un parrocchiano mi suggerì, un giorno, di installare, con la collaborazione di una banca locale, un terminale per il bancomat presso la porta della chiesa. Tutti avrebbero potuto collaborare economicamente nel più severo anonimato e con tanto di ricevuta. Non è vero che una scelta vale l’altra. C’è uno stile nella missione e nella testimonianza; un equipaggiamento che parrebbe la versione in prosa delle Beatitudini: «E comandò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche». Esistono versioni diverse da parte dei vari evangelisti. E’ segno dell’incontro dialettico tra le parole del Signore e le diverse situazioni di organizzazione delle prime comunità. Marco ammette i sandali, che invece sono esclusi dalla versione di Luca, e vi aggiunge un bastone forse simbolo del Signore a cui appoggiarsi o, forse, come strumento di cammino e memoria di Esodo. Luca ci tiene a ricordare che Gesù ha ammesso la legittimità, per i suoi missionari, di godere senza scrupoli della riconoscenza dei fratelli: «Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è degno della sua mercede» (Luca 10, 7).  E’ una dignità di cui Paolo non intende avvalersi, lavorando con le sue mani per non essere di peso ad alcuno[5]. «L’operaio è degno del suo salario; ma il salario non è l’oggetto della sua fatica[6]».  Padre Alex Zanotelli, missionario nella bidonville di Korogocho in Kenya, alcuni anni fa, rifiutava  500 milioni di lire del premio Feltrinelli assegnati dall’Accademia dei Lincei «per imprese di eccezionale valore morale e umanitario». Una radicalità non condivisa da molti di noi. Forse era convinto che il denaro non si decontamina automaticamente per il fatto che passa nelle mani di un prete o è destinato “a fare del bene”. Di qui sorgono le domande: il Vangelo ci chiede nuda imitazione o fondamentale obbedienza? Come restare fedeli alla immagine di chiesa degli Atti degli apostoli, immagine fantasiosa, utopica, anacronistica e impraticabile? I profeti hanno sempre avuto una propria “mimica”, una eloquente gestualità della vita, come Francesco d’Assisi che si denuda davanti al Vescovo in pubblico e Giovanni Battista «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? – chiede Gesù – Una canna agitata dal vento? Un uomo avvolto in morbide vesti? Coloro che portano vesti sontuose e vivono nella lussuria stanno nei palazzi dei re. Allora, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, vi dico, e più che un profeta» (Luca 7, 24-26).
Il testo evangelico di oggi non esplicita, a dire il vero, il perché dell’austero equipaggiamento raccomandato. Possiamo supporre che una delle ragioni principali sia il desiderio di manifestare la prioritaria importanza del messaggio; il predicatore attrezzato con l’essenziale affida la sua autorevolezza al valore di quello che dice. Forse significa che la condizione propria degli uomini è quella di non avere né perfezione né autosufficienza, di essere in una condizione creaturale, di aver bisogno gli uni degli altri e di essere dipendenti gli uni dagli altri[7]. Forse c’è qualcosa di più: «di tutte queste cose si preoccupa la gente del mondo; ma il Padre vostro sa che ne avete bisogno. Cercate piuttosto il regno di Dio, e queste cose vi saranno date in aggiunta» (Luca 12, 30-31).
«Quale è il prezzo del gratuito?» si chiese la Rivista Liturgica nell’ormai lontano 1997. «Il denaro – scrive Italo de Sandre[8] – non è solo una cosa economica che qualcuno ha in tasca, un  dato staccabile da un contesto, ma il segno di un’interazione, di un rapporto sociale prodotto da diversi tipi di strutture e di azioni, causa o frutto di rapporti economici spesso disuguali e di conflitti…Il denaro costituisce anche un codice simbolico di comunicazione». Tra una condanna manichea dei mezzi e uno spudorato e acritico uso, ci sta la misericordia del perdono e la forza ermeneutica di questo vangelo per il nostro agire personale ed ecclesiale. «Gesù si mostra preoccupato di ciò che bisogna essere, più che di ciò che bisogna dire. E’ vero che la parola di Dio è efficace di per sé: non è la mia testimonianza a renderla credibile. Tuttavia la mia controtestimonianza ha il potere di renderla incredibile. Nel male ho sempre un potere maggiore che nel bene: non so creare un fiore; so però distruggerlo[9]».


[1] Silvano Fausti, Ricorda e racconta il Vangelo, Editrice Ancora, Milano, pag. 188.
[2] A.Mello, La passione dei profeti, Ed Qiqajon, Bose, 2000.
[3] A.Mello, op. cit, pag. 96.
[4] Apostolicam actuositatem n.1, 6 e 10.
[5] «Voi ricordate fratelli, la nostra fatica e il nostro travaglio:  lavorando notte e giorno per non essere di peso ad alcuno vi abbiamo  annunziato il vangelo di Dio» (1 Tessalonicesi 2, 9).
[6] T.W. Manson, I detti di Gesù nei vangeli di Matteo e Luca, Paideia, Brescia 1980.
[7] Raniero la Valle, Per una politica dalla parte dei poveri, in HOREB 1/1996, pag. 75
[8] Riti e denaro, in Rivista Liturgica, Ed. Messaggero n. 2/1997, pag 36 e 41.
[9] S.Fausti, op. cit. pag. 188




7 luglio 2024. Domenica 14a
Profeta, Rabbi e falegname. Praticamente Dio.

14° Domenica ord. B

Preghiamo. O Padre, togli il velo dai nostri occhi e donaci la luce dello Spirito, perché sappiamo riconoscere la tua gloria nell’umiliazione del tuo Figlio e nella nostra infermità umana sperimentiamo la potenza della sua risurrezione. Per Cristo Gesù il nostro Signore.
Dal libro del profeta Ezechiele2,2-5
In quei giorni, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava. Mi disse: “Figlio dell’uomo, io ti mando agli Israeliti, a un popolo di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri hanno peccato contro di me fino ad oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: Dice il Signore Dio. Ascoltino o non ascoltino – perché sono una discendenza di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro”.
Salmo 122. I nostri occhi sono rivolti al Signore.
A te alzo i miei occhi, a te che siedi nei cieli.
Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni.
Come gli occhi di una schiava alla mano della sua padrona,
così i nostri occhi al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi.
Pietà di noi, Signore, pietà di noi, siamo già troppo sazi di disprezzo,
troppo sazi noi siamo dello scherno dei gaudenti, del disprezzo dei superbi.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 12,7-10
Fratelli, perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia. A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, è allora che sono forte.
Dal Vangelo secondo Marco 6,1-6
In quel tempo, Gesù andò nella sua patria e i discepoli lo seguirono. Venuto il sabato, incominciò a insegnare nella sinagoga. E molti ascoltandolo rimanevano stupiti e dicevano: “Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è mai questa che gli è stata data? E questi prodigi compiuti dalle sue mani? Non è costui il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?”. E si scandalizzavano di lui. Ma Gesù disse loro: “Un profeta non è disprezzato che nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”. E non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi, insegnando.

 

PROFETA, RABBI E FALEGNAME. PRATICAMENTE DIO. Don Augusto Fontana

«Nemo propheta in patria» ripeteva spesso in perfetto latino mio padre ciabattino; si riferiva ai suoi beniamini cantanti lirici, adorati in oltralpe e fischiati in patria. Il proverbio è popolare; mite vendetta per farsi e fare coraggio nei fallimenti di routine, con quel pizzico di rischio che si corre appellandosi alla Sacra Scrittura senza tanti distinguo o mediazioni. Nessuno è profeta in patria: magra consolazione per il dipendente frustrato in azienda, per il prete incompreso in parrocchia, per la donna in carriera trattata come serva in casa. Aforisma sussurrato, forse, da molti compagni di strada, in tempi di ripudio, a don Milani, don Zeno, don Mazzolari, P. Balducci, P. Turoldo, d. Dossetti, Fr. Carretto, Mons. Romero, memorie simboliche, non solo clericali, della fatica quotidiana di noi conformisti a discernere, ascoltare e difendere la profezia vestita di stracci. Ancora oggi, come ieri per la santa città, Gesù si commuove: «Gerusalemme, Gerusalemme che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te…» (Luca 13,34). Tocqueville chiudendo il suo saggio “Della democrazia in America” ci definisce «folla innumerevole d’uomini tutti uguali, terribilmente somiglianti l’uno all’altro, che girano su se stessi, senza sosta, per procurarsi piccoli e volgari piaceri dei quali rimpinzarsi l’anima». Ammesso e non concesso che tali siamo noi, è plausibile il fastidio per quegli uomini del Regno di Dio che Gesù chiama beati. Sono gli «uomini impossibili» che la ragione istituzionale e conformista dichiara falliti o non fruibili. A loro si concede, al massimo, un compenso nell’al di là, mal interpretando la promessa di Gesù: «Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e v’insulteranno e respingeranno il vostro nome come scellerato, a causa del Figlio dell’uomo. Rallegratevi in quel giorno ed esultate, perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nei cieli. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i profeti» (Luca 6,22-23).
Il mistero di Gesù appartiene a queste storie ed è il caso più clamoroso di ripudio di un uomo autentico,  profeta, rabbi e falegname, praticamente Dio, fatto simile a noi in tutto eccetto che nel peccato.
Per quanto mi riguarda non posso invocare l’alibi che io non c’ero alla fiera del ripudio. Devo riconoscere che nei miei anni di cammino verso la fede è accaduto un fatto strano e, forse, comune;  anch’io, come fanno gli artificieri, ho accostato questo Gesù con prudenza e circospezione, l’ho studiato nella sua conformazione, ho conosciuto i lati dirompenti, l’ho maneggiato con cura ed ora me lo trovo “disinnescato” tra le mani. Ho neutralizzato la sua carica esplosiva. Se fossi stato là a Nazaret sarei anch’io inciampato nello scandalo, dopo una breve stagione di stupore curioso, di quesiti pour parler, di delusione cocente per il suo look indistinguibile in uno stile di vita inavvicinabile: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo» (Luca 9, 58). Come tutti i segugi di Dio anch’io annuso la sua scia e quando mi pare di percepirne la vicinanza ne sono deluso per il suo forte odore di fango e di quotidianità. Il Libro del Tao narra: «Un discepolo vide che il maestro si era alzato per uscire di casa. Era l’ora in cui normalmente il Maestro si dedicava alla contemplazione. Gli disse: “Maestro, state preparandovi a compiere qualcosa di sublime!”. “Sì – disse il Maestro – vado a spalare la neve davanti al cancello”. Allora il discepolo incalzò: “Maestro, vi prego insegnatemi la dottrina dell’illuminazione!”. “Hai mangiato la tua parte di riso? – disse il Maestro – Bene, ora vai a lavare la ciotola!”. Il discepolo andò. E, lavando la ciotola, fu illuminato[1]». Il mistero di Gesù, profeta e rabbi e falegname, praticamente Dio, appartiene a queste storie.
Tutti rimarrete scandalizzati.
La seconda sezione del Vangelo di Marco si chiudeva con la decisione da parte del potere religioso e civile di sopprimere Gesù: «tennero consiglio contro di lui per farlo morire» (Marco 3,6).
Questa terza sezione (3,7-6,6a) si chiude con un fallimento ancora più drammatico e in progressione: prendono le distanze da lui i parenti e i concittadini. Quelli che il vangelo chiama “i suoi” manifestano i primi dubbi sul suo equilibrio mentale quando vanno a prelevarlo «poiché, dicevano,“E’ fuori di sé”» (3, 21). Poi sono i compaesani a mostrare incredulità (6,3).
Ma non basta. In seguito saranno gli stessi discepoli ad essere coinvolti in questa incomprensione tanto da suscitare una domanda dolce e forte di Gesù: «Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito?»  (8, 17). C’è una cecità che non risparmia proprio nessuno verso questo Gesù Cristo che è scandalo per i giudei che dicono «Costui bestemmia» ed è stupidità per tutte le persone di buon senso (1 Cor. 1,22ss) che dicono «E’ fuori di sé». Fuori di sé, cioè impraticabile, esaltato, esagerato, imprudente, sbilanciato, decentrato. E avevano ragioni teologiche da vendere, senza saperlo: il suo baricentro era il Padre. Sento sibilare dietro l’orecchio la sua domanda: «La gente cosa dice sul mio conto?…E voi chi dite che io sia?».
L’evangelista Marco, da bravo narratore e catechista, sviluppa i suoi temi attorno a parole che sono come ritornelli: fede, incredulità, meraviglia…
Nei capitoli precedenti Marco registra spesso la reazione della gente: «tutti si meravigliarono e lodavano Dio dicendo:  Non abbiamo mai visto nulla di simile!» (2,12). Anche quelli di Nazareth si meravigliano, ma si tratta di due tipi opposti di meraviglia. Quella dei primi nasce dalla gioia, quella dei secondi dalla delusione che la potenza di Dio si riveli in questo falegname. E’ uno stupore che si ferma alla soglia della fede che, invece, è anche adesione. Questo è il punto discriminante di tutto il Vangelo: accettare o no che Dio si riveli nell’uomo Gesù. Si può toccare l’uomo Gesù, opprimerlo intorno (“Tutti ti comprimono da ogni parte” 5,31) senza cogliere il suo mistero e senza fare la scelta di seguirlo. Marco aveva già ricordato un detto di Gesù: «Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre»(3,35). Sembra che non ci sia scampo per chi presume di appartenergli nel sangue e nel clan, per chi sa tutto di lui e lo può maneggiare a piacere: «Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità!» (Luca 13,26).
Temo il momento in cui potrebbe dirci di scostarci da lui. E non meno temo l’attimo in cui rischiamo di dirgli, in qualche modo, di fare le valigie. Un giorno – narra il vangelo – nella regione dei Geraseni una legione di oscuri demoni teneva vincolato un uomo tra sepolcri putridi dove i cosiddetti sani lo avevano relegato per incomprensibili convenzioni sociali. Per quei sani un porco valeva più di un uomo colpito dal male oscuro. Gesù libera l’uomo, ma un branco di porci si perde nei dirupi. Abbasso l’uomo e viva il prosciutto, gli mandano a dire senza complimenti: «Tutta la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio» (Matteo 8,34). E Dio fa le valige. Ma lì, a Gerasa, questo piccolo trasgressivo Dio, non era di casa. A Nazaret, invece, non lo si poteva proprio dire “extracomunitario”: lì c’era vissuto e, come dice Marco nel vangelo di oggi (Marco 6,1-6), tutti si ricordavano, seppur malamente, di lui e dei suoi parenti. Eppure tra stupori e incredulità «tutti si scandalizzavano di lui». Gesù non ha trattamento migliore di tutti gli out-sider, i fuori-posto di quella cultura che Paulo Freire chiama «cultura depositaria» costituita cioè da valori codificati e trasmessi come intangibili, di generazione in generazione. Una cultura dominante infettiva che si insinua tra i molti, senza risparmio né sconti per piccoli, poveri, schiavi. Praticamente un’epidemia: la paura che questo Gesù venga a rimescolare le carte e ricominciare i giochi magari svelando il baro.
E’ il rischio dell’ovvietà religiosa che provoca la sclerocardia, la durezza di cuore: «e si scandalizzavano di lui». Siamo al naufragio della fede. I discepoli nell’ora della prova si scandalizzeranno: «Gesù disse loro: “Tutti rimarrete scandalizzati…Allora Pietro gli disse: «Anche se tutti saranno scandalizzati, io non lo sarò» (Marco 14,27). Forse si ricordava di una delle Sue micidiali beatitudini: «E beato è chiunque non sarà scandalizzato di me!» (Luca 7,23). L’ovvietà è ostacolo alla fede. C’è un modo di percepire e vivere le situazioni della vita e le relazioni con le persone che si chiama «ovvio». Consiste nel vivere come ordinario, scontato e previsto quello che si incontra. In base ad uno schema precostituito si incasellano gli eventi in un orizzonte che già conosciamo. Il diverso, il nuovo, che spesso si presenta in modo non eclatante e sintomatico, sfugge alla percezione, non acquista rilievo, non viene preso in considerazione, non mette in discussione. L’ovvietà favorisce la conservazione, il già noto, il garantito. Si tende a interpretare la realtà anziché “riceverla” per non dover cambiare le proprie idee, per non convertirsi davanti al profeta. Gesù si pone nella linea dei profeti rifiutati: «Un profeta non è disprezzato che nella sua patria». Anche i parenti del profeta Geremia tramano contro di lui (Ger.11, 18-29). «Quelli a cui ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito» dice il Signore al profeta Ezechiele (2, 2-5). Il popolo a cui si rivolge il profeta si sente protetto dal suo culto e dal suo tempio ed è lo stesso popolo «dalla testa dura» (Esodo 32,9) che si era costruito il vitello d’oro perchè voleva sicurezze religiose in alternativa alla presenza evanescente della Parola di Dio. Ora si fa proteggere dalla potenza politico-militare dell’Egitto. Il profeta denuncia il compromesso e l’abbandono della fede. La sua vita stessa oltre che le sue parole diventano un ammonimento e un fastidioso richiamo. Ma nonostante l’opposizione, Ezechiele deve rimanere al suo posto: «Ascoltino o non ascoltino, sapranno almeno che un profeta è in mezzo a loro » (Ez. 2,5). Non mi resta che contare su questa fedeltà: «Se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso» (2 Timoteo 2, 13).
Kaj Munk, pastore protestante, ucciso dai nazisti nel 1944, scriveva: “Cosa dovrà dunque annunciare il predicatore oggi? Dovrei rispondere: la fede, la speranza e la carità? Sembra una bella risposta. Ma vorrei piuttosto dire: il coraggio. Ma neppure questo è abbastanza provocatorio per costituire l’intera verità. Il nostro compito oggi è la temerarietà, perchè ciò di cui noi, come Chiesa, manchiamo non è certamente nè di psicologia nè di letteratura; quello che a noi manca è una santa collera. I simboli della Chiesa cristiana sono sempre stati il leone, l’agnello, la colomba, il pesce, ma mai il camaleonte.
Ripassa da noi, Signore Gesù di Nazareth….
Trovo nella Storia di Cristo di Giovanni Papini una sua invocazione da neofita neo convertito. Lucida, ansimante, lunga preghiera  di cui non posso che riportare pochi sospiri: «Sei ancora, ogni giorno in mezzo a noi. E sarai con noi per sempre. Ma è giunto il tempo che devi riapparire a tutti noi e dare un segno perentorio e irrecusabile a questa generazione. Tu vedi, Gesù, il nostro bisogno. Sia pure un breve ritorno, una venuta improvvisa subito seguita da un’improvvisa scomparsa; un’apparizione sola, un arrivare e un ripartire, una parola sola nel giungere, un segno solo, un avviso unico, un’ora sola della tua eternità, una parola sola per tutto il tuo silenzio Abbiamo bisogno di te, di te solo e di nessun altro. Non chiediamo, noi, la grande discesa nella gloria dei cieli. C’è tanta umiltà, tu lo sai, nella nostra irrompente tracotanza. Noi vogliamo soltanto te, la tua persona, il tuo povero corpo trivellato e ferito, colla sua povera camicia d’operaio povero; vogliamo vedere quegli occhi che passano la parete del petto e la carne del cuore e guariscono quando feriscono con lo sdegno e fanno sanguinare quando guardano con tenerezza. E vogliamo udire la tua voce che sbigottisce i demoni per quanto è dolce e incanta i bambini per quanto è forte. Noi ti preghiamo dunque, Cristo, noi, i rinnegatori, i colpevoli, i nati fuori tempo, noi che ci rammentiamo ancora di te e ci sforziamo di vivere con te, ma sempre troppo lontani da te. Ti aspetteremo ogni giorno a dispetto della nostra indegnità e d’ogni impossibile. E tutto l’amore che potremo torchiare dai nostri cuori devastati sarà per te, Crocifisso, che fosti tormentato per amor nostro e ora ci tormenti con tutta la potenza del tuo implacabile amore»[2].


[1] F. Pasqualino Gli orecchini di Dio ,SEI, Torino, pag 46.
[2] Domenico Porzio (a cura di), Incontri e scontri con Cristo, Ferro edizioni, Milano, 1971, pagg. 342-351.




30 giugno 2024. Domenica 13a
CREDERE PER TOCCARE

13° domenica B

Preghiamo. O Padre, che nel mistero del tuo Figlio povero e crocifisso hai voluto arricchirci di ogni bene, fa’ che non temiamo la povertà e la croce, per portare ai nostri fratelli il lieto annunzio della vita nuova. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Libro della Sapienza  1,13-15; 2,23-24
Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è immortale. Sì, Dio ha creato l’uomo per l’immortalità; lo fece a immagine della propria natura. Ma la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono.
Salmo 29. Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato.
Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato, non hai permesso ai miei nemici di gioire su di me.
Signore, hai fatto risalire la mia vita dagli inferi, mi hai fatto rivivere perché non scendessi nella fossa.
Cantate inni al Signore, o suoi fedeli, della sua santità celebrate il ricordo,
perché la sua collera dura un istante, la sua bontà per tutta la vita.
Alla sera ospite è il pianto e al mattino la gioia.
Ascolta, Signore, abbi pietà di me, Signore, vieni in mio aiuto!
Hai mutato il mio lamento in danza, Signore, mio Dio, ti renderò grazie per sempre.
2 Corinti 8,7.9.13-15
Fratelli, come siete ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, così siate larghi anche in quest’opera generosa. Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà. Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: «Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno».
Dal Vangelo secondo Marco 5,21-43
In quel tempo, essendo passato di nuovo Gesù all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giairo, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi e lo pregava con insistenza: “La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva”. Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: “Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita”. E all’istante le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male. Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: “Chi mi ha toccato il mantello?”. I discepoli gli dissero: “Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?”. Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Gesù rispose: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male”. Mentre ancora parlava, [dalla casa del capo della sinagoga vennero a dirgli: “Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?”. Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: “Non temere, continua solo ad aver fede!”. E non permise a nessuno di seguirlo fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava. Entrato, disse loro: “Perché fate tanto strepito e piangete? La bambina non è morta, ma dorme”. Ed essi lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della fanciulla e quelli che erano con lui, ed entrò dove era la bambina. Presa la mano della bambina, le disse: “Talità kum”, che significa: “Fanciulla, io ti dico, alzati!”. Subito la fanciulla si alzò e si mise a camminare; aveva dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. Gesù raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e ordinò di darle da mangiare.

CREDERE PER TOCCARE. Don Augusto Fontana

La compagnia dei cercatori…
Chi presiede alla morte e alla malattia? Una divinità, un demone, il destino, l’uomo? Mettere le mani sui codici della vita appartiene all’umanamente divino o alla trasgressione? Come classifichiamo le devote carezze a piedi marmorei di Madonne consunti da mani rinsecchite e da esaurite speranze umane? Dove collochiamo questi corpi infragiliti e questi spiriti incupiti dal male che inseguono santi e santoni ondeggiando come sciami d’api dietro un profumo di nettare salvifico? Sono illusi superstiziosi che toccano per credere o sono poveri di Dio che credono per poter finalmente toccare? Io non ho mai chiesto a Dio per la mia vita e dintorni, pur avendone bisogno, la manutenzione straordinaria di un miracolo; sto forse scivolando sulla china dello scetticismo o sono ancorato sul nudo pavimento della fede? Mi conforta questo Dio che “conosce le mie parole prima ancora che escano dalla bocca” (salmo 139). Mi consola il fastidio di Gesù: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità vi dico: non sarà dato alcun segno a questa generazione» (Marco 8, 12).
Dio non ha creato la morte – dice la prima lettura della liturgia odierna – e non gode per la rovina dei viventi. La morte dunque c’è, ma non doveva esserci. La Parola di Dio insiste a dare sulla morte quel tocco di illegittimità che è fondamentale per una visione della vita che sia conforme alla fede. E’ lecito simpatizzare con Paolo:«Chi libererà me, povero disgraziato, da questo corpo votato alla morte? Gesù Cristo nostro Signore, grazie a Dio![1]». Ovunque c’è istinto della vita, da quella parte c’è Dio, sembra ribadire anche l’evangelista Marco con quella sua quasi maniacale ossessione di narrare i miracoli di Gesù. Ben due miracoli in un colpo nel brano evangelico di oggi e 18 miracoli in tutto il suo vangelo[2]. Senza dimenticare che per Marco anche la morte di Gesù in croce è paradossalmente un miracolo, anzi «il miracolo vero».
Il testo evangelico di oggi contiene due racconti di miracoli disposti a sandwich: la rianimazione della figlia di Giairo e la guarigione della donna colpita da inguaribile emorragia.
Marco prosegue così nella sua catechesi battesimale. La fede è un toccare in profondità Cristo e lasciarsi toccare in profondità.
I due episodi si illustrano a vicenda e sono legati tra loro dalla ricorrenza di alcuni verbi: salvare, credere, toccare[3]. Ma sullo sfondo dell’attenzione dell’evangelista fanno capolino i due quesiti a cui Marco, dal primo all’ultimo capitolo, tenta di dare risposta: «Chi è Gesù?» e «Chi è il discepolo?». Nel contesto di tali quesiti sviluppa i suoi temi teologici[4].
La nuca e il volto di Dio.
I giudei non credevano nella risurrezione; la morte era un viaggio verso lo Sheòl, luogo dei morti, senza ritorno. La preghiera ebraica poteva osare chiedere solo che Dio ritardasse la morte[5]. Giairo, capo della sinagoga, osa una rottura della tradizione religiosa del proprio popolo. Chiede una guarigione così radicale da sembrare una risurrezione. Giairo sospetta che Gesù riveli un Dio imprevedibile. Resiste a chi lo invita a desistere: «Tua figlia è morta. Non disturbarlo più!». Matteo esplicita meglio di Marco: «Signore mia figlia è morta, ma tu vieni». E’ in questo “ma” che consiste la fede. «Ma tu, Dio misericordioso, compassionevole, lento all’ira e pieno di amore e di  fedeltà, volgiti a me e mostrami la tua grazia: dona al tuo servo la tua forza, salva la figlia del tuo servo». (Salmo 86,15-17). Il “Ma” serve a distinguere. La storia della salvezza è la storia dei “macon cui reciprocamente si incontrano e si contraddicono Dio e gli uomini.
Anche la donna viene presentata come donna di fede, benchè nel suo gesto i confini tra fede e feticismo abbiano lo spessore di un filo da equilibrista: «Mi basta toccare la sua veste…». Costa poco giocarsi gli ultimi brandelli di speranza toccando simulacri, reliquie, lembi di taumaturghi. O la va o la spacca. L’intreccio tra credere e toccare è problematico, come ce lo potrebbe ricordare l’apostolo Tommaso, quello che non sa credere se non ci mette il naso. Per 3 volte oggi risuona la parola “toccare”. Pare che Marco punti molto su almeno tre significati.

Il primo: la donna mestruata, secondo le prescrizioni di Levitico 15, era impura e trasmetteva impurità religiosa a chiunque venisse in suo contatto. Lei sa dunque di commettere una trasgressione grave. Ma le prescrizioni valgono meno della vita e molto meno di un rapporto di fiducia con il giovane Rabbi Gesù.
Il secondo: toccare suppone vicinanza. Forma prima e fondamentale di conoscenza è il contatto con l’altro. Le cose e i corpi diventano luoghi di comunione; il toccare è reciproco. Esiste un tocco epidermico e un tocco profondo che trasforma il cuore; al tocco delicato del rapporto interpersonale si contrappone l’improduttivo schiacciare delle folle oceaniche.
Il terzo: la veste di Gesù è quella che ci ha lasciato in eredità ai piedi della croce, denudato. Forse è bene che il discepolo non lasci a terra quella Sua tunica sacerdotale e regale, il suo mantello profetico: occorre prendere più che toccare, rivestirsi più che sfiorare.
Anche Giairo aveva chiesto a Gesù di “stendere le mani perché la figlia sia salva e viva”. Chiede una liturgia del corpo, più che una scaramantica benedizione a distanza. E Gesù, quando prende sua figlia per mano, non vuole intorno folle di piagnoni strepitanti; li “caccia fuori”, come aveva malamente estromesso i commercianti dal tempio. Con lui entrano solo i tre discepoli della Trasfigurazione e del Getsemani insieme al piccolo gruppo di catecumeni. «Talità kum! Alzati!» dice. Non è l’abracadabra della magia.  E’ la parola creativa che i discepoli sentiranno sussurrare nel cuore tra la croce e la tomba. E’ liturgia pasquale. Mi spiacerebbe davvero, venutone il momento, essere tra quelli cacciati fuori.
 La fede di questi due catecumeni ha delle tappe: dalla periferia al centro.
Anche la fiducia che nasce nel nostro bisogno estremo e che ci fa toccare il calcagno di Dio è pur sempre fede, benchè incipiente, acerba. Quanti storpi e lebbrosi e oppressi dai faraoni hanno gridato: Signore, pietà! restando in attesa che Dio mantenesse le sue promesse. Anche davanti al depresso e fuggiasco Elia nella caverna dell’Oreb «si presentano tre fenomeni (vento, sisma e fuoco) che sembrano rivelare il Signore, ma che in realtà non lo rivelano, o meglio: non lo rivelano come il quarto (la voce di un silenzio). Non è questione di tutto o niente, di sì e no. La prospettiva adottata è relativa: nella quarta esperienza il Signore è molto più presente che nelle prime tre. Si tratta di gradi diversi. Anche la rivelazione del Sinai era consistita in questo: «Voi non vedevate alcuna figura: soltanto una voce» (Deut. 4, 12). Che significa “vedere una voce?”. L’essenziale nell’incontro con Dio è una voce che parla silenziosamente[6]». E’, forse, per questo motivo che gli evangelisti costruiscono le narrazioni dei miracoli attorno ad un perno concentrico: le parole di Gesù.
La donna parte da una posizione di fede anonima e ad alto rischio di superstizione (“tra la folla, alle sue spalle, toccò….”) lentamente viene condotta ad una esposizione pubblica (“gli disse tutta la verità”), all’ascolto della Parola e ad una relazione (“figliava in pace”).  C’è un itinerario della fede: dalle spalle di Dio al suo faccia a faccia, dalla sua nuca al suo volto.
Miracolo si, miracolo no!
Il miracolo, per gli uomini dell’epoca pre-cristiana e del primo secolo cristiano, era un evento possibile, atteso, narrabile[7]. La natura e la storia erano concepite costantemente come campo aperto dove Dio continuamente agiva e dove tutto, ogni volta, era frutto della sua azione. Dio agiva nel miracolo straordinario, ma non meno nella crescita del seme, nella nascita, vita e morte degli uomini. La gente del popolo era particolarmente soggetta ad epidemie o malattie spesso di origine oscura le cui cure erano possibili solo a chi aveva soldi. Accanto a Dio potevano agire anche altre forze angeliche o demoniache per cui ogni miracolo era da discernere. Anche i miracoli di Gesù sono stati attribuiti a Beelzebul. Esorcismi, guarigioni, miracoli sulla natura: il corpo, la psiche, l’ambiente sono attori che esprimono il dramma umano in cui Dio, in qualche modo, non è estraneo. Forse sorridiamo. La scoperta della sequenza del DNA ha lacerato residue verginità teologiche. Ci sentiamo adolescenti cresciuti. O forse siamo vecchi senza più stupore negli occhi, con quel velo di cataratta che appiattisce tutto, meno quando contiamo i soldi. Per noi quelle erano generazioni di creduloni: anche quei rabbini per i quali la Toràh, la Parola del Signore, conservava sempre un valore più grande di ogni miracolo.
Nel ricordo dell’attività taumaturgica di Gesù emerge un’interessante contraddizione: Gesù ha compiuto segni, prodigi, miracoli (comunque li vogliamo chiamare), ma si è mostrato perplesso circa il loro valore. Sono stati spesso il frutto della sua commozione per la debolezza umana, della sua irritazione per la durezza di cuore, del suo pianto, del suo stupore per la fede di pagani, donne e piccoli. I suoi miracoli si saldano sempre, sempre, con la sua predicazione. Gesù intende parlare all’uomo “in situazione”. Predicazione e miracoli fanno parte dello stesso movimento. Sono i segni del bisogno di salvezza che c’è nell’uomo e del potere liberante di Dio in Cristo. Il termine greco che Marco usa preferibilmente per indicare questi eventi è “dynamis”, atto di potenza, ma a volte li chiama anche “insegnamenti”. A noi che attendiamo i miracoli come prova certificante, fa un po’ meraviglia sapere dai vangeli che attorno ai miracoli circola un’evidente incomprensione dei discepoli e soprattutto l’ordine perentorio di Gesù di non dire nulla, non divulgare, fino alla grande rivelazione della passione. I miracoli sono insufficienti a condurre alla fede, sono inaffidabili. Il vento che scuote, il sisma che abbatte, il fuoco che ustiona, il cieco che vede, il pane che si duplica, l’acqua che è vino, la mummia che si rianima sono segni, come dice l’evangelista Giovanni. Ma solo la croce è, come direbbe Lévinas, voix de fin silence, voce di sottile silenzio (in ebraico: Qôl demamâ daqqâ).

«Dio si rivolge ad ognuno in modo diverso: a qualcuno attraverso un segno, a qualcun altro a voce alta. Tutto dipende da quanto si è lontani da Dio» (Rabbi Nachman di Breslav).


[1] Romani 7, 24-25
[2] Su 661 versetti del vangelo secondo Marco ben 180 sono dedicati ai  miracoli: il 25% dell’intero suo vangelo.
[3] AA.VV. Una comunità legge il vangelo di Marco, Dehoniane,  pag. 179.
[4] Servizio della parola, Queriniana, n.138/1982, pag. 85-87.
[5] Salmo 16,10; 49,16.
[6] Alberto Mello La passione dei profeti, Qiqajon, 2000, pag. 42.
[7] “La sezione dei miracoli e delle parabole nel vangelo di Marco” in Servizio della parola,138/1982, pagg. 35-55.




23 giugno 2024. Domenica 12a
UNA TRAVERSATA TEMPESTOSA

12° domenica B

Preghiamo. Rendi salda, o Signore, la fede del popolo cristiano, perché non ci esaltiamo nel successo, non ci abbattiamo nelle tempeste, ma in ogni evento riconosciamo che tu sei presente e ci accompagni nel cammino della storia. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Giobbe 38,1.8-11 (da traduzione interconfessionale)
1Il Signore, avvolto da un forte vento, disse a Giobbe:
[2«Chi sei tu? Perché rendi oscuri i miei piani con ragionamenti da ignorante? 3Invece, da persona matura, preparati, dovrai rispondere alle mie domande».4«Dov’eri tu quando gettavo le fondamenta della terra? Rispondi, se sei così sapiente! 5Lo sai chi ha deciso le sue dimensioni e ha tracciato i suoi confini?6Su che cosa si fonda la terra? Chi ha posto la sua prima pietra?7Dov’eri quando le stelle del mattino cantavano in coro e le creature celesti gridavano di gioia?].
8Chi ha racchiuso il mare entro i suoi confini, quando erompendo venne alla luce? 9Dov’eri quando lo fasciavo con la fitta nebbia, lo vestivo di nuvole, 10gli fissavo i confini, e lo rinchiudevo entro porte sbarrate? 11Gli ho detto: “Tu arriverai fin qui e non oltre, qui si fermerà l’impeto delle tue onde”».
Salmo 106 Rendete grazie al Signore, il suo amore è per sempre.

Coloro che scendevano in mare sulle navi e commerciavano sulle grandi acque,
videro le opere del Signore e le sue meraviglie nel mare profondo.
Egli parlò e scatenò un vento burrascoso, che fece alzare le onde:
salivano fino al cielo, scendevano negli abissi; si sentivano venir meno nel pericolo.
Nell’angustia gridarono al Signore, ed egli li fece uscire dalle loro angosce.
La tempesta fu ridotta al silenzio, tacquero le onde del mare.
Al vedere la bonaccia essi gioirono, ed egli li condusse al porto sospirato.
Ringrazino il Signore per il suo amore, per le sue meraviglie a favore degli uomini.
2 Corinti 5,14-17
Fratelli, l’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti e quindi tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro. Cosicché ormai noi non conosciamo più nessuno secondo la carne; e anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così. Quindi se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove.
Marco 4,35-41; 5,1
In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?». Intanto giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni.

 UNA TRAVERSATA TEMPESTOSA. Don Augusto Fontana[1].

PER ENTRARE NEL VANGELO.
«Quello stesso giorno».
Non è una notizia cronologica. Lo «stesso giorno» è quello in cui i discepoli non hanno «capito» la Parola e il messaggio delle Parabole (inizio cap. 4). Scrive il biblista Fausti: «Questo racconto è un’esercitazione battesimale per vedere se la Parola ha prodotto il suo frutto. Lo stesso giorno delle parabole, i discepoli falliscono l’esame. Ma l’esperimento non è inutile; fa uscire le difficoltà del loro cuore lento a credere. La parola dovrà entrare in tutte le loro paure. Ma prima deve evidenziarle, anzi suscitarle e farle uscire allo scoperto, per poterle vincere. La Parola, caduta «sulla via», non è attecchita. È entrata superficialmente; sotto ha trovato la pietra del loro cuore, che impedisce loro di affidarsi al Signore. Questa diffidenza può dissolversi solo quando si risponde alla domanda: “chi è costui?”. L’apparente inattività del suo sonno è la massima azione in nostro favore: dorme per essere con noi anche nella valle oscura».
«Fattasi sera». Marco per cinque volte usa questa frase ( 1,32; 4,35; 6,47; 14,17; 15,42) sempre in un contesto negativo; nel caso che stiamo analizzando il negativo consiste nell’incomprensione delle parabole appena pronunciate da Gesù.
«Passiamo all’altra riva… nella regione dei Gerasèni ». Proprio in questa notte si compie il contro-esodo, dalla terra dei circoncisi al territorio dei non-circoncisi, Gerasa nel territorio della Decapoli; oggi diremmo: dalla chiesa parrocchiale alla moschea musulmana o al mandir induista. Il verbo greco usato da Marco è dierchomai che di solito si usa per indicare il “cammino a piedi”. Marco usa esattamente il verbo usato da Deuteronomio 2,7 per indicare l’attraversata del popolo nel deserto: “vi ho seguiti nel vostro cammino attraverso questo deserto sconfinato”. Il Signore invita la sua chiesa a “lasciare una spiaggia” e fare un esodo verso un’altra sponda. Si tratta prevalentemente del problema dell’evangelizzazione pastorale prima ancora che fare riferimento ai problemi della vita (che effettivamente ci offre tempeste oscure di malattie, morti, crisi coniugali, fallimenti professionali, delusioni politiche, amicali e chi più ne ha più ne metta). Questi eventi tempestosi della vita non sono esclusi dall’intenzione della pagina evangelica; ma occorre rispettare l’orizzonte primario che l’evangelista aveva quando parlava alla sua comunità e scriveva per loro e per noi. La sua e nostra chiesa è in crisi di performance, di audience, di tenuta («la barca si stava riempiendo d’acqua»).
«Lasciata la folla». A volte nei Vangeli la folla è il contorno normale dell’evangelizzazione; a volte occorre “lasciare la folla”; Gesù spesso “tira in disparte” il soggetto da guarire, si ritira in disparte, chiede ai discepoli di “lasciare la folla”. Certe scelte si maturano nel silenzio ascoltante e nella responsabilità personale, fuori da ogni conformismo di pensiero e di prassi abitudinaria e liberi da lusinghe populiste e modaiole: Domenica scorsa Marco scriveva (4,34) : “in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa”. La traversata, ogni traversata-esodo, comporta il coraggio di “abbandonare una sponda”, un modulo tradizionale sul quale abbiamo bivaccato per anni, un “successo popolare” buono per altri tempi ma non più adeguato alle richieste del Signore: «abbandoniamo questa spiaggia piena di buoni “cattolici” e andiamo verso il territorio di quei brutti, sporchi e impuri abitanti di Gerasa»; per Marco questa è la prima volta che Gesù si avventura in territorio pagano, osando una chiesa aperta all’umanità e non solo a piccoli circoli.
«Lo presero con sé». Altre volte è Gesù che “prende con sé”. Il verbo greco usato da Marco (paralambanô) indica una specie di sottrazione possessiva ed escludente: i discepoli vogliono fare un viaggio esclusivo con il leader. E’ una chiesa che sequestra, “cattura per sé” il Signore, lo sottrae ad altri.
«così com’era». Scrive Fausti:  la frase «indica forse la fretta della notte di Pasqua decisiva per la salvezza (Esodo 12, 11: Ecco in qual modo mangerete l’agnello: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. E` la pasqua del Signore!). Ma com’era Gesù? Era come è il grano che va sotto terra, come la luce che entra nella notte, come il seme che germoglia nel sonno, come il chicco di senape che è piccolissimo. È importante prenderlo così com’è, non come lo vorremmo noi».
«Si sollevò una grande tempesta di vento». Le tempeste, improvvise e furiose, sono un elemento caratteristico di questo lago. Il linguaggio ebraico (e quello arabo) ha un’espressione tipica: il vento non urla, come diciamo noi, ma abbaia quasi fosse un cane. In questo contesto, acquista un rilievo particolare il verbo usato da Gesù «Calmati!» (v. 39), che andrebbe tradotto letteralmente: ammutolisci, metti la museruola. Tuttavia sembrerebbe che la tempesta sia causata non solo da eventi atmosferici, ma anche comportamentali. Sono i discepoli a provocare la mareggiata. Per capirlo occorre avere come sfondo il racconto del libro di Giona, un profetucolo pauroso e gretto che se la fa sotto quando sente che Dio osa mandarlo tra gente considerata nemica della religione[2]. La sua fuga, il suo rifiuto pauroso dell’universalismo della salvezza, “provocano” la tempesta. Pare che qui i discepoli facciano la parte di Giona e che Gesù venga descritto da Marco come l’anti-Giona. Guarendo i discepoli dal loro animo gretto, toglie la causa della tempesta. Il “grido” di Gesù dunque non è rivolto agli elementi della natura, ma all’animo gretto dei discepoli, al loro conformismo.
«Egli se ne stava a poppa su un cuscino e dormiva». A Gesù hanno messo sotto il capo un cuscino (v. 38). E’ strano l’accenno a questo cuscino: qualche studioso fa notare che il termine usato potrebbe far riferimento anche al guanciale che veniva posto sotto la testa dei morti; dunque rappresenterebbe Gesù nella tomba, nella fase di risurrezione incipiente.  È l’unica volta, nel vangelo, in cui viene presentato Gesù mentre dorme. Il sonno potrebbe essere la conseguenza normale di una giornata faticosa come quella trascorsa, ma anche la sua serena fiducia nelle capacità dei «suoi». Lui ha esaurito il suo compito e adesso tocca a loro/noi.  Ma il sonno di Gesù richiama anche il salmo 4,9: “in pace mi corico e subito mi addormento: tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare”.
«e lo svegliano». L’invocazione e la domanda dei Salmi e la nostra legittima domanda è: «Svegliati, perché dormi, Signore?». Salmo 28,1 «A te grido, Signore; non restare in silenzio, mio Dio, perché, se tu non mi parli, io sono come chi scende nella fossa» (Salmo 44,24; 83,2). In realtà è la nostra fede che dorme.
«Maestro, non t’importa che moriamo?» (v. 38).  «Non ti importa?»: dubitano del suo amore, sospettano di non essere cari a Dio.
«Svegliatosi, sgridò il vento e disse al mare… » (v. 9). Gesù si rivolge agli elementi inanimati quasi interpellasse delle persone. La cosa non deve stupire. Teniamo presente che, allora, il mare veniva considerato come «il ricettacolo delle forze del male che solo Dio può domare» (J. Radermakers). Quindi il gesto di Gesù sta a indicare la potenza di Dio che esorcizza la forza infernale che è racchiusa nel mare/male[3]. Gesù  si sta dirigendo verso il territorio pagano della Decapoli, abitato da non-giudei e quindi considerato dai giudei un territorio demoniaco. E’ interessante notare come Marco usi le stesse espressioni (sgridò, taci! Calmati!) impiegate nella liberazione dell’indemoniato/pazzo nella sinagoga di Cafarnao (l, 25). Al di là del simbolismo impiegato, i discepoli registrano la lezione: l’evangelizzazione passa necessariamente attraverso le tempeste, le opposizioni, i rifiuti. E anche la comunità primitiva, squassata dalla bufera della persecuzione, viene invitata a riflettere che è «portatrice» di una forza che, pur rivestita di debolezza (il sonno di Gesù), può superare tutte le forze ostili.
«Poi disse loro: Perché siete cosi paurosi? »(v. 40). Dopo aver sgridato la tempesta, adesso Gesù rimprovera i discepoli: «Non avete ancora fede?» (v. 40). Marco gioca sull’effetto-contrasto: gli apostoli rimproverano Gesù per la sua estraneità al dramma che li sta travolgendo. Lui capovolge il rimprovero e denuncia la loro estraneità rispetto all’abbandono fiducioso al Padre, «quello che Gesù invece dimostrava quando dormiva tranquillamente sul cuscino» (V. Taylor).
«Chi è costui?». E’ la domanda di tutto il Vangelo di Marco, tema della sua catechesi. Le mie angosce e le paure nascono dal non aver capito nella mia vita “chi è costui”.
«Ma essi furono presi da grande timore» (v. 41).  Quando si viene sfiorati dall’azione di Dio si è come percorsi da un brivido. E’ un timore in cui si mescolano lo stupore, il senso della propria indegnità, il rispetto, l’amore. Gesù risolve una situazione critica all’esterno per provocarne una «dentro».
PER ENTRARE NELLA VITA.

  1. Avere Gesù sulla nostra barca significa essere convinti che si arriva in porto attraverso la burrasca. Gesù non ci assicura contro i rischi del viaggio, non ci garantisce il «tempo sereno stabile». Ci chiede un posto («lo presero con sé nella barca, così com’era»), e basta…. Forse dimentichiamo che la destinazione del nostro viaggio è Lui. Gli apostoli non sono arrivati quando hanno toccato l’altra riva, ma nel momento stesso in cui hanno preso Gesù sulla barca.
  2. L’episodio della tempesta placata ci rimanda alla lotta sostenuta da Gesù nella sua passione. Sarà quella la vera tempesta che minaccerà di inghiottire lui e i suoi apostoli paurosi e vacillanti. Allora si capovolgeranno le parti: saranno i discepoli a dormire un sonno colpevole[4], mentre Cristo veglia e lotta. Il sonno di Cristo significa un’assenza-presente. Il mio sonno, troppo spesso, è una presenza-assente.
  3. Attraverso tutto l’Antico Testamento (oltre che nel racconto del Vangelo di oggi) si può ricavare una «teologia del sonno di Dio». Ci aiuta a purificare l’idea che ci facciamo di Dio. La fede richiesta non è una qualsiasi fede, ma solo quella fede che perde a poco a poco le pretese di imporre a Dio i modi di intervento legati ai nostri schemi. Sono invitato a fidarmi di un Dio che «veglia» ma anche di un Dio che «dorme».

[1] Elaborazione da: Pronzato Un cristiano comincia a leggere il Vangelo di Marco Gribaudi Vol. 1°; S.Fausti Ricorda e racconta il Vangelo Ed Ancora; Mateos Camacho Il Vangelo di Marco Ed Cittadella.
[2]Giona 1– Fu rivolta a Giona questa parola del Signore: «Alzati, và a Ninive la grande città e in essa proclama che la loro malizia è salita fino a me».  Giona però si mise in cammino per fuggire a Tarsis, lontano dal Signore. A Giaffa trovò una nave diretta a Tarsis. S’imbarcò per Tarsis, lontano dal Signore. Ma il Signore scatenò sul mare un forte vento e ne venne una tempesta tale che la nave stava per sfasciarsi. I marinai impauriti invocavano ciascuno il proprio dio. Intanto Giona si era coricato e dormiva profondamente. Gli si avvicinò il capo dell’equipaggio e gli disse:  «Cosa fai così addormentato? Alzati, invoca il tuo Dio! Forse Dio si darà pensiero di noi e non periremo». 
[3] 5 Cfr. Sal 76, 17-21; Sal 103, 25-26; soprattutto è bene leggere il Salmo 106,23-30: alcune espressioni sono la cornice più puntuale per inquadrare questo episodio.
[4] Matteo  26 [40]Poi tornò dai discepoli e li trovò che dormivano. E disse a Pietro:  «Così non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Marco  14 [37]Tornato indietro, li trovò addormentati e disse a Pietro:  «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare un’ora sola?




16 giugno 2024. Domenica 11a
DIO NON PIANTA ALBERI, MA GETTA SEMI

11° Domenica ord. B-
Preghiamo. O Padre, che a piene mani semini nel nostro cuore il germe della verità e della grazia, fa’ che lo accogliamo con umile fiducia e lo coltiviamo con pazienza evangelica, ben sapendo che c’è più amore e giustizia ogni volta che la tua parola fruttifica nella nostra vita. Per il nostro Signore Gesù Cristo…
Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 17, 22-24)
Così dice il Signore Dio:  «Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami lo coglierò e lo pianterò sopra un monte alto, imponente; lo pianterò sul monte alto d’Israele. Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà. Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò».
Salmo 91 È bello rendere grazie al Signore.
È bello rendere grazie al Signore e cantare al tuo nome, o Altissimo,
annunciare al mattino il tuo amore, la tua fedeltà lungo la notte.
Il giusto fiorirà come palma, crescerà come cedro del Libano;
piantati nella casa del Signore, fioriranno negli atri del nostro Dio.
Nella vecchiaia daranno ancora frutti, saranno verdi e rigogliosi,
per annunciare quanto è retto il Signore, mia roccia: in lui non c’è malvagità.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi  (5, 6-10)
Fratelli, sempre pieni di fiducia e sapendo che siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione –, siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore. Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male.
Dal Vangelo secondo Marco (4, 26-34)
In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che ha gettato il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto si concede, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura».Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra».  Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

 

DIO NON PIANTA ALBERI, MA GETTA SEMI. Don Augusto Fontana

 La vita.
Bambini che lavorano come schiavi, che vengono prostituiti, che imbracciano armi. Corpi dilaniati tra fango e macerie; torture; esecuzioni capitali; stupri, folle immense che migrano; fame, scontri etnici; corpi dilaniati dalla malattia; la finanza speculativa che affama e ruba risorse e democrazia ai popoli; il gioco d’azzardo è la quinta industria in Italia; adolescenze criminali, mattanza di donne che chiedono libertà affettiva;  corruzione e politici ladroni.
Ce n’è da farsi mancare il respiro. Qualcuno ha detto: « Ma almeno in chiesa si tacciano queste cose; vogliamo respirare un momento!». La liturgia però non ci educa a depositare per un attimo lo zaino fuori dalla porta per poi doverlo riprendere, ma anzi a trovare i criteri per traghettare questo zaino verso il suo scopo e con un senso ed una energia diversa. Ascoltando la Parola di questa domenica il tema fondamentale che si presenta è quello di un forte invito alla speranza.
D’altra parte le letture bibliche di oggi nascono da situazioni concrete depresse e deprimenti, ma lette e vissute nella coscienza che Dio vi abita dentro e che nulla potrà impedire all’amore di Dio di portare a compimento la sua volontà di salvezza: «Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia…».
La parola. Ezechiele.
Il brano di Ez. 17,22-24 fa seguito ad una grande allegoria con la quale il profeta indica ai suoi contemporanei il significato degli avvenimenti che hanno coinvolto il Regno di Giuda culminati con la drammatica deportazione in Babilonia in due ondate successive (anni 597 e 587).
Nabucodonosor, chiamato “grande aquila” (Ez 17,2), ha strappato la cima del cedro e ha piantato un suo germoglio in terra di mercanti: è la chiara allusione alla prima deportazione dei notabili del popolo con il re Ioachim e la sua famiglia. Nabucodonosor lascia lo zio di Ioachim nel paese di Giuda e lo mette come reggente con il nome di Sedecia nella speranza di avere un collaboratore. Invece Sedecia ben presto si rivolge ad un’altra aquila (Ez 17,7), l’Egitto, nella speranza di essere liberato dal vassallaggio babilonese. Pura illusione che provoca la reazione di Nabucodonosor con il totale annientamento di Giuda e la deportazione in massa a Babilonia. Di fronte a speranze e illusioni tramontate, Ezechiele scrive le righe che sono risuonate in questa assemblea. Dio interviene come restauratore. Prenderà un ramoscello e lo pianterà in Gerusalemme; diventerà un cedro magnifico e ospiterà ogni volatile che avrà bisogno di riposo. I potenti saranno abbattuti e i deboli saranno ricostruiti. A fare la storia non sono i potenti di turno. Anche se, oggi più che mai, non sembra che Dio abbia totalmente il controllo degli avvenimenti drammatici creati da noi.
La parola. Marco.
Anche nel Vangelo di Marco il Cap. 4 costituisce una svolta: fino a questo capitolo, Marco ci ha detto che Gesù insegnava e ci ha informato delle reazioni contrastanti: da una parte l’entusiasmo della folla (1,27; 2,12), e dall’altra l’opposizione delle autorità religiose (3,6; 3,22). Ora Marco cerca di rispondere a chi, vedendo incrinata la popolarità di Gesù, incomincia a chiedersi se ciò che Gesù ha seminato avrà un seguito oppure se tutto finirà come per altri che si erano presentati come messia (es. Teuda e Giuda il galileo: Atti 5, 36-37).
Marco fa un’affermazione coraggiosa: le opposizioni che il regno di Dio incontra non sono un’eccezione, ma la normalità e comunque non fermeranno l’azione di Dio. Il regno di Dio, di cui Gesù è l’inizio, ha una logica diversa. Non è appariscente, non fa rumore; Dio ha parametri diversi e in contrasto spesso con i nostri. Marco riferisce la parabola del seminatore dove l’attenzione è posta più sulle disposizioni interiori del discepolo. Poi narra la parabola del seme, riferita nella liturgia odierna, dove l’accento è messo sulla fecondità irrefrenabile del seme, della terra e del sole, dopo che l’agricoltore, il missionario, ha lavorato. Allora la parabola non è un invito al disimpegno o alla smobilitazione. L’intento è quello di infondere fiducia a chi trova risultati deludenti o catastrofici.
La breve similitudine descrive la storia del seme e del Regno in tre tempi: la semina, la crescita e la raccolta.
Il primo tempo è il momento dell’azione del contadino, espressa con un solo verbo (“ha gettato”) che indica un fatto concluso. Per il contadino è solo un tempo che passa («dorme e veglia, notte e giorno»), durante il quale ignora ciò che sta accadendo ( «come, egli stesso non sa»).
Il secondo tempo è dedicato alla descrizione del tempo del seme e della terra. Il narratore invita l’ascoltatore a fermarsi su questo tempo.  Per il seme è il tempo importante della crescita («germina e si allunga»).  E per la terra è il tempo in cui essa opera – per forza propria (automàte) – straordinarie trasformazioni: lo stelo, la spiga, il grano nella spiga.
Nel terzo tempo ricompare, il contadino.
«Appena il frutto si concede». E’ il frutto stesso che si dona all’uomo. L’uomo non fa, ma accoglie. È il seme che in realtà fa tutto: germina, cresce, matura, si offre all’uomo per la raccolta.
Il contadino diventa in qualche modo il custode del seme che cresce.
La similitudine, dunque, indugia sul tempo intermedio, tanto lungo da costituire per molti un problema: «perché, dopo che è caduto nella terra, il seme tarda a manifestarsi? Che significato ha questo tempo che si protrae tanto e in cui tutto pare inerte, nulla si vede e Dio sembra tacere?».
Questo tempo intermedio è tempo di crescita e di impensabili trasformazioni, tempo decisivo, tempo dell’azione di Dio, non della sua assenza. E’ inattivo il contadino, non il seme o il terreno. Che tutto avvenga invisibilmente, misteriosamente, non è segno della assenza di Dio, ma del suo modo mite di parlare e agire.
Non delusione, dunque, né turbamento né inutili impazienze, bensì attesa fiduciosa. Ma è una fiducia non facile. I credenti hanno sempre la pretesa di ‘vedere’: «Signore, mostraci il Padre!»…«perché Dio non si manifesta apertamente?»  (Gv 14,8; 7,4).
Oltre al contrasto tra il tempo dell’azione visibile e dell’azione nascosta, c’è n’è un secondo tra l’inerzia del contadino e l’incessante lavoro del seme e della terra. La terra fruttifica automàte, cioè da sé e senza causa visibile.
La parabola non è un invito al disimpegno o alla smobilitazione. L’intento è quello di infondere fiducia a chi, come me, constata risultati deludenti o catastrofici.




2 giugno 2024. Corpo e sangue del Signore
PATTO DI SANGUE. PROMESSA SERIA.

CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

Preghiamo. O Padre, che nella Pasqua domenicale ci chiami a condividere il pane vivo disceso dal cielo, aiutaci a spezzare nella carità di Cristo anche il pane terreno, perché sia saziata ogni fame del corpo e dello spirito. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro dell’Èsodo 24,3-8
In quei giorni, Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!». Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto». Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!».
Sal 115  Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore.
Che cosa renderò al Signore, per tutti i benefici che mi ha fatto?
Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore.
Agli occhi del Signore è preziosa la morte dei suoi fedeli.
Io sono tuo servo, figlio della tua schiava: tu hai spezzato le mie catene.
A te offrirò un sacrificio di ringraziamento e invocherò il nome del Signore.
Adempirò i miei voti al Signore davanti a tutto il suo popolo.
Dalla lettera agli Ebrei 9,11-15
Fratelli, Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente?Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa.
Dal Vangelo secondo Marco 14,12-16.22-26
Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

UN PATTO DI SANGUE, UNA PROMESSA SERIA. Don Augusto Fontana

«Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo dicendo: “Questo sangue segna l’alleanza che il Signore conclude con voi mentre vi dà tutti questi comandamenti”» (Esodo 24,8). Lo stretto rapporto “sangue-alleanza” non è un motivo marginale nelle letture bibliche di questa domenica, festa del “Corpo e Sangue del Signore”.
Per 9 volte nelle letture bibliche risuonerà la parola “sangue”. Questo è importante per noi ormai assuefatti a certi termini liturgici o disposti a trangugiare tutto, o quasi, di ciò che passa il convento. Il linguaggio narrativo dell’Alleanza non va tanto per il sottile: vitelli e capretti sgozzati, sangue spruzzato in faccia ai presenti. Il sangue di questi animali, da noi è uscito da tempo dalle scenografie rituali; compare invece quello umano, a strisciare nelle nostre quotidiane mattanze. Il più delle volte oggi il sangue narra di alleanze infrante, di patti traditi, di rapporti distrutti. Vedi i femminicidi, la mafia, le guerre. Ma c’è anche altro sangue, quello che dà la vita, e che si versa ancora generoso nelle trasfusioni di vena in vena o da utero a feto senza volgari protagonismi di scena.
I “patti di sangue” restano solo in occulte sedute mafiose.: «Non avete ancora resistito fino al sangue nella vostra lotta contro il peccato» (Lettera agli ebrei 12,4).
Grazie a Dio le nostre assemblee liturgiche amano ancora lasciarsi sfiorare dallo sguardo del Signore che ridà vita ai nostri amen perduti, come per Pietro nel cortile del Sinedrio. E, ancora grazie a Dio, ciascuno può narrare storie di uomini e donne, laici, religiosi, sposi, volontari che nella fatica e nella gioia fedele vivono dentro patti solidali antichi e sempre nuovi. Gesù, sacerdote primogenito e capofila di questa scia di Servi del Signore, cercherà – come narra il Vangelo (Marco 14, 12-26) – “uomini della brocca” per chiedere in prestito “la sua stanza ove mangiare la sua Pasqua con i discepoli”, con noi, esangue gente tiepida, “né calda né fredda”, come osa etichettarci l’Apocalisse (3,15).Il sangue collauda la qualità di un impegno, di un’amicizia, di un dono unilaterale. Quando Gesù dice: «Eccomi…prendetemi…mangiate e bevete…fate questo in memoria di me» non intendeva (forse) consegnarci una reliquia né intendeva (mi pare) sottoporsi alla devozione di una adorazione per Lui, prigioniero divino nel piccolo carcere del Tabernacolo o del cuoricino dell’ostia. Egli fa e celebra una Pasqua. La stipulazione di un’alleanza con Dio era fondata sul gesto liberatore di Dio, gesto considerato unilaterale, («Io sono il tuo Dio che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto e dalla sua casa di schiavitù». Esodo 19, 2) e comprendeva un documento e un atto liturgico.

Il documento conteneva:

  • la convocazione dell’assemblea dei contraenti; ogni singolo individuo beneficiava dell’alleanza solo in quanto appartenente al popolo;
  • gli obblighi reciproci con le relative benedizioni e maledizioni («Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme.» Esodo 24,3; « Il Signore tuo Dio conserverà per te l’alleanza, ti amerà, ti benedirà, ti moltiplicherà» Deuteronomio 7, 12-13).

L’atto liturgico consisteva:

  • nella lettura pubblica del documento a cui facevano seguito delle promesse («Tutto il popolo rispose insieme e disse:“Tutti i comandi che ha dati il Signore, noi li eseguiremo! » Esodo 24, 3).
  • nel rito del sangue del “sacrificio di comunione” (o “di shalom”) che era come la firma e il giuramento: la vittima era in parte bruciata, come dono a Dio, e in parte mangiata dal sacerdote e dagli offerenti. Diventava così rito di incontro tra Dio e il popolo. Non un incontro qualsiasi, ma “nel sangue”. Il sangue è vita e dove è donato o sparso è come se si volesse donare la vita. Condividere il sangue è condividere la vita. Entrare nello spruzzo del sangue significava accettare di entrare nell’economia del dono. A questo punto il Signore poteva confermare il suo patto di sangue («Ora, se vorrete ascoltare la mia voce e custodirete la mia alleanza, voi sarete per me la proprietà tra tutti i popoli, perché mia è tutta la terra! Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa» Esodo 19, 5-6).

La storia biblica ci induce a pensare che il legame possedeva un carattere totalizzante e chiedeva un rapporto assorbente, unico, decisivo. Nulla di devozionale, dunque, ma una proposta che attende una risposta. E’ qui dove la nostra fede diventa un caso serio: di fronte ad un partner che dichiara di metterci l’anima, la vita e il sangue non sembra possibile l’alibi di palliativi, di appartenenze anagrafiche, di dolci sentimenti: «Tu amerai il Signore tuo Dio e metterai in pratica le sue decisioni, i suoi giudizi, i suoi comandamenti: ogni giorno» (Deuteronomio 11, 1). Ecco perché non riesco ad immaginare, per esempio, Paolo, impegnato in una devota adorazione dell’ostia, mentre gli invidio quel suo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me…Per me vivere è Cristo» (Galati 2,20; Filippesi 1,21). Scrive S. Agostino: «Perciò se voi siete il corpo e le membra di Cristo, il vostro mistero risiede nella mensa del Signore: voi accettate il vostro mistero. A ciò che siete voi rispondete Amen, e rispondendo cosí voi l’approvate. Infatti tu senti: «Il Corpo di Cristo»; e rispondi Amen. Sii membro del corpo di Cristo, perché sia vero quell`Amen» [1].
Tutto questo diventa per noi realtà e speranza in Gesù: il suo sangue versato parla di tutta la potenzialità maligna annidata nell’umanità e nelle mie follie; nel suo sangue si rivela anche tutta la fedeltà e vitalità messa a disposizione per noi che, da quel momento in poi, possiamo chiamarci “gli amati”, come Paolo ci definisce nelle sue lettere. Così recuperiamo un’identità e un mandato:« Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati» (Giovanni 15, 12). Salvare l’uomo d’oggi, a partire dalla Cena pasquale, dal sangue versato di questo Gesù/Abele, può richiedere di scontrarsi con i custodi di Caino, di pagare di persona. E’ interessante rileggere la parabola del banchetto del regno secondo la versione di Luca (cap. 14):« All’ora della cena, mandò il suo servo a dire agli invitati: Venite, è pronto. Ma tutti, all’unanimità, cominciarono a scusarsi. Il primo disse: Ho comprato un campo e devo andare a vederlo; ti prego, scusami. Un altro disse: Ho comprato cinque paia di buoi e vado a provarli; ti prego, scusami. Un altro disse: Ho preso moglie e perciò non posso venire. Al suo ritorno il servo riferì tutto questo al padrone. Allora il padrone di casa, irritato, disse al servo: Esci subito per le piazze e per le vie della città e conduci qui poveri, storpi, ciechi e zoppi». L’eucaristia è scomoda proprio per questo: ci obbliga a collocare le nostre attività, i nostri affari, il nostro tempo e cioè le molecole di sangue da cui è composta la nostra esistenza, nella profondità dell’eterno, nell’unità dell’amore, nell’economia del dono che è il nuovo culto: «Che m’importa dei vostri innumerevoli sacrifici? dice il Signore. Chi vuole che veniate a calpestare inutilmente i miei atri? Smettete di presentare offerte inutili, non posso sopportare che stiano insieme delitto e culto. Quando stendete le mani in preghiera, io allontano gli occhi da voi. Anche se moltiplicate le preghiere, io non ascolto. Le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, togliete dalla mia vista il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giustizia, soccorrete l’oppresso, rendete giustizia all’orfano, difendete la causa della vedova» (Isaia 1,11).


[1] Agostino, Sermo 272