Il lavoro può fare la pace
Don Augusto Fontana

Il lavoro può fare la pace. Oh sì! Può fare la pace

Il lavoro può fare la pace nel rapporto tra colleghi

Il lavoro può fare la pace abbattendo drasticamente incidenti e morti

Il lavoro può fare la pace favorendo dignità, partecipazione e trasparenza

Il lavoro può fare la pace rinnovando i contratti alla scadenza

Il lavoro può fare la pace in una concorrenza di mercato mite e non corrotta

Il lavoro può fare la pace nella uguaglianza di genere

Il lavoro può fare la pace abbattendo il caporalato e le scandalose disuguaglianze salariali

Il lavoro può fare la pace abbattendo inquinamento, sversamento di veleni, investendo sul rispetto della creazione

Il lavoro può fare la pace se non percepisce in nero e non evade il fisco

Il lavoro può fare la pace riconvertendo fabbriche e filiere di armi

Il lavoro può fare la pace se non ruba tempo di vita a lavoratrici e lavoratori oltre le ore e i giorni contrattuali

Il lavoro può fare la pace nella celebrazione del silenzio, della solidarietà gratuita, della fede

Il lavoro può fare la pace. Oh sì! Può fare la pace.




BANCHE ARMATE
SI SALVI CHI PUO’

Cresce l’export di armi italiane: banche e aziende lucrano, la Cei “obietta”.
Luca Kocci  Tratto da: Adista Notizie n° 17 del 02/05/2026

Aumentano le esportazioni di armi made in Italy (v. Adista Notizie n. 16/26). Con esse cresce la quantità di denaro movimentata dagli istituti di credito per conto delle aziende armiere e, di conseguenza, le “banche armate” incrementano i propri profitti: infatti se nel 2024 gli importi del commercio di armi passati per una banca erano poco più di 4,5 miliardi di euro, nel 2025 la cifra ha superato la quota di 6 miliardi di euro, con una crescita di quasi il 35%.
Dalla relazione del governo al Parlamento – in particolare le tabelle elaborate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – è possibile stilare anche la classifica delle banche armate, ovvero degli istituti di credito che più hanno guadagnato grazie al commercio delle armi.
Al primo posto c’è Unicredit, “regina” delle banche armate con importi segnalati movimentati pari a 1 miliardo e 658 milioni (a cui andrebbero aggiunti altri 13 milioni di Unicredit Factoring).
A seguire, staccata di poco, Banca nazionale del lavoro, con 1 miliardo e 420 milioni.
Il terzo istituto di credito con importi segnalati superiori al miliardo di euro è Deutsche Bank, con 1 miliardo e 13 milioni.
Se queste tre banche gestiscono i due terzi del volume totale (oltre 4 miliardi su 6), tutte le altre si spartiscono il terzo restante: Barclays (560 milioni), Intesa San Paolo (518 milioni), Banca popolare di Sondrio (356 milioni), Credit agricole (163 milioni) e Banca popolare di Milano (103 milioni). A seguire una ventina di altri istituti, con importi inferiori ai 40 milioni di euro.
La questione delle banche armate tocca anche la Chiesa italiana.
La Cei, per mezzo dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero (Icsc), infatti incassa erogazioni liberali e offerte deducibili per i sacerdoti tramite sette diversi conti bancari – uno di questi, va detto, è Banca popolare etica –, cinque dei quali aperti presso altrettante “banche armate”: Unicredit, Banca nazionale del lavoro, Intesa San Paolo, Banca popolare di Milano e Monte dei paschi di Siena (quest’ultima coinvolta marginalmente, con poco più di 4 milioni).
E così la Caritas italiana: un conto è in Banca popolare etica, ma gli altri tre sono presso altrettante “banche armate”, ovvero Unicredit, Intesa San Paolo e Banca popolare di Milano.
L’indagine potrebbe proseguire verificando a quali banche sono affidati i conti delle diocesi, degli Istituti diocesani per il sostentamento del clero, delle parrocchie ecc., ma ci limitiamo agli enti principali, appunto Cei, Icsc e Caritas.
L’elemento nuovo rispetto al passato è che la stessa Cei, nell’Assemblea generale di novembre 2025, ha approvato a larghissima maggioranza la Nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” (v. Adista Notizie n. 45/25), nella quale c’è un paragrafo specifico dedicato a “Produzione e commercio di armi”, nel quale si invita a una «presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono la produzione e il commercio di armi». E in particolare: «Si parla talvolta di obiezione bancaria per indicare il disinvestimento, da parte di singoli e istituzioni, da quei soggetti finanziari coinvolti in tali dinamiche. È un’opzione importante, che singoli e comunità possono valorizzare per esprimere una volontà di pace attenta a quei fattori strutturali che contribuiscono a dinamiche conflittuali».
La relazione del governo sul commercio delle armi è relativa al 2025, quindi la Nota dei vescovi è arrivata troppo tardi.
Ora però è lecito aspettarsi, dal momento che la lista delle banche armate è pubblica, che gli organismi della Chiesa italiana, a partire dalla stessa Cei, siano coerenti con le affermazioni scritte nella Nota e non collaborino più con «quelle realtà economiche che sostengono la produzione ed il commercio di armi». Come appunto le banche armate.




11 milioni gli italiani non pagano l’Irpef

I dati del Mef

Da pensionati e dipendenti quasi l’85% del reddito

 Aumentano i redditi 2024 dichiarati nel 2025 anche in linea con la crescita dei posti di lavoro. Si conferma che il grosso delle dichiarazioni è in capo a dipendenti e pensionati mentre sono circa 11 milioni gli italiani che non pagano l’Irpef. E solo uno su tre risulta avere un reddito di oltre 75mila euro.
In testa alla classifica stilata dal dipartimento delle Finanze del Mef restano, con uno stacco notevole, i redditi degli autonomi. Mentre a livello territoriale si conferma la dicotomia Nord-Sud: primi i lombardi, ultimi i calabresi.
Il reddito complessivo totale dichiarato nel 2025 ammonta a oltre 1.076,3 miliardi di euro (48,6 miliardi in più rispetto all’anno precedente, +4,7%) per un valore medio di 25.820 euro, in aumento del 4%. L’analisi territoriale conferma che la regione con reddito medio complessivo più elevato è la Lombardia (30.200 euro), seguita dal Trentino Alto Adige (28.553 euro, con la provincia di Bolzano che raggiunge 29.850 euro), mentre la Calabria presenta il reddito medio più basso (19.020 euro).
I redditi da lavoro dipendente e da pensione costituiscono circa l’84,6% del reddito complessivo dichiarato, con il reddito da lavoro dipendente che ne rappresenta il 54,4%. Il reddito medio più elevato è quello da lavoro autonomo, pari a 67.510 euro. Il reddito medio dichiarato dai lavoratori dipendenti è di 24.250 euro, e quello dei pensionati di 22.390 euro.




Nota della CEI«EDUCARE A UNA PACE DISARMATA E DISARMANTE»
10 Proposte concrete

Dalla NOTA CEI « EDUCARE A UNA PACE DISARMATA E DISARMANTE»
 EDUCARE AL RISPETTO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE.
n.113. Per fondare l’opposizione a esse occorre anche una seria formazione al rispetto del diritto internazionale, al multilateralismo e al funzionamento degli Organismi sovranazionali; anche papa Leone XIV nella visita al Presidente Mattarella del 14 ottobre 2025 ha richiamato «il comune impegno che lo Stato italiano e la Santa Sede hanno sempre profuso e continuano a porre in favore del multilateralismo ». (cf. anche 116. Fondamentale è quindi il ruolo delle istituzioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite).
DICHIARARE IMMORALE NON SOLO L’USO MA ANCHE IL POSSESSO DELLE ARMI NUCLEARI.
n. 115. La cooperazione a livello internazionale non può ignorare che la via della non- proliferazione delle armi nucleari esige un rinnovato impegno, che persegua la strada tracciata dal Trattato sia fedele ai trattati. Risuonano perciò quanto mai attuali queste parole di papa Francesco: «….Desidero riaffermare qui che l’uso di armi nucleari, come pure il loro mero possesso, è immorale. Cercare di difendere e di assicurare la stabilità e la pace attraverso un falso senso di sicurezza e un “equilibrio del terrore”, sostenuti da una mentalità di paura e di sfiducia, conduce inevitabilmente a rapporti avvelenati tra popoli e ostacola ogni possibile forma di vero dialogo».
EDUCARE A USO NON VIOLENTO DEI SOCIAL MEDIA
n.121. Anche il Web e i diversi media diventano pertanto luoghi in cui la pace va coltivata quotidianamente. Portare nei social media una visione nonviolenta significa contrastare la polarizzazione, promuovere linguaggi rispettosi, educare al discernimento critico e aprire spazi di dialogo autentico.
SOSTENERE OGNI INIZIATIVA PER FARE PACE CON LA CREAZIONE
n.122. Accanto all’ordine internazionale e alla Rete, una terza dimensione nella quale edificare pace è il rapporto con la terra.
DISINNESCARE CONTRAPPOSIZIONE TRA LE RELIGIONI
n.125.Se già abbiamo segnalato il volto purtroppo ambivalente delle religioni in ordine alla pace, una quarta dimensione di costruzione della pace dovrà disinnescare i germi di violenza ancora presenti in esse (n.d.r. nelle religioni), per coltivare invece i potenti semi riconciliazione che esse portano nel cuore.
EDUCARE ALLA OBIEZIONE DI COSCIENZA E AL SERVIZIO CIVILE
n. 131
…. la difesa della patria non si assicura solo con il ricorso alle armi, ma passa per la cura della civitas, attraverso l’obiezione di coscienza e il servizio civile.
SMILITARIZZARE L’ASSISTENZA SPIRITUALE DELLE FORZE ARMATE
n.135.La memoria di tali figure chiede di proporre forme nuove di assistenza spirituale per le Forze armate.
RAFFORZARE IL CONTROLLO DEGLI ARMAMENTI
n. 138….rafforzare la normativa in materia, irrobustendo i vincoli al possesso personale di armi e il contrasto all’esportazione di manufatti bellici — anche indirettamente, tramite triangolazioni — verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani. Occorre un rinnovato impegno internazionale per il controllo degli armamenti…
NON INVESTIRE IN BANCHE CHE SOSTENGONO INDUSTRIE MILITARI
n 139
….presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono la produzione ed il commercio di armi. Occorre evitare la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi. Nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2025 papa Francesco segnalava «i cospicui finanziamenti dell’industria militare» tra i «fattori che, anche solo indirettamente, alimentano i conflitti che stanno flagellando l’ umanità». Si parla talvolta di obiezione bancaria per indicare il disinvestimento — da parte di singoli ed istituzioni — da quei soggetti finanziari coinvolti in tali dinamiche. È un’opzione importante, che singoli e comunità possono valorizzare per esprimere una volontà di pace attenta a quei fattori strutturali che contribuiscono a dinamiche conflittuali.
EDUCARE ALLA OBIEZIONE PROFESSIONALE.
n.140…..interpella, invece, in primo luogo la responsabilità personale l’obiezione professionale: è il gesto di chi rifiuta di mettere le proprie competenze professionali e lavorative a servizio di aziende orientate alla produzione di armi.




le armi italiane (+157%) finiscono ovunque.

Il riarmo spinge il commercio di armi: l’Europa compra dagli USA e le armi italiane (+157%) finiscono ovunque

https://retepacedisarmo.org/export-armi/

9 Marzo 2026

I dati SIPRI 2021–2025 smontano il mito strumentale dell’autonomia strategica militare europea e rivelano la crescita record dell’export militare italiano, che non ha maggiori controlli dei partner US. Occorre continuare il rilancio della campagna “Basta Favori ai Mercanti di Armi”


 
Il riarmo globale accelera e l’Europa ne è il motore.

I nuovi dati pubblicati dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) offrono uno specchio impietoso della direzione imboccata dall’Europa e dall’Italia: quella di una corsa alle armi senza precedenti, che arricchisce il complesso militare-industriale-finanziario e non costruisce né sicurezza reale né autonomia.
Il volume globale dei trasferimenti internazionali di armi è cresciuto del 9,2% tra il quinquennio 2016–2020 e il 2021–2025: il balzo più significativo dal 2011–2015. Al centro di questa escalation c’è l’Europa, con importazioni di armi cresciute del 210% — più che triplicate — che la portano per la prima volta dagli anni Sessanta a essere la prima regione mondiale per acquisizioni militari, con il 33% del totale globale.
Il fattore scatenante è stato il sostegno militare all’Ucraina (9,7% di tutti i trasferimenti mondiali), ma i dati mostrano con chiarezza che la stragrande maggioranza degli Stati europei ha aumentato in modo massiccio e autonomo le proprie importazioni di armamenti. I 29 Paesi europei NATO hanno incrementato le proprie importazioni del 143%.
Falsa autonomia: l’Europa si riarma comprando dagli USA
Il racconto dominante proveniente da politica e media ci dice strumentalmente che l’Europa stia percorrendo la strada dell’autonomia strategica, emancipandosi dalla dipendenza americana. Ma i dati SIPRI lo smentiscono in modo netto. Il 48% di tutte le armi importate dagli Stati europei proviene dagli Stati Uniti. Tra i soli Paesi NATO europei la quota statunitense sale al 58% — sulla stessa percentuale del quinquennio precedente, ma su volumi più che raddoppiati (+142%).
Gli USA hanno consolidato il proprio dominio globale portando la propria quota dal 36% al 42% del totale mondiale. Per la prima volta in vent’anni la destinazione principale dell’export americano non è il Medio Oriente ma l’Europa (38% delle esportazioni USA), con un incremento del +217%. Ben 12 Paesi europei hanno in ordine o preselezionato 466 caccia F-35 di fabbricazione americana.
Lo stesso SIPRI è esplicito: nonostante l’UE abbia avviato meccanismi di sostegno all’industria della difesa europea, gli Stati membri hanno continuato ad acquistare armi americane, soprattutto aerei da combattimento e sistemi missilistici a lungo raggio. I principali esportatori europei, nel frattempo, continuano a destinare la maggior parte della propria produzione militare fuori dall’Europa.
Non c’è autonomia strategica in un’Europa che finanzia con risorse pubbliche l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi. Ciò che viene presentato come emancipazione è, nei fatti, un trasferimento massiccio di denaro pubblico europeo verso il complesso militare-industriale-finanziario, in larga misura con base negli Stati Uniti.
Lo chiarisce persino la nuova “America First Arms Transfer Strategy” dell’amministrazione Trump, citata dal SIPRI: gli USA vedono le esportazioni di armi come strumento di politica estera e di rafforzamento della propria industria militare. L’Europa, riarmarsi acquistandone i prodotti, non fa che assecondare questa strategia.

L’Italia: sesta esportatrice mondiale di armi, smentite le giustificazioni per la modifica della Legge 185/90
Tra gli elementi più rilevanti per il contesto italiano nei dati diffusi dal SIPRI spicca quello sull’export di armi del nostro Paese: le esportazioni italiane di armamenti sono aumentate del 157% tra il 2016–2020 e il 2021–2025, portando l’Italia dal decimo al sesto posto nella classifica mondiale dei fornitori di armi, con una quota del 5,1% del totale globale. L’Italia è oggi il sesto Paese al mondo per vendita di armamenti, davanti a Israele, al Regno Unito, alla Corea del Sud e alla Spagna. Le destinazioni principali dell’export militare italiano rivelano la natura delle scelte compiute: il 59% va al Medio Oriente – in particolare Qatar (26%) e Kuwait (17%) – mentre  il 16% verso Asia e Oceania (spicca l’Indonesia con il 12%). Solo il 13% rimane in Europa. Questo dato smonta definitivamente la narrazione che il Governo e gli ambienti legati all’industria delle armi continuano a ripetere per giustificare lo svuotamento della Legge 185/90: quella secondo cui le imprese italiane sarebbero svantaggiate dalla concorrenza europea per via di controlli più severi. I dati SIPRI mostrano il contrario: l’industria militare italiana ha più che raddoppiato il proprio export, scalando la classifica mondiale a una velocità superiore a qualsiasi altro Paese europeo. Non c’è alcuno svantaggio competitivo da attribuire ai controlli della Legge 185/90. La scusa è strumentale e i numeri la smentiscono senza appello. Eppure questa scusa continua a essere usata per motivare modifiche normative che ridurrebbero ulteriormente trasparenza e controlli sulle esportazioni verso Paesi in conflitto o con gravi violazioni dei diritti umani. Con la legge già ampiamente elusa, indebolirla ulteriormente significa solo dare maggiore libertà ai mercanti di armi.
La nostra risposta: rilancio della campagna “Basta Favori ai Mercanti di Armi”.
Di fronte a questo scenario (riarmo accelerato, dipendenza strutturale dagli USA, industria militare italiana in crescita record e tentativi di indebolire i già insufficienti meccanismi di controllo) la Rete Italiana Pace e Disarmo rilancia con forza la campagna “Basta Favori ai Mercanti di Armi”La campagna chiede che la Legge 185/90, che regola il controllo delle esportazioni di armamenti italiani, venga preservata nella sua struttura base di controllo e trasparenza e non ulteriormente svuotata. In un momento in cui il mercato globale degli armamenti è in piena espansione, smantellare le garanzie di trasparenza e i vincoli al commercio di armi verso Paesi in guerra o con violazioni dei diritti umani sarebbe un atto di irresponsabilità politica e morale.

Le nostre richieste:

  • Nessuna modifica peggiorativa alla Legge 185/90. I dati SIPRI dimostrano che l’industria militare italiana non ha bisogno di ulteriori facilitazioni: cresce a ritmi record. Ciò che serve è più controllo, non meno.
  • Trasparenza sui contratti e sulle destinazioni. Il 59% dell’export militare italiano va al Medio Oriente: il Parlamento e la società civile hanno il diritto di sapere a chi vendiamo armi e in quale contesto vengono impiegate.
  • Stop al riarmo come soluzione. Triplicare le importazioni di armi non produce sicurezza: alimenta tensioni, prosciuga risorse pubbliche che potrebbero andare a sanità, istruzione e welfare, e consolida la dipendenza da industrie e logiche militari straniere.
  • Un’Europa che investa in diplomazia, non in armi. La vera autonomia strategica non si costruisce comprando cacciabombardieri americani, ma sviluppando strumenti diplomatici, prevenzione dei conflitti e politiche di sicurezza comune non militarizzate.

I dati del SIPRI sono inequivocabili. Sta a noi, a chi si batte per la pace e il disarmo, tradurli in pressione politica concreta. Il riarmo non è inevitabile: è una scelta. E le scelte si possono, e si devono, cambiare.




Lettera ai mercanti di morte
Don Mimmo Battaglia, cardinale a Napoli

Lettera ai “mercanti di morte”

don Mimmo Card. Battaglia, Arcivescovo metropolita di Napoli

Ai mercanti della morte,
a voi che fate affari con il sangue degli uomini,
a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli,
a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo,
rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita.
Vi scrivo da questa terra che trema.
Trema sotto i passi dei poveri, sotto il pianto dei bambini, sotto il silenzio degli innocenti,
sotto il rumore feroce delle armi che avete costruito, venduto, benedetto dal vostro cinismo.
Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino.
Quel linguaggio antico e terribile che domanda: “Sono forse io il custode di mio fratello?”
E invece sì, lo siamo. Lo siamo tutti.
E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla ferita del fratello.
Ci sono notti, in questo tempo, in cui l’umanità sembra smarrirsi.
Notti lunghe, dove il cielo non consola e la terra restituisce soltanto macerie.
Eppure proprio lì, nel cuore della notte, il Vangelo continua a ostinarsi.
Continua a dire che nessun uomo è nato per essere bersaglio.
Che nessun bambino ha il destino della polvere.
Che nessuna madre deve imparare a riconoscere il figlio da un brandello di stoffa.
Che la pace non è una debolezza da deridere, ma la forma più alta della forza.
Voi fate il contrario del pane.
Il pane si spezza per sfamare.
Le armi spezzano i corpi per affamare il futuro.
Il pane mette gli uomini a tavola.
Le armi scavano fosse, svuotano case, allungano tavole senza commensali.
Il pane ha il profumo delle mani.
Le armi hanno l’odore freddo dei bilanci.
E ditemi: come fate?
Come riuscite a dormire sapendo che dietro ogni contratto c’è una carne aperta?
Che dietro ogni firma c’è una scuola svuotata, un ospedale abbattuto, un volto cancellato?
Come fate a chiamare “mercato” ciò che, davanti a Dio, ha il nome più semplice e più terribile: peccato?
Non vi parlo da giudice.
Non ho tribunali da aprire.
Vi parlo da uomo e da pastore.
Da credente ferito dalla ferocia dei tempi.
Da vescovo che sente nelle viscere il grido di Cristo ancora crocifisso nei popoli umiliati, nelle città devastate, nei corpi senza nome che il mare restituisce e la guerra nasconde.
Perché il Crocifisso oggi ha le mani dei civili sepolti sotto le bombe.
Ha gli occhi sbarrati dei bambini che non sanno dare un nome all’orrore.
Ha il volto delle donne che stringono fotografie invece di abbracciare figli.
Ha la sete dei profughi, la paura dei vecchi, il tremore di chi non ha più una casa e nemmeno una lingua per raccontare il dolore.
E voi, mercanti della morte, continuate a passare sotto quella croce come passarono un giorno i soldati, spartendovi le vesti del condannato.
Solo che oggi non tirate a sorte una tunica: tirate a sorte interi popoli.
Scommettete sulle frontiere, sui rancori, sulle escalation, sugli equilibri armati.
E intanto chiamate pace la paura, chiamate ordine il dominio, chiamate sicurezza la minaccia permanente.
Ma non c’è sicurezza dove si semina morte.
Non c’è futuro dove si educano i giovani al sospetto.
Non c’è giustizia se la ricchezza di pochi si fonda sul lutto di molti.
E non ci sarà pace finché la guerra resterà un investimento accettabile.
Il Vangelo, invece, non tratta.
Il Vangelo non benedice le industrie della distruzione.
Il Vangelo non si abitua ai morti.
Il Vangelo non sopporta che il dolore diventi statistica e che i massacri si consumino dentro il commento stanco di un notiziario.
Il Vangelo mette un bambino al centro.
Sempre.
E quando un bambino è al centro, tutte le vostre ragioni crollano.
Crollano le dottrine militari, le alleanze opportunistiche, le giustificazioni geopolitiche, i linguaggi tecnici con cui nascondete la vergogna.
Perché davanti a un bambino ucciso non esiste più destra o sinistra, oriente o occidente, amico o nemico: esiste solo l’abisso.
Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi.
Vi chiedo di convertirvi.
Sì, convertirvi.
Parola antica, parola scandalosa, parola necessaria.
Convertirsi significa smettere di pensare che tutto abbia un prezzo.
Significa riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana.
Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia.
Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini.
Abbiate un sussulto. Uno solo, ma vero.
Lasciate che vi raggiunga il pianto che avete tenuto fuori dalle vostre stanze.
Lasciate entrare il nome dei morti nei vostri consigli di amministrazione.
Lasciate che una madre vi venga a disturbare i conti.
Lasciate che il Vangelo vi rovini la quiete.
Perché non c’è pace senza disarmo del cuore,
e non c’è disarmo del cuore finché la mano resta aggrappata al profitto.
La guerra non comincia quando cade la prima bomba.
Comincia molto prima:
quando il fratello diventa un ostacolo,
quando il povero diventa irrilevante,
quando la compassione viene giudicata ingenua,
quando l’economia smette di servire la vita e decide di usarla.
Eppure io non vi scrivo per consegnarvi alla disperazione.
Vi scrivo perché persino per voi esiste una strada.
Dio non smette di bussare nemmeno alle porte più blindate.
Anche per voi c’è una possibilità di riscatto.
Anche per voi c’è un Venerdì Santo che può aprirsi alla Pasqua.
Ma dovete scendere.
Scendere dai piedistalli del potere, dai linguaggi che assolvono, dalle stanze dove la morte viene progettata senza odore e senza volto.
Dovete tornare uomini.
Prima che dirigenti, azionisti, strateghi, intermediari: uomini.
Uomini capaci di vergogna, e quindi di verità.
Io sogno il giorno in cui le vostre fabbriche cambieranno vocazione.
In cui il ferro non diventerà proiettile ma aratro,
in cui l’ingegno non servirà a perfezionare l’offesa ma a custodire la vita,
in cui i capitali saranno spesi per curare, istruire, ricostruire, accogliere.
Sogno il giorno in cui la parola “profitto” non farà più rima con “funerale”.
E so che qualcuno sorriderà, chiamando tutto questo ingenuità.
Ma l’unica vera ingenuità, oggi, è credere che la guerra salvi.
L’unica vera follia è pensare che si possa continuare a incendiare il mondo senza bruciare con esso.
L’unico realismo possibile, ormai, è la pace.
Per questo vi affido una domanda che non vi lascerà in pace, spero:
quanto sangue vi basta?
Quanto dolore deve ancora attraversare la storia perché comprendiate che state trafficando non con merci, ma con figli, con madri, con volti, con carne amata da Dio?
Fermatevi.
Prima che sia troppo tardi per i popoli.
Prima che sia troppo tardi per voi.
Fermatevi, e ascoltate il Vangelo della pace, che non urla ma insiste, che non schiaccia ma converte, che non umilia ma chiama per nome.
Ascoltate Cristo, disarmato e vero, che continua a dire:
“Beati gli operatori di pace.”
Non i calcolatori di guerra.
Non i garanti dell’equilibrio armato.
Non i venditori di paura.
Gli operatori di pace.
Il mondo ha bisogno di mani che rialzino, non di mani che armino.
Ha bisogno di coscienze sveglie, non di profitti ciechi.
Ha bisogno di profeti, non di mercanti.
E noi, Chiesa del Vangelo, non taceremo.
Non per ideologia, ma per fedeltà.
Non per ingenuità, ma per obbedienza a Cristo.
Non perché ignoriamo la complessità della storia, ma perché conosciamo il valore infinito di ogni vita.
A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica:
restituite il futuro.
Restituite il respiro.
Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra.
Restituitevi alla vostra umanità.
La pace vi giudicherà.
Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi.
Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani.




SBILANCIAMOCI a favore della pace

LE CONTROPROPOSTE DI SBILANCIAMOCI! della RETE ITALIANA PACE E DISARMO

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 Riduzione del personale della Difesa
Sbilanciamoci! propone di fermare la tendenza recente di continuo aumento dei totali degli effettivi militari (con conseguente aumento dei bilanci propri delle singole Forze Armate, nell’ambito del budget complessivo della Difesa), ritornando invece ad avere come obiettivo l’organico previsto nella “Riforma Di Paola” di 150.000 effettivi, con riequilibrio della distribuzione interna dei gradi nelle gerarchie militari (diminuzione di costo a parità di arruolati). Maggiori entrate: 500 milioni di euro

Taglio dei programmi militari finanziati dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy
Si propone di ridurre gli stanziamenti diretti e i finanziamenti pluriennali per l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma in capo al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (ex Ministero dello Sviluppo Economico), in modo particolare relativamente ai programmi navali e aeronautici. Maggiori entrate: 1.600 milioni di euro

Taglio delle acquisizioni di nuovi sistemi d’arma
Ridurre gli stanziamenti diretti e i finanziamenti pluriennali per l’acquisizione di nuovi sistemi d’arma in capo al Ministero della Difesa, sia per il mantenimento di dotazioni e capacità (previsto con fondi del Segretariato Generale della Difesa) sia per i cospicui fondi previsti anche per la ricerca militare nell’ambito dei capitoli della Direzione Nazionale Armamenti. Maggiori entrate: 4.000 milioni di euro

Drastica riduzione delle missioni militari
Terminare con effetto immediato le missioni militari all’estero con proiezione armata in aree di conflitto e/o che hanno come obiettivo principale la protezione degli interessi fossili, mantenendo attive solo reali missioni di pace promosse dalle Nazioni Unite. Maggiori entrate: 700 milioni di euro

Riconversione dell’industria a produzione militare
Si propone l’approvazione e il finanziamento di una legge nazionale per la riconversione al civile di aziende e distretti a produzione militare. Costo: 300 milioni di euro

Tassazione degli extraprofitti delle imprese militari
Dal 2021 al 2024, le prime 15 imprese produttrici di armi italiane hanno raddoppiato i loro utili grazie al perdurare di numerosi fronti di guerra, arrivando a un totale di 876 milioni di euro di maggiori profitti. Nello stesso periodo, anche il fatturato dell’industria militare è cresciuto molto, con ricavi totali aumentati del 28% ed extraricavi pari a 7,06 miliardi di euro. Il 2025 si preannuncia persino più redditizio: la sola Leonardo nei primi nove mesi dell’anno ha fatto registrare ricavi pari a 13,4 miliardi di euro (+12,4% rispetto al 2024) e un risultato netto ordinario che passa da 364 a 466 milioni di euro in un anno (+28%). Greenpeace prevede che nel 2025 il settore farà registrare extraprofitti pari a circa 1,5 miliardi di euro. Sbilanciamoci! propone di applicare una tassazione al 50% degli extraprofitti del settore. Maggiori entrate: 750 milioni di euro

Valorizzazione territoriale liberata da servitù militare
Selezione di 20 servitù militari da riconvertire per progetti di sviluppo locale in territori colpiti da crisi con l’obiettivo di creazione di reddito, occupazione e sviluppo sostenibile in settori strategici. Costo: 200 milioni di euro

Programmi di disarmo umanitario internazionale
Potenziamento del sostegno alle strutture multilaterali che si occupano di Disarmo umanitario (in particolare in ambito ONU: UNODA e UNIDIR) oltre che la compartecipazione ai fondi di implementazione dei Trattati internazionali di disarmo e sostegno alla società civile del settore. Costo: 50 milioni di euro

Incremento dei fondi per il Servizio civile
Il Servizio civile – un’occasione di servizio di pace per tanti ragazzi e ragazze che vorrebbero accedervi – deve essere ulteriormente rafforzato e sviluppato, anche grazie a politiche di promozione ad hoc, tra cui l’accesso ordinario e programmato dei soggetti del sistema SCU nelle scuole per presentare i valori e le esperienze del Servizio civile e seminare la consapevolezza nei giovani che sceglieranno di fare domanda. Per sostenere il Servizio civile, Sbilanciamoci! propone uno stanziamento aggiuntivo di 100 milioni di euro l’anno a partire dal 2026. Nell’ambito di tale stanziamento, si destinano 6 milioni di euro alla sperimentazione (e all’avvio strutturale nel 2028) del sostegno all’ospitalità di giovani non residenti nel luogo di servizio e 12 milioni di euro all’individuazione e messa in trasparenza delle competenze trasversali acquisite dai giovani che svolgono il SCU. Costo: 100 milioni di euro

Difesa non armata e nonviolenta e stabilizzazione dei Corpi civili di Pace
Implementazione del “Dipartimento della Difesa civile non armata e nonviolenta” proposto dalla campagna “Un’altra difesa è possibile” che preveda una struttura professionale di Corpi Civili di Pace (almeno per 1.000 effettivi potenziali) e la fondazione di un Istituto di ricerca su pace e disarmo. Costo: 100 milioni di euro

Incremento degli stanziamenti per la Cooperazione allo Sviluppo
Per ripristinare i tagli alla cooperazione avvenuti e al fine di raggiungere l’obiettivo dello 0,7% del Pil di fondi per la cooperazione allo sviluppo – impegno che da anni l’Italia ha preso in numerose sedi internazionali – si propone di stanziare per il 2026 almeno 700 milioni di euro per sostenere progetti di sviluppo, dando particolare importanza ai progetti della società civile e delle organizzazioni governative, anche nei paesi in via di sviluppo. Costo: 700 milioni di euro

Si libereranno 1,6 miliardi di euro di risorse pubbliche oggi destinate alla produzione bellica.




A 85 secondi dal baratro
Tonio Dell’Olio

A 85 secondi dal baratro

Nella sua rubrica “Mosaico dei giorni” sulla rivista Mosaico di pace, Tonio Dell’Olio scrive:

Riporto il comunicato stampa diffuso ieri dal Bulletin of the Atomic Scientists’ Science and Security Board (SASB), ovvero il team di scienziati che regola l’orologio del rischio dell’annientamento globale, Doomsday Clock: «Un anno fa, avevamo avvertito che il mondo era pericolosamente vicino al disastro globale e che qualsiasi ritardo nell’inversione di rotta aumentava la probabilità di catastrofe. Piuttosto che prestare attenzione a questo avvertimento, la Russia, la Cina, gli Stati Uniti e altri grandi Paesi sono invece diventati sempre più aggressivi, contraddittori e nazionalisti. Le intese globali duramente conquistate stanno crollando, accelerando una competizione per il grande potere vincente e minando la cooperazione internazionale fondamentale per ridurre i rischi di guerra nucleare, cambiamenti climatici, un uso improprio della biotecnologia, la potenziale minaccia dell’intelligenza artificiale e altri pericoli apocalittici. Troppi leader sono diventati compiacenti e indifferenti, in molti casi adottando retorica e politiche che accelerano piuttosto che mitigare questi rischi esistenziali. A causa di questo fallimento della leadership, il Bulletin of the Atomic Scientists Science and Security Board oggi fissa l’orologio del giorno del giudizio a 85 secondi a mezzanotte, il più vicino che sia mai stato alla catastrofe… Anche se le lancette dell’orologio del giorno del giudizio si avvicinano a mezzanotte, ci sono molte azioni che potrebbero far indietreggiare l’umanità dall’orlo» (www.thebulletin.org).




Prof. Filippo Pizzolato
“No” a una riforma ambigua della magistratura

“No” a una riforma ambigua della magistratura: per una democrazia autenticamente costituzionale

da Filippo Pizzolato[1] | Gen 27, 2026

La riforma costituzionale approvata dal parlamento, recante «Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare», cela dietro a soluzioni tecniche piuttosto ostiche scelte di grande impatto politico-costituzionale e sociale. È dunque necessario rifuggire alla comoda tentazione di accantonare l’esame di questo testo, trincerandosi dietro un eccesso di tecnicità. L’approvazione a maggioranza assoluta, ma non qualificata, da parte del parlamento ha reso possibile la richiesta di un referendum costituzionale, che potrà assumere un significato confermativo (se prevalessero i sì) od oppositivo (se i No fossero superiori). Si tratta di un referendum senza quorum, proprio perché è uno strumento pensato dai costituenti per dare alle minoranze, politiche o sociali, uno strumento di difesa delle superiori ragioni della Costituzione rispetto a possibili forzature o addirittura ad abusi della maggioranza. E, in effetti, sono molte le ambiguità di questa riforma costituzionale, sul piano del metodo della sua approvazione, dei contenuti e delle prospettive future della democrazia. 

Nel metodo: le forzature procedurali e la posta in gioco.
Sul piano del metodo, non solo si persevera nella cattiva e ormai risalente prassi di riforme costituzionali approvate a stretta maggioranza parlamentare (la stessa che sostiene il governo), salve limitatissime aggiunte, ma, in questo caso, si è arrivati a blindare rigidamente il testo, perfino a fronte di richieste di correttivi migliorativi provenienti da ambienti (professionali-giuridici e politici) vicini alla stessa maggioranza. Non vi sono stati emendamenti rispetto al testo di diretta iniziativa del governo. In questo modo di procedere alligna un’intrinseca ambiguità, individuabile nella pretesa del governo, pervicacemente da solo, di ridefinire i contorni di un fondamentale organo di garanzia dell’indipendenza della magistratura e, per questa via, di rimettere in discussione il delicato equilibrio tra poteri dello Stato. Non deve ingannare che si tratti di modifiche alla seconda parte della Costituzione, quella cosiddetta organizzativa. In gioco è infatti un principio cardine del costituzionalismo, oltre che della Costituzione italiana, quello della separazione dei poteri, che vuole che la magistratura sia indipendente soprattutto dal governo. L’articolo 16 della Dichiarazione dei diritti del cittadino del 1789 ha suggellato il principio per cui “ogni società in cui la garanzia dei diritti non è assicurata, né la separazione dei poteri stabilita, non ha una costituzione”. Da questo principio di separazione dei poteri e di indipendenza dell’ordine giudiziario dipendono la garanzia dei diritti e l’uguaglianza effettiva davanti alla legge. Non possiamo accontentarci della conferma, testualmente contenuta nella riforma, per cui “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. I principi, quand’anche declamati, sono infatti del tutto sterilizzati e retorici se non sono “messi a terra” da regole e da precisi istituti attuativi. E l’organo che, in Costituzione, dà credibilità e sostanza effettiva al principio dell’indipendenza della magistratura è proprio il Consiglio superiore della magistratura (Csm), che la riforma modifica in modo sostanziale. Il Csm è l’organo che la Costituzione istituisce a tutela dell’indipendenza della magistratura, attraverso, soprattutto, l’amministrazione delle carriere dei magistrati stessi che vengono così sottratte all’influenza politica. L’attenzione è quindi d’obbligo perché la posta in gioco costituzionale è molto alta.

Nel merito: il triplice indebolimento dell’indipendenza della magistratura.
Nonostante le etichette che le si vogliono appiccicare, la riforma approvata dal parlamento non tocca i dibattuti nodi scoperti e critici del funzionamento della giustizia, a partire dalla lunghezza dei processi, o la discussa responsabilità civile dei magistrati, che qualcuno vorrebbe inasprire a seguito soprattutto di alcuni noti casi (e talvolta errori) giudiziari. Il nodo della riforma costituzionale riguarda la cosiddetta “separazione delle carriere”, espressione indicata, a mo’ di passepartout, come rimedio potenziale a ogni stortura della magistratura. Tale separazione è perseguita mediante la riforma del Consiglio superiore della magistratura, che viene però obiettivamente depotenziato all’esito di tre mosse convergenti: lo sdoppiamento; la sottrazione del potere disciplinare; e lo svilimento di autorevolezza mediante il sorteggio.

La riforma sdoppia il Csm, istituendone due: uno per i giudici e un altro per i magistrati non giudicanti (i pubblici ministeri o p.m.). I magistrati, infatti, si distinguono in giudicanti (i giudici) e inquirenti (i p.m.). Con questa duplicazione, in linea con una vecchia battaglia di Berlusconi (e, ancora prima, con un disegno della P2), la maggioranza sostiene appunto di voler separare carriere che, in verità, da tempo, sono già molto separate, poiché i passaggi dall’una all’altra sono rigidamente regolamentati e ormai così limitati da non giustificare una revisione costituzionale. Ci sarebbe peraltro da discutere su questa ossessione separativa, posto che il p.m. esercita un’azione che non può essere considerata di parte e identificata tout court con l’accusa, poiché è finalizzata – proprio come quella del giudice – all’interesse generale del rispetto della legge e dell’accertamento della verità processuale. Il p.m. è il rappresentante della collettività offesa da un reato e, in quanto tale, persegue la condanna dell’imputato solo se e quando lo ritenga colpevole. Se l’avvocato difende per sua funzione l’imputato in quanto tale, il p.m. lo accusa solo se e in quanto lo ritenga, sulla base di elementi obiettivi, colpevole. Coerentemente, se il difensore si imbatte in prove di colpevolezza non deve produrle; il p.m. è invece tenuto (art. 291 c.p.p.) a esibire anche «tutti gli elementi a favore dell’imputato». Lo sdoppiamento in quanto tale è contestato da chi ritiene che sia utile, anche a scopo di garanzia, che il magistrato maturi una cultura e una sensibilità della giurisdizione, facendo esperienza di entrambe le funzioni. Diversamente, il rischio è, per curiosa eterogenesi dei fini, che proprio la funzione inquirente assurga ad autonomo potere dello Stato, come paventato, in alcuni scritti, perfino da alcuni autorevoli esponenti favorevoli alla separazione.

Il Csm non è solo sdoppiato, ma anche depotenziato. Depotenziato perché gli viene sottratta una competenza fondamentale alla sua missione costituzionale e cioè il potere disciplinare rispetto ai magistrati. Tale funzione assai delicata è attribuita a una neo-istituita “Alta Corte disciplinare”, nei riguardi della quale, contraddittoriamente e significativamente, si ricompongono le due carriere, che si pretendevano separate e che invece sono sottoposte a un unico guardiano della responsabilità disciplinare. Perché in questo caso le carriere dovrebbero tornare unificate?

Oltre a questa decisiva sottrazione, l’autorevolezza dei due futuri Csm istituiti è minata dall’utilizzo inedito del sorteggio come metodo di formazione degli organi. Secondo la riforma, infatti, la componente di magistrati dei due nuovi Csm non sarebbe più eletta dai magistrati stessi, come avviene ora, ma selezionata con un puro sorteggio. Anche la componente cosiddetta “laica” dei due Csm, fatta da avvocati e professori universitari, sarebbe estratta, ma in modo temperato, perché all’interno di un elenco (di estensione potenzialmente limitata) formato dal parlamento in seduta comune. Ciò fa sorgere un sospetto: si afferma infatti di voler eliminare dalla magistratura l’influenza delle correnti, ma nulla si fa per ridurre quella politica e partitica. Si potrebbe, anche, non senza malizia, annotare come, dopo la riduzione del numero dei parlamentari, la classe politica sembri reagire moltiplicando le sedi (due nuovi Csm, più un’Alta Corte Disciplinare) in cui sarà possibile collocare figure legate ai partiti (magari di non eletti alle elezioni). La propaganda governativa esalta il sorteggio come un rimedio al correntismo deleterio dei magistrati. Anziché un’elezione di rappresentanti, mediante la presentazione di liste, si avrebbe cioè un sorteggio casuale. Qualche episodio di malcostume è innegabilmente emerso in seno alle organizzazioni dei magistrati, a riguardo di nomine e percorsi di carriera. E tuttavia, a tacere il fatto che l’epicentro di questo correntismo deleterio, l’ex presidente Anm Palamara, è ora un testimonial a favore di questa riforma (un convertito?), si deve dire che il pericolo più grave legato alle correnti è la possibile collateralità dei membri del Csm (o, all’esito della riforma, dei due Csm) rispetto alle parti politiche. Se passasse la riforma, è però prevedibile che proprio i membri togati (quelli cioè estratti a sorte tra tutti i magistrati) dei due nuovi Csm sarebbero catapultati nella carica in maniera casuale e isolati, e, per questo, sarebbero maggiormente esposti a divenire vittime facili di abbracci mortali tentati dai rappresentanti laici (e indicati dai partiti) dei due stessi Csm.

 Le prospettive in termini di democrazia costituzionale.
La domanda, legittima, che molti si pongono è se la separazione delle carriere sia funzionale e propedeutica a un prossimo, ulteriore, intervento di revisione costituzionale, volto a sottoporre espressamente i pubblici ministeri al controllo del governo. Tale gradino non è però scavato da questa riforma, che semmai lo prepara, e dunque si potrebbe liquidare questa domanda come un mero sospetto o un processo alle intenzioni. La riforma, come si è ricordato, ribadisce formalmente che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. E tuttavia si è ricordata l’ambiguità della conferma retorica di questo principio, posto che questo è stato, per così dire, “denudato” dei suoi necessari corredi e garanzie attuative (e, in particolare, di un Csm autorevole).
Anche a voler credere alla promessa che non si compirà un ulteriore passaggio, volto ad assoggettare esplicitamente i pubblici ministeri al potere politico, resta vero che i giudici e i pubblici ministeri saranno, già all’esito di questa riforma, più deboli e prevedibilmente intimoriti dinanzi alla prospettiva di un’unica Alta corte disciplinare, contro i cui provvedimenti è ammesso ricorso solo dinanzi alla stessa Alta corte disciplinare. Sullo spauracchio della responsabilità disciplinare insiste molto, non a caso, il ministro Nordio e questo lascia intravedere un’intenzione inibitoria rispetto all’indipendenza dei magistrati. La componente togata di questa Alta corte disciplinare è infatti sorteggiata, benché – questa volta – tra i magistrati con almeno venti anni di esercizio delle funzioni giudiziarie e che svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità. Ne scaturisce un indebolimento dell’autorevolezza di questo organo di garanzia, con prevedibili riflessi sulla serenità dei magistrati. Non bisogna caricare il Csm della esclusiva funzione di efficienza del funzionamento della giustizia, per la quale vi è piuttosto una responsabilità specifica del ministro, dimenticando quella di protezione dell’indipendenza dei magistrati. Di questa conseguenza non devono preoccuparsi solo e principalmente il giudice o il p.m., ma i cittadini comuni. Un magistrato potenzialmente intimorito di un’azione disciplinare è inevitabilmente più sensibile alle lusinghe e ai condizionamenti del potere (sia esso pubblico o privato).
Va poi sottolineato, sempre tra i rischi prospettici, che, per molti passaggi delicati, questa riforma è piuttosto vaga e dovrà essere specificata da leggi di attuazione, che, come tutte le leggi, potranno essere approvate a stretta maggioranza. Ad esempio: con che maggioranze il parlamento eleggerà l’elenco tra cui dovranno essere pescati i membri laici dei due nuovi Csm?
E, infine, si deve sottolineare la connessione di senso tra questa riforma del Csm e la revisione costituzionale del premierato, che è la prossima – annunciata – riforma costituzionale in itinere. Tale riforma presenta specifiche criticità, su cui qui non ci si sofferma. Per chi sia preoccupato per questo secondo possibile passaggio, il referendum sulla riforma del Csm è un’occasione opportuna per stoppare le successive velleità riformatrici dell’attuale governo che, invece, qualora dovesse ottenere successo sulla magistratura, potrebbe essere incoraggiato a proseguire. Ma ciò che merita una riflessione più profonda è l’unitarietà della logica sottostante le due riforme, quella della magistratura e quella – a venire – del premierato. Entrambe rivelano una visione omogenea della democrazia, assai poco costituzionale, in cui la democrazia tende a risolversi nell’investitura una tantum – con elezioni di tipo plebiscitario – del potere (del capo) di governo, a cui non sono opponibili efficaci controlimiti. La logica del costituzionalismo, che è quella della limitazione dei – e tra i – poteri, è frontalmente attaccata. A chi si riconosce nella Meloni bisognerebbe spiegare che questo leader troppo potente potrebbe domani essere la Schlein. E viceversa. Il problema resterebbe intatto. Ma, in ogni caso, il senso della democrazia costituzionale è profondamente alterato.
Nella Costituzione, il popolo sovrano, riconosciuto nelle sue articolazioni plurali, si esprime in una pluralità di forme, ciascuna delle quali limitata. Il combinato disposto delle riforme costituzionali rischia invece di consegnarci un popolo arbitrariamente semplificato dentro la volontà singolare del vertice del governo, priva di adeguati contrappesi e di effettivi elementi di bilanciamento. Una visione della democrazia che non contempla l’idea del limite e della pluralità è destinata a rivelarsi una grande illusione e un pericolo per un’involuzione autocratica della Repubblica.


[1] Giurista. È professore ordinario di Istituzioni di diritto pubblico presso l’Università degli Studi di Padova; insegna Dottrina dello Stato presso l’Università Cattolica di Milano.




Se ne va un altro preteoperaio.

Lutto a Viareggio per la morte del ‘prete operaio’ don Luigi Sonnenfeld
28 dicembre 2025
È morto questa mattina nella casa di cura Sacro Cuore di Gesù di Bicchio. Era il ‘custode’ della chiesina dei Pescatori in Darsena. Ha vissuto per anni in comunità con Don Sirio Politi, altro preteoperaio tra i primi in Italia.

La città di Viareggio si risveglia orfana di una delle sue figure più carismatiche e autentiche. È morto questa mattina, nella casa di cura Sacro Cuore di Gesù (Le Barbantine) di Bicchio, don Luigi Sonnenfeld, l’indimenticabile ‘prete operaio’ che per decenni ha rappresentato la coscienza critica e il cuore pulsante della Darsena.
Don Luigi si è spento all’età di 85 anni, dopo aver lottato contro le conseguenze di un grave malore che lo aveva colpito lo scorso 25 ottobre. In quell’occasione, era stato trovato privo di sensi nella sua canonica grazie al tempestivo intervento dei vigili del fuoco e dei sanitari del 118, che lo avevano trasportato d’urgenza all’ospedale Versilia prima del trasferimento nella clinica dove oggi ha esalato l’ultimo respiro.
Don Sonnenfeld non è stato un sacerdote comune. Per anni ha incarnato la figura del prete operaio, lavorando fisicamente nei cantieri navali e condividendo fatiche, tute sporche di grasso e lotte sindacali con i lavoratori della nautica. La sua era una missione ‘di strada’, lontana dai fasti liturgici e vicina alle sofferenze del proletariato marittimo.
Era diventato il ‘custode’ della chiesina dei Pescatori in Darsena, un luogo che sotto la sua guida non era solo un tempio, ma un rifugio per gli ultimi, per i marittimi e per chiunque cercasse una parola di conforto non retorica. La sua voce si era alzata forte in ogni momento critico della città, specialmente durante i giorni bui della strage ferroviaria del 29 giugno 2009, restando sempre accanto ai familiari delle vittime.
La notizia della sua scomparsa ha generato un’ondata di commozione immediata. Dai vertici del Comune alle associazioni dei pescatori, fino ai semplici cittadini che lo incontravano in bicicletta tra i moli, il ricordo è unanime: don Luigi è stato un esempio di coerenza e umiltà.
Con lui se ne va un pezzo di storia della Viareggio più vera. Le istituzioni e la comunità parrocchiale si stanno già organizzando per rendere l’ultimo omaggio a un uomo che ha saputo parlare a tutti, credenti e non, con la forza dei fatti e la dolcezza dello sguardo.
La notizia della scomparsa di don Luigi Sonnenfeld mi addolora profondamente – ha commentato il sindaco Giorgio Del Ghingaro –. Con lui la nostra comunità perde un punto di riferimento autentico, un sacerdote capace di unire ascolto, umanità e dedizione quotidiana verso le persone più fragili. Don Luigi era stato, era, un prete operaio: un uomo che aveva scelto di vivere accanto alle persone, condividendone fatiche, speranze, fragilità. Ha rappresentato per molti un porto sicuro: la sua parola era sempre un invito alla speranza, il suo impegno un esempio concreto di cosa significhi servire la propria comunità con discrezione, fermezza e amore. Una presenza che sapeva farsi casa lungo il canale, nella chiesina dei pescatori, da oggi un po’ più sola. A nome dell’amministrazione comunale e dell’intera città, esprimo il più sincero cordoglio alla famiglia, alla comunità parrocchiale e a tutti coloro che gli hanno voluto bene. La sua testimonianza continuerà a vivere nelle vite che ha toccato e nel bene che ha saputo seminare”.

Noi preti operai…

Siamo poveri – e questa è la povertà autenticamente gloriosa ed esaltante – perché non siamo niente e quindi non contiamo niente. Non abbiamo nemmeno l’ombra di un minimo potere, nemmeno quello che può venire da una considerazione, da un apprezzamento, da una benedizione. Non abbiamo neppure un granello di autorità, non solo quella – ci mancherebbe altro! – che vuol dire comandare; ma nemmeno quella che proviene dall’essere servitori riconosciuti e accettati. Niente. Nemmeno siamo quei cani che hanno un padrone, una medaglia al collo, qualificati perché di razza. Siamo cani senza collare, sciolti, randagi, ad abbaiare alla luna piena. Assolutamente però senza museruola e senza l’obbligo di scodinzolare a nessuno. Liberi in tutto, perfino dai problemi che il nuovo Concordato comporta per il clero in materia economica. Non sappiamo come e perché siamo cresciuti così, all’aperto; il vento e la pioggia, il freddo e il caldo sono sempre stati e sono dono di Dio, cioè predilezione, abbandono, riconoscenza, accoglienza e offerta e cioè Amore. E’ la povertà di aver venduto tutto, assolutamente tutto perfino l’ombra del privilegio, per poter cercare il “tesoro” nel campo del mondo, nella terra della storia, nella zolla di ogni essere umano…
Don Sirio Politi,  prete operaio

Il lavoro è entrato nella mia vita di prete come normalità. Non mi sono mai sentito preso in mezzo da due professioni, quasi che l’una rendesse impossibile o comunque sacrificasse l’altra. e comunque non mi sono mai sentito in difficoltà o insoddisfatto del mio lavoro di prete fino a cercare un altro lavoro che mi occupasse le giornate e mi rendesse interessante agli occhi degli altri. Continua a sorprendermi la meraviglia, lo “scandalo” o la sorpresa della gente, come se incontrassero un medico o un ingegnere elettronico che, dopo anni di studio, in vista di un posto di prestigio meritato, decidono di compiere lavori duri o anonimi. Per me una cosa non è mai entrata in contrasto con l’altra. E l’etichetta di preteoperaio me la porto addosso volentieri.
Luigi Sonnenfeld, prete operaio