26 settembre 2021. GIORNATA DEL MIGRANTE E RIFUGIATO
Papa Francesco. Messaggio

“Verso un noi sempre più grande”.
Messaggio di Papa Francesco per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 26 settembre 2021

Cari fratelli e sorelle!
Nella Lettera Enciclica Fratelli tutti ho espresso una preoccupazione e un desiderio, che ancora occupano un posto importante nel mio cuore: «Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (n. 35). Per questo ho pensato di dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondo.
La storia del “noi”.
Questo orizzonte è presente nello stesso progetto creativo di Dio: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,27-28). Dio ci ha creati maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversità. E quando, a causa della sua disobbedienza, l’essere umano si è allontanato da Dio, Questi, nella sua misericordia, ha voluto offrire un cammino di riconciliazione non a singoli individui, ma a un popolo, a un noi destinato ad includere tutta la famiglia umana, tutti i popoli: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3). La storia della salvezza vede dunque un noi all’inizio e un noi alla fine, e al centro il mistero di Cristo, morto e risorto «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Il tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per la pandemia. I nazionalismi chiusi e aggressivi (cfr Fratelli tutti, 11) e l’individualismo radicale (cfr ibid., 105) sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa. E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali. In realtà, siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità. Per questo colgo l’occasione di questa Giornata per lanciare un duplice appello a camminare insieme verso a un noi sempre più grande, rivolgendomi anzitutto ai fedeli cattolici e poi a tutti gli uomini e le donne del mondo.
Una Chiesa sempre più cattolica.
Per i membri della Chiesa Cattolica tale appello si traduce in un impegno ad essere sempre più fedeli al loro essere cattolici, realizzando quanto San Paolo raccomandava alla comunità di Efeso: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5). Infatti la cattolicità della Chiesa, la sua universalità è una realtà che chiede di essere accolta e vissuta in ogni epoca, secondo la volontà e la grazia del Signore che ci ha promesso di essere con noi sempre, fino alla fine dei tempi (cfr Mt 28,20). Il suo Spirito ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza. Nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato è a pieno diritto membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica casa, componente dell’unica famiglia. I fedeli cattolici sono chiamati a impegnarsi, ciascuno a partire dalla comunità in cui vive, affinché la Chiesa diventi sempre più inclusiva, dando seguito alla missione affidata da Gesù Cristo agli Apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8).
Oggi la Chiesa è chiamata a uscire per le strade delle periferie esistenziali per curare chi è ferito e cercare chi è smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo, ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti. Tra gli abitanti delle periferie troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza. «I flussi migratori contemporanei costituiscono una nuova “frontiera” missionaria, un’occasione privilegiata di annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo senza muoversi dal proprio ambiente, di testimoniare concretamente la fede cristiana nella carità e nel profondo rispetto per altre espressioni religiose. L’incontro con migranti e rifugiati di altre confessioni e religioni è un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e interreligioso sincero e arricchente» (Discorso ai Direttori Nazionali della Pastorale per i Migranti, 22 settembre 2017).
Un mondo sempre più inclusivo
A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso. Il futuro delle nostre società è un futuro “a colori”, arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali. Per questo dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in armonia e pace. Mi è particolarmente cara l’immagine, nel giorno del “battesimo” della Chiesa a Pentecoste, della gente di Gerusalemme che ascolta l’annuncio della salvezza subito dopo la discesa dello Spirito Santo: «Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,9-11). È l’ideale della nuova Gerusalemme (cfr Is 60; Ap 21,3), dove tutti i popoli si ritrovano uniti, in pace e concordia, celebrando la bontà di Dio e le meraviglie del creato. Ma per raggiungere questo ideale dobbiamo impegnarci tutti per abbattere i muri che ci separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dell’incontro, consapevoli dell’intima interconnessione che esiste tra noi. In questa prospettiva, le migrazioni contemporanee ci offrono l’opportunità di superare le nostre paure per lasciarci arricchire dalla diversità del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande. A tutti gli uomini e le donne del mondo chiedo di impiegare bene i doni che il Signore ci ha affidato per conservare e rendere ancora più bella la sua creazione. «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”» (Lc 19,12-13). Il Signore ci chiederà conto del nostro operato! Ma perché alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura, dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo, che si fa carico di tutti i fratelli e le sorelle che continueranno a soffrire mentre cerchiamo di realizzare uno sviluppo più sostenibile, equilibrato e inclusivo. Un impegno che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso.
Il sogno ha inizio
Il profeta Gioele preannunciava il futuro messianico come un tempo di sogni e di visioni ispirati dallo Spirito: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1). Siamo chiamati a sognare insieme. Non dobbiamo aver paura di sognare e di farlo insieme come un’unica umanità, come compagni dello stesso viaggio, come figli e figlie di questa stessa terra che è la nostra Casa comune, tutti sorelle e fratelli (cfr Enc. Fratelli tutti, 8).
Preghiera
Padre santo e amato,
il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato che nei Cieli si sprigiona una gioia grande quando qualcuno che era perduto viene ritrovato,
quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato viene riaccolto nel nostro noi, che diventa così sempre più grande.
Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesùe a tutte le persone di buona volontà la grazia di compiere la tua volontà nel mondo.
Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza che ricolloca chiunque sia in esilio nel noi della comunità e della Chiesa,
affinché la nostra terra possa diventare, così come Tu l’hai creata, la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle. Amen.




APPELLO per HAITI
Aiuti tramite CARITAS ITALIANA

Sabato 14 Agosto 2021

La Caritas italiana si attiva dopo il violento sisma che ha colpito Haiti   

Non c’è pace per Haiti. Dopo l’uccisione il mese scorso del presidente Moise, oggi alle 8.30 ora locale un forte terremoto di magnitudo 7.2 della scala Richter ha scosso il Sud-Ovest del Paese, seguito pochi minuti dopo da un altro sisma di magnitudo 6.6. I dipartimenti più colpiti sono Les Cayes e Jeremie, ma il  sisma è stato avvertito su tutto il territorio nazionale. Si registrano molti crolli tra cui la cattedrale di Jeremie, dove era in corso una funzione religiosa.

“Uno shock terribile – afferma il direttore della Caritas di Les Cayes raggiunto telefonicamente – l’ufficio diocesano è rimasto miracolosamente intatto, il vescovo e i religiosi presenti nella sede vescovile distrutta sono in salvo, ma nelle macerie potrebbero essere rimaste delle persone”.  La città è stata severamente colpita, molti edifici rasi al suolo, le strade inondate d’acqua.  L’allerta tsunami lungo le coste più colpite rimane alta.
Non si hanno ancora notizie dalle Caritas parrocchiali dal momento che la comunicazione, soprattutto con le zone rurali, è difficile. Anche la diocesi di Jeremie rimane isolata al momento e risulta colpita anche Nippes, nella diocesi di Anse-à-Veau-Miragoane.  Dai nostri partner storici i “Petits Frères Sainte Thérèse de l’Enfant Jésus”, con i quali la Caritas italiana ha una collaborazione più che decennale, arrivano aggiornamenti che confermano la gravità della situazione.
Molte famiglie hanno perso la loro casa e si registrano molte vittime con un bilancio che purtroppo è destinato a crescere.
Caritas Italiana si trova ad Haiti dal 2010 (vedi scheda Paese), dopo che un altro grave sisma di magnituto 7.0 colpì la capitale Port au Prince, causando più di 200.000 vittime. Da allora garantisce la sua presenza costante nel paese con propri operatori, sostenendo la Caritas nazionale e le Caritas diocesane e parrocchiali con interventi di emergenza e ricostruzione, ma soprattutto garantendo un accompagnamento volto allo sviluppo di capacità locali.
Anche in questa occasione Caritas Italiana ha espresso immediatamente vicinanza nella preghiera e solidarietà ai suoi partner locali, alla Chiesa Haitiana e alla popolazione colpita. Sta seguendo da vicino la crisi e coordinando insieme alle altre Caritas nazionali, interventi efficaci per rispondere alle numerose emergenze in corso.
È possibile sostenere gli interventi di Caritas Italiana (Via Aurelia 796 – 00165 Roma), utilizzando il conto corrente postale n. 347013, o donazione on-line tramite il sito  www.caritas.it, o bonifico bancario (causale “Terremoto Haiti”) tramite:

  • Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma –Iban: IT24 C050 1803 2000 0001 3331 111
  • Banca Intesa Sanpaolo, Fil. Accentrata Ter S, Roma – Iban: IT66 W030 6909 6061 0000 0012 474
  • Banco Posta, viale Europa 175, Roma – Iban: IT91 P076 0103 2000 0000 0347 013
  • UniCredit, via Taranto 49, Roma – Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063119

Le offerte sono detraibili presentando le ricevute di versamento in conto corrente postale, le quietanze liberatorie o le ricevute in caso di bonifico bancario. La Caritas italiana provvederà a tempo debito ad inviare al contribuente un documento di avvenuto ricevimento della donazione.

Attenzione a indicare sempre la causale del versamento, in questo caso: TERREMOTO HAITI




La grande leva del terzo settore, Enti non profit
Leonardo Becchetti (Avvenire)

La grande leva del terzo settore. Enti non profit, co-progettazione e NgEu
di Leonardo Becchetti
in “Avvenire” del 29 luglio 2021

Nel corso degli ultimi mesi un ruolo decisivo per curare e attenuare le ferite della pandemia è stato giocato nel nostro Paese dal Terzo settore – ovvero da quell’insieme di enti e organizzazioni che si pone uno scopo socialmente meritorio e opera in settori come quelli di salute, assistenza, mense dei poveri, riduzione dello spreco, formazione permanente, parità di genere, cultura, sport, cooperazione internazionale attraverso modalità organizzative sempre nuove che oggi includono tra le molteplici forme organizzative le fondazioni comunità, le cooperative di comunità e le cooperative sociali. L’importanza dell’operato del Terzo settore non è forse ancora compresa appieno dall’opinione pubblica. Nel corso degli ultimi decenni è invece progressivamente cresciuto e si è consolidato il consenso tra gli economisti sul ruolo fondamentale del ‘capitale sociale’ come collante e precondizione per lo sviluppo e la coesione sociale. Studi e ricerche hanno ‘identificato’ la capacità di dare e ricevere fiducia, la reciprocità, il senso
civico, la disponibilità a pagare per i beni pubblici come le sue componenti chiave e si sono domandati se e in che modo fosse possibile ‘produrre’ o accrescere questa risorsa fondamentale. Questo dibattito ci aiuta a comprendere da una prospettiva nuova il ruolo e il valore di tali organizzazioni. Gli enti di Terzo settore infatti non sono soltanto la risposta più prossima e celere ai bisogni emergenti della società, ma – nel loro operare attraverso il tempo e le energie donate da dipendenti e volontari – alimentano e costruiscono quel capitale sociale che è prerequisito fondamentale per lo sviluppo economico e sociale. La complementarietà tra lavoro del Terzo settore e dinamiche sociali
e produttive italiane può essere verificata da molteplici esempi. Per farne solo uno, la ricca e variegata schiera di organizzazioni volontarie che si propongono di valorizzare attrattori culturali e paesaggistici dei diversi territori producono un beneficio indiretto per tutto il settore produttivo (turistico, agroalimentare, della ristorazione, alberghiero, dei trasporti) i cui profitti dipendono dall’attrattività del territorio stesso. Le parole chiave per lo sviluppo futuro del settore e per la creazione di una partnership creativa con le istituzioni e con le imprese profit sono generatività, impatto, ibridazione e co-progettazione. L’innovazione del Terzo settore punta infatti a una crescita di capacità di creare impatto sociale e ambientale combinandola con la creazione di valore economico e mettendo al centro della propria azione la promozione della dignità della persona. Anche una recente sentenza della Corte Costituzionale sostiene la rivoluzione della coprogettazione. Gli enti di Terzo settore non sono solo potenziali vincitori di bandi costruiti dalla pubblica amministrazione ma per le loro competenze, conoscenza dei problemi del territorio e sensibilità sociale possono concorrere con l’amministrazione alla definizione delle politiche sociali. Nella motivazione della sentenza, la Corte Costituzionale giustifica questa scelta affermando che «gli enti di Terzo settore, in quanto rappresentativi della ‘società solidale’, del resto, spesso costituiscono sul territorio una rete capillare di vicinanza e solidarietà, sensibile in tempo reale alle esigenze che provengono dal tessuto sociale, e sono quindi in grado di mettere a disposizione dell’ente pubblico sia preziosi dati informativi (altrimenti conseguibili in tempi più lunghi e con costi organizzativi a proprio carico), sia un’importante capacità organizzativa e di intervento: ciò che produce spesso effetti positivi, sia in termini di risparmio di risorse che di aumento della qualità
dei servizi e delle prestazioni erogate a favore della ‘società del bisogno’». Next Generation Eu riconosce questo valore e destina 11,17 miliardi a infrastrutture sociali, famiglie, comunità e Terzo settore. Le parole chiave del piano sono deistituzionalizzazione, domiciliarità, progetti personalizzati. Si sarebbe potuto investire meglio e di più sostenendo con incentivi l’innovazione sociale e la costruzione di reti e partenariati che moltiplicano capacità e qualità d’intervento del Terzo settore. Si deve puntare con lucidità ed efficacia su una realtà che è una grande risorsa per l’Italia. Anche e soprattutto nello scenario attuale non può essere persa l’occasione di puntare in modo sempre più efficace al grande traguardo di promuovere dignità e sviluppo della persona mettendo al centro la relazione di cura che è il vero motore dell’energia necessaria a ogni vera ripresa e della ricchezza di senso del vivere.




Reddito di cittadinanza. SI, NO, NI
Roberto Rossini

IL REFERENDUM Anti-Reddito di cittadinanza NON AVREBBE ALCUN SENSO

L’obiettivo da centrare, lo strumento da incentivare, le riforme da fare.

ROBERTO ROSSINI, Portavoce Alleanza contro la povertà

da Avvenire 17 luglio 2021

Continuano, senza sosta, prese di posizioni e articoli che si scagliano contro il Reddito di cittadinanza (Rdc), accusato di aver tradito quanto promesso, ossia ‘abolire la povertà’. Ora si intende abolire il Rdc: così si tradiscono i poveri. Intendiamoci, la promessa di ‘abolire la povertà’ non era credibile – e infatti il Rdc non l’ha fatto – e il Rdc stesso – come ‘Avvenire’ ha segnalato in diverse occasioni – ha dei lati deboli sui quali è necessario intervenire. Infatti l’Alleanza contro la povertà non ha mai risparmiato di sottolineare gli aspetti critici del provvedimento e di suggerire le proposte per modificarli, con franchezza e con competenza. Ma da qui ad abolire tutto un sistema, ne passa. Perché in Italia dobbiamo buttare via tutto, ripartire sempre da zero, senza far tesoro del positivo e scartando il negativo? Perché avere un approccio rivoluzionario quando invece un sano riformismo ci farebbe procedere per via incrementale?
L’errore era già stato fatto prima. Fu infatti traumatico veder sostituire il Reddito di inclusione (Rei) col Rdc. Il Rei aveva un’elaborazione teorica ed esperienziale molto ricca, raccolta dall’Alleanza contro la povertà e resa norma giuridica dal precedente Parlamento e dal governo Gentiloni, nel 2017. Ma ecco lo choc: nel 2019 il governo giallo-verde sostituiva il Rei col Rdc, promuovendo un approccio sensibilmente diverso e introducendo per la terza volta in tre anni una misura contro la povertà. In realtà in quattro anni abbiamo avuto quattro misure contro la povertà: si è passati dal Sia (2016) – il Sostegno per l’inclusione attiva (creato dal ministro Giovannini, a quel tempo responsabile del Ministero del lavoro e delle politiche sociali) – al Rei (2017) e al RdC (2019), ora affiancato dal Rem, il Reddito di emergenza (2020). Forse, più che di referendum, occorrerebbe procedere – in modo più pratico, più smart – fermandosi, raccogliendo gli esiti delle quattro politiche e mettendo a posto quanto non va bene. Tanto ciò che serve lo sappiamo: basta solo la volontà politica di procedere.
Il 2020, oltre ai morti, ci ha portato quasi un milione di poveri in più: ora in totale siamo a 5,5 milioni, in Italia. Le pandemie hanno spesso avuto un effetto livellante sul piano socio-economico, ma non è stato così per il Covid-19, che ha invece ampliando le diseguaglianze esistenti. Dunque se non fossero state varate alcune misure – dal blocco dei licenziamenti alla cassa integrazione in deroga, dall’estensione della durata dei sussidi di disoccupazione al bonus per gli autonomi, dal Rdc al Rem – non avremmo ‘solo’ un milione di poveri in più, ma – secondo i nostri calcoli – quasi tre milioni.
Che fare, allora? “Avvenire” ha indicato a più riprese i punti cardine di una necessaria riforma. E l’Alleanza di cui io sono portavoce ha chiaro che serve una revisione su tre livelli del Rdc.
Il primo livello riguarda l’accesso al provvedimento per alcune categorie ingiustamente penalizzate, come le famiglie con minori (tenendo presente anche l’introduzione del nuovo Assegno unico universale), gli stranieri e le situazioni sociali indebolite proprio dalla pandemia.
Il secondo livello è del welfare locale, da rafforzare nella presa in carico dei soggetti in povertà, a partire da qualche idea da mettere in campo per un’analisi preliminare dei casi per garantire un’assistenza puntuale, duratura ed efficace.
Il terzo e ultimo livello è quello delle politiche attive, di upskilling e reskilling[1], e di incentivazione al lavoro, ossia i cosiddetti in-work benefit. Attualmente chi accetta un lavoro non perde il Rdc, gli viene solo sospeso. Ma, come il 14 luglio scorso ha argomentato Leonardo Becchetti, occorre introdurre anche altre forme di incentivo, per rassicurare chi può lavorare, per esempio consentendo un parziale cumulo tra reddito ricevuto/guadagnato e sussidio, sia per coloro che entrano nel mercato del lavoro sia per coloro che già svolgono qualche attività disponendo però di un reddito troppo basso.
Invece vale la pena di ricordare che, oggi, se un beneficiario del Rdc rifiuta delle «offerte di lavoro congrue» perde il sostegno, e quindi il timore vero – per cui dovrebbe essere cumulabile – è di trovarsi espulsi dal mercato del lavoro e senza più Rdc: una linea troppo punitiva. Infine, vale la pena di sottolineare un fatto che continua a non apparire nella cronaca politica che discute di povertà: esistono persone che non possono lavorare. Vi sono poveri che sono tali proprio perché non sono in grado di poter lavorare in quanto colpiti da una malattia mentale, da una malattia del corpo, da una dipendenza, da una condizione familiare molto difficile. È per questo che, quando ci si avvicina alla povertà, occorre farlo con l’attenzione che serve e il provvedimento che vale. Abbiamo ora l’occasione di ritornare sul tema della povertà, perché l’agenda politica lo ha rimesso in luce. È un problema vero, duro, impegnativo: forse è anche ingiusto parlare di povertà, perchè in realtà dovremmo parlare di poveri, di cittadini impoveriti o impietriti da situazioni più grandi di loro. L’Alleanza contro la povertà ha elaborato dati e strategie e le mette a disposizione di chi intende seriamente considerare come contrastare la povertà.


[1] Secondo il report Future of Jobs, il 50% dei lavoratori è chiamato a fare reskilling e upskilling, riqualificando e aggiornando le proprie competenze per far fronte alle nuove richieste. L’espressione inglese “upskilling” indica proprio il processo di adeguamento e arricchimento delle proprie skill, delle proprie competenze – soprattutto digitali – fatto per venire incontro alle trasformazioni che i diversi ruoli professionali stanno avendo con l’avvento della tecnologia. Fare upskilling significa letteralmente fare un upgrade delle proprie competenze. Reskilling, invece, significa riqualificare le proprie competenze, puntando proprio a quei “lavori del futuro” in grado di assicurare buone opportunità di crescita personale, economica e professionale. Per riuscire a rimanere competitivi in un mondo che cambia a ritmi sempre più veloci, investire nelle strategie di upskilling e reskilling è fondamentale.(ndr)




MENO LAVORO, PIU’ POSTI
Domenico Masi

Meno lavoro, più posti: conta la motivazione
di Domenico De Masi
in “il Fatto Quotidiano” del 13 luglio 2021

Sorprende la sorpresa con cui i giornali hanno riportato come sorprendenti i risultati di un esperimento condotto in Islanda su 2.500 tra medici, infermieri e poliziotti, secondo cui queste cavie umane, lavorando un’ora in meno al giorno e guadagnando uguale, hanno prodotto di più. Stessa sorpresa colse i ricercatori di Harvard già nel 1927, dopo un esperimento condotto con un gruppo di lavoratici della Western Electric di Chicago. Da allora in poi decine di ricerche simili hanno confermato che qualsiasi gruppo di lavoro, se sa di essere coinvolto in un esperimento organizzativo, per ciò stesso aumenta la sua produttività.
In base ai risultati dell’esperimento, imprenditori e sindacati islandesi hanno concordato la riduzione dell’orario di lavoro da 40 a 35 ore settimanali per l’86% di tutti i lavoratori di quel Paese. Ma non c’è nulla di nuovo. Come ho già ricordato più volte, secondo i dati Ocse, un francese lavora in media 1.514 ore l’anno (cioè 35 ore settimanali) e un tedesco lavora 1.356 ore l’anno (cioè 32 ore settimanali). Invece un italiano lavora 1.723 ore (cioè 40 ore settimanali). Anche per questo l’occupazione in Francia è al 70% e in Germania è al 79% mentre da noi è al 58%. Praticamente, l’italiano lavora ogni anno ben 354 ore più del tedesco, ma produce il 20% in meno. In complesso, lavoriamo 40 miliardi di ore l’anno. Se ognuno di noi lavorasse le stesse 1.371 ore di un tedesco, potremmo disporre di 5,9 milioni di posti di lavoro in più e gli occupati potrebbero
essere 28,9 milioni invece degli attuali 23 milioni. In altri termini, la disoccupazione sarebbe azzerata.
Tutto questo era chiaro già mezzo secolo fa, soprattutto a sociologi francesi come André Gorz e Guy Aznar. Nel 1977, sempre in Francia, il gruppo di studio Adret, in un rapporto significativamente intitolato Travailler deux heures par jour, aveva scritto: “La vera difficoltà per la nostra società non è quella di ridurre il tempo dedicato al lavoro ma di non ridurlo: per raggiungere questo risultato occorre pagare (il meno possibile) un esercito di disoccupati; mantenere nelle aziende una rilevante manodopera eccedente; creare posti di lavoro quale che sia la loro reale utilità; compiere importanti ricerche per rendere più fragili i beni di consumo che invece non chiedono di meglio che durare a lungo; lanciare costose campagne pubblicitarie per convincere la gente ad acquistare cose di cui non ha alcun bisogno; fare in modo di tenere il più possibile fuori della vita professionale i giovani, le donne, i vecchi e così via”.
La questione dell’orario di lavoro è nata con la società industriale e con il lavoro operaio. È nella fabbrica che in tot minuti si fabbricano tot bulloni; è con la catena di montaggio che il lavoro può iniziare simultaneamente solo quando tutti i lavoratori sono al loro posto, e deve finire simultaneamente quando il nastro trasportatore si blocca per tutti. Nella metà dell’Ottocento, a Manchester, la città più industrializzata del mondo, il 94% di tutti i lavoratori erano garzoni e operai che lavoravano fino a 15 ore al giorno per sei giorni la settimana. Poi, con i ritmi scanditi dal cronometro di Taylor, il tempo e la velocità diventati condizioni dell’efficienza, l’efficienza è funzionale al profitto e perciò gli imprenditori resistono a qualsiasi riduzione di orario. Ciononostante, nel corso degli anni, l’orario di lavoro è diminuito incessantemente per effetto congiunto del progresso tecnologico, dello sviluppo organizzativo, della globalizzazione e delle lotte sindacali. Nell’anno 1891 gli italiani erano circa 30 milioni e lavorarono per 40 miliardi di ore. Cento anni dopo erano diventati quasi il doppio, 57 milioni, ma lavorarono solo 40 miliardi di ore. Eppure, lavorando 30 miliardi di ore in meno, produssero 13 volte di più. Gli economisti chiamano jobless growth questo fenomeno: sviluppo senza lavoro.
Ma il progresso non si è fermato: informatica, stampanti 3D, nuovi materiali, intelligenza artificiale, ecc. hanno modificato profondamente l’organizzazione del lavoro: ormai gli operai non superano il 30% di tutta la popolazione attiva, impiegati e creativi rappresentano il 70% e si riesce a produrre sempre più beni e servizi con sempre meno lavoro umano. Se non si riduce l’orario, i disoccupati aumentano a dismisura.
L’attività cognitiva non risponde a nessuna delle regole con cui Taylor e Ford imbrigliarono la fatica fisica nella fabbrica industriale. Oggi, ai fini della produzione, non è tanto l’orario che conta, né il luogo in cui si lavora, ma è la motivazione. Se lo hanno capito gli imprenditori islandesi si può sperare che, prima o poi, lo capisca anche la Confindustria.




Il costo del discepolato
Vita e morte di Padre Stan Swamy

In morte in India di Padre Stan Swamy, testimone di fede e giustizia tra i poveri
di Lucia Capuzzi in “Avvenire” del 6 luglio 2021
«Il costo del discepolato». Così, padre Stan Swamy concludeva la riflessione sull’azione sociale dei gesuiti fra i popoli indigeni dell’India centrale, pubblicata nel 2019 dalla rivista Promotio Iustitiae.
Era consapevole di parlare in prima persona. Nei quattro decenni di cammino al fianco degli  Adivasi del Jharkhand aveva dovuto sopportare calunnie, incomprensioni, minacce. Il cerchio si era stretto di più dopo il 2006, quando il gesuita aveva fondato Bagaicha, centro per la difesa dei diritti  dei nativi, espropriati in massa dalle loro terre dalle multinazionali minerarie. Con l’arrivo al governo dell’ultranazionalista Narendra Modi, nel 2014, era diventato un vero e proprio cappio. In base al draconiano Unlawful activities prevention act, migliaia di Adivasi e attivisti per i diritti umani erano stati arrestati senza prove con l’accusa di ‘terrorismo’. L’8 ottobre 2014 sarebbe toccato anche allo scomodo padre Stan.
«Il costo del discepolato». In queste parole è racchiuso il senso della sua vita. E della sua morte, avvenuta alle 13.30 di domenica 4 luglio 2021 nell’ospedale Holy Family di Mumbai, dove era arrivato già allo stremo il 29 maggio. A 84 anni, il religioso era prostrato dal Covid, di cui aveva mostrato chiari sintomi nelle settimane precedenti. Ma soprattutto era sfinito dalla reclusione nel carcere di Taloja dove era rimasto per 233 giorni e notti, nonostante l’età avanzata e il Parkinson. Lo aveva dichiarato, con un filo di voce, lo stesso padre Stan nell’ultima udienza in tribunale, il 21 maggio. In video collegamento, il suo viso era apparso scavato e pallido. Gli occhi, però, emanavano la stessa
forza carismatica di sempre mentre sussurrava: «Non posso più scrivere, passeggiare o mangiare da solo. (…) L’unica cosa che vi domando è di concedermi la libertà su cauzione». La risposta del giudice era stata implacabile: «Non ci sono gli estremi». Non era la prima volta che una Corte indiana rifiutava di concedere la condizionale o almeno gli arresti domiciliari al gesuita. Sarebbe, però, stata l’ultima. La nuova udienza prevista per oggi non ci sarà. Alla stessa ora, nella chiesa di Bandra, vicino all’ospedale, verrà celebrata una Messa funebre. Poi, il corpo di Stan tornerà a Ranchi, nel Jharkhand. Finalmente. Il desiderio di rientrare a ‘casa’, a prendersi cura degli «amici Adivasi», come li chiamava, era il grande desiderio del gesuita. Sapeva che senza la sua voce profetica, la sua battaglia non violenta per la giustizia, il suo coraggio evangelico, gli indigeni sarebbero stati ancora più fragili di fronte all’avidità dei potenti. Sapeva anche, però, che un chicco di grano non muore invano. I germogli sono già spuntati in questi mesi, con il lavoro di PM Tony, che ha preso il posto di Stan al centro Bagaicha. E con l’impegno, ribadito ieri dalla Compagnia di Gesù, a portare avanti l’impegno del proprio confratello per la riconciliazione e la giustizia. Ma l’ispirazione di padre Stan ha ‘debordato’ – per dirla con papa Francesco – dai confini della Chiesa. Tantissimi donne e uomini di ogni credo e orientamento e parte del mondo hanno fatto arrivare un ricordo, virtuale o reale, tramite le reti dei gesuiti. Stan, testimone fedele fino alla morte di Cristo e paladino dell’ecologia integrale, è vivo. Né il sistema giudiziario, né le false accuse, né la malattia hanno potuto uccidere un uccello che riusciva a cantare pure dietro le sbarre, per parafrasare una sua poesia che regalava speranza agli altri detenuti. Fino all’ultimo momento ha pensato a loro, mettendosi in secondo piano.
Lo testimonia l’amico e confratello Xavier Jeyaraj, segretario per la giustizia sociale e l’ecologia della Compagnia. I due si sono potuti incontrare in videochiamata il 20 giugno. «Stan era steso sul letto, non poteva alzarsi – racconta padre Xavier –, era debolissimo. Eppure mi ha riconosciuto subito, ha sorriso e ha balbettato: ‘Sono tornato un bambino prima della fine’. Quando gli ho detto che ci battevamo e pregavamo per la sua liberazione, è, però, riuscito a rispondermi: ‘Non solo per me. Per tutti. Per tutti coloro che sono incarcerati ingiustamente. Io sono solo uno dei tanti’»




DDL ZAN
CHIESA E POLITICA IN FERMENTO

Ddl Zan. I parroci di strada contro il Vaticano: “Ingerenza inaccettabile, dietro non c’è la mano del Papa

“www.lastampa.it” del 23 giugno 2021

 

I sacerdoti esprimono tristezza e incredulità: una mossa in uno scacchiere più ampio di una partita politica. Dal Vaticano «ingerenza inaccettabile», si resta «perplessi», «basiti». All’indomani della notizia della mossa del Vaticano presso il governo italiano contro il ddl Zan che vuole arginare l’omotransfobia parlano i parroci di strada. Danno voce a sentimenti di rabbia, tristezza e incredulità.

Don Gianluca Carrega, sacerdote torinese, responsabile su incarico della Diocesi dell’accompagnamento delle persone omosessuali, premette: «Si tratta di una mossa che non è semplice da spiegare anche a me stesso. Ma credo che vada interpretata per quello che è, cioè una mossa in uno scacchiere più ampio di una partita politica che va ben oltre queste questioni». Il sacerdote si è fatto una idea chiara di come sia maturata l’iniziativa: «La mia impressione è che sia stata sollecitata da una minoranza dell’episcopato italiano e che quindi abbiano voluto la copertura della Santa Sede per questa battaglia ideologica ma alla fine probabilmente si risolverà in una bolla di sapone, però intanto ha richiamato l’attenzione di chi è sempre pronto a menare le mani». Sembrerebbe che il Papa non abbia sollecitato questa iniziativa: «E sarebbe strano il contrario – osserva -perché in controtendenza con quello che ha sempre fatto sino ad ora nei rapporti con i singoli Stati. Certo, si resta perplessi di fronte a questa iniziativa che fa pensare perché ci sono situazioni che richiederebbero più attenzione da parte della Santa Sede, pensando ad esempio a cosa capita in Ungheria e in Polonia, e lì però non si dice nulla. Se si interviene, si dovrebbe poi intervenire sempre e non solo quando ci si sente minacciati nelle proprie libertà». Secondo don Carrega, l’iniziativa della Segreteria di Stato del Vaticano è destinata a sgonfiarsi: «Considerato anche il clima estivo. Credo abbiano cercato di forzare un po’ la mano per fare vedere che si ha un po’ di influenza nelle vicende politiche e nostalgia di stagioni passate che per fortuna non penso ritornino». Ora dunque che accadrà? «I tecnici troveranno anche le modalità per evitare che si vada in conflitto con il Concordato – dice don Gianluca Carrega – detto questo mi pare che nessuno abbia messo in discussione il principio che muove la legge Zan e su questo più pacificati lo siamo. Più una legge delicata come questa poi trova la convergenza della politica, più è facile che sopravviva anche ai cambi di governo. Se arrivasse la destra al governo non vorrei pensare che si arrivasse a cancellare questa legge, per cui se vengono coinvolti tutti sarà più difficile che questo accada». Anche don

Giulio Mignani, sacerdote ligure che in polemica con il no del Vaticano alla benedizione delle unioni gay non diede seguito alla benedizione delle Palme, è rimasto notevolmente «rattristato» dalla nota del Vaticano contro il ddl Zan: «Io la definirei una ingerenza, non si può dimenticare la laicità dello Stato italiano». Don Giulio non si e accontentato di leggere dai media. Ha preso in mano il Concordato e ne ha tratto le conclusioni: «Sono andato a rivedere l’accordo dell’84 visto che si citava l ‘articolo 2 commi 1,3 e ho visto che in uno si parla della piena libertà di svolgere la propria azione pastorale, nel 3 si parla della libera manifestazione del pensiero. Anche nel ddl non mi pare si voglia impedire la libera manifestazione delle proprie opinioni. La Chiesa, io dico purtroppo, avrà sempre la possibilità di manifestare il proprio dissenso ma francamente io quel reato di opinione che si paventa non ce lo vedo proprio. Poi il Parlamento è sovrano, non ci può essere una ingerenza nel dire cosa si debba fare». Dal Vaticano si è parlato di una azione volta non tanto ad affossare la legge Zan quanto a rimodularla. «Sembra però – obietta don Mignani – che il tentativo, se non di affossarla sia di svuotarla la legge. Poi da chi sia partita questa cosa non è chiaro». All’insaputa del Papa? «Io lo spero. Anche le modalità di consegna della lettera sono un po’ strane». Don Giulio Mignani non si capacita neanche del fatto che dietro questa mossa vi sarebbe anche il fatto che si vogliano esentare le scuole cattoliche dalla giornata anti discriminazioni: «Penso e spero che nessuna scuola cattolica voglia insegnare il razzismo o l’ omofobia. Mi sembra assurdo porsi contro questa legge perché lo spirito del ddl Zan è pienamente cristiano per cui resto basito da questa iniziativa. Ora spero che nessuno si farà intimorire o imbavagliare per un intervento di questo tipo o ne andrà della democrazia».


Intervista a Andrea Riccardi a cura di Paolo Rodari in “la Repubblica” del 24 giugno 2021
“La Nota viene da ambienti del clero italiano e non dal Papa”

Ventiquattro ore dopo la Nota Verbale della Santa Sede contro il Ddl Zan, nel giorno in cui riceve l’Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, riflette sulla Chiesa anche alla luce del suo ultimo lavoro per Laterza: “La Chiesa brucia? — Crisi e futuro del Cristianesimo”.

Riccardi, lei parla del rogo di Notre-Dame come simbolo del momento che la Chiesa sta vivendo: un mondo che finisce per lasciare spazio a qualcosa di nuovo?

«Il rogo è stato emblematico. Molti hanno pensato fosse il simbolo di una Chiesa che sta bruciando. Anche molti laici si sono interrogati in questo senso: che sarà l’Europa senza la Chiesa? In Italia la situazione è un po’ diversa. Dopo la pandemia vedo il ritorno di un interesse per la Chiesa, in un tempo che non è più anticristiano o anticlericale. Trovo che questo sia il tempo di una rinnovata ricerca di spiritualità, forse un po’ vaga, non sempre cristiana, ma comunque reale. È in questo tempo nuovo che la Chiesa deve ricollocarsi, mostrando indici di crisi reali ma anche opportunità. Siamo in un tempo complesso e plurale. Penso al volto di una Chiesa amica che è quello del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, di una Chiesa non in svendita ma dialogante con tutte le persone. Questa è la grande differenza dagli anni Settanta, un tempo di forti contrasti. Una Chiesa oggi dialogante dopo la ferita della pandemia».

La Nota Verbale della Segreteria di Stato sembra però contraddire questa idea di Chiesa. È così?

«Avevo visto nei mesi scorsi una linea della Cei molto equilibrata in merito. Presentava giuste preoccupazioni nei confronti di questa legge, ma senza assolutizzazioni e insieme concorde in un impegno contro l’omofobia e ogni discriminazione. Questo passo è una vicenda un po’ particolare. Credo che provenga più che altro da ambienti italiani della Segreteria di Stato. I motivi non li conosco fino in fondo. Va però detto che è un passo riservato e che tale probabilmente doveva restare anche nella sua sofisticata diplomazia. In ogni caso è una Nota molto rara nelle relazioni fra Santa Sede e governo italiano. In genere si usa il telefono, l’incontro, e non un testo scritto che sembra voler evidenziare — ma nessuno può dire che le cose stiano davvero così — che il dialogo è arrivato a un punto morto per cui si vuole fare stato. Per questo sottolineo la particolarità di questo passo».

La Nota sembra evidenziare una divergenza fra le aperture predicate da Francesco e fatte proprie da Bassetti. C’è chi sostiene che siamo di fronte a una seconda stagione del pontificato, un Papa che decide di virare su posizioni più intransigenti.

«Non credo assolutamente a una seconda stagione del pontificato tipo quella vissuta da Pio IX. La lettera scritta dal cardinale Ladaria ai vescovi americani sul tema dell’eucaristia a Joe Biden era di tutt’altro tenore. Direi piuttosto che Francesco rimane fuori dalle controversie sulle legislazioni nazionali, questo è chiaro. In questo senso mi sembra una linea, quella della Nota, attribuibile alla Segreteria di Stato».

Quali conseguenze può portare?

«Difficile rispondere. Anch’io me lo chiedo. Temo possa rafforzare le voci che sostengono che l’accordo concordatario vada rivisto. Ritengo al contrario che l’accordo vada bene, come si è visto nella crisi delle migrazioni e della pandemia. L’8 per mille, ad esempio, è un eccellente sistema rispetto al modello tedesco perché è un contributo volontario. In ogni caso torno a dire che non ricordo passi analoghi nemmeno al tempo del divorzio sotto Paolo VI, che pure era un tema sentito drammaticamente dalla Chiesa. Ci fu una deplorazione orale del Papa. I rischi di questo linguaggio diplomatico sono anche quelli che la Santa Sede si schieri con una parte del Parlamento».

Si dice che nella Chiesa italiana molti desiderino una leadership più attiva politicamente.

«Ci sono sensibilità diverse tra i vescovi che a volte corrono il rischio di esprimersi dando l’impressione di una disunione. In questo senso la Nota secondo alcuni omologherebbe queste voci diverse. Ma io non lo credo. Penso più che altro che la Segreteria di Stato si senta in qualche modo custode del Concordato e anche per questo abbia deciso un intervento. In altri tempi si sarebbero percorse quelle che monsignor Loris Capovilla chiamava le “scalette”, le passerelle tra le due rive del Tevere in maniera informale».

Mario Draghi quale reazione può avere?

«Credo che un gesto così divenuto pubblico lo metta un po’ in imbarazzo, nonostante il suo sia un governo amico della Santa Sede».

Quale soluzione suggerirebbe?

«Proverei a gettare molta acqua sul fuoco. E tornerei a cercare intese ragionevoli che evitino le estremizzazioni. Anche perché è il clima generale che fa applicare delle leggi e non solo il dettame delle stesse. E poi favorire un discorso anticoncordatario in questo tempo è anacronistico: durante la pandemia la collaborazione fra Chiesa e Stato è stata molto forte».




Signore, liberaci dalla mediocrità
Domenico Marrone (Settimana News)

La minaccia della mediocrità.
18 giugno 2021/ Settimana News
di: Domenico Marrone

Se in questo periodo storico c’è una categoria che ha di che essere contenta è quella dei mediocri. Al giorno d’oggi sembra di respirare un’atmosfera generale di una mediocrità diffusa. Cosa è la mediocrità? Inettitudine, mancanza di aspirazioni, non riuscire ad avere per se stesso, per la propria comunità, per il proprio paese una visione, una prospettiva a lungo termine. All’origine della mediocrità è l’incapacità di accettare la continua ridiscussione di sé stessi, cui la vita obbliga continuamente, e che il mediocre tenta di ignorare.

L’anonimato come stile di vita

Un tempo si elogiava l’aurea mediocritas, e la si riteneva un’applicazione coerente del motto in medio stat virtus. Era la virtù del mezzo, l’equilibrio, il senso dei propri limiti, il rifiuto di ogni tracotanza e di ogni eccesso (est modus in rebus). Intendiamoci bene: c’è stato un grande poeta come Orazio che ha esaltato nelle sue Odi (II, 10, 5) la famosa aurea mediocritas, la quale però era ben altro, ossia la ricerca di un ideale giusto mezzo tra gli estremi e gli eccessi. No, quella che ci deve insospettire, invece, è la mediocrità che significa inettitudine, piattezza, pigrizia, anonimato, grigiore. Ai nostri giorni questo atteggiamento è stato assunto a stile di vita. Ma la mediocrità ha assunto nel tempo un significato ben diverso: indica povertà di spirito e di mente, di orizzonti e di stile. Già nei giudizi scolastici e professionali indica una carenza, che si è poi aggravata quando la mediocrità di massa è diventata lo specchio dei mass media. La sensazione diffusa è che eccellere sia un pericolo, e forse anche una colpa perché l’eccellenza non è mai conforme, allineata, allo spirito mediocre della sua epoca e al potere dominante; è sempre inattuale, profetica, nostalgica, guarda oltre, al passato, al futuro, al cielo. Chi porta novità ed energia è sempre, per destino e definizione, destabilizzante. Inorridisce il clima così minimalista in cui siamo incappati, l’affrontare ogni situazione senza competenza sufficiente e soprattutto senza disponibilità all’approfondimento.

Il pensiero se ne è andato

Ti guardi attorno, e vedi quasi solo mediocrità. Una mediocrità desolante e diffusa. È una mediocrità tombale, frutto – dell’assenza di qualsiasi pensiero. La mediocrità è pericolosa, perché disattiva i dispositivi di allarme e disabilita il cervello. Fa a meno dell’intelligenza, della capacità di scegliere e di desiderare. È così comoda, la mediocrità. È una sorta di anestesia, di psicofarmaco. La mediocrità regna. Sovrana. Questa mediocrità si contrabbanda come vera tranquillità dell’anima, quando in realtà è incoscienza, si spaccia come criterio giusto mentre è solo comodità propria, si presenta come rifiuto degli eccessi quando è in verità vuoto interiore. Il cristianesimo non è una religione per mediocri, come la vera arte e l’umanità autentica non possono alimentarsi e vivere di una piattezza senza fremiti, di una sazietà di cose, di un buon senso banale. La mediocrità ha infettato le nostre menti, come afferma il filosofo canadese Alain Deneault, docente di Scienze politiche all’Università di Montreal, in suo recente saggio (La mediocrazia, Einaudi 2018). Non aspiriamo più alle cose grandi alle cose di “lassù”. Rischiamo di morire senza aver mai vissuto. Una «rivoluzione anestetizzante» si è compiuta silenziosamente sotto i nostri occhi ma noi non ce ne siamo quasi accorti: la “mediocrazia” ci ha travolti. Il mediocre, insomma, spiega il filosofo canadese, deve «giocare il gioco». Giocare il gioco. Ma cosa significa? Giocare il gioco vuol dire accettare i comportamenti informali, piccoli compromessi che servono a raggiungere obiettivi di breve termine, significa sottomettersi a regole sottaciute, spesso chiudendo gli occhi.

Il sogno sovversivo contro l’effimero della governance

È in questo modo che si saldano le relazioni informali, che si fornisce la prova di essere “affidabili”, di collocarsi sempre su quella linea mediana che non genera rischi destabilizzanti. L’attrazione gravitazionale della mediocrità agisce in tutti i campi della vita. Per usare le parole di John Stuart Mill: “La tendenza generale del mondo è quella di fare della mediocrità la potenza dominante dell’umanità”. All’origine della mediocrità c’è il concentrarsi sulla governance. In un sistema caratterizzato dalla governance tutto è ridotto alla gestione. Anche la vita della chiesa può correre il rischio di concentrarsi sulla gestioni (amministrativa, pastorale, caritativa, ecc.) e smarrire la vision e la mission. “Con preoccupazione vedo che negli ultimi mesi si nota una tendenza ad escludere le cause e i rischi sistemici o, diciamolo pure, le questioni teologiche fondamentali e a ridurre la rielaborazione ad un semplice miglioramento dell’amministrazione (…). Si dimentica che “non è l’incarico ad essere in primo piano, ma la missione del Vangelo” (card. R. Marx). “La prima cosa che ci ha consegnato Papa Francesco è stato un sogno: Evangelii Gaudium. “Io sogno una chiesa…”. Ci descrive cosa sogna, ci dice la sua visione, ed è quella che trascina le persone, che le mette in moto dentro un processo generativo. Qual è il sogno che vogliamo realizzare? Qual è la trasformazione reale che vogliamo generare nel mondo come chiesa? L’appartenenza non è generata da qualcosa che si fa, ma dal condividere una visione, un sogno. È quelli il punto di partenza generativo di una comunità” (Diocesi Suburbicaria di Albano, Creativi per fare. Il discernimento all’opera, 65). Si fa oggi sempre più evidente che «c’è bisogno di una vera ermeneutica evangelica per capire meglio la vita, il mondo, gli uomini, non di una sintesi ma di una atmosfera spirituale di ricerca e certezza basata sulle verità di ragione e di fede (…). Il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre” (Veritatis gaudium, n. 3). Verrebbe da domandarsi, come il protagonista Nikolaj Stavrogin del romanzo I demoni di Dostoevskij: “Ebbene qual è il mio vero volto? L’aurea mediocrità: né sciocco, né intelligente”. Nell’era della mediocrazia non si discute più. Si preferisce ricevere notizie che confortino.

Nuovi sistemi totalitari

Bisogna temere la mediocrazia perché fa soffrire ed è anticamera dell’autoritarismo, anche edulcorato. L’autoritarismo è psicotico, la mediocrazia è perversa. Psicotico perché l’autoritarismo non ha alcun dubbio su chi deve decidere. La mediocrazia è perversa perché cerca di dissolvere l’autorità nelle persone facendo in modo che la interiorizzino e si comportino come fosse una volontà loro. È dei sistemi di potere decadenti originare forme dispotiche di governo, di chiesa, di politica e rafforzarsi nello scegliere come capitale umano, su cui investire, la mediocrità, perché il potere consolidato teme il confronto con l’intelligenza, con la visione, teme di essere battuto sul terreno delle idee. In qualsiasi campo, nel lavoro, in amore, nell’amicizia, nella salute, le soluzioni mediocri hanno sempre la meglio, purché non siano così dannose da distruggere il sistema. L’uomo mediocre è incapace di elevarsi dal banale che lo distingue, incapace di ideali, senza valori. L’uomo mediocre è tiepido – mediocrità e tiepidezza sono due forme di corruzione spirituale, secondo papa Francesco – , non ama ciò che è forte, che scuote, sta in basso, striscia. Ma la mediocrità è un pericolo, in agguato intorno a noi, ci condiziona con tutto il convenzionale in cui siamo immersi, un immenso mondo di mediocrità banale che non serve per crescere, ma che può apparire comodo, visto che lo fanno in tanti. E questa è la schiavitù della massa, la catena del sociale. Un’incapacità di pensare autonomo, una cieca obbedienza, una normalità che agisce incondizionatamente, pericolo estremo della mancanza di riflessione. Albert Einstein scrive: “I grandi spiriti hanno sempre trovato la violenta opposizione dei mediocri, i quali non sanno capire l’uomo che non accetta i pregiudizi ereditati, ma con onestà e coraggio usa la propria intelligenza”. E Pierre de Beaumarchais: “L’uomo mediocre e strisciante arriva a tutto”. Mediocre può essere perfino una città intera che non vuole uscire dal torpore dei ricordi costruiti ad arte pur accontentarsi di un passato che in verità non è mai stato così glorioso com’è raccontato, mediocre può essere una chiesa che non cerca le vie più adatte per raccontare all’uomo la gioia possibile, il riscatto, la giustizia che le deriva da una verità da condividere, ma che si nasconde dietro merletti sontuosi e colletti sempre più voluminosi, piuttosto che ripensare se stessa, reinventarsi per dire meglio, per fare bene, mediocre può essere una cultura che vende prodotti graditi alla massa piuttosto che elevarsi sopra l’oscenità di pensieri scioccamente popolari, rumorosi, da talk show, senza il coraggio di saper rischiare l’impopolarità pur di conservare la propria autonomia e la vocazione a essere spirito critico di ogni potere. La mediocrità è efficace anche per il suo sistema di comunicazione, fatto di slogan diretti e di forte impatto («sii te stesso», «non metterti contro il tuo io più profondo», «non puoi patire e lottare tutta la vita», «scopri il coraggio e la gioia di agire secondo quel che senti», «basta con la rigidità», «prova il gusto di lasciarti andare una buona volta», «se lo senti è un buon motivo per farlo», «non rinnegare le tue emozioni», «accontentati di quel che sei, anche il Signore ti accetta così come sei»…), tutte espressioni che hanno anche una qualche parvenza di verità, ma che abbandonate al sentire soggettivo finiscono per… tirare verso il basso. All’homo oeconomicus intrappolato nell’onnipotenza del mercato è subentrato l’homo psichologicus postmoderno, unicamente preoccupato della propria autorealizzazione e volto alla ricerca di un’autenticità che lo spinge a psicologizzare la realtà, riducendola a puro specchio dei propri desideri, intrappolato nella ricorsività delle proprie sensazioni. Il rischio della mediocrità lo aveva paventato già un antico padre della Chiesa, san Gregorio Magno: “È più gradita a Dio – diceva – un vita ardente e fervida d’amore dopo il peccato, che non un’innocenza che intorbidisce nella sicurezza”.

Anche nella Chiesa

La mediocrità culturale e spirituale del clero fu una delle cinque piaghe della Chiesa denunziata da Rosmini. Il fatto che questa sia la piaga della mano destra colpisce chiunque non sia mancino e sappia dell’importanza operativa di questa mano, senza la quale ci si sente quasi del tutto inabili. A Rosmini non sfugge che per una vera e autentica testimonianza cristiana nel mondo occorre una “istruzione eccellente dei pastori” (come la chiama Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis). Si tratta di una sapiente capacità di intercettare i cambiamenti culturali, saperli discernere con criticità per darne una risposta apprezzabile sul piano razionale. Gli fa eco uno scrittore moderno, George Bernanos, che ha scritto: “Uno dei principali responsabili, il solo responsabile, forse, dell’avvilimento delle anime è il sacerdote mediocre”. E ancora affermava: “La grande sciagura di questo mondo non è che ci siano dei senzadio, ma che noi siamo cristiani così mediocri”. La vera questione della Chiesa è non saper generare che cristiani e preti mediocri, imborghesiti, combattuti dalla posizione da tenere nel confronto drammatico con la storia: la posizione del divano o quella dell’accodarsi ai “nuovi movimenti” alla moda e alla loro pretesa di fondare un mondo nuovo. Un prete non può restare mediocre a lungo. È vero però che di preti mediocri – marinai di acqua dolce –  per usare un’espressione di san Camillo de Lellis – ne abbiamo abbastanza. La mediocrità infatti naviga sempre in acque dolci. L’autenticità invece si prova in mare aperto. “La chiamata di Cristo è per i forti; è per i ribelli alla mediocrità e alla viltà della vita comoda ed insignificante; è per quelli che ancora conservano il senso del Vangelo e sentono il dovere di rigenerare la vita ecclesiale pagando di persona e portando la Croce”. (Paolo VI, Messaggio in occasione della IV Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni del 1967). La chiamata di Cristo è per i ribelli alla mediocrità nella quale anche la nostra stessa azione pastorale molte volte scade. Ecco perché bisogna rigenerare la vita ecclesiale ogni volta: per non sembrare un’azienda: più attenta ai capitali e all’organigramma che al Vangelo, all’insegnamento nuovo di Gesù, che ha una Parola tagliente, così diretta alla vita e così capace di sfidare gli alibi, le paure, la false certezze, il quieto vivere e le mediocrità, al punto da essere Parola che scomoda, disturba. Rigenerare non significa cambiare ma ridare nuovamente vita. La vita ecclesiale va rigenerata coltivando visioni, additando prospettive, generando fame di futuro, prima ancora che attardarsi sulle sue strutture. Questi non sono tempi normali e anche i preti mediocri non debbono permettersi di ripetere banalità e superficialità che creano ulteriore sconforto. C’è bisogno non di persone algide, anche se di cultura lucida. C’è’ bisogno di humanitas cristiana, di un Agostino inquieto e peccatore e di non della fredda ragione tomistica che non coglie il male di vivere di Montale e le inquietudini che rendono difficile il sonno ed increspano la squallida quotidianità, rubandoci la speranza e cancellando anche quella poca gioia di vivere che dà un senso alla vita. Si ha bisogno di uomini interi in cui la cultura si coniuga con la fede e tutte e due si fondevano con l’essere uomini. La mediocrità, dopotutto, paga. Quando uno accetta questo moderno comandamento è in qualche modo ripagato dalla società o dal gruppo cui appartiene, che lo accoglie proprio perché non ne turba il sistema. Chi invece in qualche modo si oppone alla mediocrità, anche senza proclami particolari, semplicemente perché non rinuncia alla propria idealità di valori, costui è una spina nel fianco del gruppo, ne disturba l’equilibrio e mette in crisi il sistema, o ricorda implicitamente a tutti quel che ognuno è chiamato a essere. O, in termini ancor più positivi, rammenta a tutti che l’uomo è felice solo quando dà il massimo di sé.

La vita che non disturba

Il virus della mediocrità è insidioso perché innesca uno stile che è il contrario dell’entusiasmo e della passione.  Mediocrità è un modo di essere e agire tipico di chi percepisce sempre meno l’appello del proprio io ideale, e di fatto lo riduce, adattando la propria condotta a criteri sempre meno esigenti, e vivendo una vita sempre meno appassionata. Ma senza cambiare appartenenza o stato vocazionale. Il mediocre non si lascia mai metter in gioco dai propri valori, non si consegna mai a essi, non fa mai follie per essi. Il mediocre è un cultore del buon senso e del realismo; a volte riesce persino ad apparire saggio e prudente, col senso dei propri limiti, che a un certo punto, però, diventano confini invalicabili, come una gabbia che lo soffoca. A volte è anche un tipo senza particolari emozioni e sentimenti, con un elettrocardiogramma piuttosto piatto (forse sacerdote e levita della parabola del buon samaritano erano di questa onorata compagnia). Non ci sono grandi aspirazioni nella sua vita, e nemmeno grandi tentazioni. Meglio di così?! Normalmente la mediocrità è (auto)giustificata, ovvero il mediocre non si riconosce come tale, anche perché la mediocrità non è trasgressiva (di solito), o non lo è in modo grave. Potremmo dire che l’arte del mediocre è quella d’aver trovato il modo di non fare scattare mai l’allarme nella sua vita, o la spia rossa che segnala una situazione di emergenza, per questo è relativamente tranquillo. Può esser apostolo efficiente, ma è senza efficacia. Annuncia il vangelo di Cristo, ma senza sentirlo per sé una buona notizia. Resistere per uscire dalla mediocrità non è certo semplice. Ma forse vale la pena di tentare. Siamo chiamati ad essere testimoni dell’inquietudine, non siamo destinati a naufragare sugli scogli della mediocrità. “Se non vogliamo sprofondare in una oscura mediocrità, non pretendiamo una vita comoda, perché «chi vuol salvare la propria vita, la perderà» (Mt 16,25)” (Gaudete et exultate, 90). “La Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante” (Ivi, 138).




UN RICOVERY PLAN DA DISARMARE
Danilo Amadei

UN RICOVERY PLAN DA DISARMARE.
di DANILO AMADEI (VITA NUOVA -Diocesi di Parma- 23 maggio 2021)

Alcune scelte ed omissioni delle ultime settimane stanno mettendo in allarme tutte le associazioni per la pace e nonviolente. Il Recovery plan italiano (o Pnrr o Next generation Eu) approvato dal Parlamento prevede «di incrementare, considerata la centralità dell’Italia nel quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie e dei materiali, anche in coerenza degli obiettivi che favoriscano la transizione ecologica» . Viene inoltre ipotizzata la realizzazione dei cosiddetti «distretti militari intelligenti per attrarre interessi e investimenti che corrispondano alla visione organica del Pnrr».
È immaginabile dunque un futuro con nuovi armamenti “green”? L’importante diventa la produzione ecocompatibile, anche se quanto produce può distruggere vite umane e ambienti naturali? L’Osservatorio sulle spese militari in Italia ha di recente denunciato che, in piena pandemia, la spesa militare nel bilancio dello Stato italiano è prevista nel 2021 per quasi 25 miliardi di euro, con un incremento dell’8,1% rispetto al 2020 (15,7% rispetto al 2019). Per la prima volta in Italia la spesa per l’acquisto di nuovi sistemi d’armamenti supera i 7 miliardi di euro in un solo anno. In Parlamento non riesce a concludersi il percorso legislativo per rendere più stringente l’attuazione dell’export delle armi italiane, evitando triangolazioni commerciali che consentono di fare arrivare le armi prodotte in Italia anche in zona di guerra, come mostrato e denunciato da tante organizzazioni internazionali.
Non è ancora stato preso in considerazione l’appello di tante associazioni, anche ecclesiali, enti locali e moltissimi cittadini perché l’Italia ratifichi il “Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari”, che peraltro il nostro Paese non ha approvato nemmeno in occasione della sua adozione da parte di 122 Paesi delle Nazioni unite nel luglio 2017. Non solo, nella base di Ghedi si stanno ampliando le infrastrutture per i nuovi caccia bombardieri F35 (ognuno con costi superiori a 135 milioni di euro) in grado di trasportare nuovi ordigni nucleari ancora più potenti (i B61-12). La scorsa settimana è stata premiata come azienda attenta alla finanza etica e alla sostenibilità ambientale il gruppo italiano Leonardo, leader europeo nell’aerospazio, nella difesa e nella sicurezza, che lo scorso anno ha raggiunti i 13,4 miliardi di ricavi, perché «ha redatto e approvato il primo bilancio integrato con risultati correlati all’Agenda Onu 2030”. Siamo ben lontani dalla visione di un mondo che fondi il suo futuro su una attenzione al nostro pianeta fondato su rispetto ambientale, pace, libertà, giustizia e fraternità.
Cadono davvero nel vuoto le denunce e gli appelli di tante persone di buona volontà, con la forte voce di papa Francesco tra loro, perché non si sprechi questa crisi tornando ad un mondo diviso, inquinato, armato, ingiusto e violento. Facciamo nostra la denuncia del Papa perché «nel pieno corso della pandemia non cessano i conflitti armati e si rafforzano gli arsenali militari. Questo è lo scandalo di oggi».
Ed ancora la denuncia dell’immoralità non solo dell’uso ma anche solo del possesso della armi atomiche, a Hiroshima il 24 novembre 2019. Ribadita sulla scia della dottrina della Chiesa a partire da papa Giovanni XXIII nella Pacem in terris, che denunciava che le armi uccidono già nella loro produzione sottraendo risorse ai poveri.
Occorre un impegno straordinario di tutte le persone di buona volontà in qualsiasi ambito operino, di qualsiasi fede e ideali siano, perché si sottragga il futuro a chi, cinicamente, utilizzando anche nuove formule come “transizione ecologica”, persegue finalità contrarie ad una vera ecologia integrale e aumenta la già insostenibile e immorale presenza di armi, anche di distruzione di massa, nel nostro pianeta.
Occorre una nuova alleanza tra chi ama davvero la nostra terra comune e i diritti umani universali perché le nuove generazioni possano vivere non solo in un ambiente più sano, ma anche più fraterno e nonviolento.  Non si può aspettare, il tempo per agire è ora. La politica persegua una vera ecologia integrale per vivere in un ambiente più sano e più fraterno.

Nelle basi di Aviano (Pordenone) e di Ghedi (Brescia) sono presenti ordigni nucleari (B61), una quarantina circa Il nostro Paese si è impegnato ad acquistare 90 caccia F35 per una spesa complessiva di oltre 14 miliardi di euro

Armi nucleari: «Il nostro Paese ratifichi il trattato Onu». APPELLO
(VITA NUOVA . Diocesi di Parma. 23 maggio 2021)

Un appello rivolto al Governo e al Parlamento affinché l’Italia ratifichi il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari, entrato in vigore lo scorso 22 gennaio 2021 con il raggiungimento della cinquantesima ratifica necessaria, è stato firmato e diffuso dai presidenti nazionali delle Acli, dell’Azione cattolica italiana, dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, dai responsabili italiani del Movimento dei Focolari e dal coordinatore nazionale di Pax Christi.
«Questo Trattato, che era stato votato dall’Onu nel luglio 2017 da 122 Paesi, rende ora illegale, negli Stati che l’hanno sottoscritto, l’uso, lo sviluppo, i test, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari – si legge nell’appello –. Il nostro Paese non ha né firmato il Trattato in occasione della sua adozione da parte delle Nazioni Unite, né l’ha successivamente ratificato. Tra i primi firmatari di questo Trattato vi è invece la Santa Sede». In Italia, ricordano i promotori, «nelle basi di Aviano (Pordenone) e di Ghedi (Brescia), sono presenti ordigni nucleari (B61), una quarantina circa. E nella base di Ghedi si stanno ampliando le strutture per poter ospitare i nuovi cacciabombardieri F35, ognuno dal costo di almeno 155 milioni di euro, in grado di trasportare nuovi ordigni atomici ancora più potenti (B61-12). Il nostro Paese si è impegnato ad acquistare novanta cacciabombardieri F35 per una spesa complessiva di oltre 14 miliardi di euro, cui vanno aggiunti i costi di manutenzione e quelli relativi alla loro operatività».
«Le armi nucleari sono armi di distruzione di massa, dunque, in quanto tali, eticamente inaccettabili », come ha ricordato anche papa Francesco durante il suo viaggio in Giappone, il 24 novembre 2019 a Hiroshima. Anche altri movimenti e associazioni del mondo cattolico italiano saranno invitati a sottoscrivere l’appello. Le adesioni saranno raccolte fino a fine maggio, poi il documento verrà di nuovo reso pubblico con tutte le firme pervenute.
Patrizia Caiffa
Appello al Governo e al Parlamento firmato da Acli, Azione cattolica, Comunità Papa Giovanni XXIII, Focolari, Pax Christi e altre 40 associazioni.




Vaccini per tutti o si ricomincerà sempre da capo.

Non ci si protegge in un solo Paese
di Danilo Taino
in “Corriere della Sera” del 19 maggio 2021
Ora è ufficiale: una parte non piccola del futuro della Gran Bretagna si decide in India.
La variante del virus che si è sviluppata nel subcontinente dell’Asia ha preso piede con forza in
alcune località del Regno Unito e ha costretto Boris Johnson a un possibile, parziale futuro
ripensamento del programma di riaperture e soprattutto ad accelerare la campagna di vaccinazione.
Lo si sapeva: l’Impero britannico si prese l’India e da allora da quella terra non si può separare. La
variante indiana dimostra però soprattutto qualcos’altro: solo una vaccinazione di massa, globale ci
metterà al riparo dal Covid-19. Non ci sono angoli del mondo che sfuggono a questa realtà: in
Occidente, nei Paesi poveri e persino nelle Nazioni asiatiche che avevano gestito bene la pandemia
nella prima fase.
La variante B.1.617.2, o «indiana», è aggressiva, come si è visto in queste settimane a Delhi, a
Mumbai, a Kolkata. Pare essere il 50% più trasmissibile della cosiddetta variante «inglese» (o del
Kent) che già lo era del 40-60% più del virus originario. In Gran Bretagna è destinata a diventare
dominante. Johnson ha fatto capire che potrebbero esserci ritardi nel ritorno alla piena normalità
nell’Isola, previsto per giugno, ma allo stesso tempo ha confermato le riaperture di lunedì scorso
(cinema, musei, ristoranti e pub anche al chiuso). E ha ridotto i tempi di somministrazione della
seconda dose di vaccino agli ultracinquantenni. Se il primo ministro può affrontare senza panico la
variazione del virus è perché la campagna di immunizzazione nel Regno Unito è stata finora un
successo. Ben diversa sarebbe stata la situazione se sulle sponde del Tamigi si fossero manifestati i
drammi vissuti sulle rive del Gange. Grazie vaccini, insomma. È però evidente che proteggersi in un
solo Paese è, alla lunga, una battaglia che non può essere vinta. Oggi la variante è indiana, nei mesi
scorsi è stata inglese, brasiliana, sudafricana. Altre ne arriveranno.
Ora che le campagne di vaccinazione in Europa e negli Stati Uniti sono avviate, diventa urgente
dare una spinta decisiva all’immunizzazione del resto del mondo, anche per evitare che le varianti si
moltiplichino: nei Paesi poveri e in quelli ricchi che hanno creduto di potere fare a meno della
vaccinazione di massa. La discussione all’Organizzazione Mondiale del Commercio sulla
sospensione dei brevetti sui vaccini andrà avanti a lungo. Nel frattempo, quello che davvero serve è
creare il maggior numero possibile di centri di produzione, su licenza e sotto il controllo delle
aziende che i brevetti possiedono, come già succede in 15 Paesi per il vaccino Oxford-AstraZeneca.
E distribuirli a tutti, anche a chi non li può pagare.
Ma non basterà. Ci sono ostacoli anche di strategia. Succede che la quota di vaccini somministrati
in Paesi che avevano gestito bene la prima fase della pandemia è troppo bassa: il 7,3% in Corea del
Sud, lo 0,14% a Taiwan, il 6% in Nuova Zelanda, il 6% in Australia, il 16% a Hong Kong, l’1% in
Vietnam, il 3,5% in Giappone. Il risultato è che, a causa del ritorno dei contagi, nelle scorse
settimane quasi tutti questi Paesi hanno dovuto reintrodurre misure di contenimento, dai nuovi
lockdown (Taiwan, Giappone) alla chiusura delle frontiere (quasi tutti) fino al blocco dei «corridoi»
fra Paesi che si consideravano Covid-free (Singapore-Hong Kong e per qualche giorno tra Australia
e Nuova Zelanda). È che, in seguito ai successi dell’anno scorso dovuti al tracciamento e ai
confinamenti, in Asia si è radicata l’illusione che si potesse raggiungere lo Zero Covid, cioè
l’eliminazione di ogni rischio senza bisogno di grandi vaccinazioni. Un’idea ora difficile da
superare di fronte alla realtà che la presenza del virus sarà endemica (probabilmente a bassa
mortalità) e globale, che non si supera chiudendo le frontiere e isolandosi. Tanto che, mentre i Paesi
occidentali iniziano a riaprire, parecchie nazioni asiatiche devono chiudere di nuovo, con il pericolo
di tagliarsi fuori dalla ripresa e rimanere vulnerabili. In modo diverso, l’India e il Sud-Est asiatico chiariscono a tutti che l’obiettivo può solo essere
l’immunità di massa e globale. E la si raggiunge con vaccini, vaccini, vaccini