I «ladri di terre» si mangiano pezzi di Amazzonia brasiliana
Lucia Capuzzi (Avvenire 16/01/22)

I «ladri di terre» si mangiano pezzi di Amazzonia brasiliana

Lucia Capuzzi, Inviata a Imperatriz ( Brasile)- AVVENIRE 16 gennaio 2022

Boom delle occupazioni di aree protette e riservate alle comunità rurali negli ultimi anni. E mentre le fazendas si ampliano, crescono la violenza e la deforestazione.

«L’ultima volta è stata nel marzo 2020: si sono presentati qui sventolando la loro “licenza ambientale”. Peccato che non mostrino mai i titoli di proprietà. Perché non ce li hanno. Tutti i permessi sono falsi». Ci avevano già provato tre anni prima, quando erano arrivati direttamente con le ruspe per abbattere alberi centenari, costruzioni e campi. E far posto al raddoppio della Br-135, l’autostrada che attraversa il Nord-Est brasiliano per oltre 2.500 chilometri, congiungendo gli Stati di Maranhão e Minas Gerais. Anacleta Pires da Silva li aveva visti da lontano. Si era piazzata di fronte alle scavatrici, sbarrando loro il passo con il suo corpo minuto. Altri abitanti del quilombo di Santa Rosa dos Pretos l’avevano seguita. E le autorità, promotrici del progetto di ampliamento, avevano dovuto cedere. Almeno temporaneamente. Sono ormai 38 anni che Anacleta combatte per difendere la propria casa dalla lingua d’asfalto che la lambisce a meno di trenta metri di distanza. Una dimora modesta ma molto curata. Lampade e monili appesi alle pareti rosa acceso rivelano l’abilità artigianale di Anacleta. Anche così questa donna di 54 anni, dalla pelle nerissima e il sorriso facile tramanda la memoria degli antenati strappati all’Africa e incatenati alle piantagioni del Brasile coloniale. Schiavi nel corpo ma non nello spirito, capaci di emanciparsi e creare oasi di libertà ai margini dell’Amazzonia. A differenza degli altri quilombos– comunità di africani fuggitivi nascoste della foresta tuttora esistenti e tutelate dalla Costituzione – quello di Santa Rosa nasce in modo “legale”. Fu lo stesso proprietario a donare, nel testamento, la fazenda (piantagione) agli ex schiavi alla fine dell’Ottocento.
Nemmeno il regolare lascito ha messo al riparo gli attuali 4mila abitanti dal rischio ciclico di sfratto per far posto a nuove piantagioni o grandi opere. Santa Rosa, nel cuore dello Stato del Maranhão, fa da cerniera tra le due frontiere dell’agrobusiness brasiliano: il Cerrado – savana tropicale fondamentale per la sopravvivenza della foresta limitrofa – e l’Amazzonia. Terre fertili e “disponibili” grazie alla rete di complicità che lega élite politica e latifondo. E che ha nel grilagem – falsificazione dei certificati di proprietà da parte dei fazendeiros con la complicità diretta o indiretta delle autorità – la sua espressione più drammatica. Un nodo storico in uno dei Paesi con maggiore concentrazione fondiaria del pianeta. Dal 2018, però, il “furto di terre” amazzoniche e preamazzoniche ha avuto un incremento esponenziale: + 56 % secondo il recente studio dell’Instituto socioambiental (Isa).
Con la pandemia e l’attenzione concentrata sull’emergenza sanitaria, c’è stata un’escalation di occupazioni e violenze. La Commissione pastorale della terra (Cpt), legata alla Chiesa, ha registrato quasi due invasioni al giorno tra gennaio e agosto 2021, per un totale di 418. Il grilagem è cresciuto del 118 %. Una vera e propria corsa all’accaparramento di terra per allevamenti o coltivazioni intensive di prodotti da esportare, innescata dalla progressiva riduzione dei controlli. Questo spiega la crescita della deforestazione del 63 % tra 2018 e 2020. «La situazione potrebbe peggiorare nel prossimo futuro se fosse approvata la proposta di Luiz Antônio Nabhan García, responsabile delle Questioni fondiarie e uomo di fiducia del presidente Jair Bolsonaro, che dà ai grandi proprietari la facoltà di registrare la terra con una semplice autocertificazione», afferma Iriomar Lima, avvocato della rete Forum e cidadania, collegata alla Commissione pastorale della terra(Cpt). Il Maranhão, con una legge statale ancora più permissiva di quella nazionale, è – insieme a Pará e Rondônia – al centro del saccheggio come dimostra l’esplosione di violenza record nell’ultimo anno. Nonché l’estendersi di coltivazioni di eucalipto, soja, miglio e riso. «Tra gennaio e novembre scorso, oltre un terzo dei 26 omicidi legati a conflitti agricoli è avvenuto in questo Stato», spiega Lenora Motta, responsabile della Cpt regionale. E proprio del Maranhão è la prima vittima del 2022: José Francisco Lopes Rodrigues, colpito il 3 gennaio dal proiettile di un anonimo killer che ha ferito anche la nipotina di dieci anni. «È morto cinque giorni dopo in ospedale. È un momento molto triste per tutti», prosegue Lenora. Francisco era uno dei leader della resistenza al grilagemdi Ararí, costata la vita ad altri quattro contadini negli ultimi due anni. Il municipio di 40mila abitanti è all’interno della Baixada Maranhense, una pianura amazzonica solcata dai fiumi Mearim, Pindaré e Grajaú che, nella stagione delle piogge, esondano e la allagano, creando una distesa di isolotti multiformi. Un ecosistema fragile su cui, in vari periodo dell’anno, si possono ammirare uccelli di specie rarissime. Per questo, l’area è protetta a livello internazionale dalla Convenzione di Ramsa: solo l’agricoltura familiare è consentita. Ciò non ha impedito che, nel 2017, fosse occupata da 4 fazendeiros che l’hanno recintata impedendo l’accesso ai contadini. I pascoli si sono riempiti di bufali, senza che le autorità muovessero un dito nonostante le segnalazioni delle 40 famiglie di Cedro, alla periferia di Ararí. Esasperate dopo due anni di inerzia, queste ultime hanno iniziato a rimuovere le recinzioni, finendo denunciate a loro volta per «atti vandalici» e portate di fronte ai giudici. Insolitamente sollecite, le forze dell’ordine hanno subito dato il via a una sfilza di arresti. «Dal 2020 sono iniziati gli assassinii mirati. Prima è toccato a Celino e Wanderson Fernandes, padre e figlio, poi a Antônio Diniz e João de Deus Moreira», sottolinea Iriomar. Vittime senza colpevole. Come il 92 per cento delle quasi 2mila persone massacrate nel corso di conflitti per la terra dal 1985.




VACCINI PER TUTTI

O ci si salva insieme o non si salva nessuno
Maurizio Salvi (ROCCA 1 gennaio 2022)

H a molto esitato il segretario ge­nerale dell’Onu, Antonio Guter­res, quando giorni fa gli hanno comunicato che era pronta per lui nel Palazzo di Vetro la terza dose, il ‘booster’ (rinforzo), del­la sua vaccinazione contro il Covid-19. Un improvviso sussulto? Un ripensamento sul­la necessità, o l’opportunità del gesto? «Nien­te affatto – si è affrettato a spiegare ai gior­nalisti il suo portavoce, Stéphane Dujarric – solo una manifestazione di ‘grande soffe­renza’ nel compiere la ‘difficile’ scelta di fronte a quella che ha definito l”orrenda’ si­tuazione globale dei vaccini, e anche come gesto simbolico di solidarietà con l’Africa».
L’esitazione di Guterres
Pochi giorni prima, infatti, Guterres aveva partecipato insieme al presidente della Com­missione dell’Unione africana (Ua), Mussa Faki Mahamat, ad una conferenza stampa in cui aveva avuto l’opportunità di constatare ancora una volta il forte ritardo del processo di vaccinazione nei Paesi in via di sviluppo, ed in particolare in Africa. In questo conti­nente, diciamolo subito, solo meno del 6% delle persone ha potuto finora vaccinarsi con due dosi, quando tale percentuale è dieci volte maggiore nelle Nazioni più sviluppate, fra cui quelle che fanno parte del G20.
Se piove sul bagnato
Ci sono diversi elementi che possono aiuta­re ad analizzare questa emergenza. Primo fra tutti il contesto generale in cui essa si è manifestata: una grande depressione eco­nomica mondiale, ulteriormente acuitasi negli ultimi due anni, con gravi riflessi sulle risorse che gli Stati dedicano alla salute e al sostegno delle fasce più deboli della popola­zione. Poi un altro più specifico, che riguar­da le decisioni adottate dai governi dei Pae­si sviluppati. Essi hanno scelto, senza trop­po riflettere sull’opportunità di misure di ampio respiro internazionali, di stringere un patto di ferro con un gruppo di potenti com­pagnie farmaceutiche occidentali, specializ­zate nella produzione dei farmaci immu­nizzanti: le statunitensi Pfizer/BioNTech, Mo­derna e Johnson & Johnson, e l’europea Astra­Zeneca. Risultato di tale accordo è stato un accaparramento di grandi quantità di vacci­ni pagati in valuta pregiata e a prezzi di mer­cato, impedendo di fatto alle Nazioni di red­dito medio e basso di accedere alla riparti­zione dei farmaci necessari ad assistere effi­cacemente i propri cittadini. Certo, per tute­lare queste ultime Nazioni, nell’aprile 2020 l’Organizzazione mondiale della sanità(Oms), la Commissione europea e la Francia, hanno dato vita al sistema Covax con il proclamato obiettivo di «coordinare le risorse internazio­nali per consentire l’accesso equo a diagnosi, trattamenti e vaccini anti Covid-19». Sono do­vuti passare dieci mesi prima che qualcosa accadesse, perché il primo Paese che ha be­neficiato di questo programma è stato il Ghana che solo il 25 febbraio 2021 ha rice­vuto un contingente di 600 000 vaccini. Sulla carta Covax è una Alleanza di 190 Paesi, im­prese farmaceutiche, fondazioni e organiz­zazioni del sistema delle Nazioni Unite, im­pegnati a garantire una distribuzione equa­nime di due miliardi di dosi di vaccino entro la fine del 2022. Ma le statistiche ci dicono purtroppo che quest’anno la sua azione si è chiusa con una consegna a 144 Paesi di appe­na 560 milioni di quelle dosi.
Cosa ci ricorda la variante Omicron
Ovviamente negli ultimi mesi del 2021 il tema Africa è divenuto, con la comparsa della variante Omicron della Sars-CoV-2, la chia­ve di volta delle analisi politiche, economi­che e scientifiche sulla pandemia. In sintesi la localizzazione di questa nuova mutazio­ne del virus ha mostrato più di ogni altro argomento la grande distanza esistente fra i propositi di contrastare in modo corretto il coronavirus a livello planetario, e quello che realmente si è fatto nell’ultimo biennio. Le molte parole pronunciate nei consessi inter­nazionali-e non tradotte in azioni concre­te- sulla necessità di assistere i Paesi in via di sviluppo hanno finito per ritardare quel­la che è ancora oggi una inevitabile presa di coscienza: dai gravi danni che sta causando il Covid-19, o si salva tutta insieme la popo­lazione del pianeta, o non si salva nessu­no». In questo senso si è espresso lo stesso direttore generale dell’Oms, Tedros Ghe­breysus, per il quale l’insufficienza della copertura vaccinale e del livello di control­lo sanitario, in particolare in Africa, «è una ricetta perfetta per la creazione e lo svilup­po di varianti». E così per il momento la comunità internazionale appare molto lon­tana dal reperimento di una intesa per af­frontare globalmente un efficace pro­gramma di contrasto del virus e delle sue mutazioni. Allontanando per un momento lo sguardo dal Continente Nero, possiamo constatare che la percentuale delle vacci­nazioni è progredita velocemente nelle Americhe, in Europa, e anche in Asia. In quest’ultimo continente lo scenario si pre­senta però più articolato. Per esempio Cina, Giappone e Corea del Sud hanno vaccinato la maggioranza della loro popolazione, fino a livelli del 60%. Ma questo non è avvenuto in Nazioni asiatiche fortemente popolate, come Myanmar (Birmania), Pakistan e Ban­gladesh, che non hanno neppure raggiunto il 40% dei loro abitanti con la prima dose di vaccino. Estendendo questa valutazione a tutto il Terzo Mondo, l’anno si chiude con appena un 25% della popolazione che ha ri­cevuto solo la prima parte di una necessa­ria immunizzazione.
Perché non si liberalizzano i brevetti
Neppure il consolidamento nel mondo della variante Omicron in Africa è servita, a quan­to pare, a prendere coscienza dell’urgenza di rafforzare l’intervento sanitario nei Paesi più poveri, e a spingere quindi i governi del Primo Mondo a cambiare rotta, adottando decisioni drastiche di invio non solo di vacci­ni, ma anche di materiale utile a rafforzare infrastrutture grazie a cui le equipe medi­che possono raggiungere i luoghi più remoti della terra. L’assenza di una volontà positiva è stata denunciata da numerose organizza­zioni umanitarie di tutto il mondo e anche dall’associazione People’s Vaccine Alliance, creata allo scoppio della pandemia. La man­canza di progressi è dovuta, secondo questa alleanza, a due fondamentali ragioni. La pri­ma riguarda la necessità dei governi dei Paesi sviluppati di mostrare alle loro opinioni pubbliche sforzi efficaci, rapidi e concreti di tute­la della salute collettiva, a fini di reddito elet­torale. La secon­da è invece lega­ta alla «voraci­tà» delle case farmaceutiche, soprattutto sta­tunitensi, che nell’ultimo anno hanno moltipli­cato a ritmi esponenziali i loro profitti trattando con interlocutori che non esitano a sborsare qualsiasi cifra pur di ottenere la massima quantità possibile di dosi di vaccino. Società, inoltre, che appaiono sor­de alle sollecitazioni provenienti da molte parti, in primo luogo da Sudafrica e India, di facilitare la fabbricazione dei farmaci immu­nizzanti in Paesi del Terzo Mondo, rimuoven­done i brevetti. Una ipotesi a cui, non tanto a sorpresa, purtroppo, si oppone anche l’Ue. La partita è finanziariamente di tale impor­tanza che le compagnie farmaceutiche l’han­no volentieri trasformata anche in un capito­lo del confronto/scontro politico esistente oggi fra Occidente e potenze asiatiche, visto i for­ti ritardi accumulati nell’autorizzazione in Europa e negli Stati Uniti di efficaci vaccini di produzione russa (Sputnik V) o cinese (Si­nopharm), per non parlare di quelli cubani (Soberana 2 e Abdala). Così negli ultimi mesi questa corsa all’accumulazione di immuniz­zanti ha messo a nudo paradossali situazio­ni: l’esistenza di forti eccedenze di dosi che non vengono utilizzate e rischiano di finire al macero per scadenza, e l’invio in fretta e furia di esse, come ‘doni’, a Paesi in via di sviluppo che non riescono però ad utilizzar­le al meglio nei tempi brevi disponibili per l’inoculazione. E allora, ci ha ricordato la Peo­ple’s Vaccine Alliance, che «mentre Paesi come il Regno Unito e il Canada hanno rice­vuto dosi sufficienti per raggiungere la loro intera popolazione, l’Africa subsahariana è stata in grado di vaccinare solo una persona residente su otto». E perfino che il numero di coloro che «sul territorio britannico han­no ricevuto la terza dose di richiamo, è quasi uguale al totale delle persone completamen­te vaccinate in tutti i Paesi più poveri del mon­do».


Vedi anche : https://www.intersos.org/o-i-brevetti-o-la-vita-vaccini-per-tutte-e-tutti/




Prendersi cura del nuovo anno
Mariano Borgognoni (ROCCA- Assisi)

Prendersi cura del nuovo anno

Mariano Borgognoni (ROCCA 1 gennaio 2022)

E’ una brutta consuetudine quella di dividere la vita e la storia in anni, de­cenni o secoli, come se si tagliasse a fette un melone. E fa venire l’ortica­ria sentir ripetere ad ogni piè sospin­to: non siamo più nel Novecento, or­mai siamo nel nuovo millennio. Come se que­sto fosse necessariamente un vantaggio. Ep­pure nessuno di noi si sottrae a bilanci e pro­positi, dentro questa segnaletica convenzio­nale del tempo. E il tempo, pur essendo in­definibile se non per via di approssimazioni come sanno i filosofi e gli scienziati, è dav­vero più importante dello spazio. Innescare processi è più fecondo che occupare spazi. Eppure non si può vivere d’inneschi: né nel­la vita ecclesiale, né in quella sociale, né nel­la vita tout court. È necessario giungere ad alcuni approdi, meglio se saranno punti di una nuova partenza per il futuro piuttosto che paludi stagnanti dove vivere da arrivati. Che cosa augurarsi dunque per l’anno nuovo? Per cosa fare quello che si deve scontando che poi avverrà solo quello che può? Mi appello alla numerologia limitandomi (si fa per dire) a sette obiettivi e auspicandone settanta volte sette, come disse Gesù che amava esagerare al pari di tutta la sua stirpe.
Primo: una se­ria lotta alla pandemia che sul piano plane­tario liberalizzi i brevetti e aiuti i paesi po­veri. Un atto di lungimiranza e di generosità capace di restituire sicurezza al mondo e con­sapevolezza che non serve a molto trince­rarsi nel bunker dei privilegiati.
Secondo: una nuova attenzione alle condizioni di salute della nostra casa comune, straordinariamen­te logorata dal paradigma unico della cre­scita a qualsiasi costo sociale e ambientale. Così l’Agenda 2030 dell’Onu finisce per esse­re una mera cornice di buone intenzioni, come Glasgow ha continuato a dimostrare.
Terzo: rimettere al centro il lavoro. La piena e buona occupazione come traguardo di ci­viltà e democrazia. Lo dico con le parole di Piero Calamandrei: «finché non c’è la possi­bilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la no­stra Repubblica non si potrà chiamare fon­data sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica». Si badi, come aveva ben intuito Pier Pao­lo Pasolini, di cui ricorre il centenario della nascita proprio quest’anno, che sviluppo e progresso possono benissimo non coesiste­re. Non basta agitare la bandiera del Pil se aumenta la povertà, il lavoro impoverito, la desertificazione dei diritti, l’indebolimento della progressività fiscale. Nessuno svilup­po è durevole senza la riduzione della disu­guaglianza. La politica democratica torni sul­la terra se vuole evitare brutte sorprese.
Quarto: tutto quanto detto vale tanto più per le donne, prime ad essere licenziate nella crisi, ultime ad essere assunte, prime ad es­sere sotto-retribuite, ultime ad accedere ai livelli apicali delle carriere. Prime nella pra­tica religiosa, ultime a svolgere ministeri e ruoli significativi nelle sacre istituzioni.
Quin­to: è necessaria più che mai la volontà di fare giustizia e di combattere i poteri criminali che rischiano di prosperare e infettare tutto il Paese sfruttando crisi e malessere. Tutto questo sembra essere scomparso dai radar.
Sesto: siamo dentro la stagione del Sinodo universale e della Chiesa che è in Italia. Ma un cammino sinodale serve solo se è corag­gioso altrimenti si tradurrà in una frustra­zione grande e pericolosa. Il nodo mi pare essere quello di riconoscersi come comunità di battezzati: poi, poi, poi vengono i ministe­ri, da ripensare, ridefinire, inventare e ren­dere inclusivi. Qui si dovrebbe decidere qual­cosa di serio su donne e laici nel governo reale della Chiesa e nella liturgia. Un model­lo patriarcale, maschilista e clericale non sta più in piedi. È meglio che la Chiesa non aspet­ti che le crolli addosso.
Settimo: in questi mesi tante donne e uomini si sono misurati sulle nostre pagine a partire dalla domanda di Gesù ai suoi: «Ma voi chi dite che io sia?». Torna ad essere la domanda cruciale per chi si confessa cristiano. La vera, necessaria ri­forma ecclesiale non può che partire da qui: quale Dio? Solo quello di cui Gesù ci ha fatto la narrazione può catturare ancora il cuore del mondo nell’epoca del disincanto e di nuo­vi perniciosi incantamenti. Correre il rischio della radicalità evangelica, esporsi al falli­mento e (come ci ha insegnato anche da que­ste colonne un vero maestro di fede e di pen­siero, nato cento anni fa ma uomo del futu­ro) «seguire Gesù, entrare come lui nella de­dizione agli ultimi, destando turbamento nel­la città che ci vorrebbe al suo servizio e at­tuare la manifestazione del Dio della pace ai poveri per i quali la città non ha posto» (Er­nesto Balducci, Rocca 3, 1 Febbraio 1991). Avrete notato che sono rimasto fedele all’av­versione verso ogni nuovismo; le sette que­stioni che ho posto sono infatti quelle su cui Rocca ha battuto il chiodo nel 2021. E conti­nuerà a farlo nell’anno nuovo. Auguri a tutte e tutti!




IL SOGNO ECUMENICO
Lidia Maggi

Due simboli per scommettere ancora una volta sul sogno ecumenico
di Lidia Maggi
in “Riforma” – settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – del 14 gennaio 2022

Inutile girarci attorno: il clima depressivo che attanaglia questa società impaurita si estende anche al cammino ecumenico che le chiese cristiane stanno faticosamente compiendo. La passione per l’unità visibile dei cristiani è tenuta in vita dagli “ultimi moicani” del sogno ecumenico. Fuori dalla riserva, indifferenza o al più una blanda curiosità – quella delle gite scolastiche, che dura giusto il tempo della settimana in cui si sospende il programma abituale. Quest’ultimo lo decide autonomamente ogni istituto, felice di differenziarsi dagli altri, non così all’avanguardia da risultare interessanti. In quella settimana è diverso: si moltiplicano gli incontri, si mostra interesse per l’altro. Poi, una volta sul pullman di ritorno, i commenti sottolineano l’impossibilità di vivere alla maniera dell’altro, l’esoticità dei suoi gesti, la ristrettezza dei suoi orizzonti. Insieme a una nota di simpatia: non ci hanno trattati, poi, così male. Forse, nel resto dell’anno, ci saranno altre – poche – occasioni in cui l’altra chiesa farà di nuovo capolino, suscitando per un attimo una medesima curiosità e lo stesso diniego, senza intaccare il bon ton ecumenico delle dichiarazioni ufficiali. Certo, qualcuno griderà che non dobbiamo svendere il nostro patrimonio, che dialogo non significa ignoranza delle ragioni della differenza, che la melassa ecumenica è segno di decadenza. La maggior parte, però, non coglierà nemmeno il problema: beghe di altri tempi, di cui sfugge praticamente tutto, da lasciare ai don Ferrante della teologia. E chi non demorde nel perseguire la riconciliazione delle differenze proverà a inserire la sua voce – di silenzio un po’ troppo sottile! – e a ricordare gli enormi passi in avanti fatti negli ultimi decenni, indicando i guadagni di quel faticoso ma ricco confronto. Che, però, effettivamente, non riesce ad andare al di là di gesti simbolici, di documenti e dichiarazioni senza grosse conseguenze. A eccezione di alcuni acuti, la melodia ecumenica risuona piatta, flebile. E non perché manchino le ragioni reali per perseguire il dialogo, così da giustificare il fatto che le chiese mollino il colpo. Anzi, le ragioni per scommettere sull’ecumenismo si fanno sempre più forti, in un contesto sociale frantumato, ridotto a tifoserie opposte, con le chiese che sono tentate, a loro volta, di sposare questa logica autoreferenziale, pronte a gridare la propria verità e a denigrare quelle altrui. L’ecumenismo si presta a essere un interessante laboratorio per mettere a punto modelli di convivenza tra diversi e per liberare le chiese dalla deriva apologetico-polemica così da ritrovare la strada della conversione evangelica, impossibilitata dall’atteggiamento difensivo, troppo contiguo ai farisei delle narrazioni evangeliche. Dunque, che fare? Come affrontare questo nostro tempo in cui l’urgenza dell’ecumenismo si scontra con un generalizzato disinteresse dei credenti, ridotto alla stanca ripetizione di eventi occasionali? Non è domanda da risposta individuale. È interrogativo che chiama in causa le chiese, a partire dalle nostre. E per tenere vive l’attenzione e la tensione ecumenica, possono aiutarci due scene evangeliche. Quella del fico senza frutti (Luca 13, 6-9): soprattutto oggi, in un mondo che vuole risultati, utili immediati, una realtà incapace di produrli va tagliata, così da lasciar spazio ad altre iniziative più produttive. Senonché la parabola evangelica, coerentemente a tutte le Scritture, evoca la possibilità di una seconda volta: «Signore, lascialo ancora quest’anno; gli zapperò intorno e gli metterò del concime. Forse darà frutto in avvenire; se no, lo taglierai». Il progetto ecumenico può avere una seconda volta, ma questa dipende dalla tenacia con cui ci si mette in gioco, spendendosi per quel progetto indipendentemente dal risultato. Nella storia, lo sappiamo bene, il “forse” del risultato rimane ineliminabile. La seconda scena ci è suggerita dai cristiani del Medi Oriente, che per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno hanno scelto la parola dei Magi: «In Oriente abbiamo visto apparire la sua stella e siamo venuti qui per onorarlo» (Matteo 2, 2). Quello sguardo che non si appropria della luce ma mette in ricerca, sollecita il cammino – un cammino comunitario, non individuale – è la condizione per incontrare il Cristo, per lasciarsi orientare dalla sua stella. La posta in gioco dell’ecumenismo è niente di meno che la riscoperta della fede, di quella parola evangelica che non ci rende padroni della verità ma sue discepole e discepoli. Il fico e la stella: due simboli che ci fanno pensare e che ci sollecitano a scommettere di nuovo, con ostinazione, sul sogno ecumenico.




Papa Francesco
Messaggio per la 55.ma Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 2022)

Messaggio di Papa Francesco per la 55.ma Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 2022)

Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro: strumenti per edificare una pace duratura

  1. «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace» (Is 52,7).

Le parole del profeta Isaia esprimono la consolazione, il sospiro di sollievo di un popolo esiliato, sfinito dalle violenze e dai soprusi, esposto all’indegnità e alla morte. Su di esso il profeta Baruc si interrogava: «Perché ti trovi in terra nemica e sei diventato vecchio in terra straniera? Perché ti sei contaminato con i morti e sei nel numero di quelli che scendono negli inferi?» (3,10-11). Per questa gente, l’avvento del messaggero di pace significava la speranza di una rinascita dalle macerie della storia, l’inizio di un futuro luminoso.  Ancora oggi, il cammino della pace, che San Paolo VI ha chiamato col nuovo nome di sviluppo integrale,[1] rimane purtroppo lontano dalla vita reale di tanti uomini e donne e, dunque, della famiglia umana, che è ormai del tutto interconnessa. Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo più che sulla condivisione solidale. Come ai tempi degli antichi profeti, anche oggi il grido dei poveri e della terra[2] non cessa di levarsi per implorare giustizia e pace. In ogni epoca, la pace è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso. C’è, infatti, una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona.[3] Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati. Vorrei qui proporre tre vie per la costruzione di una pace duratura. Anzitutto, il dialogo tra le generazioni, quale base per la realizzazione di progetti condivisi. In secondo luogo, l’educazione, come fattore di libertà, responsabilità e sviluppo. Infine, il lavoro per una piena realizzazione della dignità umana. Si tratta di tre elementi imprescindibili per «dare vita ad un patto sociale»,[4] senza il quale ogni progetto di pace si rivela inconsistente. 

  1. Dialogare fra generazioni per edificare la pace

In un mondo ancora stretto dalla morsa della pandemia, che troppi problemi ha causato, «alcuni provano a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi privati e altri la affrontano con violenza distruttiva, ma tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni».[5] Ogni dialogo sincero, pur non privo di una giusta e positiva dialettica, esige sempre una fiducia di base tra gli interlocutori. Di questa fiducia reciproca dobbiamo tornare a riappropriarci! L’attuale crisi sanitaria ha amplificato per tutti il senso della solitudine e il ripiegarsi su sé stessi. Alle solitudini degli anziani si accompagna nei giovani il senso di impotenza e la mancanza di un’idea condivisa di futuro. Tale crisi è certamente dolorosa. In essa, però, può esprimersi anche il meglio delle persone. Infatti, proprio durante la pandemia abbiamo riscontrato, in ogni parte del mondo, testimonianze generose di compassione, di condivisione, di solidarietà. Dialogare significa ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme. Favorire tutto questo tra le generazioni vuol dire dissodare il terreno duro e sterile del conflitto e dello scarto per coltivarvi i semi di una pace duratura e condivisa. Mentre lo sviluppo tecnologico ed economico ha spesso diviso le generazioni, le crisi contemporanee rivelano l’urgenza della loro alleanza. Da un lato, i giovani hanno bisogno dell’esperienza esistenziale, sapienziale e spirituale degli anziani; dall’altro, gli anziani necessitano del sostegno, dell’affetto, della creatività e del dinamismo dei giovani. Le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani –; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro, a non pretendere di occupare tutta la scena perseguendo i propri interessi immediati come se non ci fossero passato e futuro. La crisi globale che stiamo vivendo ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana, che non si accontenta di amministrare l’esistente «con rattoppi o soluzioni veloci»,[6] ma che si offre come forma eminente di amore per l’altro,[7] nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili. Se, nelle difficoltà, sapremo praticare questo dialogo intergenerazionale «potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri».[8] Senza le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti? Basti pensare al tema della cura della nostra casa comune. L’ambiente stesso, infatti, «è un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva».[9] Vanno perciò apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato, affidato alla nostra custodia. Lo fanno con inquietudine e con entusiasmo, soprattutto con senso di responsabilità di fronte all’urgente cambio di rotta,[10] che ci impongono le difficoltà emerse dall’odierna crisi etica e socio-ambientale[11]. D’altronde, l’opportunità di costruire assieme percorsi di pace non può prescindere dall’educazione e dal lavoro, luoghi e contesti privilegiati del dialogo intergenerazionale. È l’educazione a fornire la grammatica del dialogo tra le generazioni ed è nell’esperienza del lavoro che uomini e donne di generazioni diverse si ritrovano a collaborare, scambiando conoscenze, esperienze e competenze in vista del bene comune.

  1. L’istruzione e l’educazione come motori della pace

Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti. Eppure, esse costituiscono i vettori primari di uno sviluppo umano integrale: rendono la persona più libera e responsabile e sono indispensabili per la difesa e la promozione della pace. In altri termini, istruzione ed educazione sono le fondamenta di una società coesa, civile, in grado di generare speranza, ricchezza e progresso. Le spese militari, invece, sono aumentate, superando il livello registrato al termine della “guerra fredda”, e sembrano destinate a crescere in modo esorbitante.[12] È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via. Auspico che all’investimento sull’educazione si accompagni un più consistente impegno per promuovere la cultura della cura.[13] Essa, di fronte alle fratture della società e all’inerzia delle istituzioni, può diventare il linguaggio comune che abbatte le barriere e costruisce ponti. «Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media».[14] È dunque necessario forgiare un nuovo paradigma culturale, attraverso «un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature».[15] Un patto che promuova l’educazione all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente.[16] Investire sull’istruzione e sull’educazione delle giovani generazioni è la strada maestra che le conduce, attraverso una specifica preparazione, a occupare con profitto un giusto posto nel mondo del lavoro.[17]

  1. Promuovere e assicurare il lavoro costruisce la pace

Il lavoro è un fattore indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale, il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello. La pandemia da Covid-19 ha aggravato la situazione del mondo del lavoro, che stava già affrontando molteplici sfide. Milioni di attività economiche e produttive sono fallite; i lavoratori precari sono sempre più vulnerabili; molti di coloro che svolgono servizi essenziali sono ancor più nascosti alla coscienza pubblica e politica; l’istruzione a distanza ha in molti casi generato una regressione nell’apprendimento e nei percorsi scolastici. Inoltre, i giovani che si affacciano al mercato professionale e gli adulti caduti nella disoccupazione affrontano oggi prospettive drammatiche. In particolare, l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante. Molti di loro non sono riconosciuti dalle leggi nazionali, come se non esistessero; vivono in condizioni molto precarie per sé e per le loro famiglie, esposti a varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga. A ciò si aggiunga che attualmente solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate. In molti Paesi crescono la violenza e la criminalità organizzata, soffocando la libertà e la dignità delle persone, avvelenando l’economia e impedendo che si sviluppi il bene comune. La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso. Il lavoro infatti è la base su cui costruire la giustizia e la solidarietà in ogni comunità. Per questo, «non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale».[18] Dobbiamo unire le idee e gli sforzi per creare le condizioni e inventare soluzioni, affinché ogni essere umano in età lavorativa abbia la possibilità, con il proprio lavoro, di contribuire alla vita della famiglia e della società. È più che mai urgente promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose, orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato. Occorre assicurare e sostenere la libertà delle iniziative imprenditoriali e, nello stesso tempo, far crescere una rinnovata responsabilità sociale, perché il profitto non sia l’unico criterio-guida. In questa prospettiva vanno stimolate, accolte e sostenute le iniziative che, a tutti i livelli, sollecitano le imprese al rispetto dei diritti umani fondamentali di lavoratrici e lavoratori, sensibilizzando in tal senso non solo le istituzioni, ma anche i consumatori, la società civile e le realtà imprenditoriali. Queste ultime, quanto più sono consapevoli del loro ruolo sociale, tanto più diventano luoghi in cui si esercita la dignità umana, partecipando così a loro volta alla costruzione della pace. Su questo aspetto la politica è chiamata a svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale. E tutti coloro che operano in questo campo, a partire dai lavoratori e dagli imprenditori cattolici, possono trovare sicuri orientamenti nella dottrina sociale della Chiesa. Cari fratelli e sorelle! Mentre cerchiamo di unire gli sforzi per uscire dalla pandemia, vorrei rinnovare il mio ringraziamento a quanti si sono impegnati e continuano a dedicarsi con generosità e responsabilità per garantire l’istruzione, la sicurezza e la tutela dei diritti, per fornire le cure mediche, per agevolare l’incontro tra familiari e ammalati, per garantire sostegno economico alle persone indigenti o che hanno perso il lavoro. E assicuro il mio ricordo nella preghiera per tutte le vittime e le loro famiglie. 

Ai governanti e a quanti hanno responsabilità politiche e sociali, ai pastori e agli animatori delle comunità ecclesiali, come pure a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, faccio appello affinché insieme camminiamo su queste tre strade: il dialogo tra le generazioni, l’educazione e il lavoro. Con coraggio e creatività. E che siano sempre più numerosi coloro che, senza far rumore, con umiltà e tenacia, si fanno giorno per giorno artigiani di pace. E che sempre li preceda e li accompagni la benedizione del Dio della pace!

 FRANCESCO
___________________

[1] Cfr Lett. enc. Populorum progressio (26 marzo 1967), 76ss.
[2] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 49.
[3] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 231.

[4] Ibid., 218.
[5] Ibid., 199.
[6] Ibid., 179.
[7] Cfr ibid., 180.
[8] Esort. ap. postsin. Christus vivit (25 marzo 2019), 199.
[9] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 159.
[10] Cfr ibid., 163; 202.
[11] Cfr ibid., 139.
[12] Cfr Messaggio ai partecipanti al 4° Forum di Parigi sulla pace, 11-13 novembre 2021.
[13] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 231; Messaggio per la LIV Giornata Mondiale della Pace. La cultura della cura come percorso di pace (8 dicembre 2020).
[14] Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 199.
[15] Videomessaggio per il Global Compact on Education. Together to Look Beyond (15 ottobre 2020).
[16] Cfr Videomessaggio per l’High Level Virtual Climate Ambition Summit (13 dicembre 2020).
[17] Cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens (14 settembre 1981), 18.
[18] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 128.




​PREGHIERA PER IL MYANMAR

​PREGHIERA PER IL MYANMAR

Signore, soffia il tuo Spinto sulla terra birmana.
Dona pace a tutti i popoli del Myanmar,
consola gli animi di chi vuole riconquistare la propria libertà,
ascolta il grido di coloro che chiedono giustizia.

Signore, infondi coraggio
alla Chiesa birmana e ai leader di tutte religioni,
dona loro la forza di adempiere alla vocazione di guide e pastori dei fedeli.

Spirito di Sapienza, soffia forte su tutti i fedeli birmani,
porta loro il dono del discernimento, perché sappiano vincere il male con il bene.

Signore, soffia il tuo Spirito
sulle coscienze di chi abusa del proprio potere,
apri gli occhi di chi non riconosce nel prossimo il proprio fratello e la propria sorella,
illumina le menti di chi usa la propria forza non per difendere l’altro, ma per schiacciarlo.

Signore, soffia il tuo spirito d’Amore su tutti noi tuoi figli,
rendici capaci di scoprire la tua volontà e di farla nostra,
per poter partecipare, in unità fraterna,
alla costruzione del tuo Regno di Pace.
Amen




GIOVANI E LAVORO
Osservatorio giovani

Collegati con l’Osservatorio Giovani:

https://www.rapportogiovani.it/

Giovani e lavoro (in tempo di crisi)

 


I dati proposti in questa pagina sono stati estratti dal volume
La Condizione Giovanile in Italia – Rapporto Giovani 2014”.


Meno del 10% delle donne considera di disporre di occasioni di impiego buone e adeguate contro circa il 15% dei maschi. Per la grande maggioranza le opportunità lavorative sono invece scarse (55%) o limitate (33%). E così una grande maggioranza dei giovani si dichiara disponibile a lavori manuali, quelli che forse un tempo non avrebbero preso in considerazione. E non è importante che siano coerenti con la preparazione posseduta purché siano discretamente pagati. Realismo, flessibilità, adattabilità caratterizzano la generazione dei millennials italiani.
Oltre l’80% degli intervistati è dunque pronto a svolgere un lavoro di tipo manuale; 3 su 4 vedrebbero bene una attività in cui potere esprimere la propria creatività. E ciò indipendentemente dai percorsi formativi. Infatti oltre la metà dei maschi e quasi il 60% delle femmine considera scarse le possibilità che l’Italia “offre a un giovane con la tua preparazione”. La classe sociale fa la differenza: il 90% di coloro che appartengono a una fascia bassa pensano che il Paese offra possibilità “scarse” o “limitate” relativamente alla propria preparazione. I giovani di fascia alta hanno un po’ più di fiducia: il 20% le ritiene “adeguate”.
Di chi è la colpa di questa situazione?
La crisi, ma non solo. L’analisi che i giovani compiono offre diversi motivi di riflessione. Per quasi il 30% il problema principale sono i limiti strutturali del mercato che dà poche occasioni, bassa qualità e contratti brevi e precari. In secondo luogo viene la situazione economica complessiva, al terzo posto la “preferenza data ai raccomandati”, al quarto la “minore esperienza” (15,4%). Concorrenza degli immigrati e regole troppo rigide si attestano attorno al 5% delle risposte. Solo un intervistato su cento ritiene che i giovani rifiutino alcuni lavori.
Si riscopre quindi il lavoro manuale (pochissimi lo respingono), ma a certe condizioni: remunerazione adeguata, creatività e flessibilità d’orario sono gli aspetti decisivi.
Nella scala dei lavori all’ultimo posto delle preferenze figurano quelli in cui più comunemente le nuove generazioni trovano facili occasioni di impiego, ma evidentemente di bassa qualità. Pochissimi consiglierebbero ad un amico di fare il telefonista di call center (3.5%), l’operatore di fast food (4.2%), o il distributore di volantini (1.6%). Al limite, a parità di stipendio, meglio l’operatore ecologico che lavori di questo tipo (4.6% contro 4.2% donne).

Piuttosto che occupazioni manuali di basso livello nel settore dei servizi, spesso legati a condizioni di precarietà e sfruttamento, ci sono il lavoro operaio (6.9%) o quello agricolo (7.7%).
Tra i lavori di profilo medio-basso la preferenza per i maschi va comunque all’impiego in fabbrica come tecnico specializzato (27.1%), mentre per le donne prevale l’attività di commessa/cassiera (31.6%).
In ogni caso il tema della soddisfazione nel lavoro interessa molto i giovani. Per questo il titolo di studio resta comunque un elemento di rilievo -meno di uno su tre tra gli intervistati pensa che non conti- ma per la grande maggioranza degli intervistati ci sono 4 fattori ancora più importanti: l’impegno, le competenze, le capacità relazionali e la disponibilità.
Naturalmente uno degli elementi della qualità del lavoro è il reddito: una remunerazione attorno ai 1500 euro mensili è ritenuta un giusto obiettivo da raggiungere alla soglia dei 35 anni in base alla propria formazione. Solo una limitata minoranza indica 2000 euro o più: in particolare il 26.1% dei maschi e il 17.9% delle donne. Anche tra i laureati la differenza di genere nelle aspettative rimane elevata: meno del 30% delle donne contro il 45% dei maschi pensa che una persona con la propria formazione possa arrivare oltre i 2000 euro.
Flessibilità e adattabilità: la grande maggioranza non considera problematico un lavoro che implichi un cambio frequente di committenti: meno del 10% lo considera un problema molto rilevante e oltre due su tre ritiene poco o per nulla rilevante. Valori di problematicità molto bassi presenta anche l’adattamento ai tempi di lavoro. Impegno festivo e cambio frequente di orari sono ampiamente accettati, un po’ meno il lavoro notturno (considerato molto problematico dal 17.4% degli intervistati, e poco o per nulla dal 53.2%). Le frequenti trasferte trovano una forte resistenza solo dal 15.5% degli intervistati (poco o per nulla il 55.6%), e il pendolarismo da quasi il 20% (ma doppia è la quota di chi lo considera poco o per nulla rilevante).
“I risultati ottenuti”, afferma il prof. Alessandro Rosina tra i coordinatori dell’indagine, “contribuiscono a superare una serie di stereotipi sul rapporto tra giovani e mondo del lavoro. Quello che le nuove generazioni disdegnano non è di per sé il lavoro manuale – che può essere stimolante e appagante – ma lo sfruttamento e la mancanza di valorizzazione. Quello che temono sono offerte di impiego che intrappolano in condizione di precarietà, in cui impegno e competenze non vengono riconosciute. Senza un miglioramento qualitativo del contributo dei giovani al sistema produttivo, in qualsiasi settore, difficilmente l’Italia può tornare a crescere e ad essere competitiva”.

GRAFICI E TABELLE:


“A tuo parere, l’Italia quante possibilità di trovare lavoro offre ad un giovane con la tua preparazione?” [Per genere]

  Maschi Femmine
Adeguate 14.8 9.1
Limitate 33.0 32.5
Scarse 52.2 58.4
TOT 100 100

 

 


“A tuo parere, l’Italia quante possibilità di trovare lavoro offre ad un giovane con la tua preparazione?” [Per classe sociale di appartenenza]

  Bassa Media Alta
Adeguate 9.3 14 18.7
Limitate 31.5 32.2 40.5
Scarse 59.2 53.8 40.8
TOT 100 100 100

 

 


Qual è il motivo principale per cui l’Italia NON offre a giovani molte opportunità di trovare lavoro?

  %
Mercato offre solo impieghi precari 29.4
Situazione economica 19.1
Minor esperienza dei giovani 15.4
Vengono preferiti i raccomandati 15.9
Mancanza di investimenti 7.9
Concorrenza degli immigrati 5.2
Regole troppo rigide per assunzione 5
Formazione scarsa 1
Giovani non accettano alcuni lavori 1.1
TOT 100

 

 

  


Quanto saresti disponibile a fare un lavoro manuale se…

  Molto Abbastanza Poco/per nulla TOT
…ben pagato 29.2 55.3 15.5 100
…creativo 33.9 44.4 21.7 100
… con orario flessibile 20.5 46.1 33.4 100

 


Quale lavoro consiglieresti ad un amico se ricevesse un’offerta tra quelli seguenti (a parità di stipendio)?

Tipo di lavoro %
Tecnico specializzato fabbrica 24
Cassiere/commesso 23.1
Ausiliario traffico 13.8
Lavoratore impresa agricola 7.7
Operaio in fabbrica 6.9
Lavoratore edile 5.4
Meccanico di officina 5.2
Operatore ecologico 4.6
Operatore fast food 4.2
Telefonista di call center 3.5
Distributore volantini 1.6
TOT 100

 

 

 


Quanto consideri problematici i seguenti aspetti legati dell’attività lavorativa?

  Molto Abbastanza Poco o per nulla TOT
Trasferimento all’estero 28.1 29.2 42.7 100
Lavoro che richiede pendolarismo 17.6 38.7 43.7 100
Trasferimento in Italia 18 28.6 53.4 100
Lavoro di notte 17.4 29.4 53.2 100
Frequenti trasferte 15.5 28.9 55.6 100
Cambio frequente orari di lavoro 12.1 33 54.9 100
Lavoro festivo 11.6 28 60.4 100
Cambio frequente di committenti 7.4 20.6 72 100
Cambio frequente di colleghi 7 25.5 67.5 100

 


Grado di importanza dei seguenti fattori nel determinare il successo professionale:

  Molto Abbastanza Poco/per niente
L’impegno 70.4 23.1 6.5 100
Le competenze 64.3 29.8 5.9 100
Le capacità relazionali 60.5 34.9 4.6 100
La disponibilità 60.5 33.8 5.7 100
La rete dei contatti 46.7 42.1 11.2 100
La reputazione 40.6 46.2 13.2 100
Il titolo di studio 27.1 42.7 30.2 100

 

 

 


Salario per una persona del proprio livello di formazione al trentacinquesimo anno di età:

Salario che ritengono adeguato Salario che pensano avranno
Uomo Donna Uomo Donna
Fino a 1500 34.2 39.5 45.5 61.0
Tra 1500 e 2000 37.3 38.8 31.3 22.6
2000 e oltre 26.1 17.9 18.8 10.3
Non so 2.4 3.7 4.3 6.0
TOT 100.0 100.0 100.0 100.0

Picture: © Jorge Quinteros on Flickr [CC BY-NC-ND 2.0]




Taranto 2021- LE PROPOSTE E IL DECALOGO

Taranto 2021

LE PROPOSTE

1 Tassare i mali non i beni. Riforma della fiscalità ambientale sul modello tedesco, tassando ad esempio le emissioni di CO2

2 Appalti non a prezzo minimo. Il criterio del massimo ribasso incentiva lo sfruttamento del lavoro, l’evasione fiscale e la delocalizzazione

3 Lavoro con bonus sociali e ambientali. La transizione ecologica deve prevedere anche un sistema di premialità che non riguardi solo i profitti ma anche il taglio di emissioni e di incidenti sul lavoro

4 Incentivi per meno CO2. Incentivi ad industrie allevamenti e agricoltura per ridurre la produzione di anidride carbonica

5 Decarbonizzazione dellʼindustria. Incentivi specifici per la transizione energetica per i settori dell’acciaio, della plastica e del cemento

6 Costo ambientale di produzione. Introdurre una tassa per chi esporta prodotti in Europa senza rispettare gli standard europei di produzione

7 Bilancio sociale da estendere. Introdurre la rendicontazione non finanziaria obbligatoria per le imprese con almeno 250 dipendenti (e non solo per quelle con 500)

8 Obiettivo generatività. Gli indicatori di generatività (economica, sociale, demografica, per le generazioni) devono diventare riferimento per la politica

9 Bond sociali per le comunità. Emissione di bond sociali di territorio per finanziare attività, opere e progetti che accrescano il fattore competitivo e valorizzino le comunità

10 Sostenibilità dellʼabitare. Estendere l’approccio positivo del superbonus sull’efficientamento energetico degli immobili (110%) ad altri ambiti come i consumi indiretti, a partire da quello idrico, e il contesto urbanistico in termini di trasporto pubblico

11 Formazione e lavoro. Il lavoro deve tornare al centro dei processi formativi attraverso tre strumenti: apprendistato, alternanza e Its (Istituti tecnici superiori)

IL DECALOGO

Dieci stili di vita personali e comunitari per lo sviluppo sostenibile

Luca Mazza inviato a Taranto (AVVENIRE 24 ottobre 2021)

Sono le singole scelte di consumo sostenibili, le decisioni orientate a un risparmio responsabile e le iniziative di cittadinanza attiva a favorire la diffusione di modelli capaci di coniugare sviluppo e ambiente. Da questa consapevolezza nascono le proposte di stili di vita personali e comunitari lanciate dalla Settimana sociale dei cattolici di Taranto. La sfida di legare lo sviluppo a una sostenibilità socio-ambientale, del resto, è un impegno che riguarda tutti, per cui il contributo di ogni cittadino diventa decisivo. Nello specifico vengono lanciati dieci suggerimenti che vanno dalle iniziative formative ai comportamenti in campo energetico.

Il primo punto consiste nell’educare alla sostenibilità integrale la cittadinanza, attraverso programmi straordinari di aggiornamento delle conoscenze e delle sensibilità per fasce di età 35-45 anni con bassa scolarizzazione.
La seconda richiesta esplicita riguarda la spinta al consumo e la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Come? Per esempio grazie alla creazione di “comunità energetiche” (gruppi di famiglie o reti di imprese che diventano prosumer di energia realizzando i propri impianti di produzione da fonti rinnovabili) che rappresentano un’opportunità nuova ed importante per realizzare contemporaneamente diversi obiettivi positivi.
La terza “raccomandazione” è sintetizzabile nello slogan “No plastic”, sostituendo la plastica monouso con prodotti creati da materiali riciclabili.
Sulla stessa linea c’è anche il quarto punto: valorizzare l’agricoltura km 0 in un’ottica di lotta agli sprechi e agli scarti.
Il quinto invito è racchiuso nel titolo “Città fratelli tutti”: facendo riferimento all’enciclica di papa Francesco si chiede di operare affinché i centri urbani si prendano cura del prossimo.
Nella lista dei eco-comportamenti da adottare rientra anche l’utilizzo di mezzi di trasporto a minore impatto sulle emissioni climalteranti (6), la cura dei territori adoperandosi per la pulizia degli spazi pubblici delle città (7); il contrasto alla speculazione e alla finanza che non genera ecologia integrale, privilegiando investimenti in fondi responsabili (8).
Gli ultimi due “stili di vita” consigliati sono comunitari e rappresentano un appello a fare squadra: lavorare assieme alle tante reti ed associazioni dei territori che s’impegnano a valorizzare i beni comuni ambientali- sociali-culturali locali (9); attivarsi per azioni di advocacy e class action (10) contro speculazione e inquinatori.




Taranto 2021 – Manifesto dell’Alleanza proposto dai giovani

Taranto 2021 – Manifesto dell’Alleanza proposto dai giovani

23 OTTOBRE 2021
Questo manifesto è l’inizio di un cammino, partito alcuni mesi fa da un gruppo di giovani che hanno deciso di sognare e diventare insieme viandanti verso il pianeta sperato: ciascuno con la ricchezza della sua fede e delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, ma all’unisono. Siamo tutti parte di un’unica umanità, ci riscopriamo parte di un’alleanza oltre le barriere, che ci invita ad incontrarci in un “noi” più grande e più forte. Il manifesto dell’Alleanza non è un documento statico, ma un esperimento politico di comunità che si costruisce giorno per giorno. L’alleanza è il frutto concreto della “conversione”. Il nostro punto di riferimento è l’alleanza del creato di Noè, di Abramo e di Gesù; per questo ci sentiamo aperti a camminare con tutte le persone di buona volontà. Alla Settimana Sociale dei cattolici di Taranto abbiamo deciso di proporre un modello di condivisione, di cooperazione discernimento collettivo che ci permetta insieme di rigenerare e condividere i rischi della transizione. Il manifesto è un messaggio di speranza che si basa su impegni concreti di alleanze per la transizione ecologica, economica e sociale integrale, speranza e impegni che ci fanno riscoprire fratelli e sorelle. Questo cammino si costituisce di tappe rigenerative, di Agorà digitali, di un Nuovo Vocabolario e di linee guida per alleanze concrete. Si cammina a ritmi diversi, ognuno al proprio passo. Si può essere aderente, a livello sia elaborativo / fondativo che concreto, sostenitore, accompagnando il processo con supporto tecnico o organizzativo, custode, vigilando sul processo e aiutandolo a rimanere vivo.  Il cammino continua anche dopo Taranto attraverso quattro “voci”, verbi dell’alleanza, che all’unisono mantengono viva la chiamata all’alleanza:

– seminare e dare testimonianza, continuando a lavorare sulle alleanze create

– progetti pilota,

– accompagnare e moltiplicare, promuovendo la nascita di nuove alleanze e svolgendo un ruolo di coordinamento e supporto,

– incontrare, accogliere ed ascoltare, continuando a mantenere viva la rete di giovani,
– annunciare, promuovendo la partecipazione di altri giovani tramite iniziative puntuali nel tempo capaci di coinvolgere ed entusiasmare, dando visibilità al lavoro dell’alleanza.

Come Giovani crediamo sia essenziale partire da sette punti cardine, lievito “impastato” con la realtà e la concretezza di ogni territorio per crescere cento volte tanto.

  1. Far fiorire l’ambiente.  Attraverso l’ambiente possiamo stringere nuove alleanze nei territori tra associazioni, amministrazioni, diocesi, aziende, centri di formazione e parrocchie. Facciamo “squadra” con obiettivi concreti a sostegno di una conversione ecologica integrale per illuminare il futuro.  Riscopriamo la sostenibilità come nuovo orizzonte di fraternità.
  1. Imparare e contribuire insieme. Bambine e bambini, ragazze e ragazzi, giovani e adolescenti, sono cittadine e cittadini attivi, impegnati in prima persona nella costruzione del bene comune. Creiamo insieme comunità educanti, capaci di attivare alleanze con il mondo della scuola e la società civile. I giovani siano protagonisti di processi rigenerativi immaginati da loro e con loro. Costruiamo insieme un vero sistema educante
  1. L’imprenditoria dinamica e sostenibile. Favoriamo la proliferazione di iniziative imprenditoriali. Creiamo alleanze tra imprenditrici e imprenditori, riscoprendoci fratelli e sorelle tramite la condivisione di esperienze e desideri. Il sistema imprenditoriale crei una forte sostenibilità economica, sociale e ambientale con i lavoratori, il territorio e la pubblica amministrazione. Creiamo un nuovo modo di fare impresa
  1. Tradizione e inclusione nelle Comunità locali Incrementiamo la partecipazione ai processi di valorizzazione delle comunità locali per il bene comune. Creiamo alleanze tra cittadine e cittadini per generare processi di corresponsabilità. Riscopriamo la diversità come profonda ricchezza da custodire. I cittadini siano i primi alleati della pubblica amministrazione per rigenerare spazi verdi e donare nuova vita agli immobili in disuso. Puntiamo ad essere Communitas, torniamo ad essere dono
  1. Protagonismo e Coinvolgimento per continuare a viaggiare. Riconosciamo le competenze di ogni singolo giovane, indipendentemente dalle organizzazioni di appartenenza, per rinsaldare l’alleanza e riconoscerci in un “noi” che cammini insieme verso obiettivi comuni con strumenti condivisi. Manteniamo vivi i canali di ascolto ed i processi partecipativi e lasciamo un’impronta ben visibile nel tragitto percorso dalla società. Diventiamo “Noi”, per “Essere Uno”
  1. Corresponsabilità condivisa, per non pesare a nessuno. Creiamo un’alleanza di corresponsabilità tra i giovani e le diocesi, perché queste ultime si riscoprano luoghi di incontro e di accoglienza. Diamo in questo modo concretezza ai progetti e ai processi, con fiducia verso i giovani e il diritto all’errore. Trasformiamo il nostro stile di vita in testimonianza 
  1. Generare per Vivere. Ogni firmataria e ogni firmatario sia portatore sano di questo manifesto, organizzi momenti di restituzione e di confronto. Il cammino iniziato continui insieme, facendoci sentire parte attiva di una stessa comunità, portatori del virus della generatività per contagiare con la nostra quotidianità le future generazioni. Diveniamo simboli di GENERATIVITÀ

Divertiamoci INSIEME nella condivisione e nella riscoperta di alleanze, con la gioia di chi spera, la fiducia attiva di chi si sente parte di un’alleanza, e l’impegno di chi si sente madre, padre, fratello, sorella, figlia e figlio per le nuove generazioni e il proprio pianeta.
Che questo documento sia davvero l’inizio e non la meta…e che sia una strada da percorrere tutti




MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO per la 49ª SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI ITALIANI

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALLA 49ª SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI ITALIANI
«Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso» [Taranto, 21-24 ottobre 2021]

Cari fratelli e sorelle,
saluto cordialmente tutti voi che partecipate alla 49Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, convocata a Taranto. Rivolgo il mio saluto fraterno al Cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, all’Arcivescovo Filippo Santoro e ai Vescovi presenti, ai membri del Comitato Scientifico e Organizzatore, ai delegati delle diocesi italiane, ai rappresentanti dei movimenti e delle associazioni, a tutti gli invitati e a quanti seguono l’evento a distanza.
Questo appuntamento ha un sapore speciale. Si avverte il bisogno di incontrarsi e di vedersi in volto, di sorridere e di progettare, di pregare e sognare insieme. Ciò è tanto più necessario nel contesto della crisi generata dal Covid, crisi insieme sanitaria e sociale. Per uscirne è richiesto un di più di coraggio anche ai cattolici italiani. Non possiamo rassegnarci e stare alla finestra a guardare, non possiamo restare indifferenti o apatici senza assumerci la responsabilità verso gli altri e verso la società. Siamo chiamati a essere lievito che fa fermentare la pasta (cfr Mt 13,33).
La pandemia ha scoperchiato l’illusione del nostro tempo di poterci pensare onnipotenti, calpestando i territori che abitiamo e l’ambiente in cui viviamo. Per rialzarci dobbiamo convertirci a Dio e imparare il buon uso dei suoi doni, primo fra tutti il creato. Non manchi il coraggio della conversione ecologica, ma non manchi soprattutto l’ardore della conversione comunitaria. Per questo, auspico che la Settimana Sociale rappresenti un’esperienza sinodale, una condivisione piena di vocazioni e talenti che lo Spirito ha suscitato in Italia. Perché ciò accada, occorre anche ascoltare le sofferenze dei poveri, degli ultimi, dei disperati, delle famiglie stanche di vivere in luoghi inquinati, sfruttati, bruciati, devastati dalla corruzione e dal degrado.
Abbiamo bisogno di speranza. È significativo il titolo scelto per questa Settimana Sociale a Taranto, città simbolo delle speranze e delle contraddizioni del nostro tempo: «Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso». C’è un desiderio di vita, una sete di giustizia, un anelito di pienezza che sgorga dalle comunità colpite dalla pandemia. Ascoltiamolo. È in questo senso che vorrei offrirvi alcune riflessioni che possano aiutarvi a camminare con audacia sulla strada della speranza, che possiamo immaginare contrassegnata da tre “cartelli”.


Il primo è l’attenzione agli attraversamenti. Troppe persone incrociano le nostre esistenze mentre si trovano nella disperazione: giovani costretti a lasciare i loro Paesi di origine per emigrare altrove, disoccupati o sfruttati in un infinito precariato; donne che hanno perso il lavoro in periodo di pandemia o sono costrette a scegliere tra maternità e professione; lavoratori lasciati a casa senza opportunità; poveri e migranti non accolti e non integrati; anziani abbandonati alla loro solitudine; famiglie vittime dell’usura, del gioco d’azzardo e della corruzione; imprenditori in difficoltà e soggetti ai soprusi delle mafie; comunità distrutte dai roghi… Ma vi sono anche tante persone ammalate, adulti e bambini, operai costretti a lavori usuranti o immorali, spesso in condizioni di sicurezza precarie. Sono volti e storie che ci interpellano: non possiamo rimanere nell’indifferenza. Questi nostri fratelli e sorelle sono crocifissi che attendono la risurrezione. La fantasia dello Spirito ci aiuti a non lasciare nulla di intentato perché le loro legittime speranze si realizzino.
Un secondo cartello segnala il divieto di sosta. Quando assistiamo a diocesi, parrocchie, comunità, associazioni, movimenti, gruppi ecclesiali stanchi e sfiduciati, talvolta rassegnati di fronte a situazioni complesse, vediamo un Vangelo che tende ad affievolirsi. Al contrario, l’amore di Dio non è mai statico e rinunciatario, «tutto crede, tutto spera» (1 Cor 13,7): ci sospinge e ci vieta di fermarci. Ci mette in moto come credenti e discepoli di Gesù in cammino per le strade del mondo, sull’esempio di Colui che è la via (cfr Gv 14,6) e ha percorso le nostre strade. Non sostiamo dunque nelle sacrestie, non formiamo gruppi elitari che si isolano e si chiudono. La speranza è sempre in cammino e passa anche attraverso comunità cristiane figlie della risurrezione che escono, annunciano, condividono, sopportano e lottano per costruire il Regno di Dio. Quanto sarebbe bello che nei territori maggiormente segnati dall’inquinamento e dal degrado i cristiani non si limitino a denunciare, ma assumano la responsabilità di creare reti di riscatto. Come scrivevo nell’Enciclica Laudato sì’, «non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore non può considerarsi progresso» (n. 194). Talvolta prevalgono la paura e il silenzio, che finiscono per favorire l’agire dei lupi del malaffare e dell’interesse individuale. Non abbiamo paura di denunciare e  contrastare l’illegalità, ma non abbiamo timore soprattutto di seminare il bene!
Un terzo cartello stradale è l’obbligo di svolta. Lo invocano il grido dei poveri e quello della Terra. «La speranza ci invita a riconoscere che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi» (n. 61). Il Vescovo Tonino Bello, profeta in terra di Puglia, amava ripetere: «Non possiamo limitarci a sperare. Dobbiamo organizzare la speranza!». Ci attende una profonda conversione che tocchi, prima ancora dell’ecologia ambientale, quella umana, l’ecologia del cuore. La svolta verrà solo se sapremo formare le coscienze a non cercare soluzioni facili a tutela di chi è già garantito, ma a proporre processi di cambiamento duraturi, a beneficio delle giovani generazioni. Tale conversione, volta a un’ecologia sociale, può alimentare questo tempo che è stato definito “di transizione ecologica”, dove le scelte da compiere non possono essere solo frutto di nuove scoperte tecnologiche, ma anche di rinnovati modelli sociali. Il cambiamento d’epoca che stiamo attraversando esige un obbligo di svolta. Guardiamo, in questo senso, a tanti segni di speranza, a molte persone che desidero ringraziare perché, spesso nel nascondimento operoso, si stanno impegnando a promuovere un modello economico diverso, più equo e attento alle persone.
Ecco, dunque, il pianeta che speriamo: quello dove la cultura del dialogo e della pace fecondino un giorno nuovo, dove il lavoro conferisca dignità alla persona e custodisca il creato, dove mondi culturalmente distanti convergano, animati dalla comune preoccupazione per il bene comune. Cari fratelli e sorelle, accompagno i vostri lavori con la preghiera e con l’incoraggiamento. Vi benedico, augurandovi di incarnare con passione e concretezza le proposte di questi giorni. Il Signore vi colmi di speranza. E non dimenticatevi, per favore, di pregare per me.

Roma, San Giovanni in Laterano, 4 ottobre 2021
Festa di San Francesco d’Assisi

FRANCESCO