Le nuove «linee guida» della Polizia e quel grido di Fakir
Avvenire

Le nuove «linee guida» della Polizia e quel grido di Fakir rimasto inascoltato.
di Vincenzo R. Spagnolo (Avvenire 21 luglio 2026)

In una circolare varata a maggio, il Dipartimento di pubblica sicurezza indicava agli agenti l’approccio da seguire per gestire persone non collaborative: «Se il soggetto mostra segni di malessere», bisogna «allentare la presa, posizionarlo su un fianco e chiamare i sanitari». Mentre il 42enne invocava aiuto, quelle regole vennero seguite?

Sarà la magistratura a stabilire se i due poliziotti al centro degli accertamenti sul decesso del 42enne marocchino Abderrahim Fakir abbiano interpretato correttamente i protocolli di intervento o no. Stando alle prime verifiche della Procura di Bologna, quando avevano chiesto aiuto al 118, gli agenti intervenuti in via Svevo avrebbero segnalato un uomo con una crisi psichiatrica. Sul tipo di approccio previsto, dal maggio scorso, il Dipartimento di Pubblica sicurezza ha elaborato un documento di 18 pagine con «linee guida» – che Avvenire ha visionato – per contenere le «persone non collaborative». Un insieme di indicazioni che – secondo quanto annota in una lettera di accompagnamento del testo inviato ai sindacati di polizia la viceprefetto Maria De Bartolomeis, direttrice dell’Ufficio per le relazioni sindacali della Polizia presso il Dipartimento di Pubblica sicurezza – «hanno lo scopo di fornire al personale, specie a quello impegnato nei servizi di controllo del territorio, un supporto per affrontare in modo consapevole l’approccio alle persone non collaborative e i rischi che possono derivare, a tutela della propria e altrui incolumità». Cosa viene suggerito in quel testo? Vediamolo.
La «proporzionalità» nei mezzi di coazione e il rischio di eccesso colposo.
Il testo, articolato in tre parti (riferimenti normativi; profili operativi; istruzioni operative), parte da una premessa: non esistendo definizioni normative per la categoria «persone non collaborative», l’espressione si riferisce a soggetti non facilmente gestibili, che manifestino in modo evidente e violento un’opposizione o un rifiuto all’osservanza di regole e ordini». Si fa riferimento al quadro legislativo, a partire dagli articoli 51, 52 e 53 del Codice penale (in cui si esclude la punibilità se l’agente ha agito adempiendo a un dovere o eseguendo un ordine legittimo e si introduce il concetto di proporzionalità fra offesa e difesa, il che impone di graduare l’uso dei mezzi di coazione fisica e delle armi in dotazione) e si menzionano le tipologie di «eccesso colposo».
«Se il soggetto mostra segni di malessere, allentare la presa, posizionarlo su un fianco e chiamare i sanitari».
Nel secondo blocco del testo si esaminano le modalità d’intervento: dalla gestione del soggetto che non collabora; all’uso degli strumenti in dotazione; fino alla «tutela sanitaria» di un soggetto fragile, che potrebbe essere «in uno stato di alterazione psico-fisica» causato anche da abuso di stupefacenti o alcolici. Fra le indicazioni, spicca in neretto quella di privilegiare, «laddove possibile, un approccio iniziale» basato sulla «comunicazione empatica» (sul modello dei cosiddetti “negoziatori”), con domande del tipo «Ha bisogno di un medico?» e di «evitare atteggiamenti provocatori e polemici». Qualora l’approccio non dovesse riuscire, l’operatore può usare i mezzi in dotazione, ma con proporzionalità e gradualità, cercando di tutelare anche l’incolumità dello stesso «autore della minaccia», in osservanza del canone fissato dalla Cassazione sul cosiddetto «agente modello», con pronunce miliari come quella del 2012 sul caso di Federico Aldrovandi (che suggeriscono di immobilizzare la persona «con l’uso della minor violenza possibile» per evitare il rischio di conseguenze lesive «o addirittura letali»). Quali mezzi di coercizione fisica vanno usati e come? Ci sono indicazioni sull’impiego delle armi da fuoco, dello spray al peperoncino, dello sfollagente e dei taser elettrici (in uso dal 2022 non senza problemi, ma che nel caso di Bologna non sono stati impiegati). Le «manette di sicurezza» sono ritenute obbligatorie se c’è rischio di fuga o il fermato sia pericoloso, altrimenti sono vietate. E ci sono regole pure per le fasce in velcro (in dotazione dal 2018) che prevedono che la persona venga «stesa a terra senza fare pressione sugli organi interni». Nel testo si menziona la possibilità di ottenere l’ausilio di sanitari e limitare il controllo fisico del soggetto al momento dell’arresto, per breve durata e soltanto in funzione del rapido ammanettamento. Ma il «contenimento fisico dovrà essere limitato al tempo necessario e mantenuto per il minor tempo possibile. Inoltre per contenere un soggetto in alterazione psichiatrica, si valuterà di richiedere un Tso con l’intervento della polizia locale».  La circolare precisa che l’intervento coercitivo presenta dei rischi, che tuttavia possono essere mitigati mediante un corretto impiego delle tecniche operative. Ad esempio,  «non va prolungata la posizione di decubito prono e la compressione del torace per i rischi al sistema cardiaco e respiratorio: il fermato, una volta messo in sicurezza, dovrà essere posto in posizione di decubito laterale nell’attesa dei sanitari». Soprattutto, a pagina 11 si prevede che «qualora il soggetto mostri segni di malessere, la presa dovrà essere allentata immediatamente, posizionandolo su un fianco e verificando che sia in condizione di respirare regolarmente, richiedendo l’intervento di personale sanitario». Mentre Fakir invocava ripetutamente «aiuto»,  come mostra il video girato da un cittadino e trasmesso da tv e siti web, quelle indicazioni elencate con meticolosità nelle recentissime «linee guida» vennero seguite o disattese da chi operava?
I dubbi del sindacato: testo «lacunoso», occorrono integrazioni sul disagio mentale
Nella lettera ai sindacati, la viceprefetto De Bartolomeis chiedeva di far pervenire eventuali osservazioni sulle linee guida entro il 19 maggio. Una delle sigle, il Silp-Cgil, ha risposto 6 giorni prima, mostrando «rammarico» per l’approccio solo «giuridico/operativo» del testo, ritenuto «completamente lacunoso» rispetto «a informazioni atte al riconoscimento e alla distinzione delle condizioni di salute mentale, dei comportamenti guidati da crisi ad alto rischio». Il sindacato riteneva essenziali «competenze che aiutino a riconoscere i disturbi e i sintomi riferiti al disagio mentale quali fattori di rischio che possono contribuire all’escalation o al danno auto-diretto». E chiedeva di implementare il documento, anche in collaborazione con gli psicologi della stessa Polizia. Una implementazione che finora non c’è stata, fanno sapere fonti sindacali, che adesso – anche alla luce dei fatti di Bologna – sollecitano l’attenzione dei vertici del Dipartimento.




QUELLA PISTOLA COME SOUVENIR
Card. Battaglia (Avvenire)

QUELLA PISTOLA E LA MORTE COME SOUVENIR.
Don Mimmo Battaglia, cardinale arcivescovo di Napoli (AVVENIRE 11/07/2026)

Il regalo del governo di Ankara e la responsabilità dei potenti della terra
Ai potenti della terra, pace a voi! Il male non arriva sempre sfondando una porta. A volte entra in silenzio. Indossa un abito elegante. Sorride davanti alle telecamere. Viene deposto in un astuccio, accompagnato da un biglietto, offerto con tutti gli onori. E per qualche istante nessuno riconosce più il male, perché ha imparato le buone maniere. È questo che mi ferisce nel gesto compiuto ad Ankara: non soltanto una pistola donata ai rappresentanti dei Paesi della Nato, ma la morte trasformata in cortesia. La possibilità di togliere la vita divenuta souvenir, memoria ufficiale, oggetto da esporre. Abbiamo addomesticato le armi fino al punto di poterle regalare. Questo è il vero scandalo.
Ci dite che si tratta di un simbolo. Ma sono proprio i simboli a educare il mondo. Arrivano prima delle leggi, penetrano più in profondità dei discorsi, insegnano silenziosamente ciò che una civiltà considera normale. E quel dono insegna che il potere deve riconoscersi nel metallo di una pistola. Che un uomo importante è un uomo armato. Che tra governanti ci si può rendere omaggio consegnandosi, con eleganza, la possibilità della morte.
Sulla canna è stato inciso il nome di chi riceveva l’arma. Ma ogni pistola porta sempre un secondo nome, invisibile. È il nome dell’uomo contro il quale potrebbe essere puntata. Il nome della donna che potrebbe restare senza marito. Il nome del bambino che potrebbe attendere inutilmente il ritorno di suo padre. Il vero destinatario di un’arma non è mai soltanto colui che la riceve. È il corpo sconosciuto che un giorno potrebbe incontrarne il proiettile.
Per questo non riesco a considerare quel gesto una semplice eccentricità diplomatica. Esso racconta un’idea del mondo. Un mondo in cui abbiamo imparato a misurare la sicurezza contando le armi, senza più domandarci quanta paura occorra seminare per custodirla. Un mondo che chiama equilibrio il terrore reciproco e pace l’intervallo durante il quale nessuno ha ancora sparato.
Da cristiano, non posso accettarlo. Il Vangelo ci ha consegnato un’altra immagine del potere. Cristo, nella notte in cui tutto avrebbe potuto spingerlo a difendersi, non mise un’arma nelle mani dei suoi discepoli. Mise un asciugatoio intorno alla vita. Si inginocchiò davanti a loro e lavò dei piedi stanchi. Da una parte, un’arma offerta in piedi, tra uomini potenti. Dall’altra, Dio inginocchiato davanti all’uomo.
Sono due civiltà. Bisogna scegliere.
Noi cristiani non siamo ingenui. Conosciamo la violenza. La incontriamo nei quartieri abbandonati, nelle case dove manca il pane, nei corpi dei migranti, nei figli restituiti alle madri dentro una bara. Sappiamo che il male esiste. Proprio per questo rifiutiamo di renderlo elegante. Rifiutiamo di adornarlo, di lucidarlo, di trasformarlo in un segno di prestigio.
Un’arma non diventa innocente perché viene donata. Non diventa muta perché non spara. Non diventa umana perché porta inciso un nome.
Chiedo dunque a voi, responsabili delle nazioni, di non custodire quel dono come un trofeo. Non limitatevi a lasciarlo in una stanza, lontano dagli sguardi, come se bastasse nascondere un simbolo per cancellarne il significato. Fate qualcosa di più difficile. Rifiutate l’idea che la morte possa essere una forma di omaggio. Dite pubblicamente che nessun patto tra popoli ha bisogno di riconoscersi in una pistola. Dite che la dignità di una nazione non coincide con la quantità di paura che riesce a produrre. Dite che la sicurezza non è il privilegio di chi può sparare per primo, ma il diritto di tutti a non essere colpiti.
E al prossimo vertice lasciate una sedia vuota. Non per un presidente, non per un generale, non per un ministro. Lasciatela per l’uomo senza nome che paga sempre il prezzo delle vostre decisioni. Per colui che non partecipa ai vertici, non firma trattati, non compare nelle fotografie, ma finisce sotto le macerie quando la diplomazia fallisce. Guardate quella sedia prima di parlare di armi. Forse allora comprenderete che la pace non è una debolezza da correggere, ma una responsabilità davanti alla quale inginocchiarsi. Perché il potere che non sa inginocchiarsi davanti alla vita finirà sempre per inginocchiarsi davanti alle armi. E quel giorno, per quanto solenni siano le cerimonie, avremo già perduto tutti.




Per terremotati Venezuela

Terremoto

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Combustibili fossili per la guerra, energie rinnovabili per la pace e la giustizia sociale

Combustibili fossili per la guerra e la disuguaglianza, o energie rinnovabili per la pace e la giustizia sociale
Giulio Marchesini e Enrico Gagliano (Associazione Energia per l’Italia)

 La guerra all’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz sono solo l’ultima di una lunga serie di crisi iniziate proprio in Iran.
Il colpo di stato in Iran del 1953, noto come Operazione Ajax, fu un’operazione segreta orchestrata dalla CIA (USA) e dall’MI6 (Regno Unito) per rovesciare il primo ministro democraticamente eletto, Mohammad Mossadeq (talvolta scritto Mossadegh). Mossadeq, che aveva nazionalizzato l’industria petrolifera iraniana togliendola al controllo britannico, fu deposto il 19 agosto 1953. Il golpe ripristinò il potere assoluto dello scià Mohammad Reza Pahlavi, instaurando un regime autoritario sostenuto dall’Occidente.
Da allora le guerre combattute, direttamente o indirettamente, per il petrolio non si contano più: dall’Egitto alla Libia, dall’Iraq agli altri conflitti tra Israele e paesi confinanti. Ora siamo giunti al cuore dell’area petrolifera, con la guerra all’Iran, di cui si parla almeno fin dal 2008, che ha messo in crisi tutte le forniture energetiche.
Ma, come ha scritto recentemente Nicola Armaroli, “sole e vento non passano per lo stretto di Hormuz”, e nemmeno gli elettroni. Dipendere dai combustibili fossili significa dipendere dai conflitti. Ogni tentativo di proteggere militarmente una rotta energetica è destinato a fallire: nel Mar Rosso, un’operazione costata oltre un miliardo di dollari e quattro navi affondate non ha garantito alcuna sicurezza. E domani potrebbe essere lo Stretto di Malacca, il Canale di Panama o un nuovo embargo.
Non importa quale stretto si chiuda: qualsiasi crisi in un punto nevralgico del commercio globale paralizza un paese fossil-dipendente come l’Italia, che importa il 90% del gas e il 97% del petrolio. La strada del fossile è la strada degli armamenti e della vulnerabilità permanente.
Oggi il quadro è chiarissimo. Il governo degli Stati Uniti ha aperto un conflitto per la conquista del petrolio millantando ragioni di sicurezza nucleare e di ritorno alla democrazia, in sostanza spacciandolo per un’operazione umanitaria. Con l’amministrazione Trump, la maschera è definitivamente caduta: dal Venezuela all’Iran, da Cuba agli stati del Golfo, Trump afferma con orgoglio di volere un’America forte nell’interesse degli americani (la politica MAGA), ma anche per i suoi interessi economici personali. Così, al grido di “Drill, baby, drill”, gli Stati Uniti sono usciti da ogni accordo internazionale e hanno aumentato i profitti legati all’estrazione e alla vendita di petrolio e gas liquefatto, facendo pagare agli alleati il prezzo della loro politica commerciale.
Nonostante l’attuale rigurgito di politiche di retroguardia, la corsa verso le rinnovabili alimentata dal progresso tecnologico non può più essere fermata. Questo è nell’interesse del clima e del pianeta, ma anche a favore di una ricerca di pace e di democrazia che l’autoritarismo legato ai combustibili fossili non può soddisfare. La “Global Energy Review 2026” dell’IEA conferma il nuovo record di 800 GW di capacità rinnovabile realizzata in un anno, con il solare a coprire oltre il 25% della crescita della domanda mondiale. La penetrazione delle rinnovabili è legata al crollo dei costi del solare dell’87% dal 2010. In questo modo viene sistematicamente abbattuto il costo dell’energia, che ora è legato al prezzo della fonte energetica più costosa impiegata. Così, in Spagna, dove l’85% del tempo è coperto da energie rinnovabili come fonte primaria, il costo dell’energia per i cittadini è meno della metà di quanto pagano gli italiani, dove le rinnovabili, pur cresciute, fanno il prezzo dell’energia per meno del 20% del tempo. In un mercato nel quale la competizione per i combustibili fossili si fa sempre più accesa, solo attraverso le energie rinnovabili si può far scendere il prezzo dell’energia: mentre in Spagna il prezzo medio dell’elettricità è crollato a 42,83 €/MWh e in Germania si attesta intorno ai 99 €/MWh, in Italia il costo medio ha raggiunto i 143,7 €/MWh, oltre tre volte la media iberica e quasi il 45% in più rispetto alla Germania. L’Italia è ancora indietro, non per mancanza di sole o vento, ma per lentezza autorizzativa, veti incrociati e una visione miope di una parte del mondo ambientalista che col suo fuoco amico ostacola lo sviluppo di un settore chiave per l’indipendenza e la competitività nazionale in nome di una malintesa speculazione e di un “Bel Paese” che presto non potrà più essere tale per effetto della crisi climatica.
L’arretratezza italiana ha un costo sociale drammatico. La dipendenza da petrolio e gas importati, pagati come tributo all’America di Trump, si traduce in una bolletta da quasi 53 miliardi di euro all’anno (circa 900 euro a cittadino), a cui si aggiungono altri circa 48 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi. Oltre 100 miliardi di euro l’anno in uscita che alimentano un circolo vizioso: più fossili importiamo, più siamo esposti a tensioni geopolitiche, più aumentano le spese militari per proteggere le rotte con conseguenti tagli alla sanità, all’istruzione e al lavoro. Per non parlare delle 80.000 morti premature legate all’inquinamento ambientale in aree, come la Pianura Padana, tra le più insalubri e inquinate d’Europa.
I dati parlano chiaro: mentre la spesa militare esplode, i servizi sociali collassano. Nel 2025 l’Italia ha speso 45 miliardi di euro per la difesa (il 2,01% del PIL), in forte aumento rispetto all’1,52% del 2024. Per raggiungere l’obiettivo NATO del 5% del PIL entro il 2035, servirebbero altri 100 miliardi.
Intanto, la spesa sanitaria italiana è scesa al 6,1% del PIL, la più bassa in Europa, e la sua quota reale è diminuita di mezzo punto percentuale in un decennio. L’università ha subito oltre 200 milioni di tagli l’anno, mentre 35 miliardi sono stati destinati alle spese militari, e il potere d’acquisto delle famiglie continua a ridursi. Cinque milioni di italiani hanno già rinunciato alle cure mediche.
A tutto questo si aggiunge una dinamica spesso invisibile: gli shock dei prezzi del fossile colpiscono in modo differenziato uomini e donne, aggravando le disuguaglianze di genere. Le evidenze empiriche mostrano che l’aumento dei prezzi dell’energia ha un effetto negativo sull’occupazione femminile, ma non su quella maschile, ampliando il gender gap nei tassi di impiego ben oltre il breve periodo. Le donne diventano così le “ammortizzatrici sociali” della crisi: assorbono gli shock attraverso il proprio lavoro non pagato, rinunce a spese personali e, in molti contesti, una maggiore esposizione alla violenza. Anche in Italia, il fenomeno della povertà energetica ha un volto femminile specifico: nelle famiglie con più di due componenti e con donna over 51 unica o principale fonte di reddito, i tassi di povertà energetica raggiungono punte del 10-13%, ben al di sopra della media nazionale.
Di fronte a questa realtà insostenibile, serve un cambio di passo politico netto: una transizione decisa, giusta, stabile e partecipata, che diffonda i benefici in modo generalizzato – da Nord a Sud – e non trasformi la crisi energetica in una crisi sociale. Le rinnovabili ben governate non sono una semplice scelta ambientale. Sono una scelta di pace, di democrazia, di benessere diffuso, di sviluppo economico e di futuro condiviso. E tuttavia, uno studio curato dai ricercatori di BankItalia conferma che la crescita attuale delle energie rinnovabili è insufficiente per raggiungere gli obiettivi stabiliti nel Piano Nazionale Energia e Clima (PNIEC) ed è necessario accelerare.
Ce lo chiede oggi l’economia, con l’industria che continua a perdere competitività per lo sproporzionato costo dell’energia e ce lo chiedono i giovani che si vedono portar via il futuro mentre circolano nelle scuole le forze armate assieme a proposte di alternanza scuola-lavoro e celebrazioni ispirate alla “difesa”.
Ce lo chiede il documento della Conferenza Episcopale Italiana per una “pace disarmata e disarmante”, mentre la politica discute la ripresa di una leva militare, pur al momento solo volontaria, sospesa, non abolita nel 2005. In Germania un nuovo modello di leva militare è già operativo per tutti i neo-diciottenni dal 1° gennaio 2026.
Ce lo chiedono infine la ragione e il cuore: sole e vento sono l’unica vera indipendenza energetica che spezza il circolo vizioso: armi per il fossile, fossile per le armi, a scapito di sanità, istruzione e lavoro. Invertire questa rotta, prima ancora che energetica, è una scelta etica per politiche di pace, di democrazia e di giustizia sociale.




Io, cappellano in carcere e quel frigo negato
Don Riboldi

Io, cappellano in carcere e quel frigo negato: se vince la logica della punizione

di David Maria Riboldi (Cappellano Casa Circondariale Busto Arsizio e Fondatore La Valle di Ezechiele)

AVVENIRE 2 maggio 2026

Dal carcere di Busto Arsizio il racconto della realtà dei detenuti: “Sempre più restrizioni e scomodità. Sottinteso: hanno sbagliato, devono pagare”

Niente più frigo nelle celle! E lo sentiamo il coro che si alza, quello della società cosiddetta “civile”: beh sono in galera, non in un albergo! È giusto! Hanno sbagliato: devono pagare. Sottinteso: devono stare scomodi o, meglio ancora, più caustico: devono soffrire. Hanno fatto soffrire gli altri, ora tocca a loro. Niente frigo. Ci sta. Anzi: chi glieli ha messi? Del resto l’organo deputato alla gestione delle carceri si chiama “Amministrazione penitenziaria”. Ossia amministrazione della penitenza, della sofferenza, di quel quid afflittivo che sarebbe necessario a proteggere la società con le sue regole e a fare da effetto deterrente. Spoiler: non ha mai funzionato granché. Ora, questa gestione della sofferenza accade con circolari, alcune della quali hanno avuto una certa eco mediatica. Nel 2023 l’entrata in vigore di quella che venne interpretata come un tornare alle celle chiuse tutto il giorno (prima, nelle sezioni, ci si poteva muovere; e comunque non in tutte). Noi cappellani delle carceri di Lombardia nel febbraio 2024 abbiamo scritto una lunga lettera contro. Ma che vuoi? Hanno sbagliato: devono pagare. Anzi, devono soffrire. Qualche mese fa, nel 2025, la circolare che dosava un più di sofferenza limitando le attività e gli ingressi dall’esterno. Tutte le associazioni a tutela dei diritti delle persone in carcere si sono sollevate contro: da Nessuno tocchi Caino ad Antigone. Ma che vuoi? Hanno sbagliato: devono pagare. Anzi, devono soffrire. Ora il pensiero al frigorifero. Che poi, avverto i lettori: non pensate ci siano in tutte le celle di tutti i penitenziari d’Italia. A Busto mi pare giusto nei reparti detti “trattamento intensivo”.  Bisogna ammettere che questa cosa del “pagare”, della sofferenza inflitta, noi ce l’abbiamo dentro. È qualcosa di atavico. Quando alleviamo i cuccioli d’uomo, così facciamo: una punizione per una trasgressione, un premio per un gesto virtuoso. La logica del merito. Antichissima nelle istituzioni della pedagogia. Andiamo all’antica Grecia, alle fondamenta di quel che amiamo chiamare “educazione”. E, come sempre, è inutile negarlo: c’è tanta saggezza qui dentro. Ma… vale per ogni tipo di sofferenza? Ogni sofferenza ha valore educativo? Esemplifico: la sofferenza che serve per capire il proprio errore… è l’assenza del frigo? Avere una manciata di minuti di telefonate alla settimana (a seconda dell’Istituto in cui si è)? Stare chiusi in cella tutto il giorno, tolta l’aria o qualche corso là dove si riesce? Magari in 3 in una cella da 1? È questo il dolore che rende migliori? Non solo. Attenti bene: vi porto in galera. Spesso, proprio l’indigenza delle condizioni esteriori diventa l’alibi per obliare un vero e onesto lavorio interiore. Un carissimo ragazzo, brillante e di grande simpatia, quando venne nel mio studio, gli chiesi: “Che fai nella vita?”. “Don, io faccio i reati e li pago; faccio i reati e li pago. Tutto qui”. Quasi che il sottostare alle regole “penitenziarie” della sofferenza esteriore della vita intramuraria lo abilitasse a fregarsene di cambiare davvero. Lui i reati li paga. E tu che vuoi? Che cambi anche vita? Nessuno gliel’ha chiesto! La collettività gli chiede giusto la sofferenza del corpo, della spazialità ristretta, del tempo allungato e vuoto. Non si agita per favorire una messa a soqquadro delle geometrie dell’anima. Di quello che, se toccato davvero, potrebbe sì generare una vera sofferenza: veder crollare le proprie certezze, respirate in famiglia e tatuate sulla strada. Specchiarsi e non riconoscersi più, perché si va a toccare qualcosa dentro. mandare al macero l’immagine di sé, faticosamente costruita sul rispetto di quegli altri che ti hanno apprezzato così: criminale. Imparare a dire: “Ho sbagliato”. Non solo perché sono finito in galera… ma perché ho fatto del male a qualcuno. Non è forse questa la sofferenza, capace di tracciare traiettorie di senso?  Avvertenze per l’uso: mai da soli. La rinascita, come la nascita, non è mai esperienza monadica. Nasco da qualcuno, con qualcuno. E torna anche qui: con dolore. Quello giusto. Quello che ci vuole. Quello che… s’imparenta con la parola “senso” “Quello che è nato dalla carne è carne, e quello che è nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti se ti ho detto: dovete nascere dall’alto”. Così dice Gesù a Nicodemo, nel Vangelo di Giovanni. E il percorso storico delle sanzioni penali, passato, per dirla con Michel Foucault, dal punire il corpo a punire l’anima, non ha mai compiuto nel merito la ricerca di una compunzione interiore che potremmo veramente dire “salvifica”. Generativa. Allora c’è sofferenza e sofferenza. Allora la galera può essere anche un albergo 5 stelle… se non sarà più la quantità di sofferenza dei fattori esogeni a occupare il nostro tempo e le nostre circolari, ma la qualità di quel dolore di rinascita che, se accompagnato, rende nuovi.




Il lavoro può fare la pace
Don Augusto Fontana

Il lavoro può fare la pace. Oh sì! Può fare la pace

Il lavoro può fare la pace nel rapporto tra colleghi

Il lavoro può fare la pace abbattendo drasticamente incidenti e morti

Il lavoro può fare la pace favorendo dignità, partecipazione e trasparenza

Il lavoro può fare la pace rinnovando i contratti alla scadenza

Il lavoro può fare la pace in una concorrenza di mercato mite e non corrotta

Il lavoro può fare la pace nella uguaglianza di genere

Il lavoro può fare la pace abbattendo il caporalato e le scandalose disuguaglianze salariali

Il lavoro può fare la pace abbattendo inquinamento, sversamento di veleni, investendo sul rispetto della creazione

Il lavoro può fare la pace se non percepisce in nero e non evade il fisco

Il lavoro può fare la pace riconvertendo fabbriche e filiere di armi

Il lavoro può fare la pace se non ruba tempo di vita a lavoratrici e lavoratori oltre le ore e i giorni contrattuali

Il lavoro può fare la pace nella celebrazione del silenzio, della solidarietà gratuita, della fede

Il lavoro può fare la pace. Oh sì! Può fare la pace.




BANCHE ARMATE
SI SALVI CHI PUO’

Cresce l’export di armi italiane: banche e aziende lucrano, la Cei “obietta”.
Luca Kocci  Tratto da: Adista Notizie n° 17 del 02/05/2026

Aumentano le esportazioni di armi made in Italy (v. Adista Notizie n. 16/26). Con esse cresce la quantità di denaro movimentata dagli istituti di credito per conto delle aziende armiere e, di conseguenza, le “banche armate” incrementano i propri profitti: infatti se nel 2024 gli importi del commercio di armi passati per una banca erano poco più di 4,5 miliardi di euro, nel 2025 la cifra ha superato la quota di 6 miliardi di euro, con una crescita di quasi il 35%.
Dalla relazione del governo al Parlamento – in particolare le tabelle elaborate dal Ministero dell’Economia e delle Finanze – è possibile stilare anche la classifica delle banche armate, ovvero degli istituti di credito che più hanno guadagnato grazie al commercio delle armi.
Al primo posto c’è Unicredit, “regina” delle banche armate con importi segnalati movimentati pari a 1 miliardo e 658 milioni (a cui andrebbero aggiunti altri 13 milioni di Unicredit Factoring).
A seguire, staccata di poco, Banca nazionale del lavoro, con 1 miliardo e 420 milioni.
Il terzo istituto di credito con importi segnalati superiori al miliardo di euro è Deutsche Bank, con 1 miliardo e 13 milioni.
Se queste tre banche gestiscono i due terzi del volume totale (oltre 4 miliardi su 6), tutte le altre si spartiscono il terzo restante: Barclays (560 milioni), Intesa San Paolo (518 milioni), Banca popolare di Sondrio (356 milioni), Credit agricole (163 milioni) e Banca popolare di Milano (103 milioni). A seguire una ventina di altri istituti, con importi inferiori ai 40 milioni di euro.
La questione delle banche armate tocca anche la Chiesa italiana.
La Cei, per mezzo dell’Istituto centrale per il sostentamento del clero (Icsc), infatti incassa erogazioni liberali e offerte deducibili per i sacerdoti tramite sette diversi conti bancari – uno di questi, va detto, è Banca popolare etica –, cinque dei quali aperti presso altrettante “banche armate”: Unicredit, Banca nazionale del lavoro, Intesa San Paolo, Banca popolare di Milano e Monte dei paschi di Siena (quest’ultima coinvolta marginalmente, con poco più di 4 milioni).
E così la Caritas italiana: un conto è in Banca popolare etica, ma gli altri tre sono presso altrettante “banche armate”, ovvero Unicredit, Intesa San Paolo e Banca popolare di Milano.
L’indagine potrebbe proseguire verificando a quali banche sono affidati i conti delle diocesi, degli Istituti diocesani per il sostentamento del clero, delle parrocchie ecc., ma ci limitiamo agli enti principali, appunto Cei, Icsc e Caritas.
L’elemento nuovo rispetto al passato è che la stessa Cei, nell’Assemblea generale di novembre 2025, ha approvato a larghissima maggioranza la Nota pastorale “Educare a una pace disarmata e disarmante” (v. Adista Notizie n. 45/25), nella quale c’è un paragrafo specifico dedicato a “Produzione e commercio di armi”, nel quale si invita a una «presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono la produzione e il commercio di armi». E in particolare: «Si parla talvolta di obiezione bancaria per indicare il disinvestimento, da parte di singoli e istituzioni, da quei soggetti finanziari coinvolti in tali dinamiche. È un’opzione importante, che singoli e comunità possono valorizzare per esprimere una volontà di pace attenta a quei fattori strutturali che contribuiscono a dinamiche conflittuali».
La relazione del governo sul commercio delle armi è relativa al 2025, quindi la Nota dei vescovi è arrivata troppo tardi.
Ora però è lecito aspettarsi, dal momento che la lista delle banche armate è pubblica, che gli organismi della Chiesa italiana, a partire dalla stessa Cei, siano coerenti con le affermazioni scritte nella Nota e non collaborino più con «quelle realtà economiche che sostengono la produzione ed il commercio di armi». Come appunto le banche armate.




11 milioni gli italiani non pagano l’Irpef

I dati del Mef

Da pensionati e dipendenti quasi l’85% del reddito

 Aumentano i redditi 2024 dichiarati nel 2025 anche in linea con la crescita dei posti di lavoro. Si conferma che il grosso delle dichiarazioni è in capo a dipendenti e pensionati mentre sono circa 11 milioni gli italiani che non pagano l’Irpef. E solo uno su tre risulta avere un reddito di oltre 75mila euro.
In testa alla classifica stilata dal dipartimento delle Finanze del Mef restano, con uno stacco notevole, i redditi degli autonomi. Mentre a livello territoriale si conferma la dicotomia Nord-Sud: primi i lombardi, ultimi i calabresi.
Il reddito complessivo totale dichiarato nel 2025 ammonta a oltre 1.076,3 miliardi di euro (48,6 miliardi in più rispetto all’anno precedente, +4,7%) per un valore medio di 25.820 euro, in aumento del 4%. L’analisi territoriale conferma che la regione con reddito medio complessivo più elevato è la Lombardia (30.200 euro), seguita dal Trentino Alto Adige (28.553 euro, con la provincia di Bolzano che raggiunge 29.850 euro), mentre la Calabria presenta il reddito medio più basso (19.020 euro).
I redditi da lavoro dipendente e da pensione costituiscono circa l’84,6% del reddito complessivo dichiarato, con il reddito da lavoro dipendente che ne rappresenta il 54,4%. Il reddito medio più elevato è quello da lavoro autonomo, pari a 67.510 euro. Il reddito medio dichiarato dai lavoratori dipendenti è di 24.250 euro, e quello dei pensionati di 22.390 euro.




Nota della CEI«EDUCARE A UNA PACE DISARMATA E DISARMANTE»
10 Proposte concrete

Dalla NOTA CEI « EDUCARE A UNA PACE DISARMATA E DISARMANTE»
 EDUCARE AL RISPETTO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE.
n.113. Per fondare l’opposizione a esse occorre anche una seria formazione al rispetto del diritto internazionale, al multilateralismo e al funzionamento degli Organismi sovranazionali; anche papa Leone XIV nella visita al Presidente Mattarella del 14 ottobre 2025 ha richiamato «il comune impegno che lo Stato italiano e la Santa Sede hanno sempre profuso e continuano a porre in favore del multilateralismo ». (cf. anche 116. Fondamentale è quindi il ruolo delle istituzioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite).
DICHIARARE IMMORALE NON SOLO L’USO MA ANCHE IL POSSESSO DELLE ARMI NUCLEARI.
n. 115. La cooperazione a livello internazionale non può ignorare che la via della non- proliferazione delle armi nucleari esige un rinnovato impegno, che persegua la strada tracciata dal Trattato sia fedele ai trattati. Risuonano perciò quanto mai attuali queste parole di papa Francesco: «….Desidero riaffermare qui che l’uso di armi nucleari, come pure il loro mero possesso, è immorale. Cercare di difendere e di assicurare la stabilità e la pace attraverso un falso senso di sicurezza e un “equilibrio del terrore”, sostenuti da una mentalità di paura e di sfiducia, conduce inevitabilmente a rapporti avvelenati tra popoli e ostacola ogni possibile forma di vero dialogo».
EDUCARE A USO NON VIOLENTO DEI SOCIAL MEDIA
n.121. Anche il Web e i diversi media diventano pertanto luoghi in cui la pace va coltivata quotidianamente. Portare nei social media una visione nonviolenta significa contrastare la polarizzazione, promuovere linguaggi rispettosi, educare al discernimento critico e aprire spazi di dialogo autentico.
SOSTENERE OGNI INIZIATIVA PER FARE PACE CON LA CREAZIONE
n.122. Accanto all’ordine internazionale e alla Rete, una terza dimensione nella quale edificare pace è il rapporto con la terra.
DISINNESCARE CONTRAPPOSIZIONE TRA LE RELIGIONI
n.125.Se già abbiamo segnalato il volto purtroppo ambivalente delle religioni in ordine alla pace, una quarta dimensione di costruzione della pace dovrà disinnescare i germi di violenza ancora presenti in esse (n.d.r. nelle religioni), per coltivare invece i potenti semi riconciliazione che esse portano nel cuore.
EDUCARE ALLA OBIEZIONE DI COSCIENZA E AL SERVIZIO CIVILE
n. 131
…. la difesa della patria non si assicura solo con il ricorso alle armi, ma passa per la cura della civitas, attraverso l’obiezione di coscienza e il servizio civile.
SMILITARIZZARE L’ASSISTENZA SPIRITUALE DELLE FORZE ARMATE
n.135.La memoria di tali figure chiede di proporre forme nuove di assistenza spirituale per le Forze armate.
RAFFORZARE IL CONTROLLO DEGLI ARMAMENTI
n. 138….rafforzare la normativa in materia, irrobustendo i vincoli al possesso personale di armi e il contrasto all’esportazione di manufatti bellici — anche indirettamente, tramite triangolazioni — verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani. Occorre un rinnovato impegno internazionale per il controllo degli armamenti…
NON INVESTIRE IN BANCHE CHE SOSTENGONO INDUSTRIE MILITARI
n 139
….presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono la produzione ed il commercio di armi. Occorre evitare la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi. Nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2025 papa Francesco segnalava «i cospicui finanziamenti dell’industria militare» tra i «fattori che, anche solo indirettamente, alimentano i conflitti che stanno flagellando l’ umanità». Si parla talvolta di obiezione bancaria per indicare il disinvestimento — da parte di singoli ed istituzioni — da quei soggetti finanziari coinvolti in tali dinamiche. È un’opzione importante, che singoli e comunità possono valorizzare per esprimere una volontà di pace attenta a quei fattori strutturali che contribuiscono a dinamiche conflittuali.
EDUCARE ALLA OBIEZIONE PROFESSIONALE.
n.140…..interpella, invece, in primo luogo la responsabilità personale l’obiezione professionale: è il gesto di chi rifiuta di mettere le proprie competenze professionali e lavorative a servizio di aziende orientate alla produzione di armi.




le armi italiane (+157%) finiscono ovunque.

Il riarmo spinge il commercio di armi: l’Europa compra dagli USA e le armi italiane (+157%) finiscono ovunque

https://retepacedisarmo.org/export-armi/

9 Marzo 2026

I dati SIPRI 2021–2025 smontano il mito strumentale dell’autonomia strategica militare europea e rivelano la crescita record dell’export militare italiano, che non ha maggiori controlli dei partner US. Occorre continuare il rilancio della campagna “Basta Favori ai Mercanti di Armi”


 
Il riarmo globale accelera e l’Europa ne è il motore.

I nuovi dati pubblicati dallo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) offrono uno specchio impietoso della direzione imboccata dall’Europa e dall’Italia: quella di una corsa alle armi senza precedenti, che arricchisce il complesso militare-industriale-finanziario e non costruisce né sicurezza reale né autonomia.
Il volume globale dei trasferimenti internazionali di armi è cresciuto del 9,2% tra il quinquennio 2016–2020 e il 2021–2025: il balzo più significativo dal 2011–2015. Al centro di questa escalation c’è l’Europa, con importazioni di armi cresciute del 210% — più che triplicate — che la portano per la prima volta dagli anni Sessanta a essere la prima regione mondiale per acquisizioni militari, con il 33% del totale globale.
Il fattore scatenante è stato il sostegno militare all’Ucraina (9,7% di tutti i trasferimenti mondiali), ma i dati mostrano con chiarezza che la stragrande maggioranza degli Stati europei ha aumentato in modo massiccio e autonomo le proprie importazioni di armamenti. I 29 Paesi europei NATO hanno incrementato le proprie importazioni del 143%.
Falsa autonomia: l’Europa si riarma comprando dagli USA
Il racconto dominante proveniente da politica e media ci dice strumentalmente che l’Europa stia percorrendo la strada dell’autonomia strategica, emancipandosi dalla dipendenza americana. Ma i dati SIPRI lo smentiscono in modo netto. Il 48% di tutte le armi importate dagli Stati europei proviene dagli Stati Uniti. Tra i soli Paesi NATO europei la quota statunitense sale al 58% — sulla stessa percentuale del quinquennio precedente, ma su volumi più che raddoppiati (+142%).
Gli USA hanno consolidato il proprio dominio globale portando la propria quota dal 36% al 42% del totale mondiale. Per la prima volta in vent’anni la destinazione principale dell’export americano non è il Medio Oriente ma l’Europa (38% delle esportazioni USA), con un incremento del +217%. Ben 12 Paesi europei hanno in ordine o preselezionato 466 caccia F-35 di fabbricazione americana.
Lo stesso SIPRI è esplicito: nonostante l’UE abbia avviato meccanismi di sostegno all’industria della difesa europea, gli Stati membri hanno continuato ad acquistare armi americane, soprattutto aerei da combattimento e sistemi missilistici a lungo raggio. I principali esportatori europei, nel frattempo, continuano a destinare la maggior parte della propria produzione militare fuori dall’Europa.
Non c’è autonomia strategica in un’Europa che finanzia con risorse pubbliche l’acquisto di sistemi d’arma statunitensi. Ciò che viene presentato come emancipazione è, nei fatti, un trasferimento massiccio di denaro pubblico europeo verso il complesso militare-industriale-finanziario, in larga misura con base negli Stati Uniti.
Lo chiarisce persino la nuova “America First Arms Transfer Strategy” dell’amministrazione Trump, citata dal SIPRI: gli USA vedono le esportazioni di armi come strumento di politica estera e di rafforzamento della propria industria militare. L’Europa, riarmarsi acquistandone i prodotti, non fa che assecondare questa strategia.

L’Italia: sesta esportatrice mondiale di armi, smentite le giustificazioni per la modifica della Legge 185/90
Tra gli elementi più rilevanti per il contesto italiano nei dati diffusi dal SIPRI spicca quello sull’export di armi del nostro Paese: le esportazioni italiane di armamenti sono aumentate del 157% tra il 2016–2020 e il 2021–2025, portando l’Italia dal decimo al sesto posto nella classifica mondiale dei fornitori di armi, con una quota del 5,1% del totale globale. L’Italia è oggi il sesto Paese al mondo per vendita di armamenti, davanti a Israele, al Regno Unito, alla Corea del Sud e alla Spagna. Le destinazioni principali dell’export militare italiano rivelano la natura delle scelte compiute: il 59% va al Medio Oriente – in particolare Qatar (26%) e Kuwait (17%) – mentre  il 16% verso Asia e Oceania (spicca l’Indonesia con il 12%). Solo il 13% rimane in Europa. Questo dato smonta definitivamente la narrazione che il Governo e gli ambienti legati all’industria delle armi continuano a ripetere per giustificare lo svuotamento della Legge 185/90: quella secondo cui le imprese italiane sarebbero svantaggiate dalla concorrenza europea per via di controlli più severi. I dati SIPRI mostrano il contrario: l’industria militare italiana ha più che raddoppiato il proprio export, scalando la classifica mondiale a una velocità superiore a qualsiasi altro Paese europeo. Non c’è alcuno svantaggio competitivo da attribuire ai controlli della Legge 185/90. La scusa è strumentale e i numeri la smentiscono senza appello. Eppure questa scusa continua a essere usata per motivare modifiche normative che ridurrebbero ulteriormente trasparenza e controlli sulle esportazioni verso Paesi in conflitto o con gravi violazioni dei diritti umani. Con la legge già ampiamente elusa, indebolirla ulteriormente significa solo dare maggiore libertà ai mercanti di armi.
La nostra risposta: rilancio della campagna “Basta Favori ai Mercanti di Armi”.
Di fronte a questo scenario (riarmo accelerato, dipendenza strutturale dagli USA, industria militare italiana in crescita record e tentativi di indebolire i già insufficienti meccanismi di controllo) la Rete Italiana Pace e Disarmo rilancia con forza la campagna “Basta Favori ai Mercanti di Armi”La campagna chiede che la Legge 185/90, che regola il controllo delle esportazioni di armamenti italiani, venga preservata nella sua struttura base di controllo e trasparenza e non ulteriormente svuotata. In un momento in cui il mercato globale degli armamenti è in piena espansione, smantellare le garanzie di trasparenza e i vincoli al commercio di armi verso Paesi in guerra o con violazioni dei diritti umani sarebbe un atto di irresponsabilità politica e morale.

Le nostre richieste:

  • Nessuna modifica peggiorativa alla Legge 185/90. I dati SIPRI dimostrano che l’industria militare italiana non ha bisogno di ulteriori facilitazioni: cresce a ritmi record. Ciò che serve è più controllo, non meno.
  • Trasparenza sui contratti e sulle destinazioni. Il 59% dell’export militare italiano va al Medio Oriente: il Parlamento e la società civile hanno il diritto di sapere a chi vendiamo armi e in quale contesto vengono impiegate.
  • Stop al riarmo come soluzione. Triplicare le importazioni di armi non produce sicurezza: alimenta tensioni, prosciuga risorse pubbliche che potrebbero andare a sanità, istruzione e welfare, e consolida la dipendenza da industrie e logiche militari straniere.
  • Un’Europa che investa in diplomazia, non in armi. La vera autonomia strategica non si costruisce comprando cacciabombardieri americani, ma sviluppando strumenti diplomatici, prevenzione dei conflitti e politiche di sicurezza comune non militarizzate.

I dati del SIPRI sono inequivocabili. Sta a noi, a chi si batte per la pace e il disarmo, tradurli in pressione politica concreta. Il riarmo non è inevitabile: è una scelta. E le scelte si possono, e si devono, cambiare.