IL CARCERE CAMBIA SE C’È UNA SOCIETÀ CIVILE SVEGLIA

IL CARCERE CAMBIA SE C’È UNA SOCIETÀ CIVILE SVEGLIA
Valter Vecellio (Avvenire 25 giugno 2022) 

Il pensiero del card. Zuppi e possibili azioni comuni di laici e cattolici

Attenzioni e preoccupazioni in questi tempi sono massimamente (e giustamente), dedicate alla guerra che si combatte in Ucraina, alle sue terrificanti conseguenze. La metafora di John Donne, i rintocchi della famosa campana che suonano per tutti e ciascuno, assume il suo valore più pieno e pregnante. Non bastasse, altre tragedie meno eclatanti dal punto di vista mediatico, ma egualmente dolorose, ‘fabbriche’ di sofferenza, si consumano nel silenzio e spesso, purtroppo, tra l’indifferenza di tanti. Sono echi che trovo nella ‘Lettera a chi lavora nelle Istituzioni‘ del cardinale Matteo Zuppi, pubblicata il 2 giugno scorso su ‘Avvenire’. Lettera (e lettura) preziosa per tutti, in particolare per il ripetuto e costante richiamo alla Costituzione e ai suoi valori.
Tra il tanto che «non si vede» (e che non è sufficientemente illuminato), c’è quello che accade nei bracci delle carceri: i detenuti, ma non solo loro. La più generale comunità penitenziaria è nel concreto reclusa al pari dei condannati. E proprio Zuppi, recentemente, ha cercato di scuoterci dall’indifferenza e dall’apatia verso questi ‘ultimi’. Lo ha fatto in occasione della presentazione del libro sulla figura di Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere napoletano di Poggioreale un eroe ‘oscuro’. Bisogna fare un salto indietro di 42 anni: nel 1980 Salvia si scontra con il capo della Nco (Nuova camorra organizzata), Raffaele Cutolo: al rientro da un’udienza in un processo, il boss di Ottaviano non vuole essere perquisito, come da regolamento. Gli agenti penitenziari non osano, temono vendette. Il vicedirettore perquisisce personalmente Cutolo che reagisce cercando di prenderlo a schiaffi. La vendetta arriva il 14 aprile 1981: Salvia viene ucciso in un agguato sulla tangenziale di Napoli.
Per Zuppi è stata l’occasione per sviluppare una riflessione sul carcere e la sua funzione: «Umanità e carcere possono e devono andare d’accordo senza alcun compromesso. Anzi l’una aiuta l’altro in modo vicendevole». Da queste parole si comprende quale orientamento pastorale continueranno a guidare pensiero e azione del presidente della Cei per quel che riguarda il mondo penitenziario: «Le carceri dove non c’è niente, ma solo reclusione e contenimento, fanno uscire le persone peggiori di come ne sono entrate». E se è vero che devono cambiare le persone, è altrettanto vero che devono cambiare i penitenziari: «Le carceri cambiano se intorno a essi c’è una società civile sveglia. E tanto spesso è il mondo intorno che permette al carcere di migliorare».
Volontariato e lavoro rappresentano cardini fondamentali sui cui si deve innestare un processo di cambiamento. Come i lettori di questo giornale sanno bene, non mancano esempi virtuosi di aziende che all’interno delle carceri danno lavoro ai detenuti, creano manufatti artigianali, prodotti dolciari e quant’altro: realtà che devono moltiplicarsi e possono scandire un altro ritmo alla vita quotidiana di chi è recluso. Poi, i volontari: ascoltano drammi e speranze di chi ha commesso errori, lo sostengono nei momenti difficili, senza giudicare. Zuppi denuncia indifferenza e insensibilità ‘giustizialista’ per questo mondo marginale che interessa a pochi: «Si butta via la chiave, pensando di risolvere così i problemi della sicurezza. E questo è pericoloso per tutti perché così dal carcere si esce peggiori». Ci si deve piuttosto interrogare sulla trasformazione delle logiche e dei metodi delle mafie; comprendere i tratti delle connivenze, e così individuare gli strumenti per combatterli. Giustizia riparativa, funzione rieducativa della pena, trattamento più umano per tutti, nessuno escluso, sono le domande aperte su cui il presidente della Cei e la Chiesa si interrogano e interrogano.
Credo che questo indichi una strada, un percorso, per credenti di ogni credenza e per inossidabili laici. Un terreno di comune impegno, che dovrebbe realizzarsi in una concreta unione-comunione di intenti. In passato mondo radicale e mondo cattolico l’hanno trovata contro lo sterminio per fame nel mondo: Giovanni Paolo II e Marco Pannella si trovarono a parlare su questo uno stesso linguaggio. Perché quel miracolo non si dovrebbe e potrebbe ripetere, per quel che riguarda le carceri? Sono certo la porta del cardinale Zuppi è già spalancata.




Carcere: senza alternative?
Elisabetta Laganà

Carcere: senza alternative?

Elisabetta Laganà (psicologa e psicoterapeuta, ex presidente del coordinamento dei gruppi di volontariato penitenziario (SEAC) e della Conferenza nazionale volontariato giustizia).

http://www.settimananews.it/lettere-interventi/carcere-senza-alternative/

Il monito del presidente Sergio Mattarella sul tema del carcere espresso nel suo discorso di insediamento – «Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale del detenuto. Questa è anche la migliore garanzia di sicurezza» – richiama con vigore la politica, la società, gli Enti Locali e il volontariato a operare sinergie atte a realizzare la costituzionalità della pena nella sua interezza e articolazione, quindi anche nella parte che prevede il reinserimento sociale della persona carcerata.
Pena non significa (solo) carcere
Anche il Garante nazionale Mauro Palma, ospite autorevole dell’ultimo Convegno dei cappellani delle carceri (Assisi, 2-4 maggio), ha chiesto che chi ne ha la competenza e responsabilità istituzionale si attivi per fare in modo che per coloro che dovrebbero stare in carcere per poco tempo si possano trovare nuove forme di detenzione.
Il nuovo aumento dei ristretti, ha dichiarato, è un segnale che dovrebbe far riflettere magistrati, politici e amministrazione penitenziaria «affinché vi siano volontà, rapidità nelle procedure e risorse che permettano di affrontare con modalità alternative – e certamente socialmente più utili – pene di così lieve entità».
Del resto, la Ministra della Giustizia Marta Cartabia lo ripete spesso: pena non significa necessariamente carcere. In merito, i dati riportati dalla relazione al Parlamento del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale indicano che, nel 2021, erano in carcere persone:

  • 212 per pene di 1 anno
  • 149 per pene di 2 anni
  • 757 per pene entro i 3 anni
  • 177 per pene dai 3 ai 5 anni

Sappiamo che vi sono dei casi, indicati dall’art. 656 co. 5 c.p.p., in cui il pubblico ministero può disporre la sospensione dell’ordine di esecuzione della pena, notificando al condannato e al suo difensore sia l’ordine di esecuzione sia il decreto di sospensione dell’ordine. Con questa notifica, il pubblico ministero avvisa che entro trenta giorni il condannato può presentare un’istanza volta ad ottenere la concessione di una delle misure alternative alla detenzione, in particolare l’affidamento in prova al servizio sociale (art. 47 l. ord. pen.), la detenzione domiciliare (art. 47-ter l. ord. pen.), la semilibertà (art. 50 co. 1 l. ord. pen.).
Recidiva e sovraffollamento
Da quanto detto consegue che, se vi fossero le condizioni strutturali di accoglienza, alcune migliaia di persone potrebbero beneficiare di pene alternative.Le cifre ormai note dell’abbattimento della recidiva nel reato per chi sconta la pena in misura alternativa (il 16% contro il 70% circa di chi sconta la pena interamente in carcere) dovrebbero spingere la realizzazione di opportunità di accoglienza atte a favorire la concessione di misure alternative, soprattutto per coloro che non hanno la possibilità di poterne fruire per mancanza di risorse, pur essendo nei termini. Questo numero potrebbe deflettere le cifre preoccupanti del sovraffollamento carcerario, tornato progressivamente ad aumentare, garantendo quindi maggiore sicurezza, dato che solo nello 0,63% dei casi sono stati revocati perché, una volta all’esterno della cella, i detenuti hanno commesso reati. A questi possiamo aggiungere lo 0,45% (quindi 247 casi) di persone non rientrate in prigione quando dovevano rientrarvi. Risultato finale: nell′1,08% dei casi qualcosa è andato male, nel 98,92% è andato tutto bene.
Il cambio di rotta dell’Italia a seguito della condanna della CEDU ha potenziato le norme per incrementare le misure alternative; ma a fronte di questi cambiamenti, nulla di progettualmente organico è stato fatto, a livello nazionale e regionale, per il potenziamento sul territorio di un sistema dei servizi in grado di accogliere persone con pene brevi.
Certamente il lavoro è un passaggio importante per l’integrazione sociale dei detenuti, ma non può essere disgiunto dall’alloggio, specialmente per i detenuti che non ne dispongono.
A fine marzo 2022 i detenuti nelle nostre carceri erano 54.609. È evidente quindi come un piano di potenziamento di strutture di accoglienza provocherebbe una deflazione dei numeri del carcere, tornato ad essere sovraffollato di alcune migliaia di unità con conseguente peggioramento della qualità della vita delle persone ristrette.
Contro la centralità del carcere
Pertanto, proprio nell’ottica costituzionale della pena, riteniamo sia giunto il momento di progettare interventi nell’ottica di un modello di governance che neghi la centralità del carcere e affermi l’importanza dello sviluppo delle misure alternative al fine di realizzare un modello stabile e organico sul piano nazionale.
A questo proposito la Conferenza Stato-Regioni, su impulso ed indicazioni delle articolazioni del Ministero della Giustizia (PRAP), potrebbe svolgere un ruolo determinante nella progettazione di luoghi destinati all’accoglienza e inserimento lavorativo, comprese anche attività di giustizia riparativa, di persone che non hanno la possibilità di domicili alternativi, attraverso rilevazioni dei bisogni dei territori; progetti che andrebbero finanziati con fondi ministeriali, perché possano garantire stabilità nel tempo; la buona volontà dei privati, risposta straordinaria offerta in questi anni dal volontariato e dai religiosi, non può costituire l’unica soluzione, tanto meno esaustiva, per un piano organico e stabile  nel tempo per le misure alternative.
Le riforme, per essere realmente democratiche e fruibili da chiunque – e non divenire privilegi – non possono essere realizzate a costo zero. Evidentemente un progetto nazionale come quello descritto richiede un investimento economico. Tale investimento andrebbe a beneficio di quelle fasce di popolazione più esposte ai rischi di recidiva in mancanza di un opportuno reinserimento; quindi, in realtà, costituirebbe non solo un risparmio, stante il costo elevatissimo (non solo economico) della recidiva, ma anche la ratifica della riduzione discriminatoria tra chi, per status, ha la possibilità di poter disporre delle condizioni di accesso alla pena territoriale e chi invece non le ha.

 




GRATI A CHI LAVORA
Lettera del Card. Zuppi (Avvenire)

Grati a chi lavora nelle istituzioni. Un servizio per il bene di tutti.
Card. Matteo Zuppi (Avvenire 2 giugno 2022 pag.3)
https://avvenire-ita.newsmemory.com/?token=86a1fde5f22b3d21f833603031dedd9b_62987787_5eca5
La lettera dell’arcivescovo di Bologna e presidente della Cei in occasione della Festa della Repubblica.

Carissima, carissimo, la vedo operare negli uffici, nelle aule di università o delle scuole, in quelle di un tribunale o nelle stanze dove si difende la sicurezza delle persone, nelle corsie dove si cura o nel front office di uno sportello, nei laboratori o lungo le strade per renderle belle e proprie, nei ministeri o in qualche ufficio isolato dove non la nota nessuno, nei cortili delle caserme o nei bracci delle carceri. In realtà tanta parte del suo lavoro non si vede, ma questa lettera è per lei. Non ci conosciamo, ma il suo servizio è vicino alla mia vita e a quella dei miei amici, delle persone che mi sono care, di tanti, di tutti, miei e nostri compagni di viaggio e per questo ho pensato di scriverle. Istintivamente le darei del tu, ma preferisco cominciare dal Lei per il grande rispetto che nutro. Una mistica francese di nome Madeleine Delbrêl, una donna molto religiosa e molto impegnata nel sociale, una donna pienamente evangelica, a proposito delle persone come lei diceva che sono il filo che tiene insieme il vestito: la capacità del sarto è proprio quella di non farlo vedere, ma il filo è necessario perché i pezzi di stoffa si reggano insieme. Così è il suo lavoro, prezioso per le istituzioni della nostra casa comune, e ogni pezzo è importante. Davvero. La qualità della mia vita dipende anche da lei: per questo per prima cosa la ringrazio, perché il suo lavoro, tante volte ignorato, contiene e richiede generosità e competenza. Non si capisce mai abbastanza, infatti, quanto impegno richiedono “le cose di tutti”. Purtroppo i problemi, i ritardi, le disfunzioni e anche alcune persone che non compiono il proprio dovere, finiscono per non fare apprezzare la generosità, la competenza, lo zelo che lei e tanti mettono nel loro lavoro. D’ora in avanti mi piacerebbe chiamare il suo impegno non “lavoro” ma “servizio”. E che anche lei lo pensasse così. Sì, lo so che è lavoro e a volte anche duro, sottovalutato. Eppure proprio grazie alla passione e alle lotte di tante persone, anche di chi ci ha preceduto, oggi godiamo di molte protezioni e garanzie che costituiscono quello che chiamiamo welfare, che poi è il modo in cui la vita quotidiana diventa bella e non antipatica, troppo dura da vivere. Non possiamo più accettare, eppure succede ancora spesso, che il luogo di lavoro, che è per la vita, diventi invece un luogo di morte. Penso a chi non è più tornato a casa e alle mogli e ai figli che hanno aspettato invano i propri cari: questo mi addolora, mi commuove e non smetto di chiedere condizioni di lavoro sicure per tutti. Vorrei un lavoro sempre meno a tempo determinato e più stabile, perché deve contenere il futuro: per sé, per la propria famiglia, per i figli, sì, per i figli. Senza figli per chi si lavora? Vorrei, poi, che il lavoro fosse lavoro buono e non solo lavoro: che i lavoratori fossero sempre messi in regola e che nessuno sia più sfruttato. Possibile che oggi c’è ancora chi non mette le persone in regola? Il suo lavoro è un servizio per il bene della comunità, composta da tante persone. Così tante che non possiamo sapere chi siano, eppure sono la mia e la nostra comunità. Sì, perché siamo una comunità, dobbiamo tornare a esserlo. So che la sua vita personale è da un’altra parte e che saggiamente distingue l’ambito privato da quello pubblico, ma è anche vero che quello che fa per tutti, con il suo lavoro, è una parte importante della sua vita, le dà soddisfazioni e preoccupazioni, la coinvolge umanamente. Questo non è sbagliato. Anzi. È più faticoso e difficile tenere distinti questi ambiti, come tanti sollecitano a fare, perché la vita è una ed è bene che sia unita. È bello aiutare la nostra casa comune specie quando, come in questi mesi, capiamo quanto è importante, decisiva ma anche fragile, colpita da pandemie, da rischi terribili nei quali come sempre i più penalizzati sono i più deboli. Ogni lavoro è un servizio alla casa comune ed è importante. Spesso sono proprio quelli meno considerati e giudicati “umili” che servono di più. Tutti servono! Ogni lavoro deve essere fatto con umiltà per poter essere contenti, perché serva agli altri e non alla nostra affermazione personale. Gli umili non si stancano, non diventano presuntuosi e intrattabili, non agiscono per interesse ma perché quello che svolgono è un servizio e lo fanno anche quando non conviene, ma conviene a chi lo ha chiesto. Si adoperano pure quando nessuno si ricorderà della scelta, solo perché è giusto farlo. E questo resta, aiuta, risponde, protegge. Quando il lavoro (che resta lavoro) lo viviamo anche come impegno di servizio – nello spirito dell’art. 4 della nostra Costituzione repubblicana, che chiede a tutti di svolgere un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società – ne sappiamo comprendere l’importanza non per quello che rende o per il successo che porta, ma per il valore che ha in se stesso. Più fa bene agli altri, il lavoro, più fa bene a noi. Anche quando non si vede. Il contrario crea un clima faticoso, competizioni inutili, sensi di rivalsa. Se facciamo bene o male qualcosa, nel tempo richiesto o no, questo ha sempre delle conseguenze. I diritti sono cose importanti. I nostri e quelli degli altri. Se è un diritto deve essere garantito sempre e non come concessione o un piacere. Non vanno create scorciatoie. Troppi pensano che per ottenere quello che è di diritto bisogna avere un “santo in paradiso” a cui raccomandarsi, magari irridendo il merito di ciascuno, i tempi, le precedenze, l’onestà insomma. Si può vincere una volta e si è sconfitti tutte le altre. Crescono così la disillusione, il malcontento, la convinzione che nessuno si occupa di me e che ognuno si deve arrangiare da solo. Se è un diritto, è fondamentale garantirlo e questo fa sentire sicuri tutti. Ma dipende da ognuno. È davvero importante sapere di poter contare sulle istituzioni, e quindi su di lei, sulla sua competenza, sulla sua onestà, sulla sicurezza che ci sarà una risposta e che sarà la migliore. Lei sa bene quante persone sono sole e come da soli ci si sente perduti, incompresi, arrabbiati e a volte si finisce per prendersela con il primo davanti, magari il povero malcapitato che fa una domanda allo sportello.
Il nostro è il tempo in cui realizzare il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il cosiddetto PNRR, e mi sembra possa essere un’occasione davvero decisiva dopo tanta sofferenza. Durante la pandemia abbiamo capito quanto le fragilità, le contraddizioni, le ingiustizie siano anche conseguenze dei rimandi, dei ritardi, delle furbizie, delle cose che bisognava fare e che non sono state fatte, degli interessi privati che hanno condizionato le scelte politiche. Le cause di tante sofferenze sono a volte così lontane che non le sappiamo più riconoscere. Quello che vorrei dirle è che abbiamo un grande motivo per dare oggi tutti il massimo, ed è per questo che ho pensato di scriverle! Vorrei che anche nessuno di noi perdesse questa opportunità. Sappiamo che c’è bisogno di istituzioni che funzionino bene, anzi meglio, ed è per questo che dobbiamo cercare la qualità. A questo proposito Dietrich Bonhoeffer, un credente che si poneva domande profonde sul valore di ogni persona e dello stare insieme, morto martire per mano dei nazisti, uno di quelli che ci hanno lasciato in eredità l’Europa, ha scritto che bisogna passare «dalla fretta alla calma e al silenzio, dalla dispersione al raccoglimento, dalla sensazione alla riflessione, dal virtuosismo all’arte, dallo snobismo alla modestia, dall’esagerazione alla misura». Potremmo aggiungere: dal dilettantismo alla competenza, da una felicità individualistica al sacrificio per stare bene tutti, dall’apparenza alla sostanza, dal successo rapido e a tutti i costi alla costruzione paziente di quello che dura, dal fare le cose per il consenso, per il potere, per la considerazione e il ruolo sociale, a farle solo perché sono giuste, insieme e non da soli, anche se lì per lì sembra convenire meno. Ho visto grandi energie che si sono perse cercando a tutti i costi il proprio tornaconto, e il grande spreco di ogni giorno per burocrazie senza volto, perché non è mai responsabilità di qualcuno. Gli uomini e le donne che hanno scritto la Costituzione avevano davvero sofferto molto, toccato con mano quanto l’umanità può restare sfigurata dalla violenza, ma avevano visto anche come uomini e donne sanno resistere e persino agire da eroi quando è necessario per aiutare qualcuno che soffre. Hanno perciò voluto lasciarci, nella Costituzione, un progetto per costruire e mantenere una società più umana e umanizzante, per riuscire a evitare le sofferenze da loro vissute. E tutto comincia dal sapere fare unità. Mi sento chiamato a questo come cristiano, credo si possa realizzare prima di tutto con l’aiuto di Cristo, e ritengo che tutti, senza distinzioni, possiamo impegnarci a fare unità seguendo il progetto indicato dalla Costituzione.
Ogni generazione è chiamata a riappropriarsi dei valori e delle virtù costituzionali. Per questo dobbiamo tutti ritrovare il senso dei limiti. È un concetto che nella Costituzione, proprio perché preoccupata di rendere concreti i diritti, ricorre ben diciassette volte, a cominciare ad esempio dall’art. 1, dove lo si ricorda a ciascun cittadino, come membro del popolo sovrano, ma anche nell’art. 42 quando, nel riconoscere e garantire la nostra proprietà privata, si preoccupa di aggiungere che possono servire limiti per assicurarne la funzione sociale. E poi in molte altre occasioni in cui si affermano diritti indicando, però, dei limiti per il rispetto dei doveri verso gli altri e la società. Perché solo così i diritti di ciascuno possono divenire reali e concreti.
Al centro della Costituzione c’è la persona, cioè, sempre, un “noi”. Non c’è l’individuo. E’ una concezione evangelica che è stata fatta propria da tutti i padri costituenti, di ogni credo e sensibilità politica. Non dimentichiamo che siamo chiamati a portare insieme i pesi della vita, tanto che l’art. 2 ci ricorda che la solidarietà è addirittura un dovere inderogabile. Dobbiamo riuscire a valorizzare l’impegno, che non è reale senza la necessaria continuità e serietà (nello spirito dell’art. 4). La Costituzione si preoccupa non solo di garantire le nostre “libertà da” possibili abusi degli altri e dei potenti e la “libertà di” agire per fare tutto ciò che ci sembra giusto, ma si sforza di indicare il senso di tutto ciò, sottolineando la bellezza di usare delle “libertà per” uno scopo sociale. Si tratta di costruire un mondo di relazioni personali. Per questo la Costituzione evidenzia – già nell’art. 2, ma poi in molti altri – che è nei gruppi sociali (la famiglia, le associazioni di tutti i generi e tipi, le comunità religiose, i sindacati, le organizzazioni politiche democraticamente organizzate, il lavoro, i corpi intermedi) che si sviluppa la nostra personalità, e non invece con una vita sterilmente individualistica ed egocentrica.
Il bene comune deve essere il nostro orizzonte. Lo ricorda anche la Dottrina sociale della Chiesa. Dobbiamo rendere migliore il mondo con il progresso materiale e spirituale della società (art. 4, ma anche, per esempio, art. 41 dove si parla di indirizzare la libertà di impresa a fini sociali). Penso che tutti dobbiamo fare il meglio che possiamo con responsabilità. È proprio vero: non ci si può salvare da soli! Gli uomini e le donne hanno aspetti di incredibile grandezza perché, tra l’altro, riescono a organizzarsi tutti insieme e affrontare le difficoltà della vita più efficacemente. Ecco, è per tutto questo che vorrei che le nostre istituzioni funzionassero bene e fossero sempre di più connesse all’Europa, pensandosi per il mondo intero. Siamo tutti legati. Non serve pensare qualcosa a breve termine, dobbiamo guardare il futuro per uscire davvero dalle pandemie imparando la lezione, scegliendo di essere migliori, non uguali, perché significherebbe essere peggiori. Non ci serve solo un bonus, ma ci occorre il bonum, il bene per tutti! Abbiamo sempre pensato che le risorse non ci sarebbero mancate e così abbiamo sciupato tanto, pensiamo a come facciamo con l’acqua… Purtroppo, ci accorgiamo dell’importanza delle cose e delle conseguenze dei nostri atteggiamenti solo quando queste vengono a mancare. Oggi più che mai urge essere davvero seri perché dobbiamo lasciare qualcosa a chi verrà dopo, soprattutto l’esempio, la speranza, il gusto di fare bene il proprio lavoro e di farlo per il bene di tutti. Le nostre istituzioni ora si trovano ad affrontare, in poco tempo, tanti progetti. Ma quella che chiamiamo istituzione è fatta di persone ed è proprio lei, e quanti si impegnano in mille modi per rendere umana e bella la nostra casa comune. Concludo col dirle che scrivo a lei ma scrivo in fondo a me stesso e a tutti noi cittadini, piccoli e grandi, e soprattutto a chi ha responsabilità perché abbiamo bisogno di tutti. La guerra attuale ci ha ricordato che la pace non è mai scontata e che bisogna lavorare tanto perché la nostra casa accolga tutti, insegni a stare insieme tra diversi, lotti contro ogni ingiustizia, difenda i diritti di ciascuno e non metta mai in discussione la persona. Anche per questo non dobbiamo avere paura di accogliere, di dare fiducia, la possibilità di mettersi alla prova, di ascoltare con l’orecchio del cuore. Aggiustiamo quello che non funziona. Ogni persona è preziosa se è amata e difesa, come ogni persona è insignificante quando questo sguardo manca. È necessario che tutti coloro che lavorano nelle e per le istituzioni ritrovino un vero spirito di servizio e nel contempo che tutti i cittadini sappiano ritrovare e ricostruire la loro fiducia verso le istituzioni. Mi piace pensare che in un momento così importante tutti ce la mettiamo davvero tutta, senza distinzione. Don Primo Mazzolari, che amava Dio e le persone, la Chiesa e la città concreta degli uomini e delle donne, scrisse: «Ci impegniamo noi e non gli altri … né chi sta in alto, né chi sta in basso, senza pretendere che gli altri si impegnino … senza giudicare chi non si impegna … il mondo si muove se noi ci muoviamo, si muta se noi mutiamo, si fa nuovo se qualcuno si fa nuova creatura … la primavera comincia con il primo fiore, la notte con la prima stella, il fiume con la prima goccia d’acqua, l’amore col primo impegno …». Rinnoviamo allora il patto sancito dalla nostra Costituzione, compartecipiamo a questo impegno accanto a tutti gli altri, e per me che sono cristiano aggiungo un motivo in più: chi cerca il cielo incontra la terra, chi fa le cose per Dio le fa per tutti e senza interessi. Il mio auspicio è che siamo tutti compagni di viaggio in questa bellissima strada che è la vita, e che le pandemie, le vicende tristi della nostra storia contemporanea, possano diventare motivo per realizzare quello che ognuno in realtà cerca: un mondo unito dove siamo Fratelli tutti. Grazie di tutto.




Lavoro welfare pace contro precarietà riarmo guerra
Luigi Pandolfi (Rocca 1 maggio 2022)

Lavoro welfare pace contro precarietà riarmo guerra
Luigi Pandolfi[1] (Rocca 1 maggio 2022)

Qual è la «situazione del lavoro» oggi in Italia? Rispondere a que­sta domanda significa innanzi­tutto fare i conti con i grandi cambiamenti intervenuti nel mondo del lavoro negli ultimi trent’anni. Molto in sintesi, si può dire che innovazione tecnologica e instabilità/fram­mentazione del lavoro sono cresciuti di pari passo in questo periodo. Situazione cui ha fatto da corollario una sostanziale contrazione dei diritti dei lavoratori.
Lo spacchettamento del mondo del lavoro.
La fine del ciclo fordista/taylorista, il cui cuore era la grande fabbrica omogenea e la dimensione nazionale della produzione e del mercato, ha portato con sé uno spac­chettamento del mondo del lavoro. Oggi si può lavorare per la stessa azienda, svolge­re mansioni identiche, e avere contratti diversi e diverse remunerazioni. Sotto lo stesso tetto di un’impresa, e per le stesse tipologie di lavoro, possono ritrovarsi lavo­ratori a tempo indeterminato e detentori di partita Iva, co.co.co e lavoratori «som­ministrati». Non solo. Per la stessa azienda possono fornire la propria opera lavoratori e professionisti contrattualizzati da soggetti diversi, come accade nel caso dell’esterna­lizzazione di alcuni servizi o segmenti di produzione. È un discorso, ormai, che ri­guarda tutto il mondo del lavoro, compre­so quello che afferisce al comparto della pubblica amministrazione o degli enti di ricerca. Lavoratori, ricercatori e professio­nisti, che svolgono le medesime attività, spesso nel medesimo posto, ma con diritti diversi. Si pensi ai precari di lungo corso del settore della ricerca che lavorano negli stessi ambienti, negli stessi laboratori, dei colleghi a tempo indeterminato, ovvero ai lavoratori di «pubblica utilità» o «socialmente utili» che nei comuni condividono la stanza, e a volte anche la scrivania, con i dipendenti in pianta organica, strutturati e full time.
La fine dell’universalità dei diritti nel mondo del lavoro. Un fenomeno che ha spostato la conflittualità ad un livel­lo, per così dire, orizzontale, tra gli stessi lavoratori: precari contro «garantiti»; gio­vani contro anziani; le donne in competi­zione con gli uomini; gli stranieri in con­correnza con gli autoctoni. Non è stato, in ogni caso, un fenomeno spontaneo, ma il risultato di precise scelte politiche. A par­tire dai primi anni Novanta, parallelamen­te al rilancio del progetto di costruzione dell’unità politica e monetaria europea (più monetaria che politica, in verità), si è in­tervenuti massicciamente sulla legislazio­ne riguardante il lavoro e il suo «mercato».
Le «riforme» che hanno precarizzato.
L’arco temporale è quello che va dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso alla fine degli anni dieci del nuovo secolo.
Vent’anni di «riforme» che hanno radicalmente tra­sformato il mondo del lavoro, nella direzio­ne di una sua crescente precarizzazione.

  1. Un primo intervento organico si è avuto con il cosiddetto «pacchetto Treu» (dal nome del ministro Tiziano Treu) nel 1997. Nel vocabo­lario della politica entra prepotentemente un termine con cui ancora ai giorni nostri facciamo i conti: «flessibilità». Con l’obietti­vo di favorire un più facile accesso al mer­cato del lavoro, per i giovani ma non solo, si sdoganano l’intermediazione privata tra do­manda e offerta di lavoro (lavoro interinale) e molteplici forme di contratti a termine; parimenti, si indebolisce il collocamento pubblico e si rafforza la linea di continuità tra scuola e lavoro attraverso l’apprendista­to e i tirocini. Nello stesso «pacchetto» si dà il via alla stagione del precariato nella pub­blica amministrazione: un esercito di lavo­ratori di pubblica utilità (Lpu), soprattutto nel Mezzogiorno, finisce per strutturare un bacino endemico di precariato nei comuni, nelle province e nelle regioni, che ancora al giorno d’oggi non è stato del tutto svuotato.
  2. Cinque anni dopo arriva la «riforma Biagi» (dal nome del giuslavorista assassinato dal­le «nuove Brigate Rosse» nel 2002). Nell’in­tento – quello dichiarato – di mettere ordi­ne nella giungla dei «nuovi lavori» (viene abrogato il lavoro interinale), si procede al­l’introduzione di altre tipologie di lavoro a termine, spezzettato, purtroppo instabile e precario. Nascono i co.co.pro, i «contratti di somministrazione di lavoro» e di «lavoro ripartito», il «lavoro intermittente» e quello «occasionale». A ben vedere è un allargamen­to del ventaglio dei contratti «atipici». Il quadro normativo con cui il Paese entra nella Grande recessione seguita al crack americano dei subprime. È la stagione dell’auste­rità, del risanamento dei conti pubblici, delle «riforme strutturali».
  3. Il governo Monti (2011- 2013) ritorna di nuovo sulla materia. Ed an­che in questo caso l’obiettivo dichiarato è quello di proteggere i lavoratori dall’insicu­rezza lavorativa. Invero, accanto ad alcuni interventi tendenti a disincentivare il ricor­so a contratti atipici, la «riforma Fornero» (dal nome del Ministro Elsa Fornero) punta a rendere più «flessibile» l’uscita dal lavo­ro. Espressione edulcorata per indicare «licenzia­menti più facili». Un bilanciamento nell’in­teresse delle imprese, riassunto nella se­guente formula: « Un mercato del lavoro più inclusivo e più dinamico».
  4. La stessa visione, grossomodo, che sovrintenderà due anni più tardi al JobsAct varato dal governo di Mat­teo Renzi (2014). Su questo provvedimento vale la pena soffermarsi un po’ di più, pren­dendo in esame la fattispecie delle cosid­dette «tutele crescenti». Dalla disposizione contenuta nel testo di riforma si ricava che è l’anzianità di servizio a determinare il gra­do di godimento dei diritti costituzionali da parte dei lavoratori, dunque, nella generali­tà dei casi, l’età dello stesso lavoratore. Ep­pure, nel nostro ordinamento, solo la mag­giore età costituisce uno spartiacque nella storia personale di un individuo, delinean­do una separazione tra un prima e un dopo nella scala di godimento dei diritti sanciti dalla Costituzione. Beninteso, un minore non ha diritto di voto, non ha facoltà piena di porre in essere atti negoziali, ma non per questo è passibile di soprusi e di discrimi­nazioni. Anzi, c’è una tutela rafforzata che li riguarda, in quanto «soggetti deboli». Nel­lo schema proposto dal governo in materia di rapporti di lavoro, c’è invece un rovescia­mento del principio: più sei giovane (in Ita­lia si può lavorare già a 13 anni) meno tutele e diritti avrai. Uno stravolgimento del prin­cipio cardine della nostra Legge fondamen­tale: «Tutti i cittadini hanno pari dignità so­ciale e sono eguali davanti alla legge, ( …)».
  5. Così si arriva al «decreto dignità» voluto dal Movimento 5 Stelle nel 2018, al tempo del governo gialloverde. Un intervento con un evidente scarto tra finalità dichiarate e ri­sultati conseguibili. Non risolve il problema della polverizzazione dei contratti «atipici» e si concentra quasi esclusivamente sulla durata ed il prolungamento dei contratti a tempo determinato. Si prevede la diminu­zione della durata massima dei contratti a termine da 36 a 24 mesi; l’obbligo di dichia­rare i motivi del ricorso al contratto a ter­mine; la possibilità di prorogare solo quat­tro volte un contratto a tempo determinato mentre prima le possibilità erano cinque. Intenti giusti, ma configurati in un provve­dimento frettoloso, al di fuori di una revi­sione organica delle norme vigenti in mate­ria di lavoro, che non hanno sortito effetti particolarmente significativi dal lato della lotta alla precarietà.

Dopo più di un secolo e mezzo, mutatis mutandis, siamo ancora a ciò che il giovane Marx, umanista prima di abbracciare la «critica dell’economia politi­ca», scriveva nel Manoscritti economi­co-filosofici del 1844: «Il risultato è che l’uo­mo (il lavoratore) si sente libero ormai sol­tanto nelle sue funzioni bestiali, nel man­giare, nel bere e nel generare, tutt’al più nell’avere una casa, nella sua cura corpora­le ecc., e che nelle funzioni umane si sente niente più che una bestia». D’altra parte, come si accennava all’inizio, i progressi del­la scienza e della tecnica, la rivoluzione in­formatica, anziché «liberare» il lavoro e ri­partirlo, sono stati funzionali ad un suo più duro asservimento, oltre che al suo rispar­mio (disoccupazione tecnologica).
Un’economia che produce disuguaglianza.
Parliamo di un lungo processo di destrut­turazione dei rapporti di lavoro e delle re­lazioni industriali, funzionale ad un’econo­mia sempre più orientata alle esportazioni (nel 2020, nonostante la pandemia, il saldo della bilancia commerciale italiana è stato di 63,6 miliardi di euro) ed alla compres­sione della domanda interna, che ha pro­dotto e produce diseguaglianze, che è alla base di salari e stipendi, a parità di potere d’acquisto, tra i più bassi d’Europa. Una recente analisi dell’Ocse ha dimostrato addirittura che l’Italia è l’unico paese in ambito Ue in cui i salari, al netto dell’infla­zione, sono diminuiti rispetto a trent’anni fa. Mentre in Germania e in Francia sono aumentati di circa il 30%, da noi sono di­minuiti del 2,9%. Intanto, se si fa un con­fronto con la situazione degli altri paesi europei, ciò che balza agli occhi è anche l’estensione dell’area del non-lavoro. Insie­me alla Grecia condividiamo gli ultimi po­sti della classifica europea per quanto ri­guarda il tasso di disoccupazione generale e quello giovanile. Dati che hanno subìto un forte peggioramento a causa della pan­demia. Con il rimbalzo dell’economia dopo il tonfo del 2020 (8,9% sull’anno preceden­te), stiamo però assistendo anche ad un recupero dei posti di lavoro persi. Gli ulti­mi dati forniti dall’Istat ci dicono che il tasso di disoccupazione è sceso all’8,5% (se nel calcolo vengono inseriti anche quelli che non cercano più un lavoro la percentuale lievita fino al 22%) e c’è stato anche un balzo in avanti del tasso di occupazione (59,6%). Del milione di posti di lavoro persi a causa del Covid se ne sono recuperati all’incirca 700 mila. Ma di che lavoro par­liamo? Secondo le stime del Ministero del lavoro il 99% dei contratti è a tempo deter­minato e uno su dieci ha avuto una durata non superiore alle 24 ore. Il 13,3% di questi «contratti» ha avuto addirittura la durata di un solo giorno. Non ne stiamo uscendo migliori. Non sta andando tutto bene. Dal­la pandemia che, invero, non è mai finita siamo transitati direttamente, senza solu­zione di continuità, in un cupo scenario di guerra. Delle difficoltà delle famiglie si fa beffe l’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità, dei carburanti, delle uten­ze, ma la politica non disdegna un aumen­to della spesa per armamenti.
Verso un keynesismo di guerra.
Il conflitto in Ucraina, insomma, ci sta por­tando direttamente verso un keynesismo di guerra. La minaccia è rappresentata solo dalla Russia o ci stiamo preparando per un nuovo conflitto mondiale?
I trenta paesi del­la Nato spendono 1.100 miliardi di dollari per la difesa, mentre Cina, India e Russia insie­me (tre miliardi di persone) arrivano a mala­pena a 390 miliardi. Biden ha portato la spe­sa del Pentagono a 813 miliardi di dollari per il 2023. La Russia, nel 2021, ha stanziato per le sue forze armate 46 miliardi di dollari. Non c’è proporzione. Che poi, un confronto con il nuovo «asse del male» non si risolverebbe che con il ricorso all’atomica. Perché, allora? Sono certamente valide le parole di France­sco: «La spesa per le armi è una pazzia di cui vergognarsi». Ma per chi le produce e le ven­de non è pazzia. È guadagno, profitto, ric­chezza. Ed anche il loro impiego fa parte del gioco. Per questo, come un secolo fa, i lavo­ratori «di tutti i paesi» dovrebbero scendere in piazza e gridare forte il loro no alla guer­ra. Alla guerra in quanto tale, che vede in campo attori diretti e chi agisce per procura. È inaccettabile che i «lavoratori di tutti i pa­esi» ieri abbiano dovuto pagare il costo del risanamento delle scorribande finanziarie delle banche, poi il prezzo sociale della pan­demia, adesso il prezzo ancora più salato della guerra. I soldi e gli sforzi dei governi devono essere indirizzati al recupero della dignità del lavoro, per combattere la precarietà, per salari e stipendi commisurati al costo reale della vita, non per preparare nuove guerre. In Italia, per un nuovo patto sociale in nome dei principi fondamentali della nostra Costi­tuzione. L’ammonimento di Francesco: «Die­tro ogni attività c’è una persona umana». Sarebbe ora di tenerne conto.


[1] Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui Micromega, Il Manifesto, Linkiesta, Economia e Politica. 




POLITICHE ATTIVE DEL LAVORO
Fiorella Farinelli (Rocca 1 maggio 2022)

POLITICHE ATTIVE DEL LAVORO
Proviamoci davvero.
Fiorella Farinelli (ROCCA 1 maggio 2022)

Politiche attive del lavoro, che cosa sono e perché sono così importan­ti? I primi passi si stanno finalmen­te facendo anche in Italia. Con il decreto di dicembre sul piano Gol – Garanzia di Occupabilità dei La­voratori – finanziato con la bella cifra di 4,4 mld e, poco dopo, con la ripartizione tra le Regioni di una prima tranche di 880 ml per il decollo di specifici piani opera­tivi. Con due obiettivi principali, ogni gior­no più impellenti. Il primo è inserire o reinserire nel lavoro, entro il 2025, 3 mi­lioni di senza lavoro tra disoccupati e inat­tivi, di cui 800mila da coinvolgere anche in formazione (per il digitale, ma non solo). Il 75% tra disoccupati di lunga du­rata, giovani fuori dallo studio, dal lavo­ro e dalla ricerca del lavoro, donne, over 55, e partendo da chi è titolare di inden­nità di disoccupazione, cassa integrazio­ne, reddito di cittadinanza. Il secondo, strettamente funzionale al primo ma con tempi così lunghi che si dovrà ricorrere anche alle agenzie private di incrocio do­manda-offerta, è rendere finalmente ef­ficienti i nostri Centri per l’impiego, da cui non passa oggi più del 7% degli inse­rimenti lavorativi (succede perché i Cen­tri sono inefficienti o perché il familismo italiano preferisce il fai-da-te del passa­parola? Ecco un bel caso di discussione se sia nato prima l’uovo o la gallina). Il tutto sullo sfondo di due megatransizioni non dilazionabili, la digitale e l’ambien­tale, e dei due spaventosi «cigni neri» della pandemia e del ritorno di una guer­ra devastante in Europa. Quanti e chi sa­ranno quelli che perderanno il lavoro e che, per ritrovarlo, dovranno nei prossi­mi mesi e anni riconvertirsi, e in che di­rezione? E come si fa con i tanti senza qualificazione e con livelli di istruzione così bassi da rendere problematico il rien­tro in formazione? Pagheremo, è certo, l’insistente assenza di un sistema per l’ap­prendimento permanente, e anche le criticità della formazione continua per gli occupati.
Oltre le politiche «passive».
In mezzo a tante incertezze, conforta che per la prima volta un robusto piano di po­litiche attive ci sia e le risorse per avviar­lo pure. E però, sebbene il pessimismo sia un lusso da riservare a tempi migliori, è ragionevole chiedersi se si riuscirà a ri­baltare, o almeno a sgretolare progressi­vamente il macigno sedimentato in Italia da decenni di politiche unicamente passi­ve. Fatte di dispositivi di compensazione della povertà derivante dal non lavoro (che in molti da sempre e ancora oggi conti­nuano a chiedere solo di estendere e pro­rogare il più possibile) e non anche di ser­vizi e azioni capaci di riavvicinare il pri­ma possibile al lavoro, a un buon e digni­toso lavoro, chi l’ha perduto e chi non l’ha mai avuto. Politiche «passive», appunto, nel senso che rendono passivi molti dei de­stinatari. Quindi disinteressati o incapaci di attivarsi per una via d’uscita. Quindi esposti al rischio di accontentarsi della triste convenienza a campare così, tra ri­medi compensativi a termine, che in Ita­lia cambiano da un governo all’altro e da un’area territoriale all’altra, e il ricorso a lavori e lavoretti in nero. Dietro, si sa, c’è un interrogativo grande come una casa, che riguarda il significato e le finalità stes­se del welfare del lavoro. Perché da politi­che ispirate alla sola tutela deriva, soprat­tutto per i più fragili, la rinuncia e la di­pendenza dalle politiche nazionali e loca­li, mentre le altre, quelle attive, ne pro­muovono la fiducia in sé, la crescita pro­fessionale, l’autonomia, la dignità. Ma il nostro Paese, i politici, i sindacati, le im­prese, l’opinione pubblica, tutto il siste­ma che gira attorno alle politiche passive, quale delle due strade preferisce, e quan­to è disposto a cambiare perché la secon­da prevalga sulla prima? E inoltre in cosa consistono davvero le politiche attive? Di che cosa sono fatte in tutti i paesi dell’Eu­ropa settentrionale e continentale in cui la disoccupazione di lunga durata viene grazie ad esse contrastata assai meglio che da noi, i tempi di passaggio da un lavoro all’altro vengono accorciati, la qualifica­zione e la riconversione professionale ven­gono assicurate da un sistema formativo per adulti dentro e fuori dal lavoro? I Neet ci sono ovunque in Europa, ma noi ne ab­biamo l’inquietante primato, mentre sia­mo in fondo alle graduatorie non solo per numero di non diplomati e di non qualifi­cati, ma anche per tassi di partecipazione degli adulti alla formazione continua e al­l’apprendimento permanente. Col para­dosso che in tanti campi del lavoro priva­to e pubblico mancano i profili professio­nali giusti e che certi concorsi non trova­no candidati o ne trovano di così impre­parati che non tutti i posti in palio vengo­no coperti. Cosa si può «copiare» dai pae­si più virtuosi? Storie esemplari, ma non eccezionali, di ciò che accade da decenni non lontano da noi, chiariscono cosa dovremmo fare, da subito, nell’attuazione del piano Gol, nel­le misure connesse e previste dal Pnrr (il piano Nazionale delle Competenze degli adulti e lo sviluppo del «modello duale» nella formazione professionale) e nelle politiche nazionali (la cassa integrazione, l’indennità di disoccupazione, le pensioni di invalidità, il reddito di cittadinanza, i mille «bonus» che vanno e vengono secon­do le stagioni politiche). Una di queste sto­rie l’ha recentemente raccontata, proprio a questo fine, Pietro Ichino, professore di diritto del lavoro, in passato dirigente dei metalmeccanici della Cgil e degli uffici legali di importanti strutture sindacali, poi sempre più in dissenso da quel mondo pro­prio a proposito di politiche del mercato del lavoro. Vale la pena di riportarla, que­sta storia che parla da sè (Una storia vera di politiche attive del lavoro – Lavoce.info).
La storia di Gavino Nieddu e il modello tedesco
Di che si tratta? All’inizio degli anni Settan­ta, racconta il professore, Gavino Nieddu, barbiere, emigra dalla Sardegna in Germa­nia, incoraggiato dalle notizie sulle occasio­ni di lavoro e sui livelli delle retribuzioni che gli arrivavano dai compaesani partiti prima di lui. Tutto va liscio fino al 1977 quan­do un incidente stradale gli provoca una grave lesione permanente che gli impedirà per sempre di lavorare in piedi. In attesa che trovi un altro lavoro compatibile con la sua disabilità, gli viene assegnato un tratta­mento di disoccupazione che vale due terzi il suo reddito da lavoro precedente. Tempe­stivamente Gavino viene convocato da un’ ap­posita agenzia pubblica che gli fa una lunga intervista su quel (poco) che ha studiato da ragazzo, quello che sa fare, quello che gli piacerebbe fare tenendo conto della soprav­venuta disabilità. Gli indica i settori in cui le imprese hanno più difficoltà a trovare la­voro qualificato e specializzato, spiegando­gli che è in quella direzione che gli conviene indirizzarsi. Se vuole continuare a godere del trattamento di disoccupazione, infatti, deve scegliere una riqualificazione che ab­bia una ragionevole probabilità di successo. Se lo farà, l’agenzia finanzierà tutte le spe­se della sua formazione aggiungendo all’in­dennità di disoccupazione un assegno di for­mazione fino a copertura totale della sua ultima retribuzione. Tra le opportunità se­gnalate, Gavino sceglie quella di diventare ottico. Poiché la scelta viene approvata dal­l’agenzia, gli viene fatto un formale contrat­to che lo vincola a seguire un programma formativo di tre anni, prima corsi di tede­sco, matematica, fisica, poi di specializza­zione. Gavino si dedica con impegno e dopo tre anni consegue la qualificazione. Dato che non riesce immediatamente a trovare un lavoro (anche in Germania, evidentemente, le imprese hanno bisogno di essere «inco­raggiate» ad assumere persone con disabili­tà), l’agenzia offre per assumerlo un contri­buto del 75% del costo del lavoro e dei con­tributi previdenziali per i primi 4 mesi di lavoro che va a calare fino ad azzerarsi en­tro il sedicesimo mese. In questo modo Ga­vino ottiene il lavoro, in dieci anni si specia­lizza ed affina la sua professionalità fino ad ottenere un’offerta di lavoro molto vantag­giosa in Lussemburgo dove si trasferisce. Qualche anno dopo utilizza le sue compe­tenze – e il gruzzolo che ha risparmiato – per tornare in Sardegna e aprire lì un suo negozio di ottica.
La ricerca attiva
Un happy end a cui si potrebbe obiettare che un trattamento del genere costa mol­to, forse troppo per un Paese indebitato come l’Italia. Tutto vero, risponde Ichino, ma quanto costerebbe allo Stato italiano una pensione di invalidità a vita? E quanto gli sgravi fiscali, un bonus di sostegno al­l’affitto, le riduzioni o esenzioni tariffarie per la scuola e l’università dei figli, l’asse­gno di accompagnamento, e le altre agevo­lazioni in questi casi erogate dalle politi­che nazionali e degli Enti Locali? Senza contare – ma parlando di welfare si dovreb­be – il costo umano di una condizione di dipendenza e di marginalità sociale e lavo­rativa di una persona che ha ancora risor­se personali da sviluppare per una vita di­gnitosa e per un lavoro gratificante. Una storia perfetta per illustrare di che cosa si parla quando si parla di politiche attive. Tanto più in quanto, nel caso raccontato, le difficoltà soggettive sono massime, non solo perché Gavino è per la sua disabilità ogget­tivamente escluso da una gran parte delle opportunità lavorative ma anche perché ha avuto poca istruzione iniziale e, in quanto emigrato da un altro Paese, non padroneg­gia ancora la lingua del Paese di accoglien­za. Dalla storia di Gavino risulta infatti evi­dente che il successo del suo percorso de­riva in primo luogo dalla capacità del Cen­tro di prendere in carico il lavoratore fra­gile, di costruire non «per» ma «con» lui un progetto convincente, di attivare una formazione integrata di competenze di base (tedesco, matematica, fisica) e di compe­tenze professionali – un’opportunità che manca quasi del tutto nei nostri sistemi di formazione per gli adulti -, di negoziare con l’impresa le condizioni dell’assunzio­ne. Di coordinare, insomma, ritagliandole sui bisogni formativi di chi viene preso in carico, l’insieme dei dispositivi previsti, finalizzandoli alle politiche attive. Una di­stanza incolmabile, nella Germania di cin­quant’anni fa e ancor più da quella di oggi, da ciò di cui disponiamo nel nostro Paese, dove tra il servizio che tratta il lavoratore, l’ente che eroga l’indennità, il gestore della formazione professionale, le scuole di istru­zioni degli adulti regnano distanza e inco­municabilità (anche informatica). E dove i Centri per l’impiego non sono dotati di ope­ratori in grado di prendere in carico, ac­compagnare, sostenere e, cosa tutt’altro che secondaria, le imprese non si fidano delle selezioni e valutazioni dei Centri. Col risul­tato che, una volta erogato un dispositivo di sostegno, è alla persona che viene affi­data la responsabilità della «ricerca atti­va». Qualcuno ci riesce, ma la maggioran­za non ce la fa.
C’è un’altra storia, questa volta una fiction, che descrive magnificamente il tragico percorso di solitudine e di impotenza di un lavoratore lasciato da solo a fronteg­giare le difficoltà opposte da un Centro per l’impiego burocratico e disumano. L’ha raccontata Ken Loach, un regista militan­te molto vicino ai drammi del lavoro nel­l’Inghilterra del dopo Thatcher, nel film «Io Daniel Blake» del 2016, Palma d’oro al Fe­stival di Cannes. Il protagonista è un abi­lissimo carpentiere di mezza età, anche lui impossibilitato a continuare il suo la­voro dopo un infarto, costretto a una «ri­cerca attiva» di un’altra opportunità lavo­rativa che deve essere svolta obbligatoria­mente per via unicamente digitale, seb­bene nessuno gli insegni l’uso del compu­ter e nonostante lui sia in grado di trovar­la contattando direttamente le aziende. Finirà stroncato dallo stress nel bagno del Centro per l’impiego l’artigiano dalle mani (e dal cuore) d’oro, simbolo della crudeltà sociale del sistema, anche quello delle po­litiche attive. Bisognerebbe, nell’attuazio­ne di Gol, prendere sul serio le indicazio­ni che vengono dalle due storie, quella vera e quella verosimile. Cosa vuol dire pren­dere in carico, cosa significa personaliz­zare i percorsi, qual è il ruolo dell’orienta­mento e della formazione, qual è il man­dato dei Centri per l’impiego, di quali fi­gure professionali deve essere dotato? Non bastano le risorse, ancorché ingenti, a co­struire politiche sociali intelligenti ed ef­ficaci, a mettere in campo un welfare de­gno di questo nome. Ce la faremo?




Minimo sindacaRe
Andrea Gaiardoni (ROCCA 01/05/2022)

Minimo sindacare

Andrea Gaiardoni (ROCCA 1 maggio 2022)

Ci sono le parole, ed è un bene che ci siano: «Noi siamo per stabiliz­zare i precari, sia nel pubblico sia nel privato. Siamo per investire in formazione, perché fa la diffe­renza. In vent’anni la contratta­zione aziendale non è cresciuta, sono cre­sciuti i contratti nazionali pirata. È il mo­mento di una legge sulla rappresentanza e di riconoscere ai contratti nazionali il ruolo di autorità salariale che aumenti il potere d’acquisto. La crescita dei salari è la condizione perché riprendano i consu­mi». La voce è di Maurizio Landini, segre­tario della Cgil, il più importante e rap­presentativo sindacato d’Italia. La musica che fa da sfondo, però, è fuori sincrono. E quella la scrive il governo, il Parlamento, troppe volte «distratti» dall’incombere delle minacce quotidiane (dalla guerra alla pandemia). Ma che di certo, negli ultimi anni, non hanno brillato per «visione del lavoro»: senza il disegno di una rinnovata politica industriale, senza un piano d’in­vestimenti che vada oltre l’emergenza, senza un vero modello di sviluppo nazio­nale, ma frammentato in diecimila rivoli locali. Ancora senza una riforma fiscale, invocata da anni come un eco che rimbal­za nel vuoto, in grado di colpire seriamen­te l’evasione, la sistematica elusione, l’eco­nomia offshore, le rendite finanziarie. E con una precarietà arrivata ben oltre il li­vello di guardia.
«È indispensabile una nuova politica dei redditi che tuteli lavoratori e pensionati, competitività e sostenibilità produttiva delle imprese: un patto sociale anti-infla­zione che sostenga i ceti fragili e le impre­se in difficoltà», è l’appello del segretario della Cisl, Luigi Sbarra. Perché oramai vi­viamo nell’epoca dell’erosione: dei posti di lavoro, dei salari, del potere d’acquisto, dei diritti stessi dei lavoratori. E spesso la principale responsabilità risiede nella glo­balità delle crisi economiche e politiche. Emergenze su emergenze che sempre più spesso vengono affrontate con soluzioni di «respiro corto»: sussidi, ristori, sgravi fiscali. Come se le istituzioni non riuscisse­ro a tenere il passo degli eventi: tampona­re sì, prevenire mai, migliorare le condi­zioni dei lavoratori men che meno. E oggi ci troviamo con un’economia di nuovo in affanno, con le stime che peggiorano, il Pil che scende a precipizio, la spesa che sale, un carico fiscale che pesa insoppor­tabilmente sulle spalle dei lavoratori. Con una forbice della disuguaglianza sempre più divaricata. La redistribuzione del ca­rico fiscale, da spostare su profitti e capi­tali, dovrebbe essere una priorità, ma se ne parla in una corsia marginale e i pro­gressi sono lentissimi: ci sono sempre al­tre urgenze, altre emergenze.

La firma sul «Protocollo di partecipazione».

Dunque non mancano gli argomenti, e di conseguenza le parole da mettere sul ta­volo. Ma i fatti? Le soluzioni? Un tempo questo indispensabile ruolo di «cerniera» tra politica e paese reale, e di pungolo, soprattutto sul tema del lavoro, era svolto dal sindacato. Ma oggi? Con un sistema politico «destrutturato e distante dai cit­tadini», come l’ha recentemente definito il segretario della Cgil? Un buon segnale è arrivato alla fine dello scorso anno, il 23 dicembre, quando il governo ha firmato il «Protocollo per la partecipazione delle organizzazioni sociali alla gestione del Pia­no nazionale di ripresa e resilienza»: vuol dire che Cgil, Cisl e Uil parteciperanno in maniera stabile e preventiva ai processi che porteranno a definire progetti e stan­ziamenti per le sei missioni del Pnrr. «Ta­voli» che saranno attivati non soltanto nei ministeri, ma anche a livello locale, nelle Regioni e nei Comuni.
Ma resta una domanda: il sindacato di oggi, com’è oggi, avrà la forza per incide­re? Di divincolarsi dalle logiche imposte dai partiti, compreso il continuo flirtare con gli imprenditori a scapito dei diritti di chi lavora? Riuscirà a ottenere risultati concreti? «Rispetto a quando i sindacati sono nati, durante la seconda rivoluzione industriale, tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX, la situazione è cambiata in modo radicale», spiega Lorenzo Mechi, professore associato di Storia delle rela­zioni internazionali all’Università di Pado­va. «Di fronte ai cambiamenti tecnologi­ci, nella distribuzione nazionale e inter­nazionale del lavoro, con la frammenta­zione del processo produttivo tra più pae­si, con la nascita delle multinazionali, delle filiere globali di produzione, il sindacato si è necessariamente indebolito. Si può dire che in qualche misura sia stato aggi­rato. Perché questi processi hanno avuto sicuramente una «ragione» sul piano stret­tamente economico: conviene produrre altrove, dove i salari costano un decimo, per tornare a vendere qui: la globalizza­zione permette questo. Ma ancor più ha pesato un altro aspetto, forse perfino su­periore a quello economico: gli imprendi­tori che hanno operato quelle scelte si sono così sottratti a un «controllo sindacale» che, nella loro percezione, si era fatto più soffocante. Hanno tolto il terreno sotto ai piedi del sindacato, del lavoro organizza­to, riguadagnando un’autonomia contrat­tuale che avevano perso da decenni. Per­ciò ritengo che il sindacato sia stato in parte aggirato e in parte emarginato: con una forza che oggi è sicuramente ridotta rispetto al passato».

La sfida di Landini: «Unità sindacale».

Quindi cosa fare per risollevare il ruolo dei sindacati, che per decenni hanno consen­tito ai lavoratori di «entrare» nei principali teatri della politica, di poter davvero con­tare qualcosa (non si muoveva foglia, che riguardasse il tema del lavoro, senza l’ac­cordo con i sindacati)? Il segretario della Cgil, Maurizio Landini, non ha dubbi: la soluzione è l’unità sindacale. «Non esisto­no più le ragioni storiche e politiche che hanno diviso Cgil, Cisl e Uil», aveva già detto nel 2019, poco prima che la pandemia con­gelasse gran parte dei temi non strettamen­te collegati all’emergenza. «Bisogna costru­ire una risposta alla frantumazione dei di­ritti e dei processi produttivi. In questo quadro va rafforzato il ruolo del sindacato e della contrattazione nei luoghi di lavoro. Il sindacato deve allargare gli spazi della sua rappresentanza, dobbiamo sempre più far entrare nelle nostre sedi e nelle nostre piattaforme rivendicative i nuovi lavori, le differenze di genere, l’attenzione per l’am­biente». E oggi non ha cambiato idea: «La scissione dei sindacati negli anni ’50 avvenne sulla base dell’appartenenza politica in un mondo diviso in blocchi. Quella condizio­ne oggi non c’è più. Dobbiamo ragionare sull’unità sindacale con un profilo diverso: le ragioni che portarono a quella rottura non possono più essere considerate come motivo ostativo alla ricostruzione di un sog­getto sindacale unitario, democratico, plu­rale. Che può nascere dal basso e può rea­lizzarsi mettendo in pratica un’idea di sin­dacato fondato sull’autonomia, sulla demo­crazia, sulla partecipazione, sulla rappre­sentanza». Per poi uscire dal vago e punta­re dritto ai suoi interlocutori, come ha fat­to all’ultima assemblea organizzativa della Cgil, a Rimini: «A Cisl e Uil proponiamo di dare vita a una stagione di elezione delle Rsu in tutte le imprese con più di 15 dipen­denti. Proponiamo un’idea di sindacato confederale basato sull’unità e sul pluralismo: per affrontare il problema di come mette­re i lavoratori al centro del cambiamento». La risposta degli altri due principali sin­dacati, Cisl e Uil, è stata, per così dire, prudente. «In Italia non c’è un sindacato unico c’è un sindacato unitario», ha più volte ripetuto il segretario della Uil, Pier­paolo Bombardieri. Mentre Luigi Sbarra, segretario della Cisl, ha commentato: «Fi­gurarsi se Cisl è contraria all’unità sinda­cale, ma dobbiamo fare chiarezza su con­tenuti e metodo da esercitare come rap­presentanza. Come sul modello di sinda­cato che serve a questo Paese. La marcia verso il nuovo va orientata con la bussola della concordia e della corresponsabilità». Un tema, quello del sindacato unico, da diversi anni foriero di aspre divisioni. Nel 2015 lo invocò anche Matteo Renzi, allora presidente del Consiglio e artefice di quel Jobs Act che segnò la fine dell’articolo 18 (con la trasformazione dei contratti da tempo «indeterminato» a tempo «indeter­minabile» vista la libertà di licenziamen­to che introduceva), ma ricevette un bru­sco stop da tutte le sigle. Con Susanna Camusso, all’epoca segretario generale Cgil, che sentenziò: «È una concezione che esiste solo nei regimi totalitari».
Ora, evidentemente, le esigenze sono cam­biate. E c’è chi ritiene si debba fare di più, con più compattezza, con maggior peso di rappresentanza. I numeri (elaborati dal Centro studi della Confederazione Euro­pea dei Sindacati) dicono che in Italia il 35% dei lavoratori dipendenti è iscritto a un sindacato (in Germania appena il 18%, in Francia soltanto l’8%) e che l’80% è «co­perto» da un tetto di contrattazione col­lettiva (in Germania siamo al 62%, men­tre in Francia la percentuale sale al 98%). Ancora il professor Mechi: «La ‘densità sin­dacale’ rilevata nei paesi Ocse negli ulti­mi vent’anni segna un drastico calo di iscri­zioni, con alcune eccezioni però. E tra que­ste c’è l’Italia, anche se il dato degli iscrit­ti contempla una forte presenza di pen­sionati (nell’ordine del 50%: e c’è un’im­portante riforma in arrivo, ndr). Bisogna anche rilevare come alcune decisioni del­l’Unione Europea abbiano quasi spinto, negli ultimi vent’anni, i governi europei verso una deregolamentazione del merca­to del lavoro. Eclatante il caso della Gre­cia, passata attraverso la drammatica crisi del 2009 (gestita dalla cosiddetta ‘troika’): all’epoca il 100% dei lavoratori greci era tutelato da una contrattazione collettiva: oggi siamo al 14%. Dimostrazione che ora­mai l’Unione Europea contribuisce larga­mente al disegno delle politiche economi­che degli stati membri».

Nasce lo «Statuto della Persona»

Ed è proprio per questo che servirebbe un sindacato forte: proprio per «governare» questi passaggi, per vigilare sul rispetto dei diritti dei lavoratori. Non è un tema del passato. Non è un argomento scaduto. È una sfida che riguarda il futuro di tutti noi. Maurizio Landini, in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera, l’ha spiegata così: «Vedo una frattura tra il mondo del lavoro e la rappresentanza politica. Un nostro son­daggio mostra che circa il 60% degli italia­ni pensa che la politica sia importante, ma non si sente rappresentato nel quadro at­tuale. È problema molto serio. E riguarda tutti, forze politiche e sociali, imprese e sindacato: c’è bisogno di un nuovo prota­gonismo del mondo del lavoro. Dobbiamo trovare la forza di dire basta alla precarie­tà. È necessario cancellare forme contrat­tuali assurde come il lavoro a chiamata, intermittente, i tirocini extra-curriculari, definendo un unico contratto di inserimen­to al lavoro finalizzato alla stabilità. E van­no aumentati i salari, che sono tra i più bassi in Europa: non è più tollerabile».

E se il futuro ruolo del sindacato (unito o unitario che sia) fosse non più soltanto nel­la difesa del lavoro, ma anche del lavora­tore? In una nuova concezione di welfa­re? Sul punto i tre maggiori sindacati han­no già trovato un pieno accordo, al punto da aver firmato, alla fine di marzo, un’in­tesa (con Enel) di straordinario valore in­novativo che segna una svolta nelle rela­zioni sindacali: lo «Statuto della persona». Come spiega il segretario della Cisl, Sbar­ra: «Puntiamo alla valorizzazione della persona che lavora, alla sua promozione, alla sicurezza e alla tutela integrale della lavoratrice e del lavoratore». Un accordo che potrebbe fare da apripista, da model­lo facilmente replicabile in altre realtà. Come si legge in un comunicato firmato da tutte le sigle sindacali: «Siamo davanti a un protocollo innovativo nel panorama italiano, che rende l’essere umano prota­gonista di un ecosistema in cui azienda e organizzazioni sindacali collaborano alla creazione di un ambiente di lavoro sano, sicuro, stimolante e partecipativo». E que­sto è un bel punto fermo da cui ripartire.




Il carcere tra la privazione di tutto e l’espropriazione di sé stessi
Cosima Buccoliero

Il carcere tra la privazione di tutto e l’espropriazione di sé stessi
di Cosima Buccoliero
(in “Domani” del 11 maggio 2022)

Quando si pensa alla condizione dei detenuti io credo che non si consideri mai abbastanza il sostantivo “privazione”. Il carcere è soprattutto privazione, non è solo perdita della libertà personale: una duratura condizione di privazione totale. Sfugge la percezione reale di come sia vivere senza poter telefonare quando si vuole, senza poter mangiare quello che si vuole, senza poter vedere le persone amate quando si vuole, persino senza potere assumere una compressa per il mal di testa, quando si vuole. In carcere per qualunque situazione, esigenza, bisogno, si deve chiedere il permesso a qualcuno. Allora, si provi a pensare che cosa significa trascorrere anche solo un anno, o anche solo un mese, anche solo un giorno direi, dovendo dipendere da altre persone, che devono valutare, l’esigenza effettiva della richiesta. E quindi valutare se autorizzare in positivo o in negativo. Allo stesso modo si provi a immaginare come può essere quando non si è del tutto padroni della propria esistenza, della propria vita, e si è consegnati all’istituzione carcere, un’istituzione che ha molte regole rigide, molto burocratizzata, molto autoreferenziale, con prassi anche piuttosto paradossali per chi le osserva da fuori.

La supremazia della carta

Durante le mie giornate ordinarie, quelle cioè in cui tutto scorre senza una emergenza, senza un pericolo o un ostacolo dell’ultima ora, una quota del mio lavoro è mettere ordine nel serpentone di carte che si muove tutti i santi giorni, a Bollate, a Opera, al Beccaria, come in tutte le carceri italiane. Il carcere è uno di quei pochi luoghi in cui la supremazia della carta resiste. Anzi è la carta che segna quasi il ritmo della vita interna al carcere. Tutto quello che qui si muove, si inventa, si immagina è regolato dalla pratica della scrittura su svariate tipologie di moduli. A pensarci è un costante esercizio all’incasellamento della vita dentro procedure. O meglio, la vita del detenuto è un costante esercizio all’incasellamento, alla schematizzazione. Svegliarsi, mangiare, vestirsi, pensare, leggere, cucinare, dialogare, persino amare o scegliere chi amare.

Richiedere una sveglia

Svegliarsi, ho bisogno di una sveglia diventa: “Alla cortese attenzione ecc. avrei bisogno di una sveglia ecc”. Stesura, rilettura. Firma. Consegna a un operatore. E qui parte il serpentone. Approdo, quasi finale: la mia scrivania. Chiarisco: quasi finale. Perché dopo l’approdo scattano la mia lettura, la mia approvazione, che però dipende da almeno tre verifiche: che il modello di sveglia richiesta sia compatibile con il modello di sveglia il cui uso è stato autorizzato, che questa sveglia sia disponibile presso lo spaccio del carcere e che sul conto del detenuto ci siano i soldi necessari all’acquisto (sì, i detenuti hanno la possibilità di tenere un conto presso l’amministrazione del carcere con poche migliaia di euro). Ipotesi A: va tutto liscio, c’è la sveglia, ci sono i soldi sul conto. Nel tempo ragionevole di qualche giorno il signor Beta potrà avere la sua sveglia. Ipotesi B: non va tutto liscio. Bisogna chiedere all’esterno la sveglia, oppure mancano i soldi sul conto. In questo caso i giorni diventano settimane, e le settimane in qualche volta anche mesi. E di questo tempo dilatato nessuno ha una responsabilità, perché al modulo X deve per forza seguire il modulo Y e poi quello Z. Un giorno il signor Beta avrà una sveglia in cella e sarà un’occasione, un evento. Perché accade in questo modo che l’ordinario diventi una occasione. Io leggo, verifico e autorizzo. E non mi domando (più) perché l’acquisto di una sveglia necessiti dell’autorizzazione della direttrice.

La cura di sé

Vestirsi: … ho bisogno di una cintura per i miei pantaloni da lavoro. “Gentilissima sono qui a chiederle…” Stesura della domanda anzi della “domandina”, consegna. Solito giro. Autorizzazione. Quesito: se i pantaloni da lavoro prevedono una cintura, perché non consegnare subito una cintura? Oppure: … “ho bisogno di un paio di scarpe e non ho trovato niente della mia misura tra gli indumenti della Sesta Opera. Allego foto del modello scelto”. (La Sesta Opera San Fedele è una delle più antiche associazioni di assistenza carceraria operanti in Italia). Richiesta e foto sono sul mio tavolo. Firmo, autorizzo. Verifica della disponibilità sul conto del detenuto, inoltro richiesta allo spaccio, che provvederà all’acquisto. Tempo necessario? Dipende, da qualche giorno a qualche settimana. Cura di sé: … ho bisogno di forbicine, quelle per bambini, distribuite, non sono sufficienti. “Egregio…”. Tutto come sopra, eccetto il fatto che nel concedere l’autorizzazione devo verificare il modello di forbicine più adatto, sicure come quelle di una nota marca di prodotti per bambini ma, diciamo così, più adeguate a uomini o donne adulti.

 Tempo libero e riposo

Pomeriggio, tempo libero: … vorrei ascoltare un po’ di musica. L’mp3 è fuori uso. “Alla gentile attenzione…”. Ci vorrà tempo; per oggi, per domani, per qualche giorno meglio trovarsi qualcos’altro da fare. Niente musica. Pomeriggio, è giorno di telefonata: “Vorrei cambiare il seguente numero con il seguente numero… Illustrissima dottoressa, la prego di autorizzare le chiamate a questo numero in sostituzione di…”. Così leggo ed entro nella vita di queste persone, e se nel mondo è tutto un parlare di privacy, qui sono io a decidere se autorizzare la telefonata alla signora X invece che alla signora Y. Che poi, anche a voler mantenere il distacco, vengono quasi spontanee domande tipo: ma chi sarà, non è la moglie? O anche: ma perché non vuole più parlare con tizio. Questo quando c’è da sorridere e non sempre è così, spesso è tutto un mettere le mani dentro dolori e fratture. Abissi, insomma. Sera, riposare, dormire: “Gentilissima torno a lei, perché mi trovo nella condizione di dover sollecitare una nuova visita. Le pillole che mi ha dato il dottore non bastano…”. Leggo e a mia volta inoltro: per questa richiesta posso fare poco. Dal 2009 infatti l’area sanitaria dei penitenziari è sotto la gestione del personale medico alle dipendenze delle aziende ospedaliere.

Espropriazione

E a questo punto al sostantivo “privazione” se ne unisce un altro, altrettanto poco considerato, ovvero “espropriazione”. Di tutte le espropriazioni che riguardano i detenuti quella della gestione del proprio corpo è forse la più ingiusta. Se io ho mal di testa apro un cassetto, frugo, prendo una scatola di analgesici ed è fatta. Se un detenuto ha mal di testa, la gestione del suo dolore diventa collettiva. È una faccenda sua, ma anche dell’agente di turno, e poi mia, una catena fino ad arrivare al medico. Se io ho bisogno di un qualunque esame diagnostico in un tempo ragionevole posso essere sicura di essere visitata. Se un detenuto ha bisogno del medesimo esame il tempo ragionevole non esiste, anzi in qualche caso non esiste proprio il tempo. Il tempo si polverizza nelle carte, sminuzzato dalle procedure, dalla burocrazia. L’intimità del dolore è costantemente profanata dalla dipendenza da qualcun altro: dall’essere costantemente sotto l’occhio di tutti, i propri compagni di cella, o dall’essere derubricati a “domanda da autorizzare”. Sia che si viva la malattia cercando l’isolamento, sia che la si viva cercando l’attenzione, nessuna di queste dimensioni che fuori sono naturali dentro il carcere possono appartenere ai detenuti. L’equilibrio dipende da una pluralità di fattori che non sempre concorrono: una struttura adeguata, l’occhio attento di un operatore, l’occhio altrettanto attento di un agente, una buona relazione con gli altri detenuti, un’adeguata gestione di coloro che hanno una responsabilità come la mia. Se poi il dolore sta in quel luogo misterioso che è la mente, se prende la forma del disagio, l’espropriazione è ancora maggiore.




LA VERA RICCHEZZA SONO LE PERSONE
I Vescovi per il 1° maggio 2022

Messaggio dei Vescovi per la festa dei lavoratori 1° maggio 2022
«LA VERA RICCHEZZA SONO LE PERSONE»
Dal dramma delle morti sul lavoro alla cultura della cura

Viviamo una stagione complessa, segnata ancora dagli effetti della pandemia e dalla guerra in Ucraina, in cui il lavoro continua a preoccupare la società civile e le famiglie, e impegna ad un discernimento che si traduca in proposte di solidarietà e di tutela delle situazioni di maggiore precarietà. Le conseguenze della crisi economica gravano sulle spalle dei giovani, delle donne, dei disoccupati, dei precari, in un contesto in cui alle difficoltà strutturali si aggiunge un peggioramento della qualità del lavoro. La Chiesa che è in Italia non può distogliere lo sguardo dai contesti di elevato rischio per la salute e per la stessa vita alle quali sono esposti tanti lavoratori. I tanti, troppi, morti sul lavoro ce lo ricordano ogni giorno. È in discussione il valore dell’umano, l’unico capitale che sia vera ricchezza.
«La vera ricchezza sono le persone: senza di esse non c’è comunità di lavoro, non c’è impresa, non c’è economia. La sicurezza dei luoghi di lavoro significa custodia delle risorse umane, che hanno valore inestimabile agli occhi di Dio e anche agli occhi del vero imprenditore» ha ricordato Papa Francesco ricevendo in udienza l’Associazione nazionale dei costruttori edili (20 gennaio 2022).
Il nostro primo pensiero va, in particolare, a chi ha perso la vita nel compimento di una professione che costituiva il suo impegno quotidiano, l’espressione della sua dignità e della sua creatività, e anche alle famiglie che non hanno visto far ritorno a casa chi, con il proprio lavoro, le sosteneva amorevolmente. Così come non possono essere dimenticati tutti coloro che sono rimasti all’improvviso disoccupati e, schiacciati da un peso insopportabile, sono arrivati al punto di togliersi la vita. La nostra preghiera, la fiducia nel Signore amante della vita e la nostra solidarietà siano il segno di una comunità che sa «piangere con chi piange» (cf Lettera di Paolo ai Romani 8,15) e di una società che sa prendersi cura di chi, all’improvviso, è stato privato di affetti e di sicurezza economica.

  1. Le contraddizioni del momento presente

Un Paese che cerca di risalire positivamente la china della crisi non può fondare la propria crescita economica sul quotidiano sacrificio di vite umane. Lo scenario che abbiamo davanti è drammatico: nel 2021 sono stati 1.221 i morti (dati Inail), cui si aggiungono quelli “ignoti” perché avvenuti nelle pieghe del lavoro in nero, un ambito sommerso in cui si moltiplicano inaccettabili tragedie. Siamo di fronte a un moderno idolo che continua a pretendere un intollerabile tributo di lacrime. Tra i settori più colpiti ci sono l’industria, i servizi, l’edilizia e l’agricoltura. Ogni evento che si verifica è una sconfitta per la società nel suo complesso, ogni incidente mortale segna una lacerazione profonda sia in chi ne subisce gli effetti diretti, come la famiglia e i colleghi di lavoro, sia nell’opinione pubblica.
Non ci sono solo le morti: gli infortuni di diverse gravità esigono un’attenzione adeguata, così come le malattie professionali domandano tutela della salute e sicurezza. Ci sono interventi urgenti da attuare, agendo su vari fronti.
La nostra coscienza è interpellata anche da quanti sono impegnati in lavori irregolari o svolti in condizioni non dignitose, a causa di sfruttamento, discriminazioni, caporalato, mancati diritti, ineguaglianze. Il grido di questi nuovi poveri sale da un ampio scenario di umanità dove sussiste una violenza di natura economica, psicologica e fisica in cui le vittime sono soprattutto gli immigrati, lavoratori invisibili e privi di tutele, e le donne, ostaggi di un sistema che disincentiva la maternità e “punisce” la gravidanza col licenziamento. È ancora insufficiente e inadeguata la promozione della donna nell’ambito professionale. A questa attenzione ci sollecita anche la figura di Armida Barelli, beatificata il 30 aprile a Milano: promosse numerose iniziative per la valorizzazione della donna. In tutte queste situazioni non solo il lavoro non è libero, né creativo, partecipativo e solidale (cfr Evangelii gaudium 192), ma la persona vive nel costante rischio di vedere minata irrimediabilmente la sua salute e messa in pericolo la sua stessa esistenza.
Anche il mercato del lavoro presenta falle consistenti che sono tra le cause delle cosiddette «morti bianche». La crescente precarizzazione costringe molti lavoratori a cambiare spesso mansione, contesto lavorativo e procedure, esponendoli a maggiori rischi. Spesso, inoltre, le mansioni più pericolose sono affidate a cooperative di servizi, con personale mal retribuito, poco formato, assunto con contratti di breve durata, costretto ad operare con ritmi e carichi di lavoro inadeguati, in una combinazione rovinosa che potenzia il rischio di errori fatali.

  1. Responsabilità condivise per una cura della salute del lavoratore

Quali beni sono in gioco in queste situazioni? Innanzitutto, il valore soggettivo e personale del lavoro, quello che è definito «capitale umano», vale a dire «gli uomini stessi, in quanto capaci di sforzo lavorativo, di conoscenza, di creatività, di intuizione delle esigenze dei propri simili, di intesa reciproca in quanto membri di una organizzazione» (Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 276). Ma anche la complementarietà tra lavoro e capitale, che supera una antica antinomia attraverso sistemi economici dal «volto umano», così che la principale risorsa rimanga l’uomo stesso. È in gioco anche il bene della pace, perché quando ci sono le condizioni di un lavoro sicuro e dignitoso, si pongono le basi per evitare ogni forma di conflittualità sociale (cf Papa Francesco, Messaggio per la 55a Giornata mondiale della pace).
Da questi valori imprescindibili scaturisce una cultura della cura, nutrita dalla Parola di Dio, che invita ad aprire il nostro cuore a chi nel lavoro vede messa a rischio la dignità e la propria vita. Come non richiamare alla memoria la sofferenza del popolo d’Israele schiavo in Egitto, costretto a fabbricare mattoni in quantità sempre maggiori e in minore tempo (cf Esodo 1,13-14a)? L’impietosa scelta che subordina le persone alla logica dei numeri è presente anche nella lettera di Giacomo, che ricorda come le proteste dei mietitori giungono agli orecchi del Signore onnipotente (cf Giacomo 5,4).
Papa Francesco indica un preciso compito educativo e di tutela dei più deboli nel mondo del lavoro, che impegna la società civile e la comunità cristiana: «Dobbiamo oggi domandarci che cosa possiamo fare per recuperare il valore del lavoro; e quale contributo, come Chiesa, possiamo dare affinché esso sia riscattato dalla logica del mero profitto e possa essere vissuto come diritto e dovere fondamentale della persona, che esprime e incrementa la sua dignità» (Udienza, 12 gennaio 2022).
La complessità delle cause e degli eventi richiede un approccio «integrale» da parte di tutti i soggetti in campo: vanno realizzati interventi di sistema sia a carattere statale, sia a livello aziendale. È fondamentale investire sulla ricerca e sulle nuove tecnologie, sulla formazione dei lavoratori e dei datori di lavoro, ma anche inserire nei programmi scolastici e di formazione professionale la disciplina relativa alla salute e alla sicurezza nel lavoro. È importante che lo Stato metta in atto controlli più attenti, che diventino uno stimolo alla prevenzione degli infortuni.
Un ruolo decisivo nella tutela della sicurezza del lavoratore e delle sue condizioni di salute è assicurato dalle modalità di organizzazione dell’impresa sia sotto il profilo dell’adozione delle misure protettive sia della vigilanza affinché esse siano rispettate. Rispetto a ciò, l’appello di Papa Francesco agli imprenditori risuona quanto mai appropriato: «Voi avete una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti; siete perciò chiamati ad essere costruttori del bene comune e artefici di un nuovo «umanesimo del lavoro». Siete chiamati a tutelare la professionalità, e al tempo stesso a prestare attenzione alle condizioni in cui il lavoro si attua, perché non abbiano a verificarsi incidenti e situazioni di disagio» (Discorso agli imprenditori riuniti in Confindustria, 27 febbraio 2016). I sindacati, nella loro continua ricerca della giustizia sociale, vigilano costantemente sulle condizioni di sicurezza sul posto di lavoro: incoraggiamo il loro impegno a tutela soprattutto delle professioni che risultano più logoranti per la salute o maggiormente esposte a rischio. Sulla scia di quanto la Chiesa che è in Italia ha fatto in occasione della Settimana Sociale di Taranto (ottobre 2021) è importante incoraggiare la condivisione di «buone pratiche» che in ambito imprenditoriale e amministrativo mostrino come coniugare non solo difesa dell’ambiente e protezione del lavoro, ma anche dignità e sicurezza, evitando dunque condizioni che mettono in pericolo la salute o addirittura causano la morte.
Solo se ogni attore della prevenzione, a diverso titolo – a partire dalle istituzioni e dalle parti sociali – contribuisce al contrasto degli eventi infortunistici, si avrà una vera svolta. Per questo è necessario risvegliare le coscienze. Grazie a un’assunzione di responsabilità collettiva si può attuare quel cambiamento capace di riportare al centro del lavoro la persona, in ogni contesto produttivo.

Roma, 19 marzo 2022 Solennità di san Giuseppe

LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE




Guerra in Ucraina e chiese ortodosse
Thomas Bremer (Il Regno)

UCRAINA – Ortodossia russa

Storia di una deriva. I due fuochi: Putin e le comunità in Ucraina
Thomas Bremer[1] (IL REGNO -ATTUALITA’ , n° 6, 15 MARZO 2022)

La decisione del presidente russo Vladimir Putin d’attac­care l’Ucraina il 24 febbraio scorso e l’inizio della guerra hanno collocato la Chiesa ortodossa russa in una situazione estremamente difficile. Mentre un’alta percentuale delle sue comunità si trova in Ucraina e lì la maggior parte dei fedeli è leale verso lo stato ucraino, la posizione della Chiesa ortodossa russa è sempre molto vici­na allo stato russo: questo genera un conflitto interno, il cui esito al momento non è prevedibile.
Sullo sfondo di questa problematica c’è la situazione estremamente compli­cata delle Chiese ortodosse in Ucraina. Il paese, diventato indipendente con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, ha alle spalle una lunga storia e gioca un ruolo centrale nella storia delle Chiese dell’Europa orientale.
Nel X secolo il granduca Vladimiro di Kiev abbracciò il cristianesimo e fece battezzare la popolazione del suo regno, la «Rus». I primi missionari, sacerdoti e vescovi giunsero da Costantinopoli, per cui la Rus adottò la forma greca, detta in seguito «ortodossa», del cristianesi­mo. Quando gli assalti dei tartari inde­bolirono sempre più la Rus di Kiev, il centro delle tribù slave orientali si spostò dal territorio dell’Ucraina attuale verso Nord. Lì si sviluppò la città di Mosca, menzionata per la prima volta a metà del XII secolo, che alla fine divenne il centro più importante: cellula germina­le del Regno russo, acquistò con il passare del tempo un’estensione e importan­za sempre maggiore.
All’epoca non esistevano ancora na­zioni nel senso moderno del termine; solo in seguito gli slavi orientali si distin­sero in russi, ucraini e bielorussi. Nel XVII secolo, Mosca aveva il controllo della maggior parte dell’Ucraina attua­le. Di conseguenza, il discorso naziona­le russo determinò anche il modo in cui vennero considerati gli altri due gruppi nazionali: nazioni non a pieno titolo, ma appartenenti «propriamente» alla nazione russa.
Dal punto di vista ecclesiastico, le due città – Kiev e Mosca – dipesero per molto tempo da Costantinopoli. Nel 1589 si riconobbe l’autonomia (autoce­falia) della Chiesa russa dagli altri pa­triarcati della Chiesa ortodossa. Kiev continuò a restare sotto Costantinopoli; i dettagli del passaggio della Chiesa di Kiev sotto la sovranità del Patriarcato di Mosca nel 1686 sono tuttora controver­si. La Chiesa ortodossa di Mosca prete­se e ottenne la giurisdizione ecclesiale su tutti i fedeli ortodossi nell’Impero russo, diventando così l’unica Chiesa ortodos­sa ammessa.
Anche quando le rivoluzioni del 1917 posero fine all’Impero russo e por­tarono al potere il Governo sovietico, questa situazione cambiò solo per poco tempo. Nel XIX secolo intanto in Ucraina era sorta e cresciuta una co­scienza nazionale, che includeva anche il desiderio di una propria Chiesa orto­dossa che non dovesse dipendere da quella russa. Dopo il 1917 si riuscì a fon­dare una tale Chiesa, contro la resisten­za dell’ortodossia russa. In un primo tempo i nuovi governanti la sostennero, ma dopo alcuni anni la vietarono e la distrussero. Dopo la Seconda guerra mondiale, venne nuovamente concessa alla Chiesa ortodossa russa una vita ec­clesiale limitata e le vennero assegnate anche le comunità esistenti in Ucraina. Solo nella fase finale dell’URSS lo stato mise fine al suo controllo sulle comunità religiose, per cui esse poterono svilup­parsi liberamente.
Il periodo delle tre Chiese
In Ucraina s’innescarono processi di divisione, che sfociarono dopo il 1992 nell’esistenza di tre Chiese ortodosse:

  • la Chiesa ortodossa ucraina, che rimase e rimane in comunione con la Chiesa or­todossa russa, ma gode di un alto livello di autonomia;
  • la Chiesa ortodossa ucraina-Patriarcato di Kiev, che si era separata dalla Chiesa ortodossa ucraina e pretendeva di essere una Chiesa na­zionale ucraina;
  • la Chiesa ortodossa ucraina autocefala, che si considerava quella succeduta alla Chiesa di breve durata dell’inizio del XX secolo.

Di queste tre Chiese, solo una, ossia la Chiesa ortodossa ucraina, era ricono­sciuta da tutta l’ortodossia; le altre due erano considerate Chiese non canoni­che, ossia gruppi scismatici. La Chiesa ortodossa ucraina era anche la Chiesa più grande; per molti anni il numero delle sue comunità (che viene pubblicato annualmente da un organo statale e che è un indicatore affidabile, perché non dà il numero dei membri) era di gran lunga maggiore di quello delle al­tre due Chiese prese insieme.
Questa situazione è durata fino al 2018. Dal 2014, a causa delle proteste a Kiev, dell’annessione della Crimea e della creazione delle «Repubbliche po­polari» nella parte orientale del paese, la posizione della Chiesa ortodossa ucraina si era fatta più difficile, perché veniva accusata d’essere una Chiesa «russa». Viceversa essa aveva comin­ciato a sottolineare continuamente la sua identità ucraina. Tuttavia il sempli­ce fatto di essere parte della Chiesa or­todossa russa la rendeva bersaglio di attacchi.
Nella campagna per l’elezione pre­sidenziale, che ha avuto luogo nella pri­mavera del 2019, l’allora presidente Petro Poroshenko con il suo motto «Esercito, lingua, fede» ha strumentalizzato anche la questione della Chiesa: lo slogan implicava che si dovesse soste­nere l’esercito per la riconquista dei ter­ritori occupati, che si dovesse rafforzare la lingua ucraina rispetto a quella russa e che nel paese dovesse esservi una sola Chiesa ortodossa che non doveva avere nulla a che vedere con la Chiesa orto­dossa russa.
Il presidente è riuscito a convincere il patriarca ecumenico di Costantinopo­li a creare una Chiesa ucraina unita. Es­sa è nata dalla fusione della Chiesa orto­dossa ucraina-Patriarcato di Kiev e del­la Chiesa ortodossa ucraina autocefala, è stata chiamata «Chiesa ortodossa di Ucraina» e nel gennaio del 2019 ha ot­tenuto da Costantinopoli l’indipenden­za ecclesiastica (autocefalia).
Tutto questo è avvenuto contro la volontà della Chiesa ortodossa russa e della Chiesa ortodossa ucraina. Dei cir­ca 90 vescovi di quest’ultima solo due sono entrati nella nuova Chiesa. La Chiesa ortodossa russa ha rotto le rela­zioni ecumeniche con Costantinopoli e con altre tre Chiese ortodosse che ave­vano riconosciuto la Chiesa ortodossa di Ucraina: la Chiesa di Grecia, il Pa­triarcato di Alessandria e la Chiesa di Cipro. Da allora, l’ortodossia mondiale è divisa, anche se alcune Chiese conti­nuano a restare come in passato in co­munione sia con Costantinopoli sia con la Chiesa ortodossa russa.
A seguito di questi avvenimenti in Ucraina esistono due Chiese ortodosse (accanto ad alcune altre più piccole, ma trascurabili). In base ai sondaggi più re­centi il numero dei membri della Chiesa ortodossa di Ucraina sembra un po’ su­periore, anche se i fedeli della Chiesa ortodossa ucraina sono più attivi sul pia­no religioso, frequentano più spesso il culto e s’impegnano maggiormente nel­le attività della Chiesa.
Degno di nota è il fatto che oltre un terzo degli ucraini ortodossi si qualifichino come «semplicemente ortodossi», per cui non vogliono lasciarsi etichetta­re in nessuna Chiesa. Molte persone fre­quentano chiaramente anche comunità di entrambe le Chiese. Il numero delle comunità della Chiesa ortodossa ucrai­na (circa 12.400) continua a essere so­stanzialmente maggiore di quello della Chiesa ortodossa di Ucraina (circa 7.200). Circa il 3% delle comunità della Chiesa ucraina è passato nella Chiesa ortodossa di Ucraina; ma questi passag­gi, dal maggio 2019 quando il presiden­te Poroshenko ha perso le elezioni, sono ridotti al minimo. La situazione si è quindi stabilizzata.
Questa era la situazione quando è iniziata l’aggressione russa contro l’U­craina. Già il giorno prima, il capo della Chiesa ortodossa ucraina, il metropolita Onofrio, ha sottolineato l’integrità terri­toriale dell’Ucraina, prendendo così po­sizione contro le idee di riconoscimento e di separazione. Il giorno dell’invasione russa, in un video-messaggio ha parlato di un’aggressione proveniente dalla Russia e ha chiesto al presidente Putin di ritirare le truppe. Ha sottolineato l’in­tegrità territoriale dell’Ucraina e lancia­to un appello alla preghiera per i soldati ucraini (cf. Regno-doc. 5,2022,130).
Alcuni giorni dopo, il Sinodo della Chiesa ortodossa ucraina ha pubblicato un appello nel quale chiedeva al patriar­ca russo Cirillo di rivolgersi al presiden­te russo e chiedere la fine della guerra.
Ma finora il Patriarcato di Mosca ha taciuto su queste richieste. La sera del primo giorno di guerra il patriarca ha fatto pubblicare una dichiarazione ge­nerica, nella quale non ha parlato di guerra o invasione, ma genericamente di avvenimenti che hanno luogo in Ucraina (cf. Regno-doc. 5,2022, 130). Ha chiesto a tutte le parti coinvolte nel conflitto d’evitare vittime civili. Le ri­chieste della Chiesa ortodossa ucraina, che solitamente vengono pubblicate an­che dalla Chiesa ortodossa russa, non si trovano sul suo sito Internet. Lì si parla dell’aiuto che i centri ecclesiastici russi forniscono ai rifugiati provenienti dall’Ucraina e di casi di vandalismo contro le chiese della Chiesa ortodossa ucraina, ma sul sito della Chiesa orto­dossa russa non compaiono i suddetti appelli dei suoi capi. A volte si dice che la Chiesa ortodossa d’Ucraina è sotto pressione, sottintendendo che il gover­no ucraino stia forzando i vescovi a fare tali dichiarazioni. Questo silenzio ha provocato ulteriori reazioni in Ucraina. Molti preti si sono rifiutati di continuare a commemorare il patriarca russo du­rante la liturgia. Nella città di Sumy nel Nord-est dell’Ucraina, una città parti­colarmente contesa, dista solo circa 30 km dal confine russo, il metropolita, considerato amico dei russi, ha dato di­sposizione ai chierici di non commemo­rare più il patriarca nella liturgia.
Altre diocesi importanti (Leopoli, Ivano-Frankivs’k) hanno seguito l’esem­pio. Anche tutti i monaci del celebre monastero di Počajivska, che è stato sempre un bastione della vita ecclesiale russa e delle posizioni antioccidentali, con a capo il metropolita, hanno prega­to il patriarca di far valere la sua influen­za sui dirigenti russi e chiedere loro di cessare le azioni belliche. L’unica rea­zione di Mosca a questi sviluppi è stata la pubblicazione di una lettera al metro­polita di Sumy, nella quale viene accusa­to di scisma a causa della sua mancata menzione del patriarca.
Un terzo dei fedeli di Mosca sta in Ucraina
Significativamente da nessuna parte si dice o anche solo s’accenna al motivo per cui il metropolita si è comportato in questo modo. Chi dispone come unica fonte informativa del sito Internet della Chiesa ortodossa russa deve partire dal fatto che il metropolita di Sumy e solo lui ha improvvisamente e senza moti­vo rotto la comunione con Mosca.
Nel frattempo il patriarca Cirillo ha preso una posizione sostanziale sulla guerra. In due omelie, il 6 e il 9 marzo, ha accusato l’Occidente di cercare d’imporre i suoi valori all’Ucraina con­tro la sua volontà. Ha parlato di una guerra «metafisica». Le sue dichiarazio­ni mostrano come egli fondamental­mente condivida la narrativa della lea­dership russa. Circa 280 sacerdoti della Chiesa ortodossa russa (su un totale di 38.000) si sono espressi contro la guerra in una dichiarazione pubblica. È un gruppo relativamente piccolo, ma le au­torità statali stanno reprimendo dura­mente i dissidenti. Questi sviluppi illustrano i problemi di fronte ai quali a og­gi si trova la Chiesa ortodossa russa e di fronte ai quali si troverà soprattutto do­po la fine della guerra. Se la Russia do­vesse conquistare il controllo dell’Ucrai­na, vi instaurerebbe un regime fantoc­cio che analogamente all’attuale go­verno della Bielorussia si collochereb­be strettamente a fianco della Russia.
Allora probabilmente la Chiesa or­todossa russa tenterebbe di spingere i membri più importanti dell’episcopato della Chiesa ortodossa ucraina a dichia­razioni di pentimento oppure dovrebbe sostituirli, dato che si sono opposti aper­tamente al patriarca. Può anche darsi che lo status di autoamministrazione della Chiesa ortodossa ucraina venga nuovamente revocato. Se l’Ucraina do­vesse vincere la guerra e cacciare gli in­vasori russi, è difficile immaginare che la Chiesa ortodossa ucraina rimanga subordinata alla Chiesa ortodossa rus­sa. Ed è anche difficile che essa si unisca senz’altro con la Chiesa ortodossa di Ucraina; questo comunque cambierà anche le relazioni fra le Chiese.
Il dilemma della Chiesa ortodossa russa sarà ulteriormente aggravato dal fatto che circa un terzo delle sue comu­nità si trova in Ucraina e che lì la vita ecclesiale è molto più vivace che in Rus­sia. Se essa perde la Chiesa ortodossa ucraina (o molte delle sue comunità), con questo distacco perderà la fetta principale della Chiesa ortodossa russa. Se riuscirà invece a sottomettere nuovamente la Chiesa ortodossa ucrai­na, questa opzione sarebbe come una vittoria di Pirro. Le comunità restereb­bero formalmente con la Chiesa orto­dossa russa, ma la maggior parte dei preti e dei fedeli resterebbe, anche se parla russo, leale all’Ucraina e vedrebbe nella Russia l’aggressore. Probabilmen­te entrerebbe nella Chiesa ortodossa di Ucraina, almeno fino a quando questo rimanesse ancora permesso.
In ogni caso l’ortodossia russa ha da­vanti a sé importanti problematiche del­le quali essa stessa è responsabile a moti­vo della deriva che oggi ha intrapreso.


[1] docente di Studi ecu­menici, Studi ecclesiastici orientali e Studi sulla pace all’Università di Munster.




La sfida delle comunità energetiche
Diocesi e Parrocchie in cammino

La sfida delle Comunità energetiche.
Suggerimenti sul percorso per l’avvio
A cura del Comitato Scientifico e Organizzatore della 49ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani

I fondamenti e le motivazioni dell’iniziativa

Le “Comunità Energetiche” non si riducono a una scelta tecnica, ma sono il frutto di un cammino spirituale e antropologico fatto insieme in questi anni come Chiesa in ascolto del territorio. Sono il sogno comune di una comunità che coopera e cammina insieme.
Sono un modo concreto di riaffermare “l’ecologia integrale” proposta dalla Chiesa come nuovo modello di sviluppo umano e sostenibile che ha anticipato le agende dei Governi del mondo sull’urgenza di guarire il pianeta dalle minacce del riscaldamento globale, dall’inquinamento e delle tante dimensioni dell’insostenibilità ambientale.
Scegliere di investire sulle “Comunità Energetiche” è un segno della conversione personale e sociale che Francesco ha proposto nell’Enciclica Laudato si’ nel 2015, quando ha tracciato una direzione per ridare senso e alternativa in un quadro di economia integrale a una idea di ambiente che poneva in conflitto sviluppo e sostenibilità, crisi ambientale e crisi sociale, globale e locale.
Per superare questi dualismi occorre analizzare la realtà, scommettere sulle comunità, investire in un’alternativa concreta al carbone attraverso uno sguardo “contemplativo” capace di ritrovare un equilibrio con la natura. Anzi, lo sguardo di San Francesco d’Assisi, a partire dalla lode al Creatore, ci insegna a entrare in rapporto col Creato in cui “la natura è come uno splendido libro nel quale Dio ci parla e ci trasmette qualcosa della sua bellezza e della sua bontà” (LS 12).
Nell’Instrumentum Laboris in preparazione della 49ma Settimana Sociale lo avevamo sottolineato: nella concezione biblica dire “creazione” è più che dire natura, ha a che vedere con un dono di Dio, dove ogni creatura ha un valore e un significato. In questa prospettiva, la Bibbia apre una via di salvezza: “La natura viene spesso intesa come un sistema che si analizza, si comprende e si gestisce, ma la Creazione può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti, come una realtà illuminata dall’amore che ci convoca ad una comunione universale” (LS 76). La sensibilità cristiana sul rapporto con l’ambiente si basa sulla teologia della Creazione e dell’Incarnazione che assume e onora “il corpo” del mondo fatto di carne.
Nella scelta delle “Comunità energetiche” si fonda lo spirito di coesione di una comunità che da cum-munus comporta la condivisione di un dono nella co-assunzione delle responsabilità. È per questo che i filosofi parlano di «politica del riconoscimento», che si basa sul diritto dell’identità e dell’inclusione e che la Chiesa chiama nelle sue encicliche sociali “sviluppo dei popoli”. E’ questo un modo concreto di scegliere a livello morale uno sviluppo non solamente verde, ma anche umano e riconciliato con la Creazione.
Per il credente l’ambiente tiene insieme “la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore”, scrive Francesco (LS n. 10). Inoltre, rimanda a quattro livelli su cui si costruisce l’equilibrio ecologico per la Chiesa:

  • quello interiore con se stessi per sanare l’inquinamento del cuore,
  • quello solidale con gli altri,
  • quello naturale con tutti gli esseri viventi,
  • quello spirituale con Dio” (LS n. 210).

Non c’è più tempo, spiegano gli studi più accreditati. Per i greci il tempo era il chronos ma anche il kairòs. Il primo scorre, il secondo è la dimensione in cui accade “qualcosa”. Chronos è quantitativo, kairòs ha invece una natura qualitativa, è il tempo delle scelte, quando la luce entra nelle tenebre e permette di distinguere il bene dal male. Per noi le “Comunità energetiche” sono un kairòs, un momento favorevole per incarnare nella nostra storia la nostra testimonianza.
Occorre allora fare diventare cultura questa scelta.
Abitare il (proprio) tempo per scoprire il kairòs delle “Comunità Energetiche” è l’inizio di ogni libertà e fondamento di ogni responsabilità politica e sociale. Non c’è nulla che nasce per caso: ogni ricostruzione nella storia prende forma nella sua relazione con il vissuto personale e comunitario.

Perché le comunità energetiche
La transizione ecologica è una sfida che ci chiede di incarnare i valori della dottrina sociale nella concretezza delle res novae e dei problemi dell’oggi rifacendo in questo lo stesso percorso già realizzato dalle comunità credenti che ci hanno preceduto nei confronti delle sfide dei loro tempi. E’ così che per vincere le sfide delle nuove povertà ed emarginazioni ai tempi della nascita della rivoluzione industriale sono nate, spesso nelle sacrestie delle parrocchie, le casse rurali, le banche di credito cooperativo, le cooperative di consumo e produzione che hanno dato allo sviluppo economico nel nostro paese – grazie allo sforzo di credenti e non credenti di buona volontà – un volto umano, solidale e sostenibile. Da quell’operosità e da quelle reti e istituzioni civili è nata un’economia dal volto umano che ha diffuso i benefici dello sviluppo economico ed evitato disgregazioni e conflitti devastanti sviluppatisi purtroppo in molti altri paesi dove la stessa opera di mediazione non è stata sviluppata.
È per questo che oggi, nel solco della stessa fonte di ispirazione e degli stessi principi, proponiamo la nascita di un rinnovato percorso di partecipazione e di cittadinanza attiva che si sviluppa, oltre ai temi del consumo e del risparmio responsabili, attraverso la nascita delle comunità energetiche.
La sfida della transizione ecologica pone nell’immediato di fronte a tre problemi collegati tra di loro.
Il primo è quello dell’inflazione trainata dal prezzo del gas, fortemente aumentato a causa di eventi congiunturali (la forte ripresa della domanda in una fase di rilancio dell’economia dopo la fine di gran parte delle chiusure e restrizioni accompagnata da persistenti problemi nella logistica della produzione ereditati dalla pandemia e dalla consueta volatilità dei prezzi sui mercati) ma anche strutturali (la nostra dipendenza dal gas e il rischio di restare in mezzo al guado della transizione ecologica se non si accelera nella riduzione della nostra dipendenza da fonti fossili).
Il secondo, conseguenza dell’aumento del prezzo dell’energia, è l’impatto sulla povertà energetica (le famiglie che hanno problemi nel pagare la bolletta) e sui costi delle imprese.
Il terzo è appunto l’emergenza climatica che ci impone di ridurre le emissioni climalteranti fino ad azzerare quelle nette entro il 2050 per evitare conseguenze irreparabili derivanti dal riscaldamento globale.
Una risposta importante ed efficace su tutti e tre i fronti è quella che può derivare dalla nascita delle “Comunità energetiche”, incentivata nel PNRR da un fondo di 2,2 miliardi che ha l’obiettivo di contribuire ad abbattere la spesa da interessi nell’investimento. Con le “Comunità energetiche”, gruppi di cittadini e d’imprese possono creare vaste alleanze di pratica e diventare prosumer installando capacità produttiva da fonti rinnovabili e realizzando tre benefici:

  • la riduzione del costo totale della bolletta (esclusi gli oneri di sistema) fino al 30%;
  • i premi per l’autoconsumo fissati dal governo
  • la vendita al gestore dell’energia per l’immissione in rete dell’eccedenza di energia prodotta e non autoconsumata.

Le “Comunità energetiche” hanno nel nostro paese una tradizione che risale addirittura al periodo a cavallo del ‘900 quando nacquero le prime esperienze nelle zone alpine ricche di energia idroelettrica. La prima esperienza fu quella di Morbegno attiva dal 1897. Quelle esperienze sono progressivamente cresciute ed oggi la società elettrica cooperativa dell’Alto Bùt (Secab) ha 2.653 soci che hanno ottenuto l’energia ad un prezzo scontato del 35% nel 2000 e gestisce cinque impianti idroelettrici. Le esperienze più recenti di sviluppo sono quelle della fondazione di comunità di Melpignano, di S. Giovanni a Teduccio e delle “Comunità energetiche” create con la nascita di nuovi condomini da diverse società del nord del paese. L’Unione Europea stima al momento l’esistenza di circa 4.000 comunità energetiche ma il numero è in rapida crescita.
La 49ma Settimana Sociale dei Cattolici di Taranto si è conclusa con un appello a creare “Comunità energetiche” in ogni parrocchia. Se ciò avvenisse, considerando 200 kw di potenza istallata in ciascuna delle 25.600, parrocchie arriveremmo ad una potenza addizionale di 5,2 gigawatt.
Le “Comunità energetiche” sono destinate ad un forte sviluppo nei prossimi anni, anche per il mutamento dell’orizzonte legislativo. Fino a poco tempo fa era proibito mettere pannelli fotovoltaici sui tetti dei condomini. Oggi la loro nascita è incentivata da fondi pubblici oltre a quelli del PNRR poiché l’investimento iniziale può essere soggetto ad iper-ammortamento se realizzato da imprese, alle misure del 110% se accompagnato da altre iniziative di efficientamento energetico degli edifici o comunque a detrazioni fiscali su una quota rilevante dell’investimento. È inoltre possibile per le “Comunità energetiche” in base al DL 199/2021- in attuazione della direttiva 2018/2001/ UE (che estende la potenza massima installabile da 200kw a 1Mw) – utilizzare cabine primarie di condivisione dell’energia, il che si traduce nella possibilità di costruire comunità più grandi.
Lo sviluppo delle “Comunità energetiche” è un vero strumento di ecologia integrale in quanto farmaco che tiene conto del fatto che “tutto è connesso” ed è capace di agire su tutti e tre i principali problemi contemporaneamente: cioè non ne risolve solo uno e per di più determina effetti collaterali negativi sugli altri due.
Le “Comunità energetiche” contribuiscono a contrastare il problema della povertà energetica e dei costi di produzione elevati per le imprese con i relativi e rilevanti impatti sociali. Ma, allo stesso tempo, esse offrono un contributo importante all’obiettivo numero uno della transizione ecologica nel nostro paese che è l’eliminazione del “collo di bottiglia” della scarsa capacità produttiva da fonti rinnovabili. Allargare questa capacità produttiva significa procedere verso l’obiettivo di giungere nel 2050 a emissioni nette zero, ridurre la nostra dipendenza da gas e petrolio e mitigare anche l’effetto delle impennate dei prezzi del gas sul costo totale dell’energia consumata.
Un altro aspetto significativo di questa “ricetta” è la sua capacità di risposta dal basso al problema, creando alleanze dal basso tra diversi attori (diocesi, parrocchie, associazioni di terzo settore, amministrazioni comunali) per il bene comune. Il paradigma dell’Economia civile ricorda che la risoluzione dei problemi in un mondo complesso come quello di oggi richiede quattro mani (meccanismi di mercato, cittadinanza attiva, imprese responsabili e istituzioni capaci di diventare levatrici delle energie di cittadini e istituzioni). Le “Comunità energetiche” rispondono esattamente a questi criteri perché implicano il protagonismo di tutte le parti in causa.
La storia delle buone pratiche già esistenti sul nostro territorio testimonia che attorno alla comunità energetica si sviluppa una rete di relazioni e legami rafforzati da una progettualità comune che tiene assieme diversi attori e protagonisti (famiglie, imprese, amministrazioni locali, associazioni) delle nostre città e dei nostri borghi.

Il pool di esperti  (organizzazioni e referenti di contatto)

Quando una comunità ecclesiale locale ha svolto il proprio discernimento e stabilito che la via della “Comunità energetica” è un’incarnazione concreta di ecologia integrale adatta ad affrontare i problemi e le emergenze sociali ed ambientali di oggi c’è bisogno di rivolgersi ad addetti ai lavori in grado di accompagnare il cammino delle comunità sul fronte operativo. Per questo presentiamo in questa sezione una lista, non esaustiva, di operatori del settore vicini al nostro percorso che si sono messi a disposizione con convinzione ed entusiasmo. 

Coop Ènostra

È nostra è una cooperativa che produce e fornisce elettricità rinnovabile, sostenibile ed etica a famiglie, imprese e organizzazioni del Terzo settore. Si fonda sulla partecipazione attiva e sul coinvolgimento delle comunità per cambiare dal basso il modo di produrre e consumare energia. Ad oggi la cooperativa conta circa 9 .000 soci, tra cooperatori e sovventori, accomunati dalla volontà di mitigare la propria impronta ecologica mediante scelte consapevoli, ridurre i propri consumi, utilizzare energia rinnovabile condivisa, contribuire alla transizione energetica.
è nostra ha costituito un team di lavoro specializzato nello sviluppo di Comunità energetiche rinnovabili e configurazioni di autoconsumo collettivo e ha già in corso progetti in diverse regioni (Sardegna, Puglia, Liguria, Lombardia ecc.).
Contact person: Chiara Brogi, partecipa@enostra.it
https:// www.enostra.it/

Acea Pinerolese

Acea Pinerolese, che è stata presentata come buona pratica nella Settimana Sociale di Taranto, opera nel campo delle Comunità energetiche dopo l’inaugurazione del primo sito di autoconsumo condominiale a livello nazionale avvenuto a Pinerolo nel maggio 2021 attraverso il Progetto Energheia. La soluzione tecnologica alla base del progetto è l’efficientamento del fabbricato, la produzione di energia elettrica attraverso impianti fotovoltaici, l’accumulo di questa energia e l’impiego di quanto prodotto per il fabbisogno termico ed elettrico di consumo dei singoli condòmini. Tale configurazione – grazie anche agli incentivi previsti- consente da un lato significativi risparmi di consumo di energia e dall’altro notevoli risparmi nella spesa per riscaldamento ed energia elettrica per le famiglie che abitano questi condomini, mostrandosi come un mezzo molto efficace nella lotta alla cosiddetta povertà energetica. Allo stato attuale (13 gennaio 2022) sono completati i lavori per 17 condomìni ed entro il mese di maggio ne verranno ultimati altri 8 per un totale di 25 edifici con il coinvolgimento complessivo di oltre 700 famiglie. Sono stati acquisiti ordini per ulteriori 80 condomini che potranno essere realizzati nel prossimo biennio 2022-2023.
Informazioni di maggior dettaglio sono sul sito https://www.progettoenergheia.it/,
https://www.aceapinerolese.it/
Chiaramello Ezio 335 311875

Confcooperative Area Parma

Confcooperative ha la volontà e le competenze per partecipare attivamente ai processi di promozione che possono portare alla costituzione delle comunità energetiche nelle Parrocchie e nelle Diocesi, mettendo a disposizione i propri esperti per lo studio e l’analisi della disciplina di riferimento e per l’organizzazione di specifici momenti di formazione ed informativi, nonché le proprie società di sistema, il sistema della finanza cooperativa e le proprie strutture territoriali per fornire l’assistenza tecnica, finanziaria ed amministrativa che possa essere necessaria, in particolare per la costituzione di comunità in forma cooperativa. Il tema energetico, infatti, è un’emergenza con possibili ricadute multidimensionali. Per questo occorre, in particolare, primariamente dare risposta ai bisogni di chi si trova in condizione di povertà (energetica e non solo), con una risposta che deve essere solidale e mutualistica e garantire esternalità positive attraverso il rafforzamento dei legami comunitari e relazionali.

Per area Parma:
Liscidini Carlo (Direttore Omnia Service Soc. Coop): 370-3539540
Stignani Anna (ResponsabileArea Compliance Omnia Service) 379-2393630
Power Energia – https://www.powerenergia.eu/ 

Il riferimento alla piattaforma Laudato Si’ per il tracciamento digitale del percorso in collegamento con il cammino della Chiesa mondiale

È confortante osservare che il percorso italiano si inserisce in un quadro internazionale che cammina nella stessa direzione. Alla fine del 2021 è stato creato da Fondazioni internazionali e dai governi un fondo globale dell’energia per far nascere Comunità energetiche come strumento di emancipazione e di progresso sociale nelle aree rurali più povere del pianeta dove manca l’accesso alle fonti di energia (https://www.themapreport.com/2021/11/03/alla-cop26-nasce-la-global¬energy-alliance-for-people-and-planet/).

Le parrocchie e le comunità ecclesiali che avvieranno il percorso verso la comunità energetica avranno la possibilità di essere registrate e seguite digitalmente sulla piattaforma Laudato Si’ con la quale il Dicastero per il servizio dello Sviluppo Umano Integrale seguirà in tutto il mondo i percorsi di comunità di fedeli verso il bene comune in applicazione dei Sustainable Development Goals. Il percorso coordinato dal Segretario del Dicastero, Suor Alessandra Smerilli, sarà seguito dal gruppo promotore dell’iniziativa.
Il link della piattaforma è https://laudatosiactionplatform.org/