1 gennaio 2021
MESSAGGIO di Papa FRANCESCO PER LA 54a GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

MESSAGGIO di Papa FRANCESCO
PER LA 54° GIORNATA MONDIALE DELLA PACE – 1° GENNAIO 2021

LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE

  1. Alle soglie del nuovo anno, desidero porgere i miei più rispettosi saluti ai Capi di Stato e di Governo, ai responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai leaderspirituali e ai fedeli delle varie religioni, agli uomini e alle donne di buona volontà. A tutti rivolgo i miei migliori auguri, affinché quest’anno possa far progredire l’umanità sulla via della fraternità, della giustizia e della pace fra le persone, le comunità, i popoli e gli Stati. Il 2020 è stato segnato dalla grande crisi sanitaria del Covid-19, trasformatasi in un fenomeno multisettoriale e globale, aggravando crisi tra loro fortemente interrelate, come quelle climatica, alimentare, economica e migratoria, e provocando pesanti sofferenze e disagi. Penso anzitutto a coloro che hanno perso un familiare o una persona cara, ma anche a quanti sono rimasti senza lavoro. Un ricordo speciale va ai medici, agli infermieri, ai farmacisti, ai ricercatori, ai volontari, ai cappellani e al personale di ospedali e centri sanitari, che si sono prodigati e continuano a farlo, con grandi fatiche e sacrifici, al punto che alcuni di loro sono morti nel tentativo di essere accanto ai malati, di alleviarne le sofferenze o salvarne la vita. Nel rendere omaggio a queste persone, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati e tutti coloro che sono più poveri e più fragili[1]. Duole constatare che, accanto a numerose testimonianze di carità e solidarietà, prendono purtroppo nuovo slancio diverse forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti che seminano morte e distruzione. Questi e altri eventi, che hanno segnato il cammino dell’umanità nell’anno trascorso, ci insegnano l’importanza di prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata su rapporti di fratellanza. Perciò ho scelto come tema di questo messaggio: La cultura della cura come percorso di pace. Cultura della cura per debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente.
  2. Dio Creatore, origine della vocazione umana alla cura

In molte tradizioni religiose, vi sono narrazioni che si riferiscono all’origine dell’uomo, al suo rapporto con il Creatore, con la natura e con i suoi simili. Nella Bibbia, il Libro della Genesi rivela, fin dal principio, l’importanza della cura o del custodire nel progetto di Dio per l’umanità, mettendo in luce il rapporto tra l’uomo (’adam) e la terra (’adamah) e tra i fratelli. Nel racconto biblico della creazione, Dio affida il giardino “piantato nell’Eden” (cfr Gen 2,8) alle mani di Adamo con l’incarico di “coltivarlo e custodirlo” (cfr Gen 2,15). Ciò significa, da una parte, rendere la terra produttiva e, dall’altra, proteggerla e farle conservare la sua capacità di sostenere la vita[2]. I verbi “coltivare” e “custodire” descrivono il rapporto di Adamo con la sua casa-giardino e indicano pure la fiducia che Dio ripone in lui facendolo signore e custode dell’intera creazione. La nascita di Caino e Abele genera una storia di fratelli, il rapporto tra i quali sarà interpretato – negativamente – da Caino in termini di tutela custodia. Dopo aver ucciso suo fratello Abele, Caino risponde così alla domanda di Dio: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9)[3]. Sì, certamente! Caino è il “custode” di suo fratello. «In questi racconti così antichi, ricchi di profondo simbolismo, era già contenuta una convinzione oggi sentita: che tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri»[4].

  1. Dio Creatore, modello della cura

La Sacra Scrittura presenta Dio, oltre che come Creatore, come Colui che si prende cura delle sue creature, in particolare di Adamo, di Eva e dei loro figli. Lo stesso Caino, benché su di lui ricada la maledizione a motivo del crimine che ha compiuto, riceve in dono dal Creatore un segno di protezione, affinché la sua vita sia salvaguardata (cfr Gen 4,15). Questo fatto, mentre conferma la dignità inviolabile della persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, manifesta anche il piano divino per preservare l’armonia della creazione, perché «la pace e la violenza non possono abitare nella stessa dimora»[5]. Proprio la cura del creato è alla base dell’istituzione dello Shabbat che, oltre a regolare il culto divino, mirava a ristabilire l’ordine sociale e l’attenzione per i poveri (Gen 1,1-3; Lv 25,4). La celebrazione del Giubileo, nella ricorrenza del settimo anno sabbatico, consentiva una tregua alla terra, agli schiavi e agli indebitati. In questo anno di grazia, ci si prendeva cura dei più fragili, offrendo loro una nuova prospettiva di vita, così che non vi fosse alcun bisognoso nel popolo (cfr Dt 15,4). Degna di nota è anche la tradizione profetica, dove il vertice della comprensione biblica della giustizia si manifesta nel modo in cui una comunità tratta i più deboli al proprio interno. È per questo che Amos (2,6-8; 8) e Isaia (58), in particolare, alzano continuamente la loro voce a favore della giustizia per i poveri, i quali, per la loro vulnerabilità e mancanza di potere, sono ascoltati solo da Dio, che si prende cura di loro (cfr Sal 34,7; 113,7-8).

  1. La cura nel ministero di Gesù

La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità (Gv 3,16). Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Queste azioni messianiche, tipiche dei giubilei, costituiscono la testimonianza più eloquente della missione affidatagli dal Padre. Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore (cfr Gv 10,11-18; Ez 34,1-31); è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37). Al culmine della sua missione, Gesù suggella la sua cura per noi offrendosi sulla croce e liberandoci così dalla schiavitù del peccato e della morte. Così, con il dono della sua vita e il suo sacrificio, Egli ci ha aperto la via dell’amore e dice a ciascuno: “Seguimi. Anche tu fa’ così” (cfr Lc 10,37).

  1. La cultura della cura nella vita dei seguaci di Gesù  

Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi. E quando, in periodi successivi, la generosità dei cristiani perse un po’ di slancio, alcuni Padri della Chiesa insistettero sul fatto che la proprietà è intesa da Dio per il bene comune. Ambrogio sosteneva che «la natura ha riversato tutte le cose per gli uomini per uso comune. […] Pertanto, la natura ha prodotto un diritto comune per tutti, ma l’avidità lo ha reso un diritto per pochi»[6].  Superate le persecuzioni dei primi secoli, la Chiesa ha approfittato della libertà per ispirare la società e la sua cultura. «La miseria dei tempi suscitò nuove forze al servizio della charitas christiana. La storia ricorda numerose opere di beneficenza. […] Furono eretti numerosi istituti a sollievo dell’umanità sofferente: ospedali, ricoveri per i poveri, orfanotrofi e brefotrofi, ospizi, ecc.»[7].

  1. I principi della dottrina sociale della Chiesa come base della cultura della cura

La diakonia delle origini, arricchita dalla riflessione dei Padri e animata, attraverso i secoli, dalla carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede, è diventata il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, offrendosi a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato.
* La cura come promozione della dignità e dei diritti della persona.
«Il concetto di persona, nato e maturato nel cristianesimo, aiuta a perseguire uno sviluppo pienamente umano. Perché persona dice sempre relazione, non individualismo, afferma l’inclusione e non l’esclusione, la dignità unica e inviolabile e non lo sfruttamento»[8]. Ogni persona umana è un fine in sé stessa, mai semplicemente uno strumento da apprezzare solo per la sua utilità, ed è creata per vivere insieme nella famiglia, nella comunità, nella società, dove tutti i membri sono uguali in dignità. È da tale dignità che derivano i diritti umani, come pure i doveri, che richiamano ad esempio la responsabilità di accogliere e soccorrere i poveri, i malati, gli emarginati, ogni nostro «prossimo, vicino o lontano nel tempo e nello spazio»[9].
* La cura del bene comune.
Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente»[10]. Pertanto, i nostri piani e sforzi devono sempre tenere conto degli effetti sull’intera famiglia umana, ponderando le conseguenze per il momento presente e per le generazioni future. Quanto ciò sia vero e attuale ce lo mostra la pandemia del Covid-19, davanti alla quale «ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme»[11], perché «nessuno si salva da solo»[12] e nessuno Stato nazionale isolato può assicurare il bene comune della propria popolazione[13].
* La cura mediante la solidarietà.
La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come «determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti»[14]. La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio.
* La cura e la salvaguardia del creato.
L’Enciclica Laudato si’ prende atto pienamente dell’interconnessione di tutta la realtà creata e pone in risalto l’esigenza di ascoltare nello stesso tempo il grido dei bisognosi e quello del creato. Da questo ascolto attento e costante può nascere un’efficace cura della terra, nostra casa comune, e dei poveri. A questo proposito, desidero ribadire che «non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani»[15]. «Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo»[16].

  1. La bussola per una rotta comune
    In un tempo dominato dalla cultura dello scarto, di fronte all’acuirsi delle disuguaglianze all’interno delle Nazioni e fra di esse[17], vorrei dunque invitare i responsabili delle Organizzazioni internazionali e dei Governi, del mondo economico e di quello scientifico, della comunicazione sociale e delle istituzioni educative a prendere in mano questa “bussola” dei principi sopra ricordati, per imprimere una rotta comune al processo di globalizzazione, «una rotta veramente umana»[18]. Questa, infatti, consentirebbe di apprezzare il valore e la dignità di ogni persona, di agire insieme e in solidarietà per il bene comune, sollevando quanti soffrono dalla povertà, dalla malattia, dalla schiavitù, dalla discriminazione e dai conflitti. Mediante questa bussola, incoraggio tutti a diventare profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare tante disuguaglianze sociali. E ciò sarà possibile soltanto con un forte e diffuso protagonismo delle donne, nella famiglia e in ogni ambito sociale, politico e istituzionale. La bussola dei principi sociali, necessaria a promuovere la cultura della cura, è indicativa anche per le relazioni tra le Nazioni, che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale. A tale proposito, vanno ribadite la tutela e la promozione dei diritti umani fondamentali, che sono inalienabili, universali e indivisibili[19]. Va richiamato anche il rispetto del diritto umanitario, soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione. Purtroppo molte regioni e comunità hanno smesso di ricordare un tempo in cui vivevano in pace e sicurezza. Numerose città sono diventate come epicentri dell’insicurezza: i loro abitanti lottano per mantenere i loro ritmi normali, perché vengono attaccati e bombardati indiscriminatamente da esplosivi, artiglieria e armi leggere. I bambini non possono studiare. Uomini e donne non possono lavorare per mantenere le famiglie. La carestia attecchisce dove un tempo era sconosciuta. Le persone sono costrette a fuggire, lasciando dietro di sé non solo le proprie case, ma anche la storia familiare e le radici culturali. Le cause di conflitto sono tante, ma il risultato è sempre lo stesso: distruzione e crisi umanitaria. Dobbiamo fermarci e chiederci: cosa ha portato alla normalizzazione del conflitto nel mondo? E, soprattutto, come convertire il nostro cuore e cambiare la nostra mentalità per cercare veramente la pace nella solidarietà e nella fraternità? Quanta dispersione di risorse vi è per le armi, in particolare per quelle nucleari[20], risorse che potrebbero essere utilizzate per priorità più significative per garantire la sicurezza delle persone, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale, la lotta alla povertà, la garanzia dei bisogni sanitari. Anche questo, d’altronde, è messo in luce da problemi globali come l’attuale pandemia da Covid-19 e dai cambiamenti climatici. Che decisione coraggiosa sarebbe quella di «costituire con i soldi che s’impiegano nelle armi e in altre spese militari un “Fondo mondiale” per poter eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri»![21]
  1. Per educare alla cultura della cura

La promozione della cultura della cura richiede un processo educativo e la bussola dei principi sociali costituisce, a tale scopo, uno strumento affidabile per vari contesti tra loro correlati. Vorrei fornire al riguardo alcuni esempi.

– L’educazione alla cura nasce nella famiglia, nucleo naturale e fondamentale della società, dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco. Tuttavia, la famiglia ha bisogno di essere posta nelle condizioni per poter adempiere questo compito vitale e indispensabile.
– Sempre in collaborazione con la famiglia, altri soggetti preposti all’educazione sono la scuola e l’università, e analogamente, per certi aspetti, i soggetti della comunicazione sociale[22]. Essi sono chiamati a veicolare un sistema di valori fondato sul riconoscimento della dignità di ogni persona, di ogni comunità linguistica, etnica e religiosa, di ogni popolo e dei diritti fondamentali che ne derivano. L’educazione costituisce uno dei pilastri di società più giuste e solidali.
– Le religioni in generale, e i leader religiosi in particolare, possono svolgere un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili. Ricordo, a tale proposito, le parole del Papa Paolo VI rivolte al Parlamento ugandese nel 1969: «Non temete la Chiesa; essa vi onora, vi educa cittadini onesti e leali, non fomenta rivalità e divisioni, cerca di promuovere la sana libertà, la giustizia sociale, la pace; se essa ha qualche preferenza, questa è per i poveri, per l’educazione dei piccoli e del popolo, per la cura dei sofferenti e dei derelitti»[23].
– A quanti sono impegnati al servizio delle popolazioni, nelle organizzazioni internazionali, governative e non governative, aventi una missione educativa, e a tutti coloro che, a vario titolo, operano nel campo dell’educazione e della ricerca, rinnovo il mio incoraggiamento, affinché si possa giungere al traguardo di un’educazione «più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, di dialogo costruttivo e di mutua comprensione»[24].  Mi auguro che questo invito, rivolto nell’ambito del Patto educativo globale, possa trovare ampia e variegata adesione.

  1. Non c’è pace senza la cultura della cura

La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace. «In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia»[25]. In questo tempo, nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune. Come cristiani, teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria, Stella del mare e Madre della speranza. Tutti insieme collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca. Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo[26], ma impegniamoci ogni giorno concretamente per «formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri»[27].
Dal Vaticano, 8 dicembre 2020
Francesco


[1] Cfr Videomessaggio in occasione della 75ª Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 25 settembre 2020. 
[2] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 67.
[3] Cfr Fraternità, fondamento e via per la pace”, Messaggio per la celebrazione della 47ª Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2014 (8-12-2013), 2.
[4] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 70.
[5] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesan. 488.
[6] De officiis, 1, 28, 132: PL 16, 67.
[7] K. BIHLMEYER – H. TÜCHLE, Storia della Chiesa, vol. I L’antichità cristiana, Morcelliana, Brescia 1994, 447.448.
[8] Discorso ai partecipanti al Convegno promosso dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale nel 50° anniversario della “Populorum progressio (4 aprile 2017).
[9] Messaggio alla 22ª sessione della Conferenza degli Stati Parte alla Convenzione-Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP22), 10 novembre 2016. Cfr Tavolo interdicasteriale della Santa Sede sull’ecologia integrale, In cammino per la cura della casa comune. A cinque anni dalla Laudato si’, LEV, 31 maggio 2020.
[10] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 26.
[11] Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, 27 marzo 2020.
[12] Ibid.
[13] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 8; 153.

[14] S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis (30 dicembre 1987), 38.
[15] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 91.
[16] Conferenza dell’Episcopato Dominicano, Lett. past. Sobre la relación del hombre con la naturaleza (21 gennaio 1987); cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 92.
[17] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 125.
[18] Ibid., 29
[19] Cfr Messaggio ai partecipanti alla Conferenza internazionale “I diritti umani nel mondo contemporaneo: conquiste, omissioni, negazioni”, Roma, 10-11 dicembre 2018.
[20] Cfr Messaggio alla Conferenza dell’ONU finalizzata a negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, che conduca alla loro totale eliminazione, 23 marzo 2017.
[21] Videomessaggio in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2020, 16 ottobre 2020.
[22] Cfr Benedetto XVI, “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”, Messaggio per la 45ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2012 (8 dicembre 2011), 2; “Vinci l’indifferenza e conquista la pace”, Messaggio per la 49ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2016 (8 dicembre 2015), 6.
[23] Discorso ai Deputati e ai Senatori dell’Uganda, Kampala, 1° agosto 1969.
[24] Messaggio per il lancio del Patto Educativo, 12/09/2019: L’Osservatore Romano, 13 settembre 2019, p. 8.
[25] Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 225.
[26] Cfr ibid., 64.
[27] Ibid., 96; cfr “Fraternità, fondamento e via per la pace”, Messaggio per la celebrazione della 47ª Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2014 (8 dicembre 2013), 1.




Spese per armi o per la salute e la scuola?

Legge di bilancio 2021: 6 miliardi per nuove armi. Secondo i pacifisti vanno spesi per sanità e scuola
Luca Kocci . Tratto da: Adista Notizie n° 44 del 12/12/2020

Sei miliardi di euro. È la cifra che la Legge di bilancio, in discussione in questi giorni in Parlamento, stanzia per l’acquisto di nuove armi nel 2021. Una «scelta inaccettabile» per la Campagna Sbilanciamoci! e la Rete Italiana Pace e Disarmo.
«Mentre siamo impegnati a trovare risorse per la Sanità e l’Istruzione pubblica, ci troviamo a sprecare 6 miliardi di euro per prepararci alla guerra», spiega Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! La sfida di oggi è un’altra, prosegue Marcon, «quella alla pandemia, quella affrontata quotidianamente negli ospedali che non hanno abbastanza posti di terapia intensiva o medici e infermieri a sufficienza. Quella per un’istruzione di qualità per tutti, mentre invece più di diecimila scuole hanno strutture che cadono a pezzi e non rispettano le normative di sicurezza».
Le organizzazioni sottolineano ancora una volta che negli ultimi anni le spese militari sono andate progressivamente aumentando, mentre la Sanità pubblica è stata de-finanziata e le risorse per l’Istruzione pubblica sono al livello più basso della media europea. Una tendenza che sembra confermarsi anche per il 2021, a meno che il Parlamento non deciderà di modificare la proposta del governo. Nel 2021, infatti, il solo bilancio del Ministero della Difesa prevede un aumento di 1,6 miliardi arrivando ad un totale di 24,5 miliardi. La proposta dei pacifisti alle forze politiche è quella di una moratoria per il 2021 su tutte le spese di investimento in armamenti, da destinare invece alla Sanità e all’Istruzione, tanto più «in un momento di emergenza ed estrema necessità come quello che stiamo vivendo. È questa la scelta di cura di cui oggi ha bisogno realmente l’Italia, e di cui hanno bisogno soprattutto i cittadini che stanno drammaticamente soffrendo questa crisi».
«L’analisi che abbiamo potuto realizzare preoccupa e pone ancora una volta il quesito sulle priorità della spesa pubblica nel nostro Paese – spiega Sergio Bassoli, della Rete Italiana Pace e Disarmo –. Mai come in questo momento tutti siamo chiamati a fare sacrifici e agire in modo responsabile e solidale per contrastare il contagio ed uscire al più presto dalla pandemia con meno danni umani, sociali ed economici possibili e consapevoli che il debito pubblico peserà come un macigno negli anni a venire. La moratoria di un anno per sospendere l’acquisto di nuovi sistemi di arma è un atto dovuto all’Italia, a chi lotta quotidianamente per salvare le vite, a chi ha perso il reddito e forse domani il lavoro, a chi è costretto a chiudere la propria attività. Ogni euro speso deve rispondere alla coscienza del Paese. Chiediamo a governo e Parlamento di essere anche loro pienamente responsabili e sospendere queste spese oggi insostenibili».
I conti di cosa si potrebbe fare con i 6 miliardi strappati alle nuove armi li fa Marcon sul manifesto (1/12):

  1. Con i soldi di un carro armato Ariete (7milioni) potremmo riaprire 20 piccoli ospedali
  2. Con il costo di una Fregata potremmo assumere 1.200 infermieri per 10 anni.
  3. Al posto di un blindo Centauro (13milioni) potremmo dare 2.800 borse di studio per studenti fuori sede.
  4. Con i soldi che spendiamo (44milioni) per un elicottero potremmo acquistare 4.500 ventilatori polmonari.
  5. Al posto di un pattugliatore d’altura (427milioni) potremmo ammodernare 410 ospedali.
  6. Con i 670milioni di un sommergibile U212 potremmo pagare lo stipendio a mille medici per dieci anni.
  7. Con i soldi per la nave anfibia Trieste (1miliardo e 171milioni) potremmo abolire le tasse universitarie ad un milione di studenti.
  8. Dulcis in fundo i cacciabombardieri F35. Siamo arrivati al costo di 195milioni di euro. Potremmo rimettere a nuovo con gli stessi soldi 380 scuole che cadano a pezzi.

Chi ci difende di più dal Covid-19: una santabarbara di armi o una sanità che funziona? 




ECONOMY OF FRANCESCO
MANIFESTO FINALE DEI GIOVANI

IL MESSAGGIO FINALE DA ASSISI
Le dodici richieste per ricostruire partendo dal bene comune

A nome dei giovani e dei poveri della Terra, chiediamo che:

  1.  Le grandi potenze mondiali e le grandi istituzioni economico – finanziarie rallentino la loro corsa per lasciare respirare la Terra. Il Covid ci ha fatto rallentare, senza averlo scelto;
  1.  Venga attivata una comunione mondiale delle tecnologie più avanzate perché anche nei Paesi a basso reddito si possano realizzare produzioni sostenibili; si superi la povertà energetica per realizzare la giustizia climatica;
  1. Il tema della custodia dei beni comuni sia posto al centro delle agende dei governi e degli insegnamenti nelle scuole, università, business school di tutto il mondo;
  1. Mai più si usino le ideologie economiche per offendere e scartare i poveri, gli ammalati, le minoranze e svantaggiati di ogni tipo, perché il primo aiuto alla loro indigenza è il rispetto e la stima delle loro persone: la povertà non è maledizione, è solo sventura, e responsabilità di chi povero non è;
  1. Che il diritto al lavoro dignitoso per tutti, i diritti della famiglia e tutti i diritti umani vengano rispettati nella vita di ogni azienda, per ciascuna lavoratrice e ciascun lavoratore, garantiti dalle politiche sociali di ogni Paese e riconosciuti a livello mondiale con una carta condivisa che scoraggi scelte aziendali dovute al solo profitto e basate sullo sfruttamento dei minori e dei più svantaggiati;
  1. Si dia vita a nuove istituzioni finanziarie mondiali e si riformino, in senso democratico e inclusivo, quelle esistenti perché aiutino il mondo a risollevarsi dalle povertà, dagli squilibri prodotti dalla pandemia; si premi e si incoraggi la finanza sostenibile ed etica, e si scoraggi con apposita tassazione la finanza altamente speculativa;
  1. Vengano immediatamente aboliti i paradisi fiscali in tutto il mondo: un nuovo patto fiscale sarà la prima risposta al mondo post-Covid;
  1. Le imprese e le banche, soprattutto le grandi e globalizzate, introducano un comitato etico indipendente nella loro governance con veto in materia di ambiente, giustizia e impatto sui più poveri;
  1. Le istituzioni nazionali e internazionali prevedano premi a sostegno degli imprenditori innovatori nell’ambito della sostenibilità ambientale, sociale, spirituale e, non ultima, manageriale perché solo ripensando la gestione delle persone sarà possibile una sostenibilità globale dell’economia;
  1. Gli Stati, le grandi imprese e le istituzioni internazionali si prendano cura di una istruzione di qualità, perché il capitale umano è il primo capitale di ogni umanesimo;
  1. Le organizzazioni economiche e le istituzioni civili non si diano pace finché le lavoratrici non abbiano le stesse opportunità dei lavoratori, perché imprese e luoghi di lavoro senza una adeguata presenza del talento femminile non sono luoghi pienamente e autenticamente umani e felici;
  1. Noi giovani non tolleriamo più che si sottraggano risorse alla scuola, alla sanità, per costruire armi e per alimentare le guerre necessarie a venderle. Vorremmo raccontare ai nostri figli che il mondo in guerra è finito per sempre.



CIÒ CHE CAMBIA CON IL NUOVO MESSALE
Don Augusto Fontana

ECCO CIÒ CHE CAMBIA CON IL NUOVO MESSALE
La revisione italiana del Messale scaturito dal Concilio arriva a diciotto anni dalla terza edizione nel 2002. La complessa operazione coordinata dalla Cei ha visto numerosi esperti collaborare con la Commissione episcopale per la liturgia fino a giungere nel novembre 2018 all’approvazione del testo definitivo da parte dell’Assemblea generale dei vescovi italiani. Poi, dopo il “via libera” di papa Francesco, il cardinale Bassetti ha promulgato il libro l’8 settembre 2019. 

Alcune modifiche che riguardano l’assemblea:

 CONFESSO
L’atto penitenziale ha un’aggiunta:  «Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle…E supplico la beata sempre vergine Maria, gli angeli, i santi e voi fratelli e sorelle…».

GLORIA
Il Gloria avrà la nuova formulazione «pace in terra agli uomini, amati dal Signore» che sostituisce gli «uomini di buona volontà».

PADRE NOSTRO
«Padre nostro…rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo a i nostri debitori e non ci abbandonare alla tentazione…».

 SCAMBIO DELLA PACE
Il presidente dell’Assemblea dirà: «Scambiatevi il dono della pace» anziché «Scambiatevi un segno di pace»

AGNELLO DI DIO
Il presidente dell’Assemblea dirà: «Ecco l’Agnello di Dio…. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello ».

LA CONCLUSIONE
Al termine l’assemblea potrà essere congedata così: «Andate e annunciate il Vangelo del Signore».

Alcune modifiche che riguardano il presbitero che presiede e tutta l’Assemblea:

  • Sono ben sei i nuovi prefazi: uno per i martiri, due per i santi pastori, due per i santi dottori (che possono essere utilizzati anche in riferimento alle “donne dottore delle Chiesa” per le quali finora mancavano testi specifici), uno per la festa di Maria Maddalena “apostola degli apostoli”.
  • La Preghiera eucaristica II, quella fra le più utilizzate, non manca di cambiamenti. Dopo il Santo, il sacerdote dirà allargando le braccia: «Veramente santo sei tu, o Padre, fonte di ogni santità. Ti preghiamo: santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito». Tutto ciò sostituisce la precedente formulazione: «Padre veramente santo, fonte di ogni santità, santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito». L’inizio del racconto sull’istituzione dell’Eucaristia si trasforma da «Offrendosi liberamente alla sua passione» a «Consegnandosi volontariamente alla passione». E nell’intercessione per la Chiesa, l’unione con «tutto l’ordine sacerdotale» diventa con «i presbiteri e i diaconi». Ancora: l’espressione «per averci ammessi alla tua presenza a compiere…» viene sostituita con «perché ci hai resi degni di stare alla tua presenza a compiere…».
  • Nella Preghiera eucaristica III, l’espressione «Egli faccia di noi un sacrificio perenne…», viene sostituita con «Lo Spirito Santo faccia di noi un’offerta perenne a te gradita».
  • Varia anche la Preghiera eucaristica della Riconciliazione I dove si leggeva «Prese il calice del vino e di nuovo rese grazie» ora troviamo «Prese il calice colmo del frutto della vite…».
  • Un’altra modifica riguarda la Preghiera eucaristica V dove la formula: «Manda il tuo Spirito su questo pane e su questo vino, perché il tuo Figlio sia presente in mezzo a noi con il suo corpo ed il suo sangue» diventa: «Manda il tuo Spirito Santo a santificare il pane e il vino, perché questi doni diventino per noi il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo»
  • Nella memoria dei defunti verranno sempre esplicitamente ricordati “fratelli e sorelle” «Ricordati anche dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, che si sono addormentati…».

Alcune riflessioni:

  • Il MESSALE non è il libro del prete, ma di tutta l’assemblea, anzi di tutta la Chiesa: pensiamo alla Preghiera eucaristica II quando si prega: «Ricordati, Padre, della tua Chiesa diffusa su tutta la terra e qui convocata nel giorno in cui Cristo ha vinto la morte». È un’affermazione grandissima: si dice che nell’assemblea liturgica, che potrebbe essere anche di tre persone, tutta la Chiesa è convocata. La Presentazione CEI sottolinea la pluralità dei ministeri, una sfida ancora aperta a partire da Concilio, e dell’assemblea liturgica come «soggetto celebrante». Dunque: pluralità di servizi e centralità dell’assemblea.
  • Per essere accolto, il nuovo Messale richiede «un processo di approfondimento della retta comprensione della celebrazione dell’eucaristia» (Presentazione, 6): «la migliore catechesi sull’eucaristia è la stessa eucaristia ben celebrata» (Benedetto XVI Sacramentum caritatis, 187). Il riferimento al Messale è determinante per comprendere il senso profondo del mistero eucaristico a partire dalla sua celebrazione. Per questo si può affermare che il libro liturgico è custode della fede creduta, celebrata e vissuta.
  • Occorrerà una «complessiva e armonica attenzione verso tutte le forme di linguaggio previste dalla liturgia: parola e canto, gesti e silenzi, movimento del corpo, colori delle vesti liturgiche. La liturgia, in effetti, possiede per sua natura una varietà di registri di comunicazione che le consentono di mirare al coinvolgimento di tutto l’essere umano” (Sacramentum caritatis, 40)». Il Messale non raccoglie solamente i testi liturgici, ma è soprattutto «un libro che indica “gesti” da porre in atto e valorizzare, coinvolgendo i vari ministeri e l’intera assemblea» (Presentazione, 9).
  • Dai testi liturgici impariamo anche la preghiera personale. Essi sono “intrisi” di Santa Scrittura. I testi liturgici ci insegnano a fare della Parola di Dio il nutrimento della nostra preghiera che dovrebbe essere un masticare o ruminare la Santa Scrittura. Il Messale ci rivela che il cristiano dovrebbe essere come un testo liturgico, intriso della Parola di Dio, un’espressione vivente della Santa Scrittura.

Alcune Parole…

Sacrificio. «Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi». Da tempo nel Messale italiano resiste il termine “in sacrificio” durante il Racconto-Memoriale della Cena pasquale del Signore. Il termine è assente nell’edizione originale del Messale in latino («Hoc est enim corpus meum, quod pro vobis tradetur [che sarà dato per voi]», che di fatto è più vicina al testo originale greco di Lc 22,19b: «hymon didómenon», “per voi dato”). Tale aggiunta in lingua italiana (che non trova riscontro nelle traduzioni dei Messali inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese), induce a interpretare in prospettiva sacrificale-cultuale la donazione di Cristo. In realtà il linguaggio sacrificale risente molto dell’influsso da parte del culto ebraico e della sua organizzazione sacerdotale e rituale. Alcuni liturgisti l’hanno forse voluta conservare anche per rispondere alle attese di chi non amava il nome “Cena del Signore” perché la riteneva troppo vicina al linguaggio protestante. Ed è pure certo, però, che non possiamo sottovalutare il fatto che Gesù ha consegnato (offerto, donato) la sua vita in una fedeltà estrema al Padre e agli uomini, fino alla morte in croce. Ma il Padre non gli ha chiesto di morire come un agnello sgozzato nel tempio di Gerusalemme per placare la sua ira o soddisfare la sua sete di risarcimento per le nostre offese o peccati.

 Agnello. Ancora una volta c’è sangue, sacrificio, vittima e morte. Gesù è l’agnello (come tutte le vittime innocenti e miti) che lascia traccia del suo sangue sulle porte degli scampati alla notte pasquale dell’angelo sterminatore. L’Inno del giorno di Pasqua canta: «Alla cena dell’Agnello, avvolti in bianche vesti, attraversato il Mar Rosso, cantiamo a Cristo Signore». Gesù è anche l’agnello che vince la Bestia della Apocalisse di oggi e di domani. Ma è anche faro di una città redenta: «La città non ha bisogno della luce del sole perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello» (Ap. 21,23). Però è curioso notare che in aramaico, la lingua usata da Gesù, esiste il vocabolo, talya’ , che significa sia “servo” sia “agnello”. Con questa interpretazione l’agnello si può chiamare Servo del Signore, quel personaggio atteso e promesso dai profeti che «si è addossato i nostri dolori… che porta il peccato di molti» (Isaia 53,4.12). Il verbo ebraico usato, nasa’ , indica sia “portare” sia “togliere”.

 Rugiada.rugiada’ (acqua) è uno dei simboli dello Spirito Santo, come fuoco e vento. La rugiada scende silenziosa sulla terra e la irrora, producendo l’effetto del rinnovamento. E’ stato preferito tale termine a quello di effusione, ritenendolo più corrispondente al testo dell’antica Preghiera Eucaristica (anafora) di Ippolito del III secolo d.C.

(continua)




SALVIAMO IL NATALE?
Don Augusto Fontana

Dappertutto si sta già gridando «SALVIAMO IL NATALE». E alcuni pensano alle festose e affettuose tavolate familiari; altri pensano all’economia del commercio e del turismo che sono ormai allo stremo con persone e famiglie che stanno scivolando verso povertà o fallimenti. Alcuni pensano ai giovani dei percorsi scolastici, dopo aver scoperto che la scuola non solo insegna ma anche educa e forma. Il mio primo pensiero e la mia condivisione concreta e solidale è per tutti loro, con eccezione dei negazionisti e dei tartufai di consensi e voti. E se qualche apertura verrà dal Governo, spero che non sia il “liberi tutti” della scorsa estate che ci ha regalato questa seconda ondata che ha portato al totale di 51.306 morti in Italia, ad oggi. E penso a loro, povere creature decedute in circostanze di drammatica asfissia mortale e affettiva; e penso alle oltre 51.000 famiglie buttate in un lutto anticipato, caotico, procurato da incolpevoli o colpevoli leggerezze comportamentali. Nel mondo? Un milione e mezzo di morti colpiti da questo invisibile cecchino interclassista che spara a vista senza distinzione di classe sociale, religione, razza, nazione. E forse, domani, potrebbe toccare a me. Salviamo dunque la vita. Evitare la terza ondata in gennaio e forse la quarta in primavera sarà un modo per rendere grazie alla vita e al Signore della vita celebrando il rispetto del limite come un’opportunità e non una maledizione. Adamo ed Eva avevano una foresta a disposizione con il limite di un solo albero da rispettare. Ma quel limite faceva gola, come tutto ciò che viene sottratto al nostro appetito bulimico di possesso. C’eravamo abituati al “voglio, posso, comando” e ci siamo trovati denudati, fatta eccezione di quella parte di volto coperto di cui non possiamo più vedere il sorriso né baciare le calde guance. Salviamo il salvabile nella vita, nei rapporti, nella fede. Mons. Franco Moscone, arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo dice: «Dio è nella realtà e soprattutto nella realtà ci siamo noi. Di fronte a questa situazione di pandemia non ci tocca salvare il credo ma i credenti, non ci tocca salvare la pratica ma i praticanti. Sarebbe come dire che come pastore non vado alla ricerca delle pecore smarrite, non cerco di proteggerle ma mi accontento di proteggere i libri che studiano la pastorale o la teologia».(Famiglia cristiana, 18/11/2020).
Spero che il Papa sposti la festa dell’Incarnazione del Signore nella data del 25 gennaio 2022. Tanto si sa che Gesù non è nato il 25 dicembre  – che è una data fittizia – e che la data più importante è quella della Pasqua. Tutte feste, comunque, da celebrare prima nel silenzio che nella caciara, prima in assemblee disciplinate che negli assembramenti scriteriati, prima presso la tavola domestica che in cattedrali paludate o piazze rockettare. Salviamo i limiti del Natale e il limite ci salverà. 

Faccio dono, in appendice, di una interessante meditazione di don Aldo Antonelli.

Don Augusto Fontana

 Il viaggio al rovescio di Dio
Aldo Antonelli (ROCCA 15 dicembre 2018)

Due ricordi che ci servano da pista sulla quale intrecciare una rifles­sione/meditazione sul Natale.

  1. Alla fine del novecento un cit­tadino americano agnostico si appellò alla Costituzione degli Stati Uniti, la quale non prevede feste reli­giose nel calendario nazionale, e chiese la soppressione del Natale come giornata fe­stiva. La Corte Suprema, dopo lungo esa­me, respinse l’appello, sentenziando che già da tempo il Natale aveva cessato di es­sere una festa religiosa!
  2. Circa trenta anni fa Marco Lodoli scris­se un romanzetto anarchico[1], di cui non ri­cordo il titolo, nel quale i protagonisti era­no tre giovani libertari e ingenui che ave­vano della politica un’idea tutta poetica. La loro prima azione fu quella di rubare il Gesù Bambino dal grande presepe di piazza San Pietro. «Secondo le loro menti bizzarre bi­sognava – a detta dell’autore stesso – sim­bolicamente interrompere quel ciclo che ogni anno a Natale festeggia la nascita del bambino divino e a Pasqua poi lo crocifig­ge». E aggiunge: «Bisognava liberare il ne­onato da un destino feroce, mandarlo a gio­care con gli altri bambini».

Prendiamo questa «parabola» come filigra­na attraverso la quale contraddistinguere ed individuare la particolarità del discorso cri­stiano che, con l’Incarnazione, si discosta da quello religioso per rivestire i panni della «Profanità» e della «Laicità».
Dio, in Gesù Cristo, esce dalla solitudine in cui la religione lo ha imprigionato, per «mettere la tenda tra gli uomini», per identificarsi con l’uomo, con la sua precarietà, la sua mondanità e, ap­punto, la sua «pro-fanità», nel senso etimo­logico del termine[2]. Non l’uomo imbalsamato dentro il tempio del potere e dell’avere; ma l’uomo nella sua nu­dità, per il quale «non c’è posto in albergo». Non quindi il Natale come «Festa» (reli­giosa o laica, poco conta!), ma il Natale come dimensione di vita quotidiana. Contro la tendenza, ricorrente e naturale, dell’uomo a consacrare le cose, sottraendo­le all’uso comune e riservandole alla divini­tà, il Dio di Gesù Cristo si «sconsacra» diventando uomo comune e compagno di viag­gio. La comunione e non la separazione; la condivisione e non l’appropriazione; il darsi e non l’accaparrarsi. «Prendete e mangiate; prendete e bevete; ecco: questo sono io … ». Questo coinvolgimento di Dio nella storia dell’uomo, che è anche un capovolgimen­to teologico, questo suo frammischiarsi nelle vicende umane è liberante ma anche molto impegnativo per noi credenti, per­ché è alla base di una consapevolezza per la quale Gesù Cristo non è solo un nome proprio, ma anche un nome comune; non sta ad indicare solo una persona ma an­che un programma per cui la sua imma­nenza non diventa prigionia, così come la sua trascendenza non costituisce evasione. I nomi comuni di Dio, allora, letti nel ver­sante della nostra contingenza, sono molti: Pace, Amore, Giustizia, Servizio, Condivi­sione e altri ancora. La loro residenza è là dove l’uomo mette piede, non certamente sui troni, questi luoghi osceni nei quali, per paura e per pigrizia, i potenti amano rele­gare i sogni degli uomini perché restino tali. I troni creano distanza ed incutono sogge­zione; è per questo che la «deposizione dei potenti dai troni», così come canta la Don­na del Magnificat, è un atto liberatorio che solo un Dio detronizzato può compiere. Ed è per questo che tutti gli intronizzati tentano di rimettere sul trono i loro idoli: Pace o Libertà che siano, Democrazia o Giustizia.
«Stiano lì, in alto, sul trono delle utopie!», ci dicono. Perché da quella altitudine sarà difficile che possano cortocircuitare le po­litiche belliciste o le economie disparitarie. «Stiano lì, lontano, nei sogni delle anime imbelli!», ci ripetono. Perché in questa lon­tananza sarà più facile travisare le strate­gie imperiali e battezzare con nomi cap­ziosi e imbrogli linguistici le mille realtà di violenza.
Per i detentori del potere un Dio vicino fa paura ed una pace a portata di mano mette imbarazzo. L’evangelista Matteo narra che alla notizia della nascita del Messia «il re Erode si turbò, e con lui tutta Gerusalemme». Loro, i grandi, amano pregare un Dio lontano e invocare una pace che voli alto. Ma noi sappiamo che, da quando Dio ha posto la sua tenda tra noi, la vera pace cammina con i piedi dei Francesco, non vola sulle ali dei Condor.


[1] Marco Lodoli, Grande circo invalido, Einaudi, 1993 (ndr)
[2] Fuori dal tempio (ndr)




Alle banche serve una vera santità laica
Luigino Bruni da AVVENIRE

Ecco perché alle banche serve una vera santità laica
Luigino Bruni (AVVENIRE 8 novembre 2020) 

La pandemia rende chiaro, come già in altre fasi epocali, che l’economia non va demonizzata, ma convertita. La grande lezione della fondazione dei Monti di pietà ci dice oggi che non usciremo migliori da questa crisi se non daremo vita a nuove istituzioni, anche finanziarie. La nascita dei Monti di pietà, promossa dai frati, è stato uno dei paradossi più affascinanti e generativi della storia europea

Le grandi crisi sono sempre processi di ‘distruzione creatrice’. Fanno cadere cose che fino a ieri sembravano incrollabili, e dalle ceneri fanno sorgere delle novità, prima impensabili. Lungo la storia i grandi cambiamenti istituzionali sono stati generati quasi sempre da dolori collettivi, da enormi ferite sociali che hanno saputo far nascere, qualche volta, anche una benedizione. Le guerre di religione tra cattolici e protestanti diedero vita nel Seicento alle Borse valori e alle Banche centrali in molti Paesi europei. La stessa fede cristiana non era più sufficiente a garantire gli scambi commerciali e finanziari in Europa. Occorreva allora creare una nuova fede e una nuova fiducia ( fides), che fu offerta da nuove istituzioni economiche e finanziarie da cui fiorì il capitalismo. Nella seconda metà dell’Ottocento la rivoluzione industriale creò una grave crisi del credito: cattolici e socialisti risposero dando vita a banche rurali, banche cooperative e casse di risparmio. Nel Novecento le guerre mondiali ci hanno lasciato in eredità nuove innovazioni politiche e istituzionali (dalla Comunità Europea all’Onu), ma anche nuove istituzioni finanziarie (Bretton Woods). Come se soltanto nel grande dolore gli uomini fossero capaci, in quella notte, di guardare insieme e più in alto, sino a vedere, finalmente, le stelle.
Dopo il crollo dell’Impero romano i monasteri furono anche un evento economico. Mentre un mondo e una economia finivano, un nuovo mondo e una nuova oikonomia si riedificavano dentro le mura delle abbazie: ora et labora. Quegli edificatori della nuova Europa capirono che non si sarebbe risorti senza resuscitare anche il lavoro e l’economia. E così, mentre salvavano i manoscritti di Cicerone e Isaia, salvavano anche antichi conii di monete, tecniche contabili, codici commerciali, statuti mercantili, e soprattutto fecero dei monasteri una rete europea di hub dove si svilupparono fiere, commerci, scambi, perché lì era custodita e alimentata la fides-fiducia. Dal Vangelo i monaci avevano capito che l’economia era troppo importante per la vita, e se non è messa al servizio della vita diventa essa padrona della vita. E se ne occuparono.
Nel Quattrocento, poi, il movimento francescano generò i Monti di Pietà, in uno degli episodi più interessanti e straordinari della storia economica europea, sebbene largamente sottovalutato e frainteso. I Monti di Pietà furono istituzioni decisive per le città italiane, per i poveri, per le famiglie e per l’economia nel suo insieme. Nascevano dalla predicazione, infaticabile, dei Frati minori osservanti, che a partire dalla metà del Quattrocento ne fondarono centinaia, soprattutto nel Centro e nel Nord Italia. Le città si stavano sviluppando e arricchendo, ma, come spesso accade, l’arricchimento di alcuni (i borghesi) non portava con sé la riduzione delle povertà bensì l’aumento. I francescani capirono che c’era un nuovo volto di ‘madonna povertà’ da amare, e senza indugio fecero nascere nuove banche, una nuova finanza che raggiungesse gli esclusi. E fecero qualcosa di sbalorditivo, che solo un carisma immenso come quello di Francesco poteva generare. Le banche, ieri molto più di oggi, erano icona dello ‘sterco del demonio’, erano i ‘templi di mammona’ immagine della lupa dell’avarizia. Francesco iniziò la sua storia dicendo ‘no’ a quel mondo del denaro, il no più radicale che si potesse immaginare e che sia stato mai immaginato in Europa. L e banche del tempo prestavano ai ricchi, e i poveri finivano spesso nelle mani degli usurai. La lotta all’usura fu la ragione della nascita dei Monti di Pietà. Bernardino da Feltre, Giacomo della Marca, Giovanni da Capestrano, Domenico da Leonessa, Marco da Montegallo e molti altri frati fecero della fondazione dei Monti la loro principale opera – alla fondazione del Monte di Firenze contribuì anche Savonarola. Fino al 1515 si contano sessantasei frati minori promotori di Monti di Pietà. Alcuni sono stati proclamati santi o beati. È stupendo che al centro dell’effigie di questi santi (ho recuperato personalmente quelle di Bernardino da Feltre e di Marco da Montegallo) ci fosse proprio il Monte di Pietà. Il simbolo di quella perfezione cristiana era proprio una banca, che da icona del peccato mortale diventava simbolo di santità cristiana. Come l’eucarestia, come i sacramenti, come il vangelo. Una laicità tutta biblica e evangelica, che abbiamo in buona parte perso con la modernità, e che lascia ancora senza fiato tutti coloro che (come me) credono che ci sono poche cose più ‘spirituali’ della partita doppia e di un cantiere di lavoro. Bernardino chiamava il Monte di Pietà: Monte di Dio: «Chi aiuta uno fa bene, chi due meglio, chi molti meglio ancora. Il Monte aiuta molti. Se dài denaro a un povero perché si compri il pane o un paio di scarpe, quando egli avrà speso il denaro, tutto è finito. Ma se quel denaro lo consegni al Monte aiuti più persone… Costruire chiese, comperare messali, calici, paramenti per le messe, è cosa santa, ma offrire denaro al Monte è più santo ancora. Non spendere denaro in pietre e calce, in chiese, perché tutto andrà in fumo, ma in ciò che non va perduto, cioè dando a Cristo nei poveri» (Sermoni di Bernardino da Feltre, vol. II). La nascita dei Monti è stato uno dei paradossi più affascinanti e generativi della storia europea. La spoliazione di Francesco, la sua rinuncia totale all’economia di suo padre Bernardone, il ‘nulla possedere’ e il ‘sine proprio’ generarono due secoli dopo delle banche. E vere banche erano, non istituti di beneficenza, tanto che la fondazione del primo banco di Ascoli Piceno nel 1458, in seguito alla predicazione di Marco da Montegallo, non è considerato da alcuni un vero e proprio Monte proprio per la mancanza del pagamento di un interesse sul prestito.
Il tema dell’interesse sul prestito è infatti centrale. Bernardino da Feltre fu il grande fautore della necessità della non totale gratuità del prestito; o meglio, della tesi che perché la gratuità che animava la nascita del Monte potesse durare ed essere sostenibile era necessario pagare un interesse, sebbene il più basso possibile. La sua non fu una battaglia facile, perché ebbe come oppositori teologi e giuristi (molti domenicani) che accusavano i Monti di usura, proprio per il pagamento di un interesse maggiore di zero. Così sempre nei suoi Sermoni risponde Bernardino: «Considerata la cupidigia degli uomini e la poca carità, è meglio che chi ricorre al Monte paghi qualche cosa e sia servito bene, piuttosto che senza nulla pagare sia servito male. Vuoi essere servito male? Non pagare. In questo chi ha più esperienza di noi frati? Viene uno al convento, si presenta al portinaio e gli dice: sono disposto a lavorare il vostro orto gratuitamente. Va, e poco dopo chiede colazione. È giusto». Quindi, in nome della gratuità, molti teologi di fatto impedivano la nascita dei Monti o la contestavano pubblicamente, come nel caso della fondazione del Monte di Mantova nel 1496. È questa una delle più importanti e convincenti dimostrazioni della differenza tra la gratuità e il gratis: un contratto, con il necessario pagamento, può contenere più charis (gratuità) di un atto di pura liberalità. La gratuità qui non coincide con il dono. La gratuità del Monte si esprimeva in molte altre cose: prestare a lungo termine (e non richiedere indietro il prestito entro un mese o una settimana, come facevano gli usurai), chiedere un tasso che coprisse solo le spese, prestare solo per reali necessità, se il mutuatario non riusciva a riscattare il pegno percepiva il di più che il Monte otteneva dalla vendita, prestavano possibilmente a tutti. Erano istituzioni senza scopo di lucro, o sine merito. Bernardino distingueva l’interesse che nasceva dal prestito (sbagliato) dall’interesse per il prestito (per consentire l’esistenza del Monte). In nome della pura gratuità alcuni Monti o non partirono affatto, o finirono in bancarotta presto o divennero proprietà di alcuni ricchi mercanti che mettendo il capitale per coprire le spese di gestione da bene di comunità lo trasformarono in bene privato.
Infine, impressionante è una tecnica retorica di quei frati minori, usata soprattutto da Marco da Montegallo. Per mostrare la gravità del prestare il denaro agli usurai, il beato confrontava il bene che si faceva prestando al Monte con la spropositata ricchezza che gli usurai ricavavano investendo quella stessa somma. Scriveva nella sua ‘Tabula della salute’: «È da sapere che cento ducati dati a trenta per cento l’anno, dopo cinquanta anni li detti cento ducati che furono il primo capitale, tra interessi et capitale montano e sommano: 49.750.556,7 ducati». Una somma enorme, frutto di anatocismo (interessi sugli interessi), che doveva colpire molto la fantasia dei suoi uditori – e la nostra. E convincerli. Quei francescani risposero così alla grave crisi del loro tempo, dando vita a nuove istituzioni bancarie. Lo fecero perché conoscevano i bisogni veri della gente, e quindi capirono che nelle grandi crisi occorre riformare l’economia e la finanza, e non solo temerle, facendo banche nuove, non solo criticando le vecchie.
Oggi siamo nel mezzo di una crisi mondiale di dimensioni non diverse dalle grandi crisi dei secoli passati. Serviranno nuove istituzioni, anche finanziarie e assicurative, capaci di gestire il durante e il dopo-Covid, che lascerà il mondo ancora più diseguale, con poveri ancora più poveri. Mentre pensiamo a queste novità, quell’antica creazione dei Monti ha delle importanti lezioni da darci. La prima riguarda la natura stessa dell’economia e della finanza. Le banche e il denaro sono creazioni umane, sono vita, non vanno demonizzate, perché se le demonizziamo diventano veramente demoni. Vanno trattate come si tratta la vita. Di fronte a una finanza che aumenta la povertà si può e si deve rispondere creando un’altra finanza che le riduce. Infine, questa splendida storia francescana ci suggerisce che anche oggi è probabile che i nuovi Monti di Pietà, certamente molto diversi da quelli del Quattrocento, non nasceranno dai ricchi mercanti e dai banchieri for-profit (che erano, sempre, i primi nemici delle fondazioni dei Monti), ma da chi conosce i poveri, li stima, li ama, perché ha ricevuto un carisma. Non necessariamente dai poveri, ma certamente dagli amici dei poveri. I frati non erano i proprietari dei Monti, erano solo i promotori, gli attivatori dei processi di creazione di quelle banche. Servono oggi nuovi ‘francescani’, conoscitori e amanti dei poveri, che invece di maledire l’economia e la finanza, ne facciano, semplicemente, una diversa. Una nuova santità laica, nuove ‘effigi’ con al centro imprese e banche.




Card. Grech
Un suicidio se torniamo alla pastorale di prima

LA CHIESA SULLA FRONTIERA.
Antonio Spadaro – Simone Sereni intervistano Mons. Mario Grech[1] in La Civiltà cattolica Quaderno 4087 pag. 82 – 91, 2020.

 Mons. Grech, il tempo della pandemia che stiamo ancora attraversando ha costretto il mondo a fermarsi. Le case sono diventate luogo di rifugio dal contagio, le strade si sono svuotate. La Chiesa ha partecipato di questo clima di sospensione. La celebrazione pubblica della liturgia non è stata possibile. Quali sono state le sue considerazioni da vescovo, da pastore?
Se cogliamo questa come una opportunità, essa può diventare un momento di rinnovamento. La pandemia ha portato alla luce una certa ignoranza religiosa, una povertà spirituale. Alcuni hanno insistito sulla libertà di culto, però hanno parlato poco di libertà nel culto. Abbiamo dimenticato la ricchezza e la varietà delle esperienze che ci aiutano a contemplare il volto di Cristo. Qualcuno ha persino detto che la vita della Chiesa è stata interrotta! E questo è davvero incredibile. Nella situazione che impediva la celebrazione dei sacramenti non abbiamo colto che c’erano altri modi attraverso i quali abbiamo potuto fare esperienza di Dio. Nel Vangelo secondo Giovanni, Gesù dice alla samaritana: «Viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. […] Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano» (Gv 4,21-23). La fedeltà del discepolo a Gesù non può essere compromessa dalla temporanea mancanza della liturgia e dei sacramenti. Il fatto che molti sacerdoti e laici siano andati in crisi perché di colpo ci siamo trovati nella situazione di non poter celebrare l’Eucaristia coram populo è di per sé molto significativo. Durante la pandemia è emerso un certo clericalismo, anche via social. Abbiamo assistito a un grado di esibizionismo e pietismo che sa più di magia che di espressione di fede matura.
Qual è dunque la sfida per l’oggi?
Quando il tempio di Gerusalemme, dove Gesù pregava, fu distrutto, gli ebrei e i gentili, non avendo il tempio, si sono riuniti attorno alla tavola di famiglia e hanno offerto sacrifici con le loro labbra e la preghiera di lode. Quando non poterono più seguire la tradizione, sia gli ebrei sia i cristiani presero in mano la Legge e i Profeti e li reinterpretarono in modo nuovo[2]. Questa è la sfida anche per oggi. Yves Congar, quando scrive sulla riforma di cui la Chiesa ha bisogno, afferma che l’aggiornamento conciliare deve spingersi all’invenzione di un modo di essere, di parlare e di impegnarsi che risponda all’esigenza di un totale servizio evangelico al mondo. Invece, tante iniziative pastorali in questo periodo sono state incentrate attorno alla figura del presbitero da solo. La Chiesa, in questo senso, appare troppo clericale, e il ministero è controllato dai chierici. Anche i laici spesso si fanno condizionare da uno schema di forte clericalismo. L’esperienza che abbiamo vissuto ci costringe ad aprire gli occhi sulla realtà che stiamo vivendo nelle nostre chiese. Dobbiamo riflettere per interrogarci circa la ricchezza dei ministeri laicali nella Chiesa, capire se e come si sono espressi. A che vale la professione della fede se poi questa stessa fede non diventa lievito che trasforma l’impasto della vita?
Quali sono per Lei gli aspetti della vita della Chiesa che sono emersi dall’ombra in questo tempo?
Abbiamo scoperto una nuova ecclesiologia, forse anche una nuova teologia, e un nuovo ministero. Questo dunque indica che è il momento di fare le scelte necessarie per costruire su questo nuovo modello di ministero. Sarà un suicidio se, dopo la pandemia, torneremo agli stessi modelli pastorali che abbiamo praticato fino a ora. Spendiamo enormi energie per cercare di «convertire» la nostra società secolare, mentre è più importante «convertirci» per realizzare la «conversione pastorale» di cui parla spesso papa Francesco. Trovo curioso che molti si siano lamentati del fatto di non poter ricevere la comunione e celebrare i funerali in chiesa, ma che non altrettanti si siano preoccupati di come riconciliarsi con Dio e con il prossimo, di come ascoltare e celebrare la Parola di Dio e di come vivere il servizio. Circa la Parola, poi, dobbiamo auspicare che questa crisi, i cui effetti ci accompagneranno a lungo, possa essere un momento opportuno per noi, come Chiesa, per riportare il Vangelo al centro della nostra vita e del nostro ministero. Molti sono ancora «analfabeti del Vangelo».
A questo proposito, Lei prima accennava alla questione della povertà spirituale: quale natura ha, e quali sono le cause più evidenti, secondo Lei?
È innegabile che l’Eucaristia è fonte e culmine della vita cristiana o, come altri preferiscono dire, culmine e fonte della stessa vita della Chiesa e dei fedeli[3]; ed è altrettanto vero che «la celebrazione liturgica […] è azione sacra per eccellenza, e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado»[4]; però l’Eucaristia non è l’unica possibilità che il cristiano ha per fare esperienza del mistero e per incontrarsi con il Signore Gesù. È molto puntuale l’osservazione fatta da Paolo VI quando scrive che nell’Eucaristia «la presenza di Cristo è “reale” non per esclusione, quasi che le altre non siano “reali”»[5]. Perciò c’è da preoccuparsi quando fuori del contesto eucaristico o cultuale uno si sente smarrito perché non conosce altri modi di agganciarsi con il mistero. Questo non soltanto indica che esiste un certo analfabetismo spirituale, ma è una prova dell’inadeguatezza dell’attuale prassi pastorale. Con molta probabilità nel passato recente la nostra attività pastorale ha cercato di iniziare ai sacramenti e non di iniziare – attraverso i sacramenti – alla vita cristiana.
La povertà spirituale e l’assenza di un incontro vero con il Vangelo hanno tante implicazioni…
Certo. E poi non si può incontrare davvero Gesù senza impegnarsi con la sua Parola. Circa il servizio, ho pensato: ma quei medici e infermieri che rischiavano la vita per rimanere vicino ai malati non hanno trasformato i reparti ospedalieri in altre «cattedrali»? Il servizio agli altri all’interno del proprio lavoro quotidiano esasperato dalle esigenze dell’emergenza sanitaria è stato anche per i cristiani il modo fisiologico di esprimere la loro fede, di una Chiesa presente nel mondo di oggi, e non più una «Chiesa della sacrestia», ritirata dalle strade, o che si accontenta di proiettare la sacrestia nella strada.
Dunque, questo servizio può essere una via di evangelizzazione?
Lo spezzare il pane eucaristico e la Parola non può avvenire senza lo spezzare il pane con chi non ne ha. E questa è la diakonia. I poveri sono teologicamente il volto di Cristo. Senza i poveri si perde il contatto con la realtà. Allora, così com’è necessario l’oratorio in parrocchia, è importante la presenza della mensa dei poveri nel senso lato della parola. La diakonia o il servizio dell’evangelizzazione del sociale è una dimensione costitutiva dell’essere Chiesa, della sua missione. Come la Chiesa è missionaria per natura, così da questa natura missionaria sgorga la carità per il prossimo, la compassione, che è capace di comprendere, assistere e promuovere. Il modo migliore per sperimentare l’amore cristiano è il ministero del servizio. Molte persone non sono attratte dalla Chiesa perché hanno partecipato a lezioni di catechismo, ma perché hanno partecipato a una significativa esperienza di servizio. E questa via di evangelizzazione è fondamentale nell’attuale epoca di cambiamento, come ha osservato il Santo Padre nel suo discorso alla Curia del 2019: «Non siamo più in un regime di cristianità». La fede, infatti, non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune. La mancanza di fede, o meglio ancora la morte di Dio, è un’altra forma di pandemia che fa morire la gente. Mi viene in mente l’affermazione paradossale di Dostoevskij nella sua Lettera a Fonvizina: «Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità ed effettivamente risultasse che la verità è fuori di Cristo, io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità». Il servizio rende manifesta la verità propria di Cristo.
Lo spezzare il pane anche in casa, durante il «lockdown», ha acceso finalmente la luce sulla vita eucaristica ed ecclesiale che si sperimenta fisiologicamente nella quotidianità di tante famiglie: si può dire che la casa sia tornata a essere Chiesa, anche in senso liturgico?
A me è parso chiarissimo. E chi, durante questo periodo nel quale la famiglia non ha avuto l’opportunità di partecipare all’Eucaristia, non ha colto l’occasione per aiutare le famiglie a sviluppare il loro potenziale proprio, ha perso un’occasione d’oro. D’altra parte, ci sono state diverse famiglie che in questo tempo di restrizioni si sono rivelate, di propria iniziativa, «creative nell’amore»: dal modo in cui i genitori hanno accompagnato i più piccoli alle forme di home-schooling, dall’aiuto offerto agli anziani e contro la solitudine alla creazione di spazi per la preghiera fino alla disponibilità verso i più poveri. Che la grazia del Signore moltiplichi questi esempi belli e faccia riscoprire la bellezza della vocazione e i carismi nascosti all’interno di tutte le famiglie.
Prima parlava di una «nuova ecclesiologia» che emerge dall’esperienza forzata dal «lockdown». Questa riscoperta della casa cosa suggerisce?
Che qui sta il futuro della Chiesa: nel riabilitare la Chiesa domestica e lasciarle più spazio. Una Chiesa-famiglia costituita da un numero di famiglie-Chiesa. Questo è il presupposto valido della nuova evangelizzazione, della quale sentiamo così tanto la necessità tra di noi. Dobbiamo vivere la Chiesa all’interno delle nostre famiglie. Non c’è confronto fra la Chiesa istituzione e la Chiesa domestica. La Chiesa grande comunità è costituita da piccole Chiese che si riuniscono nelle case. Se la Chiesa domestica viene a mancare, la Chiesa non può sussistere. Se non c’è Chiesa domestica, la Chiesa non ha futuro! La Chiesa domestica è la chiave che ci apre orizzonti di speranza! Nel libro degli Atti degli Apostoli abbiamo una descrizione dettagliata della Chiesa di famiglia, domus ecclesiae: «Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore» (At 2,46). Nell’Antico Testamento, la casa di famiglia era il luogo dove Dio si rivelava e dove si celebrava la Pasqua ebraica, la più solenne celebrazione della fede ebraica. Nel Nuovo Testamento, l’Incarnazione è avvenuta in una casa, il Magnificat e il Benedictus sono stati cantati in un casa, la prima Eucaristia si è svolta in una casa, così come l’invio dello Spirito Santo nella Pentecoste. Nei primi due secoli la Chiesa si è sempre riunita nella casa di famiglia.
Nella vulgata recente si usa spesso l’espressione «piccola Chiesa domestica», con una nota riduzionista, forse involontaria… Questa narrativa può aver contribuito a depotenziare la dimensione ecclesiale della casa e della famiglia, così facilmente comprensibile a tutti, e che oggi ci appare così evidente?
Siamo forse ancora in questo stato, a causa del clericalismo, che è una delle perversioni della vita presbiterale e della Chiesa, nonostante il Concilio Vaticano II abbia recuperato la nozione di famiglia come «Chiesa domestica»[6] e abbia sviluppato l’insegnamento sul sacerdozio comune[7]. Ultimamente ho letto, in un articolo sulla famiglia, questa puntuale affermazione: la teologia e il valore della pastorale in famiglia come «Chiesa domestica» hanno avuto una svolta negativa nel secolo IV, quando avvenne la «sacralizzazione» dei presbiteri e dei vescovi, a danno del sacerdozio comune del battesimo, che cominciava a perdere il suo valore. Più è stata attuata l’«istituzionalizzazione» della Chiesa, più si sono logorate la natura e il carisma della famiglia in quanto Chiesa domestica. Non è la famiglia a essere sussidiaria della Chiesa, ma è la Chiesa a dover essere sussidiaria della famiglia. In quanto la famiglia è struttura basilare e permanente della Chiesa, a essa, domus ecclesiae, dovrebbe essere restituita una dimensione sacrale e cultuale. Sant’Agostino e san Giovanni Crisostomo insegnano, sulla scia del giudaismo, che la famiglia dovrebbe essere un ambiente dove la fede possa essere celebrata, meditata e vissuta. È dovere della comunità parrocchiale aiutare la famiglia a essere scuola di catechesi e aula liturgica dove possa essere spezzato il pane sul tavolo della cucina.
Chi sono i ministri di questa «Chiesa-famiglia»?
Per san Paolo VI, il sacerdozio comune viene vissuto in modo eminente dagli sposi muniti dalla grazia del sacramento del matrimonio[8]. Anche i genitori, quindi, in virtù del loro sacramento, sono i «ministri del culto», che durante la liturgia domestica spezzano il pane della Parola, pregano con essa, e così avviene la trasmissione della fede ai figli. Il lavoro dei catechisti è valido, ma non può sostituire il ministero della famiglia. La stessa liturgia della famiglia avvia i membri a partecipare più attivamente e consapevolmente alla liturgia della comunità parrocchiale. Tutto ciò aiuta affinché avvenga il passaggio dalla liturgia clericale a quella familiare.
Oltre allo spazio strettamente domestico, Lei crede che la specificità di questo «ministero» della famiglia, degli sposi e del matrimonio possa e debba avere anche un rilievo, profetico e missionario, per tutta la Chiesa come pure nel mondo? In quali forme, per esempio?
Nonostante da decenni la Chiesa ribadisca che la famiglia è soggetto dell’azione pastorale, temo che per molti versi questo ormai sia diventato parte della retorica della pastorale familiare. Molti tuttora non sono convinti del carisma evangelizzatore della famiglia, non credono che la famiglia abbia una «creatività missionaria». C’è molto da scoprire e integrare. Ho avuto personalmente un’esperienza molto stimolante nella mia diocesi con la partecipazione delle coppie e delle famiglie alla pastorale familiare. Alcune coppie si sono occupate della preparazione al matrimonio; altre hanno accompagnato i novelli sposi nei primi cinque anni di nozze. Arricchiti dall’esperienza nelle proprie famiglie, i coniugi non soltanto sono in grado di condividere testimonianze di fede incarnata nella vita familiare quotidiana, ma riescono anche a trovare un nuovo linguaggio teologico-catechetico per la proclamazione del Vangelo della famiglia. Sull’esempio della «Chiesa in uscita», la «Chiesa domestica» deve orientarsi a uscire di casa; perciò va anche messa nelle condizioni di assumersi le proprie responsabilità come soggetto sociale e politico. Come ha sottolineato papa Francesco, Dio «ha affidato alla famiglia non la cura di un’intimità fine a sé stessa, bensì l’emozionante progetto di rendere “domestico” il mondo»[9]. La famiglia «è chiamata a lasciare la sua impronta nella società dove è inserita, per sviluppare altre forme di fecondità che sono come il prolungamento dell’amore che la sostiene»[10]. Una sintesi di tutto questo si trova nel Documento finale del Sinodo dei Vescovi sulla famiglia, dove i padri sinodali scrivono: «La famiglia si costituisce così come soggetto dell’azione pastorale attraverso l’annuncio esplicito del Vangelo e l’eredità di molteplici forme di testimonianza: la solidarietà verso i poveri, l’apertura alla diversità delle persone, la custodia del creato, la solidarietà morale e materiale verso le altre famiglie soprattutto verso le più bisognose, l’impegno per la promozione del bene comune anche mediante la trasformazione delle strutture sociali ingiuste, a partire dal territorio nel quale essa vive, praticando le opere di misericordia corporale e spirituale»[11].
Torniamo ora a considerare un orizzonte più ampio. Il virus non ha conosciuto barriere. Se sono emersi egoismi individuali e nazionali, è vero che è palese oggi che sulla Terra viviamo una fondamentale fratellanza umana.
Questa pandemia dovrebbe condurci a una nuova comprensione della società contemporanea, e portarci a discernere una nuova visione della Chiesa. Si dice che la storia è maestra, ma spesso non ha scolari! Proprio per causa del suo egoismo e individualismo, l’uomo ha una memoria selettiva. Non solo cancella dalla sua memoria le fatiche da lui stesso provocate, ma è anche capace di dimenticare il suo prossimo. Per esempio, in questa pandemia le considerazioni economiche e finanziarie hanno spesso avuto il sopravvento sul bene comune. Nei nostri Paesi occidentali, benché ci vantiamo di vivere in un regime democratico, in pratica tutto è mosso da chi possiede il potere politico o economico. Invece, abbiamo bisogno di riscoprire la fratellanza. Assumendo la responsabilità legata al Sinodo dei Vescovi, penso che sinodalità e fratellanza siano due termini che si richiamano l’un l’altro.
In che senso? La sinodalità è proponibile anche alla società civile?
Una caratteristica essenziale del processo sinodale nella Chiesa è il dialogo fraterno. Nel suo discorso all’inizio del Sinodo sui giovani, papa Francesco ha detto: «Il Sinodo deve essere un esercizio di dialogo anzitutto tra quanti vi partecipano»[12]. E il primo frutto di questo dialogo è che ciascuno si apra alla novità, a modificare la propria opinione, a gioire per quanto ha ascoltato dagli altri. Inoltre, all’inizio dell’Assemblea speciale del Sinodo per la regione panamazonica, il Santo Padre ha fatto un richiamo alla «mistica della fraternità»[13], e ha sottolineato l’importanza di un’atmosfera fraterna tra i padri sinodali, «custodendo la fraternità che deve esistere qui dentro»[14]. Questa cultura di «dialogo fraterno» aiuterebbe tutte le assemblee – politiche, economiche, scientifiche – a trasformarsi in luoghi di incontro e non di scontro. In un’epoca come la nostra, nella quale assistiamo a un’eccessiva rivendicazione di sovranità degli Stati e a un ritorno al classismo, i soggetti sociali potrebbero rivalutare questo approccio «sinodale», che faciliterebbe un cammino di avvicinamento e una visione cooperativa. Come sostiene Christoph Theobald, questo «dialogo fraterno» può aprirci una pista per superare la «lotta tra interessi concorrenziali»: «Solo un sentimento reale e quasi-fisico di “fraternità” può rendere possibile un superamento della lotta sociale e dare accesso ad un’intesa e ad una coesione, pur sempre fragile e provvisoria. L’autorità si trasforma qui in “autorità della fraternità”; trasformazione che suppone un’autorità fraterna, capace di suscitare, per contagio, l’evangelico sentimento di fraternità – o lo “spirito di fratellanza”, secondo l’art. 1 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo – là dove le tormente della storia rischiano di ingoiarla»[15]In questo quadro sociale riecheggiano con forza le parole lungimiranti del Santo Padre, quando ha detto che una Chiesa sinodale è come vessillo innalzato tra le nazioni in un mondo che invoca partecipazione, solidarietà e trasparenza nell’amministrazione della cosa pubblica, ma che invece consegna spesso il destino di tanta gente nelle mani avide di ristretti gruppi di potere. Come Chiesa sinodale che «cammina insieme» agli uomini ed è partecipe dei travagli della storia, dobbiamo coltivare il sogno di riscoprire la dignità inviolabile dei popoli e la funzione di servizio dell’autorità. Questo contribuirà a vivere in maniera più fraterna e a costruire un mondo più bello e più degno dell’uomo per chi verrà dopo di noi[16].
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[1] Mons. Mario Grech Segretario generale del Sinodo dei Vescovi. Maltese, nato nel 1957, è stato nominato vescovo di Gozo nel 2005 da Benedetto XVI. Ha partecipato al Sinodo per l’Amazzonia. Sarà Cardinale nel Concistoro del prossimo 28 novembre 2020.
[2]  Cfr T. Halik, «Questo è il momento per prendere il largo», in Avvenire, 5 aprile 2020, 28.
[3] Cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Sacrosanctum Concilium (SC), n. 10, 4 dicembre 1963.
[4] SC n.7
[5] Paolo VI, s., Lettera enciclica Mysterium fidei, n. 40, 3 settembre 1965.
[6] Concilio Ecumenico Vaticano II, Costituzione Lumen gentium (LG), n. 11; Decreto Apostolicam actuositatem (AA), n. 11.
[7] LG n. 10
[8] Cfr Paolo VI, s., Udienza generale, 11 agosto 1976.
[9] Papa Francesco, Udienza generale, 16 settembre 2015.
[10]  Papa Francesco, Esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia, n. 181, 19 marzo 2016.
[11]  Relazione finale del Sinodo dei Vescovi, 24 ottobre 2015.
[12] Papa Francesco, Discorso all’inizio del Sinodo dedicato ai giovani, 3 ottobre 2018.
[13] Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 92, 24 novembre 2013.
[14] Papa Francesco., Saluto all’apertura dei lavori dell’Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione panamazzonica, 7 ottobre 2019.
[15] C. Theobald, Dialogo e autorità tra società e Chiesa, prolusione in occasione del «Dies academicus» della Facoltà teologica del Triveneto, 22 novembre 2018.
[16] Cfr Francesco, Discorso per il 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015.




Giovani per un’economia sostenibile

“Le conseguenze delle nostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. Voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra”. PAPA FRANCESCO AI GIOVANI DI “THE ECONOMY OF FRANCESCO”.

Un interessante articolo della rivista AGGIORNAMENTI SOCIALI rispetto al recente evento “ECONOMY OF FRANCESCO” 
giovani-per-un-economia-sostenibile

A disposizione il materiale disponibile emerso dal
THE ECONOMY OF FRANCESCO

Prima giornata 19.11
Seconda giornata 20.11
Terza giornata 21.11

 




Papa Francesco
Credere in Dio e odiare gli altri è ateismo pratico, quotidiano.

UDIENZA GENERALE 21/10/2020

Credere in Dio e odiare gli altri è ateismo pratico, quotidiano.
Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il ciclo di catechesi sulla preghiera, ha incentrato la sua meditazione sull’argomento “La preghiera dei Salmi” (Lettura: Sal 36,2-4.6.8-9).

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Oggi noi dovremmo cambiare un po’ il modo di portare avanti questa udienza per il motivo del coronavirus. Voi siete separati, anche con la protezione della mascherina e io sono qui un po’ distante e non posso fare quello che faccio sempre, avvicinarmi a voi, perché succede che ogni volta che io mi avvicino, voi venite tutti insieme e si perde la distanza e c’è il pericolo per voi del contagio. Mi dispiace fare questo ma è per la vostra sicurezza. Invece di venire vicino a voi e stringere le mani e salutare, ci salutiamo da lontano, ma sappiate che io sono vicino a voi con il cuore. Spero che voi capiate perché faccio questo. Poi, mentre leggevano i lettori il brano biblico, mi ha attirato l’attenzione quel bambino o bambina che piangeva. E io vedevo la mamma che coccolava e allattava il bambino e ho pensato: «così fa Dio con noi, come quella mamma». Con quanta tenerezza cercava di muovere il bambino, di allattare. Sono delle immagini bellissime. E quando in Chiesa succede questo, quando piange un bambino, si sa che lì c’è la tenerezza di una mamma, come oggi, c’è la tenerezza di una mamma che è il simbolo della tenerezza di Dio con noi. Mai far tacere un bambino che piange in Chiesa, mai, perché è la voce che attira la tenerezza di Dio. Grazie per la tua testimonianza.
Completiamo oggi la catechesi sulla preghiera dei Salmi. Anzitutto notiamo che nei Salmi compare spesso una figura negativa, quella dell’“empio”, cioè colui o colei che vive come se Dio non ci fosse. È la persona senza alcun riferimento al trascendente, senza alcun freno alla sua arroganza, che non teme giudizi su ciò che pensa e ciò che fa.
Per questa ragione il Salterio presenta la preghiera come la realtà fondamentale della vita. Il riferimento all’assoluto e al trascendente – che i maestri di ascetica chiamano il «sacro timore di Dio» – è ciò che ci rende pienamente umani, è il limite che ci salva da noi stessi, impedendo che ci avventiamo su questa vita in maniera predatoria e vorace. La preghiera è la salvezza dell’essere umano. Certo, esiste anche una preghiera fasulla, una preghiera fatta solo per essere ammirati dagli altri. Quello o quelli che vanno a Messa soltanto per far vedere che sono cattolici o per far vedere l’ultimo modello che hanno acquistato, o per fare buona figura sociale. Vanno a una preghiera fasulla. Gesù ha ammonito fortemente al riguardo (cfr Mt 6,5-6; Lc 9,14).
Ma quando il vero spirito della preghiera è accolto con sincerità e scende nel cuore, allora essa ci fa contemplare la realtà con gli occhi stessi di Dio. Quando si prega, ogni cosa acquista “spessore”. Questo è curioso nella preghiera, forse incominciamo in una cosa sottile ma nella preghiera quella cosa acquista spessore, acquista peso, come se Dio la prende in mano e la trasforma. Il peggior servizio che si possa rendere, a Dio e anche all’uomo, è di pregare stancamente, in maniera abitudinaria. Pregare come i pappagalli. No, si prega con il cuore. La preghiera è il centro della vita. Se c’è la preghiera, anche il fratello, la sorella, anche il nemico, diventa importante. Un antico detto dei primi monaci cristiani così recita: «Beato il monaco che, dopo Dio, considera tutti gli uomini come Dio» (Evagrio Pontico, Trattato sulla preghiera, n. 123). Chi adora Dio, ama i suoi figli. Chi rispetta Dio, rispetta gli esseri umani.
Per questo, la preghiera non è un calmante per attenuare le ansietà della vita; o, comunque, una preghiera di tal genere non è sicuramente cristiana. Piuttosto la preghiera responsabilizza ognuno di noi. Lo vediamo chiaramente nel “Padre nostro”, che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli.
Per imparare questo modo di pregare, il Salterio è una grande scuola. Abbiamo visto come i salmi non usino sempre parole raffinate e gentili, e spesso portino impresse le cicatrici dell’esistenza. Eppure, tutte queste preghiere sono state usate prima nel Tempio di Gerusalemme e poi nelle sinagoghe; anche quelle più intime e personali. Così si esprime il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le espressioni multiformi della preghiera dei salmi nascono ad un tempo nella liturgia del Tempio e nel cuore dell’uomo» (n. 2588). E così la preghiera personale attinge e si alimenta da quella del popolo d’Israele, prima, e da quella del popolo della Chiesa, poi. Anche i salmi in prima persona singolare, che confidano i pensieri e i problemi più intimi di un individuo, sono patrimonio collettivo, fino ad essere pregati da tutti e per tutti. La preghiera dei cristiani ha questo “respiro”, questa “tensione” spirituale che tiene insieme il tempio e il mondo. La preghiera può iniziare nella penombra di una navata, ma poi termina la sua corsa per le strade della città. E viceversa, può germogliare durante le occupazioni quotidiane e trovare compimento nella liturgia. Le porte delle chiese non sono barriere, ma “membrane” permeabili, disponibili a raccogliere il grido di tutti.
Nella preghiera del Salterio il mondo è sempre presente. I salmi, ad esempio, danno voce alla promessa divina di salvezza dei più deboli: «Per l’oppressione dei miseri e il gemito dei poveri, ecco, mi alzerò – dice il Signore –; metterò in salvo chi è disprezzato» (12,6). Oppure ammoniscono sul pericolo delle ricchezze mondane, perché «l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono» (48,21). O, ancora, aprono l’orizzonte allo sguardo di Dio sulla storia: «Il Signore annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli. Ma il disegno del Signore sussiste per sempre, i progetti del suo cuore per tutte le generazioni» (33,10-11). Insomma, dove c’è Dio, ci dev’essere anche l’uomo. La Sacra Scrittura è categorica: Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Lui sempre va prima di noi. Lui ci aspetta sempre perché ci ama per primo, ci guarda per primo, ci capisce per primo. Lui ci aspetta sempre. Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Se tu preghi tanti rosari al giorno ma poi chiacchieri sugli altri, e poi hai rancore dentro, hai odio contro gli altri, questo è artificio puro, non è verità. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello ( 1 Gv 4,19-21). La Scrittura ammette il caso di una persona che, pur cercando Dio sinceramente, non riesce mai a incontrarlo; ma afferma anche che non si possono mai negare le lacrime dei poveri, pena il non incontrare Dio. Dio non sopporta l’«ateismo» di chi nega l’immagine divina che è impressa in ogni essere umano. Quell’ateismo di tutti i giorni: io credo in Dio ma con gli altri tengo la distanza e mi permetto di odiare gli altri. Questo è ateismo pratico. Non riconoscere la persona umana come immagine di Dio è un sacrilegio, è un abominio, è la peggior offesa che si può recare al tempio e all’altare. Cari fratelli e sorelle, la preghiera dei salmi ci aiuti a non cadere nella tentazione dell’«empietà», cioè di vivere, e forse anche di pregare, come se Dio non esistesse, e come se i poveri non esistessero.




GLI STRANIERI UTILI
Don Augusto Fontana

Gli stranieri utili.

Gli stranieri saranno pure un problema ma ci fanno anche guadagnare. Non solo sono indispensabili perché svolgono lavori umili e socialmente fondamentali, ma generano anche un beneficio netto di circa 500 milioni che costituiscono la differenza fra ciò che pagano in tasse e quanto incide sulla spesa pubblica la loro presenza. Lo dimostra la Fondazione Moressa, che ha presentato il Rapporto su ‘Dieci anni di economia dell’immigrazione’.
I quasi 2 milioni di lavoratori stranieri generano più benefici che costi: infatti tra Irpef, contributi previdenziali e altri tributi vari versano nelle casse pubbliche circa 26,6 miliardi, mentre lo Stato ne spende per loro 26,1: un surplus appunto di 500 milioni. E altri 360 milioni annui potrebbero derivare dalle regolarizzazioni di lavoratori avviate nel 2020.
Non regge la tesi dell’invasione: 10 anni fa infatti abbiamo regolarizzato quasi 600.000 cittadini extra Ue, oggi solo un terzo di quel numero. E la loro presenza resta assolutamente gestibile essendo passata nello stesso lasso di tempo dal 6,2% all’8,7% della popolazione. Un 8,7% che del resto genera il 9,5% del nostro Prodotto interno lordo (146,7 miliardi in cifra assoluta), grazie a due milioni e mezzo di occupati: il 44,5% dei quali lavora nei servizi. Ma tra gli stranieri si fanno avanti anche gli imprenditori che sono 722 mila (cinesi, rumeni, marocchini).
Qualche preoccupazione viene semmai dal fatto che gli stranieri sono in prevalenza giovani e svolgono lavori poco qualificati (solo il 12% è laureato) o in nero, il che nel lungo periodo potrebbe portare a un saldo negativo tra gettito fiscale prodotto e spesa per assistenza sanitaria o pensioni.

Allora ben vengano gli stimoli offerti dalla recente Enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti” al n. 39 e 129: «in alcuni Paesi di arrivo, i fenomeni migratori suscitano allarme e paure, spesso fomentate e sfruttate a fini politici. Si diffonde così una mentalità xenofoba, di chiusura e di ripiegamento su se stessi»[1].I migranti vengono considerati non abbastanza degni di partecipare alla vita sociale come qualsiasi altro, e si dimentica che possiedono la stessa intrinseca dignità di qualunque persona. Pertanto, devono essere “protagonisti del proprio riscatto”[2]. Non si dirà mai che non sono umani, però in pratica, con le decisioni e il modo di trattarli, si manifesta che li si considera di minor valore, meno importanti, meno umani. È inaccettabile che i cristiani condividano questa mentalità e questi atteggiamenti, facendo a volte prevalere certe preferenze politiche piuttosto che profonde convinzioni della propria fede: l’inalienabile dignità di ogni persona umana al di là dell’origine, del colore o della religione, e la legge suprema dell’amore fraterno….Quando il prossimo è una persona migrante si aggiungono sfide complesse[1].  Certo, l’ideale sarebbe evitare le migrazioni non necessarie e a tale scopo la strada è creare nei Paesi di origine la possibilità concreta di vivere e di crescere con dignità, così che si possano trovare lì le condizioni per il proprio sviluppo integrale. Ma, finché non ci sono seri progressi in questa direzione, è nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter non solo soddisfare i suoi bisogni primari e quelli della sua famiglia, ma anche realizzarsi pienamente come persona. I nostri sforzi nei confronti delle persone migranti che arrivano si possono riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare>>.
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[1] Cfr Vescovi Cattolici del Messico e degli Stati Uniti, Lettera pastorale Strangers no longer: together on the journey of hope (Gennaio 2003).
[1] Esort. ap. postsin. Christus vivit (25 marzo 2019), 92
[2] Cfr Messaggio per la 106ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2020 (13 maggio 2020): L’Osservatore Romano, 16 maggio 2020, p. 8.