Messaggio CEI per il 1 maggio 2024
Prenderci cura del lavoro è atto di carità politica e di democrazia.

Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori (1° maggio 2024) . “Il lavoro per la partecipazione e la democrazia”

  Lavorare è fare “con” e “per”.
 «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (Gv 5,17). Queste parole di Cristo aiutano a vedere che con il lavoro si esprime «una linea particolare della somiglianza dell’uomo con Dio, Creatore e Padre» (Laborem exercens, 26). Ognuno partecipa con il proprio lavoro alla grande opera divina del prendersi cura dell’umanità e del Creato. Lavorare quindi non è solo un “fare qualcosa”, ma è sempre agire “con” e “per” gli altri, quasi nutriti da una radice di gratuità che libera il lavoro dall’alienazione ed edifica comunità: «È alienata la società che, nelle sue forme di organizzazione sociale, di produzione e di consumo, rende più difficile la realizzazione di questo dono ed il costituirsi di questa solidarietà interumana» (Centesimus annus, 41). In questa stessa prospettiva, l’articolo 1 della Costituzione italiana assume una luce che merita di essere evidenziata: la “cosa pubblica” è frutto del lavoro di uomini e di donne che hanno contribuito e continuano ogni giorno a costruire un Paese democratico. È particolarmente significativo che le Chiese in Italia siano incamminate verso la 50ª Settimana Sociale dei cattolici in Italia (Trieste, 3-7 luglio), sul tema “Al cuore della democrazia. Partecipare tra storia e futuro”. Senza l’esercizio di questo diritto, senza che sia assicurata la possibilità che tutti possano esercitarlo, non si può realizzare il sogno della democrazia.
Il “noi” del bene comune: la priorità del lavoro.
Come ricorda Papa Francesco in Fratelli tutti, per una migliore politica «il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze» (n.162).  Le politiche del lavoro da assumere a ogni livello della pubblica amministrazione devono tener presente che «non esiste peggiore povertà di quella che priva del lavoro» (ivi). Occorre aprirsi a politiche sociali concepite non solo a vantaggio dei poveri, ma progettate insieme a loro, con dei “pensatori” che permettano alla democrazia di non atrofizzarsi ma di includere davvero tutti (cfr. Fratelli tutti, 169). Investire in progettualità, in formazione e innovazione, aprendosi anche alle tecnologie che la transizione ecologica sta prospettando, significa creare condizioni di equità sociale. È necessario inoltre guardare agli scenari di cambiamento che l’intelligenza artificiale sta aprendo nel mondo del lavoro, in modo da guidare responsabilmente questa trasformazione ineludibile.
Prenderci cura del lavoro è atto di carità politica e di democrazia.
 “A ciascuno il suo” è questione elementare di giustizia: a chiunque lavora spetta il riconoscimento della sua altissima dignità. Senza tale riconoscimento, non c’è democrazia economica sostanziale. Per questo, è determinante assumere responsabilmente il “sogno” della partecipazione, per la crescita democratica del Paese.

  • Le istituzioni devono assicurare condizioni di lavoro dignitoso per tutti, affinché sia riconosciuta la dignità di ogni persona, si permetta alle famiglie di formarsi e di vivere serenamente, si creino le condizioni perché tutti i territori nazionali godano delle medesime possibilità di sviluppo, soprattutto le aree dove persistono elevati tassi di disoccupazione e di emigrazione. Tra le condizioni di lavoro quelle che prevengono situazioni di insicurezza si rivelano ancora le più urgenti da attenzionare, dato l’elevato numero di incidenti che non accenna a diminuire. Inoltre, quando la persona perde il suo lavoro o ha bisogno di riqualificare le sue competenze, occorre attivare tutte le risorse affinché sia scongiurato ogni rischio di esclusione sociale, soprattutto di chi appartiene ai nuclei familiari economicamente più fragili, perché non dipenda esclusivamente dai pur necessari sussidi statali.
  • Un lavoro dignitoso esige anche un giusto salario e un adeguato sistema previdenziale, che sono i concreti segnali di giustizia di tutto il sistema socioeconomico (cfr. Laborem exercens, 19). Bisogna colmare i divari economici fra le generazioni e i generi, senza dimenticare le gravi questioni del precariato e dello sfruttamento dei lavoratori immigrati. Fino a quando non saranno riconosciuti i diritti di tutti i lavoratori, non si potrà parlare di una democrazia compiuta nel nostro Paese. A questo compito di giustizia sono chiamati anche gli imprenditori, che hanno la specifica responsabilità di generare occupazione e di assicurare contratti equi e condizioni di impiego sicuro e dignitoso.
  • I lavoratori, consapevoli dei propri doveri, si sentano corresponsabili del buon andamento dell’attività produttiva e della crescita del Paese, partecipando con tutti gli strumenti propri della democrazia ad assicurare, non solo per sé ma anche per la collettività e per le future generazioni, migliori condizioni di vita. La dimensione partecipativa è garantita anche dalle associazioni dei lavoratori, dai movimenti di solidarietà degliuomini del lavoro e con gli uomini del lavoro che, perseguendo il fine della salvaguardia dei diritti di tutti, devono contribuire all’inclusione di ciascuno, a partire dai più fragili, soprattutto nelle aziende.
  • Le Chiese in Italia, impegnate nel Cammino sinodale, continuano nell’ascolto dei lavoratori e nel discernimento sulle questioni sociali più urgenti: ogni comunità è chiamata a manifestare vicinanza e attenzione verso le lavoratrici e i lavoratori il cui contributo al bene comune non è adeguatamente riconosciuto, come anche a tenere vivo il senso della partecipazione. In questa prospettiva, gli Uffici diocesani di pastorale sociale e gli operatori, quali i cappellani del lavoro, promuovano e mettano a disposizione adeguati strumenti formativi. Ciascuno deve essere segno di speranza, soprattutto nei territori che rischiano di essere abbandonati e lasciati senza prospettive di lavoro in futuro, oltre che mettersi in ascolto di quei fratelli e sorelle che chiedono inclusione nella vita democratica del nostro Paese.

 Roma, 24 gennaio 2024
La Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace




L’inverno demografico una questione scottante.
P. Montesperelli (Rocca)

L’inverno demografico una questione scottante.
Paolo Montesperelli[1] (Rocca 04/02/2024)

Il cosiddetto «inverno demografico», cioè il calo e l’invecchiamento della popolazione italiana, raggela il san­gue … di fronte a un problema che si sta arroventando. È una rivoluzione silenziosa, senza botti, clamori, barricate; eppure è dirom­pente la sua portata attuale e, forse ancor più, quella futura.
Non dare torto ai fatti.
Partiamo da qualche dato. Dagli anni ’90 fino al 2014 la quantità della popolazione in Italia è rimasta sostanzialmente stabi­le: la diminuzione degli italiani veniva compensata dall’ingresso degli stranieri. Dal 2015 il totale della nostra popolazione (italiani e stranieri) diminuisce sensibil­mente. Secondo le previsioni dell’Istat, nel 2070 saremo 10 milioni in meno; è come se ogni anno perdessimo una città come Trieste. Nell’ipotesi peggiore ci ritrovere­mo con 20 milioni di persone in meno. Diminuisce la popolazione complessiva, ma aumenta la proporzione degli anziani. Questo progressivo invecchiamento è mol­to evidente se consideriamo la classe di età più numerosa nel corso degli anni. Nel 1861 prevaleva la categoria da 0 a 4 anni di età; nel 2003 il primato passava alla clas­se 34-39 anni; nel 2023 la maggioranza ri­guarda i 55-59enni; nel 2050 probabilmen­te quella più estesa sarà la classe dei 70-74enni. Ma già prima di quella data po­tremmo scalare la classifica: potremmo non essere uno dei Paesi più vecchi al mondo, ma in assoluto il più vecchio. Perché la popolazione italiana invecchia? Per almeno due ragioni: la vita si è pro­lungata; e nascono meno bambini. Partia­mo dal primo grande processo. Viviamo più a lungo, il che, naturalmente, è un gran bene che ci rende tutti più sicuri e più sod­disfatti. Anche qui può essere utile guar­dare alle nostre spalle. Per chi nasceva nel 1861, vi era un’alta probabilità di morire intorno a 30 anni; ovviamente molti supe­ravano quella soglia, ma la mortalità in­fantile era molto diffusa. Chi nasceva nel 1921 poteva fondatamente sperare di so­pravvivere fino a 50 anni. Nel 2021 siamo passati a 82 anni. Oggi, rispetto a quanto accadeva in passato, è come se ogni anno guadagnassimo 3-4 mesi di vita in più. Las­senza di guerre, i progressi della medici­na e della qualità della vita spiegano que­sto importantissimo miglioramento. Passiamo ora al secondo grande proces­so, il calo delle nascite. Nel 1952 per ogni donna in età fertile nascevano in Italia cir­ca 2,5 bambini; nel nostro Meridione qua­si 3,5 bambini. Oggi il rapporto è dimez­zato, siamo all’1,2; inoltre dal 2004 sono praticamente sparite le differenze fra ter­ritori; sicché anche il Meridione si è alli­neato al ribasso, con tutte le altre aree ita­liane. Se nascessero 2 figli per coppia di genito­ri, il ricambio generazionale garantirebbe la stabilità della popolazione. Invece, come abbiamo visto, siamo ben al di sotto di quella soglia e ciò spiega in gran parte per­ché la nostra popolazione si riduce a gran­di passi. Un paio di altri dati conferma questo andamento: nel 1964 è nato più di un milione di bambini; nel 2021 appena 400mila, meno della metà.
Demografia, lavoro: due trappole.
Ciò sta innescando quella che gli esperti chiamano «la trappola demografica», cioè una specie di spirale in caduta: avere meno figli oggi significa meno genitori domani; il calo dei genitori determinerà la riduzio­ne del totale dei figli; quando questi pochi figli diventeranno genitori, essi genereran­no ancor meno figli e così di seguito. In­somma, se non scardineremo quella trap­pola, se non subentreranno interventi pro­fondi, gli italiani saranno sempre meno e con sempre più anziani. Gli effetti negativi dell’invecchiamento sono molti: aumentano le necessità legate alla sanità, alla previdenza e all’assistenza e ciò fa crescere il debito pubblico. A pari­tà di risorse, se lo Stato spendesse di più per gli anziani, spenderebbe meno per i giovani, che oggi rappresentano una nuo­va emergenza sociale.
Un’altra «trappola» riguarda il mercato del lavoro, che incide sullo scenario che sto richiamando. In estrema sintesi, gli occu­pati regolari versano i contributi che finan­ziano le pensioni degli anziani; ne versa­no relativamente pochi, solo perché sono molto bassi i salari, fra i più bassi di Euro­pa. Ma se non aumenterà di molto l’occupa­zione e se la popolazione continuerà a di­minuire, decresceranno anche i lavorato­ri regolari e quindi si ridurranno ulterior­mente le risorse per le pensioni. Insomma lo scenario è grigio scuro sia per i pensio­nati, nel timore di ulteriori tagli alle pen­sioni; sia nei giovani, per il rischio di esse­re oggi disoccupati e domani pensionati poveri. In alcune regioni già oggi ci sono 3 occu­pati ogni 4 pensionati. E evidente lo squi­librio. Allora bisognerebbe aumentare gli occupati e regolarizzare quelli che già la­vorano: il lavoro nero e precario sono uno spreco per la comunità, oltre a rappresen­tare una forma vergognosa di sfruttamen­to. Il nostro mercato del lavoro è avaro, sì, ma anche «maschilista», perché sfavorisce le donne: rispetto alle opportunità degli uo­mini, poche, mediamente, riescono a tro­vare un’occupazione; se vi riescono, soven­te il lavoro è meno qualificato e le possibi­lità di carriera sono più ridotte.
Qualcosa di analogo capita a tanti giova­ni. Il 23% di loro è «scoraggiato», cioè non studia più, non lavora né cerca lavoro. An­che questa è una risorsa dispersa, dilapidata: il nostro Welfare avrebbe molto bisogno di immettere nel mondo del lavoro tanti lavoratori giovani, per rispondere all’invec­chiamento progressivo e rapido della no­stra popolazione. Purtroppo alcuni dati anche recenti ci dicono che aumenta l’oc­cupazione ma non quella dei giovani.
Per riequilibrare il rapporto fra gli anziani e le altre classi di età, dovrebbero aumen­tare in maniera consistente le nascite, che invece sono in forte calo, come abbiamo visto. Su questo argomento fino a poco tem­po fa era facile incontrare giudizi trancian­ti e moralistici: «le coppie sono egoiste», «le donne non vogliono più rispondere alla loro più importante vocazione che è l’essere madri» e amenità del genere. Ora i dati resi pubblici sono talmente eclatanti da ridurre fortemente le spiegazioni semplicistiche.
Urgenze, prospettive …
In altri Paesi il calo delle nascite è stato ri­dotto solo grazie a interventi sociali ade­guati. Una seria politica per la natalità deve saper guardare molto avanti, giacché i pro­cessi demografici non possono essere inter­rotti dalla sera alla mattina e i loro effetti si riproducono in un ampio lasso di tempo prima di tornare indietro. In altre parole, dobbiamo porre in campo politiche «strut­turali», stabili nel tempo, dotate di una grande capacità programmatoria; non pan­nicelli caldi, o interventi-tampone che cam­biano col passaggio da un governo all’altro, tanto per rastrellare un po’ di consenso in vista delle prossime elezioni.
Sarebbero auspicabili vari interventi corag­giosi: politiche di supporto (non risicato) al reddito delle famiglie; politiche fiscali di sostegno alle coppie giovani; congedi geni­toriali di vario tipo; la diffusione di asili nido pubblici e di altri servizi per bambini (oggi molto scarsi, soprattutto al Sud). E poi do­vremmo smettere di frapporre ostacoli de­rivanti dal tipo di famiglia o dalla cittadi­nanza dei genitori e dei loro figli: fosse solo perché non ce lo possiamo più permettere. Però su questo scenario non si allungano solo ombre. La presenza di tanti anziani compor­ta anche alcuni vantaggi, che però spesso sono sottovalutati. Le loro pensioni, per quanto spesso magre, garantiscono entrate regolari ai pensionati stessi, ai loro figli e ai loro nipoti. Insomma, le pensioni sono un’importante forma di «welfare familiare». Un tempo essere anziani comportava mag­giori rischi di fragilità economica rispetto invece ai giovani. Ora il rapporto è invertito, non perché la situazione degli anziani sia migliorata, ma soprattutto perché quel­la dei giovani è peggiorata. Ad esempio, se consideriamo le famiglie che versano in condizioni di povertà assoluta, quelle con almeno un anziano sono il 5,6%, mentre le famiglie giovani con almeno un figlio minore sono ben il 13,4%.
Un altro vantaggio derivante dall’invec­chiamento della popolazione è rappresen­tato dall’incremento di prodotti e servizi destinati alla terza età; secondo alcuni eco­nomisti, ciò determina l’aumento del 5% annuo della nostra crescita economica. Alcuni importanti settori e attività produt­tive si giovano proprio del fatto che si estende la «silver economy». Pensiamo ad alcuni servizi oggi molto rilevanti: il turi­smo per anziani; la ristrutturazione delle case per renderle più agevoli; la mobilità assistita; la telemedicina; i centri di riabi­litazione, ginnastica o danza; la ristorazio­ne capace di garantire una migliore salu­brità degli alimenti; e molto altro ancora.
. . . e una nuova «terza età».
Ciò che più colpisce anche un osservatore distratto è il fatto che gli attuali anziani sono molto diversi da quelli di ieri e del­l’altro ieri. Oggi la loro salute è mediamente assai migliore, tanto che un settantenne di oggi è molto più giovanile di un settanten­ne di ieri. Il livello di scolarizzazione è ben più alto. L’attuale «terza età» è più esigen­te nella domanda di cultura e di prodotti (materiali e immateriali) di elevata quali­tà. Ormai non è affatto difficile trovare anziani «smanettoni», abili col computer, naviganti di lungo corso nei mari di inter­net (il 40% degli anziani usa regolarmente internet, una percentuale impensabile fino a pochi lustri fa).
Particolare non da poco: la maggiore du­rata della vita consente agli anziani di avere più tempo da progettare e investire per il futuro, non solo a favore proprio e dei pro­pri familiari e parenti; ma anche per la comunità circostante. Pensiamo al volon­tariato, all’associazionismo, alle parroc­chie, ai comitati di quartiere, ad altre isti­tuzioni basate sulla condivisione: sono tut­te occasioni che vedono una forte parteci­pazione di anziani, animati dal desiderio di contribuire al bene comune e alla de­mocratizzazione della vita civile. Come a dire: esiste un rapporto fra demografia e democrazia e tale rapporto implica anche qualche risvolto positivo.


[1] Professore ordina­rio di sociologia all’Università di Roma «La Sapien­za»




Basta coi cattolici sonnambuli
De Rita (Avvenire)

«Basta coi cattolici sonnambuli. Ma per incidere serve una lunga marcia»
De Rita, sociologo e fondatore del Censis
Angelo Picariello (AVVENIRE 18/02/2024)
https://avvenire-ita.newsmemory.com/?token=09c8d1eb14086cf29f0ec54cb1e4f388_63033edf_5eca5

Ci sono anche i cattolici fra i “sonnambuli” descritti dall’ultimo rapporto Censis, e questo atteggiamento fra l’impaurito e il rinunciatario caratterizza anche il loro atteggiamento politico. Per Giuseppe De Rita «il sonnambulo è un cattolico che compie una serie di peccati di omissione, un cittadino egoista per paura che tralascia di fare tante cose, dal civile al religioso, dall’andare a votare all’andare a messa». Per il fondatore del Censis, si tratta di ripartire dalle fondamenta, «dalla pre-politica, dalla realtà. Non esiste cristianesimo che non si occupa della realtà. A partire dal tema più pressante, la denatalità ». Affermazione che, proferita dal padre di 8 figli (e nonno di 15 nipoti), assume un senso quanto mai concreto.

Pagnoncelli evidenziava però che anche i cattolici praticanti finiscono spesso per chiedere alla politica solo di migliorare la loro condizione.

È una situazione generalizzata, di una politica che si occupa solo degli interessi singoli e non di mediare con gli interessi collettivi, nella prospettiva del bene comune. Imperversa la politica dei “bonus”, lo Stato che regala, a questo o a quello. Senza una “visione”, una vera proposta politica.

A elaborarla dovrebbero essere i cosiddetti corpi intermedi, voluti proprio dai cattolici in Costituzione.

Ma noi assistiamo alla loro desertificazione. La dottrina sociale della Chiesa nasce con Leone XIII, a fine Ottocento, ma allora c’erano dei sindacati forti, c’era la lega delle cooperative “rosse” e c’erano quelle “bianche”, le casse di mutualità: una boscaglia di cespugli intermedi. Ci sono stati poi i coltivatori diretti, che sono andati oltre la logica di classe dei braccianti, per farsi piccoli imprenditori. La grande intuizione della Dc fu quella di dare voce a queste realtà, creando un interclassismo dinamico e un ascensore sociale che permise a tanti poveri e analfabeti di affrancarsi, o di affrancare i propri figli da quella condizione.

Tutte le sigle che cita ci sono e operano ancora.

Ma è sotto gli occhi di tutti che la politica è diventata un’altra cosa, cerca il rapporto diretto con i cittadini, senza mediazioni. Disancorata dalla realtà, che è costituita anche dai tanti luoghi in cui la dignità dell’uomo si realizza, come stabilisce la Costituzione, dalla famiglia ai partiti, dai sindacati alle associazioni. Manca del tutto una dialettica sociale.

Un cattolico che vuol partecipare oggi, da dove può iniziare?

Bisogna intendersi sul significato di partecipare. Se uno vuol partecipare alla vita politica per sua ambizione non è neanche tanto difficile. Le strutture di partito ci sono e sono anche scalabili facilmente, lo ha fatto Renzi nel Pd, e ora Schlein con l’operazione primarie; lo ha fatto Conte con il M5s, Salvini nella Lega. Il problema si pone per chi ha voglia di dare il suo contributo alla collettività, senza l’ambizione di fare politica in prima persona. Dove va, e come fa, in questa situazione?

Lei ha partecipato a molti incontri in ambito cattolico per una nuova progettualità politica. Realtà che però faticano a rendersi visibili, incisive. Che giudizio ne ha tratto?

Li ho trovati molto “caldi”, interessanti e carichi di passione. Ma poi manca la perseveranza, la consapevolezza di dover fare una lunga traversata per cambiare le cose. Bisogna riprendere l’impegno dal basso, dagli enti locali, dalle comunità montane, dalle parrocchie, dal Terzo settore.

Non è che manchi, in Italia, l’impegno del Terzo settore.

Ma manca la capacità di fare il passo ulteriore, decidendo che cosa fare da grandi per elaborare una proposta politica.

Sta parlando di un partito?

Sarà per inclinazione professionale, ma preferisco parlare di pre-politica. Non in modo astratto. Parlo di proposte politiche chiare e puntuali, su temi specifici, in realtà concrete.

L’arcivescovo Paglia parla anche della necessità di una nuova pastorale.

Ho in mente una mia personale esperienza, nel 1974, quando il cardinale vicario Ugo Poletti mi coinvolse con monsignor Di Liegro, monsignor Clemente Riva e Luciano Tavazza per una riflessione sui “mali di Roma”. Il cardinale, scherzando mi disse che era dai tempi di Federico Barbarossa che un laico non parlava nella Cattedrale di San Giovanni. Due anni dopo, nel 1976, ci fu il convegno “Evangelizzazione e promozione umana”, che aprì una stagione di grande impegno nella Chiesa e di grande rinnovamento politico. Bisogna riprendere a fare questo: promozione umana.

La Settimana sociale di Trieste può essere l’occasione?

Certamente, ma bisogna farsi carico maggiormente di quel che il Papa chiede in continuazione, di uscire dal nostro ambito, non basta parlare fra noi 

Elaborare proposte pre-politiche può essere di aiuto anche a chi ha scelto di fare politica ma, in questo quadro asfittico, fa fatica a incidere?

Sicuramente. Bisogna ripartire del livello parrocchiale e diocesano. Scegliere dei temi, fare delle proposte operative. Il cristianesimo nasce nella realtà, e si è sempre sviluppato nella realtà. Poi, per paura dei protestanti e dei comunisti, abbiamo preso un po’ l’abitudine di limitarci a professare la dottrina, la verità, con una certa astrattezza, Senza più appassionarsi alla realtà.

Intanto i cattolici in politica sono divisi, spesso impegnati a inviarsi scomuniche a vicenda.

Non mi pare saggio. Siamo già pochi, dovremmo almeno cercare di andare d’accordo fra noi…

L’idea di una nuova Camaldoli europea lanciata dal cardinale Zuppi la condivide?

Condivido. Si tratta di riprendere in mano, tutti insieme, una grande profezia di pace e sviluppo. Ma servono uomini e cristiani all’altezza di questa grande sfida.

I giovani, dopo decenni di crisi della politica, hanno un’idea molto vaga dell’impegno il bene comune. Non si rischia di offrire loro una risposta a una domanda che non si pongono?

Bisogna allora lavorare con loro perché questa domanda torni a nascere. Non possono loro rassegnarsi a un cristianesimo che rinunci a incidere, e non noi possiamo trasferire loro un’idea così ridotta, miope e falsata, del cristianesimo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA «Il Terzo settore deve fare un passo in più, elaborare proposte.

Bene l’idea di una “Camaldoli europea”. I credenti smettano di lanciarsi scomuniche reciproche, siamo già pochi, meglio provare a lavorare insieme»

Giuseppe De Rita, 91 anni,




Sul FINE-VITA in E.R.
D. Menorello (Avvenire)

«Ecco cosa non va nella delibera dell’Emilia-Romagna sul fine vita»

Domenico Menorello   (AVVENIRE martedì 13 febbraio 2024)

https://www.avvenire.it/vita/pagine/l-intervento-ecco-cosa-non-va-nella-delibera-del-emilia-romagna-sul-fine-vita

Incongruenze, errori tecnici, nodi etici: il giurista Domenico Menorello (network “Sui tetti”), del Comitato nazionale per la Bioetica, sull’atto che regola il percorso per il suicidio assistito.

Sul molto complesso tema del cosiddetto “fine vita”, ben venga un dibattito alto e pluralista sulle finalità perseguibili dal Servizio sanitario nazionale, ma allo scopo ogni attore deve interpretare con lealtà la propria parte. Allora, senza entrare in questa sede nel merito delle differenti visioni antropologiche che trascinano differenti concezioni anche del “bene” cui sono preposte le istituzioni (per chi scrive, si rimanda al libello L’eutanasia non è la soluzione, Cantagalli-Tempi, 2023), è necessario attirare l’attenzione su alcune gravi criticità metodologiche contenute nella recente iniziativa meramente amministrativa dell’Emilia-Romagna (dgr 194/24 e determina direttoriale 2596/24), che introducono nel dialogo pubblico anche inaccettabili mistificazioni.
1. Prima premessa: l’art. 97 della Costituzione accoglie il fondamentale principio di legalità, secondo il quale tutti gli atti amministrativi devono essere previsti da una norma legislativa, in quanto nella Repubblica è solo la rappresentanza legislativa l’interprete della sovranità popolare sancita dall’art. 1 della stessa Carta fondamentale. Ciò vale soprattutto per le prestazioni sanitarie erogate dagli ospedali pubblici. Sul punto, la giurisprudenza della Corte costituzionale è granitica nell’affermare che solo «il legislatore nazionale deve poter porre le norme necessarie per assicurare a tutti, sull’intero territorio nazionale, il godimento di prestazioni garantite, come contenuto essenziale di tali diritti, senza che la legislazione regionale possa limitarle o condizionarle» (cfr. sentenze Corte costituzionale n. 282/2002, n. 353/2003, n. 338/2003, n. 134/2006, n. 115/2012, n, 231/2017, n. 72/2020, n. 91/2020). Per tale ragione, la legislazione nazionale, fra cui l’art. 1, comma 554, della legge 208/2015 e l’art. 1, comma 7, D. Lgs n. 502/1992, ha affidato la fissazione dei livelli essenziali di assistenza (Lea) a un Decreto della Presidenza del Consiglio (cfr. Dpcm 12.1.2017).
Seconda premessa: molti chiedono che il Servizio sanitario pubblico assicuri una nuova prestazione, quale sarebbe l’assistenza medica e farmacologica a una persona che domandi un farmaco e modalità sanitarie idonee per suicidarsi. La domanda allora è semplice: esiste una legge o un Lea che preveda tale prestazione? La risposta è certamente negativa. Esistono ben due leggi sul cosiddetto “fine vita”, la 219/2017 e la 38/2010, ma nessuna prevede una prestazione sanitaria di procurare la morte. Di qui, i sostenitori del suicidio medicalmente assistito (Sma) hanno proposto 15 leggi regionali, benché le Regioni non abbiano alcuna competenza a legiferare in materia, come acclarato dal parere dell’Avvocatura generale dello Stato del 15 novembre 2023. Lo stesso governatore dell’Emilia-Romagna in un’intervista a Repubblica del 13 febbraio 2024, si dichiara «in attesa della legge nazionale», ritenendo che «fare 20 leggi regionali sul fine vita sarebbe ridicolo». Invece, la determina direttoriale 2596/24, al punto 5, impone alle Aziende sanitarie emiliano-romagnole di «assicura[re] l’attuazione» del suicidio assistito con «l’individuazione di personale adeguato» nonché «fornendo» i farmaci indicati dagli organi consultivi, quindi introducendo una prestazione sanitaria obbligatoria priva di copertura di legge, e quindi illegittima per violazione degli artt. 97 e 117 della Costituzione.
2. Se non esiste alcuna legge che consenta una prestazione sanitaria (Lea) per procurare la morte, questa è forse consentita dalla sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019, visto che il governatore dell’Emilia-Romagna, nella medesima intervista, giustifica i propri atti amministrativi anche «per dare applicazione alla sentenza della Corte»? Per la verità, se non vogliamo sovvertire le dinamiche costituzionali, mai si potrebbe invocare una sentenza come se fosse una legge-quadro del Parlamento (cfr. Antonio Ruggeri, Itinerari di una ricerca sul sistema delle fonti, Giappichelli, febbraio 2024). In ogni caso, non è assolutamente vero che gli atti emiliano-romagnoli siano consequenziali al dictum della Consulta. Anzi, se ne allontanano sensibilmente.
In primo luogo, la sentenza 242/19 della Corte costituzionale è inequivocabile nel precisare che «la declaratoria di illegittimità costituzionale si limita a escludere la punibilità dell’aiuto al suicidio nei casi considerati, senza creare alcun obbligo di procedere a tale aiuto in capo ai medici». Quindi, non si può prevedere – come invece accade con una semplice determina in Emilia-Romagna – un obbligo di prestazione sanitaria sulla base di tale pronuncia, che ha un significato del tutto diverso, solamente indicando, cioè, alcuni requisiti in presenza dei quali, e del tutto eccezionalmente, l’aiuto al suicidio non sarebbe penalmente perseguibile.
In secondo luogo, la stessa sentenza della Corte 242/2019 ritiene necessario che la verifica di tali requisiti avvenga a mezzo dell’«intervento di un organo collegiale terzo, munito delle adeguate competenze» e ha deciso che «nelle more dell’intervento del legislatore, tale compito è affidato ai comitati etici territorialmente competenti», individuati addirittura citandone gli estremi legislativi nazionali di riferimento, cioè «l’art. 12, comma 10, lettera c, del d.l. n. 158 del 2012» (poi legge 3/2018) e «l’art. 1 del decreto del Ministro della salute 8 febbraio 2013». Ebbene, si tratta dei cosiddetti Cet, Comitati etici territoriali, con competenze anche per il fondamentale profilo farmacologico, da ultimo costituiti in forza del dm 23A00852 del 26 gennaio 23 e che hanno una composizione omogenea sul territorio nazionale, sulla base dell’ulteriore dm 23A00853 del 30.1.23. Invece, la dgr emiliano-romagnola 194/2024 istituisce due comitati totalmente sganciati dalla normativa nazionale. È come se per suonare la Nona di Beethoven anziché un’orchestra sinfonica si incaricasse una rock band… Ne uscirebbe una musica ben diversa. Così, allo stesso modo, se ogni Regione potesse istruire comitati a proprio piacimento per interpretare i requisiti della Corte si otterrebbe esattamente quella babele in tema di prestazioni sanitarie incidenti sulla vita e sulla morte palesemente incostituzionale e che lo stesso Bonaccini bolla come risultato «ridicolo». Quel che è certo è che affidare le valutazioni di cui alla sentenza 242/2019 a organi diversi da quelli indicati dalla stessa pronuncia significa violare e non certo “applicare” i precetti della Corte.
3. Infine, la dgr 194/2024 assume fra i propri presupposti la decisione del Comitato nazionale per la Bioetica (24 febbraio 2023), ma nella propria motivazione non cita quanto effettivamente deliberato dall’organo consultivo del governo bensì la postilla di sette componenti che hanno dissentito non votando la delibera stessa. In effetti, il parere ufficiale del Cnb è esattamente nel senso opposto a quello che si legge nella delibera emiliana, perché, per le valutazioni sui requisiti per l’esimente dal reato ex art. 580 Codice penale indica «i Comitati etici territoriali di cui al decreto del 26 gennaio 2023» (gli stessi prescelti dalla sentenza della Corte). Non solo: lo stesso Cnb «ritiene anche che debba essere fatto ogni sforzo per evitare che vi siano approcci troppo differenziati o addirittura contrastanti nella valutazione delle condizioni indicate dalla Corte costituzionale», il che significa esplicitamente escludere la possibilità che ogni Regione si costruisca Comitati etici a propria immagine. Dunque, che l’Emilia-Romagna sia andata nella direzione opposta a quella auspicata dal Cnb, addirittura facendo intendere di seguire l’orientamento dello stesso organo di indirizzo bioetico, è decisione non solo certamente illegittima ma che costituisce anche un precedente inaccettabile sul piano delle corrette relazioni fra istituzioni.




Nigeria. Cristiani perseguitati.
P.M. Alfieri (Avvenire)

Nigeria. Cristiani perseguitati.
Paolo M. Alfieri (AVVENIRE 7 febbraio 2024)
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/nel-mirino-sono-finite-oltre-duemila-scuole-cristi

In 15 anni 52mila fedeli uccisi, tragedia nascosta in Nigeria. Nel mirino sono finite oltre duemila scuole cristiane e 18mila luoghi di culto. Numerosi i sacerdoti rapiti, alcuni poi assassinati. La lotta per le risorse si mescola al fanatismo religioso. Una vera “guerra” che pochi vogliono definire tale. Da una parte il terrorismo di Boko Haram, dall’altra i pastori nomadi Fulani che razziano anche le terre altrui. Debole la risposta del governo. La Chiesa invita al dialogo.

Quand’è che una guerra si può definire guerra? Servono ancora dichiarazioni formali? Due eserciti contrapposti? O è necessario raggiungere un certo numero di morti per far scattare la definizione? Sono anni che la Nigeria, gigante africano da 200 milioni di abitanti, è in guerra con sé stessa. E se a lungo è stato il terrorismo islamista di Boko Haram negli Stati a maggioranza islamica del Nord a richiamare l’attenzione, da qualche tempo è la fascia centrale del Paese, la cosiddetta “Cintura di mezzo”, la zona in cui il sangue scorre più copiosamente. La lotta per le risorse qui si mischia facilmente alle differenze etniche e religiose, in un contesto che vede crescere la competizione tra i mandriani islamici Fulani in arrivo dalle terre di un nord sempre più arido e gli agricoltori cristiani locali, con questi ultimi da tempo nel mirino.
Basta vedere quanto accaduto a Natale, quando per quattro giorni, nello Stato di Plateau, oltre un migliaio di Fulani ha attaccato circa 25 comunità cristiane, tra le zone di Bokkos, Mangu e Barkin Ladu. I morti sono stati quasi 170, tanto che nello Stato ora vige il coprifuoco. «Molti sfollati hanno cercato rifugio nelle chiese, con le organizzazioni religiose che hanno fornito assistenza primaria, data l’assenza di sostegno da parte del governo», sottolinea la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre. Jalang Mandong, un sopravvissuto che ha perso dieci parenti nel massacro, ha riferito che gli attacchi avevano lo scopo di «prendere di mira i cristiani» e «disturbare la celebrazione del Natale», tentando anche di «impossessarsi delle terre di queste comunità». Lotta per le risorse e fanatismo religioso, in un mix sempre più complicato ma facilmente replicabile. Tanto che le violenze si sono ripetute, ancora, la scorsa settimana, con oltre 50 vittime nella stessa zona: scuole, luoghi di culti e case date alle fiamme e il dito puntato, ancora una volta, contro i pastori musulmani Fulani.
Originari del nord della Nigeria, sempre più soggetta a siccità e inondazioni, i pastori nomadi si spostano verso sud in cerca di terra per il loro bestiame, nelle zone agricole dei Berom e di altri gruppi etnici in maggioranza cristiani. «Questi attacchi sono ricorrenti. Vogliono cacciarci dalla nostra terra ancestrale, ma noi continueremo a resistere a questi assalti», spiega Magit Macham, che era tornato dei recenti assalti dalla capitale dello stato, Jos, per festeggiare il Natale con la sua famiglia. Al momento dell’attacco, Macham sta chiacchierando con suo fratello fuori casa quando il rumore di un generatore di benzina viene interrotto da colpi di pistola: «Siamo stati colti alla sprovvista e quelli che potevano scappare sono fuggiti, gli altri sono stati catturati e uccisi con i machete», racconta oggi. Secondo l’arcivescovo emerito di Abuja, cardinale John Olorunfemi Onaiyekan, «è impensabile che il governo, con tutti i mezzi che ha a disposizione, non sia in grado di identificare chi sono i mandanti, chi sono quelli che comprano le armi» utilizzate in questi attacchi.
Quanto sta accadendo, ha sottolineato nei giorni scorsi il cardinale a “Vatican News”, «è più di una guerra: stiamo ancora aspettando di vedere che cosa fa il nostro governo adesso». A lungo la Chiesa locale e lo stesso cardinale Onaiyekan, dopo i vari attacchi, hanno esortato le comunità cristiane e musulmane a unirsi contro la violenza e l’endemico sistema di impunità, esaltando l’importanza del dialogo interreligioso per la pacifica convivenza. Non c’è alcuna voglia, insomma, di avvalorare la tesi della persecuzione religiosa anche se, di certo, c’è la necessità di fare luce sulle connessioni e le protezioni di cui possono godere gli autori delle violenze e avere giustizia. Il governatore dello Stato di Plauteau, il cristiano Caleb Manasseh Mutfwang, da parte sua non ha esitato invece a usare il termine “genocidio”, nel suo discorso di inizio anno, riferendosi agli ultimi massacri. «Che Dio liberi la Nigeria da questi orrori», le parole di papa Francesco dopo l’Angelus del 31 dicembre scorso.
Non sono mancate, negli ultimi anni, accuse all’amministrazione dell’ex presidente Muhammadu Buhari, in carica fino a maggio dello scorso anno e lui stesso di origine fulani, non solo per l’inefficacia dell’azione dell’esercito nella regione a difesa delle comunità locali, ma anche per il piano presentato, e poi sospeso, delle cosiddette “zone Ruga”. Questi insediamenti per i pastori islamici nomadi avrebbero dovuto comprendere aree di pascolo e villaggi con alcune infrastrutture di base: una scuola, un centro sanitario e un veterinario. In questo modo, ospitando i gruppi di pastori e il loro bestiame, questo sistema avrebbe reso più facile identificare le vie di pascolo, consentendo teoricamente di ridurre i conflitti con gli agricoltori stanziali. Il piano, però, è stato fortemente criticato, e poi rinviato a tempo indeterminato, dalle autorità locali degli Stati coinvolti, perché gli insediamenti avrebbe sottratto acqua e terre alle comunità locali senza compensazioni, legalizzando di fatto un sistema predatorio. Gli attacchi, in parallelo, sono andati crescendo.
Se si considerano anche i morti provocati dai terroristi di Boko Haram (che oggi sono in numero più ridotto, ma rappresentano comunque una fonte di instabilità soprattutto nel Nord del Paese), circa 52.250 cristiani sono stati uccisi da miliziani islamici in Nigeria dal 2009, secondo un rapporto dell’Ong nigeriana Intersociety. Oltre 30mila di queste vittime sono state colpite durante gli otto anni di presidenza Buhari. Nello stesso arco di tempo, anche 34mila musulmani sono morti in attacchi terroristici condotti dagli islamisti. Nel mirino sono finite complessivamente oltre 2.200 scuole cristiane e circa 18mila luoghi di culto, considerando le chiese e le sale di preghiera; oltre 700 i cristiani che sono stati sequestrati e numerosi i sacerdoti uccisi. Le violenze hanno inoltre provocato sfollamenti di massa.
Numeri tragici, da guerra aperta, ma che in pochi, per mille ragioni, osano definire tale. Secondo il direttore di Intersociety, Emeka Umeagbalasi, l’amministrazione Buhari «ha radicalizzato le forze di sicurezza, ha dato loro l’ordine di marciare per proteggere i pastori Fulani e ha aiutato la loro invasione dei terreni agricoli meridionali, delle foreste e della boscaglia». Altri ritengono che il fattore religioso sia solo uno dei motivi dietro agli assalti, sottolineando come anche i musulmani moderati siano vittime dei raid.
L’attuale presidente nigeriano, Bola Tinubu, non ha ancora spiegato come intende affrontare l’insicurezza diffusa, ha descritto gli ultimi attacchi ai cristiani come «primitivi e crudeli» e ha ordinato alla polizia di rintracciare i responsabili. Nel suo messaggio di inizio anno, però, ha ignorato vittime e famiglie dello Stato di Plateau, sostenendo che dalla sua elezione «la sicurezza è migliorata». Il vescovo Hassan Kukah, della diocesi cattolica di Sokoto, ha sottolineato che «il presidente Tinubu deve sapere che la legittimità del suo governo dipende dalla risoluzione di questo problema. I nigeriani stanno gradualmente perdendo la speranza nella capacità del loro governo di proteggerli e metterli al sicuro. Mentre noi leader religiosi abbiamo continuato a usare la nostra autorità morale per incoraggiare le persone a non farsi giustizia da sole, rischiamo di essere spazzati via dalla rabbia e dalla frustrazione del nostro popolo».
Lo sfondo è quello di una Nigeria che compete per il Sudafrica per essere la prima economia del continente africano, ma che vede crescere le disuguaglianze e diminuire il potere d’acquisto dei cittadini. Nonostante gli introiti dovuti alla vendita di petrolio – ma la produzione è scesa a 1,2 milioni di barili al giorno, quasi la metà rispetto a un decennio fa -, oltre 130 milioni di nigeriani vivono in condizioni di povertà, senza accesso a sanità, cibo, servizi. Secondo un recente studio, la Nigeria è il Paese in cui gli abitanti spendono la quota più alta del loro reddito (addirittura il 59%) solo per l’acquisto del cibo necessario a sfamarsi. Non sembra un caso se la sicurezza, in un contesto simile, sia così precaria: è dove ci sono meno risorse che il vento dell’estremismo e dell’intolleranza può soffiare più forte.




Grandi e piccole guerre crescono
M.Salvi (ROCCA)

Grandi e piccole guerre crescono
Maurizio Salvi (Rocca 02, 15 gennaio 2024)

Senza nessun rammarico ci siamo lasciati dietro le spalle il 2023, anno in cui la ‘guerra a pezzi’, evocata fin dal 2016 con immenso dolore da papa Francesco, è scivolata verso qualcosa di ancora più grave in un’ampia regione strategica del Medio Oriente e dell’Asia meridionale. Molti os­servatori parlano ora di una vera e pro­pria Terza Guerra mondiale non dichiara­ta, ma in atto, dalle conseguenze impreve­dibili. Nei libri di storia del primo quarto del XXI secolo, il 2023 sarà registrato come ‘l’anno delle due guerre’, rappresentate dal conflitto in Ucraina, giunto ormai al suo secondo anniversario, e dalle ostilità frut­to dell’attacco terroristico del 7 ottobre di Hamas (‘Alluvione Al Aqsa’), e della dura e prolungata risposta di Israele a Gaza. Ma Therese Petterson, coordinatrice dell’Up­psala Conflict Data Program (Ucdp), ha ricordato che le due grandi tragedie sono accompagnate da altri sette scontri arma­ti importanti in Africa e Asia, di cui si par­la poco o niente, riguardanti Burkina Faso, Somalia, Sudan, Yemen, Birmania, Nige­ria e Siria. E poi Magnus Oberg, che del­l’Ucdp è il direttore, ha aggiunto che «il numero dei conflitti nel mondo non cessa di aumentare, e che i morti sono cresciuti del 97% nel 2022, con un balzo di oltre il 400% dall’inizio degli anni 2000».

Un quadro preoccupante.
Il quadro che emerge da queste premesse è estremamente preoccupante, dato che se pure in Ucraina lo scontro resta circoscrit­to, e pare entrato in una fase decisiva ver­so un qualche compromesso, in Medio Oriente la guerra si espande invece a mac­chia d’olio, con evidenti riflessi militari, politici ed economici. In un saggio di recente pubblicato in italiano da Neri Pozza Editore (L’invenzione del Medio Oriente. Cairo 1921), C. Brad Faught, professore di Storia coloniale alla Tyndale University di Toronto, racconta che Winston Chur­chill, all’epoca ministro delle Colonie bri­tannico, affrontò la sfida dei nascenti na­zionalismi e quanto le decisioni adottate nella conferenza internazionale svoltasi in Egitto plasmarono il Medio Oriente nei ter­mini geopolitici con i quali siamo ancora chiamati a confrontarci. Era un’epoca, un secolo fa, in cui le grandi questioni deri­vanti dalle guerre venivano discusse e ri­solte in conferenze internazionali (Parigi nel 1919 e Sanremo nel 1920), che deline­arono la natura e la portata del nuovo si­stema di mandati internazionali per il go­verno dei territori del Medio Oriente, un tempo ottomani. La conclusione dei lavo­ri in terra d’Egitto, sottolinea Faught, «si tradusse nella nascita di due nuovi stati arabi, l’Iraq e la Giordania, e nella defini­zione delle linee guida del mandato bri­tannico sulla Palestina. Un risultato desti­nato a trasformarsi in una anticipazione dell’odierno Stato di Israele», nato nel maggio 1948. Sei mesi prima, una risolu­zione dell’Onu aveva stabilito la creazio­ne di due Stati: uno arabo palestinese e uno ebraico. Ma Siria, Giordania, Egitto e Iraq ritennero ineguale quella spartizione e attaccarono Israele nel giorno della pro­clamazione della sua indipendenza. A que­sta guerra persa dagli arabi, ne seguirono altre tre con la stessa sorte aversa: Suez (1956), Sei Giorni (1967) e Kippur (1973).
50 anni di tensioni
Negli ultimi 50 anni le tensioni non si sono mai placate, e le organizzazioni palestine­si moderate (Al Fatah e Olp) si sono proposte quali interlocutori unici di Israele, giocando, con l’appoggio della comunità internazionale, la carta del dialogo e della diplomazia. Senza però riuscire ad otte­nere da Tel Aviv l’accettazione del princi­pio della nascita di una Palestina indipen­dente previsto dagli Accordi di Oslo (1993- 95). Questo fallimento ha offerto argomen­ti crescenti a partiti radicali islamici, in pri­mo luogo Hamas, per l’uso di cruenti atti di forza. Poi, con l’ascesa al potere di Ben­yamin Netanyahu, il tema ha perso di im­portanza, mentre è aumentato lo spa­zio concesso ai coloni ebrei ortodossi per insediarsi sulle terre promesse dall’Onu ai palestinesi. Sono oggi almeno 500.000 in Cisgiordania e 200.000 a Gerusalemme est. Ma il peggio doveva ancora venire, perché durante la presenza di Donald Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno lancia­to l’idea degli Accordi di Abramo (2020) per incoraggiare i Paesi arabi (puntando soprattutto sull’Arabia Saudita) a ricono­scere Israele con promesse di vantaggi ge­nerici, ma non di uno Stato, per i palesti­nesi. Con il senno di poi possiamo dire che probabilmente è stato in quel periodo che Hamas da una parte, e l’Iran dall’altra, hanno cominciato a pensare ad una stra­tegia estrema e rischiosa per costringere Israele a cedere sul principio dell’entità statale. Il partito guidato da Ismail Ha­niyeh ha quindi deciso di organizzare l’at­tacco terroristico costato la vita ad alme­no 1.200 civili e militari israeliani nei vil­laggi vicini a Gaza, con la cattura di quasi 250 ostaggi, atto che ha avuto un costo provvisorio di oltre 22.000 militanti e civi­li. Nel contempo, Teheran ha usato questi tre anni per infittire la sua rete di allean­ze, chiamata ‘Asse della Resistenza’, mi­rante a rafforzare la sua influenza nella regione. Insieme al gruppo Hezbollah nel sud del Libano e a varie milizie in Iraq e Siria, l’Iran ha schierato anche a sorpresa il movimento sciita degli Houthi, al pote­re ‘de facto’ nello Yemen settentrionale, e cresciuto enormemente in una guerra di resistenza con l’Arabia Saudita.
Il rischio di un allargamento del conflitto
La strategia di questi gruppi è stata quella di premere su Israele da più parti, costrin­gendo le sue forze armate a dividersi su fronti differenti, e a rispondere ad attac­chi provenienti non solo da Gaza, ma an­che dal Libano, dalla Siria e dall’Iraq. Si è trattato in sostanza di un allargamento del conflitto che non ha riguardato solo le ri­sposte israeliane in territorio siriano o libanese, ma si è esteso al Mar Rosso dove gli Houthi hanno sparato missili contro navi cargo con merci israeliane e minac­ciato direttamente il traffico navale attra­verso lo stretto di Bab El Mandeb. Molti armatori hanno ordinato alle loro unità di raggiungere l’Europa e l’Oceano Atlan­tico realizzando il periplo dell’Africa, con evidente aumento del costo del trasporto. Inoltre, la determinazione israeliana di proseguire le operazioni a Gaza ha allar­mato anche Paesi islamici normalmente moderati, fra cui la Malaysia, Così Kuala Lumpur ha avvertito Tel Aviv che i suoi interessi sulle navi da carico in transito nello stretto di Malacca potrebbero non essere protetti. Gli analisti si spingono anche a prevedere che un eventuale ag­gravamento di questa crisi potrebbe com­portare la paralisi del traffico navale an­che nel Canale di Suez e poi perfino nello Stretto di Gibilterra. Questo se in uno dei Paesi arabi della zona (Algeria, Marocco, Mauritania o Repubblica Araba Sarahoui) dovesse manifestarsi un gruppo sciita ade­rente al citato «Asse della Resistenza» filo­iraniano.
In assenza di robusti piani diplomatici capaci di scongiurare l’uso crescente del­le armi, gli Usa non si sono fatti pregare ed hanno dato vita in Bahrein, dove si tro­va il Comando della Marina statunitense nel Golfo Persico, all’Operazione ‘Guardia­no della Prosperità’ per contrastare attac­chi ostili nel Mar Rosso. Vi hanno aderito Gran Bretagna, Canada, Francia, Italia, Olanda Norvegia, Spagna, Bahrein e Seychelles ma, sorprendentemente, nes­sun Paese arabo significativo, come Ara­bia Saudita o Egitto. Riguardo infine alle dichiarazioni di Netanyahu che l’operazio­ne a Gaza, dove la situazione umanitaria è drammatica, «durerà a lungo», Jean­Pierre Filiu, professore nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pari­gi, ha detto al francese Le Monde, che Isra­ele potrebbe decidere di prolungare le sue operazioni militari fino alle elezioni pre­sidenziali negli Stati Uniti, Nella speran­za di un ritorno alla Casa Bianca di Trump, in passato convinto sostenitore delle ragioni israeliane a tutti i livelli. Se così fosse, si tratterebbe comunque di una strategia rischiosa e impopolare a livello internazionale, vista ad esempio la deci­sione del moderato Sudafrica di denun­ciare per genocidio Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia del­l’Aja.




LAUDATE DEUM
Appello della Consulta Pastorale sociale e lavoro della Lombardia

COMUNICATO

Laudate Deum nelle Chiese della Lombardia

Appello della Consulta Regionale Ecclesiastica della Pastorale sociale e del lavoro

Papa Francesco, nel giorno di S. Francesco d’Assisi, ha pubblicato l’Esortazione apostolica «Laudate Deum» (LD) riprendendo il tema della crisi climatica e l’ha indirizzata, come per la Lettera enciclica «Laudato sì» (LS) del 2015 sulla cura della casa comune, a tutte le persone di buona volontà. Questo indirizzo a tutti gli uomini e le donne di buona volontà si rivolge in modo forte e missionario particolarmente ai cristiani. Il Papa, infatti, scrive: «La fede autentica non solo dà forza al cuore umano, ma trasforma la vita intera, trasfigura gli obiettivi personali, illumina il rapporto con gli altri»[1]. In questo c’è un’indicazione profondamente morale, un invito che riprende in modo ancora più deciso il magistero espresso nella LS, con la consapevolezza inequivocabile che, per quanto qualcuno cerchi ancora di negarli, nasconderli, dissimularli o relativizzarli, i segni del cambiamento climatico sono sempre più evidenti, tanto che «forse ci stiamo avvicinando a un punto di rottura»[2]. Il Papa passa in rassegna i molti segni e le molte iniziative che mostrano il dramma climatico che stiamo attraversando e segnala l’insufficienza delle risposte, sia a livello istituzionale e sociale che a livello personale.
Egli chiede che «ci rendiamo conto di non aver «reagito abbastanza»[3], che la transizione ecologica procede troppo lentamente e soprattutto che la conversione ecologica è ancora troppo marginale nelle nostre vite, nelle dinamiche che governano le agende della politica, in quelle dell’economia e della finanza, e di conseguenza in quei processi che poi ne innescano altri non solo rispetto alla vita possibile, ma anche alla vita giusta e buona. Siamo invitati a creare una cultura nuova, basata sul radicale cambiamento del diffuso stile di vita irresponsabile, legato al modello consumista che perpetra un significativo impatto negativo a lungo termine. Si tratta di non cedere alle lusinghe di una tecnocrazia che domina tutto e di non considerare l’uomo, socialmente e individualmente, come un dominus assoluto, «perché un essere umano che pretende di sostituirsi a Dio diventa il peggior pericolo per sé stesso»[4].
Anche le comunità cristiane della Lombardia vogliono continuare a ripercorrere queste questioni, riflettendo sull’ultimo messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato 2023: «Dobbiamo decidere di trasformare i nostri cuori, i nostri stili di vita e le politiche pubbliche che governano le nostre società», poiché «politiche economiche che favoriscono per pochi ricchezze scandalose e per molti condizioni di degrado decretano la fine della pace e della giustizia».
Le comunità cristiane sono interpellate a una riflessione che parta dalla considerazione di alcune emergenze climatiche ed ecologiche che affliggono la nostra terra lombarda a partire dalla provocazione che ci viene dal Papa.
Consumo di suolo, cambiamenti climatici, distruzione della biodiversità, inquinamento del suolo, dell’aria e dell’acqua sono aspetti sui quali vogliamo continuare a porre l’attenzione in modo costruttivo ed urgente, non tanto per una riflessione immediatamente politica, quanto per una considerazione morale e spirituale che muova il cuore a una conversione e ad una riflessione responsabilmente rinnovata anche nell’esercizio della responsabilità politica.
Ci preme domandarci quali possano essere gli impatti sociali e morali di questi fenomeni e dello sviluppo convulso, caotico e spesso incontrollato dei nostri territori lombardi.
Le tematiche più urgenti e spesso dibattute, ma anche più facilmente eluse dai confronti sociali di grande impatto comunicazionale, sembrano essere quelle relative al consumo del suolo, alla distribuzione dei fanghi e degli scarti pericolosi, alla ridistribuzione delle risorse idriche ed energetiche, alla custodia delle caratteristiche geologiche del territorio in relazione all’abitabilità e alla fruizione sociale e anche spirituale del territorio.
Consumo di suolo
Tra questi molti aspetti desideriamo porre la nostra particolare attenzione su quello del consumo di suolo, perché più facilmente riassuntivo dell’intreccio di elementi indicati dal Papa. Per accogliere l’invito del Papa, occorre innanzitutto porsi in atteggiamento di ascolto e di riflessione.
Che cosa significa consumo del suolo? Da una prima valutazione e senza entrare in dettagli specialistici, appare chiaro a tutti che, attraverso il moltiplicarsi di costruzioni e la cementificazione, l’ambiente antropico sostituisce sempre più massicciamente l’ambiente biologico. La costruzione di case, fabbriche, strade, infrastrutture modifica il territorio in modo evidente. Di conseguenza, alla luce della proposta di LD, parrebbe importante, prima di occupare nuovo suolo biologico, gestire quei tanti immobili industriali e di edilizia commerciale del passato che oggi sono abbandonati in stato di degrado. Prima, insomma, di costruire da capo occupando territorio destinato ad uso agricolo o comunque libero da infrastrutture e strutture, ci chiediamo se davvero valga la pena e se sia giusto operare con logiche che si fondano su ragioni di tipo prevalentemente economico, senza dare giusto peso alle ragioni che il Papa ci ricorda con carattere di urgenza.  Ci chiediamo se sia possibile riqualificare piuttosto che occupare nuovi terreni.
Se vogliamo approfondire meglio la riflessione, possiamo addurre alcune considerazioni più specifiche.
La prima è che l’istanza del Papa ci porta ad evidenziare un aspetto spesso sottaciuto: il suolo è un laboratorio biologico, estremamente fragile, da cui dipendono la produzione di biomassa, la catena alimentare e la biodiversità terrestre.  Per ricostruire la fertilità di un suolo reso impermeabile, e perciò sterile e improduttivo, servono centinaia di anni.
Unita a ciò, c’è anche la questione legata al cambiamento del naturale scorrimento di corsi d’acqua, nonché al deflusso della stessa che da sempre va a rimpinguare le falde.
La seconda considerazione va nella direzione dell’analisi dei dati. Se scorriamo il rapporto del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), intitolato: Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi eco-sistemici Edizione 2022, ci accorgiamo che in Italia, nel 2021, abbiamo raggiunto un consumo di suolo di 21.450 Kmq, pari al 7,13% di tutto il territorio, con un incremento di circa 70 Kmq tra il 2020 ed il 2021. Ogni secondo consumiamo circa 2 mq di suolo. In Lombardia siamo al 12,12% della superficie totale. In alcune provincie siamo attorno al 20%, con picchi tra il 30% ed il 40%. Possiamo dire che la situazione rischia davvero di essere compromessa. L’occupazione del suolo comporta costi occulti, quantificati dallo stesso rapporto in 100.000 di euro a Kmq che saranno pagati dalla collettività e che certamente non rientrano nei piani economici e finanziari di chi occupa il suolo.
La terza considerazione analizza la questione dei servizi di logistica. Nella provincia di Bergamo, per il biennio 2019-2020 sono arrivate al servizio «Pianificazione territoriale» nove istanze, per un totale di 138 ettari per lo sviluppo di questi poli; nel 2021-2022 un totale di 104 ettari, e altre quattro istanze ancora non definite per circa 41 ettari[5]. Nell’area Adda Martesana, l’area Milano Smistamento e Melzo diventerà tra non molto un pezzo del porto di Genova con infrastrutture della Zona Logistica Semplificata – Porto e retro-porto di Genova con un incremento di traffico pesante di circa 2.000 TIR al giorno. Nel Parco Agricolo Sud Milano c’è la richiesta di sviluppare un nuovo parco logistico su un’area agricola di 645.000 mq, di cui 208.000 coperti da capannoni, da adibire a: ricezione, stoccaggio, assemblaggio e spedizione merci. Se è pur vero che i vari Comuni riceveranno contributi diretti e indiretti per milioni di Euro, appare tuttavia ovvio che questi territori non saranno più biologicamente, fisicamente e chimicamente uguali a prima.
La quarta considerazione si riferisce al fatto che questo tipo di consumo del suolo produce altre conseguenze legate all’incremento del traffico, concentrato in un’area ristretta.
Uno studio fatto da Legambiente su un polo logistico di 60.000 mq afferma che il traffico generato immette in atmosfera, in un anno, circa 300 Ton di CO2. A questa si aggiungono anche le emissioni degli altri inquinanti. Livelli alti in inquinamento atmosferico determinano criticità sanitarie per la presenza di PM10 e PM2.5, agenti cancerogeni accertati dall’OMS.
Come quinta considerazione occorre ricordare altre conseguenze e danni sociali. Solitamente la tipologia di lavoro che viene proposta è soprattutto manuale e dequalificata, con scarso interesse da parte della manodopera locale, più qualificata. Questo richiama manodopera da altre zone o paesi con un reclutamento che avviene con forme non sempre limpide, rivolte a gruppi di extracomunitari, con difficoltà di inserimento nel tessuto sociale locale. Il livello retributivo è basso, con contratti atipici, con il risultato di tensioni sociali. Il tipo di contratto ed il turnover conseguente generano nuove sacche di fragilità ed emarginazioni che poi ricadono sui servizi sociali e sulle organizzazioni caritative ed i servizi sociali dei Comuni che si fanno carico delle marginalità. Ma c’è anche il cambiamento nel modello di distribuzione delle merci e dei servizi e di conseguenza della struttura del commercio e del modo di abitare nei paesi e nelle case.
Infine non dimentichiamo l’effetto sul paesaggio. I poli logistici, per le loro caratteristiche edificatorie e con lo scopo di offrire il maggior volume possibile allo stoccaggio e alla movimentazione, sono dei monoliti che stravolgono il paesaggio. Quando questi «Big Box» sono progettati e realizzati in prossimità di fabbricati storici, Chiese, Santuari diventano dei veri mostri. Anche il paesaggio, e all’interno di questo i beni architettonici, deve essere tutelato ed è un bene di tutti, come pronunciato anche nella nostra Costituzione.
Queste considerazioni rendono più urgenti gli appelli di Papa Francesco, che ci esorta a pensare nuovi modelli di sviluppo, più etici e più intelligenti, nel rispetto dell’ambiente e nella difesa del futuro, riflettendo responsabilmente «sul senso dell’economia e sulla sua finalità, per correggere le sue disfunzioni e distorsioni». In particolare, Papa Francesco ci ricorda che non pare più sostenibile la modalità di una via di mezzo tra la cura per la natura e la rendita finanziaria, tra la conservazione dell’ambiente e il progresso scientifico e tecnologico.  Su questo tema «le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro». Esse, infatti, nascondono il vero motore di questa cultura: «Il principio della massimizzazione del profitto è una distorsione concettuale dell’economia: se aumenta la produzione, interessa poco che si produca a spese delle risorse future o della salute dell’ambiente. Vale a dire che le imprese ottengono profitti calcolando e pagando una parte infima dei costi. Si potrebbe considerare etico solo un comportamento in cui «i costi economici e sociali derivanti dall’uso delle risorse ambientali comuni siano riconosciuti in maniera trasparente e siano pienamente supportati da coloro che ne usufruiscono e non da altre popolazioni o dalle generazioni future»[6].
In merito alla supremazia dell’economia e del profitto, don Primo Mazzolari, nel 1940, scriveva: «Gli uomini intelligenti di qualche anno fa, in America e altrove avevano scoperto questa formula di saggezza per far andar bene il mondo: produrre molto, consumare molto.  Se un anno si fa tanto vino, beviamone tanto. Non c’è altra maniera per risolvere la crisi che diventare degli imbuti, cioè dei consumatori, senza più il tempo di dare un’occhiata in giro a ciò che è bello e un pensiero a ciò che è buono. Il materialismo è questo, soprattutto questo: «produrre per consumare, con una conseguente schiavitù che non ha eguali nella storia… e con l’illusione di arrivare a star bene!»[7].
Che cosa fare?
La prima cosa da fare è rendersi conto che siamo personalmente coinvolti e responsabili.  Dobbiamo perciò informarci, riflettere e agire. Insomma l’esortazione alla partecipazione responsabile e attiva, che il programma della Settimana Sociale dei cattolici di Trieste del prossimo 2024 suggerisce e incoraggia, ci riguarda in modo forte e bello. Non possiamo poi stare fermi, negare che la situazione sia grave o che debbano occuparsene altri. Vi sono persone e organizzazioni che già sono attive: allora costruiamo reti con le realtà già presenti, incontriamoci e confrontiamoci per avviare percorsi condivisi. Ci impegniamo perciò a evitare, come comunità, il rischio di «non reagire abbastanza». come sottolineato in LD[8]. Incoraggiamo le comunità e le persone a riflettere sul proprio ruolo nella protezione dell’ambiente e ad adottare misure concrete per preservare il pianeta. L’assunzione di responsabilità da parte di ciascuno e dell’intera collettività è ormai necessaria anche per quegli aspetti del cambiamento climatico legati all’attività antropica. «Questo periodo può essere una opportunità reale per un cambiamento di rotta. Desideriamo vivere il nostro impegno con speranza sapendo che è possibile e dipende da noi». La speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi»[9].
Più concretamente la comunità cristiana può impegnarsi a creare luoghi e momenti di discernimento e di assunzione di responsabilità morali e sociali, può sollecitare forme di dialogo e confronto con le istituzioni quali le imprese, le scuole, le università e le altre confessioni religiose, può assumere forme di comportamento responsabile e pedagogico capaci di creare mentalità responsabilmente nuove e rinnovate.


[1] Laudate Deum, n. 61
[2] Laudate Deum, n. 02
[3] Ibidem
[4] Laudate Deum, n. 73
[5] Fonte, studio realizzato per la Provincia di Bergamo dal Centro studi sul territorio «Lelio Pagani» dell’Università degli studi di Bergamo.
[6] Laudato Si, n. 195
[7] S. Antonio: il contadino del deserto
[8] Laudate Deum, n. 2
[9] Laudato sì, n. 62




Lavoro dalle 9 alle 17. Non ho più una vita

31 OTTOBRE 2023

Stati Uniti, lo sfogo di una giovane scatena il dibattito social: “Lavoro dalle 9 alle 17 e non ho più una vita”

“Benvenuta nel mondo degli adulti”, “L’intero sistema è progettato per esaurirti in modo che tu non combatta per cambiarlo”: sono alcuni dei commenti degli utenti

Una 21enne della Carolina del Sud, negli Stati Uniti, ha pubblicato un video su TikTok in cui racconta – in lacrime – dei problemi legati alla gestione del nuovo lavoro.
In particolare, Brielle Asero, questo il nome della ragazza, che si è trasferita in New Jersey, facendo la pendolare verso Manhattan, dice di lavorare dalle 9 alle 17 – a cui si aggiunge un tragitto di un’ora e mezza la mattina e di un’ora e quindici minuti il pomeriggio – e di non avere “tempo per fare nulla, nemmeno per cucinarmi la cena, o le energie per fare sport”. “Sono così triste. Ho paura di non avere tempo per vivere”, aggiunge. Il video è diventato virale e ha scatenato le polemiche sui social.
Le polemiche – Il video di Asero ha collezionato diverse critiche negative: “E gli infermieri che lavorano 7-7 con turni di 12 ore?”, “Benvenuta nel mondo degli adulti”. Ma anche parecchi commenti di supporto: “100000% sì sì sì. L’intero sistema è progettato per esaurirti in modo che tu non combatta per cambiarlo. Non ti lascia nemmeno il tempo per pensare”, “La settimana lavorativa da 40 ore è antiquata ormai, fai bene a sentirti così”.
Dopo le polemiche, la 21enne, laureata in marketing all’Università della Carolina del Sud, ha rilasciato un’intervista a Rolling Stone. “Non mi aspettavo che il video provocasse una tale reazione. Stavo solo cercando di aprire un dibattito sul tema e di essere rispettosa verso le persone che lavorano anche più ore delle mie“, commenta Asero. “Ma gli hater hanno trovato i miei social media personali e li hanno inondati di commenti orribili. Inoltre, alcuni siti di news hanno ripreso il mio video e dipinto i laureati come pigri, il che è tutt’altro che vero“, prosegue la giovane. “La Generazione Z lavora tanto quanto le persone che ci hanno preceduto, con salari più bassi e costi della vita più elevati“, conclude Asero.




Comprano casa e la affittano a una famiglia tunisina costretta a vivere in auto

24 OTTOBRE 2023 09:01

Padova, comprano casa e la affittano a una famiglia tunisina costretta a vivere in auto

Una coppia italiana ha deciso di aiutare Asma e Nadir che erano costretti a dormire in macchina con i figli di 4 anni e 10 mesi perché nessuno voleva affittare un appartamento.
Una famiglia italiana che vive in provincia di Padova, e che vuole restare anonima, ha deciso di comprare una casa per poi affittarla a una coppia e ai loro due figli.
A beneficiare dell’appartamento sono Asma e Nadir, di origine tunisina, e i loro due piccoli, uno di 4 anni e l’altro di 10 mesi, che fino ad ora erano stati costretti a dormire e vivere in macchina. Nonostante Nadir, 35 anni, lavori come muratore e abbia uno stipendio, non erano riusciti a trovare un tetto sotto al quale abitare, a causa dei costi elevati ma anche a causa della diffidenza di molti per il fato di essere stranieri.
La storia è stata raccontata dal Corriere Veneto. Nadir ha 35 anni e sua moglie Asma ne ha 24. Lui ha uno stipendio dignitoso ma ogni sera con la macchina sono costretti a cercare una via tranquilla in giro per Padova, parcheggiare l’auto e trascorrere lì la notte, con i bambini. Perché trovare una casa in affitto sembrava impossibile. “Abbiamo fatto il giro delle agenzie immobiliari ma appena i proprietari scoprono che siamo stranieri, l’appartamento non è più disponibile“, ha spiegato la coppia. Era stata Asma, nei giorni scorsi, a lanciare un vero e proprio appello tramite i giornali nel tentativo di riuscire finalmente a trovare una soluzione:  “Basterebbe anche una stanza con un bagno, siamo stati sempre puntuali con i pagamenti, mai uno sfratto. Possiamo anche pagare 700 euro di affitto, mio marito ha un contratto a tempo indeterminato e forniamo tutte le garanzie necessarie. L’importante è dare un tetto ai nostri bambini. Nessuno però sembra fidarsi di noi perché siamo stranieri“, aveva aggiunto la donna nel suo racconto.
Il primo effetto era stato quello di ricevere una proposta da un giovane padovano, che si era reso disponibile a pagare alla famiglia tunisina qualche notte in albergo. Un gesto bellissimo e importantissimo per Asma e Nadir, ma ovviamente questa è stata una soluzione temporanea e non una soluzione definitiva. “Ogni famiglia ha diritto ad avere una casa, noi non l’abbiamo mai chiesta gratis, perché il lavoro ci dà la dignità di pagare un affitto“, aveva aggiunto ancora Asma.
La coppia tunisina aveva anche provato a rivolgersi al Comune, chiedendo un alloggio. Ma il sindaco Martina Rocchio non era riuscita ad aiutarli perché le residenze dell’Ater sono assegnate alle famiglie per anni. Insomma non c’erano case disponibile e l’unica soluzione sarebbe stato trovare un privato disponibile ad affittare loro una casa, aveva spiegato il sindaco. E così è stato.
Pochi giorni fa, infatti, la famiglia tunisina ha ricevuto una telefonata: “Compreremo una casa per voi. Nessuna famiglia dovrebbe vivere in macchina“, ha detto una coppia italiana, che risiede nel Padovano, e che ha subito incontrato Nadir e gli altri. E non è finita qui: le due famiglie si sono incontrate e conosciute e trascorreranno assieme qualche giorno: quella italiana, infatti, ha offerto una stanza e un bagno a quella tunisina, in attesa che possano trasferirsi nella casa comprata e per cui Nadir potrà regolarmente pagare l’affitto.
Ci hanno spiegato che appena hanno letto sul giornale che dei bambini piccoli dormivano con i genitori in auto, hanno avuto subito il desiderio di aiutarci. Questa famiglia italiana ha dimostrato tanta umanità, siamo senza parole e mi viene solo da rivolgere un grande grazie a queste meravigliose persone“, ha concluso Asma, pronta ad avere un tetto sotto il quale vivere con suo marito e i suoi due figli.




«Bisogna fermare la violenza, subito»

APPELLO UNITARIO DI 40 ORGANIZZAZIONI DELLA SOCIETÀ CIVILE
«Bisogna fermare la violenza, subito»
Piena condanna del terrorismo e delle ritorsioni sui civili a Gaza. «L’obiettivo è due popoli, due Stati»
LUCA LIVERANI. (AVVENIRE 12 ottobre 2023)