LA VERA RICCHEZZA SONO LE PERSONE
I Vescovi per il 1° maggio 2022

Messaggio dei Vescovi per la festa dei lavoratori 1° maggio 2022
«LA VERA RICCHEZZA SONO LE PERSONE»
Dal dramma delle morti sul lavoro alla cultura della cura

Viviamo una stagione complessa, segnata ancora dagli effetti della pandemia e dalla guerra in Ucraina, in cui il lavoro continua a preoccupare la società civile e le famiglie, e impegna ad un discernimento che si traduca in proposte di solidarietà e di tutela delle situazioni di maggiore precarietà. Le conseguenze della crisi economica gravano sulle spalle dei giovani, delle donne, dei disoccupati, dei precari, in un contesto in cui alle difficoltà strutturali si aggiunge un peggioramento della qualità del lavoro. La Chiesa che è in Italia non può distogliere lo sguardo dai contesti di elevato rischio per la salute e per la stessa vita alle quali sono esposti tanti lavoratori. I tanti, troppi, morti sul lavoro ce lo ricordano ogni giorno. È in discussione il valore dell’umano, l’unico capitale che sia vera ricchezza.
«La vera ricchezza sono le persone: senza di esse non c’è comunità di lavoro, non c’è impresa, non c’è economia. La sicurezza dei luoghi di lavoro significa custodia delle risorse umane, che hanno valore inestimabile agli occhi di Dio e anche agli occhi del vero imprenditore» ha ricordato Papa Francesco ricevendo in udienza l’Associazione nazionale dei costruttori edili (20 gennaio 2022).
Il nostro primo pensiero va, in particolare, a chi ha perso la vita nel compimento di una professione che costituiva il suo impegno quotidiano, l’espressione della sua dignità e della sua creatività, e anche alle famiglie che non hanno visto far ritorno a casa chi, con il proprio lavoro, le sosteneva amorevolmente. Così come non possono essere dimenticati tutti coloro che sono rimasti all’improvviso disoccupati e, schiacciati da un peso insopportabile, sono arrivati al punto di togliersi la vita. La nostra preghiera, la fiducia nel Signore amante della vita e la nostra solidarietà siano il segno di una comunità che sa «piangere con chi piange» (cf Lettera di Paolo ai Romani 8,15) e di una società che sa prendersi cura di chi, all’improvviso, è stato privato di affetti e di sicurezza economica.

  1. Le contraddizioni del momento presente

Un Paese che cerca di risalire positivamente la china della crisi non può fondare la propria crescita economica sul quotidiano sacrificio di vite umane. Lo scenario che abbiamo davanti è drammatico: nel 2021 sono stati 1.221 i morti (dati Inail), cui si aggiungono quelli “ignoti” perché avvenuti nelle pieghe del lavoro in nero, un ambito sommerso in cui si moltiplicano inaccettabili tragedie. Siamo di fronte a un moderno idolo che continua a pretendere un intollerabile tributo di lacrime. Tra i settori più colpiti ci sono l’industria, i servizi, l’edilizia e l’agricoltura. Ogni evento che si verifica è una sconfitta per la società nel suo complesso, ogni incidente mortale segna una lacerazione profonda sia in chi ne subisce gli effetti diretti, come la famiglia e i colleghi di lavoro, sia nell’opinione pubblica.
Non ci sono solo le morti: gli infortuni di diverse gravità esigono un’attenzione adeguata, così come le malattie professionali domandano tutela della salute e sicurezza. Ci sono interventi urgenti da attuare, agendo su vari fronti.
La nostra coscienza è interpellata anche da quanti sono impegnati in lavori irregolari o svolti in condizioni non dignitose, a causa di sfruttamento, discriminazioni, caporalato, mancati diritti, ineguaglianze. Il grido di questi nuovi poveri sale da un ampio scenario di umanità dove sussiste una violenza di natura economica, psicologica e fisica in cui le vittime sono soprattutto gli immigrati, lavoratori invisibili e privi di tutele, e le donne, ostaggi di un sistema che disincentiva la maternità e “punisce” la gravidanza col licenziamento. È ancora insufficiente e inadeguata la promozione della donna nell’ambito professionale. A questa attenzione ci sollecita anche la figura di Armida Barelli, beatificata il 30 aprile a Milano: promosse numerose iniziative per la valorizzazione della donna. In tutte queste situazioni non solo il lavoro non è libero, né creativo, partecipativo e solidale (cfr Evangelii gaudium 192), ma la persona vive nel costante rischio di vedere minata irrimediabilmente la sua salute e messa in pericolo la sua stessa esistenza.
Anche il mercato del lavoro presenta falle consistenti che sono tra le cause delle cosiddette «morti bianche». La crescente precarizzazione costringe molti lavoratori a cambiare spesso mansione, contesto lavorativo e procedure, esponendoli a maggiori rischi. Spesso, inoltre, le mansioni più pericolose sono affidate a cooperative di servizi, con personale mal retribuito, poco formato, assunto con contratti di breve durata, costretto ad operare con ritmi e carichi di lavoro inadeguati, in una combinazione rovinosa che potenzia il rischio di errori fatali.

  1. Responsabilità condivise per una cura della salute del lavoratore

Quali beni sono in gioco in queste situazioni? Innanzitutto, il valore soggettivo e personale del lavoro, quello che è definito «capitale umano», vale a dire «gli uomini stessi, in quanto capaci di sforzo lavorativo, di conoscenza, di creatività, di intuizione delle esigenze dei propri simili, di intesa reciproca in quanto membri di una organizzazione» (Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 276). Ma anche la complementarietà tra lavoro e capitale, che supera una antica antinomia attraverso sistemi economici dal «volto umano», così che la principale risorsa rimanga l’uomo stesso. È in gioco anche il bene della pace, perché quando ci sono le condizioni di un lavoro sicuro e dignitoso, si pongono le basi per evitare ogni forma di conflittualità sociale (cf Papa Francesco, Messaggio per la 55a Giornata mondiale della pace).
Da questi valori imprescindibili scaturisce una cultura della cura, nutrita dalla Parola di Dio, che invita ad aprire il nostro cuore a chi nel lavoro vede messa a rischio la dignità e la propria vita. Come non richiamare alla memoria la sofferenza del popolo d’Israele schiavo in Egitto, costretto a fabbricare mattoni in quantità sempre maggiori e in minore tempo (cf Esodo 1,13-14a)? L’impietosa scelta che subordina le persone alla logica dei numeri è presente anche nella lettera di Giacomo, che ricorda come le proteste dei mietitori giungono agli orecchi del Signore onnipotente (cf Giacomo 5,4).
Papa Francesco indica un preciso compito educativo e di tutela dei più deboli nel mondo del lavoro, che impegna la società civile e la comunità cristiana: «Dobbiamo oggi domandarci che cosa possiamo fare per recuperare il valore del lavoro; e quale contributo, come Chiesa, possiamo dare affinché esso sia riscattato dalla logica del mero profitto e possa essere vissuto come diritto e dovere fondamentale della persona, che esprime e incrementa la sua dignità» (Udienza, 12 gennaio 2022).
La complessità delle cause e degli eventi richiede un approccio «integrale» da parte di tutti i soggetti in campo: vanno realizzati interventi di sistema sia a carattere statale, sia a livello aziendale. È fondamentale investire sulla ricerca e sulle nuove tecnologie, sulla formazione dei lavoratori e dei datori di lavoro, ma anche inserire nei programmi scolastici e di formazione professionale la disciplina relativa alla salute e alla sicurezza nel lavoro. È importante che lo Stato metta in atto controlli più attenti, che diventino uno stimolo alla prevenzione degli infortuni.
Un ruolo decisivo nella tutela della sicurezza del lavoratore e delle sue condizioni di salute è assicurato dalle modalità di organizzazione dell’impresa sia sotto il profilo dell’adozione delle misure protettive sia della vigilanza affinché esse siano rispettate. Rispetto a ciò, l’appello di Papa Francesco agli imprenditori risuona quanto mai appropriato: «Voi avete una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza e a migliorare il mondo per tutti; siete perciò chiamati ad essere costruttori del bene comune e artefici di un nuovo «umanesimo del lavoro». Siete chiamati a tutelare la professionalità, e al tempo stesso a prestare attenzione alle condizioni in cui il lavoro si attua, perché non abbiano a verificarsi incidenti e situazioni di disagio» (Discorso agli imprenditori riuniti in Confindustria, 27 febbraio 2016). I sindacati, nella loro continua ricerca della giustizia sociale, vigilano costantemente sulle condizioni di sicurezza sul posto di lavoro: incoraggiamo il loro impegno a tutela soprattutto delle professioni che risultano più logoranti per la salute o maggiormente esposte a rischio. Sulla scia di quanto la Chiesa che è in Italia ha fatto in occasione della Settimana Sociale di Taranto (ottobre 2021) è importante incoraggiare la condivisione di «buone pratiche» che in ambito imprenditoriale e amministrativo mostrino come coniugare non solo difesa dell’ambiente e protezione del lavoro, ma anche dignità e sicurezza, evitando dunque condizioni che mettono in pericolo la salute o addirittura causano la morte.
Solo se ogni attore della prevenzione, a diverso titolo – a partire dalle istituzioni e dalle parti sociali – contribuisce al contrasto degli eventi infortunistici, si avrà una vera svolta. Per questo è necessario risvegliare le coscienze. Grazie a un’assunzione di responsabilità collettiva si può attuare quel cambiamento capace di riportare al centro del lavoro la persona, in ogni contesto produttivo.

Roma, 19 marzo 2022 Solennità di san Giuseppe

LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE




Guerra in Ucraina e chiese ortodosse
Thomas Bremer (Il Regno)

UCRAINA – Ortodossia russa

Storia di una deriva. I due fuochi: Putin e le comunità in Ucraina
Thomas Bremer[1] (IL REGNO -ATTUALITA’ , n° 6, 15 MARZO 2022)

La decisione del presidente russo Vladimir Putin d’attac­care l’Ucraina il 24 febbraio scorso e l’inizio della guerra hanno collocato la Chiesa ortodossa russa in una situazione estremamente difficile. Mentre un’alta percentuale delle sue comunità si trova in Ucraina e lì la maggior parte dei fedeli è leale verso lo stato ucraino, la posizione della Chiesa ortodossa russa è sempre molto vici­na allo stato russo: questo genera un conflitto interno, il cui esito al momento non è prevedibile.
Sullo sfondo di questa problematica c’è la situazione estremamente compli­cata delle Chiese ortodosse in Ucraina. Il paese, diventato indipendente con il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991, ha alle spalle una lunga storia e gioca un ruolo centrale nella storia delle Chiese dell’Europa orientale.
Nel X secolo il granduca Vladimiro di Kiev abbracciò il cristianesimo e fece battezzare la popolazione del suo regno, la «Rus». I primi missionari, sacerdoti e vescovi giunsero da Costantinopoli, per cui la Rus adottò la forma greca, detta in seguito «ortodossa», del cristianesi­mo. Quando gli assalti dei tartari inde­bolirono sempre più la Rus di Kiev, il centro delle tribù slave orientali si spostò dal territorio dell’Ucraina attuale verso Nord. Lì si sviluppò la città di Mosca, menzionata per la prima volta a metà del XII secolo, che alla fine divenne il centro più importante: cellula germina­le del Regno russo, acquistò con il passare del tempo un’estensione e importan­za sempre maggiore.
All’epoca non esistevano ancora na­zioni nel senso moderno del termine; solo in seguito gli slavi orientali si distin­sero in russi, ucraini e bielorussi. Nel XVII secolo, Mosca aveva il controllo della maggior parte dell’Ucraina attua­le. Di conseguenza, il discorso naziona­le russo determinò anche il modo in cui vennero considerati gli altri due gruppi nazionali: nazioni non a pieno titolo, ma appartenenti «propriamente» alla nazione russa.
Dal punto di vista ecclesiastico, le due città – Kiev e Mosca – dipesero per molto tempo da Costantinopoli. Nel 1589 si riconobbe l’autonomia (autoce­falia) della Chiesa russa dagli altri pa­triarcati della Chiesa ortodossa. Kiev continuò a restare sotto Costantinopoli; i dettagli del passaggio della Chiesa di Kiev sotto la sovranità del Patriarcato di Mosca nel 1686 sono tuttora controver­si. La Chiesa ortodossa di Mosca prete­se e ottenne la giurisdizione ecclesiale su tutti i fedeli ortodossi nell’Impero russo, diventando così l’unica Chiesa ortodos­sa ammessa.
Anche quando le rivoluzioni del 1917 posero fine all’Impero russo e por­tarono al potere il Governo sovietico, questa situazione cambiò solo per poco tempo. Nel XIX secolo intanto in Ucraina era sorta e cresciuta una co­scienza nazionale, che includeva anche il desiderio di una propria Chiesa orto­dossa che non dovesse dipendere da quella russa. Dopo il 1917 si riuscì a fon­dare una tale Chiesa, contro la resisten­za dell’ortodossia russa. In un primo tempo i nuovi governanti la sostennero, ma dopo alcuni anni la vietarono e la distrussero. Dopo la Seconda guerra mondiale, venne nuovamente concessa alla Chiesa ortodossa russa una vita ec­clesiale limitata e le vennero assegnate anche le comunità esistenti in Ucraina. Solo nella fase finale dell’URSS lo stato mise fine al suo controllo sulle comunità religiose, per cui esse poterono svilup­parsi liberamente.
Il periodo delle tre Chiese
In Ucraina s’innescarono processi di divisione, che sfociarono dopo il 1992 nell’esistenza di tre Chiese ortodosse:

  • la Chiesa ortodossa ucraina, che rimase e rimane in comunione con la Chiesa or­todossa russa, ma gode di un alto livello di autonomia;
  • la Chiesa ortodossa ucraina-Patriarcato di Kiev, che si era separata dalla Chiesa ortodossa ucraina e pretendeva di essere una Chiesa na­zionale ucraina;
  • la Chiesa ortodossa ucraina autocefala, che si considerava quella succeduta alla Chiesa di breve durata dell’inizio del XX secolo.

Di queste tre Chiese, solo una, ossia la Chiesa ortodossa ucraina, era ricono­sciuta da tutta l’ortodossia; le altre due erano considerate Chiese non canoni­che, ossia gruppi scismatici. La Chiesa ortodossa ucraina era anche la Chiesa più grande; per molti anni il numero delle sue comunità (che viene pubblicato annualmente da un organo statale e che è un indicatore affidabile, perché non dà il numero dei membri) era di gran lunga maggiore di quello delle al­tre due Chiese prese insieme.
Questa situazione è durata fino al 2018. Dal 2014, a causa delle proteste a Kiev, dell’annessione della Crimea e della creazione delle «Repubbliche po­polari» nella parte orientale del paese, la posizione della Chiesa ortodossa ucraina si era fatta più difficile, perché veniva accusata d’essere una Chiesa «russa». Viceversa essa aveva comin­ciato a sottolineare continuamente la sua identità ucraina. Tuttavia il sempli­ce fatto di essere parte della Chiesa or­todossa russa la rendeva bersaglio di attacchi.
Nella campagna per l’elezione pre­sidenziale, che ha avuto luogo nella pri­mavera del 2019, l’allora presidente Petro Poroshenko con il suo motto «Esercito, lingua, fede» ha strumentalizzato anche la questione della Chiesa: lo slogan implicava che si dovesse soste­nere l’esercito per la riconquista dei ter­ritori occupati, che si dovesse rafforzare la lingua ucraina rispetto a quella russa e che nel paese dovesse esservi una sola Chiesa ortodossa che non doveva avere nulla a che vedere con la Chiesa orto­dossa russa.
Il presidente è riuscito a convincere il patriarca ecumenico di Costantinopo­li a creare una Chiesa ucraina unita. Es­sa è nata dalla fusione della Chiesa orto­dossa ucraina-Patriarcato di Kiev e del­la Chiesa ortodossa ucraina autocefala, è stata chiamata «Chiesa ortodossa di Ucraina» e nel gennaio del 2019 ha ot­tenuto da Costantinopoli l’indipenden­za ecclesiastica (autocefalia).
Tutto questo è avvenuto contro la volontà della Chiesa ortodossa russa e della Chiesa ortodossa ucraina. Dei cir­ca 90 vescovi di quest’ultima solo due sono entrati nella nuova Chiesa. La Chiesa ortodossa russa ha rotto le rela­zioni ecumeniche con Costantinopoli e con altre tre Chiese ortodosse che ave­vano riconosciuto la Chiesa ortodossa di Ucraina: la Chiesa di Grecia, il Pa­triarcato di Alessandria e la Chiesa di Cipro. Da allora, l’ortodossia mondiale è divisa, anche se alcune Chiese conti­nuano a restare come in passato in co­munione sia con Costantinopoli sia con la Chiesa ortodossa russa.
A seguito di questi avvenimenti in Ucraina esistono due Chiese ortodosse (accanto ad alcune altre più piccole, ma trascurabili). In base ai sondaggi più re­centi il numero dei membri della Chiesa ortodossa di Ucraina sembra un po’ su­periore, anche se i fedeli della Chiesa ortodossa ucraina sono più attivi sul pia­no religioso, frequentano più spesso il culto e s’impegnano maggiormente nel­le attività della Chiesa.
Degno di nota è il fatto che oltre un terzo degli ucraini ortodossi si qualifichino come «semplicemente ortodossi», per cui non vogliono lasciarsi etichetta­re in nessuna Chiesa. Molte persone fre­quentano chiaramente anche comunità di entrambe le Chiese. Il numero delle comunità della Chiesa ortodossa ucrai­na (circa 12.400) continua a essere so­stanzialmente maggiore di quello della Chiesa ortodossa di Ucraina (circa 7.200). Circa il 3% delle comunità della Chiesa ucraina è passato nella Chiesa ortodossa di Ucraina; ma questi passag­gi, dal maggio 2019 quando il presiden­te Poroshenko ha perso le elezioni, sono ridotti al minimo. La situazione si è quindi stabilizzata.
Questa era la situazione quando è iniziata l’aggressione russa contro l’U­craina. Già il giorno prima, il capo della Chiesa ortodossa ucraina, il metropolita Onofrio, ha sottolineato l’integrità terri­toriale dell’Ucraina, prendendo così po­sizione contro le idee di riconoscimento e di separazione. Il giorno dell’invasione russa, in un video-messaggio ha parlato di un’aggressione proveniente dalla Russia e ha chiesto al presidente Putin di ritirare le truppe. Ha sottolineato l’in­tegrità territoriale dell’Ucraina e lancia­to un appello alla preghiera per i soldati ucraini (cf. Regno-doc. 5,2022,130).
Alcuni giorni dopo, il Sinodo della Chiesa ortodossa ucraina ha pubblicato un appello nel quale chiedeva al patriar­ca russo Cirillo di rivolgersi al presiden­te russo e chiedere la fine della guerra.
Ma finora il Patriarcato di Mosca ha taciuto su queste richieste. La sera del primo giorno di guerra il patriarca ha fatto pubblicare una dichiarazione ge­nerica, nella quale non ha parlato di guerra o invasione, ma genericamente di avvenimenti che hanno luogo in Ucraina (cf. Regno-doc. 5,2022, 130). Ha chiesto a tutte le parti coinvolte nel conflitto d’evitare vittime civili. Le ri­chieste della Chiesa ortodossa ucraina, che solitamente vengono pubblicate an­che dalla Chiesa ortodossa russa, non si trovano sul suo sito Internet. Lì si parla dell’aiuto che i centri ecclesiastici russi forniscono ai rifugiati provenienti dall’Ucraina e di casi di vandalismo contro le chiese della Chiesa ortodossa ucraina, ma sul sito della Chiesa orto­dossa russa non compaiono i suddetti appelli dei suoi capi. A volte si dice che la Chiesa ortodossa d’Ucraina è sotto pressione, sottintendendo che il gover­no ucraino stia forzando i vescovi a fare tali dichiarazioni. Questo silenzio ha provocato ulteriori reazioni in Ucraina. Molti preti si sono rifiutati di continuare a commemorare il patriarca russo du­rante la liturgia. Nella città di Sumy nel Nord-est dell’Ucraina, una città parti­colarmente contesa, dista solo circa 30 km dal confine russo, il metropolita, considerato amico dei russi, ha dato di­sposizione ai chierici di non commemo­rare più il patriarca nella liturgia.
Altre diocesi importanti (Leopoli, Ivano-Frankivs’k) hanno seguito l’esem­pio. Anche tutti i monaci del celebre monastero di Počajivska, che è stato sempre un bastione della vita ecclesiale russa e delle posizioni antioccidentali, con a capo il metropolita, hanno prega­to il patriarca di far valere la sua influen­za sui dirigenti russi e chiedere loro di cessare le azioni belliche. L’unica rea­zione di Mosca a questi sviluppi è stata la pubblicazione di una lettera al metro­polita di Sumy, nella quale viene accusa­to di scisma a causa della sua mancata menzione del patriarca.
Un terzo dei fedeli di Mosca sta in Ucraina
Significativamente da nessuna parte si dice o anche solo s’accenna al motivo per cui il metropolita si è comportato in questo modo. Chi dispone come unica fonte informativa del sito Internet della Chiesa ortodossa russa deve partire dal fatto che il metropolita di Sumy e solo lui ha improvvisamente e senza moti­vo rotto la comunione con Mosca.
Nel frattempo il patriarca Cirillo ha preso una posizione sostanziale sulla guerra. In due omelie, il 6 e il 9 marzo, ha accusato l’Occidente di cercare d’imporre i suoi valori all’Ucraina con­tro la sua volontà. Ha parlato di una guerra «metafisica». Le sue dichiarazio­ni mostrano come egli fondamental­mente condivida la narrativa della lea­dership russa. Circa 280 sacerdoti della Chiesa ortodossa russa (su un totale di 38.000) si sono espressi contro la guerra in una dichiarazione pubblica. È un gruppo relativamente piccolo, ma le au­torità statali stanno reprimendo dura­mente i dissidenti. Questi sviluppi illustrano i problemi di fronte ai quali a og­gi si trova la Chiesa ortodossa russa e di fronte ai quali si troverà soprattutto do­po la fine della guerra. Se la Russia do­vesse conquistare il controllo dell’Ucrai­na, vi instaurerebbe un regime fantoc­cio che analogamente all’attuale go­verno della Bielorussia si collochereb­be strettamente a fianco della Russia.
Allora probabilmente la Chiesa or­todossa russa tenterebbe di spingere i membri più importanti dell’episcopato della Chiesa ortodossa ucraina a dichia­razioni di pentimento oppure dovrebbe sostituirli, dato che si sono opposti aper­tamente al patriarca. Può anche darsi che lo status di autoamministrazione della Chiesa ortodossa ucraina venga nuovamente revocato. Se l’Ucraina do­vesse vincere la guerra e cacciare gli in­vasori russi, è difficile immaginare che la Chiesa ortodossa ucraina rimanga subordinata alla Chiesa ortodossa rus­sa. Ed è anche difficile che essa si unisca senz’altro con la Chiesa ortodossa di Ucraina; questo comunque cambierà anche le relazioni fra le Chiese.
Il dilemma della Chiesa ortodossa russa sarà ulteriormente aggravato dal fatto che circa un terzo delle sue comu­nità si trova in Ucraina e che lì la vita ecclesiale è molto più vivace che in Rus­sia. Se essa perde la Chiesa ortodossa ucraina (o molte delle sue comunità), con questo distacco perderà la fetta principale della Chiesa ortodossa russa. Se riuscirà invece a sottomettere nuovamente la Chiesa ortodossa ucrai­na, questa opzione sarebbe come una vittoria di Pirro. Le comunità restereb­bero formalmente con la Chiesa orto­dossa russa, ma la maggior parte dei preti e dei fedeli resterebbe, anche se parla russo, leale all’Ucraina e vedrebbe nella Russia l’aggressore. Probabilmen­te entrerebbe nella Chiesa ortodossa di Ucraina, almeno fino a quando questo rimanesse ancora permesso.
In ogni caso l’ortodossia russa ha da­vanti a sé importanti problematiche del­le quali essa stessa è responsabile a moti­vo della deriva che oggi ha intrapreso.


[1] docente di Studi ecu­menici, Studi ecclesiastici orientali e Studi sulla pace all’Università di Munster.




La sfida delle comunità energetiche
Diocesi e Parrocchie in cammino

La sfida delle Comunità energetiche.
Suggerimenti sul percorso per l’avvio
A cura del Comitato Scientifico e Organizzatore della 49ma Settimana Sociale dei Cattolici Italiani

I fondamenti e le motivazioni dell’iniziativa

Le “Comunità Energetiche” non si riducono a una scelta tecnica, ma sono il frutto di un cammino spirituale e antropologico fatto insieme in questi anni come Chiesa in ascolto del territorio. Sono il sogno comune di una comunità che coopera e cammina insieme.
Sono un modo concreto di riaffermare “l’ecologia integrale” proposta dalla Chiesa come nuovo modello di sviluppo umano e sostenibile che ha anticipato le agende dei Governi del mondo sull’urgenza di guarire il pianeta dalle minacce del riscaldamento globale, dall’inquinamento e delle tante dimensioni dell’insostenibilità ambientale.
Scegliere di investire sulle “Comunità Energetiche” è un segno della conversione personale e sociale che Francesco ha proposto nell’Enciclica Laudato si’ nel 2015, quando ha tracciato una direzione per ridare senso e alternativa in un quadro di economia integrale a una idea di ambiente che poneva in conflitto sviluppo e sostenibilità, crisi ambientale e crisi sociale, globale e locale.
Per superare questi dualismi occorre analizzare la realtà, scommettere sulle comunità, investire in un’alternativa concreta al carbone attraverso uno sguardo “contemplativo” capace di ritrovare un equilibrio con la natura. Anzi, lo sguardo di San Francesco d’Assisi, a partire dalla lode al Creatore, ci insegna a entrare in rapporto col Creato in cui “la natura è come uno splendido libro nel quale Dio ci parla e ci trasmette qualcosa della sua bellezza e della sua bontà” (LS 12).
Nell’Instrumentum Laboris in preparazione della 49ma Settimana Sociale lo avevamo sottolineato: nella concezione biblica dire “creazione” è più che dire natura, ha a che vedere con un dono di Dio, dove ogni creatura ha un valore e un significato. In questa prospettiva, la Bibbia apre una via di salvezza: “La natura viene spesso intesa come un sistema che si analizza, si comprende e si gestisce, ma la Creazione può essere compresa solo come un dono che scaturisce dalla mano aperta del Padre di tutti, come una realtà illuminata dall’amore che ci convoca ad una comunione universale” (LS 76). La sensibilità cristiana sul rapporto con l’ambiente si basa sulla teologia della Creazione e dell’Incarnazione che assume e onora “il corpo” del mondo fatto di carne.
Nella scelta delle “Comunità energetiche” si fonda lo spirito di coesione di una comunità che da cum-munus comporta la condivisione di un dono nella co-assunzione delle responsabilità. È per questo che i filosofi parlano di «politica del riconoscimento», che si basa sul diritto dell’identità e dell’inclusione e che la Chiesa chiama nelle sue encicliche sociali “sviluppo dei popoli”. E’ questo un modo concreto di scegliere a livello morale uno sviluppo non solamente verde, ma anche umano e riconciliato con la Creazione.
Per il credente l’ambiente tiene insieme “la preoccupazione per la natura, la giustizia verso i poveri, l’impegno nella società e la pace interiore”, scrive Francesco (LS n. 10). Inoltre, rimanda a quattro livelli su cui si costruisce l’equilibrio ecologico per la Chiesa:

  • quello interiore con se stessi per sanare l’inquinamento del cuore,
  • quello solidale con gli altri,
  • quello naturale con tutti gli esseri viventi,
  • quello spirituale con Dio” (LS n. 210).

Non c’è più tempo, spiegano gli studi più accreditati. Per i greci il tempo era il chronos ma anche il kairòs. Il primo scorre, il secondo è la dimensione in cui accade “qualcosa”. Chronos è quantitativo, kairòs ha invece una natura qualitativa, è il tempo delle scelte, quando la luce entra nelle tenebre e permette di distinguere il bene dal male. Per noi le “Comunità energetiche” sono un kairòs, un momento favorevole per incarnare nella nostra storia la nostra testimonianza.
Occorre allora fare diventare cultura questa scelta.
Abitare il (proprio) tempo per scoprire il kairòs delle “Comunità Energetiche” è l’inizio di ogni libertà e fondamento di ogni responsabilità politica e sociale. Non c’è nulla che nasce per caso: ogni ricostruzione nella storia prende forma nella sua relazione con il vissuto personale e comunitario.

Perché le comunità energetiche
La transizione ecologica è una sfida che ci chiede di incarnare i valori della dottrina sociale nella concretezza delle res novae e dei problemi dell’oggi rifacendo in questo lo stesso percorso già realizzato dalle comunità credenti che ci hanno preceduto nei confronti delle sfide dei loro tempi. E’ così che per vincere le sfide delle nuove povertà ed emarginazioni ai tempi della nascita della rivoluzione industriale sono nate, spesso nelle sacrestie delle parrocchie, le casse rurali, le banche di credito cooperativo, le cooperative di consumo e produzione che hanno dato allo sviluppo economico nel nostro paese – grazie allo sforzo di credenti e non credenti di buona volontà – un volto umano, solidale e sostenibile. Da quell’operosità e da quelle reti e istituzioni civili è nata un’economia dal volto umano che ha diffuso i benefici dello sviluppo economico ed evitato disgregazioni e conflitti devastanti sviluppatisi purtroppo in molti altri paesi dove la stessa opera di mediazione non è stata sviluppata.
È per questo che oggi, nel solco della stessa fonte di ispirazione e degli stessi principi, proponiamo la nascita di un rinnovato percorso di partecipazione e di cittadinanza attiva che si sviluppa, oltre ai temi del consumo e del risparmio responsabili, attraverso la nascita delle comunità energetiche.
La sfida della transizione ecologica pone nell’immediato di fronte a tre problemi collegati tra di loro.
Il primo è quello dell’inflazione trainata dal prezzo del gas, fortemente aumentato a causa di eventi congiunturali (la forte ripresa della domanda in una fase di rilancio dell’economia dopo la fine di gran parte delle chiusure e restrizioni accompagnata da persistenti problemi nella logistica della produzione ereditati dalla pandemia e dalla consueta volatilità dei prezzi sui mercati) ma anche strutturali (la nostra dipendenza dal gas e il rischio di restare in mezzo al guado della transizione ecologica se non si accelera nella riduzione della nostra dipendenza da fonti fossili).
Il secondo, conseguenza dell’aumento del prezzo dell’energia, è l’impatto sulla povertà energetica (le famiglie che hanno problemi nel pagare la bolletta) e sui costi delle imprese.
Il terzo è appunto l’emergenza climatica che ci impone di ridurre le emissioni climalteranti fino ad azzerare quelle nette entro il 2050 per evitare conseguenze irreparabili derivanti dal riscaldamento globale.
Una risposta importante ed efficace su tutti e tre i fronti è quella che può derivare dalla nascita delle “Comunità energetiche”, incentivata nel PNRR da un fondo di 2,2 miliardi che ha l’obiettivo di contribuire ad abbattere la spesa da interessi nell’investimento. Con le “Comunità energetiche”, gruppi di cittadini e d’imprese possono creare vaste alleanze di pratica e diventare prosumer installando capacità produttiva da fonti rinnovabili e realizzando tre benefici:

  • la riduzione del costo totale della bolletta (esclusi gli oneri di sistema) fino al 30%;
  • i premi per l’autoconsumo fissati dal governo
  • la vendita al gestore dell’energia per l’immissione in rete dell’eccedenza di energia prodotta e non autoconsumata.

Le “Comunità energetiche” hanno nel nostro paese una tradizione che risale addirittura al periodo a cavallo del ‘900 quando nacquero le prime esperienze nelle zone alpine ricche di energia idroelettrica. La prima esperienza fu quella di Morbegno attiva dal 1897. Quelle esperienze sono progressivamente cresciute ed oggi la società elettrica cooperativa dell’Alto Bùt (Secab) ha 2.653 soci che hanno ottenuto l’energia ad un prezzo scontato del 35% nel 2000 e gestisce cinque impianti idroelettrici. Le esperienze più recenti di sviluppo sono quelle della fondazione di comunità di Melpignano, di S. Giovanni a Teduccio e delle “Comunità energetiche” create con la nascita di nuovi condomini da diverse società del nord del paese. L’Unione Europea stima al momento l’esistenza di circa 4.000 comunità energetiche ma il numero è in rapida crescita.
La 49ma Settimana Sociale dei Cattolici di Taranto si è conclusa con un appello a creare “Comunità energetiche” in ogni parrocchia. Se ciò avvenisse, considerando 200 kw di potenza istallata in ciascuna delle 25.600, parrocchie arriveremmo ad una potenza addizionale di 5,2 gigawatt.
Le “Comunità energetiche” sono destinate ad un forte sviluppo nei prossimi anni, anche per il mutamento dell’orizzonte legislativo. Fino a poco tempo fa era proibito mettere pannelli fotovoltaici sui tetti dei condomini. Oggi la loro nascita è incentivata da fondi pubblici oltre a quelli del PNRR poiché l’investimento iniziale può essere soggetto ad iper-ammortamento se realizzato da imprese, alle misure del 110% se accompagnato da altre iniziative di efficientamento energetico degli edifici o comunque a detrazioni fiscali su una quota rilevante dell’investimento. È inoltre possibile per le “Comunità energetiche” in base al DL 199/2021- in attuazione della direttiva 2018/2001/ UE (che estende la potenza massima installabile da 200kw a 1Mw) – utilizzare cabine primarie di condivisione dell’energia, il che si traduce nella possibilità di costruire comunità più grandi.
Lo sviluppo delle “Comunità energetiche” è un vero strumento di ecologia integrale in quanto farmaco che tiene conto del fatto che “tutto è connesso” ed è capace di agire su tutti e tre i principali problemi contemporaneamente: cioè non ne risolve solo uno e per di più determina effetti collaterali negativi sugli altri due.
Le “Comunità energetiche” contribuiscono a contrastare il problema della povertà energetica e dei costi di produzione elevati per le imprese con i relativi e rilevanti impatti sociali. Ma, allo stesso tempo, esse offrono un contributo importante all’obiettivo numero uno della transizione ecologica nel nostro paese che è l’eliminazione del “collo di bottiglia” della scarsa capacità produttiva da fonti rinnovabili. Allargare questa capacità produttiva significa procedere verso l’obiettivo di giungere nel 2050 a emissioni nette zero, ridurre la nostra dipendenza da gas e petrolio e mitigare anche l’effetto delle impennate dei prezzi del gas sul costo totale dell’energia consumata.
Un altro aspetto significativo di questa “ricetta” è la sua capacità di risposta dal basso al problema, creando alleanze dal basso tra diversi attori (diocesi, parrocchie, associazioni di terzo settore, amministrazioni comunali) per il bene comune. Il paradigma dell’Economia civile ricorda che la risoluzione dei problemi in un mondo complesso come quello di oggi richiede quattro mani (meccanismi di mercato, cittadinanza attiva, imprese responsabili e istituzioni capaci di diventare levatrici delle energie di cittadini e istituzioni). Le “Comunità energetiche” rispondono esattamente a questi criteri perché implicano il protagonismo di tutte le parti in causa.
La storia delle buone pratiche già esistenti sul nostro territorio testimonia che attorno alla comunità energetica si sviluppa una rete di relazioni e legami rafforzati da una progettualità comune che tiene assieme diversi attori e protagonisti (famiglie, imprese, amministrazioni locali, associazioni) delle nostre città e dei nostri borghi.

Il pool di esperti  (organizzazioni e referenti di contatto)

Quando una comunità ecclesiale locale ha svolto il proprio discernimento e stabilito che la via della “Comunità energetica” è un’incarnazione concreta di ecologia integrale adatta ad affrontare i problemi e le emergenze sociali ed ambientali di oggi c’è bisogno di rivolgersi ad addetti ai lavori in grado di accompagnare il cammino delle comunità sul fronte operativo. Per questo presentiamo in questa sezione una lista, non esaustiva, di operatori del settore vicini al nostro percorso che si sono messi a disposizione con convinzione ed entusiasmo. 

Coop Ènostra

È nostra è una cooperativa che produce e fornisce elettricità rinnovabile, sostenibile ed etica a famiglie, imprese e organizzazioni del Terzo settore. Si fonda sulla partecipazione attiva e sul coinvolgimento delle comunità per cambiare dal basso il modo di produrre e consumare energia. Ad oggi la cooperativa conta circa 9 .000 soci, tra cooperatori e sovventori, accomunati dalla volontà di mitigare la propria impronta ecologica mediante scelte consapevoli, ridurre i propri consumi, utilizzare energia rinnovabile condivisa, contribuire alla transizione energetica.
è nostra ha costituito un team di lavoro specializzato nello sviluppo di Comunità energetiche rinnovabili e configurazioni di autoconsumo collettivo e ha già in corso progetti in diverse regioni (Sardegna, Puglia, Liguria, Lombardia ecc.).
Contact person: Chiara Brogi, partecipa@enostra.it
https:// www.enostra.it/

Acea Pinerolese

Acea Pinerolese, che è stata presentata come buona pratica nella Settimana Sociale di Taranto, opera nel campo delle Comunità energetiche dopo l’inaugurazione del primo sito di autoconsumo condominiale a livello nazionale avvenuto a Pinerolo nel maggio 2021 attraverso il Progetto Energheia. La soluzione tecnologica alla base del progetto è l’efficientamento del fabbricato, la produzione di energia elettrica attraverso impianti fotovoltaici, l’accumulo di questa energia e l’impiego di quanto prodotto per il fabbisogno termico ed elettrico di consumo dei singoli condòmini. Tale configurazione – grazie anche agli incentivi previsti- consente da un lato significativi risparmi di consumo di energia e dall’altro notevoli risparmi nella spesa per riscaldamento ed energia elettrica per le famiglie che abitano questi condomini, mostrandosi come un mezzo molto efficace nella lotta alla cosiddetta povertà energetica. Allo stato attuale (13 gennaio 2022) sono completati i lavori per 17 condomìni ed entro il mese di maggio ne verranno ultimati altri 8 per un totale di 25 edifici con il coinvolgimento complessivo di oltre 700 famiglie. Sono stati acquisiti ordini per ulteriori 80 condomini che potranno essere realizzati nel prossimo biennio 2022-2023.
Informazioni di maggior dettaglio sono sul sito https://www.progettoenergheia.it/,
https://www.aceapinerolese.it/
Chiaramello Ezio 335 311875

Confcooperative Area Parma

Confcooperative ha la volontà e le competenze per partecipare attivamente ai processi di promozione che possono portare alla costituzione delle comunità energetiche nelle Parrocchie e nelle Diocesi, mettendo a disposizione i propri esperti per lo studio e l’analisi della disciplina di riferimento e per l’organizzazione di specifici momenti di formazione ed informativi, nonché le proprie società di sistema, il sistema della finanza cooperativa e le proprie strutture territoriali per fornire l’assistenza tecnica, finanziaria ed amministrativa che possa essere necessaria, in particolare per la costituzione di comunità in forma cooperativa. Il tema energetico, infatti, è un’emergenza con possibili ricadute multidimensionali. Per questo occorre, in particolare, primariamente dare risposta ai bisogni di chi si trova in condizione di povertà (energetica e non solo), con una risposta che deve essere solidale e mutualistica e garantire esternalità positive attraverso il rafforzamento dei legami comunitari e relazionali.

Per area Parma:
Liscidini Carlo (Direttore Omnia Service Soc. Coop): 370-3539540
Stignani Anna (ResponsabileArea Compliance Omnia Service) 379-2393630
Power Energia – https://www.powerenergia.eu/ 

Il riferimento alla piattaforma Laudato Si’ per il tracciamento digitale del percorso in collegamento con il cammino della Chiesa mondiale

È confortante osservare che il percorso italiano si inserisce in un quadro internazionale che cammina nella stessa direzione. Alla fine del 2021 è stato creato da Fondazioni internazionali e dai governi un fondo globale dell’energia per far nascere Comunità energetiche come strumento di emancipazione e di progresso sociale nelle aree rurali più povere del pianeta dove manca l’accesso alle fonti di energia (https://www.themapreport.com/2021/11/03/alla-cop26-nasce-la-global¬energy-alliance-for-people-and-planet/).

Le parrocchie e le comunità ecclesiali che avvieranno il percorso verso la comunità energetica avranno la possibilità di essere registrate e seguite digitalmente sulla piattaforma Laudato Si’ con la quale il Dicastero per il servizio dello Sviluppo Umano Integrale seguirà in tutto il mondo i percorsi di comunità di fedeli verso il bene comune in applicazione dei Sustainable Development Goals. Il percorso coordinato dal Segretario del Dicastero, Suor Alessandra Smerilli, sarà seguito dal gruppo promotore dell’iniziativa.
Il link della piattaforma è https://laudatosiactionplatform.org/




Salario minimo: ragioni dell’economia
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FINANZA SOSTENIBILE
Giannino Piana (ROCCA)

FINANZA SOSTENIBILE. UN SISTEMA COMPLICATO
Giannino Piana[1]
(Rocca 15 gennaio 2022)

Il peso che l’economia finanziaria ha assunto negli ultimi decenni è non solo assai rilevante, ma assolutamente spro­porzionato rispetto all’economia reale o produttiva. A tale sproporzione viene giustamente fatta risalire la crisi economica del 2007-2008 i cui strasci­chi sono ancor oggi largamente presenti, accentuati peraltro dalla pandemia da Co­vid-19, che ha contribuito, in larga misura, a dilatarne gli effetti negativi. Ciò che è av­venuto e che ha provocato (e non poteva che provocare) la crisi è stato il capovolgimento dei rapporti tra le due economie, con il net­to prevalere di quella finanziaria su quella produttiva e la riduzione di fatto di quest’ul­tima a variabile dipendente della prima. Si è così prodotta la cosiddetta «bolla fi­nanziaria», con un impressionante divario tra rendita derivante da operazioni in cui il danaro riproduce se stesso e la produzio­ne di beni e di servizi, che è l’obiettivo fon­damentale dell’economia. Si impone per­tanto una radicale inversione di rotta, che restituisca alla finanza il suo ruolo origina­rio di strumento al servizio dell’economia reale. Ma questo non basta. Esiste (e rive­ste oggi un’importanza sempre maggiore) la necessità di una riqualificazione dell’at­tività finanziaria con la destinazione a so­stegno di attività produttive che tengano in considerazione il rispetto dell’ambiente e l’equità sociale.

L’emergere di segnali positivi

Si allude, in quest’ultimo caso, alla «finan­za sostenibile», che ha nella cosiddetta fi­nanza green il suo perno fondamentale – si tratta di dare spazio ad investimenti sempre più verdi e sempre più a bassa in­tensità di emissioni Co2, – ma va anche oltre, includendo – come ci ha ricordato papa Francesco con il concetto di «ecolo­gia integrale» – l’attenzione alla giustizia sociale, cioè al superamento delle attuali crescenti diseguaglianze tra i popoli e le classi sociali, perseguendo in tal modo sen­sibilità ambientale e sostenibilità sociale. La situazione è ancor oggi, a tale ri­guardo, assai grave, ma non mancano se­gnali positivi che meritano di essere evi­denziati, perché rappresentano uno spira­glio di speranza. La sensibilità attorno a questi temi è senz’altro cresciuta, se si considera che, secondo una recente inda­gine condotta dalla Anasf (Associazione dei consulenti finanziari) la maggior parte degli attuali investitori -1’80% degli inter­vistati chiede di investire i propri rispar­mi con criteri di sostenibilità.

Alla crescita di tale sensibilità corrispon­de poi anche un’effettiva crescita dei ca­pitali coinvolti che si muovono in tale di­rezione, se si considera che – come atte­stano le stime fornite dalla Climate Bonds Initiative – le «obbligazioni verdi» si avvi­ano a segnare un nuovo record di emissio­ni, al punto di aver raggiunto nel 2020 i 350 milioni di dollari contro i 265 del 2019. O ancora, se si considera che negli Stati uniti gli asset professionalmente gestiti che integrano strategie di sostenibilità sono passati in due anni da 12mila a 17mila miliardi di dollari con una crescita del 42%: il che significa che oggi negli States circa un dollaro su tre è investito facendo riferimento anche a principi e criteri di sostenibilità. In prima fila nella campagna per il perse­guimento di questi obiettivi vi sono le isti­tuzioni religiose che vedono, nel disinve­stimento delle fonti fossili di energia e nel successivo reinvestimento in attività che contribuiscono a tagliare le emissioni Co2, la strategia da adottare per mettere con­cretamente la finanza al servizio del con­trasto alla crisi climatica. È recente l’an­nuncio congiunto di disinvestimento da parte di istituzioni cattoliche, protestanti ed ebraiche (47 da 21 differenti Paesi) co­ordinate dal Movimento cattolico mondia­le per il clima, delle attività che non tengo­no conto dell’esigenza di attenzione all’am­biente e all’equità distributiva della ricchez­za. Il che, inoltre, si associa all’avanzare in Europa di un vasto movimento, che ha avuto come esito l’elaborazione di un piano d’azione sulla finanza sostenibile, che è all’avan­guardia a livello mondiale.

Una questione morale
La dimensione etica della questione è im­mediatamente evidente. Gli investimenti finanziari sono tutt’altro che neutri e non sono riconducibili al semplice livello tecni­co; chiamano direttamente in causa il qua­dro valoriale al quale si fa riferimento ed esigono, di conseguenza, una costante valu­tazione delle istanze alle quali prioritaria­mente ci si riferisce. Lo ha messo chiara­mente in evidenza la Cei (Conferenza epi­scopale italiana) in un importante documen­to del febbraio 2020[2], che traccia le linee guida sulla gestione delle risorse finanzia­rie, sollecitando ogni investitore ad agire secondo finalità «eticamente sostenibili». L’impegno che viene qui sottolineato è di creare una base valoriale comune, che con­senta di valutare correttamente gli investi­menti finanziari, avendo anzitutto di mira la ricerca del bene comune. Purtroppo il sistema neoliberista tuttora ege­mone ha fatto della attività finanziaria uno strumento finalizzato al perseguimento del massimo profitto nel più breve tempo possi­bile – è questa la ragione della grande rile­vanza che è venuta acquisendo negli ultimi decenni -, facendo proprio come criterio esclusivo quello dell’efficienza e puntando su una logica meramente quantitativa, con l’as­senza di ogni preoccupazione per il degrado ambientale e per la crescita delle disegua­glianze e con una grave disattenzione verso i beni relazionali e la qualità della vita. La svolta che si esige (e che diviene sempre più urgente) è dunque quella di anteporre le ragioni del rispetto dell’ambiente e del per­seguimento dell’equità e della solidarietà a quelle dell’efficienza, individuando nuove prospettive tanto a livello di produzione che di distribuzione. Prestando soprattutto atten­zione al tema dell’ineguaglianza, Stefano Zamagni, autore di un recente e interessan­te volume dal titolo Diseguaglianze (Edizioni Aboca 2021), scrive: «Il problema non è che le diseguaglianze esistano ma che a partire dagli anni Settanta sono diventate struttura­li: le diseguaglianze come le conosciamo adesso sono cioè in conseguenza diretta di strutture economiche e finanziarie che si sono sviluppate negli ultimi quarant’anni» (Avvenire, mercoledì 3 marzo 2021).

Per un’alternativa efficace
La critica severa che Stefano Zamagni muo­ve nei confronti dell’attuale situazione di diseguaglianza sociale e – aggiungiamo – di disastro ecologico chiama direttamente in causa il regime attuale. Si tratta dunque di un problema le cui radici sono inscritte di­rettamente nelle regole odierne del gioco finanziario, monetario e del mercato del lavoro. In causa vi è il modello di sviluppo che il capitalismo ha da sempre privilegiato e che si basa su una logica quantitativa per la quale a contare è soltanto la massimizzazio­ne della produttività e del profitto con la conseguente incapacità a fare i conti con la sostenibilità ambientale e sociale. La ricerca di un’alternativa deve partire dalla considerazione di questi dati, che rendono trasparente la necessità di un vero e pro­prio cambio di mentalità, che non può ac­contentarsi di denunciare la inadeguatezza del sistema in corso, ma deve dare vita a un nuovo sistema in grado di assolvere agli obiettivi cui si è fatto ripetutamente cenno. Molti sono a tale riguardo le proposte che lo stesso Zamagni suggerisce nel libro citato: dalla chiusura dei paradisi fiscali all’intro­duzione del salario minimo; dallo sposta­mento del carico fiscale dal lavoro alle ren­dite (eredità compresa) all’obbligo di inseri­re i risultati relativi alla sostenibilità nei bi­lanci di impresa; dalla protezione dei beni comuni dalle dinamiche del mercato alla istituzione di una authority che convalidi i modelli di valutazione dei green bonds fino alla costituzione di un’organizzazione mon­diale dell’ambiente con poteri sanzionatori nei confronti di chi non rispetta le regole. Il coinvolgimento dell’intero sistema econo­mico non può allora che partire – come si è ricordato fin dall’inizio – da una profonda riforma dell’attività finanziaria, delle sue finalità e delle modalità concrete del suo esercizio. La finanza sostenibile e respon­sabile ha senz’altro fatto in questi ultimi anni un consistente progresso. La considerazio­ne che sia cresciuta la coscienza, non solo tra gli operatori più sensibili ma anche a li­vello di opinione pubblica, e che questo ab­bia condotto in molti casi gli operatori ad integrare nel processo di investimento con­siderazioni anche sociali, ambientali e di governance va considerato come un segno indubbio di speranza. La pandemia ha reso evidente l’esigenza di muoversi in questa direzione. Molte sono le proposte avanzate nella formulazione delle agende della ripresa post-Covid. La priorità che viene ad esse sempre più spesso asse­gnata è suffragata dall’esistenza di buone pratiche inconfutabili perché certificate dal tempo e dalla considerazione che i fondi so­stenibili hanno, nei mesi più duri della pan­demia, tenuto più degli altri e hanno poi rim­balzato meglio, con risultati persino eclatan­ti. La dilatazione di questo promettente pro­cesso ha tuttavia oggi più che mai bisogno di una vera rivoluzione culturale e di una pre­senza sempre più consistente della politica ­purtroppo oggi asservita alle logiche dei po­teri forti, quello economico in primis – che torni ad essere la regolatrice della vita socia­le, in tutte le sue articolazioni, avendo come obiettivo la costruzione del bene comune.


[1] Nato nel 1939. Teologo e docente emerito di Teologia morale.
[2] https://lavoro.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/27/2020/03/20/Documento-Gestione-Risorse-Finanziarie-Comm-Episcopale.pdf




I «ladri di terre» si mangiano pezzi di Amazzonia brasiliana
Lucia Capuzzi (Avvenire 16/01/22)

I «ladri di terre» si mangiano pezzi di Amazzonia brasiliana

Lucia Capuzzi, Inviata a Imperatriz ( Brasile)- AVVENIRE 16 gennaio 2022

Boom delle occupazioni di aree protette e riservate alle comunità rurali negli ultimi anni. E mentre le fazendas si ampliano, crescono la violenza e la deforestazione.

«L’ultima volta è stata nel marzo 2020: si sono presentati qui sventolando la loro “licenza ambientale”. Peccato che non mostrino mai i titoli di proprietà. Perché non ce li hanno. Tutti i permessi sono falsi». Ci avevano già provato tre anni prima, quando erano arrivati direttamente con le ruspe per abbattere alberi centenari, costruzioni e campi. E far posto al raddoppio della Br-135, l’autostrada che attraversa il Nord-Est brasiliano per oltre 2.500 chilometri, congiungendo gli Stati di Maranhão e Minas Gerais. Anacleta Pires da Silva li aveva visti da lontano. Si era piazzata di fronte alle scavatrici, sbarrando loro il passo con il suo corpo minuto. Altri abitanti del quilombo di Santa Rosa dos Pretos l’avevano seguita. E le autorità, promotrici del progetto di ampliamento, avevano dovuto cedere. Almeno temporaneamente. Sono ormai 38 anni che Anacleta combatte per difendere la propria casa dalla lingua d’asfalto che la lambisce a meno di trenta metri di distanza. Una dimora modesta ma molto curata. Lampade e monili appesi alle pareti rosa acceso rivelano l’abilità artigianale di Anacleta. Anche così questa donna di 54 anni, dalla pelle nerissima e il sorriso facile tramanda la memoria degli antenati strappati all’Africa e incatenati alle piantagioni del Brasile coloniale. Schiavi nel corpo ma non nello spirito, capaci di emanciparsi e creare oasi di libertà ai margini dell’Amazzonia. A differenza degli altri quilombos– comunità di africani fuggitivi nascoste della foresta tuttora esistenti e tutelate dalla Costituzione – quello di Santa Rosa nasce in modo “legale”. Fu lo stesso proprietario a donare, nel testamento, la fazenda (piantagione) agli ex schiavi alla fine dell’Ottocento.
Nemmeno il regolare lascito ha messo al riparo gli attuali 4mila abitanti dal rischio ciclico di sfratto per far posto a nuove piantagioni o grandi opere. Santa Rosa, nel cuore dello Stato del Maranhão, fa da cerniera tra le due frontiere dell’agrobusiness brasiliano: il Cerrado – savana tropicale fondamentale per la sopravvivenza della foresta limitrofa – e l’Amazzonia. Terre fertili e “disponibili” grazie alla rete di complicità che lega élite politica e latifondo. E che ha nel grilagem – falsificazione dei certificati di proprietà da parte dei fazendeiros con la complicità diretta o indiretta delle autorità – la sua espressione più drammatica. Un nodo storico in uno dei Paesi con maggiore concentrazione fondiaria del pianeta. Dal 2018, però, il “furto di terre” amazzoniche e preamazzoniche ha avuto un incremento esponenziale: + 56 % secondo il recente studio dell’Instituto socioambiental (Isa).
Con la pandemia e l’attenzione concentrata sull’emergenza sanitaria, c’è stata un’escalation di occupazioni e violenze. La Commissione pastorale della terra (Cpt), legata alla Chiesa, ha registrato quasi due invasioni al giorno tra gennaio e agosto 2021, per un totale di 418. Il grilagem è cresciuto del 118 %. Una vera e propria corsa all’accaparramento di terra per allevamenti o coltivazioni intensive di prodotti da esportare, innescata dalla progressiva riduzione dei controlli. Questo spiega la crescita della deforestazione del 63 % tra 2018 e 2020. «La situazione potrebbe peggiorare nel prossimo futuro se fosse approvata la proposta di Luiz Antônio Nabhan García, responsabile delle Questioni fondiarie e uomo di fiducia del presidente Jair Bolsonaro, che dà ai grandi proprietari la facoltà di registrare la terra con una semplice autocertificazione», afferma Iriomar Lima, avvocato della rete Forum e cidadania, collegata alla Commissione pastorale della terra(Cpt). Il Maranhão, con una legge statale ancora più permissiva di quella nazionale, è – insieme a Pará e Rondônia – al centro del saccheggio come dimostra l’esplosione di violenza record nell’ultimo anno. Nonché l’estendersi di coltivazioni di eucalipto, soja, miglio e riso. «Tra gennaio e novembre scorso, oltre un terzo dei 26 omicidi legati a conflitti agricoli è avvenuto in questo Stato», spiega Lenora Motta, responsabile della Cpt regionale. E proprio del Maranhão è la prima vittima del 2022: José Francisco Lopes Rodrigues, colpito il 3 gennaio dal proiettile di un anonimo killer che ha ferito anche la nipotina di dieci anni. «È morto cinque giorni dopo in ospedale. È un momento molto triste per tutti», prosegue Lenora. Francisco era uno dei leader della resistenza al grilagemdi Ararí, costata la vita ad altri quattro contadini negli ultimi due anni. Il municipio di 40mila abitanti è all’interno della Baixada Maranhense, una pianura amazzonica solcata dai fiumi Mearim, Pindaré e Grajaú che, nella stagione delle piogge, esondano e la allagano, creando una distesa di isolotti multiformi. Un ecosistema fragile su cui, in vari periodo dell’anno, si possono ammirare uccelli di specie rarissime. Per questo, l’area è protetta a livello internazionale dalla Convenzione di Ramsa: solo l’agricoltura familiare è consentita. Ciò non ha impedito che, nel 2017, fosse occupata da 4 fazendeiros che l’hanno recintata impedendo l’accesso ai contadini. I pascoli si sono riempiti di bufali, senza che le autorità muovessero un dito nonostante le segnalazioni delle 40 famiglie di Cedro, alla periferia di Ararí. Esasperate dopo due anni di inerzia, queste ultime hanno iniziato a rimuovere le recinzioni, finendo denunciate a loro volta per «atti vandalici» e portate di fronte ai giudici. Insolitamente sollecite, le forze dell’ordine hanno subito dato il via a una sfilza di arresti. «Dal 2020 sono iniziati gli assassinii mirati. Prima è toccato a Celino e Wanderson Fernandes, padre e figlio, poi a Antônio Diniz e João de Deus Moreira», sottolinea Iriomar. Vittime senza colpevole. Come il 92 per cento delle quasi 2mila persone massacrate nel corso di conflitti per la terra dal 1985.




VACCINI PER TUTTI

O ci si salva insieme o non si salva nessuno
Maurizio Salvi (ROCCA 1 gennaio 2022)

H a molto esitato il segretario ge­nerale dell’Onu, Antonio Guter­res, quando giorni fa gli hanno comunicato che era pronta per lui nel Palazzo di Vetro la terza dose, il ‘booster’ (rinforzo), del­la sua vaccinazione contro il Covid-19. Un improvviso sussulto? Un ripensamento sul­la necessità, o l’opportunità del gesto? «Nien­te affatto – si è affrettato a spiegare ai gior­nalisti il suo portavoce, Stéphane Dujarric – solo una manifestazione di ‘grande soffe­renza’ nel compiere la ‘difficile’ scelta di fronte a quella che ha definito l”orrenda’ si­tuazione globale dei vaccini, e anche come gesto simbolico di solidarietà con l’Africa».
L’esitazione di Guterres
Pochi giorni prima, infatti, Guterres aveva partecipato insieme al presidente della Com­missione dell’Unione africana (Ua), Mussa Faki Mahamat, ad una conferenza stampa in cui aveva avuto l’opportunità di constatare ancora una volta il forte ritardo del processo di vaccinazione nei Paesi in via di sviluppo, ed in particolare in Africa. In questo conti­nente, diciamolo subito, solo meno del 6% delle persone ha potuto finora vaccinarsi con due dosi, quando tale percentuale è dieci volte maggiore nelle Nazioni più sviluppate, fra cui quelle che fanno parte del G20.
Se piove sul bagnato
Ci sono diversi elementi che possono aiuta­re ad analizzare questa emergenza. Primo fra tutti il contesto generale in cui essa si è manifestata: una grande depressione eco­nomica mondiale, ulteriormente acuitasi negli ultimi due anni, con gravi riflessi sulle risorse che gli Stati dedicano alla salute e al sostegno delle fasce più deboli della popola­zione. Poi un altro più specifico, che riguar­da le decisioni adottate dai governi dei Pae­si sviluppati. Essi hanno scelto, senza trop­po riflettere sull’opportunità di misure di ampio respiro internazionali, di stringere un patto di ferro con un gruppo di potenti com­pagnie farmaceutiche occidentali, specializ­zate nella produzione dei farmaci immu­nizzanti: le statunitensi Pfizer/BioNTech, Mo­derna e Johnson & Johnson, e l’europea Astra­Zeneca. Risultato di tale accordo è stato un accaparramento di grandi quantità di vacci­ni pagati in valuta pregiata e a prezzi di mer­cato, impedendo di fatto alle Nazioni di red­dito medio e basso di accedere alla riparti­zione dei farmaci necessari ad assistere effi­cacemente i propri cittadini. Certo, per tute­lare queste ultime Nazioni, nell’aprile 2020 l’Organizzazione mondiale della sanità(Oms), la Commissione europea e la Francia, hanno dato vita al sistema Covax con il proclamato obiettivo di «coordinare le risorse internazio­nali per consentire l’accesso equo a diagnosi, trattamenti e vaccini anti Covid-19». Sono do­vuti passare dieci mesi prima che qualcosa accadesse, perché il primo Paese che ha be­neficiato di questo programma è stato il Ghana che solo il 25 febbraio 2021 ha rice­vuto un contingente di 600 000 vaccini. Sulla carta Covax è una Alleanza di 190 Paesi, im­prese farmaceutiche, fondazioni e organiz­zazioni del sistema delle Nazioni Unite, im­pegnati a garantire una distribuzione equa­nime di due miliardi di dosi di vaccino entro la fine del 2022. Ma le statistiche ci dicono purtroppo che quest’anno la sua azione si è chiusa con una consegna a 144 Paesi di appe­na 560 milioni di quelle dosi.
Cosa ci ricorda la variante Omicron
Ovviamente negli ultimi mesi del 2021 il tema Africa è divenuto, con la comparsa della variante Omicron della Sars-CoV-2, la chia­ve di volta delle analisi politiche, economi­che e scientifiche sulla pandemia. In sintesi la localizzazione di questa nuova mutazio­ne del virus ha mostrato più di ogni altro argomento la grande distanza esistente fra i propositi di contrastare in modo corretto il coronavirus a livello planetario, e quello che realmente si è fatto nell’ultimo biennio. Le molte parole pronunciate nei consessi inter­nazionali-e non tradotte in azioni concre­te- sulla necessità di assistere i Paesi in via di sviluppo hanno finito per ritardare quel­la che è ancora oggi una inevitabile presa di coscienza: dai gravi danni che sta causando il Covid-19, o si salva tutta insieme la popo­lazione del pianeta, o non si salva nessu­no». In questo senso si è espresso lo stesso direttore generale dell’Oms, Tedros Ghe­breysus, per il quale l’insufficienza della copertura vaccinale e del livello di control­lo sanitario, in particolare in Africa, «è una ricetta perfetta per la creazione e lo svilup­po di varianti». E così per il momento la comunità internazionale appare molto lon­tana dal reperimento di una intesa per af­frontare globalmente un efficace pro­gramma di contrasto del virus e delle sue mutazioni. Allontanando per un momento lo sguardo dal Continente Nero, possiamo constatare che la percentuale delle vacci­nazioni è progredita velocemente nelle Americhe, in Europa, e anche in Asia. In quest’ultimo continente lo scenario si pre­senta però più articolato. Per esempio Cina, Giappone e Corea del Sud hanno vaccinato la maggioranza della loro popolazione, fino a livelli del 60%. Ma questo non è avvenuto in Nazioni asiatiche fortemente popolate, come Myanmar (Birmania), Pakistan e Ban­gladesh, che non hanno neppure raggiunto il 40% dei loro abitanti con la prima dose di vaccino. Estendendo questa valutazione a tutto il Terzo Mondo, l’anno si chiude con appena un 25% della popolazione che ha ri­cevuto solo la prima parte di una necessa­ria immunizzazione.
Perché non si liberalizzano i brevetti
Neppure il consolidamento nel mondo della variante Omicron in Africa è servita, a quan­to pare, a prendere coscienza dell’urgenza di rafforzare l’intervento sanitario nei Paesi più poveri, e a spingere quindi i governi del Primo Mondo a cambiare rotta, adottando decisioni drastiche di invio non solo di vacci­ni, ma anche di materiale utile a rafforzare infrastrutture grazie a cui le equipe medi­che possono raggiungere i luoghi più remoti della terra. L’assenza di una volontà positiva è stata denunciata da numerose organizza­zioni umanitarie di tutto il mondo e anche dall’associazione People’s Vaccine Alliance, creata allo scoppio della pandemia. La man­canza di progressi è dovuta, secondo questa alleanza, a due fondamentali ragioni. La pri­ma riguarda la necessità dei governi dei Paesi sviluppati di mostrare alle loro opinioni pubbliche sforzi efficaci, rapidi e concreti di tute­la della salute collettiva, a fini di reddito elet­torale. La secon­da è invece lega­ta alla «voraci­tà» delle case farmaceutiche, soprattutto sta­tunitensi, che nell’ultimo anno hanno moltipli­cato a ritmi esponenziali i loro profitti trattando con interlocutori che non esitano a sborsare qualsiasi cifra pur di ottenere la massima quantità possibile di dosi di vaccino. Società, inoltre, che appaiono sor­de alle sollecitazioni provenienti da molte parti, in primo luogo da Sudafrica e India, di facilitare la fabbricazione dei farmaci immu­nizzanti in Paesi del Terzo Mondo, rimuoven­done i brevetti. Una ipotesi a cui, non tanto a sorpresa, purtroppo, si oppone anche l’Ue. La partita è finanziariamente di tale impor­tanza che le compagnie farmaceutiche l’han­no volentieri trasformata anche in un capito­lo del confronto/scontro politico esistente oggi fra Occidente e potenze asiatiche, visto i for­ti ritardi accumulati nell’autorizzazione in Europa e negli Stati Uniti di efficaci vaccini di produzione russa (Sputnik V) o cinese (Si­nopharm), per non parlare di quelli cubani (Soberana 2 e Abdala). Così negli ultimi mesi questa corsa all’accumulazione di immuniz­zanti ha messo a nudo paradossali situazio­ni: l’esistenza di forti eccedenze di dosi che non vengono utilizzate e rischiano di finire al macero per scadenza, e l’invio in fretta e furia di esse, come ‘doni’, a Paesi in via di sviluppo che non riescono però ad utilizzar­le al meglio nei tempi brevi disponibili per l’inoculazione. E allora, ci ha ricordato la Peo­ple’s Vaccine Alliance, che «mentre Paesi come il Regno Unito e il Canada hanno rice­vuto dosi sufficienti per raggiungere la loro intera popolazione, l’Africa subsahariana è stata in grado di vaccinare solo una persona residente su otto». E perfino che il numero di coloro che «sul territorio britannico han­no ricevuto la terza dose di richiamo, è quasi uguale al totale delle persone completamen­te vaccinate in tutti i Paesi più poveri del mon­do».


Vedi anche : https://www.intersos.org/o-i-brevetti-o-la-vita-vaccini-per-tutte-e-tutti/




Prendersi cura del nuovo anno
Mariano Borgognoni (ROCCA- Assisi)

Prendersi cura del nuovo anno

Mariano Borgognoni (ROCCA 1 gennaio 2022)

E’ una brutta consuetudine quella di dividere la vita e la storia in anni, de­cenni o secoli, come se si tagliasse a fette un melone. E fa venire l’ortica­ria sentir ripetere ad ogni piè sospin­to: non siamo più nel Novecento, or­mai siamo nel nuovo millennio. Come se que­sto fosse necessariamente un vantaggio. Ep­pure nessuno di noi si sottrae a bilanci e pro­positi, dentro questa segnaletica convenzio­nale del tempo. E il tempo, pur essendo in­definibile se non per via di approssimazioni come sanno i filosofi e gli scienziati, è dav­vero più importante dello spazio. Innescare processi è più fecondo che occupare spazi. Eppure non si può vivere d’inneschi: né nel­la vita ecclesiale, né in quella sociale, né nel­la vita tout court. È necessario giungere ad alcuni approdi, meglio se saranno punti di una nuova partenza per il futuro piuttosto che paludi stagnanti dove vivere da arrivati. Che cosa augurarsi dunque per l’anno nuovo? Per cosa fare quello che si deve scontando che poi avverrà solo quello che può? Mi appello alla numerologia limitandomi (si fa per dire) a sette obiettivi e auspicandone settanta volte sette, come disse Gesù che amava esagerare al pari di tutta la sua stirpe.
Primo: una se­ria lotta alla pandemia che sul piano plane­tario liberalizzi i brevetti e aiuti i paesi po­veri. Un atto di lungimiranza e di generosità capace di restituire sicurezza al mondo e con­sapevolezza che non serve a molto trince­rarsi nel bunker dei privilegiati.
Secondo: una nuova attenzione alle condizioni di salute della nostra casa comune, straordinariamen­te logorata dal paradigma unico della cre­scita a qualsiasi costo sociale e ambientale. Così l’Agenda 2030 dell’Onu finisce per esse­re una mera cornice di buone intenzioni, come Glasgow ha continuato a dimostrare.
Terzo: rimettere al centro il lavoro. La piena e buona occupazione come traguardo di ci­viltà e democrazia. Lo dico con le parole di Piero Calamandrei: «finché non c’è la possi­bilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la no­stra Repubblica non si potrà chiamare fon­data sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica». Si badi, come aveva ben intuito Pier Pao­lo Pasolini, di cui ricorre il centenario della nascita proprio quest’anno, che sviluppo e progresso possono benissimo non coesiste­re. Non basta agitare la bandiera del Pil se aumenta la povertà, il lavoro impoverito, la desertificazione dei diritti, l’indebolimento della progressività fiscale. Nessuno svilup­po è durevole senza la riduzione della disu­guaglianza. La politica democratica torni sul­la terra se vuole evitare brutte sorprese.
Quarto: tutto quanto detto vale tanto più per le donne, prime ad essere licenziate nella crisi, ultime ad essere assunte, prime ad es­sere sotto-retribuite, ultime ad accedere ai livelli apicali delle carriere. Prime nella pra­tica religiosa, ultime a svolgere ministeri e ruoli significativi nelle sacre istituzioni.
Quin­to: è necessaria più che mai la volontà di fare giustizia e di combattere i poteri criminali che rischiano di prosperare e infettare tutto il Paese sfruttando crisi e malessere. Tutto questo sembra essere scomparso dai radar.
Sesto: siamo dentro la stagione del Sinodo universale e della Chiesa che è in Italia. Ma un cammino sinodale serve solo se è corag­gioso altrimenti si tradurrà in una frustra­zione grande e pericolosa. Il nodo mi pare essere quello di riconoscersi come comunità di battezzati: poi, poi, poi vengono i ministe­ri, da ripensare, ridefinire, inventare e ren­dere inclusivi. Qui si dovrebbe decidere qual­cosa di serio su donne e laici nel governo reale della Chiesa e nella liturgia. Un model­lo patriarcale, maschilista e clericale non sta più in piedi. È meglio che la Chiesa non aspet­ti che le crolli addosso.
Settimo: in questi mesi tante donne e uomini si sono misurati sulle nostre pagine a partire dalla domanda di Gesù ai suoi: «Ma voi chi dite che io sia?». Torna ad essere la domanda cruciale per chi si confessa cristiano. La vera, necessaria ri­forma ecclesiale non può che partire da qui: quale Dio? Solo quello di cui Gesù ci ha fatto la narrazione può catturare ancora il cuore del mondo nell’epoca del disincanto e di nuo­vi perniciosi incantamenti. Correre il rischio della radicalità evangelica, esporsi al falli­mento e (come ci ha insegnato anche da que­ste colonne un vero maestro di fede e di pen­siero, nato cento anni fa ma uomo del futu­ro) «seguire Gesù, entrare come lui nella de­dizione agli ultimi, destando turbamento nel­la città che ci vorrebbe al suo servizio e at­tuare la manifestazione del Dio della pace ai poveri per i quali la città non ha posto» (Er­nesto Balducci, Rocca 3, 1 Febbraio 1991). Avrete notato che sono rimasto fedele all’av­versione verso ogni nuovismo; le sette que­stioni che ho posto sono infatti quelle su cui Rocca ha battuto il chiodo nel 2021. E conti­nuerà a farlo nell’anno nuovo. Auguri a tutte e tutti!




IL SOGNO ECUMENICO
Lidia Maggi

Due simboli per scommettere ancora una volta sul sogno ecumenico
di Lidia Maggi
in “Riforma” – settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – del 14 gennaio 2022

Inutile girarci attorno: il clima depressivo che attanaglia questa società impaurita si estende anche al cammino ecumenico che le chiese cristiane stanno faticosamente compiendo. La passione per l’unità visibile dei cristiani è tenuta in vita dagli “ultimi moicani” del sogno ecumenico. Fuori dalla riserva, indifferenza o al più una blanda curiosità – quella delle gite scolastiche, che dura giusto il tempo della settimana in cui si sospende il programma abituale. Quest’ultimo lo decide autonomamente ogni istituto, felice di differenziarsi dagli altri, non così all’avanguardia da risultare interessanti. In quella settimana è diverso: si moltiplicano gli incontri, si mostra interesse per l’altro. Poi, una volta sul pullman di ritorno, i commenti sottolineano l’impossibilità di vivere alla maniera dell’altro, l’esoticità dei suoi gesti, la ristrettezza dei suoi orizzonti. Insieme a una nota di simpatia: non ci hanno trattati, poi, così male. Forse, nel resto dell’anno, ci saranno altre – poche – occasioni in cui l’altra chiesa farà di nuovo capolino, suscitando per un attimo una medesima curiosità e lo stesso diniego, senza intaccare il bon ton ecumenico delle dichiarazioni ufficiali. Certo, qualcuno griderà che non dobbiamo svendere il nostro patrimonio, che dialogo non significa ignoranza delle ragioni della differenza, che la melassa ecumenica è segno di decadenza. La maggior parte, però, non coglierà nemmeno il problema: beghe di altri tempi, di cui sfugge praticamente tutto, da lasciare ai don Ferrante della teologia. E chi non demorde nel perseguire la riconciliazione delle differenze proverà a inserire la sua voce – di silenzio un po’ troppo sottile! – e a ricordare gli enormi passi in avanti fatti negli ultimi decenni, indicando i guadagni di quel faticoso ma ricco confronto. Che, però, effettivamente, non riesce ad andare al di là di gesti simbolici, di documenti e dichiarazioni senza grosse conseguenze. A eccezione di alcuni acuti, la melodia ecumenica risuona piatta, flebile. E non perché manchino le ragioni reali per perseguire il dialogo, così da giustificare il fatto che le chiese mollino il colpo. Anzi, le ragioni per scommettere sull’ecumenismo si fanno sempre più forti, in un contesto sociale frantumato, ridotto a tifoserie opposte, con le chiese che sono tentate, a loro volta, di sposare questa logica autoreferenziale, pronte a gridare la propria verità e a denigrare quelle altrui. L’ecumenismo si presta a essere un interessante laboratorio per mettere a punto modelli di convivenza tra diversi e per liberare le chiese dalla deriva apologetico-polemica così da ritrovare la strada della conversione evangelica, impossibilitata dall’atteggiamento difensivo, troppo contiguo ai farisei delle narrazioni evangeliche. Dunque, che fare? Come affrontare questo nostro tempo in cui l’urgenza dell’ecumenismo si scontra con un generalizzato disinteresse dei credenti, ridotto alla stanca ripetizione di eventi occasionali? Non è domanda da risposta individuale. È interrogativo che chiama in causa le chiese, a partire dalle nostre. E per tenere vive l’attenzione e la tensione ecumenica, possono aiutarci due scene evangeliche. Quella del fico senza frutti (Luca 13, 6-9): soprattutto oggi, in un mondo che vuole risultati, utili immediati, una realtà incapace di produrli va tagliata, così da lasciar spazio ad altre iniziative più produttive. Senonché la parabola evangelica, coerentemente a tutte le Scritture, evoca la possibilità di una seconda volta: «Signore, lascialo ancora quest’anno; gli zapperò intorno e gli metterò del concime. Forse darà frutto in avvenire; se no, lo taglierai». Il progetto ecumenico può avere una seconda volta, ma questa dipende dalla tenacia con cui ci si mette in gioco, spendendosi per quel progetto indipendentemente dal risultato. Nella storia, lo sappiamo bene, il “forse” del risultato rimane ineliminabile. La seconda scena ci è suggerita dai cristiani del Medi Oriente, che per la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani di quest’anno hanno scelto la parola dei Magi: «In Oriente abbiamo visto apparire la sua stella e siamo venuti qui per onorarlo» (Matteo 2, 2). Quello sguardo che non si appropria della luce ma mette in ricerca, sollecita il cammino – un cammino comunitario, non individuale – è la condizione per incontrare il Cristo, per lasciarsi orientare dalla sua stella. La posta in gioco dell’ecumenismo è niente di meno che la riscoperta della fede, di quella parola evangelica che non ci rende padroni della verità ma sue discepole e discepoli. Il fico e la stella: due simboli che ci fanno pensare e che ci sollecitano a scommettere di nuovo, con ostinazione, sul sogno ecumenico.




Papa Francesco
Messaggio per la 55.ma Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 2022)

Messaggio di Papa Francesco per la 55.ma Giornata Mondiale della Pace (1° gennaio 2022)

Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro: strumenti per edificare una pace duratura

  1. «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace» (Is 52,7).

Le parole del profeta Isaia esprimono la consolazione, il sospiro di sollievo di un popolo esiliato, sfinito dalle violenze e dai soprusi, esposto all’indegnità e alla morte. Su di esso il profeta Baruc si interrogava: «Perché ti trovi in terra nemica e sei diventato vecchio in terra straniera? Perché ti sei contaminato con i morti e sei nel numero di quelli che scendono negli inferi?» (3,10-11). Per questa gente, l’avvento del messaggero di pace significava la speranza di una rinascita dalle macerie della storia, l’inizio di un futuro luminoso.  Ancora oggi, il cammino della pace, che San Paolo VI ha chiamato col nuovo nome di sviluppo integrale,[1] rimane purtroppo lontano dalla vita reale di tanti uomini e donne e, dunque, della famiglia umana, che è ormai del tutto interconnessa. Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo più che sulla condivisione solidale. Come ai tempi degli antichi profeti, anche oggi il grido dei poveri e della terra[2] non cessa di levarsi per implorare giustizia e pace. In ogni epoca, la pace è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso. C’è, infatti, una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona.[3] Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati. Vorrei qui proporre tre vie per la costruzione di una pace duratura. Anzitutto, il dialogo tra le generazioni, quale base per la realizzazione di progetti condivisi. In secondo luogo, l’educazione, come fattore di libertà, responsabilità e sviluppo. Infine, il lavoro per una piena realizzazione della dignità umana. Si tratta di tre elementi imprescindibili per «dare vita ad un patto sociale»,[4] senza il quale ogni progetto di pace si rivela inconsistente. 

  1. Dialogare fra generazioni per edificare la pace

In un mondo ancora stretto dalla morsa della pandemia, che troppi problemi ha causato, «alcuni provano a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi privati e altri la affrontano con violenza distruttiva, ma tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni».[5] Ogni dialogo sincero, pur non privo di una giusta e positiva dialettica, esige sempre una fiducia di base tra gli interlocutori. Di questa fiducia reciproca dobbiamo tornare a riappropriarci! L’attuale crisi sanitaria ha amplificato per tutti il senso della solitudine e il ripiegarsi su sé stessi. Alle solitudini degli anziani si accompagna nei giovani il senso di impotenza e la mancanza di un’idea condivisa di futuro. Tale crisi è certamente dolorosa. In essa, però, può esprimersi anche il meglio delle persone. Infatti, proprio durante la pandemia abbiamo riscontrato, in ogni parte del mondo, testimonianze generose di compassione, di condivisione, di solidarietà. Dialogare significa ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme. Favorire tutto questo tra le generazioni vuol dire dissodare il terreno duro e sterile del conflitto e dello scarto per coltivarvi i semi di una pace duratura e condivisa. Mentre lo sviluppo tecnologico ed economico ha spesso diviso le generazioni, le crisi contemporanee rivelano l’urgenza della loro alleanza. Da un lato, i giovani hanno bisogno dell’esperienza esistenziale, sapienziale e spirituale degli anziani; dall’altro, gli anziani necessitano del sostegno, dell’affetto, della creatività e del dinamismo dei giovani. Le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani –; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro, a non pretendere di occupare tutta la scena perseguendo i propri interessi immediati come se non ci fossero passato e futuro. La crisi globale che stiamo vivendo ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana, che non si accontenta di amministrare l’esistente «con rattoppi o soluzioni veloci»,[6] ma che si offre come forma eminente di amore per l’altro,[7] nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili. Se, nelle difficoltà, sapremo praticare questo dialogo intergenerazionale «potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri».[8] Senza le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti? Basti pensare al tema della cura della nostra casa comune. L’ambiente stesso, infatti, «è un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva».[9] Vanno perciò apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato, affidato alla nostra custodia. Lo fanno con inquietudine e con entusiasmo, soprattutto con senso di responsabilità di fronte all’urgente cambio di rotta,[10] che ci impongono le difficoltà emerse dall’odierna crisi etica e socio-ambientale[11]. D’altronde, l’opportunità di costruire assieme percorsi di pace non può prescindere dall’educazione e dal lavoro, luoghi e contesti privilegiati del dialogo intergenerazionale. È l’educazione a fornire la grammatica del dialogo tra le generazioni ed è nell’esperienza del lavoro che uomini e donne di generazioni diverse si ritrovano a collaborare, scambiando conoscenze, esperienze e competenze in vista del bene comune.

  1. L’istruzione e l’educazione come motori della pace

Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti. Eppure, esse costituiscono i vettori primari di uno sviluppo umano integrale: rendono la persona più libera e responsabile e sono indispensabili per la difesa e la promozione della pace. In altri termini, istruzione ed educazione sono le fondamenta di una società coesa, civile, in grado di generare speranza, ricchezza e progresso. Le spese militari, invece, sono aumentate, superando il livello registrato al termine della “guerra fredda”, e sembrano destinate a crescere in modo esorbitante.[12] È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via. Auspico che all’investimento sull’educazione si accompagni un più consistente impegno per promuovere la cultura della cura.[13] Essa, di fronte alle fratture della società e all’inerzia delle istituzioni, può diventare il linguaggio comune che abbatte le barriere e costruisce ponti. «Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media».[14] È dunque necessario forgiare un nuovo paradigma culturale, attraverso «un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature».[15] Un patto che promuova l’educazione all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente.[16] Investire sull’istruzione e sull’educazione delle giovani generazioni è la strada maestra che le conduce, attraverso una specifica preparazione, a occupare con profitto un giusto posto nel mondo del lavoro.[17]

  1. Promuovere e assicurare il lavoro costruisce la pace

Il lavoro è un fattore indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale, il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello. La pandemia da Covid-19 ha aggravato la situazione del mondo del lavoro, che stava già affrontando molteplici sfide. Milioni di attività economiche e produttive sono fallite; i lavoratori precari sono sempre più vulnerabili; molti di coloro che svolgono servizi essenziali sono ancor più nascosti alla coscienza pubblica e politica; l’istruzione a distanza ha in molti casi generato una regressione nell’apprendimento e nei percorsi scolastici. Inoltre, i giovani che si affacciano al mercato professionale e gli adulti caduti nella disoccupazione affrontano oggi prospettive drammatiche. In particolare, l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante. Molti di loro non sono riconosciuti dalle leggi nazionali, come se non esistessero; vivono in condizioni molto precarie per sé e per le loro famiglie, esposti a varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga. A ciò si aggiunga che attualmente solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate. In molti Paesi crescono la violenza e la criminalità organizzata, soffocando la libertà e la dignità delle persone, avvelenando l’economia e impedendo che si sviluppi il bene comune. La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso. Il lavoro infatti è la base su cui costruire la giustizia e la solidarietà in ogni comunità. Per questo, «non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale».[18] Dobbiamo unire le idee e gli sforzi per creare le condizioni e inventare soluzioni, affinché ogni essere umano in età lavorativa abbia la possibilità, con il proprio lavoro, di contribuire alla vita della famiglia e della società. È più che mai urgente promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose, orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato. Occorre assicurare e sostenere la libertà delle iniziative imprenditoriali e, nello stesso tempo, far crescere una rinnovata responsabilità sociale, perché il profitto non sia l’unico criterio-guida. In questa prospettiva vanno stimolate, accolte e sostenute le iniziative che, a tutti i livelli, sollecitano le imprese al rispetto dei diritti umani fondamentali di lavoratrici e lavoratori, sensibilizzando in tal senso non solo le istituzioni, ma anche i consumatori, la società civile e le realtà imprenditoriali. Queste ultime, quanto più sono consapevoli del loro ruolo sociale, tanto più diventano luoghi in cui si esercita la dignità umana, partecipando così a loro volta alla costruzione della pace. Su questo aspetto la politica è chiamata a svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale. E tutti coloro che operano in questo campo, a partire dai lavoratori e dagli imprenditori cattolici, possono trovare sicuri orientamenti nella dottrina sociale della Chiesa. Cari fratelli e sorelle! Mentre cerchiamo di unire gli sforzi per uscire dalla pandemia, vorrei rinnovare il mio ringraziamento a quanti si sono impegnati e continuano a dedicarsi con generosità e responsabilità per garantire l’istruzione, la sicurezza e la tutela dei diritti, per fornire le cure mediche, per agevolare l’incontro tra familiari e ammalati, per garantire sostegno economico alle persone indigenti o che hanno perso il lavoro. E assicuro il mio ricordo nella preghiera per tutte le vittime e le loro famiglie. 

Ai governanti e a quanti hanno responsabilità politiche e sociali, ai pastori e agli animatori delle comunità ecclesiali, come pure a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, faccio appello affinché insieme camminiamo su queste tre strade: il dialogo tra le generazioni, l’educazione e il lavoro. Con coraggio e creatività. E che siano sempre più numerosi coloro che, senza far rumore, con umiltà e tenacia, si fanno giorno per giorno artigiani di pace. E che sempre li preceda e li accompagni la benedizione del Dio della pace!

 FRANCESCO
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[1] Cfr Lett. enc. Populorum progressio (26 marzo 1967), 76ss.
[2] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 49.
[3] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 231.

[4] Ibid., 218.
[5] Ibid., 199.
[6] Ibid., 179.
[7] Cfr ibid., 180.
[8] Esort. ap. postsin. Christus vivit (25 marzo 2019), 199.
[9] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 159.
[10] Cfr ibid., 163; 202.
[11] Cfr ibid., 139.
[12] Cfr Messaggio ai partecipanti al 4° Forum di Parigi sulla pace, 11-13 novembre 2021.
[13] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 231; Messaggio per la LIV Giornata Mondiale della Pace. La cultura della cura come percorso di pace (8 dicembre 2020).
[14] Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 199.
[15] Videomessaggio per il Global Compact on Education. Together to Look Beyond (15 ottobre 2020).
[16] Cfr Videomessaggio per l’High Level Virtual Climate Ambition Summit (13 dicembre 2020).
[17] Cfr S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Laborem exercens (14 settembre 1981), 18.
[18] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 128.