MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO per la 49ª SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI ITALIANI

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALLA 49ª SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI ITALIANI
«Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso» [Taranto, 21-24 ottobre 2021]

Cari fratelli e sorelle,
saluto cordialmente tutti voi che partecipate alla 49Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, convocata a Taranto. Rivolgo il mio saluto fraterno al Cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, all’Arcivescovo Filippo Santoro e ai Vescovi presenti, ai membri del Comitato Scientifico e Organizzatore, ai delegati delle diocesi italiane, ai rappresentanti dei movimenti e delle associazioni, a tutti gli invitati e a quanti seguono l’evento a distanza.
Questo appuntamento ha un sapore speciale. Si avverte il bisogno di incontrarsi e di vedersi in volto, di sorridere e di progettare, di pregare e sognare insieme. Ciò è tanto più necessario nel contesto della crisi generata dal Covid, crisi insieme sanitaria e sociale. Per uscirne è richiesto un di più di coraggio anche ai cattolici italiani. Non possiamo rassegnarci e stare alla finestra a guardare, non possiamo restare indifferenti o apatici senza assumerci la responsabilità verso gli altri e verso la società. Siamo chiamati a essere lievito che fa fermentare la pasta (cfr Mt 13,33).
La pandemia ha scoperchiato l’illusione del nostro tempo di poterci pensare onnipotenti, calpestando i territori che abitiamo e l’ambiente in cui viviamo. Per rialzarci dobbiamo convertirci a Dio e imparare il buon uso dei suoi doni, primo fra tutti il creato. Non manchi il coraggio della conversione ecologica, ma non manchi soprattutto l’ardore della conversione comunitaria. Per questo, auspico che la Settimana Sociale rappresenti un’esperienza sinodale, una condivisione piena di vocazioni e talenti che lo Spirito ha suscitato in Italia. Perché ciò accada, occorre anche ascoltare le sofferenze dei poveri, degli ultimi, dei disperati, delle famiglie stanche di vivere in luoghi inquinati, sfruttati, bruciati, devastati dalla corruzione e dal degrado.
Abbiamo bisogno di speranza. È significativo il titolo scelto per questa Settimana Sociale a Taranto, città simbolo delle speranze e delle contraddizioni del nostro tempo: «Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso». C’è un desiderio di vita, una sete di giustizia, un anelito di pienezza che sgorga dalle comunità colpite dalla pandemia. Ascoltiamolo. È in questo senso che vorrei offrirvi alcune riflessioni che possano aiutarvi a camminare con audacia sulla strada della speranza, che possiamo immaginare contrassegnata da tre “cartelli”.


Il primo è l’attenzione agli attraversamenti. Troppe persone incrociano le nostre esistenze mentre si trovano nella disperazione: giovani costretti a lasciare i loro Paesi di origine per emigrare altrove, disoccupati o sfruttati in un infinito precariato; donne che hanno perso il lavoro in periodo di pandemia o sono costrette a scegliere tra maternità e professione; lavoratori lasciati a casa senza opportunità; poveri e migranti non accolti e non integrati; anziani abbandonati alla loro solitudine; famiglie vittime dell’usura, del gioco d’azzardo e della corruzione; imprenditori in difficoltà e soggetti ai soprusi delle mafie; comunità distrutte dai roghi… Ma vi sono anche tante persone ammalate, adulti e bambini, operai costretti a lavori usuranti o immorali, spesso in condizioni di sicurezza precarie. Sono volti e storie che ci interpellano: non possiamo rimanere nell’indifferenza. Questi nostri fratelli e sorelle sono crocifissi che attendono la risurrezione. La fantasia dello Spirito ci aiuti a non lasciare nulla di intentato perché le loro legittime speranze si realizzino.
Un secondo cartello segnala il divieto di sosta. Quando assistiamo a diocesi, parrocchie, comunità, associazioni, movimenti, gruppi ecclesiali stanchi e sfiduciati, talvolta rassegnati di fronte a situazioni complesse, vediamo un Vangelo che tende ad affievolirsi. Al contrario, l’amore di Dio non è mai statico e rinunciatario, «tutto crede, tutto spera» (1 Cor 13,7): ci sospinge e ci vieta di fermarci. Ci mette in moto come credenti e discepoli di Gesù in cammino per le strade del mondo, sull’esempio di Colui che è la via (cfr Gv 14,6) e ha percorso le nostre strade. Non sostiamo dunque nelle sacrestie, non formiamo gruppi elitari che si isolano e si chiudono. La speranza è sempre in cammino e passa anche attraverso comunità cristiane figlie della risurrezione che escono, annunciano, condividono, sopportano e lottano per costruire il Regno di Dio. Quanto sarebbe bello che nei territori maggiormente segnati dall’inquinamento e dal degrado i cristiani non si limitino a denunciare, ma assumano la responsabilità di creare reti di riscatto. Come scrivevo nell’Enciclica Laudato sì’, «non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore non può considerarsi progresso» (n. 194). Talvolta prevalgono la paura e il silenzio, che finiscono per favorire l’agire dei lupi del malaffare e dell’interesse individuale. Non abbiamo paura di denunciare e  contrastare l’illegalità, ma non abbiamo timore soprattutto di seminare il bene!
Un terzo cartello stradale è l’obbligo di svolta. Lo invocano il grido dei poveri e quello della Terra. «La speranza ci invita a riconoscere che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi» (n. 61). Il Vescovo Tonino Bello, profeta in terra di Puglia, amava ripetere: «Non possiamo limitarci a sperare. Dobbiamo organizzare la speranza!». Ci attende una profonda conversione che tocchi, prima ancora dell’ecologia ambientale, quella umana, l’ecologia del cuore. La svolta verrà solo se sapremo formare le coscienze a non cercare soluzioni facili a tutela di chi è già garantito, ma a proporre processi di cambiamento duraturi, a beneficio delle giovani generazioni. Tale conversione, volta a un’ecologia sociale, può alimentare questo tempo che è stato definito “di transizione ecologica”, dove le scelte da compiere non possono essere solo frutto di nuove scoperte tecnologiche, ma anche di rinnovati modelli sociali. Il cambiamento d’epoca che stiamo attraversando esige un obbligo di svolta. Guardiamo, in questo senso, a tanti segni di speranza, a molte persone che desidero ringraziare perché, spesso nel nascondimento operoso, si stanno impegnando a promuovere un modello economico diverso, più equo e attento alle persone.
Ecco, dunque, il pianeta che speriamo: quello dove la cultura del dialogo e della pace fecondino un giorno nuovo, dove il lavoro conferisca dignità alla persona e custodisca il creato, dove mondi culturalmente distanti convergano, animati dalla comune preoccupazione per il bene comune. Cari fratelli e sorelle, accompagno i vostri lavori con la preghiera e con l’incoraggiamento. Vi benedico, augurandovi di incarnare con passione e concretezza le proposte di questi giorni. Il Signore vi colmi di speranza. E non dimenticatevi, per favore, di pregare per me.

Roma, San Giovanni in Laterano, 4 ottobre 2021
Festa di San Francesco d’Assisi

FRANCESCO




INIZIO DEL PROCESSO SINODALE
Papa Francesco

di: Papa Francesco

Discorso di papa Francesco nel corso del momento di riflessione per l’avvio del processo sinodale che impegnerà la Chiesa cattolica fino alla celebrazione del Sinodo nel 2023.

Cari fratelli e sorelle,

grazie per essere qui, all’apertura del Sinodo. Siete venuti da tante strade e Chiese, ciascuno portando nel cuore domande e speranze, e sono certo che lo Spirito ci guiderà e ci darà la grazia di andare avanti insieme, di ascoltarci reciprocamente e di avviare un discernimento nel nostro tempo, diventando solidali con le fatiche e i desideri dell’umanità. Ribadisco che il Sinodo non è un parlamento, che il Sinodo non è un’indagine sulle opinioni; il Sinodo è un momento ecclesiale, e il protagonista del Sinodo è lo Spirito Santo. Se non c’è lo Spirito, non ci sarà Sinodo.

Viviamo questo Sinodo nello spirito della preghiera che Gesù ha rivolto accoratamente al Padre per i suoi: «Perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). A questo siamo chiamati: all’unità, alla comunione, alla fraternità che nasce dal sentirci abbracciati dall’unico amore di Dio. Tutti, senza distinzioni, e noi Pastori in particolare, come scriveva San Cipriano: «Dobbiamo mantenere e rivendicare con fermezza quest’unità, soprattutto noi Vescovi che presidiamo nella Chiesa, per dar prova che anche lo stesso episcopato è uno solo e indiviso» (De Ecclesiae Catholicae Unitate, 5). Nell’unico Popolo di Dio, perciò, camminiamo insieme, per fare l’esperienza di una Chiesa che riceve e vive il dono dell’unità e si apre alla voce dello Spirito.

Le parole-chiave del Sinodo sono tre: comunionepartecipazionemissione. Comunione e missione sono espressioni teologiche che designano il mistero della Chiesa e di cui è bene fare memoria. Il Concilio Vaticano II ha chiarito che la comunione esprime la natura stessa della Chiesa e, allo stesso tempo, ha affermato che la Chiesa ha ricevuto «la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio» (Lumen gentium, 5).

Due parole attraverso cui la Chiesa contempla e imita la vita della Santissima Trinità, mistero di comunione ad intra e sorgente di missione ad extra. Dopo un tempo di riflessioni dottrinali, teologiche e pastorali che caratterizzarono la ricezione del Vaticano II, San Paolo VI volle condensare proprio in queste due parole – comunione e missione – «le linee maestre, enunciate dal Concilio».

Commemorandone l’apertura, affermò infatti che le linee generali erano state «la comunione, cioè la coesione e la pienezza interiore, nella grazia, nella verità, nella collaborazione […] e la missione, cioè l’impegno apostolico verso il mondo contemporaneo» (Angelus, 11 ottobre 1970), che non è proselitismo.

Chiudendo il Sinodo del 1985, a vent’anni dalla conclusione dell’assise conciliare, anche San Giovanni Paolo II volle ribadire che la natura della Chiesa è la koinonia: da essa scaturisce la missione di essere segno di intima unione della famiglia umana con Dio. E aggiungeva: «Conviene sommamente che nella Chiesa si celebrino Sinodi ordinari e, all’occorrenza, anche straordinari» i quali, per portare frutto, devono essere ben preparati: «occorre cioè che nelle Chiese locali si lavori alla loro preparazione con partecipazione di tutti» (Discorso a conclusione della II Assemblea Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, 7 dicembre 1985).

Ecco dunque la terza parola, partecipazione. Comunione e missione rischiano di restare termini un po’ astratti se non si coltiva una prassi ecclesiale che esprima la concretezza della sinodalità in ogni passo del cammino e dell’operare, promuovendo il reale coinvolgimento di tutti e di ciascuno. Vorrei dire che celebrare un Sinodo è sempre bello e importante, ma è veramente proficuo se diventa espressione viva dell’essere Chiesa, di un agire caratterizzato da una partecipazione vera.

E questo non per esigenze di stile, ma di fede. La partecipazione è un’esigenza della fede battesimale. Come afferma l’Apostolo Paolo, «noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo» (1 Cor 12,13). Il punto di partenza, nel corpo ecclesiale, è questo e nessun altro: il Battesimo. Da esso, nostra sorgente di vita, deriva l’uguale dignità dei figli di Dio, pur nella differenza di ministeri e carismi.

Per questo, tutti sono chiamati a partecipare alla vita della Chiesa e alla sua missione. Se manca una reale partecipazione di tutto il Popolo di Dio, i discorsi sulla comunione rischiano di restare pie intenzioni. Su questo aspetto abbiamo fatto dei passi in avanti, ma si fa ancora una certa fatica e siamo costretti a registrare il disagio e la sofferenza di tanti operatori pastorali, degli organismi di partecipazione delle diocesi e delle parrocchie, delle donne che spesso sono ancora ai margini. Partecipare tutti: è un impegno ecclesiale irrinunciabile! Tutti battezzati, questa è la carta d’identità: il Battesimo.

Il Sinodo, proprio mentre ci offre una grande opportunità per una conversione pastorale in chiave missionaria e anche ecumenica, non è esente da alcuni rischi. Ne cito tre. Il primo è quello del formalismo. Si può ridurre un Sinodo a un evento straordinario, ma di facciata, proprio come se si restasse a guardare una bella facciata di una chiesa senza mai mettervi piede dentro. Invece il Sinodo è un percorso di effettivo discernimento spirituale, che non intraprendiamo per dare una bella immagine di noi stessi, ma per meglio collaborare all’opera di Dio nella storia.

Dunque, se parliamo di una Chiesa sinodale non possiamo accontentarci della forma, ma abbiamo anche bisogno di sostanza, di strumenti e strutture che favoriscano il dialogo e l’interazione nel Popolo di Dio, soprattutto tra sacerdoti e laici. Perché sottolineo questo? Perché a volte c’è qualche elitismo nell’ordine presbiterale che lo fa staccare dai laici; e il prete diventa alla fine il “padrone della baracca” e non il pastore di tutta una Chiesa che sta andando avanti. Ciò richiede di trasformare certe visioni verticiste, distorte e parziali sulla Chiesa, sul ministero presbiterale, sul ruolo dei laici, sulle responsabilità ecclesiali, sui ruoli di governo e così via.

Un secondo rischio è quello dell’intellettualismo – l’astrazione, la realtà va lì e noi con le nostre riflessioni andiamo da un’altra parte –: far diventare il Sinodo una specie di gruppo di studio, con interventi colti ma astratti sui problemi della Chiesa e sui mali del mondo; una sorta di “parlarci addosso”, dove si procede in modo superficiale e mondano, finendo per ricadere nelle solite sterili classificazioni ideologiche e partitiche e staccandosi dalla realtà del Popolo santo di Dio, dalla vita concreta delle comunità sparse per il mondo.

Infine, ci può essere la tentazione dell’immobilismo: siccome «si è sempre fatto così» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 33) – questa parola è un veleno nella vita della Chiesa, “si è sempre fatto così” –, è meglio non cambiare. Chi si muove in questo orizzonte, anche senza accorgersene, cade nell’errore di non prendere sul serio il tempo che abitiamo. Il rischio è che alla fine si adottino soluzioni vecchie per problemi nuovi: un rattoppo di stoffa grezza, che alla fine crea uno strappo peggiore (cfr Mt 9,16). Per questo è importante che il Sinodo sia veramente tale, un processo in divenire; coinvolga, in fasi diverse e a partire dal basso, le Chiese locali, in un lavoro appassionato e incarnato, che imprima uno stile di comunione e partecipazione improntato alla missione.

Viviamo dunque questa occasione di incontro, ascolto e riflessione come un tempo di grazia, fratelli e sorelle, un tempo di grazia che, nella gioia del Vangelo, ci permetta di cogliere almeno tre opportunità. La prima è quella di incamminarci non occasionalmente ma strutturalmente verso una Chiesa sinodale: un luogo aperto, dove tutti si sentano a casa e possano partecipare. Il Sinodo ci offre poi l’opportunità di diventare Chiesa dell’ascolto: di prenderci una pausa dai nostri ritmi, di arrestare le nostre ansie pastorali per fermarci ad ascoltare.

Ascoltare lo Spirito nell’adorazione e nella preghiera. Quanto ci manca oggi la preghiera di adorazione! Tanti hanno perso non solo l’abitudine, anche la nozione di che cosa significa adorare. Ascoltare i fratelli e le sorelle sulle speranze e le crisi della fede nelle diverse zone del mondo, sulle urgenze di rinnovamento della vita pastorale, sui segnali che provengono dalle realtà locali. Infine, abbiamo l’opportunità di diventare una Chiesa della vicinanza. Torniamo sempre allo stile di Dio: lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza.

Dio sempre ha operato così. Se noi non arriveremo a questa Chiesa della vicinanza con atteggiamenti di compassione e tenerezza, non saremo la Chiesa del Signore. E questo non solo a parole, ma con la presenza, così che si stabiliscano maggiori legami di amicizia con la società e il mondo: una Chiesa che non si separa dalla vita, ma si fa carico delle fragilità e delle povertà del nostro tempo, curando le ferite e risanando i cuori affranti con il balsamo di Dio. Non dimentichiamo lo stile di Dio che ci deve aiutare: vicinanza, compassione e tenerezza.

Cari fratelli e sorelle, sia questo Sinodo un tempo abitato dallo Spirito! Perché dello Spirito abbiamo bisogno, del respiro sempre nuovo di Dio, che libera da ogni chiusura, rianima ciò che è morto, scioglie le catene, diffonde la gioia. Lo Spirito Santo è Colui che ci guida dove Dio vuole e non dove ci porterebbero le nostre idee e i nostri gusti personali.

Il padre Congar, di santa memoria, ricordava: «Non bisogna fare un’altra Chiesa, bisogna fare una Chiesa diversa» (Vera e falsa riforma nella Chiesa, Milano 1994, 193). E questa è la sfida. Per una “Chiesa diversa”, aperta alla novità che Dio le vuole suggerire, invochiamo con più forza e frequenza lo Spirito e mettiamoci con umiltà in suo ascolto, camminando insieme, come Lui, creatore della comunione e della missione, desidera, cioè con docilità e coraggio.

Vieni, Spirito Santo. Tu che susciti lingue nuove e metti sulle labbra parole di vita, preservaci dal diventare una Chiesa da museo, bella ma muta, con tanto passato e poco avvenire. Vieni tra noi, perché nell’esperienza sinodale non ci lasciamo sopraffare dal disincanto, non annacquiamo la profezia, non finiamo per ridurre tutto a discussioni sterili. Vieni, Spirito Santo d’amore, apri i nostri cuori all’ascolto. Vieni, Spirito di santità, rinnova il santo Popolo fedele di Dio. Vieni, Spirito creatore, fai nuova la faccia della terra. Amen.




Corso biblico: DIO, ABRAMO E GLI ALTRI. Leggo il mio travagliato credere
D. Augusto Fontana

DIO, ABRAMO E GLI ALTRI.
Leggo il mio travagliato credere.
Don Augusto Fontana

DOVE?

A Parma. Centro Pastorale Viale Solferino 25
Dalle 21 alle 22
Si richiede green pass

Causa Covid i posti sono limitati. Occorre iscrizione entro 15 ottobre: fontau40@gmail.com (oppure 338-2277220)

Vedi date e temi cliccando su:

locandina biblico ABRAMO 2021-2022




26 settembre 2021. GIORNATA DEL MIGRANTE E RIFUGIATO
Papa Francesco. Messaggio

“Verso un noi sempre più grande”.
Messaggio di Papa Francesco per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 26 settembre 2021

Cari fratelli e sorelle!
Nella Lettera Enciclica Fratelli tutti ho espresso una preoccupazione e un desiderio, che ancora occupano un posto importante nel mio cuore: «Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (n. 35). Per questo ho pensato di dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondo.
La storia del “noi”.
Questo orizzonte è presente nello stesso progetto creativo di Dio: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,27-28). Dio ci ha creati maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversità. E quando, a causa della sua disobbedienza, l’essere umano si è allontanato da Dio, Questi, nella sua misericordia, ha voluto offrire un cammino di riconciliazione non a singoli individui, ma a un popolo, a un noi destinato ad includere tutta la famiglia umana, tutti i popoli: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3). La storia della salvezza vede dunque un noi all’inizio e un noi alla fine, e al centro il mistero di Cristo, morto e risorto «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Il tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per la pandemia. I nazionalismi chiusi e aggressivi (cfr Fratelli tutti, 11) e l’individualismo radicale (cfr ibid., 105) sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa. E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali. In realtà, siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità. Per questo colgo l’occasione di questa Giornata per lanciare un duplice appello a camminare insieme verso a un noi sempre più grande, rivolgendomi anzitutto ai fedeli cattolici e poi a tutti gli uomini e le donne del mondo.
Una Chiesa sempre più cattolica.
Per i membri della Chiesa Cattolica tale appello si traduce in un impegno ad essere sempre più fedeli al loro essere cattolici, realizzando quanto San Paolo raccomandava alla comunità di Efeso: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5). Infatti la cattolicità della Chiesa, la sua universalità è una realtà che chiede di essere accolta e vissuta in ogni epoca, secondo la volontà e la grazia del Signore che ci ha promesso di essere con noi sempre, fino alla fine dei tempi (cfr Mt 28,20). Il suo Spirito ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza. Nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato è a pieno diritto membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica casa, componente dell’unica famiglia. I fedeli cattolici sono chiamati a impegnarsi, ciascuno a partire dalla comunità in cui vive, affinché la Chiesa diventi sempre più inclusiva, dando seguito alla missione affidata da Gesù Cristo agli Apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8).
Oggi la Chiesa è chiamata a uscire per le strade delle periferie esistenziali per curare chi è ferito e cercare chi è smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo, ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti. Tra gli abitanti delle periferie troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza. «I flussi migratori contemporanei costituiscono una nuova “frontiera” missionaria, un’occasione privilegiata di annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo senza muoversi dal proprio ambiente, di testimoniare concretamente la fede cristiana nella carità e nel profondo rispetto per altre espressioni religiose. L’incontro con migranti e rifugiati di altre confessioni e religioni è un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e interreligioso sincero e arricchente» (Discorso ai Direttori Nazionali della Pastorale per i Migranti, 22 settembre 2017).
Un mondo sempre più inclusivo
A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso. Il futuro delle nostre società è un futuro “a colori”, arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali. Per questo dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in armonia e pace. Mi è particolarmente cara l’immagine, nel giorno del “battesimo” della Chiesa a Pentecoste, della gente di Gerusalemme che ascolta l’annuncio della salvezza subito dopo la discesa dello Spirito Santo: «Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,9-11). È l’ideale della nuova Gerusalemme (cfr Is 60; Ap 21,3), dove tutti i popoli si ritrovano uniti, in pace e concordia, celebrando la bontà di Dio e le meraviglie del creato. Ma per raggiungere questo ideale dobbiamo impegnarci tutti per abbattere i muri che ci separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dell’incontro, consapevoli dell’intima interconnessione che esiste tra noi. In questa prospettiva, le migrazioni contemporanee ci offrono l’opportunità di superare le nostre paure per lasciarci arricchire dalla diversità del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande. A tutti gli uomini e le donne del mondo chiedo di impiegare bene i doni che il Signore ci ha affidato per conservare e rendere ancora più bella la sua creazione. «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”» (Lc 19,12-13). Il Signore ci chiederà conto del nostro operato! Ma perché alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura, dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo, che si fa carico di tutti i fratelli e le sorelle che continueranno a soffrire mentre cerchiamo di realizzare uno sviluppo più sostenibile, equilibrato e inclusivo. Un impegno che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso.
Il sogno ha inizio
Il profeta Gioele preannunciava il futuro messianico come un tempo di sogni e di visioni ispirati dallo Spirito: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1). Siamo chiamati a sognare insieme. Non dobbiamo aver paura di sognare e di farlo insieme come un’unica umanità, come compagni dello stesso viaggio, come figli e figlie di questa stessa terra che è la nostra Casa comune, tutti sorelle e fratelli (cfr Enc. Fratelli tutti, 8).
Preghiera
Padre santo e amato,
il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato che nei Cieli si sprigiona una gioia grande quando qualcuno che era perduto viene ritrovato,
quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato viene riaccolto nel nostro noi, che diventa così sempre più grande.
Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesùe a tutte le persone di buona volontà la grazia di compiere la tua volontà nel mondo.
Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza che ricolloca chiunque sia in esilio nel noi della comunità e della Chiesa,
affinché la nostra terra possa diventare, così come Tu l’hai creata, la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle. Amen.




APPELLO per HAITI
Aiuti tramite CARITAS ITALIANA

Sabato 14 Agosto 2021

La Caritas italiana si attiva dopo il violento sisma che ha colpito Haiti   

Non c’è pace per Haiti. Dopo l’uccisione il mese scorso del presidente Moise, oggi alle 8.30 ora locale un forte terremoto di magnitudo 7.2 della scala Richter ha scosso il Sud-Ovest del Paese, seguito pochi minuti dopo da un altro sisma di magnitudo 6.6. I dipartimenti più colpiti sono Les Cayes e Jeremie, ma il  sisma è stato avvertito su tutto il territorio nazionale. Si registrano molti crolli tra cui la cattedrale di Jeremie, dove era in corso una funzione religiosa.

“Uno shock terribile – afferma il direttore della Caritas di Les Cayes raggiunto telefonicamente – l’ufficio diocesano è rimasto miracolosamente intatto, il vescovo e i religiosi presenti nella sede vescovile distrutta sono in salvo, ma nelle macerie potrebbero essere rimaste delle persone”.  La città è stata severamente colpita, molti edifici rasi al suolo, le strade inondate d’acqua.  L’allerta tsunami lungo le coste più colpite rimane alta.
Non si hanno ancora notizie dalle Caritas parrocchiali dal momento che la comunicazione, soprattutto con le zone rurali, è difficile. Anche la diocesi di Jeremie rimane isolata al momento e risulta colpita anche Nippes, nella diocesi di Anse-à-Veau-Miragoane.  Dai nostri partner storici i “Petits Frères Sainte Thérèse de l’Enfant Jésus”, con i quali la Caritas italiana ha una collaborazione più che decennale, arrivano aggiornamenti che confermano la gravità della situazione.
Molte famiglie hanno perso la loro casa e si registrano molte vittime con un bilancio che purtroppo è destinato a crescere.
Caritas Italiana si trova ad Haiti dal 2010 (vedi scheda Paese), dopo che un altro grave sisma di magnituto 7.0 colpì la capitale Port au Prince, causando più di 200.000 vittime. Da allora garantisce la sua presenza costante nel paese con propri operatori, sostenendo la Caritas nazionale e le Caritas diocesane e parrocchiali con interventi di emergenza e ricostruzione, ma soprattutto garantendo un accompagnamento volto allo sviluppo di capacità locali.
Anche in questa occasione Caritas Italiana ha espresso immediatamente vicinanza nella preghiera e solidarietà ai suoi partner locali, alla Chiesa Haitiana e alla popolazione colpita. Sta seguendo da vicino la crisi e coordinando insieme alle altre Caritas nazionali, interventi efficaci per rispondere alle numerose emergenze in corso.
È possibile sostenere gli interventi di Caritas Italiana (Via Aurelia 796 – 00165 Roma), utilizzando il conto corrente postale n. 347013, o donazione on-line tramite il sito  www.caritas.it, o bonifico bancario (causale “Terremoto Haiti”) tramite:

  • Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma –Iban: IT24 C050 1803 2000 0001 3331 111
  • Banca Intesa Sanpaolo, Fil. Accentrata Ter S, Roma – Iban: IT66 W030 6909 6061 0000 0012 474
  • Banco Posta, viale Europa 175, Roma – Iban: IT91 P076 0103 2000 0000 0347 013
  • UniCredit, via Taranto 49, Roma – Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063119

Le offerte sono detraibili presentando le ricevute di versamento in conto corrente postale, le quietanze liberatorie o le ricevute in caso di bonifico bancario. La Caritas italiana provvederà a tempo debito ad inviare al contribuente un documento di avvenuto ricevimento della donazione.

Attenzione a indicare sempre la causale del versamento, in questo caso: TERREMOTO HAITI




La grande leva del terzo settore, Enti non profit
Leonardo Becchetti (Avvenire)

La grande leva del terzo settore. Enti non profit, co-progettazione e NgEu
di Leonardo Becchetti
in “Avvenire” del 29 luglio 2021

Nel corso degli ultimi mesi un ruolo decisivo per curare e attenuare le ferite della pandemia è stato giocato nel nostro Paese dal Terzo settore – ovvero da quell’insieme di enti e organizzazioni che si pone uno scopo socialmente meritorio e opera in settori come quelli di salute, assistenza, mense dei poveri, riduzione dello spreco, formazione permanente, parità di genere, cultura, sport, cooperazione internazionale attraverso modalità organizzative sempre nuove che oggi includono tra le molteplici forme organizzative le fondazioni comunità, le cooperative di comunità e le cooperative sociali. L’importanza dell’operato del Terzo settore non è forse ancora compresa appieno dall’opinione pubblica. Nel corso degli ultimi decenni è invece progressivamente cresciuto e si è consolidato il consenso tra gli economisti sul ruolo fondamentale del ‘capitale sociale’ come collante e precondizione per lo sviluppo e la coesione sociale. Studi e ricerche hanno ‘identificato’ la capacità di dare e ricevere fiducia, la reciprocità, il senso
civico, la disponibilità a pagare per i beni pubblici come le sue componenti chiave e si sono domandati se e in che modo fosse possibile ‘produrre’ o accrescere questa risorsa fondamentale. Questo dibattito ci aiuta a comprendere da una prospettiva nuova il ruolo e il valore di tali organizzazioni. Gli enti di Terzo settore infatti non sono soltanto la risposta più prossima e celere ai bisogni emergenti della società, ma – nel loro operare attraverso il tempo e le energie donate da dipendenti e volontari – alimentano e costruiscono quel capitale sociale che è prerequisito fondamentale per lo sviluppo economico e sociale. La complementarietà tra lavoro del Terzo settore e dinamiche sociali
e produttive italiane può essere verificata da molteplici esempi. Per farne solo uno, la ricca e variegata schiera di organizzazioni volontarie che si propongono di valorizzare attrattori culturali e paesaggistici dei diversi territori producono un beneficio indiretto per tutto il settore produttivo (turistico, agroalimentare, della ristorazione, alberghiero, dei trasporti) i cui profitti dipendono dall’attrattività del territorio stesso. Le parole chiave per lo sviluppo futuro del settore e per la creazione di una partnership creativa con le istituzioni e con le imprese profit sono generatività, impatto, ibridazione e co-progettazione. L’innovazione del Terzo settore punta infatti a una crescita di capacità di creare impatto sociale e ambientale combinandola con la creazione di valore economico e mettendo al centro della propria azione la promozione della dignità della persona. Anche una recente sentenza della Corte Costituzionale sostiene la rivoluzione della coprogettazione. Gli enti di Terzo settore non sono solo potenziali vincitori di bandi costruiti dalla pubblica amministrazione ma per le loro competenze, conoscenza dei problemi del territorio e sensibilità sociale possono concorrere con l’amministrazione alla definizione delle politiche sociali. Nella motivazione della sentenza, la Corte Costituzionale giustifica questa scelta affermando che «gli enti di Terzo settore, in quanto rappresentativi della ‘società solidale’, del resto, spesso costituiscono sul territorio una rete capillare di vicinanza e solidarietà, sensibile in tempo reale alle esigenze che provengono dal tessuto sociale, e sono quindi in grado di mettere a disposizione dell’ente pubblico sia preziosi dati informativi (altrimenti conseguibili in tempi più lunghi e con costi organizzativi a proprio carico), sia un’importante capacità organizzativa e di intervento: ciò che produce spesso effetti positivi, sia in termini di risparmio di risorse che di aumento della qualità
dei servizi e delle prestazioni erogate a favore della ‘società del bisogno’». Next Generation Eu riconosce questo valore e destina 11,17 miliardi a infrastrutture sociali, famiglie, comunità e Terzo settore. Le parole chiave del piano sono deistituzionalizzazione, domiciliarità, progetti personalizzati. Si sarebbe potuto investire meglio e di più sostenendo con incentivi l’innovazione sociale e la costruzione di reti e partenariati che moltiplicano capacità e qualità d’intervento del Terzo settore. Si deve puntare con lucidità ed efficacia su una realtà che è una grande risorsa per l’Italia. Anche e soprattutto nello scenario attuale non può essere persa l’occasione di puntare in modo sempre più efficace al grande traguardo di promuovere dignità e sviluppo della persona mettendo al centro la relazione di cura che è il vero motore dell’energia necessaria a ogni vera ripresa e della ricchezza di senso del vivere.




Reddito di cittadinanza. SI, NO, NI
Roberto Rossini

IL REFERENDUM Anti-Reddito di cittadinanza NON AVREBBE ALCUN SENSO

L’obiettivo da centrare, lo strumento da incentivare, le riforme da fare.

ROBERTO ROSSINI, Portavoce Alleanza contro la povertà

da Avvenire 17 luglio 2021

Continuano, senza sosta, prese di posizioni e articoli che si scagliano contro il Reddito di cittadinanza (Rdc), accusato di aver tradito quanto promesso, ossia ‘abolire la povertà’. Ora si intende abolire il Rdc: così si tradiscono i poveri. Intendiamoci, la promessa di ‘abolire la povertà’ non era credibile – e infatti il Rdc non l’ha fatto – e il Rdc stesso – come ‘Avvenire’ ha segnalato in diverse occasioni – ha dei lati deboli sui quali è necessario intervenire. Infatti l’Alleanza contro la povertà non ha mai risparmiato di sottolineare gli aspetti critici del provvedimento e di suggerire le proposte per modificarli, con franchezza e con competenza. Ma da qui ad abolire tutto un sistema, ne passa. Perché in Italia dobbiamo buttare via tutto, ripartire sempre da zero, senza far tesoro del positivo e scartando il negativo? Perché avere un approccio rivoluzionario quando invece un sano riformismo ci farebbe procedere per via incrementale?
L’errore era già stato fatto prima. Fu infatti traumatico veder sostituire il Reddito di inclusione (Rei) col Rdc. Il Rei aveva un’elaborazione teorica ed esperienziale molto ricca, raccolta dall’Alleanza contro la povertà e resa norma giuridica dal precedente Parlamento e dal governo Gentiloni, nel 2017. Ma ecco lo choc: nel 2019 il governo giallo-verde sostituiva il Rei col Rdc, promuovendo un approccio sensibilmente diverso e introducendo per la terza volta in tre anni una misura contro la povertà. In realtà in quattro anni abbiamo avuto quattro misure contro la povertà: si è passati dal Sia (2016) – il Sostegno per l’inclusione attiva (creato dal ministro Giovannini, a quel tempo responsabile del Ministero del lavoro e delle politiche sociali) – al Rei (2017) e al RdC (2019), ora affiancato dal Rem, il Reddito di emergenza (2020). Forse, più che di referendum, occorrerebbe procedere – in modo più pratico, più smart – fermandosi, raccogliendo gli esiti delle quattro politiche e mettendo a posto quanto non va bene. Tanto ciò che serve lo sappiamo: basta solo la volontà politica di procedere.
Il 2020, oltre ai morti, ci ha portato quasi un milione di poveri in più: ora in totale siamo a 5,5 milioni, in Italia. Le pandemie hanno spesso avuto un effetto livellante sul piano socio-economico, ma non è stato così per il Covid-19, che ha invece ampliando le diseguaglianze esistenti. Dunque se non fossero state varate alcune misure – dal blocco dei licenziamenti alla cassa integrazione in deroga, dall’estensione della durata dei sussidi di disoccupazione al bonus per gli autonomi, dal Rdc al Rem – non avremmo ‘solo’ un milione di poveri in più, ma – secondo i nostri calcoli – quasi tre milioni.
Che fare, allora? “Avvenire” ha indicato a più riprese i punti cardine di una necessaria riforma. E l’Alleanza di cui io sono portavoce ha chiaro che serve una revisione su tre livelli del Rdc.
Il primo livello riguarda l’accesso al provvedimento per alcune categorie ingiustamente penalizzate, come le famiglie con minori (tenendo presente anche l’introduzione del nuovo Assegno unico universale), gli stranieri e le situazioni sociali indebolite proprio dalla pandemia.
Il secondo livello è del welfare locale, da rafforzare nella presa in carico dei soggetti in povertà, a partire da qualche idea da mettere in campo per un’analisi preliminare dei casi per garantire un’assistenza puntuale, duratura ed efficace.
Il terzo e ultimo livello è quello delle politiche attive, di upskilling e reskilling[1], e di incentivazione al lavoro, ossia i cosiddetti in-work benefit. Attualmente chi accetta un lavoro non perde il Rdc, gli viene solo sospeso. Ma, come il 14 luglio scorso ha argomentato Leonardo Becchetti, occorre introdurre anche altre forme di incentivo, per rassicurare chi può lavorare, per esempio consentendo un parziale cumulo tra reddito ricevuto/guadagnato e sussidio, sia per coloro che entrano nel mercato del lavoro sia per coloro che già svolgono qualche attività disponendo però di un reddito troppo basso.
Invece vale la pena di ricordare che, oggi, se un beneficiario del Rdc rifiuta delle «offerte di lavoro congrue» perde il sostegno, e quindi il timore vero – per cui dovrebbe essere cumulabile – è di trovarsi espulsi dal mercato del lavoro e senza più Rdc: una linea troppo punitiva. Infine, vale la pena di sottolineare un fatto che continua a non apparire nella cronaca politica che discute di povertà: esistono persone che non possono lavorare. Vi sono poveri che sono tali proprio perché non sono in grado di poter lavorare in quanto colpiti da una malattia mentale, da una malattia del corpo, da una dipendenza, da una condizione familiare molto difficile. È per questo che, quando ci si avvicina alla povertà, occorre farlo con l’attenzione che serve e il provvedimento che vale. Abbiamo ora l’occasione di ritornare sul tema della povertà, perché l’agenda politica lo ha rimesso in luce. È un problema vero, duro, impegnativo: forse è anche ingiusto parlare di povertà, perchè in realtà dovremmo parlare di poveri, di cittadini impoveriti o impietriti da situazioni più grandi di loro. L’Alleanza contro la povertà ha elaborato dati e strategie e le mette a disposizione di chi intende seriamente considerare come contrastare la povertà.


[1] Secondo il report Future of Jobs, il 50% dei lavoratori è chiamato a fare reskilling e upskilling, riqualificando e aggiornando le proprie competenze per far fronte alle nuove richieste. L’espressione inglese “upskilling” indica proprio il processo di adeguamento e arricchimento delle proprie skill, delle proprie competenze – soprattutto digitali – fatto per venire incontro alle trasformazioni che i diversi ruoli professionali stanno avendo con l’avvento della tecnologia. Fare upskilling significa letteralmente fare un upgrade delle proprie competenze. Reskilling, invece, significa riqualificare le proprie competenze, puntando proprio a quei “lavori del futuro” in grado di assicurare buone opportunità di crescita personale, economica e professionale. Per riuscire a rimanere competitivi in un mondo che cambia a ritmi sempre più veloci, investire nelle strategie di upskilling e reskilling è fondamentale.(ndr)




MENO LAVORO, PIU’ POSTI
Domenico Masi

Meno lavoro, più posti: conta la motivazione
di Domenico De Masi
in “il Fatto Quotidiano” del 13 luglio 2021

Sorprende la sorpresa con cui i giornali hanno riportato come sorprendenti i risultati di un esperimento condotto in Islanda su 2.500 tra medici, infermieri e poliziotti, secondo cui queste cavie umane, lavorando un’ora in meno al giorno e guadagnando uguale, hanno prodotto di più. Stessa sorpresa colse i ricercatori di Harvard già nel 1927, dopo un esperimento condotto con un gruppo di lavoratici della Western Electric di Chicago. Da allora in poi decine di ricerche simili hanno confermato che qualsiasi gruppo di lavoro, se sa di essere coinvolto in un esperimento organizzativo, per ciò stesso aumenta la sua produttività.
In base ai risultati dell’esperimento, imprenditori e sindacati islandesi hanno concordato la riduzione dell’orario di lavoro da 40 a 35 ore settimanali per l’86% di tutti i lavoratori di quel Paese. Ma non c’è nulla di nuovo. Come ho già ricordato più volte, secondo i dati Ocse, un francese lavora in media 1.514 ore l’anno (cioè 35 ore settimanali) e un tedesco lavora 1.356 ore l’anno (cioè 32 ore settimanali). Invece un italiano lavora 1.723 ore (cioè 40 ore settimanali). Anche per questo l’occupazione in Francia è al 70% e in Germania è al 79% mentre da noi è al 58%. Praticamente, l’italiano lavora ogni anno ben 354 ore più del tedesco, ma produce il 20% in meno. In complesso, lavoriamo 40 miliardi di ore l’anno. Se ognuno di noi lavorasse le stesse 1.371 ore di un tedesco, potremmo disporre di 5,9 milioni di posti di lavoro in più e gli occupati potrebbero
essere 28,9 milioni invece degli attuali 23 milioni. In altri termini, la disoccupazione sarebbe azzerata.
Tutto questo era chiaro già mezzo secolo fa, soprattutto a sociologi francesi come André Gorz e Guy Aznar. Nel 1977, sempre in Francia, il gruppo di studio Adret, in un rapporto significativamente intitolato Travailler deux heures par jour, aveva scritto: “La vera difficoltà per la nostra società non è quella di ridurre il tempo dedicato al lavoro ma di non ridurlo: per raggiungere questo risultato occorre pagare (il meno possibile) un esercito di disoccupati; mantenere nelle aziende una rilevante manodopera eccedente; creare posti di lavoro quale che sia la loro reale utilità; compiere importanti ricerche per rendere più fragili i beni di consumo che invece non chiedono di meglio che durare a lungo; lanciare costose campagne pubblicitarie per convincere la gente ad acquistare cose di cui non ha alcun bisogno; fare in modo di tenere il più possibile fuori della vita professionale i giovani, le donne, i vecchi e così via”.
La questione dell’orario di lavoro è nata con la società industriale e con il lavoro operaio. È nella fabbrica che in tot minuti si fabbricano tot bulloni; è con la catena di montaggio che il lavoro può iniziare simultaneamente solo quando tutti i lavoratori sono al loro posto, e deve finire simultaneamente quando il nastro trasportatore si blocca per tutti. Nella metà dell’Ottocento, a Manchester, la città più industrializzata del mondo, il 94% di tutti i lavoratori erano garzoni e operai che lavoravano fino a 15 ore al giorno per sei giorni la settimana. Poi, con i ritmi scanditi dal cronometro di Taylor, il tempo e la velocità diventati condizioni dell’efficienza, l’efficienza è funzionale al profitto e perciò gli imprenditori resistono a qualsiasi riduzione di orario. Ciononostante, nel corso degli anni, l’orario di lavoro è diminuito incessantemente per effetto congiunto del progresso tecnologico, dello sviluppo organizzativo, della globalizzazione e delle lotte sindacali. Nell’anno 1891 gli italiani erano circa 30 milioni e lavorarono per 40 miliardi di ore. Cento anni dopo erano diventati quasi il doppio, 57 milioni, ma lavorarono solo 40 miliardi di ore. Eppure, lavorando 30 miliardi di ore in meno, produssero 13 volte di più. Gli economisti chiamano jobless growth questo fenomeno: sviluppo senza lavoro.
Ma il progresso non si è fermato: informatica, stampanti 3D, nuovi materiali, intelligenza artificiale, ecc. hanno modificato profondamente l’organizzazione del lavoro: ormai gli operai non superano il 30% di tutta la popolazione attiva, impiegati e creativi rappresentano il 70% e si riesce a produrre sempre più beni e servizi con sempre meno lavoro umano. Se non si riduce l’orario, i disoccupati aumentano a dismisura.
L’attività cognitiva non risponde a nessuna delle regole con cui Taylor e Ford imbrigliarono la fatica fisica nella fabbrica industriale. Oggi, ai fini della produzione, non è tanto l’orario che conta, né il luogo in cui si lavora, ma è la motivazione. Se lo hanno capito gli imprenditori islandesi si può sperare che, prima o poi, lo capisca anche la Confindustria.




Il costo del discepolato
Vita e morte di Padre Stan Swamy

In morte in India di Padre Stan Swamy, testimone di fede e giustizia tra i poveri
di Lucia Capuzzi in “Avvenire” del 6 luglio 2021
«Il costo del discepolato». Così, padre Stan Swamy concludeva la riflessione sull’azione sociale dei gesuiti fra i popoli indigeni dell’India centrale, pubblicata nel 2019 dalla rivista Promotio Iustitiae.
Era consapevole di parlare in prima persona. Nei quattro decenni di cammino al fianco degli  Adivasi del Jharkhand aveva dovuto sopportare calunnie, incomprensioni, minacce. Il cerchio si era stretto di più dopo il 2006, quando il gesuita aveva fondato Bagaicha, centro per la difesa dei diritti  dei nativi, espropriati in massa dalle loro terre dalle multinazionali minerarie. Con l’arrivo al governo dell’ultranazionalista Narendra Modi, nel 2014, era diventato un vero e proprio cappio. In base al draconiano Unlawful activities prevention act, migliaia di Adivasi e attivisti per i diritti umani erano stati arrestati senza prove con l’accusa di ‘terrorismo’. L’8 ottobre 2014 sarebbe toccato anche allo scomodo padre Stan.
«Il costo del discepolato». In queste parole è racchiuso il senso della sua vita. E della sua morte, avvenuta alle 13.30 di domenica 4 luglio 2021 nell’ospedale Holy Family di Mumbai, dove era arrivato già allo stremo il 29 maggio. A 84 anni, il religioso era prostrato dal Covid, di cui aveva mostrato chiari sintomi nelle settimane precedenti. Ma soprattutto era sfinito dalla reclusione nel carcere di Taloja dove era rimasto per 233 giorni e notti, nonostante l’età avanzata e il Parkinson. Lo aveva dichiarato, con un filo di voce, lo stesso padre Stan nell’ultima udienza in tribunale, il 21 maggio. In video collegamento, il suo viso era apparso scavato e pallido. Gli occhi, però, emanavano la stessa
forza carismatica di sempre mentre sussurrava: «Non posso più scrivere, passeggiare o mangiare da solo. (…) L’unica cosa che vi domando è di concedermi la libertà su cauzione». La risposta del giudice era stata implacabile: «Non ci sono gli estremi». Non era la prima volta che una Corte indiana rifiutava di concedere la condizionale o almeno gli arresti domiciliari al gesuita. Sarebbe, però, stata l’ultima. La nuova udienza prevista per oggi non ci sarà. Alla stessa ora, nella chiesa di Bandra, vicino all’ospedale, verrà celebrata una Messa funebre. Poi, il corpo di Stan tornerà a Ranchi, nel Jharkhand. Finalmente. Il desiderio di rientrare a ‘casa’, a prendersi cura degli «amici Adivasi», come li chiamava, era il grande desiderio del gesuita. Sapeva che senza la sua voce profetica, la sua battaglia non violenta per la giustizia, il suo coraggio evangelico, gli indigeni sarebbero stati ancora più fragili di fronte all’avidità dei potenti. Sapeva anche, però, che un chicco di grano non muore invano. I germogli sono già spuntati in questi mesi, con il lavoro di PM Tony, che ha preso il posto di Stan al centro Bagaicha. E con l’impegno, ribadito ieri dalla Compagnia di Gesù, a portare avanti l’impegno del proprio confratello per la riconciliazione e la giustizia. Ma l’ispirazione di padre Stan ha ‘debordato’ – per dirla con papa Francesco – dai confini della Chiesa. Tantissimi donne e uomini di ogni credo e orientamento e parte del mondo hanno fatto arrivare un ricordo, virtuale o reale, tramite le reti dei gesuiti. Stan, testimone fedele fino alla morte di Cristo e paladino dell’ecologia integrale, è vivo. Né il sistema giudiziario, né le false accuse, né la malattia hanno potuto uccidere un uccello che riusciva a cantare pure dietro le sbarre, per parafrasare una sua poesia che regalava speranza agli altri detenuti. Fino all’ultimo momento ha pensato a loro, mettendosi in secondo piano.
Lo testimonia l’amico e confratello Xavier Jeyaraj, segretario per la giustizia sociale e l’ecologia della Compagnia. I due si sono potuti incontrare in videochiamata il 20 giugno. «Stan era steso sul letto, non poteva alzarsi – racconta padre Xavier –, era debolissimo. Eppure mi ha riconosciuto subito, ha sorriso e ha balbettato: ‘Sono tornato un bambino prima della fine’. Quando gli ho detto che ci battevamo e pregavamo per la sua liberazione, è, però, riuscito a rispondermi: ‘Non solo per me. Per tutti. Per tutti coloro che sono incarcerati ingiustamente. Io sono solo uno dei tanti’»




DDL ZAN
CHIESA E POLITICA IN FERMENTO

Ddl Zan. I parroci di strada contro il Vaticano: “Ingerenza inaccettabile, dietro non c’è la mano del Papa

“www.lastampa.it” del 23 giugno 2021

 

I sacerdoti esprimono tristezza e incredulità: una mossa in uno scacchiere più ampio di una partita politica. Dal Vaticano «ingerenza inaccettabile», si resta «perplessi», «basiti». All’indomani della notizia della mossa del Vaticano presso il governo italiano contro il ddl Zan che vuole arginare l’omotransfobia parlano i parroci di strada. Danno voce a sentimenti di rabbia, tristezza e incredulità.

Don Gianluca Carrega, sacerdote torinese, responsabile su incarico della Diocesi dell’accompagnamento delle persone omosessuali, premette: «Si tratta di una mossa che non è semplice da spiegare anche a me stesso. Ma credo che vada interpretata per quello che è, cioè una mossa in uno scacchiere più ampio di una partita politica che va ben oltre queste questioni». Il sacerdote si è fatto una idea chiara di come sia maturata l’iniziativa: «La mia impressione è che sia stata sollecitata da una minoranza dell’episcopato italiano e che quindi abbiano voluto la copertura della Santa Sede per questa battaglia ideologica ma alla fine probabilmente si risolverà in una bolla di sapone, però intanto ha richiamato l’attenzione di chi è sempre pronto a menare le mani». Sembrerebbe che il Papa non abbia sollecitato questa iniziativa: «E sarebbe strano il contrario – osserva -perché in controtendenza con quello che ha sempre fatto sino ad ora nei rapporti con i singoli Stati. Certo, si resta perplessi di fronte a questa iniziativa che fa pensare perché ci sono situazioni che richiederebbero più attenzione da parte della Santa Sede, pensando ad esempio a cosa capita in Ungheria e in Polonia, e lì però non si dice nulla. Se si interviene, si dovrebbe poi intervenire sempre e non solo quando ci si sente minacciati nelle proprie libertà». Secondo don Carrega, l’iniziativa della Segreteria di Stato del Vaticano è destinata a sgonfiarsi: «Considerato anche il clima estivo. Credo abbiano cercato di forzare un po’ la mano per fare vedere che si ha un po’ di influenza nelle vicende politiche e nostalgia di stagioni passate che per fortuna non penso ritornino». Ora dunque che accadrà? «I tecnici troveranno anche le modalità per evitare che si vada in conflitto con il Concordato – dice don Gianluca Carrega – detto questo mi pare che nessuno abbia messo in discussione il principio che muove la legge Zan e su questo più pacificati lo siamo. Più una legge delicata come questa poi trova la convergenza della politica, più è facile che sopravviva anche ai cambi di governo. Se arrivasse la destra al governo non vorrei pensare che si arrivasse a cancellare questa legge, per cui se vengono coinvolti tutti sarà più difficile che questo accada». Anche don

Giulio Mignani, sacerdote ligure che in polemica con il no del Vaticano alla benedizione delle unioni gay non diede seguito alla benedizione delle Palme, è rimasto notevolmente «rattristato» dalla nota del Vaticano contro il ddl Zan: «Io la definirei una ingerenza, non si può dimenticare la laicità dello Stato italiano». Don Giulio non si e accontentato di leggere dai media. Ha preso in mano il Concordato e ne ha tratto le conclusioni: «Sono andato a rivedere l’accordo dell’84 visto che si citava l ‘articolo 2 commi 1,3 e ho visto che in uno si parla della piena libertà di svolgere la propria azione pastorale, nel 3 si parla della libera manifestazione del pensiero. Anche nel ddl non mi pare si voglia impedire la libera manifestazione delle proprie opinioni. La Chiesa, io dico purtroppo, avrà sempre la possibilità di manifestare il proprio dissenso ma francamente io quel reato di opinione che si paventa non ce lo vedo proprio. Poi il Parlamento è sovrano, non ci può essere una ingerenza nel dire cosa si debba fare». Dal Vaticano si è parlato di una azione volta non tanto ad affossare la legge Zan quanto a rimodularla. «Sembra però – obietta don Mignani – che il tentativo, se non di affossarla sia di svuotarla la legge. Poi da chi sia partita questa cosa non è chiaro». All’insaputa del Papa? «Io lo spero. Anche le modalità di consegna della lettera sono un po’ strane». Don Giulio Mignani non si capacita neanche del fatto che dietro questa mossa vi sarebbe anche il fatto che si vogliano esentare le scuole cattoliche dalla giornata anti discriminazioni: «Penso e spero che nessuna scuola cattolica voglia insegnare il razzismo o l’ omofobia. Mi sembra assurdo porsi contro questa legge perché lo spirito del ddl Zan è pienamente cristiano per cui resto basito da questa iniziativa. Ora spero che nessuno si farà intimorire o imbavagliare per un intervento di questo tipo o ne andrà della democrazia».


Intervista a Andrea Riccardi a cura di Paolo Rodari in “la Repubblica” del 24 giugno 2021
“La Nota viene da ambienti del clero italiano e non dal Papa”

Ventiquattro ore dopo la Nota Verbale della Santa Sede contro il Ddl Zan, nel giorno in cui riceve l’Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, riflette sulla Chiesa anche alla luce del suo ultimo lavoro per Laterza: “La Chiesa brucia? — Crisi e futuro del Cristianesimo”.

Riccardi, lei parla del rogo di Notre-Dame come simbolo del momento che la Chiesa sta vivendo: un mondo che finisce per lasciare spazio a qualcosa di nuovo?

«Il rogo è stato emblematico. Molti hanno pensato fosse il simbolo di una Chiesa che sta bruciando. Anche molti laici si sono interrogati in questo senso: che sarà l’Europa senza la Chiesa? In Italia la situazione è un po’ diversa. Dopo la pandemia vedo il ritorno di un interesse per la Chiesa, in un tempo che non è più anticristiano o anticlericale. Trovo che questo sia il tempo di una rinnovata ricerca di spiritualità, forse un po’ vaga, non sempre cristiana, ma comunque reale. È in questo tempo nuovo che la Chiesa deve ricollocarsi, mostrando indici di crisi reali ma anche opportunità. Siamo in un tempo complesso e plurale. Penso al volto di una Chiesa amica che è quello del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, di una Chiesa non in svendita ma dialogante con tutte le persone. Questa è la grande differenza dagli anni Settanta, un tempo di forti contrasti. Una Chiesa oggi dialogante dopo la ferita della pandemia».

La Nota Verbale della Segreteria di Stato sembra però contraddire questa idea di Chiesa. È così?

«Avevo visto nei mesi scorsi una linea della Cei molto equilibrata in merito. Presentava giuste preoccupazioni nei confronti di questa legge, ma senza assolutizzazioni e insieme concorde in un impegno contro l’omofobia e ogni discriminazione. Questo passo è una vicenda un po’ particolare. Credo che provenga più che altro da ambienti italiani della Segreteria di Stato. I motivi non li conosco fino in fondo. Va però detto che è un passo riservato e che tale probabilmente doveva restare anche nella sua sofisticata diplomazia. In ogni caso è una Nota molto rara nelle relazioni fra Santa Sede e governo italiano. In genere si usa il telefono, l’incontro, e non un testo scritto che sembra voler evidenziare — ma nessuno può dire che le cose stiano davvero così — che il dialogo è arrivato a un punto morto per cui si vuole fare stato. Per questo sottolineo la particolarità di questo passo».

La Nota sembra evidenziare una divergenza fra le aperture predicate da Francesco e fatte proprie da Bassetti. C’è chi sostiene che siamo di fronte a una seconda stagione del pontificato, un Papa che decide di virare su posizioni più intransigenti.

«Non credo assolutamente a una seconda stagione del pontificato tipo quella vissuta da Pio IX. La lettera scritta dal cardinale Ladaria ai vescovi americani sul tema dell’eucaristia a Joe Biden era di tutt’altro tenore. Direi piuttosto che Francesco rimane fuori dalle controversie sulle legislazioni nazionali, questo è chiaro. In questo senso mi sembra una linea, quella della Nota, attribuibile alla Segreteria di Stato».

Quali conseguenze può portare?

«Difficile rispondere. Anch’io me lo chiedo. Temo possa rafforzare le voci che sostengono che l’accordo concordatario vada rivisto. Ritengo al contrario che l’accordo vada bene, come si è visto nella crisi delle migrazioni e della pandemia. L’8 per mille, ad esempio, è un eccellente sistema rispetto al modello tedesco perché è un contributo volontario. In ogni caso torno a dire che non ricordo passi analoghi nemmeno al tempo del divorzio sotto Paolo VI, che pure era un tema sentito drammaticamente dalla Chiesa. Ci fu una deplorazione orale del Papa. I rischi di questo linguaggio diplomatico sono anche quelli che la Santa Sede si schieri con una parte del Parlamento».

Si dice che nella Chiesa italiana molti desiderino una leadership più attiva politicamente.

«Ci sono sensibilità diverse tra i vescovi che a volte corrono il rischio di esprimersi dando l’impressione di una disunione. In questo senso la Nota secondo alcuni omologherebbe queste voci diverse. Ma io non lo credo. Penso più che altro che la Segreteria di Stato si senta in qualche modo custode del Concordato e anche per questo abbia deciso un intervento. In altri tempi si sarebbero percorse quelle che monsignor Loris Capovilla chiamava le “scalette”, le passerelle tra le due rive del Tevere in maniera informale».

Mario Draghi quale reazione può avere?

«Credo che un gesto così divenuto pubblico lo metta un po’ in imbarazzo, nonostante il suo sia un governo amico della Santa Sede».

Quale soluzione suggerirebbe?

«Proverei a gettare molta acqua sul fuoco. E tornerei a cercare intese ragionevoli che evitino le estremizzazioni. Anche perché è il clima generale che fa applicare delle leggi e non solo il dettame delle stesse. E poi favorire un discorso anticoncordatario in questo tempo è anacronistico: durante la pandemia la collaborazione fra Chiesa e Stato è stata molto forte».