​PREGHIERA PER IL MYANMAR

​PREGHIERA PER IL MYANMAR

Signore, soffia il tuo Spinto sulla terra birmana.
Dona pace a tutti i popoli del Myanmar,
consola gli animi di chi vuole riconquistare la propria libertà,
ascolta il grido di coloro che chiedono giustizia.

Signore, infondi coraggio
alla Chiesa birmana e ai leader di tutte religioni,
dona loro la forza di adempiere alla vocazione di guide e pastori dei fedeli.

Spirito di Sapienza, soffia forte su tutti i fedeli birmani,
porta loro il dono del discernimento, perché sappiano vincere il male con il bene.

Signore, soffia il tuo Spirito
sulle coscienze di chi abusa del proprio potere,
apri gli occhi di chi non riconosce nel prossimo il proprio fratello e la propria sorella,
illumina le menti di chi usa la propria forza non per difendere l’altro, ma per schiacciarlo.

Signore, soffia il tuo spirito d’Amore su tutti noi tuoi figli,
rendici capaci di scoprire la tua volontà e di farla nostra,
per poter partecipare, in unità fraterna,
alla costruzione del tuo Regno di Pace.
Amen




GIOVANI E LAVORO
Osservatorio giovani

Collegati con l’Osservatorio Giovani:

https://www.rapportogiovani.it/

Giovani e lavoro (in tempo di crisi)

 


I dati proposti in questa pagina sono stati estratti dal volume
La Condizione Giovanile in Italia – Rapporto Giovani 2014”.


Meno del 10% delle donne considera di disporre di occasioni di impiego buone e adeguate contro circa il 15% dei maschi. Per la grande maggioranza le opportunità lavorative sono invece scarse (55%) o limitate (33%). E così una grande maggioranza dei giovani si dichiara disponibile a lavori manuali, quelli che forse un tempo non avrebbero preso in considerazione. E non è importante che siano coerenti con la preparazione posseduta purché siano discretamente pagati. Realismo, flessibilità, adattabilità caratterizzano la generazione dei millennials italiani.
Oltre l’80% degli intervistati è dunque pronto a svolgere un lavoro di tipo manuale; 3 su 4 vedrebbero bene una attività in cui potere esprimere la propria creatività. E ciò indipendentemente dai percorsi formativi. Infatti oltre la metà dei maschi e quasi il 60% delle femmine considera scarse le possibilità che l’Italia “offre a un giovane con la tua preparazione”. La classe sociale fa la differenza: il 90% di coloro che appartengono a una fascia bassa pensano che il Paese offra possibilità “scarse” o “limitate” relativamente alla propria preparazione. I giovani di fascia alta hanno un po’ più di fiducia: il 20% le ritiene “adeguate”.
Di chi è la colpa di questa situazione?
La crisi, ma non solo. L’analisi che i giovani compiono offre diversi motivi di riflessione. Per quasi il 30% il problema principale sono i limiti strutturali del mercato che dà poche occasioni, bassa qualità e contratti brevi e precari. In secondo luogo viene la situazione economica complessiva, al terzo posto la “preferenza data ai raccomandati”, al quarto la “minore esperienza” (15,4%). Concorrenza degli immigrati e regole troppo rigide si attestano attorno al 5% delle risposte. Solo un intervistato su cento ritiene che i giovani rifiutino alcuni lavori.
Si riscopre quindi il lavoro manuale (pochissimi lo respingono), ma a certe condizioni: remunerazione adeguata, creatività e flessibilità d’orario sono gli aspetti decisivi.
Nella scala dei lavori all’ultimo posto delle preferenze figurano quelli in cui più comunemente le nuove generazioni trovano facili occasioni di impiego, ma evidentemente di bassa qualità. Pochissimi consiglierebbero ad un amico di fare il telefonista di call center (3.5%), l’operatore di fast food (4.2%), o il distributore di volantini (1.6%). Al limite, a parità di stipendio, meglio l’operatore ecologico che lavori di questo tipo (4.6% contro 4.2% donne).

Piuttosto che occupazioni manuali di basso livello nel settore dei servizi, spesso legati a condizioni di precarietà e sfruttamento, ci sono il lavoro operaio (6.9%) o quello agricolo (7.7%).
Tra i lavori di profilo medio-basso la preferenza per i maschi va comunque all’impiego in fabbrica come tecnico specializzato (27.1%), mentre per le donne prevale l’attività di commessa/cassiera (31.6%).
In ogni caso il tema della soddisfazione nel lavoro interessa molto i giovani. Per questo il titolo di studio resta comunque un elemento di rilievo -meno di uno su tre tra gli intervistati pensa che non conti- ma per la grande maggioranza degli intervistati ci sono 4 fattori ancora più importanti: l’impegno, le competenze, le capacità relazionali e la disponibilità.
Naturalmente uno degli elementi della qualità del lavoro è il reddito: una remunerazione attorno ai 1500 euro mensili è ritenuta un giusto obiettivo da raggiungere alla soglia dei 35 anni in base alla propria formazione. Solo una limitata minoranza indica 2000 euro o più: in particolare il 26.1% dei maschi e il 17.9% delle donne. Anche tra i laureati la differenza di genere nelle aspettative rimane elevata: meno del 30% delle donne contro il 45% dei maschi pensa che una persona con la propria formazione possa arrivare oltre i 2000 euro.
Flessibilità e adattabilità: la grande maggioranza non considera problematico un lavoro che implichi un cambio frequente di committenti: meno del 10% lo considera un problema molto rilevante e oltre due su tre ritiene poco o per nulla rilevante. Valori di problematicità molto bassi presenta anche l’adattamento ai tempi di lavoro. Impegno festivo e cambio frequente di orari sono ampiamente accettati, un po’ meno il lavoro notturno (considerato molto problematico dal 17.4% degli intervistati, e poco o per nulla dal 53.2%). Le frequenti trasferte trovano una forte resistenza solo dal 15.5% degli intervistati (poco o per nulla il 55.6%), e il pendolarismo da quasi il 20% (ma doppia è la quota di chi lo considera poco o per nulla rilevante).
“I risultati ottenuti”, afferma il prof. Alessandro Rosina tra i coordinatori dell’indagine, “contribuiscono a superare una serie di stereotipi sul rapporto tra giovani e mondo del lavoro. Quello che le nuove generazioni disdegnano non è di per sé il lavoro manuale – che può essere stimolante e appagante – ma lo sfruttamento e la mancanza di valorizzazione. Quello che temono sono offerte di impiego che intrappolano in condizione di precarietà, in cui impegno e competenze non vengono riconosciute. Senza un miglioramento qualitativo del contributo dei giovani al sistema produttivo, in qualsiasi settore, difficilmente l’Italia può tornare a crescere e ad essere competitiva”.

GRAFICI E TABELLE:


“A tuo parere, l’Italia quante possibilità di trovare lavoro offre ad un giovane con la tua preparazione?” [Per genere]

  Maschi Femmine
Adeguate 14.8 9.1
Limitate 33.0 32.5
Scarse 52.2 58.4
TOT 100 100

 

 


“A tuo parere, l’Italia quante possibilità di trovare lavoro offre ad un giovane con la tua preparazione?” [Per classe sociale di appartenenza]

  Bassa Media Alta
Adeguate 9.3 14 18.7
Limitate 31.5 32.2 40.5
Scarse 59.2 53.8 40.8
TOT 100 100 100

 

 


Qual è il motivo principale per cui l’Italia NON offre a giovani molte opportunità di trovare lavoro?

  %
Mercato offre solo impieghi precari 29.4
Situazione economica 19.1
Minor esperienza dei giovani 15.4
Vengono preferiti i raccomandati 15.9
Mancanza di investimenti 7.9
Concorrenza degli immigrati 5.2
Regole troppo rigide per assunzione 5
Formazione scarsa 1
Giovani non accettano alcuni lavori 1.1
TOT 100

 

 

  


Quanto saresti disponibile a fare un lavoro manuale se…

  Molto Abbastanza Poco/per nulla TOT
…ben pagato 29.2 55.3 15.5 100
…creativo 33.9 44.4 21.7 100
… con orario flessibile 20.5 46.1 33.4 100

 


Quale lavoro consiglieresti ad un amico se ricevesse un’offerta tra quelli seguenti (a parità di stipendio)?

Tipo di lavoro %
Tecnico specializzato fabbrica 24
Cassiere/commesso 23.1
Ausiliario traffico 13.8
Lavoratore impresa agricola 7.7
Operaio in fabbrica 6.9
Lavoratore edile 5.4
Meccanico di officina 5.2
Operatore ecologico 4.6
Operatore fast food 4.2
Telefonista di call center 3.5
Distributore volantini 1.6
TOT 100

 

 

 


Quanto consideri problematici i seguenti aspetti legati dell’attività lavorativa?

  Molto Abbastanza Poco o per nulla TOT
Trasferimento all’estero 28.1 29.2 42.7 100
Lavoro che richiede pendolarismo 17.6 38.7 43.7 100
Trasferimento in Italia 18 28.6 53.4 100
Lavoro di notte 17.4 29.4 53.2 100
Frequenti trasferte 15.5 28.9 55.6 100
Cambio frequente orari di lavoro 12.1 33 54.9 100
Lavoro festivo 11.6 28 60.4 100
Cambio frequente di committenti 7.4 20.6 72 100
Cambio frequente di colleghi 7 25.5 67.5 100

 


Grado di importanza dei seguenti fattori nel determinare il successo professionale:

  Molto Abbastanza Poco/per niente
L’impegno 70.4 23.1 6.5 100
Le competenze 64.3 29.8 5.9 100
Le capacità relazionali 60.5 34.9 4.6 100
La disponibilità 60.5 33.8 5.7 100
La rete dei contatti 46.7 42.1 11.2 100
La reputazione 40.6 46.2 13.2 100
Il titolo di studio 27.1 42.7 30.2 100

 

 

 


Salario per una persona del proprio livello di formazione al trentacinquesimo anno di età:

Salario che ritengono adeguato Salario che pensano avranno
Uomo Donna Uomo Donna
Fino a 1500 34.2 39.5 45.5 61.0
Tra 1500 e 2000 37.3 38.8 31.3 22.6
2000 e oltre 26.1 17.9 18.8 10.3
Non so 2.4 3.7 4.3 6.0
TOT 100.0 100.0 100.0 100.0

Picture: © Jorge Quinteros on Flickr [CC BY-NC-ND 2.0]




Taranto 2021- LE PROPOSTE E IL DECALOGO

Taranto 2021

LE PROPOSTE

1 Tassare i mali non i beni. Riforma della fiscalità ambientale sul modello tedesco, tassando ad esempio le emissioni di CO2

2 Appalti non a prezzo minimo. Il criterio del massimo ribasso incentiva lo sfruttamento del lavoro, l’evasione fiscale e la delocalizzazione

3 Lavoro con bonus sociali e ambientali. La transizione ecologica deve prevedere anche un sistema di premialità che non riguardi solo i profitti ma anche il taglio di emissioni e di incidenti sul lavoro

4 Incentivi per meno CO2. Incentivi ad industrie allevamenti e agricoltura per ridurre la produzione di anidride carbonica

5 Decarbonizzazione dellʼindustria. Incentivi specifici per la transizione energetica per i settori dell’acciaio, della plastica e del cemento

6 Costo ambientale di produzione. Introdurre una tassa per chi esporta prodotti in Europa senza rispettare gli standard europei di produzione

7 Bilancio sociale da estendere. Introdurre la rendicontazione non finanziaria obbligatoria per le imprese con almeno 250 dipendenti (e non solo per quelle con 500)

8 Obiettivo generatività. Gli indicatori di generatività (economica, sociale, demografica, per le generazioni) devono diventare riferimento per la politica

9 Bond sociali per le comunità. Emissione di bond sociali di territorio per finanziare attività, opere e progetti che accrescano il fattore competitivo e valorizzino le comunità

10 Sostenibilità dellʼabitare. Estendere l’approccio positivo del superbonus sull’efficientamento energetico degli immobili (110%) ad altri ambiti come i consumi indiretti, a partire da quello idrico, e il contesto urbanistico in termini di trasporto pubblico

11 Formazione e lavoro. Il lavoro deve tornare al centro dei processi formativi attraverso tre strumenti: apprendistato, alternanza e Its (Istituti tecnici superiori)

IL DECALOGO

Dieci stili di vita personali e comunitari per lo sviluppo sostenibile

Luca Mazza inviato a Taranto (AVVENIRE 24 ottobre 2021)

Sono le singole scelte di consumo sostenibili, le decisioni orientate a un risparmio responsabile e le iniziative di cittadinanza attiva a favorire la diffusione di modelli capaci di coniugare sviluppo e ambiente. Da questa consapevolezza nascono le proposte di stili di vita personali e comunitari lanciate dalla Settimana sociale dei cattolici di Taranto. La sfida di legare lo sviluppo a una sostenibilità socio-ambientale, del resto, è un impegno che riguarda tutti, per cui il contributo di ogni cittadino diventa decisivo. Nello specifico vengono lanciati dieci suggerimenti che vanno dalle iniziative formative ai comportamenti in campo energetico.

Il primo punto consiste nell’educare alla sostenibilità integrale la cittadinanza, attraverso programmi straordinari di aggiornamento delle conoscenze e delle sensibilità per fasce di età 35-45 anni con bassa scolarizzazione.
La seconda richiesta esplicita riguarda la spinta al consumo e la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili. Come? Per esempio grazie alla creazione di “comunità energetiche” (gruppi di famiglie o reti di imprese che diventano prosumer di energia realizzando i propri impianti di produzione da fonti rinnovabili) che rappresentano un’opportunità nuova ed importante per realizzare contemporaneamente diversi obiettivi positivi.
La terza “raccomandazione” è sintetizzabile nello slogan “No plastic”, sostituendo la plastica monouso con prodotti creati da materiali riciclabili.
Sulla stessa linea c’è anche il quarto punto: valorizzare l’agricoltura km 0 in un’ottica di lotta agli sprechi e agli scarti.
Il quinto invito è racchiuso nel titolo “Città fratelli tutti”: facendo riferimento all’enciclica di papa Francesco si chiede di operare affinché i centri urbani si prendano cura del prossimo.
Nella lista dei eco-comportamenti da adottare rientra anche l’utilizzo di mezzi di trasporto a minore impatto sulle emissioni climalteranti (6), la cura dei territori adoperandosi per la pulizia degli spazi pubblici delle città (7); il contrasto alla speculazione e alla finanza che non genera ecologia integrale, privilegiando investimenti in fondi responsabili (8).
Gli ultimi due “stili di vita” consigliati sono comunitari e rappresentano un appello a fare squadra: lavorare assieme alle tante reti ed associazioni dei territori che s’impegnano a valorizzare i beni comuni ambientali- sociali-culturali locali (9); attivarsi per azioni di advocacy e class action (10) contro speculazione e inquinatori.




Taranto 2021 – Manifesto dell’Alleanza proposto dai giovani

Taranto 2021 – Manifesto dell’Alleanza proposto dai giovani

23 OTTOBRE 2021
Questo manifesto è l’inizio di un cammino, partito alcuni mesi fa da un gruppo di giovani che hanno deciso di sognare e diventare insieme viandanti verso il pianeta sperato: ciascuno con la ricchezza della sua fede e delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, ma all’unisono. Siamo tutti parte di un’unica umanità, ci riscopriamo parte di un’alleanza oltre le barriere, che ci invita ad incontrarci in un “noi” più grande e più forte. Il manifesto dell’Alleanza non è un documento statico, ma un esperimento politico di comunità che si costruisce giorno per giorno. L’alleanza è il frutto concreto della “conversione”. Il nostro punto di riferimento è l’alleanza del creato di Noè, di Abramo e di Gesù; per questo ci sentiamo aperti a camminare con tutte le persone di buona volontà. Alla Settimana Sociale dei cattolici di Taranto abbiamo deciso di proporre un modello di condivisione, di cooperazione discernimento collettivo che ci permetta insieme di rigenerare e condividere i rischi della transizione. Il manifesto è un messaggio di speranza che si basa su impegni concreti di alleanze per la transizione ecologica, economica e sociale integrale, speranza e impegni che ci fanno riscoprire fratelli e sorelle. Questo cammino si costituisce di tappe rigenerative, di Agorà digitali, di un Nuovo Vocabolario e di linee guida per alleanze concrete. Si cammina a ritmi diversi, ognuno al proprio passo. Si può essere aderente, a livello sia elaborativo / fondativo che concreto, sostenitore, accompagnando il processo con supporto tecnico o organizzativo, custode, vigilando sul processo e aiutandolo a rimanere vivo.  Il cammino continua anche dopo Taranto attraverso quattro “voci”, verbi dell’alleanza, che all’unisono mantengono viva la chiamata all’alleanza:

– seminare e dare testimonianza, continuando a lavorare sulle alleanze create

– progetti pilota,

– accompagnare e moltiplicare, promuovendo la nascita di nuove alleanze e svolgendo un ruolo di coordinamento e supporto,

– incontrare, accogliere ed ascoltare, continuando a mantenere viva la rete di giovani,
– annunciare, promuovendo la partecipazione di altri giovani tramite iniziative puntuali nel tempo capaci di coinvolgere ed entusiasmare, dando visibilità al lavoro dell’alleanza.

Come Giovani crediamo sia essenziale partire da sette punti cardine, lievito “impastato” con la realtà e la concretezza di ogni territorio per crescere cento volte tanto.

  1. Far fiorire l’ambiente.  Attraverso l’ambiente possiamo stringere nuove alleanze nei territori tra associazioni, amministrazioni, diocesi, aziende, centri di formazione e parrocchie. Facciamo “squadra” con obiettivi concreti a sostegno di una conversione ecologica integrale per illuminare il futuro.  Riscopriamo la sostenibilità come nuovo orizzonte di fraternità.
  1. Imparare e contribuire insieme. Bambine e bambini, ragazze e ragazzi, giovani e adolescenti, sono cittadine e cittadini attivi, impegnati in prima persona nella costruzione del bene comune. Creiamo insieme comunità educanti, capaci di attivare alleanze con il mondo della scuola e la società civile. I giovani siano protagonisti di processi rigenerativi immaginati da loro e con loro. Costruiamo insieme un vero sistema educante
  1. L’imprenditoria dinamica e sostenibile. Favoriamo la proliferazione di iniziative imprenditoriali. Creiamo alleanze tra imprenditrici e imprenditori, riscoprendoci fratelli e sorelle tramite la condivisione di esperienze e desideri. Il sistema imprenditoriale crei una forte sostenibilità economica, sociale e ambientale con i lavoratori, il territorio e la pubblica amministrazione. Creiamo un nuovo modo di fare impresa
  1. Tradizione e inclusione nelle Comunità locali Incrementiamo la partecipazione ai processi di valorizzazione delle comunità locali per il bene comune. Creiamo alleanze tra cittadine e cittadini per generare processi di corresponsabilità. Riscopriamo la diversità come profonda ricchezza da custodire. I cittadini siano i primi alleati della pubblica amministrazione per rigenerare spazi verdi e donare nuova vita agli immobili in disuso. Puntiamo ad essere Communitas, torniamo ad essere dono
  1. Protagonismo e Coinvolgimento per continuare a viaggiare. Riconosciamo le competenze di ogni singolo giovane, indipendentemente dalle organizzazioni di appartenenza, per rinsaldare l’alleanza e riconoscerci in un “noi” che cammini insieme verso obiettivi comuni con strumenti condivisi. Manteniamo vivi i canali di ascolto ed i processi partecipativi e lasciamo un’impronta ben visibile nel tragitto percorso dalla società. Diventiamo “Noi”, per “Essere Uno”
  1. Corresponsabilità condivisa, per non pesare a nessuno. Creiamo un’alleanza di corresponsabilità tra i giovani e le diocesi, perché queste ultime si riscoprano luoghi di incontro e di accoglienza. Diamo in questo modo concretezza ai progetti e ai processi, con fiducia verso i giovani e il diritto all’errore. Trasformiamo il nostro stile di vita in testimonianza 
  1. Generare per Vivere. Ogni firmataria e ogni firmatario sia portatore sano di questo manifesto, organizzi momenti di restituzione e di confronto. Il cammino iniziato continui insieme, facendoci sentire parte attiva di una stessa comunità, portatori del virus della generatività per contagiare con la nostra quotidianità le future generazioni. Diveniamo simboli di GENERATIVITÀ

Divertiamoci INSIEME nella condivisione e nella riscoperta di alleanze, con la gioia di chi spera, la fiducia attiva di chi si sente parte di un’alleanza, e l’impegno di chi si sente madre, padre, fratello, sorella, figlia e figlio per le nuove generazioni e il proprio pianeta.
Che questo documento sia davvero l’inizio e non la meta…e che sia una strada da percorrere tutti




MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO per la 49ª SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI ITALIANI

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO AI PARTECIPANTI ALLA 49ª SETTIMANA SOCIALE DEI CATTOLICI ITALIANI
«Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso» [Taranto, 21-24 ottobre 2021]

Cari fratelli e sorelle,
saluto cordialmente tutti voi che partecipate alla 49Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, convocata a Taranto. Rivolgo il mio saluto fraterno al Cardinale Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, all’Arcivescovo Filippo Santoro e ai Vescovi presenti, ai membri del Comitato Scientifico e Organizzatore, ai delegati delle diocesi italiane, ai rappresentanti dei movimenti e delle associazioni, a tutti gli invitati e a quanti seguono l’evento a distanza.
Questo appuntamento ha un sapore speciale. Si avverte il bisogno di incontrarsi e di vedersi in volto, di sorridere e di progettare, di pregare e sognare insieme. Ciò è tanto più necessario nel contesto della crisi generata dal Covid, crisi insieme sanitaria e sociale. Per uscirne è richiesto un di più di coraggio anche ai cattolici italiani. Non possiamo rassegnarci e stare alla finestra a guardare, non possiamo restare indifferenti o apatici senza assumerci la responsabilità verso gli altri e verso la società. Siamo chiamati a essere lievito che fa fermentare la pasta (cfr Mt 13,33).
La pandemia ha scoperchiato l’illusione del nostro tempo di poterci pensare onnipotenti, calpestando i territori che abitiamo e l’ambiente in cui viviamo. Per rialzarci dobbiamo convertirci a Dio e imparare il buon uso dei suoi doni, primo fra tutti il creato. Non manchi il coraggio della conversione ecologica, ma non manchi soprattutto l’ardore della conversione comunitaria. Per questo, auspico che la Settimana Sociale rappresenti un’esperienza sinodale, una condivisione piena di vocazioni e talenti che lo Spirito ha suscitato in Italia. Perché ciò accada, occorre anche ascoltare le sofferenze dei poveri, degli ultimi, dei disperati, delle famiglie stanche di vivere in luoghi inquinati, sfruttati, bruciati, devastati dalla corruzione e dal degrado.
Abbiamo bisogno di speranza. È significativo il titolo scelto per questa Settimana Sociale a Taranto, città simbolo delle speranze e delle contraddizioni del nostro tempo: «Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. Tutto è connesso». C’è un desiderio di vita, una sete di giustizia, un anelito di pienezza che sgorga dalle comunità colpite dalla pandemia. Ascoltiamolo. È in questo senso che vorrei offrirvi alcune riflessioni che possano aiutarvi a camminare con audacia sulla strada della speranza, che possiamo immaginare contrassegnata da tre “cartelli”.


Il primo è l’attenzione agli attraversamenti. Troppe persone incrociano le nostre esistenze mentre si trovano nella disperazione: giovani costretti a lasciare i loro Paesi di origine per emigrare altrove, disoccupati o sfruttati in un infinito precariato; donne che hanno perso il lavoro in periodo di pandemia o sono costrette a scegliere tra maternità e professione; lavoratori lasciati a casa senza opportunità; poveri e migranti non accolti e non integrati; anziani abbandonati alla loro solitudine; famiglie vittime dell’usura, del gioco d’azzardo e della corruzione; imprenditori in difficoltà e soggetti ai soprusi delle mafie; comunità distrutte dai roghi… Ma vi sono anche tante persone ammalate, adulti e bambini, operai costretti a lavori usuranti o immorali, spesso in condizioni di sicurezza precarie. Sono volti e storie che ci interpellano: non possiamo rimanere nell’indifferenza. Questi nostri fratelli e sorelle sono crocifissi che attendono la risurrezione. La fantasia dello Spirito ci aiuti a non lasciare nulla di intentato perché le loro legittime speranze si realizzino.
Un secondo cartello segnala il divieto di sosta. Quando assistiamo a diocesi, parrocchie, comunità, associazioni, movimenti, gruppi ecclesiali stanchi e sfiduciati, talvolta rassegnati di fronte a situazioni complesse, vediamo un Vangelo che tende ad affievolirsi. Al contrario, l’amore di Dio non è mai statico e rinunciatario, «tutto crede, tutto spera» (1 Cor 13,7): ci sospinge e ci vieta di fermarci. Ci mette in moto come credenti e discepoli di Gesù in cammino per le strade del mondo, sull’esempio di Colui che è la via (cfr Gv 14,6) e ha percorso le nostre strade. Non sostiamo dunque nelle sacrestie, non formiamo gruppi elitari che si isolano e si chiudono. La speranza è sempre in cammino e passa anche attraverso comunità cristiane figlie della risurrezione che escono, annunciano, condividono, sopportano e lottano per costruire il Regno di Dio. Quanto sarebbe bello che nei territori maggiormente segnati dall’inquinamento e dal degrado i cristiani non si limitino a denunciare, ma assumano la responsabilità di creare reti di riscatto. Come scrivevo nell’Enciclica Laudato sì’, «non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro. Si tratta di ridefinire il progresso. Uno sviluppo tecnologico ed economico che non lascia un mondo migliore e una qualità di vita integralmente superiore non può considerarsi progresso» (n. 194). Talvolta prevalgono la paura e il silenzio, che finiscono per favorire l’agire dei lupi del malaffare e dell’interesse individuale. Non abbiamo paura di denunciare e  contrastare l’illegalità, ma non abbiamo timore soprattutto di seminare il bene!
Un terzo cartello stradale è l’obbligo di svolta. Lo invocano il grido dei poveri e quello della Terra. «La speranza ci invita a riconoscere che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi» (n. 61). Il Vescovo Tonino Bello, profeta in terra di Puglia, amava ripetere: «Non possiamo limitarci a sperare. Dobbiamo organizzare la speranza!». Ci attende una profonda conversione che tocchi, prima ancora dell’ecologia ambientale, quella umana, l’ecologia del cuore. La svolta verrà solo se sapremo formare le coscienze a non cercare soluzioni facili a tutela di chi è già garantito, ma a proporre processi di cambiamento duraturi, a beneficio delle giovani generazioni. Tale conversione, volta a un’ecologia sociale, può alimentare questo tempo che è stato definito “di transizione ecologica”, dove le scelte da compiere non possono essere solo frutto di nuove scoperte tecnologiche, ma anche di rinnovati modelli sociali. Il cambiamento d’epoca che stiamo attraversando esige un obbligo di svolta. Guardiamo, in questo senso, a tanti segni di speranza, a molte persone che desidero ringraziare perché, spesso nel nascondimento operoso, si stanno impegnando a promuovere un modello economico diverso, più equo e attento alle persone.
Ecco, dunque, il pianeta che speriamo: quello dove la cultura del dialogo e della pace fecondino un giorno nuovo, dove il lavoro conferisca dignità alla persona e custodisca il creato, dove mondi culturalmente distanti convergano, animati dalla comune preoccupazione per il bene comune. Cari fratelli e sorelle, accompagno i vostri lavori con la preghiera e con l’incoraggiamento. Vi benedico, augurandovi di incarnare con passione e concretezza le proposte di questi giorni. Il Signore vi colmi di speranza. E non dimenticatevi, per favore, di pregare per me.

Roma, San Giovanni in Laterano, 4 ottobre 2021
Festa di San Francesco d’Assisi

FRANCESCO




INIZIO DEL PROCESSO SINODALE
Papa Francesco

di: Papa Francesco

Discorso di papa Francesco nel corso del momento di riflessione per l’avvio del processo sinodale che impegnerà la Chiesa cattolica fino alla celebrazione del Sinodo nel 2023.

Cari fratelli e sorelle,

grazie per essere qui, all’apertura del Sinodo. Siete venuti da tante strade e Chiese, ciascuno portando nel cuore domande e speranze, e sono certo che lo Spirito ci guiderà e ci darà la grazia di andare avanti insieme, di ascoltarci reciprocamente e di avviare un discernimento nel nostro tempo, diventando solidali con le fatiche e i desideri dell’umanità. Ribadisco che il Sinodo non è un parlamento, che il Sinodo non è un’indagine sulle opinioni; il Sinodo è un momento ecclesiale, e il protagonista del Sinodo è lo Spirito Santo. Se non c’è lo Spirito, non ci sarà Sinodo.

Viviamo questo Sinodo nello spirito della preghiera che Gesù ha rivolto accoratamente al Padre per i suoi: «Perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). A questo siamo chiamati: all’unità, alla comunione, alla fraternità che nasce dal sentirci abbracciati dall’unico amore di Dio. Tutti, senza distinzioni, e noi Pastori in particolare, come scriveva San Cipriano: «Dobbiamo mantenere e rivendicare con fermezza quest’unità, soprattutto noi Vescovi che presidiamo nella Chiesa, per dar prova che anche lo stesso episcopato è uno solo e indiviso» (De Ecclesiae Catholicae Unitate, 5). Nell’unico Popolo di Dio, perciò, camminiamo insieme, per fare l’esperienza di una Chiesa che riceve e vive il dono dell’unità e si apre alla voce dello Spirito.

Le parole-chiave del Sinodo sono tre: comunionepartecipazionemissione. Comunione e missione sono espressioni teologiche che designano il mistero della Chiesa e di cui è bene fare memoria. Il Concilio Vaticano II ha chiarito che la comunione esprime la natura stessa della Chiesa e, allo stesso tempo, ha affermato che la Chiesa ha ricevuto «la missione di annunziare e instaurare in tutte le genti il regno di Cristo e di Dio, e di questo regno costituisce in terra il germe e l’inizio» (Lumen gentium, 5).

Due parole attraverso cui la Chiesa contempla e imita la vita della Santissima Trinità, mistero di comunione ad intra e sorgente di missione ad extra. Dopo un tempo di riflessioni dottrinali, teologiche e pastorali che caratterizzarono la ricezione del Vaticano II, San Paolo VI volle condensare proprio in queste due parole – comunione e missione – «le linee maestre, enunciate dal Concilio».

Commemorandone l’apertura, affermò infatti che le linee generali erano state «la comunione, cioè la coesione e la pienezza interiore, nella grazia, nella verità, nella collaborazione […] e la missione, cioè l’impegno apostolico verso il mondo contemporaneo» (Angelus, 11 ottobre 1970), che non è proselitismo.

Chiudendo il Sinodo del 1985, a vent’anni dalla conclusione dell’assise conciliare, anche San Giovanni Paolo II volle ribadire che la natura della Chiesa è la koinonia: da essa scaturisce la missione di essere segno di intima unione della famiglia umana con Dio. E aggiungeva: «Conviene sommamente che nella Chiesa si celebrino Sinodi ordinari e, all’occorrenza, anche straordinari» i quali, per portare frutto, devono essere ben preparati: «occorre cioè che nelle Chiese locali si lavori alla loro preparazione con partecipazione di tutti» (Discorso a conclusione della II Assemblea Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, 7 dicembre 1985).

Ecco dunque la terza parola, partecipazione. Comunione e missione rischiano di restare termini un po’ astratti se non si coltiva una prassi ecclesiale che esprima la concretezza della sinodalità in ogni passo del cammino e dell’operare, promuovendo il reale coinvolgimento di tutti e di ciascuno. Vorrei dire che celebrare un Sinodo è sempre bello e importante, ma è veramente proficuo se diventa espressione viva dell’essere Chiesa, di un agire caratterizzato da una partecipazione vera.

E questo non per esigenze di stile, ma di fede. La partecipazione è un’esigenza della fede battesimale. Come afferma l’Apostolo Paolo, «noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo» (1 Cor 12,13). Il punto di partenza, nel corpo ecclesiale, è questo e nessun altro: il Battesimo. Da esso, nostra sorgente di vita, deriva l’uguale dignità dei figli di Dio, pur nella differenza di ministeri e carismi.

Per questo, tutti sono chiamati a partecipare alla vita della Chiesa e alla sua missione. Se manca una reale partecipazione di tutto il Popolo di Dio, i discorsi sulla comunione rischiano di restare pie intenzioni. Su questo aspetto abbiamo fatto dei passi in avanti, ma si fa ancora una certa fatica e siamo costretti a registrare il disagio e la sofferenza di tanti operatori pastorali, degli organismi di partecipazione delle diocesi e delle parrocchie, delle donne che spesso sono ancora ai margini. Partecipare tutti: è un impegno ecclesiale irrinunciabile! Tutti battezzati, questa è la carta d’identità: il Battesimo.

Il Sinodo, proprio mentre ci offre una grande opportunità per una conversione pastorale in chiave missionaria e anche ecumenica, non è esente da alcuni rischi. Ne cito tre. Il primo è quello del formalismo. Si può ridurre un Sinodo a un evento straordinario, ma di facciata, proprio come se si restasse a guardare una bella facciata di una chiesa senza mai mettervi piede dentro. Invece il Sinodo è un percorso di effettivo discernimento spirituale, che non intraprendiamo per dare una bella immagine di noi stessi, ma per meglio collaborare all’opera di Dio nella storia.

Dunque, se parliamo di una Chiesa sinodale non possiamo accontentarci della forma, ma abbiamo anche bisogno di sostanza, di strumenti e strutture che favoriscano il dialogo e l’interazione nel Popolo di Dio, soprattutto tra sacerdoti e laici. Perché sottolineo questo? Perché a volte c’è qualche elitismo nell’ordine presbiterale che lo fa staccare dai laici; e il prete diventa alla fine il “padrone della baracca” e non il pastore di tutta una Chiesa che sta andando avanti. Ciò richiede di trasformare certe visioni verticiste, distorte e parziali sulla Chiesa, sul ministero presbiterale, sul ruolo dei laici, sulle responsabilità ecclesiali, sui ruoli di governo e così via.

Un secondo rischio è quello dell’intellettualismo – l’astrazione, la realtà va lì e noi con le nostre riflessioni andiamo da un’altra parte –: far diventare il Sinodo una specie di gruppo di studio, con interventi colti ma astratti sui problemi della Chiesa e sui mali del mondo; una sorta di “parlarci addosso”, dove si procede in modo superficiale e mondano, finendo per ricadere nelle solite sterili classificazioni ideologiche e partitiche e staccandosi dalla realtà del Popolo santo di Dio, dalla vita concreta delle comunità sparse per il mondo.

Infine, ci può essere la tentazione dell’immobilismo: siccome «si è sempre fatto così» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 33) – questa parola è un veleno nella vita della Chiesa, “si è sempre fatto così” –, è meglio non cambiare. Chi si muove in questo orizzonte, anche senza accorgersene, cade nell’errore di non prendere sul serio il tempo che abitiamo. Il rischio è che alla fine si adottino soluzioni vecchie per problemi nuovi: un rattoppo di stoffa grezza, che alla fine crea uno strappo peggiore (cfr Mt 9,16). Per questo è importante che il Sinodo sia veramente tale, un processo in divenire; coinvolga, in fasi diverse e a partire dal basso, le Chiese locali, in un lavoro appassionato e incarnato, che imprima uno stile di comunione e partecipazione improntato alla missione.

Viviamo dunque questa occasione di incontro, ascolto e riflessione come un tempo di grazia, fratelli e sorelle, un tempo di grazia che, nella gioia del Vangelo, ci permetta di cogliere almeno tre opportunità. La prima è quella di incamminarci non occasionalmente ma strutturalmente verso una Chiesa sinodale: un luogo aperto, dove tutti si sentano a casa e possano partecipare. Il Sinodo ci offre poi l’opportunità di diventare Chiesa dell’ascolto: di prenderci una pausa dai nostri ritmi, di arrestare le nostre ansie pastorali per fermarci ad ascoltare.

Ascoltare lo Spirito nell’adorazione e nella preghiera. Quanto ci manca oggi la preghiera di adorazione! Tanti hanno perso non solo l’abitudine, anche la nozione di che cosa significa adorare. Ascoltare i fratelli e le sorelle sulle speranze e le crisi della fede nelle diverse zone del mondo, sulle urgenze di rinnovamento della vita pastorale, sui segnali che provengono dalle realtà locali. Infine, abbiamo l’opportunità di diventare una Chiesa della vicinanza. Torniamo sempre allo stile di Dio: lo stile di Dio è vicinanza, compassione e tenerezza.

Dio sempre ha operato così. Se noi non arriveremo a questa Chiesa della vicinanza con atteggiamenti di compassione e tenerezza, non saremo la Chiesa del Signore. E questo non solo a parole, ma con la presenza, così che si stabiliscano maggiori legami di amicizia con la società e il mondo: una Chiesa che non si separa dalla vita, ma si fa carico delle fragilità e delle povertà del nostro tempo, curando le ferite e risanando i cuori affranti con il balsamo di Dio. Non dimentichiamo lo stile di Dio che ci deve aiutare: vicinanza, compassione e tenerezza.

Cari fratelli e sorelle, sia questo Sinodo un tempo abitato dallo Spirito! Perché dello Spirito abbiamo bisogno, del respiro sempre nuovo di Dio, che libera da ogni chiusura, rianima ciò che è morto, scioglie le catene, diffonde la gioia. Lo Spirito Santo è Colui che ci guida dove Dio vuole e non dove ci porterebbero le nostre idee e i nostri gusti personali.

Il padre Congar, di santa memoria, ricordava: «Non bisogna fare un’altra Chiesa, bisogna fare una Chiesa diversa» (Vera e falsa riforma nella Chiesa, Milano 1994, 193). E questa è la sfida. Per una “Chiesa diversa”, aperta alla novità che Dio le vuole suggerire, invochiamo con più forza e frequenza lo Spirito e mettiamoci con umiltà in suo ascolto, camminando insieme, come Lui, creatore della comunione e della missione, desidera, cioè con docilità e coraggio.

Vieni, Spirito Santo. Tu che susciti lingue nuove e metti sulle labbra parole di vita, preservaci dal diventare una Chiesa da museo, bella ma muta, con tanto passato e poco avvenire. Vieni tra noi, perché nell’esperienza sinodale non ci lasciamo sopraffare dal disincanto, non annacquiamo la profezia, non finiamo per ridurre tutto a discussioni sterili. Vieni, Spirito Santo d’amore, apri i nostri cuori all’ascolto. Vieni, Spirito di santità, rinnova il santo Popolo fedele di Dio. Vieni, Spirito creatore, fai nuova la faccia della terra. Amen.




Corso biblico: DIO, ABRAMO E GLI ALTRI. Leggo il mio travagliato credere
D. Augusto Fontana

DIO, ABRAMO E GLI ALTRI.
Leggo il mio travagliato credere.
Don Augusto Fontana

DOVE?

A Parma. Centro Pastorale Viale Solferino 25
Dalle 21 alle 22
Si richiede green pass

Causa Covid i posti sono limitati. Occorre iscrizione entro 15 ottobre: fontau40@gmail.com (oppure 338-2277220)

Vedi date e temi cliccando su:

locandina biblico ABRAMO 2021-2022




26 settembre 2021. GIORNATA DEL MIGRANTE E RIFUGIATO
Papa Francesco. Messaggio

“Verso un noi sempre più grande”.
Messaggio di Papa Francesco per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 26 settembre 2021

Cari fratelli e sorelle!
Nella Lettera Enciclica Fratelli tutti ho espresso una preoccupazione e un desiderio, che ancora occupano un posto importante nel mio cuore: «Passata la crisi sanitaria, la peggiore reazione sarebbe quella di cadere ancora di più in un febbrile consumismo e in nuove forme di auto-protezione egoistica. Voglia il Cielo che alla fine non ci siano più “gli altri”, ma solo un “noi”» (n. 35). Per questo ho pensato di dedicare il messaggio per la 107a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato a questo tema: “Verso un noi sempre più grande”, volendo così indicare un chiaro orizzonte per il nostro comune cammino in questo mondo.
La storia del “noi”.
Questo orizzonte è presente nello stesso progetto creativo di Dio: «Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: “Siate fecondi e moltiplicatevi”» (Gen 1,27-28). Dio ci ha creati maschio e femmina, esseri diversi e complementari per formare insieme un noi destinato a diventare sempre più grande con il moltiplicarsi delle generazioni. Dio ci ha creati a sua immagine, a immagine del suo Essere Uno e Trino, comunione nella diversità. E quando, a causa della sua disobbedienza, l’essere umano si è allontanato da Dio, Questi, nella sua misericordia, ha voluto offrire un cammino di riconciliazione non a singoli individui, ma a un popolo, a un noi destinato ad includere tutta la famiglia umana, tutti i popoli: «Ecco la tenda di Dio con gli uomini! Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio» (Ap 21,3). La storia della salvezza vede dunque un noi all’inizio e un noi alla fine, e al centro il mistero di Cristo, morto e risorto «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). Il tempo presente, però, ci mostra che il noi voluto da Dio è rotto e frammentato, ferito e sfigurato. E questo si verifica specialmente nei momenti di maggiore crisi, come ora per la pandemia. I nazionalismi chiusi e aggressivi (cfr Fratelli tutti, 11) e l’individualismo radicale (cfr ibid., 105) sgretolano o dividono il noi, tanto nel mondo quanto all’interno della Chiesa. E il prezzo più alto lo pagano coloro che più facilmente possono diventare gli altri: gli stranieri, i migranti, gli emarginati, che abitano le periferie esistenziali. In realtà, siamo tutti sulla stessa barca e siamo chiamati a impegnarci perché non ci siano più muri che ci separano, non ci siano più gli altri, ma solo un noi, grande come l’intera umanità. Per questo colgo l’occasione di questa Giornata per lanciare un duplice appello a camminare insieme verso a un noi sempre più grande, rivolgendomi anzitutto ai fedeli cattolici e poi a tutti gli uomini e le donne del mondo.
Una Chiesa sempre più cattolica.
Per i membri della Chiesa Cattolica tale appello si traduce in un impegno ad essere sempre più fedeli al loro essere cattolici, realizzando quanto San Paolo raccomandava alla comunità di Efeso: «Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» (Ef 4,4-5). Infatti la cattolicità della Chiesa, la sua universalità è una realtà che chiede di essere accolta e vissuta in ogni epoca, secondo la volontà e la grazia del Signore che ci ha promesso di essere con noi sempre, fino alla fine dei tempi (cfr Mt 28,20). Il suo Spirito ci rende capaci di abbracciare tutti per fare comunione nella diversità, armonizzando le differenze senza mai imporre una uniformità che spersonalizza. Nell’incontro con la diversità degli stranieri, dei migranti, dei rifugiati, e nel dialogo interculturale che ne può scaturire ci è data l’opportunità di crescere come Chiesa, di arricchirci mutuamente. In effetti, dovunque si trovi, ogni battezzato è a pieno diritto membro della comunità ecclesiale locale, membro dell’unica Chiesa, abitante nell’unica casa, componente dell’unica famiglia. I fedeli cattolici sono chiamati a impegnarsi, ciascuno a partire dalla comunità in cui vive, affinché la Chiesa diventi sempre più inclusiva, dando seguito alla missione affidata da Gesù Cristo agli Apostoli: «Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,7-8).
Oggi la Chiesa è chiamata a uscire per le strade delle periferie esistenziali per curare chi è ferito e cercare chi è smarrito, senza pregiudizi o paure, senza proselitismo, ma pronta ad allargare la sua tenda per accogliere tutti. Tra gli abitanti delle periferie troveremo tanti migranti e rifugiati, sfollati e vittime di tratta, ai quali il Signore vuole sia manifestato il suo amore e annunciata la sua salvezza. «I flussi migratori contemporanei costituiscono una nuova “frontiera” missionaria, un’occasione privilegiata di annunciare Gesù Cristo e il suo Vangelo senza muoversi dal proprio ambiente, di testimoniare concretamente la fede cristiana nella carità e nel profondo rispetto per altre espressioni religiose. L’incontro con migranti e rifugiati di altre confessioni e religioni è un terreno fecondo per lo sviluppo di un dialogo ecumenico e interreligioso sincero e arricchente» (Discorso ai Direttori Nazionali della Pastorale per i Migranti, 22 settembre 2017).
Un mondo sempre più inclusivo
A tutti gli uomini e le donne del mondo va il mio appello a camminare insieme verso un noi sempre più grande, a ricomporre la famiglia umana, per costruire assieme il nostro futuro di giustizia e di pace, assicurando che nessuno rimanga escluso. Il futuro delle nostre società è un futuro “a colori”, arricchito dalla diversità e dalle relazioni interculturali. Per questo dobbiamo imparare oggi a vivere insieme, in armonia e pace. Mi è particolarmente cara l’immagine, nel giorno del “battesimo” della Chiesa a Pentecoste, della gente di Gerusalemme che ascolta l’annuncio della salvezza subito dopo la discesa dello Spirito Santo: «Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Ebrei e proseliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio» (At 2,9-11). È l’ideale della nuova Gerusalemme (cfr Is 60; Ap 21,3), dove tutti i popoli si ritrovano uniti, in pace e concordia, celebrando la bontà di Dio e le meraviglie del creato. Ma per raggiungere questo ideale dobbiamo impegnarci tutti per abbattere i muri che ci separano e costruire ponti che favoriscano la cultura dell’incontro, consapevoli dell’intima interconnessione che esiste tra noi. In questa prospettiva, le migrazioni contemporanee ci offrono l’opportunità di superare le nostre paure per lasciarci arricchire dalla diversità del dono di ciascuno. Allora, se lo vogliamo, possiamo trasformare le frontiere in luoghi privilegiati di incontro, dove può fiorire il miracolo di un noi sempre più grande. A tutti gli uomini e le donne del mondo chiedo di impiegare bene i doni che il Signore ci ha affidato per conservare e rendere ancora più bella la sua creazione. «Un uomo di nobile famiglia partì per un paese lontano, per ricevere il titolo di re e poi ritornare. Chiamati dieci dei suoi servi, consegnò loro dieci monete d’oro, dicendo: “Fatele fruttare fino al mio ritorno”» (Lc 19,12-13). Il Signore ci chiederà conto del nostro operato! Ma perché alla nostra Casa comune sia assicurata la giusta cura, dobbiamo costituirci in un noi sempre più grande, sempre più corresponsabile, nella forte convinzione che ogni bene fatto al mondo è fatto alle generazioni presenti e a quelle future. Si tratta di un impegno personale e collettivo, che si fa carico di tutti i fratelli e le sorelle che continueranno a soffrire mentre cerchiamo di realizzare uno sviluppo più sostenibile, equilibrato e inclusivo. Un impegno che non fa distinzione tra autoctoni e stranieri, tra residenti e ospiti, perché si tratta di un tesoro comune, dalla cui cura come pure dai cui benefici nessuno dev’essere escluso.
Il sogno ha inizio
Il profeta Gioele preannunciava il futuro messianico come un tempo di sogni e di visioni ispirati dallo Spirito: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1). Siamo chiamati a sognare insieme. Non dobbiamo aver paura di sognare e di farlo insieme come un’unica umanità, come compagni dello stesso viaggio, come figli e figlie di questa stessa terra che è la nostra Casa comune, tutti sorelle e fratelli (cfr Enc. Fratelli tutti, 8).
Preghiera
Padre santo e amato,
il tuo Figlio Gesù ci ha insegnato che nei Cieli si sprigiona una gioia grande quando qualcuno che era perduto viene ritrovato,
quando qualcuno che era escluso, rifiutato o scartato viene riaccolto nel nostro noi, che diventa così sempre più grande.
Ti preghiamo di concedere a tutti i discepoli di Gesùe a tutte le persone di buona volontà la grazia di compiere la tua volontà nel mondo.
Benedici ogni gesto di accoglienza e di assistenza che ricolloca chiunque sia in esilio nel noi della comunità e della Chiesa,
affinché la nostra terra possa diventare, così come Tu l’hai creata, la Casa comune di tutti i fratelli e le sorelle. Amen.




APPELLO per HAITI
Aiuti tramite CARITAS ITALIANA

Sabato 14 Agosto 2021

La Caritas italiana si attiva dopo il violento sisma che ha colpito Haiti   

Non c’è pace per Haiti. Dopo l’uccisione il mese scorso del presidente Moise, oggi alle 8.30 ora locale un forte terremoto di magnitudo 7.2 della scala Richter ha scosso il Sud-Ovest del Paese, seguito pochi minuti dopo da un altro sisma di magnitudo 6.6. I dipartimenti più colpiti sono Les Cayes e Jeremie, ma il  sisma è stato avvertito su tutto il territorio nazionale. Si registrano molti crolli tra cui la cattedrale di Jeremie, dove era in corso una funzione religiosa.

“Uno shock terribile – afferma il direttore della Caritas di Les Cayes raggiunto telefonicamente – l’ufficio diocesano è rimasto miracolosamente intatto, il vescovo e i religiosi presenti nella sede vescovile distrutta sono in salvo, ma nelle macerie potrebbero essere rimaste delle persone”.  La città è stata severamente colpita, molti edifici rasi al suolo, le strade inondate d’acqua.  L’allerta tsunami lungo le coste più colpite rimane alta.
Non si hanno ancora notizie dalle Caritas parrocchiali dal momento che la comunicazione, soprattutto con le zone rurali, è difficile. Anche la diocesi di Jeremie rimane isolata al momento e risulta colpita anche Nippes, nella diocesi di Anse-à-Veau-Miragoane.  Dai nostri partner storici i “Petits Frères Sainte Thérèse de l’Enfant Jésus”, con i quali la Caritas italiana ha una collaborazione più che decennale, arrivano aggiornamenti che confermano la gravità della situazione.
Molte famiglie hanno perso la loro casa e si registrano molte vittime con un bilancio che purtroppo è destinato a crescere.
Caritas Italiana si trova ad Haiti dal 2010 (vedi scheda Paese), dopo che un altro grave sisma di magnituto 7.0 colpì la capitale Port au Prince, causando più di 200.000 vittime. Da allora garantisce la sua presenza costante nel paese con propri operatori, sostenendo la Caritas nazionale e le Caritas diocesane e parrocchiali con interventi di emergenza e ricostruzione, ma soprattutto garantendo un accompagnamento volto allo sviluppo di capacità locali.
Anche in questa occasione Caritas Italiana ha espresso immediatamente vicinanza nella preghiera e solidarietà ai suoi partner locali, alla Chiesa Haitiana e alla popolazione colpita. Sta seguendo da vicino la crisi e coordinando insieme alle altre Caritas nazionali, interventi efficaci per rispondere alle numerose emergenze in corso.
È possibile sostenere gli interventi di Caritas Italiana (Via Aurelia 796 – 00165 Roma), utilizzando il conto corrente postale n. 347013, o donazione on-line tramite il sito  www.caritas.it, o bonifico bancario (causale “Terremoto Haiti”) tramite:

  • Banca Popolare Etica, via Parigi 17, Roma –Iban: IT24 C050 1803 2000 0001 3331 111
  • Banca Intesa Sanpaolo, Fil. Accentrata Ter S, Roma – Iban: IT66 W030 6909 6061 0000 0012 474
  • Banco Posta, viale Europa 175, Roma – Iban: IT91 P076 0103 2000 0000 0347 013
  • UniCredit, via Taranto 49, Roma – Iban: IT 88 U 02008 05206 000011063119

Le offerte sono detraibili presentando le ricevute di versamento in conto corrente postale, le quietanze liberatorie o le ricevute in caso di bonifico bancario. La Caritas italiana provvederà a tempo debito ad inviare al contribuente un documento di avvenuto ricevimento della donazione.

Attenzione a indicare sempre la causale del versamento, in questo caso: TERREMOTO HAITI




La grande leva del terzo settore, Enti non profit
Leonardo Becchetti (Avvenire)

La grande leva del terzo settore. Enti non profit, co-progettazione e NgEu
di Leonardo Becchetti
in “Avvenire” del 29 luglio 2021

Nel corso degli ultimi mesi un ruolo decisivo per curare e attenuare le ferite della pandemia è stato giocato nel nostro Paese dal Terzo settore – ovvero da quell’insieme di enti e organizzazioni che si pone uno scopo socialmente meritorio e opera in settori come quelli di salute, assistenza, mense dei poveri, riduzione dello spreco, formazione permanente, parità di genere, cultura, sport, cooperazione internazionale attraverso modalità organizzative sempre nuove che oggi includono tra le molteplici forme organizzative le fondazioni comunità, le cooperative di comunità e le cooperative sociali. L’importanza dell’operato del Terzo settore non è forse ancora compresa appieno dall’opinione pubblica. Nel corso degli ultimi decenni è invece progressivamente cresciuto e si è consolidato il consenso tra gli economisti sul ruolo fondamentale del ‘capitale sociale’ come collante e precondizione per lo sviluppo e la coesione sociale. Studi e ricerche hanno ‘identificato’ la capacità di dare e ricevere fiducia, la reciprocità, il senso
civico, la disponibilità a pagare per i beni pubblici come le sue componenti chiave e si sono domandati se e in che modo fosse possibile ‘produrre’ o accrescere questa risorsa fondamentale. Questo dibattito ci aiuta a comprendere da una prospettiva nuova il ruolo e il valore di tali organizzazioni. Gli enti di Terzo settore infatti non sono soltanto la risposta più prossima e celere ai bisogni emergenti della società, ma – nel loro operare attraverso il tempo e le energie donate da dipendenti e volontari – alimentano e costruiscono quel capitale sociale che è prerequisito fondamentale per lo sviluppo economico e sociale. La complementarietà tra lavoro del Terzo settore e dinamiche sociali
e produttive italiane può essere verificata da molteplici esempi. Per farne solo uno, la ricca e variegata schiera di organizzazioni volontarie che si propongono di valorizzare attrattori culturali e paesaggistici dei diversi territori producono un beneficio indiretto per tutto il settore produttivo (turistico, agroalimentare, della ristorazione, alberghiero, dei trasporti) i cui profitti dipendono dall’attrattività del territorio stesso. Le parole chiave per lo sviluppo futuro del settore e per la creazione di una partnership creativa con le istituzioni e con le imprese profit sono generatività, impatto, ibridazione e co-progettazione. L’innovazione del Terzo settore punta infatti a una crescita di capacità di creare impatto sociale e ambientale combinandola con la creazione di valore economico e mettendo al centro della propria azione la promozione della dignità della persona. Anche una recente sentenza della Corte Costituzionale sostiene la rivoluzione della coprogettazione. Gli enti di Terzo settore non sono solo potenziali vincitori di bandi costruiti dalla pubblica amministrazione ma per le loro competenze, conoscenza dei problemi del territorio e sensibilità sociale possono concorrere con l’amministrazione alla definizione delle politiche sociali. Nella motivazione della sentenza, la Corte Costituzionale giustifica questa scelta affermando che «gli enti di Terzo settore, in quanto rappresentativi della ‘società solidale’, del resto, spesso costituiscono sul territorio una rete capillare di vicinanza e solidarietà, sensibile in tempo reale alle esigenze che provengono dal tessuto sociale, e sono quindi in grado di mettere a disposizione dell’ente pubblico sia preziosi dati informativi (altrimenti conseguibili in tempi più lunghi e con costi organizzativi a proprio carico), sia un’importante capacità organizzativa e di intervento: ciò che produce spesso effetti positivi, sia in termini di risparmio di risorse che di aumento della qualità
dei servizi e delle prestazioni erogate a favore della ‘società del bisogno’». Next Generation Eu riconosce questo valore e destina 11,17 miliardi a infrastrutture sociali, famiglie, comunità e Terzo settore. Le parole chiave del piano sono deistituzionalizzazione, domiciliarità, progetti personalizzati. Si sarebbe potuto investire meglio e di più sostenendo con incentivi l’innovazione sociale e la costruzione di reti e partenariati che moltiplicano capacità e qualità d’intervento del Terzo settore. Si deve puntare con lucidità ed efficacia su una realtà che è una grande risorsa per l’Italia. Anche e soprattutto nello scenario attuale non può essere persa l’occasione di puntare in modo sempre più efficace al grande traguardo di promuovere dignità e sviluppo della persona mettendo al centro la relazione di cura che è il vero motore dell’energia necessaria a ogni vera ripresa e della ricchezza di senso del vivere.