Reddito di cittadinanza. SI, NO, NI
Roberto Rossini

IL REFERENDUM Anti-Reddito di cittadinanza NON AVREBBE ALCUN SENSO

L’obiettivo da centrare, lo strumento da incentivare, le riforme da fare.

ROBERTO ROSSINI, Portavoce Alleanza contro la povertà

da Avvenire 17 luglio 2021

Continuano, senza sosta, prese di posizioni e articoli che si scagliano contro il Reddito di cittadinanza (Rdc), accusato di aver tradito quanto promesso, ossia ‘abolire la povertà’. Ora si intende abolire il Rdc: così si tradiscono i poveri. Intendiamoci, la promessa di ‘abolire la povertà’ non era credibile – e infatti il Rdc non l’ha fatto – e il Rdc stesso – come ‘Avvenire’ ha segnalato in diverse occasioni – ha dei lati deboli sui quali è necessario intervenire. Infatti l’Alleanza contro la povertà non ha mai risparmiato di sottolineare gli aspetti critici del provvedimento e di suggerire le proposte per modificarli, con franchezza e con competenza. Ma da qui ad abolire tutto un sistema, ne passa. Perché in Italia dobbiamo buttare via tutto, ripartire sempre da zero, senza far tesoro del positivo e scartando il negativo? Perché avere un approccio rivoluzionario quando invece un sano riformismo ci farebbe procedere per via incrementale?
L’errore era già stato fatto prima. Fu infatti traumatico veder sostituire il Reddito di inclusione (Rei) col Rdc. Il Rei aveva un’elaborazione teorica ed esperienziale molto ricca, raccolta dall’Alleanza contro la povertà e resa norma giuridica dal precedente Parlamento e dal governo Gentiloni, nel 2017. Ma ecco lo choc: nel 2019 il governo giallo-verde sostituiva il Rei col Rdc, promuovendo un approccio sensibilmente diverso e introducendo per la terza volta in tre anni una misura contro la povertà. In realtà in quattro anni abbiamo avuto quattro misure contro la povertà: si è passati dal Sia (2016) – il Sostegno per l’inclusione attiva (creato dal ministro Giovannini, a quel tempo responsabile del Ministero del lavoro e delle politiche sociali) – al Rei (2017) e al RdC (2019), ora affiancato dal Rem, il Reddito di emergenza (2020). Forse, più che di referendum, occorrerebbe procedere – in modo più pratico, più smart – fermandosi, raccogliendo gli esiti delle quattro politiche e mettendo a posto quanto non va bene. Tanto ciò che serve lo sappiamo: basta solo la volontà politica di procedere.
Il 2020, oltre ai morti, ci ha portato quasi un milione di poveri in più: ora in totale siamo a 5,5 milioni, in Italia. Le pandemie hanno spesso avuto un effetto livellante sul piano socio-economico, ma non è stato così per il Covid-19, che ha invece ampliando le diseguaglianze esistenti. Dunque se non fossero state varate alcune misure – dal blocco dei licenziamenti alla cassa integrazione in deroga, dall’estensione della durata dei sussidi di disoccupazione al bonus per gli autonomi, dal Rdc al Rem – non avremmo ‘solo’ un milione di poveri in più, ma – secondo i nostri calcoli – quasi tre milioni.
Che fare, allora? “Avvenire” ha indicato a più riprese i punti cardine di una necessaria riforma. E l’Alleanza di cui io sono portavoce ha chiaro che serve una revisione su tre livelli del Rdc.
Il primo livello riguarda l’accesso al provvedimento per alcune categorie ingiustamente penalizzate, come le famiglie con minori (tenendo presente anche l’introduzione del nuovo Assegno unico universale), gli stranieri e le situazioni sociali indebolite proprio dalla pandemia.
Il secondo livello è del welfare locale, da rafforzare nella presa in carico dei soggetti in povertà, a partire da qualche idea da mettere in campo per un’analisi preliminare dei casi per garantire un’assistenza puntuale, duratura ed efficace.
Il terzo e ultimo livello è quello delle politiche attive, di upskilling e reskilling[1], e di incentivazione al lavoro, ossia i cosiddetti in-work benefit. Attualmente chi accetta un lavoro non perde il Rdc, gli viene solo sospeso. Ma, come il 14 luglio scorso ha argomentato Leonardo Becchetti, occorre introdurre anche altre forme di incentivo, per rassicurare chi può lavorare, per esempio consentendo un parziale cumulo tra reddito ricevuto/guadagnato e sussidio, sia per coloro che entrano nel mercato del lavoro sia per coloro che già svolgono qualche attività disponendo però di un reddito troppo basso.
Invece vale la pena di ricordare che, oggi, se un beneficiario del Rdc rifiuta delle «offerte di lavoro congrue» perde il sostegno, e quindi il timore vero – per cui dovrebbe essere cumulabile – è di trovarsi espulsi dal mercato del lavoro e senza più Rdc: una linea troppo punitiva. Infine, vale la pena di sottolineare un fatto che continua a non apparire nella cronaca politica che discute di povertà: esistono persone che non possono lavorare. Vi sono poveri che sono tali proprio perché non sono in grado di poter lavorare in quanto colpiti da una malattia mentale, da una malattia del corpo, da una dipendenza, da una condizione familiare molto difficile. È per questo che, quando ci si avvicina alla povertà, occorre farlo con l’attenzione che serve e il provvedimento che vale. Abbiamo ora l’occasione di ritornare sul tema della povertà, perché l’agenda politica lo ha rimesso in luce. È un problema vero, duro, impegnativo: forse è anche ingiusto parlare di povertà, perchè in realtà dovremmo parlare di poveri, di cittadini impoveriti o impietriti da situazioni più grandi di loro. L’Alleanza contro la povertà ha elaborato dati e strategie e le mette a disposizione di chi intende seriamente considerare come contrastare la povertà.


[1] Secondo il report Future of Jobs, il 50% dei lavoratori è chiamato a fare reskilling e upskilling, riqualificando e aggiornando le proprie competenze per far fronte alle nuove richieste. L’espressione inglese “upskilling” indica proprio il processo di adeguamento e arricchimento delle proprie skill, delle proprie competenze – soprattutto digitali – fatto per venire incontro alle trasformazioni che i diversi ruoli professionali stanno avendo con l’avvento della tecnologia. Fare upskilling significa letteralmente fare un upgrade delle proprie competenze. Reskilling, invece, significa riqualificare le proprie competenze, puntando proprio a quei “lavori del futuro” in grado di assicurare buone opportunità di crescita personale, economica e professionale. Per riuscire a rimanere competitivi in un mondo che cambia a ritmi sempre più veloci, investire nelle strategie di upskilling e reskilling è fondamentale.(ndr)




MENO LAVORO, PIU’ POSTI
Domenico Masi

Meno lavoro, più posti: conta la motivazione
di Domenico De Masi
in “il Fatto Quotidiano” del 13 luglio 2021

Sorprende la sorpresa con cui i giornali hanno riportato come sorprendenti i risultati di un esperimento condotto in Islanda su 2.500 tra medici, infermieri e poliziotti, secondo cui queste cavie umane, lavorando un’ora in meno al giorno e guadagnando uguale, hanno prodotto di più. Stessa sorpresa colse i ricercatori di Harvard già nel 1927, dopo un esperimento condotto con un gruppo di lavoratici della Western Electric di Chicago. Da allora in poi decine di ricerche simili hanno confermato che qualsiasi gruppo di lavoro, se sa di essere coinvolto in un esperimento organizzativo, per ciò stesso aumenta la sua produttività.
In base ai risultati dell’esperimento, imprenditori e sindacati islandesi hanno concordato la riduzione dell’orario di lavoro da 40 a 35 ore settimanali per l’86% di tutti i lavoratori di quel Paese. Ma non c’è nulla di nuovo. Come ho già ricordato più volte, secondo i dati Ocse, un francese lavora in media 1.514 ore l’anno (cioè 35 ore settimanali) e un tedesco lavora 1.356 ore l’anno (cioè 32 ore settimanali). Invece un italiano lavora 1.723 ore (cioè 40 ore settimanali). Anche per questo l’occupazione in Francia è al 70% e in Germania è al 79% mentre da noi è al 58%. Praticamente, l’italiano lavora ogni anno ben 354 ore più del tedesco, ma produce il 20% in meno. In complesso, lavoriamo 40 miliardi di ore l’anno. Se ognuno di noi lavorasse le stesse 1.371 ore di un tedesco, potremmo disporre di 5,9 milioni di posti di lavoro in più e gli occupati potrebbero
essere 28,9 milioni invece degli attuali 23 milioni. In altri termini, la disoccupazione sarebbe azzerata.
Tutto questo era chiaro già mezzo secolo fa, soprattutto a sociologi francesi come André Gorz e Guy Aznar. Nel 1977, sempre in Francia, il gruppo di studio Adret, in un rapporto significativamente intitolato Travailler deux heures par jour, aveva scritto: “La vera difficoltà per la nostra società non è quella di ridurre il tempo dedicato al lavoro ma di non ridurlo: per raggiungere questo risultato occorre pagare (il meno possibile) un esercito di disoccupati; mantenere nelle aziende una rilevante manodopera eccedente; creare posti di lavoro quale che sia la loro reale utilità; compiere importanti ricerche per rendere più fragili i beni di consumo che invece non chiedono di meglio che durare a lungo; lanciare costose campagne pubblicitarie per convincere la gente ad acquistare cose di cui non ha alcun bisogno; fare in modo di tenere il più possibile fuori della vita professionale i giovani, le donne, i vecchi e così via”.
La questione dell’orario di lavoro è nata con la società industriale e con il lavoro operaio. È nella fabbrica che in tot minuti si fabbricano tot bulloni; è con la catena di montaggio che il lavoro può iniziare simultaneamente solo quando tutti i lavoratori sono al loro posto, e deve finire simultaneamente quando il nastro trasportatore si blocca per tutti. Nella metà dell’Ottocento, a Manchester, la città più industrializzata del mondo, il 94% di tutti i lavoratori erano garzoni e operai che lavoravano fino a 15 ore al giorno per sei giorni la settimana. Poi, con i ritmi scanditi dal cronometro di Taylor, il tempo e la velocità diventati condizioni dell’efficienza, l’efficienza è funzionale al profitto e perciò gli imprenditori resistono a qualsiasi riduzione di orario. Ciononostante, nel corso degli anni, l’orario di lavoro è diminuito incessantemente per effetto congiunto del progresso tecnologico, dello sviluppo organizzativo, della globalizzazione e delle lotte sindacali. Nell’anno 1891 gli italiani erano circa 30 milioni e lavorarono per 40 miliardi di ore. Cento anni dopo erano diventati quasi il doppio, 57 milioni, ma lavorarono solo 40 miliardi di ore. Eppure, lavorando 30 miliardi di ore in meno, produssero 13 volte di più. Gli economisti chiamano jobless growth questo fenomeno: sviluppo senza lavoro.
Ma il progresso non si è fermato: informatica, stampanti 3D, nuovi materiali, intelligenza artificiale, ecc. hanno modificato profondamente l’organizzazione del lavoro: ormai gli operai non superano il 30% di tutta la popolazione attiva, impiegati e creativi rappresentano il 70% e si riesce a produrre sempre più beni e servizi con sempre meno lavoro umano. Se non si riduce l’orario, i disoccupati aumentano a dismisura.
L’attività cognitiva non risponde a nessuna delle regole con cui Taylor e Ford imbrigliarono la fatica fisica nella fabbrica industriale. Oggi, ai fini della produzione, non è tanto l’orario che conta, né il luogo in cui si lavora, ma è la motivazione. Se lo hanno capito gli imprenditori islandesi si può sperare che, prima o poi, lo capisca anche la Confindustria.




Il costo del discepolato
Vita e morte di Padre Stan Swamy

In morte in India di Padre Stan Swamy, testimone di fede e giustizia tra i poveri
di Lucia Capuzzi in “Avvenire” del 6 luglio 2021
«Il costo del discepolato». Così, padre Stan Swamy concludeva la riflessione sull’azione sociale dei gesuiti fra i popoli indigeni dell’India centrale, pubblicata nel 2019 dalla rivista Promotio Iustitiae.
Era consapevole di parlare in prima persona. Nei quattro decenni di cammino al fianco degli  Adivasi del Jharkhand aveva dovuto sopportare calunnie, incomprensioni, minacce. Il cerchio si era stretto di più dopo il 2006, quando il gesuita aveva fondato Bagaicha, centro per la difesa dei diritti  dei nativi, espropriati in massa dalle loro terre dalle multinazionali minerarie. Con l’arrivo al governo dell’ultranazionalista Narendra Modi, nel 2014, era diventato un vero e proprio cappio. In base al draconiano Unlawful activities prevention act, migliaia di Adivasi e attivisti per i diritti umani erano stati arrestati senza prove con l’accusa di ‘terrorismo’. L’8 ottobre 2014 sarebbe toccato anche allo scomodo padre Stan.
«Il costo del discepolato». In queste parole è racchiuso il senso della sua vita. E della sua morte, avvenuta alle 13.30 di domenica 4 luglio 2021 nell’ospedale Holy Family di Mumbai, dove era arrivato già allo stremo il 29 maggio. A 84 anni, il religioso era prostrato dal Covid, di cui aveva mostrato chiari sintomi nelle settimane precedenti. Ma soprattutto era sfinito dalla reclusione nel carcere di Taloja dove era rimasto per 233 giorni e notti, nonostante l’età avanzata e il Parkinson. Lo aveva dichiarato, con un filo di voce, lo stesso padre Stan nell’ultima udienza in tribunale, il 21 maggio. In video collegamento, il suo viso era apparso scavato e pallido. Gli occhi, però, emanavano la stessa
forza carismatica di sempre mentre sussurrava: «Non posso più scrivere, passeggiare o mangiare da solo. (…) L’unica cosa che vi domando è di concedermi la libertà su cauzione». La risposta del giudice era stata implacabile: «Non ci sono gli estremi». Non era la prima volta che una Corte indiana rifiutava di concedere la condizionale o almeno gli arresti domiciliari al gesuita. Sarebbe, però, stata l’ultima. La nuova udienza prevista per oggi non ci sarà. Alla stessa ora, nella chiesa di Bandra, vicino all’ospedale, verrà celebrata una Messa funebre. Poi, il corpo di Stan tornerà a Ranchi, nel Jharkhand. Finalmente. Il desiderio di rientrare a ‘casa’, a prendersi cura degli «amici Adivasi», come li chiamava, era il grande desiderio del gesuita. Sapeva che senza la sua voce profetica, la sua battaglia non violenta per la giustizia, il suo coraggio evangelico, gli indigeni sarebbero stati ancora più fragili di fronte all’avidità dei potenti. Sapeva anche, però, che un chicco di grano non muore invano. I germogli sono già spuntati in questi mesi, con il lavoro di PM Tony, che ha preso il posto di Stan al centro Bagaicha. E con l’impegno, ribadito ieri dalla Compagnia di Gesù, a portare avanti l’impegno del proprio confratello per la riconciliazione e la giustizia. Ma l’ispirazione di padre Stan ha ‘debordato’ – per dirla con papa Francesco – dai confini della Chiesa. Tantissimi donne e uomini di ogni credo e orientamento e parte del mondo hanno fatto arrivare un ricordo, virtuale o reale, tramite le reti dei gesuiti. Stan, testimone fedele fino alla morte di Cristo e paladino dell’ecologia integrale, è vivo. Né il sistema giudiziario, né le false accuse, né la malattia hanno potuto uccidere un uccello che riusciva a cantare pure dietro le sbarre, per parafrasare una sua poesia che regalava speranza agli altri detenuti. Fino all’ultimo momento ha pensato a loro, mettendosi in secondo piano.
Lo testimonia l’amico e confratello Xavier Jeyaraj, segretario per la giustizia sociale e l’ecologia della Compagnia. I due si sono potuti incontrare in videochiamata il 20 giugno. «Stan era steso sul letto, non poteva alzarsi – racconta padre Xavier –, era debolissimo. Eppure mi ha riconosciuto subito, ha sorriso e ha balbettato: ‘Sono tornato un bambino prima della fine’. Quando gli ho detto che ci battevamo e pregavamo per la sua liberazione, è, però, riuscito a rispondermi: ‘Non solo per me. Per tutti. Per tutti coloro che sono incarcerati ingiustamente. Io sono solo uno dei tanti’»




DDL ZAN
CHIESA E POLITICA IN FERMENTO

Ddl Zan. I parroci di strada contro il Vaticano: “Ingerenza inaccettabile, dietro non c’è la mano del Papa

“www.lastampa.it” del 23 giugno 2021

 

I sacerdoti esprimono tristezza e incredulità: una mossa in uno scacchiere più ampio di una partita politica. Dal Vaticano «ingerenza inaccettabile», si resta «perplessi», «basiti». All’indomani della notizia della mossa del Vaticano presso il governo italiano contro il ddl Zan che vuole arginare l’omotransfobia parlano i parroci di strada. Danno voce a sentimenti di rabbia, tristezza e incredulità.

Don Gianluca Carrega, sacerdote torinese, responsabile su incarico della Diocesi dell’accompagnamento delle persone omosessuali, premette: «Si tratta di una mossa che non è semplice da spiegare anche a me stesso. Ma credo che vada interpretata per quello che è, cioè una mossa in uno scacchiere più ampio di una partita politica che va ben oltre queste questioni». Il sacerdote si è fatto una idea chiara di come sia maturata l’iniziativa: «La mia impressione è che sia stata sollecitata da una minoranza dell’episcopato italiano e che quindi abbiano voluto la copertura della Santa Sede per questa battaglia ideologica ma alla fine probabilmente si risolverà in una bolla di sapone, però intanto ha richiamato l’attenzione di chi è sempre pronto a menare le mani». Sembrerebbe che il Papa non abbia sollecitato questa iniziativa: «E sarebbe strano il contrario – osserva -perché in controtendenza con quello che ha sempre fatto sino ad ora nei rapporti con i singoli Stati. Certo, si resta perplessi di fronte a questa iniziativa che fa pensare perché ci sono situazioni che richiederebbero più attenzione da parte della Santa Sede, pensando ad esempio a cosa capita in Ungheria e in Polonia, e lì però non si dice nulla. Se si interviene, si dovrebbe poi intervenire sempre e non solo quando ci si sente minacciati nelle proprie libertà». Secondo don Carrega, l’iniziativa della Segreteria di Stato del Vaticano è destinata a sgonfiarsi: «Considerato anche il clima estivo. Credo abbiano cercato di forzare un po’ la mano per fare vedere che si ha un po’ di influenza nelle vicende politiche e nostalgia di stagioni passate che per fortuna non penso ritornino». Ora dunque che accadrà? «I tecnici troveranno anche le modalità per evitare che si vada in conflitto con il Concordato – dice don Gianluca Carrega – detto questo mi pare che nessuno abbia messo in discussione il principio che muove la legge Zan e su questo più pacificati lo siamo. Più una legge delicata come questa poi trova la convergenza della politica, più è facile che sopravviva anche ai cambi di governo. Se arrivasse la destra al governo non vorrei pensare che si arrivasse a cancellare questa legge, per cui se vengono coinvolti tutti sarà più difficile che questo accada». Anche don

Giulio Mignani, sacerdote ligure che in polemica con il no del Vaticano alla benedizione delle unioni gay non diede seguito alla benedizione delle Palme, è rimasto notevolmente «rattristato» dalla nota del Vaticano contro il ddl Zan: «Io la definirei una ingerenza, non si può dimenticare la laicità dello Stato italiano». Don Giulio non si e accontentato di leggere dai media. Ha preso in mano il Concordato e ne ha tratto le conclusioni: «Sono andato a rivedere l’accordo dell’84 visto che si citava l ‘articolo 2 commi 1,3 e ho visto che in uno si parla della piena libertà di svolgere la propria azione pastorale, nel 3 si parla della libera manifestazione del pensiero. Anche nel ddl non mi pare si voglia impedire la libera manifestazione delle proprie opinioni. La Chiesa, io dico purtroppo, avrà sempre la possibilità di manifestare il proprio dissenso ma francamente io quel reato di opinione che si paventa non ce lo vedo proprio. Poi il Parlamento è sovrano, non ci può essere una ingerenza nel dire cosa si debba fare». Dal Vaticano si è parlato di una azione volta non tanto ad affossare la legge Zan quanto a rimodularla. «Sembra però – obietta don Mignani – che il tentativo, se non di affossarla sia di svuotarla la legge. Poi da chi sia partita questa cosa non è chiaro». All’insaputa del Papa? «Io lo spero. Anche le modalità di consegna della lettera sono un po’ strane». Don Giulio Mignani non si capacita neanche del fatto che dietro questa mossa vi sarebbe anche il fatto che si vogliano esentare le scuole cattoliche dalla giornata anti discriminazioni: «Penso e spero che nessuna scuola cattolica voglia insegnare il razzismo o l’ omofobia. Mi sembra assurdo porsi contro questa legge perché lo spirito del ddl Zan è pienamente cristiano per cui resto basito da questa iniziativa. Ora spero che nessuno si farà intimorire o imbavagliare per un intervento di questo tipo o ne andrà della democrazia».


Intervista a Andrea Riccardi a cura di Paolo Rodari in “la Repubblica” del 24 giugno 2021
“La Nota viene da ambienti del clero italiano e non dal Papa”

Ventiquattro ore dopo la Nota Verbale della Santa Sede contro il Ddl Zan, nel giorno in cui riceve l’Ordine al Merito della Repubblica Federale di Germania, Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, riflette sulla Chiesa anche alla luce del suo ultimo lavoro per Laterza: “La Chiesa brucia? — Crisi e futuro del Cristianesimo”.

Riccardi, lei parla del rogo di Notre-Dame come simbolo del momento che la Chiesa sta vivendo: un mondo che finisce per lasciare spazio a qualcosa di nuovo?

«Il rogo è stato emblematico. Molti hanno pensato fosse il simbolo di una Chiesa che sta bruciando. Anche molti laici si sono interrogati in questo senso: che sarà l’Europa senza la Chiesa? In Italia la situazione è un po’ diversa. Dopo la pandemia vedo il ritorno di un interesse per la Chiesa, in un tempo che non è più anticristiano o anticlericale. Trovo che questo sia il tempo di una rinnovata ricerca di spiritualità, forse un po’ vaga, non sempre cristiana, ma comunque reale. È in questo tempo nuovo che la Chiesa deve ricollocarsi, mostrando indici di crisi reali ma anche opportunità. Siamo in un tempo complesso e plurale. Penso al volto di una Chiesa amica che è quello del cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei, di una Chiesa non in svendita ma dialogante con tutte le persone. Questa è la grande differenza dagli anni Settanta, un tempo di forti contrasti. Una Chiesa oggi dialogante dopo la ferita della pandemia».

La Nota Verbale della Segreteria di Stato sembra però contraddire questa idea di Chiesa. È così?

«Avevo visto nei mesi scorsi una linea della Cei molto equilibrata in merito. Presentava giuste preoccupazioni nei confronti di questa legge, ma senza assolutizzazioni e insieme concorde in un impegno contro l’omofobia e ogni discriminazione. Questo passo è una vicenda un po’ particolare. Credo che provenga più che altro da ambienti italiani della Segreteria di Stato. I motivi non li conosco fino in fondo. Va però detto che è un passo riservato e che tale probabilmente doveva restare anche nella sua sofisticata diplomazia. In ogni caso è una Nota molto rara nelle relazioni fra Santa Sede e governo italiano. In genere si usa il telefono, l’incontro, e non un testo scritto che sembra voler evidenziare — ma nessuno può dire che le cose stiano davvero così — che il dialogo è arrivato a un punto morto per cui si vuole fare stato. Per questo sottolineo la particolarità di questo passo».

La Nota sembra evidenziare una divergenza fra le aperture predicate da Francesco e fatte proprie da Bassetti. C’è chi sostiene che siamo di fronte a una seconda stagione del pontificato, un Papa che decide di virare su posizioni più intransigenti.

«Non credo assolutamente a una seconda stagione del pontificato tipo quella vissuta da Pio IX. La lettera scritta dal cardinale Ladaria ai vescovi americani sul tema dell’eucaristia a Joe Biden era di tutt’altro tenore. Direi piuttosto che Francesco rimane fuori dalle controversie sulle legislazioni nazionali, questo è chiaro. In questo senso mi sembra una linea, quella della Nota, attribuibile alla Segreteria di Stato».

Quali conseguenze può portare?

«Difficile rispondere. Anch’io me lo chiedo. Temo possa rafforzare le voci che sostengono che l’accordo concordatario vada rivisto. Ritengo al contrario che l’accordo vada bene, come si è visto nella crisi delle migrazioni e della pandemia. L’8 per mille, ad esempio, è un eccellente sistema rispetto al modello tedesco perché è un contributo volontario. In ogni caso torno a dire che non ricordo passi analoghi nemmeno al tempo del divorzio sotto Paolo VI, che pure era un tema sentito drammaticamente dalla Chiesa. Ci fu una deplorazione orale del Papa. I rischi di questo linguaggio diplomatico sono anche quelli che la Santa Sede si schieri con una parte del Parlamento».

Si dice che nella Chiesa italiana molti desiderino una leadership più attiva politicamente.

«Ci sono sensibilità diverse tra i vescovi che a volte corrono il rischio di esprimersi dando l’impressione di una disunione. In questo senso la Nota secondo alcuni omologherebbe queste voci diverse. Ma io non lo credo. Penso più che altro che la Segreteria di Stato si senta in qualche modo custode del Concordato e anche per questo abbia deciso un intervento. In altri tempi si sarebbero percorse quelle che monsignor Loris Capovilla chiamava le “scalette”, le passerelle tra le due rive del Tevere in maniera informale».

Mario Draghi quale reazione può avere?

«Credo che un gesto così divenuto pubblico lo metta un po’ in imbarazzo, nonostante il suo sia un governo amico della Santa Sede».

Quale soluzione suggerirebbe?

«Proverei a gettare molta acqua sul fuoco. E tornerei a cercare intese ragionevoli che evitino le estremizzazioni. Anche perché è il clima generale che fa applicare delle leggi e non solo il dettame delle stesse. E poi favorire un discorso anticoncordatario in questo tempo è anacronistico: durante la pandemia la collaborazione fra Chiesa e Stato è stata molto forte».




Signore, liberaci dalla mediocrità
Domenico Marrone (Settimana News)

La minaccia della mediocrità.
18 giugno 2021/ Settimana News
di: Domenico Marrone

Se in questo periodo storico c’è una categoria che ha di che essere contenta è quella dei mediocri. Al giorno d’oggi sembra di respirare un’atmosfera generale di una mediocrità diffusa. Cosa è la mediocrità? Inettitudine, mancanza di aspirazioni, non riuscire ad avere per se stesso, per la propria comunità, per il proprio paese una visione, una prospettiva a lungo termine. All’origine della mediocrità è l’incapacità di accettare la continua ridiscussione di sé stessi, cui la vita obbliga continuamente, e che il mediocre tenta di ignorare.

L’anonimato come stile di vita

Un tempo si elogiava l’aurea mediocritas, e la si riteneva un’applicazione coerente del motto in medio stat virtus. Era la virtù del mezzo, l’equilibrio, il senso dei propri limiti, il rifiuto di ogni tracotanza e di ogni eccesso (est modus in rebus). Intendiamoci bene: c’è stato un grande poeta come Orazio che ha esaltato nelle sue Odi (II, 10, 5) la famosa aurea mediocritas, la quale però era ben altro, ossia la ricerca di un ideale giusto mezzo tra gli estremi e gli eccessi. No, quella che ci deve insospettire, invece, è la mediocrità che significa inettitudine, piattezza, pigrizia, anonimato, grigiore. Ai nostri giorni questo atteggiamento è stato assunto a stile di vita. Ma la mediocrità ha assunto nel tempo un significato ben diverso: indica povertà di spirito e di mente, di orizzonti e di stile. Già nei giudizi scolastici e professionali indica una carenza, che si è poi aggravata quando la mediocrità di massa è diventata lo specchio dei mass media. La sensazione diffusa è che eccellere sia un pericolo, e forse anche una colpa perché l’eccellenza non è mai conforme, allineata, allo spirito mediocre della sua epoca e al potere dominante; è sempre inattuale, profetica, nostalgica, guarda oltre, al passato, al futuro, al cielo. Chi porta novità ed energia è sempre, per destino e definizione, destabilizzante. Inorridisce il clima così minimalista in cui siamo incappati, l’affrontare ogni situazione senza competenza sufficiente e soprattutto senza disponibilità all’approfondimento.

Il pensiero se ne è andato

Ti guardi attorno, e vedi quasi solo mediocrità. Una mediocrità desolante e diffusa. È una mediocrità tombale, frutto – dell’assenza di qualsiasi pensiero. La mediocrità è pericolosa, perché disattiva i dispositivi di allarme e disabilita il cervello. Fa a meno dell’intelligenza, della capacità di scegliere e di desiderare. È così comoda, la mediocrità. È una sorta di anestesia, di psicofarmaco. La mediocrità regna. Sovrana. Questa mediocrità si contrabbanda come vera tranquillità dell’anima, quando in realtà è incoscienza, si spaccia come criterio giusto mentre è solo comodità propria, si presenta come rifiuto degli eccessi quando è in verità vuoto interiore. Il cristianesimo non è una religione per mediocri, come la vera arte e l’umanità autentica non possono alimentarsi e vivere di una piattezza senza fremiti, di una sazietà di cose, di un buon senso banale. La mediocrità ha infettato le nostre menti, come afferma il filosofo canadese Alain Deneault, docente di Scienze politiche all’Università di Montreal, in suo recente saggio (La mediocrazia, Einaudi 2018). Non aspiriamo più alle cose grandi alle cose di “lassù”. Rischiamo di morire senza aver mai vissuto. Una «rivoluzione anestetizzante» si è compiuta silenziosamente sotto i nostri occhi ma noi non ce ne siamo quasi accorti: la “mediocrazia” ci ha travolti. Il mediocre, insomma, spiega il filosofo canadese, deve «giocare il gioco». Giocare il gioco. Ma cosa significa? Giocare il gioco vuol dire accettare i comportamenti informali, piccoli compromessi che servono a raggiungere obiettivi di breve termine, significa sottomettersi a regole sottaciute, spesso chiudendo gli occhi.

Il sogno sovversivo contro l’effimero della governance

È in questo modo che si saldano le relazioni informali, che si fornisce la prova di essere “affidabili”, di collocarsi sempre su quella linea mediana che non genera rischi destabilizzanti. L’attrazione gravitazionale della mediocrità agisce in tutti i campi della vita. Per usare le parole di John Stuart Mill: “La tendenza generale del mondo è quella di fare della mediocrità la potenza dominante dell’umanità”. All’origine della mediocrità c’è il concentrarsi sulla governance. In un sistema caratterizzato dalla governance tutto è ridotto alla gestione. Anche la vita della chiesa può correre il rischio di concentrarsi sulla gestioni (amministrativa, pastorale, caritativa, ecc.) e smarrire la vision e la mission. “Con preoccupazione vedo che negli ultimi mesi si nota una tendenza ad escludere le cause e i rischi sistemici o, diciamolo pure, le questioni teologiche fondamentali e a ridurre la rielaborazione ad un semplice miglioramento dell’amministrazione (…). Si dimentica che “non è l’incarico ad essere in primo piano, ma la missione del Vangelo” (card. R. Marx). “La prima cosa che ci ha consegnato Papa Francesco è stato un sogno: Evangelii Gaudium. “Io sogno una chiesa…”. Ci descrive cosa sogna, ci dice la sua visione, ed è quella che trascina le persone, che le mette in moto dentro un processo generativo. Qual è il sogno che vogliamo realizzare? Qual è la trasformazione reale che vogliamo generare nel mondo come chiesa? L’appartenenza non è generata da qualcosa che si fa, ma dal condividere una visione, un sogno. È quelli il punto di partenza generativo di una comunità” (Diocesi Suburbicaria di Albano, Creativi per fare. Il discernimento all’opera, 65). Si fa oggi sempre più evidente che «c’è bisogno di una vera ermeneutica evangelica per capire meglio la vita, il mondo, gli uomini, non di una sintesi ma di una atmosfera spirituale di ricerca e certezza basata sulle verità di ragione e di fede (…). Il teologo che si compiace del suo pensiero completo e concluso è un mediocre” (Veritatis gaudium, n. 3). Verrebbe da domandarsi, come il protagonista Nikolaj Stavrogin del romanzo I demoni di Dostoevskij: “Ebbene qual è il mio vero volto? L’aurea mediocrità: né sciocco, né intelligente”. Nell’era della mediocrazia non si discute più. Si preferisce ricevere notizie che confortino.

Nuovi sistemi totalitari

Bisogna temere la mediocrazia perché fa soffrire ed è anticamera dell’autoritarismo, anche edulcorato. L’autoritarismo è psicotico, la mediocrazia è perversa. Psicotico perché l’autoritarismo non ha alcun dubbio su chi deve decidere. La mediocrazia è perversa perché cerca di dissolvere l’autorità nelle persone facendo in modo che la interiorizzino e si comportino come fosse una volontà loro. È dei sistemi di potere decadenti originare forme dispotiche di governo, di chiesa, di politica e rafforzarsi nello scegliere come capitale umano, su cui investire, la mediocrità, perché il potere consolidato teme il confronto con l’intelligenza, con la visione, teme di essere battuto sul terreno delle idee. In qualsiasi campo, nel lavoro, in amore, nell’amicizia, nella salute, le soluzioni mediocri hanno sempre la meglio, purché non siano così dannose da distruggere il sistema. L’uomo mediocre è incapace di elevarsi dal banale che lo distingue, incapace di ideali, senza valori. L’uomo mediocre è tiepido – mediocrità e tiepidezza sono due forme di corruzione spirituale, secondo papa Francesco – , non ama ciò che è forte, che scuote, sta in basso, striscia. Ma la mediocrità è un pericolo, in agguato intorno a noi, ci condiziona con tutto il convenzionale in cui siamo immersi, un immenso mondo di mediocrità banale che non serve per crescere, ma che può apparire comodo, visto che lo fanno in tanti. E questa è la schiavitù della massa, la catena del sociale. Un’incapacità di pensare autonomo, una cieca obbedienza, una normalità che agisce incondizionatamente, pericolo estremo della mancanza di riflessione. Albert Einstein scrive: “I grandi spiriti hanno sempre trovato la violenta opposizione dei mediocri, i quali non sanno capire l’uomo che non accetta i pregiudizi ereditati, ma con onestà e coraggio usa la propria intelligenza”. E Pierre de Beaumarchais: “L’uomo mediocre e strisciante arriva a tutto”. Mediocre può essere perfino una città intera che non vuole uscire dal torpore dei ricordi costruiti ad arte pur accontentarsi di un passato che in verità non è mai stato così glorioso com’è raccontato, mediocre può essere una chiesa che non cerca le vie più adatte per raccontare all’uomo la gioia possibile, il riscatto, la giustizia che le deriva da una verità da condividere, ma che si nasconde dietro merletti sontuosi e colletti sempre più voluminosi, piuttosto che ripensare se stessa, reinventarsi per dire meglio, per fare bene, mediocre può essere una cultura che vende prodotti graditi alla massa piuttosto che elevarsi sopra l’oscenità di pensieri scioccamente popolari, rumorosi, da talk show, senza il coraggio di saper rischiare l’impopolarità pur di conservare la propria autonomia e la vocazione a essere spirito critico di ogni potere. La mediocrità è efficace anche per il suo sistema di comunicazione, fatto di slogan diretti e di forte impatto («sii te stesso», «non metterti contro il tuo io più profondo», «non puoi patire e lottare tutta la vita», «scopri il coraggio e la gioia di agire secondo quel che senti», «basta con la rigidità», «prova il gusto di lasciarti andare una buona volta», «se lo senti è un buon motivo per farlo», «non rinnegare le tue emozioni», «accontentati di quel che sei, anche il Signore ti accetta così come sei»…), tutte espressioni che hanno anche una qualche parvenza di verità, ma che abbandonate al sentire soggettivo finiscono per… tirare verso il basso. All’homo oeconomicus intrappolato nell’onnipotenza del mercato è subentrato l’homo psichologicus postmoderno, unicamente preoccupato della propria autorealizzazione e volto alla ricerca di un’autenticità che lo spinge a psicologizzare la realtà, riducendola a puro specchio dei propri desideri, intrappolato nella ricorsività delle proprie sensazioni. Il rischio della mediocrità lo aveva paventato già un antico padre della Chiesa, san Gregorio Magno: “È più gradita a Dio – diceva – un vita ardente e fervida d’amore dopo il peccato, che non un’innocenza che intorbidisce nella sicurezza”.

Anche nella Chiesa

La mediocrità culturale e spirituale del clero fu una delle cinque piaghe della Chiesa denunziata da Rosmini. Il fatto che questa sia la piaga della mano destra colpisce chiunque non sia mancino e sappia dell’importanza operativa di questa mano, senza la quale ci si sente quasi del tutto inabili. A Rosmini non sfugge che per una vera e autentica testimonianza cristiana nel mondo occorre una “istruzione eccellente dei pastori” (come la chiama Giovanni Paolo II nella Pastores dabo vobis). Si tratta di una sapiente capacità di intercettare i cambiamenti culturali, saperli discernere con criticità per darne una risposta apprezzabile sul piano razionale. Gli fa eco uno scrittore moderno, George Bernanos, che ha scritto: “Uno dei principali responsabili, il solo responsabile, forse, dell’avvilimento delle anime è il sacerdote mediocre”. E ancora affermava: “La grande sciagura di questo mondo non è che ci siano dei senzadio, ma che noi siamo cristiani così mediocri”. La vera questione della Chiesa è non saper generare che cristiani e preti mediocri, imborghesiti, combattuti dalla posizione da tenere nel confronto drammatico con la storia: la posizione del divano o quella dell’accodarsi ai “nuovi movimenti” alla moda e alla loro pretesa di fondare un mondo nuovo. Un prete non può restare mediocre a lungo. È vero però che di preti mediocri – marinai di acqua dolce –  per usare un’espressione di san Camillo de Lellis – ne abbiamo abbastanza. La mediocrità infatti naviga sempre in acque dolci. L’autenticità invece si prova in mare aperto. “La chiamata di Cristo è per i forti; è per i ribelli alla mediocrità e alla viltà della vita comoda ed insignificante; è per quelli che ancora conservano il senso del Vangelo e sentono il dovere di rigenerare la vita ecclesiale pagando di persona e portando la Croce”. (Paolo VI, Messaggio in occasione della IV Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni del 1967). La chiamata di Cristo è per i ribelli alla mediocrità nella quale anche la nostra stessa azione pastorale molte volte scade. Ecco perché bisogna rigenerare la vita ecclesiale ogni volta: per non sembrare un’azienda: più attenta ai capitali e all’organigramma che al Vangelo, all’insegnamento nuovo di Gesù, che ha una Parola tagliente, così diretta alla vita e così capace di sfidare gli alibi, le paure, la false certezze, il quieto vivere e le mediocrità, al punto da essere Parola che scomoda, disturba. Rigenerare non significa cambiare ma ridare nuovamente vita. La vita ecclesiale va rigenerata coltivando visioni, additando prospettive, generando fame di futuro, prima ancora che attardarsi sulle sue strutture. Questi non sono tempi normali e anche i preti mediocri non debbono permettersi di ripetere banalità e superficialità che creano ulteriore sconforto. C’è bisogno non di persone algide, anche se di cultura lucida. C’è’ bisogno di humanitas cristiana, di un Agostino inquieto e peccatore e di non della fredda ragione tomistica che non coglie il male di vivere di Montale e le inquietudini che rendono difficile il sonno ed increspano la squallida quotidianità, rubandoci la speranza e cancellando anche quella poca gioia di vivere che dà un senso alla vita. Si ha bisogno di uomini interi in cui la cultura si coniuga con la fede e tutte e due si fondevano con l’essere uomini. La mediocrità, dopotutto, paga. Quando uno accetta questo moderno comandamento è in qualche modo ripagato dalla società o dal gruppo cui appartiene, che lo accoglie proprio perché non ne turba il sistema. Chi invece in qualche modo si oppone alla mediocrità, anche senza proclami particolari, semplicemente perché non rinuncia alla propria idealità di valori, costui è una spina nel fianco del gruppo, ne disturba l’equilibrio e mette in crisi il sistema, o ricorda implicitamente a tutti quel che ognuno è chiamato a essere. O, in termini ancor più positivi, rammenta a tutti che l’uomo è felice solo quando dà il massimo di sé.

La vita che non disturba

Il virus della mediocrità è insidioso perché innesca uno stile che è il contrario dell’entusiasmo e della passione.  Mediocrità è un modo di essere e agire tipico di chi percepisce sempre meno l’appello del proprio io ideale, e di fatto lo riduce, adattando la propria condotta a criteri sempre meno esigenti, e vivendo una vita sempre meno appassionata. Ma senza cambiare appartenenza o stato vocazionale. Il mediocre non si lascia mai metter in gioco dai propri valori, non si consegna mai a essi, non fa mai follie per essi. Il mediocre è un cultore del buon senso e del realismo; a volte riesce persino ad apparire saggio e prudente, col senso dei propri limiti, che a un certo punto, però, diventano confini invalicabili, come una gabbia che lo soffoca. A volte è anche un tipo senza particolari emozioni e sentimenti, con un elettrocardiogramma piuttosto piatto (forse sacerdote e levita della parabola del buon samaritano erano di questa onorata compagnia). Non ci sono grandi aspirazioni nella sua vita, e nemmeno grandi tentazioni. Meglio di così?! Normalmente la mediocrità è (auto)giustificata, ovvero il mediocre non si riconosce come tale, anche perché la mediocrità non è trasgressiva (di solito), o non lo è in modo grave. Potremmo dire che l’arte del mediocre è quella d’aver trovato il modo di non fare scattare mai l’allarme nella sua vita, o la spia rossa che segnala una situazione di emergenza, per questo è relativamente tranquillo. Può esser apostolo efficiente, ma è senza efficacia. Annuncia il vangelo di Cristo, ma senza sentirlo per sé una buona notizia. Resistere per uscire dalla mediocrità non è certo semplice. Ma forse vale la pena di tentare. Siamo chiamati ad essere testimoni dell’inquietudine, non siamo destinati a naufragare sugli scogli della mediocrità. “Se non vogliamo sprofondare in una oscura mediocrità, non pretendiamo una vita comoda, perché «chi vuol salvare la propria vita, la perderà» (Mt 16,25)” (Gaudete et exultate, 90). “La Chiesa non ha bisogno di tanti burocrati e funzionari, ma di missionari appassionati, divorati dall’entusiasmo di comunicare la vera vita. I santi sorprendono, spiazzano, perché la loro vita ci chiama a uscire dalla mediocrità tranquilla e anestetizzante” (Ivi, 138).




UN RICOVERY PLAN DA DISARMARE
Danilo Amadei

UN RICOVERY PLAN DA DISARMARE.
di DANILO AMADEI (VITA NUOVA -Diocesi di Parma- 23 maggio 2021)

Alcune scelte ed omissioni delle ultime settimane stanno mettendo in allarme tutte le associazioni per la pace e nonviolente. Il Recovery plan italiano (o Pnrr o Next generation Eu) approvato dal Parlamento prevede «di incrementare, considerata la centralità dell’Italia nel quadrante mediterraneo, la capacità militare dando piena attuazione ai programmi volti a sostenere l’ammodernamento e il rinnovamento dello strumento militare, promuovendo l’attività di ricerca e di sviluppo delle nuove tecnologie e dei materiali, anche in coerenza degli obiettivi che favoriscano la transizione ecologica» . Viene inoltre ipotizzata la realizzazione dei cosiddetti «distretti militari intelligenti per attrarre interessi e investimenti che corrispondano alla visione organica del Pnrr».
È immaginabile dunque un futuro con nuovi armamenti “green”? L’importante diventa la produzione ecocompatibile, anche se quanto produce può distruggere vite umane e ambienti naturali? L’Osservatorio sulle spese militari in Italia ha di recente denunciato che, in piena pandemia, la spesa militare nel bilancio dello Stato italiano è prevista nel 2021 per quasi 25 miliardi di euro, con un incremento dell’8,1% rispetto al 2020 (15,7% rispetto al 2019). Per la prima volta in Italia la spesa per l’acquisto di nuovi sistemi d’armamenti supera i 7 miliardi di euro in un solo anno. In Parlamento non riesce a concludersi il percorso legislativo per rendere più stringente l’attuazione dell’export delle armi italiane, evitando triangolazioni commerciali che consentono di fare arrivare le armi prodotte in Italia anche in zona di guerra, come mostrato e denunciato da tante organizzazioni internazionali.
Non è ancora stato preso in considerazione l’appello di tante associazioni, anche ecclesiali, enti locali e moltissimi cittadini perché l’Italia ratifichi il “Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari”, che peraltro il nostro Paese non ha approvato nemmeno in occasione della sua adozione da parte di 122 Paesi delle Nazioni unite nel luglio 2017. Non solo, nella base di Ghedi si stanno ampliando le infrastrutture per i nuovi caccia bombardieri F35 (ognuno con costi superiori a 135 milioni di euro) in grado di trasportare nuovi ordigni nucleari ancora più potenti (i B61-12). La scorsa settimana è stata premiata come azienda attenta alla finanza etica e alla sostenibilità ambientale il gruppo italiano Leonardo, leader europeo nell’aerospazio, nella difesa e nella sicurezza, che lo scorso anno ha raggiunti i 13,4 miliardi di ricavi, perché «ha redatto e approvato il primo bilancio integrato con risultati correlati all’Agenda Onu 2030”. Siamo ben lontani dalla visione di un mondo che fondi il suo futuro su una attenzione al nostro pianeta fondato su rispetto ambientale, pace, libertà, giustizia e fraternità.
Cadono davvero nel vuoto le denunce e gli appelli di tante persone di buona volontà, con la forte voce di papa Francesco tra loro, perché non si sprechi questa crisi tornando ad un mondo diviso, inquinato, armato, ingiusto e violento. Facciamo nostra la denuncia del Papa perché «nel pieno corso della pandemia non cessano i conflitti armati e si rafforzano gli arsenali militari. Questo è lo scandalo di oggi».
Ed ancora la denuncia dell’immoralità non solo dell’uso ma anche solo del possesso della armi atomiche, a Hiroshima il 24 novembre 2019. Ribadita sulla scia della dottrina della Chiesa a partire da papa Giovanni XXIII nella Pacem in terris, che denunciava che le armi uccidono già nella loro produzione sottraendo risorse ai poveri.
Occorre un impegno straordinario di tutte le persone di buona volontà in qualsiasi ambito operino, di qualsiasi fede e ideali siano, perché si sottragga il futuro a chi, cinicamente, utilizzando anche nuove formule come “transizione ecologica”, persegue finalità contrarie ad una vera ecologia integrale e aumenta la già insostenibile e immorale presenza di armi, anche di distruzione di massa, nel nostro pianeta.
Occorre una nuova alleanza tra chi ama davvero la nostra terra comune e i diritti umani universali perché le nuove generazioni possano vivere non solo in un ambiente più sano, ma anche più fraterno e nonviolento.  Non si può aspettare, il tempo per agire è ora. La politica persegua una vera ecologia integrale per vivere in un ambiente più sano e più fraterno.

Nelle basi di Aviano (Pordenone) e di Ghedi (Brescia) sono presenti ordigni nucleari (B61), una quarantina circa Il nostro Paese si è impegnato ad acquistare 90 caccia F35 per una spesa complessiva di oltre 14 miliardi di euro

Armi nucleari: «Il nostro Paese ratifichi il trattato Onu». APPELLO
(VITA NUOVA . Diocesi di Parma. 23 maggio 2021)

Un appello rivolto al Governo e al Parlamento affinché l’Italia ratifichi il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari, entrato in vigore lo scorso 22 gennaio 2021 con il raggiungimento della cinquantesima ratifica necessaria, è stato firmato e diffuso dai presidenti nazionali delle Acli, dell’Azione cattolica italiana, dell’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, dai responsabili italiani del Movimento dei Focolari e dal coordinatore nazionale di Pax Christi.
«Questo Trattato, che era stato votato dall’Onu nel luglio 2017 da 122 Paesi, rende ora illegale, negli Stati che l’hanno sottoscritto, l’uso, lo sviluppo, i test, la produzione, la fabbricazione, l’acquisizione, il possesso, l’immagazzinamento, l’installazione o il dispiegamento di armi nucleari – si legge nell’appello –. Il nostro Paese non ha né firmato il Trattato in occasione della sua adozione da parte delle Nazioni Unite, né l’ha successivamente ratificato. Tra i primi firmatari di questo Trattato vi è invece la Santa Sede». In Italia, ricordano i promotori, «nelle basi di Aviano (Pordenone) e di Ghedi (Brescia), sono presenti ordigni nucleari (B61), una quarantina circa. E nella base di Ghedi si stanno ampliando le strutture per poter ospitare i nuovi cacciabombardieri F35, ognuno dal costo di almeno 155 milioni di euro, in grado di trasportare nuovi ordigni atomici ancora più potenti (B61-12). Il nostro Paese si è impegnato ad acquistare novanta cacciabombardieri F35 per una spesa complessiva di oltre 14 miliardi di euro, cui vanno aggiunti i costi di manutenzione e quelli relativi alla loro operatività».
«Le armi nucleari sono armi di distruzione di massa, dunque, in quanto tali, eticamente inaccettabili », come ha ricordato anche papa Francesco durante il suo viaggio in Giappone, il 24 novembre 2019 a Hiroshima. Anche altri movimenti e associazioni del mondo cattolico italiano saranno invitati a sottoscrivere l’appello. Le adesioni saranno raccolte fino a fine maggio, poi il documento verrà di nuovo reso pubblico con tutte le firme pervenute.
Patrizia Caiffa
Appello al Governo e al Parlamento firmato da Acli, Azione cattolica, Comunità Papa Giovanni XXIII, Focolari, Pax Christi e altre 40 associazioni.




Vaccini per tutti o si ricomincerà sempre da capo.

Non ci si protegge in un solo Paese
di Danilo Taino
in “Corriere della Sera” del 19 maggio 2021
Ora è ufficiale: una parte non piccola del futuro della Gran Bretagna si decide in India.
La variante del virus che si è sviluppata nel subcontinente dell’Asia ha preso piede con forza in
alcune località del Regno Unito e ha costretto Boris Johnson a un possibile, parziale futuro
ripensamento del programma di riaperture e soprattutto ad accelerare la campagna di vaccinazione.
Lo si sapeva: l’Impero britannico si prese l’India e da allora da quella terra non si può separare. La
variante indiana dimostra però soprattutto qualcos’altro: solo una vaccinazione di massa, globale ci
metterà al riparo dal Covid-19. Non ci sono angoli del mondo che sfuggono a questa realtà: in
Occidente, nei Paesi poveri e persino nelle Nazioni asiatiche che avevano gestito bene la pandemia
nella prima fase.
La variante B.1.617.2, o «indiana», è aggressiva, come si è visto in queste settimane a Delhi, a
Mumbai, a Kolkata. Pare essere il 50% più trasmissibile della cosiddetta variante «inglese» (o del
Kent) che già lo era del 40-60% più del virus originario. In Gran Bretagna è destinata a diventare
dominante. Johnson ha fatto capire che potrebbero esserci ritardi nel ritorno alla piena normalità
nell’Isola, previsto per giugno, ma allo stesso tempo ha confermato le riaperture di lunedì scorso
(cinema, musei, ristoranti e pub anche al chiuso). E ha ridotto i tempi di somministrazione della
seconda dose di vaccino agli ultracinquantenni. Se il primo ministro può affrontare senza panico la
variazione del virus è perché la campagna di immunizzazione nel Regno Unito è stata finora un
successo. Ben diversa sarebbe stata la situazione se sulle sponde del Tamigi si fossero manifestati i
drammi vissuti sulle rive del Gange. Grazie vaccini, insomma. È però evidente che proteggersi in un
solo Paese è, alla lunga, una battaglia che non può essere vinta. Oggi la variante è indiana, nei mesi
scorsi è stata inglese, brasiliana, sudafricana. Altre ne arriveranno.
Ora che le campagne di vaccinazione in Europa e negli Stati Uniti sono avviate, diventa urgente
dare una spinta decisiva all’immunizzazione del resto del mondo, anche per evitare che le varianti si
moltiplichino: nei Paesi poveri e in quelli ricchi che hanno creduto di potere fare a meno della
vaccinazione di massa. La discussione all’Organizzazione Mondiale del Commercio sulla
sospensione dei brevetti sui vaccini andrà avanti a lungo. Nel frattempo, quello che davvero serve è
creare il maggior numero possibile di centri di produzione, su licenza e sotto il controllo delle
aziende che i brevetti possiedono, come già succede in 15 Paesi per il vaccino Oxford-AstraZeneca.
E distribuirli a tutti, anche a chi non li può pagare.
Ma non basterà. Ci sono ostacoli anche di strategia. Succede che la quota di vaccini somministrati
in Paesi che avevano gestito bene la prima fase della pandemia è troppo bassa: il 7,3% in Corea del
Sud, lo 0,14% a Taiwan, il 6% in Nuova Zelanda, il 6% in Australia, il 16% a Hong Kong, l’1% in
Vietnam, il 3,5% in Giappone. Il risultato è che, a causa del ritorno dei contagi, nelle scorse
settimane quasi tutti questi Paesi hanno dovuto reintrodurre misure di contenimento, dai nuovi
lockdown (Taiwan, Giappone) alla chiusura delle frontiere (quasi tutti) fino al blocco dei «corridoi»
fra Paesi che si consideravano Covid-free (Singapore-Hong Kong e per qualche giorno tra Australia
e Nuova Zelanda). È che, in seguito ai successi dell’anno scorso dovuti al tracciamento e ai
confinamenti, in Asia si è radicata l’illusione che si potesse raggiungere lo Zero Covid, cioè
l’eliminazione di ogni rischio senza bisogno di grandi vaccinazioni. Un’idea ora difficile da
superare di fronte alla realtà che la presenza del virus sarà endemica (probabilmente a bassa
mortalità) e globale, che non si supera chiudendo le frontiere e isolandosi. Tanto che, mentre i Paesi
occidentali iniziano a riaprire, parecchie nazioni asiatiche devono chiudere di nuovo, con il pericolo
di tagliarsi fuori dalla ripresa e rimanere vulnerabili. In modo diverso, l’India e il Sud-Est asiatico chiariscono a tutti che l’obiettivo può solo essere
l’immunità di massa e globale. E la si raggiunge con vaccini, vaccini, vaccini




I Vescovi per la Festa del 1° maggio 2021
«E AL POPOLO STAVA A CUORE IL LAVORO» (Neemia 3,38)

Messaggio dei Vescovi per la Festa del 1° maggio 2021

«E AL POPOLO STAVA A CUORE IL LAVORO» (Neemia 3,38)

Abitare una nuova stagione economico sociale

Il libro di Neemia, nella Bibbia, racconta l’impegno del popolo d’Israele intento a ricostruire le mura di Gerusalemme. Al lavoro generativo della gente, però, si oppongono le derisioni e le critiche dei popoli nemici: «Che vogliono fare questi miserabili Giudei?» […] «Edifichino pure! Se una volpe vi salta sopra, farà crollare il loro muro di pietra!» (Neemia 3,34-35). Neemia, invece, ricorda l’unità e la caparbietà del popolo nel portare a termine l’opera intrapresa, commentando che «al popolo stava a cuore il lavoro» (Neemia 3,38). Il brano biblico presenta la forte opposizione tra chi sta a guardare criticando e chi invece mette tutto l’impegno possibile perché nasca qualcosa di nuovo. È la contrapposizione tra il lavoro parlato e il lavoro realizzato concretamente, tra modelli vecchi di lavoro e nuove opportunità che si affacciano. In un contesto molto diverso oggi scopriamo l’importanza della generatività, che si fonda sull’«amore pieno di verità» (CV 79). Il generare richiede la responsabilità e la capacità di uscire da se stessi per aprirsi all’altro nel segno di una vita segnata dall’amore, unica realtà in grado di rendere la vita piena e feconda. Ciò comporta un conflitto tra il vecchio che resiste e il nuovo che s’impone con la sua forza di cambiamento. A chi affronta questa dinamica è richiesto di abitare una sana tensione tra la paura di perdere quello che si era, o si deteneva come certezza nell’agire, e un rinnovato impegno verso nuovi stili di vita. D’altronde chi ha incontrato il Signore Gesù, chi lo ha sperimentato come Signore della propria vita, «è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52).
La terribile prova della pandemia ha messo a nudo i limiti del nostro sistema socio-economico. Nel mondo del lavoro si sono aggravate le diseguaglianze esistenti e create nuove povertà. Già prima di essa il Paese appariva diviso in tre grandi categorie. Una composta da lavoratori di alta qualifica o comunque tutelati e privilegiati che non hanno visto la loro posizione a rischio. Essi hanno potuto continuare a svolgere il loro lavoro a distanza e hanno perfino realizzato dei risparmi avendo ridotto gli spostamenti durante il periodo di restrizioni alla mobilità. Una seconda categoria di lavoratori in settori o attività a forte rischio o comunque con possibilità di azione ridotta è entrata in crisi: commercio, spettacoli, ristorazione, artigiani, servizi vari. L’intervento pubblico sul fronte della cassa integrazione, delle agevolazioni al prestito, dei ristori e della sospensione di pagamenti di rate e obblighi fiscali ha alleviato in parte, ma non del tutto, i problemi di questa categoria. Un terzo gruppo è rappresentato dai disoccupati, dagli inattivi o dai lavoratori irregolari e coinvolti nel lavoro nero che accentua una condizione disumana di sfruttamento. Sono gli ultimi, in particolare, ad aver vissuto la situazione più difficile perché fuori dalle reti di protezione ufficiali del welfare. Va anche considerato il fatto che il governo ha bloccato i licenziamenti, ma quando il blocco verrà tolto la situazione diventerà realmente drammatica.
Un piccolo segno di speranza è la forte ripresa delle attività sociali ed economiche nell’estate 2020. Ha dimostrato come, appena il giogo della pandemia si allenterà, la voglia di ripartire dovrebbe generare una forte ripresa e vitalità della nostra società contribuendo ad alleviare i gravi problemi vissuti durante l’emergenza. È fondamentale, pertanto, che tutte le reti di protezione siano attivate. Il «vaccino sociale» della pandemia, infatti, è rappresentato dalla rete di legami di solidarietà, dalla forza delle iniziative della società civile e degli enti intermedi che realizzano nel concreto il principio di sussidiarietà anche in momenti così difficili. Un aspetto fondamentale di questo tempo per i credenti è la gratitudine di aver incontrato il Vangelo della vita, l’annuncio del Salvatore. La pandemia, infatti, ci ha permesso di sperimentare quanto siamo tutti legati ed interdipendenti. Siamo chiamati ad impegnarci per il bene comune: esso è indissolubilmente legato con la salvezza, cioè il nostro stesso destino personale.
«Peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi» ci ha avvertiti papa Francesco. I periodi di prova sono anche momenti preziosi che ci insegnano molto. La crisi ci ha spinto a scoprire e percorrere sentieri inediti nelle politiche economiche. Viviamo una maggiore integrazione tra Paesi europei grazie alla solidarietà tra stati nazionali e all’adozione di strategie di finanziamento comuni più orientate all’importanza della spesa pubblica in materia di istruzione e sanità. L’insostenibilità dei ritmi di lavoro, l’inconciliabilità della vita professionale ed economica con quella personale, affettiva e famigliare, i costi psicologici e spirituali di una competizione che si basa sull’unico principio della performance, vanno contrastati nella prospettiva della generatività sociale. L’esercitazione forzata di lavoro a distanza a cui siamo stati costretti ci ha fatto esplorare possibilità di conciliazione tra tempo del lavoro e tempo delle relazioni e degli affetti che prima non conoscevamo. Da questa terribile prova sta nascendo una nuova era nella quale impareremo a diventare «imprenditori del nostro tempo» e più capaci di ripartirlo in modo armonico tra esigenze di lavoro, di formazione, di cura delle relazioni e della vita spirituale e di tempo libero. Se le relazioni faccia a faccia in presenza restano quelle più ricche e privilegiate, abbiamo compreso che in molte circostanze nei rapporti di lavoro è possibile risparmiare tempi di spostamento mantenendo o persino aumentando la nostra operosità e combinandola con la cura di relazioni e affetti.
Come Chiesa italiana abbiamo due bussole da seguire nel cammino pastorale e nel servizio al mondo del lavoro. La prima è costituita dall’enciclica di papa Francesco Fratelli tutti: la fraternità illumina anche i luoghi di lavoro, che sono esperienze di comunità e di condivisione. In tempo di crisi la fraternità è tanto più necessaria perché si trasforma in solidarietà con chi rischia di rimanere fuori dalla società. «Il grande tema è il lavoro. Ciò che è veramente popolare – perché promuove il bene del popolo – è assicurare a tutti la possibilità di far germogliare i semi che Dio ha posto in ciascuno, le sue capacità, la sua iniziativa, le sue forze» (FT 162). Per questo, il mondo del lavoro dopo la pandemia ha bisogno di trovare strade di conversione e riconversione, anche per superare la questione della produzione di armi. Conversione alla transizione ecologica e riconversione alla centralità dell’uomo, che spesso rischia di essere considerato come numero e non come volto nella sua unicità. Ci inseriamo nella seconda bussola che è il cammino verso la Settimana Sociale di Taranto (21-24 ottobre 2021) sul tema del rapporto tra l’ambiente e il lavoro. Lo ricorda molto bene l’Instrumentum laboris che afferma: «La conversione che ci è chiesta è quella di passare dalla centralità della produzione – dove l’essere umano pretende di dominare la realtà – a quella della generazione – dove ciò che facciamo non può mai essere slegato dal legame con ciò e con chi ci circonda, oltre che con le future generazioni» (n. 25).
Il 1° maggio, festa di San Giuseppe lavoratore, che papa Francesco ha voluto celebrare con un anno a lui dedicato, ci spinga a vivere questa difficile fase senza disimpegno e senza rassegnazione. Abitiamo i nostri territori diocesani con le loro potenzialità di innovazione ma anche nelle ferite che emergono e che si rendono visibili sui volti di molte famiglie e persone. Sappiamo che ogni novità va abitata con una capacità generativa e creativa frutto dello Spirito di Dio. Nulla ci distolga dall’attenzione verso i lavoratori. Parafrasando un celebre brano di Gaudium et spes, le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce del mondo del lavoro, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono, sono i sentimenti dei discepoli di Cristo Signore. Condividiamo le preoccupazioni, ma ci facciamo carico di sostenere nuove forme di imprenditorialità e di cura. Se «tutto è connesso» (LS 117), lo è anche la Chiesa italiana con la sorte dei propri figli che lavorano o soffrono la mancanza di lavoro. Ci stanno a cuore.

Roma, 19 marzo 2021 (Solennità di San Giuseppe)

La Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace




ABBIAMO SFIDATO LA PANCIA DELLA BESTIA
Amanda Gorman

Elegia per l’America

ABBIAMO SFIDATO LA PANCIA DELLA BESTIA

Pubblichiamo l’elegia per l’America The Hill We Climb che Amanda Gorman ha recitato in occasione dell’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca il 20 gennaio 2021.

Quando arriva il giorno, ci chiediamo dove possiamo trovare una luce in quest’ombra senza fine?
La perdita che portiamo sulle spalle è un mare che dobbiamo guadare.
Noi abbiamo sfidato la pancia della bestia.
Noi abbiamo imparato che la quiete non è sempre pace,
e le norme e le nozioni di quel che «semplicemente» è non sono sempre giustizia.
Eppure, l’alba è nostra, prima ancora che ci sia dato accorgersene.
In qualche modo, ce l’abbiamo fatta.
In qualche modo, abbiamo resistito e siamo stati testimoni di come questa nazione non sia rotta,
ma, semplicemente, incompiuta.
Noi, gli eredi di un Paese e di un’epoca in cui una magra ragazza afroamericana, discendente dagli schiavi e cresciuta da una madre single, può sognare di diventare presidente, per sorprendersi poi a recitare all’insediamento di un altro.

Certo, siamo lontani dall’essere raffinati, puri,
ma ciò non significa che il nostro impegno sia teso a formare un’unione perfetta.
Noi ci stiamo sforzando di plasmare un’unione che abbia uno scopo.
(Ci stiamo sforzando) di dar vita ad un Paese che sia devoto ad ogni cultura, colore, carattere e condizione sociale.
E così alziamo il nostro sguardo non per cercare quel che ci divide, ma per catturare quel che abbiamo davanti.
Colmiamo il divario, perché sappiamo che, per poter mettere il nostro futuro al primo posto, dobbiamo prima mettere da parte le nostre differenze.
Abbandoniamo le braccia ai fianchi così da poterci sfiorare l’uno con l’altro.
Non cerchiamo di ferire il prossimo, ma cerchiamo un’armonia che sia per tutti.
Lasciamo che il mondo, se non altri, ci dica che è vero:
Che anche nel lutto, possiamo crescere.
Che nel dolore, possiamo trovare speranza.
Che nella stanchezza, avremo la consapevolezza di averci provato.
Che saremo legati per l’eternità, l’uno all’altro, vittoriosi.
Non perché ci saremo liberati della sconfitta, ma perché non dovremo più essere testimoni di divisioni.

Le Scritture ci dicono di immaginare che ciascuno possa sedere sotto la propria vite e il proprio albero di fico e lì non essere spaventato.
Se vorremo essere all’altezza del nostro tempo, non dovremo cercare la vittoria nella lama di un’arma, ma nei ponti che avremo costruito.
Questa è la promessa con la quale arrivare in una radura, questa è la collina da scalare, se avremo il coraggio di farlo.
Essere americani è più di un orgoglio che ereditiamo.
È il passato in cui entriamo ed è il modo in cui lo ripariamo.
Abbiamo visto una forza che avrebbe scosso il nostro Paese anziché tenerlo insieme.
Lo avrebbe distrutto, se avesse rinviato la democrazia.
Questo sforzo è quasi riuscito.
Ma se può essere periodicamente rinviata,
la democrazia non può mai essere permanentemente distrutta.
In questa verità, in questa fede, noi crediamo,
Finché avremo gli occhi sul futuro, la storia avrà gli occhi su di noi.
Questa è l’era della redenzione.
Ne abbiamo avuto paura, ne abbiamo temuto l’inizio.
Non eravamo pronti ad essere gli eredi di un lascito tanto orribile,
Ma, all’interno di questo orrore, abbiamo trovato la forza di scrivere un nuovo capitolo, di offrire speranza e risate a noi stessi.
Una volta ci siamo chiesti: “Come possiamo avere la meglio sulla catastrofe?”. Oggi ci chiediamo: “Come può la catastrofe avere la meglio su di noi?”.

Non marceremo indietro per ritrovare quel che è stato, ma marceremo verso quello che dovrebbe essere:
Un Paese che sia ferito, ma intero, caritatevole, ma coraggioso, fiero e libero.
Non saremo capovolti o interrotti da alcuna intimidazione, perché noi sappiamo che la nostra immobilità, la nostra inerzia andrebbero in lascito alla prossima generazione.
I nostri errori diventerebbero i loro errori.
E una cosa è certa:
Se useremo la misericordia insieme al potere, e il potere insieme al diritto, allora l’amore sarà il nostro solo lascito e il cambiamento, un diritto di nascita per i nostri figli.

Perciò, fateci vivere in un Paese che sia migliore di quello che abbiamo lasciato.
Con ogni respiro di cui il mio petto martellato in bronzo sia capace, trasformeremo questo mondo ferito in un luogo meraviglioso.
Risorgeremo dalle colline dorate dell’Ovest.
Risorgeremo dal Nord-Est spazzato dal vento, in cui i nostri antenati, per primi, fecero la rivoluzione.
Risorgeremo dalle città circondate dai laghi, negli stati del Midwest.




1 gennaio 2021
MESSAGGIO di Papa FRANCESCO PER LA 54a GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

MESSAGGIO di Papa FRANCESCO
PER LA 54° GIORNATA MONDIALE DELLA PACE – 1° GENNAIO 2021

LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE

  1. Alle soglie del nuovo anno, desidero porgere i miei più rispettosi saluti ai Capi di Stato e di Governo, ai responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai leaderspirituali e ai fedeli delle varie religioni, agli uomini e alle donne di buona volontà. A tutti rivolgo i miei migliori auguri, affinché quest’anno possa far progredire l’umanità sulla via della fraternità, della giustizia e della pace fra le persone, le comunità, i popoli e gli Stati. Il 2020 è stato segnato dalla grande crisi sanitaria del Covid-19, trasformatasi in un fenomeno multisettoriale e globale, aggravando crisi tra loro fortemente interrelate, come quelle climatica, alimentare, economica e migratoria, e provocando pesanti sofferenze e disagi. Penso anzitutto a coloro che hanno perso un familiare o una persona cara, ma anche a quanti sono rimasti senza lavoro. Un ricordo speciale va ai medici, agli infermieri, ai farmacisti, ai ricercatori, ai volontari, ai cappellani e al personale di ospedali e centri sanitari, che si sono prodigati e continuano a farlo, con grandi fatiche e sacrifici, al punto che alcuni di loro sono morti nel tentativo di essere accanto ai malati, di alleviarne le sofferenze o salvarne la vita. Nel rendere omaggio a queste persone, rinnovo l’appello ai responsabili politici e al settore privato affinché adottino le misure adeguate a garantire l’accesso ai vaccini contro il Covid-19 e alle tecnologie essenziali necessarie per assistere i malati e tutti coloro che sono più poveri e più fragili[1]. Duole constatare che, accanto a numerose testimonianze di carità e solidarietà, prendono purtroppo nuovo slancio diverse forme di nazionalismo, razzismo, xenofobia e anche guerre e conflitti che seminano morte e distruzione. Questi e altri eventi, che hanno segnato il cammino dell’umanità nell’anno trascorso, ci insegnano l’importanza di prenderci cura gli uni degli altri e del creato, per costruire una società fondata su rapporti di fratellanza. Perciò ho scelto come tema di questo messaggio: La cultura della cura come percorso di pace. Cultura della cura per debellare la cultura dell’indifferenza, dello scarto e dello scontro, oggi spesso prevalente.
  2. Dio Creatore, origine della vocazione umana alla cura

In molte tradizioni religiose, vi sono narrazioni che si riferiscono all’origine dell’uomo, al suo rapporto con il Creatore, con la natura e con i suoi simili. Nella Bibbia, il Libro della Genesi rivela, fin dal principio, l’importanza della cura o del custodire nel progetto di Dio per l’umanità, mettendo in luce il rapporto tra l’uomo (’adam) e la terra (’adamah) e tra i fratelli. Nel racconto biblico della creazione, Dio affida il giardino “piantato nell’Eden” (cfr Gen 2,8) alle mani di Adamo con l’incarico di “coltivarlo e custodirlo” (cfr Gen 2,15). Ciò significa, da una parte, rendere la terra produttiva e, dall’altra, proteggerla e farle conservare la sua capacità di sostenere la vita[2]. I verbi “coltivare” e “custodire” descrivono il rapporto di Adamo con la sua casa-giardino e indicano pure la fiducia che Dio ripone in lui facendolo signore e custode dell’intera creazione. La nascita di Caino e Abele genera una storia di fratelli, il rapporto tra i quali sarà interpretato – negativamente – da Caino in termini di tutela custodia. Dopo aver ucciso suo fratello Abele, Caino risponde così alla domanda di Dio: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9)[3]. Sì, certamente! Caino è il “custode” di suo fratello. «In questi racconti così antichi, ricchi di profondo simbolismo, era già contenuta una convinzione oggi sentita: che tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri»[4].

  1. Dio Creatore, modello della cura

La Sacra Scrittura presenta Dio, oltre che come Creatore, come Colui che si prende cura delle sue creature, in particolare di Adamo, di Eva e dei loro figli. Lo stesso Caino, benché su di lui ricada la maledizione a motivo del crimine che ha compiuto, riceve in dono dal Creatore un segno di protezione, affinché la sua vita sia salvaguardata (cfr Gen 4,15). Questo fatto, mentre conferma la dignità inviolabile della persona, creata ad immagine e somiglianza di Dio, manifesta anche il piano divino per preservare l’armonia della creazione, perché «la pace e la violenza non possono abitare nella stessa dimora»[5]. Proprio la cura del creato è alla base dell’istituzione dello Shabbat che, oltre a regolare il culto divino, mirava a ristabilire l’ordine sociale e l’attenzione per i poveri (Gen 1,1-3; Lv 25,4). La celebrazione del Giubileo, nella ricorrenza del settimo anno sabbatico, consentiva una tregua alla terra, agli schiavi e agli indebitati. In questo anno di grazia, ci si prendeva cura dei più fragili, offrendo loro una nuova prospettiva di vita, così che non vi fosse alcun bisognoso nel popolo (cfr Dt 15,4). Degna di nota è anche la tradizione profetica, dove il vertice della comprensione biblica della giustizia si manifesta nel modo in cui una comunità tratta i più deboli al proprio interno. È per questo che Amos (2,6-8; 8) e Isaia (58), in particolare, alzano continuamente la loro voce a favore della giustizia per i poveri, i quali, per la loro vulnerabilità e mancanza di potere, sono ascoltati solo da Dio, che si prende cura di loro (cfr Sal 34,7; 113,7-8).

  1. La cura nel ministero di Gesù

La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità (Gv 3,16). Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Queste azioni messianiche, tipiche dei giubilei, costituiscono la testimonianza più eloquente della missione affidatagli dal Padre. Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore (cfr Gv 10,11-18; Ez 34,1-31); è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37). Al culmine della sua missione, Gesù suggella la sua cura per noi offrendosi sulla croce e liberandoci così dalla schiavitù del peccato e della morte. Così, con il dono della sua vita e il suo sacrificio, Egli ci ha aperto la via dell’amore e dice a ciascuno: “Seguimi. Anche tu fa’ così” (cfr Lc 10,37).

  1. La cultura della cura nella vita dei seguaci di Gesù  

Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi. E quando, in periodi successivi, la generosità dei cristiani perse un po’ di slancio, alcuni Padri della Chiesa insistettero sul fatto che la proprietà è intesa da Dio per il bene comune. Ambrogio sosteneva che «la natura ha riversato tutte le cose per gli uomini per uso comune. […] Pertanto, la natura ha prodotto un diritto comune per tutti, ma l’avidità lo ha reso un diritto per pochi»[6].  Superate le persecuzioni dei primi secoli, la Chiesa ha approfittato della libertà per ispirare la società e la sua cultura. «La miseria dei tempi suscitò nuove forze al servizio della charitas christiana. La storia ricorda numerose opere di beneficenza. […] Furono eretti numerosi istituti a sollievo dell’umanità sofferente: ospedali, ricoveri per i poveri, orfanotrofi e brefotrofi, ospizi, ecc.»[7].

  1. I principi della dottrina sociale della Chiesa come base della cultura della cura

La diakonia delle origini, arricchita dalla riflessione dei Padri e animata, attraverso i secoli, dalla carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede, è diventata il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, offrendosi a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato.
* La cura come promozione della dignità e dei diritti della persona.
«Il concetto di persona, nato e maturato nel cristianesimo, aiuta a perseguire uno sviluppo pienamente umano. Perché persona dice sempre relazione, non individualismo, afferma l’inclusione e non l’esclusione, la dignità unica e inviolabile e non lo sfruttamento»[8]. Ogni persona umana è un fine in sé stessa, mai semplicemente uno strumento da apprezzare solo per la sua utilità, ed è creata per vivere insieme nella famiglia, nella comunità, nella società, dove tutti i membri sono uguali in dignità. È da tale dignità che derivano i diritti umani, come pure i doveri, che richiamano ad esempio la responsabilità di accogliere e soccorrere i poveri, i malati, gli emarginati, ogni nostro «prossimo, vicino o lontano nel tempo e nello spazio»[9].
* La cura del bene comune.
Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’«insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente»[10]. Pertanto, i nostri piani e sforzi devono sempre tenere conto degli effetti sull’intera famiglia umana, ponderando le conseguenze per il momento presente e per le generazioni future. Quanto ciò sia vero e attuale ce lo mostra la pandemia del Covid-19, davanti alla quale «ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme»[11], perché «nessuno si salva da solo»[12] e nessuno Stato nazionale isolato può assicurare il bene comune della propria popolazione[13].
* La cura mediante la solidarietà.
La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come «determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti»[14]. La solidarietà ci aiuta a vedere l’altro – sia come persona sia, in senso lato, come popolo o nazione – non come un dato statistico, o un mezzo da sfruttare e poi scartare quando non più utile, ma come nostro prossimo, compagno di strada, chiamato a partecipare, alla pari di noi, al banchetto della vita a cui tutti sono ugualmente invitati da Dio.
* La cura e la salvaguardia del creato.
L’Enciclica Laudato si’ prende atto pienamente dell’interconnessione di tutta la realtà creata e pone in risalto l’esigenza di ascoltare nello stesso tempo il grido dei bisognosi e quello del creato. Da questo ascolto attento e costante può nascere un’efficace cura della terra, nostra casa comune, e dei poveri. A questo proposito, desidero ribadire che «non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani»[15]. «Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo»[16].

  1. La bussola per una rotta comune
    In un tempo dominato dalla cultura dello scarto, di fronte all’acuirsi delle disuguaglianze all’interno delle Nazioni e fra di esse[17], vorrei dunque invitare i responsabili delle Organizzazioni internazionali e dei Governi, del mondo economico e di quello scientifico, della comunicazione sociale e delle istituzioni educative a prendere in mano questa “bussola” dei principi sopra ricordati, per imprimere una rotta comune al processo di globalizzazione, «una rotta veramente umana»[18]. Questa, infatti, consentirebbe di apprezzare il valore e la dignità di ogni persona, di agire insieme e in solidarietà per il bene comune, sollevando quanti soffrono dalla povertà, dalla malattia, dalla schiavitù, dalla discriminazione e dai conflitti. Mediante questa bussola, incoraggio tutti a diventare profeti e testimoni della cultura della cura, per colmare tante disuguaglianze sociali. E ciò sarà possibile soltanto con un forte e diffuso protagonismo delle donne, nella famiglia e in ogni ambito sociale, politico e istituzionale. La bussola dei principi sociali, necessaria a promuovere la cultura della cura, è indicativa anche per le relazioni tra le Nazioni, che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale. A tale proposito, vanno ribadite la tutela e la promozione dei diritti umani fondamentali, che sono inalienabili, universali e indivisibili[19]. Va richiamato anche il rispetto del diritto umanitario, soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione. Purtroppo molte regioni e comunità hanno smesso di ricordare un tempo in cui vivevano in pace e sicurezza. Numerose città sono diventate come epicentri dell’insicurezza: i loro abitanti lottano per mantenere i loro ritmi normali, perché vengono attaccati e bombardati indiscriminatamente da esplosivi, artiglieria e armi leggere. I bambini non possono studiare. Uomini e donne non possono lavorare per mantenere le famiglie. La carestia attecchisce dove un tempo era sconosciuta. Le persone sono costrette a fuggire, lasciando dietro di sé non solo le proprie case, ma anche la storia familiare e le radici culturali. Le cause di conflitto sono tante, ma il risultato è sempre lo stesso: distruzione e crisi umanitaria. Dobbiamo fermarci e chiederci: cosa ha portato alla normalizzazione del conflitto nel mondo? E, soprattutto, come convertire il nostro cuore e cambiare la nostra mentalità per cercare veramente la pace nella solidarietà e nella fraternità? Quanta dispersione di risorse vi è per le armi, in particolare per quelle nucleari[20], risorse che potrebbero essere utilizzate per priorità più significative per garantire la sicurezza delle persone, quali la promozione della pace e dello sviluppo umano integrale, la lotta alla povertà, la garanzia dei bisogni sanitari. Anche questo, d’altronde, è messo in luce da problemi globali come l’attuale pandemia da Covid-19 e dai cambiamenti climatici. Che decisione coraggiosa sarebbe quella di «costituire con i soldi che s’impiegano nelle armi e in altre spese militari un “Fondo mondiale” per poter eliminare definitivamente la fame e contribuire allo sviluppo dei Paesi più poveri»![21]
  1. Per educare alla cultura della cura

La promozione della cultura della cura richiede un processo educativo e la bussola dei principi sociali costituisce, a tale scopo, uno strumento affidabile per vari contesti tra loro correlati. Vorrei fornire al riguardo alcuni esempi.

– L’educazione alla cura nasce nella famiglia, nucleo naturale e fondamentale della società, dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco. Tuttavia, la famiglia ha bisogno di essere posta nelle condizioni per poter adempiere questo compito vitale e indispensabile.
– Sempre in collaborazione con la famiglia, altri soggetti preposti all’educazione sono la scuola e l’università, e analogamente, per certi aspetti, i soggetti della comunicazione sociale[22]. Essi sono chiamati a veicolare un sistema di valori fondato sul riconoscimento della dignità di ogni persona, di ogni comunità linguistica, etnica e religiosa, di ogni popolo e dei diritti fondamentali che ne derivano. L’educazione costituisce uno dei pilastri di società più giuste e solidali.
– Le religioni in generale, e i leader religiosi in particolare, possono svolgere un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili. Ricordo, a tale proposito, le parole del Papa Paolo VI rivolte al Parlamento ugandese nel 1969: «Non temete la Chiesa; essa vi onora, vi educa cittadini onesti e leali, non fomenta rivalità e divisioni, cerca di promuovere la sana libertà, la giustizia sociale, la pace; se essa ha qualche preferenza, questa è per i poveri, per l’educazione dei piccoli e del popolo, per la cura dei sofferenti e dei derelitti»[23].
– A quanti sono impegnati al servizio delle popolazioni, nelle organizzazioni internazionali, governative e non governative, aventi una missione educativa, e a tutti coloro che, a vario titolo, operano nel campo dell’educazione e della ricerca, rinnovo il mio incoraggiamento, affinché si possa giungere al traguardo di un’educazione «più aperta ed inclusiva, capace di ascolto paziente, di dialogo costruttivo e di mutua comprensione»[24].  Mi auguro che questo invito, rivolto nell’ambito del Patto educativo globale, possa trovare ampia e variegata adesione.

  1. Non c’è pace senza la cultura della cura

La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace. «In molte parti del mondo occorrono percorsi di pace che conducano a rimarginare le ferite, c’è bisogno di artigiani di pace disposti ad avviare processi di guarigione e di rinnovato incontro con ingegno e audacia»[25]. In questo tempo, nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune. Come cristiani, teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria, Stella del mare e Madre della speranza. Tutti insieme collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca. Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo[26], ma impegniamoci ogni giorno concretamente per «formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri»[27].
Dal Vaticano, 8 dicembre 2020
Francesco


[1] Cfr Videomessaggio in occasione della 75ª Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 25 settembre 2020. 
[2] Cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 67.
[3] Cfr Fraternità, fondamento e via per la pace”, Messaggio per la celebrazione della 47ª Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2014 (8-12-2013), 2.
[4] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 70.
[5] Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesan. 488.
[6] De officiis, 1, 28, 132: PL 16, 67.
[7] K. BIHLMEYER – H. TÜCHLE, Storia della Chiesa, vol. I L’antichità cristiana, Morcelliana, Brescia 1994, 447.448.
[8] Discorso ai partecipanti al Convegno promosso dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale nel 50° anniversario della “Populorum progressio (4 aprile 2017).
[9] Messaggio alla 22ª sessione della Conferenza degli Stati Parte alla Convenzione-Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP22), 10 novembre 2016. Cfr Tavolo interdicasteriale della Santa Sede sull’ecologia integrale, In cammino per la cura della casa comune. A cinque anni dalla Laudato si’, LEV, 31 maggio 2020.
[10] Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 26.
[11] Momento straordinario di preghiera in tempo di epidemia, 27 marzo 2020.
[12] Ibid.
[13] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 8; 153.

[14] S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis (30 dicembre 1987), 38.
[15] Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 91.
[16] Conferenza dell’Episcopato Dominicano, Lett. past. Sobre la relación del hombre con la naturaleza (21 gennaio 1987); cfr Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 92.
[17] Cfr Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 125.
[18] Ibid., 29
[19] Cfr Messaggio ai partecipanti alla Conferenza internazionale “I diritti umani nel mondo contemporaneo: conquiste, omissioni, negazioni”, Roma, 10-11 dicembre 2018.
[20] Cfr Messaggio alla Conferenza dell’ONU finalizzata a negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, che conduca alla loro totale eliminazione, 23 marzo 2017.
[21] Videomessaggio in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2020, 16 ottobre 2020.
[22] Cfr Benedetto XVI, “Educare i giovani alla giustizia e alla pace”, Messaggio per la 45ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2012 (8 dicembre 2011), 2; “Vinci l’indifferenza e conquista la pace”, Messaggio per la 49ª Giornata Mondiale della Pace, 1° gennaio 2016 (8 dicembre 2015), 6.
[23] Discorso ai Deputati e ai Senatori dell’Uganda, Kampala, 1° agosto 1969.
[24] Messaggio per il lancio del Patto Educativo, 12/09/2019: L’Osservatore Romano, 13 settembre 2019, p. 8.
[25] Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 225.
[26] Cfr ibid., 64.
[27] Ibid., 96; cfr “Fraternità, fondamento e via per la pace”, Messaggio per la celebrazione della 47ª Giornata Mondiale della Pace 1° gennaio 2014 (8 dicembre 2013), 1.