In memoria del santo profeta Vescovo Casaldàliga.
di Frei Betto

Ho conosciuto un santo e un profeta. In memoria del Vescovo Pedro Casaldàliga
12 agosto 2020. http://www.settimananews.it/profili/conosciuto-un-santo-un-profeta/
di Frei Betto

Dom Pedro era solito celebrare il Giorno dei defunti nel cimitero più povero di São Félix do Araguaia (MT). In quel luogo giacciono i resti mortali di indigeni e di lavoratori attirati in Amazzonia dal sogno di una vita migliore. Molti di essi, oltre a vedere le loro aspettative frustrate, furono uccisi con armi da fuoco. Il vescovo disse alla gente e agli operatori pastorali della prelatura: «Ascoltatemi bene. Vi dico una cosa molto seria. È qui che desidero essere sepolto». «Per riposare, voglio solo questa croce di legno / come pioggia e sole; / la sepoltura e la risurrezione» (Poema Cemiterio do Sertão, di Dom Pedro).
Malato da alcuni anni del morbo di Parkinson, che chiamava “Fratello Parkinson”, Pedro, a 92 anni, ha avuto un peggioramento nel suo stato di salute la prima settimana di agosto. Le risorse a São Félix sono precarie e l’indigenza è aggravata dalla pandemia del nuovo coronavirus. La congregazione claretiana a cui Pedro apparteneva, decise di trasferirlo a Batatais (SP), dove sarebbe stato meglio accudito. Sabato, 8 agosto – festa di san Domenico, spagnolo come Pedro – spirò poco dopo le 9.00 del mattino. I suoi confratelli hanno esaudito il suo desiderio di riposare nel cimitero di Karajá.
Pedro era giunto in Brasile, come missionario, nel 1968, in piena dittatura militare. Era venuto per avviare i Cursillos di Cristianità. Ma, imbattendosi nello sfruttamento dei braccianti nelle fattorie dell’Amazzonia, fece un’opzione radicale per i poveri. Lavoratori disoccupati e senza istruzione si inoltravano nelle foreste in cerca di migliori condizioni di vita, attratti dall’espansione del latifondo nella regione amazzonica. Letteralmente ammassati nelle città, cadevano nella trappola del lavoro schiavizzato. Non avevano altra scelta che acquistare provviste e vestiario nei magazzini della fattoria a prezzi esorbitanti che li irretivano nelle maglie di debiti impagabili Se cercavano di fuggire, venivano inseguiti dai capisquadra, assassinati o ripresi, frustati, e molte volte mutilati, mozzati di un orecchio.
Pedro nominato vescovo
São Félix è un municipio amazzonico del Mato Grosso, situato di fronte all’isola del Bananal, in un’area di 36.643 kmq. Nel decennio del 1970, la dittatura militare (1964-1985) ampliò a ferro e fuoco le frontiere agrozootecniche del Brasile, devastando parte dell’Amazzonia e attirando fattorie latifondiste impegnate a disboscare per creare pascoli ai bovini.

Casaldáliga, pastore di un popolo sbandato e minacciato dal lavoro da schiavi ne prese la difesa scontrandosi con i grandi proprietari agricoli; con le imprese agrozootecniche, minerarie o del legname; con i politici che, in cambio del sostegno finanziario e di voti, coprivano il degrado dell’ambiente e legalizzavano l’espansione fondiaria senza alcun rispetto delle leggi del lavoro.
Il 13 maggio 1969, Paolo VI creò la prelatura di São Félix do Araguaia. L’amministrazione fu affidata alla congregazione dei claretiani e, dal 1970 al 1971, padre Pedro Casaldáliga fu il primo amministratore apostolico. Poco dopo fu nominato vescovo. Adottò come principi che avrebbero dovuto guidare in maniera ferrea la sua attività pastorale: «Niente possedere, niente imporre, niente chiedere, niente tacere e, soprattutto, niente uccidere». Al dito, come insegna episcopale, un anello di tucum (legno di una specie di palma dell’Amazzonia, ndtr.), che divenne simbolo della spiritualità dei seguaci della Teologia della liberazione.
Nella lettera pastorale del 1971, “Una chiesa in Amazzonia in conflitto con il latifondo e l’emarginazione sociale”, Pedro situò accanto ai più poveri la prelatura appena creata: «Noi – vescovo, sacerdoti, suore, laici impegnati – siamo qui, tra l’Araguaia e il Xingu, in questo mondo, reale e concreto, emarginato e accusatorio… O rendiamo possibile l’incarnazione salvifica di Cristo in questo ambiente, al quale siamo stati inviati, oppure neghiamo la nostra fede, ci vergogniamo del Vangelo e tradiamo i diritti e la speranza piena di angoscia di un popolo che è anch’esso popolo di Dio: gli abitanti delle zone interne, i posseiros (piccoli agricoltori), i braccianti, questo pezzo brasiliano dell’Amazzonia. Poiché siamo qui, è qui che dobbiamo impegnarci. Chiaramente. Fino alla fine».
Poeta e profeta
Cinque volte imputato nei processi di espulsione dal Brasile, Casaldáliga viveva in una semplice abitazione, senza alcun sistema di sicurezza se non quello che gli assicuravano tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Calzando dei semplici sandali infradito e indossando un vestito comune come quello dei braccianti che circolavano per la città, ampliò la sua irradiazione apostolica mediante un’intensa attività letteraria.

Poeta rinomato, portava l’anima a sintonizzarsi con le grandi conquiste popolari nella Grande Patria latino-americana. Levò la sua penna e la sua voce nelle proteste contro il Fondo Monetario Internazionale, l’ingerenza della Casa Bianca nei paesi del continente, la difesa della rivoluzione cubana, la solidarietà con la rivoluzione sandinista o per denunciare i crimini dei militari del Salvador e del Guatemala.
In un’occasione compì un lungo viaggio a cavallo per visitare la famiglia di un posseiro che era in prigione. Giunse senza preavviso. Davanti a un piatto di riso in bianco e ad un altro di banane, la figlia maggiore chiese scusa imbarazzata all’ora di pranzo: «Se avessimo saputo che veniva un vescovo, avremmo preparato un pranzo diverso». La piccola Eva reagì dicendo: «Ma il vescovo non è migliore di noi»: egli custodì nel cuore questa lezione, e la mise sempre in pratica, evitando privilegi e vantaggi.
Quando i karajá[1] andavano in città, provenendo dall’isola di Bananal, l’ancoraggio era sempre alla casa di Pedro. Là mangiavano, bevevano acqua, si riposavano dopo i giri compiuti a São Félix.
Fondatore della Commissione pastorale della Terra (CPT) e del Consiglio Indigenista Missionario (Cimi), Casaldáliga, affermava che la saggezza popolare era la sua grande maestra.
Pedro a Cuba
Nel settembre 1985 mi recai a Cuba con i fratelli e teologi Leonardo e Clodovis Boff. Abbiamo informato Fidel Castro che Dom Pedro si trovava a Managua per partecipare alla Giornata di preghiera per la pace. Il leader cubano insistette affinché lo conducessimo all’Avana. La stessa sera intervenne all’apertura di un congresso mondiale giovanile sul debito estero: «Non è solo immorale riscuotere il debito estero, è anche immorale pagarlo, perché inevitabilmente significherà indebitare progressivamente i nostri popoli».

Chomy Miyar, la segretaria di Fidel, quando si accorse che le scarpe del prelato erano in pessimo stato, gli offrì un paio nuovo di stivali. «Lascio le mie scarpe al Museo della Rivoluzione», disse scherzando Dom Pedro.
Ci recammo insieme in Nicaragua il 13 settembre 1985. Qui prese parte a numerose iniziative contro l’aggressione del governo degli Stati Uniti ad opera dei sandinisti e battezzò il quarto figlio di Daniel Ortega, Maurice Facundo.
Nel suo secondo viaggio a Cuba, nel febbraio 1999, Casaldáliga dichiarò pubblicamente, a Pinar del Río: «Il capitalismo è un peccato capitale. Il socialismo può essere una virtù cardinale: siamo fratelli e sorelle, la terra è di tutti e, come ripeteva Gesù di Nazaret, non si possono servire due padroni, e l’altro padrone è proprio il capitale. Quando il capitale è neoliberale, di lucro ad ogni costo, di mercato totale, di esclusione di immense maggioranze, allora il peccato è chiaramente mortale».
E sottolineò: «Non ci sarà pace sulla terra, non ci sarà democrazia che meriti questo nome profanato, se non ci sarà una socializzazione della terra in campagna e del suolo in città, della salute e dell’istruzione, della comunicazione e della scienza.
Conversando con Dom Pedro, in una circostanza mi disse: penso alla frase di Gesù: «Ci sarà ancora fede sulla terra quando tornerò?» Ci sarà, ma non nella sua parola. Fede nel mercato, il grande demiurgo. Basti pensare che dei tre economisti vincitori del Premio Nobel negli ultimi trent’anni del XX secolo, due provenivano dalla Scuola di Chicago… Perciò, l’Accademia svedese ha dato credito a dei modelli matematici creati per favorire la speculazione finanziaria e tesi a considerare l’umanità come la somma di individui motivati solo da interessi personali e coinvolti nella più litigiosa competizione con i loro simili.
Oggi, vanno in chiesa solo coloro che non hanno risorse per recarsi nelle cattedrali del consumo. Il nuovo luogo di culto è il centro commerciale, lo Shopping Center considerato la porta del Paradiso, perché lì non ci sono mendicanti, immondizia, bambini di strada, minacce; tutto rifulge di uno splendore paradisiaco. Siamo tutti fedeli seguaci del catechismo pubblicitario. Ci infonde la convinzione che la salvezza individuale passa attraverso il consumo. Escluso non è chi ha peccato, è chi non ha denaro. Eretico non è chi è in disaccordo con i dogmi della Chiesa, ma chi si oppone ai dogmi del capitalismo. Apostata non è chi abiura la fede cristiana, ma uno che professa un’altra fede convinto che fuori dal mercato non c’è salvezza».
Successione
Nel 2003, all’età di 75 anni, Casaldáliga presentò la sua domanda di rinuncia alla prelatura, come richiesto dal Vaticano a tutti i vescovi, eccetto a quello di Roma, il papa. Nel 2005 il Vaticano nominò il suo successore. Prima però gli fu inviato un vescovo che, in nome di Roma, gli chiedeva di allontanarsi dalla prelatura, in modo da non intralciare il nuovo prelato. Dom Pedro non gradì l’invito e, coerente con il suo sforzo di rendere più democratico e trasparente il processo della scelta dei vescovi, si rifiutò di ascoltarlo. Il nuovo vescovo, Leonardo Ulrich Steiner, mise fine all’impasse dichiarando che Dom Pedro era benvenuto a São Félix.

Minacce
Dom Pedro fu oggetto di varie minacce di morte. La più grave nel 1976, a Ribeirão Cascalheira, il 12 ottobre, festa della patrona del Brasile, Nossa Senhora Aparecida. Giungendo in quella località assieme al missionario gesuita e indigenista João Bosco Penido Burnier, seppero che nella stazione della polizia due donne venivano torturate. Andarono lì ed ebbero una animata discussione con la polizia militare. Quando padre Burnier minacciò di riferire alle autorità ciò che stava avvenendo, uno dei soldati lo schiaffeggiò, lo colpì col calcio della rivoltella e poi gli sparò alla testa. In poche ore Padre Burnier morì. Nove giorni dopo, la gente invase la stazione di polizia, liberò i prigionieri, infranse tutto, abbatté le pareti e appiccò il fuoco. Sul luogo oggi sorge una chiesa, l’unica al mondo dedicata ai martiri.

Per le sue posizioni evangeliche, Pedro era accusato di essere un «vescovo del partito dei lavoratori». Non si è mai preoccupato delle accuse di cui era oggetto. Sapeva che era il prezzo da pagare per non difendere i privilegi dei latifondisti. Nella campagna presidenziale del 2018, il giorno precedente il primo turno delle elezioni, una manifestazione pro-Bolsonaro sfilò per la città e lo strombazzare dei clacson si intensificò passando davanti alla modesta abitazione del vescovo.
Nessuno incarna e simboleggia tanto la Teologia della liberazione quanto Dom Pedro. Egli divenne un riferimento mondiale di questa teologia incentrata sui diritti dei poveri.
Militante dell’utopia
Pedro è nato in una povera famiglia di piccoli agricoltori in Catalogna. Nel 1940, all’età di 12 anni, condotto da suo padre, entrò in seminario per diventare missionario. Nel maggio 1952, a 24 anni, fu ordinato sacerdote. Nell’ultimo anno di formazione pastorale, in Galizia, mantenne contatti con lavoratori e migranti, molti operai nelle fabbriche di tessuti. Si guadagnò il soprannome di «prete dei furfanti» o «prete dei diseredati».

Dopo un passaggio per la città industriale, la tappa successiva fu Barcellona. A 32 anni, si recò in Guinea Equatoriale, allora colonia spagnola, per avviare i Cursillos di Cristianità. Lì si rese conto che il modello europeo di Chiesa non avrebbe dovuto essere esportato nelle nazioni periferiche.
Come vescovo in Brasile, Pedro non ha mai usato alcun distintivo che lo differenziasse dalle altre persone e lo identificasse come prelato.
«Mi chiameranno sovversivo. / E dirò loro: lo sono. / Per il mio popolo in lotta, io vivo. / Con il mio popolo in cammino, vado / Ho una fede da guerrigliero / E amore per la rivoluzione» (Canzone della falce e del covone).
Ora mi accorgo di aver conosciuto un santo e un profeta, Pedro Casaldáliga. Santo per la sua fedeltà radicale (in senso etimologico di andare alle radici) al Vangelo e profeta per i rischi di vita affrontati e le avversità sofferte.


[1] Antica etnia indigena




E-GREGI EVASORI FISCALI
Il vescovo Bettazzi scrive agli evasori fiscali

Egregi evasori fiscali,  (e-gregio vuol dire infatti “fuori, al di sopra del gregge”, della gente comune) da vescovo più giovane e da presidente di Pax Christi, Movimento internazionale per la pace, m’era venuto di scrivere ai politici del tempo – ad esempio al democristiano Benigno Zaccagnini e al comunista Enrico Berlinguer – invitandoli a essere coerenti con le loro scelte politiche e convergenti al bene della nazione, ora, al termine della mia vita (ho ormai più di 96 anni), mi viene di scrivere una lettera a voi.  La pandemia che stiamo vivendo ci ha obbligati a vivere più ritirati, quindi più pensosi per la nostra vita personale e per il bene della collettività. Ed è così, ad esempio, che ci siamo resi conto del lavoro delle varie mafie che, attente a evitare situazioni più clamorose, come quelle che finiscono in uccisioni e stragi, sfruttano la situazione per aumentare le loro ricchezze, ad esempio con prestiti a usura a chi non riesce a trovare mezzi legali per sovvenire alla mancanza di danaro causata dalla limitazione del lavoro o dalla sua perdita. Al contrario, v’è chi arriva a frodare per avere sovvenzioni a cui non ha diritto. Questo ci ha fatto pensare come le limitazioni, sia del sistema sanitario antecedente come dei provvedimenti per arginare l’espandersi della pandemia e frenare le crisi dell’industria e delle aziende, derivi anche dalle minori disponibilità economiche dovute anche a quanto viene evaso da chi non paga le tasse, soprattutto di chi, con la ricchezza, riesce a trovare i mezzi per portare i suoi beni nei cosiddetti paradisi fiscali. Questa è una grossa ingiustizia perché quanto viene portato fuori dalla nazione è stato raggranellato con il lavoro dei concittadini e utilizzando le leggi (e le sottigliezze) dello Stato. È triste pensare che la nazione vi abbia fatti crescere e sviluppare fino al punto di poterla tradire.  Non voglio pensare che tra voi ci siano quelli che formalmente figurano come rispettosi – o addirittura partecipi attivi – del cristianesimo che ha accompagnato la storia della nostra nazione, ma poi trasgrediscono il suo messaggio fondamentale, che è quello di non chiudersi nel proprio egoismo, ma di aprirsi agli altri, proprio cominciando dai più piccoli, dai più poveri, dai più emarginati. Così fanno i boss delle varie mafie, che poi a copertura delle loro violenze proteggono le devozioni popolari e se ne fanno riverire, o quei politici che nel mondo ostentano oggetti e proteggono frange di strutture religiose per coprire le loro minori attenzioni umane. Non vorrei che anche voi, magari sovvenendo pubblicamente alcune opere di solidarietà, vogliate così “scontare” la vostra ingiustizia di fondo.
È vero che alle volte, nel mondo, le tassazioni possono sembrare eccessive o ingiuste. Ma, in democrazia, si devono trovare i mezzi, soprattutto da parte dei più abbienti come siete voi, per correggerle, non per avere un pretesto per evaderle, portando il proprio danaro negli… inferni fiscali. Perché purtroppo il danaro diventa quasi una divinità, anzi la vera alternativa a Dio: aveva già detto chiaramente Gesù (usando un termine locale) che non si possono servire due padroni: o Dio o mammona (il danaro).
Non so se anche qualche parroco vi ha mai detto che l’evasione fiscale è peccato mortale: l’ha detto qualche tempo fa laicamente Romano Prodi, ve lo ripete oggi un vescovo, anche se emerito. Mi verrebbe da ripetere la frase forte che san Giovanni Paolo II proclamò, nella valle di Agrigento, contro le mafie: “Convertitevi! Un giorno dovrete risponderne di fronte a Dio“. E allora non ci saranno pretesti e coperture.  Vi chiedo scusa se vi ho attaccati pubblicamente. Spero comunque di avervi fatto pensare.  Da vescovo, pregherò per voi, per le vostre famiglie e per le vostre attività, ovviamente purché siano oneste.
Luigi Bettazzi Vescovo emerito di Ivrea




IN BRASILE UN GENOCIDIO
Lettera di Frei Betto

“In Brasile si sta compiendo un genocidio”. Inizia così la lettera, che pubblichiamo sotto, scritta dal frate domenicano Frei Betto, noto scrittore e teologo della liberazione, che definisce un genocidio la morte di migliaia e migliaia di persone, sia per incuria, che per azione e/o omissione deliberata del governo Bolsonaro. Frei Betto è anche consulente della FAO ed è molto impegnato nei movimenti sociali. La sua vita è un’ attività di lotta intrapresa da anni a favore degli ultimi.

LETTERA AGLI AMICI E ALLE AMICHE ALL’ESTERO
In Brasile è in atto un genocidio! Nel momento in cui scrivo, 16/07, il Covid-19, apparso qui nel febbraio scorso, ha già ucciso 76 mila persone. I contagi sono quasi due milioni. Domenica prossima, 19/07 arriveremo a 80 mila vittime fatali. E probabile che ora mentre leggi questo appello drammatico, siano già 100 mila.
Quando ricordo che nei vent’anni di guerra del Vietnam, sono state sacrificate 58 mila vite di soldati americani, si fa chiara la gravità di quello che avviene nel mio paese. Questo orrore causa indignazione e turbamento. E tutti sappiamo che le misure di precauzione e restrizione adottate in tanti altri paesi, avrebbero potuto evitare una mortalità così grande.
Questo genocidio non risulta dall’indifferenza del governo Bolsonaro. È intenzionale. Bolsonaro si compiace della morte altrui. Nel 1999, in qualità di deputato federale, durante un’intervista televisiva dichiarò: “attraverso le elezioni, in questo paese, non si cambierà mai niente, niente, assolutamente niente! Potrà cambiare qualcosa soltanto, purtroppo, se un giorno cominceremo una guerra civile, per completare il lavoro che il regime militare non ha fatto: uccidere per lo meno 30 mila persone”.
Durante la votazione per impeachment della presidente Dilma Rousseff, dedicò il suo voto alle memoria del più noto torturatore dell’Esercito, il colonnello Brilhante Ustra.
È talmente attratto dalla morte, che una delle sue principali politiche di governo è la liberalizzione del commercio di armi e munizioni. Quando, davanti al palazzo presidenziale, gli venne chiesto come si sentisse in relazione alle vittime della pandemia, rispose: “In questi dati io non ci credo” (27/03, 92 morti); “Tutti noi un giorno dobbiamo morire” (29/03, 136 morti); “E allora? cosa vuoi che faccia?” (28/04, 5017 morti).
Perché questa politica necrofila? Fin dall’inizio dichiarava che l’importante non era salvare vite umane, ma l’economia. Da ciò deriva il suo rifiuto di decretare il lockdown, osservare le indicazioni della OMS e importare respiratori e dispositivi di protezione individuale. É stato necessario che la Corte Suprema delegasse questa responsabilità ai governatori di ogni singolo stato e ai sindaci di ogni città.
Bolsonaro non ha rispettato neppure l’autorità dei suoi stessi ministri della salute. Dal febbraio scorso il Brasile di ministri ne ha avuti due, entrambi licenziati per rifiutarsi di adottare lo stesso atteggiamento del presidente. Ora a dirigere il ministero è il generale Pazuello, totalmente ignorante in questioni sanitarie; ha cercato di occultare i dati sulla evoluzione dei numeri delle vittime del coronavirus; si è circondato di 38 militari privi di ogni qualifica, assegnando loro importanti funzioni ministeriali; ha eliminato le conferenza stampa giornaliera attraverso la quala la popolazione avrebbe potuto ricevere importanti informazioni e consigli.
Sarebbe troppo lungo elencare in questa sede quante misure di elargizione di fondi per l’aiuto alle vittime e alle famiglie di bassa rendita (più di 100 mila brasiliani) sono state negate.
Le ragioni delle intenzioni criminali del governo Bolsonaro sono evidenti. Lasciare morire gli anziani per risparmiare sui fondi della Previdenza Sociale. Lasciare morire i portatori di malattie pregresse, per risparmiare i fondi del SUS, il sistema nazionale di salute. Lasciare morire i poveri, per risparmiare i fondi del “Bolsa Família” e degli altri programmi sociali destinati a 52,5 milioni di brasiliani che vivono sotto la soglia della povertà, e ai 13,5 milioni che si trovano in situazione di miseria estrema (sono dati del governo federale).
E ancora insoddisfatto di queste misure mortali, nel progetto di legge del 3/07, il presidente ha vetato l’articolo che obbligava l’uso di mascherine negli stabilimenti commerciali, nei templi religiosi e nelle scuole. Ha vetato altresì l’imposizione di sanzioni e multe a chi non rispetti le regole; ha vietato l’obbligo del governo di distribuire mascherine alla popolazione più povera e vulnerabile, principale vittima del Covid-19, e ai carcerati (750 mila). Questo tipo di veto non annulla però le leggi locali che prevedono l’obbligatorietà dell’uso della mascherina.
Il giorno 8/07, Bolsonaro ha abrogato alcuni articoli di legge, già approvati al Senato, che obbligavano il governo a fornire acqua potabile, materiale di igiene e pulizia, installazione di internet e la distribuzione di ceste alimentari, sementi e utensili per la coltivazione della terra ai villaggi indigeni. Il veto presidenziale si è esteso anche ai fondi di emergenza destinati alla salute di quelle popolazioni, e parimenti alla facilitazione dell’accesso all’ausilio di emergenza di 600 reais (circa 100 euro) per tre mesi. Ha vietato inoltre l’obbligo del governo di garantire assistenza ospedaliera, l’uso dei macchinari di respirazione e di ossigenazione sanguigna ai popoli indigeni e agli abitanti delle comunità afro-brasiliane “Quilombos”.  Gli indigeni e gli abitanti dei “Quilombos” sono stati decimati dalla crescente devastazione socio-ambientale, soprattutto in Amazzonia.
Per favore, divulgate al massimo questo crimine contro l’umanità. È necessario che le denunce di quello che accade in Brasile arrivino ai mass-media dei vostri paesi, ai social, al Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, al Tribunale Internazionale dell’ Aia, così come alle banche e alle imprese che raggruppano gli investitori, tanto desiderati dal governo Bolsonaro.
Molto prima che The Economist lo facesse, nelle mie reti digitali chiamo il presidente con il soprannome di BolsoNero ( In portoghese “Nero” è il nome dell’imperatore Nerone, ndt ) che mentre Roma brucia suona la lira e fa pubblicità alla Clorochina, una medicina senza alcuna prova scientifica di efficacia contro il nuovo coronavirus.(1) Ma i suoi fabbricanti sono alleati politici del presidente…
Ringrazio il vostro solidale interesse nel divulgare questa lettera. Solamente la pressione proveniente dall’estero sarà capace di fermare il genocidio che martirizza il nostro “querido e maravilhoso” Brasil.
Fraternamente.
Frei Betto




CENERE E GHIACCIO
Parabola

Cenere e ghiaccio (parabola)
(Silvio Zarattini, A piedi, Edizioni Messaggero, 2004)

In quel tempo l’Uomo disse al Sole: «Ormai posso fare a meno di te».
Domandò il Sole: «E chi ti darà il nutrimento?».
Rispose l’Uomo: «Le mie invenzioni».
Domandò il Sole: «E chi ti darà il calore?».
Rispose l’Uomo: «II carbone delle mie montagne e il petrolio dei miei pozzi».
Domandò il Sole: «E chi ti darà la luce e il movimen­to?»
Rispose l’Uomo: «L’elettricità».
Disse il Sole: «Sia fatto secondo la tua volontà». E tramontò.
Ora avvenne che il mattino seguente il Sole non spuntò; e a mezzogiorno brillavano ancora le stelle nel cielo nero. L’Uomo non ne fece caso. Ma dopo ventiquattro ore di buio sentì freddo.
Allora disse: «Domani aumenterò il carbone nelle mie stufe e le lampadine nelle mie vie».
E così fece.
Il secondo giorno tutto il grano intristì e tutti gli albe­ri scoppiarono per il gelo.
Disse l’Uomo: «Centupliche­rò il rendimento dei miei laboratori».
E così fece.
Il quarto giorno tutta l’acqua gelò. L’oceano divenne come una tavola, impietrirono i fiumi, impietrirono i la­ghi. Fermate le centrali elettriche, la città piombò nel buio e il movimento cessò.
Disse l’Uomo: «Manderò i miei alternatori con il car­bone e con il petrolio».
E così fece.
Ma al quinto giorno il petrolio finì.
Allora l’Uomo bruciò tutti gli alberi delle foreste, tutte le barche del mare, tutti gli attrezzi delle campagne, tutti i mobili delle case … Ma la luce non venne, il movimento non ripre­se e il freddo aumentò.
Allora l’Uomo gettò nei bracieri tutti gli oggetti dei musei, tutti i quadri delle pinacoteche, tutti i libri e i co­dici delle biblioteche, salvandone soltanto tre. E cercò un po’ di calore alla fiamma di quel rogo dove bruciava tutta la civiltà. E non lo trovò.
Allora gettò nel fuoco anche Omero, Virgilio, Dante.
La breve fiamma diede un guizzo e si spense. Quando il fuoco fu spento l’Uomo si gettò a terra e pianse. Il fred­do gli incancrenì prima i piedi, poi le gambe, le brac­cia … e gli strinse il cuore.
Prima di chiudere gli occhi, l’Uomo li fissò nel cielo stellato e disse: «Fui stolto!».

Allora il Sole brillò di nuovo nell’alto del firmamen­to; e sulla Terra, ridotta a una crosta di cenere e di ghiac­cio, ricominciò a versare nutrimento e calore; riprese a piovere luce su un mondo da rifare.




Franco Ferrari
FRANCESCO IL PAPA DELLA RIFORMA

FRANCESCO IL PAPA DELLA RIFORMA.
Franco Ferrari
(Ed. Paoline, Milano, 2020, pagg. 250, €17,00)

Franco Ferrari scrive una biografia che ha la scioltezza narrativa di un romanzo con dentro l’anima di un testo di teologia ed ecclesiologia. L’autore ci conduce a visitare luoghi, eventi, personaggi, supporters plaudenti e critici barbogi e lo fa con rigore investigativo di chi si attiene ai fatti e non a supposizioni e commenti. E lascia al lettore di decidere se, alla fine, Francesco, “figura complessa e sorprendente” sia un parroco di campagna buono e sempliciotto, un papa eretico, comunista e idolatra (pagg. 202-228) o un credente teologo benchè “di strada” con le sue “poliedriche radici culturali” (pagg.182-201). E lascia a te la libertà di decidere se il sapore che si è sorseggiato in lettura sia dolce o amaro. Come già accadde al veggente dell’Apocalisse (10,10) «Presi quel piccolo libro dalla mano dell’angelo e lo divorai; in bocca lo sentii dolce come il miele, ma come l’ebbi inghiottito ne sentii nelle viscere tutta l’amarezza». Sì. Perché anche questo libro non solletica una dolciastra papolatria da atei-devoti, ma sfida a “non lasciare le cose come stanno”, ad una conversione personale ed ecclesiale.
Oltre che un libro sulla vita di Francesco, vescovo di Roma, è una storia di vita primaverile della chiesa; non solo nel frammento dei 7 anni del suo pontificato ma anche negli antefatti temporali e nello spazio universale ecumenico e umano.
L’autore, nell’introduzione, dichiara di essere cosciente che il suo sforzo narrativo entra in una già affollata pletora di biografie di Papa Francesco con il rischio di rimanere un pacato e ragionato sussurro fra tante grida. Eppure decide di mettersi in gioco per tenere in gioco Francesco e il suo disegno riformatore “attraverso un racconto documentato che consenta di cogliere la logica e l’organicità del suo magistero teso ad accompagnare la Chiesa del terzo millennio, tentando di farle superare, se mai sia possibile, quei duecento anni di ritardo denunciati da un padre della Chiesa del XX secolo, Carlo Maria Martini”.
IL PAPA DELLA RIFORMA. Affascinante il titolo, ma anche i capitoli sono appetitosi non per curiosità da curia o da bar, ma per il nutrimento di idee che ti vengono impiattate davanti. Mi verrebbe l’istinto di stravolgere il titolo in “La riforma di Papa Francesco” perché è vero che al centro c’è il Vescovo della chiesa universale, ma la narrazione punta sui suoi messaggi ed encicliche ed anche sui gesti che l’autore definisce “Enciclica dei gesti” e ci regala, in appendice, un’utile sintesi nella “Cronologia dei documenti e dei fatti di rilievo del pontificato di Papa Francesco” dal 2013 al dicembre 2019. Ma è soprattutto l’ultimo capitolo (Una Chiesa in cammino e una riforma eccedente) che ci offre una sintesi condensata non solo di tutto il libro ma soprattutto dei pilastri della Riforma di Francesco. Il condensato rinvia, certo, ad alcune ferite non ancora completamente rimarginate (abusi sessuali, finanza del Vaticano, Curia romana) ma più complessivamente alle cause infettanti e alle terapie previste.
L’autore ci offre, nella sua introduzione, uno sguardo panoramico e un assaggio delle principali coordinate della Riforma di Francesco: «un diverso modo di inter­pretare il ruolo del papato (cap. 2); la riforma della curia e la conversione dei suoi uomini (cap. 3); la sinodalità come caratteristica di una Chiesa capace di raccogliere le sfide del terzo millennio (cap. 4); il recupero dell’indicazione conci­liare di una Chiesa pensata come popolo di Dio, nella qua­le acquistano un ruolo centrale i laici (cap. 5); le implica­zioni sociali dell’annuncio del Vangelo che caratterizzano la conversione missionaria (capp. 6 e 7); la misericordia e la coscienza al centro della conversione pastorale (cap. 8); la forte ripresa del cammino ecumenico e i percorsi del dialo­go interreligioso tesi a disinnescare la violenza dei fonda­mentalismi e costruire l’arca della fratellanza umana (cap. 11); per giungere, infine, alle caratteristiche e alle radici culturali ed ecclesiali della riforma (cap. 12)».
L’autore chiude il suo saggio con un opportuno e preoccupato sguardo al futuro:
– Più delle opposizioni il nemico della riforma è la maggioranza silenziosa. “Non basta l’azione del Papa per riformare la chiesa”.
– Alcuni processi avviati potrebbero interrompersi sia a causa delle forti opposizioni o perché sono ancora nella fase iniziale e quindi non ben consolidati.
Molte questioni restano in lista di attesa: la figura del presbitero, la posizione della donna, gli organi di partecipazione, la parrocchia, l’inculturazione del Vangelo e della Chiesa, il rapporto tra dottrina e pastorale.

Eppure possiamo accogliere l’invito finale dell’autore a “Non perdere il gusto di sognare”, coscienti però che, come dice Francesco, “il Vangelo non si annuncia da seduti, ma in cammino”.

Don Augusto Fontana




Università Lateranense
CORSO DI TEOLOGIA INTERCONFESSIONALE

All’Università Lateranense un percorso di «teologia interconfessionale»

La teologia può essere interconfessionale? Nella Facoltà teologica della Pontificia Università Lateranense ne sono talmente convinti da lanciare – a partire dall’anno accademico 2020-21– un percorso biennale di licenza (equivalente alla laurea magistrale) in ‘Teologia interconfessionale’, la cui programmazione è stata messa a punto da un comitato scientifico, coordinato da monsignor Giuseppe Lorizio (che alla Lateranense è ordinario di teologia fondamentale) e formato da rappresentanti delle diverse confessioni cristiane. Un’iniziativa che nello scorso ottobre ha ricevuto la piena approvazione anche da Francesco: «Cercare ed esplorare ogni opportunità per dialogare non è solo un modo per vivere o coesistere, ma piuttosto un criterio educativo».
Il lavoro di preparazione ha richiesto un anno di incontri seminariali, nei quali i promotori hanno individuato sei moduli, entro i quali situare i diversi corsi: storico-patristico, biblico-fondamentale, dottrinale-dogmatico, etico-morale, liturgico, cultuale e missionario.
L’itinerario sarà interconfessionale e interdisciplinare nell’orizzonte della Veritatis Gaudium di papa Francesco. Inoltre il cammino scientifico verrà accompagnato da momenti di preghiera comune, per esempio in occasione della Settimana dell’unità dei cristiani, del Natale, della Pasqua e di altre occasioni, con il coinvolgimento della cappellania universitaria.
Secondo i promotori del percorso di teologia interconfessionale, «non si tratta tanto di fornire competenze, ma soprattutto di educare a una forma mentis teologica, che faccia leva sulla necessità di abituarsi ad una teologia cristiana, che fonda e costituisce l’orizzonte delle diverse Chiese». In sostanza il biennio intende preparare persone che, tornando nelle loro comunità di origine, sappiano animarle e servirle nello spirito della ‘cultura dell’incontro’, cara a papa Francesco.
Per questo ciascun corso sarà tenuto da tre docenti, uno cattolico, uno evangelico e uno ortodosso. Fulvio Ferrario, decano della Facoltà teologica valdese, è tra questi e si occuperà di escatologia. «È un’iniziativa nuova che continua la tradizione di collaborazione con la Lateranense, rafforzatasi anche in occasione del cinquecentenario della Riforma. I tradizionali dialoghi rimangono, ma parlare di teologia in prospettiva ecumenica significherà cercare insieme in un campo in cui, finora, non c’era un dialogo strutturato come questo, anche se le nostre convinzioni non sono conflittuali…Abbiamo bisogno di allargare gli orizzonti, non ponendo steccati…Ciò significa uscire da schemi precostituiti e arrivare a un rapporto ‘spregiudicato’ con la teologia cattolica, per gli evangelici. Mentre per la Chiesa cattolica significa prendere atto che esiste una riflessione teologica esterna alla sua tradizione». E di tensione verso l’unità parla anche il reverendo Francisco Alberca, vicario della Chiesa episcopale americana di Roma: «La specializzazione in teologia interconfessionale è una meravigliosa idea ecumenica, che può dare nuovo impulso al cammino verso l’unità».




Il Papa crea il Fondo GESU’ DIVINO LAVORATORE
Per lavoratori in difficoltà

Papa Francesco crea un fondo per lavoratori in difficoltà a causa del Covid-19

 Si chiama Fondo “Gesù Divino Lavoratore” e avrà come primo stanziamento un milione di euro per tutte le categorie più deboli colpite dalle conseguenze della pandemia nella diocesi capitolina.

La risurrezione di Roma parte dai fragili. Dal restituire al popolo del precariato, agli invisibili sotto la soglia di attenzione, la dignità che settimane di quarantena hanno ridotto in polvere con la lentezza di una drammatica clessidra. Non c’è altra strada per Francesco, che già poco tempo fa nell’istituire la Commissione per il post-Covid aveva fatta sua la preoccupazione per le ricadute sociali della pandemia. Il suo sguardo si è fermato questa volta sulla città di cui è Vescovo, la Roma in cui afferma “vediamo che tanta gente sta chiedendo aiuto, e sembra che ‘i cinque pani e i due pesci’ non siano sufficienti”.

Per i più a rischio
Nasce da questa constatazione il nuovo gesto concreto del Papa, comunicato in una lettera inviata al suo cardinale vicario, Angelo De Donatis. Il Fondo “Gesù Divino Lavoratore”, con un primo milione di euro versato alla Caritas diocesana, vuole “richiamare – scrive – la dignità del lavoro” per quella “grande schiera dei lavoratori giornalieri e occasionali”, quelli “con contratti a termine non rinnovati”, “quelli pagati a ore” e con un pensiero – Francesco li elenca esplicitamente “agli stagisti, ai lavoratori domestici, ai piccoli imprenditori, ai lavoratori autonomi, specialmente quelli dei settori più colpiti e del loro indotto”. Fra loro, constata, “molti sono padri e madri di famiglia che faticosamente lottano per poter apparecchiare la tavola per i figli e garantire ad essi il minimo necessario”. “Mi piace pensare che possa diventare l’occasione di una vera e propria alleanza per Roma in cui ognuno, per la sua parte, si senta protagonista della rinascita della nostra comunità dopo la crisi”

Per il bene comune
Il Papa sa di parlare a un tessuto umano sensibile. Lo dimostra, riconosce, “il gran numero di persone che in questi giorni si è rimboccato le maniche per aiutare e sostenere i deboli”. Lo prova, sottolinea, “l’aumento delle donazioni” per chi assiste malati e poveri e in generale tutte quelle “manifestazioni che hanno visto i romani affacciarsi alle finestre e ai balconi per applaudire i medici e gli operatori sanitari, cantare e suonare, creando comunità e rompendo la solitudine che insidia il cuore di molti di noi”. Esempi non di una emozione passeggera, ma di gente che vuole agire “per il bene comune”.

Politiche di tutela
La creazione del Fondo per Francesco è il passo di una Chiesa che conosce e condivide l’ansia di chi oggi ha più incertezze che altro, che “accompagna con la sua carità i deboli, ed e pronta a collaborare con le istituzioni cittadine e con tutte le realtà sociali ed economiche. E qui il Papa si rivolge direttamente ai rappresentanti della società civile e del mondo del lavoro, “chiamati – scrive – a dare ascolto a questa richiesta e a trasformarla in politiche e azioni concrete per il bene della città”. Politiche che “tutelino – asserisce ancora – soprattutto coloro che rischiano di rimanere esclusi dalle tutele istituzionali e che hanno bisogno di un sostegno che li accompagni, finché potranno camminare di nuovo autonomamente”.

Il fiore della solidarietà
L’auspicio del Papa è che la reazione collettiva e solidale alle conseguenze della pandemia crei “una vera e propria alleanza per Roma in cui ognuno, per la sua parte, si senta protagonista della rinascita della nostra comunità dopo la crisi”. Francesco sprona i sacerdoti a “essere i primi a contribuire al fondo, e i sostenitori entusiasti della condivisione nelle loro comunità”. E l’ultima preghiera è “al cuore buono dei romani”: adesso, conclude, “non basta condividere solo il superfluo. Vorrei veder fiorire nella nostra città la solidarietà ‘della porta accanto’, le azioni che richiamano gli atteggiamenti dell’anno sabbatico, in cui si condonano i debiti, si fanno cadere le contese, si chiede il corrispettivo a seconda della capacita del debitore e non del mercato”.




Amazzonia
Il coronavirus aiuta gli speculatori

Amazzonia, il coronavirus fa il gioco sporco per gli speculatori

 L’epidemia, che giunge dall’esterno, come durante l’epoca coloniale, sta colpendo i popoli indigeni, nell’indifferenza del presidente Bolsonaro e della politica internazionale.

Con l’arrivo del coronavirus in Amazzonia la storia, purtroppo, si sta ripetendo. I popoli originari di questa terra stanno avendo a che fare un’altra volta con un’epidemia che giunge dall’esterno come durante l’epoca coloniale, ma anche come con i più recenti contagi che hanno decimato il Tapajuna nel 1969 e gli Yanomami nel 1990. Il Covid-19 penetra inizialmente lungo il bacino centrale del Rio delle Amazzoni, per poi espandersi dalle città ai villaggi indigeni fino alle sorgenti degli affluenti. Suor Laura Valtorta delle Missionarie dell’Immacolata, membro dell’Equipe Itinerante formata da religiosi di diverse congregazioni, ha raccontato a Mondo e Missione un episodio significativo della drammatica situazione.

«Domenica 3 maggio, abbiamo portato l’indigena Benilda Coquinche, del popolo Kichwa, all’ospedale regionale di Iquitos (Perú). Siamo stati testimoni, indignati e impotenti, della sua morte per Covid-19. Aveva 33 anni ed era la madre di cinque bambini; in ospedale non c’era ossigeno e dopo aver ansimato per circa sei ore e aspettato un medico, che è arrivato solo alla fine, è morta soffocata tra le braccia del marito, che inerme cercava disperatamente di calmarla. L’immagine di oggi della Pietà di Michelangelo; il marito seduto su una brandina parcheggiata nel corridoio dell’ospedale e tra le braccia la moglie morta soffocata. Come loro, molte persone giacciono così, nei corridoi, senza mezzi o minime cure, aspettando l’ultimo istante.»

I governi delle regioni amazzoniche sono poco presenti per quanto riguarda le politiche sanitarie e, in questo momento di crisi socio-economica, la loro assenza permette agli approfittatori di speculare senza controllo e fare affari con la pandemia. Come testimonia suor Laura, sono aumentati i prezzi degli alimenti di base, delle medicine, dei materiali per la protezione sanitaria e delle attrezzature mediche. Inoltre, il coronavirus sta facendo il gioco sporco per i sostenitori dell’estrazione delle risorse naturali dall’Amazzonia: gli indigeni stanno morendo senza che loro debbano macchiarsi le mani di sangue, così il modello di pseudo-sviluppo predatorio sarà meno ostacolato.




CAMBIAMO MIRA.INVESTIAMO NELLA PACE, NON NELLE ARMI
Appello

CAMBIAMO MIRA! INVESTIAMO NELLA PACE, NON NELLE ARMI.

Appello congiunto delle riviste Missione Oggi, Mosaico di Pace e Nigrizia alle comunità cristiane, vescovi, parroci, consigli pastorali e a tutte le persone di buona volontà in occasione della Solennità della Pentecoste e della Festa della Repubblica

Bisceglie, Brescia, Verona 27 maggio 2020

Non è questo il tempo in cui continuare a fabbricare e trafficare armi, spendendo ingenti capitali che dovrebbero essere usati per curare le persone e salvare vite”. Con queste parole profetiche, nel suo messaggio di Pasqua, papa Francesco richiama l’urgenza di sostenere la vita e smettere di finanziare la morte.
Sfida che vogliamo raccogliere e rilanciare con voi. Perché dentro questa emergenza in cui si inietta liquidità nel sistema economico e nella Chiesa per sostenerne le attività, sentiamo ancora più forte l’esigenza di prestare attenzione al denaro e ai suoi movimenti. Il denaro certo serve, per fare il bene, ma farsi suoi servi genera solo disgrazie sorde al grido dei poveri e di Sorella Madre Terra. Vogliamo impegnarci con voi per vigilare sull’origine delle donazioni per opere spirituali, caritative, educative, sociali e comunitarie e sul loro ingresso nei circuiti dei sistemi bancari e di investimento.
Come sottolinea papa Francesco nell’Esortazione apostolica post-sinodale Querida Amazonia: “Non possiamo escludere che membri della Chiesa siano stati parte della rete di corruzione, a volte fino al punto di accettare di mantenere il silenzio in cambio di aiuti economici per le opere ecclesiali. Proprio per questo sono arrivate proposte al Sinodo che invitano a prestare particolare attenzione all’origine delle donazioni o di altri tipi di benefici, così come agli investimenti fatti dalle istituzioni ecclesiastiche o dai cristiani” (n. 25).
È sempre più evidente l’assurdità del fatto che il denaro raccolto con le nostre tasse e sottratto alla sanità (tagli per 37 miliardi negli ultimi dieci anni), alla scuola, all’accoglienza, alle famiglie vada a finanziare sistemi militari costosissimi come i caccia F-35 e i sommergibili U-212.
Anche i vescovi italiani nel recente documento La chiesa cattolica e la gestione delle risorse finanziarie con criteri etici di responsabilità sociale, ambientale e di governance invitano “a individuare processi di conversione delle capacità produttive di armi in altre produzioni ad usi non militari” (4.2.3).
Vi invitiamo pertanto a prendere parte con noi al percorso di rilancio della Campagna di pressione alle “banche armate” che avverrà il 9 luglio in occasione dei 30 anni della promulgazione della Legge n. 185/1990 che ha introdotto in Italia “Nuove norme sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento”.
Percorso che prevede di:
Verificare le banche in cui abbiamo depositato i risparmi evitando quei gruppi bancari che finanziano, giustificano e sostengono l’industria, il commercio e la ricerca militare.
Verificare le fonti delle donazioni a parrocchie, comunità cristiane, comunità religiose e associazioni, anche rinunciando a provenienze dubbie.
Sensibilizzarci e sensibilizzare la cittadinanza sul tema della riconversione delle spese, delle aziende militari e delle operazioni bancarie per promuovere le aziende e i fondi destinati a sostenere la vita.
Richiedere al Governo italiano, insieme a Rete italiana per il disarmo, Rete della pace e Sbilanciamoci, di attivare una moratoria sulla spesa militare e sistemi d’arma per almeno un anno, riconvertendo tale spesa nella sanità, nella scuola, nella cultura, nella difesa dell’ambiente, nelle comunità locali.

“Servono ospedali e scuole, non cannoni”, ricordava Aldo Capitini alla prima Marcia italiana per la pace e la fratellanza tra i popoli, subito dopo la seconda guerra mondiale. Rimettiamoci insieme in cammino, oggi, sulle tracce di quelle parole e di quel sogno!

PER ADERIRE ALL’APPELLO: Inviare email a uno dei seguenti indirizzi con la dicitura: ADERISCO ALLA CAMPAGNA CAMBIAMO MIRA. Indicando Cognome, nome e città.

Filippo Ivardi Ganapini (direttore di Nigrizia) – Email: filippo.ivardi@nigrizia.it
Mario Menin (direttore di Missione Oggi) – Email: direttore@missioneoggi.it
Rosa Siciliano (direttrice di Mosaico di Pace) – Email: info@mosaicodipace.it




APPELLO DI SOLIDARIETA’ CON LE PICCOLE COOPERATIVE SOCIALI

 APPELLO DI SOLIDARIETA’ CON LE PICCOLE COOPERATIVE SOCIALI

L’Ufficio per la pastorale sociale e del lavoro e la Caritas diocesana desiderano rendere concreto il messaggio del 1° maggio “Tutelare la dignità del lavoro”. 

CONFERMIAMO
la volontà di iniziare a sostenere il mondo del lavoro partendo da  alcune piccole cooperative sociali del nostro territorio – dove lavorano persone svantaggiate – che sono in grandi difficoltà. E’ nostro desiderio dare rilievo alla necessità di mettere al centro, nei progetti per il lavoro del futuro, anche le persone con svantaggio lavorativo che rischiano di essere dimenticate e abbandonate e che non sono mai state nominate in nessun decreto fino ad oggi. Il nostro contributo va inteso come un “aiuto di speranza nel futuro” e di vicinanza concreta perché esperienze di solidarietà – che fanno parte del nostro territorio e aiutano tante famiglie in difficoltà – non si riducano o si perdano. 

SIAMO SOLIDALI
con tutte le Cooperative sociali ma in particolare, per ora, con quattro piccole cooperative, che operano da decenni nel nostro territorio e che si trovano in grave crisi per mancanza di lavoro e per il mancato riconoscimento, da parte degli enti locali, delle attività ancora in corso. Vogliamo evitare che venga compromessa la continuità dei posti di lavoro
– per la prolungata mancanza di lavoro a causa di servizi che rimarranno chiusi a lungo
– per l’impossibilità di riprendere alcune attività in sicurezza

SOSTENIAMO
le famiglie e l’appello del Consorzio solidarietà sociale e delle Centrali Cooperative perché i Comuni assicurino la continuità dei servizi in essere rivolti alle persone più fragili e sostengano le loro attività, svolte anche in nuove modalità, prevedendo anche co-progettazione o riprogettazione e, comunque, pagando le prestazioni come previsto dall’articolo 48 del decreto “Cura Italia”. 

DONIAMO
aiuto economico incrementando il Fondo di solidarietà della Diocesi che destinerà, per ora, una quota parte della raccolta alle 4 Cooperative sociali. Chi lo desidera può effettuare bonifico a CARITAS DIOCESANA PARMENSE EMERGENZE Iban: IT88G0623012700000037249796
CAUSALE DEL VERSAMENTO: sostegno lavoro persone svantaggiate