RELAZIONE QUINQUENNALE
Commissione CEI problemi sociali e del lavoro

Relazione finale della Commissione Episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace.
Quinquennio 2015 – 2020

  1. Questa Commissione ha cominciato il suo mandato approfondendo la sua natura, le sue funzioni, gli ambiti della sua competenza. A partire da quanto è detto nel regolamento si è riflettuto sul compito primario di questa commissione di essere un servizio a tutta l’Assemblea dei vescovi come supporto all’evangelizzazione in campo sociale. E questo sia come riflessione sulla dimensione sociale dell’evangelizzazione, formula usata da papa Francesco come titolo del cap. IV della Evangelii Gaudium (24 novembre 2013), sia come aiuto ad un discernimento dinanzi alle situazioni concrete che si verificano nella nostra società. Questo ausilio ai vescovi non è immediatamente di natura sociologica o politica, ma declina i fondamenti, teologici, culturali, morali dell’azione pastorale nell’ impatto con le circostanze storiche in cui si svolge la vita della società. La Commissione cerca poi di ausiliare i vescovi nel loro compito educativo particolarmente nella formazione di un laicato maturo che da il proprio contributo alla vita sociale. Questa funzione esige un raccordo con altre Commissioni e particolarmente con quella del laicato, dell’educazione, della cultura e comunicazioni sociali, del servizio per la carità e la salute. In questo senso c’è stata una specifica riunione comune insieme alla Commissione del laicato e della carità e salute. Sembra opportuno un raccordo più sistematico. Ci siamo interrogati sul tema di fondo che riguarda un giudizio sulla presenza della Chiesa nella società. Ciò ha portato ad una riflessione sulla natura stessa dell’evangelizzazione e della modalità in cui è vissuta nelle nostre Chiese locali. Si è più volte confermato nel corso di questi cinque anni che l’attenzione alla dimensione sociale dell’evangelizzazione è un aspetto carente della nostra esperienza ecclesiale; liturgia, catechesi, clero e vita consacrata, famiglia, occupano il centro delle attenzioni. Con tutti gli sforzi fatto su questo punto c’è un lungo cammino da fare. Nel corso del quinquennio la stessa problematica educativa ha visto un calo di attenzione, mentre la tematica del lavoro si è sviluppata grazie al lavoro preparatorio della Settimana Sociale dei cattolici italiani di Cagliari. Grazie all’enciclica Laudato si’ di papa Francesco, si è cominciato a porre a tema la questione ambientale.
  1. In questo contesto più volte è tornata l’esigenza di una formazione socio-politica delle nostre comunità ecclesiali già sorte nel passato. Esse si erano sviluppate abbastanza a partire dagli anni 70 e poi hanno avuto un calo progressivo. Attualmente, lavorando in questo come su tutti gli altri aspetti dei problemi sociali con l’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e il lavoro, si è fatto un censimento e risultano attive 42 Scuole di formazione all’impegno socio-politico di cui 39 diocesane. I temi trattati sono la Dottrina Sociale della Chiesa, il lavoro, l’economia, la politica, la democrazia e l’immigrazione. Altri temi ricorrenti: la Laudato si’, l’Europa, il bene comune, la città, i giovani, la povertà, la dignità della persona, la comunicazione, la Costituzione. Come metodologia: si va da lezioni frontali a laboratori. A volte si tratta di una serie di conferenze, altre volte di seminari. Per questo c’è una varietà di diciture: Scuola di formazione socio-politica, Scuola di DSC, Scuola di cittadinanza e partecipazione, Laboratori di etica civile, Corsi di formazione. In genere sono rivolti a tutti. La frequenza è varia: mensile, momenti di full immersion, ma anche periodici a seconda delle differenti iniziative diocesane. Ci sono anche esperienze significative promosse da personalità di rilievo come da associazioni e movimenti. È chiaro che tutti gli ISSR e le Facoltà teologiche hanno corsi di DSC. L’Università Cattolica prevede tra le proposte un Corso post laurea sulla DSC. In sintesi c’è una buona mole di lavoro, anche se la tematica sociale e ambientale non è inserita nel percorso educativo della preparazione ai sacramenti e della catechesi. La Commissione osserva che in questo campo c’è un grande lavoro da fare.
  1. L’Ufficio Nazionale per i problemi sociali in un Seminario ha preparato un documento su: “Identità e missione del presbitero in servizio pastorale nelle aggregazioni di laici impegnati nel sociale” che ha coinvolto i direttori degli Uffici e le Commissioni diocesane e regionali per i problemi sociali in una proficua riflessione. I referenti regionali e diocesani si sono, varie volte all’anno, impegnati in Corsi e Seminari formativi sui problemi sociali e ultimamente su quelli ambientali partecipando con grande impegno ed entusiasmo. Il lavoro fatto è poi riportato nelle regioni e nelle varie diocesi. E qui la sfida si fa dura perché la pastorale sociale normalmente non ha il peso dovuto nelle diocesi e parrocchie. Il documento sull’azione dei presbiteri in campo sociale è stato consegnato alla Presidenza della CEI. Cogliamo l’occasione per ringraziare l’assidua collaborazione di questa Commissione con i Direttori dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e del lavoro prima mons. Fabiano Longoni e ora don Bruno Bignami.
  1. Più volte la Commissione è tornata ad approfondire riflessioni e giudizi sulla situazione socio-politica italiana e sul come questo coinvolgeva e provocava la nostra azione pastorale. Si è messo in rilievo il fatto che l’esperienza ecclesiale vissuta dal popolo di Dio e dai Pastori è il presupposto e l’anima dell’azione sociale, economica e politica della Chiesa. Abbiamo riaffermato che la passione sociale è un aspetto della passione missionaria che si esprime oltre che nell’annuncio esplicito del Vangelo, nella pratica della carità ed anche nell’azione per render più umane le strutture sociali economiche e politiche della nostra società. Dalla fede nasce una nuova umanità che si sviluppa anche nell’azione socio-politica, anche se non in maniera meccanica, grazie alla presenza dei fedeli laici che vivono nei vari ambienti dalla società. Da questo presupposto la Commissione, in vari incontri, ha affrontato il tema della “Presenza dei Cattolici in Politica” anche grazie ai vari interventi in questo senso del Santo Padre che invitava i cattolici a non stare al balcone, ma a scendere in piazza. Non sono mancati gli excursus storici che mettevano in evidenza il passaggio dalla diaspora alla insignificanza dei cattolici in politica. Tale discussione si è approfondita anche in seguito ad una serie di incontri avvenuti in occasione della celebrazione del centenario dell’“Appello ai liberi e forti” di don Sturzo (1919). Si è convenuto che non è più tempo di un Partito dei cattolici, ma, al tempo stesso si è vista la necessità di un soggetto politico che riunisca un’area di ispirazione cattolica, attualmente frammentata, che dialoga con tutti, riprendendo il metodo che ha dato origine alla Costituzione italiana. Nell’attuale frammentazione dei cattolici presenti in parlamento si nota una debolezza di presenza profetica sia sui temi etici che su quelli sociali e ambientali. Si avverte l’urgenza di un soggetto e quindi di un progetto che partendo dalla Dottrina Sociale della Chiesa sappia dare attuazione al mandato costituzionale del primato della persona sullo stato, della libertà come salvaguardia della socialità, del lavoro legato ad un progetto di sviluppo che non abbia come fine la massimizzazione dei profitti, ma il bene delle persone e il bene comune. Che garantisca un’attenzione specifica ai più poveri, compresi i giovani che sono costretti emigrare. E che promuova uno sviluppo sia compatibile con la sostenibilità ambientale. Punto ineliminabile di tale progetto è il richiamo alla costruzione della pace sia a livello nazionale che internazionale. Abbiamo osservato che è diffusa in campo ecclesiale un’esigenza di approfondimento della Dottrina Sociale della Chiesa per non sottostare alla logica del dominio di un paradigma tecnocratico che si impone non solo a livello economico, ma anche culturale e che invade tutti i campi della vita. Tale paradigma si è trovato profondamente in crisi con la diffusione di questa pandemia e della diffusione di un virus che pone in scacco la pretesa di un dominio della realtà e lascia le persone a mercé della paura, del disagio sociale e della speranza nel futuro. Di fronte alla varietà dei problemi posti dalla condizione culturale e sociale in cui viviamo da più parti si è avanzata la proposta di costituire un gruppo di riferimento che condivida un orizzonte culturale, un preciso impegno etico ed educativo con una attenzione pratica e un respiro sociale dinanzi alle attese della gente cui non è stata ancora data risposta. In vista di tale obiettivo la Commissione ha più volte in questi anni invocato la costituzione nella CEI di un “laboratorio di riflessione e di giudizio sulla situazione sociale e politica della Chiesa”. Si tratterebbe di un osservatorio promosso e costituito dalla Commissione CEI per i problemi sociali, dal Comitato per le Settimane Sociali e aperto ad altri contributi di riflessione e di azione sulle questioni sociali e politiche. L’impatto delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 con un profondo cambiamento della rappresentanza politica ha reso più urgente la costituzione di tale gruppo di riferimento. La Commissione ha affrontato la questione in varie circostanze anche chiamando esperti e analizzando le varie proposte di aggregazione del mondo cattolico in politica già esistenti sul territorio. Ne citiamo solo alcune come Politica insieme, Demos, LabOra, Connessioni, Esserci, ecc. Ci troviamo ancora dinanzi ad una grande incertezza con vari cantieri aperti.
  1. La Commissione si è anche varie volte unita al Comitato scientifico e organizzatore delle settimane sociali per preparare la Settimana Sociale di Cagliari che si è realizzata dal 26 al 29 ottobre del 2017 con il tema: Il lavoro che vogliamo: libero, creativo, partecipativo e solidale” e sta accompagnando il lavoro preparatorio per la prossima Settimana Sociale che si terrà a Taranto nel prossimo anno col tema: Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso. Essendo le tematiche delle Settimane direttamente legate al lavoro della Commissione se ne è, condiviso il programma, la preparazione con riunioni specifiche offrendo puntuali contributi. Poi dopo la realizzazione della Settimana di Cagliari se ne è valutato l’esito e le proposte. Sulla Settimana Sociale di Taranto lo scoppio della pandemia sta chiedendo uno spostamento della data dell’evento che, con buona probabilità, dal febbraio andrà a compiersi nell’autunno sempre del 2021. Sui Lineamenta di questa prossima Settimana Sociale si è fatta una riunione proficua vista l’urgenza della questione ambientale che è uno dei problemi più scottanti dell’attualità. La guida di tutti i lavori è costituita dalla Laudato si’ che con la proposta della “ecologia integrale” riprende il ricco patrimonio della “teologia della creazione” ponendo in evidenza la correlazione che esiste tra antropologia e cura della casa comune, ecologia ed economia, grido della terra e grido dei poveri. La tesi di fondo si muove da uno sguardo contemplativo tipico di San Francesco d’Assisi che permette di sviluppare una visione della vita che aiuti a preservare la sopravvivenza del Pianeta. Questo comporta una conversione culturale che promuova nuovi di stili di vita e svolga un’azione profetica in vista di un modello di sviluppo che non ponga al centro l’accumulazione del profitto, ma la dignità dei vari gruppi sociali e la cura della casa comune. Nella Settimana sociale di Taranto si mostreranno varie buone pratiche di aziende, private e pubbliche che mostrano come una sostenibilità ambientale non solo si può coniugare, ma anche giova anche alla sostenibilità economica. Tutto questo comporta una inversione di rotta in cui la visione cristiana della vita gioca un ruolo essenziale.
  1. Compito della Commissione è stato anche quello di preparare i messaggi annuali dei vescovi per la Festa del 1° maggio, per la Giornata del Creato e per la Giornata del Ringraziamento. Questo è stato fatto con competenza, assiduità e cura mettendo sempre in evidenza la nostra preoccupazione pastorale di Vescovi senza limitarci al puro momento socio-analitico e all’impegno socio-ambientale. Altro compito della Commissione è quello di preparare insieme all’Ufficio Nazionale per i problemi sociali la Marcia per la Pace che si svolge ogni anno il 31 dicembre. Questa è una iniziativa della Conferenza Episcopale Italiana in collaborazione con la Diocesi ospitante, Pax Christi, la Caritas e l’Azione Cattolica. In realtà chi ha partecipato insieme alle Diocesi ospitanti è stata la CEI (il presidente di questa Commissione ha partecipato a tutte le cinque edizioni) e Pax Christi, mentre la partecipazione della AC e della Caritas è andata scemando negli ultimi anni. Se tali assenze si dovessero confermare si impone la domanda se non sia opportuno rivedere l’iniziativa verificando intenzioni e disponibilità. Altra questione è stata suscitata dal desiderio di sintonizzare il messaggio della Marcia con il messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale della pace del 1° gennaio. Il contenuto di tale messaggio però non sempre è reso noto in tempo. Sarebbe necessario che il tema fosse dato per lo meno entro il mese di ottobre, altrimenti non si possono preparare i sussidi alla Marcia. Una soluzione sarebbe quella che, quando il messaggio papale tardasse a venire, si scelga necessariamente un altro tema. La Commissione sente l’esigenza che il gesto abbia più enfasi e che la celebrazione di questo momento, non si polverizzasse in tante iniziative diocesane concomitanti, ma ci si orientasse in un gesto nazionale di grande rilievo. Vista l’importanza fondamentale del tema della pace sarebbe opportuna una adeguata risonanza della Marcia presso l’opinione pubblica, sintonizzandosi, per quanto è possibile, con il messaggio del Santo Padre.
  1. La Commissione accompagna lo sviluppo del Progetto Policoro che ha celebrato i suoi 25 anni di vita e che è diffuso particolarmente nelle regioni del Sud. Promosso dall’Ufficio Nazionale per i problemi sociali e lavoro della CEI, dal Servizio Nazionale per la pastorale giovanile e dalla Caritas Italiana, il Progetto Policoro continua a svolgere la sua missione “per affrontare il problema della disoccupazione giovanile, attivando iniziative di formazione a una nuova cultura del lavoro, promuovendo e sostenendo l’imprenditorialità giovanile in un’ottica di sussidiarietà, solidarietà e legalità, secondo i principi della Dottrina Sociale della Chiesa”. La nostra Commissione ne segue le attività formative rivolte particolarmente agli “Animatori di Comunità” che svolgono il loro servizio presso le proprie diocesi. In generale nelle regioni del Sud svolge un buon lavoro ben organizzato e riceve il sostegno dei vescovi e delle comunità cristiane che conoscono il Progetto. In alcune diocesi del Nord ci sono delle resistenze in ambito ecclesiastico anche perché le finalità del Progetto Policoro sono portate avanti da altri soggetti ecclesiali che pongono in atto iniziative similari. L’orientamento della Commissione è quello di valorizzare le varie forme che cercano di rispondere al disagio giovanile con un’attenzione particolare a quelle generate direttamente dalla CEI come il Progetto Policoro.
  2.  In conclusione la Commissione ha svolto in questo periodo una funzione di sostegno all’opera evangelizzatrice della Chiesa in campo sociale e politico. Il lavoro della Commissione è rifluito direttamente nel Consiglio Permanente della CEI dove sono state riportati i giudizi e le sollecitazioni operative di quanto si è discusso negli incontri di Commissione. In particolare la tematica del lavoro, partendo dall’attenzione ai volti concreti e dai disagi dei lavoratori e ancor più di tanti giovani che sono costretti ad emigrare per mancanza di lavoro, è costantemente risonata nel Consiglio Permanente. Come anche il valore dell’impresa e della necessità di un nuovo modello di sviluppo, insieme ad una adeguata riflessione sulla sostenibilità socio-ambientale. Non si è trattato solo di riferimenti teorici, ma anche di presentazione di buone pratiche proposte aquinquennalella riflessione e al giudizio dei vescovi che poi in modo sistematico, sono state presentate alla Settimana Sociale di Cagliari. Ricordo che c’è sempre stata un’attenta recezione delle nostre tematiche e della prospettiva globale del nostro lavoro. Ci muove infatti la passione che nasce dalla fede e che tende ad investire la nostra società, ascoltando i suoi drammi e aprendo cammini di speranza evangelica. Il magistero sociale di Papa Francesco ci ha accompagnato in tutto il cammino e ci è stato un riferimento costante aprendo nuovi orizzonti all’ azione pastorale. Ci ha illuminato l’origine evangelica della passione per i poveri e l’acuta sensibilità socio-ambientale del Pontefice. E oggi, giorno del centenario della Nascita di San Giovanni Paolo II, non possiamo non ricordarlo anche come autore di Encicliche sociali di grande rilievo.

Infine le nostre riunioni sono state ben partecipate e si sono svolte in un clima di ascolto delle diverse posizioni anche quando rappresentavano prospettive divergenti. C’è stato un arricchimento reciproco in un clima positivo di servizio ai Vescovi e alla Chiesa italiana.

Grazie a tutti voi per il contributo e l’assidua partecipazione.

Taranto, 18 maggio 2020

+ Filippo Santoro Arcivescovo di Taranto, Presidente della Commissione




Diocesi di Friburgo
UNA DONNA VICARIO EPISCOPALE

Per la prima volta una diocesi ha un vicario episcopale donna.
A Friburgo, clero amministrato da Marianne.

Mons. Charles Morerod, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo, ha nominato Marianne Pohl-Henzen delegata episcopale per la parte germanofona del Canton Friburgo dal 1° agosto 2020. Pohl-Henzen succederà in questo modo a Padre Pascal Marquard, vicario episcopale dal 2017.

Città del Vaticano – Per la prima volta una diocesi cattolica ha nominato una donna vicario episcopale, generalmente un ruolo è sempre spettato ad un uomo e per giunta consacrato. La novità riguarda la città di Friburgo, in Svizzera, e naturalmente ha fatto subito il giro del mondo. Marianne Pohl-Henzen, ha 60 anni, è sposata con tre figli grandi e diversi nipoti. Ha accettato l’incarico come un segno positivo che porterà alla promozione delle donne nella Chiesa.

Negli ultimi anni Marianne si era fatta le ossa lavorando come braccio destro del vicario episcopale precedente. Naturalmente questo non significa che verrà consacrata sacerdote, tuttavia la responsabilità dello staff e le questioni che riguardano il clero diocesano saranno nelle sue mani. Un fatto davvero senza precedenti.

Marianne ha solidi studi teologici alle spalle e non ha nascosto la speranza, che questo passaggio possa essere foriero di novità positive anche a Roma, dove si sta discutendo se aprire uno spiraglio al diaconato femminile. Una questione annosa che divide  la Chiesa e che continua ad essere al centro di resistenze interne.




50° anniversario dello
STATUTO DEI LAVORATORI

50° Anniversario STATUTO DEI LAVORATORI (20 maggio 1970)

Federico Ghillani, componente Consulta per la Pastorale sociale e del lavoro, Diocesi di Parma.

In occasione di questa ricorrenza, importante per tutto il mondo del lavoro, è bene anzitutto sottolineare la perdurante attualità dello Statuto nel momento in cui proprio grazie ai principi che da esso sono stati per la prima volta declinati nel ’70 circa il riconoscimento del valore delle relazioni sindacali tramite la pratica del confronto e della contrattazione tra le parti sociali e in esso del protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori, oggi stiamo riuscendo in piena emergenza Covid a definire modalità di ripresa delle attività concordate all’interno dei posti di lavoro, che siano rispettose della dignità e della salute di tutti.

Non è neppure un fatto scontato osservare che i principi e i valori che ispirano il testo che si deve soprattutto alla capacità di mediazione di Gino Giugni ed altri, e che anche oggi risultano in modo sorprendente di facilissima lettura e comprensione da parte di chiunque, siano tutt’ora validi. Ciò che è cambiato intorno ad essi sono ovviamente le norme attuative che necessariamente, al di là di ogni rigidità e resistenza spesso solo ideologica, necessitano sempre di adattamento al cambiamento del lavoro, o come si preferisce dire oggi dei lavori, cambiamento che tutti stiamo vivendo anche sulla spinta dell’emergenza attuale.

Oggi non si festeggiano infatti i 41 articoli della Legge, ma il fatto che al centro dello Statuto, del quale è bene richiamare sempre il titolo – “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento” – stanno appunto i lavoratori, al plurale, intesi cioè come persone. Ad esse la nostra Costituzione riconosceva già la loro libertà e dignità, ma allora quelle libertà e dignità delle lavoratrici e dei lavoratori rischiavano di doversi fermare ai cancelli delle nostre fabbriche; le ingerenze sulle opinioni, l’uso di sistemi di controllo illegali, gli abusi disciplinari e la sistematica mortificazione delle professionalità vi erano infatti molto diffuse, e proprio per questo contro di esse venne prevista una precisa e articolata tutela giuridica.

Il lavoro di redazione del testo fu certo laborioso ma approdò al risultato soprattutto per mano di esponenti lungimiranti sia del sindacato che del mondo della politica, che seppero trasformarne l’impostazione iniziale da mera enunciazione di diritti individuali verso una legislazione di sostegno alla contrattazione propria della migliore azione sindacale, superando la logica di conflittualità sociale che aveva caratterizzato l’epoca burrascosa in cui lo statuto era nato, e riuscendo a fare sintesi tra le diverse posizioni, verso l’affermazione riconosciuta della piena autonomia e specificità dell’agire sindacale.

Anche la delineazione che lo Statuto attuò delle modalità di presenza del sindacato nei luoghi di lavoro derivava dalla necessità di assicurare le necessarie garanzie a vantaggio del protagonismo effettivo dei lavoratori dentro le fabbriche sviluppando, a partire dalle basi costituzionali, i diritti fondamentali delle persone che lavorano. Furono così resi effettivamente esigibili, anche estendendo l’attenzione ai bisogni reali delle nuove generazioni di allora non interessate solo al salario, ma anche agli altri aspetti oggi divenuti altrettanto fondamentali del lavoro come la formazione, l’inquadramento, le mansioni, la salute, gli orari o più ampiamente le condizioni di lavoro. Anche la lunga stagione aperta dalle famose “150 ore” che da allora interessò trasversalmente tante generazioni, si spiega con la necessità – che allora fu da pochi intuita – di dover rendere le persone sempre più consapevoli e artefici dei loro destini, capaci cioè di leggere i cambiamenti per guidarli e non subirli, e per rinnovare quelle competenze che hanno fatto della nostra manifattura una tra le più importanti nel quadro mondiale.

Ma la forza di questo testo non si è esaurita: esso continua ancora oggi a postulare un progressivo lavoro di superamento, che non è mai terminato, della distanza che ancora purtroppo continua a separare chi è costretto a vivere il lavoro come costrizione, pena, sfruttamento ed umiliazione e chi invece ha la fortuna di arrivare a viverlo come creatività, gratificazione e crescita personale; distanza che la Costituzione ci impegna tutti ad accorciare rimuovendone con decisione le cause.




ERANO COME PECORE SENZA PASTORE…
Don Paolo Farinella

ERANO COME PECORE SENZA PASTORE…
di Paolo Farinella, prete
http://www.paolofarinella.eu/

(Nota di don Augusto: Don Paolo è abituato ad accarezzare con mani ruvide. Una carezza che sul momento sembra una sberla; ma la sua franchezza “di parte” stimola pensieri profondi e universali. Don Paolo ha uno straordinario orecchio ascoltante della Parola di Dio e occhio che denuda i fatti e parola che irrita questi e consola quelli. Chi ce la fa ad arrivare in fondo alle sue riflessioni può ricevere in dono il discernimento).

Una mia amica di Certosa di Pavia, Linda, mamma di 3 bambini, da qualche anno ha lasciato il lavoro di professionista per dedicarsi a tempo pieno all’educazione dei figli. La scelta, maturata col marito Riccardo, fu motivata dal bisogno di seguire «direttamente» in figli in tutto, «ubbidendo alla loro crescita» e non affidandosi alla mercé della buona sorte. La scuola pubblica è il colabrodo che è, nonostante le benemerenze di molti insegnanti, la categoria forse più sacrificata sull’altare della miopia politica. Della sanità pubblica stiamo vedendo le condizioni vergognose, frutto scientifico degli ultimi 25 anni di tagli e privatizzazioni, di cui proprio la Lombardia è modello negativo e tragedia nazionale. I capifila di questo sfacelo sono stati in primo luogo i governi Berlusconi (FI) con la complicità della Lega di Bossi prima, di Maroni dopo e di Salvini oggi: «con la cultura non si mangia», la scuola non serve se non è subordinata alla produzione; se c’è da raccattare miliardi da sperperare, tagliamo la scuola a favore delle migliaia di fabbrichette in pianura padana; la sanità bella è quella privata (vedi Lega e Formigoni).
Oggi tutti piangiamo un grave regresso dovuto ad affaristi, incompetenti, maneggioni e corrotti. Berlusconi e Formigoni e la Lega, emblemi dell’iniziativa privata contro l’ingerenza dello Stato, la libertà del libero mercato, sono stati condannati in via definitiva per evasione fiscale il primo (cioè per aver rubato agli Italiani che lo votavano e votano: contenti loro?); per corruzione il secondo, espressione mistica di quel coacervo di Comunione e Liberazione che si è servito della religione per fare affari a tutto spiano; della Lega, il nome è garanzia. In mezzo ci sono stati sprazzi di cosiddetta «sinistra» che ha fatto il resto, imitando i campioni dello sfacelo del «pubblico».  Costoro e i loro epigoni rimasugli, oggi, in tempo di Coronavirus, invocano lo Stato, addirittura Salvini vuole un condono su tutto e mai Covid-19 è stato così provvidenziale se riesce in quello che non è riuscito a fare da incompetente ministro degli interni.
Condono, parola che delinquenti e corruttori amano alla follia. Oggi, tutti coloro che vedevano lo Stato come fumo negli occhi, che inveivano contro i lacci e i laccioli delle regole, che non volevano controlli di alcun genere perché solo il privato aveva diritto di cittadinanza (v. sanità lombarda), tutti pretendono aiuti a pioggia dallo Stato, ma sempre senza controlli, tutto in deroga (come a Genova, che non è un modello, ma un inganno perché tutto è fatto «extra legem»). Questo «statalismo» da riporto di stampo sovietico, come mai ora è invocato da tutti i liberisti senza libertà? Penso che dipenda dal criterio che costoro vivono come prima anima: «i costi sempre allo Stato, gli utili sempre ai privati». Non fa una grinza.  In molti ospedali, nella prima fase del Covid-19, medici e infermieri, disarmati, senza maschere, senza caschi, senza occhiali e senza respiratori, nella corsa forsennata a tentare di salvare vite, hanno aiutato tutti indiscriminatamente, come è giusto per diritto. Trovandosi però con un solo respiratore e due malati gravi, hanno dovuto scegliere tra i due intubandi «chi salvare e chi no», poiché non potevano salvarli tutti e due. Chi intubare e tentare di salvare? Con quali criteri decidevano? In base a quale scelta etica? Morte al vecchio e largo al giovane palestrato? Se uno è imbecille o può essere un danno pubblico, non importa che sia giovane o vecchio, ma se sia imbecille potenzialmente dannoso.  Nessuno si è chiesto se non fosse stato etico tra due intubandi, salvare chi ha pagato sempre le tasse e non chi ha evaso per prassi. Una causa rilevante del disastro sanitario e della scuola, oltre la corruzione endemica, è questa: chi evade contribuisce ad affossare i servizi pubblici come sanità e scuola. Non può farvi ricorso durante la pandemia, come se niente fosse e pretendere il respiratore a fronte di chi ha sempre contribuito al bene pubblico. Se eticamente è giusto salvare anche gli evasori, dalla parte dei Diritti e della Giustizia, NO! Questo è il momento di controlli severi, incrociati – altro che App Immuni – per costringere tutti gli evasori a pagare fino all’ultimo centesimo nel reperire i fondi per creare una sanità degna dei Vecchi che devono essere «sacri» per qualsiasi società di qualunque tempo e per creare l’ambiente di una scuola a misura non del «sedere del bambino», ma dei suoi sogni, della sua fantasia, dei suoi bisogni di espandersi, creare, inventare, giocare, costruire, divertirsi. Infine si tolga agli evasori la cittadinanza perché essi rifiutano di essere parte della comunità. Vecchi e Bambini/e sono i modelli che devono misurare l’altezza, la profondità, la lunghezza e la cubatura della società civile. Se non ha rispetto per i Bambini e amore per Vecchi, la società non merita di vivere e il Coronavirus, ne sono sicuro, è un sintomo, un’avvisaglia, un monito.
Non è un caso che i Paesi più colpiti siano la Cina, l’Europa, gli Usa, Corea e in Italia la Pianura Padana, Piemonte e Liguria? Non sono forse i Paesi a più violento capitalismo sfrenato, con il più sregolato sfruttamento della terra, degli animali, degli esseri viventi, i responsabili della schiavitù del lavoro, dello sfruttamento in nome della crescita del maledetto Pil? Non sono forse i Paesi e le Regioni che più di tutte inquinano o consumano territorio, anche quello che non gli appartiene più? Non sono quelli che hanno sacrificato il servizio sanitario pubblico agli appetiti privati, prodighi di tangenti e corruzione? Non sono quelli che hanno distrutto le scuole pubbliche a vantaggio di quelle private o parificate? Chi si ricorda ancora dei «valori non negoziabili» dei cardinali Ruini, Bagnasco e di Papa Ratzinger? Non erano riducibili tutti questi valori «santi» al finanziamento della scuola privata per l’80% in mano a istituti religiosi?
All’inizio della pandemia mi ero illuso che la stragrande parte della società mondiale potesse rinsavire e riflettere su quello che stava accadendo e, riflettendo sulle cause di un sistema corrotto, iniquo e malato, potesse fermarsi e fare una scelta a misura della persona, di tutte le persone di tutti i continenti di tutto il mondo. Oggi, ho perso questa illusione perché vedo che la vocazione di tutti è la morte e la corsa ad essa non si ferma, anzi, al contrario, si intende correre di più per recuperare il tempo perduto. Si andrà peggio e le persone correranno dietro i pifferai, come prima, peggio di prima, più di prima. Solo un piccolo resto d’Israele sarà consapevole della posta in gioco e agirà di conseguenza. Nessuno lo sa, ma sono costoro che reggono le sorti del mondo intero, perché la più grande rivoluzione è sempre un’azione personale, consapevole, spirituale, non condivisa dalla maggioranza o peggio dalla massa. La tradizione ebraica parla dei 36 Giusti che reggono ogni generazione.
Ritorniamo al principio, alla mia amica Linda preoccupata – con lei lo siamo molti – perché ci chiediamo se la tragedia Covid-19, non diventi la scusa per manovre di manipolazione a tutto spiano. Scienziati e politici (governo, l’opposizione non è degna nemmeno di questa altissima funzione della democrazia di Diritto) d’Italia e del mondo si stanno approfittando del momento per altri fini? Non era questo il momento propizio, provvidenziale di prendere decisioni, in altri tempi impossibili, per smantellare un sistema perverso, eliminando strutture e sovrastrutture, vere zavorre per una sana e corretta gestione locale del territorio, ponendo le condizioni preliminari per renderle irreversibilmente fondate sulla legalità e il Diritto? Scuola on-line: un terzo dei bambini non aveva il tablet o il pc per cui sono stati ancora di più emarginati, inchiodati con le famiglia alla loro povertà e alla vergogna di non essere come gli altri: lo sappiamo cosa vuol dire questo tra bambini e adolescenti? Si parla sempre più di mappatura universale tramite «App-Immuni», nonostante già adesso siamo tutti monitorati attraverso i-phones e geolocalizzazione. Che sia l’occasione per manipolare bisogni, desideri, criteri assicurativi, malattie, condizioni di salute e quindi cure? Ogni volta che cerco un libro o altro in internet, dopo pochi secondi, il mio monitor è pieno di suggerimenti «ostinati» che vanno dai libri affini e non affini, a biancheria intima da donna e qui mi fermo: cosa c’entra Teresa D’Avila con i costumi da bagno?  Dice Linda: «Siamo in una fase molto delicata perché stanno sperimentando su noi la possibilità di sostituire sempre più le relazioni umane con la tecnologia delle distanze con l’obiettivo che non sia la tecnologia al servizio dell’Uomo ma il contrario». Non liquiderei questa ansia con un’alzata di spalla. I bambini che si collegano alle video lezioni, lo fanno prevalentemente per vedere i loro compagni e spesso – lo so per esperienza diretta – si commuovono. «Ancora una volta i bambini sono più avanti di noi. Fanno finta di accettare e di gradire per accontentarci». Battezzando i bambini di Linda e Riccardo, ricordo di aver detto che i bambini hanno la verità, noi no, e se siamo capaci di «ubbidire» la loro crescita, forse riusciremo anche noi a diventare adulti. Linda e Riccardo hanno fatto una scelta drastica: non mandano i bambini a scuola, ma organizzati con altre famiglie, attraverso un sistema misto anche col metodo montessoriano, fanno scuola ai loro figli, senza costringerli in quei pollai da ingrasso in cui la riforma Moratti prima e la Gelmini poi ha dirotto la scuola, di cui oggi assaporiamo lo sfacelo finale. Avendo docenti «primari» troppo anziani, oggi abbiamo bambini precocemente vecchi e non stimolati alla vita. Le esperienze invece di interazione alla pari tra vecchi e bambini hanno dato risultati eccellenti. Tutti i nonni ne sono testimoni, avendo un rapporto privilegiato e complice con i loro nipoti. Se Gorgia diceva che «misura di tutte le cose è l’uomo», oggi dovremmo parafrasare «cioè i bambini e i vecchi».  Tutto questo non dovrebbe solo valere per i figli di Linda e Riccardo, ma per tutti i bambini del mondo, tutti, nessuno escluso, perché mentre scrivo o mentre leggi, 700 bambini muoiono nel mondo per mancanza di acqua potabile. Ogni santo giorno. O l’economia si distribuisce in modo equo o facciamo discorsi al vento perché il prossimo virus, sempre più veloce di qualsiasi vaccino, ci falcidierà senza pietà. Abbiamo visto i camion militari pieni di morti senza nome, deformati, di cui non si sa nulla, effetto di una in-civiltà che non ha saputo custodire, non dico la vita, la morte stessa, eliminando con un colpo solo milioni di anni di «pìetas», sì perché il rispetto della morte è stata la prima forma di religione sorta sulla terra e l’archeologia oggi ne dà ampia testimonianza. Dove stiamo andando? Siamo sicuri che l’industria 4.0 sia la soluzione per l’avvenire o non piuttosto l’inizio della barbarie che elimina etica, diritti, doveri perché lascia spazio solo alla schiavitù imposta scientificamente?  In questo tempo e in queste condizioni, la gerarchia ecclesiastica si è preoccupata delle «messe sì, messe no», senza dire una parola sulle condizioni abissali su cui siamo seduti, causa di una economia di morte, di una società necrofora, di un sistema scolastico che crea «schiavi volontari», di un servizio sanitario eliminatorio dei superflui (vecchi, improduttivi, poveri, ecc.). Ben altra è la profezia! In che senso e misura, oggi, in queste condizioni, «libertà e cura» sono ancora diritti? Se non lo sono per tutti, sono «diritti»? Può reggere la Democrazia, se pur apparente, in queste condizioni? Chi la deve difendere, se l’informazione è piegata, prona, succube, venduta a chi la paga meglio? Internet, così come è, è il grande inganno del III Millennio perché fa finta di mettere tutto a disposizione, mentre si prende tutto e ne dispone a piacimento di chi detiene i «big data», facendoli arricchire con l’adesione del derubato. Lo aveva previsto la sapienza napoletana: «Cornuti e mazziati». Il ruolo di Cassandra non è mai stato comodo, ma è necesario. Pur derisa e vilipesa, ebbe ragione lei, ma ormai era troppo tardi: il cavallo varcò la porta di Troia e fu… un troiaio di morte. Ieri come oggi? Che Dio non voglia, perché siamo accecati. «Con-vertiamoci – meta-nooûmen» (verbo denominativo da «noûspensiero»), cioè cambiamo pensiero, mente, criteri di valutazione. In altre parole, riflettiamo il cammino fatto fin qui, verificandone consistenza e conseguenze. Poi decidiamo cosa vogliamo fare oggi e domani, purché ne siamo consapevoli. Una cosa sola non ci è consentita: essere ignari per indolenza o far finta di non sapere [Shoàh docet!!!].




LETTERA APERTA AI VESCOVI ITALIANI
Commissione Giustizia e pace dei Missionari Comboniani

La Commissione Giustizia & Pace dei Missionari Comboniani si rivolge ai vescovi chiedendo la stessa tempestività e vigore espresse per ribadire la libertà di culto, anche nella difesa dei più sofferenti del pianeta e contro il mercato delle armi.
30 Aprile 2020. Rivista NIGRIZIA, Missionari Comboniani
https://www.nigrizia.it/notizia/lettera-aperta-ai-vescovi-italiani-per-iniziare-una-nuova-storia

Cari padri Vescovi, pace e vita.
In questo tempo dolorosissimo per l’umanità intera afflitta dalla pandemia, come missionari, portiamo nel cuore il grido dei tantissimi impoveriti che sale a Dio da ogni angolo del mondo. Dall’Amazzonia alle baraccopoli africane, dai fratelli e sorelle migranti nei lager libici e nei campi profughi delle isole greche che cercano di scappare in mare rifiutati dall’Italia e dall’Europa, a quelli che tentano la rotta balcanica.
In questi giorni sono in corso vere e proprie lotte per il cibo a Nairobi, Ougadougou, Johannesburg. Ma anche qui in Italia, molte più persone sentono i crampi della fame e bussano alle nostre Caritas. Come non riconoscere in questi crocifissi il volto di Gesù di Nazaret? (Mt 25,31-46)

Abbiamo notato la tempestività del comunicato con cui avete rivendicato la libertà di culto nei confronti del governo e vi chiediamo la stessa determinazione e prontezza di intervento laddove la carne di Cristo è trafitta nei più poveri e abbandonati.
Ribadiamo convintamente che l’Eucarestia rappresenta la fonte e il culmine della vita cristiana e sentiamo l’urgenza di ritrovarci insieme come comunità attorno all’altare della parola e del pane spezzato. Proprio per questo siamo convinti che la celebrazione eucaristica continua nell’accoglienza dei migranti, nella pratica della giustizia sociale, nella promozione della pace e dei diritti umani, nell’impegno con gli ultimi.
Ci uniamo alle parole profetiche di Papa Francesco il quale ci ricorda che il virus peggiore da combattere è quello dell’indifferenza e durante l’omelia della seconda domenica di Pasqua afferma: «Mentre pensiamo a una lenta e faticosa ripresa dalla pandemia, si insinua il vero pericolo: dimenticare chi è rimasto indietro. Il rischio è che ci colpisca un virus ancora peggiore, quello dell’egoismo indifferente… quel che sta accadendo ci scuota dentro: è tempo di rimuovere le disuguaglianze, di risanare l’ingiustizia che mina alla radice la salute dell’intera umanità!».
Questa pandemia ci insegna che è tempo propizio per iniziare una nuova storia e avere lo stesso coraggio e la stessa parresia degli apostoli che hanno abbandonato il cenacolo, dove erano rinchiusi per paura, per uscire ad annunciare il Vangelo della vita.

Cari Vescovi, non rimanete in silenzio e gridate insieme a tanti uomini e donne:

  • lo scandalo della strage di Pasquetta quando morivano nel Mediterraneo 12 migranti dimenticati dall’Italia e dall’Europa;
  • lo scandalo dell’aumento della produzione di armi nel mondo (i dati di questa settimana del SIPRI, l’Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma, parlano di spese di 1.900 miliardi di dollari, il valore assoluto più alto dalla fine della Guerra Fredda) che continuano ad alimentare guerre in Libia, Yemen, Camerun, Siria e affamano intere popolazioni togliendo risorse da investire nel settore sanitario per lottare contro il coronavirus;
  • lo scandalo della crisi alimentare mondiale(gli ultimi dati del rapporto FAO della scorsa settimana parlano di 135 milioni di persone nel mondo alla fine del 2019 in situazione di insicurezza alimentare acuta) che si aggrava oggi a causa del Covid-19 ma che non sente salire con determinazione l’appello alle autorità politiche ed economiche per un intervento eccezionale in soccorso agli ultimi.

Le periferie esistenziali che abbiamo vissuto in altri continenti e che ora viviamo qui nel nostro paese, ci spingono a rivolgervi questo appello, perché in tutti i discepoli di Gesù aumenti la compassione per gli ultimi, la fame e sete di giustizia e il coraggio di proclamare il Vangelo della vita piena per tutti.
La Commissione Giustizia & Pace dei Missionari Comboniani




25 aprile 2020
PER NON DIMENTICARE. MA NON SOLO.

Appello per il 25 aprile 2020

Il 25 aprile rinasce la libertà: è il Natale della nostra democrazia. Ogni anno ci si ritrova per festeggiare la liberazione dal nazifascismo e riflettere sui valori della Carta Costituzionale. Ci si stringe intorno al tricolore per sentirsi una comunità civile e per riaffermare che quelle pagine nefaste della nostra storia non si ripeteranno mai. Quest’anno, nel settantacinquesimo anniversario della Liberazione, abbiamo bisogno più che mai di celebrare la nostra libertà. In un momento in cui siamo costretti all’isolamento per combattere un nemico invisibile, in cui la distanza sociale ci rende un po’ più soli, possiamo e dobbiamo stringerci e sostenerci. Vogliamo riconoscerci gli uni negli altri, tornare a guardare al futuro con speranza e coraggio, e soprattutto ricordarci che una volta passata questa tempesta saremo chiamati a ricostruire un mondo più giusto, più equo, più sostenibile. Mai come in questa occasione ci è chiaro che occorre porre fine a tutte le guerre fratricide per unirci tutti nell’unica lotta contro i tre nemici comuni: il virus, il riscaldamento del pianeta e le disuguaglianze socio-economiche.
Per questo lanciamo una grande convocazione a cittadine e cittadini per ritrovarci insieme a festeggiare il 25 aprile. La nostra piazza sarà virtuale ma ugualmente gremita e animata, il palcoscenico saranno le nostre case piene di calore, i nostri computer e i nostri smartphone faranno il resto. Uniamoci per metterci alle spalle questa crisi e disegnare un domani luminoso e promettente. Chiediamo a tutte e tutti di aderire e di esserci fin da ora, e di coinvolgere più persone possibile. Ogni partecipante è invitato a fare una libera donazione non inferiore a due euro per sostenere le associazioni del terzo settore che si occupano di assistere le persone senza fissa dimora e di gestire le mense dei poveri. Insieme possiamo fare tanto, e testimoniare che nessuna crisi può arrestare la generosità. Sarà un 25 aprile di liberazione, forse il più grande dal dopoguerra. Stringiamoci intorno alle nostre comunità locali per ridare forza alla comunità nazionale e a quella planetaria.

A chi si dona.
La cifra che raccoglieremo sarà destinata a Caritas Italiana e Croce Rossa Italiana a cui chiederemo di utilizzare le risorse per fornire aiuto a quanti non hanno un tetto o un pasto garantito, anche attraverso la rete di realtà del volontariato che sono la prima linea dell’emergenza sociale sui territori.
Come si dona
Per donare devi semplicemente collegarti alla piattaforma Go Fund Me tramite il tasto Fai una donazione.

https://www.gofundme.com/?lang=it&utm_source=google&utm_medium=cpc&utm_campaign=GoFundMe_SouthernEurope_IT_Exact_EN_IT&utm_content=GoFundMe&utm_term=go%20fund%20me_e_c_&gclid=CjwKCAjwnIr1BRAWEiwA6GpwNYDkgQN690Jf0x3NhgS8zfBS-XZzyilvgtgpbJHRIW5l6Lofj2HCtBoCmeMQAvD_BwE




MESSAGGIO PER IL 1° MAGGIO
CEI e Diocesi Parma

DIOCESI DI PARMA.
Ufficio Pastorale sociale e del lavoro – Ufficio Pastorale Sanitaria – Caritas

 Messaggio per la Festa del 1° maggio 2020
Leggi il Documento integrale della CEI: https://comunicazionisociali.chiesacattolica.it/messaggio-dei-vescovi-per-la-festa-del-1-maggio-2020/

Il lavoro nella crisi sanitaria
L’attuale emergenza sanitaria ci ha fatto comprendere quanto sia importante la solidarietà, l’interdipendenza e la capacità di fare squadra; valori che auspichiamo anche nella nuova emergenza economica.
Nulla sarà come prima per le famiglie che hanno subito perdite umane.
Nulla sarà come prima per chi è stremato dai sacrifici in quanto operatore sanitario.
Nulla sarà come prima per i nostri territori, per le nostre comunità, così duramente colpite.
Nulla sarà come prima anche per il mondo del lavoro. Tutto sarà più pesante per chi lavora in modo precario e saltuario. Già si contano danni importanti, soprattutto per gli imprenditori che in questi anni hanno investito per creare lavoro e si trovano ora sulle spalle ingenti debiti e grandi punti interrogativi circa il futuro della loro azienda e di molti lavoratori e lavoratrici.
Nulla sarà come prima per tutte le Cooperative del Terzo settore. Non avendo finalità di lucro, le loro attività si svolgono con margini di sicurezza economica molto ridotti. Il loro stesso futuro rischia di essere pregiudicato.

È con queste preoccupazioni che la nostra Diocesi di Parma, unendosi al Messaggio dei Vescovi italiani per il 1° maggio, si appresta a celebrare la Festa del 1° maggio di quest’anno.

 Lavoro sostenibile.
«Nessuno deve perdere lavoro per il coronavirus»: è fondamentale che questo appello abbia accoglienza. Sono auspicabili misure di aiuto a famiglie ed imprese che sappiano fare attenzione a proteggere tutti, soprattutto le categorie solitamente più fragili e meno tutelate. Il problema per i lavoratori più esposti non è solo quello della perdita del salario o dell’occupazione, ma anche quello delle condizioni sul luogo di lavoro. L’orizzonte è quello dell’ecologia integrale della Laudato si’. Abbiamo bisogno di un sistema socio-economico-ambientale che metta al centro la persona, la dignità del lavoratore e sappia mettersi in sintonia con l’ambiente naturale senza violentarlo, nell’ottica di uno sviluppo sostenibile. Un’urgenza non più procrastinabile in cui si gioca anche la fedeltà al progetto di Dio sull’umanità. E per questo, per ridare forza e dignità al lavoro dobbiamo:

  1. Curare la ferita dei profondi divari territoriali. Non esiste una sola Italia del lavoro, ma «diverse Italie», con regioni dove il problema diventa quello di umanizzare il lavoro e regioni dove il lavoro manca e costringe molti a migrare.
  2. avere il coraggio di guardare ai nostri fratelli migranti non più come forma quasi unica di manovalanza sfruttata, sottoposti a ingiuste condizioni di lavoro che portano a vite non dignitose.
  3. trasformare le reti di protezione contro la povertà in strumenti stabili di politiche per il lavoro che aiutino persone, famiglie e imprese a contribuire alla crescita e al benessere del Paese.
  4. chiedere a politici e amministratori una attenta scelta di priorità negli investimenti e nelle spese, orientate al bene comune, ridimensionando e riconvertendo, per esempio, le spese per gli armamenti.
  5. Premiare, con le nostre scelte, prodotti e imprese che danno più dignità al lavoro.

Diocesi e lavoro.
Accanto alle iniziative delle istituzioni, doverose e importanti, anche la Diocesi ha aperto un Fondo di Solidarietà alimentato da singoli e da diversi soggetti. Di tale fondo usufruiranno anche le persone svantaggiate che lavorano nella cooperazione sociale.
Intestatario: CARITAS DIOCESANA PARMENSE EMERGENZE
Iban: IT88G0623012700000037249796
Banca: Crédit Agricole Italia – Sede di Parma
CAUSALE DEL VERSAMENTO: aiuto cooperative sociali

Nel cammino che la Chiesa italiana sta facendo verso la 49ª Settimana Sociale di Taranto (4-7 febbraio 2021) siamo chiamati a coniugare lavoro e sostenibilità, economia ed emergenza sanitaria. L’opera umana sappia cogliere la sfida di rendere il mondo una casa comune. I credenti possono diventare segno di speranza anche per il mondo del lavoro.

Ufficio Pastorale sociale e del lavoro
Ufficio Pastorale Sanitaria
Caritas diocesana

Parma 24/04/2020




MESSAGGIO PASQUALE DI PAPA FRANCESCO AI MOVIMENTI POPOLARI

Messaggio di Papa Francesco ai fratelli e alle sorelle dei movimenti e delle organizzazioni popolari

Cari amici,
Ricordo spesso i nostri incontri: due in Vaticano e uno a Santa Cruz de la Sierra, e confesso che questa “memoria” mi fa bene, mi avvicina a voi, mi fa ripensare ai tanti dialoghi avvenuti durante quegli incontri, ai tanti sogni che lì sono nati e cresciuti, molti dei quali sono poi diventati realtà. Ora, in mezzo a questa pandemia, vi ricordo nuovamente in modo speciale e desidero starvi vicino.
In questi giorni, pieni di difficoltà e di angoscia profonda, molti hanno fatto riferimento alla pandemia da cui siamo colpiti ricorrendo a metafore belliche. Se la lotta contro la COVID19 è una guerra, allora voi siete un vero esercito invisibile che combatte nelle trincee più pericolose. Un esercito che non ha altre armi se non la solidarietà, la speranza e il senso di comunità che rifioriscono in questi giorni in cui nessuno si salva da solo. Come vi ho detto nei nostri incontri, voi siete per me dei veri “poeti sociali”, che dalle periferie dimenticate creano soluzioni dignitose per i problemi più scottanti degli esclusi.
So che molte volte non ricevete il riconoscimento che meritate perché per il sistema vigente siete veramente invisibili. Le soluzioni propugnate dal mercato non raggiungono le periferie, dove è scarsa anche l’azione di protezione dello Stato. E voi non avete le risorse per svolgere la sua funzione. Siete guardati con diffidenza perché andate al di là della mera filantropia mediante l’organizzazione comunitaria o perché rivendicate i vostri diritti invece di rassegnarvi ad aspettare di raccogliere qualche briciola caduta dalla tavola di chi detiene il potere economico. Spesso provate rabbia e impotenza di fronte al persistere delle disuguaglianze persino quando vengono meno tutte le scuse per mantenere i privilegi. Tuttavia, non vi autocommiserate, ma vi rimboccate le maniche e continuate a lavorare per le vostre famiglie, per i vostri quartieri, per il bene comune.
Questo vostro atteggiamento mi aiuta, mi mette in questione ed è di grande insegnamento per me. Penso alle persone, soprattutto alle donne, che moltiplicano il cibo nelle mense popolari cucinando con due cipolle e un pacchetto di riso un delizioso stufato per centinaia di bambini, penso ai malati e agli anziani. Non compaiono mai nei mass media, al pari dei contadini e dei piccoli agricoltori che continuano a coltivare la terra per produrre cibo senza distruggere la natura, senza accaparrarsene i frutti o speculare sui bisogni vitali della gente. Vorrei che sapeste che il nostro Padre celeste vi guarda, vi apprezza, vi riconosce e vi sostiene nella vostra scelta.
Quanto è difficile rimanere a casa per chi vive in una piccola abitazione precaria o per chi addirittura un tetto non ce l’ha. Quanto è difficile per i migranti, per le persone private della libertà o per coloro che si stanno liberando di una dipendenza. Voi siete lì, presenti fisicamente accanto a loro, per rendere le cose meno difficili e meno dolorose. Me ne congratulo e vi ringrazio di cuore. Spero che i governi comprendano che i paradigmi tecnocratici (che mettano al centro lo Stato o il mercato) non sono sufficienti per affrontare questa crisi o gli altri grandi problemi dell’umanità. Ora più che mai, sono le persone, le comunità e i popoli che devono essere al centro, uniti per guarire, per curare e per condividere.
So che siete stati esclusi dai benefici della globalizzazione. Non godete di quei piaceri superficiali che anestetizzano tante coscienze, eppure siete costretti a subirne i danni. I mali che affliggono tutti vi colpiscono doppiamente. Molti di voi vivono giorno per giorno senza alcuna garanzia legale che li protegga: venditori ambulanti, raccoglitori, giostrai, piccoli contadini, muratori, sarti, quanti svolgono diversi compiti assistenziali. Voi, lavoratori precari, indipendenti, del settore informale o dell’economia popolare, non avete uno stipendio stabile per resistere a questo momento… e la quarantena vi risulta insopportabile. Forse è giunto il momento di pensare a una forma di retribuzione universale di base che riconosca e dia dignità ai nobili e insostituibili compiti che svolgete; un salario che sia in grado di garantire e realizzare quello slogan così umano e cristiano: nessun lavoratore senza diritti.
Vorrei inoltre invitarvi a pensare al “dopo”, perché questa tempesta finirà e le sue gravi conseguenze si stanno già facendo sentire. Voi non siete dilettanti allo sbaraglio, avete una cultura, una metodologia, ma soprattutto quella saggezza che cresce grazie a un lievito particolare, la capacità di sentire come proprio il dolore dell’altro. Voglio che pensiamo al progetto di sviluppo umano integrale a cui aneliamo, che si fonda sul protagonismo dei popoli in tutta la loro diversità, e sull’accesso universale a quelle tre T per cui lottate: “tierra, techo y trabajo” (terra – compresi i suoi frutti, cioè il cibo –, casa e lavoro). Spero che questo momento di pericolo ci faccia riprendere il controllo della nostra vita, scuota le nostre coscienze addormentate e produca una conversione umana ed ecologica che ponga fine all’idolatria del denaro e metta al centro la dignità e la vita. La nostra civiltà, così competitiva e individualista, con i suoi frenetici ritmi di produzione e di consumo, i suoi lussi eccessivi e gli smisurati profitti per pochi, ha bisogno di un cambiamento, di un ripensamento, di una rigenerazione. Voi siete i costruttori indispensabili di questo cambiamento ormai improrogabile; ma soprattutto voi disponete di una voce autorevole per testimoniare che questo è possibile. Conoscete infatti le crisi e le privazioni che con pudore, dignità, impegno, sforzo e solidarietà riuscite a trasformare in promessa di vita per le vostre famiglie e comunità.
Continuate a lottare e a prendervi cura l’uno dell’altro come fratelli. Prego per voi, prego con voi e chiedo a Dio nostro Padre di benedirvi, di colmarvi del suo amore, e di proteggervi lungo il cammino, dandovi quella forza che ci permette di non cadere e che non delude: la speranza. Per favore, anche a voi pregate per me, che ne ho bisogno.
Fraternamente
Città del Vaticano, 12 aprile 2020, Domenica di Pasqua




ABITANTI DELLA STESSA TERRA PER UN NUOVO UMANESIMO
Danilo Amadei-Parma

ABITANTI DELLA STESSA TERRA PER UN NUOVO UMANESIMO
Dopo il coronavirus occorre un nuovo spirito costituente.
Danilo Amadei – Parma (Avvenire – 29/03/2020)

Questo periodo ci aiuta a leggere i segni dei tempi soprattutto nel dolore. Ma ben sappiamo che se anche il male è il contrario del bene può aiutarci a riscoprire la nostra vera dimensione di umanità redenta.
Il primo insegnamento che impariamo da questa terribile pandemia è che siamo davvero tutti abitanti della stessa Terra. Avremmo dovuto già capirlo con i cambiamenti climatici, causati dal nostro sviluppo che ammala la nostra Madre comune, ma il coronavirus ce lo fa capire meglio perché coinvolge ognuno di noi, nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nei nostri corpi. Quanto la nostra Costituzione vuole per la pace consentendo “le limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni, favorendo le organizzazioni internazionali rivolte allo scopo”, dovrà valere anche per la salute e il rispetto della natura, per l’ecologia integrale, così come delineata da papa Francesco nella Laudato si’. Avremo bisogno di maggiore mondialità e di cooperazione internazionale per raggiungere questi obiettivi, regolando in modo più equo a questo scopo la globalizzazione delle merci e della finanza che ha imposto le sue leggi in questi ultimi decenni. Così come la cultura non conosce confini, la scienza dovrà recuperare totalmente il suo umanesimo per guardare oltre i confini nazionali per l’obiettivo comune di prevedere e   prevenire le emergenze umanitarie che non abbiamo voluto riconoscere, per affrontarle insieme.
Il secondo insegnamento riguarda le priorità del vivere comune. Per troppo tempo abbiamo accettato slogan e false politiche conseguenti che vedevano nella formazione, nella scuola, nella ricerca, nella salute, nei servizi sociali, nel welfare nel suo insieme dei “costi improduttivi”, insostenibili dai bilanci pubblici che dovevano supportare solo “l’economia produttiva”. Ognuno vede oggi quanto miopi siano stati quei tagli scellerati che ci hanno resi più fragili e incapaci di prevenire e affrontare tempestivamente il male e a gestirlo per tutti nel suo deflagrare. Così come dovrebbe essere finalmente accantonato quello slogan “meno Stato più mercato” che ha tolto, insieme ai servizi universali, la consapevolezza che solo insieme, uniti, garantendo a tutti gli stessi diritti, ci saremmo sentiti comunità, orgogliosamente nazionale e consapevolmente europea e mondiale. E’ triste vedere in queste settimane quanta rincorsa alle lodi per chi lavora in ambiti, che sono finalmente riconosciuti prioritari nella nostra vita, dove fino a qualche settimana fa lo stesso lavoro veniva svalutato o considerato subordinato ad altre priorità. E così per l’enorme lavoro svolto dal Terzo settore nel suo insieme e dalle mille esperienze disperse in tante famiglie di lavoratrici (in gran parte straniere) indispensabili nelle nostre case con persone sole o fragili e nei lavori “ad alto contatto”. Ecco sarebbe bene che questa fame di solidarietà rimanesse nelle scelte future per dare nuova concretezza alla richiesta di “adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Così’ come venissero riconosciuti diritti e giuste rappresentanze decisionali a chi opera in questi ambiti, che è sempre più chiaro dover essere non in modo supplente ma sussidiario ai doveri dello Stato.
Un terzo insegnamento è nascosto sotto tanta apprezzabile generosità nelle donazioni di questi giorni. Occorrerà che questa consapevolezza individuale diventi esercizio costante delle virtù civili come cittadini, che devono “concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, secondo criteri di progressività. Non è solo la speranza in una vera riduzione consistente della enorme evasione fiscale, ma la certezza che i gravi problemi che dovremo affrontare dopo questa pandemia possano essere sostenuti in modo equo tra i cittadini, riducendo quelle diseguaglianze che anche in questa crisi stanno penalizzando chi è meno garantito, è più fragile, addirittura “scartato”.  E’ certo che da questo periodo tante persone che già erano precarie nel lavoro, nel reddito, nella condizione personale, ne usciranno ancora più fragili. E’ necessario che a loro siano garantiti come priorità i diritti primari, evitando di ritornare a quel “capitalismo compassionevole”, in realtà “predatorio” com’è chiamato da papa Francesco, che tante ingiustizie e sofferenze ha creato nel nostro tempo. Quanto stiamo vivendo ci rende ancora più evidente il dramma di chi vive quotidianamente, da generazioni, privazioni e sofferenze dovute a malattie ben più conosciute del “nostro” virus, che si chiamano malaria, malattie infettive, fame, mancanza di acqua potabile e di cure mediche di base. Guai se, ancora una volta, quanto ci coinvolge come umanità ci fa togliere lo sguardo da una parte di noi che vive in altri continenti.
Dovremo sempre più ragionare, come la nostra Costituzione ci richiama in continuazione, come un “tutti” che non conosce divisioni, e ancora più come “fratelli” come indica l’articolo primo dei diritti dell’uomo. Per questo serve un nuovo spirito costituente, dove quanto ci unisce prevalga sulle nostre differenze.  In modo sempre più insistente si dice che “siamo in guerra”. Io credo che in realtà queste settimane ci stiano mostrando che cosa sia una “difesa civile nonviolenta”. La lotta infatti non è per distruggere un altro popolo, ma per salvare la vita di ogni persona, Le stesse forze armate intervengono in questa lotta in modo disarmato. Tutti siamo coinvolti, di qualsiasi generazione e condizione sociale e a tutti è richiesto il proprio contributo personale per il bene comune, non contro qualcuno. La responsabilità personale come presupposto per il raggiungimento del bene comune. La ricerca costante è quella della verità e del bene per tutti, oltre ogni confine, riconoscendoci tutti una stessa famiglia umana. Questo periodo può aiutarci anche a riconvertire le enormi spese per le armi, le guerre (che proseguono anche in questi giorni) e le minacce di guerre future verso obiettivi di pace e di ritrovata umanità, capendo finalmente che cosa si debba davvero difendere tutti insieme. Che questo lungo sabato santo ci possa trovare forti nella fede, testimoni di questa speranza e costanti nella pratica incessante del sacramento della carità, già evidente nei luoghi di cura e da vivere con relazioni costanti in ogni luogo di solitudine.




Il virus, il dolore e il silenzio di Dio
don Francesco Cosentino

Il virus, il dolore e il silenzio di Dio. Quando la preghiera diventa “grido”.
(da Avvenire del 31/03/2020)
don FRANCESCO COSENTINO,
teologo Pontificia Università Gregoriana

Perché è capitato a noi? Perché Dio non interviene a salvarci? L’antico grido, che da sempre abita il cuore dell’uomo dinanzi al mistero della sofferenza, è oggi l’unica preghiera possibile. Siamo come Giobbe, che maledice il giorno della sua nascita mentre le piaghe gli lacerano la carne; siamo come gli apostoli che, sballottati da una tempesta di vento e di onde, urlano la loro protesta a un Gesù che dorme tranquillo: possibile che non ti accorgi di noi? Svegliati, perché dormi?
È in questi momenti che raggiungiamo l’essenza profonda della nostra fede, quando siamo chiamati a lodare e servire Dio non dentro le consolazioni di una vita tutto sommato agiata e nella cornice di una tranquilla e pacifica religione borghese, ma quando siamo gettati nell’arsura del deserto e nella notte oscura dell’angoscia, della paura, del dolore e della non comprensione. Proprio in questi momenti, quando riusciamo a vedere semi di grano che crescono laddove tutto parla di rami secchi, a cogliere piccole luci nella notte, a vedere come Geremia il piccolo ramo di mandorlo nel cuore dell’inverno, sperimentiamo ciò che propriamente si chiama “fede”. A patto però che la forma di questa speranza non abbia nulla a che fare con l’ingenuità di una religiosità puerile, con l’atteggiamento miracolistico di chi, in preda alla fatica di reggere l’impatto del dolore, si aggrappa a eventi straordinari o, ancora, con il sentimento della fuga per non affrontare l’aspro duello con il male. La speranza cristiana, invece, sta nel sapersi e sentirsi accompagnati, dal di dentro del dolore, da un Dio umano e compassionevole, che si fa vicino alle nostre ferite, non lascia vacillare il nostro piede e rimane anche oggi il Dio che osserva la miseria del suo popolo e scende per liberarlo ( Es3,7– 8). Dinanzi al non senso, la preghiera può farsi grido, che inquieta l’infinito silenzio del cielo. Una preghiera di Giobbe, che abbraccia il dolore di tutti i crocifissi della storia e assume la postura pienamente umana di Gesù, il quale non “salta” l’ora della prova, ma vi entra dentro con angoscia e paura, percorrendo la drammatica domanda che raccoglie, in questo momento, anche tutte le nostre: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai dimenticato?» (Gv 20,17).
Mentre il nemico invisibile moltiplica i contagiati, mentre medici e infermieri sono allo stremo e mentre a Bergamo sfila una drammatica marcia di militari che accompagnano le salme, la preghiera deve farsi domanda: è possibile parlare di Dio in un reparto di terapia intensiva per coronavirus? Quale Dio nominare in questa Auschwitz di oggi? Quale Dio pregare quando ho perduto un genitore al quale non ho potuto dare una carezza finale?
Sperimentiamo qui l’assenza di Dio. Giorni di deserto e di spoliazione, notte oscura della fede simile a quella notte in cui la sposa del Cantico esce per cercare l’amato e non lo trova: «Sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amato del mio cuore; l’ho cercato ma non l’ho trovato» (Ct 3,1). Ed è in questa esperienza che scopriamo una paradossale vicinanza con l’ateo: «C’è in noi un ateo potenziale – scriveva il cardinal Martini – che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere».
Quando nel maggio del 2006 papa Benedetto si recò ad Auschwitz fece risuonare il dramma di questa preghiera nella notte: «Prendere la parola in questo luogo di orrore, di accumulo di crimini contro Dio e contro l’uomo che non ha confronti nella storia, è quasi impossibile; ed è particolarmente difficile e opprimente per un cristiano, per un Papa che proviene dalla Germania. In un luogo come questo vengono meno le parole, in fondo può restare soltanto uno sbigottito silenzio – un silenzio che è un interiore grido verso Dio: Perché, Signore, hai taciuto? Perché hai potuto tollerare tutto questo?».
Eppure, questa preghiera concepita nel dolore non rimane inascoltata. Mentre esprime il grido della nostra paura, anzitutto essa ci purifica dall’immagine di un Dio che ci risponde a comando, che ci evita le lacrime, che interviene dall’alto per risolvere i nostri problemi. Così, usciamo dall’interpretazione superstiziosa e magica della religione e impariamo – come affermava il teologo tedesco Metz – che Dio non è il tappabuchi delle nostre delusioni, ma la ragione del nostro sperare. Questa preghiera concepita nel dolore ci fa anche diventare più umani e, quindi, più compassionevoli e solidali verso gli altri. Il dolore ci scava dentro. Nella difficoltà e nelle oscurità facciamo l’esperienza della nostra fragilità, cosicché abbandoniamo le maschere fabbricate ad arte per nasconderla e o i surrogati della nostra società del consumo per esorcizzarla. Siamo fragili e impariamo a benedire ciò che siamo, svestendo i panni dell’onnipotenza: abbiamo bisogno dell’altro, da soli non possiamo farcela e il suo dolore è anche e sempre il mio. Ma la preghiera nel dolore ci avvicina soprattutto in modo unico all’esperienza di Gesù e alla sua preghiera: «La mia anima è triste fino alla morte» ( Mc 14,34). Si avvicina per lui l’ora della notte.
Ma la notte del Cristo è a suo modo unico: in quel Getsemani sono raccolte anche tutte le nostre notti, le oscurità della storia, le ingiustizie del mondo, le ferite dei poveri, le paure che spesso ci abitano. È in quella notte che noi possiamo vedere Dio proprio quando pensavamo di averlo perduto; entrando nella notte, infatti, Gesù ci rivela chi è Dio: non uno che fa teorie sul dolore o ne stabilisce le colpe, ma il Dio che entra nella notte, la soffre con te, accompagna la tua paura, si lascia toccare e ferire. E si lascia inchiodare sulla Croce perché quella notte si apra alla luce di una nuova vita.
Questa luce arriva inattesa, come l’alba del mattino di Pasqua. Può significare la fine di quella sofferenza o semplicemente l’aver ricevuto la grazia di guardare alla vita in modo nuovo. Certo è, che un miracolo succede e ha bisogno di occhi di fede. Forse sta già avvenendo, se in mezzo all’indescrivibile sofferenza per tanti nostri fratelli ammalati o già morti, sta cambiano il nostro sguardo sulle persone care e sulle cose, sugli abbracci mancati e sul delirio di onnipotenza di questo nostro Occidente arrivato ormai al capolinea. «Comprendete l’ora della tempesta e del naufragio – afferma il teologo protestante Bonhoeffer – è l’ora della inaudita prossimità di Dio, non della sua lontananza. Là dove tutte le altre sicurezze si infrangono e crollano e tutti i puntelli che reggevano la nostra esistenza sono rovinati uno dopo altro, là dove abbiamo dovuto imparare a rinunciare, proprio là si realizza questa prossimità di Dio, perché Dio sta per intervenire, vuol essere per noi sostegno e certezza…Questo ci vuole mostrare: quando tu lasci andare tutto, quando perdi e abbandoni ogni tua sicurezza, ecco, allora sei libero per Dio e totalmente sicuro in Lui». Nell’ora della notte e della prova, allora, pur dentro una preghiera sofferta, cerchiamolo ancora. «Alziamoci, facciamo il giro della città, andiamo per le strade e per le piazze a cercare l’amato del nostro cuore» ( Cantico 3,1–2). E leviamo il capo, perché la nostra liberazione è vicina.