Pace. Il magistero di Papa Francesco
Don Bignami

Le vie della pace

Il magistero della pace di Francesco attraverso i messaggi per le Giornate mondiali per la Pace.
Don Bruno Bignami[1]

UN CANTIERE

Dodici anni di Pontificato offrono molteplici riflessioni. Se si guarda al tema della pace, possiamo parlare di un magistero fecondo e generativo. Rileggendo i messaggi per la Giornata mondiale della Pace dal 1° gennaio 2014 al 2025, si riscontrano due caratteristiche.
La prima è data dallo stretto legame con la Storia. Il magistero della pace di Francesco risente degli eventi accaduti negli anni di ministero come vescovo di Roma.
Affronta il tema delle migrazioni, fronteggia gli strascichi della crisi finanziaria mondiale del 2007-2008, accompagna la stagione della pandemia, illumina le questioni legate alla crisi ambientale e ai progressi dellat ecnologia, si concentra sulle drammatiche guerre in Ucraina e in Medioriente.
Non sono stati anni semplici. Tuttavia, l’insegnamento di Papa Francesco è un viatico per la stagione della complessità.
Da qui la seconda caratteristica: questi testi regalano un vocabolario della pace. Lo si evince dai titoli: fraternità, indifferenza, nonviolenza, migrazioni, politica, speranza, dialogo, riconciliazione, conversione ecologica, cura, educazione, lavoro, intelligenza artificiale, remissione del debito. C’è davvero tanto. E c’è il pericolo di perdersi se non si coglie il filo rosso che attraversa una riflessione che ha un chiaro intento educativo.
Da queste due caratteristiche emerge una prima fondamentale conclusione: il magistero di Francesco non semplifica, ma offre strumenti per abitare la complessità.  Il nocciolo della proposta sulla pace è composto di tre passaggi determinanti:

  • dalla globalizzazione dell’indifferenza alla fraternità attraverso il perdono;
  • dalla cultura dello scarto alla cultura della cura grazie all’ecologia integrale;
  • dalla corsa agli armamenti alla nonviolenza passando per l’impegno educativo.

FRATERNITÀ
È la questione centrale. I primi messaggi (dal 2014 al 2016) approfondiscono il tema della fraternità, che poi troverà ulteriori sviluppi nell’enciclica Fratelli tutti (FT). La pace è esercizio di fraternità. Siamo tutti fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre, amati e voluti da Dio. Ciò che contrasta e smentisce la fraternità è la “globalizzazione dell’indifferenza”, che crea l’abitudine alla sofferenza degli altri.  Troppe sono le vittime innocenti delle guerre dimenticate, accanto alle persone che ogni giorno muoiono di fame, sono sfollate, vivono nella paura e sono costrette a emigrare. Il grido di dolore dell’umanità sofferente chiede di essere ascoltato, mentre viviamo un tempo in cui le peggiori disumanità si realizzano nell’indifferenza generale. Assistiamo a tre livelli di indifferenza: verso Dio, verso il prossimo e verso il creato. Quando si pensa di non dover nulla a nessuno e l’uomo si sente autosufficiente, ecco che lo sguardo finisce per ripiegarsi nel narcisismo. L’aumento delle informazioni non significa crescita dell’attenzione verso chi soffre. L’indifferenza anestetizza e relativizza la gravità dei problemi. “Quasi senza accorgercene, siamo diventati incapaci di provare compassione per gli altri, per i loro drammi, non ci interessa curarci di loro, come se ciò che accade ad essi fosse una responsabilità estranea a noi, che non ci compete” (2016).  L’indifferenza verso il prossimo sfocia nel disimpegno e nell’accettazione delle peggiori scelte di politica economica, capaci di generare ingiustizie, divisioni, violenze e scarti umani. A ciò porta l’esclusiva ricerca del benessere individuale o nazionale.
I nazionalismi sono il veleno della fraternità. Al contrario, “Dio non è indifferente! A Dio importa dell’umanità, Dio non l’abbandona!” (2016). Tale ragione teologica si fonda sulla scelta originaria del Creatore di amare l’umanità. Per questo l’ha creata e ha affidato all’uomo la responsabilità della fraternità, ossia l’insopprimibile anelito alla comunione. Francesco ha intuito che la famiglia umana è legata a un unico destino ed è chiamata a vivere “la vocazione a formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri” (2014). Lo stesso discepolato in Cristo costituisce una nuova nascita, come mostra san Paolo nella celebre Lettera a Filemone, rimandando lo schiavo Onesimo al padrone con la raccomandazione di trattarlo da fratello (2015).  I problemi del nostro tempo, in primis la pandemia, hanno offerto una lezione: “abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri” e “nessuno si può salvare da solo” (2023). Senza fraternità non è possibile uscire da una pandemia. Senza fraternità le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale aggravano le disuguaglianze (2024). Senza fraternità la politica è chiusura nazionalistica (2019). Senza fraternità c’è sfruttamento del lavoro (2022) e degrado ambientale (2020). Senza fraternità si costruisce la cultura del nemico e si fomentano schiavitù (2015). Senza fraternità si alimentano i conflitti e si ostacola la pace. Più volte il Papa ha ricordato in negativo l’episodio biblico di Caino che uccide Abele e, in positivo, la parabola evangelica del buon Samaritano (2016). Torna la domanda: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gen 4,9). Le radici della pace si trovano nella fraternità. Non c’è altro sentiero verso una pace duratura. Non saranno né le armi né la deterrenza a garantire l’umanità, ma nuove relazioni improntate sul reciproco riconoscimento. La speranza risiede in un cammino di riconciliazione che tralascia la tentazione di dominare sull’altro per abbracciarlo come persona e come figlio di Dio: “L’altro non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare, ma va considerato per la promessa che porta in sé” (2020). La forza del perdono rimette in piedi le persone e le riabilita a nuovi percorsi di riconciliazione. Si rinvigoriscono le relazioni tra le persone e tra i popoli.
LA CURA
In molti messaggi è forte la denuncia. Ci sono atteggiamenti che denotano una diffusa cultura dello scarto: la corruzione, il commercio della droga, l’inquinamento, la devastazione dell’ambiente, lo sfruttamento del lavoro, la speculazione finanziaria, la prostituzione, il debito, le forme di schiavitù, l’illegalità, le migrazioni forzate, le condizioni inumane nelle carceri. Le violazioni della dignità umana minano la pace. Ogni volta che le persone vengono scartate ed emarginate si finisce per rafforzare modelli relazionali iniqui. Dopo la pubblicazione della Laudato Si’ nel 2015 l’ecologia integrale è divenuta proposta continua, ma era già ben presente nel primo messaggio del 2014: “Siamo spesso guidati dall’avidità, dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non custodiamo la natura, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura e da mettere a servizio dei fratelli, comprese le generazioni future”. Da qui la necessità di far crescere la cultura della cura. Lo stato di salute precario della casa comune per cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità, ’inquinamento delle acque e dell’aria, lo sfruttamento delle foreste e la distruzione dell’ambiente ci obbligano a riconoscere il peccato ecologico e a prenderci cura del dono che abbiamo ricevuto dal Creatore.  Il compito di “coltivare e custodire” (Gen 2,15) ri corda la responsabilità di ciascuno anche verso il futuro. Occorre convertire lo sguardo perché ci apriamo “all’incontro con l’altro e all’accoglienza del dono del creato, che riflette la bellezza e la sapienza del suo Artefice” (2020). Di fronte alle crescenti disuguaglianze serve una bussola che imprima una rotta comune pienamente umana al processo di globalizzazione. Ciò può avvenire “soltanto con un forte e diffuso protagonismo delle donne, nella famiglia e in ogni ambito sociale, politico e istituzionale”(2021). Se Papa Francesco aveva elogiato i movimenti popolari per il loro protagonismo sui temi del lavoro, della casa e della terra, in modo analogo la pace esige un’apertura di credito a categorie di persone spesso trascurate, come i giovani (2022), le donne (2021), le popolazioni indigene (2020). Nel 2022 ha scritto: “C’è una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona. Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati”. Viviamo sfide sistemiche e interconnesse (2025). La filantropia che si limita a do- nazioni senza mettere in discussione sistemi culturali e strutture non può portare né alla pace né a cambiamenti duraturi. L’ecologia integrale sa ascoltare il grido del povero e della terra, osa connettere questioni ambientali e sociali, opera scelte anche nell’interesse delle future generazioni.
LA NONVIOLENZA
La pace esige un ulteriore passaggio dalla corsa agli armamenti all’esercizio della nonviolenza. Le armi seminano morte e violenza. Francesco ricorda che “finché ci sarà una così grande quantità di armamenti in circolazione come quella attuale, si potranno sempre trovare nuovi pretesti per avviare le ostilità” (2014). Ciò comporta la scelta del disarmo e di optare per la non proliferazione delle armi nucleari e chimiche. Inoltre, gli investimenti militari disperdono risorse che potrebbero essere utilizzate per finalità più importanti, come lo sviluppo umano integrale, la lotta alla povertà e alla fame, la garanzia dei bisogni sanitari per tutti. Preoccupa la crescita esorbitante delle spese militari. Per questo, nel 2021 e nel 2025 il Pontefice ha rilanciato la proposta presente in FT di costituire un Fondo mondiale per lo sviluppo dei Paesi più poveri. È tempo di realizzare la profezia di Isaia di trasformare le spade in vomeri, soprattutto nell’epoca di tecnologie sempre più devastanti e anonime.

L’IA applicata agli armamenti può favorire “un approccio ancora più freddo e distaccato all’immensa tragedia della guerra” (2024).

I sistemi d’arma autonomi non potranno mai diventare soggetti moralmente responsabili. Inoltre, c’è sempre il pericolo che armi sofisticate finiscano in mani sbagliate, facilitando la follia della guerra, atti terroristici o distruzioni di massa. “Gli accordi inter nazionali e le leggi nazionali, pur essendo necessari e altamente auspicabili, non sono sufficienti da soli a porre l’umanità al riparo dal rischio dei conflitti armati. È necessaria una conversione dei cuori che permetta a ciascuno di riconoscere nell’altro un fratello di cui prendersi cura, con il quale lavorare insieme per costruire una vita in pienezza per tutti” (2014). Inoltre, tra le armi in circolazione da disinnescare vi sono anche “i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali e a privare i poveri della speranza” (2019): le parole al vento della politica che costruisce nemici per salvaguardare se stessa non porteranno mai alla pace perché minano la dignità di ogni persona. Il sentiero impervio da percorrere è quello della nonviolenza. I processi non



violenti di costruzione della pace sono i più credibili, perché introducono un disinteresse gratuito. La violenza, infatti, provoca enormi sofferenze e genera facilmente la sete di vendetta. I signori della guerra desiderano scatenare rappresaglie e far degenerare le relazioni in conflitti letali. “La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato” (2017). Se alla violenza si risponde con la violenza si continua a rimanere nella spirale perversa della guerra che porta alla morte e alla distruzione. La nonviolenza, invece, è “un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità” (2017). Dunque, la forza delle armi inganna. Esse illudono che la conclusione possa essere vera vittoria. Al contrario, la non violenza praticata ha prodotto risultati in molte occasioni, dall’India di Gandhi alle lotte razziali di Martin Luther King negli USA, dalle donne in Liberia alla caduta dei regimi comunisti in Europa. La non violenza attiva è frutto di un impegno educativo che nasce nella famiglia e si espande nella società. Essa permette di abitare i conflitti senza farli degenerare in guerra, e trasformarli in opportunità di convivenza tra diversi. L’artigianato della pace passa attraverso la costruzione di comunità nonviolente.
LE VIE DELLA PACE
Papa Francesco ha coniato l’espressione di “guerra mondiale a pezzi” per descrivere i conflitti del nostro tempo. I suoi appelli insistenti hanno trovato nei messaggi destinati a tutti gli uomini di buona volontà una sintesi significativa per la formazione di coscienze artigiane di pace. Bergoglio non si è mai rassegnato alla cultura militaresca che vede nelle armi l’unica soluzione e che fomenta odio e violenza. I suoi dodici messaggi andrebbero letti in parallelo con il magistero non scritto che l’ha portato a Lampedusa e a Lesbo per commemorare i migranti morti in mare, a dialogare con ambasciatori e governanti, a piantare ulivi di pace, ad abbracciare capi religiosi, fino a baciare i piedi di nemici che si sono combattuti per anni. Un’ostinazione fuori misura, radicata nella fede in Cristo. Le vie della pace passano dall’incontro.


[1] direttore dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della CEI e docente di Teologia morale presso la Pontificia Università Gregoriana




Riflessione sui quesiti del referendum
Diocesi di Bergamo

RIFLESSIONE QUESITI REFERENDUM ABROGATIVI SU LAVORO E CITTADINANZA

In vista del referendum previsto per l’8 e 9 giugno 2025, che coinvolge quattro quesiti sul tema del lavoro un quesito sulla cittadinanza, volentieri offriamo un semplice e speriamo utile documento che permetta di comprendere quanto siamo chiamati a scegliere esercitando il dovere ed il diritto del voto, elementi irrinunciabili all’esercizio ed alla tutela della nostra democrazia. Come cittadini cristiani, appartenenti alle Comunità Ecclesiali Territoriali, e uomini e donne di buona volontà, non vogliamo dettare linee ma comprendere insieme e non lasciare che le cose accadano senza averci pensato con serietà. Come ci ricorda il magistero della Chiesa, ritraducendo il messaggio del Vangelo, i credenti hanno il compito del pensiero e la responsabilità della parola. Ci sembra prezioso dunque abitare e dare una declinazione delle dimensioni che l’appuntamento referendario ci propone con l’intento di essere protagonisti della costruzione della vita buona governata dalle istituzioni restando sempre compagni di strada di tutti nella costruzione di convivialità civili giuste e fraterne. Ci riproponiamo dunque di esaminare, avvalendoci della competenza di tante amiche ed amici, le proposte referendarie rispettando la pluralità di opinioni e orientamenti, ma anche permettendo alla Dottrina Sociale della Chiesa, da sempre attenta alla dignità della persona e alla giustizia sociale, di offrire spunti significativi per una lettura di quanto proposto.

Quesiti sul lavoro 

I seguenti quesiti di questo Referendum abrogativo mettono in risalto alcune questioni cardine del lavoro in sé e per sé: il lavoro come luogo di restituzione di dignità e di speranza, il lavoro come sostentamento economico personale e per la propria famiglia, il lavoro come un diritto e il lavoro come posto sicuro. La dinamica del lavoro non può prescindere da questi elementi che devono essere garantiti a tutte le persone che svolgono un’attività lavorativa. Il lavoro è una delle prime azioni sociali a cui siamo chiamati a partecipare. Lo dice la nostra Costituzione all’art. 1. Attraverso l’azione quotidiana e partecipativa del lavoro contribuisco al miglioramento di un piccolo pezzo di mondo che, insieme a quello degli altri va a immaginare nuovi modelli e nuove prospettive, con la speranza di poter costruire un mondo migliore per tutti. Ogni quesito referendario, che si presenta forse nella sua definizione più tecnica, merita una riflessione approfondita, tenendo conto di questi principi e valutando gli impatti sulle persone e sulla società nel suo complesso.

·         Jobs Act – Disciplina dei licenziamenti illegittimi 

Abrogazione delle norme del decreto legislativo n. 23/2015, che regolano i licenziamenti illegittimi per i lavoratori assunti con contratto a tutele crescenti. Attualmente, queste norme prevedono l’indennizzo economico senza obbligo di reintegro.

 Il quesito propone l’abrogazione del contratto a tutele crescenti, ripristinando la possibilità di reintegro in caso di licenziamento illegittimo. Attualmente, nelle aziende con oltre 15 dipendenti, i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 non hanno diritto al reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento dichiarato illegittimo, anche qualora un giudice riconosca l’assenza di giusta causa o giustificato motivo. Il quesito intende abrogare questa disposizione. La Dottrina Sociale della Chiesa sottolinea l’importanza della dignità del lavoratore, evidenziando che il lavoro è espressione della persona e non deve essere ridotto a mera merce. Pertanto, una riflessione su questo quesito dovrebbe considerare l’equilibrio tra la protezione dei diritti dei lavoratori e la necessità di un mercato del lavoro dinamico.

·         Indennità di licenziamento nelle piccole imprese 

Eliminazione del tetto massimo di sei mensilità all’indennizzo per i lavoratori licenziati ingiustamente in aziende con meno di 15 dipendenti.

 L’obiettivo di questa proposta referendaria è cancellare il tetto all’indennità di licenziamento nelle piccole imprese (in caso di licenziamento illegittimo oggi una lavoratrice o un lavoratore può al massimo ottenere 6 mensilità di risarcimento). Il quesito punta ad abrogare il limite massimo dell’indennizzo economico previsto per i lavoratori licenziati senza giusta causa nelle imprese con meno di quindici dipendenti. In questo caso, si vorrebbe restituire al giudice la piena discrezionalità nel determinare l’ammontare del risarcimento in base alla gravità della violazione.

·         Contratti a termine – Durata e proroghe 

Abrogazione parziale delle norme che regolano la durata massima e le condizioni per proroghe e rinnovi dei contratti di lavoro subordinato a termine.

 Il quesito propone di limitare l’uso dei contratti a termine, richiedendo specifiche causali. Il quesito del referendum si concentra sui contratti a tempo determinato, istituto di lavoro flessibile che coinvolge oltre 2,3 milioni di persone in Italia. La normativa attuale consente di avviare un rapporto di lavoro a termine per un periodo fino a 12 mesi senza dover fornire alcuna motivazione. L’intento della proposta è quello di reintrodurre l’obbligo di specificare la causale per questo tipo di contratti, così da incentivare la stabilizzazione del lavoro e arginare la crescente precarietà. Il lavoro deve essere orientato al bene della persona, evitando forme di precarietà che possano compromettere la dignità del lavoratore. Una riflessione su questo quesito dovrebbe considerare la necessità di proteggere i lavoratori da forme di lavoro instabile, pur rispettando le esigenze del mercato.

·         Responsabilità solidale negli appalti 

Abrogazione delle norme che escludono la responsabilità solidale del committente, appaltatore e subappaltatore per infortuni subiti dai lavoratori dipendenti di imprese appaltatrici o subappaltatrici, come conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese coinvolte.

 Il quesito riguarda l’ampliamento della responsabilità dell’impresa committente in caso di infortuni o malattie professionali nei lavori in appalto. L’intervento proposto mira ad estendere la responsabilità in caso di incidenti anche all’azienda appaltante, e non solo agli appaltatori. Attualmente, in caso di incidenti sul lavoro dovuti a carenze di sicurezza negli appalti, la responsabilità del committente è limitata solo ai rischi “generici” e non a quelli “specifici” dell’appaltatore. Il quesito mira a rendere sempre responsabile il committente, permettendo ai lavoratori e alle loro famiglie di ottenere un risarcimento diretto. La Dottrina Sociale della Chiesa sottolinea la dimensione sociale del lavoro, indicando che il lavoro deve essere svolto in condizioni di sicurezza e rispetto per la persona. Una valutazione di questo quesito dovrebbe tenere conto dell’importanza di garantire ambienti di lavoro sicuri e della responsabilità delle imprese nel tutelare la salute dei lavoratori.

Quesito sulla cittadinanza 

·         Cittadinanza Italiana – Riduzione del periodo di residenza legale.

Proposta di dimezzare da 10 a 5 anni il periodo di residenza legale in Italia richiesto agli stranieri extracomunitari maggiorenni per presentare domanda di cittadinanza italiana. Il diritto verrebbe esteso automaticamente anche ai figli minorenni dei richiedenti.

 Il referendum sulla cittadinanza ha come obiettivo quello di abrogare due norme della vigente legge sulla cittadinanza in modo da ridurre da dieci a cinque anni di residenza legale in Italia il periodo necessario per chiedere la cittadinanza italiana per lunga residenza da parte di un cittadino straniero (non appartenente all’Unione Europea). Tutti gli altri requisiti previsti dalla legge rimangono invariati; lo straniero maggiorenne per ottenere la cittadinanza dovrà dimostrare un forte radicamento sociale, una stabilità economica e di essere incensurato dal punto di vista penale. La proposta referendaria non rappresenta un’apertura generalizzata né prevede che la cittadinanza sia acquisita automaticamente in ragione della sola nascita in Italia (ius soli). La riforma ha il limitato scopo di dimezzare i tempi per la concessione della cittadinanza. Il dimezzamento dei tempi non è un fatto burocratico ma sostanziale perché incide fortemente sulla vita delle persone e sul cambiamento della società. Oggi per ottenere la cittadinanza per avvenuta integrazione sociale nel nostro Paese occorrono almeno quattordici anni (dieci anni, come si è detto, di residenza ininterrotta e tre, più spesso quattro, per la conclusione del procedimento presso il Ministero dell’Interno). Questa lunghissima prospettiva temporale è il caso più favorevole! Non sempre uno straniero ha un lavoro con un buon reddito e la residenza dal primo momento che arriva in Italia; più spesso le persone straniere, anche quando sono state regolari nel loro soggiorno fin dall’inizio, hanno impiegato diversi anni per superare la precarietà lavorativa e disporre di un buon alloggio e non hanno sempre avuto la residenza fin dall’inizio del loro soggiorno. La cittadinanza quindi arriva anche dopo vent’anni di vita nel nostro Paese durante i quali sono rimasti ai margini di tanti aspetti della vita sociale e fuori dall’esercizio dei diritti politici. Il dimezzamento dei tempi per la concessione della cittadinanza, riducendo questi tempi abnormi, cambierebbe la vita di molte persone e renderebbe più equo e ragionevole il procedimento di acquisizione della cittadinanza.  Il numero dei beneficiari potenziali dell’effetto del referendum è molto significativo, perché secondo le statistiche ISTAT sugli oltre 5 milioni di stranieri legalmente residenti in Italia al 1° gennaio 2023, sono oltre 2.300.000 i cittadini extra UE già titolari del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo; un permesso che viene rilasciato a chi ha requisiti simili a quelli richiesti per l’acquisto della cittadinanza. Molti degli stranieri perciò potrebbero decidere, con tempi dimezzati rispetto a quanto accade oggi, di presentare la domanda di concessione della cittadinanza, e ottenendola diventerebbero automaticamente cittadini italiani anche i loro figli minorenni e con loro conviventi. Molti minori con cittadinanza di altri Paesi che frequentano stabilmente le nostre scuole e vivono come i nostri figli, ma non sono cittadini, lo diventerebbero. Il tempo delle attuali procedure impedisce a tanti genitori extra-UE che da tempo vivono e lavorano legalmente in Italia di trasmettere la cittadinanza italiana ai loro figli prima del compimento della maggiore età; ciò contribuisce ad aumentare artificiosamente nelle scuole italiane il numero di alunni che formalmente sono stranieri anche se in realtà sono nati in Italia o vi sono arrivati molto giovani (secondo le statistiche del Ministero dell’Istruzione nell’anno scolastico 2022/2023 gli alunni non italiani erano quasi 900.000, il 65% dei quali erano nati in Italia). Per effetto della velocizzazione dell’acquisizione della cittadinanza ottenuta dai loro genitori in tempi più brevi, se il quesito referendario vincerà, tanti minori, oggi forzatamente stranieri, diventerebbero italiani. Saremmo gli unici in Europa a richiedere il requisito dei cinque anni di residenza? No, al contrario, l’Italia si allineerebbe a quanto avviene nei paesi europei più dinamici dal punto di vista sociale, culturale ed economico. Il termine di 5 anni di soggiorno legale ininterrotto per la concessione della cittadinanza ai cittadini di Stati non appartenenti alla UE è oggi già previsto in Francia, Germania, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi, Portogallo, Lussemburgo, Svezia. La Slovenia esige invece qualcosa di più, ma meno dell’Italia, ovvero 8 anni. Salvo l’eccezione della Spagna che mantiene ancora il requisito di 10 anni di residenza (con molte eccezioni tuttavia in quanto il termine è drasticamente ridotto a solo 2 anni per i cittadini d’origine dei paesi ispano-americani che sono la maggioranza degli stranieri) solo paesi come Ungheria, Slovacchia, Polonia, Croazia e Austria, tradizionalmente chiusi verso le migrazioni, sono sulla stessa posizione attuale di chiusura dell’Italia. L’Italia di oggi dall’inizio degli anni settanta (ovvero da cinquant’anni), da Paese di emigrazione (con oltre 6 milioni di italiani all’estero e oltre 60 milioni di oriundi d’Italia) è diventata Paese di immigrazione, con oltre 5 milioni di stranieri legalmente residenti, molti dei quali nati in Italia, a cui la vigente legge sulla cittadinanza italiana impedisce il diritto a partecipare pienamente alla vita pubblica. Nello stesso tempo, come ci ricordano tutti gli studi sulla materia, l’Italia vive forte diminuzione del tasso di natalità avviandosi verso un crollo demografico che si accompagna a un forte invecchiamento della popolazione; due fattori che agiscono a tenaglia mettendo in pericolo il suo futuro sia sotto il profilo economico ma anche sotto il profilo della tenuta sociale. Per affrontare questo drammatico scenario non servono più stranieri posti ai margini della società come fossero solo braccia od ospiti permanenti, ma servono nuovi cittadini che hanno deciso di scegliere l’Italia come paese nel quale vivere e radicare il loro futuro e quello dei loro figli. Tutte le democrazie più solide sono quelle che sono capaci di includere nuove persone, sono aperte alla mobilità e guardano al futuro e non al passato. Non dimentichiamo anche sui nostri territori, i numerosi appelli di imprese associazioni di categoria, in merito alla necessità di nuovi lavoratori e lavoratrici, per permettere anche al nostro tessuto produttivo di crescere, come non dimentichiamo le esperienze già in atto di inclusione di giovani stranieri accolti e formati da paesi extra UE. La nuova legge sulla cittadinanza che si vuole ottenere tramite il referendum, correggerebbe una disciplina che risulta ormai anacronistica, non giusta, oltre che autolesionista, contrastando il declino del nostro Paese. Non si tratta di benevolenza verso gli stranieri ma di una scelta di futuro per tutti gli italiani.




La partecipazione dei lavoratori agli utili e gestione di impresa è legge

La partecipazione dei lavoratori agli utili e gestione di impresa è legge

Angelo Picariello  AVVENIRE mercoledì 14 maggio 2025

La Cisl aveva raccolto 400mila firme, in attuazione dell’articolo 46 della Costituzione. Potranno entrare nei cda, previste anche commissioni paritetiche e consultazioni aziendali

La proposta di iniziativa popolare sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese è legge, la numero 1573 (divenuta disegno di legge numero 1407 già approvato dalla Camera dei deputati il 26 febbraio) ha ottenuto in via definitiva, stamattina, il via libera del Senato. L’aula di Palazzo Madama ha approvato con 85 sì, 21 no e 28 astenuti. Il voto si è avuto dopo la relazione della senatrice Paola Mancini, di Fratelli d’Italia: la commissione aveva deliberato sul provvedimento articolo per articolo mentre l’Aula è stata chiamata a esprimersi solo con una votazione finale.
Promossa dalla Cisl, con la sottoscrizione di oltre 400mila firme depositate presso la Corte di Cassazione, era andata all’esame delle Commissioni congiunte Lavoro e Finanze della Camera, per poi passare all’esame del Senato. Questa normativa è stata concepita in attuazione dell’articolo 46 della Costituzione ( «la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende») «nel rispetto dei princìpi e dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea e internazionale, al fine di rafforzare la collaborazione tra i datori di lavoro e i lavoratori, di preservare e incrementare i livelli occupazionali e di valorizzare il lavoro sul piano economico e sociale», recita l’articolo 1. Una legge «storica», la definisce il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi. Un testo «coraggioso», per Maria Stella Gelmini.
Si tratta di una proposta articolata, che prevede la possibilità per i rappresentanti dei lavoratori di partecipare ai consigli di sorveglianza e anche ai consigli di amministrazione e regola la distribuzione ai lavoratori dipendenti «di una quota degli utili di impresa non inferiore al 10% degli utili complessivi, effettuata in esecuzione di contratti collettivi aziendali o territoriali». I premi di produttività e le forme di partecipazione agli utili d’impresa corrisposti a lavoratori dipendenti sono assoggettati all’imposta sostitutiva del 5% per il 2025, con limite superiore elevato a 5mila euro.
Sono anche previsti piani di miglioramento e di innovazione dei prodotti, dei processi produttivi, dei servizi e dell’organizzazione del lavoro. Sono anche regolate delle modalità di partecipazione consultiva dei lavoratori alle decisioni. Viene inoltre costituita una Commissione nazionale permanente per la partecipazione dei lavoratori.
Sono previsti anche piani di azionariato diffuso, e commissioni paritetiche per i piani di miglioramento e innovazione, e piani di formazione continua per i lavoratori che partecipano agli organismi partecipativi. La normativa si applica anche alle società in forma cooperativa.




Casa sfitta? Che peccato!


OTTIMA ESEMPLARE INIZIATIVA A PARMA.

E’ peccato lasciare la casa sfitta.

Il CIAC offre garanzie per i proprietari e nelle stesso tempo garanzie per lavoratori che potrebbero pagare affitto ma non trovano disponibilità dai proprietari per persone straniere.

Crazie CIAC!




I vescovi per il 1 maggio
Il lavoro generi speranza

Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori 1° maggio 2025
AVVENIRE 20 marzo 2025

Il lavoro, un’alleanza sociale generatrice di speranza.

La Festa dei Lavoratori, in questo Anno giubilare, vuole offrire orizzonti di speranza agli uomini e alle donne del nostro tempo, consapevoli «che il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo» (Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 3).
La tutela, la difesa e l’impegno per la creazione di un lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, costituisce uno dei segni tangibili di speranza per i nostri fratelli, come Papa Francesco ci ha indicato nella Bolla di indizione dell’Anno giubilare (cf. Francesco, Spes non confundit, 12).
L’esperienza della pandemia ci ha consegnato un modo di lavorare nel quale è possibile coniugare in molte circostanze lavoro in presenza e a distanza, aumentando la nostra capacità di conciliare vita di lavoro e vita di relazioni soprattutto nel cosiddetto smartworking, ma rischiando anche di impoverire i rapporti umani tra i lavoratori e le stesse relazioni familiari.
Un effetto strutturale e fondamentale lo sta esercitando la grave crisi demografica, per la quale vedremo nei prossimi anni uscire dal mercato del lavoro la generazione più consistente, sostituita progressivamente da un numero sempre più ridotto di giovani.
Allo stesso tempo, accade qualcosa di paradossale, ossia lo sfruttamento di fratelli immigrati, dimenticando che la loro presenza può costituire un motivo di speranza per la nostra economia, ma solo se verranno integrati secondo parametri di giustizia.
Inoltre, oggi, con quello che viene chiamato mismatch, ossia il disallineamento tra domanda e offerta, assistiamo contemporaneamente al fenomeno di posti di lavoro vacanti, che non trovano personale con le necessarie competenze, e giovani disoccupati che non hanno i requisiti adatti.
Resta sullo sfondo, infine, la dura «legge di gravità» della competizione globale per la quale le imprese cercano di localizzarsi laddove i costi (quello del lavoro incluso) sono più bassi. E questo alimenta una spirale al ribasso su costo e dignità del lavoro.
Se il dato statistico sulla disoccupazione, in forte calo, potrebbe spingere all’ottimismo, sappiamo invece che dietro persone formalmente occupate c’è un lavoro povero.
Occorre, infine, considerare la situazione delle donne, che in alcuni ambiti vengono penalizzate non solo con una minore retribuzione, ma anche con l’assenza di garanzie nei tempi della gravidanza e della maternità.
Non ci sarà piena giustizia, infine, senza sicurezza sul lavoro, la cui mancanza fa ancora tante vittime. Per dare speranza occorre invertire queste tendenze: sarà uno dei segni più rilevanti del Giubileo.
Esistono tuttavia segni di speranza da alimentare per essere generativi e per far nascere e promuovere lavoro degno ma, come sempre, essi richiedono la nostra partecipazione attiva per proseguire l’opera della Creazione.
Un segno di speranza è il riconoscimento nei contratti di lavoro nazionali dell’importanza della formazione permanente e della riqualificazione durante gli anni di lavoro.
È necessario valorizzare, inoltre, lo strumento degli stessi contratti per impiegare le risorse a disposizione anche in forme di welfare e di assicurazione attenti alle emergenze sanitarie e familiari. È segno di speranza la creazione di relazioni virtuose tra datori di lavoro e lavoratori, dove il dialogo, la riconoscenza, i meccanismi di partecipazione, alimentano fiducia e cooperazione mettendo in moto le motivazioni più profonde della persona e facendo crescere la forza dell’impresa e la qualità del lavoro.
Come Chiesa abbiamo sentito, in questi anni, la responsabilità di impegnarci su questo fronte, non solo assicurando vicinanza e conforto a chi è in difficoltà, ma contribuendo a creare «un’alleanza sociale per la speranza che sia inclusiva e non ideologica» (Spes non confundit, 9).
Lo abbiamo fatto anche con visioni che donano prospettive di speranza, come quelle dell’economia civile, e investendo in interventi generativi, volti alla creazione di una cultura del lavoro e di opportunità, come il Progetto Policoro, con il quale da trent’anni la Chiesa in Italia investe su giovani animatori di comunità formati per impegnarsi nelle loro diocesi. Negli ultimi anni essi hanno operato nel solco dell’ecologia integrale, che guarda alla sostenibilità e all’interdipendenza tra dimensione sociale ed ecosistema. Dal Progetto Policoro sono nati frutti significativi e imprese capaci di stare sul mercato e di promuovere lavoro degno anche nelle aree del Paese più disagiate.
Non ultimo, appare opportuno un appello alla responsabilità di tutti noi. L’economia e le leggi di mercato non devono passare sopra le nostre teste lasciandoci impotenti. Il mercato siamo noi: sia quando siamo imprenditori e lavoratori, sia quando promuoviamo e viviamo un consumo critico. La responsabilità sociale d’impresa è oggi un filone sempre più consolidato grazie anche agli interventi regolamentari che impongono alle aziende un bilancio sociale e prendono le distanze da comportamenti furbeschi volti solo alla speculazione. I credenti e tutti i cittadini di buona volontà sono chiamati in questo contesto propizio a stimolare le aziende a gareggiare tra loro anche sulla dignità del lavoro e a usare l’informazione sui loro comportamenti come criterio per le scelte di consumo e di risparmio. La «mano invisibile» del mercato non è sufficiente a risolvere i gravi problemi oggi sul tappeto. È la nostra mano visibile che deve completare l’opera di con-creazione di una società equa e solidale e continuare a seminare speranza. Infatti, «i segni dei tempi, che racchiudono l’anelito del cuore umano, bisognoso della presenza salvifica di Dio, chiedono di essere trasformati in segni di speranza» (Spes non confundit, 7).
Roma, 19 marzo 2025 Solennità di san Giuseppe
LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE




Capitalismo e democrazia
Luigino Bruni (Avvenire)

IL CAPITALISMO SI STA ALLEANDO  CON LA CULTURA BELLICA E ILLIBERALE
Luigino Bruni (Avvenire 25 febbraio 2025)
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/capitalismo-e-cultura-bellica

Chi ama pace, democrazia e mercato civile deve aspettarsi anni difficili e di resistenza.

Nella sua breve storia, il capitalismo ha avuto un rapporto ambivalente con la democrazia, con la pace e con il libero mercato. La storia, infatti, qualche volta, pensiamo alla nascita della Comunità Europea, ha confermato la tesi di Montesquieu – « L’effetto naturale del commercio è il portare la pace» (L’Esprit des Lois, 1745). Altre volte, e forse sono quelle più numerose incluso il nostro presente, i fatti hanno dato invece ragione al napoletano Antonio Genovesi «Gran fonte di guerre è il commercio», perché «lo spirito del commercio non è che quello delle conquiste» (Lezioni di economia civile, 1769). Quale, allora, il rapporto tra lo spirito del capitalismo e lo spirito della pace, della democrazia e della libertà? Dopo l’implosione della grande alternativa collettivista, il nuovo capitalismo del XXI secolo si caratterizza per una notevole biodiversità di forme e culture d’impresa. Questa varietà di istituzioni economiche – dalla piccola impresa alla multinazionale, dalle società benefit ai private equity – crea un effetto cortina che fa dimenticare che il centro del sistema capitalista vive e cresce guidato da un solo unico obiettivo: la massimizzazione razionale della ricchezza sotto forma di profitti e sempre più di rendite. È questo il nucleo che spinge tutto il variegato movimento del nostro capitalismo. Per i grandi attori globali, tutto ciò che non sia accrescimento di profitti e rendite è solo un vincolo da aggirare o allentare, incluse le varie legislazioni ambientali, sociali, fiscali. Questo capitalismo conosce la sola etica dell’accrescimento dei flussi e degli asset economici e finanziari, tutto il resto è solo mezzo in vista di questo unico fine.
Tra i mezzi ci possono essere anche la democrazia, il libero mercato e la pace, ma non sono necessari. Lo spirito del capitalismo e dei capitalisti è adattivo e pragmatico: se in una regione del pianeta c’è democrazia, libertà di scambi e pace, si inseriscono in queste dinamiche democratiche, liberali e pacifiche e fanno i loro affari; ma non appena il clima politico cambia, con un cinismo perfetto cambiano linguaggio, alleati, mezzi, e usano guerre, dittature, dazi, populisti e populismi per continuare a perseguire il loro unico scopo. E se in circostanze ancora diverse, del passato e del presente, qualche grande potentato economico intravvedere in possibili scenari bellici, non liberali e non democratici opportunità di maggiori guadagni, non ha nessun scrupolo a favorire quel cambiamento, perché, giova ripeterlo, il telos, la natura di questo capitalismo non è né la pace, né la democrazia né il libero mercato, ma soltanto profitti e rendite. Ieri, e oggi.
Basti pensare, per un grande e scomodo esempio, all’avvento del fascismo in Italia. Non avremmo avuto nessun ventennio fascista senza la scelta delle élites industriali e finanziarie italiane di usare quel gruppo di squadristi picchiatori per proteggersi dal “pericolo rosso” concreto e possibile, convinti che lo Stato liberale non lo avrebbe fatto. Davanti alla paura di perdere ricchezze e privilegi, quel capitalismo italiano (la gran parte di esso) non ebbe nessun scrupolo ad abbandonare democrazia, libertà, libero mercato e favorire l’emergere del regime fascista. L’economia corporativa fascista, che conquistò e contagiò gran parte degli economisti liberali italiani e cattolici, si presentava come superamento sia «del sistema individualistico-liberale che aveva dominato le nazioni civili durante il XIX secolo fino alla guerra sia del comunismo: si vuole un sistema atto a mediare gli estremi, superandoli. Si rivela, anche qui, l’armonia dello spirito latino» (Arrigo Serpieri, Principi di Economia Politica Corporativa, 1938, pp. 2931). E Francesco Vito, un importante economista cattolico, nella sua Economia Politica Corporativa, scriveva: «Il compito dell’economia nuova consiste essenzialmente nell’assunzione consapevole dei fini sociali al posto della concezione individualistica della società finora prevalsa» (1943, p. 85). Infatti, la teoria individualista liberale non conveniva più al capitale, ed ecco pronta la nuova economia corporativa e statalista, presentata come espressione massima dello “spirito latino”.
Nel primo numero della sua rivista Gerarchia, Mussolini si poneva la domanda: «Da che parte va il mondo?», e rispondeva affermando «l’innegabile constatazione dell’orientamento a destra degli spiriti» (febbraio 1922), e qualche anno dopo dirà: «Oggi noi seppelliamo il liberalismo economico» (novembre 1933).
Quindi, quando necessario, lo spirito del capitalismo diventa l’opposto dello spirito del mercato, perché finisce per coincidere con lo spirito bellico di conquista. Perché anche il mercato è uno dei mezzi che il capitalismo qualche volta usa, se e quando meglio serve gli interessi dei capitalisti e dei loro rappresentanti agenti politici. Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta lasciando le democrazie per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste. Ieri le paure erano quelle “rosse” (che comunque restano sempre all’orizzonte dell’Occidente), oggi sono quelle dell’immigrazione, di una globalizzazione troppo rapida, del cambiamento climatico (cui si risponde negandolo), dell’impoverimento della classe media. Chi ama pace, democrazia e mercato civile deve aspettarsi anni difficili e di resistenza.




Monti frumentari, l’origine dell’economia solidale
L.Bruni (AVVENIRE)

Riscopriamo insieme i Monti frumentari, l’origine dell’economia solidale
Luigino Bruni (AVVENIRE 11 gennaio 2025)

Il 2025 è un anno importante per l’economia solidale e civile italiana. Sono seicento anni dalla nascita del beato Marco da Montegallo, francescano instancabile fondatore di Monti di Pietà, e trecentocinquanta da quella del veronese Scipione Maffei, che nel suo Dell’impiego del denaro (1744) dimostrò la legittimità etica e cristiana del prestito ad interesse (modesto). In piena preparazione per questi anniversari “finanziari”, sono arrivato a Natale nel mio paese natio – oggi Roccafluvione (AP), Marsia prima dell’unità d’Italia. E ho fatto alcune ricerche nell’archivio parrocchiale, mosso dalla speranza di trovare un’antica presenza di un Monte frumentario, sebbene nessun vecchio del paese ne ricordi in zona. Nessuna traccia sul web né sui libri. Quindi non mi aspettavo nulla. E invece ho trovato una vera miniera. Non solo la mia parrocchia aveva un Monte frumentario di cui si sono conservati ben due registri, ma con l’aiuto di un giovane collega, Antonio Ferretti, e di alcuni parroci, ho rintracciato altri registri di Monti frumentari in due parrocchie vicinissime: Capodipiano (Monte di S. Orso) e Roccacasaregnano. E poi, grazie allo storico Giuseppe Gagliardi, sono venuto a conoscenza di un verbale di una visita pastorale del vescovo Zelli del 1833-1837, dove sono elencati almeno 70 Monti frumentari nella sola diocesi di Ascoli Piceno, dei quali ben otto nelle parrocchie montane del mio comune. Una presenza, quindi, molto più capillare ed estesa di quanto pensassimo finora, una vera rete di microcredito, durata secoli.
Dei Monti frumentari abbiamo già parlato su Avvenire. Con il vicedirettore Marco Ferrando e Federcasse (Bcc) abbiamo realizzato anche una serie di podcast “La terra del noi”. Questi Monti furono fondati dai francescani sulla fine del Quattrocento, diffusi poi dai Cappuccini e rilanciati nel Settecento dall’azione pastorale di Papa Orsini (Benedetto XIII). I francescani avevano fondato dapprima i “Monti di Pietà” nelle città del Centro e Nord Italia, varianti cristiane dei Monti dei pegni ebrei e prima ancora romani. Ma nelle campagne e nel Sud, dove la moneta era scarsa e quindi spesso usuraia, quegli stessi francescani ebbero la geniale idea di far nascere dei “monti del grano”, piccole banche dove si prestava grano in autunno per le sementi e lo si restituiva dopo il raccolto – si prendeva “a raso” e si rimborsava “a colmo”: la differenza era l’interesse. L’idea era tanto semplice quanto stupenda: se la moneta non c’è o è troppo cara, si può provare a trasformare il grano in moneta (“grana”). Saltarono un passaggio finanziario e crearono un grande passaggio civile e cristiano su cui molti salirono e si salvarono.
I Monti frumentari sono importanti perché icona perfetta della vocazione della nostra economia, ormai dimenticata. Mentre, infatti, il mondo protestante separava il mercato dal dono – business is business e gift is gift – e così inventava il capitalismo filantropico, il mondo cattolico mescolava mercato e dono, gratuità e contratti, solidarietà e interessi. Il Monte, infatti, non donava il grano: lo prestava (a interesse); ma quel prestito aveva la stessa sostanza e fragranza dell’agape, perché consentiva di seminare a chi non aveva semi e poi avere pane. E così hanno spiegato cosa significhi credito: credere, fiducia, fides, vita, e che le comunità non vivono senza credito, senza credere gli uni negli altri.
Tutto questo emerge anche dai due vecchi registri del Monte che abbiamo ritrovato, impolverati, dimenticati e bellissimi nel piccolo e freddo archivio parrocchiale di Marsia, dove giacevano dagli anni ’30 quando furono ritrovati e salvati dall’allora parroco Giuseppe Ciabattoni. Il primo, più antico, porta scritto in copertina “anno 1768”; l’altro è relativo agli anni 1826 e seguenti. In un foglio, datato 17 nov. 1764, così si legge: «Fu dispensato il grano del Monte Frumentario delle S.S. Reliquie di questa chiesa Prevostale di Santo Stefano, a tutti li segnati nel presente libro nell’ordine che siegue dai Sindici Domenico Martini e Giovanni Ruzzi da Casacagnano da riscuotere nel mese di Agosto dell’anno futuro 1765 dai nuovi sindici Pietro Martini e Antonio Cesarini» . Il Monte era chiamato “frumentario” già nel ’700, era gestito da una Confraternita (delle S.S. Reliquie), e amministrato, secondo una antica tradizione della Chiesa, da due sindaci (“sindici”), che duravano in carica un solo anno. Dal libro si nota, infatti, che i sindaci che distribuivano in novembre il grano non erano quelli che gestivano le restituzioni nell’estate successiva – antica saggezza istituzionale! Nel foglio dell’anno 1765 così, infatti, leggiamo: « Il grano notato nel presente libro non fu esatto [participio passato di esigere] per la raccolta scarsissima accaduta nell’anno 1765 in cui dovea esigersi da i Sindici Pietro Martini da Marscia [nome dialettale di Marsia] e da Antonio Cesarini da Casacagnano. Firmato F. Fratini, Prevosto. Lì, 3 ottobre del 1765 ». Non si lucrava sulle disgrazie, non si facevano disperare i poveri – anche questa è radice.
Seguono poi le scritture contabili, numerate in ordine crescente per data (1,2,3…). Le monete erano i paoli, i baiocchi e gli scudi. L’unità di volume era la quarta, ma anche il rubbio e la prebenda – a metà ottocento in diversi paesi dell’ascolano il rubbio si divideva in 8 quarte, la quarta in 4 prebende. Interessante, poi, notare che il saldo del debito poteva avvenire in grano, ma anche in moneta o in giornate di lavoro. Si legge infatti nel secondo libro, datato 10 aprile del 1826: « Giovanni, figlio di Vincenza da Gualdo, da quando ha avuto quarta una di grano aureo al prezzo di paoli dieci e mezzo, a conto ha lavorato una giornata, poi una seconda giornata, e più sconta giornate sei, e più giornate due, e più giornate quattro, e più residuo di una prebenda di grano turco paoli due, e più ha avuto quarta una di grano al prezzo di paoli quindici» . Quindi quello di Marsia era un Monte ibrido: un po’ frumentario (grano con grano), un po’ pecuniario (pagamenti del grano in moneta) e anche lavoro – anche questo è Articolo 1 della Costituzione. La scrittura era stata poi barrata dai sindaci per l’avvenuto pagamento. Le scritture del Monte di Marsia, e quelle delle parrocchie vicine, si arrestano tutte alle fine degli anni cinquanta dell’Ottocento, alla vigilia dell’arrivo dei Piemontesi quando queste istituzioni ecclesiali furono soppresse – un capitolo tutto da approfondire.
Da questa mia bellissima esperienza è nata una proposta, rivolta in primis a voi lettori di Avvenire: Dare vita a una ricerca diffusa sui Monti frumentari, in un esercizio di intelligenza collettiva. Cerchiamo negli archivi parrocchiali, diocesani, di confraternite, di ordini religiosi, per una mappatura dal basso di queste istituzioni dimenticate. Creiamo una “comunità patrimoniale”, che si riappropri di un brano del proprio capitale culturale. Non serve essere specialisti né storici, chiunque viva in paesi di montagna e di campagna, soprattutto nel Centro, Sud e Isole (ma quasi tutte le regioni avevano dei Monti) può fare la sua parte. Cerchiamo le tracce dei Monti frumentari, ma anche dei “Monti delle doti” (o delle vergini), delle castagne, della lana, e chissà quanti altri. Don Giuseppe de Luca, negli anni cinquanta ebbe la grande intuizione di un “Archivio italiano per la storia della pietà”. Esiste anche una storia della pietà economica e finanziaria che attende di essere scoperta, conosciuta, valorizzata. Le radici non sono passato: sono presente e futuro. E quale è il “grano” di oggi, il seme da custodire e condividere per vivere?
Il 2025 è anno giubilare: i giubilei biblici erano anche e soprattutto faccenda di poveri, di debiti e di crediti. Potete scrivere le vostre scoperte, piccole e grandi, al mio indirizzo: l.bruni@lumsa.it. Presenteremo i primi risultati in alcuni convegni, a partire dal 19 marzo, ad Ascoli, per l’anniversario del beato Marco da Montegallo, e di tanto in tanto diremo su queste pagine. Buon Giubileo e buona ricerca a tutte e tutti.




Condonare il debito
Sogno, ma anche proposte.

Riparte la campagna per tagliare il debito.
Luca Liverano (Avvenire 10 gennaio 2025)

La campagna è promossa da: Acli, Agesci, Aimc, Azione Cattolica, Caritas, Comunità Papa Giovanni XXIII, CVX Comunità di Vita Cristiana, Earth Day Italia, Focsiv ETS, Fondazione Banca Etica, MCL, Meic, Missio, Movimento dei Focolari, Pax Christi, Salesiani per il sociale, Sermig. Media partner della campagna sono: Agenzia SIR, Avvenire, Radio Vaticana, Vatican News, Famiglia Cristiana.

     Come noi li rimettiamo ai nostri debitori. L’associazionismo cattolico – e non solo – si mobilita sulle parole del Papa che ha intitolato il messaggio per la 58ª Giornata Mondiale della Pace del 1º gennaio “Rimetti a noi i nostri debiti: concedici la tua pace”. E all’inizio del Giubileo della speranza lancia la campagna “Cambiare la rotta. Trasformare il debito in speranza”, collegata alla campagna globale Turn debt into hope, promossa da Caritas Internationalis. Occasione per rilanciare il messaggio del Papa e mobilitarsi è l’incontro, organizzato all’Università Lateranense, dall’Istituto di Diritto Internazionale della Pace Giuseppe Toniolo con Azione Cattolica, Pontificia Università Lateranense, Forum Internazionale di Azione Cattolica e Caritas Italiana. Ad aprire l’incontro il professor Giulio Alfano, delegato del Ciclo di studi in Scienze della pace e Cooperazione internazionale dell’Università Lateranense.
Il Messaggio di Papa Francesco spiegano i promotori – invita a riflettere sull’urgenza di condonare i debiti e di promuovere modelli economici basati sulla giustizia e la solidarietà. E la remissione del debito si inserisce alla perfezione nell’anno Santo appena aperto, perché ispirata alla tradizione giubilare del popolo ebreo. È il passo essenziale per liberare i popoli oppressi da legami economici iniqui – dicono i promotori – che soffocano il presente e ipotecano il futuro.
Strettissimo poi il legame tra debito economico e debito ecologico, cioè quello che paesi ricchi del Nord – dopo aver sfruttato le risorse del sud provocando degrado climatico e sociale – hanno nei confronti del paesi in via di sviluppo, molto più esposti agli eventi climatici estremi, nonostante abbiano meno responsabilità nel riscaldamento globale e poche risorse per affrontarlo.
La campagna globale di Caritas Internationalis sensibilizza sull’urgenza di ristrutturare – meglio ancora, condonare – i debiti dei Paesi poveri. E trasformare un’architettura finanziaria internazionale intrinsecamente iniqua, che alimenta modelli di produzione e consumo alla base del riscaldamento climatico.
Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale di Azione cattolica, sottolinea come «la speranza non è semplice ottimismo, ma si concretizza nei gesti e segni che siamo capaci di compiere. È la capacità di cambiamento che siamo in grado di attivare. Per fare di questo tempo giubilare un’occasione per ripensare il nostro modo di abitare la casa comune. Guerre, cambiamento climatico, disuguaglianze: davvero occorre cambiare rotta. Questo è il momento perfetto, il kairòs, per costruire percorsi di cambiamento».
In collegamento video da Bangkok, Thailandia, Sandro Calvani, presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto G. Toniolo, afferma che «Dio ci affidato la custodia della sua creazione. E il primo passo per far ripartire relazioni di pace è il perdono, spinta iniziale e volano per far ripartire il motore».
Don Paolo Asolan, teologo e docente alla Pontificia Università Lateranense, colloca la remissione dei peccati e la cancellazione dei debiti in una prospettiva giubilare.
Interviene anche l’economista Riccardo Moro. Presidente del Civil 7 e docente di politiche dello sviluppo alla Statale di Milano, è l’esperto che coordinò per la Cei nel 2000 l’azione di cancellazione del debito di diversi paesi africani: «Avevano concluso 25 anni fa dicendo che avevamo vinto, siamo di nuovo qui. Cosa abbiamo sbagliato? Va detto che nel 2000, per la prima volta, la comunità internazionale accettò l’idea della cancellazione del debito, che è condanna alla povertà. Ma le regole di allora non sono state rispettate da tutti. Alcuni operatori hanno operato in modo spregiudicato. La Cina, che si affacciava allora sulla scena, per approvvigionarsi di materie prime erogò prestiti facili al Sud. Poi la crisi economica del 2008 e la pandemia hanno spinto all’indebitamento tanti stati per far fronte alle emergenze. Alcuni paesi oggi hanno un debito che supera il valore del loro pil». Cosa fare? «Creare alle Nazioni Unite un forum per definire i criteri di sostenibilità del debito e sistemi per gestire le crisi. Rispetto al 2000 abbiamo una visione complessiva più ampia, che comprende anche la questione climatica. Il Papa non a caso mette insieme debito finanziario e debito climatico».
Chiara Mariotti, dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani, ricorda che «il debito è un ostacolo che rende impossibile qualsiasi progresso verso la giustizia sociale e i diritti. Il livello del debito estero dei paesi in via di sviluppo nel 2023 ha raggiunto gli 8 mila miliardi di dollari. Più di 3 miliardi di persone vivono in paesi che spendono più per gli interessi sul debito che in spesa pubblica. Se non affrontiamo il debito non raggiungeremo gli obiettivi di sviluppo e non contrasteremo il riscaldamento globale ». In Paesi africani che perdono il 5% del pil a causa del cambiamento climatico e fino al 10% per la gestione delle catastrofi.
Il tema del debito dei paesi in via di sviluppo era stata già affrontata nel Giubileo del 2000 da Giovanni Paolo II. La mobilitazione della società civile portò alla campagna “Jubilee2000”, che chiese a paesi ricchi, Fondo monetario, Banca mondiale di cancellare i debiti ingiusti. Fino al 2005, col G7 di Gleenagles, che cancellò 40 miliardi di dollari. Negli anni a seguire si arrivò a 130. Ma sistemi finanziari e di mercato eticamente ingiusti, autentiche «strutture di peccato», hanno riprodotto situazioni l’indebitamento, aggravato da pandemia e riscaldamento globale.
La campagna lancia ora un appello in quattro punti, presentato da Massimo Pallottino di Caritas italiana:

  1. Uno: cancellazione e ristrutturazione dei debiti ingiusti e insostenibili, affrontando anche il debito da creditori privati.
  2. Due: creazione di un “meccanismo di gestione delle crisi di sovraindebitamento”, con la costruzione di un sistema presso le Nazioni Unite.
  3. Tre: riforma finanziaria globale che metta al centro persone e pianeta, creando un sistema equo, sostenibile e libero da pratiche predatorie.
  4. Quarta e ultima richiesta, il rilancio della finanza climatica per sostenere la mitigazione e l’adattamento climatico nel Sud globale. Disinvestendo dal fossile, dall’economia speculativa, dalle industrie belliche.

 

 




Giubileo. Riti e pellegrinaggi
MA NON SOLO

Gli eventi giubilari
Una certezza è invece il calendario degli eventi giubilari. A partire da gennaio sono già oltre trenta quelli in programma e per i quali è già possibile prenotarsi sul portale web dedicato. Ad aprire la sequenza sarà il Giubileo della comunicazione dal 24 al 26 gennaio, durante il quale sono previsti diversi momenti di confronto e di spiritualità, e la partecipazione alla Messa celebrata da Papa Francesco. Momenti e celebrazioni che caratterizzeranno tutti gli appuntamenti in programma nel corso dell’Anno Santo.
A febbraio si terrà il Giubileo delle Forze armate (8 e 9), quello degli artisti (dal 15 al 18), e, a fine mese, quello dei diaconi (dal 21 al 23). Nel mese di marzo in calendario un appuntamento per il mondo del volontariato (8 e 9) e il Giubileo dei missionari della misericordia (dal 28 al 30). Proprio il 28 marzo ci sarà anche il tradizionale appuntamento con le 24 ore per il Signore. A seguire, ad aprile, l’Anno Santo per i malati e il mondo della sanità (5 e 6), il Giubileo degli adolescenti (dal 25 al 27), e il Giubileo delle persone con disabilità (28 e 29).
Dal 1°al 4 maggio è in programma il Giubileo dei lavoratori, mentre il 5 e 6 quello degli imprenditori.
Il 10 e l’11 maggio l’incontro con le bande musicali. Dal 12 al 14 maggio il Giubileo delle Chiese orientali; dal 16 al 18 maggio il Giubileo delle confraternite. L’appuntamento conclusivo di maggio è quello con le famiglie, i bambini e i nonni (30 maggio-1 giugno).
A giugno è in programma il Giubileo dei movimenti, delle associazioni e delle nuove comunità (7 e 8). In calendario anche il Giubileo della Santa Sede (9 giugno) e quello dello sport (14-15 giugno). Dal 20 al 22 giugno si terrà il Giubileo dei governanti; il 23 e 24 giugno il Giubileo dei seminaristi; il 25 giugno ci sarà il Giubileo dei vescovi; e a seguire quello dei sacerdoti (dal 25 al 27).
Nel corso dell’Anno Santo non mancherà un appuntamento, a luglio, per i missionari digitali e influencer cattolici (il 28 e 29); mentre dal 28 luglio al 3 agosto si ritroveranno a Roma i giovani per quello che potrebbe diventare, come Tor Vergata nel 2000 il più grande evento giubilare, almeno a livello di partecipazione numerica.
Dopo la pausa agostana, gli appuntamenti riprenderanno a settembre.
Il 15 in calendario il Giubileo della consolazione, per tutti coloro che stanno vivendo un tempo di dolore e afflizione, per malattie, lutti, violenze e abusi subiti.; il 20 settembre il Giubileo degli operatori di giustizia; dal 26 al 28 l’incontro con i catechisti. Nel mese di ottobre è previsto il Giubileo del mondo missionario e dei migranti (4 e 5); a seguire l’incontro per il Giubileo della vita consacrata (8 e 9) e quello della spiritualità mariana (11 e 12). Poi, dal 31 ottobre al 2 novembre è in programma il Giubileo del mondo educativo.
A novembre, inoltre, è in calendario il Giubileo dei poveri (il 16 novembre) e il Giubileo dei cori e delle corali (22 e 23 novembre). L’ultimo appuntamento in calendario è, al momento, quello con i detenuti che saranno a San Pietro il 14 dicembre.

La Chiesa in Italia
Anche le diocesi italiane, ovviamente, vivranno i grandi eventi del Giubileo, oltre che i pellegrinaggi in loco verso le chiese e i santuari designati dai singoli vescovi. A livello nazionale, comunque, il cammino giubilare sarà affiancato da quello del Sinodo. La seconda Assemblea sinodale delle Chiese in Italia si terrà a Roma dal 31 marzo al 3 aprile. E c’è attesa per un evento che si preannuncia sia riassuntivo delle precedenti fasi, sia proiettato verso il futuro. Sarà un momento particolare di impegno di partecipazione, per la Chiesa in Italia anche il Giubileo dei giovani, di cui già si è detto. La pastorale giovanile nelle diocesi della Penisola è sempre molto attiva e ha assicurato partecipazioni numericamente consistenti a tutte le Giornate mondiali della gioventù finora celebrate. Raggiungere Roma, dunque, non sarà un problema per i giovani italiani.
Sempre in clima giubilare va poi ricordato il percorso di valorizzazione, recentemente inaugurato tramite una webapp, delle antiche strade di pellegrinaggio che conducono a Roma, per riscoprire anche il pellegrinaggio a piedi.
Infine è da sottolineare che nell’anno giubilare si svolgerà a Roma, in ottobre, anche l’Incontro internazionale per la pace del 2025, il 39° organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio nello “spirito di Assisi”, sulla linea della preghiera interreligiosa voluta da Giovanni Paolo II nel 1986 nella città del Poverello.

 




1 gennaio 2025
Manifestazione per la pace a Parma