SE NON PER DIO ALMENO PER UMANITA’
Card. Battaglia

SE NON PER DIO, FATELO PER CIÒ CHE D’UMANO RESTA NELL’UMANITÀ…
Card. Mimmo Battaglia (Avvenire 08/07/2025)
Il pianeta risuona tamburi di guerra da ogni direzione dell’orizzonte. In Ucraina tredicimila civili cancellati dal fuoco; a Gaza cinquantasette mila vite spente come candele nella corrente in ventuno mesi d’assedio; dal Sudan quattro milioni di corpi in marcia alla ricerca di un fazzoletto d’ombra; in Myanmar tre milioni e mezzo di volti dispersi fra cenere e giungla; e, sopra tutti, una città invisibile che non smette di crescere: centoventidue milioni di profughi lanciati nel vento come semi. Questi numeri – li sentite pulsare? – dovrebbero gelare il sangue, ma sfumeranno come bruma se non accostiamo l’orecchio al battito che custodiscono. Ogni cifra è una fronte che scotta, una fotografia sbiadita stretta in un pugno, una voce che domanda solo un minuto senza sirene.
A voi che impugnate le leve del potere – governi in doppiopetto, consigli d’amministrazione oliati come ingranaggi, alleanze militari dalla voce di metallo – dico che il Vangelo non fa sconti né ammorbidisce la verità. Non domanda tessere, non pretende incenso: impone di riconoscere l’uomo quando lo si vede, di chiamare male ciò che schiaccia l’uomo. «Avevo fame e mi avete dato da mangiare, ero straniero e mi avete accolto» non è un soprammobile pio: è norma primaria scritta con il polso di Dio.
Non esistono clausole, non c’è piè di pagina abbastanza piccolo per nascondere l’egoismo.
Se volete essere guida e non timone allo sbaraglio, fermate i convogli carichi di morte prima che varchino l’ultima dogana; smontate i macchinari che colano piombo e forgiatene aratri, tubature, banchi di scuola. Portate i bilanci di guerra sulla cattedra di un maestro stanco: trasformate milioni stanziati per missili in sale parto illuminate, ambulanze capaci di raggiungere finanche le sofferenze più remote.
E voi che sprofondate nelle poltrone rosse dei parlamenti, abbandonate dossier e grafici: attraversate, anche solo per un’ora, i corridoi spenti di un ospedale bombardato; odorate il gasolio dell’ultimo generatore; ascoltate il bip solitario di un respiratore sospeso tra vita e silenzio, e poi sussurrate – se ci riuscite – la locuzione «obiettivi strategici».
Il Vangelo – per chi crede e per chi non crede – è uno specchio impietoso: riflette ciò che è umano, denuncia ciò che è disumano.
Se un progetto schiaccia l’innocente, è disumano.
Se una legge non protegge il debole, è disumana.
Se un profitto cresce sul dolore di chi non ha voce, è disumano.
E se non volete farlo per Dio, fatelo almeno per quel poco di umano che ancora ci tiene in piedi.
Quando i cieli si riempiono di missili, guardate i bambini che contano i buchi nel soffitto invece delle stelle. Guardate il soldato ventenne spedito a morire per uno slogan. Guardate i chirurghi che operano al buio in un ospedale sventrato. Il Vangelo non accetta i vostri comunicati “tecnici”.
Scrosta ogni vernice di patria o interesse e ci lascia davanti all’unica realtà: carne ferita, vite spezzate.
Non chiamate «danni collaterali» le madri che scavano tra le macerie.
Non chiamate «interferenze strategiche» i ragazzi cui avete rubato il futuro.
Non chiamate «operazioni speciali» i crateri lasciati dai droni. Togliete pure il nome di Dio se vi spaventa; chiamatelo coscienza, onestà, vergogna. Ma ascoltatelo: la guerra è l’unico affare in cui investiamo la nostra umanità per ricavarne cenere. Ogni proiettile è già previsto nei fogli di calcolo di chi guadagna sulle macerie.
L’umano muore due volte: quando esplode la bomba e quando il suo valore viene tradotto in utile.
Finché una bomba varrà più di un abbraccio, saremo smarriti. Finché le armi detteranno l’agenda, la pace sembrerà follia. Perciò, spegnete i cannoni. Fate tacere i titoli di borsa che crescono sul dolore. Restituite al silenzio l’alba di un giorno che non macchi di sangue le strade.
Tutto il resto – confini, strategie, bandiere gonfiate dalla propaganda – è nebbia destinata a svanire. Rimarrà solo una domanda: «Ho salvato o ho ucciso l’umanità che mi era stata affidata?» Che la risposta non sia un’altra sirena nella notte.
Convertite i piani di battaglia in piani di semina, i discorsi di potenza in discorsi di cura. Sedete accanto alle madri che frugano tra le macerie per salvare un peluche: scoprirete che la strategia suprema è impedire a un bambino di perdere l’infanzia. Portate l’odore delle pietre bruciate nei vostri palazzi: impregni i tappeti, ricordi a ogni passo che nessuno si salva da solo e che l’unica rotta sicura è riportare ogni uomo a casa integro nel corpo e nel cuore.
A noi, popolo che legge, spetta il dovere di non arrenderci. La pace germoglia in salotto – un divano che si allunga; in cucina – una pentola che raddoppia; in strada – una mano che si tende. Gesti umili, ostinati: “tu vali” sussurrato a chi il mondo scarta. Il seme di senape è minimo, ma diventa albero. Così il Vangelo: duro come pietra, tenero come il primo vagito. Chiede scelta netta: costruttori di vita o complici del male. Terze vie non esistono.
 Piega, Cristo, l’orgoglio dei potenti, invita chi forgia armi a piegare il ferro in vanghe, chiama ogni coscienza a spalancarsi e difendere il fragile con la testardaggine di chi sa che il bene è moneta che non svaluta. Ogni minuto di ritardo incide un nuovo nome sul marmo.
Che questa pagina – spoglia di retorica, ruvida di Vangelo – diventi specchio: chi vi si guarda decida se restare servo della violenza o farsi servo dei fratelli.
Dio del respiro negato, strappa il tavolo ai signori che vendono il mondo a colpi di vertice.
Capovolgi le loro carte di ferro: che il piombo sparso torni zolla, che il bilancio armato diventi culla. Offri ai potenti lo specchio che non sanno rompere: il volto di un bambino senza notte, il tremito di un medico rimasto senza luce.
Fa’ che non possano distogliere lo sguardo finché il privilegio diventa vergogna e la vergogna si fa giustizia.
Ricordaci che la carne vale più dell’emblema, che chi fa profitto sul sangue scava la propria fossa, che l’alba non appartiene a chi ha cannoni ma a chi custodisce un abbraccio.
Taci le sirene, piega le bandiere gonfie di rumore, e ridonaci un silenzio capace di far fiorire il futuro. Amen 




Giornata mondiale per cura del creato
Messaggio di Papa Leone XIV

PAPA LEONE XIV PER LA X GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO 2025
[1° settembre 2025]

Semi di Pace e di Speranza
Il tema di questa Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, scelto dal nostro amato Papa Francesco, è “Semi di Pace e di Speranza”. Nel 10° anniversario dell’istituzione della Giornata, avvenuta in concomitanza con la pubblicazione dell’Enciclica Laudato si’, ci troviamo nel vivo del Giubileo, “pellegrini di Speranza”. E proprio in questo contesto il tema acquista il suo pieno significato.
Molte volte Gesù, nella sua predicazione, usa l’immagine del seme per parlare del Regno di Dio, e alla vigilia della Passione la applica a sé stesso, paragonandosi al chicco di grano, che per dare frutto deve morire (cfr Gv 12,24). Il seme si consegna interamente alla terra e lì, con la forza dirompente del suo dono, la vita germoglia, anche nei luoghi più impensati, in una sorprendente capacità di generare futuro. Pensiamo, ad esempio, ai fiori che crescono ai bordi delle strade: nessuno li ha piantati, eppure crescono grazie a semi finiti lì quasi per caso e riescono a decorare il grigio dell’asfalto e persino a intaccarne la dura superficie.
Dunque, in Cristo siamo semi. Non solo, ma “semi di Pace e di Speranza”. Come dice il profeta Isaia, lo Spirito di Dio è in grado di trasformare il deserto, arido e riarso, in un giardino, luogo di riposo e serenità: «In noi sarà infuso uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva. Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Praticare la giustizia darà pace, onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni tranquille, in luoghi sicuri» (Is 32,15-18).
Queste parole profetiche, che dal 1° settembre al 4 ottobre accompagneranno l’iniziativa ecumenica del “Tempo del Creato”, affermano con forza che, insieme alla preghiera, sono necessarie la volontà e le azioni concrete che rendono percepibile questa “carezza di Dio” sul mondo (cfr Laudato si’, 84). La giustizia e il diritto, infatti, sembrano rimediare all’inospitalità del deserto. Si tratta di un annuncio di straordinaria attualità. In diverse parti del mondo è ormai evidente che la nostra terra sta cadendo in rovina. Ovunque l’ingiustizia, la violazione del diritto internazionale e dei diritti dei popoli, le diseguaglianze e l’avidità da cui scaturiscono producono deforestazione, inquinamento, perdita di biodiversità. Aumentano in intensità e frequenza fenomeni naturali estremi causati dal cambiamento climatico indotto da attività antropiche (cfr Esort. ap. Laudate Deum, 5), senza considerare gli effetti a medio e lungo termine della devastazione umana ed ecologica portata dai conflitti armati.
Sembra che manchi ancora la consapevolezza che distruggere la natura non colpisce tutti nello stesso modo: calpestare la giustizia e la pace significa colpire maggiormente i più poveri, gli emarginati, gli esclusi. È emblematica in tale ambito la sofferenza delle comunità indigene.
E non basta: la natura stessa talvolta diventa strumento di scambio, un bene da negoziare per ottenere vantaggi economici o politici. In queste dinamiche, il creato viene trasformato in un campo di battaglia per il controllo delle risorse vitali, come testimoniano le zone agricole e le foreste divenute pericolose a causa delle mine, la politica della “terra bruciata” [1], i conflitti che scoppiano attorno alle fonti d’acqua, la distribuzione iniqua delle materie prime, penalizzando le popolazioni più deboli e minando la stessa stabilità sociale.
Queste diverse ferite sono dovute al peccato. Di certo non è questo ciò che aveva in mente Dio quando affidò la Terra all’uomo creato a sua immagine (Gen 1,24-29). La Bibbia non promuove «il dominio dispotico dell’essere umano sul creato» (Laudato si’, 200). Anzi, è «importante leggere i testi biblici nel loro contesto, con una giusta ermeneutica, e ricordare che essi ci invitano a “coltivare e custodire” il giardino del mondo (cfr Gen 2,15). Mentre “coltivare” significa arare o lavorare un terreno, “custodire” vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare. Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura» (ivi, 67).
La giustizia ambientale – implicitamente annunciata dai profeti – non può più essere considerata un concetto astratto o un obiettivo lontano. Essa rappresenta una necessità urgente, che va oltre la semplice tutela dell’ambiente. Si tratta, in realtà, di una questione di giustizia sociale, economica e antropologica. Per i credenti, in più, è un’esigenza teologica, che per i cristiani ha il volto di Gesù Cristo, nel quale tutto è stato creato e redento. In un mondo dove i più fragili sono i primi a subire gli effetti devastanti del cambiamento climatico, della deforestazione, e dell’inquinamento, la cura del creato diventa una questione di fede e di umanità.
È ormai davvero il tempo di far seguire alle parole i fatti. «Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana» (ivi, 217). Lavorando con dedizione e con tenerezza si possono far germogliare molti semi di giustizia, contribuendo così alla pace e alla speranza. Ci vogliono talvolta anni prima che l’albero dia i suoi primi frutti, anni che coinvolgono un intero ecosistema nella continuità, nella fedeltà, nella collaborazione e nell’amore, soprattutto se quest’amore diventa specchio dell’Amore oblativo di Dio.
Tra le iniziative della Chiesa che sono come semi gettati in questo campo, desidero ricordare il progetto “Borgo Laudato Si’”, che Papa Francesco ci ha lasciato in eredità a Castel Gandolfo, come seme che può portare frutti di giustizia e di pace. Si tratta di un progetto di educazione all’ecologia integrale che vuole essere un esempio di come si può vivere, lavorare e fare comunità applicando i principi dell’Enciclica Laudato si’.
Prego l’Onnipotente di mandarci in abbondanza il suo «spirito dall’alto» (Is 32,15), affinché questi semi e altri simili portino abbondanti frutti di pace e di speranza.
L’Enciclica Laudato si’  ha accompagnato la Chiesa Cattolica e molte persone di buona volontà per dieci anni: essa continui ad ispirarci e l’ecologia integrale sia sempre più scelta e condivisa come rotta da seguire. Così si moltiplicheranno i semi di speranza, da “custodire e coltivare” con la grazia della nostra grande e indefettibile Speranza, Cristo Risorto. Nel suo nome invio a tutti voi la mia benedizione.
Dal Vaticano, 30 giugno 2025
LEONE PP. XIV
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[1] Cfr Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace,  Terra e cibo, LEV 2015, 51-53.




Questione ambientale, priorità della Chiesa
M.Liut (Avvenire)

Questione ambientale è una priorità della Chiesa.
Matteo Liut (Avvenire 2 luglio 2025)
Leone XIV ha ribadito che la cura della casa comune delineata da Francesco nella Laudato si’ è impegno inderogabile: le scelte dei Grandi in materia pesano infatti sulla vita dei più piccoli.

Ma perché la Chiesa parla ancora di temi come la deforestazione, l’inquinamento, la biodiversità minacciata, il cambiamento climatico? Che hanno a che fare queste emergenze planetarie con la Messa, le liturgie, le preghiere, la pastorale, le devozioni, la carità e tutti quegli atti che da secoli qualificano la vita delle comunità cristiane? Insomma, va bene che i credenti in Cristo si prendano cura dei poveri, dei sofferenti e si ritrovino per celebrare i loro riti religiosi, ma si fa ancora fatica a capire perché essi si preoccupino di tutela dell’ambiente, risorse minerarie, fonti d’acqua, distribuzione delle materie prime.
Dieci anni fa, quando papa Francesco pubblicò la sua enciclica sulla cura della casa comune, la Laudato si’, si colse subito la portata profetica della sua scelta ma, nonostante l’enorme coinvolgimento soprattutto tra i giovani su questo fronte, nel tempo abbiamo ceduto alla tentazione di considerarlo quasi un “personale pallino” del Pontefice. Dobbiamo ammettere che gran parte del sentire comune ha legato questa attenzione alla sensibilità propria del Papa argentino, ignorando i movimenti, le associazioni e le iniziative sul territorio nate proprio sulla spinta del documento del 24 maggio 2015. In questi giorni, però, papa Leone XIV ci ha fatto ben comprendere che non è così e che questo impegno non solo non è più derogabile, rinviabile o depennabile dalle agende della politica internazionale, ma è di fatto parte costitutiva del patrimonio comune della Chiesa cattolica e del suo agire nella storia. Lo ha spiegato in maniera chiara nel messaggio inviato il 30 giugno alla FAO e lo ha sancito in modo chiaro e netto ieri nella riflessione scritta in vista della decima Giornata mondiale di preghiera per la cura del Creato: salvaguardare l’ambiente, afferma Prevost senza se e senza ma, è «questione di fede».
È un punto fermo, un messaggio “ad intra” ma anche “ad extra”: ai cattolici ricorda il fondamento teologico del loro agire a favore della salvaguardia dell’ambiente (riprendendo chiaramente il concetto di ecologia integrale della Laudato si’), davanti al mondo intero chiarisce che la Chiesa non farà mai un passo indietro su questo tema. E non può fare diversamente perché da secoli ha imparato ad ascoltare la voce di quel Creato che l’umanità è chiamata a «coltivare e custodire». Lo ha fatto proprio stando alla scuola della liturgia, leggendo e meditando, durante la Veglia pasquale della notte del Sabato Santo, il racconto della creazione riportato nel primo capitolo della Genesi. In quella celebrazione, che rappresenta il culmine e il senso dell’esistenza della Chiesa nella storia, il rito liturgico più importante di tutti, i cristiani hanno compreso che il Creato non è semplicemente un enorme “ecosistema” basato su leggi fisiche di interdipendenza tra esseri animati e risorse naturali, ma è portatore di un senso più grande, è l’immagine di quella casa eterna che è il cuore di Dio e a cui tutti siamo destinati. Prenderci cura della nostra vita terrena (che si chiama così proprio perché ha dimora sulla Terra ed è radicata nella terra) è un segno di eternità, è il nostro modo di entrare già in quella vita eterna, che non è semplicemente ciò che viene dopo la morte, ma il grembo d’amore che ci genera continuamente come umanità, giorno dopo giorno.
E allora ecco la radice sociale dell’impegno nella cura dell’ambiente da parte dei cristiani, quella radice che sta animando queste prime settimane del pontificato di papa Leone XIV, nelle cui parole cogliamo una pacata e coerente fedeltà all’intento di mettersi sulla scia del Papa della Rerum novarum, ovvero del Papa che ha indicato le radici teologiche dell’impegno nella società da parte dei battezzati.
Ebbene, sottolinea Prevost con il suo stile teologicamente e spiritualmente fondato, farsi carico della questione ambientale non è un’ossessione da epoca post­-petrolifera, ma una precisa necessità di giustizia. Perché? Perché non tutti pagano allo stesso modo il conto delle iniquità prodotte da uno sfruttamento squilibrato delle risorse o delle conseguenze nefaste dei conflitti armati o ancora dei giochi di potere che fanno del controllo delle materie prime un’arma di dominio e di supremazia. Non tutti subiscono in modo uniforme le ferite di una Terra che «sta cadendo in rovina» (una rovina, specifica il Papa, dovuta anche alle attività antropiche): i primi a vedere minacciata la propria dignità (sì la dignità di figli di Dio e quindi di sorelle e fratelli di ogni essere umano) sono i poveri, gli ultimi, gli emarginati. Un esempio su tutti: le popolazioni indigene, indicate dal Papa come simbolo di tutti coloro cui viene imposto di vivere ai margini della storia, mentre i “grandi”, ad esempio, cercano di garantirsi l’accesso alle “terre rare” sulla pelle delle popolazioni minacciate da bombe e droni. Dunque ecco perché i cristiani parlano della questione ambientale: per loro, nota bene Leone XIV, è prima di tutto una questione di «giustizia sociale, economica e antropologica». Lo hanno capito mettendosi – attraverso gli atti che da sempre qualificano la loro vita da credenti – ai piedi della Croce di Cristo e alla luce del Risorto. Lì hanno imparato a farsi carico dell’intera umanità e, soprattutto, a prendersi le proprie responsabilità. Ovvio, in definitiva, che sia preciso dovere della Chiesa ricordare ai potenti e ai “grandi” che ogni loro scelta ha precise conseguenze soprattutto sull’esistenza quotidiana dei più piccoli.




Ministero della Pace
Proposta da una Rete di Associazioni

L’Europa si riarma, un coro di voci cattoliche vuole un ministero della Pace.
Giuseppe Muolo AVVENIRE martedì 24 giugno 2025

 Una rete di sigle rilancia, in risposta al piano RearmEu, la vecchia idea di don Benzi. Manfredonia (Acli): «Bisogna cambiare cultura». Notarstefano (Ac): «Scontro continuo è un gioco al massacro».

Riaccendere i riflettori sulla necessità di un Ministero della Pace. Non nuova, ma sempre valida idea (anche alla luce della cronaca) di don Oreste Benzi. È univoca la proposta di Fondazione Fratelli TuttiAzione Cattolica ItalianaAssociazione Comunità Papa Giovanni XXIII e Acli. L’hanno presentata ieri, a Roma, nell’auditorium “Bachelet” della Domus Mariae. L’iniziativa è stata promossa dalla campagna “Ministero della Pace” e sottoscritta da oltre 30 realtà associative ed enti del mondo cattolico.

Secondo Emiliano Manfredonia, presidente delle Acli, infatti, «per preparare la pace bisogna prepararsi alla pace, senza aumentare le spese militari», come si pensa di fare al vertice Nato a L’Aja. Perché in questo modo «si fomentano solo le paure e le angosce delle persone e si pensa che la difesa armata sia la sola strada possibile». Bisogna «cambiare cultura». Una missione che «può sembrare utopica, ma è l’unica possibile».
Il ministero della Pace va proprio in questa direzione. Tra i suoi obiettivi ci sono la promozione della comunicazione e della trasformazione nonviolenta dei conflitti, della giustizia riparativa e dell’educazione alla pace nei curricula scolastici e universitari; l’adozione di strumenti di mediazione e prevenzione dei conflitti sociali e ambientali; l’avvio di azioni e di attività di monitoraggio per la riconversione civile dell’industria bellica; il sostegno ai Corpi civili di pace, al Servizio civile universale e alle altre forme di difesa civile non armata e nonviolenta; e infine il supporto a una cooperazione internazionale equa e sostenibile. Inoltre, sono stati pensati due organi propositivi e consultivi per programmare e progettare. Il loro scopo è indicare le priorità da coordinare a livello nazionale.
Una proposta, secondo padre Francesco Occhetta, segretario generale della Fondazione Fratelli Tutti, che indica «un modo diverso di vivere, capace di intendere la giustizia come riparativa e non vendicativa, di mediare i conflitti, di dialogare e di porre un sogno all’interno della società, non la paura e la vendetta che animano oggi gli interessi politici dei grandi e dei potenti».
Matteo Fadda, presidente dell’associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, ha ricordato che l’idea di un ministero simile è nata da un’intuizione di don Oreste Benzi. Gli venne in mente negli anni ‘90, in seguito all’esplosione della guerra nella ex Jugoslavia. «Da quel momento in poi – ha sottolineato – cominciò a pensare a un organismo istituzionale per costruire la pace con opere diverse che intervenissero sul piano educativo, sociale, legislativo, della sicurezza e, quindi, anche delle relazioni internazionali, della diplomazia e del dialogo».
Una visione che torna oggi più che mai d’attualità, «in un momento in cui il mondo ha preso una direzione totalmente diversa», ha sottolineato Giuseppe Notarstefano, presidente di Azione Cattolica Italiana. «Il tema – ha aggiunto – è cercare di superare la convinzione che l’unica via possibile per i conflitti sia lo scontro continuo tra Paesi, che è un gioco al massacro». Invece occorre «riprendere una logica di multilateralismo, rafforzare gli organismi internazionali e promuovere un maggiore coordinamento delle politiche pubbliche». La stessa via l’ha indicata Laila Simoncelli, coordinatrice nazionale della campagna, che ha esortato tutti a «creare istituzioni più sane, ordinamenti più giusti e strutture più solidali».
Tra gli altri, è intervenuta anche Giovanna Martelli, della Fondazione Rut, già deputata del Pd. «Ragionare in modo multidisciplinare su questi temi – ha detto – è molto importante anche in una società come la nostra che sembra apparentemente in pace, ma vede recrudescenze violente in tanti ambiti».




Pace. Il magistero di Papa Francesco
Don Bignami

Le vie della pace

Il magistero della pace di Francesco attraverso i messaggi per le Giornate mondiali per la Pace.
Don Bruno Bignami[1]

UN CANTIERE

Dodici anni di Pontificato offrono molteplici riflessioni. Se si guarda al tema della pace, possiamo parlare di un magistero fecondo e generativo. Rileggendo i messaggi per la Giornata mondiale della Pace dal 1° gennaio 2014 al 2025, si riscontrano due caratteristiche.
La prima è data dallo stretto legame con la Storia. Il magistero della pace di Francesco risente degli eventi accaduti negli anni di ministero come vescovo di Roma.
Affronta il tema delle migrazioni, fronteggia gli strascichi della crisi finanziaria mondiale del 2007-2008, accompagna la stagione della pandemia, illumina le questioni legate alla crisi ambientale e ai progressi dellat ecnologia, si concentra sulle drammatiche guerre in Ucraina e in Medioriente.
Non sono stati anni semplici. Tuttavia, l’insegnamento di Papa Francesco è un viatico per la stagione della complessità.
Da qui la seconda caratteristica: questi testi regalano un vocabolario della pace. Lo si evince dai titoli: fraternità, indifferenza, nonviolenza, migrazioni, politica, speranza, dialogo, riconciliazione, conversione ecologica, cura, educazione, lavoro, intelligenza artificiale, remissione del debito. C’è davvero tanto. E c’è il pericolo di perdersi se non si coglie il filo rosso che attraversa una riflessione che ha un chiaro intento educativo.
Da queste due caratteristiche emerge una prima fondamentale conclusione: il magistero di Francesco non semplifica, ma offre strumenti per abitare la complessità.  Il nocciolo della proposta sulla pace è composto di tre passaggi determinanti:

  • dalla globalizzazione dell’indifferenza alla fraternità attraverso il perdono;
  • dalla cultura dello scarto alla cultura della cura grazie all’ecologia integrale;
  • dalla corsa agli armamenti alla nonviolenza passando per l’impegno educativo.

FRATERNITÀ
È la questione centrale. I primi messaggi (dal 2014 al 2016) approfondiscono il tema della fraternità, che poi troverà ulteriori sviluppi nell’enciclica Fratelli tutti (FT). La pace è esercizio di fraternità. Siamo tutti fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre, amati e voluti da Dio. Ciò che contrasta e smentisce la fraternità è la “globalizzazione dell’indifferenza”, che crea l’abitudine alla sofferenza degli altri.  Troppe sono le vittime innocenti delle guerre dimenticate, accanto alle persone che ogni giorno muoiono di fame, sono sfollate, vivono nella paura e sono costrette a emigrare. Il grido di dolore dell’umanità sofferente chiede di essere ascoltato, mentre viviamo un tempo in cui le peggiori disumanità si realizzano nell’indifferenza generale. Assistiamo a tre livelli di indifferenza: verso Dio, verso il prossimo e verso il creato. Quando si pensa di non dover nulla a nessuno e l’uomo si sente autosufficiente, ecco che lo sguardo finisce per ripiegarsi nel narcisismo. L’aumento delle informazioni non significa crescita dell’attenzione verso chi soffre. L’indifferenza anestetizza e relativizza la gravità dei problemi. “Quasi senza accorgercene, siamo diventati incapaci di provare compassione per gli altri, per i loro drammi, non ci interessa curarci di loro, come se ciò che accade ad essi fosse una responsabilità estranea a noi, che non ci compete” (2016).  L’indifferenza verso il prossimo sfocia nel disimpegno e nell’accettazione delle peggiori scelte di politica economica, capaci di generare ingiustizie, divisioni, violenze e scarti umani. A ciò porta l’esclusiva ricerca del benessere individuale o nazionale.
I nazionalismi sono il veleno della fraternità. Al contrario, “Dio non è indifferente! A Dio importa dell’umanità, Dio non l’abbandona!” (2016). Tale ragione teologica si fonda sulla scelta originaria del Creatore di amare l’umanità. Per questo l’ha creata e ha affidato all’uomo la responsabilità della fraternità, ossia l’insopprimibile anelito alla comunione. Francesco ha intuito che la famiglia umana è legata a un unico destino ed è chiamata a vivere “la vocazione a formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri” (2014). Lo stesso discepolato in Cristo costituisce una nuova nascita, come mostra san Paolo nella celebre Lettera a Filemone, rimandando lo schiavo Onesimo al padrone con la raccomandazione di trattarlo da fratello (2015).  I problemi del nostro tempo, in primis la pandemia, hanno offerto una lezione: “abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri” e “nessuno si può salvare da solo” (2023). Senza fraternità non è possibile uscire da una pandemia. Senza fraternità le nuove tecnologie e l’intelligenza artificiale aggravano le disuguaglianze (2024). Senza fraternità la politica è chiusura nazionalistica (2019). Senza fraternità c’è sfruttamento del lavoro (2022) e degrado ambientale (2020). Senza fraternità si costruisce la cultura del nemico e si fomentano schiavitù (2015). Senza fraternità si alimentano i conflitti e si ostacola la pace. Più volte il Papa ha ricordato in negativo l’episodio biblico di Caino che uccide Abele e, in positivo, la parabola evangelica del buon Samaritano (2016). Torna la domanda: “Sono forse io il custode di mio fratello?” (Gen 4,9). Le radici della pace si trovano nella fraternità. Non c’è altro sentiero verso una pace duratura. Non saranno né le armi né la deterrenza a garantire l’umanità, ma nuove relazioni improntate sul reciproco riconoscimento. La speranza risiede in un cammino di riconciliazione che tralascia la tentazione di dominare sull’altro per abbracciarlo come persona e come figlio di Dio: “L’altro non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare, ma va considerato per la promessa che porta in sé” (2020). La forza del perdono rimette in piedi le persone e le riabilita a nuovi percorsi di riconciliazione. Si rinvigoriscono le relazioni tra le persone e tra i popoli.
LA CURA
In molti messaggi è forte la denuncia. Ci sono atteggiamenti che denotano una diffusa cultura dello scarto: la corruzione, il commercio della droga, l’inquinamento, la devastazione dell’ambiente, lo sfruttamento del lavoro, la speculazione finanziaria, la prostituzione, il debito, le forme di schiavitù, l’illegalità, le migrazioni forzate, le condizioni inumane nelle carceri. Le violazioni della dignità umana minano la pace. Ogni volta che le persone vengono scartate ed emarginate si finisce per rafforzare modelli relazionali iniqui. Dopo la pubblicazione della Laudato Si’ nel 2015 l’ecologia integrale è divenuta proposta continua, ma era già ben presente nel primo messaggio del 2014: “Siamo spesso guidati dall’avidità, dalla superbia del dominare, del possedere, del manipolare, dello sfruttare; non custodiamo la natura, non la rispettiamo, non la consideriamo come un dono gratuito di cui avere cura e da mettere a servizio dei fratelli, comprese le generazioni future”. Da qui la necessità di far crescere la cultura della cura. Lo stato di salute precario della casa comune per cambiamenti climatici, la perdita di biodiversità, ’inquinamento delle acque e dell’aria, lo sfruttamento delle foreste e la distruzione dell’ambiente ci obbligano a riconoscere il peccato ecologico e a prenderci cura del dono che abbiamo ricevuto dal Creatore.  Il compito di “coltivare e custodire” (Gen 2,15) ri corda la responsabilità di ciascuno anche verso il futuro. Occorre convertire lo sguardo perché ci apriamo “all’incontro con l’altro e all’accoglienza del dono del creato, che riflette la bellezza e la sapienza del suo Artefice” (2020). Di fronte alle crescenti disuguaglianze serve una bussola che imprima una rotta comune pienamente umana al processo di globalizzazione. Ciò può avvenire “soltanto con un forte e diffuso protagonismo delle donne, nella famiglia e in ogni ambito sociale, politico e istituzionale”(2021). Se Papa Francesco aveva elogiato i movimenti popolari per il loro protagonismo sui temi del lavoro, della casa e della terra, in modo analogo la pace esige un’apertura di credito a categorie di persone spesso trascurate, come i giovani (2022), le donne (2021), le popolazioni indigene (2020). Nel 2022 ha scritto: “C’è una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona. Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati”. Viviamo sfide sistemiche e interconnesse (2025). La filantropia che si limita a do- nazioni senza mettere in discussione sistemi culturali e strutture non può portare né alla pace né a cambiamenti duraturi. L’ecologia integrale sa ascoltare il grido del povero e della terra, osa connettere questioni ambientali e sociali, opera scelte anche nell’interesse delle future generazioni.
LA NONVIOLENZA
La pace esige un ulteriore passaggio dalla corsa agli armamenti all’esercizio della nonviolenza. Le armi seminano morte e violenza. Francesco ricorda che “finché ci sarà una così grande quantità di armamenti in circolazione come quella attuale, si potranno sempre trovare nuovi pretesti per avviare le ostilità” (2014). Ciò comporta la scelta del disarmo e di optare per la non proliferazione delle armi nucleari e chimiche. Inoltre, gli investimenti militari disperdono risorse che potrebbero essere utilizzate per finalità più importanti, come lo sviluppo umano integrale, la lotta alla povertà e alla fame, la garanzia dei bisogni sanitari per tutti. Preoccupa la crescita esorbitante delle spese militari. Per questo, nel 2021 e nel 2025 il Pontefice ha rilanciato la proposta presente in FT di costituire un Fondo mondiale per lo sviluppo dei Paesi più poveri. È tempo di realizzare la profezia di Isaia di trasformare le spade in vomeri, soprattutto nell’epoca di tecnologie sempre più devastanti e anonime.

L’IA applicata agli armamenti può favorire “un approccio ancora più freddo e distaccato all’immensa tragedia della guerra” (2024).

I sistemi d’arma autonomi non potranno mai diventare soggetti moralmente responsabili. Inoltre, c’è sempre il pericolo che armi sofisticate finiscano in mani sbagliate, facilitando la follia della guerra, atti terroristici o distruzioni di massa. “Gli accordi inter nazionali e le leggi nazionali, pur essendo necessari e altamente auspicabili, non sono sufficienti da soli a porre l’umanità al riparo dal rischio dei conflitti armati. È necessaria una conversione dei cuori che permetta a ciascuno di riconoscere nell’altro un fratello di cui prendersi cura, con il quale lavorare insieme per costruire una vita in pienezza per tutti” (2014). Inoltre, tra le armi in circolazione da disinnescare vi sono anche “i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali e a privare i poveri della speranza” (2019): le parole al vento della politica che costruisce nemici per salvaguardare se stessa non porteranno mai alla pace perché minano la dignità di ogni persona. Il sentiero impervio da percorrere è quello della nonviolenza. I processi non



violenti di costruzione della pace sono i più credibili, perché introducono un disinteresse gratuito. La violenza, infatti, provoca enormi sofferenze e genera facilmente la sete di vendetta. I signori della guerra desiderano scatenare rappresaglie e far degenerare le relazioni in conflitti letali. “La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato” (2017). Se alla violenza si risponde con la violenza si continua a rimanere nella spirale perversa della guerra che porta alla morte e alla distruzione. La nonviolenza, invece, è “un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità” (2017). Dunque, la forza delle armi inganna. Esse illudono che la conclusione possa essere vera vittoria. Al contrario, la non violenza praticata ha prodotto risultati in molte occasioni, dall’India di Gandhi alle lotte razziali di Martin Luther King negli USA, dalle donne in Liberia alla caduta dei regimi comunisti in Europa. La non violenza attiva è frutto di un impegno educativo che nasce nella famiglia e si espande nella società. Essa permette di abitare i conflitti senza farli degenerare in guerra, e trasformarli in opportunità di convivenza tra diversi. L’artigianato della pace passa attraverso la costruzione di comunità nonviolente.
LE VIE DELLA PACE
Papa Francesco ha coniato l’espressione di “guerra mondiale a pezzi” per descrivere i conflitti del nostro tempo. I suoi appelli insistenti hanno trovato nei messaggi destinati a tutti gli uomini di buona volontà una sintesi significativa per la formazione di coscienze artigiane di pace. Bergoglio non si è mai rassegnato alla cultura militaresca che vede nelle armi l’unica soluzione e che fomenta odio e violenza. I suoi dodici messaggi andrebbero letti in parallelo con il magistero non scritto che l’ha portato a Lampedusa e a Lesbo per commemorare i migranti morti in mare, a dialogare con ambasciatori e governanti, a piantare ulivi di pace, ad abbracciare capi religiosi, fino a baciare i piedi di nemici che si sono combattuti per anni. Un’ostinazione fuori misura, radicata nella fede in Cristo. Le vie della pace passano dall’incontro.


[1] direttore dell’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della CEI e docente di Teologia morale presso la Pontificia Università Gregoriana




Riflessione sui quesiti del referendum
Diocesi di Bergamo

RIFLESSIONE QUESITI REFERENDUM ABROGATIVI SU LAVORO E CITTADINANZA

In vista del referendum previsto per l’8 e 9 giugno 2025, che coinvolge quattro quesiti sul tema del lavoro un quesito sulla cittadinanza, volentieri offriamo un semplice e speriamo utile documento che permetta di comprendere quanto siamo chiamati a scegliere esercitando il dovere ed il diritto del voto, elementi irrinunciabili all’esercizio ed alla tutela della nostra democrazia. Come cittadini cristiani, appartenenti alle Comunità Ecclesiali Territoriali, e uomini e donne di buona volontà, non vogliamo dettare linee ma comprendere insieme e non lasciare che le cose accadano senza averci pensato con serietà. Come ci ricorda il magistero della Chiesa, ritraducendo il messaggio del Vangelo, i credenti hanno il compito del pensiero e la responsabilità della parola. Ci sembra prezioso dunque abitare e dare una declinazione delle dimensioni che l’appuntamento referendario ci propone con l’intento di essere protagonisti della costruzione della vita buona governata dalle istituzioni restando sempre compagni di strada di tutti nella costruzione di convivialità civili giuste e fraterne. Ci riproponiamo dunque di esaminare, avvalendoci della competenza di tante amiche ed amici, le proposte referendarie rispettando la pluralità di opinioni e orientamenti, ma anche permettendo alla Dottrina Sociale della Chiesa, da sempre attenta alla dignità della persona e alla giustizia sociale, di offrire spunti significativi per una lettura di quanto proposto.

Quesiti sul lavoro 

I seguenti quesiti di questo Referendum abrogativo mettono in risalto alcune questioni cardine del lavoro in sé e per sé: il lavoro come luogo di restituzione di dignità e di speranza, il lavoro come sostentamento economico personale e per la propria famiglia, il lavoro come un diritto e il lavoro come posto sicuro. La dinamica del lavoro non può prescindere da questi elementi che devono essere garantiti a tutte le persone che svolgono un’attività lavorativa. Il lavoro è una delle prime azioni sociali a cui siamo chiamati a partecipare. Lo dice la nostra Costituzione all’art. 1. Attraverso l’azione quotidiana e partecipativa del lavoro contribuisco al miglioramento di un piccolo pezzo di mondo che, insieme a quello degli altri va a immaginare nuovi modelli e nuove prospettive, con la speranza di poter costruire un mondo migliore per tutti. Ogni quesito referendario, che si presenta forse nella sua definizione più tecnica, merita una riflessione approfondita, tenendo conto di questi principi e valutando gli impatti sulle persone e sulla società nel suo complesso.

·         Jobs Act – Disciplina dei licenziamenti illegittimi 

Abrogazione delle norme del decreto legislativo n. 23/2015, che regolano i licenziamenti illegittimi per i lavoratori assunti con contratto a tutele crescenti. Attualmente, queste norme prevedono l’indennizzo economico senza obbligo di reintegro.

 Il quesito propone l’abrogazione del contratto a tutele crescenti, ripristinando la possibilità di reintegro in caso di licenziamento illegittimo. Attualmente, nelle aziende con oltre 15 dipendenti, i lavoratori assunti dopo il 7 marzo 2015 non hanno diritto al reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento dichiarato illegittimo, anche qualora un giudice riconosca l’assenza di giusta causa o giustificato motivo. Il quesito intende abrogare questa disposizione. La Dottrina Sociale della Chiesa sottolinea l’importanza della dignità del lavoratore, evidenziando che il lavoro è espressione della persona e non deve essere ridotto a mera merce. Pertanto, una riflessione su questo quesito dovrebbe considerare l’equilibrio tra la protezione dei diritti dei lavoratori e la necessità di un mercato del lavoro dinamico.

·         Indennità di licenziamento nelle piccole imprese 

Eliminazione del tetto massimo di sei mensilità all’indennizzo per i lavoratori licenziati ingiustamente in aziende con meno di 15 dipendenti.

 L’obiettivo di questa proposta referendaria è cancellare il tetto all’indennità di licenziamento nelle piccole imprese (in caso di licenziamento illegittimo oggi una lavoratrice o un lavoratore può al massimo ottenere 6 mensilità di risarcimento). Il quesito punta ad abrogare il limite massimo dell’indennizzo economico previsto per i lavoratori licenziati senza giusta causa nelle imprese con meno di quindici dipendenti. In questo caso, si vorrebbe restituire al giudice la piena discrezionalità nel determinare l’ammontare del risarcimento in base alla gravità della violazione.

·         Contratti a termine – Durata e proroghe 

Abrogazione parziale delle norme che regolano la durata massima e le condizioni per proroghe e rinnovi dei contratti di lavoro subordinato a termine.

 Il quesito propone di limitare l’uso dei contratti a termine, richiedendo specifiche causali. Il quesito del referendum si concentra sui contratti a tempo determinato, istituto di lavoro flessibile che coinvolge oltre 2,3 milioni di persone in Italia. La normativa attuale consente di avviare un rapporto di lavoro a termine per un periodo fino a 12 mesi senza dover fornire alcuna motivazione. L’intento della proposta è quello di reintrodurre l’obbligo di specificare la causale per questo tipo di contratti, così da incentivare la stabilizzazione del lavoro e arginare la crescente precarietà. Il lavoro deve essere orientato al bene della persona, evitando forme di precarietà che possano compromettere la dignità del lavoratore. Una riflessione su questo quesito dovrebbe considerare la necessità di proteggere i lavoratori da forme di lavoro instabile, pur rispettando le esigenze del mercato.

·         Responsabilità solidale negli appalti 

Abrogazione delle norme che escludono la responsabilità solidale del committente, appaltatore e subappaltatore per infortuni subiti dai lavoratori dipendenti di imprese appaltatrici o subappaltatrici, come conseguenza dei rischi specifici propri dell’attività delle imprese coinvolte.

 Il quesito riguarda l’ampliamento della responsabilità dell’impresa committente in caso di infortuni o malattie professionali nei lavori in appalto. L’intervento proposto mira ad estendere la responsabilità in caso di incidenti anche all’azienda appaltante, e non solo agli appaltatori. Attualmente, in caso di incidenti sul lavoro dovuti a carenze di sicurezza negli appalti, la responsabilità del committente è limitata solo ai rischi “generici” e non a quelli “specifici” dell’appaltatore. Il quesito mira a rendere sempre responsabile il committente, permettendo ai lavoratori e alle loro famiglie di ottenere un risarcimento diretto. La Dottrina Sociale della Chiesa sottolinea la dimensione sociale del lavoro, indicando che il lavoro deve essere svolto in condizioni di sicurezza e rispetto per la persona. Una valutazione di questo quesito dovrebbe tenere conto dell’importanza di garantire ambienti di lavoro sicuri e della responsabilità delle imprese nel tutelare la salute dei lavoratori.

Quesito sulla cittadinanza 

·         Cittadinanza Italiana – Riduzione del periodo di residenza legale.

Proposta di dimezzare da 10 a 5 anni il periodo di residenza legale in Italia richiesto agli stranieri extracomunitari maggiorenni per presentare domanda di cittadinanza italiana. Il diritto verrebbe esteso automaticamente anche ai figli minorenni dei richiedenti.

 Il referendum sulla cittadinanza ha come obiettivo quello di abrogare due norme della vigente legge sulla cittadinanza in modo da ridurre da dieci a cinque anni di residenza legale in Italia il periodo necessario per chiedere la cittadinanza italiana per lunga residenza da parte di un cittadino straniero (non appartenente all’Unione Europea). Tutti gli altri requisiti previsti dalla legge rimangono invariati; lo straniero maggiorenne per ottenere la cittadinanza dovrà dimostrare un forte radicamento sociale, una stabilità economica e di essere incensurato dal punto di vista penale. La proposta referendaria non rappresenta un’apertura generalizzata né prevede che la cittadinanza sia acquisita automaticamente in ragione della sola nascita in Italia (ius soli). La riforma ha il limitato scopo di dimezzare i tempi per la concessione della cittadinanza. Il dimezzamento dei tempi non è un fatto burocratico ma sostanziale perché incide fortemente sulla vita delle persone e sul cambiamento della società. Oggi per ottenere la cittadinanza per avvenuta integrazione sociale nel nostro Paese occorrono almeno quattordici anni (dieci anni, come si è detto, di residenza ininterrotta e tre, più spesso quattro, per la conclusione del procedimento presso il Ministero dell’Interno). Questa lunghissima prospettiva temporale è il caso più favorevole! Non sempre uno straniero ha un lavoro con un buon reddito e la residenza dal primo momento che arriva in Italia; più spesso le persone straniere, anche quando sono state regolari nel loro soggiorno fin dall’inizio, hanno impiegato diversi anni per superare la precarietà lavorativa e disporre di un buon alloggio e non hanno sempre avuto la residenza fin dall’inizio del loro soggiorno. La cittadinanza quindi arriva anche dopo vent’anni di vita nel nostro Paese durante i quali sono rimasti ai margini di tanti aspetti della vita sociale e fuori dall’esercizio dei diritti politici. Il dimezzamento dei tempi per la concessione della cittadinanza, riducendo questi tempi abnormi, cambierebbe la vita di molte persone e renderebbe più equo e ragionevole il procedimento di acquisizione della cittadinanza.  Il numero dei beneficiari potenziali dell’effetto del referendum è molto significativo, perché secondo le statistiche ISTAT sugli oltre 5 milioni di stranieri legalmente residenti in Italia al 1° gennaio 2023, sono oltre 2.300.000 i cittadini extra UE già titolari del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo; un permesso che viene rilasciato a chi ha requisiti simili a quelli richiesti per l’acquisto della cittadinanza. Molti degli stranieri perciò potrebbero decidere, con tempi dimezzati rispetto a quanto accade oggi, di presentare la domanda di concessione della cittadinanza, e ottenendola diventerebbero automaticamente cittadini italiani anche i loro figli minorenni e con loro conviventi. Molti minori con cittadinanza di altri Paesi che frequentano stabilmente le nostre scuole e vivono come i nostri figli, ma non sono cittadini, lo diventerebbero. Il tempo delle attuali procedure impedisce a tanti genitori extra-UE che da tempo vivono e lavorano legalmente in Italia di trasmettere la cittadinanza italiana ai loro figli prima del compimento della maggiore età; ciò contribuisce ad aumentare artificiosamente nelle scuole italiane il numero di alunni che formalmente sono stranieri anche se in realtà sono nati in Italia o vi sono arrivati molto giovani (secondo le statistiche del Ministero dell’Istruzione nell’anno scolastico 2022/2023 gli alunni non italiani erano quasi 900.000, il 65% dei quali erano nati in Italia). Per effetto della velocizzazione dell’acquisizione della cittadinanza ottenuta dai loro genitori in tempi più brevi, se il quesito referendario vincerà, tanti minori, oggi forzatamente stranieri, diventerebbero italiani. Saremmo gli unici in Europa a richiedere il requisito dei cinque anni di residenza? No, al contrario, l’Italia si allineerebbe a quanto avviene nei paesi europei più dinamici dal punto di vista sociale, culturale ed economico. Il termine di 5 anni di soggiorno legale ininterrotto per la concessione della cittadinanza ai cittadini di Stati non appartenenti alla UE è oggi già previsto in Francia, Germania, Regno Unito, Belgio, Paesi Bassi, Portogallo, Lussemburgo, Svezia. La Slovenia esige invece qualcosa di più, ma meno dell’Italia, ovvero 8 anni. Salvo l’eccezione della Spagna che mantiene ancora il requisito di 10 anni di residenza (con molte eccezioni tuttavia in quanto il termine è drasticamente ridotto a solo 2 anni per i cittadini d’origine dei paesi ispano-americani che sono la maggioranza degli stranieri) solo paesi come Ungheria, Slovacchia, Polonia, Croazia e Austria, tradizionalmente chiusi verso le migrazioni, sono sulla stessa posizione attuale di chiusura dell’Italia. L’Italia di oggi dall’inizio degli anni settanta (ovvero da cinquant’anni), da Paese di emigrazione (con oltre 6 milioni di italiani all’estero e oltre 60 milioni di oriundi d’Italia) è diventata Paese di immigrazione, con oltre 5 milioni di stranieri legalmente residenti, molti dei quali nati in Italia, a cui la vigente legge sulla cittadinanza italiana impedisce il diritto a partecipare pienamente alla vita pubblica. Nello stesso tempo, come ci ricordano tutti gli studi sulla materia, l’Italia vive forte diminuzione del tasso di natalità avviandosi verso un crollo demografico che si accompagna a un forte invecchiamento della popolazione; due fattori che agiscono a tenaglia mettendo in pericolo il suo futuro sia sotto il profilo economico ma anche sotto il profilo della tenuta sociale. Per affrontare questo drammatico scenario non servono più stranieri posti ai margini della società come fossero solo braccia od ospiti permanenti, ma servono nuovi cittadini che hanno deciso di scegliere l’Italia come paese nel quale vivere e radicare il loro futuro e quello dei loro figli. Tutte le democrazie più solide sono quelle che sono capaci di includere nuove persone, sono aperte alla mobilità e guardano al futuro e non al passato. Non dimentichiamo anche sui nostri territori, i numerosi appelli di imprese associazioni di categoria, in merito alla necessità di nuovi lavoratori e lavoratrici, per permettere anche al nostro tessuto produttivo di crescere, come non dimentichiamo le esperienze già in atto di inclusione di giovani stranieri accolti e formati da paesi extra UE. La nuova legge sulla cittadinanza che si vuole ottenere tramite il referendum, correggerebbe una disciplina che risulta ormai anacronistica, non giusta, oltre che autolesionista, contrastando il declino del nostro Paese. Non si tratta di benevolenza verso gli stranieri ma di una scelta di futuro per tutti gli italiani.




La partecipazione dei lavoratori agli utili e gestione di impresa è legge

La partecipazione dei lavoratori agli utili e gestione di impresa è legge

Angelo Picariello  AVVENIRE mercoledì 14 maggio 2025

La Cisl aveva raccolto 400mila firme, in attuazione dell’articolo 46 della Costituzione. Potranno entrare nei cda, previste anche commissioni paritetiche e consultazioni aziendali

La proposta di iniziativa popolare sulla partecipazione dei lavoratori alla gestione, al capitale e agli utili delle imprese è legge, la numero 1573 (divenuta disegno di legge numero 1407 già approvato dalla Camera dei deputati il 26 febbraio) ha ottenuto in via definitiva, stamattina, il via libera del Senato. L’aula di Palazzo Madama ha approvato con 85 sì, 21 no e 28 astenuti. Il voto si è avuto dopo la relazione della senatrice Paola Mancini, di Fratelli d’Italia: la commissione aveva deliberato sul provvedimento articolo per articolo mentre l’Aula è stata chiamata a esprimersi solo con una votazione finale.
Promossa dalla Cisl, con la sottoscrizione di oltre 400mila firme depositate presso la Corte di Cassazione, era andata all’esame delle Commissioni congiunte Lavoro e Finanze della Camera, per poi passare all’esame del Senato. Questa normativa è stata concepita in attuazione dell’articolo 46 della Costituzione ( «la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende») «nel rispetto dei princìpi e dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea e internazionale, al fine di rafforzare la collaborazione tra i datori di lavoro e i lavoratori, di preservare e incrementare i livelli occupazionali e di valorizzare il lavoro sul piano economico e sociale», recita l’articolo 1. Una legge «storica», la definisce il leader di Noi Moderati Maurizio Lupi. Un testo «coraggioso», per Maria Stella Gelmini.
Si tratta di una proposta articolata, che prevede la possibilità per i rappresentanti dei lavoratori di partecipare ai consigli di sorveglianza e anche ai consigli di amministrazione e regola la distribuzione ai lavoratori dipendenti «di una quota degli utili di impresa non inferiore al 10% degli utili complessivi, effettuata in esecuzione di contratti collettivi aziendali o territoriali». I premi di produttività e le forme di partecipazione agli utili d’impresa corrisposti a lavoratori dipendenti sono assoggettati all’imposta sostitutiva del 5% per il 2025, con limite superiore elevato a 5mila euro.
Sono anche previsti piani di miglioramento e di innovazione dei prodotti, dei processi produttivi, dei servizi e dell’organizzazione del lavoro. Sono anche regolate delle modalità di partecipazione consultiva dei lavoratori alle decisioni. Viene inoltre costituita una Commissione nazionale permanente per la partecipazione dei lavoratori.
Sono previsti anche piani di azionariato diffuso, e commissioni paritetiche per i piani di miglioramento e innovazione, e piani di formazione continua per i lavoratori che partecipano agli organismi partecipativi. La normativa si applica anche alle società in forma cooperativa.




Casa sfitta? Che peccato!


OTTIMA ESEMPLARE INIZIATIVA A PARMA.

E’ peccato lasciare la casa sfitta.

Il CIAC offre garanzie per i proprietari e nelle stesso tempo garanzie per lavoratori che potrebbero pagare affitto ma non trovano disponibilità dai proprietari per persone straniere.

Crazie CIAC!




I vescovi per il 1 maggio
Il lavoro generi speranza

Messaggio dei Vescovi per la Festa dei Lavoratori 1° maggio 2025
AVVENIRE 20 marzo 2025

Il lavoro, un’alleanza sociale generatrice di speranza.

La Festa dei Lavoratori, in questo Anno giubilare, vuole offrire orizzonti di speranza agli uomini e alle donne del nostro tempo, consapevoli «che il lavoro umano è una chiave, e probabilmente la chiave essenziale, di tutta la questione sociale, se cerchiamo di vederla veramente dal punto di vista del bene dell’uomo» (Giovanni Paolo II, Laborem exercens, 3).
La tutela, la difesa e l’impegno per la creazione di un lavoro libero, creativo, partecipativo e solidale, costituisce uno dei segni tangibili di speranza per i nostri fratelli, come Papa Francesco ci ha indicato nella Bolla di indizione dell’Anno giubilare (cf. Francesco, Spes non confundit, 12).
L’esperienza della pandemia ci ha consegnato un modo di lavorare nel quale è possibile coniugare in molte circostanze lavoro in presenza e a distanza, aumentando la nostra capacità di conciliare vita di lavoro e vita di relazioni soprattutto nel cosiddetto smartworking, ma rischiando anche di impoverire i rapporti umani tra i lavoratori e le stesse relazioni familiari.
Un effetto strutturale e fondamentale lo sta esercitando la grave crisi demografica, per la quale vedremo nei prossimi anni uscire dal mercato del lavoro la generazione più consistente, sostituita progressivamente da un numero sempre più ridotto di giovani.
Allo stesso tempo, accade qualcosa di paradossale, ossia lo sfruttamento di fratelli immigrati, dimenticando che la loro presenza può costituire un motivo di speranza per la nostra economia, ma solo se verranno integrati secondo parametri di giustizia.
Inoltre, oggi, con quello che viene chiamato mismatch, ossia il disallineamento tra domanda e offerta, assistiamo contemporaneamente al fenomeno di posti di lavoro vacanti, che non trovano personale con le necessarie competenze, e giovani disoccupati che non hanno i requisiti adatti.
Resta sullo sfondo, infine, la dura «legge di gravità» della competizione globale per la quale le imprese cercano di localizzarsi laddove i costi (quello del lavoro incluso) sono più bassi. E questo alimenta una spirale al ribasso su costo e dignità del lavoro.
Se il dato statistico sulla disoccupazione, in forte calo, potrebbe spingere all’ottimismo, sappiamo invece che dietro persone formalmente occupate c’è un lavoro povero.
Occorre, infine, considerare la situazione delle donne, che in alcuni ambiti vengono penalizzate non solo con una minore retribuzione, ma anche con l’assenza di garanzie nei tempi della gravidanza e della maternità.
Non ci sarà piena giustizia, infine, senza sicurezza sul lavoro, la cui mancanza fa ancora tante vittime. Per dare speranza occorre invertire queste tendenze: sarà uno dei segni più rilevanti del Giubileo.
Esistono tuttavia segni di speranza da alimentare per essere generativi e per far nascere e promuovere lavoro degno ma, come sempre, essi richiedono la nostra partecipazione attiva per proseguire l’opera della Creazione.
Un segno di speranza è il riconoscimento nei contratti di lavoro nazionali dell’importanza della formazione permanente e della riqualificazione durante gli anni di lavoro.
È necessario valorizzare, inoltre, lo strumento degli stessi contratti per impiegare le risorse a disposizione anche in forme di welfare e di assicurazione attenti alle emergenze sanitarie e familiari. È segno di speranza la creazione di relazioni virtuose tra datori di lavoro e lavoratori, dove il dialogo, la riconoscenza, i meccanismi di partecipazione, alimentano fiducia e cooperazione mettendo in moto le motivazioni più profonde della persona e facendo crescere la forza dell’impresa e la qualità del lavoro.
Come Chiesa abbiamo sentito, in questi anni, la responsabilità di impegnarci su questo fronte, non solo assicurando vicinanza e conforto a chi è in difficoltà, ma contribuendo a creare «un’alleanza sociale per la speranza che sia inclusiva e non ideologica» (Spes non confundit, 9).
Lo abbiamo fatto anche con visioni che donano prospettive di speranza, come quelle dell’economia civile, e investendo in interventi generativi, volti alla creazione di una cultura del lavoro e di opportunità, come il Progetto Policoro, con il quale da trent’anni la Chiesa in Italia investe su giovani animatori di comunità formati per impegnarsi nelle loro diocesi. Negli ultimi anni essi hanno operato nel solco dell’ecologia integrale, che guarda alla sostenibilità e all’interdipendenza tra dimensione sociale ed ecosistema. Dal Progetto Policoro sono nati frutti significativi e imprese capaci di stare sul mercato e di promuovere lavoro degno anche nelle aree del Paese più disagiate.
Non ultimo, appare opportuno un appello alla responsabilità di tutti noi. L’economia e le leggi di mercato non devono passare sopra le nostre teste lasciandoci impotenti. Il mercato siamo noi: sia quando siamo imprenditori e lavoratori, sia quando promuoviamo e viviamo un consumo critico. La responsabilità sociale d’impresa è oggi un filone sempre più consolidato grazie anche agli interventi regolamentari che impongono alle aziende un bilancio sociale e prendono le distanze da comportamenti furbeschi volti solo alla speculazione. I credenti e tutti i cittadini di buona volontà sono chiamati in questo contesto propizio a stimolare le aziende a gareggiare tra loro anche sulla dignità del lavoro e a usare l’informazione sui loro comportamenti come criterio per le scelte di consumo e di risparmio. La «mano invisibile» del mercato non è sufficiente a risolvere i gravi problemi oggi sul tappeto. È la nostra mano visibile che deve completare l’opera di con-creazione di una società equa e solidale e continuare a seminare speranza. Infatti, «i segni dei tempi, che racchiudono l’anelito del cuore umano, bisognoso della presenza salvifica di Dio, chiedono di essere trasformati in segni di speranza» (Spes non confundit, 7).
Roma, 19 marzo 2025 Solennità di san Giuseppe
LA COMMISSIONE EPISCOPALE PER I PROBLEMI SOCIALI E IL LAVORO, LA GIUSTIZIA E LA PACE




Capitalismo e democrazia
Luigino Bruni (Avvenire)

IL CAPITALISMO SI STA ALLEANDO  CON LA CULTURA BELLICA E ILLIBERALE
Luigino Bruni (Avvenire 25 febbraio 2025)
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/capitalismo-e-cultura-bellica

Chi ama pace, democrazia e mercato civile deve aspettarsi anni difficili e di resistenza.

Nella sua breve storia, il capitalismo ha avuto un rapporto ambivalente con la democrazia, con la pace e con il libero mercato. La storia, infatti, qualche volta, pensiamo alla nascita della Comunità Europea, ha confermato la tesi di Montesquieu – « L’effetto naturale del commercio è il portare la pace» (L’Esprit des Lois, 1745). Altre volte, e forse sono quelle più numerose incluso il nostro presente, i fatti hanno dato invece ragione al napoletano Antonio Genovesi «Gran fonte di guerre è il commercio», perché «lo spirito del commercio non è che quello delle conquiste» (Lezioni di economia civile, 1769). Quale, allora, il rapporto tra lo spirito del capitalismo e lo spirito della pace, della democrazia e della libertà? Dopo l’implosione della grande alternativa collettivista, il nuovo capitalismo del XXI secolo si caratterizza per una notevole biodiversità di forme e culture d’impresa. Questa varietà di istituzioni economiche – dalla piccola impresa alla multinazionale, dalle società benefit ai private equity – crea un effetto cortina che fa dimenticare che il centro del sistema capitalista vive e cresce guidato da un solo unico obiettivo: la massimizzazione razionale della ricchezza sotto forma di profitti e sempre più di rendite. È questo il nucleo che spinge tutto il variegato movimento del nostro capitalismo. Per i grandi attori globali, tutto ciò che non sia accrescimento di profitti e rendite è solo un vincolo da aggirare o allentare, incluse le varie legislazioni ambientali, sociali, fiscali. Questo capitalismo conosce la sola etica dell’accrescimento dei flussi e degli asset economici e finanziari, tutto il resto è solo mezzo in vista di questo unico fine.
Tra i mezzi ci possono essere anche la democrazia, il libero mercato e la pace, ma non sono necessari. Lo spirito del capitalismo e dei capitalisti è adattivo e pragmatico: se in una regione del pianeta c’è democrazia, libertà di scambi e pace, si inseriscono in queste dinamiche democratiche, liberali e pacifiche e fanno i loro affari; ma non appena il clima politico cambia, con un cinismo perfetto cambiano linguaggio, alleati, mezzi, e usano guerre, dittature, dazi, populisti e populismi per continuare a perseguire il loro unico scopo. E se in circostanze ancora diverse, del passato e del presente, qualche grande potentato economico intravvedere in possibili scenari bellici, non liberali e non democratici opportunità di maggiori guadagni, non ha nessun scrupolo a favorire quel cambiamento, perché, giova ripeterlo, il telos, la natura di questo capitalismo non è né la pace, né la democrazia né il libero mercato, ma soltanto profitti e rendite. Ieri, e oggi.
Basti pensare, per un grande e scomodo esempio, all’avvento del fascismo in Italia. Non avremmo avuto nessun ventennio fascista senza la scelta delle élites industriali e finanziarie italiane di usare quel gruppo di squadristi picchiatori per proteggersi dal “pericolo rosso” concreto e possibile, convinti che lo Stato liberale non lo avrebbe fatto. Davanti alla paura di perdere ricchezze e privilegi, quel capitalismo italiano (la gran parte di esso) non ebbe nessun scrupolo ad abbandonare democrazia, libertà, libero mercato e favorire l’emergere del regime fascista. L’economia corporativa fascista, che conquistò e contagiò gran parte degli economisti liberali italiani e cattolici, si presentava come superamento sia «del sistema individualistico-liberale che aveva dominato le nazioni civili durante il XIX secolo fino alla guerra sia del comunismo: si vuole un sistema atto a mediare gli estremi, superandoli. Si rivela, anche qui, l’armonia dello spirito latino» (Arrigo Serpieri, Principi di Economia Politica Corporativa, 1938, pp. 2931). E Francesco Vito, un importante economista cattolico, nella sua Economia Politica Corporativa, scriveva: «Il compito dell’economia nuova consiste essenzialmente nell’assunzione consapevole dei fini sociali al posto della concezione individualistica della società finora prevalsa» (1943, p. 85). Infatti, la teoria individualista liberale non conveniva più al capitale, ed ecco pronta la nuova economia corporativa e statalista, presentata come espressione massima dello “spirito latino”.
Nel primo numero della sua rivista Gerarchia, Mussolini si poneva la domanda: «Da che parte va il mondo?», e rispondeva affermando «l’innegabile constatazione dell’orientamento a destra degli spiriti» (febbraio 1922), e qualche anno dopo dirà: «Oggi noi seppelliamo il liberalismo economico» (novembre 1933).
Quindi, quando necessario, lo spirito del capitalismo diventa l’opposto dello spirito del mercato, perché finisce per coincidere con lo spirito bellico di conquista. Perché anche il mercato è uno dei mezzi che il capitalismo qualche volta usa, se e quando meglio serve gli interessi dei capitalisti e dei loro rappresentanti agenti politici. Oggi stiamo attraversando una nuova fase di alleanza tra lo spirito capitalistico e quello bellico e illiberale, che sta lasciando le democrazie per le leadercrazie populiste nazionaliste e protezioniste. Ieri le paure erano quelle “rosse” (che comunque restano sempre all’orizzonte dell’Occidente), oggi sono quelle dell’immigrazione, di una globalizzazione troppo rapida, del cambiamento climatico (cui si risponde negandolo), dell’impoverimento della classe media. Chi ama pace, democrazia e mercato civile deve aspettarsi anni difficili e di resistenza.