Papa Francesco
58a GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

58a GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
1° GENNAIO 2025
Papa Francesco

 

In ascolto del grido dell’umanità minacciata.

All’alba di questo nuovo anno donatoci dal Padre celeste, tempo Giubilare dedicato alla speranza, rivolgo il mio più sincero augurio di pace ad ogni donna e uomo, in particolare a chi si sente prostrato dalla propria condizione esistenziale, condannato dai propri errori, schiacciato dal giudizio altrui e non riesce a scorgere più alcuna prospettiva per la propria vita. A tutti voi speranza e pace, perché questo è un Anno di Grazia, che proviene dal Cuore del Redentore!
Nel 2025 la Chiesa Cattolica celebra il Giubileo, evento che riempie i cuori di speranza. Il “giubileo” risale a un’antica tradizione giudaica, quando il suono di un corno di ariete (in ebraico yobel) ogni quarantanove anni ne annunciava uno di clemenza e liberazione per tutto il popolo (cfr Lv 25,10). Questo solenne appello doveva idealmente riecheggiare per tutto il mondo (cfr Lv 25,9), per ristabilire la giustizia di Dio in diversi ambiti della vita: nell’uso della terra, nel possesso dei beni, nella relazione con il prossimo, soprattutto nei confronti dei più poveri e di chi era caduto in disgrazia. Il suono del corno ricordava a tutto il popolo, a chi era ricco e a chi si era impoverito, che nessuna persona viene al mondo per essere oppressa: siamo fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre, nati per essere liberi secondo la volontà del Signore (cfr Lv 25,17.25.43.46.55).
Anche oggi, il Giubileo è un evento che ci spinge a ricercare la giustizia liberante di Dio su tutta la terra. Al posto del corno, all’inizio di quest’Anno di Grazia, noi vorremmo metterci in ascolto del «grido disperato di aiuto» che, come la voce del sangue di Abele il giusto, si leva da più parti della terra (cfr Gen 4,10) e che Dio non smette mai di ascoltare. A nostra volta ci sentiamo chiamati a farci voce di tante situazioni di sfruttamento della terra e di oppressione del prossimo. Tali ingiustizie assumono a volte l’aspetto di quelle che S. Giovanni Paolo II definì «strutture di peccato», poiché non sono dovute soltanto all’iniquità di alcuni, ma si sono per così dire consolidate e si reggono su una complicità estesa.
Ciascuno di noi deve sentirsi in qualche modo responsabile della devastazione a cui è sottoposta la nostra casa comune, a partire da quelle azioni che, anche solo indirettamente, alimentano i conflitti che stanno flagellando l’umanità. Si fomentano e si intrecciano, così, sfide sistemiche, distinte ma interconnesse, che affliggono il nostro pianeta. Mi riferisco, in particolare, alle disparità di ogni sorta, al trattamento disumano riservato alle persone migranti, al degrado ambientale, alla confusione colpevolmente generata dalla disinformazione, al rigetto di ogni tipo di dialogo, ai cospicui finanziamenti dell’industria militare. Sono tutti fattori di una concreta minaccia per l’esistenza dell’intera umanità. All’inizio di quest’anno, pertanto, vogliamo metterci in ascolto di questo grido dell’umanità per sentirci chiamati, tutti, insieme e personalmente, a rompere le catene dell’ingiustizia per proclamare la giustizia di Dio. Non potrà bastare qualche episodico atto di filantropia. Occorrono, invece, cambiamenti culturali e strutturali, perché avvenga anche un cambiamento duraturo.

Un cambiamento culturale: siamo tutti debitori
L’evento giubilare ci invita a intraprendere diversi cambiamenti, per affrontare l’attuale condizione di ingiustizia e diseguaglianza, ricordandoci che i beni della terra sono destinati non solo ad alcuni privilegiati, ma a tutti. Può essere utile ricordare quanto scriveva S. Basilio di Cesarea: «Ma quali cose, dimmi, sono tue? Da dove le hai prese per inserirle nella tua vita? […] Non sei uscito totalmente nudo dal ventre di tua madre? Non ritornerai, di nuovo, nudo nella terra? Da dove ti proviene quello che hai adesso? Se tu dicessi che ti deriva dal caso, negheresti Dio, non riconoscendo il Creatore e non saresti riconoscente al Donatore». Quando la gratitudine viene meno, l’uomo non riconosce più i doni di Dio. Nella sua misericordia infinita, però, il Signore non abbandona gli uomini che peccano contro di Lui: conferma piuttosto il dono della vita con il perdono della salvezza, offerto a tutti mediante Gesù Cristo. Perciò, insegnandoci il “Padre nostro”, Gesù ci invita a chiedere: «Rimetti a noi i nostri debiti» ( Mt 6,12).
Quando una persona ignora il proprio legame con il Padre, incomincia a covare il pensiero che le relazioni con gli altri possano essere governate da una logica di sfruttamento, dove il più forte pretende di avere il diritto di prevaricare sul più debole. Come le élites ai tempi di Gesù, che approfittavano delle sofferenze dei più poveri, così oggi nel villaggio globale interconnesso, il sistema internazionale, se non è alimentato da logiche di solidarietà e di interdipendenza, genera ingiustizie, esacerbate dalla corruzione, che intrappolano i Paesi poveri. La logica dello sfruttamento del debitore descrive sinteticamente anche l’attuale “crisi del debito”, che affligge diversi Paesi, soprattutto del Sud del mondo.
Non mi stanco di ripetere che il debito estero è diventato uno strumento di controllo, attraverso il quale alcuni governi e istituzioni finanziarie private dei Paesi più ricchi non si fanno scrupolo di sfruttare in modo indiscriminato le risorse umane e naturali dei Paesi più poveri, pur di soddisfare le esigenze dei propri mercati. A ciò si aggiunga che diverse popolazioni, già gravate dal debito internazionale, si trovano costrette a portare anche il peso del debito ecologico dei Paesi più sviluppati. Il debito ecologico e il debito estero sono due facce di una stessa medaglia, di questa logica di sfruttamento, che culmina nella crisi del debito. Prendendo spunto da quest’anno giubilare, invito la comunità internazionale a intraprendere azioni di condono del debito estero, riconoscendo l’esistenza di un debito ecologico tra il Nord e il Sud del mondo. È un appello alla solidarietà, ma soprattutto alla giustizia.
Il cambiamento culturale e strutturale per superare questa crisi avverrà quando ci riconosceremo finalmente tutti figli del Padre e, davanti a Lui, ci confesseremo tutti debitori, ma anche tutti necessari l’uno all’altro, secondo una logica di responsabilità condivisa e diversificata. Potremo scoprire «una volta per tutte che abbiamo bisogno e siamo debitori gli uni degli altri».

III. Un cammino di speranza: tre azioni possibili
Se ci lasciamo toccare il cuore da questi cambiamenti necessari, l’Anno di Grazia del Giubileo potrà riaprire la via della speranza per ciascuno di noi. La speranza nasce dall’esperienza della misericordia di Dio, che è sempre illimitata.
Dio, che non deve nulla a nessuno, continua a elargire senza sosta grazia e misericordia a tutti gli uomini. Isacco di Ninive, un Padre della Chiesa orientale del VII secolo, scriveva: «Il tuo amore è più grande dei miei debiti. Poca cosa sono le onde del mare rispetto al numero dei miei peccati, ma se pesiamo i miei peccati, in confronto al tuo amore, svaniscono come un nulla». Dio non calcola il male commesso dall’uomo, ma è immensamente «ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato» ( Ef 2,4). Al tempo stesso, ascolta il grido dei poveri e della terra. Basterebbe fermarsi un attimo, all’inizio di quest’anno, e pensare alla grazia con cui ogni volta perdona i nostri peccati e condona ogni nostro debito, perché il nostro cuore sia inondato dalla speranza e dalla pace.
Gesù, per questo, nella preghiera del “Padre nostro”, pone l’affermazione molto esigente «come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori» dopo che abbiamo chiesto al Padre la remissione dei nostri debiti (cfr Mt 6,12). Per rimettere un debito agli altri e dare loro speranza occorre, infatti, che la propria vita sia piena di quella stessa speranza che giunge dalla misericordia di Dio. La speranza è sovrabbondante nella generosità, priva di calcoli, non fa i conti in tasca ai debitori, non si preoccupa del proprio guadagno, ma ha di mira solo uno scopo: rialzare chi è caduto, fasciare i cuori spezzati, liberare da ogni forma di schiavitù.
Vorrei, pertanto, all’inizio di quest’Anno di Grazia, suggerire tre azioni che possano ridare dignità alla vita di intere popolazioni e rimetterle in cammino sulla via della speranza, affinché si superi la crisi del debito e tutti possano ritornare a riconoscersi debitori perdonati.
Anzitutto, riprendo l’appello lanciato da S. Giovanni Paolo II in occasione del Giubileo dell’anno 2000, di pensare a una «consistente riduzione, se non proprio al totale condono, del debito internazionale, che pesa sul destino di molte Nazioni». Riconoscendo il debito ecologico, i Paesi più benestanti si sentano chiamati a far di tutto per condonare i debiti di quei Paesi che non sono nella condizione di ripagare quanto devono. Certamente, perché non si tratti di un atto isolato di beneficenza, che rischia poi di innescare nuovamente un circolo vizioso di finanziamento-debito, occorre, nello stesso tempo, lo sviluppo di una nuova architettura finanziaria, che porti alla creazione di una Carta finanziaria globale, fondata sulla solidarietà e sull’armonia tra i popoli.
Inoltre, chiedo un impegno fermo a promuovere il rispetto della dignità della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, perché ogni persona possa amare la propria vita e guardare con speranza al futuro, desiderando lo sviluppo e la felicità per sé e per i propri figli. Senza speranza nella vita, infatti, è difficile che sorga nel cuore dei più giovani il desiderio di generare altre vite. Qui, in particolare, vorrei ancora una volta invitare a un gesto concreto che possa favorire la cultura della vita. Mi riferisco all’eliminazione della pena di morte in tutte le Nazioni. Questo provvedimento, infatti, oltre a compromettere l’inviolabilità della vita, annienta ogni speranza umana di perdono e di rinnovamento.
Oso anche rilanciare un altro appello, richiamandomi a S. Paolo VI e a Benedetto XVI, per le giovani generazioni, in questo tempo segnato dalle guerre: utilizziamo almeno una percentuale fissa del denaro impiegato negli armamenti per la costituzione di un Fondo mondiale che elimini definitivamente la fame e faciliti nei Paesi più poveri attività educative e volte a promuovere lo sviluppo sostenibile, contrastando il cambiamento climatico. Dovremmo cercare di eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il proprio futuro senza speranza, oppure come attesa di vendicare il sangue dei propri cari. Il futuro è un dono per andare oltre gli errori del passato, per costruire nuovi cammini di pace.
La meta della pace
Coloro che intraprenderanno, attraverso i gesti suggeriti, il cammino della speranza potranno vedere sempre più vicina la tanto agognata meta della pace. Il Salmista ci conferma in questa promessa: quando «amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno» ( Sal 85,11). Quando mi spoglio dell’arma del credito e ridono la via della speranza a una sorella o a un fratello, contribuisco al ristabilimento della giustizia di Dio su questa terra e mi incammino con quella persona verso la meta della pace. Come diceva S. Giovanni XXIII, la vera pace potrà nascere solo da un cuore disarmato dall’ansia e dalla paura della guerra.
Che il 2025 sia un anno in cui cresca la pace! Quella pace vera e duratura, che non si ferma ai cavilli dei contratti o ai tavoli dei compromessi umani. Cerchiamo la pace vera, che viene donata da Dio a un cuore disarmato: un cuore che non si impunta a calcolare ciò che è mio e ciò che è tuo; un cuore che scioglie l’egoismo nella prontezza ad andare incontro agli altri; un cuore che non esita a riconoscersi debitore nei confronti di Dio e per questo è pronto a rimettere i debiti che opprimono il prossimo; un cuore che supera lo sconforto per il futuro con la speranza che ogni persona è una risorsa per questo mondo.
Il disarmo del cuore è un gesto che coinvolge tutti, dai primi agli ultimi, dai piccoli ai grandi, dai ricchi ai poveri. A volte, basta qualcosa di semplice come «un sorriso, un gesto di amicizia, uno sguardo fraterno, un ascolto sincero, un servizio gratuito». Con questi piccoli- grandi gesti, ci avviciniamo alla meta della pace e vi arriveremo più in fretta, quanto più, lungo il cammino accanto ai fratelli e sorelle ritrovati, ci scopriremo già cambiati rispetto a come eravamo partiti. Infatti, la pace non giunge solo con la fine della guerra, ma con l’inizio di un nuovo mondo, un mondo in cui ci scopriamo diversi, più uniti e più fratelli rispetto a quanto avremmo immaginato.
Concedici, la tua pace, Signore! È questa la preghiera che elevo a Dio, mentre rivolgo gli auguri per il nuovo anno ai Capi di Stato e di Governo, ai Responsabili delle Organizzazioni internazionali, ai Leader delle diverse religioni, ad ogni persona di buona volontà.
Rimetti a noi i nostri debiti, Signore, come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e in questo circolo di perdono concedici la tua pace,
quella pace che solo Tu puoi donare a chi si lascia disarmare il cuore,
a chi con speranza vuole rimettere i debiti ai propri fratelli,
a chi senza timore confessa di essere tuo debitore,
a chi non resta sordo al grido dei più poveri.




Festival ECONOMIA E SPIRITUALITA’

AL VIA A PRATO IL «FESTIVAL DI ECONOMIA E SPIRITUALITÀ»
Il capitalismo è una nuova religione popolare. Come svincolarsi?
Avvenire 23/11/24

PROGRAMMA IN: Festival economia e spiritualita

Il “Black friday” come festoso rito di consumo prenatalizio, la spesa al supermercato la domenica mattina, i pellegrinaggi verso gli outlet o quei templi votati allo shopping infinito che sono i centri commerciali… Nelle singole azioni quotidiane possiamo non rendercene conto, ma con uno sguardo più ampio è difficile non vedere nel capitalismo, come nella sua trasposizione giornaliera che è il consumismo, una nuova religione popolare. Un culto che ci accompagna nel passaggio da una dimensione all’altra della vita, si tratti della casa che abitiamo, del luogo di lavoro con le sue dinamiche aziendali, delle attività nel tempo libero. Come svincolarsi? Come attraversare il mondo contemporaneo con un passo adeguato alla natura più autentica dell’essere umano? Parlandone, innanzitutto. Riflettendo e discutendo insieme. È l’obiettivo del Festival di Economia e Spiritualità che si tiene da sabato 23 novembre a domenica 1° dicembre in alcune città toscane e il cui tema per questa nona edizione è, appunto, “Capitalismo come religione”. «L’argomento scelto è frutto dell’intuizione dell’economista Luigino Bruni – spiega padre Guidalberto Bormolini, antropologo e ideatore del Festival insieme a un altro economista, Francesco Poggi -. Le ricerche dicono che più del settanta per cento delle persone ha un bisogno inespresso di spiritualità. Questo vuoto è però occupato da capitalismo e consumismo, capaci di offrire solo cliché religiosi e surrogati dei riti autentici». Gli esempi non mancano, come ricorda padre Bormolini, dalle promesse di paradisi delle agenzie di viaggio all’illusione che il desiderio di infinito possa essere appagato da consumi infiniti, abbandonando tuttavia gli esseri umani a un’insoddisfazione permanente. Lo spiega bene Bruni: «Il capitalismo, sul crepuscolo degli dèi tradizionali, è di fatto diventato la sola vera religione popolare del XXI secolo. La forza culturale del capitalismo sta proprio nel suo essere un’esperienza globale, un culto, una cultura onnicomprensiva e avvolgente. Per superare la religione/ idolatria capitalistica occorrono nuove prassi, nuove esperienze. Non basta scrivere libri o articoli, non è sufficiente costruire teorie, perché anche la nuova cultura economica, che in tanti vogliamo più umana, più inclusiva, circolare, nascerà dalla prassi e dal pane quotidiano». È con questa ambizione, di incidere nel concreto, che l’edizione 2024 del Festival di Economia e spiritualità porterà testimonianze ed esperienze nelle città ospitanti – Prato, Capannori, Lucca, Scandicci, Vaglia, Pistoia e Pisa. Tra i molti ospiti il sociologo Mauro Magatti, gli economisti Stefano Zamagni e Leonardo Becchetti, madre Noemi Scarpa, il poeta Davide Rondoni, il teologo Massimo Faggioli, il cantautore David Riondino, vari esponenti religiosi (il programma è sul sito festivaleconomiaespiritualita. it). «Abbiamo voluto mettere insieme l’economia, che è al centro delle grandi scelte politico culturali contemporanee, alla spiritualità, per un modello in cui l’homo oeconomicus lasci spazio all’homo integralis, cioè a una visione dell’essere umano in equilibrio nelle componenti di corpo, psiche e spirito – spiega padre Bormolini -. Oggi il mercato pretende di soddisfare anche la sete di spiritualità, nel momento in cui l’invito è principalmente a “stare bene con sé stessi”, mentre il diritto alla felicità si declina insieme, nella dimensione della comunità, ovvero della relazione, della cura, dell’amore». (M.Ca.)




Dalla cella alla recidiva zero: così il lavoro salva
F.Fulvi (Avvenire 22/11/24)

Dalla cella alla recidiva zero: così il lavoro salva.

Fulvio Fulvi (Avvenire 22/11/24)

 Il caso delle 30 persone rinate dall’esperienza detentiva. Il cappellano don David Maria Riboldi: uno solo ha commesso nuovi reati. Decisivo l’incontro con imprenditori avveduti. La It’s Right: paghiamo i detenuti quanto gli altri dipendenti

Anche dal carcere si può ripartire per una nuova vita a “recidiva zero”. Con il lavoro è possibile. Lo dimostrano le 30 persone rinate dalla dura esperienza detentiva in istituti di pena lombardi, grazie a progetti di inclusione promossi, in quattro anni di attività, dalla Cooperativa La Valle di Ezechiele di Fagnano Olona, nel Varesotto. «Uno solo di questi ha commesso nuovi reati una volta uscito, ma gli altri conducono una vita da onesti cittadini », racconta il cappellano della Casa circondariale di Busto Arsizio, don David Maria Riboldi, tra i fondatori della società non profit che dal 23 novembre del 2020, stabilendosi in un capannone dell’ex cotonificio Candiani, è impegnata sul fronte del recupero umano e sociale dei detenuti. Un esempio tra tutti è quello di E. L., 46 anni, recluso di origini albanesi che, da lunedì scorso, è stato autorizzato a uscire dall’istituto penale di Bollate perché ammesso all’articolo 21, che consente di lavorare all’esterno: tutte le mattine parte, va in ufficio e la sera ritorna in cella. L’uomo, ricordano i volontari della cooperativa, è stato sempre un gran lavoratore, anche quando stava dentro 24 ore al giorno: ha fatto il falegname nel laboratorio del carcere, poi lo “spesino”, cioè il detenuto che raccoglie le richieste dei compagni per la spesa nello spaccio del penitenziario e, ultimamente, il manutentore della macchinetta per i caffè. Si è dato sempre da fare per gli altri. Adesso è stato assunto con regolare contratto dalla “It’s Right” di Milano che si occupa dei diritti musicali per musicisti e cantanti: a lui spetta il compito di inserire nel computer, e organizzare in un apposito sistema, i dati sugli artisti che deve trattare l’azienda. A fianco a lui, per svolgere lo stesso lavoro, c’è un suo compagno di detenzione, P. D., un coreano, con il quale, negli otto anni trascorsi insieme dietro le sbarre, è diventato molto amico. Finalmente, con uno stipendio dignitoso, il detenuto albanese può aiutare la moglie e i figli a mantenersi. «Ringrazio soprattutto don David che sin dall’inizio ha creduto in me», commenta. La fiducia, infatti, è il primo ingrediente necessario se si vuole intraprendere un serio cammino di riscatto. Ma non è mai scontata. Bisogna meritarsela. «Servono impegno, volontà da parte di tutti e tanto sostegno della Provvidenza», precisa don David. I progetti di recupero sociale della cooperativa Valle di Ezechiele sono sempre individuali, ritagliati su misura per chi è nelle condizioni, umane e giudiziarie, di poterli sostenere. Ma è necessario trovare la disponibilità di imprenditori del territorio che hanno la mente aperta e comprendono l’utilità di questa “forza lavoro”. Sono vite che possono essere salvate. C’è la “legge Smuraglia” che favorisce l’assunzione di detenuti all’interno delle carceri, con sgravi di tipo contributivo e previdenziale ma, nel caso della Valle di Ezechiele, che opera in provincia di Varese, essenziale è stato l’apporto del prefetto Pasquale Salvatoriello, che ha reso possibile la stipula di protocolli specifici con la locale Camera di Commercio e le associazioni di categoria. Le 30 persone prese in carico finora dalla coop presieduta da Anna Bonanomi (che dopo 26 anni di lavoro in banca con ruoli di responsabilità, si è licenziata per poter svolgere questo impegno sociale a tempo pieno), hanno avuto opportunità in ristoranti, pizzerie, in un birrificio e una ditta importante che produce sacchetti per alimenti, panetterie e pasticcerie. Insomma, la ruota gira nel verso giusto. Il progetto che fa capo alla It’s Right, che ha sede in piazza Fontana a Milano, è partito da sei mesi e potrà essere sviluppato per altri cinque anni, anche per altri detenuti. « La nostra è una società benefit che gestisce, in Italia e all’estero, i compensi per i diritti connessi, dovuti per la pubblica diffusione di musica registrata ad artisti e produttori – spiega il titolare, Gianluigi Chiodaroli –; ad oggi rappresentiamo più di 280.000 artisti e oltre 6.600 produttori discografici italiani e internazionali. Abbiamo costituito un’unità di lavoro nella sede della Valle di Ezechiele, per offrire loro una formazione base legata all’attività lavorativa d’ufficio per l’acquisizione di competenze nella gestione di grandi banche dati. Il nostro obiettivo – conclude Chiodaroli – è arrivare a creare una organizzazione integrata tra i nostri dipendenti e i detenuti che sono retribuiti con uno stipendio parificato a quello applicato ai nostri dipendenti ». Inoltre, per questi progetti, l’impresa di servizi non ha usufruito di alcuna agevolazione statale. «Lo facciamo perché crediamo nella funzione sociale che un’azienda come la nostra può svolgere».




Confcooperative. PER CAMBIARE MODELLO DI SVILUPPO
Avvenire 5 OTTOBRE 2024

Festival dell’Economia civile a Firenze

IL MESSAGGIO DI CONFCOOPERATIVE  PER CAMBIARE IL MODELLO DI SVILUPPO
Un nuovo umanesimo dell’economia mettendo al centro le persone e i territori
Maurizio Gardini, presidente Confcooperative.  (AVVENIRE 5 ottobre 2024)

https://avvenire-ita.newsmemory.com/?token=09c8d1eb14086cf29f0ec54cb1e4f388_63033edf_5eca5

 

L’economia civile per un nuovo umanesimo dell’economia. Per mettere al centro del modello di sviluppo le persone e i territori perché alla crescita del Pil deve far seguito la crescita del BES. È questo il messaggio che Confcooperative porta alla VI edizione del Festival dell’Economia Civile di Firenze la città simbolo dell’umanesimo dove lanciamo forte il messaggio dell’economia civile. Vanno rivisti i modelli di crescita e di sviluppo. Abbiamo molti, troppi esempi che ci dicono che quando l’economia risponde innanzitutto alla remunerazione del capitale accentua le diseguaglianze. Le famiglie in povertà assoluta sono 1,9 milioni, erano 800.000 nel 2005. Il 12% di italiani hanno scelto, secondo il Censis, di non curarsi per mancanza di disponibilità economica pur avendone bisogno. Nella fascia 18-35 anni abbiamo 2 milioni di Neet. A questi ragazzi prima che un lavoro dobbiamo dare una speranza, un orizzonte. Anche la Commissione Europea ha rivisto i modelli economici a taglia unica. Il ruolo delle cooperative è crescente ed è sempre più riconosciuto dall’Unione Europea. Nelle recenti norme sulle comunità energetiche, sulle piattaforme digitali e gestione dei big data, così come nella programmazione dell’assistenza sociosanitaria, per finire al piano d’azione di crescita che poggi su un ecosistema imprenditoriale plurale.  L’impresa cooperativa, con 176.000 imprese e 4,7 milioni di persone occupate è uno dei motori dell’economia sociale e civile che conta in Europa una platea più estesa composta da 2,8 milioni di imprese che danno lavoro a oltre 13,6 milioni di persone e rappresentano l’8% del Prodotto interno lordo europeo. E lo siamo anche in Italia dove rappresentiamo l’8% del Pil, diamo lavoro a 1,3 milioni di persone e rappresentiamo 12 milioni di soci. Un’occupazione di qualità, un’occupazione controcorrente che premia le donne che rappresentano il 61% dei nostri occupati, in un Paese in cui 1 donna su 4 lascia il lavoro per assistere un anziano o un minore. Le cooperative nascono per questo rispondere a bisogni, dare lavoro alle persone e generare sviluppo sul territorio e sono presenti e attive nella vita di tutti i giorni più di quanto si possa pensare. Dalle cooperative arriva il 25% dell’agroalimentare made in Italy (7 bicchieri di latte ogni 10 prodotti in Italia, 6 bicchieri di vino ogni 10; servizi di welfare a 7 milioni di persone (minori, anziani e persone svantaggiate); oltre il 30% della distribuzione organizzata. Il 23% del credito bancario concesso in Italia arriva dalle BBC (Banche Credito Cooperativo) che sono le uniche banche in oltre 700 Comuni in controtendenza rispetto alla desertificazione degli istituti bancari. La cooperazione di abitazione ha dato casa a 1 milione di famiglie in 70 anni.  Ai settori tradizionali si aggiungono le nuove frontiere del mutualismo dalle cooperative di comunità, ai workers buyout (ovvero le realtà salvate dal fallimento dai soci che le rilevano) alle comunità energetiche. Sulle cooperative di comunità attendiamo ancora la legge quadro nazionale che armonizzi le normative regionali. È un fenomeno che esalta l’autoimprenditorialità, la cittadinanza attiva delle persone. Una leva fondamentale per ridare vita a 5.500 comuni italiani, il 67% della superficie del paese, dove lo stato arretra e il privato speculativo non progetta investimenti, ma dove le persone hanno bisogno di servizi, di lavoro, di restare sul territorio per contrastare il dissesto idrogeologico, per valorizzare le tradizioni eno-turistico-gastronomiche. I workers buyout che rigenerano le imprese in fallimento dove i lavoratori diventano imprenditori di se stessi. Le comunità energetiche, il nuovo modello di produzione di energia elettrica pulita che fa bene ai conti delle famiglie, delle imprese e soprattutto all’ambiente.  Uno «strumento efficace per promuovere e tutelare anche le fasce più vulnerabili della popolazione, orientando l’economia verso il benessere collettivo e concorrendo a promuovere le condizioni che rendono effettivo il godimento dei diritti fondamentali sanciti dalla Costituzione». Per sintetizzarla come ha scritto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in uno dei passaggi del suo messaggio consegnato alla nostra assemblea.  C’è ancora tanto da fare. Noi ci siamo, per un modello di crescita che, nell’alveo dell’economia sociale italiana ed europea, veda il protagonismo dell’autoimprenditorialità cooperativa che valorizzi persone e territori in un contesto di crescita e di sviluppo ambientale, sociale ed economico sostenibile. 




Per una chiesa in uscita
Giorgio La Pira

Bisogna lasciare – pur restandovi attaccato col fondo dell’anima – l’orto chiuso dell’orazione; bisogna scendere in campo; affinare i propri strumenti di lavoro: riflessione, cultura, parola, lavoro, ecc., altrettanti aratri per arare il campo della nuova fatica, altrettante armi per combattere la nostra battaglia di trasformazione e di amore. Trasfor­mare le strutture errate della città umana; riparare la casa dell’uomo che rovina! Ecco la missione che Dio ci affida! Tu mi dirai: ma è proprio questo il nostro compito? Non potremmo puntare più a fondo sull’orazione? È proprio necessario occuparci di tutto questo vasto complesso di problemi che distraggono l’anima dall’unico necessario? La risposta è precisa: l’orazione non basta; non basta la vita interiore; bisogna che questa vita si costruisca dei ca­nali esterni destinati a farla circolare nella città dell’uomo. Bisogna trasformarla, la società!

Giorgio La Pira in “ La nostra vocazione sociale”, Ave, Roma 2004, pag 43




IL CARCERE. UNA BALENA SPIAGGIATA
Avvenire 3 ottobre 2024

IL CARCERE. UNA BALENA SPIAGGIATA.

Lucia Letizia Finetti (Avvenire 3 ottobre 2024)

 Pubblichiamo la testimonianza di Lucia Letizia Finetti, detenuta in un carcere del Nord Italia. Ha iniziato a raccontarsi qualche anno fa, nell’ambito di un laboratorio di scrittura.

In questo periodo si parla tanto di carcere ma nessuno di quelli che ne discutono sa in realtà il carcere che cos’è: né i garanti dei detenuti, né i volontari né il personale o la penitenziaria che dentro le mura ci vivono. I garanti lavorano su dati e testimonianze ma fra le mura di certo non hanno mai passato le notti, i natali, i ferragosti, e guardato negli angoli oscuri, perché in carcere come non si è liberi di uscire non si è liberi di entrare e andare dove si vuole, sono altri che ti ci portano e mostrano ciò che si vuole mostrare; i volontari non vedono i reparti, le celle, le docce, stanno negli spazi ufficiali. Gli agenti penitenziari sono l’altro lato della barricata, per loro i detenuti sono solo lavoro o, se stressati da anni di reparto, solo “scarti umani” che li inchiodano a un lavoro che non sopportano e che spesso hanno scelto solo per avere uno stipendio fisso e scappare dalla disoccupazione del nostro Meridione.
Quando giungi in carcere dalla vita civile hai l’impressione di trovarti all’inferno e più passano i giorni e più quell’impressione diventa realtà, non parlo di delinquenti abituali morti di fame che qui trovano vitto e alloggio che non hanno fuori, e non pagheranno, perché nullatenenti, il mantenimento perché, quasi nessuno lo sa, ma per stare in carcere si paga: 120 euro al mese che ti vengono sottratti dallo stipendio, se lavori, o ti arrivano da pagare fuori. La giustizia nel nostro Paese è una balena spiaggiata e morente e il carcere ne è la dimostrazione, un sistema punitivo e inutile perché non possiamo pensare di rieducare le persone tenendole chiuse quasi 24 ore su 24 in celle fatiscenti e sovraffollate (io stessa per mesi sono stata in una cella con la muffa alle pareti e dove ci pioveva dentro). Gli psicofarmaci sono la cosa più consumata in galera, molte li usano per passare la carcerazione incoscienti e dormendo, molte sono costrette ad usarli perché il carcere non è solo privazione della libertà (che paradossalmente è la cosa che ti pesa di meno), ma è trovarsi costrette a condividere giorno e notte la cella, spesso piccolissima, con 2 – 3 – 4 – 5 altre persone con cui non hai niente in comune e a volte sono disturbate psichicamente al punto da non poterci dormire la notte, spesso dentro per aggressioni e omicidi, e non sai cosa potrebbero farti mentre dormi; o sono psichicamente non violente ma non si lavano, pisciano nel letto e hanno altre orride abitudini, per non parlare di quelle che rubano oggetti o vestiti, ti diluiscono i detersivi con l’acqua o si fregano la tua spesa. In carcere urla, litigi, crisi sono all’ordine del giorno.
Il carcere è un mondo dove la normalità sparisce; per questo è così destabilizzante per chi ha sempre condotto una vita regolare: l’urbanità non c’è, la civiltà neanche, l’ignoranza e la convinzione che l’unica cosa che conta è la forza e i soldi radono al suolo qualsiasi comunicazione; è un luogo dove tutti fumano come turchi e venderebbero la propria madre per una sigaretta, quando ormai fuori è out da decenni; dove ottieni di più se fai peggio, dove sei costretto a fare la doccia in ciabatte per non beccarti malattie in docce che condividi con 30, 40, 50 persone; dove non vedi per anni una pianta ma solo cemento; dove mangi con piatti di plastica le stesse identiche cose di un vitto monotono, non potendo più mangiare una serie di cibi e bevande che ricordi e vedi solo in TV. Il carcere è alienante, dopo un po’ che ci sei dentro cominci a perdere pezzi di te stessa, dopo aver perso il nome di battesimo all’entrata, qui ci sono solo cognomi. Per prima se ne va la memoria, che risente del clima di insicurezza, precarietà, del rumore e dello stress continuo senza pause; poi cominci a perdere ogni interesse per il mondo esterno, a ciò che accade in quel fuori che non ti appartiene più; se hai qualcuno all’esterno ti struggi nella nostalgia e nella preoccupazione dei tuoi cari, ma pian piano l’esterno si perde e ti sembra di esser nato e cresciuto qui dentro, all’inferno, e che la vita al di fuori sia stata solo un sogno, un sogno perduto che non potrai più coltivare, e tutto ciò che eri, i tuoi interessi e le tue passioni, te stesso, non sia più importante perché è finito qui dentro, in questa cloaca da cui, forse, un giorno potrai uscire, ma che non uscirà più da dentro te stesso e allora è più facile mettersi un sacchetto di plastica in testa, aprire il gas del fornelletto da campeggio della cella e dormire per sempre: ecco che cosa è passato nella testa almeno una volta di chi è stato scagliato nella gehenna. Vi è da stupirsi che ogni giorno qualcuno cerchi di evadere con la morte al proprio assassinio?




Misure alternative al carcere. Si può, si deve, è meglio
A.M.Mira (Avvenire)

Carcere, così le misure alternative prevengono devianze e nuovi reati

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Il ricorso a pene alternative sta diventando sempre più frequente nel nostro Paese. Sono in forte aumento i beneficiari di progetti portati avanti fuori dalle celle, ben 84mila, a fronte di 61mila detenuti. L’ammissione della messa alla prova riguarda in buona misura giovani, italiani, imputati per reati di lieve entità

Antonio Maria Mira (Avvenire 24 agosto 2024)

A fronte di 61mila detenuti in carcere, molti di più, quasi 84mila beneficiano di misure alternative. Un numero in fortissimo aumento. Nel 2012 erano, infatti, solo 25.500 e quindi in dodici anni c’è stato un incremento del 228 per cento. Con risultati sicuramente positivi. Ad esempio, per la misura della sospensione del procedimento con messa alla prova, il numero dei casi è passato da 34.931 del 2020 a 55.534 del 2023, registrando un incremento del 59% (+76% al Sud, +65% al Centro, +48% al Nord). Mentre le revoche della misura sono arrivate appena all’1,8% del totale. Lo scrive il ministero della Giustizia nella Relazione inviata al Parlamento “sull’attuazione delle disposizioni in materia di messa alla prova e di pene sostitutive delle pene detentive, nonché sullo stato generale dell’esecuzione penale esterna”.

Ma chi beneficia di queste misure alternative al carcere? Si tratta di soggetti di giovane età (il 25% degli imputati ha un’età compresa fra i 18 e i 29 anni, il 23% fra i 30 e i 39, il 22% tra 40 e 49 anni, ma c’è anche un 11% di ultrasessantenni), di sesso maschile (85%), di cittadinanza italiana (82%), imputati coinvolti in attività lavorativa non retribuita di tipo socioassistenziale e sociosanitaria (64%). Qui il ministero fa un’importante affermazione: « Dall’analisi dei dati emerge che l’imputato ammesso all’istituto, nella maggior parte dei casi, non è ancora avviato al processo deviante; pertanto, l’ammissione alla messa alla prova, e la conseguente presa in carico da parte degli Uepe (Uffici per l’esecuzione penale esterna, ndr), può effettivamente svolgere una funzione di prevenzione della devianza, prevalentemente nei confronti di persone italiane di giovane età, con un’occupazione stabile e imputate per un reato di lieve entità, frequentemente legato alla violazione del codice della strada». Insomma, non si tratta di criminali ma di persone che il carcere potrebbe far peggiorare. E le misure alternative non sono dunque solo degli “svuota carcere” ma dei provvedimenti per salvare le persone, per recuperarle, come prevede la nostra Costituzione. Particolarmente importanti, proprio in questo senso sono i lavori di pubblica utilità. Attualmente il ministero ha in corso 13 convenzioni nazionali con enti, associazioni e istituzioni che rendono disponibili 2.496 posti. Sono poi stati firmati 18 protocolli nazionali tesi a pervenire localmente alla stipula di convenzioni per lo svolgimento del lavoro di pubblica utilità da parte dei tribunali. Ad oggi le convenzioni stipulate sono ben 11.827, distribuite uniformemente su tutto il territorio nazionale. L’attività riguarda la tutela del patrimonio ambientale, quella del patrimonio culturale, storico e artistico, la promozione della sicurezza stradale, i servizi di supporto in attività socio assistenziali e socio-sanitarie, la Protezione civile, i servizi inerenti a specifiche competenze o professionalità, la manutenzione degli immobili e i servizi pubblici. Con la riforma Cartabia, per la sua applicazione nel 2023 sono stati siglati 38 protocolli operativi. « Il lavoro di pubblica utilità previsto quale pena sostitutiva in caso di condanna a pena detentiva non superiore a tre anni – si legge nella Relazione – sta dando sicuramente buona prova di sé, con un totale di 2.244 condannati che, al 31 marzo 2024, risultavano in carico agli Uepe, registrando un incremento del 50% rispetto al dato riferito al 31 dicembre 2023 (1.503)». A questi vanno poi aggiunti i quasi 9.500 lavori di pubblica utilità per violazioni del Codice della strada (guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti) e quasi 900 per violazioni della legge sugli stupefacenti. Ma i buoni risultati raggiunti non bastano. Così, per il Ministero, «appare di fondamentale importanza proseguire con un rigoroso lavoro sul territorio, mediante la costruzione di accordi e la sottoscrizione di protocolli per l’inclusione sociale delle persone in esecuzione penale esterna, oltre a fortificare l’attività di collaborazione al trattamento penitenziario, al fine di implementare il numero dei detenuti che accedono alle misure alternative». Le soluzioni dunque ci sono, bisogna insistere. È l’invito al Parlamento degli esperti del Ministero.




ANCHE UN ROTTAME HA DIRITTO DI GALLEGGIARE
D.Augusto Fontana

Anche un rottame ha diritto di galleggiare.
Don Augusto Fontana

 Ho sognato di intervistare Lazzaro. Quel marcio rottame d’uomo che, nella Parabola del vangelo di Luca, si nasconde sotto la tavola del ricco stravaccato.
Lo raggiungo, imbarazzato, mentre sta raccogliendo la mollica con cui il signore perbene si è appena pulito le dita impiastricciate di arrosto. Ha una cancrena puzzolente ai piedi. Un bastardino, un po’ pagano come il suo padrone che non è circonciso, sta contendendo la mollica a Lazzaro. Insieme alla mollica lecca la cancrena. Peggio per te, povero Lazzaro, visto che i cani sono considerati animali impuri; così ti becchi anche l’impurità legale e rituale e sarai fuori dai santuari, quelli religiosi e quelli civili. Anche da noi, essere malati è una colpa. Dietro ogni giacca bisunta c’è il sospetto di un vizio. Dietro ogni cravatta c’è l’assunto di una virtù. Rassicurati, però: è tutto da dimostrare!
Incomincio l’intervista.
Telecamera n.1.
Carrellata.
Primo piano sulla cancrena.
Anche le piaghe fanno audience, soprattutto se sponsorizzate da una marca di detersivo: il mercato si è fatto furbo e i programmi sentimental-benefici rendono bene. Le piaghe di Lazzaro commuovono le mamme e fanno vomitare i bambini: gli uni e le altre verseranno l’obolo sul conto corrente 345692 della Banca d’Italia e correranno al Supermarket a comprare “Lava e sbianca”. Il buonismo italiano farà tombola: eleverà lo share di Canale 2, farà piovere sul bagnato delle banche, farà circolare merci e lavoro, metterà a posto la coscienza di mamme e bambini, commuoverà perfino il Papa. E il potere politico si farà perdonare i tagli alla spesa sociale. 

Microfono n.1: «Dunque, Lei si chiama?…»

I miei genitori mi hanno chiamato Eleazaro, ma tutti mi chiamano Lazzaro. Nella mia lingua, il nome Eleazaro significa “Dio aiuta”, ma il nome non mi ha portato fortuna. I miei preti dicono che Dio vuol bene a gente come me. Mah!…

Microfono: «E questo signore che La tollera sotto la tavola, come si chiama»?

Boh! Siete tutti uguali. Sembrate nati tutti dalla stessa p……………Credo che neanche Dio vi chiami più per nome. Del resto anche sui vostri giornali pubblicate solo i volti delle vittime; mai quelli dei mandanti. I responsabili restano, purtroppo, sempre senza nome. Forse perchè ciascuno possa mettere il proprio nome.

Microfono: «Ma voi quanti siete, in questo paese»?

In Europa 94,6 milioni di persone vivono sulla soglia di povertà e soffrono di importanti privazioni materiali e sociali, in Italia sono 13,4 milioni le persone che vivono in condizioni di povertà o esclusione sociale, il 22,8 % della popolazione. C’è chi sta meglio di me. Nel nostro Paese sono circa 3 milioni le persone che pur lavorando sono povere e non riescono a vivere in modo dignitoso:  guadagnano poco più di 950 euro al mese. Voi giornalisti dite che è cresciuta la ricchezza nazionale, ma dimenticate di dire che è cresciuta anche la povertà. E’ cresciuto il reddito medio, ma non contemporaneamente la redistribuzione della ricchezza. In tutte le manovre finanziarie recenti, con un taglietto di qua e uno di là, è andata a finire che nel 2023 le famiglie in povertà assoluta si attestano all’8,5% del totale delle famiglie.

Microfono: «Mi consenta: Lei esagera i dati. Io giro per il mondo, leggo, ma gente come Lei è rara come le mosche bianche, almeno da noi».

– La gente come me va scoperta. Noi facciamo notizia solo quando un disoccupato si ammazza, un anziano uccide il suo usuraio, un negro vi stupra una donna, un profugo violenta i vostri confini o quando facciamo rissa tra noi. Venga con me, mi segua.

Stop alla telecamera.

Ci muoviamo verso Ebron al ritmo esasperatamente lento delle sue due stampelle. Il tempo non è più mio. E’ suo. La valle di Ebron è vicina. Lui conosce tutti: Meraiot piccolo delinquente, Cassub handicappato fisico, Abdia tossicodipendente, Idutun che ha infettato mezzo mondo non si sa come, Akkub il matto,  Maaca la prostituta decadente, Talmon vecchio vedovo senza parenti, Lidia immigrata, Arad il nomade, Sallum barbone senza fissa dimora come Lazzaro, Semaia ex carcerato fratello di altri tre carcerati, Codes madre nubile, Ibnia alcolizzato, Adaia malato semiparalizzato, Mesullam schiavo per pagare gli usurai, Malchia disoccupato, Galal profugo di guerra da Gaza.  L’occhio impudico della telecamera guardona ha stuprato le dignità di tutti.

Novantacinque milioni in Europa e più di sette milioni in Italia…divisi in categorie per la gioia dei sociologi. Siamo diventati numeri, statistiche, grafici, percentuali, tavole rotonde. Ma se non ci fosse la mollica di quel ricco seduto a tavola, non saprei come campare.

Microfono n. 1: «Esprima un desiderio»!

Prima di tutto desidererei diventare come quel ricco seduto a tavola  con te. Non mi basta più il diritto di mangiare le briciole. Voglio il mio diritto di sedere a tavola. Poi desidererei che cercaste di capire perchè siamo diventati così. Cercate di fare di meno e di capire di più. Tu, per esempio, non mi hai chiesto perchè sono ridotto in queste condizioni. O credi che sia io l’unico responsabile dei miei guai? O forse credi al destino? Non ti sei mai chiesto perchè il sottosviluppo galoppa nonostante la tua Chiesa cattolica mandi circa 60.000.000 euro all’anno alle missioni sparse nel mondo?

(Decisamente sfacciato il tipetto! Questa gente quando prende confidenza va a finire che alza la cresta e si candida a ingrossare le file dei terroristi).

 Stop all’intervista. Brevi convenevoli. Obolo di rito. Fine del sogno, anzi, dell’incubo.

Inizio a mettere ordine alle idee. Lazzaro mi ha suggerito, innanzitutto, di cercare le cause.
Ci provo: crisi del senso della socialità con forti spinte individualistiche; caduta del senso della legalità con inquinamento delle regole di una convivenza ordinata; crisi della partecipazione e della responsabilità con una abdicazione rispetto all’esercizio dei diritti-doveri di cittadinanza; crisi dei partiti e rinascita di aggregazioni lobbistiche, corporative o ad personam; crisi della moralità amministrativa; crisi della moralità economica.

Chiudo gli occhi e amo pensare che quel rottame umano di Eleazaro, in Paradiso galleggerà.




DRAMMA CARCERI, SVUOTARLE ORA
Glauco Giostra (AVVENIRE)

DRAMMA CARCERI SVUOTARLE ORA
Glauco Giostra (AVVENIRE 28 giugno 2024)
Provvedimento non più differibile
I numeri che provengono dal pianeta carcere, anche a volersi fermare a quello dei suicidi, sono agghiaccianti. Ma sono tempi, questi, in cui gli orrori raccontati quotidianamente dai media hanno indotto ad alzare le difese dell’indifferenza per evitare di precipitare nello sconforto. Questi numeri, pur drammatici, sono diventati emotivamente neutri. Se almeno potessero gridare il dolore straziante e il senso di totale abbandono di chi ha deciso di farla finita, se potessero portarci il pianto sommesso della sua disperazione, se ci potessero contagiare la sua angoscia di non poter neppure salutare le poche persone al mondo che piangeranno la sua morte, se ci potessero far vedere i suoi occhi vuoti di futuro e di speranza mentre si toglie la vita – perché non ha più una sola ragione per protrarla – probabilmente ci soffermeremmo con desolazione infinita e con vergogna senza requie su questi numeri.
Allora, forse, coloro che possono fare qualcosa capirebbero che neppure un giorno in più di inerzia sarebbe giustificabile. E fare qualcosa in una situazione di così drammatica emergenza non può consistere nel progettare nuove carceri, nel prevedere ulteriori assunzioni, nell’immaginare trasferimenti di detenuti stranieri. La promessa del domani non può assolvere la colpevole inerzia dell’oggi. Se in un pericoloso tratto di strada si verifica un incidente gravissimo, prima di assicurare che sarà rivista la segnaletica, che verrà rafforzato il guardrail, che sarà imposta una riduzione del traffico, bisogna soccorrere chi, vittima dell’incidente, sta rischiando la vita. Nell’attuale girone penitenziario ogni intervento in grado di rendere meno insopportabile la soffocante e degradante quotidianità carceraria potrebbe risultare prezioso al di là di ogni aspettativa. Ma non c’è dubbio che in questo momento il principale fattore dell’invivibilità detentiva è il sovraffollamento, moltiplicatore esponenziale di tutti i fattori di deprivazione della dignità, che ormai è tornato al livello di quello che poco più di dieci anni fece condannare il nostro Paese dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamento inumano e degradante.
Non è più differibile (da tempo, per la verità) uno strumento di rapido decongestionamento. Un’amnistia e/o un indulto – strumenti ai quali sono stato contrario quando venivano usati come semplici, periodici provvedimenti di “sfioro” del “troppo pieno” penitenziario, non accompagnati da rimedi strutturali che impedissero il puntuale ripresentarsi dell’incivile fenomeno – potrebbero nella drammatica situazione penitenziaria rivelarsi provvidenziali. E sarebbe confortante vedere una volta tanto tutte le forze politiche convergere su soluzioni condivise, tanto più che nessuna di esse può dirsi del tutto esente da responsabilità. Ma, essendo facilissimo immaginare gli allarmistici slogan (“Svuotacarceri, sicurezza a rischio”) con cui si boicotterebbe qualsiasi tentativo in tal senso, almeno si provveda secondo la proposta Giachetti, attualmente in esame (della ripetutamente annunciata iniziativa del ministro Nordio, parleremo quando ad essa il Governo darà disco verde e corsia di urgenza, come avvenne in occasione dell’improcrastinabile introduzione del reato di rave-party): aumento della riduzione di pena per i detenuti che con il loro positivo percorso ne sono già stati o ne saranno dichiarati meritevoli dalla magistratura di sorveglianza. L’atteggiamento negativo sinora espresso al riguardo, non solo dalle forze di maggioranza, non consente ottimismi. La deprimente spiegazione sarebbe che pure in tal caso (come, a maggior ragione, per amnistia e indulto) lo Stato si dimostrerebbe debole. Dunque, piuttosto che ammettere la necessità di porre rimedio ad un proprio errore, lo Stato preferisce che gli venga addebitata una delittuosa condotta omissiva: sì, perché ciò a cui assisteremo durante l’incipiente estate (da sempre stagione insopportabilmente feroce con i detenuti) sarà una raccapricciante progressione del numero di suicidi, che chiamare omicidi colposi non sarà purtroppo forzata metafora.
Ovviamente, qualora si riuscisse a intervenire con provvedimenti di emergenza – almeno per contenere questo insostenibile rosario di suicidi: veri j’accuse, che persone affidate allo Stato gli rivolgono non per averle private della libertà, ma della dignità di uomo – si dovrebbe immediatamente cominciare a ragionare su tutte le provvidenze normative, strutturali e di personale specializzato in grado di evitare il riproporsi di una situazione indegna di un Paese civile, dando preliminarmente risposta ad alcune ineludibili domande. Come mai l’attuale popolazione penitenziaria supera le 60.000 unità nonostante un indice di criminalità decrescente (per restare ai reati più gravi: 300 omicidi all’anno), mentre trent’anni fa la popolazione penitenziaria era di circa 40.000 con una criminalità molto più preoccupante (1.000 omicidi all’anno)? Come mai si è ritenuto di ignorare i già pronti progetti di riforma penitenziaria di cui sono inutilmente ingombri i cassetti ministeriali? Come mai, per contro, gli unici, significativi propositi di intervento normativo in materia riguardano l’abolizione del delitto di tortura (per non privare “i soggetti preposti all’applicazione della legge dello slancio necessario per portare avanti al meglio il loro lavoro”); l’introduzione del reato di rivolta carceraria (“ a tutela dell’ordine pubblico negli istituti penitenziari”); il ridimensionamento in chiave securitaria della funzione rieducativa assegnata alla pena dall’articolo 27 della Carta (perché “l’art 27 della Costituzione è stato il grimaldello culturale di chi ha lentamente eroso la certezza della pena facendo leva su gargarismi garantistici”)? Non sappiamo se temere più il silenzio o le risposte.




Anche per la politica il metodo sinodale
Don Bruno Bignami (Avvenire)

«Il leaderismo fa sempre terra bruciata. Anche per la politica il metodo sinodale»
Marco Iasevoli (Avvenire 23 giugno 2024)

 È iniziato il conto alla rovescia verso la 50esima Settimana sociale di Trieste: il risveglio della partecipazione e l’impegno per la buona politica si candidano a fare da filo rosso tra “laboratori della partecipazione”, “villaggi delle buone pratiche” e “piazze della democrazia. L’appuntamento è dal 3 al 7 luglio. Ad avviare i lavori sarà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Nella domenica conclusiva invece sarà presente papa Francesco che presiederà la celebrazione eucaristica.
Intervista a don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i Problemi sociali e il Lavoro della Cei. È un osservatorio speciale quello di don Bruno Bignami. Un osservatorio sulla politica e sulle istituzioni, alla luce di una “delega” che chiede di dialogare con i decisori pubblici e riflettere sullo stato della salute della democrazia nel Paese. Dall’incrocio tra le due prospettive don Bignami ha dato alle stampe “Dare un’anima alla politica” (Edizioni San Paolo, pp. 142, euro 24).

Don Bruno, la politica vive una crisi espressa da disaffezione e astensionismo: c’è una cura?
La politica domanda partecipazione, che non piove dal cielo. Esige cura e impegno. Per capire cosa c’è che non va potremmo partire da esperienze in crescita come il Terzo settore. Chi si è impegnato in questi anni si è accorto che poteva contribuire al cambiamento sociale, che si poteva migliorare la vita delle persone, che si poteva incidere… Non è avvenuta la stessa cosa in politica, dove il leaderismo, l’autoreferenzialità e le logiche di potere hanno fatto terra bruciata intorno. Molti che si sono avvicinati alla politica sono usciti delusi e scottati. A meno di rassegnarsi a vivere da comparse.

Nel suo libro lei indica la strada della spiritualità e della fraternità: come si traducono nell’agone sociale e politico?
Serve coraggio. Un credente non può fare politica mettendo tra parentesi la fede. Detto altrimenti: il mistero dell’incarnazione e quello pasquale di morte e resurrezione non sono tangenziali alla vita cristiana, ma ne costituiscono il midollo. L’incarnazione comporta la condivisione della storia, la capacità di servire il popolo, di abitare i conflitti. Il mistero pasquale ricorda che non c’è vittoria senza croce. Non c’è bene comune attraverso l’affermazione di sé. Come insegnava il teologo De Lubac, incarnazione, morte e resurrezione dettano il ritmo della spiritualità cristiana in tre tempi: radicamento, distacco e trasfigurazione. Altro che affogare nel dibattito sulla rilevanza o irrilevanza dei cattolici in politica… Lo spirito umano per sbocciare ha bisogno di condizioni che non siano sempre favorevoli.

A Trieste è possibile aspettarsi svolte sul fronte dell’impegno sulla sfera pubblica?
Alla 50esima Settimana Sociale di Trieste si cercherà non solo di tastare i battiti del cuore democratico del nostro Paese, ma si intenderà fare esperienza di partecipazione. Saranno gli oltre mille delegati a tracciare sentieri e percorsi futuri. Serve un di più di ascolto perché ci possa essere una base di proposta. Si può essere fiduciosi…

Tra riforme e questioni sociali e ambientali urgenti non manca lo spazio per uno specifico contributo dei credenti. Manca un metodo?
Sicuramente manca un metodo, ma il Cammino sinodale della Chiesa ha contribuito ad acquisirlo: abbiamo imparato ad ascoltare, a partire dal basso, a esercitarci nel discernimento comunitario, a raggiungere la profondità della conversazione spirituale. Ma non basta. Forse occorre creare luoghi di confronto stabile tra laici sulle grandi questioni sociali del nostro tempo, liberi da ideologie di ritorno. Senza percorsi condivisi è difficile che nascano sogni.

La strada della fraternità come può aiutare anche nel gran caos globale?
Un altro modo per dire la fraternità è la responsabilità circa il bene comune. La Bibbia mostra in Caino e Abele la tragedia della fraternità, che può giungere all’uccisione dell’altro. Il testo sacro non illude. Il samaritano, però, vive la fraternità non tanto di sangue ma per il sangue, ossia per la vita dell’altro. Romano Guardini sosteneva che la democrazia poteva stare in piedi solo sulla fiducia che tutti vogliono davvero il bene comune. Oggi sembra prevalere il sospetto che l’altro cerchi solo il proprio interesse. Si può cambiare paradigma attraverso uno sguardo limpido. Ha ragione papa Francesco: ci salverà la tenerezza, non il potere.

IL LIBRO

Dare un’anima alla politica

Il nuovo lavoro di don Bruno Bignami, “Dare un’anima alla politica” (Edizioni San Paolo, pp.142, euro 24) parte dall’immagine evangelica del lievito, non preoccupato della propria visibilità e tuttavia capace di far fermentare la pasta, simbolo di una presenza allo stesso tempo serena e ferma, pacifica ed efficace. È al lievito che pensa l’autore quando pensa anche oggi, al ruolo dei cristiani in politica. Il libro è diviso in due parti. La prima è fondativa e mostra come il cristianesimo tocca e forma le coscienze. La seconda parte raccoglie alcune testimonianze di vissuto o di pensiero sulla spiritualità in politica: Tina Anselmi, Maria Eletta Martini, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira e David Sassoli “raccontano”, attraverso la loro esperienza in epoche diverse, differenti sfumature del rapporto tra spiritualità cristiana e politica. La prefazione è del cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana.