Lavoro dalle 9 alle 17. Non ho più una vita

31 OTTOBRE 2023

Stati Uniti, lo sfogo di una giovane scatena il dibattito social: “Lavoro dalle 9 alle 17 e non ho più una vita”

“Benvenuta nel mondo degli adulti”, “L’intero sistema è progettato per esaurirti in modo che tu non combatta per cambiarlo”: sono alcuni dei commenti degli utenti

Una 21enne della Carolina del Sud, negli Stati Uniti, ha pubblicato un video su TikTok in cui racconta – in lacrime – dei problemi legati alla gestione del nuovo lavoro.
In particolare, Brielle Asero, questo il nome della ragazza, che si è trasferita in New Jersey, facendo la pendolare verso Manhattan, dice di lavorare dalle 9 alle 17 – a cui si aggiunge un tragitto di un’ora e mezza la mattina e di un’ora e quindici minuti il pomeriggio – e di non avere “tempo per fare nulla, nemmeno per cucinarmi la cena, o le energie per fare sport”. “Sono così triste. Ho paura di non avere tempo per vivere”, aggiunge. Il video è diventato virale e ha scatenato le polemiche sui social.
Le polemiche – Il video di Asero ha collezionato diverse critiche negative: “E gli infermieri che lavorano 7-7 con turni di 12 ore?”, “Benvenuta nel mondo degli adulti”. Ma anche parecchi commenti di supporto: “100000% sì sì sì. L’intero sistema è progettato per esaurirti in modo che tu non combatta per cambiarlo. Non ti lascia nemmeno il tempo per pensare”, “La settimana lavorativa da 40 ore è antiquata ormai, fai bene a sentirti così”.
Dopo le polemiche, la 21enne, laureata in marketing all’Università della Carolina del Sud, ha rilasciato un’intervista a Rolling Stone. “Non mi aspettavo che il video provocasse una tale reazione. Stavo solo cercando di aprire un dibattito sul tema e di essere rispettosa verso le persone che lavorano anche più ore delle mie“, commenta Asero. “Ma gli hater hanno trovato i miei social media personali e li hanno inondati di commenti orribili. Inoltre, alcuni siti di news hanno ripreso il mio video e dipinto i laureati come pigri, il che è tutt’altro che vero“, prosegue la giovane. “La Generazione Z lavora tanto quanto le persone che ci hanno preceduto, con salari più bassi e costi della vita più elevati“, conclude Asero.




Comprano casa e la affittano a una famiglia tunisina costretta a vivere in auto

24 OTTOBRE 2023 09:01

Padova, comprano casa e la affittano a una famiglia tunisina costretta a vivere in auto

Una coppia italiana ha deciso di aiutare Asma e Nadir che erano costretti a dormire in macchina con i figli di 4 anni e 10 mesi perché nessuno voleva affittare un appartamento.
Una famiglia italiana che vive in provincia di Padova, e che vuole restare anonima, ha deciso di comprare una casa per poi affittarla a una coppia e ai loro due figli.
A beneficiare dell’appartamento sono Asma e Nadir, di origine tunisina, e i loro due piccoli, uno di 4 anni e l’altro di 10 mesi, che fino ad ora erano stati costretti a dormire e vivere in macchina. Nonostante Nadir, 35 anni, lavori come muratore e abbia uno stipendio, non erano riusciti a trovare un tetto sotto al quale abitare, a causa dei costi elevati ma anche a causa della diffidenza di molti per il fato di essere stranieri.
La storia è stata raccontata dal Corriere Veneto. Nadir ha 35 anni e sua moglie Asma ne ha 24. Lui ha uno stipendio dignitoso ma ogni sera con la macchina sono costretti a cercare una via tranquilla in giro per Padova, parcheggiare l’auto e trascorrere lì la notte, con i bambini. Perché trovare una casa in affitto sembrava impossibile. “Abbiamo fatto il giro delle agenzie immobiliari ma appena i proprietari scoprono che siamo stranieri, l’appartamento non è più disponibile“, ha spiegato la coppia. Era stata Asma, nei giorni scorsi, a lanciare un vero e proprio appello tramite i giornali nel tentativo di riuscire finalmente a trovare una soluzione:  “Basterebbe anche una stanza con un bagno, siamo stati sempre puntuali con i pagamenti, mai uno sfratto. Possiamo anche pagare 700 euro di affitto, mio marito ha un contratto a tempo indeterminato e forniamo tutte le garanzie necessarie. L’importante è dare un tetto ai nostri bambini. Nessuno però sembra fidarsi di noi perché siamo stranieri“, aveva aggiunto la donna nel suo racconto.
Il primo effetto era stato quello di ricevere una proposta da un giovane padovano, che si era reso disponibile a pagare alla famiglia tunisina qualche notte in albergo. Un gesto bellissimo e importantissimo per Asma e Nadir, ma ovviamente questa è stata una soluzione temporanea e non una soluzione definitiva. “Ogni famiglia ha diritto ad avere una casa, noi non l’abbiamo mai chiesta gratis, perché il lavoro ci dà la dignità di pagare un affitto“, aveva aggiunto ancora Asma.
La coppia tunisina aveva anche provato a rivolgersi al Comune, chiedendo un alloggio. Ma il sindaco Martina Rocchio non era riuscita ad aiutarli perché le residenze dell’Ater sono assegnate alle famiglie per anni. Insomma non c’erano case disponibile e l’unica soluzione sarebbe stato trovare un privato disponibile ad affittare loro una casa, aveva spiegato il sindaco. E così è stato.
Pochi giorni fa, infatti, la famiglia tunisina ha ricevuto una telefonata: “Compreremo una casa per voi. Nessuna famiglia dovrebbe vivere in macchina“, ha detto una coppia italiana, che risiede nel Padovano, e che ha subito incontrato Nadir e gli altri. E non è finita qui: le due famiglie si sono incontrate e conosciute e trascorreranno assieme qualche giorno: quella italiana, infatti, ha offerto una stanza e un bagno a quella tunisina, in attesa che possano trasferirsi nella casa comprata e per cui Nadir potrà regolarmente pagare l’affitto.
Ci hanno spiegato che appena hanno letto sul giornale che dei bambini piccoli dormivano con i genitori in auto, hanno avuto subito il desiderio di aiutarci. Questa famiglia italiana ha dimostrato tanta umanità, siamo senza parole e mi viene solo da rivolgere un grande grazie a queste meravigliose persone“, ha concluso Asma, pronta ad avere un tetto sotto il quale vivere con suo marito e i suoi due figli.




«Bisogna fermare la violenza, subito»

APPELLO UNITARIO DI 40 ORGANIZZAZIONI DELLA SOCIETÀ CIVILE
«Bisogna fermare la violenza, subito»
Piena condanna del terrorismo e delle ritorsioni sui civili a Gaza. «L’obiettivo è due popoli, due Stati»
LUCA LIVERANI. (AVVENIRE 12 ottobre 2023)




Lavoro: 4 giorni bastano. In Germania ci si prova.

Lavoro, 4 giorni bastano. In Germania ci si prova.
Per la Ig Metall la settimana corta va adottata ufficialmente. E a Berlino già si prova. La confindustria fa resistenza.
Sebastiano Canetta (IL MANIFESTO 24 settembre 2023)

Da ipotesi teorica a proposta concreta, con la sperimentazione pratica nelle imprese partita già 3 giorni fa. La Germania accende la settimana lavorativa di 4 giorni non più solamente come dibattito politico, dopo che Ig Metall, il maggiore sindacato europeo, ha proposto di adottarla ufficialmente per «incentivare i lavoratori rendendoli più produttivi e attrarre nel mondo del lavoro persone non più disposte a lavorare ai ritmi attuali». Succede nel primo Paese europeo per abitanti ed economia, in piena recessione, con il made in Germany che chiede 400 mila immigrati all’anno per riempire le catene di montaggio e le ore lavorate ampiamente sotto la media Ocse: i tedeschi faticano in media 1.349 ore all’anno contro le 1.872 dei greci.
EPPURE NON È un paradosso, come evidenzia l’emittente statale Deutsche Welle che ospita la discussione di interesse pubblico dando ampio risalto ai «risultati positivi» dei progetti pilota organizzati dall’Ong neozelandese 4 Day Week Global con la collaborazione di oltre 500 aziende in tutto il mondo, tra cui spicca proprio la Germania. Giovedì scorso a Berlino è stato lanciato il programma per la settimana lavorativa di 4 giorni su base volontaria che invita le imprese a candidarsi per il periodo di prova di sei mesi. Il piano è gestito dall’agenzia di consulenza tedesca Intreprenör in partnership con 4Dwg.
Sempre sulla tv pubblica emerge il parallelo sondaggio fra i lavoratori della Fondazione Hans-Böckler: restituisce il 73% a favore della settimana corta a retribuzione invariata mentre l’8% accetterebbe anche meno soldi in busta paga. Solo il 17% si dice contrario a priori a qualsiasi calo delle ore di lavoro.
Ig Metall, a scanso di equivoci, spegne gli appetiti imprenditoriali su eventuali trattative al ribasso chiedendo l’aumento di stipendio dell’8,5% insieme ai 4 giorni lavorativi. Piattaforma già pronta in Nordreno-Vestfalia e nel Land di Brema dove il prossimo novembre si aprirà la vertenza che coinvolge tutti i 68 mila metalmeccanici del Nord-Ovest della Germania. «Intanto vogliamo abbassare subito l’orario di lavoro a 32 ore settimanali con la compensazione salariale completa. Così sarà già possibile applicare la settimana di 4 giorni in molte aree» è il ragionamento del sindacato.
BOLLATA COME pericolosa «utopia» dalla confindustria locale guidata da Cornelius Neumann-Redlin, convinto al contrario che «la riduzione delle ore lavorative non è la risposta adeguata alle sfide del nostro tempo. I baby-boomer stanno andando in pensione, quindi in futuro dovremo lavorare di più e più a lungo per mantenere intatta l’attuale prosperità».
Il dibattito sulla Deutsche Welle si concentra anche sulle statistiche Ocse tali da far apparire paradossale la proposta del sindacato. La domanda ironica è: «Noi tedeschi siamo pigri?». A rispondere è Enzo Weber, giovane economista dell’Istituto per la ricerca sull’occupazione di Norimberga e professore all’Università di Regensburg. «Il tasso di partecipazione alla forza lavoro delle donne tedesche è significativamente più alto degli altri paesi, però metà delle donne lavorano a tempo parziale abbassando così la media annuale pro capite. I tedeschi non lavorano certo poco. Anche se i vecchi giorni di gloria della Germania come sbuffante potenza produttiva sono tramontati da tempo». Piuttosto il calo di produttività tedesca si deve alla crisi energetica: «Le ore lavorate in totale rimangono stabili ma la produzione si riduce a causa dei maggiori costi del Kilowattora».
I LAVORATORI DUNQUE non c’entrano, sottolineano alla Ig Metall preparandosi al nuovo corso con Christiane Benner, impegnata nella cruciale ristrutturazione dell’industria automobilistica nazionale e decisa ad «avere voce in capitolo anche con Tesla» che possiede la Gigafactory alle porte di Berlino. A fine ottobre Benner diventerà la prima donna a capo del sindacato. Si dovrà confrontare con gli industriali ben più riottosi dei piccoli imprenditori. «La settimana di 4 giorni potrebbe rendere più attraenti le imprese artigiane per i lavoratori qualificati» riassume Jörg Dittrich, presidente della federazione degli artigiani e delle piccole aziende.




Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato

Messaggio di Papa Francesco per la celebrazione della Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato
(1° settembre 2023)

Cari fratelli e sorelle!

“Che scorrano la giustizia e la pace” è quest’anno il tema del Tempo ecumenico del Creato, ispirato dalle parole del profeta Amos: «Come le acque scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (5,24).
Questa espressiva immagine di Amos ci dice quello che Dio desidera. Dio vuole che regni la giustizia, che è essenziale per la nostra vita di figli a immagine di Dio come l’acqua lo è per la nostra sopravvivenza fisica. Questa giustizia deve emergere laddove è necessaria, non nascondersi troppo in profondità o svanire come acqua che evapora, prima di poterci sostenere. Dio vuole che ciascuno cerchi di essere giusto in ogni situazione, che si sforzi sempre di vivere secondo le sue leggi e di rendere quindi possibile alla vita di fiorire in pienezza. Quando cerchiamo prima di tutto il regno di Dio (cfr Mt 6,33), mantenendo una giusta relazione con Dio, l’umanità e la natura, allora la giustizia e la pace possono scorrere, come una corrente inesauribile di acqua pura, nutrendo l’umanità e tutte le creature.
Nel luglio 2022, in una bella giornata estiva, ho meditato su questi argomenti durante il mio pellegrinaggio sulle sponde del Lago Sant’Anna, nella provincia di Alberta, in Canada. Quel lago è stato ed è un luogo di pellegrinaggio per molte generazioni di indigeni. Come ho detto in quell’occasione, accompagnato dal suono dei tamburi: «Quanti cuori sono giunti qui desiderosi e ansimanti, gravati dai pesi della vita, e presso queste acque hanno trovato la consolazione e la forza per andare avanti! Anche qui, immersi nel creato, c’è un altro battito che possiamo ascoltare, quello materno della terra. E così come il battito dei bimbi, fin dal grembo, è in armonia con quello delle madri, così per crescere da esseri umani abbiamo bisogno di cadenzare i ritmi della vita a quelli della creazione che ci dà vita».[1]
In questo Tempo del Creato, soffermiamoci su questi battiti del cuore: il nostro, quello delle nostre madri e delle nostre nonne, il battito del cuore creato e del cuore di Dio. Oggi essi non sono in armonia, non battono insieme nella giustizia e nella pace. A troppi viene impedito di abbeverarsi a questo fiume possente. Ascoltiamo pertanto l’appello a stare a fianco delle vittime dell’ingiustizia ambientale e climatica, e a porre fine a questa insensata guerra al creato.
Vediamo gli effetti di questa guerra in tanti fiumi che si stanno prosciugando. «I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi», ha affermato una volta Benedetto XVI.[2] Il consumismo rapace, alimentato da cuori egoisti, sta stravolgendo il ciclo dell’acqua del pianeta. L’uso sfrenato di combustibili fossili e l’abbattimento delle foreste stanno creando un innalzamento delle temperature e provocando gravi siccità. Spaventose carenze idriche affliggono sempre più le nostre abitazioni, dalle piccole comunità rurali alle grandi metropoli. Inoltre, industrie predatorie stanno esaurendo e inquinando le nostre fonti di acqua potabile con pratiche estreme come la fratturazione idraulica per l’estrazione di petrolio e gas, i progetti di mega-estrazione incontrollata e l’allevamento intensivo di animali. “Sorella acqua”, come la chiama San Francesco, viene saccheggiata e trasformata in «merce soggetta alle leggi del mercato» (Enc. Laudato si’, 30).
Il Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (IPCC) afferma che un’azione urgente per il clima può garantirci di non perdere l’occasione di creare un mondo più sostenibile e giusto. Possiamo, dobbiamo evitare che si verifichino le conseguenze peggiori. «È molto quello che si può fare!» (ibid., 180), se, come tanti ruscelli e torrenti, alla fine insieme confluiamo in un fiume potente per irrigare la vita del nostro meraviglioso pianeta e della nostra famiglia umana per le generazioni a venire. Uniamo le nostre mani e compiamo passi coraggiosi affinché la giustizia e la pace scorrano in tutta la Terra.
Come possiamo contribuire al fiume potente della giustizia e della pace in questo Tempo del Creato? Cosa possiamo fare noi, soprattutto come Chiese cristiane, per risanare la nostra casa comune in modo che torni a pullulare di vita? Dobbiamo decidere di trasformare i nostri cuori, i nostri stili di vita e le politiche pubbliche che governano le nostre società.
Per prima cosa, contribuiamo a questo fiume potente trasformando i nostri cuori. È essenziale se si vuole iniziare qualsiasi altra trasformazione. È la “conversione ecologica” che San Giovanni Paolo II ci ha esortato a compiere: il rinnovamento del nostro rapporto con il creato, affinché non lo consideriamo più come oggetto da sfruttare, ma al contrario lo custodiamo come dono sacro del Creatore. Rendiamoci conto, poi, che un approccio d’insieme richiede di praticare il rispetto ecologico su quattro vie: verso Dio, verso i nostri simili di oggi e di domani, verso tutta la natura e verso noi stessi.
Quanto alla prima di queste dimensioni, Benedetto XVI ha individuato un’urgente necessità di comprendere che Creazione e Redenzione sono inseparabili: «Il Redentore è il Creatore e se noi non annunciamo Dio in questa sua totale grandezza – di Creatore e di Redentore – togliamo valore anche alla Redenzione»[3]. La creazione si riferisce al misterioso e magnifico atto di Dio di creare questo maestoso e bellissimo pianeta e questo universo dal nulla, e anche al risultato di quell’azione, tuttora in corso, che sperimentiamo come un dono inesauribile. Durante la liturgia e la preghiera personale nella «grande cattedrale del creato»[4], ricordiamo il Grande Artista che crea tanta bellezza e riflettiamo sul mistero della scelta amorosa di creare il cosmo.
In secondo luogo, contribuiamo al flusso di questo potente fiume trasformando i nostri stili di vita. Partendo dalla grata ammirazione del Creatore e del creato, pentiamoci dei nostri “peccati ecologici”, come avverte il mio fratello, il Patriarca Ecumenico Bartolomeo. Questi peccati danneggiano il mondo naturale e anche i nostri fratelli e le nostre sorelle. Con l’aiuto della grazia di Dio, adottiamo stili di vita con meno sprechi e meno consumi inutili, soprattutto laddove i processi di produzione sono tossici e insostenibili. Cerchiamo di essere il più possibile attenti alle nostre abitudini e scelte economiche, così che tutti possano stare meglio: i nostri simili, ovunque si trovino, e anche i figli dei nostri figli. Collaboriamo alla continua creazione di Dio attraverso scelte positive: facendo un uso il più moderato possibile delle risorse, praticando una gioiosa sobrietà, smaltendo e riciclando i rifiuti e ricorrendo ai prodotti e ai servizi sempre più disponibili che sono ecologicamente e socialmente responsabili.
Infine, affinché il potente fiume continui a scorrere, dobbiamo trasformare le politiche pubbliche che governano le nostre società e modellano la vita dei giovani di oggi e di domani. Politiche economiche che favoriscono per pochi ricchezze scandalose e per molti condizioni di degrado decretano la fine della pace e della giustizia. È ovvio che le Nazioni più ricche hanno accumulato un “debito ecologico” (Laudato si’, 51).[5] I leader mondiali presenti al vertice COP28, in programma a Dubai dal 30 novembre al 12 dicembre di quest’anno, devono ascoltare la scienza e iniziare una transizione rapida ed equa per porre fine all’era dei combustibili fossili. Secondo gli impegni dell’Accordo di Parigi per frenare il rischio del riscaldamento globale, è un controsenso consentire la continua esplorazione ed espansione delle infrastrutture per i combustibili fossili. Alziamo la voce per fermare questa ingiustizia verso i poveri e verso i nostri figli, che subiranno gli impatti peggiori del cambiamento climatico. Faccio appello a tutte le persone di buona volontà affinché agiscano in base a questi orientamenti sulla società e sulla natura.
Un’altra prospettiva parallela è specifica dell’impegno della Chiesa cattolica per la sinodalità. Quest’anno, la chiusura del Tempo del Creato, il 4 ottobre, festa di San Francesco, coinciderà con l’apertura del Sinodo sulla Sinodalità. Come i fiumi che sono alimentati da mille minuscoli ruscelli e torrenti più grandi, il processo sinodale iniziato nell’ottobre 2021 invita tutte le componenti, a livello personale e comunitario, a convergere in un fiume maestoso di riflessione e rinnovamento. Tutto il Popolo di Dio viene accolto in un coinvolgente cammino di dialogo e conversione sinodale.
Allo stesso modo, come un bacino fluviale con i suoi tanti affluenti grandi e piccoli, la Chiesa è una comunione di innumerevoli Chiese locali, comunità religiose e associazioni che si alimentano della stessa acqua. Ogni sorgente aggiunge il suo contributo unico e insostituibile, finché tutte confluiscono nel vasto oceano dell’amore misericordioso di Dio. Come un fiume è fonte di vita per l’ambiente che lo circonda, così la nostra Chiesa sinodale dev’essere fonte di vita per la casa comune e per tutti coloro che vi abitano. E come un fiume dà vita a ogni sorta di specie animale e vegetale, così una Chiesa sinodale deve dare vita seminando giustizia e pace in ogni luogo che raggiunge.
Nel luglio 2022 in Canada, ho ricordato il Mare di Galilea dove Gesù ha guarito e consolato tanta gente, e dove ha proclamato “una rivoluzione d’amore”. Ho appreso che il Lago Sant’Anna è anche un luogo di guarigione, consolazione e amore, un luogo che «ci ricorda che la fraternità è vera se unisce i distanti, che il messaggio di unità che il Cielo invia in terra non teme le differenze e ci invita alla comunione, alla comunione delle differenze, per ripartire insieme, perché tutti – tutti! – siamo pellegrini in cammino»[6].
In questo Tempo del Creato, come seguaci di Cristo nel nostro comune cammino sinodale, viviamo, lavoriamo e preghiamo perché la nostra casa comune abbondi nuovamente di vita. Lo Spirito Santo aleggi ancora sulle acque e ci guidi a «rinnovare la faccia della terra» (cfr Sal 104,30).
Roma, San Giovanni in Laterano, 13 maggio 2023
FRANCESCO


[1] Omelia presso il Lago S. Anna, Canada, 26 luglio 2022.
[2]  Omelia in occasione del solenne inizio del ministero petrino, 24 aprile 2005.
[3]  Conversazione nella Cattedrale di Bressanone, 6 agosto 2008.
[4]  Messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, 21 luglio 2022.
[5]  «C’è infatti un vero “debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi» (Laudato si’, 51).
[6]  Omelia presso il Lago S. Anna, Canada, 26 luglio 2022.

 




Papà,troppo lavoro
M.Patriciello (AVVENIRE)

Il caso. «Papà, perché hai sacrificato la famiglia al lavoro?»
Maurizio Patriciello  (Avvenire 14 agosto 2023)
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/quando-il-lavoro-ruba-la-vita-e-soffoca-la-famiglia

Il rimprovero dei figli al funerale del padre, l’imprenditore morto sotto le forme di Grana nella sua azienda per un incidente. Perché si mortificano gli affetti più cari convinti di fare il loro bene.

Giacomo Chiapparini, 74 anni, è morto il 6 agosto nella sua azienda casearia nella Bergamasca, schiacciato sotto il peso delle forme di Grana. Una morte orribile dopo una vita passata a lavorare. Lascia agli eredi un patrimonio imprenditoriale da fare invidia. Giorno del funerale. Come spesso accade, i figli gli rivolgono un pensiero in chiesa. In genere, in queste occasioni, del defunto vengono esaltati i pregi e attenuati i difetti. Va bene lo stesso. I figli di Giacomo, invece, decidono di essere onesti con sé stessi, con il padre, con i presenti. La loro confessione commuove e fa riflettere: «Quante volte, papà, abbiamo sperato che rallentassi la tua corsa nella vita e quindi potesse rallentare anche la nostra, così da vedere cosa c’era fuori dal finestrino…». Triste. È proprio vero, tra i valori da perseguire nella vita l’equilibrio è ai primi posti. Le passioni, come una sorta di calamita, ci attraggono, e chi ne avverte il fascino obbedisce, ottenendo non poche volte ottimi risultati. Basti pensare al mondo della musica, della pittura, del cinema, della scienza o degli affari. Senza il canto di questa ammaliante sirena, niente di veramente grande è stato realizzato.
Il protagonista di un successo, però, è pur sempre un essere umano, che s’innamora, si sposa, mette su famiglia. La famiglia tenti di cacciarla dalla porta, la ritrovi alla finestra. La “tua” famiglia, verso la quale hai doveri che non puoi delegare a nessuno. Per quanto ci si dia da fare, nulla può sostituire adeguatamente la famiglia. Nessuna governante, nessun pedagogo può prendere il posto dei genitori. C’è nel rapporto genitori-figli una sorta d’intreccio tra amore ed egoismo. Da questo strano amalgama, adeguatamente equilibrato, viene fuori un rapporto sereno, concreto, fatto di gesti, di parole, di decisioni prese insieme. Ovviamente, non sempre l’equilibrio è equilibrato, accade che una parte prenda il sopravvento. Ed è allora che deve subentrare la forza dell’intelligenza e della volontà. Quando non lavori alle dipendenze di qualcuno, ma tutto dipende da te, gli affari vanno bene, l’azienda cresce, gli operai obbediscono, i mercati si allargano, il rischio di essere risucchiato nel vortice degli affari è forte.
È il caso di Giacomo, gran lavoratore, determinato, in gamba, intelligente. Eppure qualcosa non torna. Giacomo, nello scorrere degli anni, non si accorge che il successo ottenuto gli presenta un conto salatissimo, gli porta via tanto tempo prezioso, quello stesso tempo che avrebbe dovuto dedicare a sé stesso e ai figli. Il lavoro che ama lo assorbe e lo seduce totalmente. In buona fede, si convince di sgobbare da mattina a sera per loro. Li farà eredi di un patrimonio, il denaro accumulato renderà loro la vita più facile in questo mondo dal domani sempre incerto. La realtà, però, è diversa, ma Giacomo non se ne accorge.
C’è un tempo per ogni cosa. Ci sono malattie – pensate alla poliomielite – che, una volta contratte, anche dopo la guarigione lasciano segni permanenti. Ci sono, altresì, malattie invisibili ma non meno dolorose i cui sintomi corrono il rischio di passare inosservati. Bambini, ragazzi, giovani che chiedono di essere ascoltati, abbracciati, coccolati. Di giocare con il papà, la mamma, progettare e andare in vacanza con loro, non con la nonna; o, almeno, non solo con la nonna. Beati quei genitori che sanno mettere insieme i diritti dei figli con i loro doveri. Benedetti coloro che sanno dire basta al momento giusto. Se un padre disoccupato è una disgrazia, un padre che al lavoro sacrifica tutta la giornata non lo è da meno. Sta dimenticando che il tempo che scorre via veloce altro non è che la sua stessa vita, dalla quale dipende la vita, la serenità, la felicità dei figli.
Impariamo dal fornaio. Per ottenere un buon pezzo di pane deve pesare con accuratezza le dosi di farina, sale, acqua, lievito. E fare attenzione ai tempi di cottura. Non è proprio facile, ma è possibile.




Carceri, idee e progetti ci sono
G.Giostra (Avvenire)

LA PRIVAZIONE DELLA DIGNITÀ
Glauco Giostra (AVVENIRE 18 agosto 2023)
https://avvenire-ita.newsmemory.com/?token=09c8d1eb14086cf29f0ec54cb1e4f388_63033edf_5eca5
Carceri, idee e progetti ci sono.
Questo articolo uscirà probabilmente fuori tempo massimo. La permanenza dell’attenzione mediatica, politica e sociale sulla questione penitenziaria è generalmente di un paio di giorni per ogni suicidio in carcere (arriva ad una settimana per ogni evasione, solo perché è fatto che ingenera allarme sociale). Poi, con inconfessabile sollievo, tutto torna nel buco nero della rimozione collettiva, senza scrupoli eccessivi, perché rispetto alle vittime di altri drammi umanitari i detenuti pagano per loro colpe. Si potrebbe far osservare che la pena per la commissione di reati consiste nella privazione della libertà, non della dignità e della speranza: ma alle persone civili la precisazione suonerebbe giustamente come un’ovvietà; alle altre, come un buonismo insopportabile.
Il più grande desiderio sarebbe che le successive righe non recuperino mai attualità; l’angosciante certezza è che la ritroveranno presto, e per molto tempo ancora. Basta lasciar parlare i fatti: i fatti sono argomenti testardi.
A dieci anni di distanza dalla sentenza (Torreggiani contro Italia) con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato il nostro Paese per aver violato l’art. 3 della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo (Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti), la situazione nelle nostre carceri è raccontata da questi dati.
Nel 2022, è stato toccato il numero più alto di suicidi, 85. Nei primi otto mesi dell’anno già è stata raggiunta la cifra di 47, e non sempre in questo raccapricciante computo sono compresi coloro che si sono lasciati morire di fame e di sete nel disinteresse generale. Centinaia i tentativi di suicidio sventati dalla polizia penitenziaria. Un quinto della popolazione carceraria si è abbandona a gesti di autolesionismo, quasi la metà fa uso di psicofarmaci; solo nello scorso anno, in più di 4.500 casi la magistratura ha riconosciuto che i detenuti hanno subito un trattamento inumano e degradante. Fuori dal carcere poi, ci sono più di 90.000 cosiddetti liberi
sospesi, cioè condannati che attendono per anni di sapere se dovranno scontare la pena in carcere.
Una situazione drammatica, ad eziologia complessa. Alcune tra le principali cause: magistratura di sorveglianza e polizia penitenziaria sotto organico; personale psicopedagogico praticamente assente; strutture spesso fatiscenti, sempre inadeguate; limiti normativi alla funzione risocializzativa della pena; ipercriminalizzazione e risposta carcerocentrica al reato; soprattutto, grave carenza di opportunità formative e lavorative. A quest’ultimo proposito, merita di essere segnalato, in termini di sicurezza sociale, come secondo recenti dati forniti dal Cnel, in Italia il tasso di recidiva medio è del 68,7%; ma scende al 2% per i detenuti che hanno un contratto di lavoro.

Si può dunque dissentire sui fattori patogeni o sul loro coefficiente di incidenza, non sulla diagnosi: una diagnosi di drammatica gravità che era già contenuta nella autorevoli parole del Presidente Mattarella in occasione del suo secondo insediamento: « Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale del detenuto. Questa è anche la migliore garanzia di sicurezza». Implicito, ma inequivoco il referto: lo stato delle nostre carceri è quello di un Paese senza dignità.
Le responsabilità non sono certo – se non per i dieci mesi di inerzia – di questo Governo, ma le prospettive ci sembrano sconsolanti. Probabilmente è colpa nostra se non riusciamo a farci coinvolgere dall’ottimismo del vicepresidente del Senato, onorevole Gasparri, secondo cui: « Basta applicare le leggi che ci sono. Nordio, ci vuole un minuto per avviare questo percorso. Non bisogna nemmeno fare norme nuove».
Il ministro della Giustizia ritiene, invece, che ci voglia più di un minuto e da tempo ormai allude alla necessità di interventi diversificati, ma sono intenzioni ancora di una vaghezza disarmante, a parte l’idea di utilizzare come carceri le caserme dismesse. Idea che, a tacer d’altro, sembra ridurre il dramma carcerario a un problema di capienza architettonica. Così però non è, se si pensa che al tempo della sentenza Torreggiani con un tasso di sovraffollamento che raggiungeva quasi il 150% i suicidi erano 69 all’anno, mentre nel 2022, con un tasso pari all’incirca al 120%, sono saliti a 85.
Restiamo, ancora una volta, ai fatti. Chiusi nei cassetti ministeriali ci sono la miniera di analisi, di progetti, di soluzioni operative lasciata dagli Stati generali dell’esecuzione penale che hanno visto coinvolte ideologie, professionalità ed esperienze diverse; la riforma penitenziaria elaborata dalla Commissione nominata dall’allora Guardasigilli Orlando; le indicazioni fornite dal Gruppo di lavoro istituito dall’ex ministra Cartabia per l’innovazione del sistema penitenziario. Possibile che in questa copiosissima riserva di proposte già normativamente elaborate non vi sia nulla da recuperare per una nuova iniziativa legislativa?
Gli unici disegni di legge in materia sono quelli volti a ridimensionare la funzione rieducativa della pena sancita dall’art. 27 della Costituzione e ad abolire il reato di tortura.




La lunga estate nelle carceri italiane.
AVVENIRE

Dietro le sbarre
La lunga estate nelle carceri italiane. Il lavoro? Resta ancora un miraggio
Fulvio Fulvi (AVVENIRE 6 agosto 2023)
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Continuano, dietro le sbarre, i suicidi, le aggressioni agli agenti, le rivolte, gli scioperi della fame. Le carceri sovraffollate, insalubri e quindi “insicure” per chi ci abita, sono un’emergenza nel nostro Paese. E lo diventano ancora di più nel mese di agosto, quando nelle celle si scoppia dal caldo, il personale di sorveglianza si riduce a causa delle ferie estive e vengono sospese le attività ludiche e formative che nel resto dell’anno aiutano i reclusi ad allontanarsi dall’inedia e dalla solitudine, potenziali malattie mortali.
Sovraffollamento e organici insufficienti: due questioni che si trascinano da anni ma che rimangono inevase nonostante gli allarmi e le continue denunce di chi è impegnato nella tutela dei diritti delle persone private della libertà e dei lavoratori del settore. Perché il carcere, in Italia, è un “pianeta dimenticato”. Eppure i numeri parlano chiaro: alla data del 31 luglio, nei 189 istituti di pena per adulti presenti sul territorio nazionale, i detenuti erano 57.749 (2.510 donne e 18.044 stranieri), cioè oltre 10mila in più rispetto alla capienza regolamentare, con un tasso medio di sovraffollamento pari al 119%. E fa riflettere anche che tra quelli costretti a vivere “dentro”, solo 42.918 devono scontare una pena definitiva mentre il resto è in attesa di un primo giudizio (7.946), di una sentenza di appello o dell’esito di un ricorso (5.897). Risulta largamente insufficiente, poi, l’applicazione delle misure alternative alla detenzione (affidamento in prova ai servizi sociali, arresti domiciliari, semilibertà) che invece consentirebbero uno sfoltimento delle presenze all’interno delle strutture. Vite inafferrabili, quelle dei detenuti, per i quali il tempo diventa, nella maggior parte dei casi, non un’occasione di redenzione umana e di reinserimento sociale come dovrebbe essere in base all’art. 27 della Costituzione, ma un pesante macigno che ne schiaccia l’anima e qualche volta anche il corpo: i suicidi, che nel 2022 sono stati 85 – un tragico primato – e 42 dal 1° gennaio di quest’anno a oggi, sono la conseguenza di una condizione esistenziale divenuta impossibile.
Se le morti per mano propria aumentano (e si verificano soprattutto nei primi sei mesi di detenzione e durante l’estate) è anche perché chi è rinchiuso in una cella trascorre le giornate solo in attesa dell’ora d’aria e dei pasti, guarda la tv o fuma una sigaretta e non è impegnato in altre attività. Solo il 31,6% dei carcerati, infatti, è iscritto a un corso scolastico mentre il 35,2% lavora, dentro oppure in regime di semilibertà, per l’Amministrazione penitenziaria o alle dipendenze di un’impresa esterna. È invece quasi del tutto assente la formazione professionale, che riguarda il 4 %. «Il tempo sprecato dietro le sbarre distrugge, perde di significato, perché sono altri a decidere per te, quando devi mangiare, fare la doccia, uscire in cortile, telefonare ai parenti» spiega Carla Lunghi, docente di Sociologia dei processi culturali all’università Cattolica di Milano la quale, oltre a studiare il “fenomeno carcere”, insegna italiano come volontaria nella Casa circondariale di San Vittore. «Il rischio è che queste persone, quando escono, siano peggiori di prima, larve umane, incattivite e incapaci di decidere anche le minime cose quotidiane, come comprare il biglietto del tram o pagare le tasse. Figuriamoci trovare un lavoro…» commenta Lunghi. «È necessario invece che il carcere come istituzione si assuma la responsabilità di educare – conclude – e di creare nuovi cittadini anche attraverso esperienze di lavoro che abbiano spazi di operatività e una retribuzione soddisfacente per favorire l’autostima o un’idea positiva di sé». «D’estate, i ritardi e le emergenze, presenti in un carcere anche quando tutto funziona, rischiano di diventare esplosivi perché fanno crescere l’insofferenza di chi vi è rinchiuso, le ristrettezze quotidiane diventano più pesanti – avverte Mauro Palma, presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale – e aumenta l’incapacità di gestire il tempo vuoto, con effetti psicologici spesso devastanti». «Inoltre, a dominare quasi sempre nelle decisioni di chi gestisce le strutture – spiega Palma – è l’applicazione pedissequa della “norma neutra” rispetto, per esempio, all’esigenza di una vicinanza accogliente, di un incontro in più in parlatorio o di una telefonata». Nascono anche da qui gli atti di autolesionismo e i suicidi.
E non va dimenticata, poi, “l’altra parte della “barricata”, anche se così non dovrebbe essere: gli agenti di polizia penitenziaria. Quelli in servizio a tutt’oggi nelle carceri italiane sono 32.260. Quasi un agente ogni due detenuti. E con un’età media alta. «Ne servirebbero almeno 4.364 in più per far fronte alle esigenze di sicurezza interna e all’organizzazione delle attività quotidiane dei reclusi previste dal regolamento» sostiene Massimo Vespia, segretario generale della Fns-Cisl. E molto spesso i sorveglianti vengono aggrediti e minacciati, anche con violenza da detenuti scalmanati o con gravi problemi psichici. «Ci sono colleghi che ogni giorno entrano da soli in sezioni con cento detenuti, spesso con tutte le celle aperte» spiega Giovan Battista De Blasis, segretario generale aggiunto del Sappe, il sindacato autonomo della categoria. Cosa fare, allora? «Ministero della Giustizia e Dap devono provvedere senza più rinvii alla carenza degli organici – chiede Vespia –, a rinnovare e ammodernare gli istituti penitenziari vecchi e inadeguati (alcuni risalgono all’epoca borbonica), a creare spazi per il personale e ausili tecnologici per migliorarne il servizio».

LA STORIA

A Locri, dove si riparano vite. Coi saponi.  Dall’olio esausto lavorato dai detenuti è nata la linea di prodotti “Bergoglio”, benedetta dal Papa. Il progetto voluto da Caritas, Tribunale e Casa circondariale. E chi vi partecipa, una volta uscito, trova occupazione.

Antonio Maria Mira (AVVENIRE 6 agosto 2023)

Gli scarti delle produzioni che vengono lavorati dagli scarti della società. Accade nel carcere di Locri, tra profumi di bergamotto e ulivo. Profumi di impegno e cambiamento. È il progetto “Profeti di speranza, mendicanti di riconciliazione” della Caritas della diocesi di Locri-Gerace in collaborazione col Tribunale e la Casa circondariale di Locri, l’Uepe e la cooperativa “Felici da matti”. Un’iniziativa per dare lavoro a detenuti e ex detenuti, ma anche di più, come ci spiega la direttrice della Caritas diocesana, Carmen Bagalà. Un progetto fortemente voluto e sostenuto dal vescovo Francesco Oliva che più volte è stato in carcere per incontrare i detenuti. Un carcere strapieno.
La capienza sarebbe per 60 persone, ma attualmente ne ospita 120, metà stranieri. Con questi numeri le attività lavorative diventano difficili anche se ancor più necessarie. Ecco il motivo del progetto della Caritas, finanziato coi fondi dell’8xmille, che per ora coinvolge 4 detenuti tra i 30 e i 40 anni, due italiani e due stranieri. Non hanno diritto al lavoro esterno, così il lavoro è entrato in carcere grazie alla Caritas. Lavoro che diventa poi fondamentale per chi esce dal carcere dopo aver scontato la pena. Così 3 ex detenuti, che avevano già cominciato a lavorare durante la pena, una volta usciti hanno trovato occupazione, uno per la Diocesi, due per il Santuario della Madonna di Polsi, occupandosi della manutenzione e dei terreni agricoli. «È giustizia riparativa» commenta con soddisfazione Carmen. Come tutto il progetto. E allora torniamo in carcere. Qui in un laboratorio i 4 detenuti confezionano i saponi prodotti dalla cooperativa “Felici da matti” utilizzando oli esausti da frittura e l’essenza del bergamotto, il profumatissimo agrume tipico calabrese e in particolare della Locride. I detenuti non possono produrre i saponi perché in carcere è vietato far entrare sostanze chimiche come la soda necessarie per la realizzazione. Così si limitano a confezionarli in belle scatolette che portano scritto “Naturali Terre di Calabria”. Inoltre nella falegnameria del carcere realizzano portasapone in legno di ulivo riciclato, materiale di scarto regalato da agricoltori e falegnami. Ancora una volta lo scarto che ha una nuova vita.
Come la storia della cooperativa nata nel 2003 a Roccella Jonica, quando vescovo era padre Giancarlo Bregantini, come gesto concreto del Progetto Policoro della Cei per l’imprenditoria giovanile al Sud. «Nasce da un’esperienza di fede e volontariato, dall’associazione che gestiva la mensa e lo sportello per i poveri» ricorda la presidente Teresa Nesci. Poi si passa alla raccolta di abiti usati trasformati in stracci per le pulizie che vengono acquistati anche da Trenitalia e Medcenter. «Il nostro obiettivo è il recupero di quello che per altri è uno scarto, sia ambientale che sociale». Così la cooperativa lavora coi disabili, soggetti fragili e detenuti. Produce saponi e anche una serie di detersivi e detergenti per la casa che portano sull’etichetta il nome “Bergolio”, bergamotto e olio. «Abbiamo scritto a Papa Francesco per chiedergli se era dispiaciuto per l’uso di questo nome che ricorda il suo. Ci ha risposto che era molto contento e ci ha benedetto ». La loro è vera economia circolare, dalle 60 tonnellate di olio esausto raccolto ogni anno, all’utilizzo di materie prime naturali e legate al territorio come il latte di capra, il fico d’India, la menta, gli agrumi. Ora il progetto in carcere. I quattro detenuti sono regolarmente pagati grazie a tirocini formativi finanziati dalla Caritas della durata di sei mesi prorogabili, inoltre la cooperativa acquista i portasapone. Per queste attività sono seguiti da due tutor, anche questi pagati dalla Caritas. Un sostegno economico importante perché questi detenuti hanno famiglie che devono essere aiutate. E non ci si ferma qui. Il progetto vuole unire l’attività lavorativa al miglioramento delle condizioni personali dei detenuti. Così si sta realizzando un emporio solidale presso il quale potranno reperire vestiario e prodotti per la pulizia. Coinvolte le parrocchie del territorio chiedendo però abiti nuovi, «perché non è giusto dare i nostri scarti a chi è già scartato». Il percorso di ricostruzione personale viene completato da uno di spiritualità grazie al cappellano don Crescenzo De Nizio e alla squadra educativa Caritas, e che prevede momenti indicati con le tre “P” di Presenza, Preghiera e Parola, ed è indirizzato a detenuti di tutte le religioni. Inoltre sarà attivato proprio presso la Cappellania un laboratorio artigianale per la realizzazione retribuita di braccialetti e Corone del Santo Rosario della Pace. Un vero lavoro di squadra, col sostegno determinante e convinto del presidente del tribunale di Locri, Fulvio Accurso, che ha portato addirittura alcuni detenuti a lavorare per la ristrutturazione del Palazzo di giustizia.




Cipputi resiste, produce tanto e sciopera poco
Gloria Riva

Cipputi resiste, produce tanto e sciopera poco
Gloria Riva (L’Espresso 30 aprile 2023)

 Niente più catene di montaggio e tute blu. Oggi l’operaio metalmeccanico in camice bianco lavora al computer. Rappresenta una buona fetta di Pil. Ma la coscienza di classe è scomparsa.

 Giuseppe Scudiero aveva vent’anni quando fu arruolato alla catena di montaggio di Pomi­gliano d’Arco. Era il ’95, all’epoca si assem­blava l’Alfa 147. Ancora se la ricorda la schiena rotta a fine turno, «perché la linea era a 40 centimetri da terra e bisognava chinarsi per vestire la scocca di fili elettrici, sedili, plancia e così via». Lo chiamavano lo sta­bilimento riottoso, visto che nove auto su dieci usciva­no da lì con almeno un difetto. Si diceva che le tute blu lo facessero per sfregio. Le cose migliorarono quando l’al­lora amministratore delegato, Sergio Mar­chionne, fece alzare di un metro la linea per far camminare l’auto ad altezza d’uomo e portò la tecnologia alla catena di montag­gio: «Ora se qualcuno dimentica di instal­lare i freni sulla Panda, il computer blocca tutta la linea. È stata una rivoluzione», l’ulti­ma grande rivoluzione, perché «con Stellan­tis stiamo facendo passi indietro», dice Giu­seppe, che oggi di anni ne ha 38 e fa parte di una nuova generazione di tute blu, legata alla fabbrica che dà lavoro: «Da queste par­ti 1.700 euro al mese sono una rarità». I tem­pi delle grandi lotte sindacali sono lontani, forse perché si è rimasti in pochi: «A Pomi­gliano non si assume più», anzi, nell’ultimo anno se ne sono andati in 200 e i dipenden­ti sono 4.200: «Poi c’è un grosso gruppo en­trato nell’89», che scruta la pensione all’oriz­zonte e battaglia per inserire il lavoro di linea fra i mestieri usuranti per potersene andare prima, quasi uno sconto di pena. Vista da quaggiù, la classe operaia sembra un animale in via d’estinzione, ma allargando lo sguardo alla miriade di piccole e medie imprese italiane è chiaro che il lavoro operaio va tutelato in tutti i modi: la metalmecca­nica dà lavoro a 1,6 milioni di persone – è il settore che occupa più operai in assoluto -, produce 110 miliardi di euro di ricchezza (8 per cento del Pil), esporta beni per 200 mi­liardi (ovvero la metà dell’export italiano) e così facendo controbilancia la strutturale dipendenza estera energetica e agroalimen­tare. Detto altrimenti, senza Cipputi l’Italia potrebbe benissimo alzare bandiera bianca. Ed è quindi giusto ricordarlo ora, a ridosso del Primo Maggio, la festa dei lavoratori, che però in piazza non vanno più.
«È colpa della frammentazione del lavo­ro», spiega il sindacalista della Fiom di Padova, Loris Scarpa, che ci risponde al telefono mentre con la sua auto si sposta da un’assemblea all’altra: «Una volta alle riu­nioni sindacali partecipavano in mille, ades­so per interfacciarmi con cento persone inanello sei, sette assemblee». Loris descri­ve un nuovo homo metalmeccanicus iden­tificabile con l’informatico «che grazie allo smartworking si è liberato dall’intollerabile giogo del capo azienda», con gli addetti alla posa della fibra ottica «che mal digeriscono il sempre più stretto controllo da remoto», con l’operaio specializzato che governa una macchina, un tornio, una fresa, dando ordini a un computer e, a fine turno, esce dall’offici­na senza macchie di grasso, con il fisico in­tegro. Il risultato, però, è una parcellizzazio­ne della classe operaia e una fatica immane per il sindacalista moderno, lasciato solo a menare fendenti al vento, come un Don Chi­sciotte 4.0: «Siamo passati da una moltitu­dine unita, che votava a sinistra e scioperava in massa, a una platea operaia disomogenea, che stenta a riconoscersi in una rivendica­zione comune e non va più neanche a votare, perché ha capito che da destra a sinistra il lavoro non è più all’ordine del giorno». Ma qualcuno ci sarà pur andato alle urne: «E al­lora ha votato Meloni. Ma il punto è un al­tro», continua Scarpa: «Oggi è diventato dif­ficile lottare anche quando a rischio ci sono i posti di lavoro. Non per altro, ma perché manca proprio l’avversario». Scarpa si riferisce alla scomparsa degli imprenditori – altra specie in via d’estinzione – sostituiti dai fondi d’investimento che hanno conquistato l’a­zionariato e se ne fregano della restituzione sociale. Loro, i fondi, a fine anno guardano al risultato finanziario: «E se i conti non tornano chiudono e se ne vanno». Ma anche dove il padrone c’è, non è faci­le battagliare e vincere: «Negli ultimi tre anni la velocità di crescita dei profitti è cinque vol­te superiore a quella del costo del lavoro. Le contrattazioni aziendali sono in salita e otte­niamo aumenti salariali con il contagocce», racconta Simone Vecchi della Fiom di Reg­gio Emilia. Per di più l’inflazione ha causato una perdita del sette per cen­to dei salari.
Le rivendicazioni dei moder­ni metalmeccanici vanno an­che al di là dei quattrini. A Bo­logna, ad esempio, anche le tute blu vogliono la settimana cor­ta di quattro giorni. Lo racconta Simone Selmi, della Fiom, che smonta il mito dell’assenza di giovani nel­le officine: «Laddove il lavoro è qualificato e la paga buona, l’età media è sotto i 40 anni e questa generazione rivendica il diritto ad avere più tempo per sé. Alcune imprese sono sufficientemente tecnologizzate e struttura­te per garantire riduzioni di orario a parità di paga, ma per le altre serve un ragionamen­to complessivo con il governo, con i ministe­ri competenti, con le-imprese per ridisegna­re l’intero sistema produttivo e industriale».
La tecnologia sta dando una mano a ri­durre i carichi di fatica, ma in alcuni casi crea distorsioni: prendiamo il caso di Ima, Coesia e Marchesini, i leader mondiali di produzione di macchine per il packaging. In queste tre fabbriche emiliane gli operai pro­ducono i macchinari per confezionare cibi, farmaci, tabacchi e così via. Se prima della pandemia una grossa fetta del lavoro si svol­geva in trasferta – si prendeva un aereo e si andava dal cliente per montare i macchina­ri e poi ci si imbarcava nuovamente per ag­giornare o aggiustare gli stessi -, con sem­pre maggiore frequenza gli operai riescono a fare una buona parte dello stesso lavoro da remoto, indossando anche dispositivi di re­altà aumentata. Il rovescio della medaglia è che la trasferta fisica frutta stipendi oltre i quattromila euro al mese, mentre quella da remoto quasi nulla: «È un tema di cui discu­tere», risponde Simone Selmi.
La tecnologia, puntualizza Ferdinando Uliano della Fim, è servita ad aumentare l’intensità del lavoro: «L’iniezione di robotica, automazione indu­striale e digitalizzazione dei sistemi ha incre­mentato la produttività dei metalmeccanici di 15 punti negli ultimi dieci anni, un’eccezione nel panorama nazionale di produtti­vità bloccata. Questo scarto positivo deriva anche da un massiccio ricorso al lavoro su turni, praticato con sempre maggiore fre­quenza». Quindi il lavoro si è fatto più avan­zato, tecnologico, ma anche più serrato, tan­to che una delle maggiori criticità lamentate dagli stessi operai è lo stress e il ritmo trop­po intenso. Questo anche perché le tute blu sono troppo poche per stare al passo con la costante espansione del settore manifattu­riero. Secondo l’ultima indagine Excelsior Unioncamere le imprese metalmeccaniche sarebbero pronte ad assumere entro giugno 200mila operai specializzati, per lo più fon­ditori, saldatori, montatori di carpenteria metallica, manutentori di macchine e attrez­zature elettriche ed elettroniche. «Il proble­ma è che il 71 per cento delle nostre aziende non trova quel personale», risponde Ste­fano Franchi, direttore generale di Feder­meccanica, che continua: «Nell’immagina­rio collettivo il lavoro dell’operaio è rimasto quello di cinquant’anni fa, un mestiere fati­coso, sporco, pericoloso, poco entusiasman­te, scarsamente remunerato. In realtà l’ope­raio d’oggi non è più mano-d’opera, bensì “mente-d’opera”, con uno ridotto impe­gno fisico e un maggior compito mentale. Si chiedono competenze informatiche, digitali, tecniche. È necessario un diploma, serve una formazione costante, c’è bisogno di capaci­tà relazionali, problem solving, competenze trasversali. Noi stessi, come federazione, ci siamo attrezzati per creare i corsi di forma­zione (che dovrebbero stare in capo alle poli­tiche attive) per riqualificare persone disoc­cupate e inoccupate. E sempre noi lavoriamo con i giovani, e soprattutto con le giova­ni, per convincerli a diplomarsi nelle scuole professionali e negli istituti tecnici, spiegan­do loro che il lavoro dell’operaio specializza­to è di qualità». E la busta paga? «Negli anni ’80 il 35 per cento dei dipendenti della me­talmeccanica era inquadrato al terzo livello (il meno qualificato), oggi ci sta solo 1’11 per cento. Questo dimostra che l’evoluzione c’è stata e continua a esserci».
Veniamo alle cifre: i metalmeccani­ci meno qualificati hanno una retribuzione lorda annua di 25mila euro, mentre la stra­grande maggioranza guadagna 32mila euro. Nel 96 per cento dei casi ha un contratto a tempo indeterminato, solo il cinque per cen­to è part-time, sette su dieci sono uomini, il 60 per cento ha meno di 50 anni (un quarto è under 34), il 72 per cento ha almeno il diplo­ma, solo il 30 per cento fa un lavoro manua­le, nel 73 per cento dei casi risiede al Nord. E allora perché i giovani sono così sciocchi da non sognare un futuro da tuta blu? Forse perché ancora troppo spesso il qualificato lavoro operaio viene svilito da una classe po­litica che ignora cosa sia il lavoro tout courte da una classe dirigente altrettanto inconsa­pevole. Un esempio? A marzo, Lucia Morselli, amministratrice delegata di Acciaierie d’Italia, l’ex Ilva, ha inserito una sdraio e un sole nel logo della comuni­cazione ufficiale di proroga della cassa inte­grazione straordinaria, come a dire che l’en­nesimo rinnovo dell’ammortizzatore sociale, che decurta il salario del 40 per cento, è da incassare come una bella vacanza. «Non vo­gliamo andare al mare. Vogliamo lavorare», ha risposto l’Rsu della Uilm, Gennaro Oli­va che, con il suo diploma di perito elettro­tecnico, da giovanissimo è stato messo su un piano di colata continua dell’Ilva per riparare l’impianto difetto­so. All’epoca si era domandato si è domandato: «Possibile che esi­stano luoghi così?». Eppure ha sistemato l’impianto e ha continuato a farlo, finché 12 anni fa l’azienda è finita in crisi, ed è sta­ta dimenticata da otto governi e altrettanti ministri dello Sviluppo del Lavo­ro. Basta un caso negativo come Ilva per fare ombra a storie d’eccellenza come la LFoun­dry di Avezzano, dove 1500 metalmeccanici in camice bianco – costantemente formati e altamente qualificati – creano i semicondut­tori per i sensori delle automobili e i sistemi automatizzati montati ovunque. «Si lavora a ciclo continuo, in camera bianca, più simile a una sala operatoria che a un’officina. È fisicamente stancante», dice la metalmeccanica Alessandra Malandra, che continua: «Ma è entusiasmante, perché c’è la percezione di essere dalla parte giusta della storia, di fare un mestiere che ha un futuro ed è utile alla crescita del Paese».




CEI. 1° Seminario nazionale pretioperai

Bologna. 19 giugno 2023.

Save the date.

Evento da ricordare; anzi: da tenere vivo. Dopo quasi 40 anni di ostilità o sopportazione o indifferenza, riprendono i contatti ufficiali della presidenza della CEI con i pretioperai. L’hanno chiamato “1° SEMINARIO NAZIONALE DEI PRETI OPERAI IN ITALIA”, convocato dall’Ufficio Nazionale per la pastorale sociale e del lavoro della CEI e dal Card. Zuppi. È il primo seminario che la CEI convoca da quando esistono i PO in Italia. Qualche dialogo era stato tentato negli anni tra vescovi e Segreteria dei pretioperai, ma furono dialoghi aspri tra sordi. Ho il sospetto che questo incontro sia stato innescato dalla consultazione sinodale in atto che vorrebbe ascoltare anche i reprobi, i lontani, gli allontanati, gli uomini e donne della soglia. Ci ha accarezzato la prima Lettura dell’Eucarestia del giorno concelebrata da tutti e presieduta da Zuppi: « 4in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio con molta fermezza: nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce…. 8nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama; come impostori, eppure siamo veritieri; 9come sconosciuti, eppure notissimi; come moribondi, e invece viviamo; come puniti, ma non uccisi; 10come afflitti, ma sempre lieti; come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (2Cor 6,4-10). Noi siamo stati al gioco volentieri anche perché, essendo il “Primo” Seminario, nutriamo la speranza di una continuità nel futuro, anche quando noi, della prima ora, saremo estinti e forse (forse!) sarà sorta una nuova generazione di vescovi e presbiteri che vivranno una nuova “prossimità” con la gente fino ad essere “Come loro. Nel cuore delle masse”, come scrisse René Voillaume, Piccolo Fratello di Gesù, e come ha scritto don Luisito Bianchi preteoperaio e scrittore, citato ampiamente dalla relazione introduttiva di don Bignami: «Il problema è se possiamo ancora accontentarci di essere “vicini” al popolo e non uno del popolo. Essere “vicini” non fa che accentuare la separazione: è una forma di paternalismo illuminato, più pericoloso di ogni distanza chiara e non camuffata» (L. BIANCHI, I miei amici. Diari).

Circa 150 i pretioperai censiti viventi, 50 quelli presenti, ormai pensionati. Al Seminario era presente anche il Vescovo Bregantini, lavoratore in fabbrica durante il periodo di formazione al presbiterato. Oggi quelli ancora al lavoro non risultano più di 5. Vista nell’ottica dei numeri, e della stasi culturale di ampi settori della Chiesa cattolica, la nostra storia può sembrare un’esperienza senza futuro. Ma la storia può diventare, per scelta dei protagonisti, memoria generativa e profetica. Il card. Matteo Zuppi, presidente della CEI e don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale di pastorale del lavoro, «hanno ripreso un filo spezzato al Convegno ecclesiale di Loreto nel 1985, quando – come ha ricordato Don Roberto Fiorini di Mantova –  la Commissione della Cei decise di chiudere il dialogo con noi. Da allora sono trascorsi 38 anni». Il cardinale ha precisato più volte che l’incontro di Bologna non doveva essere interpretato come un raduno di “combattenti e reduci”. In effetti l’eredità che abbiamo lasciato ha fatto affiorare lieviti di futuro: l’assetto di un ministero presbiterale non clericale, la valorizzazione dei preti che sono approdati ad una scelta matrimoniale, la formazione dei preti e il ruolo dei seminari, la testimonianza e la presenza di credenti nel cuore della vita sociale e politica accanto ai poveri e agli ultimi, il senso di una prassi sacramentale non devozionale ma che intrecci la vita degli uomini e delle donne.

E così sono risuonate, come lievito dal fondo di storie di vita, alcune domande: Come essere Chiesa incarnata nella storia, non solo vicina alle persone, ma Chiesa di popolo? Come essere Chiesa che annuncia l’amore di Dio gratuito nella gratuità? I preti operai hanno mostrato questa dimensione della vita cristiana, ben presente in san Paolo che ha lavorato per mantenersi… Come testimoniare una Chiesa libera dalle logiche del potere e che non vive di mezzi esclusivamente umani? L’esperienza dei preti operai è ancora utile? Ha ancora un senso che possiamo condividere e rilanciare? Come può questa esperienza evangelizzare una Chiesa clericale?

Papa Francesco nella Evangelii Gaudium al n. 183 scrive: «nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini. Una fede autentica – che non è mai comoda e individualista – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo, di trasmettere valori, di lasciare qualcosa di migliore dopo il nostro passaggio sulla terra. Amiamo questo magnifico pianeta dove Dio ci ha posto, e amiamo l’umanità che lo abita, con tutti i suoi drammi e le sue stanchezze, con i suoi aneliti e le sue speranze, con i suoi valori e le sue fragilità. La terra è la nostra casa comune e tutti siamo fratelli. Sebbene il giusto ordine della società e dello Stato sia il compito principale della politica, la Chiesa non può né deve rimanere ai margini della lotta per la giustizia».

Don Augusto Fontana.