Sul FINE-VITA in E.R.
D. Menorello (Avvenire)

«Ecco cosa non va nella delibera dell’Emilia-Romagna sul fine vita»

Domenico Menorello   (AVVENIRE martedì 13 febbraio 2024)

https://www.avvenire.it/vita/pagine/l-intervento-ecco-cosa-non-va-nella-delibera-del-emilia-romagna-sul-fine-vita

Incongruenze, errori tecnici, nodi etici: il giurista Domenico Menorello (network “Sui tetti”), del Comitato nazionale per la Bioetica, sull’atto che regola il percorso per il suicidio assistito.

Sul molto complesso tema del cosiddetto “fine vita”, ben venga un dibattito alto e pluralista sulle finalità perseguibili dal Servizio sanitario nazionale, ma allo scopo ogni attore deve interpretare con lealtà la propria parte. Allora, senza entrare in questa sede nel merito delle differenti visioni antropologiche che trascinano differenti concezioni anche del “bene” cui sono preposte le istituzioni (per chi scrive, si rimanda al libello L’eutanasia non è la soluzione, Cantagalli-Tempi, 2023), è necessario attirare l’attenzione su alcune gravi criticità metodologiche contenute nella recente iniziativa meramente amministrativa dell’Emilia-Romagna (dgr 194/24 e determina direttoriale 2596/24), che introducono nel dialogo pubblico anche inaccettabili mistificazioni.
1. Prima premessa: l’art. 97 della Costituzione accoglie il fondamentale principio di legalità, secondo il quale tutti gli atti amministrativi devono essere previsti da una norma legislativa, in quanto nella Repubblica è solo la rappresentanza legislativa l’interprete della sovranità popolare sancita dall’art. 1 della stessa Carta fondamentale. Ciò vale soprattutto per le prestazioni sanitarie erogate dagli ospedali pubblici. Sul punto, la giurisprudenza della Corte costituzionale è granitica nell’affermare che solo «il legislatore nazionale deve poter porre le norme necessarie per assicurare a tutti, sull’intero territorio nazionale, il godimento di prestazioni garantite, come contenuto essenziale di tali diritti, senza che la legislazione regionale possa limitarle o condizionarle» (cfr. sentenze Corte costituzionale n. 282/2002, n. 353/2003, n. 338/2003, n. 134/2006, n. 115/2012, n, 231/2017, n. 72/2020, n. 91/2020). Per tale ragione, la legislazione nazionale, fra cui l’art. 1, comma 554, della legge 208/2015 e l’art. 1, comma 7, D. Lgs n. 502/1992, ha affidato la fissazione dei livelli essenziali di assistenza (Lea) a un Decreto della Presidenza del Consiglio (cfr. Dpcm 12.1.2017).
Seconda premessa: molti chiedono che il Servizio sanitario pubblico assicuri una nuova prestazione, quale sarebbe l’assistenza medica e farmacologica a una persona che domandi un farmaco e modalità sanitarie idonee per suicidarsi. La domanda allora è semplice: esiste una legge o un Lea che preveda tale prestazione? La risposta è certamente negativa. Esistono ben due leggi sul cosiddetto “fine vita”, la 219/2017 e la 38/2010, ma nessuna prevede una prestazione sanitaria di procurare la morte. Di qui, i sostenitori del suicidio medicalmente assistito (Sma) hanno proposto 15 leggi regionali, benché le Regioni non abbiano alcuna competenza a legiferare in materia, come acclarato dal parere dell’Avvocatura generale dello Stato del 15 novembre 2023. Lo stesso governatore dell’Emilia-Romagna in un’intervista a Repubblica del 13 febbraio 2024, si dichiara «in attesa della legge nazionale», ritenendo che «fare 20 leggi regionali sul fine vita sarebbe ridicolo». Invece, la determina direttoriale 2596/24, al punto 5, impone alle Aziende sanitarie emiliano-romagnole di «assicura[re] l’attuazione» del suicidio assistito con «l’individuazione di personale adeguato» nonché «fornendo» i farmaci indicati dagli organi consultivi, quindi introducendo una prestazione sanitaria obbligatoria priva di copertura di legge, e quindi illegittima per violazione degli artt. 97 e 117 della Costituzione.
2. Se non esiste alcuna legge che consenta una prestazione sanitaria (Lea) per procurare la morte, questa è forse consentita dalla sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019, visto che il governatore dell’Emilia-Romagna, nella medesima intervista, giustifica i propri atti amministrativi anche «per dare applicazione alla sentenza della Corte»? Per la verità, se non vogliamo sovvertire le dinamiche costituzionali, mai si potrebbe invocare una sentenza come se fosse una legge-quadro del Parlamento (cfr. Antonio Ruggeri, Itinerari di una ricerca sul sistema delle fonti, Giappichelli, febbraio 2024). In ogni caso, non è assolutamente vero che gli atti emiliano-romagnoli siano consequenziali al dictum della Consulta. Anzi, se ne allontanano sensibilmente.
In primo luogo, la sentenza 242/19 della Corte costituzionale è inequivocabile nel precisare che «la declaratoria di illegittimità costituzionale si limita a escludere la punibilità dell’aiuto al suicidio nei casi considerati, senza creare alcun obbligo di procedere a tale aiuto in capo ai medici». Quindi, non si può prevedere – come invece accade con una semplice determina in Emilia-Romagna – un obbligo di prestazione sanitaria sulla base di tale pronuncia, che ha un significato del tutto diverso, solamente indicando, cioè, alcuni requisiti in presenza dei quali, e del tutto eccezionalmente, l’aiuto al suicidio non sarebbe penalmente perseguibile.
In secondo luogo, la stessa sentenza della Corte 242/2019 ritiene necessario che la verifica di tali requisiti avvenga a mezzo dell’«intervento di un organo collegiale terzo, munito delle adeguate competenze» e ha deciso che «nelle more dell’intervento del legislatore, tale compito è affidato ai comitati etici territorialmente competenti», individuati addirittura citandone gli estremi legislativi nazionali di riferimento, cioè «l’art. 12, comma 10, lettera c, del d.l. n. 158 del 2012» (poi legge 3/2018) e «l’art. 1 del decreto del Ministro della salute 8 febbraio 2013». Ebbene, si tratta dei cosiddetti Cet, Comitati etici territoriali, con competenze anche per il fondamentale profilo farmacologico, da ultimo costituiti in forza del dm 23A00852 del 26 gennaio 23 e che hanno una composizione omogenea sul territorio nazionale, sulla base dell’ulteriore dm 23A00853 del 30.1.23. Invece, la dgr emiliano-romagnola 194/2024 istituisce due comitati totalmente sganciati dalla normativa nazionale. È come se per suonare la Nona di Beethoven anziché un’orchestra sinfonica si incaricasse una rock band… Ne uscirebbe una musica ben diversa. Così, allo stesso modo, se ogni Regione potesse istruire comitati a proprio piacimento per interpretare i requisiti della Corte si otterrebbe esattamente quella babele in tema di prestazioni sanitarie incidenti sulla vita e sulla morte palesemente incostituzionale e che lo stesso Bonaccini bolla come risultato «ridicolo». Quel che è certo è che affidare le valutazioni di cui alla sentenza 242/2019 a organi diversi da quelli indicati dalla stessa pronuncia significa violare e non certo “applicare” i precetti della Corte.
3. Infine, la dgr 194/2024 assume fra i propri presupposti la decisione del Comitato nazionale per la Bioetica (24 febbraio 2023), ma nella propria motivazione non cita quanto effettivamente deliberato dall’organo consultivo del governo bensì la postilla di sette componenti che hanno dissentito non votando la delibera stessa. In effetti, il parere ufficiale del Cnb è esattamente nel senso opposto a quello che si legge nella delibera emiliana, perché, per le valutazioni sui requisiti per l’esimente dal reato ex art. 580 Codice penale indica «i Comitati etici territoriali di cui al decreto del 26 gennaio 2023» (gli stessi prescelti dalla sentenza della Corte). Non solo: lo stesso Cnb «ritiene anche che debba essere fatto ogni sforzo per evitare che vi siano approcci troppo differenziati o addirittura contrastanti nella valutazione delle condizioni indicate dalla Corte costituzionale», il che significa esplicitamente escludere la possibilità che ogni Regione si costruisca Comitati etici a propria immagine. Dunque, che l’Emilia-Romagna sia andata nella direzione opposta a quella auspicata dal Cnb, addirittura facendo intendere di seguire l’orientamento dello stesso organo di indirizzo bioetico, è decisione non solo certamente illegittima ma che costituisce anche un precedente inaccettabile sul piano delle corrette relazioni fra istituzioni.




Nigeria. Cristiani perseguitati.
P.M. Alfieri (Avvenire)

Nigeria. Cristiani perseguitati.
Paolo M. Alfieri (AVVENIRE 7 febbraio 2024)
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/nel-mirino-sono-finite-oltre-duemila-scuole-cristi

In 15 anni 52mila fedeli uccisi, tragedia nascosta in Nigeria. Nel mirino sono finite oltre duemila scuole cristiane e 18mila luoghi di culto. Numerosi i sacerdoti rapiti, alcuni poi assassinati. La lotta per le risorse si mescola al fanatismo religioso. Una vera “guerra” che pochi vogliono definire tale. Da una parte il terrorismo di Boko Haram, dall’altra i pastori nomadi Fulani che razziano anche le terre altrui. Debole la risposta del governo. La Chiesa invita al dialogo.

Quand’è che una guerra si può definire guerra? Servono ancora dichiarazioni formali? Due eserciti contrapposti? O è necessario raggiungere un certo numero di morti per far scattare la definizione? Sono anni che la Nigeria, gigante africano da 200 milioni di abitanti, è in guerra con sé stessa. E se a lungo è stato il terrorismo islamista di Boko Haram negli Stati a maggioranza islamica del Nord a richiamare l’attenzione, da qualche tempo è la fascia centrale del Paese, la cosiddetta “Cintura di mezzo”, la zona in cui il sangue scorre più copiosamente. La lotta per le risorse qui si mischia facilmente alle differenze etniche e religiose, in un contesto che vede crescere la competizione tra i mandriani islamici Fulani in arrivo dalle terre di un nord sempre più arido e gli agricoltori cristiani locali, con questi ultimi da tempo nel mirino.
Basta vedere quanto accaduto a Natale, quando per quattro giorni, nello Stato di Plateau, oltre un migliaio di Fulani ha attaccato circa 25 comunità cristiane, tra le zone di Bokkos, Mangu e Barkin Ladu. I morti sono stati quasi 170, tanto che nello Stato ora vige il coprifuoco. «Molti sfollati hanno cercato rifugio nelle chiese, con le organizzazioni religiose che hanno fornito assistenza primaria, data l’assenza di sostegno da parte del governo», sottolinea la fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre. Jalang Mandong, un sopravvissuto che ha perso dieci parenti nel massacro, ha riferito che gli attacchi avevano lo scopo di «prendere di mira i cristiani» e «disturbare la celebrazione del Natale», tentando anche di «impossessarsi delle terre di queste comunità». Lotta per le risorse e fanatismo religioso, in un mix sempre più complicato ma facilmente replicabile. Tanto che le violenze si sono ripetute, ancora, la scorsa settimana, con oltre 50 vittime nella stessa zona: scuole, luoghi di culti e case date alle fiamme e il dito puntato, ancora una volta, contro i pastori musulmani Fulani.
Originari del nord della Nigeria, sempre più soggetta a siccità e inondazioni, i pastori nomadi si spostano verso sud in cerca di terra per il loro bestiame, nelle zone agricole dei Berom e di altri gruppi etnici in maggioranza cristiani. «Questi attacchi sono ricorrenti. Vogliono cacciarci dalla nostra terra ancestrale, ma noi continueremo a resistere a questi assalti», spiega Magit Macham, che era tornato dei recenti assalti dalla capitale dello stato, Jos, per festeggiare il Natale con la sua famiglia. Al momento dell’attacco, Macham sta chiacchierando con suo fratello fuori casa quando il rumore di un generatore di benzina viene interrotto da colpi di pistola: «Siamo stati colti alla sprovvista e quelli che potevano scappare sono fuggiti, gli altri sono stati catturati e uccisi con i machete», racconta oggi. Secondo l’arcivescovo emerito di Abuja, cardinale John Olorunfemi Onaiyekan, «è impensabile che il governo, con tutti i mezzi che ha a disposizione, non sia in grado di identificare chi sono i mandanti, chi sono quelli che comprano le armi» utilizzate in questi attacchi.
Quanto sta accadendo, ha sottolineato nei giorni scorsi il cardinale a “Vatican News”, «è più di una guerra: stiamo ancora aspettando di vedere che cosa fa il nostro governo adesso». A lungo la Chiesa locale e lo stesso cardinale Onaiyekan, dopo i vari attacchi, hanno esortato le comunità cristiane e musulmane a unirsi contro la violenza e l’endemico sistema di impunità, esaltando l’importanza del dialogo interreligioso per la pacifica convivenza. Non c’è alcuna voglia, insomma, di avvalorare la tesi della persecuzione religiosa anche se, di certo, c’è la necessità di fare luce sulle connessioni e le protezioni di cui possono godere gli autori delle violenze e avere giustizia. Il governatore dello Stato di Plauteau, il cristiano Caleb Manasseh Mutfwang, da parte sua non ha esitato invece a usare il termine “genocidio”, nel suo discorso di inizio anno, riferendosi agli ultimi massacri. «Che Dio liberi la Nigeria da questi orrori», le parole di papa Francesco dopo l’Angelus del 31 dicembre scorso.
Non sono mancate, negli ultimi anni, accuse all’amministrazione dell’ex presidente Muhammadu Buhari, in carica fino a maggio dello scorso anno e lui stesso di origine fulani, non solo per l’inefficacia dell’azione dell’esercito nella regione a difesa delle comunità locali, ma anche per il piano presentato, e poi sospeso, delle cosiddette “zone Ruga”. Questi insediamenti per i pastori islamici nomadi avrebbero dovuto comprendere aree di pascolo e villaggi con alcune infrastrutture di base: una scuola, un centro sanitario e un veterinario. In questo modo, ospitando i gruppi di pastori e il loro bestiame, questo sistema avrebbe reso più facile identificare le vie di pascolo, consentendo teoricamente di ridurre i conflitti con gli agricoltori stanziali. Il piano, però, è stato fortemente criticato, e poi rinviato a tempo indeterminato, dalle autorità locali degli Stati coinvolti, perché gli insediamenti avrebbe sottratto acqua e terre alle comunità locali senza compensazioni, legalizzando di fatto un sistema predatorio. Gli attacchi, in parallelo, sono andati crescendo.
Se si considerano anche i morti provocati dai terroristi di Boko Haram (che oggi sono in numero più ridotto, ma rappresentano comunque una fonte di instabilità soprattutto nel Nord del Paese), circa 52.250 cristiani sono stati uccisi da miliziani islamici in Nigeria dal 2009, secondo un rapporto dell’Ong nigeriana Intersociety. Oltre 30mila di queste vittime sono state colpite durante gli otto anni di presidenza Buhari. Nello stesso arco di tempo, anche 34mila musulmani sono morti in attacchi terroristici condotti dagli islamisti. Nel mirino sono finite complessivamente oltre 2.200 scuole cristiane e circa 18mila luoghi di culto, considerando le chiese e le sale di preghiera; oltre 700 i cristiani che sono stati sequestrati e numerosi i sacerdoti uccisi. Le violenze hanno inoltre provocato sfollamenti di massa.
Numeri tragici, da guerra aperta, ma che in pochi, per mille ragioni, osano definire tale. Secondo il direttore di Intersociety, Emeka Umeagbalasi, l’amministrazione Buhari «ha radicalizzato le forze di sicurezza, ha dato loro l’ordine di marciare per proteggere i pastori Fulani e ha aiutato la loro invasione dei terreni agricoli meridionali, delle foreste e della boscaglia». Altri ritengono che il fattore religioso sia solo uno dei motivi dietro agli assalti, sottolineando come anche i musulmani moderati siano vittime dei raid.
L’attuale presidente nigeriano, Bola Tinubu, non ha ancora spiegato come intende affrontare l’insicurezza diffusa, ha descritto gli ultimi attacchi ai cristiani come «primitivi e crudeli» e ha ordinato alla polizia di rintracciare i responsabili. Nel suo messaggio di inizio anno, però, ha ignorato vittime e famiglie dello Stato di Plateau, sostenendo che dalla sua elezione «la sicurezza è migliorata». Il vescovo Hassan Kukah, della diocesi cattolica di Sokoto, ha sottolineato che «il presidente Tinubu deve sapere che la legittimità del suo governo dipende dalla risoluzione di questo problema. I nigeriani stanno gradualmente perdendo la speranza nella capacità del loro governo di proteggerli e metterli al sicuro. Mentre noi leader religiosi abbiamo continuato a usare la nostra autorità morale per incoraggiare le persone a non farsi giustizia da sole, rischiamo di essere spazzati via dalla rabbia e dalla frustrazione del nostro popolo».
Lo sfondo è quello di una Nigeria che compete per il Sudafrica per essere la prima economia del continente africano, ma che vede crescere le disuguaglianze e diminuire il potere d’acquisto dei cittadini. Nonostante gli introiti dovuti alla vendita di petrolio – ma la produzione è scesa a 1,2 milioni di barili al giorno, quasi la metà rispetto a un decennio fa -, oltre 130 milioni di nigeriani vivono in condizioni di povertà, senza accesso a sanità, cibo, servizi. Secondo un recente studio, la Nigeria è il Paese in cui gli abitanti spendono la quota più alta del loro reddito (addirittura il 59%) solo per l’acquisto del cibo necessario a sfamarsi. Non sembra un caso se la sicurezza, in un contesto simile, sia così precaria: è dove ci sono meno risorse che il vento dell’estremismo e dell’intolleranza può soffiare più forte.




Grandi e piccole guerre crescono
M.Salvi (ROCCA)

Grandi e piccole guerre crescono
Maurizio Salvi (Rocca 02, 15 gennaio 2024)

Senza nessun rammarico ci siamo lasciati dietro le spalle il 2023, anno in cui la ‘guerra a pezzi’, evocata fin dal 2016 con immenso dolore da papa Francesco, è scivolata verso qualcosa di ancora più grave in un’ampia regione strategica del Medio Oriente e dell’Asia meridionale. Molti os­servatori parlano ora di una vera e pro­pria Terza Guerra mondiale non dichiara­ta, ma in atto, dalle conseguenze impreve­dibili. Nei libri di storia del primo quarto del XXI secolo, il 2023 sarà registrato come ‘l’anno delle due guerre’, rappresentate dal conflitto in Ucraina, giunto ormai al suo secondo anniversario, e dalle ostilità frut­to dell’attacco terroristico del 7 ottobre di Hamas (‘Alluvione Al Aqsa’), e della dura e prolungata risposta di Israele a Gaza. Ma Therese Petterson, coordinatrice dell’Up­psala Conflict Data Program (Ucdp), ha ricordato che le due grandi tragedie sono accompagnate da altri sette scontri arma­ti importanti in Africa e Asia, di cui si par­la poco o niente, riguardanti Burkina Faso, Somalia, Sudan, Yemen, Birmania, Nige­ria e Siria. E poi Magnus Oberg, che del­l’Ucdp è il direttore, ha aggiunto che «il numero dei conflitti nel mondo non cessa di aumentare, e che i morti sono cresciuti del 97% nel 2022, con un balzo di oltre il 400% dall’inizio degli anni 2000».

Un quadro preoccupante.
Il quadro che emerge da queste premesse è estremamente preoccupante, dato che se pure in Ucraina lo scontro resta circoscrit­to, e pare entrato in una fase decisiva ver­so un qualche compromesso, in Medio Oriente la guerra si espande invece a mac­chia d’olio, con evidenti riflessi militari, politici ed economici. In un saggio di recente pubblicato in italiano da Neri Pozza Editore (L’invenzione del Medio Oriente. Cairo 1921), C. Brad Faught, professore di Storia coloniale alla Tyndale University di Toronto, racconta che Winston Chur­chill, all’epoca ministro delle Colonie bri­tannico, affrontò la sfida dei nascenti na­zionalismi e quanto le decisioni adottate nella conferenza internazionale svoltasi in Egitto plasmarono il Medio Oriente nei ter­mini geopolitici con i quali siamo ancora chiamati a confrontarci. Era un’epoca, un secolo fa, in cui le grandi questioni deri­vanti dalle guerre venivano discusse e ri­solte in conferenze internazionali (Parigi nel 1919 e Sanremo nel 1920), che deline­arono la natura e la portata del nuovo si­stema di mandati internazionali per il go­verno dei territori del Medio Oriente, un tempo ottomani. La conclusione dei lavo­ri in terra d’Egitto, sottolinea Faught, «si tradusse nella nascita di due nuovi stati arabi, l’Iraq e la Giordania, e nella defini­zione delle linee guida del mandato bri­tannico sulla Palestina. Un risultato desti­nato a trasformarsi in una anticipazione dell’odierno Stato di Israele», nato nel maggio 1948. Sei mesi prima, una risolu­zione dell’Onu aveva stabilito la creazio­ne di due Stati: uno arabo palestinese e uno ebraico. Ma Siria, Giordania, Egitto e Iraq ritennero ineguale quella spartizione e attaccarono Israele nel giorno della pro­clamazione della sua indipendenza. A que­sta guerra persa dagli arabi, ne seguirono altre tre con la stessa sorte aversa: Suez (1956), Sei Giorni (1967) e Kippur (1973).
50 anni di tensioni
Negli ultimi 50 anni le tensioni non si sono mai placate, e le organizzazioni palestine­si moderate (Al Fatah e Olp) si sono proposte quali interlocutori unici di Israele, giocando, con l’appoggio della comunità internazionale, la carta del dialogo e della diplomazia. Senza però riuscire ad otte­nere da Tel Aviv l’accettazione del princi­pio della nascita di una Palestina indipen­dente previsto dagli Accordi di Oslo (1993- 95). Questo fallimento ha offerto argomen­ti crescenti a partiti radicali islamici, in pri­mo luogo Hamas, per l’uso di cruenti atti di forza. Poi, con l’ascesa al potere di Ben­yamin Netanyahu, il tema ha perso di im­portanza, mentre è aumentato lo spa­zio concesso ai coloni ebrei ortodossi per insediarsi sulle terre promesse dall’Onu ai palestinesi. Sono oggi almeno 500.000 in Cisgiordania e 200.000 a Gerusalemme est. Ma il peggio doveva ancora venire, perché durante la presenza di Donald Trump alla Casa Bianca, gli Stati Uniti hanno lancia­to l’idea degli Accordi di Abramo (2020) per incoraggiare i Paesi arabi (puntando soprattutto sull’Arabia Saudita) a ricono­scere Israele con promesse di vantaggi ge­nerici, ma non di uno Stato, per i palesti­nesi. Con il senno di poi possiamo dire che probabilmente è stato in quel periodo che Hamas da una parte, e l’Iran dall’altra, hanno cominciato a pensare ad una stra­tegia estrema e rischiosa per costringere Israele a cedere sul principio dell’entità statale. Il partito guidato da Ismail Ha­niyeh ha quindi deciso di organizzare l’at­tacco terroristico costato la vita ad alme­no 1.200 civili e militari israeliani nei vil­laggi vicini a Gaza, con la cattura di quasi 250 ostaggi, atto che ha avuto un costo provvisorio di oltre 22.000 militanti e civi­li. Nel contempo, Teheran ha usato questi tre anni per infittire la sua rete di allean­ze, chiamata ‘Asse della Resistenza’, mi­rante a rafforzare la sua influenza nella regione. Insieme al gruppo Hezbollah nel sud del Libano e a varie milizie in Iraq e Siria, l’Iran ha schierato anche a sorpresa il movimento sciita degli Houthi, al pote­re ‘de facto’ nello Yemen settentrionale, e cresciuto enormemente in una guerra di resistenza con l’Arabia Saudita.
Il rischio di un allargamento del conflitto
La strategia di questi gruppi è stata quella di premere su Israele da più parti, costrin­gendo le sue forze armate a dividersi su fronti differenti, e a rispondere ad attac­chi provenienti non solo da Gaza, ma an­che dal Libano, dalla Siria e dall’Iraq. Si è trattato in sostanza di un allargamento del conflitto che non ha riguardato solo le ri­sposte israeliane in territorio siriano o libanese, ma si è esteso al Mar Rosso dove gli Houthi hanno sparato missili contro navi cargo con merci israeliane e minac­ciato direttamente il traffico navale attra­verso lo stretto di Bab El Mandeb. Molti armatori hanno ordinato alle loro unità di raggiungere l’Europa e l’Oceano Atlan­tico realizzando il periplo dell’Africa, con evidente aumento del costo del trasporto. Inoltre, la determinazione israeliana di proseguire le operazioni a Gaza ha allar­mato anche Paesi islamici normalmente moderati, fra cui la Malaysia, Così Kuala Lumpur ha avvertito Tel Aviv che i suoi interessi sulle navi da carico in transito nello stretto di Malacca potrebbero non essere protetti. Gli analisti si spingono anche a prevedere che un eventuale ag­gravamento di questa crisi potrebbe com­portare la paralisi del traffico navale an­che nel Canale di Suez e poi perfino nello Stretto di Gibilterra. Questo se in uno dei Paesi arabi della zona (Algeria, Marocco, Mauritania o Repubblica Araba Sarahoui) dovesse manifestarsi un gruppo sciita ade­rente al citato «Asse della Resistenza» filo­iraniano.
In assenza di robusti piani diplomatici capaci di scongiurare l’uso crescente del­le armi, gli Usa non si sono fatti pregare ed hanno dato vita in Bahrein, dove si tro­va il Comando della Marina statunitense nel Golfo Persico, all’Operazione ‘Guardia­no della Prosperità’ per contrastare attac­chi ostili nel Mar Rosso. Vi hanno aderito Gran Bretagna, Canada, Francia, Italia, Olanda Norvegia, Spagna, Bahrein e Seychelles ma, sorprendentemente, nes­sun Paese arabo significativo, come Ara­bia Saudita o Egitto. Riguardo infine alle dichiarazioni di Netanyahu che l’operazio­ne a Gaza, dove la situazione umanitaria è drammatica, «durerà a lungo», Jean­Pierre Filiu, professore nella Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Pari­gi, ha detto al francese Le Monde, che Isra­ele potrebbe decidere di prolungare le sue operazioni militari fino alle elezioni pre­sidenziali negli Stati Uniti, Nella speran­za di un ritorno alla Casa Bianca di Trump, in passato convinto sostenitore delle ragioni israeliane a tutti i livelli. Se così fosse, si tratterebbe comunque di una strategia rischiosa e impopolare a livello internazionale, vista ad esempio la deci­sione del moderato Sudafrica di denun­ciare per genocidio Israele davanti alla Corte internazionale di giustizia del­l’Aja.




LAUDATE DEUM
Appello della Consulta Pastorale sociale e lavoro della Lombardia

COMUNICATO

Laudate Deum nelle Chiese della Lombardia

Appello della Consulta Regionale Ecclesiastica della Pastorale sociale e del lavoro

Papa Francesco, nel giorno di S. Francesco d’Assisi, ha pubblicato l’Esortazione apostolica «Laudate Deum» (LD) riprendendo il tema della crisi climatica e l’ha indirizzata, come per la Lettera enciclica «Laudato sì» (LS) del 2015 sulla cura della casa comune, a tutte le persone di buona volontà. Questo indirizzo a tutti gli uomini e le donne di buona volontà si rivolge in modo forte e missionario particolarmente ai cristiani. Il Papa, infatti, scrive: «La fede autentica non solo dà forza al cuore umano, ma trasforma la vita intera, trasfigura gli obiettivi personali, illumina il rapporto con gli altri»[1]. In questo c’è un’indicazione profondamente morale, un invito che riprende in modo ancora più deciso il magistero espresso nella LS, con la consapevolezza inequivocabile che, per quanto qualcuno cerchi ancora di negarli, nasconderli, dissimularli o relativizzarli, i segni del cambiamento climatico sono sempre più evidenti, tanto che «forse ci stiamo avvicinando a un punto di rottura»[2]. Il Papa passa in rassegna i molti segni e le molte iniziative che mostrano il dramma climatico che stiamo attraversando e segnala l’insufficienza delle risposte, sia a livello istituzionale e sociale che a livello personale.
Egli chiede che «ci rendiamo conto di non aver «reagito abbastanza»[3], che la transizione ecologica procede troppo lentamente e soprattutto che la conversione ecologica è ancora troppo marginale nelle nostre vite, nelle dinamiche che governano le agende della politica, in quelle dell’economia e della finanza, e di conseguenza in quei processi che poi ne innescano altri non solo rispetto alla vita possibile, ma anche alla vita giusta e buona. Siamo invitati a creare una cultura nuova, basata sul radicale cambiamento del diffuso stile di vita irresponsabile, legato al modello consumista che perpetra un significativo impatto negativo a lungo termine. Si tratta di non cedere alle lusinghe di una tecnocrazia che domina tutto e di non considerare l’uomo, socialmente e individualmente, come un dominus assoluto, «perché un essere umano che pretende di sostituirsi a Dio diventa il peggior pericolo per sé stesso»[4].
Anche le comunità cristiane della Lombardia vogliono continuare a ripercorrere queste questioni, riflettendo sull’ultimo messaggio del Santo Padre per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato 2023: «Dobbiamo decidere di trasformare i nostri cuori, i nostri stili di vita e le politiche pubbliche che governano le nostre società», poiché «politiche economiche che favoriscono per pochi ricchezze scandalose e per molti condizioni di degrado decretano la fine della pace e della giustizia».
Le comunità cristiane sono interpellate a una riflessione che parta dalla considerazione di alcune emergenze climatiche ed ecologiche che affliggono la nostra terra lombarda a partire dalla provocazione che ci viene dal Papa.
Consumo di suolo, cambiamenti climatici, distruzione della biodiversità, inquinamento del suolo, dell’aria e dell’acqua sono aspetti sui quali vogliamo continuare a porre l’attenzione in modo costruttivo ed urgente, non tanto per una riflessione immediatamente politica, quanto per una considerazione morale e spirituale che muova il cuore a una conversione e ad una riflessione responsabilmente rinnovata anche nell’esercizio della responsabilità politica.
Ci preme domandarci quali possano essere gli impatti sociali e morali di questi fenomeni e dello sviluppo convulso, caotico e spesso incontrollato dei nostri territori lombardi.
Le tematiche più urgenti e spesso dibattute, ma anche più facilmente eluse dai confronti sociali di grande impatto comunicazionale, sembrano essere quelle relative al consumo del suolo, alla distribuzione dei fanghi e degli scarti pericolosi, alla ridistribuzione delle risorse idriche ed energetiche, alla custodia delle caratteristiche geologiche del territorio in relazione all’abitabilità e alla fruizione sociale e anche spirituale del territorio.
Consumo di suolo
Tra questi molti aspetti desideriamo porre la nostra particolare attenzione su quello del consumo di suolo, perché più facilmente riassuntivo dell’intreccio di elementi indicati dal Papa. Per accogliere l’invito del Papa, occorre innanzitutto porsi in atteggiamento di ascolto e di riflessione.
Che cosa significa consumo del suolo? Da una prima valutazione e senza entrare in dettagli specialistici, appare chiaro a tutti che, attraverso il moltiplicarsi di costruzioni e la cementificazione, l’ambiente antropico sostituisce sempre più massicciamente l’ambiente biologico. La costruzione di case, fabbriche, strade, infrastrutture modifica il territorio in modo evidente. Di conseguenza, alla luce della proposta di LD, parrebbe importante, prima di occupare nuovo suolo biologico, gestire quei tanti immobili industriali e di edilizia commerciale del passato che oggi sono abbandonati in stato di degrado. Prima, insomma, di costruire da capo occupando territorio destinato ad uso agricolo o comunque libero da infrastrutture e strutture, ci chiediamo se davvero valga la pena e se sia giusto operare con logiche che si fondano su ragioni di tipo prevalentemente economico, senza dare giusto peso alle ragioni che il Papa ci ricorda con carattere di urgenza.  Ci chiediamo se sia possibile riqualificare piuttosto che occupare nuovi terreni.
Se vogliamo approfondire meglio la riflessione, possiamo addurre alcune considerazioni più specifiche.
La prima è che l’istanza del Papa ci porta ad evidenziare un aspetto spesso sottaciuto: il suolo è un laboratorio biologico, estremamente fragile, da cui dipendono la produzione di biomassa, la catena alimentare e la biodiversità terrestre.  Per ricostruire la fertilità di un suolo reso impermeabile, e perciò sterile e improduttivo, servono centinaia di anni.
Unita a ciò, c’è anche la questione legata al cambiamento del naturale scorrimento di corsi d’acqua, nonché al deflusso della stessa che da sempre va a rimpinguare le falde.
La seconda considerazione va nella direzione dell’analisi dei dati. Se scorriamo il rapporto del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), intitolato: Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi eco-sistemici Edizione 2022, ci accorgiamo che in Italia, nel 2021, abbiamo raggiunto un consumo di suolo di 21.450 Kmq, pari al 7,13% di tutto il territorio, con un incremento di circa 70 Kmq tra il 2020 ed il 2021. Ogni secondo consumiamo circa 2 mq di suolo. In Lombardia siamo al 12,12% della superficie totale. In alcune provincie siamo attorno al 20%, con picchi tra il 30% ed il 40%. Possiamo dire che la situazione rischia davvero di essere compromessa. L’occupazione del suolo comporta costi occulti, quantificati dallo stesso rapporto in 100.000 di euro a Kmq che saranno pagati dalla collettività e che certamente non rientrano nei piani economici e finanziari di chi occupa il suolo.
La terza considerazione analizza la questione dei servizi di logistica. Nella provincia di Bergamo, per il biennio 2019-2020 sono arrivate al servizio «Pianificazione territoriale» nove istanze, per un totale di 138 ettari per lo sviluppo di questi poli; nel 2021-2022 un totale di 104 ettari, e altre quattro istanze ancora non definite per circa 41 ettari[5]. Nell’area Adda Martesana, l’area Milano Smistamento e Melzo diventerà tra non molto un pezzo del porto di Genova con infrastrutture della Zona Logistica Semplificata – Porto e retro-porto di Genova con un incremento di traffico pesante di circa 2.000 TIR al giorno. Nel Parco Agricolo Sud Milano c’è la richiesta di sviluppare un nuovo parco logistico su un’area agricola di 645.000 mq, di cui 208.000 coperti da capannoni, da adibire a: ricezione, stoccaggio, assemblaggio e spedizione merci. Se è pur vero che i vari Comuni riceveranno contributi diretti e indiretti per milioni di Euro, appare tuttavia ovvio che questi territori non saranno più biologicamente, fisicamente e chimicamente uguali a prima.
La quarta considerazione si riferisce al fatto che questo tipo di consumo del suolo produce altre conseguenze legate all’incremento del traffico, concentrato in un’area ristretta.
Uno studio fatto da Legambiente su un polo logistico di 60.000 mq afferma che il traffico generato immette in atmosfera, in un anno, circa 300 Ton di CO2. A questa si aggiungono anche le emissioni degli altri inquinanti. Livelli alti in inquinamento atmosferico determinano criticità sanitarie per la presenza di PM10 e PM2.5, agenti cancerogeni accertati dall’OMS.
Come quinta considerazione occorre ricordare altre conseguenze e danni sociali. Solitamente la tipologia di lavoro che viene proposta è soprattutto manuale e dequalificata, con scarso interesse da parte della manodopera locale, più qualificata. Questo richiama manodopera da altre zone o paesi con un reclutamento che avviene con forme non sempre limpide, rivolte a gruppi di extracomunitari, con difficoltà di inserimento nel tessuto sociale locale. Il livello retributivo è basso, con contratti atipici, con il risultato di tensioni sociali. Il tipo di contratto ed il turnover conseguente generano nuove sacche di fragilità ed emarginazioni che poi ricadono sui servizi sociali e sulle organizzazioni caritative ed i servizi sociali dei Comuni che si fanno carico delle marginalità. Ma c’è anche il cambiamento nel modello di distribuzione delle merci e dei servizi e di conseguenza della struttura del commercio e del modo di abitare nei paesi e nelle case.
Infine non dimentichiamo l’effetto sul paesaggio. I poli logistici, per le loro caratteristiche edificatorie e con lo scopo di offrire il maggior volume possibile allo stoccaggio e alla movimentazione, sono dei monoliti che stravolgono il paesaggio. Quando questi «Big Box» sono progettati e realizzati in prossimità di fabbricati storici, Chiese, Santuari diventano dei veri mostri. Anche il paesaggio, e all’interno di questo i beni architettonici, deve essere tutelato ed è un bene di tutti, come pronunciato anche nella nostra Costituzione.
Queste considerazioni rendono più urgenti gli appelli di Papa Francesco, che ci esorta a pensare nuovi modelli di sviluppo, più etici e più intelligenti, nel rispetto dell’ambiente e nella difesa del futuro, riflettendo responsabilmente «sul senso dell’economia e sulla sua finalità, per correggere le sue disfunzioni e distorsioni». In particolare, Papa Francesco ci ricorda che non pare più sostenibile la modalità di una via di mezzo tra la cura per la natura e la rendita finanziaria, tra la conservazione dell’ambiente e il progresso scientifico e tecnologico.  Su questo tema «le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro». Esse, infatti, nascondono il vero motore di questa cultura: «Il principio della massimizzazione del profitto è una distorsione concettuale dell’economia: se aumenta la produzione, interessa poco che si produca a spese delle risorse future o della salute dell’ambiente. Vale a dire che le imprese ottengono profitti calcolando e pagando una parte infima dei costi. Si potrebbe considerare etico solo un comportamento in cui «i costi economici e sociali derivanti dall’uso delle risorse ambientali comuni siano riconosciuti in maniera trasparente e siano pienamente supportati da coloro che ne usufruiscono e non da altre popolazioni o dalle generazioni future»[6].
In merito alla supremazia dell’economia e del profitto, don Primo Mazzolari, nel 1940, scriveva: «Gli uomini intelligenti di qualche anno fa, in America e altrove avevano scoperto questa formula di saggezza per far andar bene il mondo: produrre molto, consumare molto.  Se un anno si fa tanto vino, beviamone tanto. Non c’è altra maniera per risolvere la crisi che diventare degli imbuti, cioè dei consumatori, senza più il tempo di dare un’occhiata in giro a ciò che è bello e un pensiero a ciò che è buono. Il materialismo è questo, soprattutto questo: «produrre per consumare, con una conseguente schiavitù che non ha eguali nella storia… e con l’illusione di arrivare a star bene!»[7].
Che cosa fare?
La prima cosa da fare è rendersi conto che siamo personalmente coinvolti e responsabili.  Dobbiamo perciò informarci, riflettere e agire. Insomma l’esortazione alla partecipazione responsabile e attiva, che il programma della Settimana Sociale dei cattolici di Trieste del prossimo 2024 suggerisce e incoraggia, ci riguarda in modo forte e bello. Non possiamo poi stare fermi, negare che la situazione sia grave o che debbano occuparsene altri. Vi sono persone e organizzazioni che già sono attive: allora costruiamo reti con le realtà già presenti, incontriamoci e confrontiamoci per avviare percorsi condivisi. Ci impegniamo perciò a evitare, come comunità, il rischio di «non reagire abbastanza». come sottolineato in LD[8]. Incoraggiamo le comunità e le persone a riflettere sul proprio ruolo nella protezione dell’ambiente e ad adottare misure concrete per preservare il pianeta. L’assunzione di responsabilità da parte di ciascuno e dell’intera collettività è ormai necessaria anche per quegli aspetti del cambiamento climatico legati all’attività antropica. «Questo periodo può essere una opportunità reale per un cambiamento di rotta. Desideriamo vivere il nostro impegno con speranza sapendo che è possibile e dipende da noi». La speranza ci invita a riconoscere che c’è sempre una via di uscita, che possiamo sempre cambiare rotta, che possiamo sempre fare qualcosa per risolvere i problemi»[9].
Più concretamente la comunità cristiana può impegnarsi a creare luoghi e momenti di discernimento e di assunzione di responsabilità morali e sociali, può sollecitare forme di dialogo e confronto con le istituzioni quali le imprese, le scuole, le università e le altre confessioni religiose, può assumere forme di comportamento responsabile e pedagogico capaci di creare mentalità responsabilmente nuove e rinnovate.


[1] Laudate Deum, n. 61
[2] Laudate Deum, n. 02
[3] Ibidem
[4] Laudate Deum, n. 73
[5] Fonte, studio realizzato per la Provincia di Bergamo dal Centro studi sul territorio «Lelio Pagani» dell’Università degli studi di Bergamo.
[6] Laudato Si, n. 195
[7] S. Antonio: il contadino del deserto
[8] Laudate Deum, n. 2
[9] Laudato sì, n. 62




Lavoro dalle 9 alle 17. Non ho più una vita

31 OTTOBRE 2023

Stati Uniti, lo sfogo di una giovane scatena il dibattito social: “Lavoro dalle 9 alle 17 e non ho più una vita”

“Benvenuta nel mondo degli adulti”, “L’intero sistema è progettato per esaurirti in modo che tu non combatta per cambiarlo”: sono alcuni dei commenti degli utenti

Una 21enne della Carolina del Sud, negli Stati Uniti, ha pubblicato un video su TikTok in cui racconta – in lacrime – dei problemi legati alla gestione del nuovo lavoro.
In particolare, Brielle Asero, questo il nome della ragazza, che si è trasferita in New Jersey, facendo la pendolare verso Manhattan, dice di lavorare dalle 9 alle 17 – a cui si aggiunge un tragitto di un’ora e mezza la mattina e di un’ora e quindici minuti il pomeriggio – e di non avere “tempo per fare nulla, nemmeno per cucinarmi la cena, o le energie per fare sport”. “Sono così triste. Ho paura di non avere tempo per vivere”, aggiunge. Il video è diventato virale e ha scatenato le polemiche sui social.
Le polemiche – Il video di Asero ha collezionato diverse critiche negative: “E gli infermieri che lavorano 7-7 con turni di 12 ore?”, “Benvenuta nel mondo degli adulti”. Ma anche parecchi commenti di supporto: “100000% sì sì sì. L’intero sistema è progettato per esaurirti in modo che tu non combatta per cambiarlo. Non ti lascia nemmeno il tempo per pensare”, “La settimana lavorativa da 40 ore è antiquata ormai, fai bene a sentirti così”.
Dopo le polemiche, la 21enne, laureata in marketing all’Università della Carolina del Sud, ha rilasciato un’intervista a Rolling Stone. “Non mi aspettavo che il video provocasse una tale reazione. Stavo solo cercando di aprire un dibattito sul tema e di essere rispettosa verso le persone che lavorano anche più ore delle mie“, commenta Asero. “Ma gli hater hanno trovato i miei social media personali e li hanno inondati di commenti orribili. Inoltre, alcuni siti di news hanno ripreso il mio video e dipinto i laureati come pigri, il che è tutt’altro che vero“, prosegue la giovane. “La Generazione Z lavora tanto quanto le persone che ci hanno preceduto, con salari più bassi e costi della vita più elevati“, conclude Asero.




Comprano casa e la affittano a una famiglia tunisina costretta a vivere in auto

24 OTTOBRE 2023 09:01

Padova, comprano casa e la affittano a una famiglia tunisina costretta a vivere in auto

Una coppia italiana ha deciso di aiutare Asma e Nadir che erano costretti a dormire in macchina con i figli di 4 anni e 10 mesi perché nessuno voleva affittare un appartamento.
Una famiglia italiana che vive in provincia di Padova, e che vuole restare anonima, ha deciso di comprare una casa per poi affittarla a una coppia e ai loro due figli.
A beneficiare dell’appartamento sono Asma e Nadir, di origine tunisina, e i loro due piccoli, uno di 4 anni e l’altro di 10 mesi, che fino ad ora erano stati costretti a dormire e vivere in macchina. Nonostante Nadir, 35 anni, lavori come muratore e abbia uno stipendio, non erano riusciti a trovare un tetto sotto al quale abitare, a causa dei costi elevati ma anche a causa della diffidenza di molti per il fato di essere stranieri.
La storia è stata raccontata dal Corriere Veneto. Nadir ha 35 anni e sua moglie Asma ne ha 24. Lui ha uno stipendio dignitoso ma ogni sera con la macchina sono costretti a cercare una via tranquilla in giro per Padova, parcheggiare l’auto e trascorrere lì la notte, con i bambini. Perché trovare una casa in affitto sembrava impossibile. “Abbiamo fatto il giro delle agenzie immobiliari ma appena i proprietari scoprono che siamo stranieri, l’appartamento non è più disponibile“, ha spiegato la coppia. Era stata Asma, nei giorni scorsi, a lanciare un vero e proprio appello tramite i giornali nel tentativo di riuscire finalmente a trovare una soluzione:  “Basterebbe anche una stanza con un bagno, siamo stati sempre puntuali con i pagamenti, mai uno sfratto. Possiamo anche pagare 700 euro di affitto, mio marito ha un contratto a tempo indeterminato e forniamo tutte le garanzie necessarie. L’importante è dare un tetto ai nostri bambini. Nessuno però sembra fidarsi di noi perché siamo stranieri“, aveva aggiunto la donna nel suo racconto.
Il primo effetto era stato quello di ricevere una proposta da un giovane padovano, che si era reso disponibile a pagare alla famiglia tunisina qualche notte in albergo. Un gesto bellissimo e importantissimo per Asma e Nadir, ma ovviamente questa è stata una soluzione temporanea e non una soluzione definitiva. “Ogni famiglia ha diritto ad avere una casa, noi non l’abbiamo mai chiesta gratis, perché il lavoro ci dà la dignità di pagare un affitto“, aveva aggiunto ancora Asma.
La coppia tunisina aveva anche provato a rivolgersi al Comune, chiedendo un alloggio. Ma il sindaco Martina Rocchio non era riuscita ad aiutarli perché le residenze dell’Ater sono assegnate alle famiglie per anni. Insomma non c’erano case disponibile e l’unica soluzione sarebbe stato trovare un privato disponibile ad affittare loro una casa, aveva spiegato il sindaco. E così è stato.
Pochi giorni fa, infatti, la famiglia tunisina ha ricevuto una telefonata: “Compreremo una casa per voi. Nessuna famiglia dovrebbe vivere in macchina“, ha detto una coppia italiana, che risiede nel Padovano, e che ha subito incontrato Nadir e gli altri. E non è finita qui: le due famiglie si sono incontrate e conosciute e trascorreranno assieme qualche giorno: quella italiana, infatti, ha offerto una stanza e un bagno a quella tunisina, in attesa che possano trasferirsi nella casa comprata e per cui Nadir potrà regolarmente pagare l’affitto.
Ci hanno spiegato che appena hanno letto sul giornale che dei bambini piccoli dormivano con i genitori in auto, hanno avuto subito il desiderio di aiutarci. Questa famiglia italiana ha dimostrato tanta umanità, siamo senza parole e mi viene solo da rivolgere un grande grazie a queste meravigliose persone“, ha concluso Asma, pronta ad avere un tetto sotto il quale vivere con suo marito e i suoi due figli.




«Bisogna fermare la violenza, subito»

APPELLO UNITARIO DI 40 ORGANIZZAZIONI DELLA SOCIETÀ CIVILE
«Bisogna fermare la violenza, subito»
Piena condanna del terrorismo e delle ritorsioni sui civili a Gaza. «L’obiettivo è due popoli, due Stati»
LUCA LIVERANI. (AVVENIRE 12 ottobre 2023)




Lavoro: 4 giorni bastano. In Germania ci si prova.

Lavoro, 4 giorni bastano. In Germania ci si prova.
Per la Ig Metall la settimana corta va adottata ufficialmente. E a Berlino già si prova. La confindustria fa resistenza.
Sebastiano Canetta (IL MANIFESTO 24 settembre 2023)

Da ipotesi teorica a proposta concreta, con la sperimentazione pratica nelle imprese partita già 3 giorni fa. La Germania accende la settimana lavorativa di 4 giorni non più solamente come dibattito politico, dopo che Ig Metall, il maggiore sindacato europeo, ha proposto di adottarla ufficialmente per «incentivare i lavoratori rendendoli più produttivi e attrarre nel mondo del lavoro persone non più disposte a lavorare ai ritmi attuali». Succede nel primo Paese europeo per abitanti ed economia, in piena recessione, con il made in Germany che chiede 400 mila immigrati all’anno per riempire le catene di montaggio e le ore lavorate ampiamente sotto la media Ocse: i tedeschi faticano in media 1.349 ore all’anno contro le 1.872 dei greci.
EPPURE NON È un paradosso, come evidenzia l’emittente statale Deutsche Welle che ospita la discussione di interesse pubblico dando ampio risalto ai «risultati positivi» dei progetti pilota organizzati dall’Ong neozelandese 4 Day Week Global con la collaborazione di oltre 500 aziende in tutto il mondo, tra cui spicca proprio la Germania. Giovedì scorso a Berlino è stato lanciato il programma per la settimana lavorativa di 4 giorni su base volontaria che invita le imprese a candidarsi per il periodo di prova di sei mesi. Il piano è gestito dall’agenzia di consulenza tedesca Intreprenör in partnership con 4Dwg.
Sempre sulla tv pubblica emerge il parallelo sondaggio fra i lavoratori della Fondazione Hans-Böckler: restituisce il 73% a favore della settimana corta a retribuzione invariata mentre l’8% accetterebbe anche meno soldi in busta paga. Solo il 17% si dice contrario a priori a qualsiasi calo delle ore di lavoro.
Ig Metall, a scanso di equivoci, spegne gli appetiti imprenditoriali su eventuali trattative al ribasso chiedendo l’aumento di stipendio dell’8,5% insieme ai 4 giorni lavorativi. Piattaforma già pronta in Nordreno-Vestfalia e nel Land di Brema dove il prossimo novembre si aprirà la vertenza che coinvolge tutti i 68 mila metalmeccanici del Nord-Ovest della Germania. «Intanto vogliamo abbassare subito l’orario di lavoro a 32 ore settimanali con la compensazione salariale completa. Così sarà già possibile applicare la settimana di 4 giorni in molte aree» è il ragionamento del sindacato.
BOLLATA COME pericolosa «utopia» dalla confindustria locale guidata da Cornelius Neumann-Redlin, convinto al contrario che «la riduzione delle ore lavorative non è la risposta adeguata alle sfide del nostro tempo. I baby-boomer stanno andando in pensione, quindi in futuro dovremo lavorare di più e più a lungo per mantenere intatta l’attuale prosperità».
Il dibattito sulla Deutsche Welle si concentra anche sulle statistiche Ocse tali da far apparire paradossale la proposta del sindacato. La domanda ironica è: «Noi tedeschi siamo pigri?». A rispondere è Enzo Weber, giovane economista dell’Istituto per la ricerca sull’occupazione di Norimberga e professore all’Università di Regensburg. «Il tasso di partecipazione alla forza lavoro delle donne tedesche è significativamente più alto degli altri paesi, però metà delle donne lavorano a tempo parziale abbassando così la media annuale pro capite. I tedeschi non lavorano certo poco. Anche se i vecchi giorni di gloria della Germania come sbuffante potenza produttiva sono tramontati da tempo». Piuttosto il calo di produttività tedesca si deve alla crisi energetica: «Le ore lavorate in totale rimangono stabili ma la produzione si riduce a causa dei maggiori costi del Kilowattora».
I LAVORATORI DUNQUE non c’entrano, sottolineano alla Ig Metall preparandosi al nuovo corso con Christiane Benner, impegnata nella cruciale ristrutturazione dell’industria automobilistica nazionale e decisa ad «avere voce in capitolo anche con Tesla» che possiede la Gigafactory alle porte di Berlino. A fine ottobre Benner diventerà la prima donna a capo del sindacato. Si dovrà confrontare con gli industriali ben più riottosi dei piccoli imprenditori. «La settimana di 4 giorni potrebbe rendere più attraenti le imprese artigiane per i lavoratori qualificati» riassume Jörg Dittrich, presidente della federazione degli artigiani e delle piccole aziende.




Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato

Messaggio di Papa Francesco per la celebrazione della Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato
(1° settembre 2023)

Cari fratelli e sorelle!

“Che scorrano la giustizia e la pace” è quest’anno il tema del Tempo ecumenico del Creato, ispirato dalle parole del profeta Amos: «Come le acque scorra il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (5,24).
Questa espressiva immagine di Amos ci dice quello che Dio desidera. Dio vuole che regni la giustizia, che è essenziale per la nostra vita di figli a immagine di Dio come l’acqua lo è per la nostra sopravvivenza fisica. Questa giustizia deve emergere laddove è necessaria, non nascondersi troppo in profondità o svanire come acqua che evapora, prima di poterci sostenere. Dio vuole che ciascuno cerchi di essere giusto in ogni situazione, che si sforzi sempre di vivere secondo le sue leggi e di rendere quindi possibile alla vita di fiorire in pienezza. Quando cerchiamo prima di tutto il regno di Dio (cfr Mt 6,33), mantenendo una giusta relazione con Dio, l’umanità e la natura, allora la giustizia e la pace possono scorrere, come una corrente inesauribile di acqua pura, nutrendo l’umanità e tutte le creature.
Nel luglio 2022, in una bella giornata estiva, ho meditato su questi argomenti durante il mio pellegrinaggio sulle sponde del Lago Sant’Anna, nella provincia di Alberta, in Canada. Quel lago è stato ed è un luogo di pellegrinaggio per molte generazioni di indigeni. Come ho detto in quell’occasione, accompagnato dal suono dei tamburi: «Quanti cuori sono giunti qui desiderosi e ansimanti, gravati dai pesi della vita, e presso queste acque hanno trovato la consolazione e la forza per andare avanti! Anche qui, immersi nel creato, c’è un altro battito che possiamo ascoltare, quello materno della terra. E così come il battito dei bimbi, fin dal grembo, è in armonia con quello delle madri, così per crescere da esseri umani abbiamo bisogno di cadenzare i ritmi della vita a quelli della creazione che ci dà vita».[1]
In questo Tempo del Creato, soffermiamoci su questi battiti del cuore: il nostro, quello delle nostre madri e delle nostre nonne, il battito del cuore creato e del cuore di Dio. Oggi essi non sono in armonia, non battono insieme nella giustizia e nella pace. A troppi viene impedito di abbeverarsi a questo fiume possente. Ascoltiamo pertanto l’appello a stare a fianco delle vittime dell’ingiustizia ambientale e climatica, e a porre fine a questa insensata guerra al creato.
Vediamo gli effetti di questa guerra in tanti fiumi che si stanno prosciugando. «I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi», ha affermato una volta Benedetto XVI.[2] Il consumismo rapace, alimentato da cuori egoisti, sta stravolgendo il ciclo dell’acqua del pianeta. L’uso sfrenato di combustibili fossili e l’abbattimento delle foreste stanno creando un innalzamento delle temperature e provocando gravi siccità. Spaventose carenze idriche affliggono sempre più le nostre abitazioni, dalle piccole comunità rurali alle grandi metropoli. Inoltre, industrie predatorie stanno esaurendo e inquinando le nostre fonti di acqua potabile con pratiche estreme come la fratturazione idraulica per l’estrazione di petrolio e gas, i progetti di mega-estrazione incontrollata e l’allevamento intensivo di animali. “Sorella acqua”, come la chiama San Francesco, viene saccheggiata e trasformata in «merce soggetta alle leggi del mercato» (Enc. Laudato si’, 30).
Il Gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico (IPCC) afferma che un’azione urgente per il clima può garantirci di non perdere l’occasione di creare un mondo più sostenibile e giusto. Possiamo, dobbiamo evitare che si verifichino le conseguenze peggiori. «È molto quello che si può fare!» (ibid., 180), se, come tanti ruscelli e torrenti, alla fine insieme confluiamo in un fiume potente per irrigare la vita del nostro meraviglioso pianeta e della nostra famiglia umana per le generazioni a venire. Uniamo le nostre mani e compiamo passi coraggiosi affinché la giustizia e la pace scorrano in tutta la Terra.
Come possiamo contribuire al fiume potente della giustizia e della pace in questo Tempo del Creato? Cosa possiamo fare noi, soprattutto come Chiese cristiane, per risanare la nostra casa comune in modo che torni a pullulare di vita? Dobbiamo decidere di trasformare i nostri cuori, i nostri stili di vita e le politiche pubbliche che governano le nostre società.
Per prima cosa, contribuiamo a questo fiume potente trasformando i nostri cuori. È essenziale se si vuole iniziare qualsiasi altra trasformazione. È la “conversione ecologica” che San Giovanni Paolo II ci ha esortato a compiere: il rinnovamento del nostro rapporto con il creato, affinché non lo consideriamo più come oggetto da sfruttare, ma al contrario lo custodiamo come dono sacro del Creatore. Rendiamoci conto, poi, che un approccio d’insieme richiede di praticare il rispetto ecologico su quattro vie: verso Dio, verso i nostri simili di oggi e di domani, verso tutta la natura e verso noi stessi.
Quanto alla prima di queste dimensioni, Benedetto XVI ha individuato un’urgente necessità di comprendere che Creazione e Redenzione sono inseparabili: «Il Redentore è il Creatore e se noi non annunciamo Dio in questa sua totale grandezza – di Creatore e di Redentore – togliamo valore anche alla Redenzione»[3]. La creazione si riferisce al misterioso e magnifico atto di Dio di creare questo maestoso e bellissimo pianeta e questo universo dal nulla, e anche al risultato di quell’azione, tuttora in corso, che sperimentiamo come un dono inesauribile. Durante la liturgia e la preghiera personale nella «grande cattedrale del creato»[4], ricordiamo il Grande Artista che crea tanta bellezza e riflettiamo sul mistero della scelta amorosa di creare il cosmo.
In secondo luogo, contribuiamo al flusso di questo potente fiume trasformando i nostri stili di vita. Partendo dalla grata ammirazione del Creatore e del creato, pentiamoci dei nostri “peccati ecologici”, come avverte il mio fratello, il Patriarca Ecumenico Bartolomeo. Questi peccati danneggiano il mondo naturale e anche i nostri fratelli e le nostre sorelle. Con l’aiuto della grazia di Dio, adottiamo stili di vita con meno sprechi e meno consumi inutili, soprattutto laddove i processi di produzione sono tossici e insostenibili. Cerchiamo di essere il più possibile attenti alle nostre abitudini e scelte economiche, così che tutti possano stare meglio: i nostri simili, ovunque si trovino, e anche i figli dei nostri figli. Collaboriamo alla continua creazione di Dio attraverso scelte positive: facendo un uso il più moderato possibile delle risorse, praticando una gioiosa sobrietà, smaltendo e riciclando i rifiuti e ricorrendo ai prodotti e ai servizi sempre più disponibili che sono ecologicamente e socialmente responsabili.
Infine, affinché il potente fiume continui a scorrere, dobbiamo trasformare le politiche pubbliche che governano le nostre società e modellano la vita dei giovani di oggi e di domani. Politiche economiche che favoriscono per pochi ricchezze scandalose e per molti condizioni di degrado decretano la fine della pace e della giustizia. È ovvio che le Nazioni più ricche hanno accumulato un “debito ecologico” (Laudato si’, 51).[5] I leader mondiali presenti al vertice COP28, in programma a Dubai dal 30 novembre al 12 dicembre di quest’anno, devono ascoltare la scienza e iniziare una transizione rapida ed equa per porre fine all’era dei combustibili fossili. Secondo gli impegni dell’Accordo di Parigi per frenare il rischio del riscaldamento globale, è un controsenso consentire la continua esplorazione ed espansione delle infrastrutture per i combustibili fossili. Alziamo la voce per fermare questa ingiustizia verso i poveri e verso i nostri figli, che subiranno gli impatti peggiori del cambiamento climatico. Faccio appello a tutte le persone di buona volontà affinché agiscano in base a questi orientamenti sulla società e sulla natura.
Un’altra prospettiva parallela è specifica dell’impegno della Chiesa cattolica per la sinodalità. Quest’anno, la chiusura del Tempo del Creato, il 4 ottobre, festa di San Francesco, coinciderà con l’apertura del Sinodo sulla Sinodalità. Come i fiumi che sono alimentati da mille minuscoli ruscelli e torrenti più grandi, il processo sinodale iniziato nell’ottobre 2021 invita tutte le componenti, a livello personale e comunitario, a convergere in un fiume maestoso di riflessione e rinnovamento. Tutto il Popolo di Dio viene accolto in un coinvolgente cammino di dialogo e conversione sinodale.
Allo stesso modo, come un bacino fluviale con i suoi tanti affluenti grandi e piccoli, la Chiesa è una comunione di innumerevoli Chiese locali, comunità religiose e associazioni che si alimentano della stessa acqua. Ogni sorgente aggiunge il suo contributo unico e insostituibile, finché tutte confluiscono nel vasto oceano dell’amore misericordioso di Dio. Come un fiume è fonte di vita per l’ambiente che lo circonda, così la nostra Chiesa sinodale dev’essere fonte di vita per la casa comune e per tutti coloro che vi abitano. E come un fiume dà vita a ogni sorta di specie animale e vegetale, così una Chiesa sinodale deve dare vita seminando giustizia e pace in ogni luogo che raggiunge.
Nel luglio 2022 in Canada, ho ricordato il Mare di Galilea dove Gesù ha guarito e consolato tanta gente, e dove ha proclamato “una rivoluzione d’amore”. Ho appreso che il Lago Sant’Anna è anche un luogo di guarigione, consolazione e amore, un luogo che «ci ricorda che la fraternità è vera se unisce i distanti, che il messaggio di unità che il Cielo invia in terra non teme le differenze e ci invita alla comunione, alla comunione delle differenze, per ripartire insieme, perché tutti – tutti! – siamo pellegrini in cammino»[6].
In questo Tempo del Creato, come seguaci di Cristo nel nostro comune cammino sinodale, viviamo, lavoriamo e preghiamo perché la nostra casa comune abbondi nuovamente di vita. Lo Spirito Santo aleggi ancora sulle acque e ci guidi a «rinnovare la faccia della terra» (cfr Sal 104,30).
Roma, San Giovanni in Laterano, 13 maggio 2023
FRANCESCO


[1] Omelia presso il Lago S. Anna, Canada, 26 luglio 2022.
[2]  Omelia in occasione del solenne inizio del ministero petrino, 24 aprile 2005.
[3]  Conversazione nella Cattedrale di Bressanone, 6 agosto 2008.
[4]  Messaggio per la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, 21 luglio 2022.
[5]  «C’è infatti un vero “debito ecologico”, soprattutto tra il Nord e il Sud, connesso a squilibri commerciali con conseguenze in ambito ecologico, come pure all’uso sproporzionato delle risorse naturali compiuto storicamente da alcuni Paesi» (Laudato si’, 51).
[6]  Omelia presso il Lago S. Anna, Canada, 26 luglio 2022.

 




Papà,troppo lavoro
M.Patriciello (AVVENIRE)

Il caso. «Papà, perché hai sacrificato la famiglia al lavoro?»
Maurizio Patriciello  (Avvenire 14 agosto 2023)
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/quando-il-lavoro-ruba-la-vita-e-soffoca-la-famiglia

Il rimprovero dei figli al funerale del padre, l’imprenditore morto sotto le forme di Grana nella sua azienda per un incidente. Perché si mortificano gli affetti più cari convinti di fare il loro bene.

Giacomo Chiapparini, 74 anni, è morto il 6 agosto nella sua azienda casearia nella Bergamasca, schiacciato sotto il peso delle forme di Grana. Una morte orribile dopo una vita passata a lavorare. Lascia agli eredi un patrimonio imprenditoriale da fare invidia. Giorno del funerale. Come spesso accade, i figli gli rivolgono un pensiero in chiesa. In genere, in queste occasioni, del defunto vengono esaltati i pregi e attenuati i difetti. Va bene lo stesso. I figli di Giacomo, invece, decidono di essere onesti con sé stessi, con il padre, con i presenti. La loro confessione commuove e fa riflettere: «Quante volte, papà, abbiamo sperato che rallentassi la tua corsa nella vita e quindi potesse rallentare anche la nostra, così da vedere cosa c’era fuori dal finestrino…». Triste. È proprio vero, tra i valori da perseguire nella vita l’equilibrio è ai primi posti. Le passioni, come una sorta di calamita, ci attraggono, e chi ne avverte il fascino obbedisce, ottenendo non poche volte ottimi risultati. Basti pensare al mondo della musica, della pittura, del cinema, della scienza o degli affari. Senza il canto di questa ammaliante sirena, niente di veramente grande è stato realizzato.
Il protagonista di un successo, però, è pur sempre un essere umano, che s’innamora, si sposa, mette su famiglia. La famiglia tenti di cacciarla dalla porta, la ritrovi alla finestra. La “tua” famiglia, verso la quale hai doveri che non puoi delegare a nessuno. Per quanto ci si dia da fare, nulla può sostituire adeguatamente la famiglia. Nessuna governante, nessun pedagogo può prendere il posto dei genitori. C’è nel rapporto genitori-figli una sorta d’intreccio tra amore ed egoismo. Da questo strano amalgama, adeguatamente equilibrato, viene fuori un rapporto sereno, concreto, fatto di gesti, di parole, di decisioni prese insieme. Ovviamente, non sempre l’equilibrio è equilibrato, accade che una parte prenda il sopravvento. Ed è allora che deve subentrare la forza dell’intelligenza e della volontà. Quando non lavori alle dipendenze di qualcuno, ma tutto dipende da te, gli affari vanno bene, l’azienda cresce, gli operai obbediscono, i mercati si allargano, il rischio di essere risucchiato nel vortice degli affari è forte.
È il caso di Giacomo, gran lavoratore, determinato, in gamba, intelligente. Eppure qualcosa non torna. Giacomo, nello scorrere degli anni, non si accorge che il successo ottenuto gli presenta un conto salatissimo, gli porta via tanto tempo prezioso, quello stesso tempo che avrebbe dovuto dedicare a sé stesso e ai figli. Il lavoro che ama lo assorbe e lo seduce totalmente. In buona fede, si convince di sgobbare da mattina a sera per loro. Li farà eredi di un patrimonio, il denaro accumulato renderà loro la vita più facile in questo mondo dal domani sempre incerto. La realtà, però, è diversa, ma Giacomo non se ne accorge.
C’è un tempo per ogni cosa. Ci sono malattie – pensate alla poliomielite – che, una volta contratte, anche dopo la guarigione lasciano segni permanenti. Ci sono, altresì, malattie invisibili ma non meno dolorose i cui sintomi corrono il rischio di passare inosservati. Bambini, ragazzi, giovani che chiedono di essere ascoltati, abbracciati, coccolati. Di giocare con il papà, la mamma, progettare e andare in vacanza con loro, non con la nonna; o, almeno, non solo con la nonna. Beati quei genitori che sanno mettere insieme i diritti dei figli con i loro doveri. Benedetti coloro che sanno dire basta al momento giusto. Se un padre disoccupato è una disgrazia, un padre che al lavoro sacrifica tutta la giornata non lo è da meno. Sta dimenticando che il tempo che scorre via veloce altro non è che la sua stessa vita, dalla quale dipende la vita, la serenità, la felicità dei figli.
Impariamo dal fornaio. Per ottenere un buon pezzo di pane deve pesare con accuratezza le dosi di farina, sale, acqua, lievito. E fare attenzione ai tempi di cottura. Non è proprio facile, ma è possibile.