CIÒ CHE CAMBIA CON IL NUOVO MESSALE
Don Augusto Fontana

ECCO CIÒ CHE CAMBIA CON IL NUOVO MESSALE
La revisione italiana del Messale scaturito dal Concilio arriva a diciotto anni dalla terza edizione nel 2002. La complessa operazione coordinata dalla Cei ha visto numerosi esperti collaborare con la Commissione episcopale per la liturgia fino a giungere nel novembre 2018 all’approvazione del testo definitivo da parte dell’Assemblea generale dei vescovi italiani. Poi, dopo il “via libera” di papa Francesco, il cardinale Bassetti ha promulgato il libro l’8 settembre 2019. 

Alcune modifiche che riguardano l’assemblea:

 CONFESSO
L’atto penitenziale ha un’aggiunta:  «Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle…E supplico la beata sempre vergine Maria, gli angeli, i santi e voi fratelli e sorelle…».

GLORIA
Il Gloria avrà la nuova formulazione «pace in terra agli uomini, amati dal Signore» che sostituisce gli «uomini di buona volontà».

PADRE NOSTRO
«Padre nostro…rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo a i nostri debitori e non ci abbandonare alla tentazione…».

 SCAMBIO DELLA PACE
Il presidente dell’Assemblea dirà: «Scambiatevi il dono della pace» anziché «Scambiatevi un segno di pace»

AGNELLO DI DIO
Il presidente dell’Assemblea dirà: «Ecco l’Agnello di Dio…. Beati gli invitati alla cena dell’Agnello ».

LA CONCLUSIONE
Al termine l’assemblea potrà essere congedata così: «Andate e annunciate il Vangelo del Signore».

Alcune modifiche che riguardano il presbitero che presiede e tutta l’Assemblea:

  • Sono ben sei i nuovi prefazi: uno per i martiri, due per i santi pastori, due per i santi dottori (che possono essere utilizzati anche in riferimento alle “donne dottore delle Chiesa” per le quali finora mancavano testi specifici), uno per la festa di Maria Maddalena “apostola degli apostoli”.
  • La Preghiera eucaristica II, quella fra le più utilizzate, non manca di cambiamenti. Dopo il Santo, il sacerdote dirà allargando le braccia: «Veramente santo sei tu, o Padre, fonte di ogni santità. Ti preghiamo: santifica questi doni con la rugiada del tuo Spirito». Tutto ciò sostituisce la precedente formulazione: «Padre veramente santo, fonte di ogni santità, santifica questi doni con l’effusione del tuo Spirito». L’inizio del racconto sull’istituzione dell’Eucaristia si trasforma da «Offrendosi liberamente alla sua passione» a «Consegnandosi volontariamente alla passione». E nell’intercessione per la Chiesa, l’unione con «tutto l’ordine sacerdotale» diventa con «i presbiteri e i diaconi». Ancora: l’espressione «per averci ammessi alla tua presenza a compiere…» viene sostituita con «perché ci hai resi degni di stare alla tua presenza a compiere…».
  • Nella Preghiera eucaristica III, l’espressione «Egli faccia di noi un sacrificio perenne…», viene sostituita con «Lo Spirito Santo faccia di noi un’offerta perenne a te gradita».
  • Varia anche la Preghiera eucaristica della Riconciliazione I dove si leggeva «Prese il calice del vino e di nuovo rese grazie» ora troviamo «Prese il calice colmo del frutto della vite…».
  • Un’altra modifica riguarda la Preghiera eucaristica V dove la formula: «Manda il tuo Spirito su questo pane e su questo vino, perché il tuo Figlio sia presente in mezzo a noi con il suo corpo ed il suo sangue» diventa: «Manda il tuo Spirito Santo a santificare il pane e il vino, perché questi doni diventino per noi il Corpo e il Sangue del Signore nostro Gesù Cristo»
  • Nella memoria dei defunti verranno sempre esplicitamente ricordati “fratelli e sorelle” «Ricordati anche dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, che si sono addormentati…».

Alcune riflessioni:

  • Il MESSALE non è il libro del prete, ma di tutta l’assemblea, anzi di tutta la Chiesa: pensiamo alla Preghiera eucaristica II quando si prega: «Ricordati, Padre, della tua Chiesa diffusa su tutta la terra e qui convocata nel giorno in cui Cristo ha vinto la morte». È un’affermazione grandissima: si dice che nell’assemblea liturgica, che potrebbe essere anche di tre persone, tutta la Chiesa è convocata. La Presentazione CEI sottolinea la pluralità dei ministeri, una sfida ancora aperta a partire da Concilio, e dell’assemblea liturgica come «soggetto celebrante». Dunque: pluralità di servizi e centralità dell’assemblea.
  • Per essere accolto, il nuovo Messale richiede «un processo di approfondimento della retta comprensione della celebrazione dell’eucaristia» (Presentazione, 6): «la migliore catechesi sull’eucaristia è la stessa eucaristia ben celebrata» (Benedetto XVI Sacramentum caritatis, 187). Il riferimento al Messale è determinante per comprendere il senso profondo del mistero eucaristico a partire dalla sua celebrazione. Per questo si può affermare che il libro liturgico è custode della fede creduta, celebrata e vissuta.
  • Occorrerà una «complessiva e armonica attenzione verso tutte le forme di linguaggio previste dalla liturgia: parola e canto, gesti e silenzi, movimento del corpo, colori delle vesti liturgiche. La liturgia, in effetti, possiede per sua natura una varietà di registri di comunicazione che le consentono di mirare al coinvolgimento di tutto l’essere umano” (Sacramentum caritatis, 40)». Il Messale non raccoglie solamente i testi liturgici, ma è soprattutto «un libro che indica “gesti” da porre in atto e valorizzare, coinvolgendo i vari ministeri e l’intera assemblea» (Presentazione, 9).
  • Dai testi liturgici impariamo anche la preghiera personale. Essi sono “intrisi” di Santa Scrittura. I testi liturgici ci insegnano a fare della Parola di Dio il nutrimento della nostra preghiera che dovrebbe essere un masticare o ruminare la Santa Scrittura. Il Messale ci rivela che il cristiano dovrebbe essere come un testo liturgico, intriso della Parola di Dio, un’espressione vivente della Santa Scrittura.

Alcune Parole…

Sacrificio. «Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi». Da tempo nel Messale italiano resiste il termine “in sacrificio” durante il Racconto-Memoriale della Cena pasquale del Signore. Il termine è assente nell’edizione originale del Messale in latino («Hoc est enim corpus meum, quod pro vobis tradetur [che sarà dato per voi]», che di fatto è più vicina al testo originale greco di Lc 22,19b: «hymon didómenon», “per voi dato”). Tale aggiunta in lingua italiana (che non trova riscontro nelle traduzioni dei Messali inglese, tedesco, francese, spagnolo, portoghese), induce a interpretare in prospettiva sacrificale-cultuale la donazione di Cristo. In realtà il linguaggio sacrificale risente molto dell’influsso da parte del culto ebraico e della sua organizzazione sacerdotale e rituale. Alcuni liturgisti l’hanno forse voluta conservare anche per rispondere alle attese di chi non amava il nome “Cena del Signore” perché la riteneva troppo vicina al linguaggio protestante. Ed è pure certo, però, che non possiamo sottovalutare il fatto che Gesù ha consegnato (offerto, donato) la sua vita in una fedeltà estrema al Padre e agli uomini, fino alla morte in croce. Ma il Padre non gli ha chiesto di morire come un agnello sgozzato nel tempio di Gerusalemme per placare la sua ira o soddisfare la sua sete di risarcimento per le nostre offese o peccati.

 Agnello. Ancora una volta c’è sangue, sacrificio, vittima e morte. Gesù è l’agnello (come tutte le vittime innocenti e miti) che lascia traccia del suo sangue sulle porte degli scampati alla notte pasquale dell’angelo sterminatore. L’Inno del giorno di Pasqua canta: «Alla cena dell’Agnello, avvolti in bianche vesti, attraversato il Mar Rosso, cantiamo a Cristo Signore». Gesù è anche l’agnello che vince la Bestia della Apocalisse di oggi e di domani. Ma è anche faro di una città redenta: «La città non ha bisogno della luce del sole perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello» (Ap. 21,23). Però è curioso notare che in aramaico, la lingua usata da Gesù, esiste il vocabolo, talya’ , che significa sia “servo” sia “agnello”. Con questa interpretazione l’agnello si può chiamare Servo del Signore, quel personaggio atteso e promesso dai profeti che «si è addossato i nostri dolori… che porta il peccato di molti» (Isaia 53,4.12). Il verbo ebraico usato, nasa’ , indica sia “portare” sia “togliere”.

 Rugiada.rugiada’ (acqua) è uno dei simboli dello Spirito Santo, come fuoco e vento. La rugiada scende silenziosa sulla terra e la irrora, producendo l’effetto del rinnovamento. E’ stato preferito tale termine a quello di effusione, ritenendolo più corrispondente al testo dell’antica Preghiera Eucaristica (anafora) di Ippolito del III secolo d.C.

(continua)




SALVIAMO IL NATALE?
Don Augusto Fontana

Dappertutto si sta già gridando «SALVIAMO IL NATALE». E alcuni pensano alle festose e affettuose tavolate familiari; altri pensano all’economia del commercio e del turismo che sono ormai allo stremo con persone e famiglie che stanno scivolando verso povertà o fallimenti. Alcuni pensano ai giovani dei percorsi scolastici, dopo aver scoperto che la scuola non solo insegna ma anche educa e forma. Il mio primo pensiero e la mia condivisione concreta e solidale è per tutti loro, con eccezione dei negazionisti e dei tartufai di consensi e voti. E se qualche apertura verrà dal Governo, spero che non sia il “liberi tutti” della scorsa estate che ci ha regalato questa seconda ondata che ha portato al totale di 51.306 morti in Italia, ad oggi. E penso a loro, povere creature decedute in circostanze di drammatica asfissia mortale e affettiva; e penso alle oltre 51.000 famiglie buttate in un lutto anticipato, caotico, procurato da incolpevoli o colpevoli leggerezze comportamentali. Nel mondo? Un milione e mezzo di morti colpiti da questo invisibile cecchino interclassista che spara a vista senza distinzione di classe sociale, età, sesso, religione, razza, nazione. E forse, domani, potrebbe toccare a me. Salviamo dunque la vita. Evitare la terza ondata in gennaio e forse la quarta in primavera sarà un modo per rendere grazie alla vita e al Signore della vita celebrando il rispetto del limite come un’opportunità e non una maledizione. Adamo ed Eva avevano una foresta a disposizione con il limite di un solo albero da rispettare. Ma quel limite faceva gola, come tutto ciò che viene sottratto al nostro appetito bulimico di possesso. C’eravamo abituati al “voglio, posso, comando” e ci siamo trovati denudati, fatta eccezione di quella parte di volto coperto di cui non possiamo più vedere il sorriso né baciare le calde guance. Salviamo il salvabile nella vita, nei rapporti, nella fede. Anche perché spero che il Papa sposti la festa dell’Incarnazione del Signore nella data del 25 gennaio 2022. Tanto si sa che Gesù non è nato il 25 dicembre  – che è una data fittizia – e che la data più importante è quella della Pasqua. Tutte feste, comunque, da celebrare prima nel silenzio che nella caciara, prima in assemblee disciplinate che negli assembramenti scriteriati, prima presso la tavola domestica che in cattedrali paludate o piazze rockettare. Salviamo i limiti del Natale e il limite ci salverà.  

Faccio dono, in appendice, di una interessante meditazione di don Aldo Antonelli.

Don Augusto Fontana

 Il viaggio al rovescio di Dio
Aldo Antonelli (ROCCA 15 dicembre 2018)

Due ricordi che ci servano da pista sulla quale intrecciare una rifles­sione/meditazione sul Natale.

  1. Alla fine del novecento un cit­tadino americano agnostico si appellò alla Costituzione degli Stati Uniti, la quale non prevede feste reli­giose nel calendario nazionale, e chiese la soppressione del Natale come giornata fe­stiva. La Corte Suprema, dopo lungo esa­me, respinse l’appello, sentenziando che già da tempo il Natale aveva cessato di es­sere una festa religiosa!
  2. Circa trenta anni fa Marco Lodoli scris­se un romanzetto anarchico[1], di cui non ri­cordo il titolo, nel quale i protagonisti era­no tre giovani libertari e ingenui che ave­vano della politica un’idea tutta poetica. La loro prima azione fu quella di rubare il Gesù Bambino dal grande presepe di piazza San Pietro. «Secondo le loro menti bizzarre bi­sognava – a detta dell’autore stesso – sim­bolicamente interrompere quel ciclo che ogni anno a Natale festeggia la nascita del bambino divino e a Pasqua poi lo crocifig­ge». E aggiunge: «Bisognava liberare il ne­onato da un destino feroce, mandarlo a gio­care con gli altri bambini».

Prendiamo questa «parabola» come filigra­na attraverso la quale contraddistinguere ed individuare la particolarità del discorso cri­stiano che, con l’Incarnazione, si discosta da quello religioso per rivestire i panni della «Profanità» e della «Laicità».
Dio, in Gesù Cristo, esce dalla solitudine in cui la religione lo ha imprigionato, per «mettere la tenda tra gli uomini», per identificarsi con l’uomo, con la sua precarietà, la sua mondanità e, ap­punto, la sua «pro-fanità», nel senso etimo­logico del termine[2]. Non l’uomo imbalsamato dentro il tempio del potere e dell’avere; ma l’uomo nella sua nu­dità, per il quale «non c’è posto in albergo». Non quindi il Natale come «Festa» (reli­giosa o laica, poco conta!), ma il Natale come dimensione di vita quotidiana. Contro la tendenza, ricorrente e naturale, dell’uomo a consacrare le cose, sottraendo­le all’uso comune e riservandole alla divini­tà, il Dio di Gesù Cristo si «sconsacra» diventando uomo comune e compagno di viag­gio. La comunione e non la separazione; la condivisione e non l’appropriazione; il darsi e non l’accaparrarsi. «Prendete e mangiate; prendete e bevete; ecco: questo sono io … ». Questo coinvolgimento di Dio nella storia dell’uomo, che è anche un capovolgimen­to teologico, questo suo frammischiarsi nelle vicende umane è liberante ma anche molto impegnativo per noi credenti, per­ché è alla base di una consapevolezza per la quale Gesù Cristo non è solo un nome proprio, ma anche un nome comune; non sta ad indicare solo una persona ma an­che un programma per cui la sua imma­nenza non diventa prigionia, così come la sua trascendenza non costituisce evasione. I nomi comuni di Dio, allora, letti nel ver­sante della nostra contingenza, sono molti: Pace, Amore, Giustizia, Servizio, Condivi­sione e altri ancora. La loro residenza è là dove l’uomo mette piede, non certamente sui troni, questi luoghi osceni nei quali, per paura e per pigrizia, i potenti amano rele­gare i sogni degli uomini perché restino tali. I troni creano distanza ed incutono sogge­zione; è per questo che la «deposizione dei potenti dai troni», così come canta la Don­na del Magnificat, è un atto liberatorio che solo un Dio detronizzato può compiere. Ed è per questo che tutti gli intronizzati tentano di rimettere sul trono i loro idoli: Pace o Libertà che siano, Democrazia o Giustizia.
«Stiano lì, in alto, sul trono delle utopie!», ci dicono. Perché da quella altitudine sarà difficile che possano cortocircuitare le po­litiche belliciste o le economie disparitarie. «Stiano lì, lontano, nei sogni delle anime imbelli!», ci ripetono. Perché in questa lon­tananza sarà più facile travisare le strate­gie imperiali e battezzare con nomi cap­ziosi e imbrogli linguistici le mille realtà di violenza.
Per i detentori del potere un Dio vicino fa paura ed una pace a portata di mano mette imbarazzo. L’evangelista Matteo narra che alla notizia della nascita del Messia «il re Erode si turbò, e con lui tutta Gerusalemme». Loro, i grandi, amano pregare un Dio lontano e invocare una pace che voli alto. Ma noi sappiamo che, da quando Dio ha posto la sua tenda tra noi, la vera pace cammina con i piedi dei Francesco, non vola sulle ali dei Condor.


[1] Marco Lodoli, Grande circo invalido, Einaudi, 1993 (ndr)
[2] Fuori dal tempio (ndr)




Alle banche serve una vera santità laica
Luigino Bruni da AVVENIRE

Ecco perché alle banche serve una vera santità laica
Luigino Bruni (AVVENIRE 8 novembre 2020) 

La pandemia rende chiaro, come già in altre fasi epocali, che l’economia non va demonizzata, ma convertita. La grande lezione della fondazione dei Monti di pietà ci dice oggi che non usciremo migliori da questa crisi se non daremo vita a nuove istituzioni, anche finanziarie. La nascita dei Monti di pietà, promossa dai frati, è stato uno dei paradossi più affascinanti e generativi della storia europea

Le grandi crisi sono sempre processi di ‘distruzione creatrice’. Fanno cadere cose che fino a ieri sembravano incrollabili, e dalle ceneri fanno sorgere delle novità, prima impensabili. Lungo la storia i grandi cambiamenti istituzionali sono stati generati quasi sempre da dolori collettivi, da enormi ferite sociali che hanno saputo far nascere, qualche volta, anche una benedizione. Le guerre di religione tra cattolici e protestanti diedero vita nel Seicento alle Borse valori e alle Banche centrali in molti Paesi europei. La stessa fede cristiana non era più sufficiente a garantire gli scambi commerciali e finanziari in Europa. Occorreva allora creare una nuova fede e una nuova fiducia ( fides), che fu offerta da nuove istituzioni economiche e finanziarie da cui fiorì il capitalismo. Nella seconda metà dell’Ottocento la rivoluzione industriale creò una grave crisi del credito: cattolici e socialisti risposero dando vita a banche rurali, banche cooperative e casse di risparmio. Nel Novecento le guerre mondiali ci hanno lasciato in eredità nuove innovazioni politiche e istituzionali (dalla Comunità Europea all’Onu), ma anche nuove istituzioni finanziarie (Bretton Woods). Come se soltanto nel grande dolore gli uomini fossero capaci, in quella notte, di guardare insieme e più in alto, sino a vedere, finalmente, le stelle.
Dopo il crollo dell’Impero romano i monasteri furono anche un evento economico. Mentre un mondo e una economia finivano, un nuovo mondo e una nuova oikonomia si riedificavano dentro le mura delle abbazie: ora et labora. Quegli edificatori della nuova Europa capirono che non si sarebbe risorti senza resuscitare anche il lavoro e l’economia. E così, mentre salvavano i manoscritti di Cicerone e Isaia, salvavano anche antichi conii di monete, tecniche contabili, codici commerciali, statuti mercantili, e soprattutto fecero dei monasteri una rete europea di hub dove si svilupparono fiere, commerci, scambi, perché lì era custodita e alimentata la fides-fiducia. Dal Vangelo i monaci avevano capito che l’economia era troppo importante per la vita, e se non è messa al servizio della vita diventa essa padrona della vita. E se ne occuparono.
Nel Quattrocento, poi, il movimento francescano generò i Monti di Pietà, in uno degli episodi più interessanti e straordinari della storia economica europea, sebbene largamente sottovalutato e frainteso. I Monti di Pietà furono istituzioni decisive per le città italiane, per i poveri, per le famiglie e per l’economia nel suo insieme. Nascevano dalla predicazione, infaticabile, dei Frati minori osservanti, che a partire dalla metà del Quattrocento ne fondarono centinaia, soprattutto nel Centro e nel Nord Italia. Le città si stavano sviluppando e arricchendo, ma, come spesso accade, l’arricchimento di alcuni (i borghesi) non portava con sé la riduzione delle povertà bensì l’aumento. I francescani capirono che c’era un nuovo volto di ‘madonna povertà’ da amare, e senza indugio fecero nascere nuove banche, una nuova finanza che raggiungesse gli esclusi. E fecero qualcosa di sbalorditivo, che solo un carisma immenso come quello di Francesco poteva generare. Le banche, ieri molto più di oggi, erano icona dello ‘sterco del demonio’, erano i ‘templi di mammona’ immagine della lupa dell’avarizia. Francesco iniziò la sua storia dicendo ‘no’ a quel mondo del denaro, il no più radicale che si potesse immaginare e che sia stato mai immaginato in Europa. L e banche del tempo prestavano ai ricchi, e i poveri finivano spesso nelle mani degli usurai. La lotta all’usura fu la ragione della nascita dei Monti di Pietà. Bernardino da Feltre, Giacomo della Marca, Giovanni da Capestrano, Domenico da Leonessa, Marco da Montegallo e molti altri frati fecero della fondazione dei Monti la loro principale opera – alla fondazione del Monte di Firenze contribuì anche Savonarola. Fino al 1515 si contano sessantasei frati minori promotori di Monti di Pietà. Alcuni sono stati proclamati santi o beati. È stupendo che al centro dell’effigie di questi santi (ho recuperato personalmente quelle di Bernardino da Feltre e di Marco da Montegallo) ci fosse proprio il Monte di Pietà. Il simbolo di quella perfezione cristiana era proprio una banca, che da icona del peccato mortale diventava simbolo di santità cristiana. Come l’eucarestia, come i sacramenti, come il vangelo. Una laicità tutta biblica e evangelica, che abbiamo in buona parte perso con la modernità, e che lascia ancora senza fiato tutti coloro che (come me) credono che ci sono poche cose più ‘spirituali’ della partita doppia e di un cantiere di lavoro. Bernardino chiamava il Monte di Pietà: Monte di Dio: «Chi aiuta uno fa bene, chi due meglio, chi molti meglio ancora. Il Monte aiuta molti. Se dài denaro a un povero perché si compri il pane o un paio di scarpe, quando egli avrà speso il denaro, tutto è finito. Ma se quel denaro lo consegni al Monte aiuti più persone… Costruire chiese, comperare messali, calici, paramenti per le messe, è cosa santa, ma offrire denaro al Monte è più santo ancora. Non spendere denaro in pietre e calce, in chiese, perché tutto andrà in fumo, ma in ciò che non va perduto, cioè dando a Cristo nei poveri» (Sermoni di Bernardino da Feltre, vol. II). La nascita dei Monti è stato uno dei paradossi più affascinanti e generativi della storia europea. La spoliazione di Francesco, la sua rinuncia totale all’economia di suo padre Bernardone, il ‘nulla possedere’ e il ‘sine proprio’ generarono due secoli dopo delle banche. E vere banche erano, non istituti di beneficenza, tanto che la fondazione del primo banco di Ascoli Piceno nel 1458, in seguito alla predicazione di Marco da Montegallo, non è considerato da alcuni un vero e proprio Monte proprio per la mancanza del pagamento di un interesse sul prestito.
Il tema dell’interesse sul prestito è infatti centrale. Bernardino da Feltre fu il grande fautore della necessità della non totale gratuità del prestito; o meglio, della tesi che perché la gratuità che animava la nascita del Monte potesse durare ed essere sostenibile era necessario pagare un interesse, sebbene il più basso possibile. La sua non fu una battaglia facile, perché ebbe come oppositori teologi e giuristi (molti domenicani) che accusavano i Monti di usura, proprio per il pagamento di un interesse maggiore di zero. Così sempre nei suoi Sermoni risponde Bernardino: «Considerata la cupidigia degli uomini e la poca carità, è meglio che chi ricorre al Monte paghi qualche cosa e sia servito bene, piuttosto che senza nulla pagare sia servito male. Vuoi essere servito male? Non pagare. In questo chi ha più esperienza di noi frati? Viene uno al convento, si presenta al portinaio e gli dice: sono disposto a lavorare il vostro orto gratuitamente. Va, e poco dopo chiede colazione. È giusto». Quindi, in nome della gratuità, molti teologi di fatto impedivano la nascita dei Monti o la contestavano pubblicamente, come nel caso della fondazione del Monte di Mantova nel 1496. È questa una delle più importanti e convincenti dimostrazioni della differenza tra la gratuità e il gratis: un contratto, con il necessario pagamento, può contenere più charis (gratuità) di un atto di pura liberalità. La gratuità qui non coincide con il dono. La gratuità del Monte si esprimeva in molte altre cose: prestare a lungo termine (e non richiedere indietro il prestito entro un mese o una settimana, come facevano gli usurai), chiedere un tasso che coprisse solo le spese, prestare solo per reali necessità, se il mutuatario non riusciva a riscattare il pegno percepiva il di più che il Monte otteneva dalla vendita, prestavano possibilmente a tutti. Erano istituzioni senza scopo di lucro, o sine merito. Bernardino distingueva l’interesse che nasceva dal prestito (sbagliato) dall’interesse per il prestito (per consentire l’esistenza del Monte). In nome della pura gratuità alcuni Monti o non partirono affatto, o finirono in bancarotta presto o divennero proprietà di alcuni ricchi mercanti che mettendo il capitale per coprire le spese di gestione da bene di comunità lo trasformarono in bene privato.
Infine, impressionante è una tecnica retorica di quei frati minori, usata soprattutto da Marco da Montegallo. Per mostrare la gravità del prestare il denaro agli usurai, il beato confrontava il bene che si faceva prestando al Monte con la spropositata ricchezza che gli usurai ricavavano investendo quella stessa somma. Scriveva nella sua ‘Tabula della salute’: «È da sapere che cento ducati dati a trenta per cento l’anno, dopo cinquanta anni li detti cento ducati che furono il primo capitale, tra interessi et capitale montano e sommano: 49.750.556,7 ducati». Una somma enorme, frutto di anatocismo (interessi sugli interessi), che doveva colpire molto la fantasia dei suoi uditori – e la nostra. E convincerli. Quei francescani risposero così alla grave crisi del loro tempo, dando vita a nuove istituzioni bancarie. Lo fecero perché conoscevano i bisogni veri della gente, e quindi capirono che nelle grandi crisi occorre riformare l’economia e la finanza, e non solo temerle, facendo banche nuove, non solo criticando le vecchie.
Oggi siamo nel mezzo di una crisi mondiale di dimensioni non diverse dalle grandi crisi dei secoli passati. Serviranno nuove istituzioni, anche finanziarie e assicurative, capaci di gestire il durante e il dopo-Covid, che lascerà il mondo ancora più diseguale, con poveri ancora più poveri. Mentre pensiamo a queste novità, quell’antica creazione dei Monti ha delle importanti lezioni da darci. La prima riguarda la natura stessa dell’economia e della finanza. Le banche e il denaro sono creazioni umane, sono vita, non vanno demonizzate, perché se le demonizziamo diventano veramente demoni. Vanno trattate come si tratta la vita. Di fronte a una finanza che aumenta la povertà si può e si deve rispondere creando un’altra finanza che le riduce. Infine, questa splendida storia francescana ci suggerisce che anche oggi è probabile che i nuovi Monti di Pietà, certamente molto diversi da quelli del Quattrocento, non nasceranno dai ricchi mercanti e dai banchieri for-profit (che erano, sempre, i primi nemici delle fondazioni dei Monti), ma da chi conosce i poveri, li stima, li ama, perché ha ricevuto un carisma. Non necessariamente dai poveri, ma certamente dagli amici dei poveri. I frati non erano i proprietari dei Monti, erano solo i promotori, gli attivatori dei processi di creazione di quelle banche. Servono oggi nuovi ‘francescani’, conoscitori e amanti dei poveri, che invece di maledire l’economia e la finanza, ne facciano, semplicemente, una diversa. Una nuova santità laica, nuove ‘effigi’ con al centro imprese e banche.




Papa Francesco
Credere in Dio e odiare gli altri è ateismo pratico, quotidiano.

UDIENZA GENERALE 21/10/2020

Credere in Dio e odiare gli altri è ateismo pratico, quotidiano.
Nel discorso in lingua italiana il Papa, continuando il ciclo di catechesi sulla preghiera, ha incentrato la sua meditazione sull’argomento “La preghiera dei Salmi” (Lettura: Sal 36,2-4.6.8-9).

Cari fratelli e sorelle, buongiorno! Oggi noi dovremmo cambiare un po’ il modo di portare avanti questa udienza per il motivo del coronavirus. Voi siete separati, anche con la protezione della mascherina e io sono qui un po’ distante e non posso fare quello che faccio sempre, avvicinarmi a voi, perché succede che ogni volta che io mi avvicino, voi venite tutti insieme e si perde la distanza e c’è il pericolo per voi del contagio. Mi dispiace fare questo ma è per la vostra sicurezza. Invece di venire vicino a voi e stringere le mani e salutare, ci salutiamo da lontano, ma sappiate che io sono vicino a voi con il cuore. Spero che voi capiate perché faccio questo. Poi, mentre leggevano i lettori il brano biblico, mi ha attirato l’attenzione quel bambino o bambina che piangeva. E io vedevo la mamma che coccolava e allattava il bambino e ho pensato: «così fa Dio con noi, come quella mamma». Con quanta tenerezza cercava di muovere il bambino, di allattare. Sono delle immagini bellissime. E quando in Chiesa succede questo, quando piange un bambino, si sa che lì c’è la tenerezza di una mamma, come oggi, c’è la tenerezza di una mamma che è il simbolo della tenerezza di Dio con noi. Mai far tacere un bambino che piange in Chiesa, mai, perché è la voce che attira la tenerezza di Dio. Grazie per la tua testimonianza.
Completiamo oggi la catechesi sulla preghiera dei Salmi. Anzitutto notiamo che nei Salmi compare spesso una figura negativa, quella dell’“empio”, cioè colui o colei che vive come se Dio non ci fosse. È la persona senza alcun riferimento al trascendente, senza alcun freno alla sua arroganza, che non teme giudizi su ciò che pensa e ciò che fa.
Per questa ragione il Salterio presenta la preghiera come la realtà fondamentale della vita. Il riferimento all’assoluto e al trascendente – che i maestri di ascetica chiamano il «sacro timore di Dio» – è ciò che ci rende pienamente umani, è il limite che ci salva da noi stessi, impedendo che ci avventiamo su questa vita in maniera predatoria e vorace. La preghiera è la salvezza dell’essere umano. Certo, esiste anche una preghiera fasulla, una preghiera fatta solo per essere ammirati dagli altri. Quello o quelli che vanno a Messa soltanto per far vedere che sono cattolici o per far vedere l’ultimo modello che hanno acquistato, o per fare buona figura sociale. Vanno a una preghiera fasulla. Gesù ha ammonito fortemente al riguardo (cfr Mt 6,5-6; Lc 9,14).
Ma quando il vero spirito della preghiera è accolto con sincerità e scende nel cuore, allora essa ci fa contemplare la realtà con gli occhi stessi di Dio. Quando si prega, ogni cosa acquista “spessore”. Questo è curioso nella preghiera, forse incominciamo in una cosa sottile ma nella preghiera quella cosa acquista spessore, acquista peso, come se Dio la prende in mano e la trasforma. Il peggior servizio che si possa rendere, a Dio e anche all’uomo, è di pregare stancamente, in maniera abitudinaria. Pregare come i pappagalli. No, si prega con il cuore. La preghiera è il centro della vita. Se c’è la preghiera, anche il fratello, la sorella, anche il nemico, diventa importante. Un antico detto dei primi monaci cristiani così recita: «Beato il monaco che, dopo Dio, considera tutti gli uomini come Dio» (Evagrio Pontico, Trattato sulla preghiera, n. 123). Chi adora Dio, ama i suoi figli. Chi rispetta Dio, rispetta gli esseri umani.
Per questo, la preghiera non è un calmante per attenuare le ansietà della vita; o, comunque, una preghiera di tal genere non è sicuramente cristiana. Piuttosto la preghiera responsabilizza ognuno di noi. Lo vediamo chiaramente nel “Padre nostro”, che Gesù ha insegnato ai suoi discepoli.
Per imparare questo modo di pregare, il Salterio è una grande scuola. Abbiamo visto come i salmi non usino sempre parole raffinate e gentili, e spesso portino impresse le cicatrici dell’esistenza. Eppure, tutte queste preghiere sono state usate prima nel Tempio di Gerusalemme e poi nelle sinagoghe; anche quelle più intime e personali. Così si esprime il Catechismo della Chiesa Cattolica: «Le espressioni multiformi della preghiera dei salmi nascono ad un tempo nella liturgia del Tempio e nel cuore dell’uomo» (n. 2588). E così la preghiera personale attinge e si alimenta da quella del popolo d’Israele, prima, e da quella del popolo della Chiesa, poi. Anche i salmi in prima persona singolare, che confidano i pensieri e i problemi più intimi di un individuo, sono patrimonio collettivo, fino ad essere pregati da tutti e per tutti. La preghiera dei cristiani ha questo “respiro”, questa “tensione” spirituale che tiene insieme il tempio e il mondo. La preghiera può iniziare nella penombra di una navata, ma poi termina la sua corsa per le strade della città. E viceversa, può germogliare durante le occupazioni quotidiane e trovare compimento nella liturgia. Le porte delle chiese non sono barriere, ma “membrane” permeabili, disponibili a raccogliere il grido di tutti.
Nella preghiera del Salterio il mondo è sempre presente. I salmi, ad esempio, danno voce alla promessa divina di salvezza dei più deboli: «Per l’oppressione dei miseri e il gemito dei poveri, ecco, mi alzerò – dice il Signore –; metterò in salvo chi è disprezzato» (12,6). Oppure ammoniscono sul pericolo delle ricchezze mondane, perché «l’uomo nella prosperità non comprende, è come gli animali che periscono» (48,21). O, ancora, aprono l’orizzonte allo sguardo di Dio sulla storia: «Il Signore annulla i disegni delle nazioni, rende vani i progetti dei popoli. Ma il disegno del Signore sussiste per sempre, i progetti del suo cuore per tutte le generazioni» (33,10-11). Insomma, dove c’è Dio, ci dev’essere anche l’uomo. La Sacra Scrittura è categorica: Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Lui sempre va prima di noi. Lui ci aspetta sempre perché ci ama per primo, ci guarda per primo, ci capisce per primo. Lui ci aspetta sempre. Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Se tu preghi tanti rosari al giorno ma poi chiacchieri sugli altri, e poi hai rancore dentro, hai odio contro gli altri, questo è artificio puro, non è verità. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello ( 1 Gv 4,19-21). La Scrittura ammette il caso di una persona che, pur cercando Dio sinceramente, non riesce mai a incontrarlo; ma afferma anche che non si possono mai negare le lacrime dei poveri, pena il non incontrare Dio. Dio non sopporta l’«ateismo» di chi nega l’immagine divina che è impressa in ogni essere umano. Quell’ateismo di tutti i giorni: io credo in Dio ma con gli altri tengo la distanza e mi permetto di odiare gli altri. Questo è ateismo pratico. Non riconoscere la persona umana come immagine di Dio è un sacrilegio, è un abominio, è la peggior offesa che si può recare al tempio e all’altare. Cari fratelli e sorelle, la preghiera dei salmi ci aiuti a non cadere nella tentazione dell’«empietà», cioè di vivere, e forse anche di pregare, come se Dio non esistesse, e come se i poveri non esistessero.




GLI STRANIERI UTILI
Don Augusto Fontana

Gli stranieri utili.

Gli stranieri saranno pure un problema ma ci fanno anche guadagnare. Non solo sono indispensabili perché svolgono lavori umili e socialmente fondamentali, ma generano anche un beneficio netto di circa 500 milioni che costituiscono la differenza fra ciò che pagano in tasse e quanto incide sulla spesa pubblica la loro presenza. Lo dimostra la Fondazione Moressa, che ha presentato il Rapporto su ‘Dieci anni di economia dell’immigrazione’.
I quasi 2 milioni di lavoratori stranieri generano più benefici che costi: infatti tra Irpef, contributi previdenziali e altri tributi vari versano nelle casse pubbliche circa 26,6 miliardi, mentre lo Stato ne spende per loro 26,1: un surplus appunto di 500 milioni. E altri 360 milioni annui potrebbero derivare dalle regolarizzazioni di lavoratori avviate nel 2020.
Non regge la tesi dell’invasione: 10 anni fa infatti abbiamo regolarizzato quasi 600.000 cittadini extra Ue, oggi solo un terzo di quel numero. E la loro presenza resta assolutamente gestibile essendo passata nello stesso lasso di tempo dal 6,2% all’8,7% della popolazione. Un 8,7% che del resto genera il 9,5% del nostro Prodotto interno lordo (146,7 miliardi in cifra assoluta), grazie a due milioni e mezzo di occupati: il 44,5% dei quali lavora nei servizi. Ma tra gli stranieri si fanno avanti anche gli imprenditori che sono 722 mila (cinesi, rumeni, marocchini).
Qualche preoccupazione viene semmai dal fatto che gli stranieri sono in prevalenza giovani e svolgono lavori poco qualificati (solo il 12% è laureato) o in nero, il che nel lungo periodo potrebbe portare a un saldo negativo tra gettito fiscale prodotto e spesa per assistenza sanitaria o pensioni.

Allora ben vengano gli stimoli offerti dalla recente Enciclica di Papa Francesco “Fratelli tutti” al n. 39 e 129: «in alcuni Paesi di arrivo, i fenomeni migratori suscitano allarme e paure, spesso fomentate e sfruttate a fini politici. Si diffonde così una mentalità xenofoba, di chiusura e di ripiegamento su se stessi»[1].I migranti vengono considerati non abbastanza degni di partecipare alla vita sociale come qualsiasi altro, e si dimentica che possiedono la stessa intrinseca dignità di qualunque persona. Pertanto, devono essere “protagonisti del proprio riscatto”[2]. Non si dirà mai che non sono umani, però in pratica, con le decisioni e il modo di trattarli, si manifesta che li si considera di minor valore, meno importanti, meno umani. È inaccettabile che i cristiani condividano questa mentalità e questi atteggiamenti, facendo a volte prevalere certe preferenze politiche piuttosto che profonde convinzioni della propria fede: l’inalienabile dignità di ogni persona umana al di là dell’origine, del colore o della religione, e la legge suprema dell’amore fraterno….Quando il prossimo è una persona migrante si aggiungono sfide complesse[1].  Certo, l’ideale sarebbe evitare le migrazioni non necessarie e a tale scopo la strada è creare nei Paesi di origine la possibilità concreta di vivere e di crescere con dignità, così che si possano trovare lì le condizioni per il proprio sviluppo integrale. Ma, finché non ci sono seri progressi in questa direzione, è nostro dovere rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter non solo soddisfare i suoi bisogni primari e quelli della sua famiglia, ma anche realizzarsi pienamente come persona. I nostri sforzi nei confronti delle persone migranti che arrivano si possono riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare>>.
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[1] Cfr Vescovi Cattolici del Messico e degli Stati Uniti, Lettera pastorale Strangers no longer: together on the journey of hope (Gennaio 2003).
[1] Esort. ap. postsin. Christus vivit (25 marzo 2019), 92
[2] Cfr Messaggio per la 106ª Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2020 (13 maggio 2020): L’Osservatore Romano, 16 maggio 2020, p. 8.




Negazionisti
Padre Alberto Maggi

Negazionisti nella Bibbia
P.Alberto Maggi (https://www.illibraio.it/)

Nun me piace!” è il conosciuto tormentone della commedia di Eduardo de Filippo “Natale in casa Cupiello”. L’anziano protagonista, amante delle tradizioni, in occasione del Natale, ha allestito “il più bel presepio di tutti gli altri anni”, e cerca il consenso del figlio Tommasino (Nennillo), un tontolone (“ha avuto la malattia… è nervoso!”), viziato dalla madre. Niente da fare: “Nun me piace!”, è la sua risposta. Inutilmente il padre tenta di fargli notare la bellezza degli angioletti, dei tre re magi, della stella cometa…“Nun me piace!”, è la sua risposta. Questo ragazzo tardo e pigro è la parodia del negazionista, colui che rifiuta di vedere il bello, il buono, e sa rispondere solo ripetendo la stessa solfa e lo stesso slogan: “Nun me piace!”. Non c’è motivo, semplicemente non gli piace. Il personaggio di Tommasino è la caricatura di quelle nullità, che per far notare la loro presenza hanno bisogno di gridare la loro tanto ostinata quanto ottusa contrarietà.
Ma il negazionismo ha radici antiche e già nelle prime pagine della Bibbia si trova il primo negazionista. Nel Libro della Genesi si legge che il Creatore aveva avvertito l’uomo e la donna, da lui creati, di non mangiare “dell’albero della conoscenza del bene e del male”, perché altrimenti sarebbero morti (Gen 2,17). Ed ecco spuntare il primo negazionista della storia, il serpente, che disse alla donna: “Non morirete affatto!” (Gen 3,5), e si sa come poi è andata a finire. E negazionisti spuntano anche al tempo di Noè, “uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei” (Gen 6,9). Avvertito da Dio dell’imminente disastro, pensa a mettersi in salvo costruendo un’arca di legno, ma gli altri no, “mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito… e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti” (Mt 24,38).
C’è poi un altro tipo di negazionismo dalle conseguenze drammatiche, perché si fonde con il fanatismo religioso. È il negazionismo che, forte delle sue sacre convinzioni, rifiuta la realtà perché è inammissibile, scomoda o spiacevole, o semplicemente non può essere. Un esempio di questo negazionismo si trova negli scritti di Geremia, dove il profeta avverte il popolo dell’imminente pericolo, rappresentato dall’invasione dei Babilonesi guidati da Nabucodonosor, invitandolo ad abbandonare false certezze: “Non confidate in parole menzognere ripetendo: Questo è il tempio del Signore, il tempio del Signore, il tempio del Signore” (Ger 7,4). Ma il grido d’allarme del profeta non fu ascoltato nonostante l’evidenza dell’approssimarsi della tremenda invasione. Gerusalemme era la città del Dio d’Israele e per questo non poteva essere conquistata. La tradizione religiosa, infatti, credeva che Gerusalemme fosse imprendibile in quanto Dio stesso avrebbe impedito la caduta del luogo che conteneva la sua presenza. Del resto anche il salmista esaltava l’imprendibilità di Gerusalemme, perché “Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare. Dio la soccorre allo spuntare dell’alba… Il Signore degli eserciti è con noi, nostro baluardo è il Dio di Giacobbe” (Sal 46, 6.8), per poi dover amaramente constatare che “hanno ridotto Gerusalemme in macerie” (Sal 79,1), come già Geremia aveva vanamente profetizzato: “Gerusalemme diventerà un cumulo di rovine” (Ger 26,18).  Ugualmente, secoli dopo, durante l’assedio di Gerusalemme da parte dei Romani, a causare la morte di molti durante l’attacco alla città santa, quando era evidente a tutti che era assurdo resistere alla soperchia forza distruttrice degli invasori, fu proprio “un falso profeta che in quel giorno aveva proclamato agli abitanti della città che il Dio comandava loro di salire al tempio per ricevere i segni della salvezza” (Guerra, VI, 5,2 §285). E vi incontrarono la morte.
Nei vangeli i negazionisti sono i capi religiosi, i quali pur riconoscendo nelle opere di liberazione di Gesù “il dito di Dio” (Lc 11,29), non possono ammetterlo, per non perdere il loro potere e dominio sul popolo. Nel vangelo di Giovanni, nell’episodio della guarigione del cieco nato (Gv 9), i capi non possono ammettere che mediante la trasgressione del comandamento del sabato, ritenuto il più importante di tutti perché era quello che pure Dio osservava, Gesù possa aver restituito la vista al cieco nato  (“I Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista”, Gv 9,18). Le autorità religiose, non potendo ammettere alcuna contraddizione nella loro dottrina negano, con l’evidenza,  la verità del fatto.
Le radici del negazionismo vanno ricercate nella paura. Il negazionista è, infatti, un individuo che è vittima della sua stessa paura che non vuole riconoscere. Non sapendo come gestire la sua ansia, semplicemente la nega e, non sapendo affrontare un mondo che è in costante cambiamento, lo rifiuta. Tutto quel che è complesso, quel che richiede riflessione, un ragionamento articolato e fondato, esula dalle sue capacità e liquida il tutto con un secco NO. Forse l’immagine con cui si potrebbe raffigurare il negazionista è quella dello struzzo con la testa infilata per terra. Il pericolo c’è, ma lui si ostina a non vederlo, a ignorarlo, illudendosi così di eliminarlo dal suo orizzonte. Per farsi notare il negazionista deve andare contro l’evidenza, e contro la verità, e per questo suo delirio deve appoggiarsi su una visione della società vittima di ogni tipo di complotto, dal finanziario al religioso, con il continuo sospetto che si traduce in rifiuto di tutto quel che con le sue limitate capacità intellettuali non riesce a comprendere. Forse fregiare del termine negazionista certe persone è anche troppo, in altri tempi, prima del “politicamente corretto” e dei social, si sarebbero detto semplicemente che erano dei minchioni. Ma, di fatto, dal linguaggio comune è praticamente scomparso il verbo sminchionire, far cessare qualcuno di essere un minchione, ovvero di essere ridicolmente ingenuo e credulone. Probabilmente è sembrata un’impresa disperata far ragionare il crescente numero di negazionisti, terrapiattisti, cospirazionisti, seguaci di scie chimiche, no vax, no covid, no tutto. Ma non bisogna scoraggiarsi, del resto nella più sana tradizione cattolica vengono insegnate le sette opere di misericordia spirituali dove sono elencate anche  “insegnare agli ignoranti” e… “sopportare pazientemente le persone moleste”.




70a Giornata per le vittime del lavoro
830 morti da gennaio a oggi

La giornata delle vittime sul lavoro e un urgente impegno di svolta
PER TUTTI NOI E PER 830 MORTI CI RIGUARDANO E INTERPELLANO
Annamaria Furlan. Segretaria generale Cisl (Avvenire 11 ottobre 2020)

Caro direttore, tanti saranno oggi i messaggi e gli appelli in occasione della settantesima Giornata nazionale per le Vittime del Lavoro. Da gennaio ad agosto di quest’anno 830 tra uomini e donne hanno perso la vita uccisi sul lavoro. Una persona ogni otto ore. Centotrentotto in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, anche a causa delle morti ‘protocollate’ come effetto delle infezioni da Covid in ambito lavorativo, soprattutto tanti medici e infermieri. Ma dopo la fine del lockdown, la strage quotidiana è ripresa nell’indifferenza collettiva: si muore ogni giorno nelle fabbriche, nei cantieri edili non a norma, nelle campagne, nei servizi, nella logistica, negli anfratti dell’economia sommersa e in nero.
Parliamo di tante vite spezzate, giovani e anziani, persone che escono da casa per andare al lavoro e non tornano più, di tante famiglie distrutte dal dolore, che vedono stravolto il proprio futuro. La pandemia, che per certi versi avrebbe potuto rappresentare una occasione di interventi strutturali nella sicurezza sul lavoro, si è rivelata un paradossale alibi per le istituzioni e per le aziende che con l’arrivo dell’emergenza hanno ulteriormente frenato quel poco di investimenti e di programmi annunciati. Spesso la fredda logica del profitto prevale sulla tutela della vita umana. Che fine ha fatto la patente a punti da assegnare alle imprese in base al grado di impegni sul fronte della sicurezza? Che cosa ne è stato della promessa del Ministero del Lavoro e delle Regioni di rafforzare i corpi ispettivi e gli investimenti nella formazione? Purtroppo la vigilanza nei luoghi di lavoro è stato finora un ‘non tema’ nel dibattito pubblico e anche culturale del nostro Paese, nonostante i ripetuti appelli del presidente della Repubblica Mattarella. Se ne discute solo nelle formali note di cordoglio, dopo l’ennesima ‘morte bianca’. Poi si va avanti come prima, si aspetta il prossimo incidente, come se nulla fosse. Se ne parla troppo poco nelle aziende, nei territori, nelle scuole, nelle università, in tutti quei luoghi in cui invece si dovrebbe costruire una vera alleanza per imporre tra le priorità il rispetto della vita e del valore del lavoro.
È falso sostenere che non sia possibile uno sviluppo economico compatibile con la sicurezza, con la tutela dell’ambiente, con la messa in sicurezza del territorio. Anche la digitalizzazione e le nuove tecnologie possono essere usate al servizio della sicurezza, della prevenzione e di migliori condizioni nel mondo del lavoro. Ma bisogna investire di più sull’innovazione, sulla ricerca, sulla formazione delle nuove competenze che possono servire a creare anche condizioni di maggiore sicurezza nei luoghi di lavoro. Ecco perché anche una parte delle risorse europee del Next Generation Eu (che in Italia chiamiamo Recovery Fund) potrebbero essere utilizzate per un grande piano straordinario sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, in modo da rafforzare i controlli, assumere e formare più personale qualificato, costruire una cultura della prevenzione, potenziare il ruolo e i risarcimenti dell’Inail. Questo serve urgentemente oggi. E il sindacato deve fare la sua parte, senza mai sottrarsi dal denunciare gli appalti al ribasso, l’eccesso di esternalizzazioni, pretendere il rispetto integrale di tutte le norme sulla sicurezza e dei protocolli che abbiamo siglato in questi mesi per combattere il Covid. Ma soprattutto c’è bisogno di un patto vero tra governo, sindacati e associazioni datoriali, per far rispettare da tutti gli accordi sulla prevenzione, discutere sui carichi eccessivi di lavoro e di straordinari, eliminare o ridurre al minimo i rischi per la salute. Dobbiamo farlo per tutte quelle famiglie che hanno perso un loro congiunto a causa di un incidente sul lavoro. Ma anche per tutti quei giovani che credono ancora nel valore unificante del lavoro e della dignità della persona.




GIUBILEO DEL CREATO. Settembre 2020
Messaggio di Papa Francesco

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO PER LA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LA CURA DEL CREATO.
1° SETTEMBRE 2020.
«Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nella terra per tutti i suoi abitanti. Sarà per voi un giubileo» (Levitico 25,10)

CARI FRATELLI E SORELLE,
Ogni anno, particolarmente dalla pubblicazione della Lettera enciclica Laudato si’ (LS, 24 maggio 2015), il primo giorno di settembre segna per la famiglia cristiana la Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, con la quale inizia il Tempo del Creato, che si conclude il 4 ottobre, nel ricordo di san Francesco di Assisi. In questo periodo, i cristiani rinnovano in tutto il mondo la fede nel Dio creatore e si uniscono in modo speciale nella preghiera e nell’azione per la salvaguardia della casa comune. Sono lieto che il tema scelto dalla famiglia ecumenica per la celebrazione del Tempo del Creato 2020 sia “Giubileo per la Terra”, proprio nell’anno in cui ricorre il cinquantesimo anniversario del Giorno della Terra. Nella Sacra Scrittura, il Giubileo è un tempo sacro per ricordare, ritornare, riposare, riparare e rallegrarsi.

  1. UN TEMPO PER RICORDARE

Siamo invitati a ricordare soprattutto che il destino ultimo del creato è entrare nel “sabato eterno” di Dio. È un viaggio che ha luogo nel tempo, abbracciando il ritmo dei sette giorni della settimana, il ciclo dei sette anni e il grande Anno giubilare che giunge alla conclusione di sette anni sabbatici. Il Giubileo è anche un tempo di grazia per fare memoria della vocazione originaria della creato ad essere e prosperare come comunità d’amore. Esistiamo solo attraverso le relazioni: con Dio creatore, con i fratelli e le sorelle in quanto membri di una famiglia comune, e con tutte le creature che abitano la nostra stessa casa. «Tutto è in relazione, e tutti noi esseri umani siamo uniti come fratelli e sorelle in un meraviglioso pellegrinaggio, legati dall’amore che Dio ha per ciascuna delle sue creature e che ci unisce anche tra noi, con tenero affetto, al fratello sole, alla sorella luna, al fratello fiume e alla madre terra» (LS, 92). Il Giubileo, pertanto, è un tempo per il ricordo, dove custodire la memoria del nostro esistere inter-relazionale. Abbiamo costantemente bisogno di ricordare che «tutto è in relazione, e che la cura autentica della nostra stessa vita e delle nostre relazioni con la natura è inseparabile dalla fraternità, dalla giustizia e dalla fedeltà nei confronti degli altri» (LS, 70).

  1. UN TEMPO PER RITORNARE

Il Giubileo è un tempo per tornare indietro e ravvedersi. Abbiamo spezzato i legami che ci univano al Creatore, agli altri esseri umani e al resto del creato. Abbiamo bisogno di risanare queste relazioni danneggiate, che sono essenziali per sostenere noi stessi e l’intero tessuto della vita. Il Giubileo è un tempo di ritorno a Dio, nostro amorevole creatore. Non si può vivere in armonia con il creato senza essere in pace col Creatore, fonte e origine di tutte le cose. Come ha osservato Papa Benedetto, «il consumo brutale della creazione inizia dove non c’è Dio, dove la materia è ormai soltanto materiale per noi, dove noi stessi siamo le ultime istanze, dove l’insieme è semplicemente proprietà nostra» (Incontro con il Clero della Diocesi di Bolzano-Bressanone, 6 agosto 2008). Il Giubileo ci invita a pensare nuovamente agli altri, specialmente ai poveri e ai più vulnerabili. Siamo chiamati ad accogliere nuovamente il progetto originario e amorevole di Dio sul creato come un’eredità comune, un banchetto da condividere con tutti i fratelli e le sorelle in spirito di convivialità; non in una competizione scomposta, ma in una comunione gioiosa, dove ci si sostiene e ci si tutela a vicenda. Il Giubileo è un tempo per dare libertà agli oppressi e a tutti coloro che sono incatenati nei ceppi delle varie forme di schiavitù moderna, tra cui la tratta delle persone e il lavoro minorile. Abbiamo bisogno di ritornare, inoltre, ad ascoltare la terra, indicata nella Scrittura come adamah, luogo dal quale l’uomo, Adam, è stato tratto. Oggi la voce del creato ci esorta, allarmata, a ritornare al giusto posto nell’ordine naturale, a ricordare che siamo parte, non padroni, della rete interconnessa della vita. La disintegrazione della biodiversità, il vertiginoso aumento dei disastri climatici, il diseguale impatto della pandemia in atto sui più poveri e fragili sono campanelli d’allarme di fronte all’avidità sfrenata dei consumi. Particolarmente durante questo Tempo del Creato, ascoltiamo il battito della creazione. Essa, infatti, è stata data alla luce per manifestare e comunicare la gloria di Dio, per aiutarci a trovare nella sua bellezza il Signore di tutte le cose e ritornare a Lui (cfr San Bonaventura, In II Sent., I,2,2, q. 1, concl; Brevil., II,5.11). La terra dalla quale siamo stati tratti è dunque luogo di preghiera e di meditazione: «risvegliamo il senso estetico e contemplativo che Dio ha posto in noi» (Esort. ap. Querida Amazonia, 56). La capacità di meravigliarci e di contemplare è qualcosa che possiamo imparare specialmente dai fratelli e dalle sorelle indigeni, che vivono in armonia con la terra e con le sue molteplici forme di vita.

  1. UN TEMPO PER RIPOSARE

Nella sua sapienza, Dio ha riservato il giorno di sabato perché la terra e i suoi abitanti potessero riposare e rinfrancarsi. Oggi, tuttavia, i nostri stili di vita spingono il pianeta oltre i suoi limiti. La continua domanda di crescita e l’incessante ciclo della produzione e dei consumi stanno estenuando l’ambiente. Le foreste si dissolvono, il suolo è eroso, i campi spariscono, i deserti avanzano, i mari diventano acidi e le tempeste si intensificano: la creazione geme! Durante il Giubileo, il Popolo di Dio era invitato a riposare dai lavori consueti, a lasciare, grazie al calo dei consumi abituali, che la terra si rigenerasse e il mondo si risistemasse. Ci occorre oggi trovare stili equi e sostenibili di vita, che restituiscano alla Terra il riposo che le spetta, vie di sostentamento sufficienti per tutti, senza distruggere gli ecosistemi che ci mantengono. L’attuale pandemia ci ha portati in qualche modo a riscoprire stili di vita più semplici e sostenibili. La crisi, in un certo senso, ci ha dato la possibilità di sviluppare nuovi modi di vivere. È stato possibile constatare come la Terra riesca a recuperare se le permettiamo di riposare: l’aria è diventata più pulita, le acque più trasparenti, le specie animali sono ritornate in molti luoghi dai quali erano scomparse. La pandemia ci ha condotti a un bivio. Dobbiamo sfruttare questo momento decisivo per porre termine ad attività e finalità superflue e distruttive, e coltivare valori, legami e progetti generativi. Dobbiamo esaminare le nostre abitudini nell’uso dell’energia, nei consumi, nei trasporti e nell’alimentazione. Dobbiamo togliere dalle nostre economie aspetti non essenziali e nocivi, e dare vita a modalità fruttuose di commercio, produzione e trasporto dei beni.

  1. UN TEMPO PER RIPARARE

Il Giubileo è un tempo per riparare l’armonia originaria della creazione e per risanare rapporti umani compromessi. Esso invita a ristabilire relazioni sociali eque, restituendo a ciascuno la propria libertà e i propri beni, e condonando i debiti altrui. Non dovremmo perciò dimenticare la storia di sfruttamento del Sud del pianeta, che ha provocato un enorme debito ecologico, dovuto principalmente al depredamento delle risorse e all’uso eccessivo dello spazio ambientale comune per lo smaltimento dei rifiuti. È il tempo di una giustizia riparativa. A tale proposito, rinnovo il mio appello a cancellare il debito dei Paesi più fragili alla luce dei gravi impatti delle crisi sanitarie, sociali ed economiche che devono affrontare a seguito del Covid-19. Occorre pure assicurare che gli incentivi per la ripresa, in corso di elaborazione e di attuazione a livello mondiale, regionale e nazionale, siano effettivamente efficaci, con politiche, legislazioni e investimenti incentrati sul bene comune e con la garanzia che gli obiettivi sociali e ambientali globali vengano conseguiti. È altresì necessario riparare la terra. Il ripristino di un equilibrio climatico è di estrema importanza, dal momento che ci troviamo nel mezzo di un’emergenza. Stiamo per esaurire il tempo, come i nostri figli e i giovani ci ricordano. Occorre fare tutto il possibile per limitare la crescita della temperatura media globale sotto la soglia di 1,5 gradi centigradi, come sancito nell’Accordo di Parigi sul Clima: andare oltre si rivelerà catastrofico, soprattutto per le comunità più povere in tutto il mondo. In questo momento critico è necessario promuovere una solidarietà intra-generazionale e inter-generazionale. In preparazione all’importante Summit sul Clima di Glasgow, nel Regno Unito (COP 26), invito ciascun Paese ad adottare traguardi nazionali più ambiziosi per ridurre le emissioni. Il ripristino della biodiversità è altrettanto cruciale nel contesto di una scomparsa delle specie e di un degrado degli ecosistemi senza precedenti. È necessario sostenere l’appello delle Nazioni Unite a salvaguardare il 30% della Terra come habitat protetto entro il 2030, al fine di arginare l’allarmante tasso di perdita della biodiversità. Esorto la Comunità internazionale a collaborare per garantire che il Summit sulla Biodiversità (COP 15) di Kunming, in Cina, costituisca un punto di svolta verso il ristabilimento della Terra come casa dove la vita sia abbondante, secondo la volontà del Creatore. Siamo tenuti a riparare secondo giustizia, assicurando che quanti hanno abitato una terra per generazioni possano riacquistarne pienamente l’utilizzo. Occorre proteggere le comunità indigene da compagnie, in particolare multinazionali, che, attraverso la deleteria estrazione di combustibili fossili, minerali, legname e prodotti agroindustriali, «fanno nei Paesi meno sviluppati ciò che non possono fare nei Paesi che apportano loro capitale» (LS, 51). Questa cattiva condotta aziendale rappresenta un «un nuovo tipo di colonialismo» (San Giovanni Paolo II, Discorso alla Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, 27 aprile 2001, cit. in Querida Amazonia, 14), che sfrutta vergognosamente comunità e Paesi più poveri alla disperata ricerca di uno sviluppo economico. È necessario consolidare le legislazioni nazionali e internazionali, affinché regolino le attività delle compagnie di estrazione e garantiscano l’accesso alla giustizia a quanti sono danneggiati.

  1. UN TEMPO PER RALLEGRARSI

Nella tradizione biblica, il Giubileo rappresenta un evento gioioso, inaugurato da un suono di tromba che risuona per tutta la terra. Sappiamo che il grido della Terra e dei poveri è divenuto, negli scorsi anni, persino più rumoroso. Al contempo, siamo testimoni di come lo Spirito Santo stia ispirando ovunque individui e comunità a unirsi per ricostruire la casa comune e difendere i più vulnerabili. Assistiamo al graduale emergere di una grande mobilitazione di persone, che dal basso e dalle periferie si stanno generosamente adoperando per la protezione della terra e dei poveri. Dà gioia vedere tanti giovani e comunità, in particolare indigene, in prima linea nel rispondere alla crisi ecologica. Stanno facendo appello per un Giubileo della Terra e per un nuovo inizio, nella consapevolezza che «le cose possono cambiare» (LS, 13). C’è pure da rallegrarsi nel constatare come l’Anno speciale di anniversario della Laudato si’ stia ispirando numerose iniziative a livello locale e globale per la cura della casa comune e dei poveri. Questo anno dovrebbe portare a piani operativi a lungo termine, per giungere a praticare un’ecologia integrale nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle diocesi, negli Ordini religiosi, nelle scuole, nelle università, nell’assistenza sanitaria, nelle imprese, nelle aziende agricole e in molti altri ambiti. Ci rallegriamo anche che le comunità credenti stiano convergendo per dare vita a un mondo più giusto, pacifico e sostenibile. È motivo di particolare gioia che il Tempo del Creato stia diventando un’iniziativa davvero ecumenica. Continuiamo a crescere nella consapevolezza che tutti noi abitiamo una casa comune in quanto membri della stessa famiglia! Rallegriamoci perché, nel suo amore, il Creatore sostiene i nostri umili sforzi per la Terra. Essa è anche la casa di Dio, dove la sua Parola «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14), il luogo che l’effusione dello Spirito Santo costantemente rinnova. 
“Manda il tuo Spirito, Signore, e rinnova la faccia della terra” (cfr Sal 104,30).
Roma, San Giovanni in Laterano, 1° settembre 2020
FRANCESCO




IN NOME DEL DIO PROFITTO
Don Enrico Chiavacci

In nome del dio profitto.
don Enrico Chiavacci[1]
Jesus n°11.  Novembre 1999

Il Concilio, con la teologia della Gaudium et spes, ha fatto uscire la Chiesa da quattro secoli di visione privatistica della salvezza (la salvezza eterna di ogni singola anima) e dal conseguente orientamento restrittivo dell’ecclesiologia e della teologia. Vi è una salvezza, un traguardo escatologico per la famiglia umana e la sua storia (Gaudium et spes, n. 45). Indirizzare e accompagnare la famiglia umana verso tale traguardo è preciso compito della Chiesa: compito non esclusivo (lo Spirito soffia dove vuole), ma ineludibile, in quanto continuazione dell’opera salvifica di Cristo. Non vi sono due storie: quella della salvezza e quella dell’umanità. “La storia è storia di salvezza”, è il lento e doloroso cammino della famiglia umana verso la pienezza del Regno, verso la sua trasformazione in “famiglia di Dio” (Gaudium et spes, n. 40). E il traguardo è la pace, la città di Dio in cui «tutti si servono vicendevolmente nella carità» (Agostino, De civitate Dei, XIV,28). Si tratta dunque di un cammino verso una logica globale di convivenza della famiglia umana intera, una logica che rispecchi l’Assoluto della vita trinitaria. Come il Figlio dell’Uomo è venuto per servire e non per essere servito, così nessun essere umano «non può pienamente realizzarsi, se non attraverso un dono sincero di sé» (Gaudium et spes, n. 24).  Così il “sociale” – la complessa rete di strutture in cui si deve configurare la vita di relazione di ogni singolo – diviene campo di impegno e di primaria responsabilità morale per ogni cristiano (come per ogni uomo di buona volontà). La lotta per fare del mondo un «luogo di autentica fraternità» (Gaudium et spes, n. 37) durerà quanto dura la storia, e in essa il cristiano è inevitabilmente inserito: «in questa lotta inserito» (ivi).  Così l’economia, e l’inserimento del cristiano nello studio e nell’attività economica divengono inevitabilmente riflessione teologica ed etica.
Per comprendere dunque la nostra chiamata occorre capire che cosa sia oggi “economia” su un doppio versante:

  • quello delle strutture essenziali entro cui ogni attività economica (produzione, distribuzione, finanza) si svolge;
  • quello delle condizioni di vita della famiglia umana, generate o mantenute dalle dette strutture.

È chiaro che l’interesse teologico primario è per il secondo versante, ma quello che in esso avviene è determinato primariamente dal versante strutturale. Uno studio serio della situazione in cui versa la famiglia umana deve perciò partire dallo studio delle strutture fondamentali della vita economica sul pianeta Terra. Qui posso solo accennare ad alcuni elementi essenziali.
Nessuna forma di vita economica, anche primitiva, può pensarsi senza un supporto strutturale, sia a livello di villaggio sia di Stato sovrano. Ma oggi vi è un unico sistema di strutture che governa la vita economica dell’intera famiglia umana. Questa “globalizzazione” è per il cristiano qualcosa di auspicabile: ormai lo sguardo del cristiano si deve estendere alla famiglia umana considerata come un unico corpo sociale. La stessa idea tradizionale di “bene comune” deve intendersi come bene comune della famiglia umana.
Ma è dal tipo di strutture della globalizzazione che dipende il perseguimento di tale bene comune: la domanda è se le attuali strutture consentano il miglioramento della qualità della vita di ogni essere umano ovunque sulla terra (cfr. Gaudium et spes, n. 77), per l’oggi e anche per il domani della storia umana (è qui la gravità del problema ecologico).
Oggi le strutture tradizionali dell’economia –produzione e distribuzione (mercato)– sono irreversibilmente globali. Oggi si produce per componenti: sia le 4-5 parti di una videocassetta sia le 172.000 parti di un Airbus possono essere prodotte ciascuna in un luogo diverso della Terra, assemblate in un altro, commercializzate in un altro ancora. In molti casi si produce dove si ha il minor costo del lavoro (circa 30 dollari l’ora in Germania, 20 negli altri Paesi industrializzati, da 0,5 a 2 nei Paesi più poveri). In altri casi si produce dove esiste manodopera altamente specializzata. In altri casi ancora alcune componenti sono prodotte solo da pochissimi centri specializzati (una nuova molecola per le bioingegnerie o un motore per grandi aerei di linea solo General Electrics, Pritt & Whitney, Rolls Roice possono produrli).
Lo stesso avviene per il commercio e la distribuzione: si compra e si vende dove conviene. Qualsiasi operatore può comprare all’ingrosso a Hong Kong e vendere a Milano, per distribuire poi al dettaglio in Usa o in Thailandia. Nessun Governo, pur potente che sia, può realmente governare produzione e mercato, se non con pochi strumenti (dazi, incentivi o disincentivi) deboli e destinati a sparire.
Tutto ciò è oggi possibile per l’avvento di nuove tecnologie. Due in particolare:

  • la rivoluzione del silicio, e cioè elettronica e informatica, che consente trasmissione di dati, ordinativi, trasferimenti di denaro eccetera;
  • una radicale trasformazione dei sistemi di trasporto merci, con navi che possono contenere 8.000 containers e con treni merci per lunghe distanze (Usa, Australia, Sudafrica, Russia) che trasportano 10/20 mila tonnellate (in Europa il limite è di norma 2 mila). In tal modo l’incidenza del costo del trasporto per unità di prodotto è irrisoria.

Queste due realtà tecniche sono irreversibili, e sono molto recenti (non più di vent’anni), e così spiazzano tutte le teorie e le logiche economiche attualmente disponibili. Ma dopo la rivoluzione del silicio si hanno due fenomeni altrettanto nuovi.

  • Il primo fenomeno è l’inserimento massivo nella produzione del momento di ricerca e sviluppo (“R&D”: research and development). I nuovi treni veloci europei hanno richiesto 10-12 anni dalla prima ideazione alla produzione di serie; nuovi aerei militari sono già in progetto da anni e saranno pronti verso il 2010. Ciò richiede un enorme incremento del capitale necessario, e perciò una sempre maggiore concentrazione del capitale disponibile sulla faccia della Terra e della sua gestione, al di sopra delle teste di qualsiasi Governo o Stato.
  • Il secondo fenomeno: oggi non esiste più il capitalista-padrone. Tutto il denaro, comunque raccolto ovunque nel mondo, è gestito da società finanziarie, che a loro volta sono controllate da finanziarie di ordine superiore. In tal modo il mondo della finanza è completamente separato dal mondo della produzione. Una finanziaria trae profitto esclusivamente dal movimento del capitale (finanziario), e così il capitale si muove freneticamente da un capo all’altro della Terra, in tempo reale e non controllabile da nessun Governo, sempre e solo in cerca del massimo profitto finanziario. “Cosa, per chi e come” si produca non ha alcun interesse per i veri manovratori del capitale mondiale. Molte migliaia di miliardi di dollari si spostano ogni 24 ore, e sempre in cerca di massimizzazione del profitto privato, da cui è, per principio, esclusa ogni preoccupazione per il bene comune, per i reali bisogni dell’uomo.

Le condizioni di vita della famiglia umana.
In sintesi i Paesi ricchi hanno un Pnl[2] pro capite di 20/30 mila dollari.

In America latina il Pnl si colloca fra 1.000 e 4.000 dollari, e cioè a un decimo dei Paesi ricchi: ma l’America latina gode di un’iniqua distribuzione delle ricchezze che non ha eguali nel mondo.
In Brasile vi sono circa 30 milioni di ricchi e 130 milioni di poveri.
In Africa, escluso il Sudafrica, il Pnl oscilla fra 100 e 700 dollari, ma nell’Africa subsahariana difficilmente supera i 200: siamo perciò a un centesimo della ricchezza disponibile da noi.
In Asia, salvo le note eccezioni, il Pnl oscilla fra 260 dollari (Cambogia) e 500 dollari (Cina). India e Cina messe insieme – oltre un terzo dell’umanità – hanno una media di un dollaro e mezzo al giorno per abitante, ivi comprese le spese pubbliche di ogni genere.
Due importanti indicatori della qualità umana della vita sono l’attesa media di vita e la mortalità infantile: qui si rispecchia la disponibilità di cibo, di acqua potabile, di assistenza sanitaria, di educazione di base, e la presenza di violenze e drammi sociali inevitabilmente connessi alla miseria.

Per Paesi ricchi l’attesa media di vita è 75/80 anni; in America latina è di 55/65 anni (salvo Cuba che è su livelli europei); nell’Africa subsahariana raramente arriva a 50 anni; nell’immensa Asia povera è fra 55 e 70 anni. La mortalità infantile, calcolata sui morti nel primo anno di vita su mille nati vivi, nei Paesi ricchi è di circa il 6/7 per mille (media Unione europea 5,6, Usa 8). In America latina oscilla fra 20 e 65 (salvo Cuba che è a livelli europei e migliori di quelli Usa); nell’Africa subsahariana è generalmente sopra a 100; in Asia oscilla fra 35 e 100. Si tratta di un quadro spaventoso di una famiglia umana spaccata in due, in cui meno di un quinto assorbe più di quattro quinti delle risorse disponibili. Deve esser ben chiaro che ogni area di miseria ha caratteristiche diverse, e che ogni Governo ha una parte di responsabilità. Ma deve esser soprattutto ben chiaro che si tratta di una realtà strutturale, stabile, causata o mantenuta dalle strutture economiche globali che ho descritto. Ci siamo commossi vedendo i bambini nei campi di raccolta per un terremoto o per una guerra. Ma non riflettiamo che quelle condizioni miserabili derivano da fatti ben precisi, sono congiunturali e transitorie. E sono molto migliori delle condizioni di normalità in cui la maggior parte dei bambini del mondo vive e vivrà senza speranze e senza prospettive. Non esiste agenzia o progetto con sufficiente autorità per cambiare la tragedia che incombe sulla famiglia umana: chi potrebbe non ha nessun interesse a farlo, e chi vorrebbe non ha potere per farlo.  Dietro a tutto questo vi è la logica di massimizzazione del profitto finanziario privato che va perseguito a ogni costo, e naturalmente al costo della qualità della vita della grande maggioranza degli esseri umani. Non si investe per soddisfare bisogni essenziali dell’uomo: investire per i poveri della Terra non dà tanto profitto quanto investire per i non-bisogni dei ricchi. Grandi corporations medicali rifiutano di investire in ricerca per le urgenze sanitarie dei poveri (malaria, tubercolosi, Aids), dichiarando esplicitamente che la ricerca non darebbe sufficiente ritorno finanziario (The Economist 14.8.99: Helping the world’s poorest). Meglio investire in armi, droga, alte tecnologie. Non si investe per creare occupazione, ma disoccupazione: con nuove macchine si riducono i costi del lavoro. Di norma nelle grandi Borse la notizia dell’aumento dell’occupazione crea crolli di azioni. Ogni cautela ecologica incide inevitabilmente sui profitti, e non offre sufficiente rapporto costi/benefici in tempi brevi. La tragedia della famiglia umana si andrà sempre più approfondendo. Solo da pochi anni alcuni liberisti più illuminati insistono su sanità e educazione per i poveri, ma la maggior parte degli economisti e la totalità degli operatori economici non ci pensano neppure.

Gravi sono le colpe della teologia cristiana, cattolica e protestante (soprattutto riformata nordamericana).
Colpe della teologia sistematica, che si è occupata solo della salvezza delle singole anime dimenticando totalmente il cammino dell’umanità verso la pienezza del Regno.
Colpe della teologia morale che si è fermata, a partire dal Catechismo Romano dopo il Concilio di Trento, al tema del “non rubare”: il vero tema della morale economica nel Vangelo è invece quello del significato che i beni terreni hanno nell’orizzonte di fede del cristiano.
Invece si è annunciato che le ricchezze, una volta legittimamente acquistate, sono strumento di esercizio della libertà personale col solo limite di fare ogni tanto qualche elemosina. Ma per i Padri e per Tommaso D’Aquino chi non dà del suo al bisognoso commette ingiustizia: è tanto ladro chi non soccorre il povero quanto chi ruba i beni altrui. Ancora oggi vi sono scuole di pensiero cattolico che sostengono essere il liberismo capitalistico attuale la miglior forma di attuazione del Vangelo, in quanto garante del personalismo e della libertà. E anche documenti pontifici parlano di capitalismo selvaggio: è una visione vecchia, da “padrone delle ferriere”. Oggi, nella situazione sopra illustrata, il capitalismo è inesorabilmente “selvaggio”: nessuna idea di bene comunque può governarlo. La dottrina, anch’essa vecchia di oltre un secolo, della “mano invisibile” del libero mercato è solo un paravento morale che copre una iniquità sostanziale: il libero mercato di dimensioni planetarie fra aree povere e aree ricche serve solo a arricchire i ricchi e impoverire i poveri. Se il povero vuole anche solo sopravvivere deve sottostare alle condizioni imposte dai ricchi: ed è appunto questa, fino ad oggi, la politica costante del Fondo monetario internazionale. Ma molti poveri, come nell’Africa subsahariana, hanno urgenti bisogni che non possono neppure “diventare domanda sul mercato”: semplicemente non hanno soldi per stare sul mercato.
Occorre dunque ripensare nelle sue radici l’annuncio morale cristiano sulla storia e sull’economia: il Concilio ha indicato con chiarezza la via, ma finora sembra che pochi se ne siano accorti o siano disposti a seguirla senza compromessi. La logica della massimizzazione del profitto, quali che siano i costi umani che essa esige, unita allo pseudo-dogma del liberismo economico, sta ormai prevalendo a tutti i livelli. Dal livello finanziario è entrata al livello aziendale, al livello di proposta di politica economica per i governi, a livello personale. Ormai “l’avere di più perché è di più”, e non come possibile strumento per soddisfare ragionevoli bisogni nostri e altrui, sta diventando la regola suprema dei comportamenti privati. Negli Usa è diventata una vera ossessione generalizzata: con l’avvento di Internet è ormai possibile per il privato operare direttamente e in tempo reale sul mercato finanziario, e molti passano le giornate a muovere denaro al computer per cercare di arricchirsi rapidamente. Non solo la ricchezza, ma l’arricchimento costante come fine a sé stesso è diventato il nuovo idolo, il nuovo ideale di vita nei Paesi ricchi.
La teologia morale cattolica dell’ultimo secolo non ha saputo, o voluto, dir niente al riguardo; quella protestante americana, legata all’idea dell’arricchimento come segno di predestinazione, ha favorito tale tendenza. Per molti americani Wasp (White, anglo saxon protestant) se uno è povero lo è per propria colpa: circa 40 milioni di cittadini statunitensi poveri non godono di alcun diritto all’assistenza sanitaria. Si mira a ridurre al minimo le tasse per la salute per poter aumentare quelle per armamenti.
In questo modo il liberismo economico sta divenendo liberismo sociale: nessuna preoccupazione per il bene comune della comunità “Stato” – per non parlare della comunità “famiglia umana” – è ormai proponibile; lo “Stato sociale” è ormai irriso da molta stampa Usa come «old style».
E molti cattolici si adeguano, col ridicolo pretesto della paura del comunismo. Ma nel Vangelo la ricchezza materiale “non è vera ricchezza, non è ricchezza” per noi seguaci del Signore (cfr. Luca 16). La ricchezza vera è Dio e l’avvento del suo Regno. Cercare prima il Regno di Dio e la sua giustizia è cercare la crescita di una convivenza umana di fraternità, di condivisione, di pace. Se la teologia non saprà leggere l’economia come vero luogo teologico, luogo in cui dobbiamo cercare – studiando con passione, piangendo e pregando – quale sia il progetto e la chiamata di Dio per noi qui oggi, la Chiesa avrà tradito la sua missione.
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[1]  Don Enrico Chiavacci (1926-2013) è stato uno dei massimi teologi morali italiani del secondo Novecento, soprattutto nei temi dell’etica sessuale, della giustizia sociale e della pace.
[2] (Prodotto nazionale lordo: la somma di tutte le ricchezze comunque prodotte in un Paese, espressa in dollari e divisa per il numero degli abitanti, valore sommariamente indicativo della ricchezza disponibile; la sua distribuzione dipende in parte dai singoli governi, ma sempre entro il limite del Pnl)




REFERENDUM. TAGLIO DEI PARLAMENTARI
Franco Monaco

Taglio dei parlamentari, riforma controversa.
Franco Monaco
25 agosto 2020 (Settimana news)

Solo ora, a un mese dalla sua celebrazione, si accende la discussione sul referendum costituzionale con il quale i cittadini-elettori sono chiamati a confermare o respingere il taglio dei parlamentari approvato a larga maggioranza dalle Camere. Eppure si tratta di materia delicata e di grande rilievo. Una riforma con effetti sistemici sugli equilibri costituzionali non incastonata in una riforma di sistema. Non sorprende che essa divida costituzionalisti e politici, secondo una linea di frattura che non coincide con quella che si produsse nel 2016 sulla riforma Renzi-Boschi. Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Consulta e maestro del costituzionalismo classico, per descrivere il proprio orientamento, ha evocato la metafora dell’asino di Buridano, paralizzato dall’incertezza circa la mangiatoia cui nutrirsi. Lasciando intendere la sua intenzione di astenersi.

Ragioni per votare no
Chiaramente una extrema ratio, che tuttavia conferma la problematicità della questione. Vi sono buone ragioni per il no e buone ragioni per il sì. Le accenno soltanto.
Per il no:

1) appunto la circostanza che ci si chieda di avallare una riforma puntuale senza avere provveduto agli adeguamenti e ai correttivi da tutti giudicati necessari onde evitare un deficit di rappresentatività, un aggravio del malfunzionamento delle Camere, un’accentuazione del carattere già ora verticistico nella selezione dei parlamentari (una legge elettorale d’impianto proporzionale, l’equiparazione di elettorato attivo e passivo di Camera e Senato, la riforma dei regolamenti parlamentari, una limatura della sovra-rappresentatività dei  consigli regionali che si produrrebbe nella elezione del Presidente della Repubblica). In particolare le forze di maggioranza si erano impegnate a incardinare una nuova legge elettorale (anche al fine di evitare che, con la legge vigente, si possa generare una “dittatura della maggioranza”: fu condizione posta dal PD per dare il proprio voto favorevole alla riforma nell’ultimo decisivo passaggio parlamentare coinciso con il varo del governo Conte-due, dopo il voto contrario nei tre precedenti passaggi). Ma non se n’è fatto nulla per l’opposizione di Italia Viva e non vi sono certezze al riguardo.

2) Il tratto antiparlamentarista e persino antipolitico con il quale è stato concepito e propagandato il cospicuo taglio di deputati e senatori soprattutto da parte del M5S. Sull’onda della polemica contro la casta e con l’argomento, francamente debole, della riduzione dei costi della politica. Fuor di ipocrisia, è noto che una parte larga della “maggioranza bulgara” che ha approvato la riforma nella sua ultima lettura (solo 14 dissensi alla Camera) lo ha fatto essenzialmente per non sfidare l’impopolarità, senza convinzione, con un cumulo di retropensieri.

3) Vi è infine chi appunta le sue obiezioni sul funzionamento e la operatività delle Camere e segnatamente del Senato con soli duecento membri, i quali, stante la persistenza del “bicameralismo perfetto” (esso sì un serio problema!), faticherebbero a ottemperare a tutti i loro compiti (tra aula, commissioni permanenti, commissioni speciali o di inchiesta, giunte, organismi parlamentari internazionali).

Ragioni per votare sì
Ma veniamo alle ragioni del sì:

1) tutti i progetti di riforma messi a punto da quarant’anni a oggi contemplavano una riduzione del numero dei parlamentari, sia per uniformarci agli standard di altri paesi, sia nella convinzione – opposta a quella su evocata – che semmai uno snellimento conferirebbe più qualità ed efficienza al parlamento.

2) Proprio il sistematico affossamento di quella riduzione a lungo perseguita suggerirebbe di non mancare questa occasione (se non ora quando più?). All’obiezione di chi eccepisce la mancanza dei correttivi sistemici si risponde che proprio il taglio suddetto costringerà a provvedervi ex post, anche se, certo, meglio sarebbe stato farlo prima o contestualmente, considerato che l’attuale parlamento non brilla nel suo concreto funzionamento.

3) Ancora vi è chi fa osservare che, pur con l’ambiguità e le riserve cui si è accennato, resta agli atti un voto plebiscitario del parlamento. Sconfessarlo sarebbe logicamente in contrasto con le motivazioni di natura parlamentarista di chi si oppone e, di riflesso, semmai, darebbe ulteriore fiato all’antipolitica e al qualunquismo.

4) Infine, taluni scommettono sulla circostanza che il minor numero possa giovare alla qualità della rappresentanza parlamentare, pur nella consapevolezza che ciò è affidato soprattutto a legge elettorale e responsabilità dei partiti nella selezione delle candidature.

Questioni politiche
Come si vede, vi sono buone ragioni su entrambi i fronti. Si deve tuttavia aggiungere che – piaccia o non piaccia, e non dovrebbe piacere – con le ragioni di merito centrate sulla materia costituzionale si intrecciano motivazioni politiche.
Non dovrebbe essere così e tuttavia è così. Esemplifico. Intanto un po’ in tutti i partiti, come si è detto e visto all’atto dell’approvazione in parlamento, domina la preoccupazione di non sfidare l’impopolarità. Nel M5S quella di portare a casa una sua riforma bandiera, a compensazione di elezioni regionali che prefigurano una generale sconfitta. Nel PD o quantomeno in chi oggi lo guida di non incrinare i rapporti dentro la maggioranza.
Per converso e non a caso, chi, dentro il PD, dissente dal consolidamento dell’asse politico con il M5S, si schiera per il no, pur dopo aver votato il taglio in parlamento. Più in piccolo, qualcosa di simile si riscontra tra i parlamentari di FI, ove il no, guarda caso, si rinviene tra coloro che mal sopportano la subalternità a Salvini e Meloni.
Dunque, la questione è complessa e non priva di implicazioni politiche più o meno dichiarate. Io, come l’asino, sperando di non morire nell’esitazione, ancora non so come mi regolerò. Seguirò il confronto e infine deciderò. L’esito altamente probabile è un sì a larga maggioranza, temo, sulla base di motivazioni non esattamente pregnanti.
E tuttavia questo almeno di sicuro non ci deve condizionare né in un senso né in un altro. Trattasi della Costituzione e comunque conta anche il risultato, la misura della partecipazione e il differenziale tra sì e no o viceversa.