Elezioni regionali 2020
Nota della Conferenza episcopale Emilia Romagna

Elezioni Emilia Romagna 2020

“La Regione, laboratorio di democrazia”
Nota della Conferenza episcopale regionale in preparazione all’appuntamento elettorale

La Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna si è riunita oggi in assemblea a Bologna, a Villa San Giacomo, e durante i lavori presieduti da S.E. il card. Matteo Zuppi, presidente della Ceer e arcivescovo di Bologna, ha anche elaborato una nota in vista delle prossime elezioni regionali in Emilia-Romagna del 26 gennaio, di cui si trasmette il testo che segue.

La Regione, laboratorio di democrazia.
Le elezioni regionali, oltre alle contingenze storiche che attribuiscono ad esse loro significati politici nazionali, hanno un impatto importante per le nostre comunità cristiane, perché riguardano una porzione di Paese di cui viviamo le dinamiche economiche, sociali, amministrative. La nostra Regione Emilia-Romagna incrocia, inoltre, il territorio e la vita delle parrocchie di 14 Diocesi, da Piacenza-Bobbio a Rimini. Questa vicinanza tra vita ecclesiale e vita civile, nella distinzione, ma anche nella collaborazione per il bene comune, per la legalità, per la giustizia, per la cura della nostra terra e per la tutela dei più deboli, motiva questo appello in occasione delle prossime elezioni regionali. Mentre invitiamo a esercitare il diritto di voto, primo gesto importante di responsabilità in ogni tornata elettorale, come Pastori delle Chiese dell’Emilia-Romagna vogliamo richiamare alcuni aspetti utili per un discernimento sociale e per una scelta coerente.
L’Europa è casa nostra
In fedeltà all’art. 117 della Costituzione, le Regioni sono chiamate “nelle materie di loro competenza” a partecipare “alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi comunitari e provvedono all’attuazione e all’esecuzione degli accordi internazionali e degli atti dell’Unione europea”. La cura dell’Europa significa cura della nostra terra, delle possibilità di valorizzare un patrimonio umano, culturale, ambientale, religioso e lo studio e l’esperienza dei nostri giovani universitari e lavoratori. Pensare di tutelare la Regione contro l’Europa è una tragica ingenuità e fonte di povertà. Al tempo stesso, non possiamo dimenticare lo spirito sorgivo dal quale è scaturito il desiderio di unità tra le diverse nazioni d’Europa all’indomani della Seconda guerra mondiale. Uomini come De Gasperi, Adenauer, Schuman profusero tutto il loro impegno nella costruzione di una “comunità di popoli liberi ed uguali” (Adenauer a Bad Ems, 14/9/1951), nella quale le specificità nazionali potessero armonizzarsi offrendo ciascuna il proprio peculiare contributo alla bellezza dell’insieme.
Attenzione ai poveri e pari opportunità
L’art. 117 della Costituzione ricorda che “le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive”. Ogni forma di corporativismo, di esclusione sociale e dalla partecipazione attiva alla vita delle nostre città, ogni discriminazione di uomini e donne, italiani o immigrati, persone o famiglie, indebolisce il cammino e lo sviluppo regionale. La preoccupazione principale, anche nelle politiche regionali, non può che essere per le situazioni di povertà, disagio ed emarginazione, segnatamente per quanto riguarda la mancanza e la precarietà del lavoro, continuando un impegno politico che in questi anni ha portato anche buoni frutti. Una particolare cura meritano i giovani, in un grave momento di disorientamento pure per le loro famiglie.
Sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza
A orientare le funzioni amministrative regionali sono i principi della sussidiarietà, della differenziazione e della adeguatezza. Anche l’autonomia regionale non può dimenticare questi tre principi che valorizzano e “favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale”, cioè l’azione della famiglia,
di altre comunità e delle realtà del Terzo settore in una programmazione territoriale. Ogni forma di omologazione culturale che non risponde all’adeguatezza dei servizi e al rispetto delle realtà familiari e sociali rischia di essere una sovrastruttura che non serve al bene comune. A questo proposito la sinergia delle attività regionali con le istituzioni ecclesiali (oratori, scuole paritarie, attività estive, consultori, centri di ascolto … ), la concreta e costante valorizzazione dei corpi intermedi potranno aiutare ad affrontare “l’emergenza educativa”.
Sviluppo, coesione e solidarietà: persona e comunità
Con le proprie risorse la Regione opera per “promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona” (Art. 119 della Costituzione Italiana). La cura degli aspetti economici deve essere accompagnata, soprattutto oggi, da una attenzione ai percorsi di integrazione, inclusione di famiglie e persone in difficoltà, mentre i nostri paesi dalla collina alla costa e le nostre città cambiano continuamente. Ma sono necessarie anche una legislazione e una regolamentazione che non penalizzino alcune categorie di persone nell’accesso alla casa, alla scuola, al lavoro, alla salute. La tutela della vita dal suo concepimento alla morte naturale, nella salute e nella malattia, nella stanzialità e nella mobilità, non può che trovare le istituzioni regionali capaci di rinnovate scelte, non riconducibili alle sole esigenze/componenti economiche e storico-sociali.
I beni culturali e ambientali
Le conseguenze del terremoto del 2012 che ha segnato profondamente il patrimonio culturale e religioso di alcune Diocesi e Province, ma anche la ricchezza di oasi naturali e di colline, di fiumi e coste, esigono un’attenzione particolare ai beni culturali e ambientali, con una collaborazione stretta tra Stato e Regioni (art. 119 della Costituzione) senza la quale i tempi lunghi del restauro, gli abbandoni della terra, delle colline dell’Appennino e della biodiversità, la mancata cura dell’ambiente – di fronte al riscaldamento e all’innalzamento delle acque del nostro mar Adriatico – e l’inquinamento, possono segnare irrimediabilmente una delle ricchezze regionali più importanti. Il patrimonio ambientale e culturale, accompagnato dallo stile di accoglienza e ospitalità riconosciuto alla nostra terra, sarà una risorsa decisiva per lo sviluppo del turismo, fondamentale per lo sviluppo e il futuro della nostra Regione.

Le prossime elezioni regionali in Emilia-Romagna sono un’occasione importante perché la Democrazia nel nostro Paese, che si realizza nei cammini e nelle scelte anche regionali, non venga umiliata e disattesa e i principi costituzionali ritrovino nelle nostre terre forme rinnovate di espressione e persone, delle diverse appartenenze politiche, impegnate a salvaguardarli, sempre. Un impegno che deve essere accompagnato nella campagna elettorale da un linguaggio, libero da offese e falsità, concreto nelle proposte, rispettoso delle persone e delle diverse idee politiche. A questo riguardo, come Pastori delle Chiese dell’Emilia-Romagna desideriamo offrire quale criterio e chiave di lettura, per i fedeli e per tutti gli uomini di buona volontà, la ricchezza e fecondità della Dottrina Sociale della Chiesa. Ancorata sulla salda ed immutabile roccia del Vangelo, essa è al tempo stesso capace di un confronto fecondo con ogni realtà umana nel suo sviluppo, proprio in virtù dell’inesauribile profondità della Parola di Dio, un tesoro dal quale è continuamente possibile “trarre cose antiche e cose nuove” (cfr. Mt 13, 52).

Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna
Bologna 13 gennaio 2020

Fonte: https://www.chiesadibologna.it/la-regione-laboratorio-di-democrazia/




CENSIS.
Rapporto 2019 sulla situazione sociale italiana

«La società italiana al 2019» nel 53° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese

Roma, 6 dicembre 2019 –

Il furore di vivere degli italiani ha vinto su tutto. Sfuggiti a fatica al mulinello della crisi, adesso l’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista. Gli italiani hanno dovuto rinunciare perfino ai due pilastri storici della sicurezza familiare, il mattone e i Bot, di fronte a un mercato immobiliare senza più le garanzie di rivalutazione di una volta e a titoli di Stato dai rendimenti infinitesimali. Venuti meno i pilastri del modello tradizionale di sviluppo, agli italiani non è arrivata però l’offerta di percorrere insieme nuovi sentieri di crescita per costruire il futuro. Anzi, secondo il 74% nei prossimi anni l’economia continuerà a oscillare tra mini-crescita e stagnazione, e il 26% è sicuro che è in arrivo una nuova recessione. Contando di fatto solo sulle proprie forze, gli italiani hanno quindi messo in campo stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro, in una solitaria difesa di se stessi. Hanno cercato di porre una diga per arrestare la frana verso il basso. La loro reazione vitale ha generato una formidabile resilienza opportunistica, con l’attivazione di processi di difesa spontanei e molecolari degli interessi personali, a dispetto di proclami pubblici e decreti. Finché l’ansia è riuscita a trasformarsi in furore, e il furore di vivere non è scomparso dai loro volti, non c’è stato alcun crollo. Ma ora c’è un prezzo da pagare. Lo stress esistenziale, logorante perché riguarda il rapporto di ciascuno con il proprio futuro, si manifesta con sintomi evidenti in una sorta di sindrome da stress post-traumatico. Nel corso dell’anno 2019 il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso. E secondo il 69% l’Italia è ormai un Paese in stato d’ansia (il dato sale al 76% tra chi appartiene al ceto popolare). Disillusione, stress esistenziale e ansia originano un virus che si annida nelle pieghe della società: la sfiducia. Il 75% degli italiani non si fida più degli altri.

Il suicidio in diretta della politica italiana e le pulsioni antidemocratiche. L’altro prezzo da pagare sono le crescenti pulsioni antidemocratiche. Oggi solo il 19% degli italiani parla frequentemente di politica quando si incontra. Il 76% non ha fiducia nei partiti (e la percentuale sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati). Il 58% degli operai e il 55% dei disoccupati sono scontenti di come funziona la democrazia in Italia. Il 48% degli italiani oggi dichiara che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai).

Più occupati, meno lavoro: il bluff dell’occupazione che non produce reddito e crescita. Rispetto al 2007, nel 2018 si contano 321.000 occupati in più: +1,4%. La tendenza è continuata anche quest’anno: +0,5% nei primi sei mesi del 2019. Il riassorbimento dell’impatto della lunga recessione nasconde però alcune criticità. Il bilancio dell’occupazione è dato da una riduzione di 867.000 occupati a tempo pieno e un aumento di 1,2 milioni di occupati a tempo parziale. Nel periodo 2007-2018 il part time è aumentato del 38% e anche nella dinamica tendenziale (primo semestre 2018-2019) è cresciuto di 2 punti. Oggi un lavoratore ogni cinque ha un impiego a metà tempo. Ancora più critico è il dato del part time involontario, che riguarda 2,7 milioni di lavoratori. Nel 2007 pesava per il 38,3% del totale dei lavoratori part time, nel 2018 rappresenta il 64,1%. E tra i giovani lavoratori il part time involontario è aumentato del 71,6% dal 2007. Così oggi le ore lavorate sono 2,3 miliardi in meno rispetto al 2007 e parallelamente le unità di lavoro equivalenti sono 959.000 in meno. Nello stesso periodo le retribuzioni del lavoro dipendente sono diminuite del 3,8%: 1.049 euro lordi all’anno in meno. I lavoratori con retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi sono 2.941.000: un terzo ha meno di 30 anni (un milione di lavoratori) e la concentrazione maggiore riguarda gli operai (il 79% del totale).  Le cronache della politica nazionale registrano l’interesse del 42% della popolazione e superano le voci classiche dei palinsesti come lo sport (29%) o la cronaca nera (26%) e rosa (18%). E’ in continua espansione l’area del non voto (astenuti, schede bianche e nulle): il 9,6% degli aventi diritto nel 1958, l’11,3% nel 1968, il 13,4% nel 1979, il 18% nel 1992, il 24,3% nel 2001, fino al 29,4% nel 2018.
Il lavoro e la disoccupazione preoccupano il 44% degli italiani (contro la media del 21% dei cittadini europei), il doppio rispetto alla preoccupazione sull’immigrazione (22%), più di tre volte rispetto alle pensioni (12%), cinque volte di più della criminalità (9%) e dei problemi ambientali e climatici (8%).

Demografia e sistema di welfare. Rimpicciolita, invecchiata, con pochi giovani e pochissime nascite: così appare l’Italia vista attraverso la lente degli indicatori demografici. Dal 2015 ‒ anno di inizio della flessione demografica ‒ si contano 436.066 cittadini in meno, nonostante l’incremento di 241.066 stranieri residenti. Nel 2018 i nati sono stati 439.747, cioè 18.404 in meno rispetto al 2017. Nel 2018 anche i figli nati da genitori stranieri sono stati 12.261 in meno rispetto a cinque anni fa. La caduta delle nascite si coniuga con l’invecchiamento demografico. Nel 1959 gli under 35 erano 27,9 milioni (il 56,3% della popolazione complessiva) e gli over 64 erano 4,5 milioni (il 9,1%). Sulla diminuzione della popolazione giovanile hanno un effetto anche le emigrazioni verso l’estero: in un decennio più di 400.000 cittadini italiani 18-39enni hanno abbandonato l’Italia, cui si sommano gli oltre 138.000 giovani con meno di 18 anni.
Le dinamiche demografiche incidono pesantemente sugli equilibri del sistema di welfare. L’aspettativa di vita alla nascita nel 2018 è di 85,2 anni per le donne e 80,8 per gli uomini. Nonostante i miglioramenti complessivi dei livelli di salute della popolazione, l’80,1% degli over 64 è affetto da almeno una malattia cronica, il 56,9% da almeno due.

I soggetti più vulnerabili nelle maglie larghe del sistema formativo. Pochi laureati, frequenti abbandoni scolastici, bassi livelli di competenze tra i giovani e gli adulti: sono queste le criticità del sistema educativo italiano. Il 52,1% dei 60-64enni si è fermato alla licenza media (a fronte del 31,6% medio nell’Unione europea). Ma anche tra i 25-39enni il 26,4% non ha conseguito un titolo di studio superiore (contro il 16,3% medio della Ue). Il 14,5% dei 18-24enni (quasi 600.000 persone) non possiede né il diploma, né la qualifica e non frequenta percorsi formativi. Nel 2018 ha partecipato ad attività di apprendimento permanente solo l’8,1% della popolazione 25-64enne (appena il 2% di chi possiede al massimo la licenza media).

Il calvario quotidiano di cittadini e imprese: i fattori di pressione sul ceto medio produttivo. Della Pubblica Amministrazione si fida solo il 29% degli italiani. Nell’Unione europea (valore medio: 51%) peggio di noi solo Grecia e Croazia. Erano 3.443.105 i procedimenti civili pendenti nel 2018. Alla fine del 2018 si quantificano in 26,9 miliardi di euro i debiti commerciali residui delle amministrazioni pubbliche fatturati nell’anno, scaduti e non pagati. Per il 60% dei commercialisti le loro aziende-clienti subiscono ritardi nella riscossione di crediti dalla Pa.

I grumi di nuovo sviluppo: le aggregazioni per stili di vita che fanno identità. Sempre più spesso la costruzione di relazioni significative avviene nella vita quotidiana. Gli italiani dispongono mediamente di 4 ore e 54 minuti al giorno di tempo libero (il 20,4% delle giornate feriali). Nel 2018 la spesa delle famiglie per attività ricreative e culturali è stata pari a 71,5 miliardi di euro (il 6,7% della spesa complessiva). Gli italiani che prestano attività gratuite in associazioni di volontariato sono aumentati del 19,7% negli ultimi dieci anni.

Il recupero di aspettative nell’Europa. Gli italiani si dichiarano in maggioranza contrari a fare un passo indietro su tre questioni che avrebbero un impatto decisivo sulla nostra presenza in Europa: il 61% dice no al ritorno alla lira (è favorevole il 24%), il 62% è convinto che non si debba uscire dall’Unione europea (è favorevole il 25%), il 49% si dice contrario alla riattivazione delle dogane alle frontiere interne della Ue, considerate un ostacolo alla libera circolazione delle merci e delle persone (è favorevole il 32%). Oggi l’Italia gioca in Europa il proprio destino economico, esportando nei Paesi della Ue quasi 91 milioni di tonnellate di merci l’anno (il 60,9% dei quantitativi complessivamente venduti all’estero), per un controvalore di 260 miliardi di euro, cioè il 56,3% del valore totale delle merci esportate. Accanto all’Europa delle imprese c’è l’Europa della gente. Gli italiani che risiedono negli altri 27 Paesi della Ue sono 2.107.359 (e i cittadini della Ue che vivono in Italia sono 1.583.169): sono aumentati del 12,2% negli ultimi tre anni e rappresentano il 41,2% degli oltre 5 milioni di italiani che vivono all’estero.




1 gennaio 2020. 53a Giornata mondiale per la pace
Messaggio di Papa Francesco

MESSAGGIO di Papa Francesco per la celebrazione della 53a GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
1° GENNAIO 2020

LA PACE COME CAMMINO DI SPERANZA: DIALOGO, RICONCILIAZIONE E CONVERSIONE ECOLOGICA

  1. La pace, cammino di speranza di fronte agli ostacoli e alle prove

La pace è un bene prezioso, oggetto della nostra speranza, al quale aspira tutta l’umanità. Sperare nella pace è un atteggiamento umano che contiene una tensione esistenziale, per cui anche un presente talvolta faticoso «può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino». In questo modo, la speranza è la virtù che ci mette in cammino, ci dà le ali per andare avanti, perfino quando gli ostacoli sembrano insormontabili. La nostra comunità umana porta, nella memoria e nella carne, i segni delle guerre e dei conflitti che si sono succeduti, con crescente capacità distruttiva, e che non cessano di colpire specialmente i più poveri e i più deboli. Anche intere nazioni stentano a liberarsi dalle catene dello sfruttamento e della corruzione, che alimentano odi e violenze. Ancora oggi, a tanti uomini e donne, a bambini e anziani, sono negate la dignità, l’integrità fisica, la libertà, compresa quella religiosa, la solidarietà comunitaria, la speranza nel futuro. Tante vittime innocenti si trovano a portare su di sé lo strazio dell’umiliazione e dell’esclusione, del lutto e dell’ingiustizia, se non addirittura i traumi derivanti dall’accanimento sistematico contro il loro popolo e i loro cari. Le terribili prove dei conflitti civili e di quelli internazionali, aggravate spesso da violenze prive di ogni pietà, segnano a lungo il corpo e l’anima dell’umanità. Ogni guerra, in realtà, si rivela un fratricidio che distrugge lo stesso progetto di fratellanza, inscritto nella vocazione della famiglia umana. La guerra, lo sappiamo, comincia spesso con l’insofferenza per la diversità dell’altro, che fomenta il desiderio di possesso e la volontà di dominio. Nasce nel cuore dell’uomo dall’egoismo e dalla superbia, dall’odio che induce a distruggere, a rinchiudere l’altro in un’immagine negativa, ad escluderlo e cancellarlo. La guerra si nutre di perversione delle relazioni, di ambizioni egemoniche, di abusi di potere, di paura dell’altro e della differenza vista come ostacolo; e nello stesso tempo alimenta tutto questo. Risulta paradossale, come ho avuto modo di notare durante il recente viaggio in Giappone, che «il nostro mondo vive la dicotomia perversa di voler difendere e garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo. La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani». Ogni situazione di minaccia alimenta la sfiducia e il ripiegamento sulla propria condizione. Sfiducia e paura aumentano la fragilità dei rapporti e il rischio di violenza, in un circolo vizioso che non potrà mai condurre a una relazione di pace. In questo senso, anche la dissuasione nucleare non può che creare una sicurezza illusoria. Perciò, non possiamo pretendere di mantenere la stabilità nel mondo attraverso la paura dell’annientamento, in un equilibrio quanto mai instabile, sospeso sull’orlo del baratro nucleare e chiuso all’interno dei muri dell’indifferenza, dove si prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi dello scarto dell’uomo e del creato, invece di custodirci gli uni gli altri. Come, allora, costruire un cammino di pace e di riconoscimento reciproco? Come rompere la logica morbosa della minaccia e della paura? Come spezzare la dinamica di diffidenza attualmente prevalente? Dobbiamo perseguire una reale fratellanza, basata sulla comune origine da Dio ed esercitata nel dialogo e nella fiducia reciproca. Il desiderio di pace è profondamente inscritto nel cuore dell’uomo e non dobbiamo rassegnarci a nulla che sia meno di questo.

  1. La pace, cammino di ascolto basato sulla memoria, sulla solidarietà e sulla fraternità

Gli Hibakusha, i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, sono tra quelli che oggi mantengono viva la fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accadde nell’agosto del 1945 e le sofferenze indicibili che ne sono seguite fino ad oggi. La loro testimonianza risveglia e conserva in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza umana diventi sempre più forte di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione: «Non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto, quella memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno». Come loro molti, in ogni parte del mondo, offrono alle future generazioni il servizio imprescindibile della memoria, che va custodita non solo per non commettere di nuovo gli stessi errori o perché non vengano riproposti gli schemi illusori del passato, ma anche perché essa, frutto dell’esperienza, costituisca la radice e suggerisca la traccia per le presenti e le future scelte di pace. Ancor più, la memoria è l’orizzonte della speranza: molte volte nel buio delle guerre e dei conflitti, il ricordo anche di un piccolo gesto di solidarietà ricevuta può ispirare scelte coraggiose e persino eroiche, può rimettere in moto nuove energie e riaccendere nuova speranza nei singoli e nelle comunità. Aprire e tracciare un cammino di pace è una sfida, tanto più complessa in quanto gli interessi in gioco, nei rapporti tra persone, comunità e nazioni, sono molteplici e contradditori. Occorre, innanzitutto, fare appello alla coscienza morale e alla volontà personale e politica. La pace, in effetti, si attinge nel profondo del cuore umano e la volontà politica va sempre rinvigorita, per aprire nuovi processi che riconcilino e uniscano persone e comunità. Il mondo non ha bisogno di parole vuote, ma di testimoni convinti, di artigiani della pace aperti al dialogo senza esclusioni né manipolazioni. Infatti, non si può giungere veramente alla pace se non quando vi sia un convinto dialogo di uomini e donne che cercano la verità al di là delle ideologie e delle opinioni diverse. La pace è «un edificio da costruirsi continuamente», un cammino che facciamo insieme cercando sempre il bene comune e impegnandoci a mantenere la parola data e a rispettare il diritto. Nell’ascolto reciproco possono crescere anche la conoscenza e la stima dell’altro, fino al punto di riconoscere nel nemico il volto di un fratello. Il processo di pace è quindi un impegno che dura nel tempo. È un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, a una speranza comune, più forte della vendetta. In uno Stato di diritto, la democrazia può essere un paradigma significativo di questo processo, se è basata sulla giustizia e sull’impegno a salvaguardare i diritti di ciascuno, specie se debole o emarginato, nella continua ricerca della verità.[6] Si tratta di una costruzione sociale e di un’elaborazione in divenire, in cui ciascuno porta responsabilmente il proprio contributo, a tutti i livelli della collettività locale, nazionale e mondiale. Come sottolineava San Paolo VI, «la duplice aspirazione all’uguaglianza e alla partecipazione è diretta a promuovere un tipo di società democratica […]. Ciò sottintende l’importanza dell’educazione alla vita associata, dove, oltre l’informazione sui diritti di ciascuno, sia messo in luce il loro necessario correlativo: il riconoscimento dei doveri nei confronti degli altri. Il significato e la pratica del dovere sono condizionati dal dominio di sé, come pure l’accettazione delle responsabilità e dei limiti posti all’esercizio della libertà dell’individuo o del gruppo». Al contrario, la frattura tra i membri di una società, l’aumento delle disuguaglianze sociali e il rifiuto di usare gli strumenti per uno sviluppo umano integrale mettono in pericolo il perseguimento del bene comune. Invece il lavoro paziente basato sulla forza della parola e della verità può risvegliare nelle persone la capacità di compassione e di solidarietà creativa. Nella nostra esperienza cristiana, noi facciamo costantemente memoria di Cristo, che ha donato la sua vita per la nostra riconciliazione (cfr Rm 5,6-11). La Chiesa partecipa pienamente alla ricerca di un ordine giusto, continuando a servire il bene comune e a nutrire la speranza della pace, attraverso la trasmissione dei valori cristiani, l’insegnamento morale e le opere sociali e di educazione.

  1. La pace, cammino di riconciliazione nella comunione fraterna

La Bibbia, in modo particolare mediante la parola dei profeti, richiama le coscienze e i popoli all’alleanza di Dio con l’umanità. Si tratta di abbandonare il desiderio di dominare gli altri e imparare a guardarci a vicenda come persone, come figli di Dio, come fratelli. L’altro non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare, ma va considerato per la promessa che porta in sé. Solo scegliendo la via del rispetto si potrà rompere la spirale della vendetta e intraprendere il cammino della speranza. Ci guida il brano del Vangelo che riporta il seguente colloquio tra Pietro e Gesù: «“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”» (Mt 18,21-22). Questo cammino di riconciliazione ci chiama a trovare nel profondo del nostro cuore la forza del perdono e la capacità di riconoscerci come fratelli e sorelle. Imparare a vivere nel perdono accresce la nostra capacità di diventare donne e uomini di pace. Quello che è vero della pace in ambito sociale, è vero anche in quello politico ed economico, poiché la questione della pace permea tutte le dimensioni della vita comunitaria: non vi sarà mai vera pace se non saremo capaci di costruire un più giusto sistema economico. Come scriveva Benedetto XVI, dieci anni fa, nella Lettera Enciclica Caritas in veritate: «La vittoria del sottosviluppo richiede di agire non solo sul miglioramento delle transazioni fondate sullo scambio, non solo sui trasferimenti delle strutture assistenziali di natura pubblica, ma soprattutto sulla progressiva apertura, in contesto mondiale, a forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e comunione» (n. 39).

  1. La pace, cammino di conversione ecologica

«Se una cattiva comprensione dei nostri principi ci ha portato a volte a giustificare l’abuso della natura o il dominio dispotico dell’essere umano sul creato, o le guerre, l’ingiustizia e la violenza, come credenti possiamo riconoscere che in tal modo siamo stati infedeli al tesoro di sapienza che avremmo dovuto custodire».Di fronte alle conseguenze della nostra ostilità verso gli altri, del mancato rispetto della casa comune e dello sfruttamento abusivo delle risorse naturali – viste come strumenti utili unicamente per il profitto di oggi, senza rispetto per le comunità locali, per il bene comune e per la natura – abbiamo bisogno di una conversione ecologica. Il recente Sinodo sull’Amazzonia ci spinge a rivolgere, in modo rinnovato, l’appello per una relazione pacifica tra le comunità e la terra, tra il presente e la memoria, tra le esperienze e le speranze. Questo cammino di riconciliazione è anche ascolto e contemplazione del mondo che ci è stato donato da Dio affinché ne facessimo la nostra casa comune. Infatti, le risorse naturali, le numerose forme di vita e la Terra stessa ci sono affidate per essere “coltivate e custodite” (cfr Gen 2,15) anche per le generazioni future, con la partecipazione responsabile e operosa di ognuno. Inoltre, abbiamo bisogno di un cambiamento nelle convinzioni e nello sguardo, che ci apra maggiormente all’incontro con l’altro e all’accoglienza del dono del creato, che riflette la bellezza e la sapienza del suo Artefice. Da qui scaturiscono, in particolare, motivazioni profonde e un nuovo modo di abitare la casa comune, di essere presenti gli uni agli altri con le proprie diversità, di celebrare e rispettare la vita ricevuta e condivisa, di preoccuparci di condizioni e modelli di società che favoriscano la fioritura e la permanenza della vita nel futuro, di sviluppare il bene comune dell’intera famiglia umana. La conversione ecologica alla quale facciamo appello ci conduce quindi a un nuovo sguardo sulla vita, considerando la generosità del Creatore che ci ha donato la Terra e che ci richiama alla gioiosa sobrietà della condivisione. Tale conversione va intesa in maniera integrale, come una trasformazione delle relazioni che intratteniamo con le nostre sorelle e i nostri fratelli, con gli altri esseri viventi, con il creato nella sua ricchissima varietà, con il Creatore che è origine di ogni vita. Per il cristiano, essa richiede di «lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo».

  1. Si ottiene tanto quanto si spera

Il cammino della riconciliazione richiede pazienza e fiducia. Non si ottiene la pace se non la si spera. Si tratta prima di tutto di credere nella possibilità della pace, di credere che l’altro ha il nostro stesso bisogno di pace. In questo, ci può ispirare l’amore di Dio per ciascuno di noi, amore liberante, illimitato, gratuito, instancabile. La paura è spesso fonte di conflitto. È importante, quindi, andare oltre i nostri timori umani, riconoscendoci figli bisognosi, davanti a Colui che ci ama e ci attende, come il Padre del figlio prodigo (cfr Lc 15,11-24). La cultura dell’incontro tra fratelli e sorelle rompe con la cultura della minaccia. Rende ogni incontro una possibilità e un dono dell’amore generoso di Dio. Ci guida ad oltrepassare i limiti dei nostri orizzonti ristretti, per puntare sempre a vivere la fraternità universale, come figli dell’unico Padre celeste. Per i discepoli di Cristo, questo cammino è sostenuto anche dal sacramento della Riconciliazione, donato dal Signore per la remissione dei peccati dei battezzati. Questo sacramento della Chiesa, che rinnova le persone e le comunità, chiama a tenere lo sguardo rivolto a Gesù, che ha riconciliato «tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (Col 1,20); e chiede di deporre ogni violenza nei pensieri, nelle parole e nelle opere, sia verso il prossimo sia verso il creato. La grazia di Dio Padre si dà come amore senza condizioni. Ricevuto il suo perdono, in Cristo, possiamo metterci in cammino per offrirlo agli uomini e alle donne del nostro tempo. Giorno dopo giorno, lo Spirito Santo ci suggerisce atteggiamenti e parole affinché diventiamo artigiani di giustizia e di pace.
Che il Dio della pace ci benedica e venga in nostro aiuto. Che Maria, Madre del Principe della pace e Madre di tutti i popoli della terra, ci accompagni e ci sostenga nel cammino di riconciliazione, passo dopo passo. E che ogni persona, venendo in questo mondo, possa conoscere un’esistenza di pace e sviluppare pienamente la promessa d’amore e di vita che porta in sé.

Dal Vaticano, 8 dicembre 2019




Ricerca ACLI
Famiglie. Risposte che creano domande

Una ricerca Acli. Famiglie: risposte che creano domande.
(fonte: AVVENIRE 4 dicembre 2019)
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/ricerca-acli-famiglia

 Indagine La famiglia italiana. Un racconto attraverso i dati, elaborata dall’Iref (Istituto di ricerche educative e formative) per le Acli. La ricerca ha sondato un campione di oltre 700 famiglie residenti in Italia, non unipersonali, con e senza figli, anche con membri stranieri.
Più della metà vive in piccoli e medi centri.
Hanno uno, due o nessun figlio,
il 78% vive in casa di proprietà,
ha reddito medio-basso tra 1.000 e 1.500 euro.
E 4 su 10 hanno avuto difficoltà ad acquistare beni di prima necessità.

Gli intervistati ci permettono di stendere una classifica dei comportamenti che si ritengono inammissibili nella loro famiglia:

  1. «rifiutarsi di aiutare una persona in difficoltà»
  2. «appropriarsi di denaro pubblico»,
  3. «non fare il proprio dovere al lavoro»
  4. «non dare priorità alla propria famiglia».
  5. «avvalersi di una raccomandazione a danno di altri»,
  6. «evadere le tasse»,
  7. «appropriarsi di un merito altrui»,
  8. «occupare un edificio abbandonato per viverci».
  9. «trattare male un immigrato
  10. «non impegnarsi su temi politici e sociali».

E per il lavoro?

  1. circa il 48% ha problemi di conciliazione tra orari di lavoro e famiglia,
  2. L’ostacolo alla genitorialità sembra soprattutto economico.
  3. Il 47% non è riuscito a risparmiare nulla,
  4. il 39% «con molta fatica».
  5. tra le famiglie monoreddito il 71% indica il licenziamento come il primo problema di lavoro, dato che crolla al 18% nelle bi-reddito.



Taranto.
Il Vescovo Santoro “diversificare gli investimenti per l’occupazione”.

Taranto.  L’arcivescovo Santoro: «Inaccettabile che Arcelor lasci, trattare ancora»
Mimmo Muolo martedì 12 novembre 2019
Leggi l’intervista integrale in https://www.avvenire.it/attualita/pagine/santoro-ilva

Più che dalla logica del «salva Ilva», bisogna ripartire da quella del «salva Taranto». Serve una regia unica, cioè uno sguardo complessivo sulla situazione, che tenga conto di tutti gli elementi: da quello ambientale alla difesa della salute e della vita, onde evitare che ci siano altre morti, fino al mantenimento dei livelli occupazionali, anche attraverso la riconversione. Una cosa che non si è mai fatta a Taranto e che già 30 anni fa, visitando la città e l’Ilva, san Giovanni Paolo II indicò come prospettiva necessaria, quando disse: è suonato il campanello d’allarme, non si può produrre acciaio ignorando l’ambiente e la vita delle persone. Inoltre bisogna diversificare gli investimenti per l’occupazione. Quindi va preparato il terreno per occupare le persone nel terziario, nell’agricoltura, nella valorizzazione delle risorse del mare, nel turismo, in modo che Taranto non sia del tutto acciaio-dipendente.
Penso che si debba prima di tutto continuare la trattativa con Arcelor Mittal, anche andando incontro ad alcune loro richieste. È inammissibile che il gruppo franco indiano vada via così, praticamente da un momento all’altro. Ma bisogna anche riconoscere che tutto il dibattito politico sullo scudo penale, prima accordato e poi ritirato, non ha certo aiutato ad avere un rapporto sereno con l’azienda.
Sinceramente l’idea della nazionalizzazione non mi convince. L’esperienza dell’Italsider in tal senso insegna. Se Arcelor Mittal dovesse andare via, si potrebbe prevedere un commissariamento temporaneo come soluzione ponte, ma va cercata una cordata italiana solida che possa garantire continuità. Tuttavia, lo ripeto, occorre una regia unica che coordini gli interventi. In questo senso la visita del presidente Conte è un segnale che si vuole andare oltre la contingenza della questione Arcelor sì o no.
Per chiudere l’area a caldo, devi prevedere come occupare 45mila persone in esubero. Io sono a Taranto da quasi otto anni e, come ho già detto, in tutto questo tempo non si è mai costruita un’alternativa occupazionale all’Ilva. Già nel 2013 come diocesi organizzammo un convegno con la partecipazione di studiosi da tutta Italia, i quali ci confermarono che è oggi possibile produrre acciaio senza nuocere all’ambiente. Come del resto avviene a Duisburg in Germania e in altre parti d’Europa. Purtroppo la decarbonizzazione è diventata poi oggetto di polemica politica, ma resta l’esigenza di una innovazione tecnologica. È tempo di andare in quella direzione. Si sono già persi tanti anni.
La posizione della Chiesa è quella che papa Francesco ci indica nella Laudato si’: la crisi ambientale e quella sociale non possono essere separate. Anche il presidente Conte condivide questa impostazione. Perciò la nostra posizione è quella di essere vicini a chi ha perso un proprio caro a causa delle malattie legate all’inquinamento e a chi soffre per la precarietà del lavoro. E poi cercheremo in tutti modi di favorire un dialogo tra le istituzioni. Dobbiamo tutti rivestirci di umiltà e lavorare insieme.




Sinodo Amazzonico
CHIESA POVERA E SERVA,PROFETICA E SAMARITANA

Tierra, trabajo y techo (terra, lavoro e casa)
Patto delle catacombe per la Casa Comune
Oltre cinquanta anni fa, il 16 novembre 1965 alle catacombe di santa Domitilla, quaranta vescovi che partecipavano al Concilio Vaticano II si impegnavano per realizzare effettivamente una «Chiesa povera e dei poveri». Il 20 ottobre scorso, sempre alle catacombe di santa Domitilla, circa 200 partecipanti al Sinodo (di cui quaranta vescovi, oltre ad altri padri sinodali, uditori e periti) hanno poi firmato il patto, un elenco di quindici impegni «per una Chiesa dal volto amazzonico, povera e serva, profetica e samaritana».

Per una Chiesa dal volto amazzonico, povera e serva, profetica e samaritana
Tratto da: Adista Documenti n° 39 del 16/11/2019

Noi, partecipanti al Sinodo panamazzonico, condividiamo la gioia di vivere tra tanti popoli indigeni, quilombolas, ribeirinhos, migranti, e tra le comunità alla periferia delle città di questo immenso territorio del pianeta. Con loro abbiamo sperimentato la forza del Vangelo che opera nei piccoli. L’incontro con queste persone ci sfida e ci invita a una vita più semplice di condivisione e di gratuità. Influenzati dall’ascolto del loro grido e delle loro lacrime, accogliamo con tutto il cuore le parole di papa Francesco: «Molti fratelli e sorelle in Amazzonia portano pesanti croci e attendono il conforto liberatore del Vangelo, la carezza amorevole della Chiesa. Per loro, con loro, camminiamo insieme».
Ricordiamo con gratitudine i vescovi che alla fine del Concilio Vaticano II, nelle Catacombe di Santa Domitilla, firmarono “Il Patto per una Chiesa serva e povera”. Ricordiamo con riverenza tutti i martiri delle Comunità Ecclesiali di Base, delle comunità pastorali e dei movimenti popolari; leader indigeni, missionarie e missionari, laici, preti e vescovi, che hanno versato il loro sangue a causa di quest’opzione per i poveri, per difendere la vita e lottare per la salvaguardia della nostra Casa Comune. Al ringraziamento per il loro eroismo uniamo la nostra decisione di continuare la loro lotta con fermezza e coraggio. È un sentimento di urgenza che si impone di fronte alle aggressioni che oggi devastano il territorio amazzonico, minacciato dalla violenza di un sistema economico predatore e consumistico.
Di fronte alla Santissima Trinità, in rappresentanza delle nostre Chiese particolari, le Chiese dell’America Latina e dei Caraibi e quelle che sono solidali in Africa, Asia, Oceania, Europa e nel Nord del continente americano, ai piedi degli apostoli Pietro e Paolo e della moltitudine di martiri di Roma, dell’America Latina e in particolare della nostra Amazzonia, in profonda comunione con il successore di Pietro, invochiamo lo Spirito Santo e ci impegniamo personalmente e comunitariamente a operare come segue:

  1. Ad assumere, di fronte all’estrema minaccia del riscaldamento globale e dell’esaurimento delle risorse naturali, l’impegno a difendere la foresta amazzonica nei nostri territori e con i nostri comportamenti. È da essa che derivano il dono dell’acqua per gran parte del territorio sudamericano, il contributo al ciclo del carbonio e la regolazione del clima globale, una biodiversità incalcolabile e una ricca socio-diversità per l’umanità e l’intero pianeta.
  2. A riconoscere che non siamo i padroni della madre terra, ma i suoi figli e le sue figlie, creati dalla polvere della terra (Gen 2,7-8), ospiti e pellegrini (1 Pt 1,17b e 1 Pt 2,11), chiamati a essere i suoi zelanti custodi (Gen 1,26). Per questo ci impegniamo a favore di un’ecologia integrale, in cui tutto è interconnesso, il genere umano e tutta la creazione, perché tutti gli esseri sono figlie e figli della terra e su di loro aleggia lo Spirito di Dio (Gen 1,2).
  3. Ad accogliere e rinnovare ogni giorno l’alleanza di Dio con tutto il creato: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra» (Gen 9, 9-10).
  4. A rinnovare nelle nostre Chiese l’opzione preferenziale per i poveri, in particolare per i popoli originari, e insieme a loro a garantire il loro diritto a essere protagonisti nella società e nella Chiesa. Ad aiutarli a preservare le loro terre, culture, lingue, storie, identità e spiritualità. A rafforzare la consapevolezza della necessità che siano rispettati a livello locale e globale e, di conseguenza, con tutti i mezzi alla nostra portata, ad assicurare che vengano accolti su un piano di parità nel concerto mondiale dei popoli e delle culture.
  5. Ad abbandonare, pertanto, nelle nostre parrocchie, nelle diocesi e nei gruppi ogni tipo di mentalità e posizione colonialiste, accogliendo e valorizzando la diversità culturale, etnica e linguistica in un dialogo rispettoso con tutte le tradizioni spirituali.
  6. A denunciare tutte le forme di violenza e di aggressione contro l’autonomia e i diritti delle popolazioni indigene, la loro identità, i loro territori e i loro stili di vita.
  7. Ad annunciare la novità liberante del Vangelo di Gesù Cristo, nell’accogliere l’altro e il diverso, come accadde a Pietro nella casa di Cornelio: «Voi sapete che non è lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza; ma Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo» (At 10,28).
  8. A camminare ecumenicamente con altre comunità cristiane nell’annuncio inculturato e liberante del Vangelo, e anche con altre religioni e persone di buona volontà, in solidarietà con i popoli originari, i poveri e i piccoli, in difesa dei loro diritti e nella salvaguardia della Casa Comune.
  9. A instaurare nelle nostre Chiese particolari uno stile di vita sinodale, in cui i rappresentanti dei popoli originari, i missionari, i laici, in forza del loro battesimo e in comunione con i loro pastori, abbiano voce e voto nelle assemblee diocesane, nei consigli pastorali e parrocchiali, in breve, in tutto ciò che riguarda il governo delle comunità.
  10. A impegnarci nell’urgente riconoscimento dei ministeri ecclesiali già esistenti nelle comunità, portati avanti da agenti di pastorale, catechisti indigeni, ministre e ministri della Parola, valorizzando soprattutto il loro atteggiamento di cura nei confronti dei più vulnerabili e degli esclusi.
  11. A rendere effettivo, nelle comunità che ci sono state affidate, il passaggio da una pastorale della visita a una pastorale della presenza, assicurando che il diritto alla mensa della Parola e alla mensa dell’Eucaristia sia garantito in tutte le comunità.
  12. A riconoscere i servizi e la reale diaconia della grande quantità di donne che oggi guidano le comunità in Amazzonia cercando di consolidarle con un adeguato ministero di donne animatrici di comunità.
  13. A cercare nuovi percorsi di azione pastorale nelle città in cui operiamo, con il protagonismo dei laici e dei giovani, rivolgendo l’attenzione alle periferie e ai migranti, ai lavoratori e ai disoccupati, agli studenti, agli educatori, ai ricercatori e al mondo della cultura e della comunicazione.
  14. Ad assumere, di fronte alla valanga del consumismo, uno stile di vita gioiosamente sobrio, semplice e solidale con coloro che hanno poco o niente; a ridurre la produzione di rifiuti e l’uso della plastica, a favorire la produzione e la commercializzazione di prodotti agro-eco logici e a utilizzare i trasporti pubblici, se possibile.
  15. A porci accanto a coloro che sono perseguitati per il servizio profetico di denuncia e di riparazione delle ingiustizie, di difesa della terra e dei diritti dei piccoli, di accoglienza e sostegno dei migranti e dei rifugiati. A coltivare vere amicizie con i poveri, a visitare i più indifesi e i malati, esercitando il ministero dell’ascolto, della consolazione e dell’appoggio che donano coraggio e rinnovano la speranza.

Consapevoli delle nostre debolezze, della nostra povertà e piccolezza di fronte a sfide così grandi e serie, ci affidiamo alla preghiera della Chiesa. Possano le nostre comunità ecclesiali, soprattutto, aiutarci con la loro intercessione, con il loro affetto nel Signore e, quando necessario, con la carità della correzione fraterna.
Accogliamo con favore l’invito del cardinale Hummes a lasciarci guidare dallo Spirito Santo in questi giorni del Sinodo e al ritorno nelle nostre chiese: «Lasciatevi avvolgere dal manto della Madre di Dio e della Regina dell’Amazzonia. Non lasciamo che abbia il sopravvento l’autoreferenzialità, ma facciamo in modo che abbia la meglio la misericordia davanti al grido dei poveri e della terra. Ci vorranno molta preghiera, meditazione e discernimento, nonché una pratica concreta di comunione ecclesiale e spirito sinodale. Questo sinodo è come una mensa che Dio ha preparato per i suoi poveri e quello che ci viene chiesto è di essere coloro che servono alla mensa». Celebriamo quest’Eucaristia del Patto come «un atto di amore cosmico». «“Sì, cosmico! Perché anche quando viene celebrata sul piccolo altare di una chiesa di campagna, l’Eucaristia è sempre celebrata, in certo senso, sull’altare del mondo”. L’Eucaristia unisce il cielo e la terra, abbraccia e penetra tutto il creato. Il mondo, che è uscito dalle mani di Dio, ritorna a Lui in gioiosa e piena adorazione: nel Pane eucaristico “la creazione è protesa verso la divinizzazione, verso le sante nozze, verso l’unificazione con il Creatore stesso”. Perciò l’Eucaristia è anche fonte di luce e di motivazione per le nostre preoccupazioni per l’ambiente, e ci orienta ad essere custodi di tutto il creato» (Laudato si, 236).
Catacombe di Santa Domitilla. Roma, 20 ottobre 2019




I SANTI: avanzi di Dio sulla terra, briciole di Cristo. D. Augusto Fontana

Preghiamo.
Dio onnipotente ed eterno, che doni alla tua Chiesa la gioia di celebrare in un’unica festa i meriti e la gloria di tutti i Santi, concedi al tuo popolo, per la comune intercessione di tanti nostri fratelli, l’abbondanza della tua misericordia. Per il nostro Signore Gesù Cristo…

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo 7,2-4.9-14
Io, Giovanni, vidi salire dall’oriente un altro angelo, con il sigillo del Dio vivente. E gridò a gran voce ai quattro angeli, ai quali era stato concesso di devastare la terra e il mare: «Non devastate la terra né il mare né le piante, finché non avremo impresso il sigillo sulla fronte dei servi del nostro Dio». E udii il numero di coloro che furono segnati con il sigillo: centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele. Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Tutti stavano in piedi davanti al trono e davanti all’Agnello, avvolti in vesti candide, e tenevano rami di palma nelle loro mani. E gridavano a gran voce: «La salvezza appartiene al nostro Dio, seduto sul trono, e all’Agnello». E tutti gli angeli stavano attorno al trono e agli anziani e ai quattro esseri viventi, e si inchinarono con la faccia a terra davanti al trono e adorarono Dio dicendo: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen». Uno degli anziani allora si rivolse a me e disse: «Questi, che sono vestiti di bianco, chi sono e da dove vengono?». Gli risposi: «Signore mio, tu lo sai». E lui: «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello».

Sal 23. Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore.
Del Signore è la terra e quanto contiene: il mondo, con i suoi abitanti. 

È lui che l’ha fondato sui mari e sui fiumi l’ha stabilito.
Chi potrà salire il monte del Signore? Chi potrà stare nel suo luogo santo?
Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non si rivolge agli idoli.
Egli otterrà benedizione dal Signore, giustizia da Dio sua salvezza.
Ecco la generazione che lo cerca, che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo 3,1-3
Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Dal vangelo secondo Matteo 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

UNA MOLTITUDINE. I santi: “avanzi di Dio sulla terra, briciole di Cristo”.
«Come ci sono “santi pagani” anche nella Bibbia (pensiamo a Enok, a Noè, a Giobbe, che non sono ebrei eppure sono esaltati dalla Scrittura), così ci sono i “santi musulmani”, come questo gruppo di dervisci, una confraternita spirituale: «Una sera eravamo una trentina di dervisci e non avevamo che una sola pagnotta. La facemmo a pezzetti, poi spegnemmo la lampada; così, se qualcuno avesse mangiato più pane dell’altro, non avrebbe dovuto vergognarsi. Dopo un po’ di tempo, la lampada fu riaccesa. Ed ecco, tutti i pezzetti di pane erano ancora lì, perché ciascuno aveva rinunciato a mangiare a favore degli altri». Il racconto arabo esalta soprattutto una qualità che anche il cristianesimo pone alla base dell’autentica santità, cioè l’amore»[1].

Sacro o santo?
La santità costituisce lo sfondo di questa celebrazione. Tema così lontano dal nostro linguaggio e dall’orizzonte quotidiano; realtà che non nasce spontanea e tuttavia è così incredibilmente alla portata di mano in quanto offerta a tutti e non solo ad alcuni eroici e straordinari personaggi. Pio XII in un radiomessaggio del ‘55 diceva: «L’uomo può considerare il suo lavoro come vero strumento di santificazione perchè lavorando perfeziona in sé l’immagine di Dio, adempie il dovere e il diritto di procurare a sé e ai suoi il necessario sostentamento e si rende utile alla società [2]» e Giovanni XXIII «Risponde perfettamente ai piani della Provvidenza che ognuno perfezioni se stesso attraverso il suo lavoro quotidiano[3]».
Nella più rigida tradizione ebraica solo Dio poteva essere chiamato SANTO (Qadosh); sarebbe stata una bestemmia attribuire ad un uomo il titolo che spetta solo a Dio, il Separato, il Trascendente, l’Altissimo, il Totalmente-Altro. Il concetto che, nell’ebraismo, più si avvicina a quello di santo è tzadik, una persona giusta. Il Talmud dice che in qualsiasi momento almeno 36 anonimi tzaddikim vivono tra di noi per evitare che il mondo venga distrutto.
In verità mi pare che la Bibbia faccia qualche eccezione. La parola qadosh viene usata per la prima volta nel libro della Genesi: ” E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò“. Inoltre, quando sul Sinai stava per essere pronunciata la parola di Dio, il Signore ci ha collegialmente risucchiati nel suo incomunicabile attributo: ” Voi sarete per me un popolo santo “. Soltanto dopo che il popolo cedette alla tentazione di adorare un oggetto, un vitello d’oro, fu ordinata l’erezione di un Tabernacolo, la sacralità nello spazio. Prima venne la santità del tempo, poi la santità dell’uomo, ed infine la sacralità dello spazio. Approfondiamo questo tema.
La parola qadosh significa «se­parare», porre una frontiera tra l’area del tempio da quella profana. Più corretto, allora, in questo caso sarebbe tradurre con «sacro», che rimanda automaticamente a qualco­sa di sacerdotale, templare, sacrificale, liturgico e che evo­ca incensi e rituali. Il «sacro» è la definizione di un’ area «pura» (un sinonimo usato dal libro del Levitico) ove si può inse­diare Dio, che per definizione è «sacro-santo», come ricor­da a Isaia il coro angelico che ascolta nel tempio il giorno della sua vocazione: «Santo, santo, santo è il Signore dell’universo» (Is 6,3). Il sacro per sua natura divide perché si oppone a ciò che è limitato, imperfetto, umano.
A questo punto sorge spontanea una domanda: che valore e che rischi contiene in sé la visione sacrale? Da un lato, il sacro tutela la purezza del concetto e della realtà di Dio, la sua trascendenza e distanza, impedendone la riduzione a realtà manipolabile, conservandone la sua qualità di total­mente Altro. D’altro canto, però, il sacro isola, rigetta e si pone in tensione col profano; si fa autosufficiente, e tutto ciò che non appartiene alla sua sfera diventa il male, il peccato, l’impuro; suo sogno è quello di sacralizzare il maggior ambito possibile (politica, cultura, società) così da porlo sotto la propria ferrea tutela. Al sacralismo si oppone il «santo» inteso in senso esi­stenziale e morale: la santità non si isola ma, pur conser­vando la sua identità, coesiste col profano, lo feconda sen­za assorbirlo. Il Verbo è diventato carne e ha posto la sua tenda fra noi. Alla morte di Gesù il tendone del tempio che divideva lo spazio del Santo dei Santi dal cortile del popolo, si “lacerò da cima a fondo”: lo spazio sacro deborda amichevolmente, come un fiume in piena, sullo spazio e il tempo profano. Ora Dio santo abita nel cortile di noi povere creature fragili e inquinate. «Io sono Dio e non uomo, so­no il santo in mezzo a te» (Os 11,9). Un «santo» che si inse­dia in mezzo al suo popolo e alla sua storia, non isolan­dosi e respingendo l’uomo ma coinvolgendolo e santificandolo.

Una moltitudine…
«Siate santi perché io sono santo» (Levitico 11,44 e 45; 19,2). Dalla liturgia di oggi emerge una prima caratteristica della santità: è collettiva, popolare, comunitaria, plurale, corale: una moltitudine immensa che nessuno poteva contare di ogni nazione, popolo, razza e lingua – dice l’Apocalisse – Ecco la generazione che cerca il tuo volto – dice il Salmo 24. Generazioni intere ci hanno preceduto e ci hanno consegnato la fede. Noi adulti, a nostra volta, siamo la generazione che consegna in eredità ai piccoli e ai giovani il seme del Vangelo e i suoi valori. Il salmo 145 recita: «Di padre in figlio si tramanda quello che tu hai fatto per noi, tutti raccontano le tue imprese».   Lasciamoci prendere da questa connotazione: la mia santità personale non basterebbe ancora; sarebbe aristocratica. Santi sì, dunque, ma insieme. La chiesa della domenica terrena (quella del settimo giorno) e quella eterna (quella dell’ottavo giorno) è una chiesa di persone che portano le stimmate della storia che hanno vissuto insieme. Nella prima lettura lo scenario è una liturgia che si svolge davanti al trono e all’agnello, con canti, vesti, gesti e riti. I santi sono un popolo che celebra l’uscita dalla grande tribolazione. Noi alla domenica partecipiamo a quella liturgia corale.

 …che segue UNO…
La santità proposta da Gesù non coincide con le pratiche di purificazione rituale o con la volontà di separazione che caratterizzavano Israele e contro le quali i profeti e Gesù stesso hanno avuto molto da dire. La santità del popolo cristiano si identifica con la sequela di Gesù, cioè nel dare forma alla vita quotidiana secondo lo stile ed esempio di Gesù che ha incarnato il Dio trascendente nella concreta storia dell’umanità. Le beatitudini annunciano innanzitutto un’azione di Dio, i suoi criteri e i suoi obiettivi inaugurati prima di tutto nella vita, nel messaggio e nelle azioni di Gesù. Il motivo per cui certe persone vengono dette beate deriva dal fatto che Dio ha scelto di avere un’attenzione particolare per loro ed un impegno particolare a loro favore: (“Congratulazioni, Dio sta dalla tua parte perchè tu sei dalla parte di Dio”). Le Beatitudini non dichiarano, dunque, prima di tutto ciò che l’uomo deve fare, ma ciò che Dio è intenzionato a fare a favore di persone il cui stato di pericolo e di debolezza attira il suo amore e la sua compassione. Beato non equivale al nostro “contento” o “soddisfatto”. Non è beato chi soffre o chi è povero, ma chi cammina per la via giusta. Le beatitudini dichiarano che Dio non è estraneo al dolore e alla debolezza che sempre ci accompagnano. Dio ci ama anche nel nostro soffrire e soccombere. Come ha fatto con il primo beato che è Gesù: “Tu solo il Santo, Tu solo il Signore, Tu solo l’Altissimo, Gesù Cristo”. E dietro lui anche noi, come descrive una immagine poetica: Miriadi di uccelli volavano sotto la rete tesa al suolo. Incessantemente si alzavano in volo, urtavano la rete, ricadevano a terra. Uno spettacolo triste. Ed ecco un uccello si lanciò a sua volta, si ostinò a lottare contro la rete e d’improvviso, ferito e coperto di sangue, la ruppe e si lanciò nell’azzurro. Fu un grido di vittoria di tutti gli uccelli. Un mormorio infinito di ali si precipitò verso la breccia, verso lo spazio infinito[4].

 ...nella grande tribolazione.
Noi stiamo ancora passando nella grande tribolazione che io oggi interpreto come fatica della coerenza tra ciò che annunciamo e ciò che facciamo, tra ciò che celebriamo e ciò che viviamo. Ecco dunque il martirio della grande tribolazione: la coerenza tra la veste lavata al settimo giorno col sangue dell’agnello e l’abito dei sei giorni di lavoro, di famiglia e vita sociale, la coerenza tra ciò che siamo già da ora (figli di Dio) e ciò che saremo e non è stato ancora pienamente rivelato, come dice la seconda lettura.

Chi sono coloro che attraversano, dietro Gesù, la grande tribolazione?
I poveri: coloro che non si lasciano possedere dalle cose e tuttavia sanno che una certa disponibilità di beni materiali è necessaria alla crescita della persona umana e per questo apprezzano il lavoro e partecipano attivamente ad un’equa distribuzione delle risorse, dei profitti e dei guadagni, con sobrietà.
quelli che sono nel pianto: quelli addolorati per il male che c’è nel mondo e dentro di sè, come Gesù che piange su Gerusalemme; coloro che si fanno carico degli sbagli altrui.
I miti e misericordiosi: quelli che sono comprensivi, affabili, non aggressivi al punto di rinunciare ai propri interessi e si acquistano la stima con la forza della tenerezza e della solidarietà con chi è in difficoltà. Diceva Gandhi: «Se tutti applicassimo il principio del “occhio per occhio” tutto il mondo diventerebbe cieco».
Gli affamati della giustizia: quelli che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica.
I puri di cuore: quelli che sanno che il male cova dentro a ciascuno come radice di idolatria e vigilano su se stessi prima ancora che denunciare gli altri. Quelli che sono leali, sinceri.
I perseguitati: quelli che sanno che essere cristiani ha un costo. Là dove la fede è a caro prezzo.

«L’utopista, il rivoluzionario, il santo caratterizzato dallo spirito liberatore è una persona coerente: la sua fedeltà muove dalla radice della sua persona per arrivare fino ai minimi dettagli che gli altri trascurano: l’attenzione ai piccoli, il rispetto totale ai subordinati, lo sradicamento dell’egoismo e dell’orgoglio, la preoccupazione delle cose comuni, il generoso impegno nei lavori non rimunerati, l’onestà nei confronti delle leggi pubbliche, la puntualità, il riguardo per gli altri nella corrispondenza epistolare, il non fare distinzione di persone, il non lasciarsi comprare dal denaro. Ogni persona finisce qualche giorno per vendere la sua coscienza, la sua dignità, la sua onestà… La corruzione è, a molti livelli, una piaga impressionante. Il giorno-per-giorno è il test più affidabile per mostrare la qualità della nostra vita e lo spirito da cui è animata. essere ciò che si è, dire ciò che si crede, credere ciò che si predica, vivere ciò che si proclama. Questa del giorno-per-giorno viene ad essere una delle principali forme di “ascetica” della nostra spiritualità. L’eroismo della realtà quotidiana, domestica, abituale, l’eroismo della fedeltà che arriva fino ai dettagli oscuri e anonimi. Dimmi come vivi una giornata qualsiasi, e ti dirò se è valido il tuo sogno di un domani diverso»[5].

I beati sono quelli che hanno detto a Dio: «Signore se vuoi che io cambi, accarezzami». Dio li ha accarezzati e loro sono cambiati. Sono coloro che nella grande tribolazione hanno salvaguardato la coerenza tra il settimo giorno e i sei giorni, hanno collaborato con Dio alla guarigione del mondo e per questo quando muoiono cadono nelle mani del Signore.

E dunque, Signore, / non guardare ai nostri peccati, / ai nostri quotidiani tradimenti, / a tutte queste viltà segrete e palesi, / ma guarda alla fede di tutti i giusti della terra: / ai giusti di qualunque religione e fede, / ai giusti senza nome, silenziosi e umili, / uomini e donne di cui nessuno / ha mai avvertito che neppure esistessero / e invece il loro nome era scritto sul tuo Libro: / gente che incontravamo per via  / e neppure salutavamo, / e loro invece ti salutavano / e pregavano per te e tu non sapevi: / qualcuno che abitava in periferia, / altri, nei campi, gente del deserto: / il portinaio di qualche monastero, / una madre, la quale ha solamente dato, / e un altro che è riuscito a perdonare. / Signore, sono costoro che ti rendono gloria / a nome dell’intero creato, / a nome di tutto il genere umano: / moltitudine che mai nessuno riesce a numerare: / Signore, guarda a tutti coloro / che non sanno neppure se esisti  / e chi sia il tuo Cristo (forse per causa nostra) / e invece sono vissuti per la giustizia  / e la verità e la libertà e l’amore… / per queste cose hanno attraversato / il mare della grande tribolazione: / hanno subito chi la deportazione e l’esilio, / chi le feroci torture e il lungo carcere; / e altri sono stati fatti sparire / come se non fossero mai esistiti / sulla faccia della terra: / bambini, donne e sacerdoti, / e molti, moltissimi uomini del sindacato; / e altri che hanno sopportato  / ogni avvilimento e disprezzo / e oblio perfino dalle proprie chiese: / sono essi i tuoi santi / che ora compongono la “mistica rosa” / del tuo paradiso, / uomini e donne a te carissimi / fra gli stessi santi dei nostri calendari: / sono loro a comporre anche la tua gioia, / la grande festa nei cieli. / Amen.
(David Maria Turoldo, Sono questi i tuoi santi).

_____________________

[1] SANTI SENZA RECINTI di Gianfranco Ravasi (AVVENIRE – 01 Novembre 2002 )
[2] citato in H. Fitte Lavoro umano e redenzione, Armando editore,1996 pag. 35
[3] Mater et magistra n.232-233.
[4] Aproches de Jésus, Le Centurion, Paris
[5] Mons.Pedro Casaldáliga, José M. Vigil, Fedeli nella vita di ogni giorno.




PREGHIERA CRISTIANA PER IL CREATO

Preghiera cristiana con il creato
Papa Francesco (Laudato si’)

Ti lodiamo, Padre, con tutte le tue creature, che sono uscite dalla tua mano potente.
Sono tue, e sono colme della tua presenza e della tua tenerezza.
Laudato si’!

Figlio di Dio, Gesù, da te sono state create tutte le cose.
Hai preso forma nel seno materno di Maria, ti sei fatto parte di questa terra,
e hai guardato questo mondo con occhi umani.
Oggi sei vivo in ogni creatura con la tua gloria di risorto.
Laudato si’!

Spirito Santo, che con la tua luce orienti questo mondo verso l’amore del Padre
e accompagni il gemito della creazione,
tu pure vivi nei nostri cuori per spingerci al bene.
Laudato si’!

Signore Dio, Uno e Trino, comunità stupenda di amore infinito,
insegnaci a contemplarti nella bellezza dell’universo, dove tutto ci parla di te.
Risveglia la nostra lode e la nostra gratitudine per ogni essere che hai creato.
Donaci la grazia di sentirci intimamente uniti con tutto ciò che esiste.

Dio d’amore, mostraci il nostro posto in questo mondo
come strumenti del tuo affetto per tutti gli esseri di questa terra,
perché nemmeno uno di essi è dimenticato da te.

Illumina i padroni del potere e del denaro  perché non cadano nel peccato dell’indifferenza,
amino il bene comune, promuovano i deboli, e abbiano cura di questo mondo che abitiamo.

I poveri e la terra stanno gridando: Signore,
prendi noi col tuo potere e la tua luce, per proteggere ogni vita,
per preparare un futuro migliore,
affinché venga il tuo Regno di giustizia, di pace, di amore e di bellezza.
Laudato si’!
Amen.




SINODO SULL’AMAZZONIA.
Relazione introduttiva del Card. Hummes

Sinodo, il tavolo imbandito da Dio per i suoi poveri
7 ottobre 2019
Relazione introduttiva del relatore generale del Sinodo sull’Amazzonia, card. Hummes, tenuta il 7 ottobre nel corso della prima Congregazione generale.

Il tema del Sinodo che stiamo per iniziare, è: “Amazzonia: Nuovi Cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale”. Un tema che riprende le grandi linee pastorali proprie di papa Francesco. Delineare nuovi cammini. Fin dall’inizio del suo ministero papale, Francesco ha sottolineato la necessità della Chiesa di camminare. Essa non può rimanere ferma in casa, occupandosi solo di sé stessa, racchiusa dentro mura protette. E ancor meno guardando indietro con la nostalgia dei tempi passati. Essa ha bisogno di spalancare le porte, di abbattere le mura che la circondano e di costruire ponti, di uscire e mettersi in cammino nella storia, in questi tempi di cambiamenti epocali, camminando sempre al fianco di tutti, soprattutto di chi vive nelle periferie dell’umanità. Chiesa “in uscita”. Perché uscire? Per accendere luci e riscaldare cuori che aiutino la gente, le comunità, i paesi e l’umanità intera a trovare il senso della vita e della storia. Queste luci sono soprattutto l’annuncio della persona di Gesù Cristo, morto e risorto e del suo regno, così come la pratica della misericordia, della carità e della solidarietà soprattutto verso i poveri, i sofferenti, i dimenticati e gli emarginati del mondo di oggi, i migranti e gli indigeni.
Fedeltà come movimento nella storia
Il camminare rende la Chiesa fedele alla vera tradizione. Non il tradizionalismo che rimane legato al passato, ma la vera tradizione che è la storia viva della Chiesa, in cui ogni generazione, accogliendo ciò che le è stato dato dalle generazioni precedenti, come la comprensione e l’esperienza della fede in Gesù Cristo, arricchisce la tradizione stessa con la propria esperienza e comprensione della fede in Gesù Cristo nei tempi attuali. Le luci: l’annuncio di Gesù Cristo e la pratica instancabile della misericordia nella tradizione viva della chiesa, indicano il cammino da seguire in un procedere inclusivo che invita, accoglie e incoraggia tutti, senza eccezioni, a camminare insieme, verso il futuro, come amici e fratelli, rispettando le nostre differenze.

“Nuovi cammini”.
Nuovi. Non aver paura del nuovo. Nell’omelia di Pentecoste del 2013, papa Francesco sosteneva: “La novità ci fa sempre un po’ di paura, perché ci sentiamo più sicuri se abbiamo tutto sotto controllo, se siamo noi a costruire, a programmare, a progettare la nostra vita secondo i nostri schemi, le nostre sicurezze, i nostri gusti (…) abbiamo paura che Dio ci faccia percorrere strade nuove, ci faccia uscire dal nostro orizzonte spesso limitato, chiuso, egoista, per aprirci ai suoi orizzonti. Ma, in tutta la storia della salvezza, quando Dio si rivela porta novità – Dio porta sempre novità – trasforma e chiede di fidarsi totalmente di Lui”. Nell’Evangelii Gaudium (n. 11), il papa mostra Gesù Cristo come “l’eterna novità”. Lui è sempre il nuovo. Lui è sempre lo stesso, il nuovo, “ieri, oggi e sempre” (Eb 13, 8) il nuovo. Per questo la chiesa prega: “Manda il tuo Spirito e sarà una nuova creazione e rinnoverai la faccia della terra”. Allora, non temiamo il nuovo. Non temiamo Cristo, il nuovo. Questo sinodo cerca nuovi cammini.
Amazzonia: il volto proprio di una Chiesa
Nel suo discorso ai vescovi brasiliani, durante la Giornata Mondiale della Gioventù, nel 2013, a Rio de Janeiro, parlando di Amazzonia come “un test decisivo, un banco di prova per la Chiesa e per la società brasiliana”, il papa propone di “rilanciare [lì, in Amazzonia] l’opera della Chiesa”, “di consolidare il volto amazzonico della Chiesa” e “di formare un clero autoctono”, aggiungendo: “In questo, per favore, vi chiedo di essere coraggiosi, di essere intrepidi”. Questo ci rimanda necessariamente alla storia della Chiesa in quella regione. Fin dai primordi della colonizzazione dell’Amazzonia, anche lì ci sono stati i missionari cattolici, sia per dare assistenza ai colonizzatori, sia per evangelizzare, all’epoca, gli indigeni. Inizia così la missione evangelizzatrice della Chiesa nella regione. Tra luci e ombre – sicuramente più luci che ombre – le generazioni successive di missionari e missionarie, soprattutto di Ordini e Congregazioni religiose, ma anche preti diocesani e laici – in particolare le donne – hanno cercato di portare Gesù Cristo ai popoli locali e di costruire comunità cattoliche. È giusto ricordare, riconoscere ed esaltare, in questo sinodo, la storia eroica – e spesso di martirio – di tutti i missionari e missionarie del passato e anche di quelli e quelle di oggi nella Pan-amazzonia. Accanto ai missionari, ci sono sempre stati numerosi leader laici e indigeni che hanno dato una testimonianza eroica e che spesso sono stati – e lo sono tuttora – uccisi. Non si può dimenticare inoltre, che la chiesa missionaria dell’Amazzonia si è distinta in tutta la sua storia – e ancora oggi si distingue – per i grandi e fondamentali servizi alla popolazione locale in ambito scolastico, sanitario, nella lotta contro la povertà e contro la violazione dei diritti umani. D’altro canto, la storia della Chiesa in Pan-amazzonia mostra che c’è sempre stata grande carenza di risorse materiali e di missionari per un pieno sviluppo delle comunità, in particolare l’assenza quasi totale dell’Eucaristia e di altri sacramenti essenziali per la vita cristiana quotidiana. Il volto amazzonico della Chiesa locale deve essere consolidato, come ha detto papa Francesco nel già citato discorso ai vescovi brasiliani e anche il suo volto indigeno nelle comunità indigene, come ha esortato il papa a Puerto Maldonado (19.01.2018). Fin dall’annuncio del Sinodo, il papa ha messo in chiaro che il rapporto della Chiesa con i popoli indigeni e con la foresta Amazzonica, è uno dei suoi temi centrali. Infatti, annunciando il sinodo e spiegando le sue finalità, Francesco ha detto: “Scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta” (Vaticano, 15.10.17). E a Puerto Maldonado, ha detto ai popoli indigeni: “Ho voluto venire a visitarvi e ascoltarvi, per stare insieme nel cuore della Chiesa, unirci alle vostre sfide e con voi riaffermare un’opzione convinta per la difesa della vita, per la difesa della terra e per la difesa delle culture”.

Le popolazioni indigene soggetto sinodale
Nella fase dell’ascolto sinodale, i popoli indigeni hanno manifestato in molti modi che vogliono il sostegno della Chiesa nella difesa e nella tutela dei loro diritti, nella costruzione del loro futuro. E chiedono alla Chiesa di essere un’alleata costante. Di fatto, l’umanità ha un grande debito verso le popolazioni indigene nei diversi continenti della terra e anche in Amazzonia. Ai popoli indigeni deve essere restituito e garantito il diritto di essere protagonisti della loro storia, soggetti e non oggetti dello spirito e dell’azione del colonialismo di chiunque. Le loro culture, le lingue, le storie, le identità, le spiritualità costituiscono ricchezze dell’umanità e devono essere rispettate e preservate e incluse nella cultura mondiale. La missione della Chiesa oggi in Amazzonia è il nodo centrale del sinodo. È un sinodo della Chiesa per la Chiesa. Non una Chiesa chiusa su se stessa, ma integrata nella storia e nella realtà del territorio – in questo caso, dell’Amazzonia – attenta al grido di aiuto e alle aspirazioni della popolazione e della “casa comune” [il creato], aperta al dialogo, soprattutto al dialogo interreligioso e interculturale, accogliente e desiderosa di condividere un cammino sinodale con le altre chiese, religioni, scienza, governi, istituzioni, popoli, comunità e persone, rispettando le differenze, con l’intento di difendere e promuovere la vita delle popolazioni dell’area, soprattutto dei popoli originari e preservare la biodiversità del territorio nella regione amazzonica. Una Chiesa aggiornata, “semper reformanda”, secondo l’Evangelii Gaudium, ossia, una Chiesa in uscita, missionaria, con l’annuncio esplicito di Gesù Cristo, dialogante e accogliente, che cammina accanto alla gente e alle comunità, misericordiosa, povera, per i poveri, e con i poveri, e dunque con una opzione preferenziale per i poveri, inculturata, interculturale e sempre più sinodale. Una Chiesa di dimensione mariana, alimentata con la devozione per Maria Santissima, secondo molti titoli locali, soprattutto quello di Maria de Nazaré, la cui festa a Belém do Pará riunisce ogni anno milioni di devoti e di pellegrini. L’inculturazione della fede cristiana nelle diverse culture dei popoli si impone, come ha detto san Giovanni Paolo II: “Questa [l’inculturazione] costituisce un’esigenza che ha segnato tutto il cammino storico [della Chiesa], ma oggi è particolarmente acuta e urgente” (Redemptoris Missio, 52). Assieme all’inculturazione, l’evangelizzazione dei popoli amazzonici richiede anche particolare attenzione all’interculturalità, perché è lì che le culture sono molte e diversificate, sebbene mantengono alcune radici comuni. Il compito dell’inculturazione e dell’interculturalità si svolge soprattutto nella liturgia, nel dialogo interreligioso ed ecumenico, nella pietà popolare, nella catechesi, nella convivenza dialogale quotidiana, con le popolazioni autoctone, nelle opere sociali e caritatevoli, nella vita consacrata, nella pastorale urbana. Tuttavia, non si può dimenticare che oggi, e già da molto tempo, la Chiesa in Amazzonia soffre per la mancanza di risorse materiali necessarie per la sua missione e che ha la necessità di aumentare il suo potenziale di comunicazione (radio e Tv).

Chiesa ed ecologia integrale
In questo ampio contesto, Chiesa ed ecologia integrale sul territorio sono collegate. È una Chiesa consapevole che la sua missione religiosa, in modo coerente con la sua fede in Gesù Cristo, include inevitabilmente “la cura della casa comune”. Questo legame dimostra anche che il grido della terra e il grido dei poveri della regione è lo stesso grido. La vita in Amazzonia forse non è mai stata tanto minacciata come oggi, “dalla distruzione e dallo sfruttamento ambientale, dalla sistematica violazione dei diritti umani fondamentali della popolazione amazzonica. In particolare, la violazione dei diritti dei popoli originari, come il diritto al territorio, all’autodeterminazione, alla delimitazione dei territori, alla consultazione e al consenso previo” (IL,14).  Secondo il processo di ascolto sinodale della popolazione, la minaccia alla vita in Amazzonia deriva da interessi economici e politici dei settori dominanti della società odierna, in particolare delle imprese che estraggono in modo predatorio e irresponsabile [legalmente o illegalmente] le ricchezze del sottosuolo e alterano la biodiversità, spesso in connivenza, o con la permissività dei governi locali e nazionali e a volte anche con il consenso di qualche autorità indigena.

La consultazione sinodale registra anche che le comunità ritengono che la vita in Amazzonia sia minacciata soprattutto da: a) la criminalizzazione e l’assassinio di leader e difensori del territorio; (b) l’appropriazione e la privatizzazione di beni naturali, come l’acqua stessa; (c) le concessioni a imprese di disboscamento legali e l’ingresso di imprese di disboscamento illegali; (d) caccia e pesca predatorie, soprattutto nei fiumi; (e) megaprogetti: idroelettrici, concessioni forestali, disboscamento per produrre monocolture, strade e ferrovie, progetti minerari e petroliferi; (f) inquinamento provocato dall’intera industria estrattiva che crea problemi e malattie, in particolare ai bambini/e ai giovani; (g) il narcotraffico; (h) i conseguenti problemi sociali associati a tali minacce come l’alcolismo, la violenza contro la donna, il lavoro sessuale, il traffico di esseri umani, la perdita della loro cultura originaria e della loro identità (lingua, pratiche spirituali e costumi), e l’intera condizione di povertà a cui sono condannati i popoli dell’Amazzonia” (IL,15). L’ecologia integrale ci palesa che tutto è collegato, gli esseri umani e la natura. Tutti gli esseri viventi del pianeta sono figli della terra. Il corpo umano è fatto con il “fango della terra”, su cui Dio ha “soffiato” lo spirito di vita, come dice la Bibbia (cf Gen 2,7). Di conseguenza, tutto ciò che viene fatto ai danni della terra, danneggia gli esseri umani e tutti gli altri esseri viventi della terra. Questo dimostra che non si può affrontare separatamente ecologia, economia, cultura etc. In Laudato si’ si sostiene che devono essere pensate congiuntamente: un’ecologia ambientale, economica, sociale e culturale (cf. LS, cap. IV). Anche il Figlio di Dio si è incarnato e il suo corpo umano viene dalla terra. In questo corpo, Gesù è morto per noi sulla croce per vincere il male e la morte, è resuscitato tra i morti ed è seduto alla destra di Dio Padre nella gloria eterna e immortale. Dice l’apostolo Paolo: “Perché piacque a Dio di fare abitare in lui [in Gesù resuscitato] ogni pienezza, e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose (…) le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli” (Col 1,19-20). In Laudato si’ leggiamo: “Questo ci proietta alla fine dei tempi, quando il Figlio consegnerà al Padre tutte le cose perché Dio sia tutto in tutti (1Cor 15,28). Così le creature di questo mondo non ci appaiono più come semplice realtà naturale, perché il Resuscitato le coinvolge misteriosamente e le guida verso un destino di pienezza” (LS, 100). Così, Dio stesso si è collegato definitivamente a tutto il suo creato. Questo mistero si compie nel sacramento dell’Eucaristia.
Amazzonia: ruralità ed urbanità estreme
Il Sinodo si svolge in un contesto di grave e urgente crisi climatica ed ecologica che coinvolge tutto il nostro pianeta. Il riscaldamento globale del pianeta per l’effetto serra ha generato uno squilibrio climatico senza precedenti, grave e impellente, come mostrato dalla Laudato si’ e dal COP21 di Parigi, dove è stato sottoscritto, praticamente da tutti i paesi del mondo, l’Accordo Climatico in verità fino ad oggi quasi inattuato, malgrado l’urgenza. Al tempo stesso, sul Pianeta avviene una devastazione, una depredazione e un degrado galoppante delle risorse della terra, tutto promosso da un paradigma tecnocratico globalizzato, predatorio e devastante, denunciato dalla Laudato si’. La terra non ce la fa più. L’enorme realtà urbana dell’Amazzonia, in parte conseguenza delle migrazioni interne, e la presenza della Chiesa nelle città è un altro tema centrale di questo sinodo, perché anche la Chiesa, nella città, deve sviluppare e consolidare il suo volto amazzonico. Essa non può essere la riproduzione della Chiesa urbana di altre regioni. La sua missione in Amazzonia include la cura e la difesa della foresta amazzonica e dei suoi popoli: indigeni, caboclos, ribeirinhos, quilombolas, poveri di ogni specie, piccoli agricoltori, pescatori, seringueiros, spaccatrici di cocco e altri, secondo la regione. Questa missione sicuramente non sarà un peso, ma una gioia come solo il Vangelo sa offrire. Oggi le migrazioni sono un fenomeno mondiale, segnano i tempi attuali della Pan-amazzonia, tra le migrazioni, in passato quella degli haitiani, oggi quella dei venezuelani, ma soprattutto degli stessi indigeni e altre porzioni di poveri dell’interno della regione. La Chiesa ha fatto un grande sforzo di accoglienza. Ma bisogna porre l’accento sulla migrazione degli indigeni nelle città. Migliaia e migliaia. Hanno bisogno di un’attenzione efficace e misericordiosa per non soccombere culturalmente e umanamente in città, davanti alla miseria, all’abbandono, al disprezzo e al rifiuto, con un disperante vuoto interiore. “L’indigeno in città è un migrante, un essere umano senza terra e un sopravvissuto a una storica battaglia per la delimitazione della sua terra, con la sua identità culturale in crisi” (IL, 132). Per molte ragioni è obbligato all’invisibilità. Il grido spesso silenzioso, ma non meno forte e pungente, degli indigeni urbani deve essere ascoltato. La Chiesa in città affronta tutta la problematica sociale e religiosa delle sue periferie povere e dell’evangelizzazione di tutti i segmenti della popolazione urbana.

La cura ministeriale della comunità cristiana
Un’altra questione è la carenza di presbiteri al servizio delle comunità locali sul territorio, con la conseguente mancanza della Eucaristia, almeno domenicale, e di altri sacramenti. Mancano anche preti incaricati, questo significa una pastorale fatta di visite sporadiche anziché di un’adeguata pastorale con presenza quotidiana.  Ebbene, la Chiesa vive dell’Eucaristia e l’Eucaristia edifica la Chiesa (S. Giovanni Paolo II). La partecipazione nella celebrazione dell’Eucaristia, almeno la domenica, è fondamentale per lo sviluppo progressivo e pieno delle comunità cristiane e per la vera esperienza della Parola di Dio nella vita delle persone. Sarà necessario definire nuovi cammini per il futuro. Nella fase di ascolto, le comunità indigene hanno chiesto che, pur confermando il grande valore del carisma del celibato nella Chiesa, di fronte all’impellente necessità della maggior parte delle comunità cattoliche in Amazzonia, si apra la strada all’ordinazione sacerdotale degli uomini sposati residenti nelle comunità. Al tempo stesso, di fronte al gran numero di donne che oggi dirigono le comunità in Amazzonia, si riconosca questo servizio e si cerchi di consolidarlo con un ministero adatto alle donne dirigenti di comunità.

L’acqua
Un altro importante capitolo è la questione dell’acqua, “perché è indispensabile per la vita umana e per sostenere gli ecosistemi terrestri e acquatici” (LS 28). La scarsità di acqua potabile e sicura è una minaccia crescente in tutto il pianeta. “la questione non è marginale, bensì fondamentale e molto urgente (…). Ogni persona ha diritto all’accesso all’acqua potabile e sicura; è un diritto umano essenziale e una delle questioni cruciali nel mondo attuale”, ha affermato papa Francesco in un discorso del 24 febbraio 2017.  L’Amazzonia è una delle più voluminose riserve di acqua dolce nel pianeta. “Il bacino del Rio delle Amazzoni e le foreste tropicali che lo circondano nutrono i suoli e regolano, attraverso il riciclo dell’umidità, i cicli dell’acqua, dell’energia e del carbonio a livello planetario. Solo il Rio delle Amazzoni getta nell’Oceano (…) il 15% di acqua dolce totale del pianeta. Ecco perché l’Amazzonia è essenziale per la distribuzione delle piogge in altre regioni remote del Sud America e contribuisce ai grandi movimenti dell’aria in tutto il pianeta. Nutre anche la natura, la vita e le culture di migliaia di comunità indigene, contadini, afro-discendenti, popolazioni che vivono sulle rive dei fiumi e delle città (…). La sovrabbondanza naturale di acqua, calore e umidità fa sì che gli ecosistemi dell’Amazzonia ospitino dal 10 al 15% circa della biodiversità terrestre” (IL,9). Qui subentra anche la funzione della foresta e dei popoli indigeni. Di fatto, in Amazzonia la foresta si prende cura dell’acqua e l’acqua si prende cura della foresta e insieme producono la biodiversità, e i popoli indigeni sono i millenari guardiani di questo sistema. Per questo anche la Chiesa si sente chiamata a prendersi cura dell’acqua della “casa comune”, minacciata in Amazzonia principalmente dal riscaldamento climatico, dalla deforestazione e dalla contaminazione causata dalle miniere e dai pesticidi. Per concludere, propongo, per la dinamica dei lavori di questa assemblea sinodale, alcuni nuclei generativi:

a) la Chiesa in uscita in Amazzonia e i suoi nuovi cammini;
b) Il volto amazzonico della chiesa: inculturazione e interculturalità in ambito missionario-ecclesiale;
c) La ministerialità nella Chiesa in Amazzonia: presbiterato, diaconato, ministeri, il ruolo della donna;
d) L’azione della Chiesa nel prendersi cura della Casa Comune: l’ascolto della Terra e dei poveri; ecologia integrale ambientale, economica, sociale e culturale;
e) La Chiesa amazzonica nella realtà urbana;
f) La questione dell’acqua;

Preparare la tavola per il suo popolo
Chiudo invitando tutti a lasciarsi guidare dallo Spirito Santo in queste giornate di sinodo. Lasciatevi avvolgere dal mantello della Madre di Dio, Regina dell’Amazzonia. Non lasciamoci sopraffare dall’autoreferenzialità, ma dalla misericordia davanti al grido dei poveri e della terra. Sarà necessario pregare molto, meditare e discernere una pratica concreta di comunione ecclesiale e di spirito sinodale. Questo sinodo è come un tavolo che Dio ha imbandito per i suoi poveri e ci chiede di servire a quel tavolo.




IL CROCIFISSO NON E’ UNA CLAVA
Enzo Bianchi

PREMESSA DI DON AUGUSTO FONTANA.
L’articolo che leggerai sotto è datato (2009) ma ancora attuale; riguarda una delle tante polemiche che ciclicamente si ripresentano creando schieramenti al 50% pro o contro: crocifisso SI, crocifisso NO nelle aule scolastiche o nei tribunali o negli uffici pubblici. Il ministro Lorenzo Fioramonti recentemente ha dichiarato alla trasmissione “Un giorno da Pecora”: «Credo in una scuola laica. Ritengo che le scuole debbano essere laiche e permettere a tutte le culture di esprimersi non esponendo un simbolo in particolare». Ed è stata bagarre.
«Fede e religione non sono sinonimi, anche se tra loro connessi. La fede è un’esperienza esistenziale, una scelta radicale. La religione è la manifestazione esteriore. Agitare il Vangelo, ostentare il rosario, baciare il crocefisso non fa di te necessariamente un credente» (Card. Ravasi intervistato da Aldo Cazzullo in “Sventolare il crocefisso? Un rituale magico” da Corriere della Sera del 16 giugno 2019).
La Corte europea per i diritti dell’uomo il 3 novembre 2009  aveva stabilito in 1º grado di giudizio che il crocifisso nelle aule è “una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e del diritto degli alunni alla libertà di religione”, imponendo all’Italia un risarcimento di 5.000 euro per danni morali. Tale sentenza è stata poi ribaltata in 2º grado il 18 marzo 2011, quando la Grand Chambre, con 15 voti a favore e due contrari, ha assolto l’Italia accettando la tesi in base alla quale non sussistono elementi che provino l’eventuale influenza sugli alunni dell’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche.
Che dire? Personalmente opto per la soluzione proposta dal Card. Ravasi nella citata intervista con una dotta citazione del filosofo Spinoza nel suo Tractatus politicus:Ho assiduamente cercato di imparare a non ridere delle azioni degli uomini, a non piangerne, a non odiarle, ma a comprenderle”( Sedulo curavi humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere).

 Il crocifisso non è una clava.
di ENZO BIANCHI (La Stampa, 7 dicembre 2009)

Non si sono ancora spenti gli echi della polemica sull’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche in Italia ed ecco irrompere il risultato del referendum popolare in Svizzera che vieta l’edificazione di minareti. Le due tematiche sono solo apparentemente affini, in quanto in un caso si tratta della presenza di un simbolo religioso in aule pubbliche non destinate al culto, nell’altro invece di un elemento caratterizzante un edificio in cui esercitare pubblicamente e comunitariamente il diritto alla libertà di culto. Resta il fatto che si fa sempre più urgente una seria riflessione sugli aspetti concreti e quotidiani della presenza in un determinato paese di credenti appartenenti a religioni diverse e delle garanzie che uno stato democratico deve offrire per salvaguardare la libertà di culto. E questa riflessione dovrebbe nascere e fondarsi sulla nostra idea di civiltà e di convivenza, sul nostro tessuto storico, culturale e religioso, sul lungo e faticoso cammino compiuto verso la tolleranza e il rispetto reciproco: non dimentichiamo, per esempio, che la Svizzera – giunta al suffragio universale appena due anni prima – tolse solo nel 1973, a seguito di un referendum, il divieto per i gesuiti di risiedere nel territorio elvetico; né che, sempre in Svizzera, gli immigrati presi di mira dalla prima iniziativa popolare xenofoba del 1974 erano gli italiani e gli spagnoli, in maggioranza cattolici.
Né ha senso accampare la pretesa della reciprocità nel rispetto delle minoranze sancito dalle diverse legislazioni: quando una società riconosce e concede determinati diritti è perché lo ritiene eticamente giusto, non per avere una contropartita. Senza contare che la faccia deteriore della reciprocità si chiama ritorsione: l’atteggiamento che le società occidentali hanno verso i musulmani può comportare pesanti conseguenze per i cristiani che vivono in alcuni paesi islamici; come sorprenderci se la loro vita quotidiana si ritroverà ancor più circondata da diffidenza e ostilità o se qualche musulmano moderato si ritrova spinto tra le braccia dei fondamentalisti?
La paura esiste, è cattiva consigliera e porta a percezioni distorte dalle realtà – come dimostra anche il recente sondaggio sui timori degli italiani nei confronti degli immigrati – ma proprio per questo non deve essere lasciata alla sua vertigine, ma va oggettivata, misurata e ricondotta alla razionalità, se si vuole una umanizzazione della società. Altrimenti, dove arriverà, in nome di paure più fomentate che reali, la nostra regressione verso l’intolleranza e il razzismo spicciolo di chi non perde occasione per manifestare con sogghigni, battute, insulti, reazioni scomposte la propria ostilità nei confronti del diverso? Del resto è proprio l’essere “concittadini”, il conoscersi, il vivere fianco a fianco, condividendo preoccupazioni per il lavoro, la salute, la salvaguardia dell’ambiente, la qualità della vita, il futuro dei propri figli, porta a una diversa comprensione dell’altro, che aiuta a vedere le persone e le situazioni con un occhio diverso, più acuto e lungimirante. Dirà pure qualcosa, per esempio, il fatto che tra i pochissimi cantoni svizzeri che hanno respinto la norma contro i minareti ci siano quelli di Ginevra e di Basilea, caratterizzati dalla più alta presenza di musulmani.
In Italia l’esito del referendum svizzero contro i minareti ha rinfocolato le polemiche, e non è mancato chi ha invocato misure analoghe anche nel nostro paese, impugnando di nuovo la croce come bandiera, se non come clava minacciosa per difendere un’identità culturale e marcare il territorio riducendo questo simbolo cristiano e una sorta di idolo tribale e localistico. Così, lo strumento del patibolo del giusto morto vittima degli ingiusti, di colui che ha speso la vita per gli altri in un servizio fino alla fine, senza difendersi e senza opporre vendetta, viene sfigurato e stravolto agli occhi dei credenti. La croce, questa “realtà” che dovrebbe essere “parola e azione” per il cristiano, è ormai ridotta a orecchino, a gioiello al collo delle donne, a portachiavi scaramantico, a tatuaggio su varie parti del corpo, a banale oggetto di arredo… Tutto questo senza che alcuno si scandalizzi o ne sottolinei lo svilimento se non il disprezzo, salvo poi trovare i cantori della croce come simbolo dell’italianità, all’ombra della quale si è pronti a lanciare guerre di religione. Ma quando i cristiani perdono la memoria della “parola della croce” e assumono l’abito del “crociato”, rischiano di ricadere in forme rinnovate di antichi trionfalismi, di ridurre il vangelo a tatticismo politico: potenziali dominatori della storia umana e non servitori della fraternità e della convivenza nella giustizia e nella pace.
Va riconosciuto che la chiesa – dai vescovi svizzeri alla Conferenza episcopale italiana, all’Osservatore Romano – ha colto e denunciato quest’uso strumentale della religione da parte di chi nutre interessi ideologici e politici e non si cura del bene dell’insieme della collettività, ma resta vero che in questi ultimi anni abbiamo assistito a una progressiva erosione dei valori del dialogo, dell’accoglienza, dell’ascolto dell’altro: a forza di voler ribadire la propria identità senza gli altri, si finisce per usarla e ostentarla contro gli altri. Se la croce è brandita come una spada, è Gesù a essere bestemmiato a causa di chi si fregia magari del suo nome ma contraddice il vangelo e il suo annuncio di amore. La vera forza del cristianesimo è invece il vissuto di uomini e donne che con la loro carità hanno umanizzato la società, mossi dall’invito di Gesù: “Chi vuol essere mio discepolo, abbracci la croce e mi segua” e dal suo annuncio: “Vi riconosceranno come miei discepoli se avrete amore gli uni per gli altri”. Quando i cristiani si mostrano capaci di solidarietà con i loro fratelli e sorelle in umanità, quando rinunciano a guerre sante e restano nel contempo saldi nel rendere testimonianza a Gesù, a parole e con i fatti, allora potranno essere riconosciuti discepoli del loro Signore mite e umile di cuore.
Sì, le dispute su crocifissi e minareti non dovrebbero farci dimenticare che la visibilità più eloquente non è quella di un elemento architettonico o di un oggetto simbolico, ma il comportamento quotidiano dettato dall’adesione concreta e fattiva ai principi fondamentali del proprio credo, sia esso religioso o laico.