PREGHIERA IN FAMIGLIA
domenica 29 marzo

Don Nando Bonati – Parrocchia Buon Pastore Parma

QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA

Preghiera in famiglia

La famiglia si siede attorno alla tavola che può essere già apparecchiata per il pasto insieme. Ove siano presenti bambini o ragazzi, potranno preparare i segnaposti per tutti i famigliari.Al centro della tavola si possono porre la Bibbia aperta e una piantina (vera oppure disegnata).Al termine della preghiera, queste verranno poste in un luogo ben visibile della casa dove rimarranno per tutta la settimana come segno del cammino quaresimale.

Mamma: Oggi è di nuovo Domenica. È il giorno in cui Dio ha risuscitato Gesù, sciogliendolo dai lacci della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Il Signore Gesù, uomo come noi fino in fondo, non ha evitato la morte, ma l’ha attraversata aprendo per noi la via alla vita piena, nel suo amore infinito. Oggi non possiamo ancora celebrare l’eucarestia con la comunità. Chiediamo al Signore di riconoscerlo presente tra noi, nella nostra casa e di donarci la sua consolazione. Ci prepariamo in silenzio per vivere questo momento di preghiera familiare.
Papà:       Siamo riuniti nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo.
   Tutti:        Dio nostro, amante della vita, che con la tua Parola hai creato tutte le cose e con il tuo respiro sostieni ogni vivente, manda su di noi il tuo Spirito perché rinnovi nei nostri cuori la speranza che ci hai donato in Gesù, tuo Figlio.
Egli ha dato se stesso per noi e ora è il Vivente nei secoli dei secoli. Amen.
Mamma:  Ascoltiamo il racconto del segno compiuto da Gesù quando richiamò alla vita l’amico Lazzaro, rivelando che il suo amore è più forte della morte.
Papà:       Dal Vangelo secondo Giovanni (9,1-41)
In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània (il villaggio di Maria e di Marta sua sorella) era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
   Tutti: Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro.
Papà:       All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro.
   Tutti: Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro.
Papà:       Quando [Gesù] sentì che [Lazzaro] era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
   Tutti: Tu, Gesù, sei per noi la Luce vera.
Papà        Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
   Tutti: Tu, Gesù, sei per noi la Vita vera.
Mamma:    Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà».
   Figli: Signore, se tu fossi stato qui.
Mamma:    Gesù disse [a Marta]: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita;
chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
   Tutti: Dice Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno».
Mamma:    Dette queste parole, [Marta] andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse:  «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!».
   Figli: Signore, se tu fossi stato qui.
Mamma:  Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
   Figli: Signore, se tu fossi stato qui.
   Tutti: Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro.
Papà:       Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato».
   Tutti: Tu, Gesù, sei per noi la Luce vera. Tu, Gesù, sei per noi la Vita vera.
Papà:       Detto questo, [Gesù] gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
   Tutti: Dice Gesù: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno».
Papà:       Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.
   Tutti: Tu, Gesù, sei per noi la Luce vera. Tu, Gesù, sei per noi la Vita vera. 

Seguono due brevi meditazioni che, se opportuno, si possono leggere durante una pausa di silenzio

  • La vicenda di Lazzaro e la vicenda di Cristo, la vita dell’uomo e la croce di Cristo, sono come due scatole cinesi: l’una dentro l’altra. Sono due scandali, l’uno dentro l’altro e si illuminano, si rafforzano vicendevolmente. L’esistenza dell’uomo si risolve con la croce. Se ci manca il senso della croce non troviamo più un senso all’esistenza umana perché la croce è la rivelazione in profondità del comportamento di Dio: l’amore sembra sconfitto e invece non è vero. […]. Il Padre non abbandona il Figlio, Gesù non abbandona l’amico, Dio Padre non abbandona te: anche se perdi da tutte le parti, anche se hai l’impressione che quello che fai è sprecato, anche se vai verso la morte e Lui qui non si vede. Il dramma dell’uomo trova nella morte-risurrezione di Cristo il suo centro propulsore. Il racconto dell’incontro di Gesù con Lazzaro ci permette di leggere la croce di Cristo come il luogo più espressivo dello scandalo dell’esistenza: è lo specchio della tua vita. Questo racconto fa parte di quel sta scritto a cui anche tu sei invitato a fare appello nel cammino dei tuoi quaranta giorni, in attesa della Pasqua… e non soltanto quella del prossimo 12 aprile. (don Nando Bonati)
  • Di Lazzaro sappiamo poche cose, ma sono quelle che contano: la sua casa è ospitale, è fratello amato di Marta e Maria, amico speciale di Gesù. Il suo nome è: ospite, amico e fratello, insieme a quello coniato dalle sorelle:
    colui-che-Tu-ami, il nome di ognuno. A causa di Lazzaro sono giunte a noi due tra le parole più importanti del Vangelo: io sono la risurrezione e la vita. Non già: io sarò, in un lontano ultimo giorno, in un’altra vita, ma qui, adesso, io sono. Notiamo la disposizione delle parole: prima viene la risurrezione e poi la vita. Secondo logica dovrebbe essere il contrario. Invece no: io sono risurrezione delle vite spente, sono il risvegliarsi dell’umano, il rialzarsi della vita che si è arresa. Vivere è l’infinita pazienza di risorgere, di uscire fuori dalle nostre grotte buie, lasciare che siano sciolte le chiusure e le serrature che ci bloccano, tolte le bende dagli occhi e da vecchie ferite, e partire di nuovo nel sole: scioglietelo e lasciatelo andare. Verso cose che meritano di non morire, verso la Galilea del primo incontro. Io invidio Lazzaro, e non perché ritorna in vita, ma perché è circondato di gente che gli vuol bene fino alle lacrime. Perché la sua risurrezione? Per le lacrime di Gesù, per il suo amore fino al pianto. Anch’io risorgerò perché il mio nome è lo stesso: amato per sempre; perché il Signore non accetta di essere derubato dei suoi amati. Non la vita vince la morte, ma l’amore. Se Dio è amore, dire Dio e dire risurrezione sono la stessa cosa.  (p. Ermes Ronchi)

 In base alle persone presenti, si valuterà se leggere insieme o individualmente la preghiera di contemplazione e/o le invocazioni di seguito indicate.

  • Contemplazione

Papà o mamma: Ringraziamo il Signore che ci ha donato la sua parola e rispondiamo a Lui con la preghiera.

Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto…
Come quel giorno a Betania, in casa di Marta e Maria, questa Parola risuona oggi tra noi.
Noi assetati di consolazione, ascoltiamo la tua risposta: Tuo fratello risorgerà…
Io sono la risurrezione e la vita, chi crede in me, anche se muore vivrà,
chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?
Ancora la tua Parola ci vuole portare là dove noi mai avremmo immaginato di arrivare.
Per questo, pur non sentendoci al buio, ci raccogliamo tutti davanti al Crocifisso
e insieme preghiamo invocando il tuo Spirito, Respiro vitale donato a noi insieme alla vita,
perché ci aiuti a fidarci che nessuno di noi è solo sulla terra:

 Padre, siamo noi, tuoi figlie e figlie, tutti davanti a Te insieme a Lui, il Figlio crocifisso:
per Te non ci sono spazi diversi e tempi diversi, per questo davanti a Te nessuno è solo.
Accogliamo con gioia chi arriva tra noi  a ricordarci che la vita è un grande dono.
Ti consegniamo chi conclude il suo viaggio tra noi  e te lo affidiamo per il tempo che non è più il nostro.

 Come Marta e Maria fatichiamo a fidarci di Te e del tuo Figlio Gesù morto e risorto.
Tu ci assicuri che non ci lasci soli nelle prove della vita.
Per questo, Ti ringraziamo per il dono di coloro che in questi giorni
negli ospedali, in qualunque altro posto, sono tra noi il segno del tuo amore prezioso e difficile .

 La tua Benedizione sempre ci accompagni,
in particolare i fratelli e le sorelle che, per il troppo peso delle prove, non riescono a dire: Mi fido, mi affido! Grazie!!

* Invocazioni

Papà o mamma: Rivolgiamo al Signore la nostra preghiera dicendo, ad ogni invocazione:
Ti preghiamo, Signore, amico degli uomini!

Figli:
Signore Gesù, alla morte di Lazzaro ti sei commosso fino al pianto
hai manifestato quanto volevi bene al tuo amico:
insegnaci ad amarci come tu ci hai amato. Ti preghiamo, Signore, amico degli uomini!

Signore Gesù, hai chiamato Lazzaro per nome
come il buon Pastore che conosce ogni sua pecora per nome:
giunga il tuo sollievo a tutti i sofferenti. Ti preghiamo, Signore, amico degli uomini!

Signore Gesù, hai consolato il pianto di Marta e Maria
hai rivelato di essere il salvatore degli uomini:
ispira speranza e forza in coloro che assistono gli ammalati e nei familiari.Ti preghiamo, Signore, amico degli uomini!

Signore Gesù, hai richiamato il tuo amico dai morti
hai rivelato di essere Signore della resurrezione e della vita:
accogli nella tua pace i nostri defunti e chiamali alla tua presenza nella vita piena.
Ti preghiamo, Signore, amico degli uomini!

Papà o mamma:    Preghiamo Dio, nostro Padre, con la preghiera che Gesù ci ha insegnato:

Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male. Amen!

Se la preghiera viene fatta in un momento diverso dal pasto, si conclude come segue

Papà o mamma:         Dio, nostro Padre, nel segno di Lazzaro richiamato dal sepolcro ci hai rivelato che tu sei il Dio dei viventi, e che Gesù, tuo Figlio, è resurrezione e vita in abbondanza  per tutti coloro che si affidano a lui.
Rinnova in noi la speranza che, insieme ai nostri cari, vedremo la tua gloria, e gusteremo la comunione e la pace che vengono da te perché più forte della morte è il tuo Amore, o Dio, benedetto nei secoli dei secoli.
Tutti:  Amen!
Papà o mamma: Il Signore ci benedica, lui che è Padre, e Figlio e Spirito santo.
Tutti:   Amen!

Se la preghiera viene fatta prima del pasto, si può iniziare a prendere insieme il pasto con questa preghiera

Papà o mamma: Ti ringraziamo, Signore, per la Parola che ci hai donato. Ti ringraziamo per la vita che ci doni e per il cibo che oggi è sulla nostra tavola. Donaci di riconoscere la tua presenza accanto a noi in ogni momento, nell’abbondanza e nella privazione, nella sofferenza e nella gioia. Sii benedetto ora e sempre.
Tutti:  Amen!

In un momento opportuno del pasto, si completa la preghiera condividendo il pane. Un genitore, mentre dice le parole che seguono, spezza il pane e lo distribuisce ai commensali.

Papà o mamma: Fate attenzione: ora vogliamo dire una cosa importante. Con questo cibo, con questo pane condiviso, diciamo che in questa settimana abbiamo lavorato e faticato per tutti noi, per la nostra famiglia. Diciamo che ci vogliamo bene e che faremmo qualunque cosa gli uni per gli altri: questo ce lo ha insegnato Gesù.
In questa domenica non abbiamo potuto spezzare e mangiare il pane in memoria di Lui. La condivisione di questo pasto ci ricordi quanto è importante riunirci in assemblea e celebrare il memoriale di ciò che Gesù ha fatto per noi.




PREGHIERA PERSONALE
domenica 29 marzo

Tenda della Parola. 

Cristo è risortoalleluia!

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. amen.

Si schiudono ormai le vostre tombe
sotto l’urto del Dio della vita.
Ecco: Gesù vi scende dentro;
chiamatelo, poiché lui vi chiama.
Venite fuori! L’ora oggi è venuta
in cui la vostra carne e il sangue
fermentano per una nuova vita.

E su coloro che oggi, in famiglia
ascoltano la tua Parola
manda il tuo Spirito, uno spirito nuovo!

Sì, siamo in attesa della tua voce, e tu ci parli.

 Vangelo (Giovanni 11)
1Un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. 3Le sorelle mandarono dunque a dirgli: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». 4All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». 5Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. 6Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. 7Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». 16Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». 17Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. 20Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. 21Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! 22Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». 23Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». 24Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». 25Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; 26chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». 27Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». 33Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, 34domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». 35Gesù scoppiò in pianto. 36Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». 37Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». 38Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. 39Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». 40Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». 41Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. 42Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». 43Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». 44Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberatelo e lasciatelo andare». 45Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui. 46Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto.

Responsorio
Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio!

Un certo Lazzaro di Betània, era malato.
Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio!
Questa malattia non porterà alla morte, ma alla gloria di Dio.
Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio!
Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro.
Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio!
Gesù arrivò, trovò Lazzaro da quattro giorni nel sepolcro.
Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio!
Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!
Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio!
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò.
Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio!
Gesù scoppiò in pianto.
Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio!
Gesù, ancora commosso profondamente, si recò al sepolcro.
Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio!
Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato.
Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio!

Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!».
Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio!

«Liberatelo e lasciatelo andare».
Signore, io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio!

 Un sentiero
Lazzaro è morto da quattro giorni. Una ribellione esplode: un grido, un urlo, ma grido di vita, urlo di pianto che penetra nel corpo che pare morto, mentre è solo addormentato, davanti alla forza divina di Cristo: «Lazzaro vieni fuori!».
È venuto finalmente per noi il tempo di credere in Gesù, Figlio dell’uomo, Figlio di Dio! Il grido di Betania continua da secoli, ma non più udibile davanti a un sepolcro. E invece alla porta del cuore di ogni uomo e ogni donna di questo mondo. «Viene l’ora – ed è questa – in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio» (5,25). È un grido la sua voce alla porta del cuore.
Ascoltare, rimanere in attesa della sua chiamata ogni giorno è grazia incomparabile, vita e gioia piena.

Lode
Lode a te, Dio nostro Padre:

ci ha creati perché avessimo la vita.
Hai tanto amato il mondo
da dare il tuo Figlio unigenito,
poni in noi il suo Spirito, vita per sempre.
La tua salvezza, Signore, è per tutti i popoli!
Lode a te Cristo Gesù, Parola eterna del Padre:

sei venuto sulle nostre strade
per condividere le nostre fatiche,
sei giunto fino alla croce per risollevare l’umanità,
ci doni di condividere il tuo Spirito, amore per sempre.
La tua salvezza, Signore, è per tutti i popoli!
Lode a te Spirito Santo, Soffio di vita:

tu sei potenza di risurrezione.
Tu raduni uomini e donne nella tua luce,
abiti e vivi al cuore della Chiesa,
ci conduci alla conoscenza del Padre e del Figlio.
La tua salvezza, Signore, è per tutti i popoli!

 Padre santo, noi camminiamo alla luce della fede, mantienici sobri e vigilanti verso la Pasqua.

 Padre nostro… 

Preghiamo
O Dio, Padre nostro e Dio dei viventi,

abbiamo conosciuto il tuo pensiero,
progetto di amore senza fine.
Per questo dove sei giunto?
Fino a dove il tuo percorso?
Ormai senza vita eravamo
e sei là in Cristo Gesù!

Tempo di trepidazione e di speranza,
tempo di attesa.
E siamo usciti in terra piana,
nel tempo della gioia
liberi con Cristo.

Il percorso non termina
e lo seguiamo verso Pasqua!
Nell’amore verso tutti!

Benedizione
Il Signore ci conceda il compimento del bene e che siamo in buona salute, in questo tempo,

nel corpo, nella mente come nello spirito, con tutti i nostri fratelli e sorelle sulla terra. Amen.




DIGIUNO EUCARISTICO SENZA SURROGATI
Enzo Bianchi, monaco

LA CARITA’ CRISTIANA AI TEMPI DEL CORONAVIRUS
Enzo Bianchi (da “La Stampa” di Torino, 20 marzo 2020)

L’alternativa tra chiese aperte e chiuse, partecipazione alla Messa o digiuno eucaristico. Il caso serio dell’eucaristia. In ogni caso una carità compassionevole e creativa. L’accesso ai sacramenti.

In questo tempo di coronavirus si è aperto un acceso dibattito fra pastori, teologi e fedeli sull’alternativa tra chiese aperte o chiese chiuse, partecipazione alla Messa o digiuno eucaristico. Non manca qualche intervento polemico, intollerante verso il parere degli altri e addirittura sarcastico, ma meglio non tenerne conto e lasciar cadere. In particolare, ciò è avvenuto dopo che papa Francesco ha richiamato tutta la chiesa a non disertare ma a esercitare una carità compassionevole e creativa verso i malati, i morenti e verso le persone anziane, sole e fragili. Il papa ha avuto anche l’audacia di dire ad alta voce che “le misure drastiche non sempre sono buone”. Non per mancare della virtù della prudenza, ma per risvegliare l’intelligenza della carità e per indicare ai cristiani che, soprattutto in ore cattive come queste dell’epidemia, occorre vivere il comandamento dell’amore del prossimo. Quanto alla celebrazione della liturgia eucaristica, della Messa, nessuna posizione miracolistica né di arrogante certezza e tantomeno di intransigentismo cattolico. Non siamo più in epoche nelle quali la peste era sentita come un giusto castigo di Dio per le infedeltà degli umani, né pensiamo che vi siano recinti o realtà sacre esenti dall’essere portatrici di contagio, e non siamo neanche inclini ad affermare il legalismo del precetto. Dunque, si devono certamente evitare celebrazioni liturgiche con assembramenti di gente e, al riguardo, occorre rispettare le precauzioni prescritte dall’autorità civile. I miei dubbi non riguardano queste dovute osservanze ma piuttosto l’istintiva, frettolosa e poco meditate modalità con cui si offrono surrogati come le messe private, quelle solitarie, quelle trasmesse attraverso le più svariate forme che il web offre. Per la chiesa cattolica, infatti, il sacramento non è mai virtuale, ma va vissuto nella sua realtà, e l’eucaristia va vissuta come cena del Signore celebrata da una comunità. L’eucaristia è un evento in cui insieme si mangia e si beve, cioè si assimila, il corpo del Signore, dopo aver insieme ascoltato la Parola, diventando così il corpo ecclesiale di Cristo. Se è vero che non c’è chiesa senza eucaristia è altrettanto vero che non c’è eucaristia senza chiesa. Come ha detto con semplicità ma acutezza il vescovo di Milano, “altro è mangiare il pane, altro è guardarlo in una fotografia”. I malati e i morenti hanno bisogno del corpo di Cristo, devono poter lasciare questa terra nella speranza della vita eterna e con i segni di una carità che non viene meno. I fedeli hanno il diritto di essere nutriti dai sacramenti e di poter morire con quei conforti che la chiesa ha sempre loro proposto come salvifici. Se si sta per un certo tempo senza eucaristia, occorre avere consapevolezza di questa privazione, di un digiuno che non può essere alleviato da surrogati. C’è sempre la preghiera, in particolare c’è la lettura della Scrittura che contiene la parola di Dio, ma la mancata partecipazione all’eucaristia deve essere sentita dai cristiani come una prova che li pone in attesa di poterla celebrare di nuovo, quale viatico necessario nel cammino verso il Regno. Certo, un monaco lo sa bene, S. Benedetto come tanti eremiti del deserto, visse per anni senza eucaristia e senza celebrare la Pasqua, ma i bisogni della fede dei credenti sono diversi, appunto “secondo il grado della fede di ciascuno”, direbbe l’apostolo Paolo.
È significativo che questa urgenza da me invocata fin dall’inizio della crisi sia stata manifestata da un vescovo come Mariano Crociata, da presbiteri come p. Bartolomeo Sorge e don Massimo Naro, da un teologo come Giuseppe Ruggieri, da laici come Andrea Riccardi, Piero Stefani, Alberto Melloni, Massimo Faggioli, dallo storico Franco Cardini e da tanti altri, vescovi, presbiteri e semplici fedeli, non classificabili all’interno di nessun schieramento. Più che mai in questi giorni emerge la testimonianza di pastori che amano la loro comunità e per essa svolgono il loro servizio con abnegazione e con la gratuità del Vangelo. Ed è significativo che tra i morti vi siano anche tanti presbiteri, come nella diocesi di Bergamo: pastori in mezzo al loro gregge! «In casi di malattia grave, la presenza del sacerdote diventa un balsamo importante» ha scritto in questi giorni il vescovo di Gozo. In questa direzione si orientano anche gli opportuni suggerimenti per la celebrazione dei sacramenti in tempo di emergenza Covid-19 indicati dalla Segreteria generale della CEI, suggerimenti veramente ispirati dal Vangelo e da una intelligente sollecitudine pastorale. Ne chiese chiuse, ne assembramenti ecclesiali o liturgici, ma un operare sempre secondo i sentimenti di Cristo Gesù, senza che nell’economia sacramentale, siano privilegiati alcuni ed esclusi altri. L’appello di Papa Francesco è stato dunque un mettere in guardia tutta la chiesa dalla sonnolenza spirituale, dall’appiattimento della sua disciplina su quella dell’autorità politica e, a mio parere, da una debolezza della fede che diventa tentazione per tutti noi quando la strada si fa difficile, oscura, nel deserto della sofferenza e della prova. Tenere le chiese aperte significa non chiudere le porte a chi, osservando le precauzioni, vuole entrare in esse a pregare, a trovare conforto nella fede, ma significa anche invitare a intercedere davanti a Dio e a stare vicini a tutti quelli che sono vittime dell’epidemia in modi diversi. Il ministero della compassione, della cura e della consolazione va esercitato in modo più che mai creativo. E così la fede della chiesa aiuterà la fiducia degli uomini e delle donne nella vita, nel futuro, nella comunità.

In sintesi, in una situazione temporanea di grave emergenza e pericolo di vita la comunità cristiana si trova nelle condizioni di non potersi riunire per celebrare l’eucaristia. I credenti, da soli o in famiglia, nutrono la loro fede pregando la liturgia delle ore, nell’ascolto della parola di Dio contenuta nelle Scritture e nella lectio divina, in una forma di digiuno eucaristico. Tuttavia, come indicano le normative pubblicate dalla CEI, in condizioni di necessità e infermità non possono essere negati a nessuno i sacramenti.




QUARESIMA E QUARANTENA
Matteo Ferrari – monaco di Camaldoli

Quarantina e quarantena
http://www.settimananews.it/spiritualita/quarantina-e-quarantena/
17 marzo 2020
Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli

La coincidenza tra quaresima e coronavirus può aiutare a vivere i tre impegni tipici di questo tempo: ascolto/preghiera, digiuno e carità. Indubbiamente, ciò che è male rimane male e ciò che è emergenza rimane emergenza. Ma anche un fatto in sé doloroso e molto negativo assume un valore differente per la nostra vita dal modo in cui noi lo viviamo, scegliamo di viverlo e, come credenti, cerchiamo di comprendere come attraversarlo alla luce della Parola di Dio. Allora anche il tempo del Covid-19 può diventare un’occasione per riscoprire alcuni aspetti della nostra fede, mentre la quaresima che stiamo vivendo può insegnarci ad attraversare il difficile deserto del coronavirus. La quarantina ha qualche cosa da dire alla quarantena.
La ricetta della quaresima
Questo travaglio mondiale e nazionale cade proprio nel tempo di quaresima. La Chiesa, nella sua storia bimillenaria, per questo tempo liturgico ha sempre indicato dei “rimedi”, delle “medicine” per attraversare il deserto quaresimale e giungere, rinnovati e “guariti” dalle nostre ferite, a celebrare la vittoria pasquale: l’ascolto della Parola e la preghiera, il digiuno, la carità. Non potrebbero essere anche queste “medicine” quaresimali ad indicarci come vivere questo tempo così difficile anche per la fede? Invece di protestare per la ragionevole e doverosa sospensione delle celebrazioni pubbliche, per il bene nostro e degli altri, non si potrebbe “rispolverare” alcune pratiche che ci vengono dalla sapiente tradizione cristiana? Forse allora anche la quarantena potrebbe dire qualche cosa alla nostra quarantina e “costringerci”, come spesso accade quando si è necessariamente ridotti all’essenziale, a riscopre alcuni elementi fondamentali della fede.

L’ascolto e la preghiera
Innanzitutto l’ascolto e la preghiera. Perché insistere così tanto anche sulla messa trasmessa per televisione? Può certo essere una cosa buona per persone sole o anziane; può essere utile per ascoltare le letture e l’omelia. Tuttavia non ci sono altri modi per ascoltare la Parola di Dio e per pregare? Non potrebbe essere questo tempo forzato per riscoprire che, secondo il dettato del Vaticano II, la Bibbia deve diventare il nutrimento di tutti? Le famiglie potrebbero trovarsi insieme quotidianamente, prendere le letture del giorno, leggerle, stare un po’ in silenzio e concludere con un momento di intercessione e di preghiera. La quaresima allora direbbe alla quarantena che è necessario ricordarsi di Dio e che un credente non può vivere questi momenti nella disperazione e ripiegandosi unicamente su sé stesso. La quarantena dice alla quarantina che l’uomo «non vive solo di pane ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Dt 8,3). La quarantena del Covid-19 ricorda invece al credente nel tempo di quaresima di riscoprire che “preghiera” non è solo Messa, ma che proprio perché la celebrazione eucaristica sia feconda, occorre un ascolto personale delle Scritture e una preghiera non solo comunitaria. Può essere anche il tempo della riscoperta della preghiera in famiglia.

Il digiuno
Il secondo elemento che la tradizione ecclesiale suggerisce per attraversare il tempo di quaresima è il digiuno. Certo non quel digiuno un po’ “ipocrita” che consiste nel rinunciare a qualche piccolo “lusso” o mangiare pesci costosi il venerdì al posto della carne. Si tratta del digiuno vero, quello spazio vuoto che indica un’apertura a Dio e agli altri. In questo caso, la quaresima potrebbe dire alla quarantena che questo tempo di “digiuno”, non scelto ma forzato, da tante cose che consideriamo fondamentali nella nostra vita può diventare un tempo per fare spazio alle cose veramente essenziali. Innanzitutto, per un credente, uno spazio per Dio. La necessità di abbandonare tante cose superflue ci fa toccare, forse anche con sofferenza, la fragilità della nostra esistenza e ci guida a riscoprire la possibilità di vivere in un modo differente per fare spazio a Dio. Nello stesso tempo, la quarantena può dire alla nostra quaresima che ci può essere anche un “digiuno eucaristico” che può alimentare l’attesa e la fame di partecipare alla celebrazione eucaristica nell’assemblea liturgica radunata intorno all’altare Signore. Non potrebbe essere questo “digiuno eucaristico” di oggi, non sconosciuto alla tradizione cristiana, un’occasione per vivere in un modo differente la celebrazione eucaristica domani?

La carità
Infine, l’ultima medicina quaresimale è la carità. La Chiesa ai catecumeni e ai penitenti suggeriva la carità fraterna come medicina dell’anima per guarire e trasformare il cuore. La quaresima potrebbe insegnare alla quarantena per il Covid-19 che ciò che ci viene chiesto in questi giorni – rimanere in casa, rinunciare a quello che, anche di buono e di bello, potremmo fare – è un atto di carità verso noi stessi e verso il prossimo. Soprattutto verso i più deboli e i più esposti. La quaresima dice alla quarantena che la responsabilità in questo momento non è solo un fatto di legalità e di civiltà, ma anche di fede. Un cristiano vive tutto questo come esercizio della carità, seguendo le orme di Gesù che non è venuto per essere servito, ma per servire; non è venuto per i sani ma per i malati; non ha vissuto per sé stesso, ma per gli altri.

D’altra parte, la quarantena può dire alla quaresima di riscoprire una carità concreta che si fa carne nelle scelte concrete di ogni giorno. Se oggi questa carità ha il volto ben preciso dello “stare a casa”, un domani questa medesima carità vorrà dire vivere le scelte della nostra vita non solo dalla prospettiva del “buon cittadino”, ma anche da quella del “buon cristiano”, che non estromette la fede da alcun ambito della propria vita.
Il vaccino quaresimale
Ecco il vaccino che la fede ci dona e che non ha bisogno di nessuna sperimentazione. È già stato sperimentato per secoli: l’ascolto-preghiera, il digiuno, la carità. Se, come credenti, vivremo con fede questo tempo di “prova”, potremo scoprire domani che la quarantena ci ha insegnato qualche cosa, che magari avevamo perduto, sulla quarantina, mentre la quaresima ci sosterrà nel cammino in questo deserto della quarantena.

Se sapremo ascoltare sia la quarantina, sia la quarantena, potremo giungere, rinnovati, a celebrare la Pasqua del Signore. E sarà veramente una Pasqua di risurrezione! Allora anche le nostre assemblee vivranno la festa del sentirsi nuovamente convocate, magari avendo prima dovuto attraversare il tempo in cui sperimentare un ascolto diverso, un digiuno non scelto ma accolto, una carità autentica.




CARCERI VIOLENTE?

I VIOLENTI
Mattia Feltri (LA STAMPA 12 marzo 2020)

Signor ministro Bonafede,
ieri mi sono stupito di condividere una sua riflessione, a proposito della rivolta nelle carceri, e sulla violenza che non porta a nulla di buono.
E’ vero e lei del resto ne sta vedendo i risultati.
Infatti destinare sei metri quadri per ogni detenuto è violenza.
Lasciare che le prigioni si sovrappopolino riducendo quei sei metri quadri è violenza.
Trascurare che trentaquattro detenuti su cento sono in attesa di giudizio, dunque innocenti fino a prova contraria, quando la media europea è del ventidue, e in Gran Bretagna sono il dieci, è violenza.
Ignorare che un detenuto su tre è tale per reati connessi alla droga, e i più sono ragazzi, e insistere imperterriti a incarcerarli, è violenza.
Girarsi dall’altra parte quando si denuncia ripetutamente che tre persone al giorno, oltre mille all’anno, finiscono in carcere da innocenti (e si conteggiano solo gli innocenti che hanno ottenuto un risarcimento, degli altri non si sa) è violenza.
Continuare ad aumentare le pene e a codificare nuovi reati in esclusiva e ottusa risposta a pretese emergenze, che equivale all’impotenza dei genitori incapaci di altro che riempire di schiaffi i figli insubordinati, e col dettaglio che lo Stato non ci è né padre né madre, è violenza.
Assistere alla crescita del numero dei detenuti, anno dopo anno, da anni, mentre i reati commessi diminuiscono da anni, anno dopo anno, è una violenza intollerabile.
Ed è per di più la violenza pusillanime di chi si nasconde dietro la forza irresistibile della legge e dell’autorìtà.
Tutta questa violenza non porterà niente di buono, neanche a voi.




Veglia dei lavoratori “Persone disabili e lavoro”
Convegno “TUTTO CONNESSO-Il lavoro che cambia”

Convegno e veglia sul lavoro a Parma




Elezioni regionali 2020
Nota della Conferenza episcopale Emilia Romagna

Elezioni Emilia Romagna 2020

“La Regione, laboratorio di democrazia”
Nota della Conferenza episcopale regionale in preparazione all’appuntamento elettorale

La Conferenza Episcopale dell’Emilia-Romagna si è riunita oggi in assemblea a Bologna, a Villa San Giacomo, e durante i lavori presieduti da S.E. il card. Matteo Zuppi, presidente della Ceer e arcivescovo di Bologna, ha anche elaborato una nota in vista delle prossime elezioni regionali in Emilia-Romagna del 26 gennaio, di cui si trasmette il testo che segue.

La Regione, laboratorio di democrazia.
Le elezioni regionali, oltre alle contingenze storiche che attribuiscono ad esse loro significati politici nazionali, hanno un impatto importante per le nostre comunità cristiane, perché riguardano una porzione di Paese di cui viviamo le dinamiche economiche, sociali, amministrative. La nostra Regione Emilia-Romagna incrocia, inoltre, il territorio e la vita delle parrocchie di 14 Diocesi, da Piacenza-Bobbio a Rimini. Questa vicinanza tra vita ecclesiale e vita civile, nella distinzione, ma anche nella collaborazione per il bene comune, per la legalità, per la giustizia, per la cura della nostra terra e per la tutela dei più deboli, motiva questo appello in occasione delle prossime elezioni regionali. Mentre invitiamo a esercitare il diritto di voto, primo gesto importante di responsabilità in ogni tornata elettorale, come Pastori delle Chiese dell’Emilia-Romagna vogliamo richiamare alcuni aspetti utili per un discernimento sociale e per una scelta coerente.
L’Europa è casa nostra
In fedeltà all’art. 117 della Costituzione, le Regioni sono chiamate “nelle materie di loro competenza” a partecipare “alle decisioni dirette alla formazione degli atti normativi comunitari e provvedono all’attuazione e all’esecuzione degli accordi internazionali e degli atti dell’Unione europea”. La cura dell’Europa significa cura della nostra terra, delle possibilità di valorizzare un patrimonio umano, culturale, ambientale, religioso e lo studio e l’esperienza dei nostri giovani universitari e lavoratori. Pensare di tutelare la Regione contro l’Europa è una tragica ingenuità e fonte di povertà. Al tempo stesso, non possiamo dimenticare lo spirito sorgivo dal quale è scaturito il desiderio di unità tra le diverse nazioni d’Europa all’indomani della Seconda guerra mondiale. Uomini come De Gasperi, Adenauer, Schuman profusero tutto il loro impegno nella costruzione di una “comunità di popoli liberi ed uguali” (Adenauer a Bad Ems, 14/9/1951), nella quale le specificità nazionali potessero armonizzarsi offrendo ciascuna il proprio peculiare contributo alla bellezza dell’insieme.
Attenzione ai poveri e pari opportunità
L’art. 117 della Costituzione ricorda che “le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive”. Ogni forma di corporativismo, di esclusione sociale e dalla partecipazione attiva alla vita delle nostre città, ogni discriminazione di uomini e donne, italiani o immigrati, persone o famiglie, indebolisce il cammino e lo sviluppo regionale. La preoccupazione principale, anche nelle politiche regionali, non può che essere per le situazioni di povertà, disagio ed emarginazione, segnatamente per quanto riguarda la mancanza e la precarietà del lavoro, continuando un impegno politico che in questi anni ha portato anche buoni frutti. Una particolare cura meritano i giovani, in un grave momento di disorientamento pure per le loro famiglie.
Sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza
A orientare le funzioni amministrative regionali sono i principi della sussidiarietà, della differenziazione e della adeguatezza. Anche l’autonomia regionale non può dimenticare questi tre principi che valorizzano e “favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale”, cioè l’azione della famiglia,
di altre comunità e delle realtà del Terzo settore in una programmazione territoriale. Ogni forma di omologazione culturale che non risponde all’adeguatezza dei servizi e al rispetto delle realtà familiari e sociali rischia di essere una sovrastruttura che non serve al bene comune. A questo proposito la sinergia delle attività regionali con le istituzioni ecclesiali (oratori, scuole paritarie, attività estive, consultori, centri di ascolto … ), la concreta e costante valorizzazione dei corpi intermedi potranno aiutare ad affrontare “l’emergenza educativa”.
Sviluppo, coesione e solidarietà: persona e comunità
Con le proprie risorse la Regione opera per “promuovere lo sviluppo economico, la coesione e la solidarietà sociale, per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona” (Art. 119 della Costituzione Italiana). La cura degli aspetti economici deve essere accompagnata, soprattutto oggi, da una attenzione ai percorsi di integrazione, inclusione di famiglie e persone in difficoltà, mentre i nostri paesi dalla collina alla costa e le nostre città cambiano continuamente. Ma sono necessarie anche una legislazione e una regolamentazione che non penalizzino alcune categorie di persone nell’accesso alla casa, alla scuola, al lavoro, alla salute. La tutela della vita dal suo concepimento alla morte naturale, nella salute e nella malattia, nella stanzialità e nella mobilità, non può che trovare le istituzioni regionali capaci di rinnovate scelte, non riconducibili alle sole esigenze/componenti economiche e storico-sociali.
I beni culturali e ambientali
Le conseguenze del terremoto del 2012 che ha segnato profondamente il patrimonio culturale e religioso di alcune Diocesi e Province, ma anche la ricchezza di oasi naturali e di colline, di fiumi e coste, esigono un’attenzione particolare ai beni culturali e ambientali, con una collaborazione stretta tra Stato e Regioni (art. 119 della Costituzione) senza la quale i tempi lunghi del restauro, gli abbandoni della terra, delle colline dell’Appennino e della biodiversità, la mancata cura dell’ambiente – di fronte al riscaldamento e all’innalzamento delle acque del nostro mar Adriatico – e l’inquinamento, possono segnare irrimediabilmente una delle ricchezze regionali più importanti. Il patrimonio ambientale e culturale, accompagnato dallo stile di accoglienza e ospitalità riconosciuto alla nostra terra, sarà una risorsa decisiva per lo sviluppo del turismo, fondamentale per lo sviluppo e il futuro della nostra Regione.

Le prossime elezioni regionali in Emilia-Romagna sono un’occasione importante perché la Democrazia nel nostro Paese, che si realizza nei cammini e nelle scelte anche regionali, non venga umiliata e disattesa e i principi costituzionali ritrovino nelle nostre terre forme rinnovate di espressione e persone, delle diverse appartenenze politiche, impegnate a salvaguardarli, sempre. Un impegno che deve essere accompagnato nella campagna elettorale da un linguaggio, libero da offese e falsità, concreto nelle proposte, rispettoso delle persone e delle diverse idee politiche. A questo riguardo, come Pastori delle Chiese dell’Emilia-Romagna desideriamo offrire quale criterio e chiave di lettura, per i fedeli e per tutti gli uomini di buona volontà, la ricchezza e fecondità della Dottrina Sociale della Chiesa. Ancorata sulla salda ed immutabile roccia del Vangelo, essa è al tempo stesso capace di un confronto fecondo con ogni realtà umana nel suo sviluppo, proprio in virtù dell’inesauribile profondità della Parola di Dio, un tesoro dal quale è continuamente possibile “trarre cose antiche e cose nuove” (cfr. Mt 13, 52).

Conferenza episcopale dell’Emilia-Romagna
Bologna 13 gennaio 2020

Fonte: https://www.chiesadibologna.it/la-regione-laboratorio-di-democrazia/




CENSIS.
Rapporto 2019 sulla situazione sociale italiana

«La società italiana al 2019» nel 53° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese

Roma, 6 dicembre 2019 –

Il furore di vivere degli italiani ha vinto su tutto. Sfuggiti a fatica al mulinello della crisi, adesso l’incertezza è lo stato d’animo con cui il 69% degli italiani guarda al futuro, mentre il 17% è pessimista e solo il 14% si dice ottimista. Gli italiani hanno dovuto rinunciare perfino ai due pilastri storici della sicurezza familiare, il mattone e i Bot, di fronte a un mercato immobiliare senza più le garanzie di rivalutazione di una volta e a titoli di Stato dai rendimenti infinitesimali. Venuti meno i pilastri del modello tradizionale di sviluppo, agli italiani non è arrivata però l’offerta di percorrere insieme nuovi sentieri di crescita per costruire il futuro. Anzi, secondo il 74% nei prossimi anni l’economia continuerà a oscillare tra mini-crescita e stagnazione, e il 26% è sicuro che è in arrivo una nuova recessione. Contando di fatto solo sulle proprie forze, gli italiani hanno quindi messo in campo stratagemmi individuali per difendersi dalla scomparsa del futuro, in una solitaria difesa di se stessi. Hanno cercato di porre una diga per arrestare la frana verso il basso. La loro reazione vitale ha generato una formidabile resilienza opportunistica, con l’attivazione di processi di difesa spontanei e molecolari degli interessi personali, a dispetto di proclami pubblici e decreti. Finché l’ansia è riuscita a trasformarsi in furore, e il furore di vivere non è scomparso dai loro volti, non c’è stato alcun crollo. Ma ora c’è un prezzo da pagare. Lo stress esistenziale, logorante perché riguarda il rapporto di ciascuno con il proprio futuro, si manifesta con sintomi evidenti in una sorta di sindrome da stress post-traumatico. Nel corso dell’anno 2019 il 74% degli italiani si è sentito molto stressato per questioni familiari, per il lavoro o senza un motivo preciso. E secondo il 69% l’Italia è ormai un Paese in stato d’ansia (il dato sale al 76% tra chi appartiene al ceto popolare). Disillusione, stress esistenziale e ansia originano un virus che si annida nelle pieghe della società: la sfiducia. Il 75% degli italiani non si fida più degli altri.

Il suicidio in diretta della politica italiana e le pulsioni antidemocratiche. L’altro prezzo da pagare sono le crescenti pulsioni antidemocratiche. Oggi solo il 19% degli italiani parla frequentemente di politica quando si incontra. Il 76% non ha fiducia nei partiti (e la percentuale sale all’81% tra gli operai e all’89% tra i disoccupati). Il 58% degli operai e il 55% dei disoccupati sono scontenti di come funziona la democrazia in Italia. Il 48% degli italiani oggi dichiara che ci vorrebbe un «uomo forte al potere» che non debba preoccuparsi di Parlamento ed elezioni (e il dato sale al 56% tra le persone con redditi bassi, al 62% tra i soggetti meno istruiti, al 67% tra gli operai).

Più occupati, meno lavoro: il bluff dell’occupazione che non produce reddito e crescita. Rispetto al 2007, nel 2018 si contano 321.000 occupati in più: +1,4%. La tendenza è continuata anche quest’anno: +0,5% nei primi sei mesi del 2019. Il riassorbimento dell’impatto della lunga recessione nasconde però alcune criticità. Il bilancio dell’occupazione è dato da una riduzione di 867.000 occupati a tempo pieno e un aumento di 1,2 milioni di occupati a tempo parziale. Nel periodo 2007-2018 il part time è aumentato del 38% e anche nella dinamica tendenziale (primo semestre 2018-2019) è cresciuto di 2 punti. Oggi un lavoratore ogni cinque ha un impiego a metà tempo. Ancora più critico è il dato del part time involontario, che riguarda 2,7 milioni di lavoratori. Nel 2007 pesava per il 38,3% del totale dei lavoratori part time, nel 2018 rappresenta il 64,1%. E tra i giovani lavoratori il part time involontario è aumentato del 71,6% dal 2007. Così oggi le ore lavorate sono 2,3 miliardi in meno rispetto al 2007 e parallelamente le unità di lavoro equivalenti sono 959.000 in meno. Nello stesso periodo le retribuzioni del lavoro dipendente sono diminuite del 3,8%: 1.049 euro lordi all’anno in meno. I lavoratori con retribuzione oraria inferiore a 9 euro lordi sono 2.941.000: un terzo ha meno di 30 anni (un milione di lavoratori) e la concentrazione maggiore riguarda gli operai (il 79% del totale).  Le cronache della politica nazionale registrano l’interesse del 42% della popolazione e superano le voci classiche dei palinsesti come lo sport (29%) o la cronaca nera (26%) e rosa (18%). E’ in continua espansione l’area del non voto (astenuti, schede bianche e nulle): il 9,6% degli aventi diritto nel 1958, l’11,3% nel 1968, il 13,4% nel 1979, il 18% nel 1992, il 24,3% nel 2001, fino al 29,4% nel 2018.
Il lavoro e la disoccupazione preoccupano il 44% degli italiani (contro la media del 21% dei cittadini europei), il doppio rispetto alla preoccupazione sull’immigrazione (22%), più di tre volte rispetto alle pensioni (12%), cinque volte di più della criminalità (9%) e dei problemi ambientali e climatici (8%).

Demografia e sistema di welfare. Rimpicciolita, invecchiata, con pochi giovani e pochissime nascite: così appare l’Italia vista attraverso la lente degli indicatori demografici. Dal 2015 ‒ anno di inizio della flessione demografica ‒ si contano 436.066 cittadini in meno, nonostante l’incremento di 241.066 stranieri residenti. Nel 2018 i nati sono stati 439.747, cioè 18.404 in meno rispetto al 2017. Nel 2018 anche i figli nati da genitori stranieri sono stati 12.261 in meno rispetto a cinque anni fa. La caduta delle nascite si coniuga con l’invecchiamento demografico. Nel 1959 gli under 35 erano 27,9 milioni (il 56,3% della popolazione complessiva) e gli over 64 erano 4,5 milioni (il 9,1%). Sulla diminuzione della popolazione giovanile hanno un effetto anche le emigrazioni verso l’estero: in un decennio più di 400.000 cittadini italiani 18-39enni hanno abbandonato l’Italia, cui si sommano gli oltre 138.000 giovani con meno di 18 anni.
Le dinamiche demografiche incidono pesantemente sugli equilibri del sistema di welfare. L’aspettativa di vita alla nascita nel 2018 è di 85,2 anni per le donne e 80,8 per gli uomini. Nonostante i miglioramenti complessivi dei livelli di salute della popolazione, l’80,1% degli over 64 è affetto da almeno una malattia cronica, il 56,9% da almeno due.

I soggetti più vulnerabili nelle maglie larghe del sistema formativo. Pochi laureati, frequenti abbandoni scolastici, bassi livelli di competenze tra i giovani e gli adulti: sono queste le criticità del sistema educativo italiano. Il 52,1% dei 60-64enni si è fermato alla licenza media (a fronte del 31,6% medio nell’Unione europea). Ma anche tra i 25-39enni il 26,4% non ha conseguito un titolo di studio superiore (contro il 16,3% medio della Ue). Il 14,5% dei 18-24enni (quasi 600.000 persone) non possiede né il diploma, né la qualifica e non frequenta percorsi formativi. Nel 2018 ha partecipato ad attività di apprendimento permanente solo l’8,1% della popolazione 25-64enne (appena il 2% di chi possiede al massimo la licenza media).

Il calvario quotidiano di cittadini e imprese: i fattori di pressione sul ceto medio produttivo. Della Pubblica Amministrazione si fida solo il 29% degli italiani. Nell’Unione europea (valore medio: 51%) peggio di noi solo Grecia e Croazia. Erano 3.443.105 i procedimenti civili pendenti nel 2018. Alla fine del 2018 si quantificano in 26,9 miliardi di euro i debiti commerciali residui delle amministrazioni pubbliche fatturati nell’anno, scaduti e non pagati. Per il 60% dei commercialisti le loro aziende-clienti subiscono ritardi nella riscossione di crediti dalla Pa.

I grumi di nuovo sviluppo: le aggregazioni per stili di vita che fanno identità. Sempre più spesso la costruzione di relazioni significative avviene nella vita quotidiana. Gli italiani dispongono mediamente di 4 ore e 54 minuti al giorno di tempo libero (il 20,4% delle giornate feriali). Nel 2018 la spesa delle famiglie per attività ricreative e culturali è stata pari a 71,5 miliardi di euro (il 6,7% della spesa complessiva). Gli italiani che prestano attività gratuite in associazioni di volontariato sono aumentati del 19,7% negli ultimi dieci anni.

Il recupero di aspettative nell’Europa. Gli italiani si dichiarano in maggioranza contrari a fare un passo indietro su tre questioni che avrebbero un impatto decisivo sulla nostra presenza in Europa: il 61% dice no al ritorno alla lira (è favorevole il 24%), il 62% è convinto che non si debba uscire dall’Unione europea (è favorevole il 25%), il 49% si dice contrario alla riattivazione delle dogane alle frontiere interne della Ue, considerate un ostacolo alla libera circolazione delle merci e delle persone (è favorevole il 32%). Oggi l’Italia gioca in Europa il proprio destino economico, esportando nei Paesi della Ue quasi 91 milioni di tonnellate di merci l’anno (il 60,9% dei quantitativi complessivamente venduti all’estero), per un controvalore di 260 miliardi di euro, cioè il 56,3% del valore totale delle merci esportate. Accanto all’Europa delle imprese c’è l’Europa della gente. Gli italiani che risiedono negli altri 27 Paesi della Ue sono 2.107.359 (e i cittadini della Ue che vivono in Italia sono 1.583.169): sono aumentati del 12,2% negli ultimi tre anni e rappresentano il 41,2% degli oltre 5 milioni di italiani che vivono all’estero.




1 gennaio 2020. 53a Giornata mondiale per la pace
Messaggio di Papa Francesco

MESSAGGIO di Papa Francesco per la celebrazione della 53a GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
1° GENNAIO 2020

LA PACE COME CAMMINO DI SPERANZA: DIALOGO, RICONCILIAZIONE E CONVERSIONE ECOLOGICA

  1. La pace, cammino di speranza di fronte agli ostacoli e alle prove

La pace è un bene prezioso, oggetto della nostra speranza, al quale aspira tutta l’umanità. Sperare nella pace è un atteggiamento umano che contiene una tensione esistenziale, per cui anche un presente talvolta faticoso «può essere vissuto e accettato se conduce verso una meta e se di questa meta noi possiamo essere sicuri, se questa meta è così grande da giustificare la fatica del cammino». In questo modo, la speranza è la virtù che ci mette in cammino, ci dà le ali per andare avanti, perfino quando gli ostacoli sembrano insormontabili. La nostra comunità umana porta, nella memoria e nella carne, i segni delle guerre e dei conflitti che si sono succeduti, con crescente capacità distruttiva, e che non cessano di colpire specialmente i più poveri e i più deboli. Anche intere nazioni stentano a liberarsi dalle catene dello sfruttamento e della corruzione, che alimentano odi e violenze. Ancora oggi, a tanti uomini e donne, a bambini e anziani, sono negate la dignità, l’integrità fisica, la libertà, compresa quella religiosa, la solidarietà comunitaria, la speranza nel futuro. Tante vittime innocenti si trovano a portare su di sé lo strazio dell’umiliazione e dell’esclusione, del lutto e dell’ingiustizia, se non addirittura i traumi derivanti dall’accanimento sistematico contro il loro popolo e i loro cari. Le terribili prove dei conflitti civili e di quelli internazionali, aggravate spesso da violenze prive di ogni pietà, segnano a lungo il corpo e l’anima dell’umanità. Ogni guerra, in realtà, si rivela un fratricidio che distrugge lo stesso progetto di fratellanza, inscritto nella vocazione della famiglia umana. La guerra, lo sappiamo, comincia spesso con l’insofferenza per la diversità dell’altro, che fomenta il desiderio di possesso e la volontà di dominio. Nasce nel cuore dell’uomo dall’egoismo e dalla superbia, dall’odio che induce a distruggere, a rinchiudere l’altro in un’immagine negativa, ad escluderlo e cancellarlo. La guerra si nutre di perversione delle relazioni, di ambizioni egemoniche, di abusi di potere, di paura dell’altro e della differenza vista come ostacolo; e nello stesso tempo alimenta tutto questo. Risulta paradossale, come ho avuto modo di notare durante il recente viaggio in Giappone, che «il nostro mondo vive la dicotomia perversa di voler difendere e garantire la stabilità e la pace sulla base di una falsa sicurezza supportata da una mentalità di paura e sfiducia, che finisce per avvelenare le relazioni tra i popoli e impedire ogni possibile dialogo. La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani». Ogni situazione di minaccia alimenta la sfiducia e il ripiegamento sulla propria condizione. Sfiducia e paura aumentano la fragilità dei rapporti e il rischio di violenza, in un circolo vizioso che non potrà mai condurre a una relazione di pace. In questo senso, anche la dissuasione nucleare non può che creare una sicurezza illusoria. Perciò, non possiamo pretendere di mantenere la stabilità nel mondo attraverso la paura dell’annientamento, in un equilibrio quanto mai instabile, sospeso sull’orlo del baratro nucleare e chiuso all’interno dei muri dell’indifferenza, dove si prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi dello scarto dell’uomo e del creato, invece di custodirci gli uni gli altri. Come, allora, costruire un cammino di pace e di riconoscimento reciproco? Come rompere la logica morbosa della minaccia e della paura? Come spezzare la dinamica di diffidenza attualmente prevalente? Dobbiamo perseguire una reale fratellanza, basata sulla comune origine da Dio ed esercitata nel dialogo e nella fiducia reciproca. Il desiderio di pace è profondamente inscritto nel cuore dell’uomo e non dobbiamo rassegnarci a nulla che sia meno di questo.

  1. La pace, cammino di ascolto basato sulla memoria, sulla solidarietà e sulla fraternità

Gli Hibakusha, i sopravvissuti ai bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, sono tra quelli che oggi mantengono viva la fiamma della coscienza collettiva, testimoniando alle generazioni successive l’orrore di ciò che accadde nell’agosto del 1945 e le sofferenze indicibili che ne sono seguite fino ad oggi. La loro testimonianza risveglia e conserva in questo modo la memoria delle vittime, affinché la coscienza umana diventi sempre più forte di fronte ad ogni volontà di dominio e di distruzione: «Non possiamo permettere che le attuali e le nuove generazioni perdano la memoria di quanto accaduto, quella memoria che è garanzia e stimolo per costruire un futuro più giusto e fraterno». Come loro molti, in ogni parte del mondo, offrono alle future generazioni il servizio imprescindibile della memoria, che va custodita non solo per non commettere di nuovo gli stessi errori o perché non vengano riproposti gli schemi illusori del passato, ma anche perché essa, frutto dell’esperienza, costituisca la radice e suggerisca la traccia per le presenti e le future scelte di pace. Ancor più, la memoria è l’orizzonte della speranza: molte volte nel buio delle guerre e dei conflitti, il ricordo anche di un piccolo gesto di solidarietà ricevuta può ispirare scelte coraggiose e persino eroiche, può rimettere in moto nuove energie e riaccendere nuova speranza nei singoli e nelle comunità. Aprire e tracciare un cammino di pace è una sfida, tanto più complessa in quanto gli interessi in gioco, nei rapporti tra persone, comunità e nazioni, sono molteplici e contradditori. Occorre, innanzitutto, fare appello alla coscienza morale e alla volontà personale e politica. La pace, in effetti, si attinge nel profondo del cuore umano e la volontà politica va sempre rinvigorita, per aprire nuovi processi che riconcilino e uniscano persone e comunità. Il mondo non ha bisogno di parole vuote, ma di testimoni convinti, di artigiani della pace aperti al dialogo senza esclusioni né manipolazioni. Infatti, non si può giungere veramente alla pace se non quando vi sia un convinto dialogo di uomini e donne che cercano la verità al di là delle ideologie e delle opinioni diverse. La pace è «un edificio da costruirsi continuamente», un cammino che facciamo insieme cercando sempre il bene comune e impegnandoci a mantenere la parola data e a rispettare il diritto. Nell’ascolto reciproco possono crescere anche la conoscenza e la stima dell’altro, fino al punto di riconoscere nel nemico il volto di un fratello. Il processo di pace è quindi un impegno che dura nel tempo. È un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia, che onora la memoria delle vittime e che apre, passo dopo passo, a una speranza comune, più forte della vendetta. In uno Stato di diritto, la democrazia può essere un paradigma significativo di questo processo, se è basata sulla giustizia e sull’impegno a salvaguardare i diritti di ciascuno, specie se debole o emarginato, nella continua ricerca della verità.[6] Si tratta di una costruzione sociale e di un’elaborazione in divenire, in cui ciascuno porta responsabilmente il proprio contributo, a tutti i livelli della collettività locale, nazionale e mondiale. Come sottolineava San Paolo VI, «la duplice aspirazione all’uguaglianza e alla partecipazione è diretta a promuovere un tipo di società democratica […]. Ciò sottintende l’importanza dell’educazione alla vita associata, dove, oltre l’informazione sui diritti di ciascuno, sia messo in luce il loro necessario correlativo: il riconoscimento dei doveri nei confronti degli altri. Il significato e la pratica del dovere sono condizionati dal dominio di sé, come pure l’accettazione delle responsabilità e dei limiti posti all’esercizio della libertà dell’individuo o del gruppo». Al contrario, la frattura tra i membri di una società, l’aumento delle disuguaglianze sociali e il rifiuto di usare gli strumenti per uno sviluppo umano integrale mettono in pericolo il perseguimento del bene comune. Invece il lavoro paziente basato sulla forza della parola e della verità può risvegliare nelle persone la capacità di compassione e di solidarietà creativa. Nella nostra esperienza cristiana, noi facciamo costantemente memoria di Cristo, che ha donato la sua vita per la nostra riconciliazione (cfr Rm 5,6-11). La Chiesa partecipa pienamente alla ricerca di un ordine giusto, continuando a servire il bene comune e a nutrire la speranza della pace, attraverso la trasmissione dei valori cristiani, l’insegnamento morale e le opere sociali e di educazione.

  1. La pace, cammino di riconciliazione nella comunione fraterna

La Bibbia, in modo particolare mediante la parola dei profeti, richiama le coscienze e i popoli all’alleanza di Dio con l’umanità. Si tratta di abbandonare il desiderio di dominare gli altri e imparare a guardarci a vicenda come persone, come figli di Dio, come fratelli. L’altro non va mai rinchiuso in ciò che ha potuto dire o fare, ma va considerato per la promessa che porta in sé. Solo scegliendo la via del rispetto si potrà rompere la spirale della vendetta e intraprendere il cammino della speranza. Ci guida il brano del Vangelo che riporta il seguente colloquio tra Pietro e Gesù: «“Signore, se il mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?”. E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”» (Mt 18,21-22). Questo cammino di riconciliazione ci chiama a trovare nel profondo del nostro cuore la forza del perdono e la capacità di riconoscerci come fratelli e sorelle. Imparare a vivere nel perdono accresce la nostra capacità di diventare donne e uomini di pace. Quello che è vero della pace in ambito sociale, è vero anche in quello politico ed economico, poiché la questione della pace permea tutte le dimensioni della vita comunitaria: non vi sarà mai vera pace se non saremo capaci di costruire un più giusto sistema economico. Come scriveva Benedetto XVI, dieci anni fa, nella Lettera Enciclica Caritas in veritate: «La vittoria del sottosviluppo richiede di agire non solo sul miglioramento delle transazioni fondate sullo scambio, non solo sui trasferimenti delle strutture assistenziali di natura pubblica, ma soprattutto sulla progressiva apertura, in contesto mondiale, a forme di attività economica caratterizzate da quote di gratuità e comunione» (n. 39).

  1. La pace, cammino di conversione ecologica

«Se una cattiva comprensione dei nostri principi ci ha portato a volte a giustificare l’abuso della natura o il dominio dispotico dell’essere umano sul creato, o le guerre, l’ingiustizia e la violenza, come credenti possiamo riconoscere che in tal modo siamo stati infedeli al tesoro di sapienza che avremmo dovuto custodire».Di fronte alle conseguenze della nostra ostilità verso gli altri, del mancato rispetto della casa comune e dello sfruttamento abusivo delle risorse naturali – viste come strumenti utili unicamente per il profitto di oggi, senza rispetto per le comunità locali, per il bene comune e per la natura – abbiamo bisogno di una conversione ecologica. Il recente Sinodo sull’Amazzonia ci spinge a rivolgere, in modo rinnovato, l’appello per una relazione pacifica tra le comunità e la terra, tra il presente e la memoria, tra le esperienze e le speranze. Questo cammino di riconciliazione è anche ascolto e contemplazione del mondo che ci è stato donato da Dio affinché ne facessimo la nostra casa comune. Infatti, le risorse naturali, le numerose forme di vita e la Terra stessa ci sono affidate per essere “coltivate e custodite” (cfr Gen 2,15) anche per le generazioni future, con la partecipazione responsabile e operosa di ognuno. Inoltre, abbiamo bisogno di un cambiamento nelle convinzioni e nello sguardo, che ci apra maggiormente all’incontro con l’altro e all’accoglienza del dono del creato, che riflette la bellezza e la sapienza del suo Artefice. Da qui scaturiscono, in particolare, motivazioni profonde e un nuovo modo di abitare la casa comune, di essere presenti gli uni agli altri con le proprie diversità, di celebrare e rispettare la vita ricevuta e condivisa, di preoccuparci di condizioni e modelli di società che favoriscano la fioritura e la permanenza della vita nel futuro, di sviluppare il bene comune dell’intera famiglia umana. La conversione ecologica alla quale facciamo appello ci conduce quindi a un nuovo sguardo sulla vita, considerando la generosità del Creatore che ci ha donato la Terra e che ci richiama alla gioiosa sobrietà della condivisione. Tale conversione va intesa in maniera integrale, come una trasformazione delle relazioni che intratteniamo con le nostre sorelle e i nostri fratelli, con gli altri esseri viventi, con il creato nella sua ricchissima varietà, con il Creatore che è origine di ogni vita. Per il cristiano, essa richiede di «lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo».

  1. Si ottiene tanto quanto si spera

Il cammino della riconciliazione richiede pazienza e fiducia. Non si ottiene la pace se non la si spera. Si tratta prima di tutto di credere nella possibilità della pace, di credere che l’altro ha il nostro stesso bisogno di pace. In questo, ci può ispirare l’amore di Dio per ciascuno di noi, amore liberante, illimitato, gratuito, instancabile. La paura è spesso fonte di conflitto. È importante, quindi, andare oltre i nostri timori umani, riconoscendoci figli bisognosi, davanti a Colui che ci ama e ci attende, come il Padre del figlio prodigo (cfr Lc 15,11-24). La cultura dell’incontro tra fratelli e sorelle rompe con la cultura della minaccia. Rende ogni incontro una possibilità e un dono dell’amore generoso di Dio. Ci guida ad oltrepassare i limiti dei nostri orizzonti ristretti, per puntare sempre a vivere la fraternità universale, come figli dell’unico Padre celeste. Per i discepoli di Cristo, questo cammino è sostenuto anche dal sacramento della Riconciliazione, donato dal Signore per la remissione dei peccati dei battezzati. Questo sacramento della Chiesa, che rinnova le persone e le comunità, chiama a tenere lo sguardo rivolto a Gesù, che ha riconciliato «tutte le cose, avendo pacificato con il sangue della sua croce sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli» (Col 1,20); e chiede di deporre ogni violenza nei pensieri, nelle parole e nelle opere, sia verso il prossimo sia verso il creato. La grazia di Dio Padre si dà come amore senza condizioni. Ricevuto il suo perdono, in Cristo, possiamo metterci in cammino per offrirlo agli uomini e alle donne del nostro tempo. Giorno dopo giorno, lo Spirito Santo ci suggerisce atteggiamenti e parole affinché diventiamo artigiani di giustizia e di pace.
Che il Dio della pace ci benedica e venga in nostro aiuto. Che Maria, Madre del Principe della pace e Madre di tutti i popoli della terra, ci accompagni e ci sostenga nel cammino di riconciliazione, passo dopo passo. E che ogni persona, venendo in questo mondo, possa conoscere un’esistenza di pace e sviluppare pienamente la promessa d’amore e di vita che porta in sé.

Dal Vaticano, 8 dicembre 2019




Ricerca ACLI
Famiglie. Risposte che creano domande

Una ricerca Acli. Famiglie: risposte che creano domande.
(fonte: AVVENIRE 4 dicembre 2019)
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/ricerca-acli-famiglia

 Indagine La famiglia italiana. Un racconto attraverso i dati, elaborata dall’Iref (Istituto di ricerche educative e formative) per le Acli. La ricerca ha sondato un campione di oltre 700 famiglie residenti in Italia, non unipersonali, con e senza figli, anche con membri stranieri.
Più della metà vive in piccoli e medi centri.
Hanno uno, due o nessun figlio,
il 78% vive in casa di proprietà,
ha reddito medio-basso tra 1.000 e 1.500 euro.
E 4 su 10 hanno avuto difficoltà ad acquistare beni di prima necessità.

Gli intervistati ci permettono di stendere una classifica dei comportamenti che si ritengono inammissibili nella loro famiglia:

  1. «rifiutarsi di aiutare una persona in difficoltà»
  2. «appropriarsi di denaro pubblico»,
  3. «non fare il proprio dovere al lavoro»
  4. «non dare priorità alla propria famiglia».
  5. «avvalersi di una raccomandazione a danno di altri»,
  6. «evadere le tasse»,
  7. «appropriarsi di un merito altrui»,
  8. «occupare un edificio abbandonato per viverci».
  9. «trattare male un immigrato
  10. «non impegnarsi su temi politici e sociali».

E per il lavoro?

  1. circa il 48% ha problemi di conciliazione tra orari di lavoro e famiglia,
  2. L’ostacolo alla genitorialità sembra soprattutto economico.
  3. Il 47% non è riuscito a risparmiare nulla,
  4. il 39% «con molta fatica».
  5. tra le famiglie monoreddito il 71% indica il licenziamento come il primo problema di lavoro, dato che crolla al 18% nelle bi-reddito.