Combustibili fossili per la guerra, energie rinnovabili per la pace e la giustizia sociale

Combustibili fossili per la guerra e la disuguaglianza, o energie rinnovabili per la pace e la giustizia sociale
Giulio Marchesini e Enrico Gagliano (Associazione Energia per l’Italia)

 La guerra all’Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz sono solo l’ultima di una lunga serie di crisi iniziate proprio in Iran.
Il colpo di stato in Iran del 1953, noto come Operazione Ajax, fu un’operazione segreta orchestrata dalla CIA (USA) e dall’MI6 (Regno Unito) per rovesciare il primo ministro democraticamente eletto, Mohammad Mossadeq (talvolta scritto Mossadegh). Mossadeq, che aveva nazionalizzato l’industria petrolifera iraniana togliendola al controllo britannico, fu deposto il 19 agosto 1953. Il golpe ripristinò il potere assoluto dello scià Mohammad Reza Pahlavi, instaurando un regime autoritario sostenuto dall’Occidente.
Da allora le guerre combattute, direttamente o indirettamente, per il petrolio non si contano più: dall’Egitto alla Libia, dall’Iraq agli altri conflitti tra Israele e paesi confinanti. Ora siamo giunti al cuore dell’area petrolifera, con la guerra all’Iran, di cui si parla almeno fin dal 2008, che ha messo in crisi tutte le forniture energetiche.
Ma, come ha scritto recentemente Nicola Armaroli, “sole e vento non passano per lo stretto di Hormuz”, e nemmeno gli elettroni. Dipendere dai combustibili fossili significa dipendere dai conflitti. Ogni tentativo di proteggere militarmente una rotta energetica è destinato a fallire: nel Mar Rosso, un’operazione costata oltre un miliardo di dollari e quattro navi affondate non ha garantito alcuna sicurezza. E domani potrebbe essere lo Stretto di Malacca, il Canale di Panama o un nuovo embargo.
Non importa quale stretto si chiuda: qualsiasi crisi in un punto nevralgico del commercio globale paralizza un paese fossil-dipendente come l’Italia, che importa il 90% del gas e il 97% del petrolio. La strada del fossile è la strada degli armamenti e della vulnerabilità permanente.
Oggi il quadro è chiarissimo. Il governo degli Stati Uniti ha aperto un conflitto per la conquista del petrolio millantando ragioni di sicurezza nucleare e di ritorno alla democrazia, in sostanza spacciandolo per un’operazione umanitaria. Con l’amministrazione Trump, la maschera è definitivamente caduta: dal Venezuela all’Iran, da Cuba agli stati del Golfo, Trump afferma con orgoglio di volere un’America forte nell’interesse degli americani (la politica MAGA), ma anche per i suoi interessi economici personali. Così, al grido di “Drill, baby, drill”, gli Stati Uniti sono usciti da ogni accordo internazionale e hanno aumentato i profitti legati all’estrazione e alla vendita di petrolio e gas liquefatto, facendo pagare agli alleati il prezzo della loro politica commerciale.
Nonostante l’attuale rigurgito di politiche di retroguardia, la corsa verso le rinnovabili alimentata dal progresso tecnologico non può più essere fermata. Questo è nell’interesse del clima e del pianeta, ma anche a favore di una ricerca di pace e di democrazia che l’autoritarismo legato ai combustibili fossili non può soddisfare. La “Global Energy Review 2026” dell’IEA conferma il nuovo record di 800 GW di capacità rinnovabile realizzata in un anno, con il solare a coprire oltre il 25% della crescita della domanda mondiale. La penetrazione delle rinnovabili è legata al crollo dei costi del solare dell’87% dal 2010. In questo modo viene sistematicamente abbattuto il costo dell’energia, che ora è legato al prezzo della fonte energetica più costosa impiegata. Così, in Spagna, dove l’85% del tempo è coperto da energie rinnovabili come fonte primaria, il costo dell’energia per i cittadini è meno della metà di quanto pagano gli italiani, dove le rinnovabili, pur cresciute, fanno il prezzo dell’energia per meno del 20% del tempo. In un mercato nel quale la competizione per i combustibili fossili si fa sempre più accesa, solo attraverso le energie rinnovabili si può far scendere il prezzo dell’energia: mentre in Spagna il prezzo medio dell’elettricità è crollato a 42,83 €/MWh e in Germania si attesta intorno ai 99 €/MWh, in Italia il costo medio ha raggiunto i 143,7 €/MWh, oltre tre volte la media iberica e quasi il 45% in più rispetto alla Germania. L’Italia è ancora indietro, non per mancanza di sole o vento, ma per lentezza autorizzativa, veti incrociati e una visione miope di una parte del mondo ambientalista che col suo fuoco amico ostacola lo sviluppo di un settore chiave per l’indipendenza e la competitività nazionale in nome di una malintesa speculazione e di un “Bel Paese” che presto non potrà più essere tale per effetto della crisi climatica.
L’arretratezza italiana ha un costo sociale drammatico. La dipendenza da petrolio e gas importati, pagati come tributo all’America di Trump, si traduce in una bolletta da quasi 53 miliardi di euro all’anno (circa 900 euro a cittadino), a cui si aggiungono altri circa 48 miliardi di sussidi ambientalmente dannosi. Oltre 100 miliardi di euro l’anno in uscita che alimentano un circolo vizioso: più fossili importiamo, più siamo esposti a tensioni geopolitiche, più aumentano le spese militari per proteggere le rotte con conseguenti tagli alla sanità, all’istruzione e al lavoro. Per non parlare delle 80.000 morti premature legate all’inquinamento ambientale in aree, come la Pianura Padana, tra le più insalubri e inquinate d’Europa.
I dati parlano chiaro: mentre la spesa militare esplode, i servizi sociali collassano. Nel 2025 l’Italia ha speso 45 miliardi di euro per la difesa (il 2,01% del PIL), in forte aumento rispetto all’1,52% del 2024. Per raggiungere l’obiettivo NATO del 5% del PIL entro il 2035, servirebbero altri 100 miliardi.
Intanto, la spesa sanitaria italiana è scesa al 6,1% del PIL, la più bassa in Europa, e la sua quota reale è diminuita di mezzo punto percentuale in un decennio. L’università ha subito oltre 200 milioni di tagli l’anno, mentre 35 miliardi sono stati destinati alle spese militari, e il potere d’acquisto delle famiglie continua a ridursi. Cinque milioni di italiani hanno già rinunciato alle cure mediche.
A tutto questo si aggiunge una dinamica spesso invisibile: gli shock dei prezzi del fossile colpiscono in modo differenziato uomini e donne, aggravando le disuguaglianze di genere. Le evidenze empiriche mostrano che l’aumento dei prezzi dell’energia ha un effetto negativo sull’occupazione femminile, ma non su quella maschile, ampliando il gender gap nei tassi di impiego ben oltre il breve periodo. Le donne diventano così le “ammortizzatrici sociali” della crisi: assorbono gli shock attraverso il proprio lavoro non pagato, rinunce a spese personali e, in molti contesti, una maggiore esposizione alla violenza. Anche in Italia, il fenomeno della povertà energetica ha un volto femminile specifico: nelle famiglie con più di due componenti e con donna over 51 unica o principale fonte di reddito, i tassi di povertà energetica raggiungono punte del 10-13%, ben al di sopra della media nazionale.
Di fronte a questa realtà insostenibile, serve un cambio di passo politico netto: una transizione decisa, giusta, stabile e partecipata, che diffonda i benefici in modo generalizzato – da Nord a Sud – e non trasformi la crisi energetica in una crisi sociale. Le rinnovabili ben governate non sono una semplice scelta ambientale. Sono una scelta di pace, di democrazia, di benessere diffuso, di sviluppo economico e di futuro condiviso. E tuttavia, uno studio curato dai ricercatori di BankItalia conferma che la crescita attuale delle energie rinnovabili è insufficiente per raggiungere gli obiettivi stabiliti nel Piano Nazionale Energia e Clima (PNIEC) ed è necessario accelerare.
Ce lo chiede oggi l’economia, con l’industria che continua a perdere competitività per lo sproporzionato costo dell’energia e ce lo chiedono i giovani che si vedono portar via il futuro mentre circolano nelle scuole le forze armate assieme a proposte di alternanza scuola-lavoro e celebrazioni ispirate alla “difesa”.
Ce lo chiede il documento della Conferenza Episcopale Italiana per una “pace disarmata e disarmante”, mentre la politica discute la ripresa di una leva militare, pur al momento solo volontaria, sospesa, non abolita nel 2005. In Germania un nuovo modello di leva militare è già operativo per tutti i neo-diciottenni dal 1° gennaio 2026.
Ce lo chiedono infine la ragione e il cuore: sole e vento sono l’unica vera indipendenza energetica che spezza il circolo vizioso: armi per il fossile, fossile per le armi, a scapito di sanità, istruzione e lavoro. Invertire questa rotta, prima ancora che energetica, è una scelta etica per politiche di pace, di democrazia e di giustizia sociale.