Il mio Natale in Brasile 1999
Don Augusto

Mano nella mano di un Dio bambino .

 Inseguo storie, con la Bibbia in mano. Imprimo fotogrammi sulla pellicola della coscienza. Incido graffiti sulle mani. Annoto come uno scriba sulle mie carte questi frammenti di vita come ereditá da condividere. Inseguo storie sparse come briciole in attesa che qualcuno raccolga o disseminate come uno di questi incredibili fantasiosi fiori in attesa che qualcuno se ne innamori e li narri. Anche Dio, nella sua Incarnazione, pur silenziosa, ha voluto lasciar traccia di inchiostro negli archivi: «In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse un censimento.  Anche Giuseppe andò a Betlemme per farsi registrare insieme con Maria sua sposa che era incinta» (Luca 2,1-5). La sua prima Incarnazione appartiene così alla storia di tutti e attende di essere da tutti adottata, come la storia sbriciolata delle molteplici sue Incarnazioni in questi poveri. Inseguo storie.
Per nove sere la voglia di Natale ci ha portato nelle case del bairro più povero di Goiás a celebrare la Novena fra turme di bimbi che qui sono una classe sociale, “as crianças[1]“. Ci arrampichiamo anche lassù nella baracca di Dona Domingas a mescolarci in quella mistura di parentele e crianças che qui vivono abbarbicate alle donne, spesso nonne, in una società così contemporaneamente e contraddittoriamente matriarcale e maschilista. Mi è difficile tenere i conti delle appartenenze, inseguire gli alberi genealogici, capire se il neonato frignante nelle braccia delle splendide succinte ragazzine è un undicesimo fratellino o il figlio della prima stagione dell’amore o del primo abbandono.  Precoci maternità per affermare affetti caldi, per cercare identità, per invocare sicurezza, per illudersi di sfuggire a radici familiari avviluppanti.  Anche la camisinha[2] qui  fa i conti col  salario minimo (quando c’é), con la vergogna o con amori consumati quando e dove si può, spesso nelle misere metrature quadrate dove la promiscuità dorme, sogna, gioca, mangia, muore.
«Lo depose in una mangiatoia perché non c’era posto per loro nell’albergo» (Luca 2,7). Per nove sere un piccolo presepio in materiali poveri è accompagnato in processione di casa in casa e vi resta ospite. È una capanna e niente più; copia perfetta in scala ridotta della baracca di Dona Domingas. Davide e l’orante ebreo del Salmo 132 avevano giurato per noi e con noi: «Non mi concederò riposo finché non avrò trovato un’abitazione per il Signore». Allora si trattava di trasferire l’Arca della Alleanza dalla precaria tenda ad un’abitazione in legno di cedro. E oggi?  È l’insonnia del “mal del mattone” che da secoli tormenta i costruttori di templi e santuari e che oggi mi sfiora appena, davanti a questa baracca di Dona Domingas in legno compensato e teli di plastica, tempio sgangherato della Gloria del Signore. Nel piccolo orto di Dona Domingas giacciono, accanto a piantine di mais, alcune tegole; germogli di speranza? Il monastero, in accordo con famiglie del bairro, ha deciso di raccogliere e acquistare materiale edile per dare pareti, tetto e porte a questa “abitazione del Signore”. Passo l’antivigilia di Natale a trasportare mattoni con un’auto/carretta della parrocchia. Affronto il serpentone di sentieri sterrati feriti dai temporali e che non mi risparmiano l’affondo in una buca, tanto per non riservare trattamenti speciali a supponenti novizi come me costretti così a ricorrere – come fanno tutti qui e per tutta la vita – alla paziente inventiva dell’arrangiarsi, se Dio o la fortuna assistono.  Giungo alla baracca “griffato” da fango e terriccio. Ma acqua non c’è. Hanno interrotto ieri l’erogazione per morosità di un bimestre: 40 reais (40.000 lire). Qui è stagione di piogge “graças a Deus!” mi ripete Dona Domingas che passerà il Natale a raccogliere acqua piovana o dei vicini. «Non mi concederó riposo finché non avró trovato un’abitazione per il Signore». Il costo totale della ricostruzione è pari a 400.000 lire. “Un gesto assistenzialistico” mugugna qualcuno; sarei curioso di conoscere il parere della “teologa” Dona Domingas, vedova, negra figlia di schiavi, matriarca di crianças, della tribú di quei pastori che hanno fatto posto al Dio menino.
«L’angelo del Signore apparve a Giuseppe e gli disse: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo. Ma Erode si infuriò e mandò ad uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai 2 anni in giú» (Matteo 2, 13-16). Mons. Tomas Balduino, vescovo dimissionato di Goiás ed ora Presidente nazionale della Commissione Pastorale della terra, è ospite nel Monastero nel giorno di Natale. Dice: «Ho visto da vicino cosa è il “Natal do sofrimento e da esperança”! Pochi giorni fa centinaia di poliziotti, al mattino presto, agli ordini del Governatore, hanno invaso le baracche del Centro civico di Cutiriba dove crianças dormivano tranquilli con i loro genitori. I soldati armati, tra grida di terrore, hanno evacuato in pochi minuti quei poveri presepi reali separando mogli da mariti, figli da padri a distanza di chilometri gli uni dagli altri. Nello stesso tempo, a fianco del Palazzo del Governatore veniva allestita una esposizione di ricchi e variopinti presepi. Il Natale è memoria dell’esilio del popolo di Dio in Babilonia come segnale profetico di tutti gli esili, quelli degli indios, dei negri, dei contadini. Ma l’esilio ci ha lasciato una grande lezione di resistenza. Ai poveri resta solo la testarda resistenza, giubileo di speranza di una vita piena». Accanto a me c’é Giuliano “operatore di strada” di Goiania. Ha visto uccidere un menino de rua[3] con un colpo alla nuca. Decido di andare in pellegrinaggio a São Paulo tra i meninos de rua, a metá gennaio, per abbracciare anche alcuni dei tanti volontari che si esiliano tra gli esiliati – come il giusto Tobi della Bibbia –  per dare liberazione, speranza o, almeno, la compassione di una sepoltura a questo Dio menino esposto, espulso, vagante in strade violente: «Io, Tobi, facevo spesso l’elemosina a quelli della mia gente, donavo il pane agli affamati, gli abiti agli ignudi e se vedevo qualcuno morto e gettato dietro le mura di Ninive, io lo seppellivo» (Libro di Tobia capp. 1 e 2).
Qui a Goiás, di fronte al Monastero, dove prima esisteva una discarica, ora fiorisce un elegante spazio attivo di speranza per crianças. I quattro testardi resistenti l’hanno appunto chiamata Vila Esperança e uno di loro, Pio, ne hanno affidato la storia alle pagine del libro “La strada chiede vita”.
«Alcuni Magi giunsero dall’oriente a Gerusalemme e domandavano: “Dov’é il re dei giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo» (Matteo 2, 1-3). La nascita di Gesù è accompagnata anche da ricchezze e profumi d’oriente, da rivelazioni cosmiche o sognanti, da adorazioni provenienti da chissà quali profondità del cuore e, comunque, un po’ pungenti per scribi e sacerdoti pur così contigui alle pagine dei profeti. Una ormai consolidata amicizia mi ha gratificato, qui, di un riservato invito a partecipare ad un culto Umbanda, la religione afro-brasiliana che, con il Candomblé, ha rappresentato la ribellione degli schiavi al battesimo imposto dai cattolicissimi schiavisti europei. Mi preparo cosí, tra pretos-velhos, caboclos e crianças evocati nel trance dei mediums, a celebrare l’ultima suggestiva veglia per la pace nella mezzanotte del Monastero. Inseguo storie.


[1] Pronuncia “criansas“; nome popolare per indicare la figliolanza, i bambini.
[2] Pronuncia “camisigna“; nome popolare del preservativo.
[3] Bambino di strada