8 novembre 2020.Domenica 32a
UN TEMPO TRA L’INVITO E LA FESTA

Un colpo di sonno al volante è drammatico. Una distrazione in stazione mi fa perdere l’ultimo treno del giorno. L’occasione opportuna passa e va; come il kairòs, direbbe la Bibbia, è un tempo in cui qualcosa di speciale accade e che io devo acchiappare al volo. Giacobbe, in quella notte sulle sponde del fiume Jabbok, «rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora». Una notte di veglia e di lotta con Dio (Genesi 32,25).  Anche i pastori di Luca 2,8 accolgono l’angelo del Signore mentre «vegliavano di notte». Con il salmo di oggi preghiamo: «O Dio, tu sei il mio Dio… penso a te nelle veglie notturne». Chiunque fra noi potrebbe raccontare occasioni perdute per sonnolenza invincibile oppure vigilie insonni ed emozionate per un giorno indimenticabile.

Preghiamo.  O Dio, la tua sapienza va in cerca di quanti ne ascoltano la voce, rendici degni di partecipare al tuo banchetto e fa’ che alimentiamo l’olio delle nostre lampade, perché non si estinguano nell’attesa, ma quando tu verrai siamo pronti a correrti incontro, per entrare con te alla festa nuziale. Per Cristo nostro Signore. Amen.
Dal libro della Sapienza 6,12-16.
La sapienza è splendida e non sfiorisce, facilmente si lascia vedere da coloro che la amano e si lascia trovare da quelli che la cercano. Nel farsi conoscere previene coloro che la desiderano. Chi si alza di buon mattino per cercarla non si affaticherà, la troverà seduta alla sua porta. Riflettere su di lei, infatti, è intelligenza perfetta, chi veglia a causa sua sarà presto senza affanni; poiché lei stessa va in cerca di quelli che sono degni di lei, appare loro benevola per le strade e in ogni progetto va loro incontro.
Salmo 62. Ha sete di te, Signore, l’anima mia.
O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia,

desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua.
Così nel santuario ti ho contemplato, guardando la tua potenza e la tua gloria.
Poiché il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode.
Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani.
Come saziato dai cibi migliori, con labbra gioiose ti loderà la mia bocca.
Quando nel mio letto di te mi ricordo e penso a te nelle veglie notturne, a te che sei stato il mio aiuto,
esulto di gioia all’ombra delle tue ali.
 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési 4,13-18.
Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore.  Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.
 Dal Vangelo secondo Matteo 25,1-13.
 In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: “Ecco lo sposo! Andategli incontro!”. Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: “Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono”. Le sagge risposero: “No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene”. Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: “Signore, signore, aprici!”. Ma egli rispose: “In verità io vi dico: non vi conosco”. Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora».

UN TEMPO TRA L’INVITO E LA FESTA. Don Augusto Fontana
Il salmo 129 grida: «L’anima mia è tesa al Signore più che le sentinelle verso l’aurora, più che le sentinelle verso il mattino». Il vocabolo «sentinelle» (šomrîm) indica anche più genericamente «coloro che vegliano», forse anche i sacerdoti che nel Tempio attendono il giorno per poter presiedere – forse anche una sola volta in vita – il culto d’Israele[1]. Un colpo di sonno al volante è drammatico. Una distrazione in stazione mi fa perdere l’ultimo treno del giorno. L’occasione opportuna passa e va; come il kairòs, direbbe la Bibbia, è un tempo in cui qualcosa di speciale accade e che io devo acchiappare al volo. Giacobbe, in quella notte sulle sponde del fiume Jabbok, «rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora». Una notte di veglia e di lotta con Dio (Genesi 32,25).  Anche i pastori di Luca 2,8 accolgono l’angelo del Signore mentre «vegliavano di notte». Con il salmo di oggi preghiamo: «O Dio, tu sei il mio Dio… penso a te nelle veglie notturne». Chiunque fra noi potrebbe raccontare occasioni perdute per sonnolenza invincibile oppure vigilie insonni ed emozionate per un giorno indimenticabile. Alcune Parabole dei Vangeli sono parabole dei nostri sonni o veglie: “E’ compiuto il tempo [kairòs] e il regno di Dio è vicino” (Mc 1,15).
Il Vangelo di Matteo ha due tipi di parabole:
(1) il Regno è già presente, qui e ora, nascosto nel quotidiano della nostra vita e va scoperto;
(2) il Regno deve venire ancora e ciascuno deve prepararsi fin da ora.
La tensione fra già e non ancora pervade la vita cristiana. Abbiamo bisogno tutti di un’amica, donna Sapienza (signora Hokma’, signora Sophia), che «sta seduta alla nostra porta» e potrebbe farci diventare abili ed esperti (hakam) per stare svegli nel tempo delle nostre notti insegnandoci a procurare e conservare l’olio per le nostre lampade[2].
La parabola di oggi non è una parabola isolata; si colloca, infatti, come la seconda di quattro parabole che esprimono lo stesso pensiero e si trovano l’una di seguito all’altra[3].
– In Mt 24,45-51: Gesù parla di un servo fedele e prudente e di un servo malvagio; il primo aspetta il padrone compiendo il suo dovere, il secondo fa i propri comodi.
– In Mt 25, 1-13: Parabola delle dieci ragazze.
– In Mt 25,14 – 30 il racconto dei talenti affidati ai servi; ci sono servi che li fanno fruttare e servi che, invece, li nascondono rendendoli infecondi.
– In Mt 25,21 – 46 Gesù descrive il giudizio finale quando saranno premiati coloro che hanno dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati…..

Il tema centrale è perciò quello della VIGILANZA (stare svegli): “Vegliate (state svegli), dunque, perché non sapete nè il giorno ne l’ora” (v. 13).

LA PARABOLA DELLE DIECI RAGAZZE.
E’ una parabola ben articolata narrativamente. Con una introduzione al v.1: “Il Regno dei cieli sarà simile a dieci ragazze che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo” e un finale al v. 13: “Vegliate dunque”. Tra queste due cornici, 3 scene.
Nella prima scena  vengono  presentati  i personaggi (cinque ragazze stolte e cinque sagge) e il fatto (prendono delle lampade e alcune anche l’olio, mentre altre no; aspettano lo sposo e, nell’attesa, si addormentano tutte: vv. 2 – 5).
La seconda scena è segnata dall’annuncio (“Si alzò un grido”) dell’arrivo dello sposo, che fa emergere la mancanza dell’olio; c’è il dialogo tra le stolte e le sagge per capire come superare questa difficoltà, e infine la decisione di andare a comprare l’olio nel cuore della notte. Era poco probabile trovare l’olio di notte, ma la parabola intende appunto scuoterci attraverso tali stranezze (vv 6-9).
Infine, la terza scena comprende l’ingresso alle nozze e la chiusura della porta (vv. 10 -12).

 I PERSONAGGI E I SIMBOLI
– A) Il personaggio principale del racconto è certamente GESU’ RISORTO chiamato SPOSO. Sposo: è uno dei titoli più belli con cui la Bibbia chiama Dio. Nella conversazione con la samaritana Gesù le dice che aveva cinque mariti e che quello che aveva in quel momento, cioè il sesto, non era vero marito. Il settimo è Gesù, lo sposo vero (Gv 4, 16-18). Fin dai tempi del profeta Osea (8° secolo a.C.), cresceva nel popolo la speranza di poter giungere un giorno a una intimità tale con Dio simile all’intimità dello sposo con la sposa (Os 2, 19-20). Isaia dice che è desiderio di Dio essere il marito del popolo (Is 54), gioire con il popolo come uno sposo gioisce alla presenza della sua sposa (Is 62, 5). Questa speranza si realizza con l’arrivo di Gesù. Per la mancanza di impegno e di serietà, le cinque giovani stolte mostrarono chiaramente che ancora non erano pronte per l’impegno definitivo del matrimonio con Dio. Avevano bisogno di altro tempo per prepararsi: “State svegli“.
– B) Poi ci sono  le  ragazze  sagge  e  stolte. In che consiste la loro saggezza e la loro stoltezza?
Cinque ragazze vengono chiamate stolte, ma il testo originale greco le chiama “moraiche letteralmente si potrebbe tradurre ‘matte, pazze’, ed è lo stesso termine che l’evangelista ha adoperato, nel capitolo 7, per il ‘matto’ (moròs) che costruisce la casa sopra la sabbia (Mt 7,26: “..è simile a un uomo stolto (matto) che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, la sua rovina fu grande.”). E Gesù diceva: «Questo matto è chiunque tra di voi ascolta queste parole, gli piace il mio insegnamento, ma poi non si sogna minimamente di metterlo in pratica»[4]. Vedi anche in Luca 12, 16-21 la parabola del ricco che accumula beni: «Ma Dio gli disse: Stolto (matto!), questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita».
Cinque ragazze vengono chiamate sagge ma il testo originale greco le chiama “fronimoi” che letteralmente si potrebbe tradurre con “prudenti”. La prudenza, nel contesto di Matteo, è l’atteggiamento del discepolo che mette in conto la possibilità di una lunga attesa senza venir meno alla fedeltà del proprio compito, equipaggiandosi di conseguenza[5].
– C) Poi c’è il simbolo dell’OLIO. Ci infastidisce il rifiuto delle ragazze sagge a condividere l’olio; ma non è possibile condividere ciò che è solo tuo. La fedeltà allo sposo fa parte del rapporto personale di ciascuna con lo sposo, non può essere ceduta. Se io non dico “si” allo sposo (Dio) nessun altro potrà farlo per me.
– D) Poi c’è il sonno delle ragazze. Tutte e dieci “si assopiscono”. E’ la condizione frequente di noi discepoli, nessuno escluso: «Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza» (Luca 22,45); «Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno» (Luca 9,28-36).
– E) Infine c’è il rigido rifiuto da parte dello sposo: “Non vi conosco” e la porta non viene aperta a chi bussa. Facendo un confronto tra la parabola delle dieci ragazze e la parabola del Padre misericordioso (Lc 15,11-32) si potrebbe vedere un certo contrasto tra i due brani.
Nikos Kazantzakis – un romanziere greco -, in un suo libro, fa raccontare a Gesù la parabola delle dieci ragazze in una maniera che è più in sintonia con quella del padre che abbraccia il figlio scapestrato, e forse più in sintonia anche con la nostra sensibilità. Lo sposo, sentendo le ragazze stolte bussare e gridare, si commuove, fa aprire la porta, e dice: entrate, facciamo tutti festa, rallegriamoci; anzi fa lavare i piedi alle cinque ragazze stolte perché si sono infangati durante la ricerca dell’olio nella notte. Alla fine noi  saremo  stupiti  della  sua  capacità  di accoglienza[6]. La soluzione del romanziere è ovviamente più piacevole della conclusione della parabola di Matteo, tuttavia non tiene conto della serietà del Regno.
Gesù dice: “in verità non vi conosco” ed è lo stesso che Gesù ha detto a quei discepoli che lo avevano assicurato dicendo: “nel tuo nome abbiamo profetato, abbiamo scacciato demoni, compiuto prodigi” (Mt 7,22: “Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome?”) e Gesù dice: “non vi conosco”. Gesù non conosce chi, usando il suo nome, compie cose straordinarie, ma chi compie la volontà del Padre.
Lo stesso Dio che con pazienza fino all’ultimo giorno concede alla “zizzania” l’opportunità di trasformarsi in “grano” non perdona alle ragazze stolte il loro comportamento, la leggerezza con cui non solo non si sono procurate olio di scorta ma anche quella di essere andate via a cercarne altro quando ormai il suo arrivo era imminente. Se fossero rimaste e gli avessero chiesto perdono? La parabola delle dieci ragazze esprime delle esigenze a cui non possiamo venire meno, esigenze che sottolineano la necessità di vivere la Parola in prima persona e non per delega.

Padre, donaci Gesù tua Sapienza che ci renda abili a custodire l’olio della preghiera e dell’amore nella lampada dei nostri giorni, perché non diventino giorni bui e non ci capiti di addormentarci mentre ti attendiamo.
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[1] David Maria Turoldo – Gianfranco Ravasi. I SALMI, traduzione poetica e commento. Mondadori.
[2] G.Cesare Pagazzi, Questo è il mio corpo, EDB, 2017, pagg. 27-32.
[3] Prendo spunto da una Lectio del Card. Martini nel 1999 presso la facoltà di medicina alla Cattolica di Roma.
[4] Padre Alberto Maggi
[5] A.Mello, Evangelo secondo Matteo, Ed. Qiqajon, pag.431-432
[6] Lidia Maggi, L’evangelo delle donne. Figure femminili nel Nuovo Testamento, Claudiana 2014.

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