Confiniamo la fede nelle abitudini e allora ci stupiamo di non riuscire più a trovare Dio come al solito. Ma pare che Dio non sia mai «come al solito».
Liturgia
Una donna di un altro paese e di un’altra religione, in un certo senso, “converte” Gesù.
Storie di discepoli di allora, ma di fatto storia dei nostri sghembi itinerari pasquali e battesimali.
Prima che di pane eucaristico o eterno qui sembra trattarsi di pane quotidiano. Ma dentro a questo benedire, spezzare e distribuire Matteo nasconde il memoriale della Cena pasquale.
Paolo aveva scritto: «Tutte queste cose che prima avevano per me un grande valore, ora che ho conosciuto Cristo, le ritengo da buttar via».
Il problema della chiesa primitiva: erano presenti santi e peccatori, giusti ed eretici. Come oggi. Chi ci dà il titolo di togliere speranza di conversione?
Inizia con questa domenica, e per tutto il mese di luglio, il “discorso in parabole” del cap. 13 del vangelo di Matteo.
Sono felice («Ti benedico, Padre») per Lui, Dio Padre-Madre, che si china sui suoi piccoli e sono felice per loro («Beati voi»), che sentono la sua carezza materna, il suo forte abbraccio paterno, i suoi sussurri rivelanti storie che fanno sgranare occhi stupiti e tranquillizzano animi inquieti e vite agitate.
Dunque a chi viene chiesta la radicalità del Vangelo di oggi?
Nessuno può esigere da noi che releghiamo la religione alla segreta intimità delle persone, senza alcuna influenza sulla vita sociale e nazionale, senza preoccuparci per la salute delle istituzioni della società civile, senza esprimersi sugli avvenimenti che interessano i cittadini(Evangelii gaudium, 183)


