SOBRIETA’
Lilia Sebastiani

SOBRIETA’

Lilia Sebastiani (ROCCA 01/11/07)

Virtù desueta, riportata in auge tal­volta (mai però definitivamente) da fasi difficili del­l’economia pubblica. La negativi­tà delle circostanze non aiuta, è chiaro, una sua comprensione positiva. La sobrietà non è comunque sino­nimo di povertà o qualcosa del genere, anzi la riflessione sulla sobrietà come valore ha senso e diviene possibile solo in un conte­sto sociale ‘ricco’, evoluto, complesso. È sinonimo di rinuncia? In parte sì – per­lomeno in quanto implica anche una libe­ra e consapevole rinuncia allo spreco -, ma non ha nulla di punitivo; in ogni caso, l’eventuale rinuncia è il risultato di un pro­cesso interiore di discernimento, di armo­nizzazione.
Sobrietà, virtù creativa.
Si tratta soprattutto di una scelta, un fatto di stile. E significa dare la priorità alle scel­te importanti e di valore. Questo può av­venire quando si pianifica il proprio bud­get, ma anche quando si riflette in un or­dine più vasto: essere sobri significa infat­ti saper discernere i veri valori – economi­ci, umani, spirituali – e stabilire delle prio­rità che rispettino in ogni caso il primato della persona umana. Non si possono offrire descrizioni, model­li standard, ‘ricette’ di sobrietà; non è pos­sibile misurarla, ancor meno possibile poi misurarne il merito. Forse una volta parlare di queste cose, in particolare dei peccati e delle virtù, era più semplice, più lineare, solo perché più sem­plice (non diciamo più facile!) era la vita, e poteva meglio esprimersi in riflessioni ‘in bianco e nero’ che oggi ci sembrano sem­plicistiche. Nel nostro tempo è diventato difficile: perché bene e male sono infinita­mente complessi e non possiamo non scor­gere talvolta qualcosa di bene nel male ­quanto a intenzioni ed esigenze – e qual­cosa di male nel bene quanto ai mezzi scelti o al fine con cui si agisce. Possiamo solo richiamare alcune linee di riferimento: coscienza, intelligenza e creatività perso­nale restano al centro e non potrebbe es­sere diverso. A volte fare delle cose secondo uno stile esemplarmente ‘sobrio’ non è interamente buono, anche se la cosa in sé fosse molto buona; perché talvolta quell’agire sobrio può essere ostentazione, che è tutto il con­trario della sobrietà. La sobrietà deve essere … sobria, quindi evitare gli eccessi, gli orpelli, le cadute di gusto, anche a proposito di se stessa. La so­brietà esagerata non è più sobrietà, ma pauperismo, squallore, fanatismo: tutti fe­nomeni sottilmente esibizionistici, che una volta fecero dire a qualcuno di cui non ri­cordiamo il nome che vi è più sobrietà (for­se la parola era diversa, ma analogo il pen­siero) in chi mangia solo caviale perché ne è ghiotto, che in chi mangia solo pane raf­fermo per partito preso. E talvolta, qui le cose cominciano a com­plicarsi seriamente, cose e atteggiamenti che in apparenza non potrebbero dirsi tan­to sobri, possono esprimere scelte essen­ziali, semplici, rispettose degli altri e del mondo …Il fatto è che la sobrietà non può esistere senza amore, senza discernimento. Come non può esistere senza bellezza.
Sobrietà, bellezza, eleganza.
Bellezza ed eleganza non sono escluse da uno stile di sobrietà, anzi oseremmo dire che vi sono irrinunciabili. La sobrietà è un valore, umanizza la con­vivenza umana, deve essere bella. Se in­forme e grigia, non è un valore e non può trasmettere il suo messaggio: un messag­gio di vita intensificata nei fondamenti e nel senso, non certo di vita impoverita. Perciò non è separabile dalla bellezza – anzi dall’ eleganza. E sappiamo che questo ter­mine può dar fastidio a qualcuno perché è troppo compromesso con i sistemi commer­ciali e manipolatori della moda e della pub­blicità, che notoriamente devono far leva sul senso di inadeguatezza degli utenti, e crearlo se non ce n’è abbastanza, non già allo scopo di rendere il mondo più elegante e più bello, bensì allo scopo di vendere quan­to più è possibile un certo prodotto.
La vera eleganza, come in teoria sanno tutti o quasi, non è appariscente, non deriva da un accumulo di accessori, di gioielli, o di firme; anzi, per sua natura, non può esse­re limitata a quanto si porta addosso. È fatta anche di gusto, di classe, di cortesia, di cultura, tutte cose senza le quali si po­trà al massimo essere ben vestiti e/o mo­daioli, rispettare tutti i dettami in vigore in una certa epoca e in un certo ambiente per quanto riguarda il modo di vestire, ma forse eleganti no.  E l’eleganza non si limita alle apparenze, anche se le coinvolge nell’insieme del mes­saggio. Se tutto il nostro modo di essere, e di ap­parire – sì, perché il nostro ‘fuori’ dovreb­be essere sacramento della nostra interio­rità, nonostante il limite e la perenne ina­deguatezza; anzi proprio per quello – non testimonia che scegliere la sobrietà signi­fica scegliere il meglio, in tutti i sensi, non abbiamo reso un bel servizio alla sobrietà, non ne siamo buoni testimoni…, o voglia­mo dire testimonial, per usare un termine del linguaggio pubblicitario? Etimologicamente l’aggettivo sobrius si oppone a ebrius, ‘inebriato’ – di vino o d’al­tro -, quindi senza controllo, eccessivo, sregolato, agitato… Da un certo punto di vista viviamo in una società ‘ebbra’, o che cerca di esserlo per sfuggire al grigiore e all’accidia (che cos’altro è la cultura dello ‘sballo’, dopotutto?). Una società protesa verso l’apparire e il consumare sempre di più, malata di apparenza, di narcisismo, di edonismo senza piacere, di efficientismo vuoto. Così potrebbe interessarci l’idea della so­brietà come declinazione nuova e più ac­cettabile della ‘temperanza’ (altra virtù desueta benché illustre, che sta nel qua­drivium delle virtù cardinali). Ma sobrietà e temperanza non sono la stessa cosa. La sobrietà parla soprattutto di cose, di beni e del modo di usarle, la temperanza coin­cide solo in parte e si riferisce anche e so­prattutto al dominio delle passioni. La riflessione sulla sobrietà nell’uso dei beni è un tema molto classico, le cui argo­mentazioni di fondo sono note a tutti; ma oggi appare come un ‘lavoro in corso’, per­ché la situazione è cambiata, le nostre co­noscenze ed esigenze, le istanze espresse e inespresse del mondo sono cambiate. Un esempio prosaico ma eloquente, dalla vita di ogni giorno: un caso, almeno nelle sue manifestazioni estreme, molto indaga­to dagli psicologi e anche da quei manuali di auto-aiuto che nei nostri tempi spunta­no veramente come funghi, offrendo tal­volta un’utile nocciolina di saggezza nasco­sta dentro un guscio di ovvietà così spesso e resistente che talvolta si vede solo quel­lo. Il caso, diciamo, di una persona ‘sobria’, o che comunque si considera o vorrebbe essere tale, che non getta mai via un og­getto vecchio (di qualsiasi genere; il caso degli indumenti è particolarmente istrut­tivo) perché – dice – «è ancora in buone condizioni», «potrebbe ancora essere uti­le» e via dicendo. Spesso le condizioni non sono affatto buone, le linee sono assoluta­mente fuori moda, il colore sbiadito; op­pure l’indumento stesso si riferisce a un’età e una conformazione fisica che non sono più quelle attuali. Spesso si accumulano così vere e proprie fatiscenti collezioni di roba vecchia che non può né ‘vivere’ né essere eliminata e neppure venire riciclata. È sobrietà que­sta? O forse è quasi il suo contrario, una forma di intasamento non solo dei propri spazi ma dell’esistenza?
Sobrietà e solidarietà.
La sobrietà è virtù relazionale: del resto crediamo che nessuna virtù, se vissuta in modo individualistico, sarebbe una virtù. Relazionale soprattutto in quanto pone l’accento sul valore dell’essere, del dare, sull’importanza dei legami veri e delle vere soddisfazioni, che presuppongono un con­testo di amore e di rapporti. Soprattutto dice uno stile di vita sostenibile e fraterno, libero dalla schiavitù del possedere, del consumare, dell’esibire; è recupero di un atteggiamento disinteressato, gratuito, estetico, stupore per la bellezza vera. La sobrietà è ricerca di qualità della vita, qualità dei rapporti, qualità dell’amore. Implica e richiede uno stile di vita perso­nale e collettivo meno ‘dissipato’ (notia­mo la doppia valenza!), più pulito, più so­lidale, più rispettoso dei poveri e della natura e delle stagioni, anche più ‘lento’ talvolta ma più intenso, più libero e libe­rante. Potrebbe significare un po’ meno illumi­nazione delle strade – la necessità di ve­derci bene è fuori discussione, ed è anche necessaria alla sicurezza, ma certe lumi­narie folli e disturbanti non servono a nul­la, non sono nemmeno belle da vedere; gli addobbi natalizi in città ai primi di novem­bre non hanno senso, servono solo a svuo­tare di senso la festa inflazionandone i se­gni nel tempo non festivo. Potrebbe voler dire un uso più saggio del riscaldamento e del condizionamento d’aria; la ricerca del benessere è giusta, mi­gliora la qualità della vita, del lavoro e an­che la vita interiore, ma perché negli inter­ni si dovrebbe giungere ad annullare il cli­ma di fuori e a dimenticare la stagione? Soffocare dal caldo in inverno o aver fred­do d’estate, non è nemmeno più un comfort, ma un’irragionevole schiavitù: implica un grande dispendio di denaro e di energia, e fa tutt’altro che bene alla sa­lute. È giusto e doveroso partire dall’attenzione ai propri consumi privati, ma guai a fermar­si lì, alla micro-sobrietà che ci fa sentire così ‘a posto’, lasciando però indisturbata la cul­tura dello spreco, dell’inquinamento e del­la follia auto distruttiva intorno. Siamo sempre più consapevoli della com­plessità dell’ economia, della ricaduta so­ciale e planetaria di ogni nostra scelta. E non è sempre un alibi di comodo, se subi­to ci chiediamo: consumare di meno non potrebbe significare contrazione di posti di lavoro? Consumare di meno, quindi pro­durre di meno, ergo guadagnare di meno, potrebbe essere una scelta legittima e so­stenibile per alcuni di noi, singolarmente; ma non significherebbe anche riduzione delle imposte, quindi meno denaro dispo­nibile per i servizi pubblici? Passare dal­l’economia della crescita all’economia del limite sarebbe conciliabile con una vita più autentica e sicura per tutti oppure aprireb­be problemi più gravi, oppure resterebbe pascolo riservato – anche se rigorosamen­te biologico! – di alcune pochissime ani­me belle, senza alcuna ricaduta sullo stile di vita complessivo? Non abbiamo una risposta pronta per l’uso, ma è importante sottolineare che sobrietà è discernimento, consapevolezza e impe­gno per la condivisione: è un modo di es­sere prima che una riduzione dell’ avere. Un vivere sobrio significa anche libertà dal bisogno di superfluo che intasa la nostra vita e i nostri spazi non meno del nostro spirito. Ma certo ‘rinunciare’ al superfluo non basta, e non amiamo questa espres­sione perché declinata in negativo. Occor­re un supplemento di riflessione sul no­stro quotidiano, in tutte le sue dimensio­ni. E forse questo a qualcuno potrebbe sembrare complicato, artificioso, mentre è ricerca di senso e un modo di dare mag­gior sapore alla vita. Significa anche acquisire progressivamen­te la capacità di distinguere tra i bisogni autentici e quelli imposti. Significa dare valore e importanza al proprio corpo, non solo in modo teorico ma nel quotidiano; significa anche trattarsi bene, insomma, ma senza ridurre tutto alla superficie e senza trascurare le esigenze, affettive, spi­rituali, intellettuali. .. Anche il nostro cor­po del resto si ribella, quando viene ridot­to alla superficie, all’esteriorità. Negli anni Settanta per un certo tempo si parlò molto di ‘austerità’, per rispondere a un momento difficile dell’economia con­nesso con una crisi energetica. Poi non se ne parlò più, anzi con gli anni Ottanta l’ostentazione, il lusso vero o apparente tornarono a ‘fare tendenza’, come si dice. L’austerità è sinonimo di sobrietà? Anche se l’uso delle parole non è univoco, cre­diamo di no: l’austerità si configura so­prattutto in negativo, come rinuncia e ri­strettezza, mentre la sobrietà è un valore positivo. Evolvendosi in sobrietà l’auste­rità si converte, si affina e diventa più sor­ridente e convincente. La sobrietà riguarda il rapporto con le cose, spesso fiorisce a partire dalla rifles­sione sulle cose, ma va oltre: coinvolge il rapporto con se stessi e con gli altri, con il tempo, con la proprie corporeità e anche con Dio. Significa edificare un modo di vivere non competitivo, non affannoso e caratteriz­zato da cronica mancanza di tempo, come troppo spesso è il nostro, anche quando sia povero di frutti o magari vuoto; un modo di vivere che non sia caratterizzato dall’effimero. Sì, il tempo è centrale nella riscoperta della sobrietà. Proporsi sempli­cemente di consumare di meno o di ridur­re i propri bisogni non condurrebbe molto lontano. La sobrietà implica scoprire o ri­scoprire il gusto del tempo che passa, la ri­scoperta degli scambi amichevoli, della re­lazione e insieme del silenzio. La capacità di lavorare con amore, senza diventare auto-forzati del lavoro, e insieme di vivere profondamente il riposo e la festa, di ricer­care l’autentico nutrimento per lo spirito.

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