Quarta Domenica di quaresima – 31 marzo

4 Domenica quaresima C
LASCIATEVI RICONCILIARE
Don Augusto Fontana

Preghiamo: O Dio Padre buono e grande nel perdono, accogli nell’abbraccio del tuo amore, tutti i figli che tornano a te con animo pentito; ricoprili delle splendide vesti di salvezza, perchè possano gustare la tua gioia nella Cena pasquale dell’Agnello. Per Cristo nostro Signore. AMEN

Dal libro di Giosuè 5,9-12
In quei giorni, il Signore disse a Giosuè: «Oggi ho allontanato da voi l’infamia dell’Egitto». Gli Israeliti rimasero accampati a Gàlgala e celebrarono la Pasqua al quattordici del mese, alla sera, nelle steppe di Gerico. Il giorno dopo la Pasqua mangiarono i prodotti della terra, àzzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno. E a partire dal giorno seguente, come ebbero mangiato i prodotti della terra, la manna cessò. Gli Israeliti non ebbero più manna; quell’anno mangiarono i frutti della terra di Canaan.

Sal 33 Gustate e vedete com’è buono il Signore.
Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.
Io mi glorio nel Signore:
i poveri ascoltino e si rallegrino.
Magnificate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.
Ho cercato il Signore: mi ha risposto
e da ogni mia paura mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti,
i vostri volti non dovranno arrossire.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo salva da tutte le sue angosce.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi 5,17-21
Fratelli, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove. Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio. Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio.

Dal Vangelo secondo Luca 15,1-3.11-32
In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

LASCIATEVI RICONCILIARE
Don Augusto Fontana
Come il termine CONVERSIONE, anche il termine RICONCILIAZIONE si è deteriorato a forza di “tenerselo in bocca” anzichè “inghiottirlo” in alcune scelte precise di vita.

Giosuè 5,9-12: Dio dona all’uomo una patria e una Pasqua.
Ho allontanato da voi l’infamia d’Egitto. <La liturgia di oggi parte subito col piede sbagliato>, mi disse alcuni anni fa un confratello che predicava la conversione della mente e del cuore ad un gruppo di pie signore dell’aristocratico Rotary e che non voleva sentir parlare del Dio troppo politicizzato dell’Esodo. «Il cuore, caro don Augusto, il cuore e la mente bisogna convertire!», mi diceva davanti all’Agenzia di viaggi dove aveva prenotato una vacanza cultural-religiosa alle Maldive. Ed io, gli ripetevo che potrò dire di essere ritornato a Dio solo quando il mio cuore e la mente si porteranno dietro, per essere restituiti, petrolio, caffè, cacao, tantalio, oro, diamanti rubati ai miei schiavetti che lavorano, per me e per i miei amici, in Costa d’Avorio, in Brasile, in Somalia. Saremo riconciliati quando Dio ci defrauderà del potere di indebitare i popoli e di pagare sottocosto il lavoro delle loro mani e il prodotto del loro suolo. E i poveri si riconosceranno pienamente riconciliati nel momento in cui sarà riscattata la vita infame di chi non ha autosufficienza economica ed autodeterminazione politica. L’infamia d’Egitto era l’infamia della mancanza di un luogo dove riconoscersi popolo riunito. Nel deserto erano state superate mormorazioni e tentazioni nostalgiche, idolatrie e lotte fra tribù. Ora Dio ha raccolto questo popolo come si raccoglie una ragazza denudata, violentata e picchiata a sangue ai margini di una strada e le ha dato una casa accogliente, nuova dignità, abiti puliti, gioielli; con la speranza che con questi doni non vada poi a prostituirsi (leggi, per cortesia, i capitoli 2 e 11 di Osea). Celebrarono la Pasqua a Galgala. La celebrazione liturgica a Galgala nasce dopo un evento constatato: Dio ci ha liberati dall’infamia dell’Egitto. Ogni liturgia che non nasce da eventi storici precedenti è simile ad un abito appeso al porta-abiti nell’armadio. Inizialmente la constatazione della paternità liberante di Dio si celebrava in famiglia (Esodo 12), successivamente si celebrerà in località occasionali (Galgala significa, in ebraico “circolo di pietre”) in cui verranno costruiti poi dei “santuari” (Deuter.16). L’usanza di celebrare la Pasqua era anteriore alla liberazione dall’Egitto ed era una festa di pastori che celebravano le primizie dei greggi nella prima notte di luna piena del mese primaverile di Nisan. Successivamente la Pasqua divenne una festa degli agricoltori che celebravano le primizie della terra mangiando le schiacciatine azzime di farina non lievitata dette, in ebraico, massòt (ַמ ֹצּות ). Nel testo della liturgia odierna si fondono i motivi tradizionali con la nuova constatazione della liberazione dall’infamia. Ormai Israele pare diventato adulto: Dio fa smettere la manna ed il popolo dovrà coltivarsi il proprio pane togliendolo dalla fecondità della terra che gli è stata donata.La Chiesa continua a celebrare, alla domenica, la constatazione della liberazione dalla sua infamia (quale?), mangiando il pane azzimo eucaristico che ci fa compagnia in questa terra (il Regno di Dio) ormai raggiunta, ma mai conquistata definitivamente.

Luca 15, 1-3. 11-32: Dio dona all’uomo una relazione.
Nel Cap. 15 di Luca ci sono tre Parabole…con un cappello (Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro»). La simpatia di Gesù per gli esclusi dal circuito sociale e religioso, costituisce uno dei temi centrali di Luca. I giudei osservanti di ieri e di oggi vogliono che Dio sia severo con i peccatori e che, di conseguenza, i peccatori paghino un prezzo di penitenza per ritornare nella comunità. Non accettano quindi questo Gesù permissivo e lassista. Contro questa incriminazione risponde Luca con il suo Capitolo 15 detto anche “il Capitolo dei perduti”: la pecora smarrita, il denaro perduto, il figlio scappato. Tutte e tre le Parabole hanno alcuni punti in comune: innanzitutto sono tutte una risposta alle critiche di “chi si credeva nel giusto” (Lc.18,9), tutte sono percorse dall’invito alla gioia, in tutte si gioca sul contrasto “perdere-trovare”. Questo capitolo 15 è un vangelo nel vangelo; e la Parabola del Padre misericordioso viene considerata il culmine del messaggio di Luca. Il vero centro della parabola è l’invito del Padre: <Facciamo festa!>.
E’ la parabola del Padre più che del figliol prodigo o del fratello maggiore. Radice del peccato comune dei due figli è la cattiva o distorta opinione sul Padre: l’uno, per liberarsene, instaura la “strategia del piacere” che lo porta ad esprimere la ribellione e la dimenticanza verso il Padre e la degradazione verso se stesso; l’altro, per imbonirselo, instaura la “strategia del dovere” con una religiosità servile che sacrifica la gioia di vivere restando un burocrate della virtù senza un guizzo di vita. L’intento primario della Parabola, visti anche i versetti introduttivi al Cap.15, è di portare il fratello maggiore ad accettare che Dio è misericordia.
Emergono anche altre due intenzioni: quella di indurre i fratelli, maggiori o minori, a passare dall’attenzione verso l’io all’attenzione verso Dio e quella di indurre i fratelli a convincersi che devono comunque convertirsi sia dalla delusione per le proprie debolezze che dalla presunzione della propria giustizia. Dio ci ama non perchè siamo buoni, ma perchè Lui è Padre. E c’è un equivoco di fondo: nessuno dei due ha capito suo padre. Il figlio minore, ritornando, gli chiede di essere trattato come “uno dei servi”; il figlio maggiore gli ricorda “io ti servo da tanti anni”.
Un padre ha generato figli che si sentono servi. La Parabola inizia col fratello minore, termina col fratello maggiore ed ha, al centro, il Padre che adottando la strategia della misericordia invita ad assumere la stessa strategia, come Luca aveva già ricordato nel cap. 6,36: “Siate misericordiosi perché (καθὼς=cathòs) è misericordioso il Padre vostro”.
La Parabola è movimentata da entrate e uscite di scena: partenza e ritorno del minore, uscita del Padre verso il minore che rientra, rifiuto del maggiore di entrare, uscita del Padre verso il maggiore.
Dal punto di vista psicologico emerge che il minore pare non abbia, inizialmente, dei sentimenti, ma solo dei bisogni; di fatto usa spesso la parola “Padre” prima, durante e dopo la fuga; il maggiore, invece non usa mai la parola “Padre”. Il Padre manifesta invece sentimenti di commozione e di gioia che vuole condividere ed espandere.

La nostra eredità. Al figlio minore spettava, vivente il padre, il possesso, ma non l’uso, di un terzo del patrimonio liquido. Il figlio della parabola rivendica oltre ai soldi anche l’indipendenza, in quanto vede nel padre un antagonista. In questa rivendicazione si vede chiaramente, in filigrana, la vicenda di Adamo: il peccato sta nel voler rubare ciò che è lì a disposizione come dono. L’eredità donataci, poi, da Dio sarà ben superiore alle nostre attese: oltre alle sue cose, dona se stesso. Le cose che i due figli chiedono (soldi e capretti) sono meschine e inferiori a quanto di fatto viene loro dato.
Il minore scappa portandosi via tutto e lasciando in casa l’amore del padre, ritenuto un bene inservibile e non spendibile. Il capitale si consumerà presto e vi sarà carestia di beni essenziali; tutte le sue sostanze verranno meno, anche la sua “sostanza” di figlio e di uomo. Allora incomincia il bisogno. Domenica scorsa abbiamo visto Mosè che si avvicina a Dio “per curiosità”; oggi vediamo un uomo che ritorna a Dio per “bisogno”. Sembrerebbero due sentieri poco ortodossi per camminare verso Dio eppure così sappiamo che l’importante non è starsene seduti, ma incominciare ad avvicinarsi a Lui.
Dal Padre al padrone al Padre. Nel versetto 15, il testo greco di Luca usa un termine strano ed interessante. La traduzione italiana dice “si mise a servizio” ; il testo greco usa il termine”ecollethe”(ἐκολλήθη) che potrebbe essere efficacemente tradotto con “andò ad incollarsi a…”. Chi emigra da Dio, sua vera casa, va ad “incollarsi” ad un estraneo al quale cede la propria libertà. Chi aveva sofferto della vicinanza del Padre, va a servire padroni stranieri. Respinto Dio, che lascia liberi anche quando si sbaglia, si va a servire necessariamente l’idolo. L’uomo non è ateo: è idolatra. E l’idolo lo prende a proprio servizio assimilando l’uomo a sè e mandandolo a servire le proprie porcherie. L’idolo sazia per un momento, ma poi la fame profonda ritorna a far sentire i propri stimoli. Allora l’uomo può avere l’occasione se non di pentirsi, almeno di rinsavire. Prima era fuori di sè; ora “rientra in se stesso e pensa”. Oggi diciamo che stiamo tutti male perchè abbiamo costruito la nostra vita su valori fasulli o falsi valori, sulla disumanità.
Per 5 volte il figlio pronuncia la parola “Padre” con una nostalgia che gli serve per mettersi in moto “scollandosi” dall’idolo.
Il Padre dal figlio minore al figlio maggiore. In rapida successione vengono elencati i verbi della…conversione del Padre: vide, si commosse, scese. Erano i verbi del Dio di Mosè di domenica scorsa. Sono i verbi del Buon Samaritano.

Nel Libro del profeta Giona (cap.3, vers.9) c’è un’espressione sorprendente: Dio, vedendo il pentimento degli abitanti di Ninive, “si convertì”.
E’ probabile che l’unico convertito, in questa Quaresima, sarà Dio il quale “tornerà a voltare il suo volto verso di noi, commovendosi, abbracciandoci e baciandoci “.
“Mi baci con i baci della tua bocca” dice il Cantico dei cantici (1,2): tutti i doni di Dio sono contenuti ed espressi da questo bacio che trasmette il soffio dello Spirito Santo e la saliva della creazione di Adamo o della guarigione del cieco nato. Con questo bacio viene ricreato un uomo e gli vengono aperti gli occhi e riscaldato il cuore.
La vestizione liturgica con abiti nuovi diventerà il segno che è nato un nuovo Adamo: “Quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo” (Galati 3,27).
E tutti i doni confluiscono nella festa del Banchetto eucaristico dove si proclama il motivo del brindisi: “perchè questo mio figlio era morto ed ora rivive, era perduto ed ora è ritrovato”.
In rapida successione vengono anche elencati i verbi del figlio maggiore: udì, si informò, si arrabbiò, non voleva entrare. Come è facile constatare, sono i verbi contrari a quelli del Padre. Il figlio maggiore riconosce il Padre, ma non il fratello: “questo tuo figlio”. E il Padre non accetta la sua furbizia grossolana e gli riconsegna un fratello: “Questo tuo fratello”.
E il Padre introduce un motivo per partecipare all’Eucarestia: “Fallo per me, con-gioisci con me. Dimenticati. E vieni anche tu, perchè finchè manca uno non riuscirò a godere pienamente della festa”. Dopo 2000 anni non sappiamo ancora se il figlio maggiore andò a sedersi a tavolo nè se si lasciò abbracciare e abbracciò. La Parabola resta aperta a chi le vuol dare seguito e conclusione.

2 Cor. 5,17-21: Dio dona all’uomo una personalità.
La lettura biblica di Paolo ci aiuta ad approfondire il messaggio della Parabola.
Si annuncia una ristrutturazione della personalità e dell’autocoscienza dell’uomo, attraverso la riconciliazione con Dio in Cristo. Quando una persona si arrabbia in modo esasperato, si alterano tutti gli equilibri psicologici tanto che il linguaggio popolare dice: < E’ fuori di sè!>. Ecco, questa è, per Paolo, la condizione normale dell’uomo nella sua alienazione da Dio, da se stesso e dai fratelli. Siamo uomini bisognosi di “tornare in sè”, di “tornare a casa”.

Riconciliazione.
1)L’essere una creatura nuova deriva dall’essere uomini riconciliati. (v.17-18).
2) Il soggetto del verbo “riconciliare” è prima di tutto Dio il quale riconcilia noi, il mondo, gli uomini. Come attua, Dio, la Sua riconciliazione?: impastandoci nella esistenza crocifissa di Cristo; non tenendo conto dei nostri sbagli; affidando agli uomini la parola e il servizio del perdono.
3) Anche gli uomini diventano veicoli e soggetti di riconciliazione:”Cancella i debiti che abbiamo con te affinchè anche noi sappiamo cancellare i debiti che gli altri hanno con noi”.
4) Tutta questa manovra di riconciliazione si scarica sulla persona di Gesù. Il testo greco di Paolo, al versetto 21, descrive Cristo usando un’espressione che, tradotta letteralmente, suona quasi blasfema: “Dio Lo fece peccato”. Il fratello maggiore della Parabola aveva preso le distanze dal fratello minore sciagurato; Gesù invece si è immedesimato nella colpa del fratello minore, se ne è fatto corresponsabile, lo è andato a cercare tornando ambedue infangati a farsi rivestire e festeggiare dal Padre.
Per questa riconciliazione a caro prezzo, Paolo supplica: Lasciatevi riconciliare con Dio per mezzo di Cristo e del nostro abbraccio.
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