Il Vescovo di Parma l’8 gennaio 2021 ci ha consegnato questa domanda: «Dobbiamo chiederci cosa cambierebbe nella nostra vita e nelle famiglie se non fossimo battezzati»; e ha aggiunto: «Non dobbiamo chiudere a chiave la fede relegandola a un fatto privato, perché ha una importante valenza sociale e politica». Gesù, infatti, da quel giorno inizia la sua vita pubblica di Rabbi raccogliendo una piccola comunità messianica.
Liturgia
Vi sono due coordinate che consentono di individuare il luogo in cui si trova il Messia: la stella e la Bibbia. La stella che rappresenta i segni dei tempi, le occasioni della storia e anche, più banalmente, i casi della vita. E’ il linguaggio silenzioso delle cose. La stella conduce vicino all’evento messianico, ma da sola non raggiunge il bersaglio: occorre anche la verifica della Santa Scrittura. I magi non vanno direttamente a Betlemme, si fermano a Gerusalemme. E’ da Gerusalemme che esce la Parola del Signore. Solo nella congiunzione fra la stella apparsa ai pagani e la parola custodita da Israele è possibile individuare l’evento del messia. La stella conduce alla Scrittura e la Scrittura riattiva la stella: insieme conducono al luogo dove si trova l’Emmanuele, il Dio-con-noi.
Vangelo immenso che ci impedisce piccoli pensieri. Per assicurarci che c’è un senso, un progetto che ci supera, che non viviamo i nostri giorni solo attorno al breve giro del sole, che non viviamo la nostra vita solo dentro il breve cerchio dei nostri desideri. Ma che c’è come un’onda immensa che viene a infrangersi sui nostri promontori e a parlarci di un Altro, che è Primo e Ultimo, vita e luce del creato.
Chiediamo la benedizione di Dio sull’anno nuovo, sui nostri progetti, le attività quotidiane, gli incontri, il lavoro. “Benedire” (che deriva dal greco “eu-loghia”) significa “dire bene”. Se Dio ci bene-dice, vuol dire che dice-bene-di-noi: è contento, approva ciò che stiamo facendo. Questo è il sogno di ognuno di noi: avere il favore di Dio. In fondo: “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rom 8,31). Dio talvolta “dice-bene-di-noi” (benedice).
Tutta la scena centrale nel Tempio rischia di far passare in secondo piano due righe finali della catechesi di Luca: « fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzareth. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui». E per 30 anni non si saprà quasi più nulla. Siamo stati salvati anche da questi 30 anni a Nazareth.
Luca procede narrando una liturgia di gesti, di rivelazioni, di riti, di silenzi, di canti. I cinque sensi del nostro corpo sono coinvolti nella meditazione e nella celebrazione di questo evento. Qui incomincia la sinfonia dei sensi a dirci che il mistero di Dio viene raccolto da noi, uomini e donne concrete, che hanno dei recettori sensibili e delle porte aperte sull’infinito. Perché i nostri sensi, la nostra materia è così: porta aperta sul mistero.
Ultima domenica di Avvento, a ridosso della Festa dell’Incarnazione. Tempi di affollamento dei supermarket e dei nuovi santuari delle cose. Tempi di lockdown vuoti di mistero e di rapporti. Oggi le chiese hanno più banchi vuoti, le case odorano di fritture. E il Signore parla ugualmente a chi lo vorrà ascoltare in una piccola tenda o in un piccolo villaggio del cuore.
Un’antica tradizione francese provenzale pone in ogni presepe, tra le statuine, quel personaggio che si chiama IL MERAVIGLIATO: egli non fa altro che allargare le braccia e spalancare gli occhioni su quel bambino. Arriva davanti a Gesù con le mani vuote; si dice che gli altri lo rimproverino, ma Maria gli dice: «Non ascoltarli. Tu sei stato messo sulla terra per meravigliarti. Il mondo sarà meraviglioso, finché ci saranno persone come te, capaci di meravigliarsi».
Scelti in Cristo per essere santi e immacolati nella carità (Efesini 1).Oggi è festa di Gesù, santo, immacolato nella carità, figlio di Dio fin da prima della creazione del mondo. Ugo di San Vittore si esprime così: “Tutta la divina Scrittura costituisce un unico libro e quest’unico libro è Cristo, parla di Cristo e trova in Cristo il suo compimento” (De arca Noe, 2, 8). Noi oggi, come scriveva l’evangelista Giovanni (1,14), contempliamo “la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”. Noi oggi celebriamo la nostra liturgia con Gesù, uomo come noi “escluso il peccato”(Eb 4,15-16). Sì, il mio occhio si ferma su Gesù, concepito uomo immacolato, figlio santo, fratello giusto.
I gufi sono solenni, regali, ma sono bestiacce della notte, delle macerie e dei paesaggi desolati. Come gli avvoltoi che planano su carogne. Lo confesso: non amo una chiesa lagnosa che piange sul proprio ombelico purulento né quella che gufa su problemi e moralizza su disgrazie, tuona da balconi o da pulpiti su cuori già devastati e gambe infiacchite e piedi sanguinanti. Preferisco i galli, anche quelli che svegliando l’aurora mi ricordano il mio tradimento notturno. Tento di osare l’Avvento, come posso. Perché l’Avvento è il mio gallo mattutino. Che infastidisce i miei sogni delusi, ma mi apre il giorno. A volte i profeti hanno la voce monotona del gufo che annuncia sventure o il grido stridulo dell’avvoltoio. Fanno il loro compito pure così. E incutono inquietudine. Ma anche di inquietudine vive l’uomo. Ne abbiamo bisogno dentro le nostre quiete abitudini che nutrono cancri silenti e che, prima o poi, diventeranno metastasi invasive. Dacci oggi, Signore, la tua inquietudine quotidiana.


