La Parola viene da Dio, ma viaggia nella carne e si annida nella storia perché ad esse è destinata. Parola di Dio consegnata, fragile, al sapere di esegeti e scribi, alle intuizioni naïve del popolo, alla faticosa ruminazione di credenti, alle maldestre mie liturgie, al prostituto ancheggio dei potenti, alla infinita speranza dei falliti: «Ti benedico, o Padre perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Matteo 11, 25).
Liturgia
A Cana di Galilea, confinante con i nostri villaggi e siepi, l’orologio di Maria invitata a nozze era in anticipo di alcuni anni sull’Ora pasquale di Gesù: «Donna, non è ancora giunta la mia Ora». Da quel momento i discepoli credettero in lui. Il che vuol dire che prima erano discepoli, ma non credenti. Falsi griffati, patacche come me e, forse, come te. L’evangelista Giovanni ci dice che quel primo segno non basterà a garantire la longevità della loro fede. Avranno bisogno di altri sei segni di Gesù. Che non basteranno ancora. La fatica del nostro credere è tutta fatica Sua, di questo povero Dio Cireneo che porta e solleva periodicamente tradimenti, affievolimenti, cadute di tensione, smarrimenti, eclissi.
Se “baptizô” significa “immergere, sommergere”, allora il vero Battesimo Gesù lo ha compiuto nei tre giorni della sua Pasqua: morte sepoltura e risurrezione. Lì ha compiuto la sua discesa-immersione-uscita. Più che di un rito si è trattato di una trasfigurazione della vita, di una immersione nel Padre.
Dissi: i magi non erano re e non erano tre; e non avevano offerto né oro, né incenso, né mirra. Fu così che, da quella omelia, alcuni parrocchiani si defilarono per sempre. Chi osa toccare la leggenda, muore. La leggenda coccola gli appetiti fantastici, la profezia li turba.
Quando nella Liturgia il presbitero “benedice” il popolo, non duplica, non moltiplica, ma invita a fare memoria dell’unica, originaria e irrevocabile benedizione della Creazione e del Battesimo. Semmai è come se dicesse «Dio ci ha benedetti una volta per tutte in Cristo. Ora andiamo e viviamo da benedetti».
Angeli o non angeli, comunque loquaci presenze movimentano la nascita e la resurrezione del Signore. Sulla loro bocca (o sullo stilo dell’evangelista narratore) sfugge un invito: «Non temete».
Sulla soglia della Festa dell’Incarnazione io e te ascoltiamo un TU!, rivolto proprio a me e te. Non ci sono alibi, sembra dirci la liturgia di domenica.
La logica mondana del pessimismo, della rassegnazione e del malcontento spesso mi fa accodare alle varie cassandre di turno per cui non so di fatto trovare e mostrare vie d’uscita, alternative al tono grigio e tragico della mia rassegna-stampa quotidiana, alle ombre cupe che mi si allungano sul cuore per la vecchiaia e la malattia. I tempi del profeta Sofonia non erano migliori dei miei…
Siamo invitati, oggi, a recarci sulle alture delle nostre rassegnazioni, stanchezze, delusioni, diagnosi realistiche da cui non vediamo nulla di nuovo nè prospettive ragionevoli di miglioramento. L’uomo della speranza, guardando in direzione di Dio, non si limita a fare l’inventario delle cose che vede, ma riesce a chiamare le cose che ancora non esistono come se già esistessero. Quando scoppia una gemma si alza una speranza. Una gemma sola turba l’equilibrio di una foresta. Se c’è una novità che entra, tutta la foresta deve allargarsi per farle posto.
Domenica 28 novembre, prima domenica di Avvento, per noi cristiani inizia un Nuovo Anno in cui ci farà compagnia l’evangelista Luca. «Buon Anno!» dunque, guardando alla nostra storia.


