Una croce ridotta ad appendiabiti. Anche Pietro, a mio nome, ha voluto fare di Gesù l’attaccapanni delle sue e mie buone opinioni borghesi guadagnandosi un esorcismo «Torna dietro a me, Satana!». Già! Quale paradossale attributo confiderò domenica al Signore, senza mettere a repentaglio la mia ortodossia e senza compromettere troppo le mie ovvietà religiose ed esistenziali?
Liturgia
Nella cloaca massima delle nostre società-chiese i poveri restano ancora più poveri e gli oppressi non giungono a nutrirsi neppure delle briciole che cadono dalla mia aristocratica scrivania. I teologi della liberazione oggi scrivono poco, si incontrano raramente, sono sempre meno e quando si riuniscono non rilasciano dichiarazioni: si percepisce lo spessore eloquente del loro silenzio. Forse non é più tempo di denunce profetiche, per lasciar spazio al silenzio “sapienziale” che parli più con i fatti e la testimonianza che con le parole?
Cristo irrompe come diversità amica tra altre diversità: pubblici peccatori, prostitute, omosessuali, preti sposati, coppie di fatto, ROM, musulmani, buddisti, induisti, ebrei, miscredenti. E chi più ne ha più ne metta; c’è ancora posto nel nucleo e nelle periferie di un cattolicesimo nato, esso stesso, come diversità fastidiosa, eretica, illegale e trasgressiva, ma sempre tentato di diventare una melassa di dogmatismi e legalismi. Anche la storia della nostra fede personale è una storia di ordinario pendolarismo tra la fedeltà alle dinamiche azioni dello Spirito e il bisogno gratificante di essere imbrigliati in verità, riti e precetti garantisti.
Gesù non pratica sconti, non indora la pillola, non scende a compromessi, chiede di scegliere.
E comunque ci vuole un bel coraggio a cantare il Salmo di Maria: “il Signore ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato a mani vuote i ricchi”. Tutti verbi al passato, come se lei (io e te) narrasse eventi visti con i propri occhi. Personalmente avrei preferito verbi al futuro, promesse da attendere, speranze da scrutare. Beata Lei che ha già visto e ha già sentito sulla sua carne ciò che a noi tocca sperare con i sogni e gli impegni.
L’incredulità attorno a Gesù si manifesta, ieri e oggi, come mormorazione per il fatto che Dio non si presenta come vorremmo noi.
Può capitare nei matrimoni aristocratici: lei trentenne si “innamora” di un ottantenne e si sposano; con un occhio a villa principesca e yacht lussuosissimo più che per afflato amoroso. Ma capita anche a noi, comuni mortali di essere grati di un dono ma sfuggenti nell’abbraccio al donatore. Anche con Dio. Il proliferare, in certi settori ecclesiali, di pratiche affini alla magia per conseguire guarigioni e assicurarsi il favore del Signore, prova che l’equivoco sul pane che Gesù offre è sempre attuale.
La liturgia domenicale oggi interrompe ancora una volta la Lettura continua del Vangelo di Marco e ci squaderna il capitolo 6 di Giovanni che verrà proclamato quasi per intero fino a domenica 22 agosto. E’ la volta buona per leggere fin da oggi tutto il capitolo 6 per intero. Pane per chi ha fame e fame per chi ha pane. Quale fame abita la nostra esistenza? Di quale nutrimento abbiamo davvero bisogno?
«In sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra, ma nel settimo giorno ha cessato e ha ripreso fiato» (Esodo 31,17).
Gesù non vuole operare da solo e non intende creare una comunità stanziale, statica e isolata. Chiede una comunità che viva tra la gente, entri nei villaggi, stia tra i peccatori, frequenti gli incroci delle città. Oggi i crocicchi e gli incroci tagliano trasversalmente non solo le planimetrie urbane. Nuove sfide e nuovi confini si aprono per una chiesa di cristiani invitati a non fare della propria fede un party esclusivo dove, tra l’altro, l’importante sia arrivare ad allungare le mani per primo e poi chi s’è visto s’è visto, come si usa dire.


