Nessuno è profeta in patria: magra consolazione per il dipendente frustrato in azienda, per il prete incompreso in parrocchia, per la donna in carriera trattata come serva in casa. Aforisma sussurrato, forse, da molti compagni di strada, in tempi di ripudio, a don Milani, don Zeno, don Giovanni Rossi, don Mazzolari, P. Balducci, P. Turoldo, d. Dossetti, Fr. Carretto, Mons. Romero, memorie simboliche, non solo clericali, della fatica quotidiana di noi conformisti a discernere, ascoltare e difendere la profezia vestita di stracci.
Liturgia
Ovunque c’è istinto della vita, da quella parte c’è Dio, sembra ribadire anche l’evangelista Marco con quella sua quasi maniacale ossessione di narrare i miracoli di Gesù. Ben due miracoli in un colpo nel brano evangelico di oggi e 18 miracoli in tutto il suo vangelo. Senza dimenticare che per Marco anche la morte di Gesù in croce è paradossalmente un miracolo…
Scrive il biblista Fausti: “Questo racconto è un’esercitazione battesimale per vedere se la Parola ha prodotto il suo frutto. Lo stesso giorno delle parabole, i discepoli falliscono l’esame. Ma l’esperimento non è inutile; fa uscire le difficoltà del loro cuore lento a credere. La parola dovrà entrare in tutte le loro paure. Ma prima deve evidenziarle, anzi suscitarle e farle uscire allo scoperto, per poterle vincere. La Parola, caduta «sulla via», non è attecchita”.
Ascoltando la parola di questa domenica il tema fondamentale che si presenta è quello di un forte invito alla speranza, alle mie speranze esauste. D’altra parte le letture bibliche di oggi nascono da situazioni concrete depresse e deprimenti, ma lette e vissute nella coscienza che Dio vi abita dentro e che nulla potrà impedire all’amore di Dio di portare a compimento la sua volontà di salvezza: «Dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia…».
I “patti di sangue” restano solo tra arcaiche memorie di moschettieri e, si dice, in occulte magie mafiose. I patti di sangue oggi si sono trasformati in una firma in calce a contratti che hanno tutto meno che il linguaggio della comunione di vita e il vigore dell’impegno assunto in fiducia, sulla parola data tra galantuomini. Sul collo dei contraenti alita il fiato degli avvocati, residui sacerdotali per un tempo di pensiero debole, fragili impegni e amori flessibili.
Parlare o tacere di Dio? Ma se decido di parlarne non posso farlo né in gramaglie né inducendo mortifera noia, ma solo con gioia nei confronti di Uno che, lo so, incenerirà ogni volta le parole che ho faticosamente trovato per capirlo, annunciarlo, lodarlo.
attese di una fede pasquale sulla mia vita e sulla nostra morte; desideri di una chiesa meno legnosa e più umana e profetica, di una convivenza che abbia almeno un giorno senza conflitti e un pomeriggio dove tutti, proprio tutti, possano mangiare, di un parlarsi che sia comunicazione, di un popolo di discepoli del Signore che smettano di essere consumatori del supermarket della religione.Nel mio oggi, Signore, dov’è la tua Promessa? L’oggi è già invaso da una Pentecoste senza tuoni e fragori, vite di persone semplici percorse dal brivido del perdono, del servizio senza sconti, della fedeltà rocciosa, del martirio di una santità di vita ordinaria vissuta straordinariamente.
Asceso al cielo, comodamente seduto alla destra di Dio? Quale cielo mi interessa oggi? Che me ne faccio di un Dio Maggiore, andato in pensione anticipatamente, mentre io, e forse tu con me, siamo travolti e risucchiati da piccoli Dei minori, da tempi iniqui, mercati corrotti, referendum complessi, pastorale affannosa, orfanezza di rapporti?
Il Capitolo 15 di Giovanni è una sinfonia dell’amore (agape), un amore dalle radici solide e dal tronco sano (Io sono la vite). Un amore in tutte le sfumature armoniche di cui siamo capaci, come singoli e come comunità, in tempi di violenze narrate e di amori normali o eroici taciuti.
La liturgia della 5a domenica di Pasqua sfiora la festa civile del 1°maggio oggi ancora segnata dalla crisi sanitaria e sociale della pandemia. Ogni parola suona strana in queste condizioni, anche le solenni autodichiarazioni di Gesù, tanto quanto gli slogan per il 1° maggio: “L’Italia si cura con il lavoro”. I Vescovi italiani hanno qualificato la ricorrenza con un riferimento biblico alla ricostruzione di Gerusalemme narrata nel Libro di Neemia: «E AL POPOLO STAVA A CUORE IL LAVORO» (Neemia 3,38), un lavoro di ricostruzione delle vite e dei rapporti più che delle mura e del tempio.Eppure, come scrisse don Angelo Casati, il Vangelo ci fa sognare giardini più che rovine o musei impolverati.


